UDIENZA DEL 10 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 11 novembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Diamo inizio a questo gruppo di udienze. Questa mattina parla l’Avvocato Padovani e l’Avvocato Bondi. Bene, allora se vogliono cominciare.

 

DIFESA – Avv. Padovani – Signor Presidente, signori della Corte, parlo quale difensore del responsabile civile Edison. Di Montedison ormai si è perso anche il nome e, come avrò occasione di dire, Edison è solo il continuatore giuridico di Montedison. In questa veste, quale difensore del responsabile civile, dovrei rappresentare probabilmente l’epilogo delle difese che si riferiscono alla posizione degli imputati per il cui fatto viene chiamata a rispondere Montedison; dovrei seguire e non precedere la serie degli interventi, ma in realtà finisco con l’essere, per così dire, il prologo. Sono il prologo di questa serie di interventi, ma tranquillizzo la Corte, proprio perché tale non usurperò le competenze di coloro che sono destinati, dopo di me e molto più efficacemente di me, a trattare singoli importanti settori del processo, a partire da domani dal professor Alessandri, che si occuperà della parte tecnica e poi, a seguire, l’Avvocato Maccaredda per la parte impiantistica e così via dicendo. Di che cosa mi occuperò, dunque? Qual è il ruolo che a mio modesto avviso il difensore del responsabile civile assume in questo processo? Innanzitutto io cercherò di riflettere sul fondamento giuridico di alcuni titoli di responsabilità prospettati dall’accusa, sul significato delle affermazioni enunciate nella sentenza dal Tribunale di Venezia e sulla consistenza delle critiche che il Pubblico Ministero ha ritenuto di muovere alle conclusioni del Tribunale. Ho detto alcuni titoli di responsabilità, non tutti; non riuscirei ad esaminarli tutti. Ma proprio in funzione della mia figura di difensore del responsabile civile ho scelto, per così dire, le figure criminose di sintesi, quelle figure che nel quadro dell’accusa, secondo il piano dell’accusa, debbono rappresentare unitariamente l’intera vicenda processuale e il senso complessivo delle accuse mosse, in particolare quell’Art. 437 che lo stesso Pubblico Ministero, nel suo atto d’appello, ha definito fulcro e punto di riferimento di questo processo. Ma se di questo io mi occuperò e cercherò di occuparmene nei limiti delle mie capacità, non solo di questo potrò e dovrò occuparmi. In realtà non potrò trascurare alcune per la verità poche questioni, che più direttamente si riferiscono alla posizione del responsabile civile e anzi si riferiscono esclusivamente alla posizione del responsabile civile, questioni tanto subordinate rispetto al tema della responsabilità che la fiducia e la ragione indurrebbero addirittura a trascurarle, ma la prudenza e il dovere professionale inducono a trattare. Le conterrò, tuttavia, in limiti estremamente ridotti, perché si tratta in definitiva, già lo anticipo, della definizione dei limiti temporali entro i quali si colloca, se si colloca, se si colloca, la responsabilità di Montedison e, ancora, la legittimazione sostanziale degli Enti Territoriali Minori a pretendere ancora, qui, in questa sede, il danno ambirtele nei confronti di Montedison. Ma, ripeto, questioni subordinate, che con lo slancio del cuore e con la freddezza della ragione non avrei sottoposto all’esame della Corte per non tediarla, ma la voce del dovere è stata più forte e quindi anche questo aggiungerò. Dicevo poc’anzi di essere il prologo e di voler svolgere una funzione introduttiva, nei limiti che sommariamente ho precisato. Debbo soggiungere che sono un prologo molto probabilmente non necessario, ma sicuramente necessitato, perché Montedison, così come Enichem per la sua parte, sono stati e sono, sono stati e sono, i veri imputati di questo processo. Si tratta di un’affermazione che ha già attraversato il dibattimento di primo grado e che la sentenza del Tribunale di Venezia ha ben ricondotto, ben correlato a tre precisi elementi, che la sentenza ha colto con estrema chiarezza e che costituiscono, per così dire, la cifra dell’accusa, le chiavi di lettura della vicenda processuale, anche se si tratta, come giustamente alla fine conclude il Tribunale di Venezia, di chiavi di lettura che non aprono le porte della responsabilità penale, ma le chiudono. Questi tre elementi sono la massificazione delle condotte, l’anticipazione, retrocessione indiscriminata delle qualificazioni di illiceità e la moltiplicazione dei piani di rilevanza giuridico – penale. Sono, per così dire, i punti di sintesi dell’intera vicenda processuale, sono il modo con il quale l’accusa si manifesta nel processo, sono la fenomenologia dell’accusa. La massificazione delle condotte nasce dal fatto che al solo leggere il capo d’imputazione si percepisce immediatamente un dato direi di evidenza immediata: le condotte sono indicate impersonalmente in forma globalizzata, sono indicate per accumulo, per concentrazione, per sovrapposizione, per tipologie di comportamenti; sono per accumulo perché coinvolgono vicende di impresa che spaziano genericamente dalla finanza all’organizzazione dei fattori produttivi, dalla gestione degli impianti al controllo dell’attività lavorativa, come se in definitiva quegli imputati, tutti quegli imputati dovessero rispondere tutti di tutto. È poi una massificazione per concentrazioni, perché come dicevo le condotte si esprimono in questa forma generalizzante, astratizzante: omissione di tutte le misure, omissione di interventi in risposta a, insomma accuse che scontano in anticipo un livello di astrazione incompatibile con la definizione di comportamenti concreti e la sovrapposizione, perché tutto viene contestato in modo tale che i comportamenti asseritamene omessi si sovrappongono: non hai bloccato, non hai disposto, non hai risposto, in una congerie di comportamenti taluno dei quali esclude necessariamente gli altri: ma se dovevo bloccare gli impianti, beh, a questo punto che dovevo fare? Bloccati, erano bloccati. È l’unica accusa rispetto a mille altri comportamenti che pure vengono contestati. Debbo dire che il Pubblico Ministero a mio giudizio ha ben recepito il peso, il significato di questa lettura di sintesi necessitata dalla vicenda processuale, perché nell’atto di appello cercherà di rimediare, attribuirà alla posizione degli imputati uno spazio diverso e maggiore da quello riconosciuto loro in primo grado. Ma vedremo che si tratterà di un tentativo che non solo non rimedia, ma addirittura enfatizza il limite dell’accusa. Anticipazione, retrocessione delle qualificazioni di illiceità dicevo, la seconda chiave di lettura, testi normativi, disciplina, acquisizioni scientifiche, innovazioni tecnologiche, si attualizzano nel piano dell’accusa come se il prima e il dopo non avessero alcun significato e si appiattissero nell’orbita indistinta dell’attività d’impresa. L’illiceità delle condotte, come giustamente, giustissimamente rileverà il Tribunale, si muove in un universo atemporale. Io mi permetto di soggiungere, si muove nei ritmi e nei tempi dell’attività dell’impresa. Lo stesso Pubblico Ministero in qualche modo lo confessa, se la parola non fosse del tutto impropria, diciamo lo esprime con chiarezza nel capo d’imputazione quando parla di colpa progressiva nel tempo e vedremo che significa la colpa progressiva nel tempo. Anche in questo caso, il Pubblico Ministero, ben consapevole della portata devastante della censura mossa dal Tribunale sulla scorta della ricostruzione di tutte le vicende processuali, si sforzerà di rimediare, cercherà di attribuire il tempo ad ogni cosa. Ma quando la cosa non è definita, il tempo sfugge. A condotte non determinate, non si riesce mai ad assegnare il loro tempo e la vicenda delle discariche su cui mi intratterrò in seguito, piuttosto in seguito per la verità, rappresenta in forma a mio modesto avviso paradigmatica questa urgenza di storicizzazione che il Pubblico Ministero porta avanti ed inanità dello sforzo per raggiungerla. Infine, a condotte per così dire monumentali come quelle tratteggiate dal Pubblico Ministero, finiscono per corrispondere offese gigantesche, che sono per l’appunto quelle derivate dalla moltiplicazione dei piani di rilevanza giuridico – penale, perché le fattispecie incriminatici sono evocate in apicibus del capo di imputazione, all’inizio: c’è un elenco e questo elenco indica una serie di fattispecie a grappolo, ripetute, innestate una sull’altra, sovrapposte, moltiplicate, senza che a nessuna poi sia assegnato il suo fatto specifico, quasi che esse fossero chiamate non a descrivere l’offesa ma a simboleggiarla, non a descriverla, a simboleggiarla, perché l’offesa è una sola, grande, immensa, totale e rifatta in mille specchi. Anche questa accusa risulta pesante da sopportare, tanto che il Pubblico Ministero nell’atto d’appello, in più circostanze, leverà il dito contro il Tribunale, dicendo: mi avete frainteso o, addirittura, avete travisato. In un punto addirittura: avete inventato. Mi avete frainteso, avete travisato. L’accusa è inventata. Parole pesanti che il Pubblico Ministero usa nei confronti del Tribunale, ma quanto giustificate? A mio modesto avviso, come cercherò di dimostrare, non solo punto giustificate, ma del tutto ingiustificate. Ma, dicevo, se queste sono le tre chiavi di lettura che il Tribunale si è ritrovato tra le mani all’esito di una disamina minuziosa, all’esito di un processo che ha molto, molto concesso all’accusa, io oso dire troppo ha concesso, comunque molto ha concesso all’accusa, all’esito di questo esame il Tribunale ha queste tre chiavi di sintesi finali. Ecco che cosa è accaduto. Come dicevo, il Pubblico Ministero, consapevole com’è giusto che sia della gravità di queste che sono sì chiavi di lettura, ma sono anche censure al suo lavoro obiettivamente, risponde e sul piano della massificazione delle condotte il Pubblico Ministero, come accennavo, nell’atto d’appello e poi nella requisitoria si sforza di accordare alla posizione dei singoli imputati uno spazio e un contenuto ben superiore a quello che essi avevano assunto nel giudizio di primo grado. Se ho ben capito la sua opera, si è sforzato di dare corpo a quella formula "nelle rispettive qualità e per i periodi di competenza", formula che rappresentava il trade-union, il collegamento tra i fatti giganteschi e l’elenco degli imputati e che, peraltro, veniva evocata come una sorta di viatico, ecco, se così posso esprimermi, idoneo ad accompagnare qualsiasi transito. Una formula magica: "nei limiti delle rispettive competenze", anzi, non nei limiti delle rispettive competenze, "nelle rispettive qualità e per i periodi di competenza", una formula che in sostanza delega al Tribunale la definizione di ciò che sta a quei periodi, di ciò che sta a quelle quantità. Il Pubblico Ministero, dicevo, si sforza di dare corpo a questa formula e non dirò che il rimedio sia peggiore del male, non lo dico, però certamente non è in grado di rimuovere questo male. Perché, vedano signori della Corte, il Pubblico Ministero ha utilizzato una tecnica semplice per riempire questa formula: ha incrociato documenti di vario genere e di varia provenienza, documenti di carriera e di documenti aziendali, che in qualche modo si riferissero a tizio, a caio o a sempronio e che in buona parte erano già stati utilizzati per sostenere questo o quel frammento dell’accusa; in sostanza ha convogliamento a tranche, a fette, a piccole fette, un comparto documentale su tizio, su caio o su sempronio, perché in questo modo, secondo il Pubblico Ministero, si attesterebbe il coinvolgimento di questo o quell’imputato in uno spezzone o in una fase della vicenda. Ma certo che amministratori delegati, direttori di stabilimento, responsabili del servizio sanitario siano intervenuti nella vicenda del CVM o degli impianti o di quant’altro, è ovvio, anzi, è del tutto normale; che abbiano operato poco e male o non abbiano operato è l’opinione che il Pubblico Ministero sostiene, sarà compito poi dei difensori dimostrare, io credo senza soverchia difficoltà, l’inconsistenza di questi addebiti. Ma il punto pregiudiziale è un altro, non è questo, il punto resta sempre lo stesso, di che cosa precisamente debba rispondere ciascuno degli imputati. Questo resta un mistero. Tutto di tutti, pare di capire, contingentemente documentato da questo o quel documento, senza limiti di tempo, senza limiti di tempo perché avvinti da quella figura di sintesi che è la cooperazione colposa secondo la prospettiva del Pubblico Ministero o dalla continuazione, altra figura di sintesi di cui avrò occasione di occuparmi. Quindi tutto di tutti, per cui sincronicamente, cioè guardando la scala verticale della gerarchia in un periodo dato di tempo, dovremmo concludere che dell’insufficienza ipotetica dei capitoli di spesa dei bilanci della società rispondano anche i direttori di stabilimento; mentre, sempre in prospettiva sincronica, della omessa utilizzazione dei mezzi di protezione personale rispondono anche gli amministratori delegati, perché i piani di scorrimento sono incontrollati. Certo il Pubblico Ministero potrebbe rispondere: ma io non intendevo questo. Già, ma chi lo deve intendere? Ma chi lo deve intendere? Diacronicamente, poi, l’elemento per così dire, il filo rosso che lega la vicenda è indicato con un’espressione che alla fine trovo estremamente propria dal punto di vista dell’accusa, con il termine colpa progressiva, la colpa progressiva nel tempo, che viene evocata nel capo di imputazione. Ecco, questa colpa progressiva com’è che si spalma, per così dire, sulle posizioni soggettive? Come si spalma questa colpa progressiva? È progressiva per chi, per chi è progressiva, per ciascun imputato? Questa colpa che avanza, che si ispessisce, che è una specie di lievito acido che cresce nella prospettiva del Pubblico Ministero, per chi cresce? Ma la risposta è evidente: cresce per Montedison, è per lei che cresce la colpa, perché avanza in una coscienza impersonale, di cui contingentemente è portatore tizio o è portatore caio, ma alla fine è la coscienza di Montedison che viene processata, che è il vero imputato, che è l’unico imputato, insieme con Enichem naturalmente. Perché gli imputati sono ostaggi processuali, nel senso che sono dei fenomeni fungibili, pedine di un gioco che è più grande di loro; possono sparire dalla scena senza che il quadro muti. Il quadro è fatto per resistere anche alla loro scomparsa e il quadro può resistere inalterato ed intangibile. Sono necessari ma non significativi. Necessari, ma non significativi e arrivano in fondo, perché siamo in un processo penale, per carità, e quindi si tratta di definire i limiti della loro responsabilità e arrivano in fondo quando il Pubblico Ministero chiede in sostanza alla Corte, come ha fatto con il Tribunale, di definire i limiti della loro responsabilità in rapporto al fatto e cioè chiede di definire la contestazione, in grado di appello chiede di definire la contestazione, perché di questo si tratta, di ritagliare i fatti globalmente indicati, astrattamente indicati, cumulativamente indicati e di attribuirli, per frammento, per separazione, per spezzone, o non so in base a quale altra regola, a questo o quell’imputato, che scoprirà dopo, eventualmente, scoprirebbe dopo con la sentenza di che cosa esattamente era accusato. Il Tribunale, che si è trovato di fronte condotte massificate, qualificazioni di illiceità atemporali, o meglio tarate sul tempo dell’impresa e offese gigantesche, ma tenute insieme da collanti inconsistenti, certo che ha definito la vicenda nell’unico modo consentito, anzi nell’unico modo imposto al Giudice penale: ha scomposto, per quel che ha potuto, le condotte reali, ha storicizzato in termini sia giuridici che fattuali la qualificazione di illiceità e ha esaminato la consistenza reale delle offese ciclopiche che l’accusa prospettava come sintesi gigantesca e il risultato è quello che ora la Corte d’Appello è chiamata a verificare e a controllare, valutando la plausibilità e la fondatezza delle censure che il Pubblico Ministero ha ritenuto di muovere alla sentenza del Tribunale. Delle censure in ordine alla massificazione delle condotte ho già detto, ma ora si tratta di affrontare i temi più specifici, di addentrarci sul piano dei titoli di responsabilità e di valutare quindi per quali ragioni il Tribunale di Venezia abbia finito col dover riconoscere che le qualificazioni di illiceità assumevano il carattere che ho detto e che le offese si presentavano in quella dimensione gigantesca, in cui però i piedi erano d’argilla. Inizierei da quello che lo stesso Pubblico Ministero, a pagina 87 del suo atto d’appello, ha definito – lo ricordavo anche poc’anzi – il fulcro e il punto centrale di riferimento del primo capo d’imputazione, cioè la pretesa violazione dell’Art. 437 del Codice Penale, che come scrive a pagina 82 dell’atto d’appello il Pubblico Ministero è il più grave delitto contestato agli imputati, ma è trattato dal Tribunale, espressioni del Pubblico Ministero, "in maniera assolutamente errata in fatto e del tutto infondata in diritto". Errata in fatto e infondata in diritto, un affondo piuttosto pesante. Ma quali sono precisamente le censure che secondo il Pubblico Ministero debbono essere mosse alla sentenza del Tribunale di Venezia in ordine all’Art. 437 comma prima? Ecco, io debbo dire che non è stato agevole leggere un testo così articolato e complesso come l’atto d’appello del Pubblico Ministero, non è stato agevole trarne, per così dire, il succo, ma ho la sensazione di essere riuscito a cogliere i punti davvero essenziali della critica che a mio avviso, per quel che io ho compreso leggendo, si assestano su tre direttrici ben precise e siccome la materia è delicata, nel senso che si utilizzano le parole altrui, io non interpreterò, ma riporterò le parole del Pubblico Ministero, in modo che non ci siano dubbi sulla espressione effettivamente utilizzata e, nei limiti del possibile, io non sia vincolato ad un’interpretazione che potrebbe giustamente essermi rinfacciata come arbitraria. In primo luogo, secondo il Pubblico Ministero, il Tribunale sarebbe caduto in "una – testuale – interpretazione capziosamente rigorosissima della fattispecie, assolutamente – è sempre testuale – priva di senso sia in dottrina che in giurisprudenza", pagina 91. Quindi dico io, dico io a questo punto, evidentemente l’accusa è di un’ermeneutica eccentrica, un’ermeneutica che sta fuori dal centro, in senso letterale, che si colloca singolarmente al di là dei limiti consueti, quindi definiamola ermeneutica eccentrica. Prima accusa. Seconda accusa: il Tribunale è incorso in un fondamentale errore di fondo, e siamo a pagina 101 dell’atto di appello: "Ignorare – testuale – completamente la normativa speciale e l’Art. 2087 del Codice Civile, che stanno alla base e costituiscono il fondamento della fattispecie penale di cui all’Art. 437 in questo processo". Quindi qui siamo all’accusa di ermeneutica erronea: concettualmente sbagliato ignorare la normativa speciale, l’Art. 2087. Infine, dulcis in fundo, ma non tanto dulcis, la terza accusa è quella in sostanza di non avere compreso il capo di imputazione, anzi, di averlo deformato e travisato, erigendo una sorta di idolo polemico da poter abbattere con estrema facilità, che è la caratteristica degli idoli polemici, che si costruiscono proprio al fine di potersene sbarazzare con un lieve colpo di mano. Questa accusa, che è in sostanza quella dell’ermeneutica aberrante, cioè l’ermeneutica che colpisce un falso bersaglio, non il bersaglio vero, ma il bersaglio sbagliato, viene formulata perché il Tribunale di Venezia, a pagina 460, nega che nel concetto di impianti ed apparecchi rientrino le cautele relative all’adozione di particolari procedure di lavoro o di organizzazione del sistema e nega altresì che vi rientrino, nell’Art. 437, dico, le parti di impianto funzionali al ciclo produttivo. Questi oggetti, dice il Tribunale, non rientrano nell’Art. 437. Il Pubblico Ministero se ne duole vibratamente a pagina 102 del suo atto d’appello, perché afferma che queste espressioni sono, testualmente, "assolutamente generiche, estrapolate dal capo di imputazione da parte del Giudice di primo grado, ma assolutamente in esso non rinvenibili né individuabili tra le contestazioni delle condotte omissive. In particolare – è sempre il Pubblico Ministero che parla – non sono state contestate agli imputati omissioni di cautele su parti di impianto funzionali al ciclo produttivo e infatti la sentenza non è in grado di individuarne alcuna". La sentenza non è in grado, non è in grado. Quindi il Pubblico Ministero dice: io non ho mai contestato, questi che si sono inventati? Si sono inventati una cosa che non c’è e difatti poi dopo non sanno che farsene di questa indicazione assolutamente fasulla. Quindi abbiamo tre belle accuse, tre capi d’imputazione, se così si può dire, scherzosamente naturalmente, un’ermeneutica eccentrica, un’ermeneuta erronea e un’ermeneutica aberrante. Io comincerei dal fondo, perché quella dell’ermeneutica aberrante è effettivamente l’accusa più spigolosa in apparenza, ma è anche quella più semplice da rintuzzare. Quest’ultima censura finisce in effetti col gettare un’ombra inquietante sul Tribunale di Venezia. Ma che fa questo Tribunale che nemmeno legge attentamente il capo d’imputazione? Allora io ho cercato di percorrere la strada che secondo il Pubblico Ministero il Tribunale di Venezia non ha compiuto; anch’io mi sono rivolto al quadro d’origine, al capo d’imputazione, dove trovo, nella miriade di comportamenti omissivi contestati a tutti gli imputati, indistintamente e indiscriminatamente, che l’accusa è anche "per non aver realizzato sufficienti interventi di conservazione e manutenzione degli elementi degli impianti più soggetti a deterioramento, dei quali andava garantiva la perfetta tenuta, onde evitare il rischio di dispersione e fughe dei gas in aree di lavoro, quali valvole, falange e compressori CVM". Ma, mi sono detto, ma queste – io non me ne intendo – ma mi sembrano parti di impianto. A leggerle così, uno direbbe: la valvola dove sta? I compressori dove stanno? Stanno sull’impianto, sono parte, perché se li tolgo dall’impianto chissà come funziona l’impianto. Questo dubbio però, anzi per fortuna, viene risolto dallo stesso Pubblico Ministero, il quale sempre nello stesso atto di appello, qualche pagina dopo la formulazione della nota censura di ermeneutica che ho definito io aberrante, scrive testualmente alla pagina 107: "Non vi è dubbio che gli organi di tenuta costituiscano porzioni degli impianti produttivi di cui fanno parte integrante, ma le condotte addebitate ad essi relative riguardano proprio la mancata predisposizione di tutte quelle necessarie cautele che l’attività industriale richiedeva ai fini della sicurezza. Destinati alla sicurezza dei lavoratori erano e sono tutti gli interventi di obbligatoria manutenzione su pezzi o elementi di impianto utilizzati per la produzione". Ah, ma è quello che diceva il Tribunale di Venezia, allora siamo tutti d’accordo; siamo tutti d’accordo meno il Pubblico Ministero, scusate, il quale ha il problema di mettere d’accordo la pagina 102 con la pagina 107. Messe d’accordo queste due pagine dell’atto d’appello, nel senso che l’una ci può stare e l’altra no, tutto procede poi a meraviglia. Allora francamente c’è da dubitare che il Tribunale non sia stato in grado di indicare una sola parte di impianto funzionale al ciclo produttivo, che mai il Pubblico Ministero avrebbe contestato, pagina 102, ma che in realtà ha contestato, pagina 107, perché se il Pubblico Ministero le ha contestate e le indica, è anche possibile che il Tribunale se le sia, così, lasciate per strada e infatti è il Tribunale che se ne occupa e anche molto diffusamente, dalla pagina 343 e grosso modo sino alla pagina 367, salvo invero, ma certamente se ne occupa con abbondanza. Ovviamente non mi sogno nemmeno di leggere qualche brano di questa sentenza, sia perché la lettura sarebbe impropria ed eccessiva, sia perché la sentenza è nota alla Corte meglio che a me. Allora debbo dire che se dall’esame di questa censura, rivelatasi a mio modesto avviso del tutto ingiustificata, di ermeneutica aberrante, se questa censura si è dipanata su una contestazione in qualche modo sollecitata dal Pubblico Ministero proprio in riferimento al capo d’imputazione, allora, considerato che lo stesso Pubblico Ministero mostra oggettivamente qualche leggera incertezza su ciò che è contestato o non è contestato – perché la pagina 102 non sta d’accordo con la pagina 107, quindi qualche incertezza io la vedo – sarà necessario, anzi inevitabile riprendere un pochino tra le mani questo capo d’imputazione per cercare di stabilire che cosa era stato prospettato al Tribunale. Il Tribunale era stato chiamato a giudicare che cosa? Come si era atteggiato in concreto questo fulcro, questo punto di riferimento del capo primo nella prospettazione del piano d’accusa? Io non la faccio lunga, perché indico semplicemente le componenti strutturali del capo d’imputazione, che sono componenti che si dispongono da uno zoccolo su tre gradini discendenti: c’è un’epigrafe di reati e disposizioni connesse, 589, 590, 437, 449, 22, 37 secondo comma etc., per avere cagionato il delitto di strage e di disastro, diciamo insomma che c’è una compendiosissima descrizione di eventi. Segue poi una serie di "in particolare" e "inoltre"; "in particolare" e "inoltre" che segnano uno scalo in verticale e un’espansione in orizzontale. Quindi abbiamo un primo gradino, conoscenza della pericolosità del CVM dal 1969 e dal 1977 della potenzialità cancerogena del dicloroetano, su questo quadro di presunte pregresse conoscenze si innesta una serie di "nonostante ciò", prima serie di omissioni: omesso blocco, omessa predisposizione di apparecchi – non meglio specificati – idonei a prevenire l’insorgenza dei tumori, omesso risanamento globale degli impianti, prima serie. Ultima serie, nell’ultimo gradino, preceduta da un "ancor più in particolare", la colpa progressiva, la colpa, la famosa colpa progressiva sarebbe consistita nel "non avere" e giù una sfilata di omissioni: non adottato le misure necessarie per la tutela della salute, non inserito nei programmi e nei budget di investimento capitoli di spesa sufficienti, non aver curato l’uso dei mezzi di produzione individuale, non aver separato le lavorazioni insalubri, non aver reagito alle segnalazioni della relazione Fulc, non aver creato una struttura sanitaria sufficiente, non aver fornito informazioni, non aver realizzato interventi manutentivi degli elementi più soggetti a deterioramento, non aver installato gascromatografi o altri sistemi di rilevazione delle fonti o di averli installati inidonei o insufficienti. Tutta questa congerie di omissioni sta tutta sotto la rubrica: "colpa progressiva nel tempo". Questa serie di omissioni sta lì sotto e di che cosa parlavamo allora in questa serie di omissioni che stanno sotto "la colpa progressiva nel tempo sarebbe consistita"? Stanno nel capitolo dell’imputazione soggettiva dei fatti, i tre fatti precedentemente indicati, blocco degli impianti etc., oppure evidenziano anche una contestazione ex Art. 437? Tutti, tutti questi comportamenti omissivi evidenziano una violazione ex 437, tutti quanti? E quali sennò? Intere formazioni, stanziamenti, interventi manutentivi, misure di sicurezza genericamente indicate, mancata predisposizione di un servizio sanitario sufficiente. Ci sta, ma ci sta tutto nel 437? Tutto quanto dentro? Una chiamata globale. Ma, debbo essere sincero, un lettore mediamente avvertito delle problematiche dell’Art. 437, la Corte me lo riconoscerà, spero, si sarebbe sentito in imbarazzo a ritenere che tutte, tutte quelle omissioni rientrassero de plano nell’Art. 437, tutte, per una miriade di ragioni che non anticipo rispetto a quanto dovrò dire tra breve, ma che appartengono in qualche modo all’ambito dell’evidente. Gli stanziamenti in bilancio cosa c’entrano con gli apparecchi e i segnali degli impianti omessi, di per sé? Ma a fugare ogni dubbio ci pensa il Pubblico Ministero nell’atto d’appello, che sul punto sembra davvero estremamente chiaro. A pagina 88 dell’atto d’appello, il Pubblico Ministero scrive: "Nel presente procedimento, tutte le condotte omissive dolose ascritte agli imputati, ai sensi dell’Art. 437, sono riferite, costituendo l’oggetto dell’imputazione penale, alle singole e specifiche violazioni delle disposizioni speciali in materia antinfortunistica e d’igiene del lavoro e alla violazione dell’Art. 2087 norme di chiusura, sono riferite cioè a tutte le disposizioni normative – a tutte le disposizioni normative – espressamente previste nello stesso capo d’imputazione. Va subito sottolineato che vengono contestati fatti specifici con riferimento a tutte – a tutte – le condotte omissive attribuite agli imputati, analiticamente valutate nei presenti motivi d’appello". Quindi mi pare di capire che sono davvero tutte le omissioni contestate, tutte, nessuna esclusa. Ecco, adesso che abbiamo ottenuta quella che definirei l’interpretazione autentica del pensiero del Pubblico Ministero, perché almeno apparentemente risultante dal suo stesso atto d’appello, credo che possediamo gli strumenti indispensabili per valutare la consistenza delle altre due accuse che il Pubblico Ministero muove al Tribunale. All’inizio dicevo le tre accuse sono l’ermeneutica eccentrica, l’ermeneutica erronea, l’ermeneutica aberrante. L’ermeneutica aberrante non c’è. Ci siamo rivolti al capo d’imputazione, perché a questo punto dovevamo stabilire di che cosa il Tribunale doveva occuparsi e scopriamo che il Tribunale doveva occuparsi di tutto, di tutte le condotte omissive. Quindi abbiamo l’idea che ha ispirato il Pubblico Ministero e possiamo soffermarci sull’esame della consistenza della prima accusa che il Pubblico Ministero rivolge al Tribunale, quella di ermeneutica capziosa; capziosa è un’espressione che uso io, l’espressione letterale... no, no, è del Pubblico Ministero, questa è del Pubblico Ministero: "interpretazione capziosamente rigorosissima", capziosamente rigorosissima, quindi l’ermeneutica capziosa. Il fatto è che l’idea che ispira il piano dell’accusa è che l’Art. 437 sia una disposizione incriminatrice di portata generalissima, in qualche modo destinata a ricomprendere ogni esigenza di sicurezza la cui obbligatorietà sia comunque desumibile dal sistema e infatti, coerentemente, il Pubblico Ministero si riferisce a tutta la legislazione antinfortunistica, all’Art. 2087. Quindi l’Art. 437 è visto come una specie di clausola sanzionatoria di qualsiasi obbligo di sicurezza e questa interpretazione è confortata dallo stesso Pubblico Ministero alla pagina 97 del suo atto d’appello, laddove dice che la situazione da cui partire è la situazione di rischio che la normativa stessa pone come punto di partenza per la nascita degli obblighi prevenzionistici e questa situazione di pericolo, insita nella stessa nozione di attività lavorativa, esige che vengano approntate tutte le efficaci misure di sicurezza che impediscano l’insorgere di dinamiche lesive. È a questa situazione, questa situazione di pericolo, che fa riferimento l’Art. 437, norma che è dunque diretta ad anticipare la soglia di tutela rispetto all’effettiva lesione del bene protetto, imponendo etc. etc. Debbo dire che questo modo di intendere l’Art. 437 a me risulta, esso sì, piuttosto eccentrico rispetto ai comuni criteri interpretativi solitamente applicati in riferimento a questa disposizione. Mi pare quindi che sia l’idea del Pubblico Ministero assolutamente infondata, non quella del Tribunale capziosamente restrittiva. Le ragioni direi sono tra di loro interdipendenti, sono ragioni sistematiche e sono ragioni strutturali. Debbo dire la verità, mai avrei pensato in un procedimento d’appello di questa complessità di dover ribadire cose di questo genere, ma evidentemente tanto è necessario se il punto di vista che si oppone è così distante da quello che risulta comunemente praticato. Ragioni sistematiche, dicevo, e ragioni strutturali. Il Pubblico Ministero finisce in qualche modo col concepire l’Art. 437 come una sorta di anticipazione della tutela, della vita o dell’incolumità personale, ma non è così in realtà; è un delitto contro la pubblica incolumità e trova la sua ragion d’essere in un pericolo diffusivo per una collettività potenzialmente indeterminata, questo lo sappiamo tutti. Sappiamo anche che il pericolo è presunto, nel senso che la legge lo incapsula nei requisiti costitutivi e sappiamo anche che la tutela, la tutela della pubblica incolumità, secondo il modulo sistematico dell’intero titolo sesto è incentrata partendo da una situazione materiale da cui si irradia per l’appunto un pericolo; situazione materiale, referente e materiale, che può essere un disastro oppure può essere, come in questo caso, semplicemente un dato di riferimento connesso obiettivamente alla tutela della sicurezza dei lavoratori: impianti, apparecchi, segnali. Perciò, dal punto di vista strutturale, il legislatore compie una selezione: non dovendo, non intendendo tutelare l’incolumità personale di tizio, di caio o di sempronio, ma la pubblica incolumità, il legislatore compie una selezione degli oggetti e sceglie quelli che a suo giudizio sono gli oggetti rispetto ai quali più agevolmente, più facilmente, più comunemente, è incapsulabile una valutazione di pericolo in proiezione teleologica. Impianti, apparecchi e segnali, destinati a prevenire disastri e infortuni. Quindi sceglie certi oggetti materiali in funzione della loro destinazione teleologica e questo tipo di interpretazione è quella puntualmente seguita dal Tribunale di Venezia. Il Tribunale di Venezia, a pagina 459 e a pagina 460 della sentenza, si limita a riportare dati ermeneutici riscontrabili credo in qualsiasi manuale di diritto penale: "Va ricordato che la previsione normativa, di cui all’Art. 437 – scrive a pagina 459 il Tribunale – configura la più severa sanzione predisposta per le violazioni più gravi del dovere di sicurezza, in quanto è caratterizzata sul piano soggettivo dalla necessità del dolo e sotto il profilo oggettivo dalla sussistenza di violazioni del dovere di sicurezza aventi particolare serietà". Questa particolare serietà non è un criterio deontologico di scelta applicativa da parte del Giudice, come il Pubblico Ministero sembra intendere, è semplicemente una constatazione descrittiva di ciò che il legislatore ha fatto. Il legislatore ha scelto le violazioni di particolare serietà, focalizzandole sull’omissione degli apparecchi, degli impianti e dei segnali destinati a, e il Tribunale lo registra, registra che per il legislatore si tratta di violazioni aventi particolare serietà, registra l’attività selettiva compiuta dal legislatore, né più e né meno. Poi prosegue affermando che l’Art. 437 non costituisce una fattispecie integrabile con qualunque violazione del generico dovere di sicurezza, e ci mancherebbe, e che sotto il profilo oggettivo la definizione di impianti individua, quella di apparecchi individua, quella di segnali individua, e fornisce definizioni che si possono ritrovare, come ripeto, in fonti assolutamente banali. Quindi il Tribunale di Venezia, signori della Corte, dice cose ovvie, ma dice cose tanto ovvie che ribadirne l’ovvietà capisco possa persino ingenerare un moto di insofferenza, che la Corte non manifesterebbe mai, anzi non proverebbe mai, ma che certamente sarebbe giustificato. D’altra parte, se la censura è questa, è inevitabile ricordare anche banalità di questo tipo. Ma io che ho un profondo rispetto per l’attività del Pubblico Ministero e lo dico senza la minima piaggeria, non ne ho bisogno, mi sono posto il problema: ma com’è possibile che il Pubblico Ministero pensi una cosa del genere? Com’è possibile? Ma abbiamo sbagliato tutti, tutti quanti? È possibile? Io sono uomo capace di applicare il dubbio sistematico a tutto e in primo luogo a me stesso, sono stato educato a non credere in niente e a diffidare delle maggioranze, soprattutto se totalitarie, a rivedere sempre i punti che si considerano ovvi, a riconsiderare sempre ciò che si dà per scontato, perché forse nel dar per scontato si è fino a quel momento errato. Ho quindi compiuto un piccolo sforzo ulteriore, ma per me stesso, non tanto per criticare il Pubblico Ministero, pure il mio compito quello era, ma a questo punto per autocoscienza, per serenità del mio giudizio e mi sono detto: cerchiamo la controprova, proviamo ad invalidare l’interpretazione corretta, applichiamo il metodo popperiano, proviamo a confutarla questa teoria e proviamo quindi ad accogliere il punto di vista del Pubblico Ministero, non fosse mai che alla fine ha ragione lui. Ma devo dire che, al termine di questa controprova, ho trovato, mi spiace per il Pubblico Ministero ma sono contento per me, nuovi elementi che dimostrano l’inconsistenza totale della tesi del Pubblico Ministero, perché, vedete signori della Corte, ho riflettuto su un dato che è talmente evidente che quasi sfugge agli occhi, come tutte le cose che ci troviamo di fronte e che vediamo costantemente e del resto il miglior posto dove nascondere un oggetto, come insegna il grande scrittore, è il posto dove l’oggetto risulta più in evidenza. Nell’Art. 437 ci sono tre condotte, non una soltanto, non c’è solo l’omissione e questo lo sappiamo tutti, c’è il rimuovere, il danneggiare e l’omettere di collocare. Sono tre condotte alternative, due sono cattive e una è omissiva, e sono alternativamente equivalenti, nel senso che tanto vale il rimuovere, tanto vale il danneggiare, tanto vale l’omettere di collocare, rispetto alla stessa serie di oggetti, rispetto agli stessi oggetti materiali e allora rimuovere che significa? Rimuovere significa asportazione materiale oppure neutralizzazione, svincolo funzionale dell’oggetto; danneggiamento significa distruzione oppure rendere inservibile anche solo in parte. Questo è il significato delle due condotte positive. E allora, se questo è il significato pacifico del rimuovere e del danneggiare, si converrà che sono condotte suscettibili di realizzarsi solo ed esclusivamente su oggetti dotati di materialità fisica: non si possono danneggiare gli stanziamenti di bilancio, non si possono danneggiare le condotte di per sé; si danneggiano gli oggetti materiali, solo questi e se rimuovere e danneggiare si riferisce ad oggetti dotati di corporeità fisica, allora anche l’omessa collocazione, che è condotta alternativamente equivalente, deve riferirsi agli stessi oggetti dotati di corporeità fisica, perché sono tre condotte che stanno tutt’e tre sullo stesso piano e che, distinguendosi tra loro, si accomunano per il fatto di avere come punto di riferimento sempre e solo gli stessi oggetti materiali. Allora siamo alla prova finale, non si può inserire qualunque omissione nell’Art. 437, perché l’omissione deve essere ragguagliata sul piano dell’oggetto materiale al rimuovere o al danneggiare. Quindi, per quanto ci si sforzi di ampliare, di dilatare, di interpretare estensivamente, analogicamente o quant’altro si voglia il concetto di impianti, il concetto di segnali, il concetto di apparecchi, però alla fine ci si misura con questo dato ineliminabile, che sono oggetti materiali, che si toccano, che si vedono e che in più, in più, debbono essere dotati di quella destinazione teleologica. Allora ci si potrà diciamo battibeccare, se proprio ci si tiene, sulle rifiniture della definizione: impianti, sono installazioni stabili, dotati di una certa complessità funzionale, come gli impianti antincendio; gli apparecchi invece sono attrezzature anch’esse stabili ma morfologicamente isolabili dal contesto, come le protezioni, i parapetti; i segnali invece sono segni o simboli che avvertono il pericolo, ma attualmente su ciascuno di questi oggetti materiali si può discutere determinando margini di incertezza. Vedremo che anche nel nostro processo questi margini sono, entro certi limiti, possibili, però siamo sicuri che la maggior parte, la stragrande maggioranza delle omissioni indicate dal Pubblico Ministero non hanno semplicemente niente a che vedere con l’Art. 437 e che quindi il Tribunale di Venezia ha ragione da vendere, da vendere. Non è eccentrico, non è bizzarro, non è il frutto di capziosità interpretativa sostenere, come fa il Tribunale di Venezia, che non rientrano tra gli oggetti materiali dell’Art. 437 le attività di natura finanziaria, le omesse informazioni, l’omissione di interventi manutentive su parti di impianti, il mancato blocco delle lavorazioni, il mancato controllo sull’uso dei mezzi di protezione individuale, che siano o non siano stati realizzati, che ci siano o non ci siano stati. In realtà l’accusa è poi in fatto smentibile ed è smentibile sotto il profilo della colpa progressiva, a cui pure vengono ascritte queste omissioni, però una cosa è certa dal punto di vista giuridico, che sono fattispecie di cui non vale la pena nemmeno di occuparsi ai fini dell’Art. 437. Il Pubblico Ministero, e qui arriviamo alla terza censura, quella dell’ermeneutica erronea, il Pubblico Ministero rimprovera al Tribunale di essersi dimenticato della legislazione antinfortunistica dell’Art. 2087 e allora, per sostenere questa accusa di ermeneutica erronea, il Pubblico Ministero sbandiera l’Art. 4 del Decreto 547 del 1955, che sancisce l’obbligatorietà per i datori di lavoro, per i dirigenti, per i preposti, di tutte le misure e cautele prescritte dal decreto e poi invoca l’Art. 2087 del Codice Civile che, come tutti sappiamo, obbliga il datore di lavoro ad adottare le soluzioni conformi al progresso della tecnica sostanzialmente e comunque impone un adeguamento automatico delle misure di sicurezza ai nuovi ritrovati tecnologici che siano disponibili per lui; diventano obbligatori per il solo fatto che esistono. Devo dire la verità, a me sembra che questi richiami siano un pochino viziati da retorica, perché non mi pare che c’entrino con la nostra vicenda. L’Art. 4 del Decreto ed altre consimili disposizioni che si sarebbero potute indicare, individuano una cerchia di obbligati rispetto alle misure sancite dal decreto, ma mi spieghi qualcuno che cosa c’entra questo con la dimensione oggettiva dell’Art. 437. L’Art. 4 stabilisce i destinatari degli obblighi ma non definisce la natura degli oggetti, perché non è il suo compito: non dice se una cosa è un impianto, se una cosa è un apparecchio, se una cosa è un segnale; mi dice che tutte le misure previste dal decreto, siano esse costituite da apparecchi, segnali, cautele comportamentali, prescrizioni di qualsiasi genere, sono obbligatorie per questa cerchia di soggetti, dopo di che queste misure entreranno, se entreranno, nell’orbita dell’Art. 437 in funzione di che cosa? In funzione della loro natura obiettiva. Quindi che c’entra l’Art. 4? Non c’entra assolutamente nulla, a mio modesto ma convinto parere. Quanto all’Art. 2087 siamo tutti d’accordo che secondo una certa interpretazione, sulla quale mi permetto di nutrire qualche personale dubbio, che però in questo momento in questo processo sta veramente a zero, nel senso che non è rilevante, siamo tutti d’accordo, possiamo stipulare, convenire di essere d’accordo sul fatto che si tratta di una disposizione che è fonte di autonomi obblighi di sicurezza suscettibili, secondo un’opinione assai diffusa, ancorché da me non condivisa. Apro una parentesi, siccome dovrò parlare delle mie opinioni perché mi ci hanno tirato per i capelli - per i capelli si fa per dire, naturalmente – allora direi ci tengo a precisare ciò in cui credo e ciò in cui non credo. Io non credo che l’Art. 2087 sia fonte di obblighi per l’Art. 437, ma è un articolo di fede personale, che non mi impedisce di vedere quella che è la realtà interpretativa e cioè che la maggioranza della dottrina e della giurisprudenza dice il contrario. Se siamo tutti d’accordo su questo, però, cosa c’entra questo con la definizione degli oggetti? Sì, l’Art. 2087 potrà integrare la fattispecie dell’Art. 437 in funzione di impianti, apparecchi o segnali, se sono prescritti dal progresso tecnologico. Benissimo, noi non discutiamo sulle fonti, non discutiamo sulle fonti, discutiamo sugli oggetti; invece il Pubblico Ministero ci vuol far discorrere sulle fonti. Ma sulle fonti siamo tutti d’accordo, perché dobbiamo litigare anche quando non ne abbiamo bisogno? Litighiamo dove abbiamo bisogno di litigare e dove lo scontro ha senso, che è quello della natura dell’oggetto, che è quello dell’interpretazione dell’Art. 437, è quello che si riferisce alle argomentazioni che mi sono sforzato di sintetizzare e di chiarire. A questo punto, come dicevo poc’anzi, a questo punto però sono il primo a riconoscere che nel processo si può prospettare, per così dire, una zona grigia, che è quella relativa ai gascromatografi e alle cappe di aspirazione. Sono due oggetti che hanno, questi sì, lo statuto esteriore, chiamiamolo così, per accedere alla porta dell’Art. 437, cioè sono dotati di quelle caratteristiche materiali che le fanno essere impianti o apparecchi o segnali, adesso non disquisiamo sulle parole, ma suscettibili di. Molto, molto più problematica, secondo me, la riconducibilità di questi due oggetti anche alla destinazione finalistica, che pure costituisce un ulteriore requisito di fattispecie nell’Art. 437, che è la destinazione ad impedire infortuni o disastri sul lavoro. Perché che le cappe di aspirazione e i gascromatografi siano diretti ad impedire disastri mi pare davvero poco plausibile, ma anche che siano diretti ad impedire infortuni mi sembra assai poco plausibile, ma questo interferisce con un altro problema, che affronterò a tempo e luogo, che è quello dell’identificazione del concetto di infortunio rispetto al concetto di malattia professionale. Io non vorrei imbarcarmi qui, in questo momento e in rapporto a questi due oggetti che sono dotati dello statuto materiale, diciamo così, per accedere allo spazio normativo dell’Art. 437, non vorrei cimentarmi in una sorta di duello, di fioretto: sono destinati, non sono destinati, all’infortunio o alla malattia. È un fioretto che si potrebbe combattere e che, quando si parla di fattispecie con questo peso sanzionatorio, va anche combattuto fino in fondo, ma io non lo combatto non per ignavia, non per viltà, ma per inutilità. Infatti sono in condizione di concedere all’accusa che i gascromatografi e le cappe di aspirazione c’entrino con l’Art. 437, mettiamo che c’entrino, perché francamente mi pare che qui la difesa si articoli su un piano diverso da quello dell’interpretazione dell’Art. 437, ma ugualmente efficace. In sintesi, siamo arrivati al punto in cui, scartato tutto il superfluo, eliminato tutto il vano, ciò che resta della caccia prospettata nel capo di imputazione sono tutt’al più, se restano, le cappe di aspirazione e i gascromatografi. Allora affrontiamo pure questo problema, affrontiamolo eventualmente scendendo su un piano diverso da quello della pura esegesi normativa dell’Art. 437, perché come il Tribunale sa, come la Corte sa, chiedo scusa, meglio di me, la questione dei gascromatografi e delle cappe di aspirazione, per la loro parte, si inserisce nel più vasto quadro del crollo dei valori di esposizione a CVM intervenuti nel biennio 1974 – 1975, quello che il Pubblico Ministero definisce con ironia molto prossima al sarcasmo il "biennio miracoloso", dando naturalmente a divedere che non solo non crede nei miracoli ma crede in qualcosa di contrario ai miracoli, suppone addirittura l’inganno. Ora, questo crollo di valori nel biennio miracoloso, che io invece intendo nel suo senso letterale, mi piace l’espressione "biennio miracoloso", quindi la userò; è un biennio miracoloso, una bella immagine che il Pubblico Ministero intende in un modo e io invece la intendo in un altro e credo che alla fine risulterà vincente la mia accezione, non quella del Pubblico Ministero. Ebbene, il crollo di questi valori di esposizione si inserisce a sua volta nella serie degli interventi impiantistici avviati e realizzati da Montedison non appena furono resi noti i primi risultati, ancora parziali e incompleti, degli esperimenti commissionati da Montedison al professor Maltoni. Dico subito, come del resto già accennato all’inizio, che non è mia intenzione affrontare nei dettagli la questione degli interventi impiantistici e neppure quella dei gascromatografi in realtà, perché si tratta di un ambito interamente o quasi interamente riservato all’Avvocato Maccaredda, che saprà da par suo respingere al mittente tutte le contestazioni e tutte le censure del Pubblico Ministero, dimostrandone la totale infondatezza. Però qualche rilievo come difensore del responsabile civile, come difensore del vero imputato, come difensore dell’unico imputato, insieme con la sorella Enichem, qualche rilievo non solo mi deve essere consentito, ma è financo obbligatorio e quindi una carrellata sia pure rapida nell’ordine delle cose è consentanea al ruolo che processualmente ricopro. I primi interventi impiantistici furono realizzati, quelli volti alla riduzione dell’esposizione, furono realizzati a partire dall’aprile del 1973 con quella richiesta di sostituzione degli abbattitori di schiuma nelle autoclavi con l’installazione di pompe per lo scarico automatico nel reparto CV14 e CV16, poi l’installazione degli eiettori per bonificare gli autocarri, l’istallazione di finestre a bilico nel CV6 per incrementare la ventilazione e così via dicendo. Questa data, aprile del 1973, è una data cruciale nel processo, è una data fondamentale, perché segue di pochissimo, anzi è in contestuale successione rispetto alla divulgazione dello stesso mese dei risultati provvisori degli esperimenti in corso da parte del professor Maltoni. Il professor Maltoni aveva, al convegno internazionale di oncogenesi tenutosi a Bologna in quei mesi, rivelato alcuni risultati provvisori in qualche modo preoccupanti dei suoi esperimenti e Maltoni, come tutti sappiamo, non veniva da lontano, non era un disturbatore della manovra, veniva da molto vicino a Montedison, perché era stato incaricato da Montedison di condurre esperimenti "a regola d’arte", espressione sua; era stato informato da Montedison del lavoro di Viola; era stato dotato da Montedison di costose apparecchiature di cui parla nella lettera del 5 giugno del 1971 al professor Moretti, direttore sanitario del Sant’Orsola di Bologna; era stato dotato da Montedison di un fondo cospicuo per il personale e per i materiali ancora da acquistare, come riferirà lo stesso professor Maltoni nella sua deposizione dell’11 aprile del 2000. Vedete, queste circostanze, che pure sono note, dice: perché ce le riracconta un’altra volta l’Avvocato Padovani, ha paura che ce lo siamo dimenticati? No, non temo che la vostra memoria sia così labile, però a me, debbo dire la verità, circostanze così semplici, così note, non finiscono di stupirmi per la loro enorme valenza, perché è il solo fatto di affidarsi a Maltoni che costituisce smentita di una delle tesi più care al Pubblico Ministero, quella della conoscenza pregressa risalente. Ma se era così noto tutto, perché affidarsi a Maltoni? Che bisogno c’era di scoprire, se è vero quel che il Pubblico Ministero dice, che già si sapeva in sostanza che si poteva andare nell’Unione Sovietica negli Anni Quaranta per scoprire che l’universo non aveva misteri in materia di CVM? E d’altra parte per Maltoni, per il professor Maltoni, uno degli studiosi più importanti e più seri di quel settore, perché accettare un incarico se tutto era chiaro? Maltoni avrebbe dovuto dire a Montedison: ma prendetevi questi articoli, leggetevi cosa hanno scritto i colleghi sovietici e avrete il quadro chiaro. Invece accetta di lavorare per anni e si trattava di un incarico in effetti triennale, però prima della scadenza, prima che i risultati fossero perfezionati, divulgò i risultati processuali. Violò qualche patto, quel famoso patto di segretezza che costituisce, anzi (peniuria verbis), una vera e propria leggenda processuale a mio giudizio. Ma non ne parlerò, c’è il professor Alessandri che avrà modo di ritornare sul tema. Violava qualche patto? No, non violava proprio niente, perché Maltoni ha dichiarato che non gli erano mai stati messi limiti di riservatezza, nessun limite di riservatezza. Disse: ma io ho una consuetudine ed ho quella ragionevole consuetudine della comunità scientifica secondo cui gli annunci si fanno quando i risultati sono certi, perché gli esperimenti sono conclusi; si fanno quando le bocce sono ferme, non quando sono in movimento. Maltoni precisò peraltro che i risultati non erano definitivi, ma ritenne di dover anticipare questi risultati provvisori, senza violare alcun patto di riservatezza, perché vincoli di questo tipo nessuno glieli aveva posti, tanto che lo stesso professor Maltoni doveva compiacersene nella famosa lettera al professor Moretti, sottolineando che è la prima volta che in Italia – è la prima volta, la prima volta, permettetemi di sottolinearlo in modo molto marcato – è la prima volta che in Italia un gruppo industriale procede ad un’indagine strettamente scientifica per valutare con obiettività i rischi di un suo prodotto e che li affida ad un istituto dopo che è stato ben chiarito che i risultati non verranno in alcun modo attenutati. Vedete, signori della Corte, Edison è un successore quasi remoto di Montedison, è il pronipote rispetto all’avo, ma è un pronipote che può rivendicare quella eredità, perché può rivendicare quella politica industriale che è stata processata davanti al Tribunale di Venezia; può pubblicamente e a voce molto alta rivendicarla. Dunque Montedison parte subito, parte non appena si profila un rischio. I risultati non sono definitivi, però non si frappongono indugi. Si parte subito e si agisce lungo due traiettorie, che sono traiettorie strutturali e traiettorie procedurali; sono strutturali perché si dà subito l’avvio ad una serie di commesse destinate a modificare radicalmente gli impianti, secondo un piano di risanamento che si sviluppa nel 1974, nel 1975 e nel 1976 e si conclude con quell’ultimo importante intervento costituito dalle colonne di strippaggio delle autoclavi che sono installate tra il 1976 e il 1977. In questo ambito rientrano anche le cappe di aspirazione. Altro che omesse le cappe di aspirazione, ci sono addirittura sei commesse sulle cappe di aspirazione, sei commesse che si succedono nel tempo; ci sono le testimonianze che vi ricorderà l’Avvocato Maccaredda circa la presenza delle cappe di aspirazione prima del 1976, ma ci sono i documenti che parlano. In attesa che si perfezionassero questi interventi strutturali, che come tutti gli interventi strutturali sugli impianti richiedono un certo tempo, anche se la celerità fu un imperativo costante dell’attività di Montedison, perché gli interventi furono addirittura anticipati in molte circostanze rispetto alle approvazioni. In attesa quindi che gli interventi strutturali potessero completarsi, si intervenne con immediatezza e fu la seconda traiettoria concomitante con gli interventi procedurali, interventi importanti e pressoché immediati che implicarono le modifiche alle procedure di esercizio e di manutenzione dei reparti. Perché, signori della Corte, negli Anni Cinquanta e Sessanta il rischio del CVM, lo sappiamo tutti, era essenzialmente l’esplosività, rischio che si manifestava a decine e decine di migliaia di PPM. Ora che si prospettava un rischio diverso ed occorreva ridurre rapidamente l’esposizione, un’attenzione maggiore anche ad aspetti relativamente o apparentemente marginali, come il serraggio delle valvole, come il serraggio dei rubinetti del ciclo produttivo, poteva contribuire ad ottenere risultati molto consistenti, proprio perché prima l’alta esposizione di per sé non era considerata un pericolo; solo quando raggiungeva soglie prossime o comunque tali da implicare il rischio esplosivo, ci si doveva preoccupare. Logico quindi che l’intero impianto fosse tarato su questa valutazione prognostica. Ma il crollo delle esposizioni è stato ottenuto anche con l’adozione di procedure più complesse, come quando nei reparti di polimerizzazione si sono utilizzati gli eiettori che erano già disponibili in fabbrica per ridurre al minimo il CVM presente nelle autoclavi a fine polimerizzazione. Il Pubblico Ministero ha critiche di fondo al complesso degli interventi impiantistici, critiche che rappresentano un po’ la traiettoria lungo la quale egli si muove. Il Pubblico Ministero dice: gli interventi furono intempestivi, tardi e lenti; il Pubblico Ministero dice: gli interventi furono riduttivi e poco aggiornati; il Pubblico Ministero dice: gli interventi furono ispirati dalla politica della lesina, furono gli interventi di un taccagno, che è preoccupato essenzialmente di mantenere il portafoglio gonfio. Intempestivi, riduttivi, volti ad un indebito contenimento dei costi, questi furono, secondo le traiettorie di critica del Pubblico Ministero, gli interventi di Montedison. Ma francamente si tratta di accuse che mi paiono prive di qualsiasi fondamento. Certo capisco che un’analisi dettagliata si imponga e questa analisi verrà compiuta, ma io alcune notazioni vorrei prospettarle alla Corte e anche alcuni particolari, che sono significativi, tanto da chiedersi di che pasta fossero fatti questi soggetti dipinti in termini tanto crudamente negativi dal Pubblico Ministero. Interventi intempestivi, dicevo, ma non è vero, perché l’urgenza si esprime nei fatti: ci sono delle commesse in cui l’esecuzione dei lavori è spessissimo anticipata rispetto all’approvazione. Questo che cosa significa se non che c’è urgenza estrema? Come si fa a dire quindi che ci furono ritardi? Ci fu la massima sollecitudine possibile. Se poi non basta, beh, vuol dire che si richiede un intervento sovrumano e gli interventi sovrumani di solito non entrano nell’ambito delle valutazioni giudiziali. Furono interventi riduttivi, sostiene il Pubblico Ministero, non ispirati alla migliore tecnologia disponibile; furono interventi insomma fatti con un occhio rivolto al passato, andando a rovistare in giro per i mercati e vuotando magazzini di strumenti e attrezzature che già da tempo accatastavano polvere in questi magazzini. Ma anche questo non è vero, semplicemente non è vero, perché si è dimostrato che in molti casi le ditte fornitrici hanno modificato la loro tecnologia abituale per adeguarsi alle richieste di Montedison, in quanto Montedison si trovava ad affrontare un rischio nuovo e quindi aveva bisogno addirittura di una tecnologia non disponibile sul mercato, quindi una tecnologia che supera ampiamente i limiti dell’Art. 2087 ed è emblematica la vicenda delle valvole di intercettazione, (taflin), un episodio che ha una forza esemplare tale da lasciare francamente interdetti, perché il Pubblico Ministero, a pagina 580 dell’atto d’appello, alza il dito ammonitore, in senso metaforico, e dice: ma le valvole taflin erano disponibili fin dagli Anni Sessanta e voi avete aspettato tutto questo tempo per metterle, delle valvole che tutti avevano? E cita a dimostrazione la nota dell’ingegner Miani del 31 gennaio 1975 conseguente ad una visita alla Taflin, però mi dispiace che il Pubblico Ministero legga solo ed esclusivamente il Punto 1 di questa nota, solo il Punto 1, quello che dice: "Secondo i tecnici della Taflin, i loro rubinetti sono installati da molti anni e in moltissimi impianti su fluidi particolarmente tossici", per la verità non il CVM. Il Pubblico Ministero legge questo e dice: vedete, ve lo hanno detto i tecnici della Taflin, adesso arrivate? Buoni ultimi, noi siamo sul mercato da quel dì e voi aspettate ora per venirci a trovare? Noi siamo all’avanguardia. Ma c’è anche un Punto 2 di questa nota, che il Pubblico Ministero invece non legge, non ha letto, se l’è scordata; gli è passato sotto gli occhi e non l’ha visto. Però io l’ho visto e dice: "La Taflin è disposta a migliorare le attuali tenute dei rubinetti con l’inserimento di una membrana metallica sagomata, lavorata a tolleranza nella parte superiore del maschio, realizzando così una seconda tenuta e la Taflin – nota sempre l’ingegner Miani – una serie migliorata di queste valvole da provare su un’autoclave", per vedere se funzionava per il CVM e poi c’è anche un altro punto, il Punto 3, che il Pubblico Ministero non ha visto, perché se non ha visto il 2 era difficile vedere il 3, che formalizza l’impegno della Taflin a studiare l’inserimento di un’ulteriore tenuta posta sul cordolo del volantino, in modo da avere una valvola a tenuta tripla, una valvola assolutamente innovativa rispetto al prodotto standard, come poi è stato confermato anche in dibattimento mi pare dall’ingegner Paolini. Quindi per interventi fatti con materiale vecchio con la Taflin certamente l’accusa non ha alcun senso, ma la vicenda della Taflin è sintomatica di un modo di impostare la risposta alle esigenze industriali. Ancora una volta, da comportamenti di questo tipo, si trae un’indicazione di fondo circa il modo con cui un’industria imposta il problema. Un’industria qualsiasi avrebbe potuto approvvigionarsi di valvole qualsiasi: mettiamo le valvole, raccontiamo che le abbiamo messe, se poi non funzionano bene, diciamo: ma che volete da noi? È la Taflin, sono le valvole che stanno sul mercato. Nel funziona? Eh, non funziona. Ma la Montedison aveva ben chiaro di essere gravata non da un obbligo di mezzi, ma da un obbligo di risultato. Questo era ben chiaro e traspare in modo netto da questa politica aziendale. Io ho un risultato da raggiungere, io ho un obiettivo che non può essere pretermesso, quindi se la Taflin non ha le valvole giuste le deve fare e le farà. Allora resta l’ultima accusa, gli interventi dettati dalla politica della lesina, volti al risparmio, con l’occhio di chi mira essenzialmente alla compressione dei costi. Ma anche qui mi pare che l’esempio a cui il Pubblico Ministero fa riferimento, se non erro, si risolve in un caso emblematico del contrario rispetto a questa censura. Ci sono nel 1974 due commesse, la numero 3317 e la numero 725, rispettivamente del 10 gennaio e del 14 gennaio, quindi quasi concomitanti, che sono commesse destinate a risolvere lo stesso identico problema, perché la 3317 prevede il convogliamento a camino del CVM estratto a fine polimerizzazione con eiettori, mentre il 725 prevede l’estrazione del CVM a fine polimerizzazione non più con eiettori ma mediante strippaggio e recupero del CVM con invio a gasometro. Allora che cosa osserva il Pubblico Ministero? Il Pubblico Ministero dice: avete realizzato la prima commessa, convogliamento a camino, che costava molto meno, per risparmiare e procrastinare i lavori più onerosi, quelli della 725, pur essendo consapevoli che il CVM veniva aspirato dalle autoclavi ed era introdotto nella sala quadri dello stesso reparto attraverso i ventilatori. In sostanza, quindi, ci sarebbe stato un gioco di commesse, simulando un intervento ma realizzandone in realtà uno diverso. Le cose non stanno così, le cose non stanno affatto così, perché nella relazione tecnica della 3317, e cioè nella soluzione diciamo più spiccia, si dice con molta chiarezza che "la soluzione prescelta permette una rapida soluzione anche se parziale del problema rispetto a quello del punto C precedente, cioè lo spurgo dell’autoclave con vapore e recupero del CVM con invio a gasometro, la 725, in quanto si tratta soltanto di collegare gli otto sfiati delle autoclavi con un collettore e portare ad una quota opportuna lo scarico all’atmosfera. D’altra parte questa attrezzatura servirà di emergenza e di riserva anche quando sarà realizzata la soluzione che prevede lo spurgo con vapore" e nello stesso documento si prosegue, come già detto: "Non risolve – questa commessa – non risolve il problema di fondo – erano i primi a saperlo – per la soluzione definitiva viene richiesta un’altra commessa che è la 725. L’attuale modifica è quindi parziale e resterà solo di emergenza per il futuro". Quindi diciamo pure che non si può certo affermare che Montedison abbia adottato la politica della lesina, ma direi il contrario; ha sostenuto il costo di due commesse per risolvere lo stesso problema e lo ha sostenuto solo perché la soluzione definitiva era più lenta e bisognava pur provvedere immediatamente allo scopo di abbattere i valori. Ma dice il Pubblico Ministero non è vero, perché con questa soluzione provvisoria poi il CVM rientrava. Ma anche questo è certamente in qualche misura vero nel senso che la stessa giustificazione dell’investimento dà atto, e si legge in essa, che gli sfiati di questi eiettori sono vicini alla finestratura della sala autoclavi e il CVM, spurgato dall’autoclave, tende a rientrare nella sala. Però, al solito, non è tutto quello che si legge, è una parte di quello che si legge. Ora, la selezione non si può fare amputando il significante, il testo, del suo significato e qui il significato si completa quando il testo si completa dicendo che "l’impiego degli eiettori ha consentito di ridurre la concentrazione del CVM nella sala autoclavi da valori di 50 minuto 500 max PPM a 17 e 50 PPM, quindi la soluzione per quanto provvisoria era risultata tuttavia efficace. Ma alla fine il problema sta proprio in quella obbligazione di risultato, che io stesso ho dichiarato essere sulle spalle di Montedison. Montedison non aveva in quel momento una semplice obbligazione di mezzi, doveva ottenere un risultato e allora ci fu questo risultato, questa riduzione drastica, questo abbattimento dei valori, che finisce con il rappresentare in qualche modo la cartina di tornasole dell’efficacia nel complesso di tutti gli interventi impiantistici? Ci fu, sostiene il Tribunale sulla scorta dei dati, e il complesso degli interventi dunque costituì una risposta efficace, tempestiva, realizzata secondo la migliore tecnologia disponibile. Ma non è vero, dice il Pubblico Ministero, non è vero, perché i dati di rilevamento erano truccati, quindi stiamo a parlare di dati che non sono corretti, non rispecchiavano, dice il Pubblico Ministero, la reale situazione dei reparti, sono assolutamente inattendibili. Mi pare ancora una volta di avere individuato due traiettorie, due prospettive lungo le quali si muove la critica del Pubblico Ministero. La prima prospettiva è la collocazione del gascromatografo, il sistema pluriterminale doveva servire a tagliare le punte di concentrazione e ad abbassare le medie diluendo la concentrazione, quindi il dato ottenuto non era corretto; senza contare poi della seconda prospettiva, che lo strumento, sia i pippettoni che i gascromatografi, erano inidonei allo scopo e quindi inaffidabili. Ora io ancora una volta non intendo entrare nei particolari, si tratta di un ambito processuale riservato all’Avvocato Maccaredda, però, sempre per la posizione che ricopro, due rilievi di carattere generale li debbo esprimere. Il primo rilievo è che i pippettoni e i gascromatografi per funzionare avevano bisogno della collaborazione di una moltitudine di lavoratori, lavoratori fortemente sindacalizzati. Allora a me riesce difficile, ecco, difficile, pensare che la frode delineata dal Pubblico Ministero si consumasse sotto i loro occhi e anzi con la loro involontaria complicità, ma a me pare davvero fuori del mondo in quegli anni a Porto Marghera. Ma c’è di più ed è il secondo rilievo: ognuno di questi strumenti, separatamente esaminato nella sua tendenza, mese dopo mese, ha misurato una regressione continua dei valori di concentrazione fino al valore di una parte per milione raggiunto nel gennaio del 1976. La tendenza costante di diminuzione, misurata e rilevata con lo stesso strumento, dà la prova dell’efficacia degli interventi, perché lo strumento potrà essere imperfetto, ma la tendenza che esprime costante nel tempo, conseguente agli interventi che vado adottando, non può essere il frutto se non di un reale abbattimento dei valori. Alla fine, concludendo sulla parte relativa al primo comma dell’Art. 437, debbo dire che l’accusa mossa in riferimento a questa disposizione si risolve o in una pretesa del tutto inammissibile di dilatare i confini applicativi della fattispecie oltre i limiti della tipicità, e basta usare questa espressione per dire qual è la conseguenza, o in una censura del tutto infondata circa i tempi, l’efficacia e l’attendibilità di strumenti che in realtà sono stati installati, di interventi che in realtà sono stati effettuati e che hanno provocato quello che il Pubblico Ministero definisce "biennio miracoloso" e che io rivendico, non lo definirò miracoloso, miracoloso potrà apparire eccessivo in ogni caso, diciamo che fu un periodo di intensa mobilitazione aziendale alle primissime avvisaglie di un rischio e che fu un periodo di risultati efficaci ottenuti; fu la risposta seria ad un problema che si andava seriamente manifestando, fu una risposta efficace, fu una risposta che esclude ogni possibilità di riferire responsabilità in base all’Art. 437 primo comma. Debbo ora passare al secondo comma della disposizione e per così dire affrontare il tema delle offese gigantesche, quelle offese gigantesche che rappresentano il punto di sintesi secondo il Pubblico Ministero, però vedo che l’ora è relativamente tarda, nel senso che io sono leggermente affaticato, chiederei alla cortesia della Corte, prima di affrontare questo ulteriore capitolo, una brevissima pausa.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.25.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 12.00.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Padovani – Signor Presidente, signori della Corte, come accennavo poco prima della pausa, mi propongo ora di trattare i problemi sollevati dal secondo comma dell’Art. 437 nonché dall’Art. 434 secondo comma in riferimento a quello che in modo compendioso definirei il disastro interno e cioè il disastro che si sarebbe realizzato all’interno dello stabilimento del Petrolchimico, quello cioè indicato nel capo primo dell’atto di accusa, laddove vengono contestate le violazioni sia dell’Art. 437 secondo comma, sia dell’Art. 434 secondo comma, in riferimento all’Art. 449. Si tratta quindi di due disastri innominati – di questa mancanza di nome avrò occasione di parlare in seguito – anche se diversamente innominati, quello dell’Art. 437 è solo relativamente tale perché è definito in qualche misura dal raggio teleologico della condotta: omissioni di apparecchi destinati a prevenire disastri o infortuni e quindi vi è un vincolo di destinazione finalistica che in qualche modo orienta anche l’evento aggravatore del secondo comma nella sua definizione. Ma non è questo il punto. Il punto è che qui, per dirla in parole molto povere, il disastro interno è un disastro ballerino, mi si passi l’espressione, che ora giustificherò, un disastro che un po’ c’è e un po’ non c’è. In che senso un po’ c’è e un po’ non c’è? La sentenza, alla pagina 266, dà atto che il Pubblico Ministero è ricorso alla fattispecie dell’Art. 434 per utilizzarla come trade union tra i due capi di imputazione e anzi per configurare un unico disastro, in quanto l’attività d’industria e d’impresa ha esplicato i suoi effetti ed influssi sia all’interno che all’esterno della fabbrica, cioè provocando lesioni personali e morte ai lavoratori esposti e altresì determinando un grave inquinamento etc. etc. Il Tribunale interpreta credo più che correttamente le parole del Pubblico Ministero, che nella requisitoria del 7 giugno 2001 aveva sostenuto molto fermamente e molto convintamene, tanto da convincere anche noi in qualche misura, non della fondatezza dell’accusa, ma del modo non cui l’accusa veniva formulata, che il disastro è unico e riguarda sia il primo capo d’accusa che il secondo, in quanto l’attività d’industria e d’impresa ha esplicato i suoi negativi effetti ed influssi sia all’interno che all’esterno della fabbrica, il tutto unificato dal vincolo della continuazione e dall’aggravante dell’aver agito nonostante la previsione dell’evento. "Quindi il disastro è unico" disse il Pubblico Ministero, "il disastro è unico" dice la sentenza, ripetendo le parole del Pubblico Ministero, nel senso che si parla di un unico disastro. Per carità, è un parlar problematico fin dalle prime battute, perché se da un lato si dice "il disastro è unico", poi si parla di unificazione col vincolo della continuazione, ma se si parla di continuazione si parla di più reati e se si parla di più reati allora il disastro non è più unico, ce ne saranno almeno due. Si dice poi che l’unificazione sarebbe stata data dall’aggravante costituita dall’aver agito nonostante la previsione dell’evento, ma riesce molto difficile comprendere come una circostanza che è per definizione un elemento accidentale possa dare unità agli elementi costitutivi di un reato, perché diventerebbe quel che non è, e cioè costitutiva. Ma non vale la pena di approfondire questo discorso, perché debbo dire la verità, con mio stupore personale, nell’atto d’appello il Pubblico Ministero sembra avere mutato rotta; sembra, ma anche un po’ più che sembra, perché a pagina 1056 del suo atto d’appello, il Pubblico Ministero scrive testualmente, e ancora una volta gli attribuisco le parole per come sono vergate: "Si ritiene di sistemare dogmaticamente il rapporto tra disastro innominato colposo Art. 449 e 434 ed omessa collocazione di impianti antinfortunistici, nel senso che il capoverso dell’Art. 437 costituisce un reato complesso in cui l’evento disastroso, l’altro disastro o infortunio, concreta appunto un disastro innominato colposo che viene dunque assorbito nel reato di omessa collocazione seguita dal disastro". Allora i disastri non sono più uno solo, sono due: quello del primo capo di imputazione e quello del secondo, dove pure si ricontesta l’Art. 434 secondo comma. Quindi c’è un disastro secondo la prospettiva accusatoria che si riferisce allo stabilimento di lavoro e c’è un disastro che si riferisce invece all’ambiente esterno, perché abbiamo sistemato dogmaticamente l’Art. 434 nell’ambito del capoverso dell’Art. 437, cioè abbiamo riconosciuto che il disastro che viene in gioco è quello dell’Art. 437, il quale disastro a sua volta è conseguente in ipotesi all’omissione di impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire per l’appunto disastri sui luoghi di lavoro. Ora, a questo punto quindi dobbiamo ridistinguere, così come pareva all’origine nella formulazione del capo d’imputazione quale appariva, ma quale poi è stata smentita dalla requisitoria del Pubblico Ministero in primo grado, che ha parlato espressamente di unicità del disastro, dobbiamo ritornare alle origini e dire: i disastri sono due, c’è un disastro interno e un disastro esterno. Ora, per carità, non voglio esprimere alcun apprezzamento su questa incertezza, però valutarla nelle sue conseguenze rispetto agli imputati forse è necessario che io lo faccia e cioè a dire, pongo una domanda: ma quant’è che dobbiamo aspettare per sapere esattamente com’è la contestazione, cioè quanto tempo? Dobbiamo arrivare in Cassazione, in ipotesi? Cioè dove dobbiamo arrivare per sapere esattamente di che cosa siamo accusati? Due disastri, un disastro, due disastri? Non lo so. Ma, transeat, diciamo due disastri e due disastri in cui l’Art. 434 secondo comma contestato nel primo capo d’imputazione rifluisce nel capoverso dell’Art. 437. A questo punto, pur constatando che dopo questa sorta di programma che il Pubblico Ministero enuncia e cioè l’Art. 437 capoverso è un reato complesso e quindi in definitiva si deve parlare solo del disastro aggravatore dell’omessa collocazione di impianti o apparecchi, poi in realtà continua a parlare dell’Art. 434 secondo comma. Ma, se sono la stessa cosa, diventa un problema diciamo più nominalistico che altro, fino ad un certo punto per la verità, comunque un problema non così essenziale. Il problema è: dove sta il vizio del Tribunale, in che cosa ha errato il Tribunale nel pronunciare sentenza assolutoria? Il Pubblico Ministero è molto chiaro sul punto. Alla pagina 1052 dell’atto di appello si censura la pronuncia assolutoria alla quale il Tribunale è pervenuto sulla base di un’interpretazione non corretta della fattispecie contestata, stiamo parlando, è il titolo del paragrafo di disastro innominato colposo e i suoi rapporti con l’Art. 437: "Il reato di disastro andrebbe inteso – dice il Pubblico Ministero – secondo il Tribunale, come evento di danno caratterizzato nel suo manifestarsi dalla gravità, complessità, estensione e diffusività". "Ma è chiaro – obietta il Pubblico Ministero – che il Tribunale ha operato un’indebita sovrapposizione tra l’evento di pericolo richiesto dalla norma in discussione e gli eventi di danno a quel pericolo conseguiti, quindi verosimilmente le morti e le lesioni". "Il Tribunale – prosegue il Pubblico Ministero – assume gli eventi di danno quali elementi costitutivi della fattispecie colposa, mentre avrebbe dovuto configurarli come condizione di punibilità dell’ipotesi aggravata di disastro considerata al comma secondo dell’Art. 434". Per verità si dovrebbe parlare del 437, ma transeat. "Se è vero che la fattispecie in esame richiede un evento di danno, altrettanto vero è che non si esige un danno alle cose o alle persone, essendo necessaria e sufficiente l’insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno. Il modello di reato come offesa ai beni giuridici abbraccia non solo comportamenti che ledono il bene nella forma della distruzione, alterazione o diminuzione di valori, ma anche comportamenti che lo espongono a pericolo. La valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare". Non tutte queste affermazioni sono facili da comprendere e francamente poche sono facili da accettare. È difficile accettare, per esempio, che gli eventi di danno che secondo il Pubblico Ministero dovrebbero essere costituiti nella prospettiva del Tribunale dalle morti, da quel che ho capito, dovrebbero costituire la condizione di punibilità di cui al secondo comma dell’Art. 434. Qui mi sono smarrito, mi sono smarrito, mi sono sentito perso; perso, perché ancora una volta ho avuto come una sorta di sdoppiamento della vista: ma di che stiamo parlando? C’è una prima parte della disposizione, il primo comma dell’Art. 434, che è delineata in forma di attentato: chiunque commette un fatto diretto a provocare un crollo e un altro disastro, poi c’è un secondo comma: se il crollo e il disastro avviene... Ora, io non pretendo niente di particolare, ma visto che mi sono imbattuto per mia fortuna in lettori così assidui del mio manualetto di diritto penale, tante volte avessero letto anche questo capitoletto dove si spiega come e per quanto, ma lo si spiega sulla scia di una tradizione dottrinaria che non ho inventato io – sono un ripetitore, un semplice ripetitore – dove si spiega come ugualmente in questi casi l’evento che segue alla fattispecie di attentato non è una condizione di punibilità; è l’evento costitutivo del reato perché non può non essere che voluto, visto che la fattispecie di base è un fatto diretto a provocare dolosamente e se l’evento si verifica è appunto l’evento che dolosamente si intendeva provocare in base alla disposizione anticipatrice della tutela del primo comma. Io dolosamente commetto un fatto diretto a, se il crollo si verifica non potrò mica dire che il crollo è oltre o indipendente dalla mia volontà. E comunque, nella forma colposa, quella dell’Art. 449, l’evento costituisce evento costitutivo di una fattispecie colposa causalmente orientata: chiunque cagiona quell’evento, e quindi cagiona per colpa un disastro. Quindi qualunque cosa, qualunque cosa significhi disastro nel secondo comma dell’Art. 434, la sua imputazione a norma dell’Art. 449 esige la colpa. Cosa c’entri la condizione di procedibilità io sinceramente non sono riuscito a capire. Ma dicevo poc’anzi "qualunque cosa significhi disastro", qualunque cosa significhi deve essere imputata a titolo di colpa, ma significa qualcosa però disastro; disastro non è una parola sulla quale si possa sorvolare, dalla quale si possa prescindere. Si tratta dell’evento costitutivo della fattispecie causalmente orientata, vuoi nell’Art. 434 secondo comma, vuoi nell’Art. 437 secondo comma. Allora io mi sono prima di tutto chiesto: ma che cosa significa disastro per il Pubblico Ministero? Perché il Pubblico Ministero si arma e va all’attacco della sentenza, ma si arma di che? Si arma del suo concetto di disastro, con il quale combatte contro il Tribunale. Il Pubblico Ministero ha un’affermazione perentoria, anzi due affermazioni perentorie: "Se è vero che la fattispecie in esame – stiamo parlando del 434 secondo comma, a pagina 1053 dell’atto d’appello – richiede un evento di danno, è altrettanto vero che non si esige un danno – non si esige un danno – alle cose o alle persone, essendo necessaria e sufficiente l’insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno", e poi: "La valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare". Allora, se io ho capito bene, il Pubblico Ministero vuol dire che per il concetto di disastro non si esige un danno alle cose o alle persone, si esige uno stato di fatto da cui derivi un pericolo. Ma io chiedo: ma questo stato di fatto, che è indefinito, che non si identifica in un danno a cose, che non si identifica in un danno a persone, che pur tuttavia è richiesto ai fini della fattispecie, ma cos’è? Ma cos’è? Perché apparentemente il Pubblico Ministero ci precipita in un’oscurità totale, nel buio a mezzanotte, salvo che, a me pare, che poi in definitiva, dietro questo rigirar di parole, c’è chiara un’idea: il disastro sta nel pericolo, punto, il pericolo per la pubblica incolumità. Dove c’è pericolo, c’è disastro. Questa è l’idea, questa è l’idea, tanto è vero che si insiste sull’escludere che sia necessario un danno alle cose o alle persone, quindi è sufficiente l’insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno, cioè è sufficiente il pericolo e difatti la valutazione di disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare. La valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare. No, francamente non ci siamo. Ancora una volta si tratta di una ermeneutica francamente eccentrica, per non dire assolutamente singolare. Basta rifarsi al testo più piano diciamo in ordine all’esplicazione dei dettati normativi, perché qui non possiamo pensare di introdurre grandi sofismi dogmatici; qui dobbiamo avere cose semplici, chiare, tra le mani. Non è con i sofismi dogmatici che si risolvono problemi quali quelli posti da questa vicenda processuale. Qui si va con categorie chiare, nette, precise, incontrovertibili. Allora apriamo la relazione del guardasigilli buonanima alla parte seconda, a pagina 221, la apriamo e leggiamo che cosa il guardasigilli pensava si dovesse intendere per disastro: "Il disastro si realizza – dice il guardasigilli – quando il dissolvimento della cosa sia tale da produrre effetti straordinari per gravità, complessità ed estensione", e prosegue subito dopo: "La natura di questi reati, delitti contro l’incolumità pubblica, è facile da lasciare facilmente comprendere – facilmente, facilmente, mai parola fu più illusoria, visto che dopo ottant’anni stiamo ancora qui a parlare di una cosa del genere, quindi è tale da lasciar facilmente comprendere, non tanto dico io – che essi debbono ritenersi consumati solo nel momento in cui la condotta criminosa ha prodotto un danno di tale rilevanza, dissolvimento della cosa che produce effetti straordinari per gravità, complessità ed estensione, da potersene dedurre l’attitudine a mettere in pericolo la pubblica incolumità", e cioè la nozione di disastro costruita sulla base del doppio parametro: c’è un referente materiale di base e c’è una proiezione teleologica, un giudizio prognostico che assume quel referente. Il referente materiale è un macroevento di danno, è un superdanneggiamento unificato in termini di gravità, complessità, diffusività, estensione. Questo lo dice la relazione del guardasigilli, non ci vuole un professore di diritto penale, non ci vuole nessuno; ci vuole un lettore, basta. Uno apre, legge e dice: ah, sì, è così. Ma ancora una volta, uno dice: ma non è che il guardasigilli, che poteva avere le sue idee più o meno strane, ci ha raccontato qualcosa ma in realtà poi nel testo normativo ne abbiamo un’altra? No. Se noi prendiamo una qualsiasi delle ipotesi di disastri nominati, cioè di quelli che hanno un nome, un cognome e un indirizzo, inondazione, frana, valanga, disastro ferroviario, disastro aviatorio, noi che cosa troviamo? Troviamo che in ciascuno di questi si verifica per l’appunto la presenza indispensabile, ai fini dell’integrazione del concetto, di quel macroevento di danno dotato di quelle caratteristiche di estensione, di complessità, di diffusività e di gravità. Estensione, chi direbbe che c’è una frana se io butto un sasso che scorre lungo la collina? Nessuno, eppure la dinamica è quella della frana, ma ci vuole un’estensione maggiore. Se invece butto giù cinquanta massi che ne trascinano cinquecento, ecco che ho fatto una frana. La dinamica poi è identica, sassolini e massi. Poi, mentre il sasso scorre giù lungo la china, la frana implica una complessità di processi e dinamiche causali e una diffusività, cioè l’attitudine ad espandersi in un ambito incontrollabile, e così via. Non potremmo mai parlare di disastro ferroviario, di naufragio, di incendio, se non in presenza di un fenomeno di questo tipo. Tra accendere un cerino e bruciare una casa, beh, il processo di combustione è esattamente lo stesso, si svolge chimicamente allo stesso modo, però c’è la differenza rappresentata dalla complessità, dall’estensione, dalla gravità e dalla diffusività. Quindi è necessario un macroevento di danno, in più il disastro deve proiettarsi in un pericolo per la vita e l’integrità personale di una collettività di persone potenzialmente indeterminate e questa è la proiezione teleologica: danno e pericolo. L’evento di danno è in qualche modo un elemento normativo, come si dice, cioè un elemento che per essere apprezzato ha bisogno di una valutazione normativa, con un doppio parametro: in funzione diagnostica, per stabilire ciò che è stato il macrodanneggiamento e in funzione prognostica per stabilire ciò che poteva accadere, il pericolo per la pubblica incolumità. Sono cose così scontate che poi anche il legislatore successivo si è in qualche modo adeguato, perché non ci voleva niente di particolare per recepire questo tipo di caratteristica strutturale del disastro: aggredisce una cosa per proiettarsi sulle persone, senza che sia necessario che le persone siano danneggiate. Certo, possono anche esserlo, se lo sono ci saranno dei reati appositi per reprimere quelle offese personali che vanno sotto il nome di lesioni e omicidi, ma ai fini del disastro serve un pericolo per la pubblica incolumità, sul presupposto di un evento di danno. Questo approccio si riproduce pari pari, guarda caso, nella definizione di incidente rilevante contenuta nell’Art. 3 della lettera F del Decreto Legislativo 17 agosto 1999 numero 334: "Attuazione della direttiva CEE relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose". Che cosa si intende per incidente rilevante? Per incidente rilevante si intende un evento, quale un’emissione, un incendio, un’esplosione di grande entità, dovuta a sviluppi incontrollati che si verifichino durante l’attività di uno stabilimento e che dia luogo ad un pericolo grave, immediato o differito per la salute umana o per l’ambiente. Qui c’è in più solo il riferimento all’ambiente come oggetto del pericolo, ambiente che invece non è compreso nell’ambito dei delitti contro l’incolumità pubblica, dove il pericolo è pericolo per l’uomo, non pericolo genericamente per l’ambiente, è pericolo per l’uomo. Ma, al di là di questa diversità della proiezione teleologica, poi la struttura del concetto è la stessa: l’emissione, l’incendio, l’esplosione, lo sviluppo incontrollato, l’attività dello stabilimento che dia luogo al pericolo grave. Quindi doppio parametro: evento di danno, giudizio di pericolo. Una volta chiarito questo punto, non trascurabile evidentemente se il Pubblico Ministero manifesta questo genere di valutazioni, possiamo porre la domanda: ma dove sta il disastro interno, quello che rileverebbe ex Art. 434 secondo comma e che dovrebbe essere ricompresso nell’Art. 437? Perché il Pubblico Ministero ci ha detto che la valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare, ma se si accetta, come si deve accettare, mi pare incontrovertibile, che occorre il referente materiale, che occorre il macrodanneggiamento, dove sta il referente materiale? Ce lo siamo persi per strada? Il Pubblico Ministero sembra mi pare non preoccuparsene affatto, perché a mio avviso assume il Pubblico Ministero, e assume coerentemente con se stesso, coerentemente con se stesso – anche se, soggiungo io, solo con se stesso – che la contestazione si regge esclusivamente sul pericolo per la pubblica incolumità all’interno del luogo di lavoro. In questo sta il disastro per lui, in questo. Che andate cercando? Il pericolo per la pubblica incolumità è il disastro e io ritengo che questo pericolo si sia espresso all’interno dei luoghi di lavoro. Del resto, una volta tanto, il capo d’imputazione non poteva essere più chiaro, perché nel Capo 1 scriveva a suo tempo il Pubblico Ministero, ma è una scrittura, ahimè, sempre tristemente attuale: "Rispondono del delitto tal dei tali, perché con più azioni ed omissioni cagionavano il delitto di strage e di disastro – di cui agli Artt. 422 e 434, la strage è persa, quindi di disastro - mediante azioni ed omissioni come meglio specificato più oltre – abbiamo visto la catena delle omissioni – che cagionavano pericoli per la pubblica incolumità sia all’interno che all’esterno dei reparti". Allora è chiaro, è proprio così: cagionavano pericoli, questo è il disastro, con azioni ed omissioni cagionavano pericoli. Il Pubblico Ministero semplicemente salta l’evento di danno, né più, né meno; lo cancella, riscrive la norma. Io non dico che la sua non sia una norma plausibile, pericolosa ma plausibile, ma non è la nostra grazie al cielo, non è la nostra. Per il Pubblico Ministero il disastro è un reato di mero pericolo, mentre secondo la nostra legge è un reato di danno rispetto al danneggiamento e di pericolo per la pubblica incolumità, anzi più precisamente di danno e, solo di conseguenza, anche di pericolo. Un’interpretazione quale quella prospettata dal Pubblico Ministero risulterebbe diciamo più che analogica, fuori davvero di ogni possibile cittadinanza, secondo il nostro sistema normativo e in effetti una disposizione di questo tipo non sarebbe ammissibile, io credo, neanche da un punto di vista costituzionale, perché la descrizione dell’evento nel disastro si ridurrebbe al giudizio. In pratica, tutta la fattispecie starebbe nel giudizio di pericolo e quindi avremmo in sostanza una situazione nella quale il Pubblico Ministero diventa, attraverso la contestazione, arbitro di una valutazione incontrollabile. Il referente materiale è in realtà il baricentro della tipicità, perché assicura il principio di materialità, ha quindi una funzione garantistica assolutamente primordiale; definisce, per così dire, il corpus delicti. Diversamente lo stesso giudizio di pericolo finisce con lo smarrire il suo oggetto, diventa intrinsecamente arbitrario, vaga senza oggetto perché in realtà sta in una fattispecie senza tipicità, quindi non è nemmeno concepibile nel nostro ordinamento una situazione quale quella prospettata dal Pubblico Ministero. Ma le cose non cambiano se il discorso si sposta sul piano del secondo comma dell’Art. 437, che dovrebbe rappresentare il nuovo termine di riferimento per il piano dell’accusa, visto che il disastro rifluisce nell’ambito del capoverso. Ora, nel caso dell’Art. 437 vi sono ragioni ulteriori per escludere l’ammissibilità anche solo ipotetica dell’interpretazione del Pubblico Ministero, perché vedete ad un certo punto si potrebbe dire: nell’Art. 434 secondo comma c’è "se il disastro avviene in conseguenza di un fatto diretto a", la fattispecie colposa 449 è cagionare un disastro, reato a forma libera, necessità del referente materiale tipico; nel 437 in fondo si dice "se dall’omissione deriva un disastro". Chi ci impedisce, potrebbe dire il Pubblico Ministero, di identificare questo disastro in un connotato valutativo più labile di quello richiesto comunemente nell’ambito dei delitti contro l’incolumità pubblica? Sarebbe troppo facile dire, sempre di disastro si parla, viva Dio, e se si parla di disastro, secondo la relazione, si parla di un referente materiale e di un giudizio prognostico. Ma io voglio ancora una volta seguire il Pubblico Ministero sulla sua strada, voglio provare a vedere l’effetto che fa, l’effetto che fa la sua teoria, perché io nutro una convinzione profonda, che finora non ha mai trovato smentita: non bisogna avere paura delle tesi infondate, non bisogna mai respingerle con l’indice puntato, "vade retro satana", "cave canem", mai un giudizio di inammissibilità preventivo: "non ti considero perché". No, le tesi, ancorché infondate, devono morire da sole e per morire da sole c’è un solo modo: applicarle e vedere l’effetto che fanno. Le tesi infondate devono dimostrarsi infondate, devono morire su se stesse; non devono lasciare dubbi, non devono mantenere un’aurea di rispettabilità, perché se sono infondate non lo meritano e se sono fondate meritano di succedere. Quindi la loro chance devono averla e io gliel’ho data e vediamo l’effetto che fa. Tutti sappiamo che il delitto di cui all’Art. 437 primo comma è, come si dice, di pericolo presunto, nel senso, mi sforzavo di chiarirlo prima, o meglio di ripeterlo prima – io non chiarisco ma ripeto ciò che gli altri hanno chiarito – è un delitto di pericolo presunto nel senso che il legislatore non richiede l’accertamento del pericolo in concreto, ma ritiene che la propria selezione del fatto tipico, cioè il modo come ha il legislatore strutturato il fatto tipico, sia tale da giustificare sempre e comunque l’immanenza di un pericolo: io vi ho costruito la fattispecie in una maniera tale che voi il pericolo non lo potete mai escludere, c’è per forza. Un pizzico di delirio di onnipotenza si ravvisa, ma se il delirio di onnipotenza non ce l’ha il legislatore che fa (de albo nigrum e de quadrato rotundum), chi altri può averlo? Pericolo presunto, benissimo. Naturalmente, se la fattispecie è costruita intorno all’idea di pericolo e se è vero che non è necessario l’accertamento in concreto di questo pericolo, mi si vorrà concedere che non è escluso che il pericolo in concreto ci sia; anzi, nell’auspicio implicito del legislatore, è che di solito ci sia anche il pericolo in concreto, perché il legislatore sarà anche ispirato da un delirio di onnipotenza, ma non è un pazzo, non è un pazzo e quindi ritiene di presumere secondo ragione e secondo ragione quindi, se la selezione dei fatti punibili è fatta bene, è compiuta correttamente, ecco che ci sarà, sotto quella presunzione di pericolo, un pericolo concreto. Tiene il ragionamento? Credo di sì. Allora, se fosse vero quello che dice il Pubblico Ministero, che fonda il disastro sul pericolo, sul pericolo concreto naturalmente, ogniqualvolta nella fattispecie dell’Art. 437 si ravvisasse il pericolo in concreto, bisognerebbe transitare armi e bagagli nel secondo comma dell’Art. 437 e dire: signori miei, pericolo in concreto, il disastro anima il pericolo, siamo al disastro, signori, siamo arrivati al disastro, al pericolo in concreto, col risultato che per realizzare la fattispecie base, cioè per realizzare la fattispecie non aggravata, non disastrosa, bisognerebbe escludere il pericolo in concreto e cioè a dire la presunzione di pericolo sarebbe presunzione che il pericolo non c’è, e qui il discorso è concluso, siamo arrivati al paradosso. La tesi del Pubblico Ministero è morta da sola, (parce sepulto). Certo se vogliamo dire che il canone ermeneutico a cui riteniamo di doverci uniformare è il paradosso, allora siamo a casa nostra; se riteniamo che il canone ermeneutico a cui ispirarci sia l’antinomia, siamo arrivati a destinazione. Ma se non è così, se i canoni ermeneutici sono ispirati a criteri di ragione, allora la tesi del Pubblico Ministero muore applicandosi. Quindi dimettiamo l’idea stessa di disastro interno e consegniamola agli archivi di questo processo come una delle espressioni più sconcertanti, ma anche debbo dire più inconsistenti. Il Pubblico Ministero, proprio a proposito del disastro innominato, ad un punto della sentenza dove si lamenta delle formule assolutorie, dice: ma qui avete assolto perché il fatto non costituisce reato, vi siete dimenticati delle malattie di Reynaud, come se le malattie di Reynaud c’entrassero con il disastro. Ma su tutto, su tutto fa agio platealmente l’inconsistenza dell’accusa, che non si è nemmeno proposta in termini giuridicamente ammissibili e che quindi doveva essere respinta necessariamente al mittente. Il Tribunale di Venezia è stato generoso, perché ha consentito che un processo si sviluppasse nonostante mancassero le indicazioni del disastro, cioè si è accontentato che gli si dicesse che il disastro c’era. Su che cosa cadesse non si diceva, perché, l’abbiamo scoperto ora in grado d’appello, non era importante, secondo il Pubblico Ministero e il Tribunale, fiduciosamente, ha detto: beh, vorrei vedere, durante il dibattimento vedrai che il Pubblico Ministero ora mi fa vedere il macroevento di danneggiamento, me lo porta, io me lo guardo, lo riporto alla casella del disastro, poi discutiamo sul pericolo e vedrai che forse c’ha ragione lui. Ma quando si arriva in fondo e si scopre che non c’è nulla, come si reagisce? Come ha reagito il Tribunale di Venezia, con continenza assoluta, ma senza poter fare più alcuno sconto, perché a quel punto si trattava di decidere su valori estremi, come giustamente dice il professor Stella. Ma si potrebbe dire, o potrebbe obiettare il Pubblico Ministero, e mi pare che abbiano già obiettato le Parti Civili: furbetti, non pensiate di svincolarvela, perché nell’Art. 437 non c’è solo il disastro, c’è pure l’infortunio, c’è pure l’infortunio e allora gli infortuni ci sono. Va bene, le omissioni non ci sono, voi le discutete? Noi diciamo che ci sono, e poi da queste omissioni, che noi diciamo che ci sono, sono derivati pure gli infortuni, perché non vorrete venirci a raccontare che l’infortunio deve essere disastroso? Perfetto, benissimo, l’infortunio non deve essere disastroso, perché sennò non avrebbe senso menzionarlo accanto al disastro. Infortunio e disastro, se l’infortunio fosse disastroso perché rammentarlo? Quindi ancora una volta siamo d’accordo. L’infortunio sul lavoro non occorre che sia disastroso e può riguardare anche un singolo lavoratore, che rappresenta in qualche modo l’epifenomeno, la concretizzazione di quella pubblica incolumità, alla cui tutela poi è volto l’obbligo di collocare mezzi ed apparecchi. Qui naturalmente ci sono degli ostacoli da superare e gli ostacoli sono rappresentati dalla necessità di distinguere tra infortunio sul lavoro e malattia professionale, perché tutto si potrà dire ma non che le affezioni contestate asseritamene come conseguenze dell’esposizione al CVM – contestate asseritamene come conseguenze – siano tecnicamente l’infortunio sul lavoro, per lo meno ai sensi dell’Art. 2 del Testo Unico del 1965 numero 1124, sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro. La nozione di infortunio sul lavoro, da cento e passa anni a questa parte, è quello di una malattia determinata da causa violenta in occasione del lavoro, mentre la malattia professionale, anche se non definita da un testo normativo, è intesa comunemente come ogni forma patologica causata dall’applicazione ad attività lavorative, a prescindere da qualunque infortunio. Certo, può anche derivare da un infortunio, ma la malattia professionale trascende ampiamente i limiti dell’infortunio. A questo punto, la distinzione tra le due nozioni, l’irriducibilità della malattia professionale, categoria alla quale in ipotesi potrebbero essere ricondotte le patologie asseritamene derivate da esposizione al CVM, non è riducibile a quella di infortunio sul lavoro, non lo è. Ma non lo dico io, stante che la mia parola conterebbe meno di zero, lo dice la Corte Costituzionale e tutti conosciamo quell’ordinanza, 232 del 1983, che ha dichiarato l’inammissibilità della questione prospettata sotto il profilo della disparità di trattamento. Era stato detto alla Corte: Corte, perché nell’Art. 437 si comprende solo l’infortunio e non anche la malattia, quando la malattia può derivare dalle stesse condotte che determinano l’infortunio? Perché distinguerli nel senso che l’uno viene ricompreso nel raggio teleologico della norma, l’altro viene implicitamente escluso? La Corte ha risposto: non vi posso accontentare, perché dovrei rendere una pronuncia dalla quale scaturirebbe una nuova fattispecie penale, la cui previsione è invece riservata al legislatore, in forza del fondamentale precetto dell’Art. 25. In buona sostanza, non posso fare sentenze additive, non le posso fare. Presupposto logico della decisione: la malattia professionale non è riducibile all’Art. 437, perché sennò la risposta della Corte doveva essere: guarda che la questione è manifestamente inammissibile, perché tu mi stai chiedendo di fare una cosa che già c’è e allora, se tu mi chiedi una cosa inutile, io ti rispondo con una pronuncia di manifesta inammissibilità. Invece io ti rispondo dicendo che è solo inammissibile perché tu mi chiedi di fare quello che io, Corte, non posso fare, cioè espandere i limiti della norma incriminatrice. Del resto questa distinzione è evidente nel sistema. La Corte conosce meglio di me l’Art. 590 e le sue aggravanti e la disciplina della perseguibilità a querela, laddove malattia professionale e infortunio sono menzionati alternativamente, sul presupposto che rammentare una sola di queste due nozioni significherebbe escludere l’altra: si dice che è aggravata la lesione quando dalla violazione cautelare è derivato un infortunio o una malattia; si dice che la perseguibilità a querela non sussiste quando si tratta di una lesione derivata da infortunio o da malattia professionale. Li si rammenta insieme perché l’uno non è compreso nell’altro, l’uno non è riducibile all’altro. Poi la Cassazione ha fatto la sua parte. Non l’ha fatta bene, mi sia consentito e non l’ha fatta bene perché, dopo questa decisione della Corte, si è mossa un po’ come col gioco delle tre carte, anzi (peniuria verbis), nel senso che da un lato si è detto che la nozione di infortunio tradizionalmente invalsa è eccessivamente riduttiva e che il concetto di causa violenta comprende tutte le possibili forme di lesività, per cui il concetto di infortunio coincide con l’azione lesiva di agenti esterni. Allora, io dico, e la malattia professionale? Quali sono gli agenti interni? Ma com’è possibile che la malattia professionale si sviluppi solo per agenti interni? Questa è una definizione abrogatrice del concetto di malattia professionale, è una definizione che serve a far coincidere le due nozioni in modo che la malattia professionale entri a vele spiegate e si risolva interamente nel concetto di infortunio. Perciò dicevo è un gioco un po’ scoperto, visto che si fa finta di conservare un ambito applicativo alla malattia professionale dopo averla amputata, senza poter però riconoscere a quella nuova nozione il benché minimo spazio, perché in sostanza tutto ciò che deriva da agenti lesivi esterni, e quindi provenienti dall’ambito di lavoro, identificano un infortunio e solo quando gli agenti siano puramente interni identificano una malattia professionale. E com’è che uno può sviluppare una malattia per soli fattori interni lavorando? Non sarà mai una malattia professionale, sarà una malattia sua, sarà una malattia che lui comunque si porta dietro, ma una malattia professionale esige un rapporto con l’esterno e con un esterno qualificato. Non parliamo poi dell’altro orientamento giurisprudenziale, dico orientamento, ma francamente sono tre sentenze in tutto, quindi non ingigantiamo la cosa, sono tre sentenze e c’è quella del 1996 che addirittura scade nel grottesco, perché questa identifica la malattia coincidente con l’infortunio in una serie di microinfortuni di cui la malattia sarebbe composta, occasionalmente si trattava di una otopatia, di un’affezione auditiva che aveva prodotto una diminuzione dell’udito e che, secondo la Cassazione del 1996, finiva con l’essere provocata da una serie di traumatismi diluiti nel tempo, cioè a dire: le onde sonore colpiscono il timpano, lo traumatizzano con un microinfortunio; quando i microinfortuni si sono sommati, ecco che viene fuori la malattia professionale, che però è fatta da microinfortuni. Quindi la malattia professionale sarebbe una specie di figura esponenziale dei microinfortuni. Ma quando è possibile, per esempio nelle otopatie, è una soluzione escogitata manifestamente per quel caso singolo e francamente non so quanto possa essere estesa. Ma io, devo dire la verità, non sopravvaluterei troppo questo percorso, non lo sopravvaluterei perché quando anche si accogliesse questa interpretazione ultraestensiva, diciamo le parole con il loro nome, analogica ma con grande abbondanza, del concetto di infortunio sul lavoro, quando anche si accogliesse questa interpretazione, poi dopo i problemi sono solo cominciati, non è che sono finiti i problemi; i problemi cominciano, perché l’infortunio del capoverso dell’Art. 437 deve dipendere causalmente da una precisa condotta omissiva, quindi i problemi della causalità si scaricherebbero tutti immediatamente sull’Art. 437, immediatamente, con l’aggravante, se così posso dire, che qui il capo d’accusa non identifica condotte e l’Art. 437 non è un reato a forma libera, è un reato a forma vincolatissima, come abbiamo visto. L’omicidio colposo è un reato dove il problema, identificare la condotta contingentemente necessaria, c’è ovviamente, ma poi questa condotta può essere una qualunque. Quindi si gioca in qualche modo sul velluto: se non è questa, è quell’altra. Il problema alla fine resta uno solo, la causalità del CVM. Ma qui non c’è solo questo, c’è anche il problema dell’identificazione di una precisa condotta, perché le condotte di genere non bastano più; bisognerà che mi si dica quale omissione, di quale precisa cautela in rapporto a quale preciso lavoratore ha determinato quel preciso infortunio e la descrizione dell’evento implica per l’appunto questo: l’identificazione di una condotta e di un evento specificamente connotati, senza contare poi che sorgono i soliti problemi dell’imputazione obiettiva. Allora io capisco il Pubblico Ministero, lo capisco, e lo capisco molto, perché, vedete signori della Corte, il Pubblico Ministero quando identifica il disastro col pericolo e appiattisce il pericolo sull’omissione spera di saltare la causalità in questo processo, spera di saltarla; l’idea del disastro-pericolo è la carta che dovrebbe permettergli di dimenticare il suo fronte più tenebroso e lacerato, quello della causalità. La sua Caporetto. Il Pubblico Ministero vorrebbe fare del 437 il Piave, ma si è dimenticato che se sul 437 siamo al Piave, gli italiani siamo noi e lui è l’austriaco. Questa è la verità. Attraverso l’identificazione di un concetto di pericolo che ammette l’arbitrio, che svincola dalla causalità, che rende irrilevante la verificazione del danno, ecco che il Pubblico Ministero spera di aver risolto i propri problemi. In realtà non li ha risolti, li ha solo confessati; ha confessato per tabulas quali sono i suoi problemi, il problema di non saper spiegare causalmente gli eventi che in origine in primo grado si è sforzato di attribuire alla fattispecie propria, quella dell’omicidio, perché in primo grado questo fulcro della vicenda processuale, questo punto di riferimento che sarebbe l’Art. 437, praticamente non c’è stato quasi e certo non è stato il fulcro di niente. Lo è diventato ora e lo è diventato perché dovrebbe essere la scorciatoia. Perciò non si parla di infortunio, perché l’infortunio riproduce gli stessi problemi delle fattispecie commissive con evento che hanno creato tanti dispiaceri al Pubblico Ministero in primo grado e non vale la pena parlare di infortunio e siamo punto e a capo: parliamo di disastro e costruiamo il disastro nei termini che abbiamo visto. Purtroppo, ripeto, al Piave l’austriaco è lui. Così ho finito anche questa parte relativa al cosiddetto disastro interno e posso quindi avviarmi nell’ultima parte significativa, prima di affrontare quelle modeste questioni legate alla responsabilità civile, che io debbo come accennavo all’inizio forzatamente proporre, perché il mio ruolo è anche quello, debbo affrontare – dicevo – i problemi del disastro esterno, il disastro cioè che riguarda le aree vicine al Petrolchimico, il capo secondo dell’imputazione. Ora, la parte terza dell’atto di appello del Pubblico Ministero si apre, la Corte lo ricorderà meglio di me, con un capitolo dal titolo molto forte: "La deformazione dell’accusa operata dal Tribunale". Quando l’ho letto, ho detto: ah, ci risiamo, un’altra deformazione, che già l’avevamo vista in precedenza, però quella di prima non era così grave da meritare il titolo di un capitolo. Ora invece si tratta evidentemente di una deformazione molto più consistente. Il Tribunale, cadendo nel solito vizio già rilevato a proposito dell’Art. 437, avrebbe travisato l’accusa prospettandola in un modo tale da renderla indimostrabile e quindi indimostrata, per poter dire: tutti liberi, tutti a casa e si sarebbe trattato, e il Pubblico Ministero al Tribunale vuole giustamente riservare l’ossequio almeno formalmente dovuto ad un organo di giustizia, e si sarebbe trattato quindi di una trappola, questa è l’espressione, tesa dalle difese con estrema abilità facendo sì che il Tribunale vi cadesse dentro, anzi il Tribunale di Venezia ci sarebbe letteralmente cascato, pagine 1081 e 1080. Ora, effettivamente, si tratta di un’accusa piuttosto seria, perché dipinge il Tribunale di Venezia come una sorta di ingenua fanciulla che non sa resistere alle arti di un abilissimo seduttore. Non so se gli abbia fatto un gran favore al Tribunale dipingendolo come un organo che casca nella trappola, perché francamente i Tribunali sono qui per evitare le trappole, non per cascarci dentro. Forse era meglio dire semplicemente che il Tribunale aveva preso lucciole per lanterne, fischi per fiaschi o quant’altro, ma non è questo il punto. Di che cosa si lamenta il Pubblico Ministero? Di due cose, due cose fondamentalmente, almeno per quello che ho capito io, queste sistemazioni strutturali sono opera mia, se poi ho capito male mi correggerà qualcuno. Prima di tutto, si lamenta che il Tribunale abbia dilatato lo spazio dell’accusa e poi si duole che il Tribunale abbia dilatato il tempo dell’accusa: spazio e tempo, questi sono i due crucci del Pubblico Ministero nel capo d’accusa ambientale. Dilatato nello spazio, che vuol dire dilatato nello spazio? Ce lo spiega il Pubblico Ministero a pagina 1080, intitolando: "Gli esempi più rilevanti di tale deformazione". Il Pubblico Ministero ha scritto di bacini e discariche all’interno dell’insediamento produttivo Petrolchimico di Porto Marghera e in sua prossimità, ha scritto di acque di falde sottostanti l’inquinamento grave dei sedimenti prospicienti Porto Marghera; non ha mai scritto né contestato di un inquinamento generico e generalizzato in zone esterne, né in relazione alla zona industriale nel suo complesso, non ha mai né scritto né parlato di effetti provocati da decenni di catabolismo industriale incontrollato, né di decenni di gestione del plesso produttivo. Sarebbe stato davvero troppo e sarebbe stata, questa sì, un’accusa difficilmente dimostrabile. E poi direi che, a mo’ di premessa di questo atto d’accusa, il Pubblico Ministero non esita a redarguire il Tribunale: prima di parlare dell’accusa bisogna leggere il capo d’accusa, che può sembrare ovvio, ma secondo quanto dice il Pubblico Ministero nel caso di specie, tristemente, non si è verificato. Non si è letto il capo d’accusa e gli si è fatto dire una cosa per un’altra. Ma non so se abbiamo letto la stessa sentenza o se la mia copia segua la stessa numerazione di quella consultata dal Pubblico Ministero, ma sta di fatto che nella mia copia, alle pagine che il Pubblico Ministero cita come fonti delle sue doglianze, si rinviene il contrario di quello che lui dice. È una puntuale, fedelissima, acritica esposizione dell’ipotesi accusatoria. Siamo proprio alla filologia. Così a pagina 480 si dice: "Negli specchi lagunari prospicienti Porto Marghera – prospicienti, come vuole il Pubblico Ministero – aree interne ed aree esterne". Ma scusate, non ci sono le discariche esterne? Non le ha contestate le discariche esterne? Non ne doveva parlare il Tribunale, perché non erano sufficientemente prossime a Porto Marghera? Ma se le ha contestate il Pubblico Ministero. E a pagina 481: "Prossimi a Porto Marghera e all’area di insediamento della zona industriale", stiamo parlando di bacini, canali e quant’altro. Ma io non intendo perdere tempo, perché di una perdita di tempo a questo punto si tratterebbe, sottolineando tutti i punti nei quali il Tribunale alle pagine indicate si limita a ripetere l’atto d’accusa. L’esercizio risulterebbe facile, ma sterile, perché troppo agevolmente sostituibile con un’operazione delle più elementari, la lettura. La sentenza basta leggerla, perché certamente gli estensori della sentenza hanno letto il capo d’accusa. Questo è poco ma sicuro e la sentenza ne costituisce documentazione incontrovertibile. Quindi si tratta di un’accusa che, ripeto, a meno che non sia derivata dal possesso di una copia con un’impaginazione diversa, che ci siano sfuggite queste parti, ma io nei punti citati dal Pubblico Ministero ho trovato il suo pensiero esposto fedelmente dal Tribunale di Venezia. Poi però c’è un’altra accusa, perché vedete la dilatazione nello spazio, mah, io capisco, deriva forse più dalla vis polemica che da un vero convincimento. Il Pubblico Ministero non ha mai contestato i metri, ha contestato prospicienti, ma che significa? Certo, siamo andati a guardare nel dibattimento un sacco di zone, ci siamo spinti entro certi limiti e di questo il Tribunale ha doverosamente tenuto conto. L’altro problema è un pochino più delicato, un po’ più delicato, non dipende più solo dalla vis polemica, l’altro è un problemino davvero scattante per l’accusa, difficile da gestire e difatti gestito, mi permetto di dirlo, molto male. A me piace essere franco e devo dire che mi è parso gestito male e documenterò questo giudizio. C’è la dilatazione nel tempo di cui il Pubblico Ministero si lamenta, in che senso? Il Pubblico Ministero, a pagina 1082 del suo atto d’impugnazione, si duole vibratamente che gli sia stata attribuita la contestazione di un disastro innominato permanente e scrive parole infuocate su questa qualificazione operata a suo dire arbitrariamente dal Tribunale. A pagina 1084 dove il Tribunale abbia sentito tale espressione rimane un mistero, un mistero e addirittura poco prima, a pagina 1082, ma quando mai il Pubblico Ministero ha usato questa espressione? È inventata. C’è un rigo solo per "è inventata" scritto in grassetto con il punto esclamativo. È inventata! Ma per la verità, sempre leggendo il capo d’imputazione, in fondo al capo secondo avevamo letto tutti "permanenza in atto", così avevamo letto: fino al 1995 permanenza in atto, punto, permanenza in atto. Poi è diventata 31/12/2000, non ha nessuna importanza qual è il punto di riferimento, ma permanenza in atto. Permanenza in atto nel capo secondo e il capo secondo è il capo, tra l’altro, tra le mille altre cose, anche del 434. Ma il Pubblico Ministero dice: ma insomma, dico, ma che scherziamo? Io intendevo tutt’altra cosa dicendo permanenza in atto nel capo di imputazione, io intendevo un’altra cosa. Cosa intendevo? Lo dice a pagina 1082: "Ciò che si è contestato, come meglio si espliciterà nel capitolo apposito, è la permanenza in atto degli effetti, non delle condotte, le quali fin dall’originario capo d’accusa erano state chiaramente e temporalmente ben delineate e limitate". Ora chiaramente ben delineate e limitate nel tempo mi permetto di non essere d’accordo con il Pubblico Ministero, ma prendo atto che il Pubblico Ministero intendeva, scrivendo "permanenza in atto", intendeva permanenza in atto degli effetti. Ho capito, ho capito, cioè non ho capito, non ho capito perché mi è rimasta una domanda, da Pierino si vede: che cosa contesta il Pubblico Ministero? Ai ragazzi alla procedura penale si dice: che cosa contesta il Pubblico Ministero? Risposta: i fatti e le circostanze. Ah, e allora gli effetti si contestano? No, si contesta la permanenza che è un attributo del fatto, ma gli effetti permanenti non si contestano, perché sennò in ogni furto bisognerà indicare permanenza in atto, perché gli effetti di spossessamento durano fino alla restituzione della cosa, cioè fino alle calende greche. Nell’omicidio bisognerà dire permanenza in atto, perché gli effetti della morte durano fino alla resurrezione dei corpi e quindi per un tempo sperabilmente lungo. È questo allora, ogni volta bisognerà fare così, perché se permanenza in atto vuol dire permanenza degli effetti, ogni volta che ci siano effetti permanenti io bisogna che mi aspetti la permanenza in atto. Ma il Pubblico Ministero deve essersi reso conto, io credo, che in effetti la spiegazione era, come dire, un po’ deboluccia, tanto che ci è ritornato sopra nell’apposito capitolo, ma con effetti, insomma, con effetti questa volta sì un po’ peggiori del male, perché in realtà al capitolo 3.10 il Pubblico Ministero ci dice che non intendeva nemmeno questo, cioè quello che abbiamo letto a pagina 1082 va corretto nuovamente al capitolo 3.10, perché il capitolo 3.10 è intitolato: "Sul significato della contestata permanenza in atto". Ah, allora è contestata la permanenza, mi ci metti pure il titolo del capitolo, è contestata; allora non sono contestati gli effetti, è contestata la permanenza. Sì, ma è la permanenza dei reati contravvenzionali. Quelli sono permanenti, non il disastro, il disastro non è permanente. Quindi il Pubblico Ministero intendeva proprio permanenza quando scriveva permanenza in atto, però gli è rimasto nella penna, può capitare, di precisare che quella permanenza riguardava le contravvenzioni, di cui poi fa un elenco dovizioso nel capitolo 3.10, anzi, si occupa diffusamente delle contravvenzioni di cui se io non mi ricordo male, ma i colleghi ed amici mi correggeranno, ma in primo grado espressamente non si è mai parlato delle contravvenzioni, ma quando mai si è parlato delle contravvenzioni? Ma quando mai. Tutt’al più in riferimento degli addebiti di colpa, ma delle contravvenzioni in quanto tali in primo grado non si è mai parlato, ma per ovvi motivi, non mi pare neanche il caso che siano esplicitati. Invece ora, nel capitolo 3.10, sul significato della contestata permanenza in atto, e quindi è stata contestata la permanenza, ci sono tutte le contravvenzioni, dove si dice che queste contravvenzioni, Art. 17 e 18 del D.P.R. 303 del 1956, 9 ultimo comma, 15, 21, 25, 26 della Legge 319 del 1976 e via dicendo, perché non voglio tediare la Corte, c’è il capitolo e la Corte lo guarderà, ecco, in ognuna di queste contravvenzioni si dice: vedete che possono essere permanenti? Vedete che possono essere permanenti? Per esempio, ma non vorrete mica contestare che lo scarico oltre i limiti di legge possa essere permanente? E può esserlo? Certo dico io, certo che può esserlo, basta che duri nel tempo e basta che persista la condotta del soggetto cui lo scarico è riferibile nel non impedire che lo scarico avvenga. Se io apro uno scarico dal quale giorno e notte passa acqua oltre i limiti di accettabilità, quello scarico è permanente finché non finisce; se invece sverso in acqua una tantum una certa quantità d’acqua, lo scarico è istantaneo. È un reato eventualmente permanente. È inutile che me lo dimostri il Pubblico Ministero, lo sappiamo tutti. Il problema è un altro: ci dimostri che questi scarichi sono permanenti, quelli che contesta, o meglio quelli che non ha contestato, perché non ha contestato nessuno scarico, ha contestato genericamente "scarichi". Chi volesse sapere quali, non saprebbe dove rivolgersi. Dove, a chi, quali scarichi, da parte di chi? Quando, come, perché? Mi dimostri che quegli scarichi sono permanenti perché io di quelli voglio sapere, solo che lui non ne ha contestato nessuno e quindi non me ne può indicare nessuno. L’unica cosa che può fare è dimostrarmi che il reato di scarico abusivo può essere permanente. Grazie signor Pubblico Ministero, apprezzo la lezione, però era inutile, lo sapevo già. Adesso lei mi deve dire quello che non sapevo e cioè quale scarico lei contesta come permanente, perché se si tratta di uno scarico di trent’anni fa mi spiegherà com’è che è permanente fino ad oggi e mi spiegherà come il suo autore di trent’anni fa può ancora oggi impedirlo, perché la permanenza almeno questo esige, e spero che stipuleremo un accordo su questa convenzione dogmatica, se così si può dire, e cioè che il reato permanente esige che il soggetto autore del reato sia in condizione di far cessare la permanenza, ciò che distingue appunto il reato permanente dal reato ad effetti permanenti, che nel reato permanente il soggetto è sempre in grado, in qualunque momento, di far cessare la permanenza, perché la permanenza è un periodo consumativo, che si caratterizza per essere sempre sottoposto al controllo del soggetto, alla dominabilità del soggetto. Il sequestro di persona è un reato permanente se e per tutto il tempo in cui il sequestratore è nella possibilità di liberare il sequestrato. Se il sequestratore a sua volta viene sequestrato o meglio cade in coma, in quel momento cessa la permanenza, perché in coma non è più in grado di procedere alla condotta che fa cessare la permanenza. Allora qui io voglio questo dal Pubblico Ministero, che mi dica non che queste contravvenzioni possono essere permanenti, che mi dica quali le sono in concreto, quali; quali di quelle di cui non abbiamo parlato in primo grado, di cui non stiamo parlando in appello, quali di queste ignote contravvenzioni sono permanenti. Certo, capisco la difficoltà, una contestazione per classi difficilmente riesce poi a raggiungere gli individui, ma tant’è. Allora, mi si consenta, perché tentare un’operazione di questo tipo, perché? Perché dire, ma non a me, a me o a chiunque altro può raccontare quello che vuole, ma alla Corte, che lui non aveva mai contestato la permanenza, aveva contestato gli effetti permanenti e poi dopo dire che no, che la permanenza l’aveva contestata ma per le contravvenzioni, ignote e indicate solo per articoli. Ma non è cosa, ma non è cosa, perché che io non abbia impiegato questo tempo, abbia dovuto tediare la Corte con questo genere di discussioni, non mi sembra all’altezza di questo processo. Posso dirlo? Non mi sembra all’altezza. Francamente questo stracciarsi le vesti per il disastro innominato permanente non è solo paradossale, non è solo paradossale, è anche ma davvero ingeneroso verso il Tribunale, perché il Tribunale, come dicevo prima, ha dato all’accusa più credito di quanto l’accusa alla fin fine non meritasse. Il Tribunale ha dato più credito e quando ha parlato di permanenza perché il Pubblico Ministero ha parlato di permanenza e quando alla contestazione di permanenza il Tribunale ha risposto: beh, sì, si può ipotizzare in un certo senso, forse, eventualmente, vedremo, anche la permanenza, cioè gli ha dato credito: dimostramelo, in realtà che cosa pensava il Tribunale che il Pubblico Ministero riuscisse a fare e non ha nemmeno cominciato a fare? Beh, a compiere quell’operazione che poi si è rivelata vana di ricostruire una realtà disastrosa, perché la questione della permanenza si salda in realtà con l’originaria formulazione dell’accusa, no? Dicevo all’inizio: offese gigantesche, ma sono offese gigantesche perché sono il prodotto della collazione, arbitraria, soggiungo io, di una miriade pulviscolare di microeventi, spesso ritenuti arbitrariamente illeciti. Quindi scarichi, deposizione di rifiuti in un universo atemporale, ammassati e affastellati, attualizzati all’oggi, sono il disastro. Tutto ciò che pertiene al catabolismo industriale nell’arco di venti, venticinque anni, sul quale hanno interagito non solo persone diverse, ma agenti diversi, esterni al Petrolchimico, formano tutti insieme un disastro, il cui cemento unificante, originariamente prospettato dal Pubblico Ministero, era su tre vettori: la permanenza, la cooperazione e la continuazione. Era la triade salvifica del Pubblico Ministero e il Tribunale, il Tribunale al quale il Pubblico Ministero muove questo genere di censure, questo genere di censure, questo genere di censure, il Tribunale aveva cercato di razionalizzare il pensiero del Pubblico Ministero, cioè di renderlo praticabile per il processo; aveva fatto quanto di più possa fare un organo giudiziario per l’accusa, senza violare il principio della parità delle armi. Perché disastro innominato colposo, avvelenamento di acque, adulterazione di acque, forme giuridiche adeguate in ipotesi alla complessità – pagina 481 – all’estensione e alla gravità degli effetti provocati da decenni di catabolismo industriale incontrollato ed evocate a grappolo, posto che mentre il disastro innominato avrebbe riguardato eventi di danno interessanti l’ecosistema nel suo complesso, espressione di cui il Pubblico Ministero si duole, ma si duole di che? L’ecosistema ha il suo complesso nelle zone di riferimento, mica l’ecosistema del pianeta terra; l’ecosistema del suo complesso, perciò i singoli comparti ambientali che lo costituiscono, acque, suolo e sottosuolo, ciascuno di essi considerato oggetto materiale del reato e vettore della propagazione passiva della contaminazione, diversamente l’avvelenamento e l’adulterazione attingerebbe a risorse idriche destinate all’alimentazione, nonché a risorse alimentari costituite dal biota, donde la gravità del pericolo per la pubblica incolumità e la permanenza in atto. Così ha razionalizzato il piano dell’accusa il Tribunale. Gli ha detto: capisco a che cosa vuoi parare, solo che poi ha anche detto: capisco che non sei andato a parare da nessuna parte. Allora, non potendosi dolere della seconda censura, il Pubblico Ministero si duole della prima dicendo: avete sbagliato strada. Ma il Tribunale non ha sbagliato strada, è il Pubblico Ministero che ha sbagliato indirizzo. Ora scopriamo che la permanenza non c’è più, è sparita la permanenza, non c’è più. Il Pubblico Ministero non ha mai contestato la permanenza del disastro, ce l’ha detto lui, ha contestato la permanenza delle contravvenzioni, ignote. Allora, sul piano obiettivo, che cosa ci resta per descrivere il disastro sussunto nel secondo comma dell’Art. 434, cosa ci resta sul piano obiettivo, cioè come lo descriviamo l’evento? Perché il problema è sempre del Pubblico Ministero, non è mica mio, non è mica nostro, non è mica della Corte. A partire da quale momento e fino a quale momento, perché negando di aver contestato la permanenza, negando che si possa parlare di un disastro permanente, intendiamoci, ha ragione, perché l’idea di un disastro permanente a me modestamente è sempre parso una gran corbelleria, anzi (peniuria verbis), quindi non posso che essere d’accordo con lui: il disastro permanente non ha senso, non voglio certo che lui ritorni indietro. A questo punto però il disastro dove sta? Quando comincia e quando finisce? Perché il disastro non è una specie di... come dire, non è un flusso che si dipana negli anni, non è un fatto silente che gradualmente cresce senza che abbia un principio e che abbia una fine. Il disastro noi sappiamo che cos’è, è un macrodanneggiamento caratterizzato da tutte quelle evenienze collaterali. Quindi qui il macrodanneggiamento dove sta? È un piccolo problema, perché il macrodanneggiamento esigerebbe la determinazione di quella che il Tribunale giustamente definisce base-line, cioè di un punto di riferimento a partire dal quale, o dobbiamo presupporre che il punto di riferimento, la base-line, sia una specie di ambiente edenico, l’eden primordiale, quando in laguna non c’era niente, cioè agli inizi del secolo, non c’era niente; prima della Prima Guerra Mondiale c’erano le paludi con la zanzara e la malaria, quello c’era. È quella è la base-line? Perché, se è quella, francamente insieme con il Petrolchimico ci sono centinaia e centinaia di attori. Oppure è un’altra? Quella che si vuole, ma una, perché io avrò il diritto di stimare la plausibilità del referente materiale a cui si aggancia il disastro, o mi è sottratto questo referente, o devo prendere per buono quello che mi si dice in ordine al pericolo? Perché lì ritorniamo, al pericolo, avulso dal referente materiale. Io vorrei, anzi, sommessamente voglio un referente materiale che abbia quelle caratteristiche di aggressione in termini di danneggiamento, che consentano di parlare di un evento grave, diffusivo, complesso, esteso, etc. Ma dirò di più, sempre in tema di generosità del Tribunale, generosità mal ripagata del Tribunale. Vedete, il Tribunale, per essere in grado di far fare al Pubblico Ministero il processo, ha dovuto a priori, e poi lo ha esplicitato in sentenza, escludere dall’idea di disastro-macrodanneggiamento, cioè dall’idea del referente materiale del disastro, la relativa contestualità degli eventi di danno, che pure le difese avevano sollecitato come elemento selettivo e le difese, lo ricordo a me stesso, ma non sono stato certamente l’unico, avevano detto al Tribunale... e il Tribunale dà conto di tutto, per carità, il Tribunale dà conto di tutto; io non ho mai visto un Tribunale dar così tanto conto di tutto. Il Tribunale dà conto che, sì, noi abbiamo sostenuto che ai fini dell’identificazione del referente materiale del disastro ci vuole un macroevento di danneggiamento che si sviluppi in termini di complessità, gravità, diffusività, estensione e quindi anche di relativa contestualità. Io avevo fatto un piccolo paragone al quale sono affezionato, una sorta di metafora paradossale, che ripeto alla Corte, perché ancora mi convince. Se io, passando davanti ad un edificio tutti i giorni mi fermo e prelevo un mattone che poi butto in un canto, se ho lunga vita e gambe per camminare e tempo da perdere, nell’arco di una quarantina d’anni, soprattutto se mi aiutano parenti ed amici con la stessa tecnica del mattone buttato ora qua e ora là, ho ottenuto un effetto che è del tutto simile al crollo dell’edificio. Il viandante che passasse per quella strada, dopo che noi famiglia dissennata per quarant’anni abbiamo compiuto questa operazione quotidiana di pigliare un mattone, un pezzo di finestra, una tegola e quant’altro, che cosa troverebbe? Un cumulo di rovine. Ma sarebbe legittimato a dire: la casa è crollata? Potrebbe dirlo? Se qualcuno gli dicesse: ma c’è stato un crollo? Beh, il viandante saggio direbbe: non lo so, dipende da come si è sviluppata questa caduta. Se è un mattone al giorno per quarant’anni, non c’è stato nessun crollo; se invece è accaduto in una notte, allora c’è stato un crollo dell’edificio, sempre che si sia trattato di un comportamento non controllato e quindi esposto al rischio della diffusività. Qui invece, in questo processo, noi abbiamo sostanzialmente sentito dire dal Tribunale, per carità insomma, non l’ha detto espressamente, ma la logica sottesa alla fine finisce con l’essere questa, che un mattone al giorno provoca un crollo, perché si è negato che la contestualità sia un elemento unificante del macrodanneggiamento, un elemento necessario ai fini dell’unificazione. Vedete, io resto, con tutto il rispetto per il Tribunale di Venezia, ma io resto dell’idea e resto della mia idea tanto più dopo che ho letto le critiche del Pubblico Ministero, perché il Pubblico Ministero ha non dico potuto ma avuto lo spazio apparente, perché lo spazio è apparente, per formulare certe censure perché non si sono posti i paletti giusti fin dall’inizio, perché gli si è consentito di fare il processo. Il Tribunale di Venezia è stato generoso e ha pagato, in termini poi di legnate nell’atto d’appello, la sua generosità, perché nell’atto d’appello si è sentito dire di tutto. Io ho letto certo meno atti di appello di voi, ma qualcuno ne ho letto, ne ho letti tanti. Così, così pesanti, mai. Ma c’è sempre una prima volta, si capisce. Il fatto è, vedete, che quando il Tribunale dice che in definitiva anche il disastro può essere in qualche modo frazionato, io mi permetto di replicare che l’esecuzione frazionata può riferirsi alla condotta, nel senso che molti soggetti possono aver contribuito alla determinazione dell’evento recandovi un contributo causale, quindi il crollo può essere il frutto della cooperazione di tanti che uniscono gli sforzi per far crollare l’edificio. Ma l’evento non è suscettibile di esecuzione frazionata, non esiste un’esecuzione frazionata dell’evento. Esistono due sole forme di esecuzione dell’evento: la forma della consumazione istantanea e la forma della consumazione permanente. Non esiste l’esecuzione frazionata. La forma istantanea è la forma in cui in un arco di tempo, in un periodo di tempo si verifica l’evento, morte, e l’esecuzione permanente è quella in cui si sviluppa non un momento consumativo, ma un periodo consumativo, che può durare più o meno a lungo. Non esiste quindi l’esecuzione frazionata dell’evento, non esiste la morte a rate, non esistono le lesioni a rate, non esiste il furto a rate. Esiste il furto. Quando ho realizzato il furto, se poi continuo o si rientra nell’ambito di un unico evento, non in esecuzione frazionata, oppure ci sono più eventi, più furti. Non ci sono alternative diverse, non esiste il reato a rate quanto all’evento. Ma il disastro innominato non è un reato permanente, non lo è e il Pubblico Ministero ce l’ha detto in modo che più chiaro non potrebbe essere, anzi, non è mai stato contestato per tale, mai, assolutamente mai. In realtà bastava riconoscere l’esigenza della contestualità per rendersi conto che non c’era spazio per parlare di nulla, per rendersi conto che in realtà non c’era proprio la contestazione. Ma, vedete, questa esigenza della contestualità non vorrei che potesse essere considerata un escamotage inventato dalla difesa per cercare di tagliare le ali al Pubblico Ministero, che ha tutto il diritto di volare e che non ha paura di volare. No, l’esigenza della contestualità non è un’invenzione, è un’esigenza, perché deriva da un vincolo ermeneutico minimale, se non si vuole che l’Art. 434 secondo trascenda in una prospettiva incostituzionale. Perché tutti sappiamo che l’Art. 434 è una figura residuale, è una figura sussidiaria rispetto ai disastri nominati, in cui il corpus delicti su cui si esprime il macrodanneggiamento è definito: frana, valanga, disastro, quindi sappiamo di quale oggetto parliamo. La relazione del guardasigilli dice: è destinata a colmare ogni possibile lacuna, a colmare ogni eventuale lacuna; ruolo pericoloso, ruolo ambiguo, perché la tutela penale dovrebbe esprimersi, anzi deve esprimersi in forma tassativa, quindi clausole generali in diritto penale non si danno, nel senso che se si danno sono in contrasto con l’Art. 25 della Costituzione e in effetti, fin da quando fu pubblicato il progetto di Codice Penale, si manifestarono dei dubbi sulla compatibilità dell’Art. 434 secondo comma rispetto all’Art. 1 del Codice, quello che allora era l’unica fonte del principio di legalità, cioè il principio secondo cui la previsione del reato doveva essere effettuata espressamente dalla legge. Quindi, proprio sotto il profilo della tassatività, le perplessità figuratevi furono manifestate con particolare vigore dal Consiglio degli Avvocati dell’Istria. Ora il Consiglio degli Avvocati dell’Istria non c’è più, ahimè, però i dubbi restano, le perplessità restano, hanno accompagnato costantemente la vita dell’Art. 434 e il Tribunale, che dà conto di tutto, dà conto anche di queste perplessità che gli sono state manifestate. Ma io dico si converrà, si converrà spero, che nell’interpretare il concetto di altro disastro nell’Art. 434 secondo comma, bisogna rinvenire un oggetto che abbia le stesse caratteristiche quanto a lesioni che subisce degli altri oggetti riferiti ai disastri nominati, cioè in altri termini si converrà che nell’Art. 434 noi andiamo a cercare un altro disastro, cioè qualcosa che è un disastro su una cosa diversa da quella nominata negli articoli che precedono l’Art. 434. Non stiamo andando a cercare un disastro inteso in un altro modo, intendiamo un altro disastro ma con le stesse caratteristiche strutturali, non un altro modo di intendere il disastro, cioè qualcosa di analogo per qualche aspetto. Perché? Perché se lo intendiamo in questa seconda accezione, siamo fuori della legalità e allora sì che si impone il vaglio di costituzionalità perché siamo sul terreno dell’analogia. Se invece restiamo sul versante dell’altro disastro inteso come qualcosa che è disastro su una cosa diversa da quella nominata, ecco che con qualche sforzo ci manteniamo nell’ambito della legalità costituzionale. Quindi l’alterità, l’altro, non è nel modo di concepire il disastro, ma è solo nel modo di identificare la cosa; è un’altra cosa, colpita da un disastro, che ha le stesse caratteristiche strutturali e questo perché a questo punto il vincolo ermeneutico emerge chiaro: gli altri disastri contestati sono tutti, cioè i disastri nominali sono intrinsecamente disastri caratterizzati da una sia pur relativa contestualità, non sono mai né possono essere disastri a rate. Non sono disastri che si sviluppano nel tempo, sono disastri che assumono un carattere che in rapporto ai requisiti di gravità, estensione, diffusività, espansione, complessità e quant’altro, non possono non essere contestuali. Un disastro ferroviario può svilupparsi nell’arco di una settimana? Un naufragio, ma si può naufragare in quanto, si può naufragare in un mese, in un anno? Se si naufraga, si naufraga in alcune ore, al massimo in alcuni giorni, ma comunque in una contestualità unitaria. Non esistono i naufragi differiti, non esistono i disastri aviatori a pezzettini, non esistono gli incendi distribuiti nel tempo un cerino al giorno, perché un cerino al giorno non sarà mai un incendio; un cerino al giorno è un cerino al giorno. Cento cerini, mille cerini, un miliardo di cerini, nessun incendio. Quindi, se dobbiamo intendere il disastro così come il legislatore ci ha suggerito, noi dobbiamo arrivare ad una sia pur relativa contestualità. Dice: ma non c’è scritto nella definizione del guardasigilli, ma non c’era scritto perché poteva mai pensare una cosa del genere? No, scusate, ma è mai pensabile che il legislatore del ‘30 si immagina che dopo settant’anni qualcuno costruisce un disastro nell’arco di venticinque anni e nella relazione doveva preoccuparsi della relativa contestualità? Ma degli elementi che fa nel 434 evidenzia questa esigenza di con testualità: per esempio dice il disastro stradale, per esempio il disastro degli ascensori. Questo dice il legislatore e questo, se mi consentite, signori della Corte, dice in sostanza anche il Tribunale, perché il Tribunale dice che seppure libera dalla relazione con un referente materiale specifico, nave, treno, valanga e così via, la definizione di disastro innominato appare soddisfare i requisiti costituzionalmente necessari di tassatività e determinatezza delle funzioni legali, appare dotare di riferimenti empirici idonei a renderne possibile l’applicazione tramite proposizioni processualmente verificabili e il Tribunale dichiara di muoversi sulla traccia della giurisprudenza secondo cui il reato di disastro colposo richiede quali elementi costutitivi una condotta, il nesso di causalità, come un evento di danno. In sostanza ben presente è nel Tribunale la necessità di costruire il disastro dell’Art. 434 sulla falsariga degli altri disastri. A mio sommesso avviso, il Tribunale si è fermato a metà, o meglio non ha compiuto l’ultimo passo, non ha verificato la contestualità, perché se così fosse stato avrebbe tagliato subito le gambe e questo avrebbe comportato la non presa in considerazione degli elementi di fatto, cioè il dire: non ti posso ricevere, non ti posso far entrare in casa e questo il Tribunale di Venezia non ha voluto dirlo, perché? Perché in fatto poi tutte queste accuse si sono rivelate senza fondamento e allora il Tribunale dice: e facciamolo fino in fondo, e motiviamo fino in fondo, perché tanto, perché tanto anche a voler seguire il Pubblico Ministero su questa china che non porta da nessuna parte dal punto di vista normativo, poi in fatto, in fatto il Pubblico Ministero non ha frecce al suo arco, non ha cartucce nel fucile. Io credo che questo sia stato il profondo ragionamento del Tribunale e allora dirò anche ragionamento saggio. Ha fatto bene il Tribunale a darmi torto, ha fatto benissimo, è stato saggio, perché ha dato conto degli accertamenti compiuti, ha dato conto delle risultanze processuali, si è cimentato con i fatti e ha potuto concludere che comunque non c’era nulla. Diversamente sarebbe stato accusato di avere scelto un escamotage giuridico, di aver tagliato le gambe all’accusa. Ha evitato questo genere di rimprovero, che pure sarebbe stato infondato e si è cimentato con i fatti, ma si è cimentato con i fatti senza che la legge l’obbligasse. Ha fatto di più, molto di più, per poter dire legittimamente che il Pubblico Ministero aveva fatto tanto di meno. Allora è stato saggio ed è stato saggio in ogni aspetto di questa vicenda legata al disastro, perché in effetti tutti i riferimenti del Tribunale sono riferimenti poi ineccepibili. A voler seguire la logica del Pubblico Ministero, poi, dico ma dove si arriva? Ma da nessuna parte. Ma dovremmo distinguere i soggetti che intervengono prima, i soggetti che intervengono dopo, perché non è indifferente intervenire prima che il disastro si realizzi o dopo; se tu mi prospetti vent’anni, mi devi dire dove lo metti il disastro, perché io devo sapere chi è prima e chi è dopo: chi è prima dovrò stimarlo come causa del disastro, chi è dopo devo stimarlo come aggravatore del disastro, perché aggravare il disastro non è la stessa cosa che causarlo. Aggravare, che significa aggravare un disastro? Per aggravare un disastro devo realizzare una situazione di fatto che in qualche modo corrisponda a sua volta al disastro, perché quando il Tribunale esprime questa esigenza e il Pubblico Ministero la censura, ma chiedo scusa, il Pubblico Ministero non ha nessun motivo di censurare una cosa ovvia, una cosa evidente, una cosa scontata. Chi aggrava il disastro deve realizzare condizioni disastrose a sua volta, perché sennò un giorno bisognerà concludere e anzi non un giorno, domani, se passasse questa tesi, bisognerà concludere che chi butta un cerino sull’incendio aggrava l’incendio, perché c’è un cerino in più che prima non c’era. Qualcuno direbbe che ho aggravato l’incendio? Spero di no, però la logica del Pubblico Ministero lì porta, lì porta. Chiunque sia intervenuto. No. Chiunque sia intervenuto su quell’incendio con una tanica di benzina, che ha fatto in modo che la diffusività fosse maggiore, che lo sviluppo delle fiamme fosse più intenso. Questo ha chiesto il Tribunale, né più, né meno. Questo non gli è stato dato, né meno, né più. D’altra parte, vedete, una volta perso il baricentro della contestualità, sia pur relativa, che è il baricentro vero del disastro, si finisce nelle sabbie mobili del famoso collante, il collante che sembra il passante di Mestre, il collante del disastro. Per forza, a forza di avere davanti agli occhi microeventi bisogna porsi il problema di come si mettono insieme. Non è una cosa semplice. Che cosa dice il Pubblico Ministero a proposito del collante, a pagina 1429 del suo atto d’appello? Dopo che ha abbandonato la permanenza: "La costruzione giuridica dell’accusa in ordine ai delitti di cui agli Artt. 434, 439, 440, nella forma di cui all’Art. 452, non è di reati permanenti, bensì di reati ad eventi plurimi differiti rispetto alle condotte, che sono riunite dalla cooperazione colposa e/o dalla continuazione". Quindi non è di reati permanenti, ma di reati ad eventi plurimi differiti, quindi questo è un disastro con eventi plurimi differiti. Ma io chiedo scusa al Pubblico Ministero, ma non voglio, se non per mio disdoro, citare il fatto che ahimè da quarant’anni mi occupo di diritto penale ed espressioni di questo non le ho sentito; per mio disdoro, se lui le ha usate certamente le ha usate legittimamente e io avrei dovuto sentirlo. Purtroppo, non avendole sentite, non riesco neanche a capirle. Perché che significa eventi plurimi? Devo porre domande, sono uno scolaro. Perché se eventi plurimi significa più eventi, uno per ciascuno dei reati indicati, non vuol dire niente, perché i reati indicati sono diversi, ogni reato ha il suo evento, il disastro ha il suo evento e torniamo daccapo: qual è l’evento del disastro? Allora eventi plurimi significherà tanti eventi in ciascun reato per ciò che ci interessa nel disastro, che acquistano un significato unitario perché le condotte sono riunite. Questa potrebbe essere una spiegazione. Ma questi eventi in ciascun reato sono eventi costitutivi, cioè sono ciascuno di per sé rilevanti ai fini della fattispecie? E allora abbiamo tanti disastri, ciascun evento... e allora ce li racconti questi disastri. Sono così tanti, ce ne dica quattro, cinque, sei, ben individuati. Oppure un solo evento costitutivo, come io sospetto – non so se sospetto bene – che trae la propria dimensione unitaria solo dal fatto che è stato realizzato in cooperazione e/o in continuazione, quindi un evento parcellizzato. Ma io, ripeto, un evento parcellizzato non lo conosco. Conosco gli eventi istantanei e conosco gli eventi permanenti, gli eventi parcellizzati non li conosco. Direi che questa idea, che comunque è l’idea del Pubblico Ministero, di unificare gli eventi in funzione di queste figure di riferimento, cooperazione, continuazione, la dice lunga sulla carenza di un suo strato materiale e vedremo perché la dice lunga. Comincerei con la continuazione, che è un tema che mi è caro, mi è molto caro, perché come la Corte certamente ricorderà si era innestata una simpatica divagazione sull’ammissibilità della continuazione nei reati colposi e io ho vivamente apprezzato la cura con cui il Pubblico Ministero si è dedicato alla lettura attentissima del mio manualetto; mi sono sentito lusingato di tante citazioni, perché nessun autore, e la Corte mi perdonerà, può resistere al fascino maliardo della citazione, anche quando la citazione è condita con un pizzico di veleno. Ma il veleno nelle polemiche ci sta bene francamente e quindi non rimprovero il Pubblico Ministero, anzi dico che ha fatto bene, mi è piaciuto, mi è piaciuto tanto e mi sono divertito. Però, devo dire la verità, io ero in controtendenza e sono in controtendenza, visto che la Corte Costituzionale nel 1997 ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione che gli è stata posta, perché gli si è messa davanti la situazione rispettiva di chi commette intenzionalmente o non intenzionalmente ma colposamente plurime violazioni e gli si è detto: guarda che qui è violato il principio di uguaglianza, e la Corte ha risposto: mai più, perché si tratta di situazioni profondamente diverse, non risultando ipotizzabile in materia di reati colposi l’identità del disegno criminoso che giustifica l’applicabilità del cumulo giuridico, quindi l’inoperatività della disciplina della continuazione in materia di reati colposi trova una giustificazione non irragionevole proprio nell’incompatibilità tra reato colposo e medesimo disegno criminoso. La Corte direi che non lascia adito a dubbi, ma io, che sono testardo la mia parte, non ho difficoltà a ribadire la tesi che ho sostenuto nel manualetto così caro ai miei avversari. Anzi, mi permetto di aggiungere, del tutto gratuitamente, un argomento ulteriore se lo gradiscono. Nel libro non c’è, perché è per studenti acerbi, ma io avrei anche un argomento in più e cioè non il paragone che è stato posto davanti alla Corte tra continuazione dei reati dolosi e continuazione o presunta tale nei reati colposi, no; ma la disparità di trattamento tra concorso formale e reato continuato rispetto ai reati colposi. Perché i reati colposi soggiacciono pacificamente al trattamento privilegiato del concorso formale e si sottraggono alla benefica considerazione del reato continuato, posto che un’incompatibilità ontologica del programma criminoso non è stata ancora dimostrata? Quindi, vedete, io addirittura porto acqua al mulino del Pubblico Ministero. Non ci sono ostacoli ontologici. Certo il disegno criminoso non basta evocarlo, non è una formula magica, perché il Pubblico Ministero spesso crede che evocare una formula significhi vederla tradotta nella realtà processuale. Ma il percorso è lungo, non basta invocare, non basta evocare, basta poi dimostrare e qui il programma criminoso francamente il Pubblico Ministero non ce l’ha mica dimostrato, nell’ipotetica continuazione colposa. Ma vedano, signori della Corte, io che ho apprezzato sinceramente e che mi sono divertito di fronte a queste citazioni, non posso non rilevare che con questa garbata finezza polemica si è inteso eludere il punto della questione, che è un altro e questa volta è il Pubblico Ministero che si è fatto l’avversario che gli tornava più comodo, sfruttando l’opinione che io ho espresso e che continuo ad esprimere, nel mio piccolo e modestamente. Il Pubblico Ministero, con questo fuoco d’artificio così ben sistemato, ha pensato di eludere la questione che pure io avevo posto fin dal primo grado, in principalità, come si dice, perché solo ad abbundantiam, solo perché siamo Avvocati e se non abbiamo detto tutto ci pare di non avere detto niente, io mi sono buttato anche sull’argomento che pure è fondato in termini di giurisprudenza costante, in termini di giurisprudenza della Corte Costituzionale, che la continuazione nei reati colposi non è ammissibile. Ma il punto è un altro. La continuazione, da che mondo è mondo, serve ad unificare più reati. Il Pubblico Ministero vorrebbe adoperarla per unificare più atti in un’unica condotta. Il Pubblico Ministero vorrebbe introdurre la continuazione come criterio di unicità delle condotte, per costruire il suo famoso disastro unitario, che non è più del tutto unitario perché ce ne è due, abbiamo visto; era unitario in primo grado, poi si è diviso. Se si parla di continuazione, signori della Corte, si parla, e questo lo sanno davvero tutti e lo sa anche il Pubblico Ministero benissimo, si parla di concorso materiale di reati, materiale, cioè si parla di più condotte, eventualmente di più eventi, ciascuna delle quali realizza per intero la fattispecie incriminatrice e che sono poi identificate dall’identità del disegno criminoso. Ma dove stanno qui tutti questi disastri da unificare nella continuazione? Ma non facciamo finta di non capire l’evidenza. La continuazione qui non c’entra nemmeno come i cavoli a merenda, ammesso che qualcuno possa pensare ai cavoli. Ma non c’entra per niente, perché manca del suo presupposto fondamentale: la pluralità di reati, visto che lo scopo per il quale il Pubblico Ministero pretenderebbe di adoperarla è esattamente un altro e cioè unificare più atti per avere un’unica condotta di un unico disastro. Quindi i microeventi che secondo il Pubblico Ministero dovrebbero, una volta ammassati, costituire il disastro, o sono disastri ognuno per sé e allora avremmo tanti disastri, ce li contesti e avremmo il reato continuato eventualmente; sennò di continuazione non parliamo, perché si tratta semplicemente di un idolo polemico eretto al solo scopo, io dico, di mantener viva una discussione che non ha né capo né coda. Diversamente, davvero, non ha né capo né coda. Perché che in una Corte d’Appello come già in primo grado si stia a discutere dovendo dire che il reato continuato è un’ipotesi di concorso materiale, ma signori della Corte, ma si rendono conto di che genere di argomenti bisogna utilizzare? Argomenti che sono i primordi dei rudimenti del diritto penale. Questo non è in rapporto con la serietà del processo, non lo è e non è in rapporto con la serietà del processo nemmeno la cooperazione colposa, altra formula magica, che non ha contenuto reale. Perché io ancora una volta ho apprezzato lo sforzo del Pubblico Ministero di ricostruzione dogmatica, molto intenso, molto documentato; davvero il Pubblico Ministero si è sobbarcato di una ricerca meritoria. Lo dico senza ironia, perché ha fatto un bel lavoro, però del tutto inutile, perché non solo la giurisprudenza la pensa in un altro modo, le Sezioni Unite sono quelle che sono, io non vorrei nemmeno tornarci sopra. Le Sezioni Unite hanno detto che ci vuole la reciproca consapevolezza, dopo di che il Pubblico Ministero ha ragione, ha ragione nel dire che probabilmente la reciproca consapevolezza va intesa fino ad un certo punto, lui addirittura vorrebbe liberarsene del tutto, ma che della reciproca consapevolezza bisogna fare un uso adeguato alla natura colposa io posso seguirlo su questa strada, e dirò anche il perché. Ma c’è un punto pregiudiziale, c’è un punto pregiudiziale e anzi mi pare che ce ne sono due, perché a voler seguire il Pubblico Ministero, dico, non basta evocarla questa cooperazione. Lui dice che consiste nella violazione di una regola cautelare, la prevedibilità dell’altrui comportamento, tutto quello che dice va bene, ma come si adatta in prospettiva sincronica vertici–basi e come si adatta in prospettiva diacronica antecessori–successori, venti anni prima, venti anni dopo, quindici anni prima, trent’anni dopo. Come si adatta, cioè come si verifica? Non basta dirlo, qui si tratta di dimostrare che quello degli Anni Settanta è in cooperazione con quello dei Anni Ottanta, Novanta. Bisogna dimostrare che chi sta su è in cooperazione con chi sta giù. Non basta evocare, non basta parlare di plausibilità in astratto. Ma non è neanche questo il punto, ma non lo è affatto, ma non è questo il punto. Non è questo il punto, signori della Corte, perché – vedete – in sostanza il Tribunale di Venezia è stato molto chiaro sul punto e in termini metodologici veramente non merita nessuna aggiunta. A pagina 485 della sentenza si legge che "la scelta operata a favore di un modello unitario di qualificazione della fattispecie concorsuale richiede specificamente che tra la condotta del concorrente e l’evento tipico sussista un nesso di condizionamento, da accertarsi secondo le regole a ciò pertinenti". Che cosa vuol dire il Tribunale? Quello che io vi dico ora più chiaramente, che la cooperazione colposa unifica le condotte, non gli eventi. La cooperazione colposa è un vincolo tra i concorrenti in termini di esecuzione frazionata delle condotte, in funzione di un evento solo e torniamo là, là da dove non schioderemo mai. Dov’è il disastro con le caratteristiche del disastro rispetto al quale si possa parlare di cooperazione? Dov’è? Perché sennò non c’è continuazione, non c’è cooperazione, non c’è cooperazione che tenga. Non serve tutta questa dogmatica, non serve, perché mancano le basi fattuali e allora io, che insegno il diritto penale, dico: questa dogmatica è mistificazione, non perché sia sbagliata, ma perché è usata per fini completamente sbagliati; è usata per occultare, non per chiarire; è usata per nascondere, non per rivelare; è usata perché non si veda, non perché si faccia luce. Ma si vede chiaramente. Questo torrente di pagine non serve a nascondere un problema semplicissimo, che la cooperazione è cooperazione tra concorrenti e unifica le condotte. L’evento poi è unico, se c’è. Se non c’è, non c’è. I cooperanti potranno anche essere un po’ distanti nel tempo, uno può aver venduto la macchina ad un altro che l’ha venduta, ad un altro che l’ha rivenduta, ad un altro che l’ha rivenduta, ad un altro che ci ha fatto sopra chissà che, e così via in una catena che dura anche parecchio, che si ricostruisce, in ogni passaggio c’è una violazione di regole cautelari e alla fine come conseguenza causale c’è la morte di un disgraziato sulla strada e i cooperanti si prendono tutti fin dall’origine. Qui dov’è il disastro, dov’è l’evento rispetto al quale si parla di cooperazione? Ma io l’evento ve lo fornisco appunto attraverso la cooperazione, perché ognuno di voi ha messo un pezzettino e ogni pezzettino si unisce. Mi dispiace, non è così che funziona la cooperazione, perché la cooperazione esige che si cooperi alla produzione di un evento e, se non mi dite a quale evento, è inutile che si parli di cooperazione. Quindi vedete bene, signori della Corte, che la descrizione dell’evento risulta non di poco inafferrabile. Sono le due e dieci e io considererei di avere forse una mezz’oretta ancora per concludere il capitolo sul disastro esterno e probabilmente un’altra mezz’oretta per quei profili di responsabilità, un’ora in tutto. Quindi io sono a disposizione della Corte ormai, lo sono al di là del bene e del male, però la Corte si sarà anche forse logorata con questa esposizione.

 

PRESIDENTE – Allora sospendiamo adesso e riprendiamo alle 15.00.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 14.10.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 15.15.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Padovani – Signor Presidente, signori della Corte, mi sono fermato al punto in cui rilevavo come la descrizione dell’evento di disastro esterno finisca col risultare inafferrabile, calata in un universo davvero atemporale, come la sentenza del Tribunale di Venezia rileva e del resto, senza rileggere, ma la sentenza è sotto gli occhi di tutti, a pagina 489 della sentenza si delineano i termini di questo fallimento, il fallimento del programma probatorio dell’accusa e lo si rileva con parole che non hanno bisogno di commenti, che sostanzialmente si incentrano sulla impossibilità di stabilizzare in un momento del tempo quella nozione di disastro invano inseguita dal programma dell’accusa con strumenti del tutto inidonei ad accoglierla e il Tribunale di Venezia illustra, a pagina 489, con parole semplici ma chiare, come questo programma sia fallito, perché esso trascura di verificare se per effetto della condotta degli imputati si sia prodotta una qualche forma di aggravamento dello stato di inquinamento preesistente all’assunzione da parte loro di poteri di gestione, in modo che, rimossa la rilevanza della questione, esula dal programma di prova della parte pubblica lo stabilire per esempio se nel corso degli Anni Ottanta lo stato di inquinamento di questo o di quel comparto ambientale possa dirsi aver subito qualche forma di aggravamento, e così via. Il Pubblico Ministero coglie il carattere fondamentale di questa censura, che colpisce al cuore dell’accusa la possibilità stessa di parlare di disastro e lo colpisce non sul piano normativo, dove pure quella strada era impraticabile, ma lo colpisce sul terreno della ricostruzione probatoria in fatto, cioè lo colpisce laddove non è possibile alcun tipo di recupero o di ritorno. Lì hai fallito, se hai fallito sul fatto, hai fallito per sempre. Allora il Pubblico Ministero tenta, per così dire, la carta della storicizzazione dell’illecito, si sforza di riportare questo illecito in una dimensione giuridica afferrabile da parte della pluralità dei fatti che invano si è sforzato di ricondurre ad unità e si inserisce quindi con prepotenza nel processo quel tema così caro all’accusa, non solo pubblica, ma anche dell’Avvocatura dello Stato, rappresentato dall’obbligo di attivarsi per la bonifica dei siti inquinati. Si tratta, in sostanza, di ritenere che i fatti pregressi, caratterizzati particolarmente dalla costituzione di discarica di rifiuti, vedono per così dire riattualizzata la loro dimensione illecita sotto la copertura di questo obbligo di attivarsi, un obbligo che si stende nel tempo. Ecco che questo obbligo che si estende nel tempo finisce con l’essere l’ultima trincea del Pubblico Ministero per riportare ad oggi tutta la serie dei microeventi che non aveva potuto unificare e, soprattutto, per riportare all’attualità fatti pregressi che sul piano delle qualificazioni di illiceità sfuggirebbero alla sua considerazione: discariche effettuate prima degli Anni Ottanta, non più attivate dopo, manterrebbero la loro carica di illiceità in funzione della presenza di questo obbligo gravante su tutti coloro che via via si sono succeduti nella gestione, a vario titolo, del Petrolchimico. Avete sì ereditato queste discariche, era un’eredità passiva di fronte alla quale dovevate attivarvi. Il tema delle discariche rappresenta quindi un punto delicato di tutta la vicenda processuale, un punto sul quale il Pubblico Ministero rinnova la propria attenzione e sollecita questa Corte ad una riconsiderazione globale. Queste discariche, lo sappiamo, sono tutte antecedenti all’entrata in vigore del D.P.R. 915 del 1982 e non sono più alimentate dopo. Il Pubblico Ministero tenta qualche avances in ordine all’eventualità che queste discariche per qualche verso possano essere ancora state attive in seguito, ma mi pare che i suoi sforzi siano piuttosto volti ad attaccare le prove negative che non a fornire una prova positiva. Ma, nella distribuzione dell’onere della prova, semmai dovrebbe essere il Pubblico Ministero che dimostra positivamente che queste discariche furono alimentate anche dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 915. In realtà questa prova non c’è perché le discariche non furono alimentate e quindi è difficile provare ciò che è contrario alla verità. Ma il Pubblico Ministero ha una sorta di carta di riserva e prospetta un inquadramento che, se ho ben capito, si articola grosso modo in questi termini: tu, Tribunale di Venezia, hai detto che prima del 1982 queste discariche sono un nulla, sono un’attività che non ha significato per il diritto e quindi hai in qualche modo buon gioco, salva l’incombenza che ti dimostrerò, dice il Pubblico Ministero, dell’obbligo di attivarsi, hai buon gioco nel dire: ma insomma, in definitiva, queste discariche furono ereditate tal quali, non più alimentate, il Tribunale ha ritenuto e ha ritenuto sulla scorta di una decisione delle Sezioni Unite, a cui dedicheremo qualche cenno, ha ritenuto che obblighi di attivarsi per la bonifica non siano prospettabili. Ma io ti dimostro, dice il Pubblico Ministero, che queste discariche sono nate illecite ed essendo illecite perpetuano questa illiceità oltre i limiti del D.P.R. 915, insomma come se in definitiva, non so se ho capito bene, ci fosse una perpetuazione dell’illecito e quindi su questa perpetuazione dell’illecito si potesse innestare una valutazione che non so tradurre in termini più precisi della condotta di coloro che sono intervenuti dopo. Ecco, questo radicare nell’illecito la costituzione delle discariche dovrebbe essere una sorta, credo, di mezzo agevolatore nel ritenere che di fronte a situazioni di illiceità genetica si dovesse poi provvedere a maggior ragione dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 915. Il ragionamento tiene fino ad un certo punto, ma io non vorrei scendere sull’analisi del ragionamento nella sua dimensione strutturale, vorrei vedere su quali basi il Pubblico Ministero pretende di retrodatare il giudizio di illiceità delle discariche. Ecco, questo riferimento temporale, 1982, come si scavalca, quali sono gli strumenti per fare il salto all’indietro? Prima di tutto, dice il Pubblico Ministero, c’è la Legge 20 marzo 1941 numero 366 e il Tribunale non ne parla, il Tribunale non dedica un cenno a questa legge. È vero, è vero, il Tribunale di Venezia mi pare davvero che non ne parli. Ho detto poco fa che il Tribunale di Venezia dà conto di tutto, della Legge 20 marzo 1941 numero 366 mi pare proprio che non ne parli, a meno che la lettura che pure ho cercato di rendere attenta non mi abbia in qualche modo ingannato, ma non credo. Non ne parla. Soggiungo io, non ne parla a buon diritto e fa benissimo a non parlarle, perché basterebbe leggere il titolo della legge per rendersi conto che siamo francamente in un’orbita remota da quella che dovrebbe occuparci. La legge, infatti, è intitolata: "Raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani". Sì, dice il Pubblico Ministero, ma non lasciatevi ingannare dall’intitolazione, perché in questi legge si introduce poi un’interessante distinzione tra rifiuti interni e rifiuti esterni, quindi disciplina più di quel che la rubrica suggerirebbe. In realtà qui, sembra dire il Pubblico Ministero, non so se ho capito bene però sul punto, sembra dire: qui ci si occupa in generale dei rifiuti. Ecco, questa allusione ai rifiuti interni e ai rifiuti esterni mi sembra un’allusione fatta, come si dice, pour épater les bourgeois, cioè per impressionare i laici, evocando una legge in cui si parla di rifiuti interni e rifiuti esterni, la cui nozione chissà cosa nasconde: i rifiuti esterni devono essere rifiuti che in qualche modo hanno a che vedere con il mondo dell’industria o che comunque possono riferirsi alla materia che ci occupa. Allora io che come stamani mi sforzavo di chiarire alla Corte, sono attento alle verifiche e non do nulla per scontato, mi sono procurato questa legge e me la sono pazientemente studiata. Molto divertente, devo dire la verità, un’occupazione simpatica, che mi ha permesso di scoprire finalmente con i miei stessi occhi qual è la portata di questa famosa distinzione così criticamente evocata dal Pubblico Ministero o anche da qualche Parte Civile: "Agli effetti dell’applicazione della presente legge sono considerati rifiuti solidi urbani: A, le immondizie e i rifiuti delle aree pubbliche o comunque destinate anche temporaneamente ad uso pubblico, che sono i rifiuti esterni e B, le immondizie e in genere gli ordinari rifiuti dei fabbricati a qualunque uso adibiti, rifiuti interni". Allora la distinzione mi sembra piuttosto chiara: quando si spazzano le strade di una città, quando si raccolgono le foglie da una piazza alberata, quelli sono rifiuti esterni; quando invece si raccolgono le immondizie dei caseggiati, quelli sono rifiuti interni. Tutt’e due costituiscono, nel loro insieme, i rifiuti solidi urbani e questa definizione, a parte l’uso degli attributi esterni o interni, non è cambiata, è rimasta la stessa nel tempo e credo fino ad oggi, perché mi pare che la nozione di rifiuto solido urbano sia ancora oggi esattamente questa, tracciata dal secondo comma dell’Art. 1. Quindi già questo direi ci sposta davvero in un’orbita esterna rispetto alla tematica dei rifiuti industriali, ma quando anche per diletto volessimo approfondire ulteriormente l’argomento, scopriremmo cose piuttosto interessanti e cioè che la Legge del 1941 non è una legge dettata da nessun tipo di esigenza connessa non dirò all’incolumità pubblica, non dirò alla salute pubblica, ma a qualsiasi interesse di natura effettivamente personale, perché l’Art. 20 chiarisce in modo estremamente puntuale che i rifiuti solidi urbani devono essere sottoposti ad un trattamento tale che assicuri nel miglior modo, ai fini dell’economia nazionale della lotta contro gli sprechi, la loro utilizzazione industriale e agricola. Questa è una piccola legge autarchica. Nel 1941 non ci si contentava di chiedere oro e ferro per la patria, si chiedevano anche immondizie per la patria e l’Art. 20 stabilisce che queste immondizie sono per l’appunto per la patria. Naturalmente, dietro a finalità così poco collegabili alla nostra storia, anzi appartenenti ad un passato che speriamo non debba mai più presentarsi all’orizzonte, c’erano poi anche soluzioni che hanno avuto dal punto di vista tecnico una certa fortuna, meritata fortuna, per esempio l’Art. 21 imponeva, proprio ai fini del riciclaggio, così noi lo chiameremo, una cernita preventiva e cioè non la raccolta differenziata dei nostri giorni, ma la separazione immediatamente successiva alla raccolta. Ma quel che più è interessante è che poi l’intera materia dello smaltimento era affidata, Art. 9: "I servizi inerenti alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento compete ai Comuni, il quale poi deve provvedere a tutto e poi deve avere impianti di smaltimento collocati ad una certa distanza" etc. etc. Allora che dovevamo fare nel 1941, conferire ai Comuni i prodotti industriali? Questo era? I Comuni erano obbligati a venire a raccogliere i rifiuti del Petrolchimico nel 1941? Questo è il risultato della vocazione della Legge numero 366? Se è così dobbiamo dirlo chiaramente, perché la défaillance sta tutta sul versante amministrativo, comunale. I Comuni non ci hanno assicurato, pare, la raccolta che avrebbero dovuto assicurarci, secondo l’Art. 9. Non si vorrà dire che su di noi si scarica la responsabilità di un inadempimento così grossolanamente macroscopico. Ma io ovviamente una cosa del genere non solo non la penso, ma la dico solo con un pizzico di ironia. È chiaro, è evidente che la Legge del 1941 non ha niente a che vedere con i rifiuti industriali; si occupa solo ed esclusivamente nei rifiuti solidi urbani. Dopo di che, il riferimento all’Art. 17, caro al Pubblico Ministero, appare, mi si consenta, piuttosto antistorico, ma antistorico in una dimensione quasi surreale. La norma prescriveva che il gettito dei rifiuti e il temporaneo deposito di essi nelle pubbliche vie e piazze, nei pubblici mercati coperti e scoperti e nei terreni pubblici e privati sono vietati, ma si riferiva ovviamente a tutti i rifiuti che stava disciplinando e il cui smaltimento era affidato obbligatoriamente ai Comuni, proprio in funzione di questa rete che cingeva il meccanismo di raccolta, di trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani c’era l’Art. 17, che in qualche modo ripeteva la norma contravvenzionale, che impedisce ancora oggi di gettare rifiuti e altre cose ingombranti sulle pubbliche vie e quant’altro. Dall’Art. 17, estrapolare l’illiceità delle discariche che sono servite ad accatastare i rifiuti del Petrolchimico, mi pare che il passo sia davvero molto lungo. Proprio la debolezza di questo riferimento induce a moltiplicare la ricerca di disposizioni utilizzabili per questa qualificazione di illiceità e così si va a riscoprire il Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934, numero 1265. C’è chi risale addirittura al Regolamento Sanitario del 1901, io a quel regolamento non sono risalito, confesso. Mi sono accontentato del Testo Unico delle Leggi Sanitarie, perché solo ove avessi trovato in quella disposizione qualcosa di significativo avrei avuto motivo di procedere oltre. Il Testo Unico del 1934 viene invocato nell’Art. 216 che non c’entra né punto né poco, perché non riguarda davvero i rifiuti, ma la classificazione delle industrie che possono riuscire pericolose alla salute degli abitanti, con necessità di rispettare certe distanze e quindi lì il problema dei rifiuti è davvero insignificante, per l’Art. 216. Invece è l’Art. 217 che in qualche modo potrebbe avere un’attinenza, almeno estrinseca, perché si tratta di una disposizione che dice: "Quando vapori, gas o altre esalazioni, scoli di acque, rifiuti solidi o liquidi provenienti da manifatture o fabbriche possono riuscire di pericolo o danno per la salute pubblica, il sindaco prescrive le norme da applicare per prevenire il danno o il pericolo e si assicura della loro esecuzione ed efficienza". È accaduto questo, c’è stato? Perché se non c’è stato la norma non si applica, la norma stabilisce un potere di amministrazione, non è che prescrive un divieto a carico di chicchessia; prescrive un preciso intervento del sindaco. C’è stato l’esercizio di questo potere? Quando, dove, come? Beh, ragioniamo, su ciò che eventualmente sia accaduto, non su ciò che non è accaduto o che non si dimostra essere accaduto. Quanto poi alla Legge 1604 del 1931, il Testo Unico delle leggi sulla pesca, ma che c’entra con le discariche, dico io? Con le discariche non ha davvero niente a che vedere. Come la Legge 5 marzo 1963 numero 366, rispetto alla quale, la legge, la prima legge mi pare speciale per Venezia, si invoca l’Art. 10, il quale peraltro fa riferimento ad attività suscettibili di inquinare le acque, mentre per i rifiuti c’è l’Art. 15 che peraltro francamente si riferisce ancora una volta ai rifiuti urbani, non ai rifiuti industriali. Per non dire poi della Legge Regionale Veneta del 6 giugno 1980, che arriva ormai direi in un’epoca assai avanzata, siamo già in una fase nella quale le discariche non venivano più utilizzate, ma anche la Legge Regionale 6 giugno 1980, numero 85, mi pare invocata fuori luogo; non tanto perché non si riferisca anche alla disciplina dei rifiuti industriali, cui certamente essa si riferisce, ma perché basta scorrerla e si scopre che l’Art. 5 prevede per l’attivazione dei meccanismi un piano regionale entro un anno e questo piano regionale per giunta deve articolarsi in fasi successive di attuazione. Ora, come si saldi o non si saldi con il Decreto 915 del 1982, che di lì a poco entrerà in vigore, io non sono in grado di stabilirlo, ma pongo una domanda: ma dica il Pubblico Ministero se la Legge Regionale Veneta è stata violata, quando, come e da chi, perché la Legge Regionale Veneta, a leggerla, è una legge che entra in vigore alla fine di giugno del 1980 e già prevede un piano che si proietta di lì ad un anno. Voglio dire, non è che possiamo ancora una volta invocare una possibilità in astratto: o la possibilità c’è in concreto oppure invocarla non ha evidentemente alcun senso. Last but not least, come dicono, ma in questo caso il riferimento è abbastanza improprio, dovremmo in realtà rifarci ai regolamenti comunali di Mira e di Venezia, i regolamenti comunali di Mira e di Venezia. Ora, io non vorrei analizzare partitamene queste fonti normative, perché si tratta di fonti normative che in realtà c’entrano ben poco con la nostra materia. Basti dire che i materiali che costituiscono immondizia secondo il regolamento del Comune di Venezia devono essere portati in depositi stabiliti dall’autorità comunale e allora dov’erano questi depositi? Perché l’illiceità se c’è, ammesso che ci sia, passa dicendo: vedi, c’avevi il deposito là e invece tu non li hai portati là, li hai portati da un’altra parte. Questa è l’illiceità, sennò di che stiamo parlando? C’erano, servivano per i rifiuti industriali? Sennò siamo punto e a capo. Stiamo semplicemente evocando un potere dell’amministrazione, è stato esercitato? In che termini, in che modi, in quali forme lo abbiamo eluso o violato? E non è che dalla lettura di questa disposizione noi traiamo magicamente l’esistenza dei depositi, né possiamo inferire apoditticamente che abbiamo violato questa disposizione. Bisognerà soggiungere ai fatti. Le norme da sole non dicono nulla, perché lo stesso problema di depositi identificati dall’autorità comunale si pone anche nell’Art. 50 del regolamento di Mira, del Comune di Mira. Quindi perché sono stati evocati, a che servono? Allora mi pare che il Tribunale di Venezia non abbia sbagliato, non abbia affatto sbagliato nell’affermare che in realtà prima del 1982 una disciplina delle discariche non c’era; esse rientravano in un ambito normato solo eventualmente in modo occasionale dal diritto. Certo, continuavano ad esistere i delitti contro la pubblica incolumità, noi di questo stiamo parlando, ma il Pubblico Ministero allora ci dovrebbe dire che il disastro si è verificato allora, prima del 1982. Benissimo, vediamo in che termini. Prendiamo la base–line, ragioniamo dell’evento disastroso strutturato nei termini che abbiamo detto. Ma non è questo che il Pubblico Ministero fa, non è questo che il Pubblico Ministero dice. Il Pubblico Ministero dice: queste discariche esistevano, erano illecite – non è vero – la loro persistenza comportava l’obbligo di una bonifica. In realtà, come ripeto, prima del 1982 una qualificazione di illiceità delle discariche in quanto tali non è possibile e ciò corrisponde del resto allo spirito dei tempi. Tutti noi, chi più chi meno in rapporto all’età, io certamente, abbiamo vissuto l’epoca in cui si teorizzava o meglio ci si affidava alla convinzione che l’ambiente fosse capace di autogenerarsi e autodepurarsi senza limiti, che l’ambiente quindi fosse capace di assorbire e di riciclare, che in definitiva fosse come un elastico che si può tendere all’infinito. Questa era l’idea. Quando ci si è resi conto che è un’idea non conciliabile con lo sviluppo industriale assunto nei Paesi del primo mondo, a partire dalla fine degli Anni Sessanta grosso modo, con epoche diverse a seconda dei vari Paesi, il problema dei rifiuti si è posto e non a caso il D.P.R. 915 è del 1982, che è un po’ il momento di passaggio tra la fase temporale caratterizzata da questa idea di recupero automatico e la coscienza sopravvenuta che il recupero automatico oltre un certo limite e in quei limiti non può manifestarsi. Allora l’omessa bonifica, la pretesa violazione dell’obbligo di attivarsi per la bonifica, certamente non ha retroterra di illiceità prima del 1982. Se lo vogliamo fondare, lo dobbiamo fondare soltanto lavorando sul D.P.R. 915. Ma è un terreno che si lavora molto male e perché si lavora molto male? Si lavora molto male perché c’è la decisione delle Sezioni Unite 5 ottobre 1994, alla quale il Tribunale di Venezia con molta franchezza dichiara di ispirarsi e le Sezioni Unite del 1994 sono categoriche. L’Art. 25 secondo comma del D.P.R. 915 comprende due ipotesi di reato: realizzazione di discarica, gestione di discarica. La realizzazione consiste nella destinazione e nell’allestimento a discarica di una data area, spianamento, apertura degli accessi, sistemazione, perimetrazione, recinzione, mentre la gestione di discarica senza autorizzazione presuppone apprestamento di un’area per raccogliervi i rifiuti e consiste nell’attivazione di un’organizzazione, articolata o rudimentale non importa, di persone, cose o macchine, diretta al funzionamento della discarica. Il reato è permanente per tutto il tempo in cui l’organizzazione è presente e attiva; essendo esso centrato sulla gestione, non importa se per un intervallo non vengono scaricati i rifiuti, purché questa gestione si esprima con una certa continuità e successivamente quindi dice che un comportamento nuovamente omissivo non è un comportamento di gestione. Chi riceve una discarica che si è costituita e che non è più attiva, nel semplice fatto di tenerla così com’è, non realizza alcun tipo di attività illecita. Vi sono poi, c’è qualche sentenza che è di diverso avviso. Le Sezioni Unite però sono molto chiare, escludono la gestione omissiva della discarica perché non esiste un obbligo di bonifica. Se poi consideriamo, dico per (incidens), che c’è voluto l’Art. 17 del Decreto Legislativo 22 del 1997 per imporre ai proprietari dei terreni questo tipo di bonifica, si dovrà concludere che forse le Sezioni Unite tanto di fuori non erano quando affermavano quel che affermavano. Comunque, ancora una volta, ancora una volta, io mi acconcio alla tesi dell’accusa. Non piacciono le Sezioni Unite, le Sezioni Unite sono sgradite e sgradevoli? Benissimo, le Sezioni Unite noi le cancelliamo, non ci sono mai state. Via le Sezioni Unite. Allora però rendiamoci conto dei reali termini del problema. Eliminate le Sezioni Unite, non abbiamo risolto il problema, dobbiamo porlo e in che termini si pone il problema? Si pone in questi termini: la questione è manifestamente di diritto intertemporale, perché si dà per assodato, è provato che le discariche furono tutte realizzate prima del 1982, utilizzate prima del 1982, gestite attivamente prima del 1982, cessate alla data di entrata in vigore del D.P.R. 915. Benissimo, e allora riprendiamo i dati normativi del D.P.R. 915, perché qui non si tratta di impostare il problema semplicemente durante la vigenza del D.P.R. 915, non si tratta cioè di assumere una discarica che è stata realizzata abusivamente dopo il 1982, poi dismessa e poi abbandonata, non è questa la fattispecie. La fattispecie è una discarica realizzata e gestita attivamente prima, cessata dopo. Diritto intertemporale, cioè a dire: qual è la disciplina ipoteticamente applicabile? Intanto cominciamo col dire che l’Art. 25 secondo comma del D.P.R. 915 prevede, come notano giustamente le Sezioni Unite, ma non ci volevano le Sezioni Unite per questo, la realizzazione o la gestione di una discarica senza autorizzazione. Quindi la realizzazione e la gestione di una discarica sono illecite in funzione del difetto di un provvedimento abilitante; sono illecite non in sé, ma perché manca l’autorizzazione, cioè perché sussiste quello che il mio amico professor Pulitanò definisce, anzi tutti noi definiamo, requisito di legittimità speciale, al quale lui ha dedicato studi fondamentali. Quindi ci vuole il provvedimento abilitante, è il difetto del provvedimento abilitante che li rende illeciti. Benissimo, allora che cosa succede nel 1982 per le discariche già esistenti? Il legislatore se lo è posto il problema. Le discariche già esistenti come vengono disciplinate? Vengono disciplinate nel senso che è prevista la presentazione di una domanda, l’Art. 31 primo comma, anzi 32 secondo comma, che ha tutti i requisiti dell’Art. 10. I requisiti dell’Art. 10 sono, tra gli altri, la necessità di indicare nella richiesta la durata massima dell’esercizio della discarica. Ma se non è più in esercizio cosa devo indicare? Perché il punto è questo: per rispondere del reato anche sotto il profilo omissivo della violazione di un obbligo di bonifica, io devo trovarmi in una fattispecie autorizzabile, quindi io devo trovarmi in condizioni di poter presentare la domanda di autorizzazione alla gestione della discarica; ma se nella domanda di autorizzazione io devo inserire la durata massima dell’esercizio previsto di quella discarica, io che cosa chiedo all’amministrazione, visto che non debbo gestire, non debbo esercitare la discarica? Niente, sono al di fuori dell’autorizzabile. La legge non parla per me, non mi contempla e non mi contempla a buon diritto, perché queste situazioni esaurite sono situazioni a cui la legge non può, non vuole, non intende arrivare; appartengono al passato, che emergerà in seguito, quando ci si renderà conto del problema, solo con l’introduzione dell’Art. 17 del Decreto Legislativo 22 del 1997. Quindi si vede bene, si vede in trasparenza che l’idea di identificare la gestione con la violazione di un obbligo di agire è senza fondamento e senza senso, perché postula ciò che non può essere postulato e cioè l’autorizzazione alla gestione omissiva, cioè, udite udite, l’autorizzazione ad adempiere ad un obbligo. L’autorizzazione ad adempiere un obbligo, questo presuppone il Pubblico Ministero. Siamo di nuovo calati nel paradosso più totale, siamo calati nell’assurdo e allora, ancora una volta, la sua tesi muore da sola, (parce sepulto). Con ciò, signori della Corte, io ho concluso il cammino che si riferisce ai titoli di responsabilità, ma come accennavo stamane, ahimè, mi resta per dovere professionale che non posso trascurare di intrattenere la Corte, che certo preferirebbe io credo non essere intrattenuta, ma ripeto il dovere avvolge me e condiziona ahimè anche la Corte, perché dovrò esporre, e lo farò brevemente, alcuni problemi specificamente ed espressamente legati alla responsabilità civile di Montedison ora Edison. Ma cercherò di fare in modo che questi profili siano adeguati al significato del processo in questo grado di appello e al peso, al peso reale degli argomenti proposti dal Pubblico Ministero per contestare la decisione del Tribunale di Venezia. Accennavo stamane che Edison sta in questo processo per mera continuità giuridica, nel senso che è il successore del soggetto originariamente coinvolto. Dico continuità giuridica e lo sottolineo, lo sottolineo più volte, perché in termini sostanziali Edison è davvero tutt’altra cosa, è un’altra cosa per compagine societaria, a seguito di mille e mille vicende che appartengono alla storia industriale e non solo industriale di questo Paese; una di queste vicende, quella del 1993, ha rischiato di trascinarla in un baratro che, se si fosse raggiunto, l’avrebbe addirittura distrutta e in questo caso si sarebbe estinta e noi nemmeno sarebbe qui; ma è diversa per struttura e funzioni, perché dopo aver cessato di essere una società operativa sin dal 31 dicembre 1980, quando si trasformò in una holding, ha progressivamente mutato il proprio oggetto sociale, ritornando per così dire alle origini, a prima della fusione con Montecatini, all’indomani della nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 1962, quando Edison si fuse con Montecatini e dette vita alla Montedison; è tornata ad essere Edison e ad occuparsi di quello di cui si occupava cinquant’anni fa e cioè di energia elettrica. Altra società, altra impresa, altro oggetto. Come dicevo è un tardo pronipote Edison, che porta sulle proprie spalle l’eredità dell’avo, un’eredità che nei fatti non la riguarda ma con la quale è giuridicamente tenuta a fare tutti i conti e i conti li ha fatti, i conti li ha fatti e ha cominciato a farli fin dall’inizio del processo, perché questa circostanza, questo scollamento di Edison rispetto ai fatti del processo, spiega la sua propensione a comporre transattivamente ogni vertenza derivata dalla gestione del Petrolchimico; ogni vertenza, perché in questo modo si attribuiva al conflitto quella dimensione civile che avrebbe dovuto assumere fin dall’origine. Come ricordava giustamente il professor Stella, questo avrebbe dovuto essere un processo civile, che ha assunto senza poterle assumere le spoglie del processo penale. Montedison fin da subito si è comportata come un convenuto civile e quindi ha operato transazioni con tutte le Parti Civili disponibili, cioè quelle Parti Civili per le quali la costituzione era un mezzo per ottenere il risarcimento del danno e non un mezzo per ottenere la condanna degli imputati e ha poi provveduto anche ad una transazione con lo Stato per il danno ambientale, una transazione globale per tutti i profili di responsabilità, anche non coinvolti nel processo, una transazione che è stata fatta prima e a prescindere dalla sentenza di primo grado, perché motivata dalla volontà primaria di liberarsi da ogni residua ipoteca, dalla volontà di chiudere con un passato che non è il suo presente e quindi di voltare pagina senza dovere rimanere invischiati per secoli negli strascichi delle problematiche ambientali; una transazione di cui il professor Slesinger ha parlato due volte impropriamente, due volte: la prima perché non è agli atti e non costituisce oggetto di discussione, la seconda perché parlandone mostra davvero di conoscerla in forma assolutamente parziale e del tutto imperfetta. Ma io non lo seguirò su questa china, perché lamentando la sua improprietà finirei col ripeterla, e qui mi fermo. Edison continua ad essere avvinta al processo, sono le regole del gioco, la continuità giuridica basta e avanza ed Edison, come dicevo anche stamane in riferimento a situazioni specifiche, accetta questo ruolo; non solo lo accetta perché è obbligata ad accettarla, ma lo accetta perché ritiene di poterlo accettare pienamente e di difendersi a viso aperto, perché Montedison forse non sarà stata migliore del suo tempo, ma certamente non è stata peggiore del suo tempo e io credo che sia stata migliore nel suo tempo, migliore nel suo tempo. Una verità che questo processo ha contribuito a far emergere. Accetto quindi, ma nei limiti, nei limiti, nei limiti delle regole del gioco e questi limiti sono innanzitutto limiti temporali, perché, e mi limito a ricordare alcuni dati che sono diventati mi pare patrimonio comune, in primo grado fui il solo ad illustrarli, come era giusto del resto, però ora in appello vedo che la materia ha circolato e me ne compiaccio, perché questo facilita il mio compito e lo rende assai più spicciolo. Montedison esce dalla proprietà e dalla gestione del Petrolchimico il 31 dicembre 1980, siamo tutti d’accordo credo: conferimento a Montedipe, conferimento a Montepolimeri, rispettivamente dell’azienda petrolchimica e dell’azienda materie plastiche. Si trasforma in una holding e quindi non è più società operativa. Da questo momento Montedison non ha più una sola proprietà nel Petrolchimico, un solo rapporto con la gestione. È una holding che controlla altre società. Dopo di che sappiamo tutti che fino al marzo del 1983 proprietà e gestione coincidono, perché la linea proprietaria passerà a Riveda e la linea gestionale resterà a Montepolimeri, questa linea gestionale nel 1984 si concentra in Mentedipe S.p.A. e nel 1987 la linea proprietaria e gestionale si riconcentrano in Riveda. Quindi ci sono due problemi da considerare, che Montedison il 31 dicembre 1980 non ha avuto più rapporti giuridici con il Petrolchimico. Quanto a Montedipe S.p.A., che è la società gestoria, per così dire, conferisce a Montedipe S.r.l. l’azienda chimica e Montedipe S.r.l. finisce in Enichem, o meglio finisce ad Enimont S.p.A. e di lì nel flusso di Enichem. Quindi, se c’è un successore della società gestoria, questo successore va ricercato là, nei limiti in cui può interessare. Ma il professor Slesinger ha invocato un accordo in forza del quale la responsabilità legata al trasferimento dell’azienda petrolchimica sarebbe risultata variamente in termini temporali tra un soggetto e l’altro. Sono cose che non incidono sulla dimensione della responsabilità esterna, possono attivare dissidi interni, conflitti interni; all’esterno questi sono i dati, i nudi dati che chiedono di assumere una rilevanza giuridica. Ora, io non ripeterò tutto quello che in materia ho detto in primo grado. Quello che ho detto, l’ho sintetizzato in una memoria che è del 10 ottobre del 2001. Mi pare che gli argomenti spesi in quella memoria siano rimasti validi ed attuali. Si tratta di stabilire se la capogruppo può essere responsabile, ma a che titolo, di fatti intervenuti ipoteticamente ad opera dei dipendenti di società controllate, si tratta di stabilire se l’Art. 2049 possa applicarsi nei rapporti tra persone giuridiche, quando è pacifico che il committente può essere tale ma il dipendente deve essere necessariamente una persona fisica, insomma non ripercorrerò tutte le tappe, né ribalterò le censure che sono state mosse, perché queste censure francamente mi pare che non siano che la ripetizione di argomenti già spesi in primo grado, argomenti ai quali quella memoria intendeva fornire risposte. I dati storici sono chiari, si tratta di stabilire se è vero, come io sostengo, che non esiste principio giuridico che autorizzi a risalire in termini di responsabilità civile a Montedison S.p.A. dopo il 31 dicembre 1980 o se invece sia autorizzata una prospettiva di diritto libero, elastico, versatile e mutevole quale quella avanzata dai miei contraddittori e quindi si prospetti questa responsabilità. Di più sull’argomento non credo valga la pena di spendere, mentre due parole, e forse quattro parole, debbo spendere per chiarire un punto che ancora evidentemente risulta poco chiaro, quello legato alla legittimazione degli enti territoriali cosiddetti minori a richiedere il risarcimento del danno ambientale in base all’Art. 18 della Legge 349 del 1986, perché ancora oggi vedo che la Provincia di Venezia in modo espresso ed univoco, così come i Comuni di Mira e di Campagna Lupia, pretendono il ristoro del danno ambientale. Il Comune di Venezia e la Regione Veneto sono più ambigui, però mi pare che anch’essi siano su quella traiettoria, perché chiedono il ripristino dello stato dei luoghi, che è una tipica sanzione reintegratoria da danno ambientale, ex Art. 18 comma 8 della Legge 349 e poi inseriscono, sotto le mentite spoglie di danno patrimoniale, vere e proprie voci di danno ambientale, come per esempio quella relativa alla messa in sicurezza delle discariche, che mi dica la Corte se non è tipica voce da danno ambientale. Allora, trovandomi per una volta d’accordo con l’Avvocato dello Stato, che già in primo grado ebbe modo di essermi compagno di cordata su questa vicenda, debbo ribadire con fermezza che in base all’Art. 18 della Legge 349, la titolarità del diritto al risarcimento del danno ambientale spetta allo Stato e solo allo Stato. I dati normativi sono, mi consenta la Corte, di una chiarezza solare, vale la pena di richiamarli sommariamente. Il comma primo dell’Art. 18 stabilisce che "qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge etc. etc., arrecando danno all’ambiente, obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato", il comma terzo preciso che "l’azione di risarcimento del danno ambientale, anche se esercitata in sede penale, è promossa dallo Stato nonché dagli Enti Territoriali sui quali incidano i beni oggetto del fatto lesivo". Il comma nono, peraltro, stabilisce quali sono le modalità per la riscossione dei crediti in favore dello Stato e stabilisce che questi crediti debbano essere riscossi secondo una certa procedura semplificata. Il comma 9 bis e 9 ter addirittura stabiliscono la destinazione dei crediti riscossi in favore dello Stato in un fondo di rotazione di cui il comma 9 ter disciplina il funzionamento e l’accesso. Quindi mi pare che il quadro normativo sia univocamente orientato nel senso che il titolare del diritto al risarcimento del danno ambientale è lo Stato. Ma che cosa si oppone? Si oppone che il riferimento allo Stato nel primo comma, nei confronti dello Stato sarebbe, udite udite, dico io, non lo Stato amministrazione che è persona giuridica, ma lo Stato comunità, cioè la Repubblica, che secondo l’Art. 114 primo comma della Costituzione è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle città metropolitane, dalla Regione e dallo Stato, che è una parte della Repubblica ovviamente. Quindi anche gli Enti Minori possono esserci, perché sono anch’essi parte dello Stato comunità, sennò che ci starebbe a fare – dicono – la legittimazione stabilita dal terzo comma da parte degli Enti territoriali minori, a favore degli Enti territoriali minori? Il riferimento allo Stato comunità mi sembra francamente fantasioso, perché lo Stato comunità è una figura istituzionale e non un soggetto di diritto; delimita un insieme dandogli forma, la forma repubblicana, della Repubblica, ma poi per i contenuti si risolve in ciascuna delle sue parti e attraverso ciascuna delle sue parti intrattiene poi i rapporti giuridici. D’altra parte, se si dà per scontato che lo Stato negli altri commi è lo Stato persona giuridica non si vede come possa essere diversa l’accezione accolta nel primo comma. Ma che ci stanno a fare allora gli Enti territoriali minori? Ci stanno a fare che espressamente possono processualmente affiancarsi allo Stato per richiedere; fenomeni di cessione tra legittimazione sostanziale, cioè la titolarità del diritto, la legittimazione processuale, cioè la titolarità dell’azione, sono piuttosto frequenti, non sono una novità e invano si invoca, io credo, la giurisprudenza che riconosce agli Enti minori il diritto di costituirsi Parte Civile. Ma è ovvio che sia così, sta nella norma. Ma stiamo attenti, che proprio su questa base la Corte Costituzionale, nell’ordinanza 195 del 1990, quando si è prospettata la questione di costituzionalità relativa per l’appunto alla possibilità, relativa appunto al fatto che l’Art. 18 non attribuisce alle Regioni il diritto al risarcimento del danno, questa era la questione, la Corte cosa risponde? Dice: "La norma dispone che il risarcimento del danno ambientale spetta allo Stato, ma che la relativa azione è promossa non solo dallo Stato". Più chiaro di così. Addirittura si cita a favore della tesi della titolarità sostanziale, addirittura una decisione delle Sezioni Unite, quella del 1989, che dice esattamente il contrario. La decisione delle Sezioni Unite 25 gennaio 1989, numero 440, dice che "la lesione dell’ambiente quale bene immateriale, tutelato nella sua unitarietà, sovente si accompagna alla menomazione di altri beni" etc. etc., "di modo che se lo Stato accentra in sé, nella veste di massimo ente esponenziale della collettività nazionale, la titolarità del ristoro del danno all’ambiente, ciò non priva altri soggetti della legittimazione diretta a rivolgersi al Giudice per la tutela di altri diritti – altri diritti – patrimoniali o personali, compressi dal degrado ambientale, come nel caso di beni appartenenti al demanio o al patrimonio di enti territoriali o di cespiti o di attività di soggetti privati". Questa è la decisione che viene invocata come decisione a favore del riconoscimento della titolarità sostanziale del diritto. Ma più chiaro di così nell’affermare che il diritto al risarcimento spetta solo allo Stato, perché solo lo Stato è massima figura esponenziale in rapporto ad un bene quale quello dell’ambiente che ha certe caratteristiche, beh, francamente più chiaro di così non si poteva essere. La scelta normativa, vale la pena di dirlo, non è né arbitraria né incongrua, è proprio aderente a precise ragioni logiche e sistematiche, connesse alla natura del danno ambientale; è una scelta imposta da esigenze sistematiche, perché – la Corte lo sa meglio di me – il bene ambiente, a partire dalla celebre sentenza della Corte Costituzionale 641 del 1987, ha assunto, o meglio si è prospettato secondo tre categorie costitutive: è un bene unitario, è un bene immateriale, è un bene libero. È unitario perché è costituito da un insieme che non si identifica e non si risolve in nessuna delle sue parti. Può essere costituito da beni demaniali, può essere costituito da beni del patrimonio disponibili o non disponibili, può essere costituito da beni primari, può essere costituito addirittura da beni che hanno rapporto esclusivo solo con la sovranità dello Stato, come il mare territoriale; è un bene che unitariamente si prospetta irriducibile a ciascuna delle parti che contingentemente posso rappresentarlo, perché è un bene immateriale, non perché le componenti del bene ambiente lo siano, ma perché il senso della loro unità come bene ambiente è immateriale ed è un bene libero, perché non è possibile oggetto di una situazione soggettiva di tipo appropriativo, dice la Corte Costituzionale, appartiene quindi alla categoria dei beni che sono necessariamente fruibili da una collettività. Quindi è unitario, immateriale, libero. Se poi entrano in gioco specifici beni su cui un soggetto vanta uno specifico diritto, si realizza una tutela complementare: la tutela ambientale e la tutela risarcitoria comune, legata esclusivamente alla dimensione patrimoniale. Quindi, in buona sostanza, il bene ambiente ha le caratteristiche, se così si può dire, di un bene esponenziale; è un bene che si proietta in una dimensione trascendentale rispetto ai singoli beni chiamati contingentemente ad inverare l’ambiente. È logico allora che il titolare del diritto al risarcimento non possa essere che l’ente esponenziale per eccellenza, come dicono le Sezioni Unite, e cioè lo Stato, perché l’evento di danno ambientale sarà multiforme quant’è multiforme la cerchia dei beni suscettibili di comporre l’ambiente nel suo complesso, ma è concepito in termini unitari e la portata unificante del bene immateriale si riflette sulla sua lesione. Non si può parlare di un danno all’ambiente comunale, perché l’ambiente comunale non esiste; non si può parlare di un danno all’ambiente provinciale o regionale. Il danno all’ambiente è danno all’ambiente, cioè un danno a un bene che è unitario, immateriale e libero. Quindi questa necessaria unitarietà difensiva, dico, pone al legislatore un problema, quello dell’imputazione dell’obbligo sul versante passivo, cioè sul versante dei soggetti che sono tenuti risarcimento, perché proprio l’unitarietà dell’offesa può dettare la questione: già, ma se siamo in più ad avere procurato concorso a questa lesione, chi è che deve rispondere? Ecco che risponde il legislatore non in termini di solidarietà, ma di frazionamento dell’obbligazione; frazionamento nei limiti della responsabilità individuale, una scelta che risente come è noto della funzione lato sensu punitiva attribuita al danno ambientale, dato che il risarcimento è o può essere commisurato alla gravità della colpa e ad altri criteri evocativi di un rapporto non semplicemente con le sanzioni risarcitorie, ma con le sanzioni punitive. Quindi, sul versante passivo, si avverte questa necessità di dividere l’obbligo e si sceglie la valutazione dei limiti della responsabilità che porta con sé anche il grado della colpa, l’intensità del dolo e quant’altro. Sul versante attivo, cioè sul versante attivo la legge non dice nulla; disciplina sul versante passivo, su quello attivo non disciplina e perché non disciplina? Perché non ce ne era bisogno, perché l’ha già detto. Se avesse inteso stabilire una contitolarità nel diritto, una contitolarità sostanziale, la disciplina sarebbe stata ineludibile, perché? La solidarietà attiva non è nemmeno concepibile, finirebbe col privare lo Stato del risarcimento, il che è paradossale se si legge il comma nono dell’Art. 18, se si stabilisce secondo le regole generali che c’è solidarietà attiva allora io pago al Comune e lo Stato non riceve niente, quindi tutte le altre disposizioni sono tutte lettera morta. Lo Stato non c’è, il massimo ente esponenziale, niente; ho pagato al Comune. Ma i beni non erano nemmeno... erano beni soggetti alla sovranità, e io ho pagato al Comune. Ma nemmeno la divisione è concepibile, perché la divisione presupporrebbe ciò che non si può presupporre, cioè la sussistenza di danni ambientali diversi, cioè presupporrebbe la fine dell’unitarietà del danno ambientale, il che ribadisce che il silenzio del legislatore, che è un silenzio apparente, è la riconferma di ciò che il legislatore ha già detto, che la titolarità è dello Stato. Quindi gli Enti territoriali minori debbono rassegnarsi ad assumere una figura leader consortile e se lo Stato non chiede, e a Montedison non chiede, neppure loro possono chiedere. Così, signori della Corte, sono giunto al termine della corsa e posso, come dice l’apostolo, ammainare le vele. Io credo anche di avere combattuto la buona battaglia, spero davvero di averla combattuta. Nel mio intimo ne sono certo. Nel concludere la sua requisitoria, il Pubblico Ministero, prima di formulare le richieste di condanna, ha detto: non c’è alcun bisogno di fare discorsi retorici o di richiamarsi a questioni culturali, sociali od emotive; il diritto in questo caso basta e avanza, i fatti parlano da soli. Io apprezzo e approvo, per quel poco che può valere il mio apprezzamento e per quel poco che può valere la mia approvazione, questo finale, come dire, sottotono e lo apprezzo perché, vedano signori della Corte, questo processo ha già provocato, senza colpa di nessuno, senza volontà di nessuno, ma ha provocato fiumi di cattiva retorica; ha determinato, senza colpa di nessuno, senza volontà di nessuno, ma ha determinato l’amplificazione smisurata di emozioni, di sentimenti e talvolta di vere e proprie pulsioni. Il fatto è che intorno ad accuse così gigantesche si sono sviluppate direi quasi inevitabilmente aspettative di condanna che, deluse dalla sentenza del Tribunale di Venezia, si sono poi tradotte in reazioni francamente non degne di un paese civile. Quella rassegna stampa io la custodisco ancora come un esempio tragicamente negativo: "morti ammazzati che faticano a trovare un colpevole", "vittime ammazzate due volte", "pagina infame della storia giudiziaria italiana", "assoluzione incredibile", "impunibili Enichem e Montedison", per lo meno si identificavano i due veri imputati e, per concludere, "non c’è autonomia della magistratura che tenga", si è scritto, "la sentenza è una vergogna di Stato". Questo clima ha trasformato una sentenza deliberata e scritta da Giudici che hanno onorato e onorato fino in fondo la loro funzione, in un atto che una sentenza non dovrebbe mai essere costretta a diventare: un atto retrospettivo di virtù civile. Il processo penale, in un Paese degno di questo nome, non è lo strumento per legittimare condanne già scritte, è solo uno strumento per accertarne o escluderne i presupposti e in questo modo l’hanno inteso e l’hanno utilizzato i Giudici del Tribunale di Venezia. Non c’è dunque bisogno di retorica, non ce ne deve essere bisogno. Il diritto basta e avanza per ribadire l’esclusione di ogni responsabilità penale e i fatti parlano davvero da soli, ma non parlano la lingua del Pubblico Ministero, parlano la lingua del Tribunale di Venezia, la cui sentenza io vi chiedo di confermare.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Bondi – Signori della Corte, difendo il responsabile civile Montefibre S.p.A. Quanto devo parlare questa sera? Io ho in gran parte trasfuso il mio intervento in una memoria che vi dimetto. A questa memoria, anche se voi certamente li conoscete già, ho allegato anche gli interventi della fase precedente del giudizio, sempre la parte di questo responsabile civile, vale a dire una memoria che ho depositato in sede di discussione di primo grado e una memoria che ho depositato in sede di controrepliche alle deduzioni del Pubblico Ministero, ovviamente questo come comodità di lettura. Io non so, dico, quanto devo aggiungere per ritenere poi di aver adempiuto bene al mio incarico. La Corte mi conosce, non intendo sprecare parole, però credo che sia opportuno, al di là della memoria tecnica, che questo responsabile civile faccia il punto della situazione, ovviamente non in diritto perché quelli che mi hanno preceduto e quelli che mi seguiranno molto meglio di me diranno, ma faccio il punto della situazione sotto il profilo della peculiarità della società Montefibre, ricordando alcuni dati. Questa società, che ovviamente, lo dice lo stesso nome, produce fibre a Porto Marghera, produce fibre acriliche essenzialmente. Alla meta degli Anni Sessanta, verso il 1965 – 1966, si apre uno spazio di mercato per un nuovo tipo di fibra, una fibra a base vinilica, ininfiammabile, con caratteristiche peculiari; viene sperimentata e per un determinato periodo storico, che va esattamente dal 1968 all’aprile del 1977, vi è una produzione di questa fibra vinilica. Noi non producevamo CVM, lo utilizzavamo, lo compravamo fuori ed effettuavamo questo tipo di produzione con queste caratteristiche di ininfiammabilità. L’impianto viene chiuso, come ho detto, nel 1977, nell’aprile di quell’anno. La produzione, e questa è una domanda logica ed esige una risposta precisa, la produzione che è stata fatta di questa fibra per la Montetibre equivale in un anno di produzione a circa dieci – quindici giorni di produzione della fibra acrilica. La medica è stata del ciclo di produzione verso le mille e 700 tonnellate all’anno per un totale di poco superiore alle 10 mila tonnellate. Si producevano decine di migliaia di tonnellate di fibre acriliche e non parlo, come è stato fatto anche più volte da parte degli imputati dell’accusa e anche da parte delle accuse private, di potenzialità di produzione, io parlo di produzioni effettive. Nel mondo venivano prodotti 25 milioni di tonnellate di PVC all’anno, in Italia 750 mila tonnellate di PVC, solo a Porto Marghera il PVC prodotto era di 250 mila tonnellate all’anno, parlo degli anni ovviamente che ci riguardano. In tutto, noi in dieci anni abbiamo prodotto poco più di 10 mila tonnellate di questa fibra. Questo è un processo che ha avuto centinaia, che ha avuto sofferenze certamente e ha avuto centinaia di persone offese presenti, centinaia. La lista del Pubblico Ministero che ha depositato il 6 giugno del 2001 è una lista con molte centinaia di persone come persone offese e la Montefibre è una società molto grande all’epoca, i dipendenti totali della Montefibre erano circa 2 mila e 300 persone. Il numero elevatissimo di dipendenti era dovuto anche al fatto che la fibra in qualche modo andava filata e quindi c’erano delle macchine che richiedevano una numerosa presenza di persone. In questo processo, le persone offese dipendenti Montefibre, almeno per qualche tempo dipendenti Montefibre, perché poi molti hanno lavorato solo per un determinato periodo per questa società e sono andati in precedenza o hanno lavorato per altre e successivamente per altre ancora. Le persone offese sono sette, sette persone offese; le persone che sono costituite Parte Civile e quindi interessano questo responsabile civile sono tre e se, come abbiamo sentito dire e come sappiamo, l’organo bersaglio del CVM è il fegato, è interessante vedere quali sono le patologie che queste persone hanno accusato. Queste tre persone, che sono (Berteggia Giovanni), (Guerrin Pietro) e (Toffanel Rodolfo), uno è deceduto per un tumore al polmone, Guerrin Pietro è un fenomeno di Reynaud e Toffanel Rodolfo ha un’epatopatia. Non entro nei dettagli qui in questo momento io delle singole patologie, verranno trattate caso per caso da chi poi parlerà dopo di me, però sulla correlabilità di queste patologie alle lavorazioni di Montefibre e al CVM effettivamente c’è molto da dire; certamente non il tumore al polmone. Ricordate che in Montefibre non lavoravano cooperative di insaccatori e il PVC era trasportato in via pneumatica fino al reparto in cui veniva mescolato con il (cicloesanone) e quindi pronto per la filatura. Il fenomeno di Reynaud del signor Guerrin Pietro è un fenomeno di Reynaud che viene diagnosticato per la prima volta nel 1998. Montefibre cessa la lavorazione del CVM nel 1977. Siamo a distanza di ventidue anni. Il fenomeno di Reynaud ha un tempo d’induzione, come sappiamo, che va dai quattro ai quarantotto mesi, qui viene accertato ventidue anni dopo. L’epatopatia del signor Toffanel è un’epatopatia assolutamente equivoca e i nostri consulenti hanno evidenziato che si tratta di un’asteatosi e di una asteatofibrosi in un soggetto soprappeso. Non vi sono particolari indicazioni di correlabilità all’esposizione. Allora qual è la ragione di queste persone offese in numero così ridotto? È lo stesso Pubblico Ministero che nella sua discussione del 13 luglio in quest’aula ha dato atto che effettivamente Montefibre ha poche persone offese. Io non credo che questo sia dovuto ad una fonte miracolosa interna alla fabbrica, ovviamente, non voglio neppure fare ironia su questo, ma che questo invece non possa essere dovuto al fatto che gli impianti di Montefibre, nati nel 1968 e quindi comunque impianti recenti, hanno subito degli aggiornamenti e degli adeguamenti fino al momento di chiusura nel 1977 e al momento di chiusura rispettavano assolutamente qualunque tipo di normativa, anzi assolutamente al di sotto delle normative presenti a quell’epoca. Ricordiamo che nel 1977 siamo un anno prima della direttiva CEE, la 610/78 e ben cinque anni prima del D.P.R. 962 del 1982, che indicherà quali sono poi i limiti di soglia. Vedrà anche il Tribunale, chiedo scusa, la Corte ovviamente, nella relazione tecnica dell’ingegner Pasquon, a pagina 285, quali sono i dati analizzati di percentuali di CVM presenti nel reparto, come questi decadano in maniera assolutamente quasi eclatante dal 1974 in poi fino al 1977. Ho detto che non c’è correlazione tra quelle patologie e che le persone offese sono pochissime. Il nostro, tra l’altro, è un processo che non ci vede impegnati nel secondo capo d’imputazione. Il secondo capo d’imputazione non riguarda Montefibre. Le persone, e cioè (Britti Bottacco) e Belloni, sono imputate del primo capo d’imputazione. Una considerazione, e poi veramente io credo di dover concludere il mio intervento, è che invece proprio questo, questo numero così limitato di persone offese in questo processo come persone che abbiano lavorato per Montefibre non possa in qualche modo fare da cartina di tornasole alla correttezza della decisione adottata dal Tribunale, al di là delle considerazioni giuridiche, vale a dire che alle basse esposizioni non conseguono patologie correlabili. Io chiedo che venga confermata la sentenza di primo grado e che venga ovviamente respinta ogni domanda risarcitoria, grazie.

 

PRESIDENTE – L’Avvocato Alessandri, se vuole cominciare a parlare, visto che abbiamo ancora un po’ di tempo.

 

DIFESA – Avv. Alessandri – Con tutta franchezza, Presidente, avevo qualche cosa da preparare, non pensavo di dover intervenire oggi e quindi, se la Corte lo ritiene, preferirei iniziare domattina. Però se c’è bisogno di occupare del tempo, sono a disposizione.

 

PRESIDENTE – Tanto per anticipare i tempi di domani, se vuole Avvocato.

 

DIFESA – Avv. Alessandri – Io credo di avere la mattinata di domani e una piccola parte del pomeriggio, non di più, mi dica la Corte se ritiene. Potrei fare la premessa di quello che dirò domani.

 

PRESIDENTE – Prego allora, faccia questa breve premessa. Facciamo una breve sospensione magari.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 16.45.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 17.05.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Alessandri – Signor Presidente, signori della Corte, prendo la parola nell’interesse degli imputati Italo Trapasso, Alberto Grandi, Sauro Gaiba, anche in sostituzione del professor Cesare Pedrazzi e di Antonio Belloni, difeso da me insieme alla collega Francesca Pedrazzi, che parlerà prossimamente. Approfitto di questa prima tranche del mio intervento innanzitutto per scusarmi con la Corte, con il Pubblico Ministero e con gli altri difensori per la mia assenza nelle precedenti udienze. Non è assolutamente il segno di un disinteresse a questo processo, in primo grado credo di aver partecipato pressoché a tutte le udienze, ma semplicemente ragioni mie strettamente, strettissimamente personali, mi hanno impedito e probabilmente mi impediranno di essere presente ancora alle prossime udienze. Detto questo, anticipo quello che è l’argomento del mio intervento di domani, sostanzialmente. Anche la slide che avevo presentato recava la data dell’11 novembre e quindi è un po’ fuori tempo. L’argomento è quello del primo capo d’imputazione e nell’ambito del primo capo d’imputazione mi dedicherò alle questioni di natura medica, cioè alle malattie che sono state contestate e al rapporto tra queste malattie e il CVM, quel rapporto affermato ampiamente e largamente dal Pubblico Ministero, contestato fermamente da queste difese e tesi che è risultata accolta dalla sentenza del Tribunale, della quale, anticipo subito la conclusione, chiedo ovviamente la conferma, così accolgo l’invito del Pubblico Ministero di anticipare la conclusione, peraltro scontata. È certamente inusuale che un Avvocato affronti questioni mediche. Sono stato preceduto dal professor Padovani, che ha illustrato splendidamente una serie di questioni giuridiche e ha, come dire, notomizzato il capo d’imputazione e le critiche del Pubblico Ministero alla sentenza e che dunque io parli di questioni mediche, di malattie, di rapporti tra le esposizioni, l’attività lavorative e l’insorgenza di queste malattie, potrebbe suonare assolutamente singolare, ma soprattutto potrebbe mettere fortemente in dubbio la credibilità mia e l’affidabilità delle cose che andrò esponendo. Peraltro non posso fare diversamente, perché questo lo ha già fatto il Pubblico Ministero, lo ha già fatto in primo grado, lo ha già fatto nei suoi motivi d’appello, lo ha fatto nella sua lunga requisitoria in questo grado d’appello. Il Pubblico Ministero, trattando le questioni di natura medica, come cercherò di dimostrare domani, come sono sicuro di poter dimostrare domani, ha addirittura superato i suoi stessi consulenti, ponendo delle diagnosi addirittura in contrasto con il loro parere o comunque in difformità dei loro giudizi. La cosa non devo dire che mi ha sorpreso, nient’affatto, forse avrà sorpreso la Corte, ma per noi che abbiamo vissuto il dibattimento di primo grado questa non è altro che la logica conclusione di quello che il Pubblico Ministero aveva detto in primo grado, vale a dire che lui avrebbe alla fine tirato le somme delle valutazioni fatte dai suoi consulenti e avrebbe fatto le diagnosi. Io voglio assumere una posizione molto più modesta, non mi sento di assumermi un compito di questa natura, ma mi limiterò nell’ambito delle mie capacità e possibilità ad affrontare questi temi sulla base delle evidenze, delle prove scientifiche che sono risultate acclarate e che hanno superato il vaglio del dibattimento del primo grado, esaminando i dati raccolti e cercherò di argomentare in termini puramente razionali su queste evidenze, come d’altro canto questa Corte che mi ascolta, che non è composta da medici, sarà costretta a fare, verificando quindi l’esistenza in fatto delle premesse che sono state assunte dal Pubblico Ministero e la correttezza logica delle successive inferenze che ha ritenuto di trarne. Mi dovrò soffermare soprattutto sulle spiegazioni alternative alle conclusioni del Pubblico Ministero e questo sarà un punto che mi impegnerà non poco. Da un punto di vista se si vuole più generale, io mi vedo costretto, nell’ambito del collegio di difesa Montedison, ad affrontare questi temi anche per rispondere alle manipolazioni che sui dati risultanti dal dibattimento e sui dati documentali sono stati operati dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria e nei suoi motivi d’appello; in qualche caso, e lo dico consapevole di ciò che dico, alle falsità e, se vogliamo, alle enunciazioni difformi dal vero. Dicevo prima, signori della Corte, che sarebbe stato certamente per me più agevole, forse con risultati ancor meno apprezzabili, ma certamente più coerente con un giudizio in grado di appello, discutere esclusivamente di questioni giuridiche, visto che in questo grado d’appello la rinnovazione del dibattimento non c’è stata e sono di fronte ad una Corte che non ha visto crescere davanti a sé la formazione delle prove e quindi sarebbe stato auspicabile soltanto un inquadramento giuridico delle questioni di fatto. Ma questa Corte, avendo letto il materiale del primo grado, sa bene che il Pubblico Ministero in quel primo grado, come ha già ricordato anche questa mattina il professor Padovani, si è ben guardato dal fornire schemi giuridici soprattutto direi sul primo capo d’imputazione; non dico argomentazioni giuridiche, dico schemi giuridici. Abbiamo avuto parti fantasiose certamente, come la strage colposa, ma hanno avuto vita breve e abbiamo avuto, l’ha ricordato anche questo già Tullio Padovani, i disastri dalle dimensioni che addirittura travalicherebbero i capi d’imputazione e i normali steccati alle contestazioni del Pubblico Ministero, perché la situazione di fatto parlerebbe per l’accusa. Questo era il quadro che ci era stato prospettato in primo grado e in appello, se vogliamo, questi dati si sono ripresentati e la delusione di noi difensori è stata totale, anche sul fronte immediato, naturale, quello della causalità. Su questo punto ricorderà la Corte che il Pubblico Ministero ha compiuto non un’operazione di argomentazione giuridica, ma un’opera puramente affabulatoria, cioè sgranando sentenze come in un rosario, senza neppure curare che fossero omogenee tra di loro: ha esaltato la sentenza delle Sezioni Unite Franzese, di cui non citerò neppure le date tanto è nota, come se fosse la sua sentenza, la sentenza che costituisce l’ossatura delle sue argomentazioni. Non voglio certamente entrare nel campo che è già stato calato così saggiamente e così sagacemente dal professor Stella, mi permetto solo di ricordare dal mio punto di vista in questa premessa che le Sezioni Unite in quella famosa sentenza impongono l’esigenza di ancorarsi a leggi scientifiche esplicative dei fenomeni, richiedono standard di alta credibilità nazionale, di elevata certezza, di probabilità logica, assicurata, dice la Cassazione a Sezioni Unite, testualmente, dall’applicazione in un numero sufficientemente elevato di casi e che ricevono conferma empirica mediante il ricorso a metodi di prova razionali ed empiricamente controllabili. Per carità, nulla di nuovo in questa affermazione. Direi che la scienza applica questi criteri da quando Galileo ha rivoluzionato il modo di procedere, il modo di lavorare e il modo di pensare ai fenomeni scientifici, ma lo ricordo, perché quando si discuterà di studi di queste caratteristiche, cioè la conferma empirica mediante il ricorso a metodi di prova razionali ed empiricamente controllati, quando parleremo di studi che non hanno queste caratteristiche, che non hanno queste caratteristiche e quindi devono essere necessariamente espunti dal novero delle conoscenze utilizzabili in questo processo. Le Sezioni Unite hanno altresì ricordato che bisogna ben guardarsi e ben munirsi dal rischio di un’erosione del paradigma causale e quindi vi è un fermo rifiuto in quella sentenza della teoria dell’aumento del rischio o della sua mancata diminuzione. Aggiunge la Cassazione che pretese difficoltà di prova non possono mai legittimare un’attenuazione del rigore nell’accertamento del nesso di condizionamento, che deve spingersi, questo rigore, ad escludere le cause alternative oltre ogni ragionevole dubbio. So benissimo che questa Corte conosce assai meglio di me e ha valutato attentamente quelle che sono le conseguenze e le ricadute della decisione delle Sezioni Unite. Io mi sono permesso di ricordarlo in apertura perché questo sarà il mio punto di riferimento. Se io sottoporrò a verifica razionale appunto gli studi portati dal Pubblico Ministero a conferma delle sue ipotesi d’accusa, lo farò, tenterò di farlo lungo queste coordinate, che diciamo ormai sono le coordinate del nostro diritto vivente. Non credo, e lo anticipo subito, che così si sia comportato il Pubblico Ministero, che si è limitato a proporre nella sua requisitoria una massa che dimostrerò essere incoerente di dati e l’ha fatta passare, questo ci aveva già tentato in primo grado, ma adesso ha una formula passepartout per il positivo riscontro probatorio di cui parlano le Sezioni Unite e io cercherò appunto di dimostrare che questo positivo riscontro non può essere sostituito dal mero accumulo di dati tra di loro incoerenti e di studi che non rappresentano quelle caratteristiche di rigore che sono appunto richieste come indispensabili dalla sentenza Franzese ed è, lo anticipo subito, assolutamente inutile insistere su un’equivalenza inaccettabile come il Pubblico Ministero ha proposto tra CVM e amianto, asbesto, per evocare una serie di ormai superate sentenze, tutte invariabilmente fondate sulla tesi dell’aumento del rischio; a loro volta sentenze esclusivamente dipendenti da una modellistica esclusivamente ricavata da studi epidemiologici e non mi si venga a parlare, mi si consenta l’espressione, della famosa sentenza Macola. Si taccia se non si sa, perché non rappresenta affatto un caso di scuola, semmai rappresenta un caso di cattiva scuola. Quella sentenza è stata, per così dire, partorita su un tronco di un giudizio abbreviato, nel quale non vi era stato alcun accertamento dell’esposizione dei singoli lavoratori alle fibre d’amianto. Si postulava un eccesso di rischio di carcinoma polmonare in quella coorte di lavoratori, un eccesso che è stato poi pienamente smentito da una perizia disposta dal Tribunale e realizzata dal professor Simonato della IARC, che è stato teste del Pubblico Ministero nel dibattimento di primo grado ed è stata altresì smentita da altra perizia disposta in quel dibattimento, sempre nei confronti di Macola, ma in un altro processo, che ha stimato l’esposizione dei lavoratori a dosi estremamente basse. Quindi quella sentenza non solo è impropria nel richiamare la tesi dell’aumento del rischio e la generica idoneità dell’asbesto, ma è drammaticamente – e drammaticamente lo dico perché è passata in giudicato – sbagliata nelle sue premesse fattuali, perché fondata su un preteso aumento del rischio, che non c’è stato, e su una pretesa elevata esposizione a fibre di amianto, che si è dimostrata non essere corrispondente al vero. Quindi anche le sentenze della Cassazione non solo bisogna avere la pazienza di leggerle fino in fondo, fino a dove arriva la motivazione e non fermarsi alla massima, ma molto spesso ereditano errori di impostazioni che le riviste giuridiche, ahimè, non ci comunicano e non ci trasmettono. Ho già detto dei motivi d’appello e della requisitoria del Pubblico Ministero. Vi è una difficoltà che avverto nel rispondere alle contestazioni del Pubblico Ministero, perché è agevole rispondere quando vi è un’impalcatura logica, un filo conduttore razionale e allora si può controargomentare, sapendo da dove parte il nostro contraddittore e dove vuole giungere. Questo io non l’ho trovato, forse per mia incapacità, e non lo dico come formula di stile, nell’argomentazione del Pubblico Ministero, almeno nel tema di cui mi sono occupato. Ho trovato una ripetuta ripresa di temi, al punto da far assumere alle argomentazioni in materia medica una sorta di singolare girovagare. Mi sono chiesto, a questo punto, e me lo sono chiesto molto spesso anche preparando questa discussione, se questo girovagare, questo ritornare ai punti di partenza, un esempio classico e clamoroso sarà quando discuterò degli epatocarcinomi che vengono ripresi tre, quattro, cinque, sei volte dal Pubblico Ministero, se questo era voluto o frutto dell’incapacità di dominare la materia. Verrebbe quasi da storpiare Shakespeare e dire "c’è della logica in questa follia", ovvero in questo caos argomentativo. Io non credo che ci sia una logica, ma credo che ci sia una suggestione retorica perseguita, vale a dire la ripetizione delle affermazioni ha un suo preciso scopo: le affermazioni del Pubblico Ministero tendono ad inverarsi, per così dire, per la loro insistita ripetizione, sì che la successiva evocazione dell’argomento vorrebbe dare l’effetto, la risonanza quasi, di una già fornita dimostrazione. Da qui posso pensare di capire quali siano state le ragioni per avanzare le mosse retoriche più abusate, che assumono il ruolo di collante delle vari asserzioni e quindi abbiamo analogie, enfasi, pleonasmi, similitudini, sineddoche, che coprono una sistematica distanza dei dati processuali e scientifici e la verifica di questa distanza delle distorsioni, delle manipolazioni di questi dati offerti in requisitoria è andata al di là di ogni immaginazione mia ed è stata davvero faticosa la ricerca degli errori e lo svelamento delle verità. Il Pubblico Ministero ha presentato nella sua requisitoria circa un’ottantina di casi, ricorderà la Corte, sostenendone l’ammissibilità e quindi la qualificazione di eventi dei reati contestati di omicidio e di lesioni, sulla base dei criteri che il Tribunale avrebbe ammesso per riconoscere le varie patologie. In sostanza, si contesta nuovamente al Tribunale di essere caduto in contraddizione con se stesso: assunte determinate premesse, stabiliti determinati paletti per il riconoscimento di determinate patologie, dice il Pubblico Ministero, ma poi il Tribunale non è stato coerente con se stesso perché non ha condotto fino in fondo questa analisi e non ha applicato, come aveva promesso di fare, questi criteri, lasciando inspiegabilmente fuori una serie di casi che quei criteri invece compiutamente rispettavano e quindi almeno riconosceteli voi, signori della Corte. Non vi è dubbio che si tratta di un arretramento spettacolare delle richieste del Pubblico Ministero, "che siano riconosciuti almeno questi rispetto alle richieste originarie" è qualche cosa di molto singolare. So benissimo che il Pubblico Ministero nella replica mi smentirà e mi dirà che non è vero che rimangono tutti i casi, che non c’è nessun arretramento; resta il fatto indiscutibile che il Pubblico Ministero traccia una linea di trincea più arretrata, fondata su un principio apparentemente logico che è quello di non contraddizione: non può il Tribunale contraddirsi e alle contraddizioni, almeno a quelle, rimette la Corte. Ma è una trincea illusoria questa, secondo me, costruita con affermazioni puramente verbali. D’altro canto non è una novità che le contestazioni del Pubblico Ministero assumano dimensioni variate. Devo dire che la maggior sorpresa sul mutamento delle dimensioni riguarda la pena. La pena chiesta in primo grado e le pene chieste in secondo grado sono state diverse, non ho capito le ragioni per le quali ciò è avvenuto, ma comunque di questa volubilità del nostro contraddittore ce ne ha offerto una serie di esempi in primo grado soprattutto per quanto riguarda, nel mio settore, l’ampiezza delle contestazioni appunto di lesioni e di omicidi, una sorta di andamento a fisarmonica. Le originarie contestazioni nel capo d’imputazione, aumentate dalle contestazioni suppletive, arrivavano a 721 casi. Ecco, io ho cercato di riassumere in questa tabella, purtroppo si sovrappone un caso, comunque erano 721 varie malattie, di cui mi dovrò in parte occupare, alcune le abbandonerò, e osservo qui incidentalmente, signori della Corte, che di fronte al capo d’imputazione originario questa difesa, se non ricordo male sia io che il professor Padovani, sollevammo una censura di indeterminatezza, non certo riguardo alle persone offese, che erano indicate nominativamente, ma proprio alle condotte che queste lesioni avrebbero provocato. Io sono sempre stato convinto che nella mia ignoranza della materia processuale, i vizi di partenza di una contestazione tradiscono un’imprecisa impostazione sostanziale dell’accusa; non sono vizi formali, sono vizi che tradiscono appunto l’esistenza di un sottostante, imprecisa quanto meno, imprecisa declinazione dell’accusa stessa e devo dire che il riscontro più significativo a questa nostra censura di indeterminatezza è venuto proprio dalla sentenza, che ha salvato quel capo d’imputazione allora, forse nell’attesa, nella speranza, nella disponibilità che il Pubblico Ministero chiarisse quali fossero state le condotte riferibili a ciascun imputato, per cui bisognava rispondere di questi 721 casi, chi ne doveva rispondere, a che titolo, allora respinse la censura di indeterminatezza e poi, nella sentenza in un certo senso il Tribunale si è ricreduto: "Il processo ha sofferto della fuorviante impostazione accusatoria, un procedere senza distinzioni, in cui sono mancate le coordinate spazio temporali necessarie per orientare nell’individuazione delle condotte e dei soggetti ai quali fossero imputabili". Se questo non è ciò che si dice di un capo d’imputazione indeterminato e generico, non so che cos’altro si potrebbe dire, ma è tutto sommato la dimostrazione positiva dell’effetto di verità del processo, del suo lento ed inesorabile procedere allo svelamento di una verità tanto a lungo occultata. Bene, torno alla mia argomentazione, chiedo scusa di questa divagazione. Torno alla fisarmonica del Pubblico Ministero, nel senso che al termine della requisitoria finale il Pubblico Ministero operava una drastica riduzione dei numeri dei soggetti e delle patologie e si passava appunto da 721 patologie riferite a 542 soggetti a 311 patologie riferite a 263 soggetti. Il perché di questa diminuzione è rimasto privo di qualsivoglia spiegazione. Effetto dell’istruttoria dibattimentale? Si dovrebbe ritenere, ma non vi è motivazione e la motivazione non vi è neanche, non è stata neanche fornita nei motivi d’appello e nella requisitoria. È chiaro dal confronto quale sia stato lo sfoltimento operato dal Pubblico Ministero al termine della sua requisitoria rispetto alle contestazioni originarie che si sono poi ampliate con le contestazioni suppletive. Per fare una sintesi, risultano quindi eliminati 13 casi di cirrosi, 155 epatopatie, 8 casi di tumore polmonare, 5 casi di tumore della laringe, 3 casi di tumore del sistema emolinfopoietico, 2 casi di melanoma, 12 casi di pneumoconiosi, tutte le broncopatie, tutti i casi di tumore gastrico, tutte le altre neoplasie, tutte le altre patologie non neoplastiche. Mi permetto di ricordare che tutti questi casi originariamente contestati dal Pubblico Ministero furono, nel primo tratto del dibattimento, ritenuti correlabili con l’esposizione al CVM, tutt’e 721 e, ripeto, resta priva di esplicita spiegazione questa riduzione; ci si può andare soltanto per intuizione: l’eliminazione dei tumori gastrici del pancreas, che erano originariamente attribuiti al dicloroetano riflette, io penso, l’evidente consapevolezza dell’insostenibilità dell’accusa, stante l’assenza di qualunque evidenza di effetti neplaostici del dicloroetano sull’uomo, come si è visto bene in dibattimento, ma a dir la verità questo risultava anche prima. Sorprende che questa tesi del dicloroetano sia stata nuovamente rispolverata da qualcuna delle Parti Civili. Da segnalare, altresì, la scomparsa di broncopatie e broncopneumopatie, nonché i 12 casi di pneumoconiosi che in precedenza erano stati ricollegati alle polveri di PVC. Quindi questa riduzione operata resta nel suo complesso in larga misura incomprensibile e apparentemente arbitraria, come cercherò di dire più avanti. Poi si aggiunge questo ridimensionamento dell’accusa nelle conclusioni della requisitoria, come ho detto prima, che almeno questi casi siano riconosciuti, con quel che vale naturalmente, perché – ho anticipato – il Pubblico Ministero mi dirà che questo è il minimo della sua richiesta; ben altro è ciò che chiede. Quindi, signori della Corte, passo a considerare adesso molto brevemente quello che è stato o che io ho definito l’attacco alla sentenza. Anch’io raramente ho visto, benché abbia un’esperienza molto più limitata di quella del professor Padovani, una sentenza attaccata in modo così furibondo ed enfatico fin dall’inizio, prima dai giornali naturalmente, come è stato segnalato, ma poi anche nei motivi, nelle aggettivazioni: incomprensibile, inaccettabile, stupefacente, machiavellica addirittura, supina alle difese, cecità intellettuale e nell’accusa io credo più grave, cioè quella di avere consapevolmente trascurato i dati dibattimentali. Spira nelle accuse un sospetto di complotto, si evoca un tradimento alla verità nella accondiscendenza alle difese. Ebbene, chi ha vissuto il primo grado sa che quei tre anni e mezzo passati nell’aula qui affianco, dell’ostinata attenzione, della faticosa atribia a tutti gli aspetti delle questioni che sono stati dedicati dal Tribunale; ricorda, chi ha partecipato a quei tre anni e mezzo, la quantità di conoscenze lentamente e umilmente acquisite dal Tribunale e da tutti noi, in un duro confronto delle posizioni antagonistiche. A. le posizioni antagonistiche, aanni e mezzo, la quantità di conoscenze lentamente e vissuto il primo grado sa che quella fatica del giudicare che va riconosciuta senza alcun dubbio e con grande deferenza nei confronti del Tribunale di Venezia, l’accusa risponde con due argomenti: il primo è che è immorale assolvere, non è un argomento questo, è ovvio, ma lo si ricava non soltanto dal battage giornalistico nell’immediatezza della sentenza, dai reportage televisivi, ma dall’insistenza sulle centinaia di morti di Marghera che sarebbero appunto morti due volte. Ce lo siamo sentiti dire molte volte anche qui in appello. Io non pretendo che mi si creda sulla parola naturalmente in questo tema, in quanto il Giudice veneziano mi conosce e sa che nulla mi è meno indifferente delle morti e delle malattie di chi lavora, per il solo sospetto che la fatica del lavoro abbia portato con sé questo terribile fardello aggiuntivo per sé e per le proprie famiglie. Ma qui nel processo penale la questione è diversa, è in gioco appunto l’attribuzione di responsabilità penali, l’attribuzione di pene; quel sospetto va verificato di fronte a malattie che comunque colpiscono la popolazione generale per una molteplicità di fattori. Questo non può essere dimenticato quando si parla delle centinaia di morti del Petrolchimico e nessun bene giuridico, neppure quello di rango più elevato, che è certamente nel nostro ordinamento quello della vita, nessun bene giuridico legittima amputazioni arbitrarie della sintassi penalistica e delle regole del processo. L’attacco alla sentenza sotto questo versante, che è stato veemente fin dall’inizio, si è poi un poco spuntato forse per effetto della tempestosa uscita iniziale della Procura Generale. È stata definita sottovoce "politicamente scorretta". Viviamo in un periodo in cui forse essere politicamente corretti qualche volta tradisce la verità e forse il Procuratore Generale ha davvero detto quello che voleva dire e che molti in quel banco pensavano. Lo stupore ha riguardato la forma e le conclusioni, ma le premesse, le premesse erano nell’impostazione dell’accusa, nella sua ascientificità, che poteva agevolmente fare spazio alla tesi infondate, a delusioni quindi, a recriminazioni inconsulte e rabbiose. Il Giudice penale aveva tradito le attese di giustizia. Il vero punto è che è stato a lungo coltivato un pernicioso fraintendimento, ossia che il giudizio penale avrebbe potuto placare le attese anche a costo di meno ai suoi principi fondamentali di garanzia liberale. Questo credo sia stato l’aspetto più sorprendente, più sgradevole di questa vicenda processuale e si è quindi assistito all’incredibile spettacolo di un’accusa arroccata sulle posizioni penalistiche più retrive, che sono state esemplificate in primo grado per esempio dall’esaltazione di autori come Maggiore, all’accettazione qui nella requisitoria del Pubblico Ministero, incredibilmente normale, del criterio del versare in re illicita, tesi che oggi in Italia nessuno oserebbe sostenere, manifestando altresì una totale incomprensione di che cosa sia la responsabilità oggettiva, che sarebbe altro dal versare in re illicita, ha detto il Pubblico Ministero. Dicevo due argomenti, il secondo, servente al primo, è una sorta di grimaldello interpretativo o se volete grimaldello argomentativo. Mi permetto di definirlo quella sorta di sincretismo probatorio del Pubblico Ministero e in questo il metodo non è mutato dal primo grado. Il Pubblico Ministero ha proseguito, per quanto riguarda le argomentazioni che tratterò, nell’accumulo di argomenti di origine diversa, nella stratificazione incoerente, alluvionale, di documenti, studi e pseodostudi, accostamenti analogici e similitudini. La Corte ne ha già avuto un esempio nelle richieste di rinnovazione. Dirà poi delle non verità, non verità attive o per omissione o per reticenza delle argomentazioni, metodo che è stato seguito anche in quell’agevolatoria di sentenze che ho già ricordate, accatastate l’una sull’altra come materiale in un cantiere, senza vederne né coglierne le differenze, la specificità e soprattutto il loro collocarsi sui versanti di un dibattito in corso; un’affabulazione che non ha trama. Tutto questo dovrebbe tenere il posto del diritto, di quell’inquadramento giuridico mancante. Il realtà è il metodo basato solo sull’ossessività, che mira alla persuasione, non alla convinzione; contrabbandato appunto come ricognizione del complesso probatorio, sentenza Franzese, ossia la preziosa offerta del Pubblico Ministero per l’indispensabile valutazione unitaria del materiale probatorio. Ecco, nella requisitoria, epidemiologia, biologia molecolare, medicina legale, la casistica, la cancerogenesi, la questione delle basse dosi, gli studi in vivo e in vitro, e a sostegno ci sono le conclusioni degli argomenti internazionali e nazionali, tutti insieme. Questo accumulo che nel primo grado era finalizzato alla costruzione di quello che il Pubblico Ministero aveva definito il suo mosaico, ora cambia formalmente funzione, si trasforma impropriamente nel positivo riscontro probatorio, ancora la frase delle Sezioni Unite, e la sua grandezza, la grandezza di questo accumulo, la sua mole, dovrebbe costituire la suggestiva risposta alle imponenti attese suscitate nel proclamare queste centinaia di morti. Il giudizio penale, però, è esigente, non da noi più che altrove e il positivo riscontro probatorio esige, quello che richiedono le Sezioni Unite, banale dirlo, che siano davvero prove quelle che si mettono sul vostro tavolo di Giudici, non un coacervo slegato e incoerente di suggestioni, studi isolati, estrapolazioni, speculazioni, quando non fraintendimenti che siano volontari o meno poco importa. Verrebbe da chiedersi: ma allora molte debolezze farebbero una forza, e vedrete che questa non è una frase detta per caso; molte debolezze per esempio di studi limitati, che non sono decisivi, farebbero la forza di uno studio davvero esplicativo, capace di illustrare le catene causali. Ma non così lavora la scienza. La scienza, lo ripeto qui, quanto il diritto è indispensabile per fare l’affondo solido alla vostra decisione, le trame dei fenomeni vanno chiarite, le catene causali verificate e accertate. Poi interverrà il momento giuridico di assunzione delle informazioni scientifiche negli schemi normativi, ma questi senza le regole scientifiche sono vuoti, disponibili ad occupazione abusive. L’intima convinzione del Giudice, sulla quale ha scritto pagine memorabili Massimo Nobili, che è stata non a caso – non l’opera di Massimo Nobili, ma l’intima convinzione – ricordata dal Pubblico Ministero. Le massime di esperienza popolare, le formulette pigre, che troveremo negli studi dei consulenti del Pubblico Ministero, quelle formulette che nulla dicono e tutto abbracciano: "non si può escludere che", "è impensabile che non accada", "non essendo smentito è vero", le similitudini in assenza di esperimenti. Mi dice la Corte quando mi devo fermare.

 

PRESIDENTE – Ha finito l’argomento delle premesse?

 

DIFESA – Avv. Alessandri – Direi di sì.

 

GIUDICE – Allora sospendiamo.

 

DIFESA – Avv. Palavera – Signor Presidente, deposito adesso la memoria sulle discussioni delle Parti Civili. Dando notizia di questo inviterei il Pubblico Ministero e le Parti Civili che hanno annunciato e che si sono riservate il deposito di memoria, a provvederne, anche nell’ambito della razionalizzazione dei tempi processuali a cui ci invitate per altro verso e se intendono non attendere il termine delle discussioni delle difese, di avere la coerenza poi di ammettere che hanno rinunciato a depositare le memorie e che in loro vece depositano memorie di replica.

 

 

ORDINANZA

 

LA CORTE dispone il rinvio all’udienza del 11 novembre 2004 ore 9.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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