UDIENZA DEL 08 LUGLIO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 13 luglio 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

DIFESA – Avv. Pedrazzi F. - Presidente, potrei solo fare una richiesta brevissima? È possibile sapere quando il Pubblico Ministero pensa di depositare le diapositive che sono state prodotte durante il corso della discussione?

 

PUBBLICO MINISTERO – Depositerò con la memoria, che sarà pronta dopo le ferie. Non è semplicissimo, perché ho 1.500 fascicoli che mi aspettano a Rialto, compresa il fascicolo terrorismo, e domani riprendo la parte terrorismo, quindi devo trattare altre cose, per me sarà una grande liberazione quando avrò finito la requisitoria. Dopo le ferie, quindi con le repliche, depositerò. I documenti, sono tutti gli atti, quindi non c’è problema.

 

DIFESA – Avv. Pedrazzi F. - Per quanto riguarda la memoria non c’è problema, ovviamente il Pubblico Ministero la deposita quando crede. Per quanto riguarda le diapositive che sono state proiettate durante la discussione, che costituiscono il supporto imprescindibile della discussione, ne fanno parte integrante, per cui la loro disponibilità da parte delle Difese è assolutamente imprescindibile per la preparazione...

 

PUBBLICO MINISTERO – Comunque io avevo già anticipato ad alcuni Difensori che, per quanto riguarda gli elenchi casi ammessi e casi da ammettere, li consegnerò alla prossima udienza. Per quanto riguarda i documenti, sono agli atti, bisogna metterli a posto, non sono in grado di farlo adesso.

 

PRESIDENTE – La prossima udienza è il giorno 13 e in quell’udienza anche indichiamo il calendario da settembre fino a novembre. Premetto ancora che le udienze saranno il mercoledì e il giovedì, mi sembrava che ci fosse anche una richiesta di ravvicinare le due udienze da parte dei signori avvocati. La parola al Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO – Grazie signor Presidente. Prima di cominciare questa parte finale volevo fare due, per così dire, comunicazioni di servizio. La prima riguarda, come ho già detto all’udienza del 29 giugno, a seguito di richieste di precisazioni del Collegio, la posizione di Babolin Primo che, anche ad una successiva verifica, è risultato che in effetti l’esposizione al CVM era cessata nel ‘64, quindi l’ho levato dall’elenco delle persone cosiddette casi da ammettere. Seconda questione, l’osservazione che era stata formulata alla scorsa udienza del 6 luglio al collega della Procura Generale, dottor Bruni, da parte di un Difensore di Enichem sull’uso di documenti e notizie non presenti in atti, e devo dire che non è esatta, perché di quegli specifici dati citati dal dottor Bruni aveva parlato la dottoressa Paola Venier dell’Università di Padova all’udienza del 17 ottobre 2000 e l’avvocato Partesotti, Difensore di Parte Civile, aveva depositato una lunga memoria specifica con CD il 27 ottobre 2000. Quindi quegli atti ci sono, salvo, per carità, contestazioni e verifiche ulteriori, questo però mi risulta in questo momento.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Mi scusi Pubblico Ministero, visto che mi ha chiamato in causa...

 

PUBBLICO MINISTERO – Non è una polemica, è solo per una precisazione.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Non è così in realtà, perché il Sostituto Procuratore Generale ha parlato lungamente di un documento dell’INCA, un documento relativo ai consumi nazionali, che in realtà non è agli atti, che è stato citato in un modo in realtà improprio dal Pubblico Ministero nei suoi motivi d’appello, ma che non è purtroppo agli atti e quindi le affermazioni che sono state fatte non sono verificabili.

 

PRESIDENTE – Le contesterà con l’arringa.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – È un documento che non è agli atti. Non solo, ma il documento relativo all’Università di Padova è una novità assoluta per la Difesa, quindi noi cercheremo di acquisirlo per conto nostro, a questo punto, per contraddire e per dare la prova che quei documenti sono stati usati in modo improprio dai colleghi dell’Accusa. Quindi non è vero quello che ha detto il Pubblico Ministero, le affermazioni del Procuratore Generale e prima del Pubblico Ministero sono state fondate su documenti non agli atti e impropriamente citati. Tanto è vero che la Difesa, se la Corte d’Appello rammenta, aveva chiesto a controprova di poter produrre uno dei documenti citati dall’Accusa, che era proprio il documento INCA, il documento sui consumi, perché dalla lettura corretta di quel documento risulta una verità totalmente diversa da quella enunciata dalla Pubblica Accusa. Quindi noi lo useremo a questo punto quel documento per provare che quello che è stato detto non è vero.

 

PUBBLICO MINISTERO – Comunque era solo una precisazione, eventualmente risponderà poi il collega in replica, quando ci sarà una discussione, se ci sarà, su questo punto. Passo al tema della discussione orale. Come dal prospetto generale che avevo presentato dall’inizio della requisitoria, rimangono da trattare il punto 10 e il punto 11, e a questo punto credo di doverli trattare, specialmente il punto 10, in maniera sintetica il più possibile. Il discorso riguarda quello del disastro innominato e i suoi rapporti poi con l’articolo 437 secondo comma del Codice Penale. Il Tribunale ha affrontato la tematica relativa al reato di disastro innominato ex articolo 434 e 449 del Codice Penale da pagina 256 a pagina 259, nella parte che adesso proiettiamo. In sintesi il Pubblico Ministero ritiene di dover condividerne almeno in parte l’impostazione in diritto, e la condivido soprattutto in riferimento ai seguenti rilievi di cui a pagina 258. Primo: non è necessaria una, sia pur relativa, contestualità degli eventi; secondo: non è necessario che gli eventi siano determinati da causa violenta. Questi elementi non possono ritenersi costitutivi della fattispecie in quanto devono ritenersi dei semplici elementi specificativi. "Gli eventi - dice il Tribunale - possono essere determinati da condotte anche protratte nel tempo, che hanno ciascuna con efficienza causale realizzato una attività predisponente od aggravante una situazione di rischio. È irrilevante verificare se i fattori causali delle omissioni e delle condizioni necessarie siano prossimi, remoti o concomitanti rispetto al verificarsi dell’evento". Il Tribunale correttamente ribadisce in questo passo il principio di equivalenza delle cause di cui all’articolo 41 del Codice Penale. A sostegno di tale tesi in parte qua cito alcune altre sentenze, una in materia di crollo colposo di costruzione e suoi rapporti con l’articolo 589, che è una sentenza del 1992, coimputato Quaglino, ne proietto la massima: "Nel reato di crollo colposo di costruzioni, così come in quello, eventualmente conseguente, di omicidio colposo, vanno tenuti nettamente distinti il momento nel quale fu posta in essere la condotta dell’imputato e quello degli eventi che si ritengono causati da quella condotta, dato che condotta ed evento, pur essendo gli elementi costitutivi di un unico fatto rilevante, possono essere tra loro temporalmente assai distanti"; qui infatti abbiamo una distanza di tempo superiore sicuramente anche ai dieci anni, come si vede dall’annotazione che è riportata sotto. Abbiamo poi un’altra sentenza che ho già citato, la sentenza Terranova del 2001, l’abbiamo citata più volte, che dice che "è responsabile di un evento chiunque, con la sua azione od omissione, abbia contribuito a determinarlo, e ciò indipendentemente dall’entità dell’apporto causale, salvo che nel relativo processo non si siano inseriti accadimenti talmente eccezionali, straordinari ed imprevedibili da deviarne l’ordinario sviluppo". A questa sentenza ne aggiungo una della Corte d’Appello di Venezia del 19 marzo 1999 proprio sul concetto di disastro che in parte qua è stata anche confermata dalla Suprema Corte con sentenza depositata l’1 febbraio del 2000. Si trattava di una serie di fatti, di condotte che si erano verificate nel 1992 a Rovigo, ed era scoppiata una fabbrica di fuochi artificiali in cui c’erano stati diversi eventi e c’era stata l’individuazione di diverse condotte che erano state contestate come criminose. Io non voglio ovviamente rileggere tutta la sentenza, verrà ovviamente allegata, ne era già stato fatto cenno in primo grado, e riporto solamente la sintesi dei dati che sono stati indicati e dei concetti giuridici illustrati in quella sentenza. Dice quella sentenza, ripeto, confermata in Cassazione: "È esatta la conclusione per cui il disastro colposo è un fatto giuridico unitario, il quale non può essere arbitrariamente atomizzato nelle varie successioni fenomeniche in cui esso si sia articolato"; secondo punto: "Nel caso di specie la causazione del disastro non coincide con la causazione delle prime due deflagrazioni. La causazione del disastro è invece il frutto di un variegato contributo eziologico, da un lato identificabile con una serie di condotte colpose attribuibili ai Sardella e dall’altro identificabile con talune condotte colpose attribuibili ai membri della Commissione"; terzo punto: "Se non vi fossero state le condotte colpose, dei due Sardella da un lato e quella dei membri della Commissione dall’altro, si sarebbe verificato il solo omicidio colposo ai danni di Albieri Gino". Poi continua al punto 7, nella pagina successiva, dice: "Detto omicidio colposo è un reato a sé stante e non si identifica con il disastro, né con il fatto materiale, né con il fatto giuridico. Il fatto materiale disastro, infatti, inizia con la propagazione delle due esplosioni, termina con la distruzione dell’intero opificio e ricomprende tutti gli eventi realizzatisi in questo lasso di tempo", eventi che vengono indicati, ed infine le lesioni e i danni materiali patiti anche all’esterno della fabbrica. Il fatto giuridico – dice quella sentenza - è dovuto al concorso di tre serie di reati autonome: le condotte colpose dei membri della Commissione, le condotte colpose degli imputati principali e altre condotte che vengono indicate. Ma la sintesi che voglio essenzialmente proiettare di questa sentenza è quella che c’è a pagina 141, che dice che "sotto l’aspetto giuridico il caso di specie è regolato dall’articolo 41 del primo comma Codice Penale, né potrebbe sostenersi che le condotte colpose dei Sardella costituiscano un fatto interruttivo del nesso causale ai sensi del secondo comma del 41, poiché esso non consistono in comportamenti assolutamente imprevedibili, anomali ed esorbitanti rispetto all’esercizio dell’attività pericolosa: invero da un lato è prevedibile che colui che gestisce un’attività economica tenda a privilegiare la speditezza e la produttività rispetto alle esigenze della sicurezza, dall’altro in particolare proprio la fabbrica Sardella era stata interessata da due pregressi eventi". Faccio rinvio, comunque, alla sentenza nella sua totalità, per non appesantire l’esposizione. Nel nostro processo abbiamo contestato la violazione sia dell’articolo 437 comma secondo, sia dell’articolo 439 e 449 Codice Penale, la prima nell’ambito del primo capo d’accusa, la seconda nell’ambito del secondo capo d’accusa. E quali solo i rapporti tra queste due fattispecie di reato? Si ritiene di sistemare dogmaticamente il rapporto tra disastro innominato colposo e omessa collocazione di impianti antinfortunistici nel senso che il capoverso dell’articolo 437 costituisce un reato complesso, in cui un evento disastroso, disastro od infortunio, concreta appunto il disastro innominato colposo, che viene dunque assorbito nel reato di omessa collocazione seguita dal disastro. Ne abbiamo già parlato alle udienze di giugno di quest’anno, mi limito a citare – poi torneremo su – la sentenza Arienti del 1993, che era il caso della motonave Elisabetta Mantovani verificatosi nel 1987. Questo principio, com’è noto e come si specificherà ulteriormente tra breve, in ossequio al principio del favor rei, in relazione ad un’eventuale determinazione della pena da infliggere all’imputato. La parte della sentenza di primo grado del Tribunale di Venezia, che invece in tema di disastro lascia un minimo di perplessità e che va specificata, è quella che richiede degli altri elementi costitutivi, perché elementi costitutivi del disastro sarebbero ancora, per il Tribunale di Venezia, la gravità e la diffusività degli eventi nell’ambito di una comunità estesa e l’idoneità degli eventi a concretamente porre in pericolo la pubblica incolumità. Questa parte di sentenza richiede alcune delucidazioni. Il Tribunale in primo grado, rispondendo ad eccezioni preliminari che aveva rigettato decisamente proprio in relazione alla indeterminatezza del capo d’accusa o alla incoerenza e alla vaghezza dell’imputazione, aveva appunto scritto: "verificata la rilevanza causale di uno degli antecedenti, nel contesto delle condizioni date, qualsiasi tentativo di caratura di tale fattore in relazione agli altri rimane privo di significato", e questo è un discorso che accettiamo per quello che abbiamo detto prima. Quel che ne sarebbe dovuto conseguire, però, avrebbe dovuto condurre a riconoscimenti di penale responsabilità degli imputati sulla base delle prove fornite in dibattimento dall’accusa. Però, subito dopo queste pacifiche valutazioni giuridiche generali e dopo essersi richiamato ad un’altra sua condivisibile ordinanza, il Tribunale tornava di fatto sui suoi passi e cominciava ad impostare una..., che è stata definita nell’atto d’appello una sorta di deformazione dell’accusa, un fraintendimento dell’accusa, e a porre le basi per una decisione assolutoria generale.

 

Infatti il Tribunale diceva, a pagina 483 della sua sentenza: "ancora vale richiamare che in altra ordinanza, ritenendo la manifesta infondatezza di questioni di legittimità costituzionale sollevate e pertinenti all’indeterminatezza della definizione normativa di disastro innominato colposo, il Tribunale ha assunto sul piano interpretativo non essere data la necessità che l’evento disastroso venga a verificarsi contestualmente. Il Tribunale non ha convalidato quelle ipotesi interpretative secondo cui l’evento disastroso possa essere ritenuto tale solo e solo in quanto contestualmente realizzatosi". Ma subito dopo prosegue: "con ciò il Tribunale ha assunto la rilevanza del problema di condotte determinative, condizioni di aggravamento di un evento già verificatosi, aggravamento di un evento di danno ambientale, è evidente, di significato adeguato alla complessità dell’evento tipico ed adeguato alla condizione di pericolo per l’incolumità pubblica". Con tale ultima asserzione il Tribunale pone le basi per quella ricordata opera di trasformazione dell’accusa, che viene oltremodo vieppiù allargata e posta in un contesto e su di un piano molto più ampio, che non è però quello sottoposto dal Pubblico Ministero al giudizio del Collegio. Il Pubblico Ministero infatti aveva parlato nel capo d’accusa di contributi da parte dei singoli imputati alla causazione e all’incremento dei diversificati inquinamenti e agli elementi contestati, letteralmente diceva il capo d’accusa: "contribuivano". Il Pubblico Ministero ha fatto specifico riferimento, per questa parte ambientale, all’attività e ai danni causati dagli impianti del ciclo del cloro, impianti in maniera particolareggiata indicati nel capo d’imputazione: clorosoda, cloruro di vinile, composti organoclorurati, qualsiasi lavorazione del cloro e dei suoi derivati, compresi il cloruro di benzile, il cloruro di benzale e il cloruro di mercurio. E questi danni, secondo l’accusa, erano e sono nuovi e diversificati rispetto agli altri generici e generali danni citati dalle Difese degli imputati e, a ruota, dal Tribunale. Ancora una volta non posso che fare riferimento all’interpretazione della Suprema Corte in suddetta materia per superare ogni problema giuridico e poi anche di fatto. Già ho citato la sentenza Arienti del 1993, che è molto chiara, perché dice alcune cose importanti: "Poiché la disposizione di cui all’articolo 437 comma secondo non prevede una circostanza aggravante in senso proprio, bensì un’ipotesi di concorso formale dei reati, quello di omissione di impianti antinfortunistici e quello di disastro colposo, unificati ai fini della pena per evitare la maggiore severità del cumulo materiale, è sufficiente per l’applicabilità di tale norma la consapevolezza della condotta tipica del reato di disastro colposo, e non anche dell’evento che aggrava il delitto di cui al 437, sicché non è invocabile il 59 comma secondo del Codice Penale. Il delitto di cui al 437 si consuma con la omessa collocazione di impianti o apparecchi o segnali destinati alla prevenzione. Qualora questo si verifichi - questo danno - nella forma di disastro o di infortunio, ricorre l’ipotesi più grave prevista dal comma secondo del detto articolo 437: l’omissione o la rimozione devono essere tali da determinare pericolo per la pubblica incolumità, il quale è presunto dalla legge come conseguenza della mancanza di provvidenze destinate a garantirla, senza che occorra che sia anche specificamente perseguito. Pertanto anche la semplice consapevolezza che l’accettazione di fare a meno dell’impianto, degli apparecchi o dei segnali necessari, quale che ne sia la ragione, integra pienamente il reato di cui al 437. Poiché la consapevolezza dell’omissione delle misure prescritte e comunque indispensabili per la prevenzione, e l’accettazione del pericolo insito nell’operare senza le stesse sono sufficienti ad integrare il delitto di cui al 437, qualora si verifichino, benché non voluti, disastro od infortunio sul lavoro, ricorre l’ipotesi di reato prevista dal secondo comma, senza che il più grave evento non voluto sia idoneo a trasformare nel delitto semplicemente colposo di cui al 451 la consapevole e voluta omissione delle misure e il pericolo connesso". Ma c’è poi un’altra sentenza che abbiamo già citato, che è la sentenza che parte da un caso veneziano, che annulla la sentenza di primo grado la Corte d’Appello e condanna gli imputati, è la sentenza coimputato Martini, confermata dalla Cassazione Prima Sezione nel ‘96, e fanno riferimento ad una serie di numerosi infortuni accertati che comprovavano la sussistenza dell’attentato alla pubblica incolumità. Perché si verifichi ciò nello specifico ambiente di lavoro non occorre che venga colpita una massa di lavoratori proporzionata al numero degli addetti, perché per la configurabilità dell’ipotesi delittuosa descritta dalla norma è sufficiente la mancanza o la inefficienza degli impianti o degli apparecchi necessari per prevenire gli infortuni. Tale omissione, infatti, pregiudizievole per l’integrità fisica dei lavoratori, determina il pericolo per la pubblica incolumità. Realizza quindi quella condizione di determinata estensione del pericolo, che è requisito sufficiente per integrare l’attentato alla pubblica incolumità richiesto dalla norma. Poi parla dell’elemento soggettivo del reato, di cui abbiamo parlato già in altra occasione. L’elemento psicologico del reato; la Corte ha ritenuto infine che le omissioni delle necessarie misure antinfortunistiche da parte degli imputati non erano state il frutto di una colposa negligenza o trascuratezza ma di una precisa e cosciente volontà determinata da scelte economiche legate alla gestione dell’azienda, ed è proprio il caso del nostro processo. Poi continua sull’elemento soggettivo parlando anche del pericolo presunto. Ma cosa significa tutto ciò in relazione alla sentenza di primo grado che abbiamo appellato? Innanzitutto il reato di cui all’articolo 434 e 449 viene assorbito dal reato di cui al 437 comma secondo (quolad penam). Secondo: per l’applicabilità del reato di cui al secondo comma del 437 è sufficiente la consapevolezza della condotta tipica del reato di disastro colposo e non anche dell’evento previsto da questo capoverso del 437. Terzo: se si verifica l’evento infortunio o disastro rimane, a maggior ragione, integrata la fattispecie di cui al 437 secondo comma. Quarto: il pericolo per la pubblica incolumità è implicito nel reato di cui all’articolo 437 primo comma, secondo quanto ripetutamente già detto, è un pericolo presunto. Quinto: sul concetto di pericolo ex articolo 434 e 449 richiamo quanto detto l’altro ieri dal collega dottor Bruni, si tratta di un pericolo concreto, secondo quanto specificato dal dottor Bruni in udienza. Sesto: sul concetto di gravità e diffusività degli eventi nell’ambito di una comunità estesa – così il concetto è stato indicato dal Tribunale – c’è ritengo da spiegarsi un attimo. La soluzione relativamente al nostro processo non è molto complessa, poiché basta considerare come dalle omissioni contestate agli imputati, primo comma del 437, siano derivati pacificamente, direi per tutti – perché lo dice anche il Tribunale – tutta una serie di infortuni e malattie, quanto meno gli angiosarcoma, i fenomeno di Raynaud e le cinque epatopatie ammesse dal Tribunale; e basterebbe anche un solo infortunio o malattia per ritenere consumato il reato di cui al capoverso del 437. Quindi per questo aspetto ritengo che la soluzione sia pacifica. Per il secondo aspetto, quello della determinazione nella consumazione del disastro, ritengo che sia parimenti da affermarsi la penale responsabilità degli imputati, secondo quello che dirò tra poco, sulla base delle seguenti considerazioni in fatto e in diritto. In diritto innanzitutto; oltre alle sentenze di Cassazione già citate ritengo importante e molto interessante considerare come, nell’ambito del nostro circondario, siano state emesse in epoca recente tre diverse sentenze – giurisprudenza, anche se solo di primo grado - da tre diversi Giudici del Tribunale di Venezia in materia di primo e secondo comma dell’articolo 437 del Codice Penale. Non voglio ovviamente leggere tutta la sentenza, ma ne cito i passi più rilevanti ai nostri fini questo momento. La prima è la sentenza depositata il 27/11/2002, che è una sentenza lineare, completa, estremamente lucida, che riguardava tra l’altro degli imputati Enichem, e riguardava una piccola fuga di ammoniaca del 27 dicembre 1998 a causa della sostituzione di una valvola. Oltre ad affermare che la valvola è sicuramente un’apparecchiatura destinata alla sicurezza, quindi non mi dilungo su questi concetti, possono anche non essere essenziali – dice il Giudice – per la funzionalità dell’impianto per ragioni di sicurezza, però in ambito di sicurezza, proprio in relazione alle valvole, dice quel Giudice: "associare all’industria chimica il pericolo della perdita di liquidi o della fuga di gas è operazione mentale, empiricamente e statisticamente fondata, istintiva e spontanea, al pari della connessione tra la caduta di un lavoratore dall’alto, lavoratori edili, tra il crollo di una gru e i più vari cantieri, tra lo schiacciamento e l’imputazione di parte del corpo e macchine operatrici". Per quanto riguarda il concetto di disastro, poi, si dilunga nella motivazione perché ritiene un evento del genere questa piccola fuga determinata dalla mancata sostituzione di una valvola, e parla di un concetto di disastro che non può ridursi ad un concetto che racchiuda solo eventi di vasta portata o tragici. Che così non è risulta dalla complessità della questione poiché il disastro è un elemento dei reati di danno, ma connota anche i reati di pericolo, e in quest’ultimo caso la mancanza dell’evento danno e la assunzione della sola sua possibilità, probabilità come fattispecie costitutiva, evidenzia il limite dell’imponenza e tragicità quale misura del disastro tragicamente inteso, anzi proprio la qualità del bene giuridico tutelato, la pubblica incolumità, e la diffusa scelta della punibilità delle condotte generatrici anche del solo pericolo, che quindi anticipano la soglia della probabilità stessa, fanno assumere sotto la stessa norma situazioni di fatto tra loro molto diverse, per cui ad esempio è stato ritenuto naufragio, che è uno dei disastri tipici, sia quello dove sono morti 30 uomini dell’equipaggio, sia quello in cui una barca, anche a remi, non sia più in grado di galleggiare regolarmente, per il semplice capovolgimento del mezzo, ed escludendosi la necessità di un inabissamento del medesimo. Ma al di là di una ricerca mirata tesa ad evidenziare come la norma incriminatrice comprenda una forbice ove trova posto anche una lettura minimale del disastro, disastri semplici o cosiddetti disastri non disastri, va evidenziato che la stessa ricerca proposta pare contenere già in sé la smentita di quello che vuole dimostrare quando, come è stato indicato anche dalla Difesa in quel processo, inserisce tra i casi esaminati anche quello del pericolo del disastro ferroviario, ritenuto sussistente anche se il treno venne fermato poco prima del passaggio a livello erroneamente lasciato aperto e senza che veicolo alcuno in quel momento transitasse. Poi continua su queste specificazioni del concetto di disastro, che sono poi specificazioni riportate anche nella sentenza di un altro Giudice di primo grado in sede di rito abbreviato, coimputati Enichem, una sentenza depositata il 12 febbraio 2003 che riguarda la fuga di mezza tonnellata di ammoniaca, risalente al 4 maggio del ‘99. Si parlava lì di anomalie delle valvole alimentazione della (torcia), e sono sicuramente tutti questi episodi specifici che porto come esempio molto molto inferiori agli episodi e ai fatti specifici verificatisi per anni ed anni per quanto riguarda i reparti del CVM e quindi i fatti che riguardano il nostro processo. Con questa sentenza di giudizio abbreviato il Giudice innanzitutto richiama i concetti che abbiamo ripetutamente richiamato anche noi in quest’aula sia sulla normativa speciale antinfortunistica e sia sulla rilevanza eccezionale e particolare dell’articolo 2087 del Codice Civile. Per quanto riguarda invece la nozione di disastro, viene richiamato un fatto - dice così almeno in partenza, secondo un diffuso indirizzo interpretativo - particolarmente grave e di notevoli proporzioni, che richiederebbe un pericolo e un danno diffusi. "Secondo un altro orientamento – dice quella sentenza – la nozione di disastro non va circoscritta agli accadimenti caratterizzati da effetti materiali produttivi di danni particolarmente gravi e di notevoli proporzioni, ma è suscettibile di estensione la situazione di pericolo effettivo e reale per la pubblica incolumità, anche qualora ad essa non abbiano fatto seguito concreti eventi di danno". "Questo Giudice - diceva - ritiene di dover aderire a questo secondo indirizzo interpretativo. Va evidenziato in merito che il secondo comma del 437 prevede in via disgiuntiva il verificarsi di un disastro o un infortunio. Tale formulazione dunque equipara il disastro ad un semplice e non grave infortunio che può verificarsi anche in ambiente estraneo a quello di lavoro e può coinvolgere anche una sola persona. La disposizione in esame richiama infatti la nozione di infortunio e non quella di infortunio sul lavoro, previsto dal primo comma. La circostanza che il secondo comma del 437 Codice Penale accomuni sotto il profilo sanzionatorio il disastro al mero infortunio individuale depone per una ben precisa scelta legislativa volta ad ampliare, ai fini dell’aggravamento di pena, la nozione di disastro, rendendola suscettibile di ricomprendere situazioni di concreto pericolo per una serie indeterminata di persone, anche qualora per una qualche evenienza non si siano verificati danni gravi e rilevanti". E nel caso di specie, tra l’altro, si trattava di irrespirabilità dell’area che si era protratta per un significativo lasso temporale, con un raggio d’estensione anche notevole; è arrivata fino a Malcontenta, per il nostro processo sappiamo quante volte arrivino queste fughe del CVM al di là di Malcontenta. La terza sentenza è una sentenza che è stata pronunciata da un altro Giudice del Tribunale di Mestre all’udienza del 24 ottobre 2003 ed è ancora in corso di deposito e riguarda proprio uno dei reparti trattati in questo processo. Si trattava del reparto CV22, una fuga di circa, diceva l’azienda, 1.000 chilogrammi di CVM in aria, la sentenza poi parlava di 3.000 chili di CVM in aria, risalente all’8 giugno del 1999. Erano stati contestati i reati di disastro colposo innominato e il capoverso del 437 e il Giudice ha condannato gli imputati, eccetto uno, per questa vicenda, determinata da sfondamento di guardia idraulica, per il 437 capoverso, ritenendo assorbito il disastro innominato. E sfondamenti di guardia idraulica vedremo come in questo processo, in particolare ce lo dirà l’avvocato dello Stato, quanti se ne siano verificati fino ad epoca recente. Ma per la configurabilità e il riconoscimento anche in fatto della fattispecie di cui al capoverso del 437 ritengo tenere ben presente tutto quanto detto e motivato l’altro ieri dal collega dottor Bruni e tutto quanto scritto nell’atto d’appello. Si aggiungono alcune altre considerazioni. La memoria tecnica studio presentato sui dati di immissioni di diossine in acqua a causa delle lavorazioni del ciclo del cloro contestate nel secondo capo d’imputazione è una memoria, sono dei dati tecnici che devono essere comunque tenuti presenti perché sono dati che già esistono tutti in atti e sono stati soltanto messi assieme da noi. Qui proietto soltanto due di quei grafici per far vedere come dalla figura 9 innanzitutto sia descritto l’andamento della cumulata dei valori del rame contenuto nei fanghi originati dalla produzione di CVM, impianti del nostro processo, del CV11 e CV22, dal 1971 al 1985, e vediamo come va a salire questa cumulata. E ancora c’è un altro carico inquinante, la figura 10, che riguarda le diossine, riguarda queste diossine e furani formatisi nel periodo 1980, siamo arrivati fino al 2003 ma ci si può ovviamente fermare prima secondo il capo d’imputazione, diossine e furani formatisi nel ciclo produttivo del CVM, e vediamo chiaramente espresso nel grafico quello che è stato motivato molto bene nella memoria tecnica, che utilizza, ripeto, dati e documenti che sono già in atti. Un altro punto importante da tener presente è quello relativo alle gravi carenze tecnologiche impiantistiche degli inceneritori per rifiuti industriali dello stabilimento. La tecnologia per la realizzazione degli impianti di trattamento chimico–fisico–biologico delle acque reflue industriali già era disponibile dagli Anni Cinquanta. Già ne ha parlato il collega Bruni, quindi non mi soffermo su questo punto e vado oltre. C’erano dei convegni degli Anni ‘50 ma soprattutto, come già detto, dei convegni degli Anni ‘60 e ‘61, da cui risulta che a quell’epoca le industrie, i tecnici, i ricercatori e le istituzioni a tutti i livelli erano pienamente consapevoli della gravità del problema causato dagli scarichi industriali e ugualmente erano ben note le soluzioni tecniche e in particolare il trattamento delle acque reflue industriali con processi chimico-fisico-biologici a fanghi attivi, come l’Accusa ha ben documentato in atti. Un altro elemento trattato lo stesso dal dottor Bruni, quindi lo cito soltanto come argomento, è quello relativo alla mancata o comunque ipertardiva installazione di impianti dedicati alla depurazione delle acque reflue derivanti dai cicli produttivi di Porto Marghera, rifiuti derivanti dai cicli produttivi e impianti di incenerimento installati presso il Petrolchimico di Porto Marghera. E alle considerazioni e valutazioni in tema di illeciti scarichi tossico-nocivi nelle acque lagunari vanno aggiunti alcuni dati molto rilevanti desumibili ormai da una serie di sentenze di altri Giudici diversificati, sempre del Tribunale di Venezia, in materia di vongole pescate all’interno dei canali industriali di cui al capo d’imputazione. Già in primo grado avevo documentato come, dalle fasi iniziali di questo processo, fino al settembre del 2000, la Polizia giudiziaria, in particolare il Corpo Forestale dello Stato e la Guardia di Finanza, avessero sequestrato in 135 casi chili e chili di pescato abusivo, e ovviamente avevano denunciato i pescatori abusivi. Era ed è purtroppo ancora un fenomeno diffuso, pericoloso, tanto che la Procura in certe situazioni è stata costretta a contestare addirittura un reato associativo, è un fenomeno che non è in diminuzione e che ha dato origine anche ad una sorta di guerra tra i vongolari e la Guardia di Finanza, come tutti sappiamo. Ora siamo in presenza di una serie di sentenze – adesso le proietto soltanto ma non le commento -, siamo in presenza delle seguenti sentenze che hanno confermato la tossicità e la pericolosità per il consumatore del pescato, delle vongole in questo caso, tossicità causata dalle lavorazioni del ciclo del cloro espressamente. E ci sono delle sentenze che sono arrivate a pronunce di responsabilità in relazione all’articolo 444 del Codice Penale, proprio pescato pericoloso per la salute. Alcune di queste sentenze sono pure passate in giudicato. La prima è depositata il 15 settembre del 2003, è un fatto del 2001, questa è irrevocabile; anche la seconda è irrevocabile, depositata il 6 febbraio del 2003; la terza parimenti irrevocabile, depositata di recente, nel febbraio di quest’anno; e la quarta, in corso di deposito, è del 5 marzo del 2004, è in corso di deposito la motivazione. Sono sentenze, queste ultime e quelle sull’articolo 437 del Codice Penale citate, che sicuramente non sono vincolanti per questa Corte d’Appello, anche se su alcune sentenze si è formato un giudicato su fatti considerati ex articolo 444. Però, anche se non sono vincolanti, sono il chiaro segno di una giurisprudenza, oltre che di legittimità, anche di merito, ampia, diffusa e costante, a sostegno delle tesi d’accusa in questo processo. È per quest’ultima parte sulle sentenze che riguardano i vongolari, per assurdo, se ci sarà un’assoluzione nel corso di questo processo e passerà in giudicato, io stesso dovrò pensare per assurdo alla revisione del processo per contrasti di giudicati ai sensi del 630 lettera a). Ma dicevo che queste sentenze pronunciate dai Giudici del Tribunale di Venezia sono il chiarissimo segno del fatto che l’impostazione dell’accusa in questo processo non è unica, non è isolata; è il chiarissimo segno di un’accusa che basa e che baserà le sue richieste su leggi, su norme, su sentenze di Cassazione e di merito esistenti e concordi. Se poi a tutto ciò aggiungiamo quanto è emerso e provato nel nostro processo in materia di discariche pericolose all’interno e all’esterno dello stabilimento, in materia di inquinamento delle falde acquifere, in materia di scarichi illeciti in laguna e in materia di pozzi destinati ad uso umano, il cerchio si chiude e non si può non parlare di una situazione di disastro. Ne parleranno diffusamente in seguito i Difensori di Parte Civile, l’avvocato dello Stato, i Difensori della Regione e del Comune in particolare, ma anche delle altre Parti Civili. Solo per questioni visive proietto l’elenco delle 26 discariche che fanno parte dei capi d’imputazione; proietto poi dei dati che sono tratti dal famoso faldone 102. Proietto soltanto una tabella che riguarda i rilevamenti all’interno degli scarichi in particolare SM15 ed SM2, sono dati trattati dal consulente tecnico ingegner Carrara su incarico del Pubblico Ministero, e sono gli scarichi del Petrolchimico di Porto Marghera che riguardano in particolare i composti organici clorurati che sono stati sottoposti a controllo per un certo numero di giorni nel corso dei vari anni. Io proietto per semplicità, solo per far vedere l’insieme dei dati analitici sul periodo che è stato considerato, che è un periodo lunghissimo, che come vedremo dalla prossima tabella va dal ‘73 in poi, riguarda il numero di giorni controllati, il numero di giorni risultati fuori limite e la frequenza percentuale dei fuori limite. Sono dei dati numerici presi così, a campione, sono dati recuperati dall’azienda, e da questi dati dell’azienda si vede come la situazione sia di estrema gravità. Una situazione di tale gravità non mi pare proprio che possa rientrare nell’ambito delle fisiologiche anomalie di esercizio degli impianti. Se poi andiamo a vedere i singoli scarichi, come ovviamente verrà fatto poi dalla Corte, proietto soltanto due scarichi, uno ad esempio è lo scarico SM2, indica il numero dei casi fuori norma per i parametri considerati. Dal 1973 vediamo quali sono stati i casi e vediamo che si arriva ad una punta massima ai primi Anni ‘90, nel ‘92, nel ‘93, che è l’epoca delle contestazioni specifiche ad imputati specifici del nostro processo, ancora fino a tutto il 1996, e in particolare i dati dei superamenti sono quelli che riguardano i clorurati, le sostanze contestate nel nostro processo in particolare. Vediamo proprio la linea dei clorurati, vediamo quali sono indicati. Una situazione analoga si vede per lo scarico SM15/5; la situazione viene rappresentata nel grafico dall’ingegner Carrara nella stessa maniera e vediamo come i superamenti siano particolarmente elevati, soprattutto per i clorurati di secondo grado e soprattutto per l’epoca che arriva fino al 1994–1995, cioè l’epoca delle contestazioni prima della chiusura delle indagini preliminari. Ribadisco ancora una volta, sono dati che provengono dalle aziende, quindi non sono contestabili, sono dati pacifici, tra l’altro sono tutte singole contravvenzioni pacifiche, e allora non si capisce proprio perché il Tribunale abbia dichiarato che il fatto non sussiste per tutte queste situazioni. E inoltre esiste un altro dato importante che riguarda i pozzi, non parliamo dei pozzi per i quali non c’è stata acquisizione in primo grado, ma ci sono dei dati pacifici già agli atti del processo che sono estremamente indicativi. L’attività che era stata svolta in primo grado dal Corpo Forestale dello Stato ha avuto un esito per certi versi sorprendente, perché dalle acquisizioni documentali che sono state effettuate presso gli Enti pubblici territoriali competenti, Regione e Provincia, è emerso che ad esempio per il solo entroterra veneziano ci sono state ben 221 denunce di pozzi inferiori ai 50 metri di profondità per uso agricolo e domestico, e queste non sono denunce fatte tanto per fare, perché sulla base di queste denunce poi devono pagare le tasse, e sappiamo come, se è possibile, si cerchi di pagare il meno possibile come tasse, e quindi sono denunce reali, non sono denunce teoriche, astratte, chissà per quale motivo, di pozzi per uso agricolo e domestico; e per il solo Comune di Mira, che è quello attorno allo stabilimento di Marghera, le denunce sono state ancora di più, perché sono 351, e ci sono altre centinaia di pozzi per approvvigionamento idrico autonomo di cui alle 8 denunce presentate alla Provincia di Venezia. Ne proietto solo alcune rapidamente; si vede la prima che riguarda la zona di Malpaga, dove c’era una discarica tra l’altro, e si vede come si vada a profondità molto limitate, profondità di un metro, e l’uso viene indicato "sono in aggiunta all’approvvigionamento da acquedotto", quindi è chiara questa indicazione, questa destinazione. Il successivo modulo per denuncia pozzi fa riferimento ad un’altra località di discarica, Borbiago di Mira, fa riferimento ad una profondità di prelevamento dell’acqua di 12 metri, fa riferimento al fatto che "costituiscono l’unica fonte di approvvigionamento", e indicano poi anche i giorni e l’uso di quest’acqua. Un’altra ancora nella zona di Mira, profondità di prelievo 4 metri, "in aggiunta all’approvvigionamento da acquedotto", "uso agricolo". Quella dopo, Chinellato, zona Malcontenta, un’altra zona di discarica, "uso agricolo", profondità 9 metri, "costituiscono l’unica fonte di approvvigionamento"; e potremmo continuare, ce ne sono delle altre, ma mi fermo per i noti motivi. Concludo tirando le fila rapidamente di quanto detto dal primo giorno di requisitoria sulle violazioni degli articoli 437 comma primo e secondo, degli articoli 589 e 590: in questo stabilimento Petrolchimico di Marghera, una specie - per rubare un’espressione ad Emile Zola, da Germinal – una "bete méchante", una bestia cattiva, per anni e anni i lavoratori sono stati esposti a sostanze cancerogene in palese spregio delle norme di legge, e per anni e anni dallo stabilimento sono uscite quantità enormi di sostanze pericolose, ma la responsabilità non è di questa bestia, non è dei quattro muri, non è dello stabilimento, delle macchine in sé; la responsabilità è di chi aveva la proprietà e la gestione di quella bestia, consentendo che crescesse e lavorasse nella maniera criminale che abbiamo indicato. E allora aggiungo alla richiesta di affermazione della sussistenza del primo e del secondo comma del 437, in sintesi per i motivi che ho illustrato. Il Tribunale, dicevo, ha sbagliato in diritto sul 437, ha dimenticato l’esistenza di leggi speciali, ha confuso il concetto di tossicità con quello di cancerogenicità, ha errato sull’epoca delle conoscenze, ha disconosciuto l’esistenza di documentali accordi di segretezza, ha errato nell’applicare le norme al caso specifico di Porto Marghera, ha errato nel valutare le condizioni degli impianti, ha errato nel valutare le omissioni contestate agli imputati. E tutto ciò doveva portare ad affermare la penale responsabilità innanzitutto per il primo comma dell’articolo 437, ma anche per il secondo comma doveva concludere per la condanna, per i motivi che abbiamo indicato e che sono illustrati e proiettati. Questi infortuni/malattia si collegano e vengono inseriti nel secondo comma del 437, abbiamo parlato di omessa considerazione delle categorie degli operai più a rischio, abbiamo affermato l’esistenza di un nesso di causalità che vale per le morti e per le malattie, sia per la fattispecie di reato colposo, sia per il capoverso del 437. La Giurisprudenza della Suprema Corte va in tal senso, anche relativamente ai tumori policausali e al concorso di cause. Alcol, fumo, virus, non sono fattori imprevedibili ed eccezionali, questo va detto che va affermato chiaro e tondo fino in fondo. Fattori eccezionali ed imprevedibili potrebbero essere ad esempio, com’è successo anche a Porto Marghera, ne cito uno, un triste, sono alcuni episodi tristi di operai che si sono suicidati, ammalati, stressati, che arrivano al suicidio. La pietà umana, la pietas umana ha sempre coperto questi episodi che si sono pur verificati, ma in questo caso c’era l’interruzione di un nesso causale. Nel caso invece di alcol, fumo, virus, non c’è il fattore eccezionale ed imprevedibile, questi sono dei cofattori. Poi parlavo di valutazione unitaria di tutto il materiale probatorio raccolto, epidemiologia, biologia molecolare, medicina legale, la casistica, cancerogenesi, la questione delle basse dosi, gli studi in vivo e in vitro, e a sostegno ci sono le conclusioni degli organismi internazionali e nazionali. E anche accettando l’impostazione del Tribunale si doveva arrivare alla condanna per il capoverso del 437, come ho detto nel corso della terza udienza di requisitoria relativamente alle patologie e ai casi ammessi dal Tribunale, e anche ai casi da ammettere, secondo gli stessi criteri riconosciuti dal Tribunale. A tutto ciò va aggiunta la consumazione del delitto di disastro nell’ambiente e dell’ambiente di cui abbiamo parlato il 6 luglio. E concludo questa parte segnalando un aspetto fondamentale imprescindibile: quando si parla, quando si deve valutare la situazione di rischio e di pericolo non si può prescindere dalla tutela dei più deboli: gli operai giovani o anziani in fabbrica, magari già ammalati o con problemi anche di debolezza costituzionale genetica, e dall’altra parte la popolazione, che è composta anche di bambini, che è composta di anziani, più soggetti agli attacchi e agli insulti della chimica. Le nostre leggi ci dicono che costoro devono essere maggiormente tutelati e noi dobbiamo maggiormente tutelarli. Ho concluso il capitolo decimo e passo all’ultimo capitolo, che è quello delle responsabilità personali, e proietto l’indice sullo schermo.

 

Quest’ultimo capitolo, di cui riporto l’indice sullo schermo, soprattutto l’ultimo capitolo trattato ci fornisce lo spunto per avvicinarci all’esame delle responsabilità penali. Quando citavo poco fa Emile Zola e la sua "bete méchante" non volevo fare discorsi di stampo moralistico né al contrario, ovviamente, fornire alibi agli imputati, proprio perché delle pericolose nocive attività svolte all’interno dello stabilimento Petrolchimico di Marghera devono ritenersi responsabili non astratte ed impalpabili strutture, non lontane ed inavvicinabili multinazionali, ma specifici e ben individuati uomini, specifici e ben individuati amministratori e dirigenti di società proprietarie e gestori degli impianti CVM e PVC di Porto Marghera, specifici e ben individuati, ancora una volta non astrattamente o teoricamente o ideologicamente, ma sulla base di ben precise norme giuridiche, quelle norme che ho ricordato fin dal primo giorno della mia requisitoria. In questo processo sono state contestate fattispecie di reato di natura sia dolosa che colposa, come abbiamo visto. Le varie condotte ed omissioni criminose sono state specificate in maniera circostanziata e persino pedante all’interno del capo d’imputazione. Queste singole condotte omissive le illustro sul grafico che proietto in questo momento e sono sintetizzate, vengono tratte tutte dal capo d’imputazione e per ognuna di queste singole condotte ci saranno gli interventi specifici della Parte Civile a partire già dalla settimana prossima, che approfondiranno punto per punto queste singole condotte omissive così come indicate e così come sono state tratte per sintesi dal capo d’imputazione. Queste condotte ed omissioni dei vari imputati e di varie epoche sono state avvinte nell’impostazione accusatorie dai vincoli rispettivamente di cui all’articolo 81 e agli articoli 113, 61 numero 3 ed 81 Codice Penale. E allora passiamo innanzitutto all’esame delle responsabilità dolose e all’articolo 81 Codice Penale, per poi vedere subito da un punto di vista generale il concetto di responsabilità colpose e gli articoli 113 e gli altri che ho citato. Ho già riferito, e soprattutto scritto in atto d’appello, dei vari fraintendimenti o deformazioni, comunque forse più probabilmente fraintendimenti del contenuto dell’accusa operati dal Tribunale. Un particolare fraintendimento riguarda gli aspetti della colpevolezza, della continuazione e del concorso di cause, e si ricava a pagina 485 della sentenza, quando il Tribunale scrive: "In tesi d’accusa, come si vedrà, tutte le condotte sono indistintamente avvinte in un addebito di cooperazione colposa, dove ciascun cooperante assume corresponsabilità per l’insieme delle conseguenze asseritamente prodotte dal catabolismo del plesso industriale, quello di decenni", e qui si ferma la citazione del Tribunale. Ora, a parte il fatto che non fa parte delle tesi d’accusa questo frequente e ripetuto richiamo al catabolismo del plesso industriale, espressione cara invece al Tribunale, viene semplicemente da rispondere che leggendo il capo d’imputazione, che è il nostro punto di riferimento, ci si rende conto di come sia qui contestato anche l’articolo 81 comma primo e comma secondo e come fosse contestato fin dall’origine anche l’articolo 437 Codice Penale nel suo complesso. La circostanza va segnalata anche perché ritengo che il Collegio giudicante possa legittimamente e correttamente accertare ed affermare una responsabilità dei singoli imputati sulla base delle accuse formulate dal Pubblico Ministero sia come frutto di cooperazione colposa o di concorso di cause colpose indipendenti tra loro per i reati di natura colposa, sia come risultato dei comportamenti delittuosi previsti dall’articolo 437. E questi comportamenti ed omissioni, così come gli eventi, possono essere ovviamente valutati all’esito delle acquisizioni probatorie ai sensi del primo o del secondo comma dell’articolo 81. Io non vedo stranezze o difficoltà in tutto ciò. Nel contestare la sussistenza della cooperazione colposa, ovviamente per l’ipotesi di reato di natura colposa, e la sussistenza della continuazione, il Tribunale si è forse dimenticato che in questo processo si parla anche di un grave reato di natura dolosa, il 437, e di questo reato doveva innanzitutto occuparsi, con tutte le sue implicazioni e sfaccettature. E sempre nel capo d’accusa numero 1, richiamata tale ipotesi di reato doloso, si specificava il comportamento contestato agli imputati, con più azioni ed omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso. E abbiamo ampiamente visto come per la sussistenza del dolo richiesto dal primo comma del 437 - proietto la sentenza Tartaglione già citata - non sia affatto necessario la provata intenzione di arrecare danno ai dipendenti, ma è sufficiente, giusta la costante giurisprudenza di questa Suprema Corte, la coscienza e la volontà di omettere le cautele, accompagnata dalla conoscenza della destinazione alla prevenzione dei dispositivi e attività omesse. E veramente allora non capisco perché si pensi di non potere applicare l’articolo 81 a questa coscienza e volontà di omettere le cautele normativamente imposte. Per passare poi alla rubricata cooperazione colposa, ex articolo 113, segnalo banalmente che essa fa riferimento alla fattispecie di reato di natura colposa. A tale proposito ho scritto uno specifico capitolo nell’atto d’appello dell’ottobre del 2002 e adesso mi riporto, limitandomi ad alcune osservazioni. Nell’economia complessiva del nostro processo non è essenziale affermare una responsabilità colposa ex articolo 113 o una responsabilità soltanto per concorso di cause colpose indipendenti, anche perché quest’ultima forma di concorso colposo può sempre – dicevo - e autonomamente essere affermata dal Giudice. Per di più nel nostro processo, ad esempio faccio un caso che abbiamo citato più volte, la morte di Tullio Faggian, verificatasi l’11 ottobre del 1999 per angiosarcoma e per la specifica accusa di cui all’articolo 589, è indifferente una soluzione piuttosto che l’altra, in quanto l’accusa ha contestato profili di colpa a tutti gli imputati, ovviamente a quelli ancora viventi, le omissioni rilevanti ex articolo 589 riguardano tutti i dirigenti ed amministratori per i rispettivi periodi di competenza. Ai fini della declaratoria di penale responsabilità per tale morte di Tullio Faggian, per condotte ed omissioni che vanno dal 1967 al 1994, non è essenziale né determinante il riconoscimento o meno della sussistenza del 113, anche perché, ricito una sentenza notissima del 2001, la sentenza Terranova, ed è quella che abbiamo citato più volte, che "secondo il disposto dell’articolo 40 e 41 è responsabile di un evento chiunque, con la sua azione od omissione, abbia contribuito", l’abbiamo già letta anche poco fa. In aggiunta a ciò ricordo comunque una sentenza delle Sezioni Unite del 1998; la ricordo perché è una pronuncia sintomatica, in cui la massima sembra in effetti riproporre l’esigenza di reciproca consapevolezza di contribuire all’altrui azione od omissione, che sfocia nella produzione dell’evento dannoso. Però nella fattispecie concreta la situazione era ed è ben diversa. La fattispecie riguardava la responsabilità anche del subappaltatore di sola manodopera, in forza di contratto di per sé giuridicamente nullo, subappaltatore che aveva lasciato operare i propri dipendenti nella consapevole carenza dei presidi antinfortunistici, non prima predisposti dall’appaltante. L’avere operato con condotta indipendente nella situazione illegale di rischio già precedentemente creata dall'appaltante così sfociante nell’evento integra per la Suprema Corte il paradigma della cooperazione colposa, senza che nessuna contestualità delle due condotte debba venire in rilievo, né che su di essa debba fondarsi la reciprocità della consapevolezza dell’altrui condotta inosservante, essendo al contrario rilevante in concreto solo la consapevolezza del subappaltatore di operare in quelle condizioni di carenza di presidi antinfortunistici, pur addebitabili in precedenza al suo committente. Sono stati fatti altri esempi, per esempio quello di chi convince il comandante di una nave, influendo sulle sue decisioni, ad una successiva navigazione pericolosa da cui consegue un naufragio colposo, è una Cassazione del ‘72. Per cui il legame di cooperazione su cui si fonda detta estensione di punibilità non implica affatto un atteggiamento psicologico reale e contestuale di consapevolezza reciproca delle rispettive azioni, essendo sufficiente, in conformità con i requisiti della colpa, la prevedibilità della condotta altrui concorrente con la propria, e realizzatrice o concretizzatrice proprio del tipo di rischio che la norma violata mirava ad evitare. E venendo al caso di specie, l’aspetto più importante dei fatti contestati in cui rileva tale forma di responsabilità concorsuale colposa è manifestamente quella che riguarda il subentro di fatto e la successione anche informale in posizione di controllo e gestione dell’impresa o di singoli reparti ed impianti, ed è appunto, dicevo, il caso del nostro processo. Ci si riferisce in specie al subentro o affiancamento di Eni–Enichem a Montedison - il discorso potrebbe riproporsi anche per altre vicende analoghe, ovviamente - in base all’accordo del 28 ottobre del 1982 sul controllo della gestione degli impianti e reparti del Petrolchimico. Si diceva ad un certo punto, c’era un passo di quell’accordo - che vedremo anche successivamente quando parleremo di responsabilità di alcuni specifici imputati Eni–Enichem -, che prima del closing, prima di chiudere tutti questi accordi e queste trattative, letteralmente: "verranno definiti gli strumenti che assicurino ad Eni l’effettivo controllo della gestione". Questo proprio per parlare del periodo in cui c’è una successione tra imputati del periodo Montedison e del periodo Enichem. È dunque evidente e documentale la piena consapevolezza, perché questo poi significa quel documento Eni–Enichem, più che mera conoscibilità da parte di Eni–Enichem e dei suoi responsabili e dirigenti ai vari livelli di competenza oggi imputati, sia delle condizioni degli impianti, sia delle problematiche di sicurezza e rischio della produzione e delle sostanze, sia dell’adibizione degli operai alle varie mansioni ed attività, con ampia partecipazione alla piena responsabilità nel dimensionare personale degli impianti e dei servizi - dice letteralmente quell’accordo – d’intesa con Eni in relazione ai costi concordati prima del closing. E d’altra parte l’intera vicenda di (American Prisal) di cui farò cenno tra poco, che risale al 1988, ma di cui parlerà un Difensore di Parte Civile, risale all’epoca del cosiddetto matrimonio Enimont, Enichem-Montedison, questa vicenda conferma la piena conoscenza della realtà di fatto di Marghera a tutti i livelli dirigenziali e d’amministrazione. Ed è dunque fondata su prove documentali, e quindi sicure, oltre che sulla logica, al di là dell’ampia dimensione temporale della vicenda, l’estensione di responsabilità ai diversi imputati Eni-Enichem accanto ed in cooperazione colposa con quelli di Montedison nella causazione dei disastri contestati e delle malattie professionali, per le quali va sempre comunque ricordata l’efficacia, sotto il punto di vista biologico, delle basse dosi successive alle alte dosi. Se poi questa Corte d’Appello dovesse ritenere non sussistente l’articolo 113, credo proprio che ciò possa non avere alcun rilievo sulle singole, separate, ben individuate penali responsabilità. Anche alla continuazione tra i delitti colposi contestati, soprattutto in considerazione della contestata aggravante della colpa cosciente, ho dedicato un capitolo dell’atto d’appello e vi faccio rinvio. Ricordo soltanto come a sostenere questa possibilità di continuazione tra delitti colposi sia stato anche un odierno Difensore di Montedison, il professor Padovani, che nel suo manuale di diritto penale precisava proprio che "l’oggetto del disegno criminoso è individuato dall’articolo 81 Codice Penale nella condotta, più azioni od omissioni, e non già nell’intera serie degli elementi che costituiscono il reato. Da questo punto di vista nulla escluderebbe che, rispetto a più reati colposi, risulti programmata la sola serie delle condotte da cui scaturiscono poi gli eventi non voluti". Un esempio viene fatto: un imprenditore dà corso ad una costruzione, programmando una serie di inosservanze antinfortunistiche destinate a ridurre i costi; da queste inosservanze scaturiscono poi la morte o le lesioni di taluni operai. E davvero mutatis mutandis è il caso del nostro processo.

 

Il secondo sottocapitolo che risulta dall’indice che ho indicato è quello relativo alla – come sosteniamo noi - insussistenza della prescrizione. Vi ho dedicato un capitolo nell’atto d’appello del 29 ottobre 2002, quindi faccio rinvio a quelle motivazioni, e prospetto in sintesi le tre situazioni che si possono presentare nel nostro processo. Quella innanzitutto del disastro innominato colposo; la sentenza ha ritenuto la responsabilità di alcuni imputati, dando atto della sussistenza del nesso di causalità tra condotta ed eventi, nonché della colpevolezza, ma ciò limitatamente ai reati di lesioni colpose per la malattia di Raynaud in danno degli infortunati indicati nella premessa. Considerata l’asserita cessazione dell’esposizione a CVM nel ‘74, la sentenza ritiene di non aver potuto fare altro che dichiarare l’estinzione per prescrizione. Si è già contestata la tesi che l’esposizione sia cessata nel ’74 i primi giorni di questa requisitoria, e si è sostenuto che l’esposizione è perdurata - come vedremo ancora tra poco - fino agli Anni ‘90. È allora sufficiente applicare i principi affermati proprio in sentenza in tema di disastro innominato colposo per escludere che ricorra detta causa di estinzione. Secondo la sentenza è infatti irrilevante verificare se le condotte quali fattori causali siano state concomitanti, prossime o addirittura remote rispetto al venire in essere dell’evento, cioè della malattia o del decesso. Fermo che si debba dunque rispondere per un evento avvenuto anche trent’anni dopo la tenuta della condotta colposa, non può evidentemente fare alcuna differenza che gli elementi siano uno, due o molteplici. Si tratta di reato che può venire qualificato come eventualmente progressivo e il dies a quo decorre dalla consumazione, quindi dall’ultimo evento. Questa era la prima situazione. Tra l’altro, dalle schede che erano state in primo grado proiettate, erano state presentate in particolare dall’avvocato Zaffalon, Difensore di Parte Civile, all’udienza del 15 giugno 2001, schede che erano state sistemate imputato per imputato, erano state ricostruite sulla base dei dati forniti in aula dalla Guardia di Finanza, oltre che dai consulenti tecnici degli imputati. In queste schede era stato ricostruito il disastro innominato colposo specificamente attribuibile a ciascun imputato, cioè con la specificazione delle lesioni e degli omicidi colposi a ciascuno addebitabili, ed emerge che per ciascuno e per tutti gli imputati l’ultimo evento è avvenuto nel 2000, ed è dunque da questa data che deve decorrere il termine prescrizionale, termine allo stato evidentemente non ancora maturato. Parlavo di tre situazioni. La seconda situazione è quella del capoverso dell’articolo 437: per quanto concerne il rapporto tra il disastro innominato colposo e l’omessa collocazione di impianti antinfortunistici si ribadisce quanto ormai prevalentemente ritiene la Suprema Corte, nel senso che il capoverso dell’articolo 437 costituisce un reato complesso in cui l’evento disastroso, l’alto disastro o infortunio, concreta appunto un disastro innominato colposo, che viene dunque assorbito nel reato di omessa collocazione seguita dal disastro, ed è il caso della sentenza Arienti del 1993 che abbiamo già citato più volte, quindi non la leggo ulteriormente. Ma c’è un’altra sentenza, che è la sentenza Graziani, che ho parimenti citato alla seconda udienza, in cui si fa esplicito riferimento al fatto che "la consumazione coincide con l’epoca della verificazione dell’infortunio o del disastro derivante dalla condotta dell’agente descritta nel primo comma", e ai fini dei termini prescrizionali non cambia nulla, in quanto il citato reato complesso si consuma al verificarsi degli eventi e quindi la decorrenza si ha dall’ultimo evento, che è il 2000. Quindi prima situazione il disastro innominato, seconda situazione il capoverso del 437, la terza situazione riguarda i reati di omicidio e lesioni colposi. Questi, la maggior parte apparentemente estinti essendo molto datati, possono andare esenti da prescrizioni in quanto vincolati da continuazione con l’omessa collocazione di impianti antinfortunistici. Il Pubblico Ministero ha anche contestato infatti anche l’aggravante della colpa con previsione dell’evento e in questi casi gli accertamenti del fatto relativamente al reato doloso di omessa collocazione possono costituire la base del reato continuato comprendente lesioni ed omicidi colposi. Cito una Cassazione Penale del 1999, del 1988, del 1985, le massime sono già state trattate e citate anche nell’atto d’appello. Ne consegue allora che, decorrendo il termine prescrizionale, per giurisprudenza costante, dalla cessazione della continuazione e già nel citato anno 2000, in cui si sono verificati gli ultimi decessi, che va individuato il dies a quo anche per tutti i reati di natura colposa, e ciò evidentemente esclude che allo stato detto termine sia già maturato. Situazione di chiusura; in ogni caso, comunque, esistono e sono provati casi di decesso o di lesioni fuori da ogni periodo di prescrizione. Mi limito a citare il caso di Faggian Tullio, morto di angiosarcoma epatico nel novembre del 1999, e il caso di Guerrin Pietro, colto dal fenomeno di Raynaud, prima diagnosi nel 1998; per tali casi deve comunque allora essere dichiarata la penale responsabilità degli imputati interessati dall’evento.

 

Passo alla terza parte, quella sugli imputati e sui responsabili civili. Cominciamo a proiettare alcuni punti della sentenza a pagina 1026. Dice il Tribunale proprio all’inizio delle considerazioni conclusive: "il processo ha sofferto della fuorviante impostazione accusatoria, un procedere senza distinzioni in cui sono mancate le coordinate spazio-temporali necessarie per orientare nella individuazione delle condotte dei soggetti ai quali fossero imputabili". Il secondo punto è a pagina 1033 e si dice: "i tumori e le patologie che il Pubblico Ministero ha ritenuto riferibili all’esposizione al CVM sono tutti, pacificamente e incontrovertibilmente, come hanno detto unanimemente i consulenti dell’Accusa e della Difesa, attribuibili alle condizioni di lavoro e alte esposizioni degli Anni ‘50 e ‘60"; dico subito che non è vero, non so dove tragga questa convinzione il Tribunale, ma lo vedremo meglio tra poco. Poi continua più sotto il Tribunale: "per propria scelta quindi il Pubblico Ministero non ha agito nei confronti degli amministratori e dei dirigenti di quell’epoca perché ha ritenuto che gli eventi verificatisi non potevano essere loro addebitati per mancanza di colpa derivante dall’ignoranza degli effetti oncogeni"; forse il Tribunale qui dimentica semplicemente che quegli imputati erano morti. Allora dice il Tribunale: "il Pubblico Ministero ha deciso invece di agire nei confronti dei loro successori con questo trasferimento, con questa traslazione dell’epoca della causalità a quella della colpa. Il terzo punto è a pagina 464, quando parlando delle posizioni personali il Tribunale diceva: "alla responsabilità personale dei singoli imputati è stata dedicata una criticata scarsa attenzione da parte del Pubblico Ministero, che poi ha richiesto nei loro confronti sanzioni severe". Allora è evidente che, recependo le indicazioni e i suggerimenti dei Difensori degli imputati, il Tribunale, a parere del Pubblico Ministero, è incorso invece in banali errori e in contraddizioni, come illustrerò adesso. La prima affermazione del Tribunale - torniamo a quella di pagina 1026 - sulle coordinate spazio–temporali necessarie per individuare le condotte e i soggetti ai quali attribuirle, questa affermazione è smentita innanzitutto dalla lettura del capo d’imputazione ed è smentita dallo stesso Tribunale durante il dibattimento in due occasioni: quando si trova di fronte a specifiche contestazioni di questo tipo della Difesa, che fanno delle eccezioni preliminari, e quando queste eccezioni vengono rigettate; non leggo queste parti di ordinanze, faccio semplicemente rinvio, perché sono le eccezioni rigettate all’udienza del 7 aprile ‘98 e le eccezioni che sono state rigettate all’udienza del 17 aprile del 1998. Leggo solo questo passo dell’udienza del 17 aprile ‘98: "Invero alla affermata insufficienza dei requisiti obietta il Tribunale che il decreto letto all’udienza contiene, sia pure con riferimento alle richieste di rinvio a giudizio, i requisiti ritenuti dalla Difesa insussistenti". E continuando nella motivazione il Tribunale dice che "sono state analiticamente enunciate le singole condotte, sono state indicate le singole funzioni in correlazione con i tempi, e quindi non può affermarsi che l’oggetto della contestazione sia generico". Sono talmente chiare queste due ordinanze del Tribunale - faccio un semplice rinvio per ragioni di tempo - che non c’è bisogno di rileggere in questa sede il capo d’imputazione sul quale si è basato proprio il Tribunale, e mi dispiace solo che ciò che al Tribunale era apparso molto chiaro ed evidente nell’aprile del 1998 gli sia invece apparso confuso e fuorviante nel 2001; ma credo, ripeto, che la semplice lettura del capo d’imputazione smentisca definitivamente questo primo assunto del Tribunale. Il secondo appunto che avevo indicato della sentenza del Tribunale è quello di pagina 1033, che riproiettiamo per comodità; ma anche su questo assunto non c’è molto da dilungarsi. Devo preliminarmente far rilevare che non è vera, come dicevo, l’affermazione che tutti pacificamente ed incontrovertibilmente, come hanno detto unanimemente i consulenti dell’Accusa e della Difesa, avrebbero ritenuto riferibili i tumori e le patologie alle alte esposizioni degli Anni ‘50 e ‘60. Non è vero, altrimenti non saremmo qui. Ne ho parlato diffusamente in atto d’appello e in questa requisitoria, faccio rilevare che anche qui il Tribunale parla soltanto di oncogenicità del CVM e si dimentica della tossicità. Ma la testa al toro su questo punto viene tagliata da due considerazioni: in diritto abbiamo ampiamente parlato degli obblighi di legge degli Anni ’50 e in fatto delle patologie che sono state diagnosticate anche 20 anni o più dopo il 1969–70. Di fatto abbiamo delle patologie che hanno colpito dei lavoratori che hanno iniziato ad essere esposti al CVM solo a partire dal 1970. Abbiamo fatto delle liste di questi esposti successivi al 1970, le abbiamo consegnate al Tribunale, le abbiamo proiettate, non sono sicuramente moltissimi, sono però comunque 65 casi tra le parti offese in questo processo; va però considerato che dagli Anni ‘70 in poi era anche fortemente progressivamente diminuito il numero degli occupati presso i reparti CVM e PVC, è un dato storico pacifico, per ragioni di crisi economiche ripetute, come tra poco sentiremo ripeteranno gli stessi imputati. In ogni caso si rilevi come dal 1970 in poi abbiano iniziato ad essere esposti al CVM addirittura due casi ammessi dal Tribunale, Poppi Antonio, dalla lista vediamo che è esposto dal ‘70, e poi Penzo Moreno dal 1971. E ci siano altri cinque casi che il Tribunale avrebbe dovuto ammettere secondo i suoi criteri, che sono stati esposti a partire dal 1970 in poi, e sono i casi di Baruzzo Primo dal 1970, Serena Rino, di Penzo Moreno abbiamo già detto dal ‘71, poi Cecconello Carlo e Cestaro Rino dal ‘72 e Bertin Rino dal 1974. Ma abbiamo visto che ci sono poi altri casi che arrivano fino agli Anni ‘80 come inizio esposizione. Quindi è davvero incomprensibile quella sorta di accusa al Pubblico Ministero di aver operato una traslazione temporale, uno spostamento dall’epoca della causalità a quella della colpa. Tra l’altro deve dire che per comprendere questa parte di sentenza e il suo significato l’ho dovuta sinceramente rileggere più volte e sono rimasto sbalordito, e sbalordito perché bastava considerare una circostanza semplicissima, tra l’altro notissima e ripetuta durante il dibattimento più volte. I teorici imputati degli Anni ‘50 e ‘60 erano semplicemente morti; se vivi, si sarebbero aggiunti all’elenco degli imputati. Tra l’altro di morti durante questo processo ce ne sono stati diversi anche dopo la chiusura delle indagini preliminari, com’è ben noto alla Difesa e com’è ben noto al Tribunale, e mi limito a citare i seguenti nomi tra gli amministratori dirigenti: Torchianni, Ianni, Ballabio, Amato, Merzagora, Fogagnolo, Schiavo, Oddi, Sernia, nella prima fase, e tutti i vecchi direttori di stabilimento. Poi in questa seconda fase abbiamo visto Cefis, Medici, Schimberni, Sebastiani, per Montedison, e Belloni Antonio e Rizzi Nicola per Montefibre. Se non fossero deceduti come i predecessori sarebbero ancora nell’elenco degli imputati. E non è questo un discorso fatto così tanto per fare, è perché bisogna anche dare conto del perché certe persone vengono imputate. E una situazione analoga, in sintesi, mi sono trovato anche in quest’ultimo periodo, quando dovendo trattare di una vicenda diversa, quella delle morti per amianto per mesotelioma pleurico, gli operai di Fincantieri-Breda a Marghera, si trattava di dover individuare quali erano le esposizioni molto datate e considerare che la conoscenza della nocività dell’amianto, quanto meno per l’asbestosi, risaliva ai primi Anni ‘60, in ossequio ai principi della Suprema Corte, e sono state individuate anche lì delle condotte ed omissioni a partire dagli Anni ‘60 e fino agli Anni ‘90, e fatto non strabiliante, gli amministratori e dirigenti da sottoporre a processo erano e sono molto pochi, ma solo perché gli altri sono deceduti, come nel nostro processo. Allora come si fa a parlare di predeterminata traslazione dall’epoca della causalità a quella della colpa, come fa il Tribunale? È veramente un’affermazione che è fondata sul nulla. Se gli imputandi, per così dire, sono morti, sono morti. E le affermazioni del Tribunale contrastano con le informazioni fornite dallo stesso Pubblico Ministero in primo grado, sia nella relazione introduttiva, in cui si parlava appunto di queste situazioni, sia in requisitoria, sia in replica. Sono ovvie talmente queste considerazioni e conclusioni sul punto che mi fermo qua e passo al terzo passo di sentenza che avevo proiettato all’inizio di questa parte, quella di pagina 464, la terza parte, che diceva che alle responsabilità personali degli imputati era stata dedicata una scarsa attenzione. Oltre a rilevare che sono state dedicate delle udienze, audizione dei militari della Guardia di Finanza con proiezione delle schede societarie e di quelle personali, anche in sede di requisitoria, parte quarta, con proiezione di molte slide sulle vicende societarie e sulle posizioni ricoperte nel tempo dai vari imputati, e anche in sede di replica se n’era parlato, ritengo che non si possa parlare di una scarsa attenzione dedicata ai singoli imputati, e questa critica è infondata ove si consideri che il Tribunale, sulla base dei dati forniti dalla Polizia giudiziaria e dal Pubblico Ministero, è riuscito perfettamente e benissimo, proprio sulla base di quanto accertato e poi riferito e proiettato in aula, è riuscito benissimo, dicevo, il Tribunale ad individuare i ruoli, le mansioni, i periodi di competenza e le omissioni di sette imputati, per i quali ha dichiarato la estinzione del reato per prescrizione relativamente alla malattia di Raynaud. Sappiamo tutti, come emerge dalla sentenza, che per fare ciò il Tribunale ha dovuto riconoscere ovviamente la sussistenza del nesso causale, ma anche il requisito della consapevolezza in capo ai singoli imputati, che sono quelli che adesso proiettiamo nell’elenco: sono Cefis, Bartalini, Grandi, Calvi, Gatti, D’Arminio Monforte e Sebastiani. Per gli stessi imputati ha dichiarato l’assoluzione per mancanza del solo elemento soggettivo relativamente al disastro innominato colposo, agli angiosarcomi ai cinque ricordati casi di epatopatia. E quindi volendo, andando ad esaminare, come ha fatto il Tribunale per questa parte di sentenza, era perfettamente in grado di individuare negli atti quali erano gli elementi a sostegno della responsabilità personale dei singoli imputati. A questo punto non mi rimane che scendere nel dettaglio delle singole posizioni personali.

 

Sulle vicende societarie mi limito a segnalare che la Guardia di Finanza ha elaborato in modo molto particolareggiato ed approfondito delle schede, che sono state illustrate in aula dal maresciallo Leo Porcu, così come quella relativa al curriculum lavorativo di tutte le parti offese coinvolte in questo processo. Le proietto semplicemente solo per dare un’idea al Tribunale di quello che c’era già in atti sul lavoro fatto dalla Guardia di Finanza di Venezia proprio in relazione alle vicende societarie e al susseguirsi delle vicende societarie. Non è necessario che le commenti, si vedono gli organigrammi, le varie Divisioni societarie, possiamo cliccare su qualsiasi punto, vediamo ad esempio su Riveda viene messa la scheda, torniamo alla parte generale, Montedison Polimeri, Montepolimeri, quali sono Presidenti ed amministratori; se si clicca su "amministratori" o "direttori generali" vengono indicate le persone con i periodi di competenza e le schede delle singole persone. Questa è un’indicazione che c’è già in atti e vedremo persona per persona, non sto ovviamente a proiettare tutto per comodità. Su queste vicende societarie accenno soltanto ad un documento, e lo faccio vedere, è quel documento dell’anno 1982 di cui dicevo prima che riguarda un accordo, i punti d’accordo tra Montedison ed Eni del 28 ottobre 1982 per la razionalizzazione della struttura industriale. Lo mostro subito per il significato che assume, anche da un punto di vista penale, in ordine all’assunzione delle relative responsabilità da parte degli uomini di Eni ed Enichimica fin dal 1982–83, non ‘87 come sostengono i Difensori di Enichem, relativamente agli impianti CVM e PVC acquistati in quel periodo ma lasciati gestire a Montedison in conto lavorazione fino al 1987, e su direttive Eni, come viene scritto qua. Perché se guardiamo già quella prima pagina, vediamo innanzitutto su Porto Marghera quali sono gli impianti che verranno acquisiti, ma vediamo soprattutto al punto 2.5 quello che viene scritto: "prima del closing – dell’accordo finale – verranno definiti gli strumenti che assicurano ad Eni l’effettivo controllo della gestione". Il punto è talmente chiaro che credo di non dovermi dilungare. Anche sulla questione relativa al personale, andiamo al punto 11.5 - torneremo su alcuni passi di questo documento anche in seguito -: "il personale di Porto Marghera conserverà contratto Montedison", e viene detto: "gli impianti verranno gestiti da Montedison su direttive Eni, secondo modalità da definire prima del 30 novembre 1982", e il prodotto finito sarà di Eni, Enichem dovrà pensare – società derivata da Eni - alla commercializzazione di questo prodotto. Peraltro, per una maggiore comprensione di tutti, proietto velocemente delle schede di sintesi di tutto quel lavoro enorme e pignolo fatto dalla Guardia di Finanza, schede di sintesi relative alla proprietà e alla gestione dei luoghi dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera, ove si lavorava e si trattava in qualsiasi maniera il CVM e PVC, dico in qualsiasi maniera perché così recita la normativa europea. Proiettiamo allora l’elenco dei proprietari con i periodi di competenza sugli impianti CVM e PVC di Porto Marghera. Vediamo la colonna dei proprietari, vediamo l’epoca di competenza, vediamo il periodo della gestione. Ovviamente queste schede sono delle sintesi, i dati sono già in atti, verranno comunque consegnati, comunque sono dati che sono noti pacificamente a tutti. La seconda scheda di sintesi riguarda il periodo di proprietà Montedison, del gruppo Montedison e le sue emanazioni societarie, con l’indicazione Divisione Petrolchimica, DI.PE/DI.M.P. Montepolimeri e Montedipe, fino al 16 marzo ‘83, epoca in cui passa la proprietà al Gruppo Enichem e Montedison rimane al conto lavorazione, con l’Unità DI.M.P. con competenza specifica nel periodo che è indicato. E appunto nel maggio dell’82 - vediamo la successiva scheda - come succede questo passaggio di proprietà? In pratica succede che Montedison crea una società scatola dove vengono fatti confluire tutti gli impianti CVM e PVC. Questa società, Riveda si chiama, passa dalla proprietà Montedison alla proprietà di società del Gruppo Enichem, Enichimica in particolare all’inizio, e quindi in quel momento c’è il passaggio di proprietà degli impianti attraverso questa scatola, questa società scatola che si chiama Riveda e di cui parleremo tra poco. Ecco, su Riveda ho fatto una scheda specifica dove vengono indicate le date, è Montedison che costituisce Riveda, sono indicate le date dei vari passaggi; ma non mi soffermo in questo momento perché sono dati pacifici e sono dati che verranno consegnati. Dicevo che ad un certo punto Enichimica acquista il 17 marzo dell’83 le quote conferite in Riveda, quindi Enichimica diventa la proprietaria da marzo ‘83, non dal 1987, con i vincoli giuridici, anche penali, che questo comporta. Poi da questo periodo in poi vediamo ci sono società del Gruppo Enichem-Eni che cambiano continuamente nome, abbiamo Enichem Polimeri, abbiamo la scheda che è stata fatta con indicazione delle date, poi c’è Enichem Base, fino a quando si arriva, nel dicembre ’88, al matrimonio Enichem-Montedison, un matrimonio finito male, e viene costituita la società Enimont. Enimont che poi, secondo le date che sono riportate, dopo appunto questo matrimonio c’è il divorzio e si vede che ad un certo punto, nel ’91, c’è questo ritorno della società Enimont Anic, che è una società il cui nome è del Gruppo Enichem. L’ultima scheda che proietto in questo momento, ma solo per vedere praticamente le competenze a livello locale dei direttori di stabilimento riguardi certe persone che per il tempo passato purtroppo sono tutte decedute ad eccezione di Trapasso Italo, quelli rimasti nel processo fino ad epoca recente sono questi, nel periodo intermezzo vediamo i responsabili dell’Unità DI.M.P., poi dal ’76 all’85 ci sono quelle persone di cui ancora una deceduta, e poi torno ancora alla competenza dei direttori di stabilimento. Ma torneremo su queste vicende mano a mano che affronteremo le posizioni personali. Ci sono poi delle schede, che anche qui proietto semplicemente e non voglio leggere perché sono lunghissime e perché voglio arrivare all’esame delle posizioni degli imputati. Ho diviso i periodi praticamente di competenza personale e societaria, tutta la storia, la vicenda di Porto Marghera. Sono otto periodi e mostro come sono fatte queste schede. Partiamo da un primo periodo: è indicata l’epoca, è indicata la società di competenza, Montecatini Edison, che poi è Divisione Petrolchimica Montedison, che fino al settembre ‘75 ha gestito gli impianti in questione, fino a quando questa Divisione è stata scissa in due Divisioni: la Divisione Prodotti Petrolchimici di Base e la Divisione Materie plastiche, DI.PE e DI.M.P.. Questa gestione degli impianti CVM e PVC è stata svolta da Montedison attraverso la DI.M.P. dal ‘75 e poi fino al 1980. Le schede sono fatte in questa maniera perché subito dopo indico quali siano gli imputati ovviamente – lo ripeto ancora una volta – ancora viventi che fanno riferimento a questo periodo, e sono indicati con i loro ruoli: Grandi Alberto, Gatti, etc.; non li stiamo a leggere perché ne parleremo singolarmente successivamente. Arriviamo fino al nono, che è Gaiba Sauro, per questo periodo. Il secondo periodo è quello che va dal settembre ‘75 al 31 dicembre ’80; la spiegazione è fatta nella stessa maniera: indicato il periodo, indicati gli imputati in questa prima pagina e anche nella pagina successiva. E ricordo ancora che dal 2 febbraio ‘76 al 1985 gli impianti CVM e PVC di Porto Marghera dipendevano dall’Unità DI.M.P., come ho scritto in fondo a questa scheda del secondo periodo. Poi c’è il terzo periodo dall’81 all’83, ed è l’epoca in cui interviene la società scatola Riveda, come dicevo prima, e questi sono i nuovi imputati per questo periodo. Quarto periodo, il periodo appunto dal 16 marzo ‘83 di Riveda, è l’elenco degli imputati, fino ad arrivare al dodicesimo, che è Necci Lorenzo, che era Presidente di Enichem Enichimica dal 1982. Arriviamo al quinto periodo, con le varie denominazioni sociali: Enichem Polimeri, Enichem Base. Arriviamo praticamente in coincidenza del passaggio, oltre che della proprietà, anche della gestione degli impianti totalmente a società del Gruppo Enichem. Quindi nel sesto periodo c’è questo totale passaggio proprietà e gestione assoggettate al Gruppo Enichem, gli imputati sono indicati. Settimo periodo è quello di Enimont Anic, fallito il matrimonio torna Enichem, e si va fino al 1983. L’ultimo periodo per quanto riguarda gli ultimi imputati che è contestato, quello di Enichem S.p.A., da agosto ‘93 al ‘96, gli imputati presenti e viventi sono i due che sono indicati. Questa è la parte Montedison-Enichem. Per la società Montefibre ricordo semplicemente che è una società che fa parte comunque del Gruppo in senso ampio Montedison, proietto la scheda dei reparti di lavorazione e trattazione del CVM e PVC, in particolare lo dico fin d’ora che erano il VT2 e il VT7, oltre che impianto pilota, VT8 e CER, e sono sicuramente più limitati sia come quantitativo, sia come numero di lavoratori, che come numero di imputati, e devo dire che l’unico imputato rimasto perché non deceduto è Britti Carlo Massimiliano, che è dirigente della società Montefibre ed in particolare amministratore delegato dall’aprile del 1972 e poi anche Presidente fino al 1975. Questo impianto chiuderà nel 1977, il VT7 in particolare degli impianti che ci riguardano, poi riapre provvisoriamente nell’anno 1980, per chiudere subito dopo. Per quanto concerne le posizioni dei singoli imputati, avevo già proiettato, avevo indicato le schede fatte dal maresciallo Leo Porcu, faccio per il momento rinvio visto appunto che ne parlerò tra poco. Facciamo vedere una scheda solo per dare l’idea di come sono fatte, quella per esempio dell’amministratore Grandi Alberto, che è il primo degli imputati che tratterò. È preliminare, tra l’altro, prima di passare a questo esame, che io ribadisca i criteri che ho seguito già durante la fase delle indagini preliminari per l’individuazione di coloro che ritenevo e continuo a ritenere responsabili dei reati contestati. Il procedere delle indagini sia per la parte medico legale, sia per la parte impiantistica, sia per la parte ambientale, mi aveva fortemente convinto di due fondamentali aspetti dell’intera vicenda: una marcata ed evidente continuità comportamentale da parte degli uomini, degli odierni imputati, nonostante il cambio di denominazione societaria e i passaggi di proprietà degli impianti, e ciò fin dall’intervento di un fattore esterno, più o meno previsto ed imprevedibile, che potevano essere notizie pubbliche sulla pericolosità del CVM, le proteste e gli scioperi degli operai, i propositi o gli interventi del legislatore, gli interventi della Magistratura, gli interventi - pochissimi peraltro - dell’Ispettore del Lavoro, dicevo intervento di questo fattore esterno, fattore che bene o male, di controvoglia o meno, costringeva i responsabili locali e nazionali delle aziende a prepararsi e a cambiare, per così dire, linea di comportamento. Sarebbe stato assurdo e contro ogni logica continuare ad accusare di fatti gravissimi, ed estesi tra l’altro a tutti gli stabilimenti di tutta Italia, i capi turno o gli assistenti o i capi commessa o i capi reparto o i quadri intermedi delle varie funzioni o, peggio ancora, come qualcuno avrebbe preteso, i singoli lavoratori responsabili di umani errori. L’enorme rilevanza anche, ma non solo, economica della vicenda, imponeva ed impone che venisse e che venga preso in considerazione un livello più elevato, a partire dal responsabile locale dello stabilimento, per giungere ai livelli decisionali, lì dove si poteva discutere e decidere non solo su 10 milioni o su 100 milioni o su un miliardo di lire, ma fino ai prospettati, nel 1975, 200 miliardi di lire, prospettati ma rimasti in buona parte sulla carta, come ho già detto e come vedremo ancora. Nel nostro processo stiamo discutendo di eventi gravissimi, di leggi in vigore quanto meno dal 1952, e di comportamenti di persone che hanno violato queste leggi. Il primo e il secondo giorno di questa lunga requisitoria ho presentato le tesi giuridiche a sostegno dell’Accusa per violazione sia del 437, sia delle leggi speciali, sia degli articoli 589 e 590 del Codice Penale; ho parlato in parte delle condotte ed omissioni, di cui parleranno più nello specifico i Difensori delle Parti Civili, secondo il prospetto che avevo proiettato anche all’inizio di questa giornata, a partire dicevo appunto da martedì prossimo. Ho parlato degli eventi, delle malattie e delle morti e del disastro. Il collega ha parlato dei comportamenti e delle violazioni in materia ambientale per tutta la giornata dell’altro ieri. Ora dobbiamo tirare le fila di ogni discorso. Si è parlato da parte dei Difensori degli imputati e poi del Tribunale di massificazione delle condotte, di massificazione delle accuse e di posizioni indistinte ed indistinguibili. A parte l’artificio espressivo retorico, che sembra peraltro aver colpito soltanto il Tribunale, faccio presente rapidamente alcune circostanze in diritto. Ribadisco innanzitutto che si sta discutendo, oltre che del 437, anche di responsabilità penali per colpa, collegate alle funzioni concretamente svolte, in cui anche le negligenze, le imperizie e le omissioni hanno un peso rilevante, così come un peso rilevante e determinante hanno le violazioni a specifiche norme di legge. In fatto e in diritto si è già ampiamente parlato del significato delle posizioni di garanzia e quindi non voglio ripetere nulla, anche se ci saranno degli interventi anche più specifici al proposito. Anche in relazione all’articolo 437 è stato ampiamente esposto il significato concreto e specifico della posizione di garanzia e dell’articolo 2087 del Codice Civile come norma di chiusura dell’intero sistema normativo a tutela dei lavoratori. Le sentenze della Suprema Corte che ho illustrato sono molto chiare, non mi dilungo. Ricordo soltanto in materia di delega, per la parte che ci riguarda in questo momento, la sentenza del maggio del 1986 per la vicenda Icmesa di Seveso, per la parte che ci riguarda e che fa riferimento proprio alla delega e al principio della delega così come proietto sullo schermo adesso: "Il principio della delega può concettualmente trovare applicazione, sia pure con lo stretto rigore dell’accertamento dei presupposti, anche se trattasi di attività che coinvolgono non soltanto la prevenzione infortunistica ma altresì l’integrità del territorio, l’incolumità fisica, gli interessi economici dei suoi abitanti. È pero necessario che chi tale delega voglia far valere si sia astenuto da ogni ingerenza tecnica o comunque non sia venuto a conoscenza della inosservanza delle norme sia tecniche che giuridiche dettate per la sicurezza degli impianti". Non mi dilungo su questa sentenza perché ne abbiamo già parlato, la lascio per il momento proiettata e passo ad un’altra sentenza; e comunque ne consegnerò copia. Un’altra sentenza è la sentenza della Sezione Quarta del 1996, imputato Perillis, sempre in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, che dice: "Non adempie agli obblighi derivanti dalle norme di sicurezza l’imprenditore che, dopo l’avvenuta scelta della persona preposta al cantiere o incaricata dell’uso dei suddetti strumenti di lavoro, non controlla o, se privo di cognizioni tecniche, non fa controllare la rispondenza dei mezzi usati ai dettami delle norme antinfortunistiche. In tal caso la presenza e l’eventuale colpa del preposto non eliminano la responsabilità dell’imprenditore"; e vedremo come questa sia una sentenza, un principio soprattutto generale e basilare cui dovremo fare riferimento esaminando le varie singole posizioni personali. Ma c’è ancora un’altra sentenza, che è la sentenza della Quarta Sezione del 2002, depositata nel febbraio del 2003, dopo quindi la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione in tema di nesso causale, che è molto importante a questo proposito, ed è la sentenza Loi, perché anche tenendo conto dei principi della Suprema Corte in materia proprio di nesso causale si dilunga a discorrere di delega in materia specifica relativamente all’articolo 40 e 41 del Codice Penale, perché dice – sono tanti punti, li cito per saltus proprio per motivi di tempo –: "il problema della posizione di garanzia è strettamente connesso al problema della causalità"; "l’obbligo di garanzia costituisce infatti lo strumento per ricollegare, da un punto di vista obiettivo, il verificarsi di un accadimento ad un non facere ed è indipendente dall’esistenza della colpa, che può anche mancare"; "com’è noto l’obbligo di garanzia si fonda sul disposto del capoverso dell’articolo 40. Il fondamento di questa disposizione è da ricercare nei principi solidaristici che impongono, sulla base della Costituzione, una tutela rafforzata e privilegiata di determinati beni, non essendo i titolari di essi in grado di proteggerli adeguatamente". E sono tutti principi che possono pacificamente riportarsi al nostro processo. Ma è importante ancora questa sentenza soprattutto per la parte che riguarda le successione nelle posizioni di garanzia, proprio per escludere o meno questa successione. Passo soltanto - ne parla nella seconda parte - a pagina 38 di questa sentenza, dove dice che "per escludere la continuità – si parlava nel caso della successione di queste posizioni di garanzia – in esame è necessario che la condotta sopravvenuta abbia fatto venir meno la situazione di pericolo, ovvero l’abbia in tal modo modificata da escludere la riconducibilità al precedente della scelta operata. Occorre cioè che le nuove scelte si siano sostanzialmente sovrapposte a quelle precedenti, innovando totalmente la situazione che aveva generato la situazione di pericolo"; "È necessario, in definitiva, per escludere la continuità delle posizioni di garanzia, che il garante sopravvenuto abbia posto nel nulla le situazioni di pericolo determinate dal predecessore, o eliminandole o modificandole in modo tale che non possano essere più attribuite al precedente operante". È chiarissima, quindi non mi dilungo, e sono i principi che ha ricordato anche il collega per la parte ambientale proprio l’altro giorno. Dice l’ultimo punto su questa parte della sentenza, a pagina 90: "né può obiettarsi che il garante, una volta che abbia cessato dalla carica o dalle funzioni, o quando venga meno alla posizione che fonda la sua posizione di garanzia, non ha più la possibilità di intervenire per eliminare la situazione di pericolo. Ciò non ha rilievo né per quanto riguarda l’aspetto soggettivo, perché la colpa non viene meno per questa circostanza, né a, maggior ragione, per quanto riguarda il rapporto di causalità che, per quanto si è detto, permane". Mi fermo qua perché i principi sono estremamente chiari e ritengo che ogni mia parola sarebbe superflua rispetto a queste parole della Suprema Corte. E allora, per tornare alle contestazioni rivolteci dalla Difesa degli imputati in vari punti, va ribadito che nel nostro processo non è stata operata alcuna indistinta o inspiegabile massificazione, perché qui si è partiti dalla constatazione di decine di morti e di malattie, si è continuato con l’attribuzione al CVM e PVC di queste patologie, si è accertata l’esistenza di vecchissime ma ancora vigenti norme di legge, si è verificato chi in fabbrica era proprietario e gestore degli impianti e dei relativi reparti, si è concluso con l’individuazione nominativa delle persone responsabili di ciò, al di là del fatto che appartenessero o meno a questa o a quell’altra società. È ovvio che le responsabilità personali sono legate al ruolo ricoperto nelle società, ma ciò sta semplicemente nella natura delle cose dei reati contestati. Quello che deve interessarci in questo processo sono le persone responsabili sulle attività e sui reparti per i periodi di rispettiva competenza, com’è scritto nei capo d’imputazione. Questo ho fatto. Ritengo del tutto errata la considerazione difensiva che parla di massificazione delle condotte o di appiattimento delle posizioni individuali sulle posizioni societarie. Non è così, è vero anzi il contrario. Come Pubblici Ministeri non ci interessano la Montedipe o la Montepolimeri o Enoxy o Enimont. Come Pubblici Ministeri ci interessa chi gestiva i reparti incriminati come persona, chi era proprietario dei reparti e dei terreni, chi ha posto in essere certi comportamenti in violazione di legge, chiunque sia. Il collegamento del responsabile persona con la società viene dopo, è necessario ma successivo, come conseguenza logica e giuridica. Tra l’altro nell’ambito del nostro processo abbiamo visto e vedremo che le persone hanno spesso avuto ruoli nelle diverse società o divisioni, hanno attraversato indifferentemente l’una o l’altra società, che altro non era se non il nome iuris cangiante dell’attività imprenditoriale. Tant’è vero che il problema dei responsabili civili non è primario per il Pubblico Ministero ma è, per così dire, una derivata. La rassegna normativa e anche giurisprudenziale della Suprema Corte che ho presentato, anche nei giorni scorsi, sostiene a pieno titolo la possibilità di affermare la penale responsabilità anche nei confronti di imputati che si siano inseriti nella catena causale solo per periodi limitati, qualora non sia risultato un loro comportamento davvero alternativo o comunque concretamente modificativo di quella logica e di quel criminoso procedere delle cose. E ciò, in ogni caso, sempre in riferimento alla idoneità e all’adeguatezza degli interventi eventualmente proposti e realizzati, nell’ottica di salvaguardare realmente e di fatto gli operai e l’ambiente. Il limitato arco temporale di attività ed omissioni di alcuni imputati non potrà condurre al disconoscimento della loro penale responsabilità, ma solo eventualmente ad un’idonea ed equa valutazione in sede di calcolo della pena. L’elenco degli imputati all’inizio del processo di primo grado era il seguente, lo proietto sullo schermo; sei imputati sono da allora deceduti, some risulta scritto a margine, e sono Cefis, Medici, Schimberni, Sebastiani, Belloni, Rizzi. Ne rimangono 25. Allora, prima di cominciare a trattare singolarmente le singole posizioni, chiedo al Presidente e al Collegio se è possibile fare una pausa.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

IL PROCEDIMENTO SOSPESO ALLE ORE 11.10 RIPRENDE ALLE ORE 11.31.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo.

 

PUBBLICO MINISTERO – Siamo arrivati proprio all’ultimo punto anche del capitolo ultimo che era indicato questa mattina. Cominciamo ad esaminare singolarmente gli imputati del primo periodo, che sono per così dire gli imputati del periodo di fuoco, quelli operanti fino all’epoca del presunto biennio dei miracoli, quello ‘73–‘74, ed alcuni anni oltre. Com’è noto, il vertice nazionale Eugenio Cefis e il vertice di stabilimento Angelo Sebastiani sono deceduti nelle more del processo d’appello. Rimangono allora da trattare per il primo periodo le persone che vengono proiettate sullo schermo in questo momento, le nove persone. Tutti e nove questi imputati hanno da rispondere, oltre che per il periodo fino al 1975, anche per il secondo periodo che avevo indicato prima, fino al 1980, e qualcuno, Grandi, Gatti, Bartalini, Trapasso, Reichenbach e Gaiba, anche oltre, fino al 1983. Da notare che Bartalini, Trapasso e Reichenbach e Gaiba arrivano indenni, per così dire, fino al quarto periodo, che è quello di Riveda. Successivamente l’unico che rimane del primo periodo è l’ingegnere Salvo Gaiba, responsabile dell’Unità DI.M.P., quindi Unità Produttiva Gestione Conto Lavorazioni PVC, fino al 30 aprile del 1985. Passiamo al primo imputato, allora, che è l’ingegner Alberto Grandi, e comincio con il proiettare la scheda personale, dove sono indicate le qualifiche specifiche. Dico subito – e vale per tutti gli imputati, ovviamente -, avevo indicato prima che l’unico imputato rimasto di Montefibre, il dottor Gritti Carlo Massimiliano, c’è anche Belloni, per una svista, per un lapsus non è stato inserito, ma oltre a questo caso di Belloni, che verrà ovviamente affrontato, voglio fare presente, come emerge anche dalla scheda dell’ingegner Grandi, che ci sono degli incarichi all’interno di Montefibre da parte di questi dirigenti e amministratori che sono passati indifferentemente da Montedison, Montefibre, etc.. Quindi per i periodi di competenza di Montefibre, Grandi, poi vedremo anche l’ingegnere D’Arminio Monforte, ovviamente devono rispondere per la parte di competenza Montefibre nel periodo di gestione proprietà degli impianti che trattavano CVM e PVC e per la questione delle discariche, come dirò meglio affrontando i casi di Gritti e di Belloni. Questa, allora, è la scheda personale dell’ingegner Grandi. Il ruolo è sicuramente molto rilevante, amministratore delegato della Montedison, ruolo molto rilevante che non lo lasciava al vertice milanese distaccato dalle realtà di Porto Marghera, perché abbiamo ad esempio tutta una serie di commesse, e ne cito soltanto una importante, che sono state autorizzate personalmente direttamente dall’ingegner Grandi. Dico ancora subito in via generale che le commesse vengono trattate, vengono firmate dal livello del vicedirettore generale in su, a partire dall’ingegner Calvi, come vedremo tra poco, per passare a tutti quanti gli altri dirigenti superiori e ad arrivare fino all’amministratore delegato ingegner Grandi. La commessa di cui parlo è la 4062 del luglio del ‘73, autorizzata il 19 agosto del ‘73 dall’ingegner Grandi, come si vede dal frontespizio di questa commessa, comunque è un dato pacifico che è riconosciuto anche dai consulenti di Montedison dall’inizio del processo. Quello che volevo dire su questa commessa è una nota scheda che abbiamo redatto quando parlavamo delle commesse degli impianti e che è trattata nella memoria tecnica che abbiamo già depositato nel corso di questa fase d’appello, riguarda un commento che viene fatto a queste commesse. La 4062 è una commessa importante perché riguarda il lavaggio interno delle autoclavi con acqua demineralizzata ad alta pressione, quindi parte dopo la metà del 1973 e serve a ridurre il numero degli interventi manuali per la disincrostazione, pulizia interna delle autoclavi. Sono varie commesse e questa è indicata, la prima parte, dov’è scritto "note sentenza", sono i passi della sentenza che parlano di questa commessa 4062 autorizzata dall’ingegner Grandi. La seconda parte di questa scheda, che parimenti consegnerò insieme alle altre, ma che è soltanto una sintesi di quanto già risulta agli atti, è di questo tipo: la 4062 veniva ad integrare una commessa del 1971 su questo stesso tema, che non aveva assolutamente risolto il problema, e queste sono delle note che abbiamo riportato noi, proprio perché dalla stessa richiesta della DI.PE dell’1 luglio 1973 si vede che il personale alle operazioni non sarebbe sufficiente; d’altra parte vi è una forte resistenza alla continuazione di queste operazioni di entrata nelle autoclavi, e dice la DI.PE stessa che obiettivamente sono particolarmente onerose e rivestono anche carattere di pericolosità. Quindi nel 1973 vi è questa proposta dell’ingegner Grandi proprio per abbandonare, a favore della tecnologia Goodrich con uso di acqua industriale, quella situazione precedente. La prima tranche dei lavori terminò nel giugno 1975, la seconda terminò nel luglio del ’77. Il fatto è però che anche questa commessa molto importante si chiuse formalmente, ma sostanzialmente lasciò sempre dei grossissimi problemi, perché questo impianto presentò sempre grossissimi problemi, in pratica non funzionò quasi mai, sia per rottura delle pompe che per intasamento dei filtri, dovuti alla scelta di usare acqua di fiume; e c’è una comunicazione interna di Montedison del dicembre del 1975. Quindi, contrariamente a quanto sostenuto in sentenza, non è vero che le pompe siano sempre mantenute in esercizio, tanto è vero che in un telex del ’78 - mandato tra l’altro anche all’ingegner Sauro Gaiba, e lo vedremo - si ribadisce che "queste pompe non sono affidabili, chiediamo se sono ancora da ritenersi esercibili". È una considerazione che parla da sé: "4 pompe su 9 non sono esercibili e non per mancanza di manutenzione". Cosa significa? Che con le pompe non in esercizio si doveva entrare in autoclave per la pulizia, e siamo nel 1977 e questa situazione ancora è tale e quale, non funziona, e gli operai continuano come prima ad entrare nelle autoclavi. Devo dire, tra l’altro, che questa situazione che riguarda la commessa per il lavaggio interno delle autoclavi, che è una commessa fondamentale, è una situazione affrontata molto tardi dalla Montedison, perché risulta sia da appunti, dalla relazione di Medicina Democratica che è già agli atti, sia anche tra l’altro - lo dicono tranquillamente perché così è -, nel corso di questi ultimi giorni mi sono arrivati dei documenti che riguardano per esempio la Solvay di Ferrara, dove per il lavaggio delle autoclavi avevano cominciato ad introdurre un sistema operativo già nel febbraio del ‘69, e il reparto nuovo, il PO2, avviato nel 1971, era nato ovviamente già con l’attrezzatura per la pulizia delle autoclavi. MD Già l’ha scritto, è un dato che risulta, se sarà ritenuto indispensabile dalla Corte d’Appello chiederò che lo acquisisca utilizzando i suoi poteri discrezionali. Ma ancora importante sulle autoclavi, sempre proprio per paragonare questa attività diversa di Montedison rispetto ad un’altra società, la Solvay, ma che ha uno stabilimento vicino come quello di Ferrara, l’impiego per esempio dell’antincrostante per pulire le autoclavi risale già al 1970, quindi prima di qualsiasi situazione pericolosa. Un altro punto è quello che riguarda le procedure e le consegne per la ventilazione nei reparti dove c’è il CVM e se ne parla addirittura per Solvay di Ferrara nel 1967. Ricordo solo incidenter tantum come di questa necessità di pulizia dell’area all’interno dei reparti dove si trattava il CVM parlasse ancora e già (Tribuck), il famoso (Tribuck), nel suo studio lavoro del 1949. Ma non è solo, dicevo, Solvay-Ferrara che dice questa cosa qua, perché abbiamo altri atti, altri documenti in disponibilità del Collegio, perché di questa situazione proprio della Solvay, ad esempio, in un altro sito, parlava il consulente di Enichem, l’ingegner Zanelli all’udienza del 9 dicembre ‘99, e diceva che gli impianti Solvay di Rosignano Marittimo, ad esempio, sono stati chiusi nel 1978 per ragioni economiche e ambientali, situazioni di pericolo e rischio sia per i lavoratori che per la popolazione, cosa che invece a Marghera non è stata fatta, nonostante che lo stesso ingegner Zanelli dica che la situazione di Rosignano era meglio di quella di Porto Marghera, sia per la questione valvole di sicurezza, sia per le questioni relative ai catalizzatori al cloruro mercurico. Se proiettiamo un attimo, tra l’altro, delle schede che risultano dall’indagine FULC del 1977, curata tra l’altro all’epoca dall’ingegner Zanelli, passato oggi a fare il consulente di Enichem, però ha confermato questi dati, vediamo come nella tabella 1 indicata a margine siano messi in confronto gli impianti CV10 di Marghera rispetto a quello di Solvay di Rosignano Marittimo, e si veda come gli impianti di Marghera siano quasi tutti..., praticamente ce n’è nessuno di realizzato, mentre a Rosignano siano quasi tutti realizzati quegli interventi per la modifica e per il risanamento degli impianti. E se guardiamo gli impianti di produzione di dicloroetano CV11 e CV22 nella tabella successiva, che è quella ancora che riguarda Marghera, vediamo come non ci siano, eccetto uno, interventi realizzati. E l’unico intervento realizzato è stato fatto in relazione agli scarichi liquidi, ma perché? Perché c’era l’obbligo determinato dall’intervento della Legge Speciale per Venezia. Tutti gli altri sono ancora o di completamento o di studio. Nonostante questa situazione di Marghera ben peggiore delle altre, Rosignano chiude perché dice che non è in grado di sanare quella situazione e Marghera continua, invece, ad andare avanti. Passo ad un altro documento; citerò dei documenti e citerò sinteticamente il significato di questi documenti, non potendo ovviamente, per ragioni di tempo, dilungarmi nella discussione di ognuno di essi, salva necessità eventuale di tornarvi in sede di replica. Il documento successivo lo mostro soltanto per un motivo: il secondo foglio, si parla del dicembre del ‘73 e si vede come il responsabile sanitario centrale nazionale, il professor Bartalini, per quanto riguarda situazioni che riguardano i servizi sanitari degli stabilimenti di Porto Marghera, sia di DI.PE, ma anche delle altre Divisioni, ma anche di Montefibre, vengono mandati a chi? Vengono mandati all’ingegner Grandi, all’amministratore delegato e al responsabile del personale. E di questo bisognerà tener conto perché proprio è un riferimento diretto ed immediato per quanto riguarda responsabile sanitario, responsabile del personale e amministratore delegato. Il prossimo documento, un documento dell’11 marzo 1974, ne proietto soltanto il frontespizio solo per un motivo: perché siamo in un periodo che sta cominciando ad essere delicato e vediamo che agli incontri con la FULC o con i Sindacati quelli che partecipano per queste situazioni di risanamento degli impianti, discussioni, per Montedison chi sono? L’ingegner Grandi, il responsabile del personale Guccione, e Mario Lupo; Guccione è morto, è deceduto, e il dottor Mario Lupo è ancora imputato in questo processo. E ancora una volta faccio rilevare come riguardi assieme, questa situazione, sia Montedison e sia Montefibre, quindi vertici, l’amministratore delegato di Montedison tratta sempre anche Montefibre, come si vede anche dal documento. Passo ad un documento che ho già citato, che è molto importante e che è nominativo perché è indirizzato all’ingegner Grandi, è datato 16 ottobre del 1974 ed è quello che dagli Stati Uniti arriva direttamente all’ingegner Grandi. 16 ottobre del 1974 è un’epoca cruciale perché è il momento in cui è scoppiato il caso Goodrich, all’inizio del ’74, ed è il momento in cui dal primo ottobre del ‘74 il Dipartimento Federale del Lavoro statunitense, l’Osha, ha emanato una direttiva rigida per quanto riguarda il CVM: mette un limite da non superare di 1 ppm. C’è un ricorso alla Corte Federale degli Stati Uniti, che verrà deciso nella maniera che abbiamo già detto, che comunque ripeterò in sintesi tra poco. Questa vertenza giudiziaria viene portata ovviamente immediatamente alla visione dell’ingegner Grandi, come vediamo, ma dall’ultima pagina vediamo come sia scritto in fondo: "i documenti originali ricevuti dagli USA sono stati già trasmessi all’ingegner D’Arminio Monforte", quindi abbiamo questi due vertici direttamente informati di questa situazione. E qual è questa situazione? La situazione è che le aziende americane protestano per questo limite che ritengono troppo vincolante, come dice la Dom Chemical in fondo a pagina 1, mentre i Sindacati, l’unione dei lavoratori della (inc.) statunitensi dicono già quella volta che invece la legge presenta molte scappatoie, e si riversa ulteriore giudizio finale; sono le prime tre righe di foglio 2. È importante ancora quella seconda pagina perché si fa riferimento a come le aziende sono venute a sapere dell’esistenza della natura cancerogena del CVM, ed è questo documento statunitense che ci riporta un passo molto importante perché dice: "tutto ciò è derivato dall’osservazione di 16 casi di angiosarcoma negli USA e 10 in Europa, documentati negli anni recenti e tutti posti in relazione alla lavorazione del CVM. La relazione tra angiosarcoma e CVM era stata già osservata in studi di tossicità condotti da alcune tra le stesse società chimiche produttrici", parla di Viola, ed è un documento Montedison, Viola e Solvay, "ma era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato", documento Montedison che arriva a Grandi e che arriva a D’Arminio Monforte. E poi: "Montedison ha fatto eseguire questi studi", etc.. Conclude questa parte del documento dicendo: "solo l’annuncio concomitante di recenti casi fatali ha portato in pubblica evidenza la pericolosità del CVM". Mi fermo qua, anche se dovrò tornare su questo documento perché parla dei tempi necessari per sostituire gli impianti così come esistevano all’epoca e come fosse fondamentale, importantissimo per le aziende e per le industrie il mercato del CVM e del PVC di Porto Marghera. Accennavo che su questo limite Osha del ‘74 è stato fatto un ricorso. Ho già parlato di questa sentenza della Corte Federale statunitense, che è del dicembre del ‘74, la motivazione l’ho già illustrata ed è dell’inizio del gennaio del 1975, ricordo solo per sintesi come quel Giudice statunitense in quel momento scrivesse e dicesse, parlando del CVM: si trattava di una virulentissima sostanza cancerogena; che le notizie sulla pericolosità di questa sostanza e sulla sua nocività erano note da molto tempo, e cita i russi, parla del ‘49 espressamente, e parla delle industrie americane degli Anni ‘50, dice che i limiti dell’Osha, del Ministero del Lavoro statunitense, sono corretti e vanno applicati e che le aziende non si devono poi lamentare più di tanto perché tutto sommato sono in grado, con un po’ di buona volontà, di arrivare ai limiti, purché abbiano buona volontà. È interessante che ce lo dica un Giudice statunitense. E tra l’altro viene anche..., proiettiamo il documento Osha sempre di quel periodo ‘74, che ho già illustrato, mi limito a farvi cenno, per dire come in pochi mesi certe situazioni potessero essere sanate dal momento in cui si decide di intervenire, e qui invece a Marghera abbiamo visto che molto tempo in più è stato necessario. Passo ad un altro documento, parimenti per sintesi, che è significativo dell’intervento all’esterno, anche nei rapporti con il mondo sindacale e con il mondo politico, dell’amministratore Grandi. Si tratta del documento degli atti del convegno del Comune di Venezia del dicembre ‘75 in cui appunto interviene Grandi e in cui dagli interventi del Sindaco Mario Rigo e dagli interventi dei sindacalisti emerge tutta una situazione di crisi estremamente pesante. E quando interviene l’amministratore delegato a quell’intervento, l’ingegner Alberto Grandi – andiamo a pagina 123 di quel documento – venga confermata la presenza di questa attuale crisi economica ed occupazionale nel Paese. E la situazione poi di Porto Marghera viene affrontata nelle pagine successive, dove si fa riferimento, per quanto riguarda il CVM, pagina 134 - vediamo quali sono gli elementi che vengono indicati per il CVM e PVC -, in quella conferenza parla di interventi sugli impianti CVM e PVC per il miglioramento ulteriore delle condizioni ambientali, indica apparecchiature automatiche per il lavaggio delle autoclavi, ma poi abbiamo visto già com’è andata a finire quella situazione, il degasaggio e recupero del CVM. E in questa pagina fa ancora riferimento, l’ingegner Grandi, a come dal settembre del ‘70 la Montedison abbia affidato all’Istituto di Oncologia di Bologna diretto da Maltoni quell’incarico - che ormai conosciamo tutti di che cosa si tratti - per l’indagine sul CVM. Cito soltanto un passo degli interventi dei Sindacati in quel 1975, perché cominciano a chiedere da quel momento degli interventi di eliminazione di alcuni impianti e della rinnovazione profonda e completa di altri, proprio perché in quella situazione non era più possibile andare avanti. Leggo solo un passo di un intervento del sindacalista Coldagelli quando, di fronte a tutte queste promesse – e vedremo che poi saranno promesse non mantenute di Montedison -, di fronte a questo comportamento mellifluo dell’ingegner Grandi si dice a pagina 296: "non possiamo trattenere un moto d’ira quando anche da questa tribuna, come stamattina ha fatto il dottor Grandi, ci presenta un piano per Marghera che sembra perfetto e lineare, ma che non solo per molti aspetti è tutto da verificare, perché non tiene conto delle migliaia di lavoratori intossicati, non tiene conto del pericoloso inquinamento dell’aria e delle acque cui talvolta drammaticamente è soggetta tutta la conca lagunare". Qui viene drammaticamente riproposto il problema che vedremo andare avanti ancora per anni. Promesse melliflue dai dirigenti di Montedison, concretamente poi queste promesse non vengono mantenute fino in fondo. E l’intervento dell’ingegnere Grandi e del vertice, anche del Presidente Cefis a livello locale, è un intervento, una presenza importante in quel corso del 1975 perché dà atto e documenta proprio per iscritto come Montedison fosse preoccupata fortemente della situazione del CVM di Porto Marghera, perché abbiamo un documento del 19 agosto del 1975, è un documento mandato da Montedison, firmato da Eugenio Cefis direttamente al Presidente del Consiglio Regionale Veneto, proprio in relazione alle contestazioni fortissime a livello politico e a livello di popolazione sulla situazione degli impianti di Porto Marghera. E questa situazione viene seguita non solo da Cefis, ma viene seguita - come vediamo e come vedremo anche con D’Arminio Monforte - dai dirigenti Grandi, D’Arminio Monforte e Calvi; una presenza costante per testimoniare l’interesse e la conoscenza di vertice sulla situazione CVM e PVC di Porto Marghera. Un documento a questo proposito è quello del 9 dicembre del 1995, che viene mandato dall’ingegner D’Arminio Monforte ad esempio all’ingegner Calvi, ma anche a Schimberni, a Trapasso, al dirigente Nicola Rizzi di Montefibre e al responsabile del personale Mario Lupo, proprio per le discussioni che c’erano in corso a Venezia in quel momento sulla situazione di Porto Marghera. Ma quando è stato interrogato Grandi Alberto che cosa sostanzialmente ha detto? Grandi Alberto innanzitutto ha riferito di essere rimasto all’Eni dal ‘65 al ‘72 come vicedirettore generale dell’Eni - sono tutti interrogatori che sono stati acquisiti agli atti perché si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, alcuni hanno rilasciato dichiarazioni spontanee, ma comunque sono stati acquisiti, quindi per la dichiarazione della persona sicuramente hanno valenza processuale -. Poi nel ‘67 Eni acquisisce il 20% delle quote Montedison e Grandi dice: "divenni, per così dire, responsabile dell’Eni per il coordinamento delle attività e degli investimenti delle società del Gruppo Montedison ed Eni. Quando il Presidente Cefis passa alla Montedison - dice Grandi - lo seguo alla Montedison, e alla Montedison assunsi l’incarico di amministratore delegato per la gestione. Sopra di me c’era solo il dottor Cefis. Da me dipendevano il servizio amministrazione e tutta l’attività operativa di tutte le società del Gruppo. Le funzioni centrali di staff esistenti in Montedison nel ‘72, tra cui la funzione centrale sanitaria, dipendevano dal servizio del personale, che dipendeva direttamente dal dottor Cefis. I direttori delle varie Divisioni della Montedison, tra cui la Divisione Petrolchimica di Marghera, che aveva competenza su Marghera, dipendevano direttamente da me – dice Grandi -. Per quanto concerne il servizio centrale sanitario, esisteva il servizio centrale diretto nel dottor Bartalini e i medici presso i singoli stabilimenti. I medici dello stabilimento dipendevano dai direttori di stabilimento e avevano una dipendenza funzionale anche rispetto al responsabile del servizio sanitario centrale". Il neo amministratore Grandi continua per quanto riguarda Bartalini dicendo: "Nella mia qualità di amministratore delegato, per quanto concerne il problema sanitario ed ambientale avevo rapporti diretti anche con il dottor Bartalini e con i suoi consulenti, oltre che con i direttori generali e con i direttori di stabilimento"; "Della questione poi del CVM – dice – ritengo di aver parlato sicuramente e doverosamente sia con il Presidente del Consiglio di Amministrazione Cefis che con l’amministratore Corsi per i problemi di natura ambientale e sanitaria. Tra l’altro questi ultimi problemi avevano anche una ricaduta sugli investimenti e quindi era necessario parlarne sia con il Presidente del Consiglio di Amministrazione, che con il delegato alle finanze". Per quanto riguarda la sua conoscenza sulla vicenda CVM–PVC l’ingegner Grandi dice che quando è giunto alla Montedison nel ‘72: "in pratica, quando cominciai a diventare operativo, venni a conoscenza di questa situazione. Ricordo che gli allora dirigenti della Divisione Petrolchimica, che potevano essere l’ingegner Gatti, l’ingegner D’Arminio Monforte e l’ingegner Calvi, mi dissero che erano in corso delle indagini con un certo professor Maltoni. Credo che me abbiano parlato in particolare l’ingegner D’Arminio Monforte e Calvi. Mi dissero che c’erano stati degli studi precedenti del professor Viola della Solvay; Grandi si è anche incontrato con il professor Maltoni, che parlava di questa incidenza del CVM sui tumori del fegato". Sul problema sanitario, sul problema del CVM–PVC esplicitamente Grandi dice che ha parlato sia con il dottor Bartalini che con il Presidente Cefis: "era un problema molto grosso". Successivamente c’è un interrogatorio ulteriore del 7 febbraio 1996 del Presidente Cefis, che a proposito della situazione dell’ingegner Grandi fa un’indicazione precisa per quanto riguarda il ruolo dell’ingegner Grandi, confermando sostanzialmente che era stato con lui all’Eni e che l’ingegnere Grandi era stato suo dipendente diretto fin dalle società precedenti. Dice Cefis: "All’Eni avevo creato e lasciato una struttura di holding, all’interno della quale Grandi aveva la stessa funzione che poi iniziò a svolgere all’interno della Montedison". Per quanto riguarda il fatto che l’ingegnere Grandi aveva dichiarato in precedenza di avere informato sulla situazione CVM e i problemi ambientali e sanitari il Presidente Cefis, Cefis dice che non se ne ricordava e comunque era un problema – come ha detto in memoria e in una dichiarazione spontanea che ha presentato – che riguardava di per sé le società operative e non il suo alto vertice di Presidente del Consiglio di Amministrazione. Sulla società Montefibre concludeva Cefis dicendo che era una società del Gruppo Montedison, il suo bilancio per gli investimenti e per tutto il resto era uno dei bilanci che dovevano essere approvati dal Consiglio della Montedison, quindi diceva appunto: "era una holding e il Consiglio di Amministrazione della Montedison e i suoi assistenti indicano alle Divisioni e alle varie società del Gruppo, tra cui la Montefibre, le linee politiche che dovevano essere seguite". L’ultimo punto per quanto riguarda l’ingegner Grandi, ricordo quanto diceva all’inizio di questa ultima parte di intervento sulla carica di Montefibre, così come proiettata. Anche questa carica Montefibre con la contestazione c’entra sicuramente, perché c’è tutta comunque la vicenda delle discariche, causata anche da Montefibre, come vedremo parlando a proposito della posizione del dottor Gritti, ed era in particolare una discarica molto pericolosa per quanto è stato trovato a proposito di sostanze organoclorurate.

 

Passo alla seconda posizione, che è quella del professor Bartalini. Proiettiamo la scheda personale del professor Bartalini, che ha un arco di competenza amplissimo come responsabile del servizio sanitario centrale della Montecatini e poi Montedison e arriva praticamente fino all’epoca di Enichem, perché siamo già nel 1983. E a proposito della lunga e della vasta competenza del professor Bartalini ricordo innanzitutto una dichiarazione testimoniale, ovviamente poi consegnerò in parte qua tutto quanto, ma comunque la dichiarazione del dottor Silvio Pallealunga in aula del 5 aprile del 2000, che dice, proprio per precisare il periodo finale di responsabilità di Bartalini, dice che quando comincia a lavorare in Montedison nel ‘78 lui continua a dipendere direttamente da Bartalini ancora per un paio d’anni; quindi vediamo che va anche al di là di questo che è il riferimento specifico del 1979, e ancora da consulente medico esterno continua ad avere una voce in capitolo molto considerata il professor Bartalini. E in più il dottor Pallealunga dice che ha sempre riferito a lui, a lui come staff, dice il concetto di staff, e poi è il professor Bartalini che parla direttamente sia con i livelli superiori, sia al di sotto, a livello di stabilimento. Il dottor Pallealunga faceva parte delle funzioni di staff, che assicurava appunto di situazioni di ricerca a proposito dei monomeri, del CVM in particolare. Un dato importante, sempre sulla competenza vastissima del professor Bartalini, ci viene dagli atti del congresso internazionale di Tokyo, che sono stati pubblicati, c’è l’intervento del professor Viola del ‘69 che abbiamo ricordato, quello di Bertrand Diman; è interessante vedere da questo documento, ma da tanti documenti che ci sono, e in parte sono stati anche indicati anche nelle memorie che ho indicato, Bartalini gira materialmente il mondo per conto di Montedison, va dagli Stati Uniti al Giappone, è con Viola a Tokyo nel 1969 e partecipa a questo congresso e sente direttamente dalla viva voce di Viola e di Bertrand Diman, il canadese, dei problemi legati al CVM, dei problemi legati - come ho già detto alla prima udienza di questa requisitoria - alla pericolosità per i lavoratori che entrano nelle autoclavi e alla situazione che va sistemata proprio per quanto riguardano gli ingressi in autoclavi. Siamo nel 1969 e Bartalini già in quel 1969 ha una conoscenza immediata e diretta dell’intervento del professor Viola. E dopo l’intervento del professor Viola ricordiamo che c’è questa indagine che viene presa dall’Istituto Oncologico di Bologna di Maltoni. Montedison dice: siamo stati bravi noi ad affidare a Maltoni questo incarico. Non è così, è Maltoni che decide di fare le sue indagini, è Maltoni che vuole fare queste ricerche, ed è nel verbale di Maltoni questa considerazione, perché se noi prendiamo il verbale delle dichiarazioni rese dal professor Maltoni l’11 aprile del 2000 in Tribunale, a pagina 8, vediamo quel passo, che ad un certo punto il professor Maltoni, quando vede che ci sono questi problemi di espettorati, di citologia, di situazioni pericolose, viene a sapere del professor Viola da Bartalini, decide di fare queste ricerche. E Maltoni, che è in ottimi rapporti con il professor Ghetti di Montedison e con gli altri, dice: "quando faccio presente che voglio cominciare un’indagine più approfondita", il professor Ghetti di Montedison dice: "ma se Maltoni vuole condurre questa indagine è bene che la conduca ben fatta e quindi noi siamo pronti a dare aiuto". Quindi è Maltoni che vuole partire. E come quando ho parlato altre volte di ricerche che vengono fatte dalle industrie, e vedremo meglio anche in altre situazioni, c’è l’intenzione soprattutto di controllare il flusso delle notizie, perché da quando viene stipulato questo accordo tra Montedison e l’Istituto di Bologna di Oncologia le notizie rimangono confinate all’interno di questo rapporto, molto faticosamente arrivano alle società americane, molto faticosamente arrivano agli americani, agli industriali, però questo non è ancora un assolvere all’obbligo di legge; l’obbligo di legge è quello di informare gli operai della situazione di pericolo, e questo da Montedison non è mai stato fatto, se non dopo lo scoppio dello scandalo Goodrich. E dal verbale di Maltoni queste situazioni sono evidenti. Passo ad un documento del 21 dicembre del 1971, ed è un documento che ci dà atto di un momento storico particolare: sono già partite le indagini di Maltoni, vengono i partner europei a fare una visita a Milano o poi a Bologna per vedere come stanno andando avanti queste indagini di Maltoni, e mostro questo documento per un motivo soltanto: per confermare innanzitutto la presenza del professor Maltoni, del professor Bartalini e del dottor Garlanda a quell’incontro, ma soprattutto per vedere come dalla questione relativa alla citologia esfoliativa degli operai che lavoravano a CVM e PVC e che presentava situazioni preoccupanti, situazioni che destavano sospetto, perché nelle cellule era stata diagnosticata da Maltoni una metaplasia squamosa: le cellule erano alterate ed erano diverse da quelle osservate addirittura nei fumatori. E in questa situazione vediamo che c’è un punto molto importante di questo documento, perché viene detto che quelli di Montedison, di fronte alle proposte di fare queste indagini, di estendere queste indagini ai lavoratori, agli stabilimenti, dice: "non erano per nulla interessati a collaborare in questo campo e la prima impressione che ne ho avuto – dice l’estensore del documento – e che hanno molta paura di un’eventuale fuga di notizie in merito ad un’indagine del genere e che gli operai possano venirlo a sapere". Siamo nel ‘71, Montedison già sapeva tutto e Montedison ha molta paura della fuga di notizie, perché? Non per ragioni di concorrenza, qui lo confessa, lo dicono: che gli operai possano venirlo a sapere. È un terrore questo qua di Montedison. Passo ad un documento del 1973 che riguarda il professor Bartalini, per dire che continua a girare il mondo, fa una visita allo stabilimento - non lontanissimo peraltro – nel giugno del 1973 a (Ludiskapen), della Basf, e Bartalini visita le strutture sanitarie di quella società. Ed è interessante vedere, proprio se facciamo il confronto con Porto Marghera, come in quella situazione tedesca innanzitutto già si affrontassero le questioni del cloruro di vinile e come fossero interessati a questa situazione poi i vertici di Montedison quando questo documento, questa relazione viene mandata a Montedison. Ma discorso più importante è vedere di quali strumenti, di quali mezzi di protezione e sicurezza fosse dotato questo stabilimento. Li leggo rapidamente per dare un’idea dell’enorme differenza con Porto Marghera, perché si dice: "Il dipartimento sanitario dispone di due infermerie principali, quattro infermerie secondarie, undici ricoveri, di cui due sotterranei, e due centri di pronto soccorso. Il servizio dispone di otto ambulanze, con ventotto tra infermieri e autisti che si alternano in turno. All’occorrenza possono intervenire anche due elicotteri". Non faccio commenti perché a Porto Marghera non abbiamo mai visto niente del genere, neanche adesso tra l’altro. Documento del 5 dicembre del 1973, ancora soltanto per confermare il contatto diretto - l’abbiamo mostrato, ne abbiamo parlato anche con l’ingegner Grandi - del professor Bartalini con l’ingegner Grandi, corresponsabile del personale per le questioni sanitarie. C’è una dichiarazione che possiamo far vedere, riguarda la posizione di per sé del dottor Gritti, ma è interessante perché fa riferimento alla situazione di Porto Marghera e alla situazione di Montefibre, che dipendeva, come abbiamo visto, come hanno detto tutti, da Montedison. Si tratta di un incidente di cui parleremo meglio, e dei commenti, anche trattando la posizione del dottor Gritti, di un operaio che perde il braccio sinistro: "gli veniva strappato perché l’ordine era quello di continuare la produzione nonostante il parere contrario tanto dell’operatore che del meccanico, che doveva fare una riparazione". Non cito per fare del facile pietismo in una situazione del genere, voglio solo ricordare un punto, che è quello che mi interessa in questa situazione, che non è stato rispettato l’organico neanche della squadra di pronto intervento, che "al momento dell’incidente era composta solo di una persona e non di quattro, come stabilite". Situazioni che si ripetono per anni e anni e che non vengono sistemate né alla Montedison né alla Montefibre. Per quanto riguarda la situazione sanitaria, ancora, ricordo un passo dell’imputato dottor Gritti Carlo Massimiliano durante il suo interrogatorio del 29 luglio del 1976 a proposito della struttura sanitaria di Montefibre, perché dice sinteticamente: "Montedison aveva centralizzato tutto quello che concerneva la sicurezza degli impianti, medicina del lavoro, la protezione ambientale. Come Montefibre, non avevamo organismi autonomi per tali settori. La competenza dello staff centrale della Montedison di Foro Bonaparte a tale proposito era rigidissima. Ricordo che il responsabile del servizio sanitario centrale di Montedison, e quindi anche della Montefibre, era il professor Emilio Bartalini. Presso lo stabilimento di Montefibre di Porto Marghera – dice sempre Gritti - non esisteva un autonomo servizio sanitario. Questo servizio era gestito dai sanitari dell’intero stabilimento Petrolchimico, che erano i sanitari della Montedison". Vado ad un documento dell’11 dicembre del 1973 solo per ricordare come al professor Bartalini venga inviata una richiesta da parte del vice direttore ingegner Calvi di DI.PE, lo vedremo dopo questo documento, parlando dell’ingegner Calvi, in cui si parla di accordi che devono essere presi in relazione alla problematica sanitaria che, nonostante la situazione scandalo Goodrich ancora da scoppiare, era comunque una situazione che già preoccupava fortemente gli operai. E subito dopo c’è questo documento che viene mandato, 13 dicembre ‘73, che proietto, dalla DI.PE, direttore stabilimento Porto Marghera dottor Trapasso, a Calvi, a D’Arminio Monforte e a Bartalini, vediamo quali sono i referenti dello stabilimento, oggetto: stato di salute dei lavoratori; riservata alla persona. Cosa succede? Che l’Università di Padova ha rilevato e ha preso atto di una situazione sanitaria complessivamente già grave - siamo nel ‘73 – e chiedono di organizzare il controllo di 550 operai di stabilimento. Chi tratta queste cose non sono i capo reparti, vanno dal direttore di stabilimento in su, fino a Bartalini, a Calvi e a D’Arminio Monforte. Documento 24/12/73 che vedremo successivamente parlando di Trapasso; e lo cito soltanto perché ancora una volta il firmatario è il professor Bartalini, che manda una valutazione, una nota relativa alla organizzazione sanitaria di Porto Marghera al responsabile del personale, ovviamente interessando anche il dottor Trapasso, direttore di stabilimento. Documento successivo del 26 febbraio del 1964, che riguarda ancora Bartalini, è un documento agli atti acquisiti durante la rogatoria internazionale negli Stati Uniti, e solo lo cito per dare atto di questi viaggi che fanno negli Stati Uniti durante le indagini pendenti del professor Maltoni, assieme a Maltoni, assieme agli altri, proprio per discutere la situazione del CVM, ma anche del fatto che ormai con Maltoni si era instaurata tutta una serie di test sul CVM, ma anche sul cloruro di etilene e sul cloroetilene, perché ormai l’Istituto di Bologna cominciava ad estendere anche le proprie ricerche ed indagini ad altre sostanze, visto che ormai sul cloruro di vinile la certezza era stata raggiunta. Sempre a proposito del professor Bartalini cito la dichiarazione del consulente del Pubblico Ministero professor Carnevale del 5 giugno 1998, che dice a proposito delle conoscenze che sono state date, o meglio non sono state date all’esterno da parte di Montedison sulla nocività della sostanza, dice: "sta di fatto che intanto la Montedison, nella persona del professor Bartalini, direttamente e soltanto nel febbraio del ‘74, ne ho testimonianza diretta, informa il capo dell’Ispettorato Medico del Lavoro e informa di queste vicende relative al cloruro di vinile e degli studi che erano in atto", e lo informa appunto nel momento in cui c’è ormai lo scoppio dello scandalo Goodrich. Queste dichiarazioni di Carnevale, com’è noto, sono confermate nella sostanza anche dal dottor Garlanda durante la sua audizione in Tribunale, che ho già citato peraltro, che dice che solo nel ‘74 viene deciso dall’amministratore delegato Grandi di informare gli operai, e anche dal sindacalista Francini, pur sindacalista sui generis, visto che era sì della Commissione Ambiente ma aveva una posizione un po’ particolare per quanto riguarda la tutela dei lavoratori, e comunque perfino lui conferma che soltanto nella primavera del ‘74 gli operai sono stati informati dall’azienda della situazione di pericolosità. Cito un documento del 17 aprile del 1974, che è una riunione dell’Istituto Superiore di Sanità sul CVM, che si è tenuta a Roma; lo cito per un punto soltanto – è molto lungo -, perché si comincia formalmente a proporre, davanti anche ai dirigenti delle industrie e davanti anche al professor Bartalini, direttore del servizio sanitario Montedison, così viene scritto nell’intestazione, si comincia a parlare di Mac=0 per le sostanze cancerogene. Mac=0 vuol dire esposizione 0 alla sostanza, e dice subito e vengono prospettate delle difficoltà da parte degli esponenti dell’industria, i quali sottolineano che non è escluso anche la cessazione della produzione, e qui continua e continuerà sempre questo discorso. Volete Mac=0? Andate tutti a casa. Questo sempre detto e sempre scritto. Passiamo ad un documento del 14/10 del ‘74 che riguarda una nota che fa il medico di fabbrica al professor Bartalini a Milano, 14 ottobre del ’74, segnala un caso, che è il caso di Favaretto Emilio, che abbiamo già discusso in aula, perché viene consigliato il suo trasferimento in reparto; se abbiamo la scheda possiamo anche proiettarla, se è a disposizione, epatocarcinoma tra i casi da ammettere. E questo caso di Favaretto Emilio lo cito in questo momento perché abbiamo il documento diretto dell’ottobre del ’74 in cui viene chiesto a Milano, viene segnalata questa situazione pericolosa. E guardate, c’è una situazione che viene diagnosticata con biopsia epatica, si tratta di una situazione tipica che per il Tribunale doveva condurre all’affermazione di un nesso causale secondo i suoi stessi principi. E infatti questo caso di Favaretto Emilio noi l’abbiamo inserito tra i casi che dovevano essere ammessi dal Tribunale. In questa situazione il medico di Marghera chiede l’allontanamento. Invece la situazione di Favaretto Emilio l’ho già mostrata, se clicchiamo anche sul suo nome vediamo che è indicato anche che doveva essere spostato nel 14 ottobre del ’74; invece il Favaretto continua a rimanere in reparto ancora per due anni, e solo due anni dopo viene spostato. E questo operaio è deceduto, ha finito di lavorare poi nell’88 in altri reparti ed è morto di epatocarcinoma, e quindi, nonostante l’indicazione e la richiesta, non è stato spostato immediatamente, come le norme di legge richiedevano. E guardate che è un caso molto importante perché in questa situazione è riconosciuto che non c’era alcol, non c’erano virus, quindi non c’erano neanche i cofattori tanto invocati dalle Difese degli imputati. Un’altra situazione riguarda ancora l’ottobre del ‘74, riguarda il fatto di come anche per altri reparti complessivamente sempre fosse il professor Bartalini che si interessasse di una situazione ad esempio dell’AS12, che riguardava la pericolosità del cicloesanone e in una scheda di Montedison del ‘64 vedremo - trattando con il dottor Trapasso questa situazione - che il cicloesanone fosse una sostanza epatotossica anch’essa. Andiamo ad un documento del 24/11 del ’74 - e questo lo proiettiamo direttamente - ed è indirizzato dal Consiglio di Fabbrica direttamente al professor Bartalini e, ovviamente, a D’Arminio Monforte, e fa riferimento a situazioni assai critiche, una situazione assai grave in relazione alle condizioni ambientali di un reparto, che è quello del CV5/15 di Porto Marghera. Questa è la richiesta degli operai che viene mandata direttamente e della quale non si è saputo poi più nulla. Ci sono una serie di alcuni altri documenti che affronterò nello specifico trattando degli amministratori e dei dirigenti generali di Montedison, delle Divisioni in quel periodo, che riguardano ancora l’anno 1975. Parlo in particolare del documento 23 gennaio ‘75 e del documento 1 agosto ‘75. Sono importanti questi documenti - ci torneremo continuamente - perché riguardano ancora molti dei nostri odierni imputati, riguardano l’ingegner Grandi, riguardano Bartalini, riguardano Calvi, riguardano Gaiba, perché proprio su indicazioni che vengono fornite dall’amministratore delegato vengono effettuate queste riunioni all’inizio del ‘75 per decidere cosa fare, per intervenire sugli impianti, per sanare questi impianti oppure per buttarli a mare, e vedendo sinteticamente per la parte che ci riguarda il primo documento, quello del 21 giugno 1975, che riguarda Calvi, Bartalini e Gaiba in particolare, vediamo soltanto una situazione per questo momento, per la situazione impiantistica, si dice che "Montedison ha assoluto bisogno di due anni di tempo. Nel ‘77 Montedison avrà a disposizione una terza leva: gli impianti nuovi". Lo scrivono nel gennaio ‘75 e noi questi impianti nuovi tanto promessi li stiamo ancora aspettando nel 2004. "Si è visto che con nuove tecnologie – continua il documento – il TVA ha un ppm raggiungibile", tante grazie, i Giudici degli Stati Uniti della Corte Federale dicevano che con un po’ di buona volontà ce la potevano fare in pochissimo tempo, in poche settimane. Però continua il documento: "il livello degli investimenti da decidere varierà di molto in funzione del tempo che avremo a disposizione", quindi c’è un discorso finanziario che viene messo, viene impostato subito fin da questa parte iniziale, quando si comincia a parlare di impianti nuovi e di che cosa si deve fare. Il documento dell’1 agosto del 1975 è parimenti importante, vediamo la prima pagina, ed è la problematica sul CVM. Su questa circostanza del CVM faccio rilevare una circostanza soltanto. Questa documento viene mandato a Bartalini e a Gaiba, che troviamo continuamente, dall’ingegnere Calvi, sempre riservata e personale, perché ovviamente gli operai non lo devono sapere: queste riunioni decidono la creazione di gruppi di lavoro. Allora, quando vedrete questo documento, che allegherò e che vi consegnerò dopo averlo estrapolato dalla marea di documenti in atti, vedrete che dopo la riunione fatta dall’ingegner Grandi il 12 marzo del ‘75 saranno sempre presente in tutte le situazioni e in tutte le riunioni l’ingegner Grandi e il professor Bartalini, professor Bartalini che parteciperà a tutti i gruppi di lavoro. E in questo documento si comincia a parlare degli abbassamento dei valori dei Mac e viene detto: stiamo attenti quando partecipiamo e facciamo gli incontri con le organizzazioni sindacali, gruppo di lavoro A a pagina 2, si parla di questa riunione presso l’ingegner Grandi del marzo del ‘75, dice: "stiamo attenti a prospettare noi l’abbassamento dei valori di Mac perché – andiamo a pagina 3 – una mossa di negoziazione anticipatrice e specifica per il CVM non può che sortire effetti controproducenti", cioè vuol dire: stiamo ad aspettare, vediamo cosa dicono loro. Perché poi continuano sotto: "individuiamo noi un Mac che siamo in grado di rispettare in ogni situazione lavorativa e che poi possa essere sostenuto in base alle più recenti acquisizioni scientifiche, nonché in base alle normative". Sanno benissimo in Montedison che già i sindacati, come si vede sotto, chiedono il Mac=0, e quando vengono decisi questi gruppi di lavoro, vediamo per esempio il gruppo di lavoro C, che riguarda indagine epidemiologica, ovviamente viene diretto dal professor Bartalini, ma il professor Bartalini è presente anche nelle altre situazioni che riguardano gli impianti e le prospettive di modifiche degli impianti secondo una certa linea di condotta di politica industriale o un’altra. Ancora sulla posizione del dottor Bartalini c’è una dichiarazione del dottor Guerrieri Maurizio dell’Ispettorato Medico Centrale del Lavoro; è stato sentito il 5 aprile del 2000 e in aula sinteticamente – faccio rinvio a tutto quel verbale – viene a dire, in relazione al periodo di modifica e approvazione della normativa sul CVM, a livello di Comunità Europea e poi di legislazione italiana: "Chi partecipava sempre a questi incontri, che curava i rapporti con il Ministero, con l’Ispettorato Centrale del Lavoro e a livello CEE era il professor Bartalini", che riceve, oltre a quelli di Montedison, anche il professor Guerrieri nel suo ufficio, per cercare di ammorbidire la situazione dell’abbassamento dei livelli di CVM all’interno dei reparti di Porto Marghera e di tutta la Montedison. È Bartalini che cura anche questo settore. Quindi vediamo anche questo ruolo costante, sempre, quasi da eminenza grigia di Montedison, in tutti i risvolti e rivoli delle attività della società. C’è poi un documento – dopo con altri imputati lo rivedremo successivamente – che riguarda un’indagine sul CVM del 19 luglio del 1975, l’abbiamo già proiettato, è una lettera di Salvatore Giudice che segnala proprio al professor Bartalini il 19 settembre del ‘75: "Quanto ai risultati non è che ci sia da stare molto allegri se li prendiamo in senso assoluto. Sono molti i casi di alterazione enzimatica". E poi continua ad illustrare questi casi, e lo stesso Giudice, che pure ammorbidisce per certi versi la situazione, perché in conclusione parla di "lieve interessamento epatico per esposizioni nel complesso modeste, dice Giudice nel ’75, ma abbiamo già visto e vedremo ancora, invece, quanto erano elevate, e comunque Giudice questo segnala al professor Bartalini nel ‘75, e guardate, lo ripeto, in questo momento siamo fuori del biennio dei miracoli, è Montedison dice che questa situazione non è tale da rendere e da stare molto allegri. Se troviamo il documento lo proiettiamo, ma comunque lo troveremo tra poco, quindi lo proiettiamo tra poco. Un altro documento presente è l’esito delle indagini FULC, che sono ben note a Montedison da sempre, nonostante nella fase delle indagini preliminari abbia cercato Bartalini per primo e assolutamente di negare la conoscenza di queste indagini della FULC del ‘75–‘77. Assurdo perché ci sono addirittura delle riservate personali scritte da lui ai vari direttori di stabilimento, in cui manda gli esiti delle indagini epidemiologiche, per esempio perfino allo stabilimento di Brindisi, e ha ricevuto questa indagine dal professor Fuà di Milano e la gira per debita conoscenza di tutti. E queste indagini FULC sono importanti perché sono importanti le conclusioni che vengono riferite, con particolare riferimento alle patologie che ci riguardano, e sono quelle ovviamente del fegato, la epatomegalia, se andiamo al primo foglio, viene segnalato al primo foglio che proiettiamo: epatomegalia, che è risultata pari al 40,1%, statisticamente significativa al crescere dell’esposizione del monomero. E sotto viene scritto: "questo può significare che esiste un certo sinergismo tra i due fattori, cloruro di vinile e alcol". Anche al di là del fatto del bere: "tra chi beve esistono differenze molto significative in rapporto all’esposizione, con il prevalere pertanto della azione del tossico professionale". Poi, a proposito del fumo, viene fatto sempre in quella relazione, girata da Bartalini agli stabilimenti direttamente competenti, un discorso analogo, andiamo alla parte successiva sul ruolo del fumo, dove viene detto che "a parità di fumo la prevalenza di alterazioni radiografiche tende a crescere con il crescere dell’esposizione per i gruppi con indice 0 a 1"; quindi, lì dove c’è CVM, c’è un aumento di queste alterazioni anche polmonari. E le conclusioni sono significative perché doveva essere documentato lo stato di salute e dice: "Sui lavoratori esposti a CVM e PVC, i cui effetti tossici sono ormai sufficientemente noti", parla della funzionalità epatica, dei problemi delle patologie polmonari, ma non mi voglio dilungare perché ne abbiamo già parlato e non voglio annoiare nessuno. Andiamo ad un documento, sempre su Bartalini, del 26 marzo del 1979, dove si parla appunto ancora di questo intervento di Bartalini a proposito di un viaggio che ha effettuato il professor Bartalini e si è incontrato con le società europee, in particolare con la francese (Opulan), insieme a Pallealunga di cui parlavamo prima. E ancora nel marzo del 1979 c’è il professor Bartalini che fa riferimento, trade d’union tra Montedison e le società europee. Ma continuando ancora sulle competenze di Bartalini e tra l’altro del professor Trapasso, come vedremo ancora trattando del dottor Trapasso, vediamo che c’è un documento del 27 giugno del ‘78 a proposito di un incarico che dà Trapasso al dottor Cazzoli di Mantova per seguire attività e problematiche di medicina del lavoro per conto delle Divisioni, e ancora due anni dopo, nel marzo del 1981, c’è un censimento che viene fatto sui lavoratori del CVM e PVC a proposito delle alterazioni. Quindi vuol dire che continuiamo nel tempo e questa situazione continua ad essere segnalata, continua ad essere indicata perché la situazione del CVM non è ancora assolutamente risolta nel 1981. E cito questa indagine che fa il dottor Cazzoli proprio per dire che, quando è stato sentito in Tribunale all’udienza del 5 aprile 2000, il dottor Cazzoli dice che questa indagine, questo incarico gli era stato dato da Bartalini per conoscere la situazione degli esposti a CVM e PVC, senza che poi peraltro ci siano state delle prese di posizione a favore degli operai che abbiano sortito effetti decisamente positivi. Ma che cosa ha riferito quando è stato sentito - come risulta dai verbali che sono stati acquisiti dal Tribunale - il professor Bartalini? Ha confermato innanzitutto quelle che erano sostanzialmente le sue funzioni, cercando inizialmente di negare addirittura di conoscere l’indagine FULC, diceva proprio che non sapeva niente, che addirittura era già andato in pensione, addirittura questo è arrivato a dire. Risentito, ovviamente, mostratogli il documento FULC ha detto: "sì, adesso mi ricordo, in effetti avevo visto questa indagine FULC, però noi non ci credevamo, non ci davamo tanto peso perché – così dice letteralmente Bartalini – noi seguivamo le indicazioni dei nostri medici". Però sappiamo benissimo tutti in quest’aula che non è vero, perché quando abbiamo mostrato le schede degli operai da spostare segnalati dai medici di fabbrica Bartalini non è intervenuto in nessuna maniera, mai e poi mai per tutto l’arco della sua carriera. E questo lo dice in particolare nel verbale del 19 luglio ‘96, per dire: "Quella relazione dell’Università di Padova è una relazione esterna. Noi accettavamo i consigli dei nostri esperti". Abbiamo visto come ha accettato i consigli dei suoi esperti! Per quanto riguarda i suoi rapporti, dice che dei dati che riceva da Maltoni il professor Bartalini provvedeva ad informare direttamente il responsabile della Divisione ed in particolare ha avuto rapporti con l’ingegner Calvi anche quando era vicedirettore generale e non direttore generale. Conferma peraltro quanto dichiarato sui suoi contatti e sulle informazioni, oltre che con Calvi, con l’ingegner Grandi e anche con D’Arminio Monforte, sui problemi in particolare del CVM in maniera specifica. Sui rapporti con l’ingegner Grandi è Bartalini stesso che parla di questa sua funzione di staff a stretto contatto con Grandi, perché nell’interrogatorio il 30 aprile ‘99 dice: "L’ingegner Grandi, poco dopo che divenne amministratore delegato, decise che io dovevo lavorare in più stretta collaborazione con lui. Disse ciò in quanto aveva saputo che stavo curando in maniera molto accurata le ricerche e il settore dell’igiene del lavoro e della prevenzione, quindi l’ingegner Grandi mi disse che dovevo lavorare a stretto con lui e praticamente feci capo a lui in rapporto diretto e stretto", oltre ad informare tutti quel che ha informato, come ho detto prima, cioè Calvi e D’Arminio Monforte. E per quanto riguarda Montefibre conferma Bartalini che praticamente Montefibre non aveva nessun servizio sanitario, è vero che poi appunto Montefibre dipendeva, seppur in maniera molto vaga, dalla Montedison, "anche se – ammette Bartalini – alla Montefibre io non ho mai segnalato nulla sul CVM e PVC né dalla Montefibre nessuno mi ha mai chiesto nulla". Cito alcuni passi di alcune dichiarazioni testimoniali o di verbali comunque acquisiti e resi in udienza e poi concludo la posizione di Bartalini. La prima parte è quella che riguarda il responsabile del personale, deceduto, per un certo periodo, che è l’avvocato Carmelo Guccione, che parla appunto della funzione di staff diretta dal professor Bartalini, che aveva rapporti diretti anche con i vertici, che era lui che curava tutte le vicende di Maltoni, dell’Istituto di Oncologia di Bologna perché – così diceva Guccione quel 24 novembre ‘95 – lui non sapeva assolutamente nulla di questa vicenda del CVM. Dice: "Bartalini, chiedete a lui, che lui sa tutto". Ci sono delle dichiarazioni a conferma di questo ruolo di Bartalini anche da parte dell’avvocato Giorgio Baldini, sentito il 21 gennaio del ‘96, il verbale è stato acquisito, e fa riferimento proprio a questo servizio sanitario centrale diretto da Bartalini, "che aveva rapporti diretti sia con il responsabile del personale – cito letteralmente – che con i direttori delle Divisioni competenti"; quindi era un passaggio, una competenza, un contatto a tutto campo quello del professor Bartalini. Sulla Montefibre ancora un’altra cosa a conferma dice l’avvocato Baldini Giorgio, che ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Montedison a partire dal ‘77, poi anche amministratore delegato per gli affari legali, dice: "Montefibre era una società del gruppo ed era controllata in toto dalla Montedison. Per la straordinaria amministrazione riferiva all’ufficio affari legali della Montedison e non aveva un servizio sanitario centrale Montefibre". Poi c’è una dichiarazione del teste Paolo Smith del 5 febbraio ‘96, che è stato responsabile dell’ufficio incarichi speciali e relazioni pubbliche di Montedison nei primi Anni ‘70, e fa riferimento ancora a queste funzioni centrali di staff e conferma nella sostanza tutti i dati che ho fornito, confermando in particolare che Montefibre faceva riferimento alla funzione di staff anche per la parte ambientale di Montedison, quindi a Bartalini, etc., e all’amministratore delegato. Una annotazione importante ci viene fornita da Smith nel suo verbale del febbraio ’96 in relazione all’importanza della questione CVM, perché letteralmente dice: "questa questione veniva seguita ai massimi vertici di Foro Bonaparte, ne parlai ovviamente con Bartalini e con i vertici di Foro Bonaparte. Aggiungo peraltro che quello era un problema molto importante per Montedison e che la vicenda di Maltoni era ben nota a tutti quanti i vertici di Montedison". L’ultima parte riguarda una dichiarazione di D’Arminio Monforte del 10 febbraio ‘96, che conferma questo ruolo di Bartalini per quanto riguarda appunto la funzione di staff e la competenza generale e assoluta e il fatto che il professor Bartalini teneva i contatti direttamente con lui e che lo informava delle situazioni di Maltoni, delle situazioni di pericolosità. Conclude su due punti per quanto riguarda la posizione di Bartalini: il vincolo di riservatezza e di segretezza – ribadisco molto rapidamente e non mi dilungo -; quello che si contesta ai dirigenti di tutta la Montedison, Bartalini non è il primo, ma a tutti, non è di aver tenuti segreti i dati agli americani, ma di averli tenuti segreti nei confronti dei lavoratori, fino allo scoppio dello scandalo Goodrich. E Maltoni dette pochi dati nell’aprile del ‘73, contro la volontà di Montedison, come risulta da un documento che è agli atti, datato 23 marzo ’83 e ricevuto dalla Commissione Rogatoria Internazionale. Secondo punto che ho già citato: Bartalini ha cercato durante i suoi interrogatori di scaricare sul medico di fabbrica, ma fa finta di dimenticare che il medico di fabbrica non aveva alcun potere e che tutto doveva passare attraverso di lui, così come ha fatto finta di non sapere nulla del lavoro e della relazione della FULC del 1977.

 

Passo ad un altro imputato, che è Gatti Pier Giorgio; proiettiamo la scheda personale. Per Gatti Pier Giorgio vediamo dalla scheda che ci sono un paio di periodi di competenza che riguardano questo processo. Il primo periodo parte dal ‘71 come vice capo della Divisione Petrolchimica, e poi quando diventa amministratore delegato della Montedison, dal ‘77 in poi. Faccio solo rilevare alcune annotazioni: nel maggio ’71 ormai da molti anni si sapeva della tossicità del CVM–PVC, il professor Viola ne aveva già parlato a Tokyo, ne aveva parlato ad Huston; Maltoni aveva già iniziato i suoi esperimenti e le sue ricerche a Bologna, è del 1972, dell’ottobre, la tabella del professor Maltoni in cui in maniera molto chiara, come dicono tutti, in maniera molto evidente, risulta che ad un aumento delle esposizioni aumenta la presenza di tumori di vario genere, in particolare gli angiosarcomi del fegato, ma non solo. Nel gennaio del ‘73, quando arriva Gatti, dopo ormai quasi un paio d’anni che Gatti è in Montedison, la situazione a Marghera invece è sostanzialmente immutata e il comportamento omissivo del vice capo della Divisione, poi direttore generale della Divisione, è del tutto evidente. Ci sono dei documenti del ‘71 che parlano dei riferimenti del direttore di stabilimento al vertice per avere dei budget per intervenire ad esempio in materia... addirittura su beni immobili di 2 milioni di lire, ci sono dei documenti classificati riservati sugli incidenti al CV22 e 23 dell’inizio del 1972, ricordiamo come il CV22 fosse appena entrato in funzione, quindi già non funzionava, già creava problemi, e in quel documento del ‘72 viene scritto: "I limiti imposti dalla legge non sono rispettati". C’è un documento del 23 agosto del 1972 in cui, di fronte a tutta una serie di incidenti che vengono contestati pubblicamente dai sindacati e dalle forze politiche locali, su questi incidenti interviene pubblicamente con un’intervista a Il Gazzettino il direttore di stabilimento ingegner Sebastiani, oggi deceduto, attaccando gli operai e dicendo che "se le cose non funzionano e non vanno è colpa dell’assenteismo e della poca voglia di lavorare degli operai". Questo letteralmente e questo quindi crea già un clima molto pesante di situazione di estremo imbarazzo già nel corso del 1972–1973, e nella sostanza devono ancora partire le commesse, i lavori almeno teoricamente su significativi. Sul ruolo poi dell’ingegner Gatti abbiamo delle dichiarazioni dell’imputato Belloni Antonio di Montefibre, prima per un lapsus avevo detto che era deceduto, ma per fortuna è ancora vivo, e il dottor Belloni diceva in quel suo interrogatorio del 29 luglio del 1996 che era passato alla Montedison insieme all’ingegner Gatti e aveva rapporti con lui, il Belloni, quando ancora era Presidente della Montefibre. Quindi ancora per Gatti si pone una conferma di questo rapporto Montefibre–Montedison per quanto riguarda le competenze. E sulle competenze di Gatti in particolare dice Belloni che "ricoprì l’incarico di responsabile dell’area chimica della Montedison per conto del Presidente Cefis. Dal responsabile dell’area chimica dipendevano tutte le Divisioni chimiche della Montedison e le società chimiche in cui la Montedison aveva delle partecipazioni". Vado avanti al secondo periodo che riguarda l’ingegner Gatti. Siamo nell’aprile del 1977 - poi parleremo di Tecnimont e vedremo perché è importante comunque questo periodo di Tecnimont -; nell’aprile del ‘77, quando Gatti torna in Montedison come amministratore delegato, sono ancora pendenti gravi, gravissimi, se vogliamo, problemi: si sta concludendo l’indagine FULC, e sappiamo quali siano le conclusioni, c’è un documento del 4 aprile del 1977 della FULC sulla situazione di Porto Marghera in particolare, oltre che degli altri stabilimenti, possiamo proiettare questo se ce l’abbiamo pronto, e in particolare viene segnalata la situazione del CV6, dove tra tutte le riunioni dei sindacati, i Consigli di Fabbrica, etc., documento che ovviamente poi viene mandato alla Montedison, si parla del rifacimento di alcuni impianti, citando per esempio il più macroscopico Porto Marghera e in particolare il CV6; quindi concretamente si cominciano a gettare le basi di questa richiesta di modifica di eliminare questo pericolosissimo impianto, il CV6, che è stato chiuso poi – lo ricordo incidenter tantum – solo praticamente nel gennaio del 1990. Siamo nel periodo ‘77 e, come vedremo tra poco, gli investimenti promessi per i nuovi impianti invece sono stati bloccati, con che maniera? Con la scusa del crollo delle concentrazioni. Faccio una parentesi perché è un esempio talmente chiaro e talmente lampante che è doveroso perdere due minuti – se si può dire perdere – per capire perché non funzionano i gascromatografi, perché c’era un’esposizione, ed è un incidente specifico che riguarda Tordo Nicola, un operaio. L’episodio risale al 16–17 giugno 1975 al CV14, quindi è già entrato in funzione il gascromatografo di reparto, dal marzo del 1975. Esistono già agli atti tutte queste dichiarazioni, e vediamo di seguito i documenti. Dalle dichiarazioni rese all’Ispettore del Lavoro – è il foglio 2 – l’8 ottobre ‘95 dal teste Corò Dino viene fuori che c’erano problemi di fughe di CVM, reparto CV10, e che lui stesso come capo reparto fa allontanare dal reparto CV16 il personale, compreso il signor Tordo Nicola, questa è la dichiarazione. Vediamo poi che continua questa audizione, a foglio 3 di quel verbale vediamo che viene detto: "i cromatografi di controllo dei reparti segnalavano nei giorni antecedenti il 16 di giugno valori superiori al normale di CVM", tanto che Tordo, quando viene sentito, dice: "Durante la notte del 16 ho avvertito dolori". Il cromatografo di reparto segnala perdite di CVM, dice: "non ha superato i livelli di soglia", e Tordo sta male, dev’essere mandato a casa per infortunio. Guardate adesso un attimo cosa viene fuori dai dati analitici del reparto CV14/16 - andiamo con un attimo di calma perché sono tanti numeri - nei giorni che adesso indico: 13 giugno, 14 giugno, 15 giugno, 16 giugno, che è la notte poi dell’incidente e della fuga eccezionale. Già il 13 giugno vediamo medie giornaliere altissime, altro che biennio dei miracoli! Per esempio ad un certo turno per 60 minuti abbiamo 20 ppm; continua il 14 giugno questa media elevatissima, addirittura per 40 minuti abbiamo punte massime di 100 ppm, e vediamo allora alla notte del 15–16: turno agitato, perdite localizzate in vicinanza del posto n. 10. Giorno 16: durata 60 minuti, 100 ppm, due ore, alle 23 26-18 ppm; una media elevatissima considerando tutte le zone non esposte: 6,40 ppm. Poi addirittura mollano qualsiasi controllo perché dicono "turno agitato", e non viene fuori niente. Quindi questa è la situazione fatta con un certo sistema. È impressionante – dico così perché non so dare altra definizione – vedere cosa segna il gascromatografo. Allora andiamo a vedere il gascromatografo di reparto per quelle 8 ore, vediamo di girarlo, basterebbe la prima perché poi sono tutte dello stesso tipo, ma comunque consegno copia, al 16 giugno: 0,6, 0,3 nella sala autoclavi, 2,4, e gli altri turni? Sono nella stessa situazione. Ora, a fronte di una situazione così pericolosa, con quei rilevamenti, con l’intervento del capo reparto che è costretto e che manda un operaio a casa perché sta addirittura male, il gascromatografo segna 0, e siamo nel giugno del 1975, e questo è un documento per dire come funzionava, o meglio come non funzionava, o meglio ancora come si voleva farlo funzionare. Riprendo l’argomento. Dicevo allora non è un periodo tranquillo questo di Grandi dal ‘77 in poi, perché dicevo che nel ‘79, come proiettivo prima, veniva fatto un censimento sugli operai del CVM con il dottor Cazzoli, quello che viene poi riferito il 31 marzo dell’81, e nonostante questa situazione che cosa succede? C’è un documento in questa situazione ancora strabiliante, ancora da capelli ritti, perché c’è un documento direttiva dell’1 giugno ‘77, in pieno periodo Cefis-Gatti, che dà le direttive sui budget di manutenzione triennale ‘78–‘80. E il dottor Cefis quando è stato sentito e nella sua memoria del 7 marzo ‘76 poi aveva detto: "Il budget è, per così dire, il viatico che l’organo di governo dell’impresa fornisce". E in questo budget di manutenzione, in questa situazione pericolosissima noi vediamo che si parla, ad esempio alla pagina terza si fa riferimento agli anni precedenti al ‘77, in cui si sono avute campagne per il risparmio, azione di squeezing, tagliare la testa, c’era il gruppo dei tagliatori di testa, così chiamati in Montedison, tagliare i costi, imposizioni di plafond, perché la linea che deve passare è quella di non manutenere, di manutenere il meno possibile, perché bisogna correre – pagina 4 – dei ragionevoli rischi. Così viene detto, questa è la linea dell’impresa in pieno periodo di crisi, pagina 4. Perché in fondo a questa stessa pagina viene detto che tanto la società paga un’assicurazione per cautelarsi dai rischi, come viene pagata un’assicurazione per i rischi dell’automobile, e quindi questi rischi vanno accettati, i rischi degli operai morti. E a pagina successiva viene detto che devono venire meno questi dogmi – ovviamente degli operai – sulla necessità o sulla periodicità degli interventi. E a questa pagina 5 viene scritto qual è l’obiettivo: "Obiettivo è non manutenere e, dovendo assicurare le capacità produttive oggi e domani, se non si può farne a meno, manutenere il più raramente possibile". Mi fermo e vado oltre, documento epoca piena di Gatti. Ma non è soltanto questo, non è soltanto il ‘77, il ’78, il ‘79 o l’80, perché sappiamo che fino quanto meno al 1982 hanno continuato nei reparti più polverosi gli operai ad entrare, ad insaccare in nuvole di polvere, e dalla documentazione che abbiamo già agli atti - non mi dilungo sul punto perché ci sarà un intervento sugli insaccatori specifico di un avvocato di Parte Civile - risulta che queste lavorazioni insalubri sono continuate fino ai primi Anni ‘80, hanno ricoperto totalmente l’epoca di Gatti, e queste cappe di aspirazione che noi vediamo proiettate, questa cappa qua è segnata come data dell’American Conference, che è l’associazione degli igienisti industriali, di origine non governamentale, perché sono le industrie autodefinite governamentali, ma è l’associazione delle industrie, è datata gennaio ‘64. Queste cappe di aspirazione c’erano nel gennaio ‘64, e Montedison, come vediamo dal disegno successivo, comincia nell’82, e questo problema della polverosità lo segnalava (Tribuck) nel ‘49, dicevo anche prima. Allora questo vale per tutto il periodo di Gatti. Cos’ha replicato Gatti durante il suo interrogatorio? Interrogatorio, ovviamente, che è allegato agli atti. Ha confermato innanzitutto il discorso della carriera, ha confermato quali erano le sue competenze, lui dice una cosa che è strabiliante, il 13 febbraio ‘96 dice: "non ho mai saputo nulla in ordine alla pericolosità del CVM e PVC. I nomi del dottor Viola e del professor Cesare Maltoni non mi dicono assolutamente nulla e non li ho mai sentiti nominare. Non ho mai saputo che la Montedison avesse finanziato Maltoni". È strabiliante anche questa maniera di rispondere e dire le cose. E non ha nemmeno mai sentito parlare di effetti nocivi del CVM e PVC, nemmeno per averlo letto sulla stampa. Parla di Bartalini, dice che l’ha incontrato casualmente due o tre volte, così. E questo era l’uomo di fiducia di Grandi, della chimica, l’uomo che doveva sapere tutto, che era sicuramente competente. Mi fermo su questa posizione e vado oltre. Prima, però, cito il periodo di cui mi ero riservato, torniamo alla scheda, del ‘73–‘77, perché ovviamente la Difesa ha detto e dirà che il periodo Tecnimont non c’entra e non va contestato. Dico ancora una volta che non è vero, perché l’ingegner chimico Gatti, ribadisco, chimico, quello che non sapeva niente del CVM - forse credeva di essere sulla Luna -, nel periodo intermedio di Tecnimont ha avuto lo stesso delle competenze specifiche in materia di CVM, perché in un documento di Tecnimont e nei documenti di Montedison, che è il documento del 24 marzo 1975, viene detto espressamente a pagina 4 e a pagina 5 che Tecnimont prepara in sintesi gli impianti per la sospensione e per la ubicazione degli impianti, e parla della realizzazione di questi impianti, dei tempi per ottenere dai vecchi impianti il Mac=1. Questa è Tecnimont, e anche in questo periodo Gatti si è interessato necessariamente di cose così importanti, perché erano questioni che riguardavano grossissimi investimenti da parte del Gruppo Montedison.

 

Passo alla posizione dell’ingegner D’Arminio Monforte; proiettiamo la scheda. È stato assistente – lo sottolineo proprio per la competenza che aveva l’ingegner D’Arminio Monforte – del Presidente Cefis fin dal ‘71–‘72. Arriva alla petrolchimica nel gennaio del ’73; anche lui - come Gatti - in un periodo che è già caldo, perché si sapeva di Viola, si sapeva di Maltoni, e D’Arminio Monforte in particolare è stato informato da Bartalini, come ci ha detto Bartalini stesso. D’Arminio Monforte informò l’ingegner Grandi su queste ricerche del professor Maltoni, ce l’ha detto anche Grandi, e prima ancora dello scoppio pubblico dello scandalo Goodrich c’è questo documento mandato a D’Arminio Monforte – che adesso proiettiamo, prima non l’abbiamo proiettato ma lo proiettiamo per tutti in questo momento -, 13 dicembre del ‘73, in cui vediamo che chi è interessato allo stato di salute dei lavoratori come persone e come competenze sono dal direttore di stabilimento Trapasso, a salire Calvi, Bartalini e D’Arminio. A gennaio ‘74, ricordo, scoppia lo scandalo Goodrich, come dicevamo, e quindi anche D’Arminio Monforte viene coinvolto nella affannosa corsa ai tentativi di riparo, di mettere delle pezze, seppur giù con notevolissimo ritardo rispetto alle notizie della nocività, tossicità del CVM, e quindi anche lui – ne mostro solo una ma proprio come esempio, come ho fatto per Grandi – firma delle autorizzazione di commesse, tra cui la 822 del luglio del 1974, e la cito perché riguarda ancora una volta quella situazione del lavaggio interno delle autoclavi. E questa 822, come dicevo parlando poco fa, era una situazione che si era imposta e che si era evoluta proprio perché le precedenti, la numero 7450 non aveva avuto buon esito, la 4062 di Grandi non aveva avuto buon esito, ma neanche questa del ‘74 ad integrazione riesce ad avere buon esito, per lo stesso identico motivo che abbiamo visto prima per Grandi, perché le valvole non tengono, perché le pompe non tengono, perché non funzionano, e quindi gli operai, le maestranze non vorrebbero più entrarci, però erano costretti, sennò ovviamente saltavano dal posto di lavoro. Proietto semplicemente e rapidamente quel documento USA già trattato con l’ingegner Grandi, quello dell’ottobre del ‘74, solo per dare atto di come a D’Arminio Monforte fossero arrivati tutti i documenti statunitensi, che è quello che parla della segretezza, della situazione in evoluzione. Vediamo l’ultimo punto, dove si vede D’Arminio Monforte che ha ricevuto tutti i documenti originali dagli Stati Uniti, quindi informato in tempo reale, prima di tutti quanti. Proiettiamo un documento sindacale del 24 novembre del ‘74, che avevo citato prima ma non proiettato, adesso dovremmo trovarlo, vediamo come dal Consiglio di Fabbrica vada a Bartalini e D’Arminio Monforte questa situazione critica e queste considerazioni assai gravi sul reparto CV5/15. Ricordo che in questo periodo, nel ‘74 e poi nel ‘75, Montedison e il suo amministratore delegato ricevono, e in questo caso specifico è D’Arminio Monforte che riceve la diffida del Ministero del Lavoro italiano, con delle prescrizioni, prescrizioni che sono disattese sia per quanto riguarda le indagini epidemiologiche che per altri interventi. Tanto che a distanza di oltre un anno il pur timido Ministero del Lavoro di Roma è costretto suo malgrado, perché sappiamo come conoscessero benissimo tutti, Bartalini in primis, a mandare questa diffida, perché le proteste sono fortissime, la situazione non è sanata. Proiettiamo questo documento: Montedison, Milano, riceve questa diffida ad adempiere alle prescrizioni del maggio dell’anno precedente, e Montedison continuerà ad inottemperare a queste prescrizioni. C’è un documento di poco dopo che segnala ancora la situazione grave che ovviamente continua, è del gennaio–febbraio del ‘75, è un documento che viene mandato al Consiglio di Fabbrica, che poi ovviamente viene girato a tutti, in fabbrica ce l’hanno tutti, è stato anche affisso, etc., riguarda oltre 250 lavoratori dei reparti CV6, CV10/11, 14/16, etc., che firmano tutti dietro, che sono intimoriti, terrorizzati, e parlano delle notizie di chiusura dei cicli di produzione che vengono dall’America e dalla Germania, ma non da Porto Marghera, perché a Porto Marghera si continua con quegli impianti. E in questa epoca, gennaio–febbraio ‘75, parlano operai che addirittura scavalcano il Consiglio di Fabbrica e le organizzazioni sindacali, e guardate che è un documento estremamente significativo, perché degli operai in quegli anni, in quella situazione, pensino autonomamente di scavalcare il sindacato, vuol dire che sono arrivati ai limiti di sopportazione, e accusano l’azienda di colpevole silenzio sulle notizie che già aveva su questa deprecabile realtà e chiedono alle loro organizzazioni, oltre alle iniziative già intraprese dalla FULC, assemblea, delle misure, e una cosa specifica: "allontanamento immediato dai suddetti reparti di tutto il personale con anzianità oltre i 15 anni"; pretendono perfino questo, io non so se potevano pretendere di meno, pretendono questo, chiedono, 250 operai. E vi faccio vedere dalle firme, dalla prima pagina vediamo Gabriele Bortolozzo o tanti altri, vediamo sulla seconda Giacometto Primo, morto per epatocarcinoma, vediamo Faggian Tullio, che aveva iniziato a lavorare nel 1967 come autoclavista, era da spostare per tutti, per la FULC, per l’azienda ripetutamente, e che invece ha sempre continuato a lavorare a contatto con sostanze epatotossiche; è morto di angiosarcoma nel ’99. E Bonigolo Gastone lo stesso. Abbiamo tanti operai che sono inclusi tra le parti offese di questo processo, chiedevano solo di allontanare quelli che avevano 15 anni di lavoro in reparto, e neanche questo è stato fatto. Torno alla posizione di D’Arminio Monforte per ribadire quello che dicevo prima in relazione al fatto che la competenza di D’Arminio Monforte era anche esterna rispetto a quelle che erano le situazioni della fabbrica, perché quando si tratta di preparare una lettera per il Presidente Cefis, di descrivere la situazione e discutere con la Regione Veneto della situazione incandescente di Porto Marghera, viene chiamato in causa direttamente D’Arminio Monforte per sistemare il rapporto, redigere questo rapporto, per parlare della situazione del cloruro di vinile in generale e a Porto Marghera. Passo ad un documento del 9 dicembre del ‘75, che ho già citato, ma soltanto per ricordare come appunto D’Arminio Monforte fosse lui che indirizzasse questa documentazione – ma lo vedremo anche tra poco – documentazione che viene inviata sia ai suoi vertici, sia a Montefibre. C’è un documento ancora che testimonia il ruolo importante di alcuni odierni imputati ed è una riunione presso l’alta direzione di Milano del 13 novembre del 1975; proiettiamo alcune pagine, in particolare la pagina prima, dove vediamo che sono presenti ovviamente D’Arminio Monforte, Calvi, e vediamo che discutono di questa situazione. Ma la parte interessante che voglio soltanto far presente in questa sede, in questo momento, oltre ovviamente a dimettere completamente il documento, è l’accenno che viene fatto al problema ecologico sulla base delle conoscenze, questo è l’intervento di D’Arminio, dice: "l’ecologia è da considerarsi in generale un dovere per le aziende, ma il problema dev’essere risolto attraverso vie che non prescindono dall’aspetto economico, valutando le diverse alternative"; e l’anno dopo fa quel budget di manutenzione. È la stessa cosa, è la stessa logica: va bene l’ecologia, va bene la tutela degli operai, ma non bisogna prescindere dall’aspetto economico, "valutando sempre il prezzo finale del prodotto e operando scelte, tra le quali anche quella della sostituzione degli impianti"; cosa che però poi non hanno mai fatto. C’è un punto ancora su questa prima pagina in fondo che riguarda l’avvocato Baldini, che ho già citato, che dimostra come Montedison non fosse assolutamente passiva di fronte al cambio delle normative, ma nelle ultime righe sottolinea l’avvocato Baldini il gran numero di problemi che Montedison ha a Porto Marghera, novembre 1975, altro che biennio dei miracoli, e ricorda come Montedison abbia a suo tempo agito sull’esecutivo per avere standard più favorevoli per gli effluenti liquidi. Intervento diretto sul Governo per le leggi, a proprio favore ovviamente. Ancora un punto specifico che tratta a pagina 7 di questo documento l’ingegner D’Arminio Monforte, lo cito perché è estremamente indicativo e confermativo: l’ingegnere D’Arminio Monforte porta il discorso sulle sostanze clorurate, per la cui eliminazione ritiene che siamo ancora nella nebbia più fitta, nel ‘77, e abbiamo visto come sostanze clorurate siano state trovate negli scarichi, come risulta dai documenti aziendali, fin dagli Anni ’90, dai documenti che ho proiettato anche questa mattina tratti dalla consulenza dell’ingegner Carrara. E allora qual è la realtà in questo periodo cruciale ‘75–‘77–’79, epoca in cui ci sono peraltro delle pianificazioni aziendali, viene scritta qua e là "interveniamo, bonifichiamo, sistemiamo la situazione"? Ricordo soltanto in premessa quanto già detto sull’ingegner Camillo Cella, un esperto di Montedison, che per l’anno ‘74 si era posto il problema di modificare gli impianti del CVM e PVC perché anche i nuovi erano stati costruiti per trattare gli esplosivi, e il rischio di esplosione si aveva a partire dai 30.000 ppm, e ora bisognava pensare anche ad impianti che dovessero proteggere dalla tossicità. Il documento degli Stati Uniti è stato mandato all’ingegner Grandi e abbiamo visto come fossero tutti preoccupati di quella situazione, abbiamo visto come ne parlasse il Giudice statunitense, abbiamo visto il documento FULC del ‘77 come rappresentasse delle situazioni di pericolosità e abbiamo un piano di risanamento che viene fatto e come da questo piano di risanamento ambientale viene indicata un’assemblea di reparto del CV6, da questa assemblea di reparto, dove si parla di modifiche, di interventi, viene espresso dagli operai un parere complessivamente positivo, viene detto: va bene, aspettiamo, abbiamo tutti i nostri dubbi – pagina 6, la parte finale di questo documento -, perché sul secondo step ad esempio dicono "non possiamo non esprimere un parere negativo nella valutazione dei tempi", perché questi addirittura in qualche occasione mancano. Allora dicono questi operai a questa assemblea: aspettiamo, vediamo cosa succede. "Noi abbiamo da sempre – leggo letteralmente – ritenuto il CV6 inquinante e disagevole, allora vediamo cosa deciderà di fare l’azienda". Quindi c’è questa speranza e questa fiducia nei sindacati. Il documento della riunione del 21 gennaio 1975, mostrato anche prima, lo proietto solo al foglio 7, per ricordare come Montedison nel ‘75 parlasse di assoluto bisogno di due anni di tempo. Fosse stato vero ci saremmo accontentati forse tutti. Impianti nuovi nel ’77, mai visti. Andiamo al documento successivo, 23 marzo del ‘75, e vediamo che ci sono ancora Calvi, Gaiba, Trapasso, tra i nostri imputati, e vediamo che da questi documenti si parla di queste situazioni ancora di tecnici che stanno lavorando, che stanno progettando, che stanno preparando, che rimangono in attesa di ordini, di disposizioni per anticipare la normativa sul Mac che dovrebbe adottare la Comunità Europea. E in questo documento della riunione del 21 marzo ‘75 si fa riferimento ancora esplicito ai vecchi impianti, il CV16, il reparto CV14/16, il reparto CV6, reparto CV14 che in un primo momento era stato previsto di fermare, proprio perché si parlava di nuovi impianti. Invece ad un certo punto che cosa succede? Perché i Sindacati continuano ad avere fiducia, abbiamo un altro documento del 22 aprile del ‘75 dove dice: aspettiamo, vediamo cosa succede, vediamo se ci vengono incontro su questa situazione. E è quel documento del 22/4/75, che non so se siamo in grado di proiettare, perché dà atto il Consiglio di Fabbrica, nota per l’esecutivo, che c’è un impegno per il risanamento di tutti gli impianti, però segnala subito dopo tutta una marea di lavori che devono essere fatti. Si dice che sono pronti, perché così hanno riferito al Consiglio di Fabbrica, a Tetamanti, e Tetamanti lo scrive per tutti, e viene affisso questo documento, viene girato per tutti, dice: "Sono pronti i nuovi progetti per gli impianti CV6, CV14/16, CV5/15, i tempi di realizzo sono di due o tre anni, il costo si aggirerebbe sui 100 miliardi". Vengono smantellati i vecchi reparti e quindi vengono inserite anche delle autoclavi nuove. Ma niente di tutto questo succede, nonostante questa speranza degli operai. E allora perché ad un certo punto c’è questo cambio di linea, questo cambio di situazione? Vediamo il documento dell’1 agosto 1975; nel gruppo di lavoro di cui parlavo prima, che doveva provvedere al risanamento degli impianti, così si scrive: "i lavori di risanamento sono stati programmati e sono in corso di esecuzione secondo programma. Novità emersa recentemente è che i costi previsti da Tecnimont – quella dell’ingegner Gatti che non sapeva niente – per i nuovi impianti sono così elevati da rendere opportuno un totale riesame del problema, facendo tornare di attualità quelle alternative che sei mesi fa sembravano non valide". Quindi siamo a metà, nell’agosto del 1975, e quelli che erano i buoni propositi precedenti vengono eliminati già con questa nota dell’1 agosto del 1975, perché viene detto chiaro e tondo che i prezzi per i nuovi impianti segnalati da Tecnimont sono troppo elevati. Erano state fatte delle alternative, ma nessuna di queste alternative va bene, e all’inizio del ’75 e fino a marzo ‘75 la Montedison pensava di chiudere gli impianti esistenti, pensava di sostituirli, perché lei stessa non riteneva possibile di raggiungere il limite di 1 ppm come stabilisco dall’Osha e poi a seguito da tutti quanti. Però cosa succede appunto dopo questi pochi mesi, dopo questa lettera di Dell’Aglio dell’1 luglio ‘75 che dice che i costi sono troppo elevati? Succede che viene scritta una lettera alle direzioni di Porto Marghera e di Brindisi, datata 24 novembre del 1975, a proposito di questi impianti in movimento, firmata da Grassi ma indirizzata ad un altro dei nostri imputati, che è Reichenbach, proprio per i vari impianti CVM e PVC. E in questo documento viene scritto: "essendo in corso trattative con diverse ditte estere per l’acquisizione di know how più aggiornati, vi preghiamo di congelare gli studi e l’esecuzione dei lavori di cui all'allegato elenco. Resta inteso che gli obiettivi a suo tempo fissati restano inalterati, ragion per cui, variando solo le scelte tecniche, in sede di trattativa sindacale il vecchio elenco lavori mantiene la sua validità". Cosa vuol dire? Ai Sindacati continuiamo a dire sempre le stesse cose, però intanto i lavori noi li congeliamo, e questo è successo, perché questo concretamente si è verificato. C’è una tabella che indica – la allego – quelli che erano i lavori bloccati e congelati, e i lavori da congelare risultano di importo pari a circa un terzo rispetto al totale dei lavori da completare. Nel verbale citato della precedente riunione del 30 giugno ‘75 si parlava di una spesa per una serie di modifiche in corso già approvate per un totale di 12 miliardi di lire, per portare il TVA fino a 10 ppm. Dalla lettera del 24/11/75, che lasciamo proiettata almeno quella, si evince che di questi lavori per circa 12 miliardi, poi diventati quasi 14, ne erano stati completati solo cinque, circa un terzo. Questi lavori dovevano abbassare il TVA fino a 10 ppm, ma non era stata completata nemmeno la metà. Allora com’è possibile che a giugno del ‘75 il valore medio della concentrazione in reparti fosse già inferiore a 3 ppm, come appare dai diagrammi di Montedison ed Enichem prodotti in aula ma relativi al gascromatografo? Abbiamo visto nel capitolo 5 e 6 come il crollo delle concentrazioni fosse da attribuire ad un sistema di monitoraggio, pipettoni e poi gascromatografo del tutto inaffidabile. Abbiamo visto questa mattina un esempio concreto riferito al ‘75 di come il gascromatografo non segnalasse nulla della situazione reale, e si consideri come la stessa azienda, nell’ottobre del ‘74, si prefigurasse le diminuzioni di concentrazioni a Porto Marghera, in una maniera che era sicuramente rilevante e che però non ci poteva arrivare, non era in grado di arrivare. E allora ad un certo punto che cosa succede, all’inizio di questo 1975? Che cosa fa cambiare idea a Montedison? Perché Montedison blocca gli investimenti? Perché Montedison blocca i lavori? Perché interviene questo sistema di monitoraggio, perché interviene il gascromatografo e, come abbiamo visto dagli allegati alla memoria che ho depositato nel giugno di quest’anno sui lavori effettuati, non ci sono commesse che giustifichino quella situazione. Noi non abbiamo reperito documentazione con risposte alle nostre richieste e prima ancora alle richieste degli operai di interventi definitivi. Sta di fatto che il repentino calo della concentrazione nei reparti, non certamente dovuto alle modifiche impiantistiche, ha consentito all’azienda di mantenere in marcia i reparti stessi con notevolissimo risparmio in un grave periodo di crisi, risparmio in termini economici si intende, non certo in termini di salute degli operai. Sulle modifiche impiantistiche reparto per reparto e sulle conseguenti valutazioni critiche mi riporto a quanto ho già detto e a quanto scritto dai consulenti sia del Pubblico Ministero e sia di Medicina Democratica e alla parte che verrà trattata quando discuteranno delle singole omissioni colpose. Il Tribunale ha parlato di questo documento che ho fatto vedere, quello mandato anche a Reichenbach, del dottor Grassi del novembre del 1975, che rimettiamo sullo schermo, dando una risposta in pratica, cercando di dare una risposta a questo congelamento dei lavori, e dice il Tribunale che questo è stato – a pagina 372 e 373 della sua sentenza – un mero congelamento contingente. Ora, a parte il fatto che esistono una serie di commesse - ne cito una del ’77, ma vedremo poi anche quelle degli Anni ‘80 e ‘90 – che danno atto di una situazione non sanata, ce n’è per esempio una del reparto CV22, dove ci sono dei settori completamente sprovvisti di rilevazione ambientale CVM, 28 febbraio del ‘77. Ma, oltre a queste situazioni, è più importante rilevare che non è assolutamente un congelamento meramente contingente. Vediamo il grafico dei lavori così come viene fuori dalla riunione di Brindisi del 9 ottobre 1974. Il documento – l’avevo citato prima ma lo proiettiamo adesso – riguarda, se vediamo la prima pagina, una riunione tenutasi a Brindisi nell’ottobre del ‘74, c’era ovviamente Gaiba, poi il documento viene mandato ai presenti e per conoscenza a Calvi e Trapasso, e riguarda i limiti raggiungibili secondo l’azienda, quello che dice l’azienda nell’ottobre del 1974, prima dell’entrata in funzione dei gascromatografi. Non leggo tutti i dati perché sono facilmente vedibili, reparto per reparto, per Porto Marghera; questa è la situazione alle diverse date. A fine gennaio ‘76 vengono indicati quei limiti, a fine gennaio del ‘76. E allora come si fa in questa situazione ad un certo punto, quando Montedison stessa dice che non era in grado di arrivare ai limiti così bassi, come invece imponeva la normativa, come si fa a bloccare e a congelare gli investimenti che pure erano stati progettati? Ripeto, questo è stato fatto esclusivamente perché i gascromatografi avevano dato certe risposte, i gascromatografi strumenti del tutto inaffidabili. Sul 1977, questo periodo critico, non sto a ripetere quanto ho detto poco fa sul documento relativo al budget di manutenzione dell’1 giugno 1977, voglio solo ricordare come fosse una situazione, quella che si fosse scatenata poi al ritorno di questo documento, estremamente preoccupante, perché un teste che è stato sentito in aula il 17 maggio del 2000, Rebellato Aristeo, su questo documento ricorda come intervennero addirittura il Presidente del Consiglio di Amministrazione, anche successivi a Cefis, in particolare anche medici, per dire presso altri stabilimenti come questo documento avesse sconvolto tutte le situazioni. C’erano state addirittura delle vastissime, delle grandiose assemblee aperte proprio per risolvere un problema relativo al budget di manutenzione che era venuto fuori nel ‘76. E perché soprattutto questo tipo di intervento sul blocco e congelamenti degli investimenti e sul blocco delle manutenzioni secondo l’indicazione che proveniva dall’altro, questo tipo di invertimento aveva determinato un disimpegno della Montedison anche negli anni successivi, sempre maggiore per quanto riguarda manutenzione ed investimenti, e questo è riferito direttamente da questo testo all’udienza del 17 maggio del 2000. Quando è stato sentito l’ingegner D’Arminio Monforte ha innanzitutto confermato quelli che erano i dati relativi alla sua carriera, alla sua conoscenza con Calvi, ai suoi contatti con Grandi, al professor Bartalini e a tutte le precedenti vicende processuali. Faccio rinvio semplicemente al suo interrogatorio perché ribadisce essenzialmente le competenze che sono state indicate anche nella scheda.

 

Passiamo al caso di Calvi. Il ruolo dell’ingegner Calvi è chiaramente indicato nelle schede della Guardia di Finanza consegnate al Tribunale, non ci sono dubbi sulle sue funzioni. La sua capacità professionale e la costante presenza dell’ingegner Calvi in tutte le situazioni più delicate del delicatissimo periodo storico che lo riguarda sono emerse ampiamente durante il dibattimento: questioni scientifiche, questioni sanitarie, questioni impiantistiche e questioni sanitarie, per non dimenticare le questioni ambientali. L’ingegner Calvi risponde della questione relativa ai nuovi impianti da costruire o a quelli da sistemare per il periodo in cui era vicedirettore generale, ma non solo per questo, ma anche per il periodo successivo in cui poi è diventato direttore generale. E questa competenza, visto che firmava autorizzazioni per lavori e commesse anche notevoli, si affianca a quella del direttore generale che lo precedeva D’Arminio Monforte e al superiore amministratore delegato. Gli interventi e le interferenze in tutte le principali questioni impiantistiche di Calvi e di D’Arminio Monforte sono costanti e sono di entrambi ed è evidente un tentativo che è stato fatto, anche durante il primo grado, di limitare queste responsabilità ai periodi di responsabilità per Calvi e per D’Arminio proprio perché, affiancando queste competenze - come vediamo proiettato dalla scheda - si deve ritenere che ad intervenire in maniera decisa sulla situazione in particolare di Porto Marghera dovessero essere sia Calvi che D’Arminio Monforte. Tra l’altro nel nostro caso, a voler tacere d’altro, esiste comunque una colpa in capo ai direttori generali e poi agli commerci delegati quando li hanno sostituiti, quanto meno per culpa invigilando. Per l’ingegner Calvi esistono plurimi interventi per quanto riguarda le autorizzazioni delle commesse, ritengo che non sia necessario citarle perché sono molte, e faccio semplicemente rinvio ad una commessa 542 che riguarda un intervento conseguente a rischi addirittura di esplosione per la presenza di CVM in aria, commessa che si è dovuta ripercuotere ed andare avanti dal 1973 e successivamente proprio perché ad un certo punto per questo lavoro non c’erano i soldi per gli interventi e c’è stata necessità di variazione in credito, a causa della necessità di intervenire sugli impianti per la sostituzione di filtri, che era largamente insufficiente al numero previsto, valvole, etc.. Sulla sua conoscenza, sui suoi rapporti con il professor Maltoni e su quell’epoca il verbale del professor Maltoni è estremamente chiaro, è quello dell’11 aprile 2000, il contatto è stato costante, continuo, quindi non mi dilungo assolutamente. Un documento invece al quale voglio far riferimento è quello del 22 novembre del 1973, in cui risulta che continua anche dopo il periodo del 1970 il dottor Calvi a trattare direttamente e a curare i rapporti con Bartalini e con il professor Maltoni e con l’Istituto di Oncologia di Bologna. Passo ad un documento che abbiamo proiettato, sempre per la competenza di Calvi, dell’11 dicembre 1973, a conferma della sua competenza in materia anche di assistenza sanitaria all’interno del Petrolchimico, e al documento che abbiamo visto prima del 13 dicembre 1973, mandatogli da Trapasso sullo stato di salute di 550 operai dello stabilimento di Porto Marghera. Il 5 aprile del 1974 c’è un altro documento che riguarda sia Calvi che la direzione di Montefibre e che attesta di questi frequenti contatti tra la competenza di Calvi e quella di Montefibre, e giungo ad un documento del 10 aprile del 1975, in cui risulta che è Calvi stesso che organizza tutte queste azioni, su direttive e indicazioni dell’ingegner Grandi, per sviluppare determinate azioni sulla problematica del CVM. Vediamo che si parla di interventi sul piano sanitario e personale e per questa prima parte segnalo e sottolineo un punto molto importante, che è quello del secondo capoverso, dove si dice: "gli accertamenti medici finora in nostro possesso – dice Calvi – non hanno evidenziato casi preoccupanti. Si riconosce l’esigenza però di procedere a spostamenti dei lavoratori, per i quali, in base ai dati clinici certi, risultino controindicazioni a permanere negli ambienti di lavoro in cui operano. Tale esigenza è avvertita anche per situazioni lavorative ove sussistono rischi lavorativi analoghi o non meno preoccupanti". Quindi l’azienda stessa ammette ad un certo momento che è giusto, che è doveroso, che è un’esigenza quella di procedere allo spostamento dei lavoratori. Cosa che invece, abbiamo visto, non è quasi mai successa, nonostante le segnalazioni specifiche dei medici di fabbrica. Ancora sui rapporti con l’esterno è interessante notare come nella pagina successiva venga scritto e venga detto dall’ingegner Calvi che, se ci sono interventi della Regione Veneto e della Provincia per coordinare le indagini, l’azienda non si deve impegnare economicamente, cioè si chiama fuori da questi interventi e da queste situazioni. Continuano i contatti con Calvi, Maltoni e Bartalini nel 1975, come da documento pacifico che allegherò alla memoria, e nell’agosto del 1985 vediamo quel documento che doveva preparare – è sempre il solito – la scheda al Presidente Cefis per la Regione Veneto, in cui vengono chiamati per le loro competenze e conoscenze a preparare le schede l’ingegner Calvi e l’ingegner D’Arminio Monforte, agosto del 1975. Proietto quel documento che non trovavamo prima del 13..., quello dell’alta direzione l’abbiamo già proiettato sulla presenza dell’ingegner Calvi, non c’è bisogno di riproiettarlo; invece c’è il documento della riunione del 21 giugno del 1975, che l’abbiamo discusso anche prima con la posizione di D’Arminio Monforte, e lo cito, lo indico soltanto per fare rilevare come fosse sempre presente l’ingegner Calvi e come questa situazione della problematica vedesse coinvolti Bartalini, Gaiba e l’ingegnere Grandi come persone che dava le direttive. Per quanto riguarda le dichiarazioni rese dall’ingegner Calvi durante le sue audizioni ripetute, vengono confermate innanzitutto quelle che sono le indicazioni del curriculum, così com’è stato proiettato all’inizio e come rifacciamo vedere adesso, riconosce e dice che aveva saputo addirittura all’inizio degli studi e dei problemi segnalati sul CVM dal dottor Viola della Solvay, e questo lo dice nell’audizione del 9 maggio ‘95 alla Guardia di Finanza, poi confermata, è importante – lo sottolineo, cito questo punto di quell’audizione confermata – perché dice che con Viola in quella situazione suonò il campanello d’allarme, a buon ultimo mi viene da dire, perché siamo nel 1969 a Tokyo, però nel 1969 suona il campanello d’allarme. Io avrei detto che era suonato molto prima, comunque c’è già questo riconoscimento, altro che gli studi di Maltoni! Sulla competenza ancora di Calvi è pacifico che si occupa del coordinamento produttivo degli stabilimenti delle Divisioni di tutta Italia dal 1968, addirittura quando arriva a Porto Marghera, con l’incarico di vicedirettore tecnico della Divisione. Lo dice nel suo verbale del 16 maggio 1995 e parimenti è allegato al verbale. E il discorso del campanello d’allarme viene ribadito anche in questo interrogatorio, sempre in riferimento a Viola.

 

Sono sicuramente le posizioni, Presidente e signori Giudici, più pesanti e più lunghe queste qua. Le prossime sicuramente dovranno andare più velocemente. Io chiederei una pausa e vedere di andare avanti il più possibile, però mi rimetto. Poi cerco di andare a conclusione. Questi erano sicuramente i più pesanti e anche i più voluminosi come interventi.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo un quarto d’ora.

 

IL PROCEDIMENTO SOSPESO ALLE ORE 13.40 RIPRENDE ALLE ORE 14.00.

 

PROCURATORE GENERALE – Scusi signor Presidente, prendo un attimo solo la parola per anticipare che, all’esito di questa parte finale dell’intervento del dottor Casson, verranno formulate delle richieste conclusive che fin d’ora vengono fatte proprie anche dal Procuratore Generale, quindi sono le richieste del Procuratore Generale, anche dell’ufficio che rappresento.

 

PRESIDENTE – Pubblico Ministero, quali sono i suoi programmi? Eventualmente se vuole andare avanti un po’, dopo magari andiamo a martedì.

 

PUBBLICO MINISTERO – Se alla Corte va bene io potrei andare avanti un’oretta, o di meno o di più se la voce tiene. Io credo che non riuscirò a finire.

 

PRESIDENTE – Alle 14.45 chiudiamo e rinviamo, va bene?

 

PUBBLICO MINISTERO – Va bene, Presidente.

 

PRESIDENTE – In maniera che alla prossima udienza conclude e le Parti Civili parlano, una o due.

 

PUBBLICO MINISTERO – Posizione di Lupo Mario; proiettiamo la scheda. Il dottor Lupo Mario, laureato in Giurisprudenza, ha svolta tutta la sua carriera in Montedison e all’interno del settore del personale. Quando è stato sentito il 26 ottobre del ‘95 diceva appunto che era stato assunto il primo gennaio del ‘72 come dirigente con l’incarico di vice responsabile del personale per tutta la Montedison, e capo del personale quella volta era l’avvocato Carmelo Guccione, oggi deceduto. "Nel gennaio del ’72 - leggo l’interrogatorio – era divenuto da poco Presidente del Consiglio di Amministrazione il dottor Eugenio Cefis; nel corso del ‘74 l’avvocato Guccione andò in pensione ed io venni nominato responsabile del personale dell’organizzazione, carica che ho ricoperto fino all’aprile del 1977, data in cui venni nominato amministratore delegato della Montedison, con delega al personale e all’organizzazione". Continua in alcuni punti interessanti perché dice che è rimasto amministratore delegato fino al dicembre del 1978; dice Lupo di aver conosciuto bene il professor Emilio Bartalini, il quale era responsabile dei servizi medici centrali. "In quanto tale dipendeva funzionalmente direttamente da me, sia quando ero direttore responsabile del personale, sia quando divenni amministratore delegato. Il professor Bartalini aveva vari compiti", li illustra nei suoi contatti verso il basso e anche nelle sue referenze centrali e dice che "il professor Bartalini aveva necessariamente rapporti sia con gli uffici centrali che con i direttori generali delle varie Divisioni e anche con i direttori degli stabilimenti. Per quanto riguarda gli uffici centrali, Bartalini aveva rapporti innanzitutto con me, e prima di me con Guccione, e per i casi più rilevanti o comunque di infortuni sul lavoro con gli amministratori delegati e con il Presidente Cefis". "Per quanto concerne la pericolosità del CVM e PVC – dice Lupo – ricordo in maniera vaga di averne parlato con Bartalini. La prima volta che venni a sapere del pericolo cancerogeno risale all’incirca nel ‘73", però dice Lupo di non saper niente del professor Maltoni, di che cosa si trattava. Un dato invece importante che viene riferito dal dottor Lupo, che dice di non avere visto nemmeno la scheda di Maltoni sulla presenza di tumori nelle cavie, il dottor Lupo dice: "quando il professor Bartalini ci informò a livello centrale della pericolosità del CVM vennero date disposizioni a lui di approfondire le notizie a livello nazionale ed internazionale", ma sappiamo che Bartalini già girava il mondo anche per queste situazioni. Ricordo importante di Lupo è quello che tra il ‘73 e il ‘74 il mercato del PVC ebbe un tracollo proprio a causa delle notizie che parlavano della pericolosità cancerogena del CVM e PVC. "Peraltro - altra nota molto importante – nei Consigli di Amministrazione e ai vertici della Montedison non venne mai fatta nemmeno una proposta per chiudere i rapporti che lavoravano il CVM e PVC. Ricordo che si è parlato di apportare i necessari miglioramenti, e questo per dire che all’esterno dicevano una cosa e all’interno non hanno mai avuto intenzione di chiudere ad esempio il CV6, chiuso soltanto nel 1990". "A livello centrale – conclude il suo interrogatorio Lupo – a partire dalla fine del 1972 tutti i problemi connessi alla produzione, quindi anche alla lavorazione del CVM e PVC, facevano sicuramente capo all’ingegner Alberto Grandi". La funzione di staff, di assistenza al Presidente Cefis, è proprio quella che sottolinea e mette in rilievo il ruolo rilevante assunto dal dottor Lupo nel settore di sua competenza, cioè quello del personale, a livello non solo di stabilimento ma a livello nazionale, compresa quindi Porto Marghera. In nome della funzione personale e organizzazione non trae in inganno, è chiarissimo e si inserisce proprio in un momento delicatissimo, che è il momento di maggior pericolo CVM e PVC negli Anni ‘70. L’avvocato Guccione è deceduto e, ovviamente, è fuori dal processo per questo motivo. Proietto soltanto un documento che fa riferimento alle questioni del personale, ma se non c’è è lo stesso perché l’abbiamo già citato, è del 9 dicembre del 1975, in cui si vede ancora una volta che dall’ingegner D’Arminio Monforte i documenti relativi alle situazioni anche esterne arrivano sia a Montefibre, sia agli stabilimenti, ma arrivano anche al capo del personale, che era il dottor Mario Lupo. Dottor Mario Lupo che, come ho già indicato e come risulta dal documento 11 marzo ‘74 che ho già citato, rappresentava la Montedison, insieme all’ingegner Alberto Grandi, nel corso delle riunioni con confederazioni sindacali, con la FULC in particolare.

 

Passiamo al caso di Trapasso Italo; proiettiamo la scheda. Il ruolo e l’importanza di questo imputato emergono molto chiaramente dal suo vasto e variegato curriculum. È quasi l’emblema, il dottor Trapasso, di quello che dicevo all’inizio di questa giornata. È indifferente il nome societario, sono gli uomini che hanno operato nelle varie società che si sono comportati sempre nella stessa maniera, secondo una loro logica comprensibile ma non giustificabile, tanto meno da un punto di vista penale. Quali sono le dichiarazioni che ha reso il dottor Trapasso nel corso delle sue audizioni? Interrogatorio innanzitutto del 18 marzo del 1996; oltre a confermare i dati del curriculum così come sono indicati e proiettati, sottolineo secondo l’ordine di esposizione i contatti che ha avuto il dottor Trapasso per venire a Porto Marghera. Il suo contatto diretto è stato il dottor Carlo Massimiliano Gritti, che era assistente alle dirette dipendenze del Presidente Cefis, e il dottor Trapasso, prima di arrivare a Porto Marghera, proprio per le sue capacità professionali, che vedremo anche meglio in seguito, era stato mandato a sistemare le cose allo stabilimento di Priolo; a sistemare per modo di dire, perché vediamo ancora adesso come vada avanti lo stabilimento di Priolo. A Priolo ha provveduto comunque all’epoca ad una riorganizzazione e quando era a Priolo era stato contattato dal responsabile della DI.PE ingegner D’Arminio Monforte per passare a Porto Marghera, dove c’era una situazione che ha anche lì un po’ particolare. A Porto Marghera - dice il dottor Trapasso – e siamo ancora prima, lo sottolineo, dello scoppio pubblico della vicenda Goodrich, c’era una situazione un po’ critica, esisteva un problema ambientale di tutto rilievo, c’erano state fughe di gas e degli incidenti; proprio la situazione calda cui già accennavo prima, per cui interventi anche del Prefetto, del Pretore, del Patriarca, e tutti che parlano – dice Trapasso – di problemi ambientali e di sicurezza. Accetta il trasferimento a Porto Marghera diciamo per direttive dall’alto e indica, Trapasso, come era gestita e come era sviluppata la DI.PE, la Divisione Petrolchimica: c’erano tre vice direzioni generali, quella tecnica che faceva capo a Renato Calvi, era quella principale che poi lo riguardava, perché tutti gli stabilimenti dipendevano dalla vice direzione generale tecnica, quella di Calvi, che era il referente diretto di Trapasso. Quindi la catena era: Trapasso–Calvi-D’Arminio. E’ rimasto poco allo stabilimento, poco meno di un anno, perché poi nel settembre del ‘75 la DI.PE subisce quella divisione in due che abbiamo visto all’inizio, Divisione Prodotti Petrolchimici di Base, e viene nominato direttore generale Calvi, e poi la DI.M.P., in cui venne nominato direttore proprio il dottor Trapasso. Quindi comincia con D’Arminio Monforte una attività d’impresa di riorganizzazione della questione dei vari stabilimenti. Del CVM e PVC il dottor Trapasso dice di aver sentito parlare per la prima volta quando arriva a Porto Marghera e quando assume la direzione prende contatto con tutte le strutture, Consiglio di Fabbrica e sindacati in particolare, e viene così a sapere che c’è in corso già un’attività volta alla diminuzione dei gas del CVM, anche se le contestazioni erano ancora molto forti, e parla proprio di grossa conflittualità. Con le vice direzioni di cui parlavo prima c’è una situazione, per quanto riguarda la conflittualità, che non viene meno, e questa conflittualità continua anche quando passa a Milano nel 1975. Quando se ne va da Porto Marghera dice il dottor Trapasso che le situazioni ambientali erano già notevolmente migliorate. Per quanto riguarda il secondo periodo, invece, viene confermato ovviamente quel periodo all’interno di società del Gruppo Enichem, a partire dal 1980, e dice che dall’1 ottobre 1980 – lo dice nell’interrogatorio del 29 novembre ‘96 – assume le funzioni di direttore della programmazione presso l’Eni, su chiamata dell’ingegner Grandi, che poi il giro delle persone che comandavano la chimica all’epoca erano sempre quello: Cefis, Grandi, etc.. Nel corso dell’81 seguì come direttore per la promozione dell’Eni il Grandi, e viene costituita con la società americana Oxidental la società Enoxy, che inizia ad operare il primo gennaio del 1982, e di questa società viene nominato Presidente Lorenzo Necci, che si affaccia per la prima volta in questa vicenda processuale in questo momento storico. Trapasso viene nominato Presidente della Enoxy Italia e il suo incarico è quello di mettere in piedi questa società curando la parte tecnica, viste le sue notevoli competenze; Necci si occupa invece della parte non tecnica, della parte societaria, la parte finanziaria e i rapporti con le società esterna. Ci tiene a sottolineare Trapasso che questo momento dei primi Anni ‘80 è uno dei tanti altri momenti di crisi del settore chimico e gli americani che volevano acquistare questi impianti del CVM e PVC volevano delle ristrutturazioni radicali degli impianti di Porto Marghera. Questa vicenda di Enoxy invece non matura bene, non funziona a dovere, quindi salta questa esperienza. Però in questo grave momento di crisi dei primi Anni ‘80 c’è allora questo intervento comunque di Enichem, che si fa viva e che costituisce addirittura una società esplicita, la Enichimica, che è una holding, da cui dipendevano addirittura delle società figlie, tra cui Enichem Polimeri, e attraverso questi giochi societari Enichem, sia Enichem che Enichimica, nelle sue varie denominazioni sociali, si avvicina al business del CVM e PVC di Porto Marghera, fino ad arrivare nel 1983, attraverso la costituzione di quella società scatola, la Riveda, all’acquisizione della proprietà degli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera. E in questo momento storico, per la parte Montedison, ricorda il dottor Trapasso sempre in quest’ultimo interrogatorio, le trattative e tutti i contatti si hanno con l’allora Presidente del Consiglio di Amministrazione Schimberni, ma soprattutto con l’amministratore delegato dottor Porta, e anche lui è il primo momento in cui si affaccia in questa vicenda processuale in questi primi Anni ‘80. L’accordo era che questi impianti dovevano rimanere ancora per alcuni anni in conto lavorazione alla Montedison, mentre il prodotto era di proprietà e veniva commercializzato da Enichem. Quindi è importante questo ruolo nei primi Anni ‘80 del dottor Trapasso, e vedremo anche perché: perché in questo momento vengono fatte delle valutazioni sullo stato degli impianti, sulla situazione ambientale, e si vedrà come siano ancora e sempre negative, ed è importante un altro momento che ha vissuto il dottor Trapasso all’interno di questa vicenda, ed è il momento della (American Prisal), momento che arriva fino alla fine degli Anni ‘80, quando appunto c’è un nuovo tentativo di diversificazione societaria tra Montedison ed Enichem. Una cosa importante, una negazione per certi versi assurda che fa il 29 novembre ‘96 il dottor Trapasso, dice: "non ho mai saputo dell’esistenza di scarichi residui industriali effettuati sia all’interno che all’esterno dello stabilimento di Porto Marghera", e invece l’oggettività delle cose getta una luce notevole su questa sua dichiarazione e su tutto il suo comportamento processuale, in particolare sulle risposte che ha dato di negazione assoluta anche di una realtà evidente che è sotto gli occhi di tutti. Per quanto riguarda il primo periodo indicato, il periodo Montedison, dicevo che ci sono queste commesse, che sono state ovviamente autorizzate dal dottor Trapasso come responsabile, non le vado a citare, indico solamente che c’è la sua presenza come firma già a livello di direttore, quindi c’è una sua competenza diretta e specifica ad esempio sulla commessa 3318 del gennaio ‘74, firmata dal dottor Trapasso, che riguarda tra l’altro un tema importante come la fuoriuscita di CVM, quindi aveva competenze dirette ed immediate anche il dottor Trapasso. C’è poi un documento del 13 dicembre del 1973, che abbiamo più volte proiettato, ed è quello relativo allo stato di salute dei 550 operai; Trapasso presente come responsabile, come terminale nello stabilimento. Ricordo soltanto velocemente l’audizione del professor Maltoni dell’11 aprile 2000 solo per dire come il dottor Trapasso fosse benissimo a conoscenza di tutte le indagini, di tutte le situazioni in tempo reale, delle indagini che stava conducendo sulla natura cancerogena del CVM. Un altro documento che riguarda il dottor Trapasso è il documento del 21 ottobre del 1974, già citato, e riguarda un’indagine conoscitiva su altri reparti, ma la cito soltanto perché, quando riguarda più operai, soprattutto quando riguarda più operai, le richieste vanno dal direttore di stabilimento a Bartalini a Milano e viceversa, e tra l’altro questa è una un vicenda che riguarda il reparto S12, nel quale per due anni ha lavorato, dall’85 all’87, anche il nostro Tullio Faggian. Il secondo periodo, dicevo, è quello che riguarda il dottor Trapasso come vice direttore generale DI.M.P. e poi direttore generale DI.M.P.; abbiamo già visto tutta una serie di documenti e ho sottolineato sempre la presenza costante del dottor Trapasso per tutto questo periodo. E ricordo ancora come sia stato il dottor Trapasso a dare quell’incarico nel ‘78 al dottor Cazzoli di Mantova per nominarlo coordinatore per conto della Divisione Materie Plastiche in materia di salute, di servizio sanitario per conto della Divisione Materia Plastiche. Ricordo che la struttura era staff centrale Milano professor Bartalini, poi c’era la Divisione e poi a Marghera c’era un cosiddetto servizio sanitario che vedeva la presenza del dottor Salvatore Giudice. Il terzo periodo, come emerge dalla scheda, è quello più propriamente di Enichem, dicevo dal 1980. Ricordo soltanto rapidamente quel documento già proiettato sull’accordo Eni–Montedison e sul fatto come Eni, proprietaria, volesse avere il controllo effettivo della gestione degli impianti. Questo dato l’abbiamo già proiettato e ci tengo a ribadirlo semplicemente e non mi soffermo oltre. Cito invece un altro documento di quei primi Anni ‘80, che è del 1982, che riguarda il rapporto tra il dottor Trapasso e il Presidente di Enoxy proprio sui contatti avuti, curati, trattati fino in fondo, per la parte tecnica e per la parte finanziaria, relativamente a quei primi Anni ‘80, per i rapporti sia con gli americani e sia con Montedison per l’acquisto delle società e per l’acquisto dei vari benefit. Ricordo e faccio vedere soltanto un punto, un articolo 23, pagina 449 del fascicolo processuale, solo per ricordare come Eni e Montedison non siano mai stati cani e gatti tra di loro, fino a quando non si sono sposati. Anzi hanno sempre fatto un patto di non concorrenza, si sono sempre impegnate a non farsi concorrenza tra di loro, e questi accordi sono andati talmente bene, anche in materia, sempre in fondo a quella pagina vediamo in materia di tutela ambientale e sicurezza si impegnavano a cooperare in buona fede tra di loro, tutto è andato sempre bene, però nessuno ha controllato veramente, perché chi era proprietario ha scaricato poi sul gestore e chi era gestore ha scaricato poi sul proprietario, fino a quando appunto sono arrivati al matrimonio Enimont, finito male, e allora sono cominciate anche le cause e gli arbitrati tra Montedison ed Enichem, come diremo tra poco. Su questo punto sulla competenza del dottor Trapasso mi fermo citando un’audizione di un teste, che era il ragionier Riva, che è un teste sicuramente di rilievo anche per quello che dirà sul Presidente Necci, è un teste responsabile finanziario, ad un certo punto anche amministratore della società Enichem, che dal suo settore finanziario e dai contatti che ha avuto all’interno della società ci racconta e ci spiega perché il dottor Trapasso abbia avuto un ruolo fondamentale in tutti quegli Anni ‘80 per società del Gruppo Eni, da Enichimica, a Enoxy, a Riveda, etc., perché era ben noto, per il passato in Montedison, era bene nota la sua competenza professionale, era ben noto per le sue capacità, e per questo si sono affidati a lui, perché sapeva tutto, conosceva tutto. Altro che non sapeva niente delle discariche, come ha voluto dire l’imputato nel corso dell’interrogatorio. Letteralmente a pagina 119 dice il ragionier Riva: "Era uno dei tecnici ritenuti di assoluto e maggiore valore nel Gruppo; era un tecnico di assoluta capacità, soprattutto nel settore delle materie plastiche". Chiarissima la competenza personale e professionale del dottor Trapasso, al di là dei suoi tentativi di negare anche l’evidente.

 

Passo al successivo imputato, che è il dottor Reichenbach Gian Carlo; vediamo proiettata la scheda, vediamo proiettate le sue competenze. Nella sua audizione del 18 ottobre ’95 - tutte confermate, tutte acquisite agli atti - conferma essenzialmente quelle che erano le varie competenze, i vari ruoli, e un discorso importante di questa audizione è che, leggendola, emerge in maniera molto chiara e rilevante le varie suddivisioni e competenze quali erano, a proposito del CVM e PVC, tra Marghera e Milano. A questo proposito, dopo aver parlato dei direttori, dice che "presso lo stabilimento Petrolchimico di Marghera esistevano impianti di lavorazione del CVM e impianti di lavorazione del PVC. I primi dipendevano dalla Divisione Prodotti Petrolchimici dell’ingegnere Calvi, i secondi dalla DI.PE del dottor Trapasso. Peraltro il direttore dello stabilimento di Porto Marghera era unico e aveva competenza sia sugli impianti del CVM, sia sugli impianti del PVC. A sua volta il direttore di Marghera aveva rapporti, dopo il settembre ’75, sia con il direttore generale della Divisione Prodotti Petrolchimici di Base, sia con la DI.M.P.. Dice Reichenbach: "Sono stato vicedirettore generale tecnico sia con Trapasso che con il dottor Diaz – di cui parleremo dopo -; quest’ultimo è stato vicedirettore commerciale con Trapasso. Nel 1981 la Divisione DI.M.P. venne trasformata in società Montepolimeri e Diaz ne divenne l’amministratore delegato e il direttore generale. Io continuai ad essere direttore generale con Diaz. Divenuto amministratore delegato della Montepolimeri l’ingegner Morrione, ci fu lo sdoppiamento delle cariche", e poi, come ben proiettato all’inizio, si potrà seguire meglio dalle schede quelle che erano le situazioni. L’ultimo punto che voglio ricordare di questa audizione è che dice che si è occupato del CVM, il dottor Reichenbach, verso la fine del suo secondo periodo di permanenza a Marghera, e cioè verso il ‘75. Era all’epoca direttore il dottor Trapasso. "Quando Incominciai ad occuparmi di CVM era già scoppiato da tempo il caso Goodrich. Questo caso fu piuttosto eclatante. Quando scoppiò questo caso per me fu un fulmine a ciel sereno", dice che lui non sapeva niente di questa situazione, e che solo dopo il caso Goodrich venne a sapere del pericolo cancerogeno del CVM. La posizione personale del dottor Reichenbach è particolarmente interessante innanzitutto perché ha una grande esperienza tecnica, come vediamo sul curriculum che è stato proiettato, ed è interessante anche perché ha attraversato, per così dire, il periodo cruciale storico per arrivare anche ai vertici di Montepolimeri, quando è diventato direttore generale della Montepolimeri. E allora torniamo un attimo al periodo più caldo, all’agosto del ‘75, quando dicevamo prima c’erano scontri e polemiche a Venezia. Il dottor Reichenbach stava passando da Venezia a Milano, come si vede dalla scheda, quindi in quel momento il dottor Reichenbach, che quando è stato sentito parlava e faceva riferimento solo al CV6 come ad uno dei reparti peggiori, uno dei reparti da chiudere subito e che invece fu chiuso, come abbiamo detto, a cavallo tra l’89 e il ‘90, e per ragioni di tipo economico, aziendale, non sicuramente per ragioni di sicurezza degli operai o di tutela dell’ambiente esterno. Era un periodo caldo, dicevamo, l’agosto, per tutto quello che abbiamo già detto sugli interventi del Consiglio Regionale Veneto e dei rapporti che c’erano stati con il Presidente Cefis per il documento da stilare e da mandare in Regione Veneto, ed era un periodo caldo, quel 1975, perché abbiamo visto che c’erano in quel momento delle richieste operaie di chiudere certi impianti, c’erano delle richieste di rinnovare altri impianti e, nonostante le intenzioni dichiaratamente buone inizialmente da Montedison, interviene quel documento - che riproiettiamo recuperandolo da quando l’abbiamo proiettato prima - del 24 novembre del 1975, documento che riguarda direttamente Reichenbach, perché era alla DI.M.P. produzione, e riguardava il congelamento degli studi e l’esecuzione dei lavori. Questo punto riguarda direttamente Reichenbach: doveva essere congelato, ai Sindacati diciamo un’altra cosa, ma noi congeliamo questa situazione. L’abbiamo già mostrato, adesso vediamo se lo troviamo. Comunque quel documento 24 novembre ’75, che chiama in chiusa direttamente il dottor Reichenbach proprio per il congelamento degli studi e dell’esecuzione dei lavori. Siamo a novembre del ‘75; novembre ‘75 non era un periodo calmo, nonostante le dichiarazioni di biennio dei miracoli per il ‘73–‘74, perché il 30 ottobre del 1975 c’è ancora una situazione pericolosa e c’è un’indicazione alla direzione di stabilimento da parte del Consiglio di Fabbrica di una situazione di pericolo al CV14 in particolare, condizioni ambientali che continuano a non essere monitorate adeguatamente; il cromatografo viene scritto letteralmente che per tutto il periodo d’ispezione segnava oltre le ppm di media - ricordiamo tra l’altro il caso di Tordo Nicola, che era proprio in quel reparto -; da un’indagine effettuata sul posto c’erano addirittura delle forature sul condensatore della linea di recupero CVM da gascromatografo. E per quanto riguarda il CV6 e gli strumenti per cercare le fughe di CVM in ambiente, in questo documento del ‘75, a dimostrazione e a conferma di una situazione di stabilimento sicuramente precaria è dire poco, viene scritto che dei tre cromatografi portatili, tre per tutto lo stabilimento, solo uno è ancora efficiente, quello del CV6; gli altri due da almeno quattro mesi mancano di pezzi di ricambio, a proposito di produzione e a proposito manutenzione. Andiamo avanti con un altro documento, che è un documento del 9 marzo del 1976, che è firmato dal dottor Reichenbach e viene firmato assieme dal dottor Grassi, che è quello di prima, quindi da DI.M.P. e DI.PE assieme, viene mandato ai direttori di stabilimento, e viene scritto – siamo nel ‘76 – che c’è la necessità che tutto il personale non ancora oggetto di visita periodica venga sottoposto ai medesimi controlli previsti per le maestranze. Ricordo che le visite mediche dal 1952, o ‘55 se vogliamo, dovevano essere trimestrali per le sostanze organiche clorurate alifatiche aromatiche, com’era appunto il CVM. Nel ‘79–‘80 – e vediamo il periodo di occupazione del dottor Reichenbach – i problemi non erano davvero ancora finiti. C’erano dei problemi che stavano invece montando, di normativa CEE da applicare e di normativa italiana da adottare. A proposito del sistema di controllo dei monitoraggi ambientale monoterminale e pluriterminale e il problema della necessità dei flussimetri, che abbiamo visto nei giorni scorsi di requisitoria come i flussimetri fossero degli strumenti indispensabili per regolare il flusso e per segnalare adeguatamente la presenza di CVM nell’ambiente di lavoro. E invece ancora nel periodo ‘79–‘80–‘82 la situazione non era ancora stata sistemata. Proiettiamo per vedere un documento ad esempio del gennaio del 1982, come si vede che i rilevatori portatili di idrocarburi fossero soggetti a sempre più frequenti disservizi, e questo a conferma del documento che avevamo messo prima su questi cercafughe, situazione che quindi dal ‘75 all’82 non va sicuramente migliorando. Pochi erano e non funzionanti. Poi prendiamo un altro documento del 1983, che riguarda sempre la situazione di Porto Marghera, e lo cito perché è un documento importante che riguarda il periodo di competenza di Reichenbach. Lo cito perché, a proposito di normative, vediamo alla pagina 2 che si fa riferimento all’applicazione del D.P.R. 1982 in materia CVM, e qui viene scritto che non verranno sottoposti a controllo, in particolare per la parte che ci riguarda, la zona essiccamenti; invece sappiamo come nelle zone essiccamenti c’erano polveri ancora pericolose per i lavoratoti, zona essiccamenti che era Sicuramente, invece, una delle zone più pericolose. E cito una norma della normativa CEE – ripeto, lo dicevo anche stamattina – che vanno controllati tutti i luoghi, tutti i posti di lavoro in cui viene trattato in qualsiasi maniera, a qualsiasi titolo il CVM e PVC, e queste zone erano sicuramente le zone più a rischio, e qui viene detto che vengono tirate fuori la zona essiccamenti/insaccamenti dalle zona delle aree sorvegliate, nell’83, quindi continuano a non sorvegliare queste zone pericolose, essiccatori ed insaccatori, che continuano quindi ad essere ancora esposti. I problemi delle polveri di PVC sappiamo che nell’82 non sono ancora risolti, ne parlerà l’avvocato di Parte Civile a proposito delle cappe, e sappiamo che i problemi alla linea di essiccamento al CV14 e 16 continueranno per parecchio tempo. Tra l’altro in questo periodo c’è proprio una richiesta autorizzata dal dottor Reichenbach di novembre-dicembre del 1979 che riguarda proprio i problemi alle linee di essiccamento del CVM e PVC. Situazione quindi che continua, avanti fino alla fine degli Anni ‘70 e inizio Anni ‘80, quindi ben al di là di quel periodo di metà Anni ’70 di cui parlavamo questa mattina. L’unico punto del suo interrogatorio che voglio ricordare è la parte in cui ad un certo punto..., due punti sono che voglio ricordare, uno dell’audizione 18 ottobre ‘95 confermata e acquisita, che fa riferimento a quella lettera a firma del dottor Grassi 9 marzo ‘76 e del dottor Reichenbach, cui facevo riferimento poco fa, firma congiunta, in cui si parlava della necessità delle visite periodiche. Dice che Grassi era responsabile di produzione della DI.PE, dipendeva da Trapasso, e lui dipendeva dall’ingegner Calvi. Importante è quello che dice il dottor Reichenbach, perché dice: "quella comunicazione del 9 marzo ‘76 è stata dettata dal fatto che il problema del CVM e PVC era ancora rilevante", siamo nel marzo del ‘76 e un imputato confessa una circostanza importantissima: che era ancora rilevante. E infatti con quella lettera si disponeva la necessità di sottoporre a visite periodiche tutti coloro che in qualsiasi maniera venivano in contatto con ambienti di lavoro del CVM e PVC. Quella lettera del 9 marzo ‘76 viene inviata su disposizione del servizio centrale sanitario. Poi dice: "viene mandata da me – Reichenbach – e da Grassi perché eravamo responsabili degli impianti di produzione. Di quella lettera parlammo sicuramente con i nostri direttori generali", anzi poi dice: "probabilmente ne abbiamo parlato, però a distanza di tanti anni non mi ricordo"; però è ovvio che di una lettera del genere non possono non aver parlato. E l’ultimo punto del dottor Reichenbach che cito è tratto dal suo interrogatorio del 25 giugno del 1996, che fa riferimento al periodo Montepolimeri, 1981. È importante perché letteralmente dice nella seconda pagina il dottor Reichenbach: "quando all’inizio dell’anno 1981 entrò in attività la Montepolimeri in pratica non cambiò nulla". Questo è un altro dato importantissimo riferitoci da Reichenbach: cambiano i nomi societari, la situazione a Porto Marghera continua ad essere sempre quella.

 

Gaiba è un altro ruolo di rilievo e che fa parte del periodo caldo; proiettiamo la scheda. È un altro, dicevo, dei personaggi di rilievo per lo stabilimento di Marghera, perché ha vissuto tutti gli anni cruciali, tra l’altro come si diceva anche in udienza, come ha detto anche il suo avvocato, dal ‘72 al ‘79 responsabile del gruppo di produzione PVC nello stabilimento di Porto Marghera, e poi ha continuato fino al 1985 come responsabile di quell’Unità DI.M.P. che gestiva proprio il conto lavorazione PVC a Marghera. Nella sua audizione acquisita del 1995 cito soltanto rapidamente alcuni dati importanti, perché emerge come fin dal 1970 l’ingegner Gaiba frequentasse, girasse, anche assieme al professor Bartalini, all’estero, negli Stati Uniti, proprio per i contatti internazionali per verificare le situazioni, e quindi è un dato importante che conferma come ci fosse la presa di conoscenza diretta delle situazioni ambientali all’interno della fabbrica da parte dei dirigenti responsabili fin dai primi Anni ’70, e qui dal ’70, della Montedison. Dopo questo periodo del ‘79 uno dei suoi incarichi prevalenti – così dice l’ingegner Gaiba il 15 luglio ‘96 – era quello di partecipare ad un gruppo di lavoro che curava la manutenzione degli impianti e la stesura dei contratti per la cessione all’Echinem di tutto il ciclo del CVM e PVC. Formalmente si trattava della società Riveda, quindi interviene – dice Gaiba – anche nella società Riveda, che dipendeva prima di Montedison, come sappiamo, e poi da Enichem. "La parte tecnica del nostro gruppo era diretta dal dottor Reichenbach", con il quale ha sempre avuto uno stretto rapporto, uno stretto contatto. "Ricordo che tutta la questione veniva poi trattata direttamente da Foro Bonaparte ed in particolare dall’amministratore delegato, che era all’epoca il dottor Porta", che si affaccia per la seconda volta da questo 1982 in questo processo. Nel corso del ‘72 era responsabile del Gruppo Polivinilici del Petrolchimico di Porto Marghera, e in questo momento dice che non sapeva della situazione e ha saputo della situazione di pericolosità a cavallo dell’estate del ‘72, quando giunsero le notizie dal professor Maltoni e dal professor Viola. Sui contatti con il professor Maltoni dice che lui li aveva, come i tecnici esperti del suo settore, del suo livello, ma soprattutto i contatti venivano tenuti con il dottor Bartalini della sede centrale. "Di questo problema – letteralmente -, essendo un problema grosso, erano al corrente tutti e a tutti i livelli fin dall’inizio: direzione dello stabilimento, direzione generale e Foro Bonaparte. Il problema iniziale fu quello di pensare alla sistemazione degli impianti operativi: CV6, CV14 e 16 e CV24, che entrò in funzione in quel periodo". Il ruolo rilevante dell’ingegner Gaiba si ricava soprattutto da moltissimi documenti che sono agli atti del processo, ne proietto alcuni, ma vediamo che c’è costantemente la presenza di Gaiba in un’infinità di documenti. Uno ad esempio è un promemoria - parto dal ’74 - 12 marzo ‘74, che riguarda i responsabili milanesi, l’ingegner Oddi e Cella, che riguarda le prove alla definizione del consumo di CVM reparto CV6; non lo illustro, ma è il primo di una serie che adesso cercherò di illustrare e proiettare. Per quanto riguarda un altro documento sempre del ‘74, 25 ottobre, viene proiettato, quando si tratta di un cromatografo del CV24 e 25, viene segnalato comunque sempre anche a Gaiba, oltre al perito di reparto, che il cromatografo in fase di azzeramento produce dei picchi che influenzano le letture delle analisi, sovrapposizione. Mostro questo documento e dico due parole in più, perché ovviamente Gaiba lo sapeva, ma soprattutto perché dà la conferma che la presenza di un gascromatografo di questo tipo è inidonea all’uso per cui è stato inserito, perché il cromatografo, come viene scritto, in fase di azzeramento produce dei picchi che vanno ad interagire negativamente sulle letture delle analisi, picchi di azzeramento che arrivano a coprire le 8–10 ppm della scala e pertanto annullano le letture inferiori. Questo, quindi, da documento Montedison vi è scritto che è uno strumento che non funziona, per cui si pensa a come poter fare. Gaiba anche di questo, comunque, era informato. Vado ad altri documenti che sono proiettati, ne abbiamo già discusso, per vedere come ci sia sempre Gaiba. Nella riunione del gennaio del ‘75 è presente Gaiba, ci sono Calvi, Bartalini, etc., ed è quella che parla delle azioni da intraprendere a livello sanitario, a livello impiantistico, a livello di coinvolgimento di Tecnimont, di rapporti sindacali, di rapporti con gli operai, e su questa situazione viene sempre fatto presente l’intervento del professor Bartalini, come dicevo questa mattina. Altro documento con la presenza di Gaiba è quello del marzo del ‘75, riunione 21 marzo ‘75, che riguarda ancora una volta il fatto – come citavo questa mattina – della presenza di impianti che ormai andavano ristrutturati, impianti che dovevano essere aggiornati o addirittura fatti nuovi perché non poteva più continuare la situazione di Porto Marghera. Cito un altro documento, sempre per la presenza di Gaiba, di cui abbiamo già parlato, dell’1 agosto ’75 - quello che cercavamo continuamente anche questa mattina, finalmente l’abbiamo trovato - ed è, vediamo, il verbale di riunione del 31 giugno 1975. Comunque su questo dell’agosto ‘75 c’era Gaiba, ovviamente c’erano Calvi e anche Bartalini, e c’era del settembre ‘75, tra l’altro dal faldone 61, che riguarda in questo caso il reparto CV6, e viene indicato anche qui come responsabile il Gaiba, in tutti i fogli. Quindi presenza costante, pregnante, molto significativa e importante di Gaiba in tutte queste vicende. Documento ancora del 10 giugno del 1976, mandato sempre anche a Gaiba, che riguarda lo strippaggio statico delle emulsioni di PVC per il reparto CV6, è un documento che abbiamo già visto trattando della presenza di residuo di CVM nella resina – se abbiamo la seconda pagina la proiettiamo, così lo ricordiamo meglio -, dice che l’obiettivo nel ‘76, giugno ‘76, è quello di verificare il tempo e le condizioni necessarie per ottenere un residuo di CVM nella resina inferiore ai 2000 ppm con il degasaggio statico, e valutare quindi la potenzialità, etc.. Per cui quello ovviamente interessa a Montedison: la potenzialità e non tanto il resto. E quindi è determinato questo intervento al fatto di arrivare ad un limite inferiore ai 2000 ppm. Un altro documento mandato lo stesso a Gaiba, questa volta in prima persona, è quello del 14 luglio 1976, che riguarda i campionatori e i nuovi metodi d’indagine, proprio per capire quale sia la maniera migliore per cercare di individuare l’esposizione dei lavoratori e a quanto CVM sia sottoposto il lavoratore durante il suo turno di lavoro. Questo viene detto nello scopo, proprio, per capire quanto CVM, dice: "quantità media di CVM assorbita dall’operatore d’impianto durante il turno di lavoro"; e conclude questo lavoro del perito Scaglianti per dire che praticamente il sistema unico che può dare questa consapevolezza e questa certezza è il sistema del campionatore personale, non è certo il sistema del gascromatografo, che fa un discorso di medie e non rivela assolutamente quelle che sono le reali esposizioni dei lavoratori. Quindi torno ancora al discorso per gli impianti di monitoraggio, sistema idoneo, richiesto tra l’altro dalla normativa europea italiana, era quello che doveva contemperare l’esigenza di controllo ambientale con l’esigenza del lavoratore, quindi entrambi quanto meno i sistemi. Altro documento importante, già proiettato ma che illustro un attimo, ne ho già parlato, è un telex del 1978, ottobre, mandato ovviamente a Gaiba, riguardo a quel discorso delle pompe Peroni, quelle che non funzionavano mai, che erano state commesse aperte nel ‘71, nel ‘73, nel ‘75, mai funzionavano. Perché qui arriviamo con questo fax, di cui davo lettura per sintesi questa mattina, in cui si parla ancora di pompe Peroni che non sono affidabili, che richiederanno elevati costi di manutenzione, di pompe che praticamente presentano un pericolo reale se non si interviene in tempo opportuno per evitare che eventuali (cricche) creino dei problemi. Poi infine una considerazione parla da sé: "4 pompe su 9 non sono esercibili, e non per mancanza di manutenzione". Sono da buttare e non le hanno mai buttate, e hanno continuato a lavorare in quella maniera. E Gaiba anche su questo è sempre coinvolto. Il documento successivo riguarda la presenza di Gaiba non soltanto per la parte tecnica - per vedere anche le dimensioni del personaggio -, anche nei verbali di accordo tra lo stabilimento e la parte sindacale. Vediamo nel verbale d’accordo del 2 luglio del ‘79, tra i vari, Sellan, etc., c’è anche Gaiba, Comitato Esecutivo di Fabbrica, e ci sono altre persone. Tra l’altro solo lo cito, perché forse vengono a noia queste citazioni: siamo nel ‘79, nel primo step di lavori si scrive ancora come scopi: "evitare l’ingresso del personale in autoclave per pulizia; riduzione interventi di manutenzione". Dieci anni dopo Viola, dieci anni dopo Diman, e vedremo che si andrà avanti ancora agli Anni ‘90, peraltro, per entrare in autoclave. 23 marzo 1981, solo per far vedere ancora come Gaiba sia sempre presente su questi discorsi di controlli ambientali, su situazioni che non vanno. Andiamo all’incontro ancora del 18 maggio del 1983, è una Commissione paritetica tra Eni e Montedison, e rilevo, ripeto, il ruolo proprio di fulcro, quasi di organo di trasmissione di Gaiba, presente per Montedison rispetto a quelli di Eni per quanto riguarda delle competenze al momento degli accordi delle verifiche impiantistiche per le trattative della cessione degli impianti da Montedison ad Eni, vediamo qual è la situazione, comunque è presente Gaiba per quanto riguarda questa Commissione paritetica. Siamo all’epoca della società Riveda, della società scatola. Altro documento è il 30 maggio 1983 e poi del 1985, dal quale risulta che viene attribuita – ma l’ha ammesso anche Gaiba – una competenza speciale sull’unità produttiva sulla lavorazione PVC di Porto Marghera da parte dei vari dirigenti della società, in particolare Morrione nei confronti dell’ingegner Gaiba. Ho finito anche Gaiba.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 13 luglio 2004, ore 09.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page