UDIENZA DEL 07 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 13 ottobre 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

Parte Civile  Avvocato Scattolin - per la Parte Civile Lovison Lorella, vorrei solo concludere, per cui mi riporto alle conclusioni che ho già consegnato alla Cancelliera, che sono poi uguali a quelle del Primo Grado. Grazie.

 

PRESIDENTE – Bene. Allora la parola all’Avvocato Schiesaro.

 

Parte Civile Avvocato Schiesaro - Signor Presidente e signori della Corte, ormai di questa sentenza, le Accuse Pubbliche e Private hanno detto e scritto di tutto. Critiche severe e rilievi puntuali da un punto di vista tecnico. Allora vorrei dedicare questa mattinata di discussione ad affrontare qualche zona grigia, qualche tema non sufficientemente valorizzato negli atti di impugnazione, pur presente negli stessi. E dico subito che mi occuperò di tre filoni generali: il problema del monitoraggio negli ambienti di lavoro nel periodo relativo di pertinenza Enichem, gli anni ’90; la problematica degli scarichi idrici e soprattutto di quelli provenienti dai reparti di produzione del CVM e chiuderò con qualche nota sui reati di pericolo. Ma la partenza di questa mia discussione la voglio fare, portando dentro subito alcune riflessioni di ordine generale, che vanno fatte, vanno svolte, cercando di capire qual è stato il cuore di questa decisione che noi tanto abbiamo criticato. Vi propongo di partire da lì, dal cuore della sentenza impugnata, da quello che è stato il convincimento forte dei Giudici di Primo Grado, che ha condizionato tutto il deciso, tutto, primo e secondo capo di imputazione, che ha condizionato una scelta di soluzioni radicali indifferenziate, che noi abbiamo definito quel un fenomeno di massificazione delle assoluzioni, contrapposto al preteso fenomeno di massificazione delle condotte, contenuto nell’imputazione. Dove sta il cuore di quella sentenza? E in che cosa consiste? Lo troviamo nelle considerazioni conclusive, che sono emblematiche, che lo rivelano in modo chiaro, dichiarato. Esplicitano il convincimento di fondo del Giudice di Primo Grado e, proprio nel momento in cui lo fanno, rivelano un formidabile punto critico della decisione, la sua più evidente debolezza strutturale. C’è un passaggio che mi ha fortemente colpito e sul quale io vorrei riflettere pubblicamente: quando la sentenza, dopo aver affrontato, nelle considerazioni conclusive, la ricostruzione storica degli eventi, muove una pesantissima critica alla tecnica delle imputazioni e si pone degli interrogativi sull’esercizio stesso dell’azione penale. Se leggiamo a pagina 1027, troviamo appunto questa denuncia fatta dal Giudice di Primo Grado, la figura uno: "Addebiti di colpa infondati in fatto ed eventi suggestivamente massificati e configuranti i reati di disastro colposo e strage colposa inesistente nel nostro Ordinamento giuridico di grande impatto e forza evocativa, sfasatura temporale che ha percorso tutto il processo e ne ha determinato gli esiti, perché era reale rappresentazione dei fatti se riferita al tempo passato, invece inattuale e contraria al vero, se riferita agli anni successivi. Nel secondo capo di imputazione vengono addebitati, con la consueta enfasi, eventi catastrofici, l’intero evento della contaminazione della zona industriale, in realtà eredità incontestabile di decenni e decenni di inquinamento derivante dalla prima e seconda zona industriale. Alla fine un indistinto che, attraverso la scomposizione dei piani temporali, consente al Pubblico Ministero di processare un modello di sviluppo criminogeno per l’ambiente e per la salute". Questo è il punto di partenza. Il Giudice di Primo Grado si è convinto, a torto o a ragione lo vediamo dopo, ma si dichiara convinto che in realtà il processo è stato costruito ad arte dall’Accusa Pubblica con una tecnica che mirava non tanto a processare individui, quanto a mettere sul banco degli imputati un modello di sviluppo definito o ritenuto criminogeno. È un’affermazione molto forte questa, perché è evidente che denuncia uno sviamento radicale dell’azione penale, che nel nostro ordinamento non può essere esercitata contro i modelli di sviluppo, ma che deve necessariamente, per essere tale, esercitata contro le persone fisiche responsabili o ritenute tali di aver commesso dei fatti di reato. Un processo quindi inventato, costruito ad arte a carico di persone, ma che in realtà aveva un obiettivo diverso. E prosegue il Tribunale: "Se questo è vero, ci si deve interrogare sul perché il Pubblico Ministero ha agito – pagina 1033 – nei confronti degli amministratori e dei dirigenti Montedison ed Enichem che si sono succeduti in questo lungo periodo, addebitando loro colpe che in realtà erano dei loro predecessori. Perché ha compiuto questo errore di clamorosa individuazione dei soggetti? La risposta può sembrare perentoria – dice il primo Giudice - ma è frutto di una valutazione analitica e complessiva di tutte le risultanze probatorie". E qual è questa risposta? "Il processo, diversamente, non avrebbe potuto avere inizio. Anche questa è un’affermazione di una straordinaria pesantezza: "Il processo, diversamente, non avrebbe potuto avere inizio nei confronti di imputati diversi da questi. Per propria scelta, il Pubblico Ministero non ha agito nei confronti di coloro che avrebbero potuto essere ritenuti responsabili, ma ha agito nei confronti di altri che non lo sono". Ma scusate, cosa vuol dire questo discorso? Che sono state processate persone, sapendole innocenti? Vuol dire questo il Tribunale? Vuol dire che sono stati processati degli innocenti al posto dei veri colpevoli? Vuol dire che l’Accusa Pubblica e Privata era consapevole di questo? E che l’ha fatto intenzionalmente, perché altrimenti non avrebbe potuto portare sul banco degli imputati il vero oggetto passivo dell’azione, cioè il modello di sviluppo criminogeno? Ma è questo che è successo? È questa la rappresentazione processuale che dà il Giudice di Primo Grado? Si processano innocenti, perché si vuole un processo a modello di sviluppo. Allora, la conclusione che dà il Tribunale a questo passaggio, è quella contenuta a pagina 1065: "Il Tribunale ha inteso contestualizzare i fatti di cui all’imputazione, perché diversamente non si coglieva il senso del loro essere e del loro divenire, ad altri il compito di un’analisi e di una interpretazione storica e politica degli avvenimenti, per individuare responsabilità collettive di un modello di sviluppo, rappresentato dalle imputazioni". Torna il tema delle imputazioni contro il modello di sviluppo. Però il Tribunale rivendica a sé il compito di aver fatto un intervento radicale: "Perché il processo penale non può assumersi altri compiti, che non siano quelli dell’accertamento delle responsabilità dei soggetti imputati, anche quando insufficienze e ritardi della politica possono sollecitare, colmando i vuoti di intervento". Chiude a pagina 1065: "Gli sconfinamenti di campo, dall’una o dall’altra parte, determinano conflitti che contraddicono e minano il principio fondante di uno stato democratico: la separazione dei poteri". Dunque questa sentenza ha voluto essere l’occasione per riaffermare, difendere, tutelare sacri principi costituzionali fondamentali per l’ordinamento giuridico italiano. Non è una normale sentenza, che risolva, in via ordinaria il conflitto tra pretesa punitiva dello Stato e diritto di libertà dell’individuo, non è questo. Di fronte ad un’iniziativa eversiva dell’Accusa, il Tribunale si erge a garante e dichiara di essersi inteso tale dei fondamentali principi fondanti dello Stato democratico. È un atto di resistenza costituzionale – non è una sentenza – con il quale si intende porre rimedio ad uno straripamento dell’Accusa, ad un atto quasi eversivo, dicevo prima. È una difesa ultima, un baluardo totale di supremi principi messi in crisi da un’iniziativa extra ordinem dell’Accusa Pubblica e Privata, senza contare poi che nell’Accusa Privata ci stanno soggetti, come quello che rappresento io, che di privato hanno davvero molto poco e che quindi condividono fino in fondo il ruolo pubblico dell’Accusa che è stato sostenuto dal Pubblico Ministero. Questo è il cuore di tutta la sentenza. Questo vi rivela che cosa c’è stato nel ragionamento del Giudice di Primo Grado. Ma allora però io vi chiedo a questo punto, signori della Corte: se accettassimo questa logica, se accettassimo questa ricostruzione, se accettassimo questa prospettiva, se ci mettessimo davvero in un contesto, quale quello che ha rappresentato il Giudice di Primo Grado con queste significative pagine della motivazione, io credo che a questo punto il processo non avrebbe più alcun senso, non avrebbe più alcun significato, non avrebbe più alcun significato neanche il giudizio che state voi celebrando, perché un atto supremo di ripristino della legalità costituzionale non ammette, per sua natura, alcuna forma di revisione, di impugnazione, di discussione critica; è un atto, è un gesto estremo che non contempla la possibilità di un Secondo Grado di giudizio. È un gesto che si caratterizza con un valore assoluto in sé, capace di permeare ogni realtà e che si giustifica e si legittima con l’altissima finalità cui è ispirato: resistere e contrastare un atto eversivo di valori fondanti dell’Ordinamento costituzionale. Queste pagine della sentenza, questi aspetti della motivazione non sono semplicemente un modo di polemizzare con l’Accusa, che sarebbe comunque sbagliato, non sono questo; io li interpreto in un altro modo. Li interpreto come aspetto più critico di quella sentenza e come espressione di una impostazione complessiva del Giudice di Primo Grado, che ha dato al suo lavoro, alla sua decisione, impostazione che finisce poi, a ben vedere, per relegare la stessa sentenza fuori dal contesto processuale, di cui è stizzosamente partecipe, per porla su un piano diverso, assegnandole una sorta di pretesa di immodificabilità, che appare, oltre che inconcepibile da un punto di vista ordinamentale, anche penalizzante per gli stessi argomenti utilizzati nella motivazione a sostegno delle tesi che il Tribunale vuole dimostrare provate, in questo modo sminuite di fronte al ruolo di pretesa garanzia costituzionale, che il provvedimento impugnato si assegna. Perché ho voluto fare questa premessa, signori Giudici? Perché ho voluto dar conto in questo modo, in modo anche energico all’inizio della discussione, di quella che era una sensazione, che non riuscivo a spiegare altrimenti: da una parte c’è una valanga – e non so come definirla altrimenti – di critiche che l’Accusa ha formulato con i motivi d’Appello, critiche pesantissime sotto i mille profili che voi avete sentito in queste discussioni dell’Accusa Pubblica e nei motivi di Appello; dall’altra parte c’è una sentenza che ha questa implicita aspettativa di sacralità dell’atto, che discende da questa sua finalità di garanzia costituzionale che viene evidenziata. Sembra quasi cioè che siamo su piani diversi. Noi discutiamo del processo che abbiamo svolto, delle prove che non sono state compiute e non sono state analizzate, sono state trascurate, ignorate; denunciamo dei vizi, delle carenze, delle incongruenze della motivazione; denunciamo degli errori normativi, degli errori di interpretazione del diritto; denunciamo una valanga – ripeto – di critiche tecniche alla sentenza, discutiamo del processo. Ma dall’altra parte troviamo questa sorta di simulacro, questo atto sacrale di fronte al quale tutto il resto è minutaglia, è bagattella, è cosa di poco conto, di cui non parlare. Per colmare questo iato, questa sfasatura di piani e dunque incominciare subito a mettere in chiaro le cose, che la sentenza è quello che è e non è un atto di resistenza costituzionale, non è, non può esserlo, non potrebbe mai esserlo, per un principio di non contraddizione, di cui parlavo prima. Occorre quindi che noi torniamo con forza al processo, denunciando però, in limine, che il re è nudo, che la sentenza quindi va letta con tutti i suoi limiti per quello che è, senza questa lente deformante, rompendo questa lente deformante che la fa apparire quello che non può essere. Dobbiamo tornare a confrontarci con i fatti, con la forza delle prove che hanno portato le Accuse Pubbliche e Private, dobbiamo confrontarci con i silenzi della sentenza su aspetti decisivi; dobbiamo confrontarci con gli errori giuridici che hanno travolto una fondamentale possibilità di ricostruzione della verità. Ecco le contraddizioni di cui è ricca quella motivazione: il re è nudo. Per fare tutto ciò e senza certamente pensare di poter riprendere i mille argomenti che abbiamo sviluppato nei motivi di Appello, vogliamo partire ed affrontare il tema emblematico del monitoraggio. Perché emblematico? Perché è una delle ragioni in base alle quali il Tribunale si è fatto quel convincimento, secondo cui prima del 1974 era tutto un inferno, dopo il 1974 è tutto tornato ad essere, o è tutto diventato conforme a norma, cioè la situazione negli ambienti di lavoro, successivamente al 1974, è una situazione che è tranquillamente accettabile, perché conforme alle normative nazionali ed internazionali, che poi sono intervenute sul problema dell’esposizione dei lavoratori e dei livelli di esposizione dei lavoratori al CVM. Vediamo l’assioma critico che noi, appunto, critichiamo. Il Tribunale arriva a questa convinzione affermando un equivoco gravissimo, questo assioma: "Il monitoraggio ambientale è conforme a norma, dunque significa che è stata fornita la prova che i livelli di esposizione dei lavoratori, da una certa data in poi, quando appunto sono oggetto di monitoraggio, sono trascurabili. Sono dunque inidonei a fare insorgere qualsiasi tipo di patologia e pertanto i fatti che vengono addebitati agli imputati, non possono sussistere". Questo è, in sintesi, il ragionamento: se il monitoraggio è conforme a norma, è regolare, significa che, avendo dimostrato con il monitoraggio che l’esposizione negli anni successivi al 1974, ma soprattutto a me interessano quelli degli anni ’90, sono trascurabili, significa che non c’è nesso causale tra l’esposizione a CVM e le patologie che vengono rappresentate. Questa affermazione, non solo non è vera nel merito, smentita dai documenti di cui ha già parlato l’Accusa Pubblica, ma soprattutto denuncia, ancora una volta, un modo scorretto di affrontare la valutazione del giudizio di responsabilità da parte del Giudice di Primo Grado, perché attenzione, signori del Collegio, in questo processo non era in discussione la responsabilità penale degli imputati per la contravvenzione di cui all’Art. 13 del D.P.R. 962 del ’82, cioè la norma incriminatrice che punisce chiunque esercita ed essendo tenuto al monitoraggio, lo svolge con modalità non conformi a quelle previste dalla Legge, non era in discussione un giudizio sulla regolarità del monitoraggio, ma si trattava di capire, se vi fosse una correlazione tra i livelli concreti di esposizione, cui erano stati esposti i lavoratori – quale che fosse l’esito del monitoraggio – e le patologie dei lavoratori stessi, per capire quindi se vi fosse una plausibilità scientifica, tale da spiegare l’evento, in termini causali, riferito alla esposizione alla sostanza cancerogena o comunque tossica. Dunque se questo era il percorso logico e giuridico che avrebbe dovuto essere affrontato, non era assolutamente sufficiente limitarsi a constatare che le medie delle misure, ammesso che fossero state correttamente misurate, fossero inferiori alla soglia di 3 PPM, perché con questo tipo di valutazione, quello che si sarebbe ottenuto, sarebbe stato semplicemente quello di stabilire se il monitoraggio fosse o non fosse conforme all’Art. 4 e, in caso di mancata conformità, se ci fosse la responsabilità per la contravvenzione dell’Art. 13. Ma il problema, ripeto, era diverso. Non si trattava di capire se il valore limite tecnico di lunga durata avrebbe dovuto considerarsi non superato, ma si trattava di capire quali fossero i livelli reali di esposizione dei lavoratori, le concentrazioni a cui questi venivano esposti e poi fare una valutazione critica per capire se queste concentrazioni fossero o non fossero compatibili con quelle che hanno, in letteratura, determinato l’insorgenza delle malattie. Quindi che fosse rispettato il valore medio di concentrazione, è del tutto irrilevante, laddove però si possa provare, così come l’Accusa ha provato per tutto il dibattimento di Primo Grado, che, indipendentemente dalle medie e dai modi con cui venivano calcolate, c’erano situazioni concrete lavorative nelle quali le esposizioni ai lavoratori e le dosi cumulative che derivavano ai lavoratori dall’esposizione ai PPM, erano compatibili ampiamente con quella soglia di 285-88 PPM che il Tribunale ritiene essere la soglia capace, nell’arco dei dieci anni, di far scatenare la patologia tumorale per l’angiosarcoma, o comunque con tutte le altre soglie cui sono collegate le patologie diverse da quelle tumorali, che pure esistono e che pure vengono contestate nel processo. È fondamentale capire questo, perché tutta la sentenza invece muove dalla discussione sulla congruità del monitoraggio, l’attendibilità del monitoraggio o esito del monitoraggio, quindi sempre in termini di valore medio. Opinare diversamente, come ha fato il Collegio, significa confondere, alla fine, il termine del problema e scambiare il giudizio sulla valutazione del nesso causale con il giudizio sulla responsabilità per la contravvenzione dell’Art. 13, nesso causale per gli omicidi e, ovviamente, disastri, reati di pericolo contro la pubblica incolumità. Significa inserire nel processo una figura virtuale di lavoratore, cioè astratta, un lavoratore medio, o meglio, un lavoratore necessariamente esposto alla media delle esposizioni. Sarebbe come, per tornare al vecchio esempio del pollo, che di fronte ad un giudizio, che cerca di capire perché uno dei due sequestrati è morto di fame nella stanza dove i sequestratori lo tenevano e il Tribunale è chiamato a decidere e dicesse: "Beh, insomma, escludiamo subito che sia morto di fame perché è stata fornita la prova che un pollo è stato detto ai due sequestrati, quindi se è stato dato un pollo, vuol dire che metà ciascuno l’hanno mangiato, quindi vuol dire che quello che è morto, è morto per qualcosa di diverso dall’inedia, dalla fame, perché pur sempre il pollo l’ha mangiato, se è stato fornito il pollo". Ma scusate un momento, cosa c’entra che sia stato fornito il pollo? Si tratterà di capire, alla fine, a chi sia stato dato, chi l’ha mangiato e valutare, in concreto, se quella persona che è morta l’abbia davvero mangiato oppure, per caso, le cose siano andate diversamente. A me pare talmente evidente questo, eppure ci sono 1060 e rotte pagine di sentenza, giocate tutte sull’equivoco, per quel che riguarda la parte delle imputazioni concernenti l’esposizione, tutte sull’equivoco che il valore medio del monitoraggio era lontano anni luce dai 3 PPM e dunque non vi poteva essere alcuna rilevanza causale di quei modestissimi valori di esposizione con le patologie che erano state riportate dai dipendenti. Non si andava minimamente a vedere se, nonostante la media, per caso – e noi abbiamo dato centinaia di casi – ci fossero situazioni nelle quali le concentrazioni, in realtà, non solo non fossero sotto i 3 PPM, ma fossero di gran lunga superiori a quella soglia dei 288 PPM, di cui ha parlato il Tribunale. Quindi questo errore prospettico è ancora più evidente quando si considera che le prove del processo, non i sospetti, le illazioni, gli argomenti logici, le prove, che noi abbiamo dato in Primo Grado, hanno dimostrato oltre misura una realtà, nei reparti, molto diversa da quella virtuale proiettata dai valori medi registrati dai gascromatografi. Una realtà fatta di fughe continue, continui episodi di fughe, testimoni che parlano di due o tre fughe a settimana, nell’arco temporale che ci interessa, fughe con picchi altissimi di CVM, altro che i 288! Una realtà, altro dato straordinario, a me francamente incomprensibile, in cui risulta processualmente provato, salva la testimonianza di Gasparini e poi lo vedremo, vedremo che attendibilità ha Gasparini su questi temi. Gasparini è un caporeparto, eh, attenzione, Gasparini è un caporeparto, cioè è uno dei soggetti che, in base alla normativa del 547 del ’55, 303 del ’56, etc., è titolare di posizione di garanzia come il datore di lavoro. Gasparini è titolare dell’interesse a non danneggiarsi quando depone e quindi vi viene a raccontare che la fuga per la rottura di una guarnizione era una fuga minimale, perché si trattava di una fessura di qualche millimetro da cui usciva pochissimo CVM; viene a raccontare che nei reparti, quando c’erano gli allarmi, tutto il personale veniva evacuato; viene a raccontare una realtà che racconta solo lui e lo sappiamo perché. Attenzione a capire chi sono i testimoni a favore, valorizzati dalla sentenza, sono i capireparto, soggetti titolari ex lege di posizioni di garanzia. Quando invece vengono sentiti gli operai, la musica cambia pesantemente. E perché cambia? Perché abbiamo citato, nel nostro atto di Appello, come è emblematica la testimonianza di Ceolin, verbale 9 maggio del 2000, emblematica. Interrogato dal Pubblico Ministero, cosa dice Ceolin quel giorno? Quantomeno fino al 1988, poi vedremo che i testimoni, anche successivi, Castellini e Zagagnin, riferiscono circostanze che vanno anche fino al 1996, quindi l’epoca di nostra pertinenza, per intenderci, ma Ceolin è straordinario. "Cosa succedeva, quando suonava un allarme? Cosa facevate?" dice Ceolin: "L’allarme del gascromatografo?", "Sì, certo", "Si andava a vedere in che punto c’era la perdita" risponde l’ingenuo Ceolin. "Come andava a vedere?" dice il Pubblico Ministero "Ma chi andava? Come funzionava?", "Quando suonava il cromatografo si andava a vedere dov’era la fuga", "Ma chi?", "Noi andavamo, insieme al capoturno. Era sempre la persona che stava lì più vicino, la persona disponibile che andava a vedere, perché il gascromatografo, oltre a segnalare il PPM, segnala il luogo su cui è registrata la fuga". Allora dice: "Ma come? Andava l’operaio più vicino, insieme al capoturno? E in che maniera ci andavate? Avevate le maschere?", dice: "No, le maschere non le avevamo mica", "Senza nessuna maschera? E con che cosa andavate?", "Col cerca fughe". "E tutti gli altri operai, nel frattempo, che cosa facevano?", "Cosa vuole che facessero? Continuavano a lavorare", risponde Ceolin. "Continuavano a lavorare? Ma allora non andavano via?", "Eh no". "E cosa succedeva se la fuga non veniva trovata?, "Beh, insomma, il problema si risolveva quasi sempre", "E se non si risolveva?", "A quel punto chiamavamo una squadra di manutenzione, quella che era addetta ai lavaggi e alla piccola manutenzione". "E allora, cosa facevano questi? Questi arrivavano con i mezzi di protezione e con le maschere?", "Io, che li abbia mai visti, no", "Non ha mai visto le maschere?", "No". "E dopo, fin quando interveniva questa squadra di protezione interna, gli altri operai che cosa facevano? Andavano via?", "Ma no, il lavoro bisognava che continuasse ad andare avanti, non è che si poteva abbandonare". Domanda ancora il Pubblico Ministero: "Ma non è mai successo in tutti gli anni in cui ha lavorato al CV6, di essere andato via, lei e i suoi colleghi, dopo che erano state segnalate le fughe dal gascromatografo?", "No, non è mai successo, con le fughe del gascromatografo non siamo mai andati via. No, con il gascromatografo non siamo mai andati fuori dal reparto", "Quindi non siete mai usciti dal reparto quando si segnalava l’allarme?", "No, l’unica volta in cui siamo usciti è quando è suonato l’allarme in tutto lo stabilimento e allora c’era l’evacuazione di tutti". "Quante volte è successo?", "Una volta o due" in tutta la sua carriera. Viene controesaminato dai Difensori e torna a insistere. Rispondendo alla domanda: "Il personale veniva avvertito? Il personale che era presente nell’area, che eravate in situazione di allarme?", "No", "Ma come no? Non c’erano le procedure?", "Ma che procedure? L’unica procedura che conosco era che bisognava chiudere la fuga, si cercava subito di tamponare la fuga, non c’erano altri mezzi e si continuava a lavorare, perché non potevi... cioè il lavoro non è che uno ferma il lavoro, l’autoclave cammina, ha una reazione, questa è la procedura. Il lavoro deve continuare lo stesso, non si deve abbandonarlo". A questo punto interviene il Presidente, sorpreso di questa straordinaria affermazione che rompe tutta la logica del monitoraggio, perché sapete bene che durante il monitoraggio vengono scartati i valori di allarme nel presupposto, dichiarato dalla stessa sentenza, che a quel punto, i lavoratori sono già stati fatti evacuare dal reparto e quindi non si può tenere, nel calcolo delle medie, un valore di allarme, quando il personale, che dovrebbe essere esposto a quel valore, è stato fatto evacuare. Ma qui Ceolin dice esattamente il contrario, che in tutta la sua carriera non ha mai evacuato nessuno in occasione dell’allarme e che neanche il personale che lavorava sapeva che c’era l’allarme, salvo quello che stava nel punto più vicino, quando il capoturno gli andava a dire: "Vieni col cerca fughe e dammi una mano che cerchiamo dov’è questa fuga". Interviene il Presidente e dice: "Ma scusi, gli addetti al reparto rimanevano tutti al loro posto?", "Sì", "Anche in caso di allarme?", e qui c’è l’equivoco, l’allarme con le sirene di evacuazione, etc., poi si precisa: "Quando c’è l’allarme dato dal gascromatografo cosa succede?", "Niente – ribadisce – si cercava la fuga e si cercava di eliminarla il più presto possibile". Presidente: "E si restava ai propri posti di lavoro?", "Sì". Presidente: "Sempre? È proprio sicuro di questo? Ceolin, ma si rende conto di cosa sta dicendo? È sicuro?", "Sì". Altro che Gasparini! E come Ceolin, tutti gli altri lavoratori sentiti, Zagagnin 10 maggio 2000, Cecconello 19 aprile 2000, Castellini 17 maggio 2000, Castellini e Zagagnin, testi che hanno riferito sulle identiche modalità di non evacuazione anche nel periodo Enichem, ’96. D’altronde l’autoclave è lì, chi la segue l’autoclave se il reparto se ne va? Chi la segue l’autoclave? Questa è la realtà storica, questa è la prova. Allora, fughe: mancato sgombero dei reparti, mancato utilizzo di qualsiasi mezzo di protezione, persino dalle squadre specialistiche che avrebbero dovuto intervenire in prima battuta per favorire le operazioni di sgombero, in base alle procedure previste dalla normativa. Neanche quelle. Ed elevate concentrazioni di CVM, non solo in occasione di incidenti, tra virgolette, la fuga è un evento straordinario, non prevedibile cui bisogna far fronte con le procedure d’emergenza; il problema vero che noi abbiamo discusso, affrontato e che il Tribunale ha ignorato, è che in realtà, le alte concentrazioni negli ambienti derivavano anche, oltre che a degli eventi accidentali, anche da alcune ordinarie attività di manutenzione degli impianti. Rinvio, per non appesantire, a tutto l’approfondimento che abbiamo fatto nell’atto di Appello, ai lavaggi delle autoclavi e via dicendo. Tutti eventi documentati. Signori della Corte, attenzione, perché se ci scappa questo, siamo in crisi. Non stiamo argomentando sulla base di una deduzione logica, stiamo parlando di documenti che abbiamo analizzato in decine di udienze del processo di Primo Grado e che abbiamo puntualmente richiamato nel nostro atto di Appello, nel reparto CV24, cosa succede in occasione dei lavaggi e cosa non veniva segnato sul registro delle consegne, cosa non veniva monitorato dal gascromatografo, cosa invece veniva monitorato dagli operatori che andavano con le sonde a misurare la reale concentrazione del CVM che era in atmosfera. Valori anche di 350 e più PPM, in occasione di ordinarie attività di manutenzione dell’impianto; il lavaggio delle autoclavi è un’operazione di ordinaria manutenzione. Ecco allora qual è lo scenario nel quale oggi entriamo, ancora una volta, ripeto, l’abbiamo detto e scritto, ma oggi entriamo con qualcosa di più nuovo e di diverso che non abbiamo toccato nei motivi di Appello, perché vi parliamo, ad esempio, del CV22. Ne abbiamo parlato anche in Primo Grado, ma tutta la nostra attenzione era dedicata al monitoraggio al CV24 che era clamoroso. Il CV22 era risultato, fin dall’inizio, un impianto di monitoraggio in crisi; l’abbiamo detto e il Tribunale ovviamente non l’ha neanche preso in considerazione. Allora torniamoci adesso. Ma come ci arriviamo ad entrare nel merito del monitoraggio dei CV22? La domanda che sorge spontanea di fronte alle mie affermazioni è questa: come può essere che una realtà, quella realtà critica, tanto critica di cui parla l’Accusa sia sfuggita al monitoraggio? In altri termini: come può esserci un monitoraggio che è adeguato e conforme ai dettati normativi, secondo la sentenza, e che registra dosi così base di esposizione e al tempo stesso esserci, invece, una realtà così critica nei reparti, quale quella che descrive l’Accusa? Giusta è l’osservazione, perché delle due, l’una: o l’Accusa eversiva si inventa tutto. I nostri gentili contraddittori Stella-Pulitanò con l’eleganza di cui talvolta sono capaci, hanno espressamente parlato di una calunnia morale, proprio parlando di questa Difesa e del suo consulente. Saremmo dei calunniatori morali perché diciamo queste cose. Ci hanno messo la foglia di fico del morale, perché ovviamente si sarebbero beccati subito la querela diversamente. Ma, ripeto, un gesto di eleganza che parla da solo. O l’Accusa, eversiva e calunniatrice, racconta balle o c’è qualcosa che nel sistema di monitoraggio fa acqua, perché non possono essere vere tutt’e due le cose. Se la realtà fosse davvero così pesante e qualche indice, altro che medie, 0,00017 che Pulitanò sbandiera ad ogni occasione! Questa è la domanda ed è sotto questo profilo che oggi io mi soffermo sul punto. Attenzione, io non è che voglio ripercorrere la logica del Tribunale. Io oggi vi do una spiegazione o vi do nuovamente, come avevamo dato anche ai Giudici di Primo Grado, non ascoltati, delle ragioni per cui quel monitoraggio in realtà fa acqua. Altro che conforme e attendibile! Ma attenzione, non è che segua la logica del monitoraggio, perché devono essere chiare queste tre cose: primo, la prova sulle massicce esposizioni è già negli atti del processo, in molteplici documenti, rinvio per tutti a quelli citati anche da noi, nelle consulenze Nardelli in più occasioni. Questa prova è stata ignorata dalla Corte, dal Primo Grado, perché ha ritenuto che i sistemi di monitoraggio fossero regolari e dunque ciò solo escludesse tutto il resto. Terza osservazione: la pretesa omogeneità dei dati ricavati dal monitoraggio coi gascromatografi, i pipettoni e lo spettrometro, è già stata messa in crisi da una serie di interventi che sono stati svolti dalla Pubblica Accusa dottor Casson e anche contenuti negli atti di impugnazione. Non si possono fare confronti se non sono note le condizioni in cui il confronto viene fatto. Io vi dico: andiamo a vedere se per caso, in quella montagna di carte che è stata depositata nel processo di Primo Grado, c’è un protocollo che spieghi come si fanno i monitoraggio con i pipettoni, che spieghi le modalità con cui sono stati utilizzati gli operai col campionatore personale e che ci permetta poi di fare con un confronto, perché se io prendo il pipettone, lo riempio d’acqua e lo lascio lì 15 giorni, tutto il CVM che raccoglie, finisce nell’acqua; quando vado a misurare la percentuale di gas contenuta nella parte d’aria del pipettone, non trovo più niente, perché il CVM è tutto nell’acqua dentro il pipettone, per esempio. Oppure, se io prendo i campionatori personali, li metto sui lavoratori e poi li comando a fare lavori in cucina, è difficile che misurino grandi esposizioni del CVM. Si tratta di capire in che condizioni sono stati utilizzati questi campionatori. Un protocollo che descriva le condizioni di utilizzo di questi campionatori personali non c’è mai stato, quindi non riusciamo a confrontare alcunché di significativo. Eppure questo è un argomento che il Tribunale utilizza più volte per dire: beh, vedete, sono crollate le esposizioni, perché tutti i dati sono conformi nel ritenere che sono crollate. Beh, andiamo prima a vedere chi, come e quando li ha raccolti. Quindi questo è il punto di partenza. Con questo punto di partenza, adesso andiamo a vedere in concreto per quale ragione i monitoraggi, nei reparti del CVM, non esprimevano la vera realtà dell’esposizione ai reparti lavorativi. I risultati dei monitoraggi, attenzione, perché anche questo è un altro punto. Il monitoraggio avviene attraverso uno strumento gascromatografo che fa una misura e poi attraverso un sistema informatico che gestisce la registrazione e l’uso di quella misura. Quali sono gli elementi? Tantissimi. Il Tribunale, il primo argomento che ha utilizzato per svalutare le nostre osservazioni, è stato questo: noi, come Accusa Privata, abbiamo lavorato sugli unici dati del monitoraggio che sono esistenti in questo processo e sono dei tabulati contenenti principalmente l’esito del monitoraggio degli anni ’91, ’92, ’93, ’94 e ’95 con periodi diversi nel CV24, CV25 e CV22. Prima osservazione del Tribunale: "Ma Nardelli che ci viene a fare tutto questo discorso su questi pochi anni analizzati. Parlate di tre anni, di quattro anni? Ma qui il monitoraggio dura dagli anni ’70 e quindi questi dati non sono certamente significativi di una realtà molto più lunga, molto più vasta, molto più articolata del monitoraggio. Non sono significativi? Intanto sono gli unici dati che abbiamo, sono gli unici dati che l’Accusa ha trovato con gli atti cautelari di sequestro e quando sono andati a sequestrare, il teste (inc.) dice: "Attenzione, guardate che avevano appena portato via il documento, perché c’era ancora il segno della polvere sul faldone che conteneva i dati di monitoraggio". Il faldone era stato portato via da poco quando siamo arrivati noi. Quindi il primo dato processuale è che questi sono gli unici elementi certi su cui lavorare. Il resto è tutta cosa che è stata portata a spizzichi e bocconi, da qualche consulente della Difesa, ma che non abbiamo mai neanche avuto il piacere di valutare nella sua originalità i documenti su cui questo ha lavorato. Mi riferisco ovviamente a due episodi che hanno riguardato il professor Foraboschi. Foraboschi in udienza è venuto a parlarci di un prospetto riassuntivo del monitoraggio CV24 e ci ha detto che questi erano dati relativi al monitoraggio del mese di marzo del ’91 reparto CV24. Là dentro, negli atti del processo, il mese di marzo ’91 non esiste. Non c’è nessun documento che sia stato sequestrato nel mese di marzo del 1991, non si trova. Però Foraboschi ne parla e citando quelli che lui dice essere stati gli esiti del monitoraggio relativi ai giorni 5 marzo 1991, 7 marzo 1991, 11 marzo 1991, 16/3/91, 7/3/91, 18/3/91, 20, 25, 26 e 27. Questa è la cosa, dati riassuntivi, quindi non ci ha dato i tabulati del monitoraggio, dice che li ha visti lui, dove lo sa solo lui, poveretto, dove li ha visti. Li ha visti lui, ma non li ha portati in udienza, non ci ha neanche consentito di poterli discutere, li ha riassunti in questa tabula, che sarà sicuramente fedelissima, ma a me sarebbe piaciuto vedere anche i dati degli altri giorni che lui non ci ha portato del marzo del 1991, lui ci porta questi dieci giorni. E gli altri? Posto, torno a dire, che nel processo questi documenti non sono mai stati né acquisiti né trovati né prodotti dalla Difesa, ma soltanto commentati per sintesi da un suo consulente. Naturalmente tutto bene per il Tribunale, ovvio, io non lo dico neanche più questo. Foraboschi, quando parla, è quella la verità processuale. Possiamo noi lamentarci che non abbiamo potuto replicare? Foraboschi ha detto che in quei giorni lì non c’era CVM e va beh, questa è la verità. Idem un altro giorno. Il Pubblico Ministero manda a fare un sequestro della documentazione relativa al monitoraggio del 1990; i dati non vengono trovati. Dopo 10-12 mesi dalla richiesta di sequestro, arriva Foraboschi e ci porta, questa volta, due tabulati del 1990 che sono improvvisamente spuntati fuori da qualche parte. Ecco allora il primo problema: non si può dire che i documenti sequestrati non contano niente, mentre invece si dà credito alla ricostruzione che fanno i consulenti della Difesa, utilizzando documenti mai visti, mai acquisiti, mai offerti al contraddittorio o solo in parte. Ma continuiamo nell’opera di analisi delle affermazioni del Tribunale e vediamo un punto a pagina 426. Il Tribunale ha sempre dato per vero l’assunto secondo cui il CVM si distribuiva omogeneamente nell’aria dell’ambiente di lavoro; talché, alla media della misura, corrispondeva necessariamente una media di esposizione. E questo è un passaggio critico. Se il CVM è così in tutto il reparto, si distribuisce nello stesso modo in tutto il reparto, non si può muovere una critica ad un sistema di rilevamento che lo rilevi attraverso i meccanismi di media, perché se la distribuzione del gas è omogenea, la media esprime pur sempre quello che è un valore medio, però attendibile di una concentrazione omogenea nei vari punti e nei diversi punti del reparto. E se le cose non stessero così, come la mettiamo? Se per caso non fosse affatto vero che il CVM si distribuisce normalmente? Io vi leggo il punto, a pagina 426 della sentenza: "Va pure aggiunto, in tema di capacità dell’apparecchiatura di cercare e di individuare le fuoriuscite, che la segnalazione di fughe da parte del sistema del monitoraggio, sia monoterminale che pluriterminale, si fonda sul fatto che il CVM rilasciato dal punto di fuga si miscela con l’aria e ovviamente si muove con essa in misura corrispondente alle caratteristiche di turbolenza dell’ambiente, alla presenza di ostacoli e (inc.) di temperatura. Pertanto, il moto dell’aria spinge il CVM all’attenzione di uno o più campanelle nel sistema di monitoraggio, le quali evidenziano un aumento anormale della concentrazione di tale sostanza e segnalano la circostanza". Quindi una distribuzione omogenea del gas, talché poi le medie sono espressive dei valori reali di concentrazione. Ma da dove ci sia questa convinzione non è dato di capirlo. Se noi guardiamo uno schema del reparto CV24, noi troviamo che questo reparto, che è composto di due piani, pianoterra e primo piano, è aperto solo nelle parti inferiori e sopra le autoclavi è aperto soltanto all’altezza delle finestre. Eccola qua la finestra, la finestra sopra le autoclavi, ma come vedete, alla finestra non corrisponde mai l’altra finestra dell’altra parte del reparto, in modo tale da creare una corrente d’aria che possa, in qualche modo, veicolare l’aria e il gas che si diffonde sopra le autoclavi. Ma ci sono questi due setti divisori che impediscono il contatto diretto tra le due aperture. Quindi questa è la realtà fisica del reparto CV24. Certo, sotto è possibile un collegamento, ma bisogna pensare a dei moti di convenzione dell’aria, di risalita. Quindi l’apertura diretta, la corrente diretta, il vento che entra da una parte e che esce dall’altra o viceversa, non funziona qua, perché i setti dividono i collegamenti. Quindi dove sta questo vento? In base a cosa c’è questa diffusione omogenea della sostanza? Qual è il meccanismo? Da un punto di vista dell’analisi fisica dei luoghi, queste immagini escludono la veridicità e la fondatezza dell’affermazione fatta dal Tribunale. Qui non si vede come possa operare movimento d’aria, corrente d’aria, non si vede come possa operare. Ma mi direte: questa è una sua deduzione, Avvocato, lei lì dentro non ci è mai stato e non può sapere come in realtà le cose funzionino, in fin dei conti il vento passa da una finestra anche se non c’è corrente e quindi una diffusione del gas in qualche modo si verifica lo stesso e lei, Avvocato, non ha capito quello che invece il Tribunale ha ben capito. Allora noi diciamo: bene, andiamo a vedere, invece di fare affermazioni deduttive, qual è la realtà che risulta dalla verifica strumentale. Ci sono stati casi in cui qualcuno ha fatto una misura e ha capito qual è la distribuzione del CVM e come si muove o non si muove il CVM nell’aria? Andiamo a vedere la figura 8. Il giorno 24 aprile del 1999 è un giorno importante, perché è un giorno in cui – e di questo ne hanno parlato i consulenti Nano e Rabitti nella memoria del primo giugno del 1999 – c’è modo di valutare, confrontare i diversi modi di misurare e di identificare la fuga del CVM dalle autoclavi, diversi modi: uno operato dallo strumento spettrometro di massa e un altro operato dallo strumento gascromatografo. Lo spettrometro di massa misurava autonomamente ogni postazione di autoclave, come vedete, questi sono i misuratori, quindi qui c’era una misura, qui c’era un’altra misura e così via; il gascromatografo, invece, misurava mediando tutte le misure, cioè registrava il valore medio ottenuto dalle misure prelevate su ciascuna autoclave. La sostanza è questa: lo spettrometro ti dava ogni misura; il gascromatografo, pur misurando ciascuna autoclave, dava soltanto il valore medio delle rilevazioni. Secondo la logica del Tribunale, in questo caso – e parliamo di una fuga che è molto rilevante – il CVM avrebbe dovuto, per effetto del vento o del movimento dell’aria, etc., distribuirsi omogeneamente in tutta la zona del reparto e quindi avrebbe dovuto essere che le misure fatte con lo spettrometro di massa avrebbero sostanzialmente dovuto coincidere con la media delle misure fatte col gascromatografo, perché se è vero che il gas va distribuito in tutta l’area, vuol dire che la media di quella concentrazione è rappresentativa essa stessa dei valori massimi di concentrazione del gas, perché altrimenti il campione non sarebbe omogeneamente distribuito, è chiaro. Peccato però che se andiamo a vedere cosa è il risultato finale delle misure, troviamo una situazione completamente diversa da quella ipotizzata dal Tribunale: lo spettrometro di massa, infatti, lascia a zero o sostanzialmente a zero tutte le altre autoclavi diverse dalla 5; sulla 5, che è il punto in cui si verifica segnala valori elevatissimi di concentrazione. Il picco alle ore 17.40 è un picco di 1557 PPM. Signori, parliamo di 1557 PPM; attenzione, la soglia è di 280, io ogni tanto ve la ripeto, perché qua parliamo di una concentrazione di 1557. La soglia di 280, cumulativa, cioè in dieci anni di vita, se uno si prende 25 PPM all’anno ha il rischio di beccarsi l’angiosarcoma, dice il Tribunale di Venezia. Ma questo non è mai successo nel periodo Enichem, dice il Tribunale di Venezia. Eccolo qua. In un giorno abbiamo mangiato il bonus di dieci anni per 20 volte, per 10 volte, in un attimo, 1557, ovviamente preceduti da altri valori, 350, 360, 370. Comunque valori elevati di esposizione che si protraggono per un arco di tempo non istantaneo, qui si va dalle 17.04 alle 18.08, qui c’è almeno un’ora in cui l’esposizione passa dai 300 per la prima mezz’ora, 350, arriva al picco di 1560 e poi scende a 250 e rotte. Allora, questa situazione è però circoscritta alla sommità della colonna 5, dell’autoclave 5; le altre non hanno registrato nulla. Qual è la conseguenza? La conseguenza è che in questo caso, con valori così elevati di concentrazione del gas, il gascromatografo fa scattare anche qualche allarme. Ecco gli allarmi, sono due allarmi segnalati dal gascromatografo. Ma attenzione, li fa scattare solo perché 1557 diviso 6, dà sicuramente una media superiore a 25, quindi se ne accorge e segnala l’allarme. Se fosse stato più basso, non avremmo avuto l’allarme, ma con concentrazioni di 50-60 PPM non sarebbero neanche scattate le soglie né di preallarme né di attenzione, che avrebbero potuto e dovuto, in base alla normativa, far partire le procedure dirette alla individuazione della fuga. Quindi questo è un dato sperimentale che dimostra, in modo inconfutabile, come il gascromatografo, per come è costruito, necessariamente ha l’effetto di dare una rappresentazione virtuale dell’esposizione, mediata dell’esposizione, ma che non ha niente a che vedere né con il modo in cui si distribuisce il gas, perché non è omogeneo, ma è, invece, localizzato nei punti circostanti la fuga, né soprattutto con le sue reali concentrazioni. C’è il famoso tetto dei 25, ma non voglio spiegare sul punto, vi ho anche spiegato come la vediamo noi. Come si fa ad andare a stabilire una modifica di una procedura che è penalmente sanzionata? Se la norma ti dice che devi misurare fino a 30, non è che tu puoi autoridurre la misura a 25 dicendo che è una misura più cautelativa per l’operaio, neanche quando tu avessi dimostrato che fai scattare le procedure di sicurezza a 25, cosa che invece i testi hanno escluso che siano mai scattate. Quindi la riduzione dell’allarme a 25 è una convenzione che è assolutamente illegittima. Tra l’altro, nella norma, voi non trovate nulla di tutto questo. Si dice che c’è la possibilità di scartare i valori misurati nel periodo di allarme, ma non si dice assolutamente che la misura debba arrestarsi alla soglia di allarme. La misura va effettuata regolarmente tutta, 1567 PPM, e poi, nella gestione del dato, nel calcolo delle medie, al solo fine di verificare il rispetto delle prescrizioni contenute nel D.P.R., va scartato il dato di allarme, a condizione che quel dato si riferisca ad un episodio in cui siano state adottate le misure di sicurezza, tra cui lo sgombero del reparto, quindi non si riferisca ad un dato di esposizione del lavoratore. Diversamente, il dato va considerato, ma va considerato nella misura intera, non nella misura tagliata a 30 o a 25 che sia. Chiusa la parentesi. Quindi abbiamo fatto vedere che soltanto con concentrazioni superiori a 160 PPM, il gascromatografo può segnalare l’allarme; sotto i 160, per effetto della divisione della misura per 6, quali sono i punti di rilevamento, l’allarme non viene segnalato. Ma un altro particolare sulla figura 9 che interessa in questo episodio, passato l’episodio critico della fuga, il punto critico col top dei 1500, ovviamente il CVM non è che se ne va del tutto, ci mette del tempo a disperdersi, anche perché bisogna vedere in quanto tempo hanno rimediato all’incidente che ha originato la fuga. Quindi voi trovate che lo spettrometro di massa, nelle ore successive, misura ancora delle percentuali di CVM: alle 18.08 è 250. Se andiamo a guardare i rilevamenti nel gascromatografo, troviamo un buco. Punti interrogativi. Verrà da dire: ma lì che misure sono state date? Perché il 258, teoricamente, diviso 6 fa una misura compatibile con la segnalazione dell’allarme o comunque con qualcosa che dimostra una qualche presenza? Andiamo a vedere il tabulato che cosa porta, in quel momento, nella zona 247. Stiamo parlando delle 18.08. Voi vedete che c’è un 18.24 ed un 17.54; e lì in mezzo? E non crediate che sia un gioco di artificio delle nostre fotocopie, perché poi questi sono capaci anche di dirci: avete truccato. No, i tabulati sono là, li leggete: 17.54 e 18.54. E in mezzo? Perché attenzione, Foraboschi, in queste situazioni, è venuto a dirci e a dire al Tribunale che gli ha creduto, che se non c’è scritto niente, è evidente che non c’era niente, se non c’è la misura, l’orario, etc., vuol dire che non ha trovato neanche quel pelo di 0,22, di 0,10 o di 0,12 che gli consente di attestare come avvenuta una misura come regolare, perché voi sapete che c’è una soglia in basso di rilevabilità del CVM che è 0,10, poi spostata a 0,15, comunque c’è un punto critico al di sotto del quale la misura si intende zero; se è 0,1 PPM, sotto lo 0,1 PPM, il cromatografo non registra niente. Foraboschi è venuto a dirci – e il Tribunale gli ha creduto – che quando si trovano questi salti, questi buchi di lettura, significa che la situazione ambientale era talmente paradisiaca che non c’era neanche quella traccia minima di CVM nell’aria che potesse essere rilevata dallo strumento, cioè c’era così poco CVM che era al di sotto della soglia di rilevabilità dello strumento: Foraboschi e il Tribunale dietro. Ma come c’era così poco? Ma se l’altro strumento ti dice che a quell’ora ci sono 256-257 PPM, non 1, non 2, non 3, non 10, non 15, 257, perché questo non registra nulla? Come si fa a dire una cosa come quella che ha detto Foraboschi? Come si fa a crederci? Eccolo lì il confronto sperimentale, eccolo lì smascherato l’inghippo. Qui ci sono misure proprio non registrate dall’apparecchio, in quell’arco temporale, e c’è, nel contempo, la prova scientifica che l’ambiente era contaminato da percentuali forti di CVM, in misura superiore ai 200 PPM. Questa è la forza della prova, altro che chiacchiere! Questa situazione si ripete il 25 gennaio del 1999; anche qui allarmi non registrati dal cromatografo, ma sicuramente esistenti in quanto registrati dallo spettrometro di massa. In questo caso, il gascromatografo si mangia tre allarmi e la bellezza di 275 PPM di differenza. I punti interrogativi sono i punti in cui, in corrispondenza degli allarmi segnalati dallo spettrometro di massa, il gascromatografo non dà nulla. Attenzione, quegli allarmi dello spettrometro sono messi alla soglia di 100 PPM, quindi quando vedete l’istogramma che arriva alla linea rossa, vuol dire che siamo arrivati a 100 PPM. Allora, in questa situazione, andiamo a vedere sul gascromatografo sotto il rilevamento e abbiamo tre bei punti interrogativi. È la stessa cosa dell’altra volta. Un altro giorno in cui, facendo il confronto tra i due, vediamo che la macchina si mangia allarmi, si mangia misure e non riproduce affatto. Ma perché si mangia le misure? Che cosa le consente di fare questi salti? Come mai i valori reali di concentrazione misurati sono di gran lunga più pesanti di quelli misurati dal gasmomatografo? Com’è possibile. Pagina 440 della sentenza. Pare incredibile signori della Corte d’Appello, a raccontarla così pare davvero incredibile, quello che io vi dicevo prima all’inizio, c’è uno scarto incredibile tra la forza della prova e le affermazioni di principio contenute nella sentenza, in tutti i passaggi critici del primo e del secondo capo d’imputazione, eppure è così, questa è la pagina 440: "Va dunque ribadito che i valori di esposizione a CVM nelle zone di lavoro nello stabilimento a Porto Marghera, sono effettivamente quelli registrati dal sistema di monitoraggio automatico ivi installato nei singoli reparti succitati ed illustrano perciò adeguatamente la realtà della condizione ambientale. I dati acquisiti con tale sistema di rilevazione, presentano una notevole corrispondenza, sia in termini di grandezza che in termini di riferimento ai valori singoli, con quelli ottenuti con i diversi sistemi di acquisizione mediante prelievi con campionatori personali e pipettoni. Ciò riscontra in modo obiettivo e perciò adeguatamente sicuro – come si fa a dirlo senza aver saputo nulla su come sono stati fatti i rilevamenti con i campionatori personali e con i pipettoni? – che non vi è stata alcuna sovrapposizione di dati fittizi a quelli reali. Tali conclusioni – bello questo punto – derivano perciò non derivano da rilievi di consulenti tecnici, come tali opinabili, ma dai dati oggettivi risultanti dai documenti acquisiti al processo. Documenti sorti nell’ambito del lungo arco temporale oggetto di contestazione e perciò non contestabili nella loro formazione". Questa è la perla: sono dati oggettivi. Ma scusate, quelli sono i dati oggettivi, sono i dati oggettivi di quei documenti di cui abbiamo parlato fino adesso, gli unici che ci sono nel processo e che dimostrano quanto sia diversa la realtà, ma completamente diversa. Né è pensabile che questo strumento dello spettrometro di massa fosse un’invenzione dell’ultimo momento; sono strumenti che sono in commercio dagli anni ’60, per cui tranquillamente avrebbero potuto fare egregiamente il lavoro di monitoraggio che invece è stato fatto al sistema del gascromatografo, con i risultati che stiamo esaminando. Come fa ad esserci una granitica certezza del genere, di fronte ad una forza e ad un’evidenza assolutamente contrarie dei documenti che abbiamo discusso, da parte del Tribunale? Come può? Come si spiega? Quindi quest’affermazione è un’affermazione, in qualche modo, ricorrente ed è smentita da tutta un’altra serie di rilievi tecnici, che pure avevamo fatto in Primo Grado, ma che sono stati addirittura banalizzati e su cui il Tribunale ha quasi ironizzato. Ad esempio, il discorso dell’innalzamento della soglia minima di rilevabilità che, mi rendo conto, è una questione che può sembrare bagattellare, ma che invece ha una sua sostanza se andiamo a leggerla con attenzione. Cosa vuol dire? Vuol dire che per un certo periodo di tempo il cromatografo aveva, come soglia minima di rilevabilità, lo 0,1 PPM, al di sotto di 0,1 PPM non misurava e quindi riteneva che non ci fosse nulla. D’accordo. Cioè zero PPM. In realtà c’è uno spazio tra zero e 0,1, ma comunque non sapremo mai quante volte ricorreva una situazione inferiore a 0,1 perché lo strumento misurava solo 0,1. Però partiamo da lì. Ad un certo punto, non si sa bene perché, ma risulta anche questo in modo comprovato dai documenti che sono nello scatolone relativo al monitoraggio, che la soglia di rilevabilità passa da 0,1 a 0,15 PPM. Questo avviene nel periodo che va dal 20 agosto del ’91 sino al 13 dicembre del ’93, cioè in tutto questo periodo non trovate più la soglia di rilevabilità a 0,1, ma trovate sempre misure superiori a 0,15, che è diventata la nuova soglia minima di rilevabilità. La consulenza di Nardelli, in Primo Grado, aveva affrontato il tema e aveva fatto vedere questa misura qua: "Attenzione, guardate che attraverso questo spostamento in alto, sia pure così modesto di 0,05 PPM, da 0,1 a 0,15, alla fine vengono mangiate quelle esposizioni lì. Voi trovate la zona nera che era la zona sotto lo 0,1, la zona grigia è la zona da 0,1 a 0,15 e la zona rossa è la zona da 0,15 in su. Tutta la zona grigia viene mangiata dalla misura, perché la misura non la registra più, essendo stata aumentata la soglia di rilevabilità minima, quella porzione di esposizione, modesta quanto si vuole, viene mangiata. Il Tribunale dice: cosa volete che ci occupiamo di questo? Abbiamo visto che stiamo ragionando de minimis, cosa cambierà aggiungere alla media uno 0,01 o uno 0,1? Sono valori lontanissimi dalla soglia, quindi irrilevanti. A noi interessa della media non interessa niente. A noi interessa sapere, ad esempio, in termini di valore assoluto, a quanti PPM corrisponde questo giochetto di elevazione della soglia minima. Cioè quanti PPM nell’arco dell’anno sono stati mangiati, elevando la soglia minima di rilevabilità da 0,1 a 0,5? La domanda ha una risposta; Nardelli l’aveva già trattato in Primo Grado e lo svilupperemo dopo con una breve nota tecnica, facendo l’estrapolazione dal campione dei giorni in cui era registrabile lo scarto di questi valori, cioè avendo misurato, nei periodi precedenti, quante volte succedeva che la misura si collocava tra 0,1 e 0,5 e proiettando il valore per tutto il periodo in cui è stata fatta l’elevazione del limite, insomma, alla fine viene fuori che questo giochetto di medie e di rilevabilità, porta a sottrarre al monitoraggio la bellezza di 3087 PPM all’anno per ciascuna zona monitorata dalla macchina, per ognuna delle dieci zone nel reparto CV24, 3087 PPM. Allora, torno a dire: di fronte ad un’esposizione istantanea di 1567, probabilmente 3000 PPM sono poca cosa. Ma noi qui stiamo facendo un discorso diverso, anche delle dosi cumulative. Questi 3000 PPM che ci sono stati, sicuramente ci sono stati e non sono stati mai registrati da alcuno, qualcuno li ha respirati e vanno ad aggiungersi a tutte le altre esposizioni di cui abbiamo parlato fino adesso. Come venivano abbattuti i valori medi? L’abbiamo detto e l’abbiamo ripetuto, accanto a quelli che erano i limiti strutturali dello strumento, c’erano anche limiti derivanti da modalità di utilizzo del gascromatografo, che portavano ad abbattere i valori medi rispetto a quelli realmente esistenti nei reparti. Partiamo ancora una volta dal punto della sentenza. La sentenza a pagina 425 dice: "I punti ove erano state col locate le campanelle, evidenziano la volontà dell’impresa di compiere un effettivo controllo della concentrazione del CVM nel complesso dell’ambiente di lavoro, non già di assicurare una diluizione della presenza del gas". Granitica certezza, ancora una volta. Allora andiamo a vederlo questo reparto CV24, per scoprire, ad esempio, come le campanelle fossero state collocate, certamente, nelle zone a rischio, le autoclavi, i serbatoi e strippaggio, certamente. Certamente la zona critica, le autoclavi, i serbatoi, lo strippaggio, quindi qui c’è il lavoro, qui ci sono le fughe, qui ci sono le modalità operative, qui è la zona in cui succede di tutto ed è quella zona in base al D.P.R. del ’82 nella quale si suppone possa esserci in aria una concentrazione superiore a 3 PPM, perché quello è il punto, io devo andare a monitorare le zone in cui c’è il CVM, non le zone in cui il CVM non c’è né potrebbe mai esserci, se non per effetto di qualche tragedia avvenuta aliunde. Ripeto, se così è, voi scoprite che poi la linea, in realtà, si prolunga, ad esempio, a distanza di decine e centinaia di metri; andare a monitorare la cabina elettrica... Vedete, questa è una campanella e qui siamo nella cabina elettrica, la lontananza dal reparto è evidente, non ci sono lavorazioni che toccano il CVM, qui il CVM, se arriva, arriva in occasione di gigantesche fughe provocate da questi reparti qua, però questa presa fa media sempre, siamo alla cabina elettrica. Vengono, dall’altra parte, inseriti nelle linee di monitoraggio, gli uffici, che sono in questo ufficio separato, dove la gente abitualmente lavora con la carta, le penne e non usa le bombolette di CVM e più in là troverete anche il monitoraggio sulla mensa, le cucine, dove, salvo che il cuoco non si sbagli nell’accendere il gas con una bombola di CVM anziché con la bombola del gas, normalmente il CVM non può essere prodotto da niente. Tutte campanelle che entrano nelle linee e che concorrono regolarmente a formare le medie, ovviamente medie dei reparti a rischio, più basse di quello che le stesse medie sarebbero se non avessero avuto l’apporto di queste zone per definizione non critiche. Andiamo alla figura 15 e sui tabulati del monitoraggio che abbiamo negli atti del processo, questa è la distribuzione delle misure. Questi sono gli eventi: la linea 5 e la linea 3 sono le linee in cui ci sono le cucine, ci sono gli altri reparti non esposti, gli uffici, altri edifici e guardate la proporzione che c’è tra gli episodi di allarme nei vari anni e quelli, invece, registrati nelle zone a rischio, questo per darvi la misura del rapporto che esiste tra una zona non a rischio ed una zona a rischio, incommensurabile. Però, quando cominciamo a fare medie, la mancanza di CVM in questi reparti, ha fatto media con la presenza di CVM in questi altri qua, ha fatto pesantemente media. Questo è un altro particolare che è completamente sfuggito al Tribunale, anzi ha detto proprio il contrario: "Le distribuzioni delle campanelle, dimostrano la volontà di misurare il CVM", sì, nei reparti dove non c’è o comunque anche lì. Quindi un limite strutturale. Adesso però vi faccio vedere una cosa che davvero mi ha lasciato senza parole e di questo non trovate traccia nella sentenza, di quello di cui parliamo adesso, perché ricordatevi che il Tribunale il CV22 l’ha dimenticato, cioè ha chiuso tutto e si è limitato a dire che le considerazioni di Nardelli sul CV24 erano inattendibili. C’erano altrettante montagne di documenti sul CV22 ma manco presi in considerazione. Adesso vi faccio vedere questa perla nel CV22. Nel CV22, dal 18 aprile del 1991 al 22 aprile del 1991, il gascromatografo resta fuori servizio per manutenzione. Trovate l’annotazione nel consuntivo dell’ultimo giorno, il 22 aprile 1991: "il gascromatografo è rimasto in manutenzione da giovedì 18/4/1991 a lunedì 22/4/1991". Quindi in questi giorni il monitoraggio non è proprio stato eseguito. Zero misure voglio dire, attenzione, non è stato fatto nulla in questi giorni, perché il gascromatografo non misurava, era fuori servizio. Parentesi: questo è il primo caso che vi illustro oggi, di una serie di fuori servizio del gascromatografo CV22, di cui la sentenza non parla assolutamente e su cui i nostri avversari Stella e Pulitanò, con il garbo e l’eleganza di cui sono capaci, ironizzano, scrivendo nelle loro memorie testualmente che "i fuori servizio del gascromatografo dell’impianto CV22 sono soltanto nella fantasia dell’Avvocato dello Stato". Evidentemente anche la sentenza deve aver pensato così, visto che non ne parla. Allora dopo faremo un viaggio in questa "fantasiland" del monitoraggio del CV22, per vedere davvero chi è che dice la verità o se qualcuno continua a calunniare. Chiusa la parentesi. Torniamo a questo giorno, a questo periodo. Ci sono quattro giorni di fuori servizio dell’impianto di monitoraggio, in cui il gascromatografo non fa misure nel reparto. Questo ci permetterebbe di fare discussioni sull’adeguatezza delle medie... Facciamo finta che non sussista il problema. Cosa significa questo? Che non sono state fatte misure, quindi non dovrebbero esistere valori da inserire nella media; se io non faccio una misura, non posso fare una media di una misura che non ho fatto. Questo è un principio elementare. Andiamo a verificare che effettivamente le cose siano così e andiamo a guardare per caso se esiste il consuntivo del giorno 19/4/91, cioè uno dei quattro giorni in cui il gascromatografo è sicuramente fuori servizio e non fa misure. Ed è incredibile, noi troviamo il consuntivo, eccolo qua: il giorno 19/4/91 la macchina stampa questo straordinario tabulato. Una valanga di zeri! Zero come numero di osservazioni, zero – giustamente – come sommatorie delle misure rilevate non elaborate, e riesce a fare persino il numero della media giornaliera, scrivendo zero in tutte le medie giornaliere. È incredibile questo risultato: con zero misure, sono riusciti a fare una media di zero CVM di esposizione. Zero misure con zero di media. La media di zero misure. È una cosa straordinaria. Ma, vedete signori, io mi sono voluto divertire un po’ su questo. Io che con i numeri non ho grande confidenza, lo dico subito, e hanno ragione loro quando scrivono, criticando, i soliti Stella e Pulitanò, la statistica schiesariana, hanno ragione, io di statistica capisco davvero poco, anzi potrei dire che non capisco nulla. Però sta cosa dello zero diviso zero mi faceva un po’ specie. La media di zero era un qualcosa che mi lasciava un po’ incerto, dico: cosa ne faccio? Come faccio? Beh, la cosa più semplice è che vada a fare una prova su un calcolatore e vediamo. Questi sono tutti tabulati fatti col calcolatore, vediamo se per caso sono io che non capisco niente e facciamo una divisione, vediamo la macchinetta che cosa mi dà facendo zero diviso zero e siccome non ho grandi macchine da utilizzare per fare queste cose qua, l’ho fatta con questo telefonino qua cellulare. Fatelo voi, con qualsiasi calcolatrice che avete a casa e vedete cosa succede. Facendo la divisione con la calcolatrice che è sul cellulare, ho questa straordinaria risposta: "Impossibile dividere per zero". La macchina mi dice: "Ma, oh, sei fuori di testa? Ma come fai a dividere zero per zero? Come puoi pensare che io faccia questa operazione? Da dove ti viene questa idea stravagante? Impossibile dividere per zero" dice il mio telefonino. E lui forse non ha la statistica schiesariana, forse lui è abituato ad un altro tipo di statistica e dice a me, che non capisco nulla di statistica, che dividere lo zero per lo zero, non si può fare. Ma allora, la domanda, al di là di tutte le considerazioni giuridiche che faremo è: ma come hanno fatto a far fare una divisione del genere a quel calcolatore? Gli dobbiamo dare il premio nobel a questi, perché sono riusciti a far fare alla macchina una cosa straordinaria che nessuna macchina riesce a fare: dividere lo zero per se stesso e a dare ovviamente, come risultato soltanto lo zero. Questa è la forza della prova. È di questo che il Tribunale non ha mai parlato. Abbiamo persino i tabulati che riescono a fare la media di zero misure. Obiezione: "Ma va là, ma cosa viene a dirci questo? Ma certo, ma questo non ha proprio capito niente. È vero, sì, è stato qualche contatto tecnico. Sì, qualcosa sarà scappato nel registratore. Questa serie di zeri sarà stata trasportata per qualche malefico incidente di percorso. Ma noi, quando facciamo le medie, questi valori non li abbiamo mica considerati. Noi, quando andiamo a calcolare, alla fine, il valore di esposizione, abbiamo tenuto conto ovviamente soltanto dei giorni in cui la macchina funzionava e misurava regolarmente, quando abbiamo fatto le medie che sono state sbandierate al Tribunale e il Tribunale ha creduto che fossero vere", giustamente ha creduto che fossero vere, perché provenivano da persone rispettabili ed erano una risposta agli attacchi di eversione dell’Accusa Pubblica e Privata. "Ebbene, quando abbiamo fatto quelle medie, questi dati non li abbiamo mica utilizzati, saremmo stati criminali se avessimo fatto così". Andiamo a vedere allora, nel quaderno dove questi dati vengono conteggiati, che utilizzo ne è stato fatto di questi valori. Voi vedete che il periodo in cui viene conteggiato il dato, va dal 14 aprile del 1991... dovevano essere dati settimanali di media riportati alla fine e la settimana in cui si collocano questi quattro giorni di fuori servizio dal 18 al 22, vengono inseriti, la media che viene riportata, quei valori che vengono riportati, è una media che va dal 14/4/91 al 24/4/91. In questi 11 giorni sono compresi i quattro giorni di monitoraggio, in cui documentalmente è comprovato che la macchina non misurava perché era fuori servizio e in cui documentalmente è provato che la macchina aveva dato, come media di quelle misure mai fatte, l’indicazione di una media di zero PPM di esposizione per i lavoratori. Questi sono i trucchi, queste sono le indecenze nella gestione dei dati che risultano dai documenti ed è straordinario, torno a ripetere, che di questo il Tribunale non parla mai. Signori della Corte, io credo che questo documento che vi ho fatto vedere, possa, da solo, far esplodere la sentenza impugnata, basta questo. Un documento che attesta, senza possibilità di discussione, perché qui non possiamo discutere più di fronte a queste realtà, non c’è margine di discussione, che attesta come i valori che alla fine vengono calcolati per la media, siano valori inventati o comunque fatti apparire come veritieri attraverso trucchi informativi. Un dato come questo è sufficiente per dire che a questo monitoraggio non si può credere mai, ma per definizione non si può credere. Poi vedremo per quali altre mille ragioni non possiamo crederlo. Ma certamente questo monitoraggio è un monitoraggio truccato, ma pesantemente truccato. Accanto a questo trucco ce ne sono tanti altri. La figura 19 vi fa vedere un periodo in cui ci sono 69 giorni, la media calcolata dal 25 settembre al primo dicembre del ’92, quindi su un arco temporale di 69 giorni e sulla base di 10% delle misure che avrebbero potuto e dovuto essere effettuate in tutto quell’arco di tempo. Vuol dire che qui, il valore medio, analogamente al caso che vi ho fatto vedere prima, è calcolato soltanto sul 10% delle misure che in questo arco di tempo la macchina avrebbe dovuto effettuare. Ed il resto dov’è finito? 69 giorni di sostanziale silenzio del monitoraggio, ovviamente con medie che, vedete, sono bassissime. Ovviamente, se non si misura, è chiaro che poi vengono fuori gli zeri. Questa tabella è la tabella che viene tratta dal quaderno "archivio delle registrazioni". Cosa significa "archivio delle registrazioni"? Vuol dire che tutti quei dati che avete visto stampati sui consuntivi giornalieri dei gascromatografi, vengono gestiti in un archivio, costituito anche questo con criteri informatici, nel quale vengono riportate le medie settimanali ricavate da quei dati di esposizione ed è questo il dato ufficiale che dice che nel periodo da una certa data ad un’altra data, nel reparto non c’è stata esposizione perché, sulla base di quanto hanno detto i tabulati giornalieri, i valori complessivi settimanali erano questi, linea per linea. In questo caso voi trovate che, invece di essere un periodo settimanale, com’era nelle misure precedenti, in questa parte sopra, vedete che sopra va dal 25 luglio al 31 luglio, dal primo agosto al 7 agosto, dal 8 agosto al 14 agosto, settimanali; qui abbiamo un punto in cui la macchina salta dal 26 settembre al 2 dicembre del ’92, cioè sono 69 giorni e vedete che in questi 69 giorni fa lo stesso numero di misure che va abitualmente in una settimana. Vuol dire che per 69 giorni ha fatto solo queste misure qua, le altre misure non le ha fatte. Naturalmente la media, che tra l’altro, nonostante tutto, è anche una media abbastanza elevata, viene calcolata solo sulla base delle misure fatte. In tutto il resto, non abbiamo misure, quindi abbiamo valori per cui risulta che il periodo di monitoraggio c’è stato, ma non ci sono state le misure. Per 69 giorni figura che hanno calcolato una media relativa a tutto il periodo, come se le misure fossero state tali da essere nel numero sufficiente a coprire l’arco dei 69 giorni, ma in realtà, andandole a vedere, sono soltanto le misure di una settimana. La media è sulle misure di quella settimana, però l’arco temporale preso in considerazione per giustificare la media, è un arco temporale che mi dice che è fatta sui 69 giorni, cioè apparentemente c’è un monitoraggio che, se non si va a leggerlo nel dettaglio, risulta regolare per l’arco dei 69 giorni, 10 settimane, invece, in realtà è una settimana, il resto è buco. Non sto mica dicendo che il resto sia come il tabulato che abbiamo visto prima, dov’era fuori servizio, quello è un caso eclatante, lì abbiamo visto l’impianto che era fuori servizio, non misurava, risultava dal tabulato che le misure non erano state fatte e tuttavia era inserito nella media. Qui invece vedete un silenzio e il silenzio evidenzia che il monitoraggio, quantomeno non c’è stato e quindi certamente non ha quelle caratteristiche di regolarità che il Tribunale gli ha ripetutamente assegnato.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo un po’.

 

L’udienza viene sospesa alle ore 11.10.

L’udienza riprende alle ore 11.40.

 

PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – Riprendiamo quest’analisi, signori della Corte, dal punto in cui l’avevamo lasciata, ovviamente riservando alla memoria, che poi depositeremo nelle prossime udienze, proprio l’analisi di tutti i passaggi che abbiamo fatto in modo dettagliato e puntuale. Dunque stavamo dicendo, per riepilogare, come venivano abbattute artificialmente le medie. Abbiamo visto i monitoraggi di zone che non erano a rischio, abbiamo visto l’adozione di programmi di calcolo delle medie che riescono a mediare lo zero, abbiamo visto sistemi di occultamento delle misure e adesso vediamo un’altra tecnica, sempre di occultamento delle misure. Abbiamo scoperto, ad esempio, che nel tabulato del giorno 27/12/93, si presenta una particolarità. Voi trovate la linea 243 che non ha misure. Ovviamente torna lo zero dello zero, l’abbiamo già visto questo problema tecnico. Zero misure, zero di media. Il problema si pone anche con la linea 245: zero misure. Quindi queste sono le osservazioni che le altre linee facevano quel giorno: la 243, zero; 245, zero; 248, zero. Come mai tre linee, che sono anche linee importanti – poi vedremo meglio dove vanno a cadere –, in questo giorno, sempre collegate sempre al meccanismo del monitoraggio della zona autoclavi, si parla di serbatoi, ma lo vedremo meglio nelle prossime figure, insomma, in questo giorno, queste misure non vengono effettuate dal gascromatografo su tre linee molto precise: 43, 45 e 48. Ma ovviamente non è solo in questo giorno. Questo fenomeno ricorre dal 3 gennaio ’91 al 8 gennaio ’91 per sei giorni consecutivi, dal 30 aprile ’91 al 7 maggio ’91 per 8 giorni consecutivi, dal 28 aprile ’93 al 18 maggio ’93 per 21 giorni consecutivi, dal 14 dicembre ’93 al 31 dicembre ’93 per 18 giorni consecutivi, cioè in tutti questi giorni abbiamo tabulati riepilogativi che ci attestano come sulle linee 243, 245 e 248 non fossero state eseguite misure, cioè i valori di esposizione di quelle linee non venivano misurati, registrati, per un totale di 1008 misure mancanti nel ’91 e di 2008 misure mancanti nel ’93. Quali sono le zone operative interessate da queste linee? La 243 è 6 prese della linea 4, autoclavi, quindi non una zona di poco conto. Questa è la tabellina che ci illustra dove sono posizionate le linee e qual è la zona di lavoro che viene monitorata. La linee 243, una delle tre in cui le registrazioni sono state omesse in questi periodi, è la linea che va a monitorare la zona autoclavi; la 45 è lo stripper, altra zona delicata e la 48 pure lo stripper. Sono le zone cuore del sistema. Tanto per capirci, ricordate prima l’istogramma che metteva a confronto zone a rischio con le zone poco a rischio? Queste sono le montagne alte, queste sono le parti in cui più frequentemente vengono registrate le fughe; ovviamente sono le parti più a rischio, ovviamente sono le parti degli impianti in cui avvengono le lavorazioni e avvengono le emissioni e gli scarichi più pesanti, le autoclavi e gli stripper, pompe, filtri. E come mai si può verificare, con sistematicità, il salto del monitoraggio? Perché dice: ma magari capita un giorno, c’è qualche incidente, qualcosa che non funziona su una linea. No, tutt’e tre le linee vengono bypassate, cioè non si misura più. Il monitoraggio viene fatto su tutte le altre. I valori di esposizioni vengono fatti su tutte le altre; lì il silenzio. Ovviamente viene indicato lo zero, ovviamente zero misure, zero di media. Zero esposizioni, zero di media. Capite bene che ci deve essere una spiegazione, non può essere il caso, non può essere la sventura o il fato. E la spiegazione ce l’ha data, in questo caso l’abbiamo trovata in uno dei documenti che è stato prodotto da Foraboschi, anche perché questi certo non li avevamo trovati noi e viene fuori incredibilmente che nel programma che fa funzionare il monitoraggio del CV24, c’è una istruzione che va espressamente a dire alla macchina di saltare il monitoraggio delle linee in questione. Questo è il programma che Foraboschi ha allegato nella sua consulenza del 5-6 settembre ’97 e vedete l’istruzione 435: "IF A=4 – che è la 243 – OR A=6 – 245 – OR A=9 – 248, fermati e riparti dalla 370 - THEN STOP:GOTO 370. Questa è l’istruzione che permette al gascromatografo di non misurare e registrare i valori di esposizione di tre zone a rischio e che quindi permette la stampa poi di tabulati come quelli che vi ho fatti vedere prima, riferiti, in quel caso, al giorno 27 dicembre ’93. Quindi questa è una possibile spiegazione tecnica, io non dico che sia l’unica spiegazione tecnica. Certamente è straordinario trovare, nelle istruzione del monitoraggio del CV22 un comando identico a quello che ha ragion d’essere nel CV22... qui siamo al CV24 al CV22 c’è un problema di saltare delle linee perché là, sì, le linee vanno a monitorare una sostanza diversa dal CVM. Ebbene, questa espressione, inserita nel programma di funzionamento del CV24, invece, porta ad occultare il monitoraggio su tre linee cardine dei reparti del CV24, le tre linee più calde. Sarà stato fatto apposta? Sarà stato fatto per sbaglio? Nessuno se n’è accorto? Come mai succede? Può capitare. L’elettronica è una materia difficile. Sta di fatto che non è capitato un giorno, ci sono periodi di giorni consecutivi in cui le linee non sono monitorate. Quindi non sono tanto propenso a pensare alla buona fede sempre e comunque, perché se si fosse trattato di errore incolpevole di qualche sventurato operatore, ci si sarebbe potuti accorgere immediatamente, perché i tabulati vengono fuori ogni giorno, ma ti accorgi subito che le linee non misurano, non esiste che stai venti giorni consecutivi senza monitorare le linee più calde, non esiste. Eppure questo è successo. Eppure di questo il Tribunale non parla. Eppure questo condiziona, in modo pesantissimo, la regolarità di quel monitoraggio, la rappresentatività di quel monitoraggio fatto in questo modo, perché quello di cui io adesso non sto parlando, ma di cui ho parlato nell’atto di Appello, invece è l’altra faccia del problema, io ho parlato, nel nostro Appello, di tutti gli episodi gli innumerevoli episodi in cui è comprovata la presenza nell’ambiente di lavoro di grandi quantitativi di CVM, giorno, data, ora e causa dei fenomeni, li abbiamo enunciati e scritti giorno per giorno nell’atto di Appello. Quindi là c’è la prova positiva della presenza del gas, oltre a tante altre prove date dai tecnici. Oggi stiamo vedendo le ragioni tecniche per cui quella presenza non viene evidenziata dai monitoraggi, viene mascherata, viene diluita, viene svilita, talvolta viene anche cancellata, come in questo caso, talvolta anche volontariamente cancellata, con un’istruzione che cancella la possibilità di misurare le tre linee più calde del sistema. Ma non è mica ancora finita. Quando i sistemi, i trucchi informatici non bastavano più, come si faceva ad abbattere le medie? Prendiamo il tabulato del CV24 del 6 giugno del 1991. Tabulato apparentemente regolare e voi trovate che accanto ad un valore scritto dalla macchina, sulla linea 340 ci sono 22,05 PPM, l’operatore addetto a mano scrive 5,8. Sulla 241 ci sono 22,54 e scrive 7,2. La media, in questo caso, apparentemente è giusta, cioè riferita al dato informatico, però vengono scritti dati a penna e questi dati a penna poi vengono trascritti in quel famoso archivio di cui vi parlavo. Quando viene fatta la registrazione definitiva del dato per il calcolo delle medie, non è più questo, ma vengono registrate le riduzioni a penna. Naturalmente in questo tabulato voi non trovate nulla che spieghi il perché di questa riduzione. Nessuno ci dice: riduzione a causa di questo. È operata e basta. La figura 24, in questo istogramma, vi dimostra, nei periodi di riferimento, qual è lo scarto tra i valori registrati in nero dalle macchine e riportati in modo meccanico dal registratore, quelli che abbiamo visto prima, quindi scritti dal gascromatografo, e invece poi i valori effettivamente corretti a penna dall’operatore e registrati nell’archivio dati Enichem. Periodo dal primo giugno ’91 al 28 giugno ’91; c’è una differenza tra 7468 registrati dalla macchina e in realtà 4630 conteggiati a penna. Un fenomeno di autoriduzione delle esposizioni, in relazione al quale, peraltro, noi non sappiamo dirvi nulla. Perché l’esposizione deve essere inferiore a quella misurata e registrata dalla macchina per tutto questo periodo di tempo? Noi abbiamo il tabulato con valore della macchina e abbiamo, dall’altra parte, un’autoriduzione di quel dato che non porta alcuna spiegazione apparente. Ci tengo a dire che il dato considerato dalla media è la sommatoria dei dati corretti a penna. Quindi la macchina va bene finché non misura, quando misura non va più bene. Troveremo delle annotazioni di CV22 che comincia a dire: "Ma sta trovando CVM su tutte le linee, dobbiamo subito fare dei controlli per vedere cosa sta registrando". Ha chiesto il controllo al gascromatografo perché sta trovando CVM su tutte le linee. I controlli li facevano al gascromatografo quando registrava e quando registrava troppo, abbattevano a penna. Un ulteriore strumento per andare a battere i valori di concentrazione è quel famoso interruttore ON-OFF su cui qualcosa dice il Tribunale – ovviamente sbagliando – e su cui si sono incentrate le reazioni violente delle Difese che tornano a dire che qui, introducendo questo tema, si calunniano degli innocenti. Partiamo da qual è la posizione del Tribunale, pagina 427: "Il sistema è dotato di un dispositivo che permette di interrompere la scansione delle dieci linee mantenendo il collegamento fisso su di una determinata linea. In tal modo, quando si verifichino concentrazioni anomale di CVM è possibile continuare a controllare tale linea senza dover attendere 20 minuti per accertare la permanenza e lo sviluppo della condizione di inquinamento". Quindi in sostanza questo interruttore sarebbe, secondo la Corte, il selettore che consente la trasformazione del monitoraggio dall’automatico al manuale. Voi sapete che c’erano due modi di rilevazione: un modo automatico, cioè la macchina, ogni due minuti, faceva un’analisi e passava alla postazione successiva, quindi 241, 242, 243, 244, 245, ogni due minuti passa su una linea diversa; passando dall’automatico al manuale, l’operatore ferma la misura sulla stessa linea, perché lì c’è una situazione di crisi che vuole monitorare meglio, quindi è inutile andare a cercare sulle altre linee quando la crisi è in quel punto e su quel punto va considerata l’adeguatezza dell’intervento che si fa di manutenzione per chiudere la falla e chiudere la fuga. Questo è il selettore automatico-manuale. Dice la Corte: la macchina è dotata di questo selettore. Questo selettore è previsto dalle norme. Di che cosa ci parla l’Accusa? Perché fa illazioni e sospetti? "Né tanto meno può essere dato ingresso a meri sospetti ventilati dal consulente Nardelli, in ordine all’inserimento di un selettore ON-OFF; in realtà è la stessa normativa a richiedere che il gascromatografo sia dotato di un selettore che consenta di analizzare sequenzialmente ovvero in alternativa. Pertanto il selettore consente di stabilire l’attenzione sequenzialmente su alcune linee, escludendone delle altre, così riducendo proporzionalmente la durata del ciclo, in questo modo può essere fissata l’attenzione su un’area maggiormente a rischio, ovvero su una situazione anomala. Inoltre è emerso, come riconosciuto dallo stesso Nardelli in dibattimento, che il cromatografo era dotato, sin dall’inizio, di opportuni switch, che permettono di mantenere il controllo su una linea piuttosto che su un’altra. Pertanto, la successiva adozione di interruttori sul pannello frontale ha rappresentato niente più che una maggiore comodità di manovra per l’operatore in sostanza, ci dice il Tribunale: guardate, voi enfatizzate questo discorso dell’ON-OFF, perché questo interruttore non è nient’altro che qualcosa che si aggiunge al selettore automatico e manuale e che rende più comoda, per l’operatore, la effettuazione del cambio di questa manovra. Quando vuole passare da automatico a manuale, invece di andare a girare il selettore automatico-manuale, può farlo con ON-OFF. Beh, signori, questa è davvero una provocazione culturale oltre che tecnica, dire queste cose, che ancora una volta prescindono completamente dalla realtà storica dei documenti e dalle caratteristiche tecniche degli impianti. Come nasce questa storia del selettore dell’interruttore ON-OFF? Con questa richiesta del 14 gennaio del ’86 con cui si dice che: "nel quadro di un completo rinnovamento degli impianti, etc., occorre inserire il segnale ON-OFF da e per il campo, perché evidentemente questo rende più agevole la possibilità di modifiche procedurali rispetto ai lunghi interventi che prima erano necessari per fare questo tipo di operazioni". Non spiega mica che tipo di operazione è. Dice: c’erano degli interventi procedurali troppo lunghi, occorre qualcosa di più sbrigativo, mettiamo un interruttore ON-OFF. Quindi si viene alla lettera del 4 dicembre ’87: "Su sua richiesta di poter disporre di un contatto ON-OFF dal gascromatografo al calcolatore", attenzione, contatto ON-OFF dal gascromatografo al calcolatore, non dall’analizzatore all’unità di controllo, sono due cose diverse. Il gascromatografo è fatto dall’analizzatore, l’unità di controllo, che è la mente con tutti i programmi e il registratore, che è la stampante che permette di registrare i dati elaborati. Allora, un conto è il rapporto che c’è tra l’unità di controllo e il gascromatografo come misuratore, analizzatore a monte e lì incide l’automatico, manuale, perché va a disciplinare le modalità di funzionamento dell’analizzatore, è l’analizzatore che deve andare a riconoscere la linea su cui fare o non fare la misura, quindi è un rapporto che c’è tra unità di controllo e analizzatore, è l’analizzatore che deve sapere, sulla base dell’istruzione che gli viene data dall’unità di controllo, che la linea 240 deve continuare ad essere monitorata e non deve andare a monitorare la 41, la 42, la 43 o la 44. È un discorso che riguarda la misura a monte. Mentre questo è un interrotture a valle, quando la misura c’è già stata e riguarda la relazione che c’è tra l’unità di controllo e la stampante e il calcolatore, dal gascromatografo al calcolatore, quello che stampa le tabelle quando le misure sono già state fatte. Basta leggere qui per capirlo. "È stata predisposta un’uscita dall’interruttore AUTO-MAN sul pannello frontale del selettore delle linee, contatto chiuso con selettore in manuale, contatto aperto con selettore in automatico. La coppia di fili"... etc. Quindi il selettore automatico-manuale è cosa altra e diversa dal contatto ON-OFF. Ma basta leggere questa istruzione tecnica che c’è sul selettore: il commutatore manuale AUT-OFF-MAN era un commutatore a tre posizioni, l’automatica, l’off e la manuale. Ripeto, aveva la funzione di dialogare tra l’unità di controllo e il misuratore, l’analizzatore, tre posizioni. Vi dice questa istruzione: "Nella posizione automatica, AUT, la commutazione della elettrovalvola V1 è pilotata dalla camma... etc., nella posizione OFF l’elettrovalvola V1 è sempre diseccitata, dosaggio; nella posizione MAN l’elettrovalvola V1 è sempre eccitata, introduzione". Quindi sono tre le funzioni del commutatore, non sono due, ci sono tre funzioni. Ha una logica diversa, ha funzioni diverse, ha caratteristiche tecniche diverse, questo è quello che è previsto dalla legge e che incide semplicemente sulla possibilità di misurare in sequenza le linee, tutte, oppure di fermare il monitoraggio su una linea. Mentre invece l’ON-OFF di cui abbiamo parlato, è un sistema binario, a due posizioni: ON aperto, OFF chiuso. Non c’è possibilità di sovrapporre una cosa a tre con una cosa a due. Questa immagine vi fa chiaramente vedere che mentre il selettore di linea a tre posizioni dialoga tra l’unità di controllo e l’analizzatore, dando le istruzioni per l’esecuzione delle analisi sulle diverse linee, questo interruttore ON-OFF invece va a incidere sul collegamento che c’è tra l’unità di controllo e lo Schimadzu, cioè il registratore dove vengono, alla fine, calcolati e stampati i tabulati. Con l’interruttore ON vedete le contro stampato è registrato; con l’interruttore OFF lo stampato non porta più nulla, perché viene disattivato il collegamento tra la macchina, l’unità di controllo e il... eccolo qua, è bianco. Dunque, come si fa a dire che è una cosa identica all’altra? Come si fa a sostenere che è una cosa che rende più comoda un’operazione, senza contare che se per caso fosse stato davvero così e non avrebbe potuto esserlo per ragioni tecniche che vi ho illustrato, avrebbe dovuto lavorare in parallelo l’operatore, perché avrebbe dovuto prima fare la commutazione e poi, corrispondentemente aprire in ON-OFF, nello stesso momento, non avrebbe potuto lavorare in momenti diversi e alternativi, avrebbe raddoppiato la manovra, non dimezzato la manovra. Come si fa a non accorgersi di questo? Come si fa a ignorare che il 22 febbraio del ’91 l’ineffabile Gasparini, il teste che la sentenza pone a fondamento del suo convincimento circa la regolarità delle operazioni di monitoraggio, scrive: "Ti comunico che alle ore 14.25 del giorno 21 febbraio è stata fatta la taratura del gascromatografo. Durante tale operazione, l’addetto non ha escluso l’integratore Schimadzu, il quale ha registrato il livello di taratura. Ti prego quindi di togliere dalla elaborazione la lettura in oggetto". Essendo stata fatta una prova tecnica di misurazione durante il normale funzionamento della macchina, questa prova è stata registrata come se si fosse trattato di una esposizione CVM, il risultato di questa prova, perché l’operatore non ha escluso il registratore Schimadzu, cioè quello che stampa il tabulato che calcola la lettura e stampa il dato della lettura. Non c’entra niente col manuale o con l’automatico, è semplicemente il congegno che permette al calcolatore di dire: "Stampa? Sì. Considera il dato? Sì. Oppure non considerare nulla, perché si interrompe il segnale elettrico". Allora, se così stanno le cose, significa una cosa molto semplice, che certamente l’interruttore ON-OFF, che non è un duplicato del commutatore automatico e manuale, non può esserlo, né è ragionevole supporre che lo fosse, significa che questo interruttore ON-OFF, se viene utilizzato in occasioni straordinarie, con un’adeguata giustificazione, ti permette di dire che una lettura che non doveva essere fatta, non viene calcolata dal calcolatore, perché l’interruttore può essere alzato e il calcolatore non la registra. L’esempio del caso detto da Gasparini, ci dice che in quel caso era in corso un’operazione di taratura, per cui non si doveva registrare una misura, perché quella misura non era corrispondente a quello che c’era nell’aria, ma era corrispondente a quanto gli avevano messo dentro per poter misurare l’efficacia dello strumento. Benissimo, fin qui nulla quaestio. Ma il problema è nel momento in cui questo strumento può consentire, se utilizzato con modalità diverse, la mancata registrazione di misure che invece la macchina ha correttamente svolto. Quindi quando ci troviamo di fronte a delle situazioni che sono apparentemente inspiegabili, di buchi nei tabulati e nei monitoraggi, sappiamo perfettamente che c’era una soluzione tecnica che avrebbe consentito, in quei casi, con un solo click sul comando del pannello di controllo, di impedire la registrazione dei dati. Il monitoraggio funzionava apparentemente regolarmente, ma quello che poi non trovavamo sul tabulato, era la misura. Ecco allora che noi spieghiamo così quei punti interrogativi di cui vi ho parlato all’inizio di questa mia arringa, che vi ho fatto vedere in quei giorni, quei punti di mancate misure nei momenti critici in cui il CVM c’era sicuramente perché non registra. Perché non lo registra? Come mai non lo registra? Ecco una spiegazione. Torno a ripetermi: io non vi devo dare la prova che effettivamente è andata così. Io vi sto dando la prova che il sistema consentiva anche questo tipo di funzionamento, poi valutate voi l’insieme degli argomenti che ci sono e dei dati, date voi la lettura complessiva dell’adeguatezza dei fenomeni che venivano registrati da quella macchina. L’importante è sapere che quella macchina aveva la possibilità tecnica di non funzionare solo azionando questo semplice interruttore. E il monitoraggio, in quel caso, che era stato già regolarmente compiuto, non veniva registrato. Noi, in Primo Grado avevamo discusso a lungo sui salti intelligenti di registrazione, perché badate che questi salti di registrazione non è che capitano nei momenti tranquilli, guarda caso, capitano, come è capitato in quel caso lì, in presenza di situazioni critiche. Ci sono dei buchi, non si capisce, l’allarme dura, va avanti. Ad esempio in questo giorno, nella zona autoclavi 8, linea 247, 18 marzo 1991, il gascromatografo registra due allarmi, questo primo picco, naturalmente in rosso è l’allarme alla soglia convenzionale di 25 PPM, il blu è quello che poi sono andati a misurare, 250 PPM, questo alle 22.10. Un lungo periodo di silenzio. Alle 0,50 viene registrato ancora non un allarme, ma 180 PPM con le sonde, il registratore dà atto della presenza di un po’ di CVM, ma le sonde dicono che quel po’ corrisponde in realtà, non a 10, 15, o a 13, come risulta dal monitoraggio, ma corrisponde a 180 PPM. E in tutto questo periodo di tempo cosa c’è? Nel registro di controllo c’è scritto: "Alle ore 22.15 – quindi in occasione del primo picco – fatto controllo e trovato solo sul rubinetto in testa alla linea 6, 350 PPM. Provato a tirare baderna senza esito". Qui dicono: abbiamo trovato la fuga, l’abbiamo individuata e abbiamo fatto un intervento, purtroppo senza esito. Cosa vuol dire senza esito? Che la fuga continua. La fuga continua, perché se l’intervento tecnico non è risolutore – "Provato a tirare baderna senza esito" – vuol dire che la situazione critica è continuata. La situazione critica continua, ma non continua la registrazione dei dati. Perché? E non per un minuto, due minuti, dieci minuti, passano due ore. Due ore dopo, quasi tre, alle 0.50, viene rifatto il controllo nel punto in cui erano stati fatti i primi interventi: "Fatto controllo e trovato 180 PPM. Poi, all’apertura del boccaporto trovato 20 PPM". Quindi finisce il ciclo di lavorazione e trovano 20 PPM all’apertura del boccaporto, quindi durante il ciclo 180 PPM, la fuga era continuata, a causa della perdita ovviamente non viene detto. "Perdita del rubinetto" c’è scritto nelle note a margine. Quello che è importante è vedere come nel registro di controllo risulta, in qualche modo, identificata la causa del guasto; risulta dato atto di un tentativo di intervento che definiscono senza esito; risulta che il ciclo è continuato, nonostante la permanenza delle condizioni critiche non risolte dall’intervento senza esito e alla fine risulta che, prima di finire il ciclo, viene fatto l’ultimo controllo e continuano ad esserci 180 PPM. Allora, ancora una volta, durante tutto questo arco temporale, perché non troviamo neanche una misura stampata dai tabulati? Noi la risposta l’abbiamo data: perché tecnicamente era possibile interrompere le misurazioni su quella linea, con questo escamotage. È semplicissimo, bastava volerlo. Qualcuno ha un’altra spiegazione? Ce la dia e vediamo la razionalità. Una cosa è certa però: non si può giudicare ignorando questo dato, facendo finta che questo problema non esista, dileggiando il consulente tecnico che induce sospetti infondati quando parla di un interruttore ON-OFF che ha certe caratteristiche, questo non si può fare. Ci si dica qual è un’alternativa ragionevole e ci si spieghi perché e forse ci accontenteremo. Così no. Così non possiamo accettare una giustizia in questi modi, con queste caratteristiche. Queste sono le prove, non i sospetti. Altro problema ignorato dal Tribunale. Risulta documentalmente provato che in certi casi gli operatori dicono che il gascromatografo dava letteralmente i numeri, cioè riusciva nell’impresa di registrare valori di concentrazione anche quando era fuori servizio, abbiamo anche questo. A proposito di affidabilità del sistema, non misura e calcola le medie negative e poi, quando è fuori servizio, delle volte riesce a dare anche dei valori che vengono definiti valori inventati di concentrazione. Io lo chiamo "il fuori servizio silente", cioè apparentemente tutto è a posto, il monitoraggio appare regolare, i tabulati sono perfetti, dopo si scopre, alla fine, che il registratore dice: scusate, abbiamo scherzato, non c’è nulla di tutto questo, perché l’impianto è stato fuori servizio. Guardiamo il dato del CV22 il 7 febbraio del ’95; voi vedete un monitoraggio che appare regolarissimo, ci sono tutte le misure, tutte le scansioni, tutte le linee, concentrazioni abbastanza modeste apparentemente, regolare dappertutto. Però troviamo che circa alle 10 Garatto scrive: "dopo controllo risulta difettoso". Come dopo controllo risulta difettoso? Ma se c’è una volta che funziona, che scrive? Ma se c’è una volta che sembra che tutto venga monitorato con regolarità e tu mi dici che vai a controllare e lo trovi difettoso? E dove sta il difetto? Nel fatto che scrive? Nel fatto che trova il CVM? Dopo controllo, risulta difettoso, alle 10. Andiamo a vedere il consuntivo. Ed è il consuntivo in cui ti scrivono che quelle che a noi sembrano 71 misure, in realtà, per l’operatore sono 18 di meno e sono 53 sulla linea 220, quindi corregge a mano il numero delle misure; corregge le sommatorie e invece di 17.88 PPM, ne toglie 17.85 e ne lascia – bontà sua – 0,03 e così liquida questa giornata di allegro monitoraggio. Con questa simpatica annotazione: "Fuori servizio dalle ore 0.00 alle ore 10.00". Allora, apparentemente è tutto a posto, registra tutto, intervengono le 10 per dire: abbiamo controllato perché c’erano troppe registrazioni che non ci piacevano e l’abbiamo trovato difettoso. Ma non ti dicono se lo riparano, non lo riparano, etc. Poi, alla fine, ti dicono: guarda che è stato fuori servizio per tutta la giornata dopo le 10 e quindi io cancello tutto questo che c’è, senza spiegare, ovviamente, come mai queste registrazioni sono state fatte e da dove sono state prese. Cos’era difettoso? Il fatto che misurasse? Quello che sto cercando di dire è che se effettivamente le cose fossero così, questa macchina mascherava anche i fuori servizio, cioè era addirittura in grado di presentarsi agli occhi di un operatore non addetto come una macchina perfettamente funzionante. Mascherava il fuori servizio. Quindi soltanto se l’operatore ce lo diceva, potevamo sapere. Allora, che attendibilità hanno i dati? Ma quale l’attendibilità di questi dati di monitoraggio, anche quando li troviamo? Se la macchina è in grado di nascondere il fuori servizio, perché dobbiamo crederle? Perché non c’è stato il Garatto di turno che ha scritto: "Ho controllato ed era fuori servizio"? Solo per quello? E quante altre volte i monitoraggi erano numeri inventati? E come può questa macchina fondare la granitica certezza del Tribunale? Questo è il bilancio dei quantitativi sottratti a penna di quel giorno; il nero è quello registrato e i quadratini bianchi, sotto, sono quelli portati alla fine nel calcolo delle medie, dicendo che in realtà queste misure sono false, perché la macchina, anche se non appariva, doveva intendersi fuori servizio. Quante altre volte abbiamo operazioni del tipo? Ne abbiamo. Il 30 dicembre ’93, annotazioni: "È stato controllato dagli addetti e le analisi non erano attendibili"; il 9 giugno ’91: "Chiesto un controllo perché ogni tanto il registratore salta il terzo stream". 6 maggio ’93: "Le eccezioni sono dovute alla rottura del branco di porta manometro da pompa. Sono in corso controlli elettronici per ovviamente all’allarme warning level out of range". Qui c’era stato un warning e l’operatore dice: "Attenzione, le misure non sono complete perché c’era questo warning, c’era un allarme e per ovviare a questo allarme noi stiamo facendo dei controlli. Ma voi sapete – e sicuramente lo sapete perché l’avete letto molto più accuratamente di quanto non l’abbia letta io – che la sentenza è riuscita nell’impresa di sostenere che il warning no peak, che è un altro comando di allarme che si presenta centinaia di migliaia di volte, sia nel CV24 che nel CV22, era un comando che segnalava l’entusiasmante assenza del CVM nel reparto? Un comando di allarme che segnala l’assenza di CVM? Ma da quando in qua? Io ho detto, ma scusate, ma allora il warning profit dovrebbe far esaltare gli operatori di borsa e tutti dovrebbero dire: "compriamo i titoli di un’impresa che ha avuto il warning profit perché quell’allarme ci indica una solidità dell’impresa". Ha la stessa logica una roba del genere! Ma se ti danno il warning, vuol dire che c’è una situazione critica, che c’è una situazione d’allarme, che c’è qualcosa che non va! Ma è possibile che soltanto al Tribunale di Venezia venga in mente che si possa scambiare un allarme per un segnale confortante di sicurezza? Ma come si fa? Solo perché l’ha detto il povero Foraboschi? Ma è possibile? Ma datemi un qualcosa. Io vi do la prova che quando c’è il warning l’operatore onesto vi dice: "C’è l’allarme, stiamo cercando di rimediare". Vi era un warning level out of range e là c’era il warning no peak, là mancava il picco, qui era fuori del livello di misura e siamo sempre lì, c’è una situazione critica che la macchina segnala, perché c’è qualcosa che non consente di misurare. Questo ad esempio è un caso di una situazione critica di un giorno in cui c’era una fuga continua, siamo al 17 maggio ’92, nel reparto CV22 e i warning no peak si sono mangiati le situazioni d’allarme. Nel momento in cui risultava comprovata la perdita, perché nel registro di controllo c’era scritto: "Perdita verificatasi alle ore ics nel luogo ipsilon", nel registratore voi trovate warning no peak. Il registratore, per una sua ragione, non è in grado di registrare il dato, ti dice: attenzione, non trovo il picco, non posso misurare. Questi warning cascano nei momenti critici. Possono cadere in qualsiasi momento, ma in questo caso cadono nei momenti in cui la misura, se effettuata, avrebbe rilevato quel CVM che le misure successive comunque poi, quando la macchina riprende a funzionare di nuovo, trovano. Allora, anche questo è un punto critico, non può essere considerato affidabile un sistema che è pieno di warning no peak, che troviamo i giorni in cui si verificano e troviamo che in quei giorni c’è la carenza della misura proprio quando c’è la fuga e non si può ritenere attendibile un sistema che ha queste caratteristiche. Io avevo preparato un’analisi di... ci vengono a dire che è la fantasia dell’Avvocato dello Stato che parla di "fuori servizio", allora mi sarebbe piaciuto tirarli fuori uno ad uno e qui commentarli con voi, ma faremmo notte. Qui c’è l’elenco del CV22 e questi sono i fuori servizio che io ho raccolto in questo elenco, ognuno dei quali meriterebbe un commento, perché poi, andando a vederci dentro, si trova che questo fuori servizio non avviene mai in momenti tranquilli, è sempre legato ad una situazione critica che emerge da qualche parte dell’esposizione ambientale. Li leggo per la memoria di tutti, poi ovviamente, nelle memorie, cercheremo di essere più analitici su questi passaggi. Siamo nel CV22, quello in relazione al quale la sentenza non parla e che per i nostri avversari i "fuori servizio" sono solo nella nostra fantasia: 17 gennaio ’91, fuori servizio sino alle ore 10 del 18 gennaio ’91; 26-28 gennaio ’91 fuori servizio il registratore dal 26 gennaio ripristinato il 28 gennaio; 18 aprile e 22 aprile – l’abbiamo visto prima – cromatografo ambiente in manutenzione; 4 giugno ’91, ore 15.00, in funzione; fuori servizio anche il 9 giugno ’91; 12 luglio ’91 gascromatografo fuori servizio con 5 stream; 14/7/91, gascromatografo fuori servizio; 3/8/91 cromatografo ambiente fuori servizio; 31/8/91 Schimadzu fuori servizio dalle ore 24 del 31/8; 21/1/92 riparato il selettore delle analisi, non dava tutte le analisi; 13/8/92, fuori servizio stampante; 4/9/92 dalle 18 fuori servizio elettrico; Schimadzu ripristinato il 7/8/92; 12/11/92 il gascromatografo dà osservazioni inferiori al consueto perché lo strumento è stato fermato per dei controlli; 13/1/93 cromatogafo ambiente fuori servizio; 1/2/93 ripristinato; 15/2/93 fermo ore 15.36 è stata montata una bombola (inc.); 22/2/93 registratore fuori servizio; 23/2/93, ripristinato; 24/2/93 nuovamente fuori servizio, previsto controllo per oggi; 25/2/93 ripristinato; 26/2/93 quasi regolare; 3/3/93 controllo; 4/3/93 fermato alcune ore per controllo; 22/4/93 ci sono dei problemi al registratore che determinano i fuori servizio; 3/6/93 Schimadzu fuori servizio; 7/9/93 il registratore Schimadzu è rimasto fuori servizio sino alle ore 9; 13/12/93 cromatografo ambiente posto fuori servizio per problemi alla batteria elettrica; 15/12/93 continuano ad esserci problemi all’alimentazione elettrica, anche domani; 17/12/93 riprende; 30/12/93 è stato controllato dagli addetti, le analisi non erano attendibili; 9/8/95 ore 10 in marcia regolare; 31/8/95 fermo per controllo fra le ore 14.00 e le ore 16.00; 6/9/95 fermo per controlli dalle ore 9.00 alle 16.30; 13/9/95 fuori servizio per mancanza di energia elettrica; 4/10/95 tutte le eccezioni segnalate causa fuori servizio strumento. Questa è una rapida digressione dei fuori servizio che sono nella fantasia dell’Avvocato Dello Stato. Per concludere sul tema dei monitoraggi, volevo soffermarmi brevemente su alcuni episodi critici, perché nonostante tutto, questi artifizi, questo continuo tentativo di impedire la lettura della verità, nonostante tutto, qualche traccia di vero, dalla lettura di quei tabulati, in certe situazioni riusciamo a ricavarla. Ovviamente, quando dico traccia di vero mi riferisco ad una situazione che va ricostruita non tanto e non solo sul dato del gascromatografo, ma in base ad altre considerazioni tecniche di cui tra un attimo parlerò. Partiamo dalla figura 47, il 3 marzo ’93; cosa succede? Questo è un episodio importante perché ci consente di introdurre anche qui un altro tema; il 3 marzo ’93, dopo un periodo apparentemente regolare, si scatenano i non riconosciuti warning no peak e, visto che si tratta di messaggi tranquillizzanti, l’operatore decide di fare un controllo, perché tanto tranquillo forse non era mica, ma si sa che questi operatori non sempre hanno la tranquillità che hanno coloro che valutano le prove e in questo controllo verificano non si sa bene cosa, che comunque c’è una situazione che merita di essere tenuta in considerazione. Il monitoraggio continua con una certa regolarità, però cominciano ad essere presenti delle tracce di CVM praticamente su tutte le linee negli orari successivi a quelli in cui è stato fatto il controllo e in particolare la linea più pesante, che ne risente più pesantemente, sembra essere la linea 222 che nel bilancio consuntivo di fine giornata ha accumulato quasi 9 PPM. Cosa dice l’operatore di questa situazione? Che è una situazione che va avanti per giorni, il 3, il 4, il 5, una situazione in cui evidentemente gli operatori avevano notato che c’era qualcosa che non andava. Il giorno 17 marzo ’93, siamo sempre nel CV22, troviamo che: "La presenza di CVM nelle annotazioni, che da diversi giorni si ha in questa postazione – e sta parlando della linea 229 – è stata individuata presso il reparto CS28". Cosa vuol dire questo discorso? Cosa c’entra il CS28? Qui siamo nel CV22 in un reparto in cui si fanno certe cose. Cosa c’entra il CS28, che è il reparto dell’incenerimento? E qui ci dicono: attenzione, noi, da giorni, registriamo una presenza di CVM e questa presenza, in questa postazione del reparto CV22 è individuata presso il reparto CS28, con dei punti interrogativi. Quindi la contaminazione ambientale non viene originata nel reparto CV22, avviene da fuori. Ci sono altri reparti in grado di determinare perdite di CVM che non sono monitorati e che però perdono talmente tanto CVM da riuscire a mandare la rilevazione addirittura nei reparti dove esistono i rilevatori automatici di esposizione. Nel CS28 ci dicono che le misure che avevano allertato gli operatori il 3 marzo, fino al 17 marzo, in questi 15 giorni, sono misure che poi si scopre derivano da una perdita di CVM nel reparto CS28, che è un reparto del tutto esterno. Tanto per avere un’idea, questo è il CV22 e qua abbiamo il CS28. Questo è il reparto in cui avviene questa attività legata alla produzione e utilizzazione del cloruro di vinile e qui fuori ci sono gli inceneritori. Certo, gli inceneritori inceneriscono anche sfiati delle attività di recupero dello strippaggio, quindi ci sono anche degli apporti gassosi che provengono dai reparti di produzione e che vanno a finire nell’inceneritore, però l’inceneritore è un’altra cosa; la linea che porta gli sfiati gassosi, è una linea che sta fuori il CV22 e che, appunto, collega alcune parti di quel reparto con la parte tecnica che si occupa dell’incenerimento. Nella figura successiva vi facciamo vedere tutta la commessa relativa all’applicazione della torcia e della CS28 e del sistema che, appunto, ha cominciato a mandare in torcia nell’incenerimento quelle che in precedenza erano emissioni gassose di CVM diretto in atmosfera... queste sono commesse del ’89, cioè fino al ’90 – ecco un altro punto che dopo mi servirà sui reati di pericolo – andava dritti in atmosfera i residui dello strippaggio, non venivano mica bruciati. Nel ’89 dicono che su sollecitudine dell’U.L.S.S. che vuole vedere inceneriti questi tipi di scarichi, di rifiuti, mettiamo su un collegamento che permette di incenerire anche le emissioni gassose di alcune fasi della produzione e quindi fanno finire all’inceneritore i gas che derivavano dalla produzione e dallo strippaggio. Il 19 marzo del 1993 troviamo un’altra annotazione: "In corso controllo per individuare la perdita presso il reparto CS28"... Poi, la cosa straordinaria è che le rilevazioni del punto 229 riguardano solo la presa CS28 perché in quella zona 800 CV22 è stata esclusa. Allora scopriamo che nel monitoraggio del CV22 vengono, sia pure in questa occasione particolare, inseriti dati che vengono prelevati in un contesto completamente diverso, in un altro reparto, disattivando la linea 229 e sostituendo alla linea 229 un altro – non ho capito bene come, ma non mi interessa più di tanto capirlo – un altro sistema di rilevamento della zona del CS28, nella quale si era registrata una perdita che ancora, a distanza di giorni, continuava e che nessuno aveva eliminato ed era talmente forte da scaricare giornalmente, nell’ambiente di lavoro, 293,5 PPM DE. Ma allora, se il monitoraggio ha una sua logica ed un suo rigore normativo, ogni reparto deve avere le sue caratteristiche. Io non posso sostituire il monitoraggio di un reparto, com’è il CV22, che ha tutte le sue regole che abbiamo visto, che ha tutte le sue caratteristiche di distribuzione, con l’inserimento di dati spuri presi in altri contesti. Ma che media è? Del reparto CV22? Ma cosa vuol dire? Ma perché? Se la misura la fai da un’altra parte, cosa c’entra il reparto CV22? Me la scarichi sul CV22? Me la abbatti sulle medie abbattute del CV22? E la perdita di là chi me la misura? Capite? Cioè c’è un dato di gestione delle medie che è assolutamente avulso da qualsiasi logica tecnica e da qualsiasi possibilità di riferirsi ai dati normativi. C’è la dimostrazione di una perdita importante che è durata per tutto il mese di marzo del ’93, tutto il mese, perché poi trovate che la perdita continua a dare tracce anche nei giorni successivi: il 20 marzo ’93, 123 PPM; il 23 marzo del ’93, 16,88 PPM e il povero operatore annota: "Permane la perdita, credo non ancora individuata, presso il reparto CS28". Fino a fine mese c’è un picco di 20,95 il 26 marzo ’93, un mese, in cui questa perdita è arrivata fino al reparto CV22, ha avuto dimensioni quindi molto consistenti, è stata monitorata con mezzi di fortuna, è stata scaricata inserendo i dati di monitoraggi parziali dentro la media CV22, in sostanza è stata omogeneizzata nella sequenza di zeri che ha reso possibile al Tribunale l’affermazione di questa distinzione manichea tra bene e male, il male precedente al ’74, il bene sicuramente successivo a quella data. Andiamo a vedere questo primo luglio ’93, sempre a proposito di perdite che non si trovano, di cui nessuno sa spiegare la ragione, sempre reparto CV22, nota: "Gli assistenti di turno non sono riusciti a comprendere le ragioni degli allarmi-eccezioni avvenuti". Signori, è una confessione questa, ci sono allarmi, ci sono eccezioni; non solo non sono state individuate le cause, ma non sono neanche state comprese le possibili ragioni tecniche. Altro che sgombero dei reparti, misure cautelari, tutela dei lavoratori. Ti facevano la nota e così è successo, non sappiamo neanche bene perché. E così potremmo proseguire, ma io penso che davvero ne abbiamo dette molte. Nella memoria tratteremo ancora qualche altro caso di perdita, ma non è importante andare a tirare fuori tutte le perdite. Credo che il senso di questa analisi che abbiamo svolto sul sistema di monitoraggio negli anni ’90 sia molto chiaro e che per le molteplici ragioni che abbiamo illustrato, possa tranquillamente consentire ad un giudizio sereno che la Corte, mi auguro vorrà compiere, una valutazione molto diversa da quella che è stata la base della scelta di fondo del Tribunale, una valutazione molto diversa che rivede tutto il meccanismo di valutazione del nesso causale, lo rivede, perché non è vero, non è assolutamente vero e i documenti non smentiscono, che si possa affermare che le esposizioni negli anni ’90 siano crollate a livelli di zero. Signori, io ho chiuso sul tema del monitoraggio e mi accingo a trattare in velocità gli altri due temi. La cosa importante è che, fattasi, il Tribunale, la convinzione della assoluta infondatezza delle accuse di cui al capo 1, per trascinamento è arrivato a giudicare sul secondo capo d’imputazione. Ci sono state mille ragioni che hanno spiegato questa cosa. D’altronde, lo capite bene, se l’ipotesi più grave, che sia il disastro innominato, che sia la strade, che sia l’omicidio colposo plurimo, se l’ipotesi per cui questa fabbrica non è la fabbrica della morte, come l’Accusa sostiene, ma è una fabbrica che ha lavorato nel rispetto delle leggi dello Stato e nelle norme della tecnica e della scienza, capite bene che diventa difficile pensare poi che la stessa fabbrica possa, per altro verso, aver determinato situazioni conflittuali con l’ambiente esterno, al punto tale da mettere a repentaglio l’incolumità pubblica della popolazione. C’è qualcosa che stride. Ci sarebbe qualcosa che stride. Non possono essere innocenti per il capo 1 e colpevoli per il capo 2, perché le due imputazioni sono collegate, non solo dalla contestazione suppletiva che ha fatto il Pubblico Ministero nel dicembre del 2000, ma sono collegate dalla struttura stessa complessiva dell’imputazione che dice: "Per questa parte ti contestiamo gli eventi di danno ai danni dei lavoratori, però le stesse condotte poi hanno provocato anche tutta quest’altra serie di conseguenze all’ambiente, all’ecosistema e al pericolo". Se cancelliamo con una spugna il primo capo d’imputazione, obiettivamente restano residui i margini di poter costruire una qualche forma di responsabilità sul secondo, che va di seguito necessariamente. Invece le cose non stanno così, non solo perché è sbagliata l’assoluzione sul primo, ma perché comunque c’è la necessità di valutare anche le condotto con riferimento a quei profili di responsabilità che sono contenuti nel secondo capo d’imputazione e che hanno una loro autonomia, collegati sicuramente con il resto, ma che comunque conservano la loro autonomia e che devono consentire un approfondimento anche di tutte le tematiche relative agli inquinamenti, agli avvelenamenti, alle adulterazioni e al resto, agli atti di pericolo. Allora, signori, in questa logica e se questa è la logica da cui noi muoviamo, voi capite bene come un altro punto debole della sentenza impugnata, critico, è quello che concerne la questione dello smaltimento dei rifiuti liquidi originati dallo stabilimento. Perché è un punto critico? Per tutta una serie di ragioni. La prima: questa è una condotta che, così come noi l’abbiamo ricostruita e così come il Pubblico Ministero l’ha qualificata, che in termini qualiquantitativi comporta un’aggressione ambientale straordinaria. Voi pensate che annualmente parliamo di scarichi nella laguna di circa un milione di metri cubi di questo tipo di sostanze. Capite bene che se fosse possibile tracciare una croce e seppellire questo tema, la valutazione sugli effetti delle condotte asseritamente inquinanti contestate agli imputati, sarebbe necessariamente molto più tranquilla e molto meno problematica. Se teniamo in piedi, invece, uno scarico contra legem, uno sversamento, piuttosto che uno scarico, contra legem, in laguna di un milione di metri cubi l’anno di sostanze tossiche e nocive, il problema ha una diversa dimensione qualiquantitativa e per le sostanze scaricate e per la continuità dello scarico e per le sue dimensioni. Il povero Cocheo ricordava come questo apporto liquido è idoneo a riempire tre volte, da solo, l’acqua della laguna, solo questo apporto liquido, in questo arco temporale, avrebbe riempito tre volte la laguna di Venezia. Quindi pensate l’impatto. È un tema centrale perché, appunto, concerne il contributo causale diretto allo sversamento in laguna di sostanze velenose tossiche adulteranti, per i quantitativi di veleni versati nel corso degli anni, perché qualifica la condotta colposa anche in termini di colpa specifica, cioè di violazione delle regole tecniche che presiedevano lo smaltimento di quei rifiuti, consente di valutare le responsabilità individuali, non solo con riferimento alle tipiche posizioni di garanzia all’interno dell’impresa, ma più in generale ai criteri di selezione della responsabilità penale in presenza di scelta di impresa di un tipo piuttosto che di un altro. Questa è un’altra cosa importante. Qui non è un problema che è attribuibile alla scelta del caporeparto o del direttore di stabilimento; aver deciso di mantenere nel tempo questa metodologia di smaltimento illecito di rifiuti tossico-nocivi è da scelta di impresa che tocca figure diverse, oltre a quelle tradizionalmente individuate dalla giurisprudenza come responsabili in materia ambientale. Fornisce elementi, tra l’altro, precisi per la quantificazione economica del profitto del trasgressore nel momento in cui si dovesse parlare di risarcimento del danno ambientale. Quindi noi, su questo abbiamo dedicato molta attenzione nel nostro atto di Appello e ovviamente ci riferiamo integralmente a tutte le cose che abbiamo detto e scritto in quel contesto, che è inutile ripetere. Oggi vogliamo fare qualche piccola, ma significativa precisazione in fatto e in diritto che dia, ancora una volta, il senso di quel divario tra la decisione di Primo Grado e la verità, straordinario, anche in questo caso qui, straordinario divario, talvolta reso possibile anche da vistosi errori di diritto che abbiamo puntualmente denunciato nell’impugnativa. Anche su questo punto, io vi propongo di partire dal cuore. Che cosa ha convinto il Giudice di Primo Grado? Che cosa sta alla base di questa sua decisione di spazzare via un tema così delicato dall’ambito del processo, liquidandolo con poche pagine e sostanzialmente svilendo il contributo, anche in termine tecnico, che questa Difesa aveva costruito per tutta la durata del procedimento. Pagina 745 della motivazione: "L’Accusa ha sostenuto che i reflui di derivazione da taluni reparti di produzione del CVM sono qualificabili come rifiuti tossico-nocivi, fino a prova contraria. Prova che spetterebbe al titolare dello scarico rendere e perciò agli imputati, che comunque non potrebbero farlo ora per allora. Al riguardo, va detto che tale impostazione concettuale è frutto di una interpretazione eccessiva, non solo della delibera del Comitato interministeriale del 1984. Tale impostazione è errata sul piano dei principi generali che attengono alla distribuzione dell’onere di prova nel processo penale: come per tutte le forme di ricerca empirica, l’accertamento giudiziario segue il metodo di verifica per prova ed errore; nel conflitto cui il processo penale dà forma, la non colpevolezza è assistita dal postulato della sua presunzione fino a prova contraria, che deve essere resa da chi la nega, elevando l’accusa. L’onere della prova spetta perciò all’Accusa. Dalla delibera del 1984 non si evincono regole di significato tanto pregnante da smentire questo principio". Beh, insomma, ancora una volta, una reazione sacrosanta ad un atto di attacco, ad un principio fondamentale, quale quello che regola la distribuzione della prova e che mina un valore costituzionale forte come la presunzione di innocenza. Il Tribunale si erge a garante e ritiene di doversi ergere a garante di questi fondamentali principi dicendo sostanzialmente: questa tesi stravagante di cui parla l’Avvocato dello Stato, è una tesi che non ha alcun fondamento normativo, anzi è una tesi che cozza contro sacrosanti viscerali principi di garanzia processuale. A questo punto, torno a ripetere, se questa è la partenza, andiamo a casa e chiudiamo il discorso. Però io domando a voi se questo è un modo corretto di porre un problema tecnico su cui ci sono fiumi di sentenze di Cassazione, perché ancora una volta io credo che si possa dire tutto, purché si motivi. Questa non è motivazione. Al di là dell’apparenza esaltante, delle nobili ragioni della scelta, questa non è una motivazione, signori, perché io da un Tribunale della Repubblica non accetto che un tema come questo, che è stato oggetto di faticose riflessioni dottrinarie e di una elaborazione puntualissima della Corte di Cassazione, venga banalizzato in questi termini, non è civilmente tollerabile, per ragioni culturali prima che per ragioni tecniche. Non si può ignorare quello che è stato fatto dalla Corte. Siamo tornati a vent’anni prima di quando esistevano queste norme, prima del 1984. Il grave errore giuridico che nasce da questa pretesa del Tribunale, è quello di pensare di poter autonomamente classificare il rifiuto. Il Tribunale è convinto di dire: la tesi dell’Accusa deve dimostrare la natura del rifiuto perché questo è l’unico modo in cui io, Giudice, posso controllare la sua validità. Devo sapere cosa c’è nel rifiuto, l’Accusa mi deve dire cosa c’è nel rifiuto. Se l’Accusa non mi dice cosa c’è nel rifiuto, io non credo all’Accusa, perché io qualifico il rifiuto, sulla base di quello che è il mio convincimento e in relazione agli elementi che mi porta l’Accusa. Nossignori. La classificazione del rifiuto in un certo modo, è una scelta normativa. Che i rifiuti tossico-nocivi si chiamino così e che siano tali quelli che provengono da questi reparti, lo scrive il Legislatore italiano sulla base di scelte che derivano dalla impostazione comunitaria, perché sono sempre scelte fatte di recepimento di normative comunitarie, sulla base di conoscenze scientifiche comunemente accettate a livello internazionale. Questa è la definizione del dato normativo da cui partiamo. Quindi se c’è un principio di classificazione del rifiuto come tossico-nocivo sulla base della sua provenienza, non si deve fare nient’altro che accertare che quel rifiuto sia prodotto da quella lavorazione che è prevista come fonte di produzione di quel rifiuto. Potrà non piacere, potrà non essere simpatico, potrà non essere garantista, beh, insomma, questa è la scelta normativa. Se a questo dato normativo si sostituisce il principio per cui è il Giudice a qualificare il rifiuto, e che tale qualificazione la fa sulla base degli elementi concernerti l’analisi della sua composizione, allora, ripeto, facciamo un’altra cosa. Ma il punto giuridico è che il rifiuto è dato normativamente come tossico, quando proviene da certe lavorazioni. Non si può mettere nel dubbio questa scelta. Oppure, se lo vuoi fare, sollevi una questione di costituzionalità, mi dici che la norma che prevede che quello sia un rifiuto tossico e che sia soggetto quindi a tutto quel regime particolarmente rigoroso per lo smaltimento, è una norma incostituzionale e mi dici quali sono i parametri. Ma non è che puoi fare diversamente. Quindi la scelta era una decisione normativa a livello comunitario, recepita nel diritto interno, sulla base di dati tecnici universalmente riconosciuti. Quando il rifiuto appartiene a quelle categorie della tabella 1.3 della famosa delibera del 1984, era quello il criterio di classificazione, è finito il discorso, quello è un rifiuto tossico. Si dice: ma c’è la possibilità di dimostrare che non lo è. Va bene, ci sarà stata la possibilità di dimostrare che non lo era, vediamo quando, da chi, che tipo di argomento viene portato, ma certamente il rifiuto, fino a quando non viene fornita la prova contraria, è un rifiuto che ha quel regime di smaltimento. Questa non è inversione dell’onere della prova, perché il rifiuto è classificato tossico-nocivo in base alla provenienza perché le caratteristiche del ciclo da cui ha origine, sono necessariamente tali da renderlo così. Sono le conoscenze scientifiche, comunemente riconosciute a livello internazionale, che ci dicono che quando c’è una produzione di cloruro di vinile o c’è un’utilizzazione di cloruro di vinile, l’attività che viene svolta per produrlo, non può che provocare concentrazioni, caratteristiche qualiquantitative di quel rifiuto che sono quelle che vengono riconosciute a base della scelta normativa di classificarlo come tossico-nocivo. Questa facoltà, che è cessata nel ’97, di dare la prova contraria per questo tipo di rifiuti... Attenzione, altro tema su cui il Tribunale glissa, la prova contraria. Nel 1997 la normativa cambia, col Decreto Legislativo 22 Ronchi, questi rifiuti restano pericolosi, basta. A conferma di una pericolosità intrinseca ab origine non emendabile. La facoltà concessa dal produttore di dimostrare una qualità del rifiuto diversa da quella che gli è naturale, lungi dall’invertire l’onere della prova nel processo penale, è un’espressione del diritto della Difesa. Questo dice la Cassazione. Ci sono dei documenti europei che spiegano perché quei rifiuti hanno caratteristiche tali da renderli pericolosi, tossico-nocivi. Ci sono documenti conformi alla direttive 99/61 della Comunità Economica Europea che illustrano i processi produttivi e le reazioni che si verificano quando si produce cloruro di vinile monomero. Quindi è una scelta non cervellotica, non fatta senza considerare dei dati tecnici, ma è una scelta fatta sulla base di dati tecnici. Del resto, sarebbe bastato semplicemente leggere le sentenze che inutilmente avevamo dato al Collegio sul punto, abbiamo fornito tutto noi in Primo Grado, non è che non gliele abbiamo date. La Cassazione, di questo problema della cosiddetta presunzione di tossicità, l’aveva affrontato almeno in tre occasioni diverse. Io ho qui tutto il teste integrale che poi vi lascio ovviamente. La sentenza 2077 del ’91 esclude ogni contrasto con gli artt. 3, 10, 23, 24, 27 e 76 della Costituzione nella normativa in questione. Quindi quando io prima parlavo della questione di incostituzionalità, non è che ci pensa il Tribunale di Venezia nel 2001, è dal 1991 che qualcuno ci aveva pensato. La Cassazione si era già pronunciata e ha detto: "Qua problemi di incostituzionalità non ci sono", si legge la sentenza e si capisce perché, questo non è un problema. Questa sentenza dice espressamente che non si tratta di presunzione di responsabilità penale, ma di classificazione operata dal Legislatore desumendo la nocività del rifiuto dalle caratteristiche dell’attività di chi lo ha prodotto. Quindi non c’è presunzione, si sa che se tu fai una certa cosa, questo fai, è scritto nella tecnica di quello che produci, non può essere diversamente. Sezione Terza, nel 1992, 141, sentenza Valsecchi: "Ribadisce il principio affermando la non necessarietà della perizia per la classificazione del rifiuto tossico-nocivo una volta accertata la sua provenienza". È un po’ in linea con la vostra decisione di non rinnovare il dibattimento. Cioè non c’è niente qui da discutere, basta solo essere pacifica – e la circostanza non è contestata – che questi rifiuti provengono da lì, non occorrono perizie, non occorrono supplementi istruttori, non occorre rinnovazione del dibattimento. Da lì viene, questi rifiuti sono così. Ma la cosa più eclatante è che un caso identico a quello che era oggetto di discussione, ovviamente riferito ad altre cose, la Corte di Cassazione l’aveva già deciso, perché con la sentenza all’udienza pubblica del 13 gennaio ’93, la numero 17, imputato De Stefani ed altri, una sentenza di oltre 100 pagine, quindi raramente voi trovate Cassazioni così motivate su questioni di diritto, sono tutte questioni di diritto che affronta questa sentenza, aveva affrontato proprio il problema di un processo penale nel quale si era verificato l’inquinamento di un fiume e di un acquedotto che pescava dal fiume, provocato da sversamenti di scarichi idrici, a monte del punto di pescaggio dell’acquedotto, che avevano contaminato l’acqua del fiume, rendendola poi pericolosa per la salute e comunque in grado di alterare le caratteristiche di potabilità dell’acqua distribuita dagli acquedotti a valle. Scarichi idrici di imprese che scaricavano nel fiume attraverso un depuratore e scaricavano certe sostanze che in quell’occasione furono ritenute rifiuti tossico-nocivi, sulla base delle stesse considerazioni giuridiche che dovrebbero essere applicate in questo processo per considerare tossico-nocivi quei rifiuti prodotti dai reparti CV22, 23, 24 e 25. Questa sentenza di Cassazione che io chiamerei sentenza Cocheo, in memoria dell’amico scomparso, ma anche perché Cocheo fu colui che in questa vicenda processuale sostenne il ruolo tecnico del perito che risolse quel problema che era oggetto di contestazione e che operò questa classificazione, sulla base degli stessi criteri inutilmente esposti al Tribunale di Venezia, in questa stessa sentenza, da pagina 49 a pagina 45, viene affrontata diffusamente la materia esaminando tutti i profili possibili di illegittimità costituzionale della normativa, tutti, escludendo ogni dubbio di costituzionalità per ciascuno di essi. Ci sono 20 pagine sul punto, non due righe. In particolare ribadisce più volte che: "La classificazione per provenienza, non è presunta in senso tecnico, ma posa su di un livello di pericolosità scientificamente noto per appartenenze qualitative, tanto che sarebbe più appropriato parlare di pericolosità desunta più che presunta", a pagina 64. Secondo punto, a pagina 63, afferma con chiarezza che: "la previa dimostrazione della non tossicità del rifiuto, deve precedere l’inizio dell’attività imprenditoriale ed è anzi conditio sine qua non per il relativo avvio". Non è che si può andare a discutere dopo vent’anni nei processi che il rifiuto aveva o non aveva le caratteristiche, solo se prima dell’avvio dell’attività di impresa, il produttore, in contraddittorio con la Pubblica Amministrazione di controllo, dimostra che il prodotto che scarica, non ha i requisiti in concreto per essere considerato pericoloso, pur appartenendo alla categoria dei rifiuti pericolosi, soltanto in questo caso può avviare l’attività di impresa e può scaricare sulla base del regime della Legge Merli e non più del regime della normativa in materia di rifiuti. Poteva, perché, torno a dire che dal 1997 questa possibilità è stata tolta definitivamente per questa tipologia di rifiuti. Queste sono le premesse in diritto. Questo è lo stato dell’arte della giurisprudenza e non ce n’è di altro tipo. Non ce n’è di altro tipo su questa materia, non è che trovare la Cassazione oscillante, la trovate così, in modo netto, chiarissimo, uniforme e costante. In fatto non ci sono contestazioni che quel rifiuto provenisse dalle voci ricomprese in tabella cinque. Ci sono quattro voci di quella tabella, la voce 1.4, la voce 3.6, la voce 7, che fa riferimento a sostanze non identificate, la voce 9, che fa riferimento a sostanze fuori specifica; ci sono quattro ragioni di classificazione del rifiuto, non solo quella ritenuta dal Tribunale perché era contaminato da CVM, attenzione, nei processi produttivi del CVM – lo dice ampiamente il documento europeo – ci sono delle formazioni di sottoprodotti, tra cui le diossine, che sono non facilmente identificabili e la cui presenza fa scattare voci di classificazione autonome del rifiuto come pericoloso, indipendentemente dal fatto che provenga o non provenga dai reparti del CVM o che sia contaminato dal CVM. Questa è un’altra cosa importante, cioè le ragioni di classificazione non sono soltanto perché era contaminata dal CVM quell’acqua di processo, ma perché apparteneva a queste quattro voci, tra cui, appunto, la voce che classifica come tossico-nocivi i rifiuti che contengono sostanze chimiche non identificate e nei processi di produzione di CVM ci sono sostanze chimiche non identificate e le sostanze fuori specifiche. Questo è il dato di partenza. La classificazione è pacifica. La prova che avrebbe consentito lo smaltimento secondo la normativa in materia di acque, non è mai stata fornita da nessuno, né prima né durante né dopo il processo. Le analisi sono molto sommarie, quelle che sono state commentate nel processo. E già l’aveva detto il povero Cocheo, ma lo ribadiamo ancora adesso. Sono analisi recuperate anche nel faldone 102 famoso – queste riguardano l’acqua e non l’aria –, sono analisi nelle quali voi trovate che la sommatoria dei componenti analizzati è di poco superiore al grammo. Se voi vedete, in questo certificato di analisi, si dà conto di presenze di sostanze inquinanti per misure trascurabili: 22 milligrammi, 17, poi 7, 2, insomma, sommando tutto, si arriva al grammo. Ma restano fuori analisi 99 grammi di che cos’altro? Quando si dice la completezza dell’analisi, queste analisi non possono declassificare il rifiuto, perché al massimo danno contezza di presenza di sostanze identificate per un grammo, sui 100 che sono contenuti nell’unità di riferimento della misura. Vuol dire che c’è un buco che riguarda il 99% del campione analizzato, sul quale c’è silenzio, altro che dimostrazione di non tossicità, c’è silenzio. Quindi anche a volerle considerare, queste analisi, non provano assolutamente che il rifiuto non avesse le caratteristiche del tossico-nocivo, tra l’altro non misurano neanche il CVM, l’abbiamo detto tante volte, che era una delle sostanze tipiche presenti in quella produzione. Abbiamo spiegato le ragioni tecniche per cui, da questi impianti, usciva acqua che non poteva avere concentrazioni inferiori a quelle ritenute, dalla delibera, sufficienti per classificare il rifiuto come tossico-nocivo, laddove si dovesse fare l’esame nel merito di una prova di declassificazione. E anche qui rinvio alle consulenze di Cocheo. Depositeremo un’altra memoria tecnico del consulente Sanna, a maggior spiegazione anche di questo passaggio tecnico. Quelle acque non potevano non essere contaminate nel momento in cui il rifiuto veniva abbandonato o destinato all’abbandono da una presenza significa di CVM, oltre che da una presenza di una miriade di altre sostanze non classificate, non identificabili, che lo rendevano tossico-nocivo. Così come abbiamo provato che l’unico trattamento che veniva fatto era l’evaporazione in atmosfera o con strippaggi vari, di cui abbiamo parlato anche questa mattina, veniva strippato durante il ciclo e veniva mandato in aria direttamente senza neanche passare dall’inceneritore, oppure nelle vasche di decantazione, nelle vasche di neutralizzazione, prima di essere mandato l’impianto, veniva lasciato evaporare, tant’è che l’impresa aveva installato sopra un gascromatografo per misurare i quantitativi di CVM che evaporavano dalle vasche. Quindi la prova della presenza, oltre che del CVM, del tetracloruro di carbonio, che è un’altra sostanza tossica e di altre, risultava da tutte queste cose, non c’era bisogno di fare altro che trarre le conseguenze giuridiche sulla base dei principi affermati dalla Cassazione per dire che queste acque di processo dei reparti CV22 e CV23, erano acque che in forza di quanto previsto dall’Art. 9 e dal secondo comma dell’Art. 2 del D.P.R. 915, non avrebbero mai potuto essere scaricate in laguna, neanche attraverso l’impianto di depurazione, perché essendo rifiuti tossici, avrebbero dovuto essere smaltiti secondo quelle che erano le regole tecniche del momento e cioè dettate dalla delibera del 27 luglio del ’84, l’incenerimento o la discarica controllata di tipo C per i rifiuti tossico-nocivi. Quelle erano le due forme di smaltimento che il regolamento, la delibera dava per lo smaltimento dei rifiuti tossici. Non si può cioè scaricare, ma si sarebbe dovuto fare un trattamento radicalmente diverso. E perché? Perché solo grazie a questo trattamento radicalmente diverso, si sarebbe ottenuto quel risultato che voleva il Legislatore, quando aveva presente il problema dello smaltimento dei rifiuti, di segregare i rifiuti dall’ambiente. L’incenerimento o la discarica controllata, sarebbero state le uniche due tecniche che avrebbero potuto permettere che il rifiuto non venisse a contatto con l’ambiente, perché se veniva incenerito, venivano distrutte le sostanze che lo rendevano tossico e quindi in atmosfera non andava il rifiuto, ma andava ciò che restava dopo la sua eliminazione; se fosse stato messo nella discarica controllata, sarebbe stato messo tal quale e il contenitore che lo avrebbe contenuto, non avrebbe avuto contatto con il sottosuolo della discarica, il terreno, etc. Le uniche due forme di segregazione del rifiuto dall’ambiente, erano quelle lì. Il depuratore non fa affatto una segregazione del rifiuto nell’ambiente, perché lo miscela, lo fa evaporare, lo fa scaricare in acqua tal quale, o con abbattimenti modesti derivanti solo dalla sua diluizione. Non è un problema nominalistico quello di dire "la disciplina della 915 o la disciplina della Legge Merli", sono proprio due realtà diverse da un punto di vista e le conseguenze sono completamente diverse dal punto di vista degli effetti sul rifiuto. Smaltire in conformità al D.P.R. 915, torno a ripetere, avrebbe comportato la segregazione di questi rifiuti dall’ambiente, cioè l’impossibilità che questi rifiuti venissero a contatto con aria, acqua, suolo e sottosuolo. Mentre invece averli smaltiti, contrabbandandoli per scarichi idrici, ha permesso che fossero sottoposti, tra virgolette, ad un apparente trattamento depurativo, che in realtà consisteva soltanto nella sua miscelazione e non certo nella sua completa eliminazione. Questo è un po’, in sintesi, il punto. La cosa importante quindi è dire che questi rifiuti erano tossici-nocivi in base al D.P.R. 915; sono diventati pericolosi per il Decreto Legislativo 22 del ’97, che è entrato in vigore dopo il 915 e quindi confermata la scelta di classificazione in relazione alla provenienza, senza più dare la possibilità della prova della concreta composizione e quindi dell’analisi per declassificare il rifiuto e considerarlo scarico. Lo stesso regime è avvenuto dopo il 2001 per effetto della decisione della Corte della Comunità Europea, che ha rimodellato l’elenco dei rifiuti. Quindi in sostanza c’è una continuità normativa dal ’84 ai giorni nostri, che ha sempre considerato questi come rifiuti tossico-nocivi e/o pericolosi. In più e ad abbundantiam vi segnalo che col Decreto Ministeriale del 12 giugno del 2002 numero 161, sono state date prescrizioni che consentono forme semplificate di smaltimento di alcune tipologie di rifiuti appartenenti a questa categoria ai fini del loro riutilizzo. Quindi il Decreto 12 giugno 2002 numero 161 considera, in linea con tutta la normativa che l’ha preceduto, queste acque di processo come rifiuti pericolosi che, in certe situazioni, possono avere un trattamento differenziato rispetto a quello ordinariamente previsto dei rifiuti, certamente non scarichi idrici. Quindi per la letteratura tecnica internazionale, per le fonti di diritto comunitario, per le fonti di diritto normativo italiano a livello primario e secondario derivato, per la Corte di Cassazione, sono sempre stati soltanto rifiuti pericolosi, rifiuti; soltanto per il Tribunale di Venezia sono diventati scarichi. Torno a ripetervi, è una scelta di fondo questa, perché se la togliete, diventa più complicata la configurazione di qualsiasi delitto contro l’incolumità pubblica, perché è chiaro che l’apporto inquinante alla laguna è molto diverso a seconda che consideriate o no le tonnellate di sostanze tossiche che milioni di metri cubi sversati nel corso degli anni hanno sversato, appunto, nella laguna. Come fa il Tribunale ad arrivare a questa straordinaria soluzione interpretativa, riduttiva? Da un lato limita la presenza del CVM nel rifiuto. Dice: "Sì, Cocheo l’ha trovato 10 volte in concentrazioni superiori al limite, ma queste 10 volte sono sporadiche, occasionali", come se si potesse prescindere dalla provenienza del rifiuto e andare solo a fare un discorso quantitativo delle volte in cui la concentrazione misurata, ovviamente a spanne, per le ragioni che sono ben note a tutti e per primo a Cocheo, era presente in quelle vasche. Quindi dieci episodi non sarebbero significativi. Chissà quanti avrebbero dovuto essere, secondo il Tribunale, gli episodi significativi per poter dire che quello era un rifiuto tossico. Ma soprattutto l’altro modo che ha, per arrivare a dire queste cose, è svalutare il dictum delle Sezioni Unite, perché le Sezioni Unite, è ben vero che dicono che certe categorie di scarichi, quando sono tossico-nocivi vanno smaltiti secondo i criteri previsti dalla normativa sui rifiuti, però – dice il Tribunale – attenzione, la Corte di Cassazione e la norma parla espressamente di fanghi e di liquami, ma questi non sono fanghi o liquami, quelli di cui noi stiamo parlando sono semplicemente scarichi e siccome non sono fanghi e siccome non sono liquami, questi scarichi non possono essere assoggettati al regime più rigoroso della normativa prevista per lo smaltimento dei rifiuti. Questa è l’interpretazione della norma che dà il Tribunale. Aberrante. Io mi limito a dire la sentenza De Stefani, a pagina 79, vedete sul punto le ragioni per cui non è possibile considerare gli scarichi in maniera diversa dai liquami. Scarichi e liquami sono la stessa cosa nella normativa italiana. E la Corte di Cassazione opportunamente ricorda: "Guardate che non è possibile un’opzione interpretativa diversa, perché l’allegato 5 della delibera del ’77 espressamente equipara scarichi a liquami". Quindi è inutile fare i "Pierini" e venire a dire che in fin dei conti abbiamo uno scarico che non è un liquame e quindi non applichiamo la normativa sui rifiuti. Scarichi, liquami e fanghi, quando hanno le caratteristiche per essere considerati rifiuti pericolosi o tossico-nocivi, sono assoggettati al regime dello smaltimento dei rifiuti pericolosi tossico-nocivi e quindi non possono essere scaricati. Sul punto vi segnalo anche un’altra cosa intervenuta, di cui non abbiamo parlato nell’Appello, è che in questo rapporto, oltre alle Sezioni Unite di Cassazione, tra normativa sui rifiuti e normativa sugli scarichi, è stato oggetto anche di una sentenza della Corte Costituzionale, ovviamente ignorata dal Tribunale, mi riferisco alla sentenza numero 24068 del 8 maggio ’98 con la quale la Corte Costituzionale ha ribadito la legittimità costituzionale e ha cassata, ha dichiarato illegittima costituzionalmente una Legge regionale del Friuli Venezia Giulia che andava di diverso avviso, la legittimità costituzionale della legge che stabilisce il principio secondo cui i rifiuti pericolosi, che siano anche allo stato liquido, devono essere sempre smaltiti nelle forme del rifiuto pericoloso e non possono essere smaltiti soltanto come scarichi idrici in base alla legislazione in materia di scarichi; Corte Costituzionale. Quindi avete davvero tutta la gamma della normativa e della giurisprudenza italiana, che è – torno a dire – assolutamente pacifica su questo punto. Da ultimo, vi dirò anche che la Cassazione, con la sentenza del ’98 è andata ancora più in là, sentenza 4280 del 9 aprile ’98, perché ha stabilito che: "In tema di smaltimento di rifiuti, la definizione di rifiuto come qualunque sostanza che rientra nelle categorie comprese nel catalogo dei rifiuti e della quale il detentore si disfi o abbia deciso di disfarsi, comprende anche i rifiuti allo stato liquido, in presenza delle due citate condizioni. Pertanto l’abbandono incontrollato o l’immissione nelle acque superficiali o sotterranee di rifiuti allo stato liquidi, compreso nel catalogo europeo dei rifiuti" quindi questi, che erano compresi nella delibera del ’84 e che sono stati compresi nel catalogo europeo dei rifiuti, che ha dei codici CER espressamente dettati per questo tipo di rifiuto, che prima non li ho detti, ma ci sono tutti i codici CER nel catalogo dei rifiuti, che possono essere ricordati per essere tranquilli, il codice 070207 per gli scarichi che provengono dal CV24 e 25, il codice 070107 per gli scarichi che provengono dal CV23 e 22 e ancora, per gli scarichi provengono dal CV22, il codice 070104. Tutti codici di sostanze appartenenti al catalogo dei rifiuti della Comunità, che secondo la Cassazione vanno sempre trattati, secondo la normativa del Decreto Legislativo 5 febbraio ’97 numero 22, anche se non si trattasse di scarichi pericolosi, anche nell’ipotesi in cui non si fosse in presenza di un rifiuto pericoloso, ma soltanto di un rifiuto classificato in base al catalogo, la normativa di riferimento dovrebbe essere, secondo questo più recente indirizzo giurisprudenziale della Cassazione, che va oltre quello delle Sezioni Unite del ’95, soltanto la legge sui rifiuti, Decreto Legislativo 22 del ’97 e non assolutamente la Legge Merli che disciplina gli scarichi. Quindi trovate anche le più recenti evoluzioni giurisprudenziali della Cassazione che si spingono ancora più in là e che applicano la normativa sui rifiuti per impedire lo sversamento in acque superficiali di rifiuti liquidi, indipendentemente dalla loro classificazione, come pericolosi o come non pericolosi. Più chiara di così la giurisprudenza non può essere. Per cui, il punto in diritto, oltre che in fatto, è assolutamente inaccettabile, su questo noi insistiamo con molta forza. Un milione e 110800 metri cubi l’anno, signori, di questa roba è uscita, ai quali vanno sommate le acque scaricate in occasioni di situazioni eccezionali e occasionali, oltre alle acque scaricate anche in occasioni di lavaggi o altre operazioni di manutenzione ordinaria. Richiamo tutti i passaggi nostri, documentalmente provati, giorno per giorno, in cui vi abbiamo dato la prova di scarichi che certamente non avevano alcuna possibilità di essere considerati come scarichi idrici, ma che erano semplicemente sversamento dei rifiuti. Quindi acque di processo, più i lavaggi, più acque di interventi manutentivi straordinari. Il bilancio di un milione e 110000 metri cubi è soltanto per le acque di processo. Su questo punto io direi che ho concluso e credo di potermi avviare alle ultime battute sul problema dell’avvelenamento, perché poi le questioni sono, in qualche modo, collegate. Scarichi idrici di rifiuti tossici o di rifiuti pericolosi di queste dimensioni, che contenevano diossina... la memoria che ha illustrato il dottor Bruni è molto importante per vedere che apporto, nel corso degli anni, in termini di contaminazione derivante dagli scarichi idrici di sostanze tossiche ha avuto la laguna di Venezia, ci porta inevitabilmente nel tema dei reati di pericolo e inevitabilmente dobbiamo fare l’ennesima critica di fondo alla sentenza. La sentenza non solo ha assolto per l’avvelenamento della falda e dei sedimenti e del biota e per le perdite sotterranee, ma non ha parlato assolutamente di quella figura di reato che era contestata nell’imputazione, che era il disastro di innominato colposo derivante dal collegamento delle condotte dal secondo capo d’imputazione, condotte-eventi, con le condotte-eventi del primo capo d’imputazione. Con la contestazione suppletiva del dicembre del 2000, il Pubblico Ministero ha fuso i due capi di imputazione e li ha resi quindi interscambiabili, sia in termini di effetti provocati da condotte descritte nel primo capo, sia in termini di effetti provocati da condotte descritte nel secondo capo. Cosa significa? Che il Tribunale non ha affatto colto l’importanza di quella modifica, ma si è limitato ad analizzare settorialmente le originali imputazioni di pericolo contenute nel secondo capo d’imputazione, senza considerate, ad esempio, per effetto delle condotte analiticamente descritte nel primo capo e quindi per aver tenuto lavorazioni che comportavano emissioni negli ambienti di lavoro e di vita di CVM e di altre sostanze che provenivano dalle emissioni in atmosfera, si potesse essere verificato un grave dissesto delle condizioni qualiquantitative delle risorse naturali circostanti l’area dello stabilimento del petrolchimico. In sostanza non si è nemmeno posto il problema di verificare se il pericolo concreto per la pubblica incolumità fosse rilevato dalle sinergie di condotte colpose, succedutesi nel tempo, cooperanti talvolta – e operanti autonomamente come concorso di cause indipendenti dall’altra – capace di arrecare un tale insulto all’ecosistema, sì da rendere concreto, appunto, questo tipo di pericolo per la pubblica incolumità. C’è una saldatura tra il pericolo all’interno dello stabilimento, il tema del monitoraggio delle fughe, delle emissioni in atmosfera di altre sostanze tossiche e il pericolo all’esterno portato dagli scarichi, dal percolato delle discariche, dall’aria contaminata dalle sostanze tossiche. Su questo punto la sentenza non si è proprio pronunciata. È il primo grande rilievo di critica che noi muoviamo a questa omissione di decisione. Noi, infatti, riteniamo che, essendo stata provata, una volta provata la qualità dell’ambiente di lavoro, anche negli anni ’90, per le ragioni che vi ho illustrato anche questa mattina, le modalità di gestione dei rifiuti liquidi, l’inerzia nel far fronte agli impellenti problemi di messa in sicurezza delle aree contaminate come discariche all’interlo dello stabilimento, una volta messi in chiaro questi temi, possa con facilità scaturire l’affermazione di responsabilità degli imputati che ci interessano anche per il disastro innominato di cui agli articoli 434 e 449 del Codice Penale, ove siano considerati gli effetti cumulativi che queste condotte, protrattesi negli anni, hanno provocato sulle generali condizioni ambientali dell’area di Porto Marghera, di cui nessuno parla. È incredibile. E non solo Porto Marghera, se è vero, come è vero, che Guerzoni, consulente del Pubblico Ministero, è venuto ad illustrare, nel dibattimento di Primo Grado, l’esistenza dell’impronta del cloro in occasione di sinistri rilevanti anche a distanza di 20 chilometri dal punto di emissione della fuga dal petrolchimico. Quindi l’area che ha risentito di questa alterazione ambientale, non è limitata a pochi metri intorno allo stabilimento, ma coglie aree fortemente urbanizzate. A noi pare davvero difficile non pensare che le condizioni molto critiche di acqua, suolo, sottosuolo ed aria, complessivamente considerate, della zona di cui parliamo, che sono condizioni da tutti riconosciute, non solo perché ricostruite nel processo, ma perché sono oggetto di documenti ufficiali, di accordi amministrativi, di azione amministrativa, di provvedimenti normativi, la perimetrazione del sito inquinato di rilevanza nazionale di Porto Marghera, l’accordo sulla chimica, il masterplan, c’è una valanga di dati normativi, tecnici e amministrativi, che ci dimostra un gravissimo disagio di sofferenza a ambientale, complessivamente considerata nell’ambiente di Porto Marghera. Ebbene, di tutto questo non c’è disvalore penale nella condotta degli imputati? È irrilevante la condotta descritta nelle imputazioni, con riferimento ad un concreto pericolo per l’incolumità pubblica evidenziato da questa valanga di dati e di conoscenze che sono davanti agli occhi di tutti. Questo nostro discorso è che in base a questi elementi consolidatisi nel tempo, con il contributo e l’azione – ripeto –, talvolta cooperante e talvolta concorrente a livello di concorso di causa, degli imputati, ha determinato quella che io potrei chiamare una sofferenza di fondo dell’ecosistema veneziano lagunare e in particolare dell’area di Porto Marghera, una sofferenza di fondo che mette in pericolo l’integrità di tutti i soggetti che esistono al suo interno, uomo compreso, indipendentemente dal verificarsi oggi, o domani o ogni tanto, di singoli episodi rilevanti in senso penale. Non c’è bisogno che si verifichi la fuga dei 3000 chili di CVM, che ha portato alla condanna di Bidotto ed altri. Non c’è bisogno che si verifichi la fuga che ha portato alla condanna di altri funzionari Simonetti... Certo, sono episodi che evidenziano situazioni particolarmente critiche, legate a condizioni di emergenza, ma che si inseriscono e i cui effetti sono amplificati da quella che io ho chiamato "la sofferenza di fondo dell’ecosistema veneziano". Ed è quello rispetto al quale io credo sia necessario valutare se questa situazione, che è rappresentata dai dati che ho citato, possa o no essere sussunta sotto il paradigma normativo dell’Art. 449, così come è interpretato dalla Suprema Corte di Cassazione, che ci dice che: "Richiede l’avvenimento grave e complesso, con conseguente pericolo per la vita o l’incolumità di persone indeterminatamente considerate, una concreta situazione di pericolo per la pubblica incolumità, nel senso della ricorrenza di un giudizio di probabilità, relativi alle attitudini di un certo fatto, a ledere o a mettere in pericolo un numero non individuabile di persone, anche se appartenenti a categorie determinate di soggetti. Che siano soltanto gli abitanti di Malcontenta, che siano soltanto gli abitanti di Marghera, che siano soltanto gli abitanti delle zone che stanno intorno a questo stabilimento, non è rilevante per escludere la possibilità di configurare il delitto di cui all’Art. 449, laddove si ritenga – come io mi auguro che questa Corte vorrà ritenere – che, attraverso l’insieme delle condotte descritte nei due capi di imputazione, le condizioni complessive dell’ecosistema, costituiscono un fattore di rischio concreto per queste categorie di soggetti anche specificamente limitate nel numero e nella distribuzione territoriale. Ovviamente, la critica sul mancato riconoscimento del disastro innominato, che io chiamerei ambientale per comodità, certo, non esiste un disastro ambientale nel nostro ordinamento, ma in questo caso il disastro sarebbe, in qualche modo, il frutto di un combinato disposto del disastro innominato 444 e 449 del Codice Penale, con riferimento alle condizioni generali dell’ecosistema. La critica per il mancato riconoscimento del disastro innominato ambientale, alla critica per questo mancato riconoscimento, si aggiunge la critica per l’assoluzione in materia di avvelenamento o adulterazione delle falde. Anche qui rinvio diffusamente alle considerazioni in diritto che abbiamo fatto in Appello. Qui il problema, secondo noi, è abbastanza semplice e non riesco a capire come il Tribunale abbia potuto, ancora una volta, ignorare le ferme indicazioni giurisprudenziali che la materia porta. Prima domanda: è certa la contaminazione delle falde? Sì, la contaminazione delle falde per opera di attività e condotte descritte nel primo e nel secondo capo d’imputazione, è certa, lo dimostrano, senza dubbio, gli studi Enichem, Acquater ’96, Acquater 2000, non ci interessa altro, bastano i dati di Acquater. Se è certa la contaminazione delle falde, questo dato, di fatto, è un dato penalisticamente irrilevante? Guardiamo sul punto la giurisprudenza, anche qui una valanga di sentenze... la 6651 Del ’85: "Le acque considerate dall’Art. 439, sono quelle destinate all’alimentazione umana, abbia o non abbiamo i caratteri biochimici della potabilità, secondo la legge e la scienza. Pertanto è configurabile la fattispecie criminosa prevista dall’indicata norma – quindi qui siamo in materia di avvelenamento – anche se l’avvelenamento delle acque sia stato operato in acque batteriologicamente non pure dal punte di vista delle leggi sanitarie, ma comunque idonee e potenzialmente destinabili all’uso alimentare, fattispecie in cui, trattandosi di sversamento nel terreno di sostanze inquinanti di origine industriali e penetranti nelle falde acquifere, con conseguente avvelenamento dell’acqua dei vari pozzi della zona, è stata respinta la tesi difensiva secondo cui l’acqua protetta è soltanto l’acqua potabile. Anche qui è pacifica la contaminazione delle falde; è pacifica l’esistenza dei pozzi che nelle aree circostanti sono alimentate dalle falde e quindi c’è comunque un consumo di quell’acqua, l’abbiamo scritto noi nel nostro Appello, sul punto, l’osservazione. Qui a noi interessa andare a vedere se il posto era o no contaminato. Più di tanto, quelle analisi, di cui chiedevamo l’acquisizione, non sono decisive sul punto. Il punto decisivo è sapere che si sono i pozzi, che sono pozzi che sono stati in esercizio sempre; che l’autorità amministrativa li conosce, li ha censiti, li ha controllati in più occasioni, che erano posti che venivano utilizzati per il consumo umano, che non è solo il consumo alimentare, ma che è anche il consumo irriguo, per l’irrigazione di verdure, di ortaggi, per attività di tipo igienico-sanitarie, lavaggi e altra natura. Questa situazione che è presa in considerazione dalla Cassazione del ’85, mi pare che sia emblematica nel ritenere che l’avvelenamento possa essere sussistente e sussista, ma anche l’adulterazione, 440, e il reato di mero pericolo, pertanto la sua integrazione è estranea alla realizzazione concreta di eventi dannosi. Non è necessario che qualcuno muoia, bastando l’insorgere del pericolo per la salute pubblica, a seguito dell’adulterazione (inc.) o di altre sostanze destinate all’alimentazione. Fattispecie in tema di inquinamento di acqua di falda, ancora, numero 4026 del ’92. Ancora, nel ’94: "In caso di inquinamento di acque di falda, è irrilevante che questo inquinamento sia provocato da rifiuti tossico-nocivi o altri rifiuti", perché quel che conta è che ci sia l’idoneità delle sostanze che sono state, versate in falla, a contaminare l’acqua e a renderla pericolosa per la salute pubblica. Questa è la Cassazione del ’94 la numero 5411. Da ultimo, ’97, ancora sul 440, stabilisce ancora non forza il principio che non è affatto necessario e tanto meno occorre che sia derivato un danno attuale delle persone, pertanto non è richiesta una qualche forma diretta o indiretta di opera per la destinazione del consumo umano, ma è sufficiente la potenziale attingibilità e utilizzabilità dell’acqua" che era adulterata e, ancora una volta, era un’acqua di falda. Quindi questa più recente sentenza della Cassazione sulla falda è assolutamente tranciante e ci conferma che non occorrono assolutamente opere di captazione. Non sono indispensabili i pozzi, basta la semplice contaminazione della falla. Cosa dicono i dati Acquater? I dati Acquater ci parlano di valori di veleni in concentrazioni elevatissime nella falda: piezometro 27, arsenico 0,45 milligrammi litro, contro una sogna di 0,05 che è prevista nella (inc.), dicloroetano 4033 milligrammi litro e nel piezometro 27, contro una soglia di 0,003. La dose tossica per l’arsenio è un milligrammo litro per chilo, 1,4. Qui abbiamo 0,45 milligrammi. La dose letale per ingestione di dicloroetano, sperimentata, 50 millilitri. Abbiamo un caso riportato da Ineris nel 2003, che ci parla di un morto per ingestione accidentale di 50 millimetri di 1.2 di cloroetano e qui abbiamo 4033 milligrammi litro. Dunque è sufficiente tutto questo per dire che c’è stato avvelenamento e, in subordine, adulterazione dell’acqua di falda? Ma questo discorso vale anche, a maggior ragione, per i quantitativi di rifiuti che la falda scarica continuamente in laguna. Altro punto su cui la sentenza è contraddittoria. Ma se ammette che c’è uno scarico in laguna, da parte della falda, di circa quattro litri al secondo, non sono pur sempre 120000 metri cubi l’anno? La sentenza ammette che la falda scarica nella laguna 4 litri al secondo. Di che cosa? Dei veleni che ha dentro, sottoterra. 4 litri al secondo sono 120000 metri cubi l’anno. Certo, direte voi, poca cosa rispetto al milione di metri cubi di cui parlavamo prima, ma sono pur sempre migliaia di metri cubi che, secondo una stima minimalista, quale quella contenuta nella sentenza, perché noi abbiamo fatto stime diverse, i nostri consulenti parlavano di 10 litri al secondo e non 4. E i dati più recenti del Magistrato alle acque, parlano di 12 metri cubi al secondo, per fare le opere di marginamento della falda, quindi valore tripli rispetto a quelli, ma non importa, prendiamo pure quel dato lì, sono pur sempre 120000 metri cubi all’anno di sostanze che la falda continua a buttare dentro e la cui dispersione nella laguna è sicuramente imputabile, non solo a coloro che per primi hanno messo le sostanze, ma a coloro che ce le tengono lì senza far niente per poter impedire che se ne vadano in acqua, perché anche questo è un passaggio di cui si è poco parlato. Ma scusa, ma tu sei proprietario dell’area? Facciamo finta che tu non abbia fatto minimamente nulla per determinare la situazione critica che hai sottoterra, ma cosa stai facendo per impedire che quella situazione critica che hai sottoterra nella falda, trasmigri e vada a contaminare altri beni che possono, oltre alla falda, toccare il requisito della pubblica incolumità, quindi contaminare il biota, i sedimenti e via dicendo? Allora anche questi aspetti, 120000 metri cubi l’anno, si tratta di sostanze che escono dalla falda e che vanno... Quanti sono in valori assoluti? Nessuno può dirlo con certezza. Anche qui noi potremmo fare tutto un discorso di stime fatte da APAT; non intendo soffermarmi più di tanto sul punto, a me basta soltanto richiamare l’attenzione della Corte anche su questo aspetto, che è un aspetto tutt’altro che marginale. Dunque, signori, con questo credo di avere finito. Mi riservo di depositare una memoria sui monitoraggi, una memoria sugli scarichi e una memoria anche su questi aspetti ambientali legati alle condizioni di pericolo nel momento in cui l’avrò sistemata con i miei consulenti. Credo di dover dire, in ultima analisi, due battute sul problema del danno. In questa occasione processuale io non vi chiederò la liquidazione del danno ambientale, perché innanzitutto mi rendo conto che un tema così delicato, che ci ha impegnati per udienze nel corso del dibattimento in Primo Grado, richiederebbe una trattazione autonoma a parte, tale da renderci impegnati per un altro processo collegato a questo. Quindi è improponibile tornare a discutere di criteri di liquidazione, anche solo sotto il profilo equitativo del danno ambientale. Certamente il danno c’è e certamente chiediamo il riconoscimento, non chiediamo che però venga liquidato in separato giudizio, ovviamente con una possibilità di approfondimento tecnico dei mille risvolti tecnico-giuridici che una vicenda così complessa richiede. Questo non significa che non chiediamo la condanna degli imputati e che non chiediamo delle provvisionale. La provvisionale che noi chiediamo è stata commisurata soltanto con riferimento ai profili di danno patrimoniale ex Art. 2043 riportate dall’Amministrazione dello Stato, quindi la cifra che viene indicata come richiesta provvisionale, è una provvisionale collegata al danno patrimoniale 2043 ed è sostanzialmente espressa dai costi che lo Stato dovrà sostenere per portare a completamento gli interventi di marginamento dei canali lagunari, come previsti dal masterplan, che sono, appunto, quei documenti ufficiali di cui prima parlavo, che tutti conoscono. Questa è la richiesta di condanna provvisionale, nella quale è volutamente assente ogni riferimento al danno non patrimoniale e al danno ambientale ex Art. 18 per le ragioni di complessità di cui vi parlavo poc’anzi. Inoltre credo che sia importante il richiamo normativo alle norme che prevedono l’ordinanza di ripristino dello stato dei luoghi. Signori della Corte, credo che sia fondamentale questo momento, perché questa decisione che voi adotterete in serenità e in piena libertà di coscienza, è una decisione che inevitabilmente potrà condizionare l’evoluzione degli interventi di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino ambientale dell’area del petrolchimico di Porto Marghera. Quindi nel momento in cui noi vi chiediamo la condanna degli imputati al risarcimento del danno, vi dobbiamo anche chiedere che ai sensi dell’Art. 18 della Legge 349 del ’86 voi diate quell’ordine di ripristino, a proprie spese, dell’integrale ripristino dello stato dei luoghi, che è in sostanza un ordine che fa scattare, in capo al soggetto condannato, l’obbligo di provvedere, a sue spese, alla rimozione delle conseguenze dannose o pericolose del reato che ha compiuto. Quest’ordine è importantissimo per le ragioni che vi ho detto, così come è altrettanto importante che l’eventuale sentenza che concedesse la sospensione condizionale della pena, ex Art. 165 del Codice Penale, venga subordinata agli adempimenti, alle restituzioni, ai risarcimenti e agli interventi di ripristino e di bonifica che sono stati richiesti ai sensi dell’Art. 18. Questo non solo perché esiste una serie di norme specifiche in materia ambientale che espressamente richiamano questa facoltà del Giudice, abbiamo richiamato l’Art. 24 della Legge 319 del ’76, ma anche l’Art. 60 del Decreto Legislativo 152 del ’99, anche l’Art. 50 del Decreto Legislativo 22 del ’97. Ci sono norme specifiche. Credo sia uno strumento legittimo, doveroso e importante per fare in modo che finalmente quelle attività di inizio di bonifica e di ripristino ambientale che tutta la comunità veneziana sta aspettando, vengano finalmente intraprese da coloro che un Tribunale, un Giudice della Repubblica dovesse ritenere colpevoli di tutti i reati o di una parte dei reati di cui sono stati accusati nell’ambito di questo procedimento. Pertanto, io mi riporto alle conclusioni che vado a depositare e che devono intendersi quindi integralmente lette da me in udienza. Grazie. L’unica cosa che vi do subito, sono le sentenze integrali della Cassazione in materia di scarichi idrici.

 

DIFESA – Presidente, io vorrei dire una sola battuta sul programma delle prossime udienze. Il 13 comincerei io e le prossime quattro o cinque udienze, visto anche che ho dei problemi di voce, io le avrei strutturate così: per tre ore, tre ore e mezzo, anche quattro, parlo io, sulla causalità, l’avvelenamento, l’adulterazione e il disastro; dopo, a seguire, parla il professor Pulitanò sul 437, in modo che così guadagniamo tempo, perché le udienze non sono molte. A noi di Enichem ne spettano otto, come a Montedison ne spettano otto. Dopodiché seguiranno altri Difensori; un’udienza sarà occupata dall’Avvocato Santamaria e poi, a seguire, dal professor Fornari e dall’Avvocato Simoni e gli altri Difensori sulle posizioni individuali, per finire col responsabile civile, che parleranno poco, però li mettiamo, secondo lo schema seguito in Primo Grado, alla fine, perché a me sembra che qui si debba parlare prima della sostanza. Questo è, a grandi linee, il programma. Ho anche chiesto un microfono particolare perché voglio che la mia voce si senta bene. Grazie.

 

PRESIDENTE – L’importante è che ci sia un programma da parte di tutti i Difensori, in maniera che...

 

DIFESA – Sì, sì, l’ho detto.

 

PRESIDENTE – Sì, ma anche degli altri.

 

DIFESA – Sì, sì. Ci sono queste udienze occupate da me e il professor Pulitanò; poi c’è l’udienza di Santamaria; poi parleranno il professor Fornari e l’Avvocato Simoni e poi gli altri Difensori sulle posizioni personali. Alla fine parleranno i responsabili civili.

 

PRESIDENTE – Sì, va bene, ma anche come calendario sarebbe opportuno che fosse indicato, in maniera che sappiamo praticamente che il tal giorno parlano questi signori Avvocati.

 

DIFESA – La prossima volta le presento il programma scritto.

 

PRESIDENTE – Va bene. In maniera che vediamo di rimanere dentro e non sforare.

 

DIFESA – Noi restiamo dentro sicuramente.

 

PRESIDENTE – Ecco, io ci terrei molto. Signori, alla prossima.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 13 ottobre 2004, ore 09.00.

 

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