UDIENZA DEL 13 DICEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: SENTENZA

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PARTE CIVILE – Avv. Scatturin – Signor Presidente, buongiorno, io sostituisco la parte Pigotti e deposito la nota spese per la Parte Civile Terrin.

 

PRESIDENTE – Siamo arrivati all’ultima udienza. Io penso che entro oggi la concluderemo, poi andremo in Camera di Consiglio. Quindi gli interventi, per le repliche c’è il Procuratore Generale, per le Parti Civili nessuno replica? Replica l’Avvocato Boscolo Rizzo.

 

DIFESA – AVV. Padovani – Per l’Avvocato De Luca deposito le sue note d’udienza, tratte dalla discussione dell’Avvocato.

 

PRESIDENTE – Poi, per quanto riguarda la difesa degli imputati? Sentiranno la replica del Procuratore Generale e poi si adegueranno, anche nei tempi. Casomai faremo, certamente ci sarà una pausa dopo la requisitoria, dopo la replica del Procuratore Generale, quindi anche voi concorderete e ci farete sapere qual è il vostro programma. Allora do la parola al Procuratore Generale.

 

PROCURATORE GENERALE – Dott. Casson – Signor Presidente, signori Giudici, entro subito in medias res, cercherò di rispettare il tempo fissato, anche se il fatto di essere l’unico, quasi l’unico per l’accusa ad intervenire mi carica ovviamente di ulteriori responsabilità in ordine alla completezza di quello che dovrò dire. Parto da una prima tematica, quella relativa alla tossicità del CVM, per dire soltanto due cose su due questioni peraltro fondamentali. Abbiamo detto ripetutamente che nel nostro processo è predominante ed assorbente la contestazione di una colpa specifica, perché il CVM deve ritenersi ex lege inserito tra le sostanze tossiche a norma della Legge 15 novembre 1952, e vediamo la tabella sulle malattie professionali. Questo è un dato fondamentale che non può essere contestato da nessuno, come non può essere contestato da nessuno un altro dato molto vecchio nel tempo, del 1963, un documento Montedison, scheda di sicurezza sul cloruro di vinile, dal quale risulta per certo, come vediamo sempre dalle proiezioni, che il CVM è inserito tra le sostanze che causano malattie professionali, il CVM causa vapori tossici, gli esposti alle azioni del CVM devono essere sottoposti a visite trimestrali, così dice la normativa, così ben sapeva Montedison fin da quel documento del 1963. Ma è molto importante questo documento del 1963 anche in materia di prevenzione, per quello che dice in particolare al suo articolo 6.2, in relazione innanzitutto alla concentrazione massima tollerabile, che fa riferimento a 500 PPM, 6.2.2; sempre questo articolo parla ancora del fatto che non sono idonei coloro che siano affetti da infiammazione cronica delle vie aeree in malattie epatiche renali. Questo lo ribadisco, perché qui si è parlato in aula soltanto in epoca vecchia di fenomeni di Reynaud e qui vediamo che Montedison fin dal 1963 nei suoi documenti ribadiva di essere a conoscenza di queste malattie, epatiche, renali, infiammazioni delle vie aeree, tanto che al punto successivo, il punto 6.2.3, si parla di visite all’apparato respiratorio e al fegato, quindi non solo di Reynaud, per Montedison fin dal 1963. Ma questo punto 1 di 2 della normativa che ho appena indicato, riporta appunto quella norma chiarissima a cui facevo riferimento prima, la Legge del 1952 e ci dà contezza di come non sia stata adottata per caso, perché fin dagli Anni Cinquanta, dagli Anni Sessanta, si parlava per il CVM di fegato e di apparato respiratorio ed è una norma questa che, guarda caso, combacia perfettamente con le evidenze scientifiche dell’epoca. Non voglio ripercorrere ovviamente tutta la storia, dirò soltanto in sintesi alcune cose, perché le difese hanno contestato questo dato, facendo riferimento innanzitutto al fatto che la conoscenza sulla tossicità risalirebbe per qualcuno addirittura a metà degli Anni Settanta; sono stati attaccati i cosiddetti vecchi studi, dicendo che facevano riferimento ad esposizioni acute e non croniche degli operai, anche questo vediamo che non è assolutamente vero documentalmente e hanno detto comunque che questi studi non erano conosciuti. Il primo studio, violentemente anche attaccato dalle difese, è sempre il nostro Tribuk ed altri del 1949. Le difese hanno cercato di svalutarlo, di dire che riguardava altre lavorazioni, in maniera apodittica peraltro, ma smentita, guardiamo un attimo le due traduzioni che sono in atti, una del 2001 e una del 2004 di questo studio Tribuk e che combaciano, sono pressoché identiche nelle parti che ci riguardano. Innanzitutto la prima parte del 2001, quella che riguarda l’oggetto delle lavorazioni del CVM, che sono proprio le nostre lavorazioni specifiche. Si fa riferimento, leggo lo studio della traduzione di Graci, ma è identica praticamente nell’altra traduzione: "Le condizioni di lavoro durante la produzione di materie plastiche in cloruro di vinile sono state da noi studiate valutando la situazione delle fabbriche – nell’altra traduzione dice "in fabbrica" – nel reparto delle materie plastiche in PVC durante il loro impiego per la similpelle e per isolanti di fili elettrici". Ora, non mi dilungo su queste traduzioni, che vi rassegnerò nuovamente dopo averle estrapolate, queste traduzioni sono identiche e non possono essere contestate. Quindi riguarda sicuramente lavorazioni di nostro interesse. Un altro dato fondamentale di Tribuk, riportato nelle conclusioni delle due traduzioni, in sintesi dicono queste traduzioni che le patologie e le affezioni del CVM sono proprio quelle che riguardano le vie respiratorie e le affezioni di tipo epatico. Quindi questi dati sono sicuramente confermati. Su Tribuk, però, voglio aggiungere un altro dato per contestare quello che era stato detto dalle difese sui livelli di esposizione degli operai esaminati da Tribuk con quello studio. Proietto le tabelle 2 e 3, cominciando dalla 2, sempre di questo studio, dove sono stati, ovviamente gli atti sono già depositati da molto tempo, dove sono indicate le concentrazioni di gas e di vapori – vediamo nella nota della tabella 2 – dove si fa riferimento alle esposizioni massime e alle esposizioni medie, a seconda dei tipi di lavorazione e dei luoghi o del pensiero del campione. Vediamo che le esposizioni, siamo nel 1949 con questo studio, non sono sicuramente superiori alle esposizioni di Porto Marghera addirittura degli Anni Settanta. Quindi non è vero che Tribuk fa riferimento ad esposizioni che non siano quelle croniche degli operai, esposizioni acute. Queste sono le esposizioni di cui parla Tribuk, e lo vediamo anche nella tabella 3, dove per altri posti di lavoro le esposizioni sono ancora inferiori e sono esposizioni che riguardano altri posti specifici. Vediamo che anche qui le esposizioni sono di molto inferiori addirittura a quelle di Porto Marghera. Ma questo discorso sulle esposizioni di questo tipo, che sono croniche e non acute, può essere riferito anche allo studio di Filatova 1957, contestato, questo studio stesso, dalle difese. Filatova 1957 abbiamo detto innanzitutto che riguardava fatti di angioneobesi e quindi di tutto quello che c’è collegato; ma la cosa che ci interessa di più, per contraddire i dati della difesa sul fatto che si trattasse di esposizioni solo acute e non croniche, è la tabella che abbiamo predisposto, che è già presentata in requisitoria e che viene allegata. Vediamo qual era da questa tabella la concentrazione di CVM massima nell’aria consentita ed è il primo numero, 358,40, questo si ricava dal testo, è stata fatta una sintesi per comodità di lettura e vediamo quali erano le esposizioni massime che abbiamo in riferimento a quello studio. Queste sono le esposizioni, sono sicuramente inferiori, ancora una volta, a quello che succedeva a Porto Marghera fino agli Anni Settanta. Veniamo ad un altro studio rapidamente importante, lo stesso Suciu 1963 e poi 1967, vedremo che è la stessa cosa. Suciu 1963 innanzitutto, vediamo come, sappiamo ormai che le patologie riferimento siano le epatiti, le epatomegalie, i fenomeni di Reynaud, la splenomegalia. Anche in questo caso, se vediamo la tabella che proiettiamo, sia Suciu 1963 che Suciu 1967, vediamo sopra il limite massimo ammissibile normativamente, che è praticamente 10,75 PPM, che sono così indicati in milligrammi per litro e non milligrammi per metro cubo, ma questi sono i PPM; la concentrazione massima riscontrata è quella che è indicata sotto. Ancora una volta nel 1963 con Suciu siamo al di sotto delle concentrazioni di Marghera fino agli Anni Settanta. Quindi questo dato è sicuramente un dato che va preso come solida smentita di quello che hanno detto tutte le difese. Non mi riporto a Suciu 1967 perché dice le stesse cose, le stesse tabelle. Dico soltanto che questo Suciu 1963 era ben noto nel mondo occidentale e negli Stati Uniti, in particolare, perché Suciu 1963 è citato nel testo e in bibliografia, non solo in bibliografa, da Wilson e Creech in uno studio dell’agosto 1967 e parlano espressamente di questo studio 1963; riferimento sia nel testo che in bibliografia che viene effettuato anche da un altro studio del 1969 di Dinman e Dodson, che partecipano al famoso convegno di Tokyo a settembre, nel corso del quale il professor Viola parlò per la prima volta dei suoi studi in pubblico sul CVM e PVC e le conseguenze che causavano. Non mi dilungo su questo studio perché lo conosciamo molto bene, ma su questo studio Tokyo 1969 di Dinman, ed è uno studio che è inserito negli atti del convegno di Tokyo, Dinman e Dodson riparlavano di Suciu non soltanto, ripeto, in bibliografia, ma anche nel testo, tanto che facevano riferimento proprio ad aberrazioni della funzionalità epatica. Questo è Dinman 1969, studio, il primo era del 1967, questo Dinman è del 1969. Di Suciu 1967 ho già parlato e faccio vedere ancora un’altra cosa, per dire come questo dato negli Anni Sessanta fosse ben noto anche nel mondo occidentale per quanto riguarda le affezioni di natura epatica. Ricordo soltanto rapidamente lo studio (Torkenson) della Dow Chemical, che ben conosciamo, nel 1961, nel corso del quale nel sommario si parla chiaramente di "danni al fegato e alle reni", così dice la traduzione. Mi fermo un attimo su questo studio solo per dire: è esattamente quello che dice Montedison nel suo documento visto prima del 1963. Era un dato tranquillo e pacifico; si parlava dai primi Anni Sessanta, da una sponda all’altra dell’oceano, di affezioni di natura epatica. Ma c’è ancora una serie di altri documenti che confermano che nel corso degli Anni Sessanta erano ben in corso una serie di indagini ed accertamenti sul cloruro di vinile monomero e sulle affezioni che stava procurando ed è l’insieme degli atti che orbitano attorno alla cosiddetta Gordon Conference del 1968, che la difesa si ostina a ritenere inesistente, e capiamo anche bene il perché visti i risultati di questa Gordon Conference del 1968, perché di questa Gordon Conference del 1968 abbiamo tutta una serie di documenti che sono stati acquisiti soprattutto durante la rogatoria internazionale degli Stati Uniti, che ci parlano dell’esistenza di questa Gordon Conference. Un primo documento, ovviamente sono agli atti, ma li ho estrapolati e li consegnerò ulteriormente, è questo documento della ACGH, gli industriali americani, del 13 marzo 1970, dove nella prima parte si fa chiaro riferimento intanto a questi studi sul CVM, sul discorso del TLV, sul fatto che nel 1962 la Dow era già arrivata ad abbassare questi limiti e nel secondo, nel periodo indicato a fondo pagina, dove dice colui che manda questa lettera, dice: "Sono giunto a queste conclusioni dopo un’approfondita discussione con gli operatori della Dow, che si occupano degli aspetti medici e ambientali di CVM, dottori Kramer e Mutchler, durante la Gordon Conference del 1968" e parla delle esposizioni, parla delle analisi fatte negli Anni Cinquanta, dal 1950 al 1967 quali erano le più alte concentrazioni e quindi fa riferimento a studi degli Anni Cinquanta e degli Anni Sessanta. Questo documento viene ribadito da un altro documento della ACGH del 13 marzo 1970… no, del 6 aprile del 1970, dove si fa ancora una volta riferimento a questa Gordon Conference del 1968 e all’abbassamento del TLV per il CVM. Un altro documento importante, perché di sintesi, che fa riferimento direttamente a Mutchler, Kramer, a Baretta e agli studi degli Anni Sessanta sulle affezioni epatiche da CVM, è questo documento, lo stesso della ACGH, come vediamo dalla parte finale, la ACGH Cincinnati, Ohio, che indica quali erano i punti di riferimento, vediamo dai riferimenti Torkenson, Mutchler e Kramer, dove viene scritto espressamente: "Rapporto sulle relazioni dello stato di salute del laboratorio Dow Chemical, Gordon Conference agosto 1968", quindi erano documenti che giravano ampiamente. Non vi illustro ovviamente, per ovvi motivi, in questa sede, questo documento; basti dire, per sintesi, che questo documento parla espressamente delle affezioni che riguardano gli operai del cloruro di vinile monomero. Ma anche lo studio citato dalla difesa di Montedison di Kramer e Mutchler del 1972, che sarebbe stato il primo studio a parlare soltanto nel 1972 di questo cose, fa riferimenti di tipo diverso, perché nel testo di questo documento, Kramer e Mutchler 1972, si dice che i lavoratori della Dow per diversi anni sono stati sottoposti a questi accertamenti medici e ambientali, che era uno studio di natura retrospettiva e poi si parla anche delle affezioni che avevano colpito, soprattutto di natura epatica, i lavoratori del CVM e anche in questo studio si fa riferimento, tanto per cambiare, a Suciu 1963. Quindi siamo ad un patrimonio ormai pacifico e tranquillo, diffuso al di qua e al di là dell’oceano, da una parte all’altra della cortina di ferro. Su questa prima parte mi fermo qua, ricordando semplicemente come il discorso della natura cancerogena del CVM non sia saltato fuori solo nel 1974, ma come da addirittura un articolo dell’Unità del 2 marzo 1971 abbia riportato delle dichiarazioni del professor Caputo dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma, collaboratore professor Viola, a conferma della natura cancerogena – e se ne parlava pubblicamente – del CVM fin dal 1971. Passato questo primo punto e dopo aver risposto alle prime osservazioni, passo ad un secondo tema generale che è quello della parte impiantistica. Diceva in aula durante il suo intervento l’Avvocato Baccaredda Boi, il pomeriggio del 17 novembre 2004, che l’azienda si era mossa di fronte agli studi di Dinman e Dodson del 1971. Allora, innanzitutto precisiamo, come abbiamo visto poco fa, che Dinman e Dodson erano a Tokyo e nel settembre del 1969 avevano già detto queste cose, le avevano già relazionate e già avevano presentato il loro studio. Inoltre, in quel settembre del 1969, come possiamo vedere da questo documento, era presente anche il professor Bartalini, imputato ancora in questo processo, era presente il relatore anche Viola e da quel documento che abbiamo presentato prima di Dinman e Dodson si vede proprio che il professor Viola segue questi interventi di Dinman e Dodson, e già Dinman e Dodson avevano parlato di Suciu 1963. Il fatto è che Montedison, per sfuggire alle proprie responsabilità, cita e cambia le date del proprio presunto impegno con estrema facilità; parla del 1971, parla del 1972, parla del 1973, parla del 1976 e cambia queste date di fronte alle variegate e molteplici contestazioni dell’accusa, perché in effetti che Montedison qualche cosa abbia fatto non può essere contestato e ci mancherebbe altro. Di fronte agli studi scientifici, alle indicazioni d’oltralpe e d’oltreoceano, ai morti in fabbrica, agli operai che continuavano ad ammalarsi e a far scrivere agli esperti anche di Montedison di una complessiva situazione igienico-sanitaria grave e preoccupante, non era proprio possibile non fare nulla e d’altra parte in caso di inerzia assoluta non ci troveremmo qui ora a discutere di reati di natura colposa, soprattutto il 589 etc.; ci troveremmo probabilmente a discutere in una Corte d’Assise d’Appello per omicidio a titolo di dolo diretto o quanto meno di dolo eventuale. Se siamo qui vuol dire che un minimo è stato fatto, il guaio è però che si tratta appunto di un minimo, di una scelta di fare il minimo possibile per evitare problemi e contestazioni e si tratta soprattutto di un qualche cosa che ha fatto Montedison che è stato fatto comunque con enorme ritardo. Non voglio ovviamente ripercorrere tutte le tappe delle singole commesse e dei singoli lavori, ne abbiamo già parlato e scritto ampiamente noi, i nostri consulenti e i consulenti di Medicina Democratica. Voglio allora soltanto riproporre alcuni grafici complessivi e finali, che nessuno ha contestato e che d’altra parte le difese degli imputati non potevano nemmeno contestare, perché sono grafici elaborati partendo dai dati dei consulenti tecnici di Montedison ed Enichem, in particolare Pasquon e Foraboschi, dati che abbiamo preso per buoni proprio per evitare contestazioni, anche se su alcuni di essi ci sarebbe stato molto da dire e qualcosa abbiamo detto, affondando i colpi, per minare l’assunto del presunto risolutivo impegno di Montedison. Faccio rinvio qui alla relazione dei consulenti del Pubblico Ministero, di Medicina Democratica. Si proiettano questi istogrammi, che peraltro sono già inseriti nella quarta memoria che ho depositato all’inizio di questo mese e che ho citato in requisitoria, per smentire l’assunto principale di Montedison e del Tribunale, che era e sarebbe il seguente: gli interventi impiantistici, soprattutto nel cosiddetto biennio dei miracoli, assieme alla modifica delle procedure, determinarono il crollo delle concentrazioni e quindi non ci fu più bisogno di continuare ad effettuare grandi investimenti. A loro va risposto, sulla modifica delle procedure innanzitutto, va ribadito che non esistono, non risultano assolutamente manuali operativi modificati subito dopo l’insorgere dell’emergenza CVM e va ribadito che tali modifiche, quando vi furono, furono molto tardive e furono dovute all’iniziativa operaia, all’iniziativa degli uomini di reparto, come ben spiegato da una delle parti peggiori CV, dal capo reparto del CV14, Dino Corò, che va letto e va citato per intero. Va ancora risposto a Montedison che i crolli delle concentrazioni tanto vantati dall’azienda sono dipesi semplicemente dall’entrata in funzione di nuovi sistemi di monitoraggio e non dalla conclusione di appositi e specifici lavori in reparto. Vediamo i grafici che illustrano tutto ciò, soprattutto per i reparti principali, quelli più a rischio, CV6 e CV14. Proiettiamo tra l’altro il foglio 386 della quarta memoria, quindi già consegnato all’esame del Collegio e alle parti processuali, sul CV6 vediamo questo grafico: vediamo messe nella parte sinistra quelle che sono le concentrazioni, sulla parte destra l’ammontare dei lavori. Sono indicate nel grafico le commesse aperte tra il 1973 e il 1976, legate alla diminuzione del CVM in data conclavi. Questo secondo i dati di Montedison, non sono i dati del Pubblico Ministero o delle Parti Civile, secondo i dati di Montedison abbiamo costruito questi grafici. Lo stesso discorso può essere fatto per il CV14 – 16. Vediamo lo stesso precipitare delle concentrazioni e vediamo che i lavori significativi indicati secondo il consulente di Montedison si concludono dopo questa precipitazione delle concentrazioni. Sono dei grafici chiarissimi, è indifferente, vediamo il primo, in CV6, crollano le concentrazioni e poi finiscono i lavori, alcuni lavori. Per costruire i grafici, dicevo, sono state identificate le commesse terminate negli anni 1973, 1974, 1975 e 1976, che potevano contribuire alla diminuzione delle concentrazioni di CVM nelle sale autoclavi, secondo le indicazioni di Montedison. I grafici riportano mese per mese, trimestre per trimestre, l’importo progressivo attualizzato dei lavori realizzati e l’andamento delle concentrazioni di CVM nei reparti. A tacere del fatto che per nessuna delle commesse sopra riportate relative ad esempio al CV6 è disponibile il documento aziendale di verifica dei risultati, va rilevato che nemmeno per il reparto CV14 – 16 sono disponibili documenti di verifica dei risultati per le commesse 4073 e 1100. Ma nonostante ciò, ripeto, e dando per buone le indicazioni di Montedison, si può allora affermare che tra l’andamento dell’importo dei lavori eseguiti e la curva delle concentrazioni non c’è alcun legame. Le concentrazioni, da parecchie centinaia di PPM scendono a poche unità, senza che sia stato portato a termine alcun intervento impiantistico di peso. L’osservazione dei due grafici costringe a sottolineare due date, aprile 1974 e giugno 1975, che sono le date dei due crolli delle concentrazioni, in coincidenza delle quali non si hanno però lavori di rilievo conclusi. Queste due date sono relative all’entrata in funzione dei nuovi sistemi di rilevazione, che erano i pippettoni sulle otto ore e i gascromatografi multiterminali, rispettivamente. Ciò significa che tali sistemi di monitoraggio sono stati determinanti innanzitutto nel cosiddetto crollo delle concentrazioni. Peraltro il fatto più rilevante per il nostro processo è che ciò ha determinato anche il blocco degli investimenti. Ma perché l’accusa parla di blocco degli investimenti? Vediamo un altro istogramma sempre del professor Pasquon, partiamo sempre dai dati di Montedison. Osserviamo quanto risulta da questo istogramma del professor Pasquon sugli investimenti a Marghera. Nell’istogramma è riportato l’anno di attualizzazione, il 1988, ma come ha precisato in aula il professor Pasquon è chiaramente 1998. Da questo diagramma del professor Pasquon si ricava chiaramente che dopo il 1976 ci sarebbe stato di fatto e visibilmente un blocco degli investimenti, questo oggettivamente e secondo la stessa Montedison, dal 1976 vediamo il precipitare. Ma per la verità i crolli degli investimenti rispetto al 1973 e 1974 per Montedison sarebbero due, uno nel 1975 e poi un altro nel 1977. Il grafico di Montedison lo conferma. Il fatto è, però, che non è vero che c’è stato un doppio crollo degli investimenti in materia ambientale uno nel 1975 e uno nel 1977, mentre nel 1976 ci sarebbero stati ancora degli investimenti elevati, i più elevati, tra l’altro, nella storia di Montedison. Infatti, sempre utilizzando i dati riferiti da Pasquon, è possibile dire con certezza che il costo degli interventi del 1976 è stato quasi interamente assorbito dalle colonne di strippaggio. Il numero delle commesse e gli importi attualizzati sono riferiti nella quarta memoria che ho depositato e quindi, dico, cosa significa questo? L’installazione di queste colonne di strippaggio non poteva essere bloccata per il semplice motivo che altrimenti il PVC prodotto non avrebbe potuto essere commercializzato sul mercato internazionale a causa dell’elevata concentrazione del CVM residuo nella resina. Ho già citato e ho già parlato del documento che ci conferma questo, del 9 ottobre 1974, in una riunione a Brindisi tra i vertici tecnici di Montedison e questo contenuto viene confermato da un promemoria del 10 giugno 1976, che fa appunto riferimento agli ulteriori limiti stabiliti dalle norme EPA sul PVC e sul CVM contenuto nel PVC. Allora vediamo il significato, riproiettiamo allora preliminarmente questo grafico elaborato dal consulente di Montedison Pasquon e subito dopo, per comparazione, proiettiamo lo stesso grafico, previa eliminazione per il 1976 dei costi dovuti alle colonne di strippaggio. Vediamo in alto il grafico originario e vediamo sotto questo diagramma, sottraendo per il 1976 l’importo dovuto per le colonne di strippaggio. Da questo ultimo grafico risulta evidente il picco a salire degli investimenti, quando in Montedison si diffonde il panico da CVM, ricordiamo Maltoni, ha detto che l’aveva saputo, quindi all’interno segretamente sanno di questa cosa e quindi c’è questo picco a salire e poi l’altra cosa evidente è il crollo degli investimenti dopo le rassicurazioni ricevute dai gascromatografi e anche questo è evidente dal secondo grafico. Ad ulteriore conferma di quanto precede, si sottolinea che il blocco delle commesse dei lavori promessi ai sindacati è stato deciso definitivamente alla fine del 1975, come si evince dall’ormai famosa nota 24 novembre 1975 che è stata inviata dal centro, da Foro Bonaparte, alle direzioni di Porto Marghera e di Brindisi, in particolare. Anche di questo ho riparlato nella quarta memoria. Si badi bene che queste elaborazioni dei dati utilizzano, dicevo, numeri ed informazioni forniti da Montedison e dai suoi consulenti, tanto è vero che nemmeno nell’ultima memoria depositata il 6 dicembre 2004 da Montedison, dall’Avvocato Baccaredda Boi in particolare, nemmeno in questa memoria si riesce a contrastare tali dati e conclusioni, perché nvrAvvocato Baccaredda si limita a dire genericamente che esistono altre anche commesse, oltre a quelle citate da Pasquon, con finalità di risanamento ambientale, ma ne cita una di poco rilevante che per di più si apre e si chiude nel 1972 e delle altre dice che sicuramente esistono, però in atti non ci sono le carte e allora non esistono per il processo. A conferma di tutto ciò, cioè di questo crollo dell’impegno, impegno relativo e tardivo, dicevamo, negli investimenti, si ricordi che nel 1976, dal 1976 in poi si fermano anche i costi di manutenzione e ancora una volta ricavo questo dato dal grafico dell’Avvocato Baccaredda Boi presentato in aula, ma anche nella memoria del 6 dicembre 2004. Qui vediamo che dal 1976 in poi la manutenzione si blocca e nel 1980 abbiamo una diminuzione dei costi di manutenzione rispetto al 1976, con tutto quello che questo significa, sui costi di manutenzione. Ricordo ancora, e poi passo ad un altro tema, ecco, questo sui costi di manutenzione si vede benissimo nel totale, quello indicato sotto, dai 39.956 si passa ai 38.726 del 1980. Quindi c’è il blocco o comunque una diminuzione nel 1980 anche dei costi di manutenzione. Ricordo ancora in quel periodo il famoso documento sul budget di manutenzione, quello che diceva per Montedison da Foro Bonaparte: "Manutenere il meno possibile". Detto tutto ciò, in particolare sui dati di esposizione, voglio aggiungere, perché non va scordato, quanto abbiamo già detto e scritto sui pippettoni e sui gascromatografi, che comunque fornivano dati inferiori al reale, anche il 30, il 50% in meno; gascromatografi che comunque dovevano entrare in servizio già negli Anni Sessanta anche per la tutela dei lavoratori, visto che a Marghera c’erano già in laboratorio le dichiarazioni del perito Scaglianti, tecnico esperto di Montedison, del 12 luglio 2000 ce lo confermano, perché questi ci dice che i gascromatografi li avevano nei laboratori della Montedison di Marghera; gascromatografi che, nonostante tutto, comunque non erano la migliore tecnologia disponibile, perché dagli Anni Sessanta nelle proprie fabbriche Montedison già utilizzava gli spettrometri di massa, ma solo per la produzione e non per la tutela dell’ambiente di lavoro e sarebbe bastato adattarli e spendere un po’ più di soldi per far entrare in funzione sistemi di monitoraggio sicuramente migliori e più affidabili sin dagli Anni Sessanta a tutela dei singoli operai e sul fatto che tali sistemi di controllo ambientale rientrino nel concetto di apparecchi di cui all’Art. 437 credo che nessuno possa avere dubbi, visto che dubbi non ne aveva nemmeno il professor Padovani, come ha detto nella sua arringa del 10 novembre di quest’anno. C’è ancora un dato che voglio presentare in relazione a queste esposizioni, perché abbiamo dato per buoni tutti i dati di Montedison, credo però che sia importante rilevare che quando Montedison ha cercato di contestare i dati dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, Rabitti, Nano, Scatto e quelli consulenti di Medicina Democratica, abbia utilizzato dei dati, parlando delle elaborazioni e delle analisi effettuate dal professor Bellucco e Pozzoli e dalla dottoressa Negri, come è stato ripetuto in quest’aula durante le arringhe dei difensori, in particolare di Montedison. Durante queste arringhe difensive, sono stati citati ripetutamente questi dati, le analisi statistiche di Bellucco e Pozzoli e di Negri, per confermare i bassi livelli di esposizione cui sarebbe arrivata Montedison a Marghera e per smentire i dati appunto dei consulenti dell’accusa. Già in primo grado avevamo contestato decisamente questi dati e li ricontestiamo ora, perché nessuno ha mai saputo da dove vengono e non sono inseriti nel fascicolo. La questione si era presentata con la dottoressa Negri in dibattimento di primo grado, vediamo il suo controesame del 16 novembre 1999, alle pagine 49 e seguenti, si parla proprio di questi dati. A pagina 49, il Pubblico Ministero chiede: "Ma come avete fatto queste elaborazioni? La questione riguarda i dati che sono stati utilizzati, le volevo chiedere da che cosa lei ha ricavato questi dati, come le sono stati forniti, come li ha recuperati". Risponde: "Mi sono stati forniti dal professor Pozzoli". Quindi la dottoressa Negri non sapeva niente di questi dati. A pagina seguente dice in alto: "Devo dire che ne so meno di lui", perché le viene contestato: "Ma guardi che Pozzoli ha detto che non le sapeva neanche lui", come vedremo tra poco e dice: "Io ne so meno di lui". Quindi i dati della dottoressa Negri non sono dati utilizzabili, perché la dottoressa Negri non ci sa dire da dove vengono; dati che peraltro la dottoressa Negri continua a dire che sono poco significativi, visto il numero estremamente limitato dei documenti e dei dati che le sono stati dati dalla coppia Pozzoli – Bellucco. Allora, dicevo, sono stati sentiti, erano stati sentiti già all’udienza del 9 novembre 1999 il professor Bellucco e Pozzoli e avevano risposto in questa maniera. Ad un certo punto, il 9 novembre 1999, a pagina 93, gli viene riproposta la domanda nel dal Pubblico Ministero e dice: "Questi dati io non so se sono gli stati dati che ha usato lei per contestare", si parla dei consulenti dell’accusa. Pozzoli risponde: "Non lo so nemmeno io". In fondo a quella pagina vi è scritto: "Ci può indicare dove materialmente sono, in che faldoni sono?" e dice il Pozzoli: "Guardi, non ho questi dati, la prossima volta glieli porti" e quindi a questo punto, con i consulenti Bellucco e Pozzoli sentiti assieme, siamo a questo punto, che non sanno dove sono i dati; promettono che avrebbero portato i dati, noi li aspettiamo. La questione viene riproposta, perché interviene ovviamente l’Avvocato di Montedison e dicono: ne riparleremo, li proietteremo, li presenteremo. Ma quando successivamente, il 14 gennaio 2000, viene depositata in udienza dall’Avvocato Alessandri la memoria e l’elaborazione di Pozzoli e di Bellucco, vediamo in maniera strana che a pagina 5, dove viene fatto l’indice di questa memoria, viene scritto: "Risposta ai quesiti del Pubblico Ministero dottor Casson nel controinterrogatorio". Se voi andate a cercare, da pagina 88 in poi, quali sono le risposte, non c’è nessuna risposta su questo punto. Noi continuiamo a non sapere dove hanno preso questi documenti e dove solo questi documenti, e quindi ripropongo ovviamente formalmente tale questione, perché non si sa come la difesa possa contestare, sulla base di non si sa che cosa, i dati dei consulenti del Pubblico Ministero che bene ha spiegato invece dove hanno tratto tutti i loro dati e tutte le loro analisi. Prima di passare ad un altro capitolo di questa replica, voglio riproporre due documenti, cercherò di farlo rapidamente, uno del 9 luglio 1976 e uno del 21 ottobre 1989. Il primo documento è l’ormai famoso bollettino d’analisi di Montedison del 9 luglio 1976, commentano in udienza dall’Avvocato Baccaredda Boi con molta sorpresa, perché egli stesso dice: "Sono valori incredibilmente alti e con gli opportuni inneschi queste concentrazioni avrebbero provocato l’esplosione dell’impianto". L’Avvocato Baccaredda cita i testi Rossetti e Scaglianti, come aveva fatto in primo grado, che avrebbero confermato in aula la sua tesi e cioè che erano misurazioni fatte dentro le autoclavi, non in ambiente di lavoro. Facciamo vedere queste concentrazioni altissime solo per riproporle e per dare il senso di questi numeri elevatissimi, anche 100 mila, 200 mila e anche di più, a seconda delle indicazioni che sono poi riportate nel documento del luglio 1976. Dicevo, i testi non confermano l’Avvocato Baccaredda, perché quando è stato sentito in aula innanzitutto Rossetti, il 16 giugno del 2000, ha finito per dire di non sapere, di non essere in grado di spiegare nulla. Viene sentito il perito Scaglianti, lo vedremo anche tra poco, ha detto esattamente il contrario di quanto sostiene l’Avvocato Baccaredda Boi. C’è stata una lunga audizione, dettagliata e sostiene quello che dice l’accusa, che erano esposizioni relative ad ambienti di lavoro e ad operazioni degli operai dei reparti interessati. Allora su questo documento, che rivediamo, è possibile concludere in questa maniera: sono esposizioni altissime e per quanto abbiamo visto, per quanto è stato detto, si può documentalmente sostenere che la concentrazione di CVM nell’area delle autoclavi, ovvero le concentrazioni alle quali erano esposte i lavoratori, segnatamente quelli addetti alla pulizia delle autoclavi, nonché gli analisti addetti a prelevare i campioni di aria da sottoporre ad analisi con i pippettoni, poteva variare, come vediamo da quel documento del luglio 1976, dai 2000 PPM, autoclave 140/6, a 330 PPM dell’autoclave 140/3. In particolare, vediamo tutte queste indicazioni, che non sto a ripetere per motivi di tempo; vediamo che questi valori di concentrazioni di CVM nell’aria sono altissimi anche dove non sono indicate le sigle delle autoclavi, riguardano altre posizioni di lavoro, vicino, in sala autoclavi, ma non proprio attaccate in autoclavi e sono PPM elevatissimi, si va dai 2800, 1400, 1150 etc. Queste elevatissime concentrazioni di CVM nell’aria evidenziano che l’azienda non si preoccupava neppure di mantenere le concentrazioni di CVM sotto il valore di esplosività inferiore, che è pari a 36.000 PPM e sul punto è appena il caso di affermare che il limite inferiore di esplosività è stato superato in vari punti. Concentrazioni elevatissime nell’aria delle autoclavi rendono più che plausibili le suddette concentrazioni di CVM in tutta la sala autoclavi CV6 – qui i punti di prelievo tra l’altro non sono specificati – e quindi tali osservazioni e considerazioni vengono a rispondere anche ai dubbi sollevati dal Tribunale in sentenza in ordine alla presuma assenza di dati relativamente alle concentrazioni di CVM nelle autoclavi e alle relative altissime esposizioni di autoclavisti ed analisti. Torno un attimo al perito Scaglianti di Montedison che citavo prima, che ha smentito, dicevo, decisamente l’Avvocato Baccaredda. Il Presidente a quell’udienza del 12 luglio 2000, pagina 125 e 126, chiedeva: concentratevi un attimo su questo documento estremamente importante e chiede al teste: "Risponda a questa domanda: come mai ci sono queste concentrazioni altissime?". La risposta è chiara, la risposta del teste Scaglianti, come vediamo, è: "Quando vedo che la durata del controllo è di 40, 9, 10 minuti, è chiaro che non è un controllo istantaneo, è un controllo che si riferisce ad una situazione prolungata nel tempo e a mio avviso un controllo ambientale vero e proprio" ed è il responsabile di queste analisi nei reparti. A pagina 127 continua le domande del Presidente, per capire, diceva: "Ma questi erano proprio – perché sembrava impossibile che quei dati fossero così elevati – quali erano i punti che monitoravate, oltre a quelli delle posizioni di lavoro?" e risponde ancora Scaglianti: "Degli operatori in generale, sono le posizioni degli operatori, non sono l’aria, le concentrazioni interne alle autoclavi", operatori delle autoclavi. Gli chiede ancora il Presidente quali erano gli altri punti e risponde il teste: "Un po’ tutti dove c’era il problema del cloruro di vinile, quando veniva segnalato dal responsabile del reparto", quindi rilevamenti in tutto il reparto, che davano concentrazioni così elevate. Continua ancora a pagina 131 in maniera, ripete questo dato: "Sono tutte zone di reparto", dice sempre il teste Scaglianti, "zone e sottozone di reparto". Si rende conto ovviamente, e ci mancherebbe, la difesa, della valenza probatoria di questo documento e di quello che sta dicendo il teste, questo perito di Montedison, il perito esperto di Porto Marghera di Montedison, e l’Avvocato proprio Baccaredda Boi, a pagina 444, gli pone la domanda e dice: "Ma questo vuol dire che c’erano delle concentrazioni 16 volte il limite di esplosività?", la risposta naturale e semplice del teste è: "Certe volte può succedere che in una certa posizione, la posizione però è abbastanza ridotta come dimensione, per cui se lei ha… da un tubo sta uscendo…", viene bloccato: "Risponda perché è complicato, risponda alla mia domanda". Viene bloccato, ma la risposta del teste è chiarissimo: "Sono posizioni ed esposizioni degli operai". Un discorso analogo si potrebbe fare per l’altro bollettino del luglio 1976, che riguarda il CV24, che mi limito a proiettare ma per ragioni di tempo non discuto, perché l’ho già presentato; vediamone soltanto le concentrazioni, le concentrazioni elevate. Facciamo un salto in avanti e andiamo di una dozzina d’anni, andiamo al secondo documenti di cui parlavo prima, quello del 21 ottobre del 1989. Il secondo documento, questo secondo documento, era stato proiettato in aula durante l’arringa dell’Avvocato Pulitanò del 20 ottobre 2004 e voleva dimostrare come in caso di fughe di CVM gli operai andassero in un luogo protetto. A parte il fatto del luogo protetto indicato come sala controllo, sala quadri, perché c’è la consulenza in atti, di Scatto in particolare, che dice come in sala quadri il sistema di condizionamento fosse uno dei più vecchi a ricircolo d’aria e quindi non sicuramente coi filtri che garantissero anche quelli della sala quadri e quindi l’aria, quella che c’era, comunque circolava anche in sala quadri e in sala controllo. Comunque, a parte questo dato, voglio riproporre questo documento pur rapidamente nella sua interezza, perché innanzitutto è un documento diciamo per certi versi molto tardo, perché è del 21 febbraio 1989, che è ben successivo quindi al famoso biennio dei miracoli, riguarda il CV6, che è un reparto che era da chiudere quando meno dal 1974; riguarda un episodio sicuramente molto grave, che stava per scoppiare l’autoclave in pratica, quindi per forza vanno in sala quadri: stava per scoppiare l’autoclave, e riguarda il periodo Enimont ed Enichem, con gli imputati che sono collegati a questa posizione; riguarda una di quelle fughe da rottura che l’Avvocato Stella, il 14 ottobre 2004, con un lapsus – ma non troppo – rivelatore definiva "anomalie normali". È quello che diciamo: erano talmente tante queste anomalie, che erano proprio delle anomalie normali. Su questo documento faccio rinvio, perché il tempo non mi consente di illustrare ampiamente, dove l’importante del dato è che ci sono delle indicazioni su una carenza assoluta di manutenzione di strutture che sono assolutamente vecchie e questo viene detto da questo documento di Enichem del periodo 1989. Passo alla terza parte, la terza parte riguarda la materia della cancerogenesi, un altro tema fondamentale di questo processo, che è quello degli operai che per tanti anni sono stati esposti a concentrazioni variabili di CVM e PVC dalle alte dosi iniziali fino alle basse dosi degli Anni Novanta. Non voglio assolutamente ripercorrere tutte le questioni relative alla cancerogenicità del CVM, ma cercherò di rispondere alle principali obiezioni sollevate dai vari difensori degli imputati. Un primo punto riguarda, rapidamente, la continua citazione da parte della difesa delle cosiddette matrici dell’esposizione, indicate nello studio del 1991 di Comba, Pirastu, Foà, Maltoni ed altri, dal titolo: "La mortalità dei produttori di cloruro di vinile in Italia". Lo si ripete di nuovo: i dati relativi all’esposizione al CVM dei lavoratori sono dati minimali, perché sono stati forniti a Comba e Pirastu e alla Guardia di Finanza dalla Montedison, non sono dati che fossero in possesso di Comba, di Pirastu e di Foà, attualmente consulente di Enichem, o dati che loro potessero controllare; sono dati di cui hanno preso atto, semplicemente perché non era il loro mestiere quello di accertarli e ciò non rientrava comunque nelle loro competenze. Loro si sono affidati e fidati delle aziende. Il dottor Comba e la dottoressa Pirastu, come hanno detto in aula, come hanno scritto chiaramente pure a pagina 40 della loro relazione depositata nel settembre 1998, sono stati chiarissimi a tale proposito. Sono dati che hanno ricevuto da Montedison e che non potevano controllare e a conferma di queste dichiarazioni dei consulenti del Pubblico Ministero ci sono anche le dichiarazioni dei consulenti di Enichem e di Montedison; innanzitutto del consulente di Enichem professor Foà, che ha confermato in aula, il 22 dicembre 1998, quanto dichiarato da Comba e Pirastu. Tra l’altro era il coautore, Foà, dello studio del 1991, quindi conosceva bene come era stato fatto quello studio e proprio Foà in quelle dichiarazioni conferma queste, dà atto di dichiarazioni di Comba e Pirastu. In sede di controesame, il 18 maggio 1999, anche il consulente di Montedison dottor Colosio fa un discorso di questo tipo, a conferma di quello che dicevano Comba e Pirastu, perché nelle domande gli viene chiesto: "Ma lei era a conoscenza di quello che hanno detto Comba e Pirastu, sul fatto che hanno preso atto di questi dati?" e risponde: "Ho detto in effetti griglia di Pirastu e collaboratori, non dati di Pirastu e collaboratori, prendendo atto delle dichiarazioni che avevano reso" e quindi quelle matrici espositive sono indicative di dati minimali, che solo con escamotage dialettici gli avvocati e i consulenti tecnici della difesa tentano di attribuire falsamente all’accusa. Per contro, sono dati sicuramente incompleti e sottostimati e faccio qui rinvio al capitolo che ho già trattato nella quarta memoria su pippettoni e gascromatografi. Un altro punto, non è vero quanto detto dall’Avvocato Stella sul consulente tecnico dell’accusa professor Giorgio Forti e cioè che suoi meccanismi di azione del CVM il professor Forti si rimangerebbe le proprio dichiarazioni, né è vero che il consulente tecnico d’accusa professor Colombati concluderebbe come vorrebbe far credere l’Avvocato Stella. La questione è troppo ampia per poterne riparlare completamente in questo momento, mi limito a dire che il professor Colombati non parla solo delle modalità di azione del CVM, ma fa un discorso molto più ampio e particolareggiato sulla natura cancerogena del CVM, come si vede della sua relazione del settembre del 1999 e spiega molto bene nella relazione i vari passaggi della carcinogenesi. Per quanto riguarda il professor Forti, faccio mia la sua nota del 31 ottobre 2004 che mi ha mandato e la sottoscrivo e quindi per questo ne parlo e la proietto in sintesi, anche se il suo contenuto rientrava completamente già nell’atto d’appello del Pubblico Ministero dell’ottobre 2002. Questa nota del 31 ottobre 2004 fa riferimento proprio ad atti precedenti che erano stati utilizzati, in relazione all’effetto mutagenico, oncogenico di piccole dosi di qualsiasi sostanza mutagena. Allora questo documento, il primo che voglio far vedere sinteticamente, lo leggo e lo proietto, è quello del 14 agosto 2002, che parlano, fanno alcune riflessioni su questo effetto delle piccole dosi, in particolare il CVM e dice: "La seguente sequenza di eventi è logicamente prevedibile: 1), la dose elevata di mutagene ha provocato tutta una serie di mutazioni, a caso, su diversi geni, tra i quali possono essere stati mutati ed inattivati uno o più geni tra quelli che hanno la funzione di riparare danni al DNA, cioè i geni riparatori codificano gli enzimi che riparano il DNA danneggiato. Sono ben noti, nei dettagli del loro funzionamento, numerosi di questi enzimi. 2), in seguito alla mancanza di uno o più enzimi riparatori in una determinata cellula, di qualsiasi organo, il numero di mutazioni successive che permangono nel genoma, non venendo riparate, aumenta drammaticamente e il difetto si propaga alla discendenza della cellula che ha subito il danno. 3), aumentano quindi le probabilità di mutazione anche a dosi basse di qualsiasi sostanza mutagena, aumenta la sensibilità al mutageno, proprio il contrario all’adattamento ad esso. Questa sequenza di eventi è stata dimostrata rigorosamente in colture di microrganismi ed i processi di alterazione e riparazione del DNA sono assolutamente identici negli organismi superiori, specie umana compresa. Questo può essere affermato senza tema di smentita. Il documento che citavo prima su questa sequenza e sulla formazione del tumore maligno, riconferma e ribadisce quello che abbiamo già scritto nell’atto d’appello per questa parte, relativa a questa parte di cancerogenesi, nel senso che la formazione di un tumore maligno ha sempre come causa una o più mutazioni geniche, mentre moltissime mutazioni geniche non sono oncogeniche, proprio per fortuna, viene da dire, sennò saremmo tutti già morti di tumore. La modificazione di un gene può avvenire ad opera di agenti e meccanismi diversi, ma provocare lo stesso effetto: l’inattivazione del gene. In modo estremamente sintetico, si possono così riassumere le cause di mutazioni che vengono indicate e sono quelle già note, tra cui l’esposizione a sostanze chimiche. Quindi, continua il professore, anche i tumori del Petrolchimico, però – dice – è enormemente più probabile, enormemente più probabile in questo caso che la causa sia del tipo 2), esposizione alle sostanze chimiche, a CVM, l’agente chimico sia il CVM. L’incomprensione da parte dell’Avvocato Stella di questi concetti gli ha fatto parlare a sproposito di un’incresciosa retromarcia del professor Forti, che invero non si è rimangiato né si rimangerà alcuna delle sue affermazioni ed inoltre gli impedisce di capire l’importanza fondamentale dei dati statistici quantitativamente elaborati, per valutare qualsiasi fenomeno fisico e biologico, inclusa l’epidemiologia del cancro, al Petrolchimico. L’Avvocato Stella ha mal interpretato quanto scritto dal professor Forti, perché ignora che la mutazione di un gene ha effetto quale che sia la causa che l’ha provocata, se essa causa la perdita della funzione fisiologica della proteina codificata da quel gene, cioè la cellula viene trasformata e trasmette a tutte le sue discendenti questa trasformazione genetica, grazie alla fedelmente replicazione del DNA ad ogni generazione cellulare. Tra i molti effetti possibili effetti delle mutazioni, una è la trasformazione cancerogena. Poi continua: "La mutazione di un gene è dunque un evento di tipo stocastico e come tale va considerato anche dal punto di vista del problema della cosiddetta soglia di concentrazione efficiente". Il documento ripercorre tutti i passi che abbiamo riportato nell’atto di appello e quindi, per ovvi motivi di tempo, non mi dilungo e continuo su questa parte della cancerogenesi trattando un aspetto parzialmente differente ma comunque estremamente importante. Quindi, per passare dagli effetti della biologia molecolare a quelli giuridici del problema, si ritiene di poter superare quel pilatesco scetticismo di chi afferma che l’incertezza domina nel caso singolo, ricorrendo oltre che a quanto in sintesi appunto riportato dal professor Forti, dal professor Colombati e Berrino, pure ad alcune considerazioni in diritto, in maniera più ampia già svolta durante la requisitoria prima di questa estate. Ancora una volta lo spunto di partenza ci viene fornito dalla sentenza Franzese, che non riproietto assolutamente, in riferimento sia al discorso dell’impossibilità di conoscere tutte le fasi intermedie o al concetto di utopistica certezza processuale o alla teoria del concorso di cause, che non sono invenzioni del Pubblico Ministero, ma sono tratte letteralmente da quelle sentenze, dalla sentenza in particolare a Sezioni Unite e dalle altre sentenze della Corte di Cassazione. Mi viene quasi da sorridere quando, per contrastare questa ormai consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, successiva alla sentenza delle Sezioni Unite, dico successiva, è inutile citare a questo punto la precedente, come fanno le difese, quindi giurisprudenza della Suprema Corte che ha regolato la precedente situazione di contrasto, alcuni avvocati sono costretti a parlare di un lapsus addirittura della Corte di Cassazione sull’affermato rilievo anche dei coefficienti medio-bassi di probabilità o ad accusare la Suprema Corte di cattiva scuola o addirittura di essere fuori dal recinto penale. Io ritengo, riteniamo che siano davvero alla frutta questi avvocati. Loro, sì, sono al di fuori con queste affermazioni del recinto costituzionale e penale vigente in Italia. Ma il rilievo dato dalle Sezioni Unite, i complessi fenomeni di causazione multipla e alla valutazione di tutto il materiale probatorio acquisito secondo i rituali canoni processuali, viene meglio specificato da una serie di sentenze successive, che in sintesi, molto in sintesi, proietto. La prima è la nota, ormai nota sentenza Macola, in relazione al rapporto causale e proprio in riferimento a questo tema della cancerogeni e delle dosi successive basse rispetto alle altre dosi è un dato importante, perché va individuato qual è l’evento. Il rapporto causale, ci diceva quella sentenza, va riferito non solo al verificarsi dell’evento prodottosi, ma anche in relazione alla natura e ai tempi dell’offesa, nel senso che dovrà riconoscersi il rapporto in questione non solo nei casi in cui sia provato che l’intervento doveroso omesso avrebbe evitato il prodursi dell’evento o ne avrebbe cagionato uno di intensità lesiva inferiore, ma altresì nei casi in cui si è provato che l’evento si sarebbe verificato in tempi significativamente più lontani, ovvero quando sia ricollegabile l’accelerazione dei tempi di latenza di una malattia provocata da altra causa. Salto gli altri punti e dico soltanto l’ultimo, che fa riferimento, che dice: "Non può essere ritenuta contraddittoria la motivazione della sentenza impugnata, nelle parti in cui per un verso afferma che tutte le condotte – tutte le condotte – che nell’arco della vita lavorativa hanno consentito l’esposizione alle polveri di amianto, hanno concorso alla causazione dell’evento", quindi tutte le condotte, tutto l’arco della vita lavorativa e per altro verso: "Se l’esposizione fosse stata sospesa, l’evento non si sarebbe verificato". Dice in realtà la sentenza impugnata, dice una cosa diversa: "Se anche il processo morboso fosse iniziato prima dell’inizio dello svolgimento da parte dei ricorrenti delle funzioni di amministratori – è il caso del nostro processo – la sospensione delle esposizioni avrebbe allungato i termini di latenza o di progressione delle malattie, con conseguente protrazione dei tempi di vita delle vittime". Altra sentenza è la sentenza Giacomelli, che ripete praticamente gli stessi concetti, passiamo alla sentenza Giacomelli, alla prima pagina, l’abbiamo già vista, dice: "In questo susseguirsi di responsabilità e di gestione di amministrazioni da una persona ad un’altra, da padre a figlio, c’è questa esposizione che continua ed è indifferente la valutazione di un’esposizione precedente o successiva" e dice in particolare: "La condotta omissiva dell’imputato, seppur connessa ad un periodo successivo all’insorgenza dell’ademo-carcinoma, ne ha di certo accelerato lo sviluppo, ponendosi in tal modo in rapporto causale con l’evento e ciò a prescindere dalla durata dell’esposizione. Non mi dilungo perché ne ho già parlato. Un discorso analogo viene fatto dalla sentenza Monti, altra sentenza del 2003, proprio sulle esposizioni prolungate che influiscono sullo sviluppo del tumore; cita in particolare la ploriferazione cellulare – e ricordo quello che diceva poco fa il professor Forti – e il periodo di latenza, quello che ci diceva anche il professor Colombati nella sua memoria depositata e redatta assieme al professor Berrino. Quindi limitare il periodo nel quale l’esposizione abbia avuto un rilievo causale rispetto all’insorgenza del tumore sarebbe del resto ragionevole solo ove si potesse affermare o che non vi è stata esposizione nel corso di un altro periodo lavorativo, o che la fase di sviluppo autonomo del cancro era già iniziata prima del periodo che ho indicato. "Ma i Giudici di merito – continua questa sentenza – hanno comunque ritenuto con motivazione non solo non manifestamente illogica, ma congrua e corretta, che la protratta esposizione all’inalazione di dosi di polveri di amianto ha avuto effetto patogenetico sulla latenza di una malattia già esistente o sull’insorgenza di una ancora non nota. La sentenza successiva, che conferma tutti questi concetti, ancora una volta è una sentenza del 2003, la sentenza De Paula, riconsegno le slide, non le commento ulteriormente; do lettura soltanto di un’altra sentenza, questa volta che è del 2001, la sentenza Terranova, che parla di azione od omissione che abbia contributo a determinare l’evento e ciò indipendentemente dall’entità dell’apporto causale. Un’altra sentenza che ripercorre questi dati è una vecchia sentenza ancora, cioè è una sentenza del 2002, relativamente vecchia, che riconferma questo concetto, quindi per dare atto di come la giurisprudenza ormai in materia sia costante e sia costante addirittura dal periodo degli Anni Settanta, quando parlava appunto di questa importanza delle esposizioni dei lavoratori in qualsiasi arco temporale e al di là degli intervalli di tempo intercorrenti tra le predette lavorazioni e le altre eseguite negli stessi ambienti. Quindi, in sintesi, su questa rassegna di giurisprudenza, bisogna dire che è impossibile scientificamente e giuridicamente conoscere tutte le fasi intermedie; inoltre tutte le esposizioni al tossico e/o al cancerogeno in violazioni di legge sono rilevanti; non esiste il problema della soglia, ci aggiunge la sentenza Macola; poi la diminuzione delle esposizioni consentirebbe o allontanamento dell’evento morte o un rallentamento della malattia o quanto meno e comunque il miglioramento della qualità della vita. Sempre su questo capitolo della cancerogenesi, ricordo come un ulteriore fronte di sbarramento alla tesi d’accusa sulla rilevanza delle basse dosi successiva alle alte dosi sia stato imbastito dalla difesa con la proclamazione ad alta voce del fatto che il CVM in quanto cancerogeno genotossico è sì un iniziatore, ma sarebbe solo un iniziatore. Era stato sottolineato in particolare in aula l’11 novembre 2004 dall’Avvocato Alessandri, che la tesi del Pubblico Ministero sul fatto che il CVM è un cancerogeno completo serve al Pubblico Ministero per affermare la rilevanza delle basse dosi e il concorso di cause. Dimostrando che il CVM non sarebbe un promotore, ritiene l’Avvocato Alessandri che la tesi del Pubblico Ministero sulle basse dosi e sul concorso di cause verrebbe privata di ogni fondamento scientifico, ma la pretesa dell’Avvocato Alessandri e degli altri si scontra con precisi dati e considerazioni in senso contrario. Innanzitutto questo rigido collegamento CVM anche promotore, quindi concorso di cause, non viene fatto dal Pubblico Ministero e c’entra in parte soltanto col fatto che il CVM sia o meno un promotore, perché il CVM può iniziare un processo di cancerogenesi, che poi può essere promosso da un agente portatore, come l’alcol, che non è pacificamente invece né cancerogeno né tanto meno iniziatore. Poi la difesa continua pervicacemente a non voler capire il significato e la valenza del termine "iniziatore", così ben illustrato dai professori Colombati e Forti di cui sopra, e non recepisce quindi la natura e il senso delle mutazioni geniche e genetiche. È vero quanto dice l’Avvocato Alessandri sul fatto che il CVM promotore andrebbe ad incidere su una cellula già iniziata, così portando linfa vitale alla tesi del Pubblico Ministero, ma è vero anche il contrario e cioè che l’iniziazione da CVM può subire un’accelerazione ad opera di altri fattori, come ci hanno detto il professor Forti, il professor Colombati, il professor Berrino e in questo vediamo che c’è una ricongiunzione tra queste impostazioni della biologia molecolare con quelle giuridiche di cui parlavo poco fa. Non voglio quindi ripetere discorsi già fatti e rinvio ai capitoli 2 e 11 dell’atto d’appello, ma in ogni caso il tentativo dell’Avvocato Alessandri di demolire la tesi che il CVM sia un cancerogeno completo e quindi anche un promotore, è destinata al fallimento per una serie di motivi. Innanzitutto, è del tutto sbagliato quanto detto e scritto dall’Avvocato Alessandri sul fatto che Pitot pone l’accento sull’incompletezza dei dati che riguardano il CVM. Non è vero e basta vedere la tabella documento 15, tabella 8-24. Il CVM viene sicuramente inserito tra i cancerogeni certi. Vediamo dal documento in alto, dice "agenti stabiliti" e sotto ci sono quelli "sospetti" e il cloruro di vinile è sicuramente inserito tra i cancerogeni certi. Poi non si capisce, sempre per rispondere all’Avvocato Alessandri, per quale motivo Pitot e Dragan avrebbero compiuto, dice l’Avvocato Alessandri, un’erronea classificazione nell’indicare il CVM come promotore. Il fatto è che in un complesso e laboriosissimo lavoro, Pitot e Dragan hanno fatto proprio questo, hanno classificato il CVM come cancerogeno completo, cancerogeno iniziatore – promotore, è un dato di fatto chiarissimo, vediamo il foglio 73 di questo lavoro e ciò sulla base degli effetti clastogenici e mutagenici, pacifici per tutti, tra l’altro, del CVM buissimi effetti clastogenici e mutagenici. Quindi non si capisce perché sarebbe erronea, visto che loro lo dicono, lo confermano e lo scrivono e lo vediamo anche riportato con le indicazioni di quei segni sotto le colonne "iniziatore", "promotore" e "progressore", i segni "+", come indicato anche nella legenda sottostante. Sullo studio poi indicato dal Pubblico Ministero a sostegno della sua tesi, lo studio di (Laib) del 1985, l’Avvocato Alessandri finisce per dire e rilevare che i risultati finali erano diversi a seconda dell’età: nella prima età gli animali mostravano un’accelerazione delle modifiche cellulari, cosa che non succedeva negli animali adulti; ma ciò, a differenza di quanto pare sostenere l’Avvocato Alessandri, dimostra che il CVM, soprattutto negli individui geneticamente più deboli, provoca delle mutazioni successive nel genoma, aumentando la probabilità di mutazione anche a basse dosi. Aumenta, cioè, la sensibilità al mutageno, quello che diceva poco fa il professor Forti, Colombati, Berrino, etc., che per di più ben esplicita (Laib) del 1985 in "Cancerogenesi", foglio 69 e 72, dicendo praticamente nella sintesi del suo lavoro che "tutte le due serie di esperimenti hanno rivelato una diretta relazione lineare tra la dose di CVM e la percentuale di superficie di focolai epatici indotti, all’interno dell’intervallo di dose studiato – faccio rilevare da 2,5 PPM in su, quindi dosi molto basse – non è stata osservata alcuna soglia evidente". Inoltre, ancora, un’ultima cosa che smentisce l’assunto dell’Avvocato Alessandri, è il riferimento a Schottenberg ed altri in "Cancer Epidemiology" nel 1996. Ha fatto riferimento il Pubblico Ministero a questo volume anche nell’atto di appello, non commenta in requisitoria, in arringa, l’Avvocato Alessandri non commenta nulla ed io ritengo di capire anche il perché, perché proprio in tale rivista viene confermata la classificamene sul CVM, che è un cancerogeno completo e viene citato, leggo (Vai e Nion), non so se sia corretta la pronuncia, ma così è scritto, del 1985 e vengono indicate come base le pubblicazioni di IARC. Il tutto confermato, ancora una volta, da Pitot come visto. Ne consegue che va ribadita l’affermazione che il CVM è un cancerogeno completo, anche se, Rossi ribadisce: "Una tale affermazione non è in maniera rigida necessaria per provare e sostenere la tesi d’accusa. Questo è un elemento in più, che aggiungiamo per chiudere il discorso sull’assunto dell’accusa". Il fatto è che ancora una volta, come il Tribunale in sentenza, la difesa di Montedison sembra non aver compreso l’assunto dell’accusa. Noi ci richiamiamo ancora una volta a quello che è detto dai nostri consulenti e citiamo, indichiamo dei passi molto illuminanti del poderoso lavoro di Pitot e Dragan del 2001, vi è noto a tutti, proprio sul significato del concetto di iniziazione. Vediamo un attimo, da pagina 267 di questo lavoro, la parte tradotta, per comodità e semplicità di tutti. Iniziazione, pagina 267: "Una delle caratteristiche della fase di iniziazione è rappresentata dalle sue reversibilità, nel senso che il genotipo o fenotipo della cellula iniziata viene stabilito al momento dell’iniziazione. Esistono sempre più prove del fatto che non tutte le cellule iniziate sopravvivono per tutto l’arco della vita dell’organismo per il periodo dell’esperimento. La loro scomparsa sembra essere dovuta al normale processo di morte cellulare programmata o (adaptoptosi), ed è tutto il discorso che facevamo sull’importanza di tutte le dosi che si ripetono negli operai di Porto Marghera per dieci, venti o trent’anni. Un altro punto è quello di pagina 277, in relazione alla classificazione degli agenti, quali sono le basi per queste classificazioni sull’iniziazione e sull’iniziazione vediamo in particolare un punto dove viene detto che "gli agenti che sono capaci di provocare iniziazione sono perciò veri cancerogeni incompleti e quindi sono rari, se mai dovessero esistere". Questo è il dato che va, anche questo, in senso contrario a quello che dice la difesa di Montedison, che questi cancerogeni completi se inizia… come iniziatori, "sono rari, se mai dovessero esistere". Questo è il documento che noi abbiamo agli atti e di cui dobbiamo tenere conto. 281, ultima pagina, che è un aspetto un po’ particolare che riguarda la contestazione che è stata fatta sugli studi epidemiologici negativi e dice questo lavoro che molti studi epidemiologici negativi devono essere considerati come non definitivi per ciò che riguarda l’indicazione del fattore di rischio di agenti cancerogeni, relativamente deboli o in dosi basse di agenti cancerogeni, per ciò che riguarda l’induzione di patologie neoplastiche nella popolazione umana. In virtù del fatto che gli studi epidemiologici in sé sono spesso insufficienti a stabilire la cancerogenicità dell’agente per gli esseri umani, sono stati impiegati degli studi sperimentali in vivo, con cavie, in vitro con cellule, per completare ed in alcuni casi per sostituire le osservazioni epidemiologiche esistente, e questo è lo schema fatto per il CVM. Come vediamo scritto sotto, è lo schema utilizzato anche da IARC e tutti questi dati, tutti questi approfondimenti, tutti questi completamenti, ci hanno dato la contezza finale per quanto riguarda il CVM. Per quanto concerne, ancora, la questione della presenza o meno di una soglia per il CVM e la successiva questione delle basse dosi successive alle alte dosi, in sintesi faccio richiamo all’atto di appello sulla cancerogenesi in generale, alle dichiarazioni in aula del professor Cesare Maltoni sull’inesistenza di una soglia biologicamente sicura per il CVM, all’esito del lavoro Ward, Simonato, Boffetta, Comba e Pirastu del 2000 – 2001, ricordo anche Comba – Pirastu, confermato in aula, in ordine al rischio di angiosarcoma e cancro al fegato a basse dosi, cancro al fegato a basse dosi, oltre all’angiosarcoma, entro un ordine di grandezza rispetto alle esposizioni attualmente consentite. Ancora faccio richiamo al capitolo 2, 11, 3 dell’atto d’appello e sul rischio CVM a basse dosi, sui casi specifici, sull’angiosarcoma nelle popolazioni e in coloro che abitavano vicino a stabilimenti di CVM e PVC, faccio riferimento ai dati di IARC e di (APME) e alle dichiarazioni anche di un consulente di Enichem, che pur non è venuto in aula, Richard Doll, sui rischi molto piccoli, come ha riferito, come ha scritto in uno studio del 1988, per quanto riguarda questi angiosarcomi e faccio infine riferimento alla documentazione della società inglese (E.C.I.), Partner di Enichem, "sui – letteralmente – numerosi casi a basse esposizioni" e questo viene scritto in una lettera del maggio 1989 dal dottor (Ben). Ne ho già parlato, non mi dilungo. Altri studi che confermano questo discorso sono quelli che ho riportato in atto d’appello, di (Chun Li Du) del 1995, di (Fuci) del 1995, di (Svemberg) del 1999, prima che diventasse consulente di Enichem e di (Zun Ien Cheng) del 1999. A quest’ultimo proposito, per smentire quanto attribuito sulle basse dosi successive alle alte dosi a Simonato e Boffetta, si ricordi semplicemente che Simonato e Boffetta hanno sì detto che sulle basse dosi non potevano dire niente, come non potevano dire niente o quasi sulle sottocoorti degli insaccatori, ma soltanto perché, come hanno detto in aula, ammettevano di non aver indagato seriamente. Seriamente hanno detto: "Non abbiamo fatto questa indagine e quindi sulle basse dosi non siamo in grado e non possiamo dire nulla". Questo è il senso dell’affermazione di Simonato e Boffetta. Ma se tutti questi ultimi studi e lavori che ho citato hanno confermato la rilevanza anche delle basse esposizioni a CVM, c’è da ricordare un altro lavoro compiuto da un altro C.T. del Pubblico Ministero in questo processo, che il Tribunale non ha nemmeno mai considerato. È l’ultimo studio che cito in questo capitolo, ma è uno studio importante e del quale non si può fare a meno. Si tratta dello studio relazione tecnica del professor Franco Berrino, direttore dell’Unità Operativa di Epidemiologia dell’Istituto Tumori di Milano, datata 22 dicembre 2000, sui concetti di latenza e del tempo di (lag). L’argomento è importante, è grave quindi questa omissione della sentenza, perché concerne proprio la rilevanza delle basse dosi successive alle alte dosi di esposizione. Non avendo ora materialmente il tempo di commentarla analiticamente, faccio rinvio al testo di questa relazione tecnica e ne sintetizzo però alcuni passi e le conclusioni. La ragione dell’esistenza dei periodi di latenza anche molto lunghi discende dalla natura multistadi del processo di cancerogenesi: perché una cellula dia origine ad un tumore, occorre che molte delle sue funzioni siano danneggiate, cioè che vi si accumulino una serie di mutazioni che finiscono per compromettere il controllo della proliferazione cellulare, senza peraltro compromettere la vita della cellula. Poiché è improbabile che tutte le mutazioni necessarie si accumulino in tempi brevi e poiché la maggior parte delle cellule mutate vanno incontro a riparazione o a suicidio programmato, fortunatamente, ripeto io, è generalmente necessario un lungo intervallo di tempo dall’inizio dell’esposizione a sostanze mutagene perché una cellula giunga a generare un clone neoplastico, capace di superare le difese dell’organismo e manifestarsi clinicamente. Le mutazioni non devono necessariamente susseguirsi in un ordine prestabilito, ma è ipotizzabile che alcune mutazioni e quindi alcune sostanze che le causano siano più importanti negli stadi iniziali nel processo di cancerogenesi, mentre altre sono più importanti negli stadi più avanzati. Alcune mutazioni possono essere importanti anche quando il tumore è già presente, in quanto conferiscono, e qui torniamo al discorso anche giurisprudenziale che dicevo prima, in quanto conferiscono ulteriore malignità a certe cellule tumorali, rendendole capaci di superare le barriere anatomiche del tessuto e dell’organo in cui sono insorte e in difesa dell’organismo. Continua sempre il professor Berrino facendo riferimento agli studi epidemiologici e al discorso del cosiddetto "periodo di lag", cioè bisogna escludere gli anni più recenti nello studio della vita espositiva di un operaio per capire che influenza hanno gli ultimi anni rispetto alle esposizioni degli anni precedenti ed effettuando queste analisi di lag sui lavoratori del CVM considerati nello studio di coorte europea, Ward – Simonato, per capirci, si ottengono i seguenti risultati, che sono poi i risultati del calcolo sia del professor Berrino, sia di Simonato e sia, come calcolo, anche se poi dà un significato diverso, anche del consulente tecnico di Enichem. I risultati mostrano un aumento dei rapporti osservati attesi, gli SMR, in tutte le categorie di esposizione, anche quelle più basse. "Ciò conferma che – dice sempre letteralmente il professor Berrino – questi effetti sono compatibili con l’ipotesi che l’esposizione accumulatasi negli ultimi quindici anni, 1985 – 2000, sia lievemente meno efficace della precedente, ma non comporti che sia inefficace. In tale ultimo caso, infatti, non ci si attenderebbe alcun aumento di rischio della categoria disposizione cumulativa bassa". Nello studio multinazionale, invece, la sottrazione del lag determina una tendenza all’aumento di rischio addirittura nella categoria disposizioni cumulativa inferiore ai 34 PPM/anno. Mi fermo con questo capitolo, dicendo: il CVM quindi è un cancerogeno completo, che agisce quindi anche a basse dosi. Il capitolo successivo riguarda il discorso di alcuni casi singoli e partiamo dall’osservazione, da quanto è stato detto su questo terzo capitolo. Inizialmente, sentendo le arringhe degli avvocati della difesa, era mia intenzione rispondere punto su punto, in maniera molto dettagliata. All’esito di tali arringhe, mi sono reso conto che si trattava per lo più di attacchi alla cieca, per lo più, alle accuse del Pubblico Ministero e di precisazioni poco rigorose e fuorvianti. Per di più, rivedendo per l’ennesima volta i documenti e le schede delle singole parti offese, ho visto che tutto era già stato affrontato e accuratamente precisato, prima nelle schede redatte dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, i famosi raccoglitori blu, poi intesi dal Pubblico Ministero stesso in sede di atto d’appello e di requisitoria. Pertanto mi limiterò a rispondere ad alcune osservazioni, più roboanti che altro, dei difensori degli imputati e alla fine sottolineare per quale motivo per certi casi singoli, per così dire paradigmatici, non si possa pensare che ad una declaratoria di penale responsabilità. Primo punto di questo capitolo: le diagnosi dei medici legali dell’accusa sono carta straccia, diceva il primo Avvocato di Enichem intervenuto in sede di discussione finale, seguito a ruota dai difensori di Montedison. Il fatto è, però, che esistono molti casi di diagnosi dell’accusa che coincidono con quelli dei consulenti tecnici della difesa. Faccio degli esempi: per sette angiosarcomi su otto c’è coincidenza, sulle diagnosi di epatocarcinoma c’è convergenza secondo lo stesso Tribunale in tutti i casi, eccetto due dimenticati dal Tribunale ed è stato lo stesso C.T. di Montedison, Colombo, a confermare in aula che le diagnosi di epatocarcinoma erano per la grandissima parte corrette, per la stragrande parte, diceva Colombo all’udienza 11 dicembre 1998, foglio 131. Sulle epatopatie la convergenza è più limitata, però a causa della differente maniera di intendere la malattia epatica. Sulle diagnosi degli anatomo-patologi, Rugge per l’accusa, Callea per la difesa, c’è una convergenza quasi totale; sui tumori polmonari le diagnosi sono pressoché totalmente coincidenti, anche se diverse ovviamente sono le indicazioni relativamente alle cause poi di queste patologie. Questo era il primo punto sulle diagnosi. Il secondo punto, veramente con due parole liquidiamo le continue affermazioni di un presunto contrasto tra i vari consulenti tecnici del Pubblico Ministero. Ne ho già scritto in atto d’appello, faccio rinvio alle relazioni finali dei consulenti tecnici, del 20 aprile 2001, acquisite dal Tribunale l’8 maggio 2001, firmate da tutti i medici e da tutti gli epidemiologi, i consulenti del Pubblico Ministero. Ne proietto proprio per farlo vedere a chi non ci vuol credere, perché non so come fanno a contestare questi dati. Tutti hanno firmato queste schede generali che sono agli atti, tutte, sia quelle generali, sia quelle singole, sia sulle patologie, sia sugli operai. A queste relazioni finali, che sono laboriose ed elaborate sintesi del processo di primo grado, facciamo rinvio appunto per smentire le singole frasi che pretestuosamente nella sostanza falsamente si attribuiscono ai consulenti tecnici del Pubblico Ministero. Il processo è durato tre anni e mezzo e questa è la sintesi della posizione dei medici, epidemiologi, consulenti del Pubblico Ministero. Abbiamo preso atto dell’affermazione della difesa, tanto è vero che molti casi sono stati eliminati, proprio perché questa è la logica del processo e in quella relazione finale ci sono le nostre posizioni. Terzo punto, l’Avvocato Alessandri l’11 dicembre 2004 diceva che l’aggiornamento del 1999 non ha trovato ingresso nel processo, ma dice una cosa sbagliata, infatti i dati dell’aggiornamento del 1999 sono stati discussi da tutti nel processo di primo grado, compreso il Tribunale in sentenza. Poi gli operai morti e quelli ammalati di cui all’aggiornamento, fanno sicuramente parte del processo. Sono Parti Civile ad esempio i casi di epatocarcinoma Zaninello, Calzavara, Gorin, Scaggiante, nonché Poppi Antonio, che tra l’altro è uno dei casi ammessi dal Tribunale. Qui non si sa come si fa a dire che non fanno parte del processo. Quarto punto, passo a rispondere ad alcune singole e singolari affermazioni dei difensori degli imputati sulle parti offese trattate. Osservo in primo luogo che non è un’invenzione del Pubblico Ministero quello di associare immediatamente il CVM, la fibrosi o l’ipertensione portale o l’articolazione delle cellule di (Cuffer). A parte il fatto che è lo stesso Tribunale ad affermare ciò ripetutamente in sentenza, e proietto quelle che sono le tesi del Tribunale con le pagine indicate in sentenza, parte che abbiamo proiettato più volte; ricavo dalle dichiarazioni dello stesso C.T. di Montedison, professor Colombo, ad esempio parlando di Pardo Giancarlo, udienza del 17 febbraio 1999, letteralmente dice: "La fibrosi portale e la fibrosi intrallobulare sono anche dei segni patognomonici di pesante e lunga esposizione a vinilcloruro monomero; sono dichiarazioni che sono state in maniera analoga anche su Favaretto all’udienza del 20 gennaio 1999 e dichiarazioni di questo tipo ci sono anche su avaro Favaro Lorenzo, 17 febbraio 1999. Quindi su questa valenza patognomonica del CVM, ribadisco, non è un’invenzione del Pubblico Ministero, come vi voleva far credere l’Avvocato Alessandri, tanto che ne ha parlato, oltre che il Tribunale, addirittura il consulente di Montedison all’udienza indicata sulla posizione di Pardo Giancarlo. In secondo luogo, sui singoli casi citati in particolare dall’Avvocato Alessandri faccio rinvio, come dicevo, alle schede redatte dai consulenti del Pubblico Ministero, i raccoglitori blu, osservando che le risposte precise si trovano in tali schede e che le critiche della difesa risultano smentite documentalmente. Può essere che in alcuni casi ci siano stati degli errori materiali, qualche piccola svista, ad esempio è stato scritto: Poppi nato nel 1950, assunto nel 1960; ovviamente non è possibile, perché a dieci anni non poteva andare a lavorare, fortunatamente, in Montedison. Quindi sono stati corretti questi errori materiali, che sicuramente piccole sviste o piccoli errori materiali possono sempre esserci. Torno allora invece alle altre critiche dell’Avvocato Alessandri e cito qualche caso. Innanzitutto non è vero che l’anatomo-patologo del Pubblico Ministero, professor Rugge di Padova, attribuiva all’abuso alcolico la diagnosi di statosi e/o fibrosi, di tutta una serie di operai: (Brussolo) Sergio, (Benin) Arnaldo, Bettin Rino documento 4, Bettin Rino, Cestaio Rino, Leonardi Giannino, Pardo Giancarlo, Scarpa Giampaolo ed altri citati dall’Avvocato, in quanto all’udienza del 14 dicembre 1999 il professor Rugge parlava di due lesioni importanti, indicative di un’eziologia differente: non erano presenti lesioni cirrotiche. Questo significa chiaramente che per i casi in questione si doveva parlare di casi diversi, soprattutto per chi non aveva alcun presunto abuso di alcol, e ci sono anche questi casi nell’elenco di operai che sono stati fatti dal professor Rugge e comunque si doveva partire dall’esposizione al CVM, come precisato in aula e come ribadiva anche per iscritto il professor Martinez. Altro caso, non è vero che Bragato Angelo non sarebbe stato esposto adeguatamente, perché risulta che dal 1961 a tutto il 1976 ha lavorato al PVC. Altro caso, non è vero che Cestaro Rino avrebbe avuto un’esposizione rilevante perché ha lavorato dal 1972 al 1987 al CV14 – 6. Non è vero che Poppi Antonio non è stato più esposto dal 1973, perché come vediamo dalla sua carriera e da altri due documenti dell’azienda del 1974 e dei primi Anni Ottanta, nel 1974 risulta che il Poppi tornò a fare l’analista fino agli Anni Novanta, tanto che non c’è neanche la data di chiusura alla data di redazione della scheda che era del 1998, perché lavorava ancora. Inoltre, con insolita foga, devo dire, l’Avvocato Alessandri ha parlato di vera e propria manipolazione dei dati da parte del Pubblico Ministero, e ha citato nello specifico il caso di Brunitolo Gastone ed altri, tra cui Favaretto Emilio. Ora, a parte il fatto il caso di cui il Tribunale si è dimenticato completamente non è quello di Bonigolo ma quello di Bolzonella, assieme a quello di Fusaro, come ben sa l’Avvocato Alessandri, faccio rilevare che i dati riferiti dal Pubblico Ministero in aula sono quelli che emergono proprio dalle dichiarazioni rese anche dai consulenti di Montedison, Colombo e Callea, che ripropongo: udienza del 12 gennaio 2000, foglio 80, senza fare giochi di prestigio con verbali o relazioni, come è stato fatto. Si tratta, i dati che emergono sono di questo tipo. Il documento 7, si tratta sicuramente di un carcinoma epatocellulare in un fegato non cirrotico, questo emerge dall’autopsia, è un dato pacifico anche per Callea, pagina 88 – 99, e ci sono le dichiarazioni di Colombo tanto contestate, che richiama sia Murrer prima e poi conclude nella maniera che adesso proiettiamo e che vediamo presentato. Quindi, per concludere su questo caso, ribadisco allora che la diagnosi di epatocarcinoma causato da CVM, segnalato soprattutto dall’anatomo-patologo professor Murrer, che aveva effettuato l’autopsia e questo significa che ha una valenza enormemente superiore a qualsiasi altro tipo di accertamento, perché è una valutazione e un’analisi fatta lì sul momento e nessun’altra analisi può essere più affidabile di un’autopsia e a questa diagnosi fatta dal professor Murrer si rifanno anche i consulenti del Pubblico Ministero, Martinez e Rugge. Fra l’altro Rugge aveva segnalato altri casi di epatocarcinoma in fegato non cirrotico. Comunque passo agli altri casi. Favaretto Emilio, ribadisco quanto detto, proiettiamo il curriculum, smentendo l’Avvocato Alessandri che diceva che non trovava l’attestazione di fibrosi. Allora il primo documento che vediamo è quello del 4 ottobre 1974, in cui si parla di una biopsia epatica con sinusoidi irregolari, attivazione delle cellule di sponda o di Cuffer: "Gli spazi porto-biliari evidenziano attività fibrillogenetica e il professor Colombo diceva letteralmente che attivazione delle cellule di sponda o di Cuffer, che è considerata una lesione associata all’esposizione ad alte dosi di CVM. Questo paziente poi sviluppa la sua malattia epatica, perché ha una epatomegalia", Colombo, il 20 gennaio 1999. Ma sempre su Favaretto viene ancora smentito la difesa Montedison, perché nel 1976, come risulta dalla cartella clinica del 1991, viene scritto nel 1976, documento nostro 11 di adesso: "Refertava fibrosi". È un caso importante di epatocarcinoma, è deceduto nel 1991 Favaretto, perché non c’erano altri fattori di rischio e fin dal luglio 1974 era stato segnalato come un operaio da allontanare dal CVM e il Favaretto è stato spostato l’1 marzo del 1976, come vediamo dal curriculum e come vediamo dalle note dell’azienda. Non sicuramente era stato spostato nel 1973 o nel 1974. Anche su Mazzucco Giovanni, l’Avvocato Alessandri viene smentito dalle dichiarazioni dei suoi principali consulenti, Callea e Colombo del 14 gennaio 2000. Callea diceva, a pagina 8: "Il più rilevante commento, dato per scontato il carcinoma epatocellulare, è che il punto 4 suggerisce la coesistenza in questo paziente di quest’altra malattia da accumula", quindi coesistenza di due malattie, non una, come diceva l’Avvocato Alessandri. Poi ancora il professor Colombo ribadisce questa certezza di diagnosi di epatocarcinoma, che viene corretta secondo l’impostazione di Bai e Berrino: "Cirrosi sicura e la mia stessa deposizione, sospetta cirrosi alcolica in presenza di una malattia epatica, accumulo proteico, e infine confermo l’ipertensione portale e la sindrome emorragica nel 1974", quindi due malattie anche da CVM, parla anche il professor Colombo. Concludo con l’ultimo caso, uno di quelli da trattare, di quelli dei casi da ammettere, tra quelli affetti da cirrosi epatica perché non avevano fattori di rischio diversi da CVM, che è quello di Bernardi Narciso, perché va detto innanzitutto che non è vero che non è stato praticamente esposto, perché il Bernardi ha fatto per quindici anni l’autoclavista e poi ha continuato ad essere esposto fino al 1997. Rinvio alle relazioni di Medicina Democratica per quanto riguarda l’esposizione di questo operaio in quella specifica mansione e sottolineo che non c’è nessun fattore di rischio diverso da CVM, quindi ribadisco l’inesattezza di quanto detto dall’Avvocato Alessandri in questa materia. Allora che cosa si può dire, in conclusione? Semplicemente che, salvo piccole ed ininfluenti sviste, ovviamente possibili per tutti, si riconfermano le patologie attribuite causalmente o concausalmente al CVM. I riferimenti conclusivi di sintesi dell’accusa sono le relazioni generali e finali dei consulenti tecnici, acquisite l’8 maggio 2001. Non ci sono contrasti tra i nostri C.T. e il dottor Comba, come dicevano alcune difese. Non vi leggo, visto il tempo, queste conclusioni. Nel valutare i singoli casi, per quanto già scritto e detto, si deve tener conto, come da noi sempre fatto, dell’esistenza o meno della prova di fattori diversi o concorrenti rispetto al CVM, circostanza questa invece sempre interpretata scorrettamente dalle difese, le quali in presenza di altri fattori, alcol e/o fumo, hanno semplicemente escluso la rilevanza del rapporto causale di altri fattori tossici come il CVM o il PVC. Prima di passare all’ultima parte relativa alle opposizioni dei singoli imputati, spiego ora meglio l’affermazione che ho fatto poco fa sui casi che definivo paradigmatici, per giungere ad una declaratoria di penale responsabilità, sulla base di elementi probatori documentali incontestabili. Preciso, per anticipare interessanti o fuorvianti obiezioni della difesa, che non si tratta di un arretramento della linea d’accusa; si tratta invece di spianare e di facilitare la strada verso una conclusione del processo favorevole all’accusa. Su questi casi, infatti, si dovrebbe poi innestare e collocare la valutazione degli altri casi che l’accusa continua a ribadire. La logica è quella del processo vero e proprio. Ci sono state delle segnalazioni di eventi, morti e malattie, ci sono delle persone offese e quindi bisogna partire dalla considerazione di queste persone offese, la cui posizione va rispettata, la cui posizione è tutelata dalla nostra legge; hanno dei diritti fondamentali, che vanno tutelati anche in un’aula di giustizia. Accertate le lesioni del bene giuridico protetto, vita, integrità, va individuato se ci sono delle responsabilità personale, secondo il criterio di norme poste giustamente a tutela anche degli imputati. Ma il processo penale, come dicevo, è un processo che parte e deve partire dalla considerazione della persona offesa, dall’uomo come misura delle cose, come dicevo in requisitoria e cominciamo allora con due casi di angiosarcoma paradigmatici, perché l’esposizione al CVM per loro si è protratta fin negli Anni Novanta. Il primo caso è quello di Battaggia Giorgio. Proiettiamo il curriculum. Nessuno dubito sull’alta esposizione di Battaggia, nessuno dubiti che si tratti di un angiosarcoma. Il Battaggia non ha alcun altro fattore di rischio. Andiamo al documento successivo, dal quale si vede che Battaggia Giorgio era tra quelli da spostare fin dall’indagine FULC del 1975 e ci sono state delle segnalazioni successive per quanto riguarda Battaggia, nessuno lo ha mai spostato, fino alla morte in fabbrica, nonostante stesse male e non si presentasse alle visite mediche proprio perché stava male e la sua posizione come angiosarcoma riguarda tutti gli imputati fino al maggio del 1990. Un altro caso di angiosarcoma paradigmatico è quello di Faggian Tullio. Proiettiamo il curriculum e l’anamnesi effettuata dalla dottoressa (Gemignani), in particolare il curriculum. Nessun dubbio sulle esposizioni fino al luglio 1994, con una breve parentesi di un anno e mezzo tra il 1985 e il 1986. Di questa anamnesi lavorativa fatta dalla dottoressa Gemignami si deve assolutamente tener conto sia perché più aggiornata e riferita dallo stesso Faggian nel 1999, un anno prima di morire, sia perché lo stesso Tribunale ha fatto così per altri casi e ha modificato, se necessario, la scheda della Guardia di Finanza. Tale dato dell’esposizione fino al 1990 del Faggian è stato segnalato in aula dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, tanto che lo stesso consulente tecnico di Enichem, dottor Grandi, all’udienza del 15 dicembre 1999 prendeva atto, ne parlava, anche se dava poi sull’esposizione una conclusione diversa. Il caso in cui il Tribunale ha ritenuto di prendere atto delle dichiarazioni dell’operaio per modificare la scheda della Guardia di Finanza è quello di Fiorin Fiorenzo, ne parla il Tribunale a pagina 206 della sentenza e Fiorin Fiorenzo, che veniva indicato come un angiosarcoma a basse dosi, è passato dai casi di angiosarcoma a basse dosi a quelli di angiosarcoma ad alte dosi, sulla base delle sue dichiarazioni per quanto riguarda l’anamnesi lavorativa, per quanto riguarda la sua carriera. Allora, se la presa d’atto per il Giudice vale per Fiorin, necessariamente deve valere anche per Faggian, che ci ha confermato questo curriculum, questa esposizione. Su Faggian va detto ancora che nessuno dubita che il Faggian sia deceduto per angiosarcoma; per il Faggian sono ripetute, documento 20, ripetute segnalazioni per un allontanamento dagli epatotossici. Si osservi, dal 1972 comincia questo suo calvario di segnalazioni scritte fino al luglio del 1990 e invece il Faggian passa dal CV14 al reparto AS12 soltanto nel 1985, ma non per grazia ricevuta, oppure sì per grazia ricevuta, ma solo perché il CV14 viene chiuso, non per altri motivi. Ora, a parte il fatto che alla AS12 si trattavano vari epatotossici, come sicuramente ad esempio il (cicloesanone), come epatotossico noto anche per Montedison, come vediamo in una vecchia scheda degli Anni Sessanta, nel 1986 in più il Faggian viene rispedito al laboratorio CV e quindi non ci può essere dubbio sul perdurare dell’esposizione e sull’esposizione al laboratorio CV rinvio a quanto già detto. Per Faggian sottolineo ancora un discorso, relativo al fatto che non ci sono altri fattori di rischio per angiosarcoma. Un altro caso è quello di Pistolato Primo, un caso particolarmente significativo, perché il Pistolato è stato colpito da diverse patologie. Vediamo la sua esposizione nella scheda: è un caso che è stato ammesso anche dal Tribunale, è un caso di iniziale angiosarcoma, e su questo nessuno ha dei dubbi, fenomeno di Reynaud ammesso anche dal Tribunale, ma non dalla difesa che parla di danno dei vasi degli arti, ma il fenomeno di Reynaud è confermato dalla FULC nel 1975 e dall’ospedale di Padova nel 1983 e quindi abbiamo dei dati sicuramente molto forti anche su questa patologia. C’è una diagnosi del giugno 1978 di epatopatia cronica e c’è una cirrosi epatica confermata dalla diagnosi di morte, quindi certa, del 1988. Il Pistolato prima abbiamo detto è stato a lungo e pesantemente esposto al CV6 dal 1956 al 1983 e non è stato mai allontanato, nonostante le indicazioni mediche ripetute dal 1972 a giugno 1983, undici anni, epoca della pensione. Ricordo che è deceduto nell’ottobre del 1988. Dicevo che anche questo è un caso paradigmatico, per una serie di motivi. Dopo i primi accertamenti del 1972, che segnalano il Pistolato come caso a rischio, bisogna aspettare l’indagine FULC del 1975 – 1976 per avere dei dati medici aziendali precisi e preoccupati, che fanno riferimento alla scheda FULC. Sul libretto personale di Pistolato, alla data del 12 luglio 1977, i medici di fabbrica registrano finalmente la situazione, dicendo che a loro praticamente era già noto quello che dicevano gli esperti medici della FULC e alla data del 31 ottobre 1977 il Pisolato, è il documento 27, viene indicato non idoneo anche per i medici di fabbrica; segnalazione che viene ripetuta dai medici di fabbrica per più e più volte, che addirittura si stancano di scrivere queste cose, perché ad un certo punto scrivono sempre: vedi precedenti, vedi precedenti e qui si passa al 1978 e ai periodi successivi e il Pistolato non è mai stato spostato e quindi la sua posizione riguarda tutti gli imputati fino al giugno del 1983. Questo caso di patologie multiple ci conduce ad un altro caso paradigmatico, quello di Baruzzo Primo, che è in CV6 dal febbraio 1970 al 1990, sottolineo dal 1970, affetto da fenomeno di Reynaud alle mani e ai piedi, con esami e diagnosi ripetute negli anni, che vanno dal 1971, al 1975, al 1977, al 1978 e al 1999 durante il processo; era affetto da epatopatia dal 1974, regredita a fine Anni Ottanta. Nonostante le ripetute indicazioni di allontanamento dal 1975 con la FULC fino al 1987, Baruzzo è stato allontanato dal CV6 solo alla chiusura del reparto, anche lui come il caso di Faggian e la sua posizione quindi riguarda ancora una volta tutti gli imputati fino al 1990. Benin Arnaldo, deceduto nel 1998, è stato al CV15 dal 1961 al 1991. Dall’esame autoptico risulta a livello epatico un quadro di fibrosi, c’è un’alterazione della funzionalità epatica dal 1975, 1976, 1981, 1988; non è stato mai spostato fino alla cassa integrazione che risale al 1991, nonostante le ripetute segnalazioni per oltre dieci anni, come si vede dalla scheda che viene proiettata, quella generale, in tutti i casi di epatopatia, ma facciamo vedere in particolare vicino i casi ultimi citati, Baruzzo e Benin. Anche in questo caso la posizione sua riguarda tutti gli imputati fino al 1991. Un ultimo, un penultimo caso è quello di Cecconello Carlo, che ha iniziato l’esposizione al CV14 dal 1972, sottolineo 1972, e finisce nel 1996; ha un fenomeno di Reynaud riscontrato nel 1975, nel 1977 e nel 1999. Nonostante le ripetute segnalazioni di allontanamento, non è mai stato spostato e anche per lui la posizione sua riguarda tutti gli imputati fino al 1996. L’ultimo davvero che cito, gli altri non faccio riferimento, faccio rinvio a quello che ho già detto, è il caso di Bettin Ido, perché riguarda Montefibre, al reparto di VT2 di Montefibre per tutto il periodo di nostro interesse. È stato fortemente esposto, che che ne dicano i consulenti della difesa e faccio rinvio a quanto ho detto in requisitoria, in relazione di Medicina Democratica; ha avuto un fenomeno di Reynaud, è stato segnalato da FULC come da spostare, come vediamo dalla relazione FULC e non è stato spostato, se non per la chiusura del reparto, nel 1977. Segnalo che aveva altre due patologie da CVM, un’epatopatia dal 1975 e un tumore polmonare, che è stato poi la causa del decesso. Quindi anche la sua posizione riguarda gli imputati ancora viventi in Montefibre, oltre alla posizione di Bartalini Emilio per quanto ho detto poco fa. Passo all’ultimo capitolo di questa requisitoria, che riguarda le posizioni, in sintesi, degli imputati. Dovendo parlare delle obiezioni alle tesi d’accusa formulate da alcuni difensori relativamente alle posizioni di alcuni singoli imputati, devo premettere rapidamente delle osservazioni che li riguardano tutti. La prima che mi lascia perplesso o mi fa quasi sorridere, ripetuta affermazione dei difensori degli imputati che il Pubblico Ministero avrebbe parlato poco delle posizioni dei loro difesi. Ora, a parte il fatto che ritengo non corrispondente a verità tale affermazione, e faccio rinvio al tempo dedicato anche in requisitoria e alla quantità dei documenti depositati, faccio presenti tre circostanze, peraltro evidenti. Tutto quanto detto e scritto in parte generale riguarda ovviamente tutti i singoli imputati. Le schede redatte e proiettate sulle loro carriere sono frutto di una lunga e laboriosa indagine della Guardia di Finanza e già la semplice lettura e il semplice commento di ognuna di quelle schede in aula avrebbe richiesto almeno dieci – quindici minuti a testa, per quattro o cinque ore minimo e ciò non era né logico, né possibile, visto che le schede venivano proiettate, depositate ed erano la sintesi di quanto doveva essere detto e di quanto è emerso. Un discorso analogo è stato fatto per le schede che hanno collegato ogni singolo imputato alle singole persone offese e con ciò rispondo anche ad un’obiezione del professor Giarda. Se avessi commentato ogni scheda inserita nei fascicoli personali degli imputati che ho depositato anche il 2 dicembre di quest’anno, avrei parlato tre giorni, non tre ore. Basta vedere i collegamenti, l’elenco delle persone, sia quella che è stata presentata in primo grado, sia le schede più ridotte, quelli dei casi ammessi, casi da non ammettere, persona per persona, ci avrei messo davvero tre o quattro giorni di requisitoria. La seconda questione fa riferimento alla tematica sulle holding. Ne hanno parlato in particolare i difensori di Lorenzo Necci, di Giorgio Porta e il difensore del responsabile civile. Per ragioni di tempo non tratto questa tematica, così come non tratto ora quella relativa alle successioni tra società e divisioni, anche perché è stata depositata all’udienza del 2 dicembre 2004 un’esaustiva e completa memoria dell’Avvocato Salzer a cui faccio integrale rinvio, a conferma di quanto scritto anche dal Pubblico Ministero in atto d’appello, compresa la questione della successione Montedison – Enichem attraverso la società scatola Riveda. A proposito di Riveda, solo un documento proietto che è del 1984, perché c’è un documento della struttura sanitaria locale che fa presente due situazioni, nel 1984, a Montepolimeri e a Riveda. Parla degli insaccatori esposti a CVM e PVC con continuità da oltre dieci anni, quindi nessun dubbio su queste esposizioni e su questi insaccatori di cooperative e la struttura sanitaria chiede alle società Montepolimeri e Riveda, scatola Riveda, perché nessuno ha comunicato nulla. Quindi solo per dire nel 1984 è ancora ben presente questa situazione, è ancora ben in movimento la questione CVM e PVC. Un altro discorso è stato fatto dai difensori degli imputati di grado per così dire medio-alto rispetto ai gradi per così dire alti. Come ho sempre detto, ho ritenuto come Pubblico Ministero di dover individuare delle responsabilità penali a partire dal livello di direttore di stabilimento in su, fino dall’amministratore delegato e al Presidente. Mi sono rifiutato di considerare livelli inferiori, stante la complessità e la vastità decisionale e finanziaria degli interventi necessari e tra l’altro qualche difensore ha addirittura provato, nelle varie fasi, ad accusare i capireparto, i singoli lavoratori, magari per degli errori commessi. Valuterà ovviamente adeguatamente il Giudice tutte tali situazioni. Non ritenevo e non ritengo corretto presentare al Giudice una situazione monca. Tutte queste posizioni sono state individuate, tutte queste posizioni per l’accusa vengono sottoposte al giudizio del Collegio, proprio per valutare i gradi dal direttore di stabilimento in su, che per l’accusa, ognuno per le proprie competenze e per i propri periodi, ha delle precise responsabilità. L’unica situazione teoricamente anomala, ma solo teoricamente, rispetto a tale impostazione, è quella che attiene all’unità Dimp ed in particolare ai suoi dipendenti, ingegner (Fedato) e ingegner Gaiba. Ma tale diversità di trattamento è giustificata dal fatto che l’unità Dimp era autonoma, non dipendeva dal direttore di stabilimento, per il periodo in cui è esistita, ma solo da Milano, tanto è vero che il direttore di stabilimento, Dino Marzollo, dal 1981 al 1984, non è stato imputato per il primo capo d’accusa e questa autonomia dell’unità Dimp viene ammessa dalla stessa Avvocatessa Pedrazzi mentre parla del proprio difeso, ingegner Grandi, smentendo essa stessa quanto aveva sostenuto poco prima sull’altro suo difeso ingegner Gaiba. Nel corso delle arringhe difensive si sono ripetuti i consueti tentativi di scarica barile, in senso buono, tra gli imputati, anche all’interno di questa fase di processo. Non commento le accuse rivolte a persone già decedute, rilevo però ad esempio che gli imputati di vertice, richiamandosi al concetto di società holding, hanno scaricato sui vertici delle società cosiddette operative, Montepolimeri, Montedipe, Enichem Anic etc.; i difensori degli imputati del gruppo Enichem hanno riversato ogni eventuale responsabilità sul gruppo Montedison; l’Avvocato Carboni per Diaz ha detto che Montepolimeri gestiva la sicurezza dei lavoratori e nulla di più, come se ciò non bastasse, dicendo che era Montedipe proprietaria degli impianti e l’Avvocato Benedini, per (Raichenbac) e Montepolimeri aggiungeva che il suo difeso gestiva zone non di rischio, zone di trasformazione nel polimero e non le zone di produzione del monomero. Ma alla fine di tutto questo processo non c’è chi non vede la totale infondatezza di tale pretesa dell’Avvocato Benedini, perché tutti i reparti CVM e PVC di Marghera hanno causato morti e malattie. Ma tale pretesa si scontra, ovviamente, mi vien da aggiungere, con l’analoga pretesa dei difensori degli imputati per così dire Montepolimeri, che non avrebbero avuto rapporti tra virgolette gerarchici con lo stabilimento. Cosa c’è da dire allora a questo proposito? L’accusa ribadisce le proprie accuse sulla base della documentazione e delle schede societarie e personali redatte. Il compito di accogliere o meno l’impostazione d’accusa è ora istituzionalmente affidata al Giudice, che può ovviamente dichiararne la penale responsabilità, valutare gli esatti termini e confini di ogni responsabilità. Il professor Giarda nel suo arduo compito di difendere due dei principali imputati, Calvi e D’Arminio, le cui responsabilità sono strettamente collegate, finisce per riconoscere, seppur per un periodo limitato, le accuse del Pubblico Ministero, che peraltro sono anche temporalmente più ampie. Calvi dice: potevo interloquire, pur senza poteri di spesa, solo tra il 1973 e il 1975, mentre per D’Armidio Manforte, di grado superiore, s potrebbe parlare di omissioni solo per tale identico periodo. Ma D’Arminio, dice il professor Giarda, ha operato attraverso Calvi. Su Calvi egli aveva solo una funzione di controllo, dice letteralmente, egli sovrintendeva, Calvi. Ma è proprio questo che sostiene l’accusa, anche se per un arco di tempo ben maggiore: c’è stato chi doveva operare e non ha operato, c’è stato chi doveva controllare e non ha controllato e al Giudice spetta ovviamente il compito di valutare la correttezza dell’accusa. Per rispondere alle obiezioni poi fatte sul collegamento quasi automatico, si dice, il collegamento fatto dall’accusa tra ruolo nelle varie società e singolo imputato, non voglio tornare al tema delle posizioni della garanzia e a quello della successione nel tempo di tali posizioni, perché ampiamente discussi e trattati in fatto e in diritto, oltre che da me, soprattutto dal collega dottor Bruni e dai difensori di Parte Civile. Ricordo semplicemente che qui si discute sia di responsabilità dolose, 437, sia di norme speciali, sia dell’Art. 2087 del Codice Civile, sia di responsabilità colpose e a questo proposito ricordo rapidamente come per le responsabilità dolose si è contestato in particolare l’Art. 81 Codice Penale e per le responsabilità colpose, oltre alla continuazione, si è contestata, a rafforzarla, l’aggravante di cui all’Art. 61 numero 3 del Codice Penale. Lo dico perché, quando il professor Padovani ha discusso in aula di tale tema, pur riconoscendo la propria posizione dottrinaria pressoché concorde con l’accusa sul punto, non ha fatto cenno a questa aggravante, che invece rafforza e completa la nostra tesi. Ne ho parlato in requisitoria e nella quarta memoria depositata il 2 dicembre 2004. Ne riparlo ora, in quanto è interessante rilevare come questa tesi dell’affermazione della continuazione anche per i reati colposi, in presenza dell’aggravante della previsione dell’evento, sia stata sostenuta da una recente sentenza di merito del Tribunale di Bari, del 27 ottobre 2004, proprio in tema di malattie professionali. Proietto il capo d’accusa, dove si vede qual è la contestazione, il 589 e la contestazione suppletiva che è stata fatta all’udienza dal Pubblico Ministero, proprio la contestazione di questa aggravante, del 61 numero 3, per la continuazione. Quando viene pronunciata la sentenza, c’è in questo momento solo il dispositivo, si vede chiaramente che c’è il riconoscimento dell’aggravante della continuazione per omicidi colposi verificatisi dal 1989 al 1995 e quindi la declaratoria di penale responsabilità. Mi fermo sugli esami delle posizioni degli imputati andando veramente alla parte finale e perché voglio chiudere questa replica richiamando in quest’aula dei documenti che sono stati citati veramente a sproposito di Gabriele Bortolozzo dalla difesa degli imputati, colui che nell’agosto di quasi dieci anni fa diede l’avvio alle indagini preliminari di questo processo, senza enfasi e senza retorica, perché non ne abbiamo alcun bisogno; ma lo richiamo con dei suoi documenti, perché qualcuno della difesa in quest’aula ha cercato di fargli dire cose che non aveva detto e ha cercato di tirarlo dalla propria parte e penso che si sarà rivoltato nella tomba Gabriele Bortolozzo. Era stato proiettato sullo schermo in aula un documento di Gabriele Bortolozzo datato semplicemente 1983, per cercare di dimostrare che lo stesso, nel 1983, avrebbe reso quasi omaggio alla Montedison e ad Enichem. Non bisogna farsi ingannare neanche in questo caso, perché sono sicuro che voi leggerete accuratamente anche questo documento in Camera di Consiglio, che invece è un vero e proprio atto d’accusa nei confronti dei dirigenti dell’azienda di Marghera, innanzitutto per il CV6, anche in questo documento citato dalle due difese di Montedison e di Enichem, guarda caso, quindi durissimo atto d’accusa anche per il CV14 – 16, sul quale non mi dilungo perché è già stato presentato, ma anche per il CV6, perché a differenza di quanto dice, di quanto sostiene, di questo motiva la difesa, le modifiche tanto vantate si ebbero soltanto dopo l’indagine FULC del 1977, dice letteralmente Bortolozzo e a questo non si dà peso, e solo a seguito di riscontri di operai e di rappresentanti sindacali in reparto nei confronti dell’azienda. Al CV14 – 16 gli operai erano terrorizzati dalla perdita del posto di lavoro e questo viene ben spiegato da Bortolozzo e questo fa la differenza tra il CV6 e il CV14. Ma i due documenti che smentiscono questo tentativo di portare dalla propria parte Gabriele Bortolozzo sono uno sempre del 1983, 4 agosto 1983, che ancora una volta è un duro atto d’accusa al reparto CV14 – 16. Il secondo documento è ancora di due anni dopo, è sempre agli atti del fascicolo processuale ed è datato 6 maggio 1995 ed è ancora un duro attacco per quello che… come 1985, ed è quello che continuava a succedere al CV6. Chiedevano gli operai del reparto CV6 informazioni che nel 1985 continuavano a non avere perché non venivano date dalle aziende e Bortolozzo nel maggio del 1985 continue a denunciare fughe ed incidenti continui, avvenuti per carenza impiantistica. Altro che reparto risanato. Siamo nel 1985, si riparla di carenza impiantistica e manutentiva. Allora, con questo mio richiamo alla verità storica e documentale, concludo il mio intervento, chiedendo che venga da voi presa una decisione sulla base dei documenti, delle prove raccolte e delle norme che abbiamo contestato agli imputati e che si giunga quindi alla declaratoria della penale responsabilità che vi abbiamo già richiesto, irrogando la pena più adeguata ed equa.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.40.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 12.10.

 

PRESIDENTE – Prego Avvocato.

 

PARTE CIVILE – Avv. Boscolo Rizzo – Tutti mi hanno sollecitato ad essere molto celere, non ho appunti ed è a garanzia di celerità. Il Pubblico Ministero ha esordito la sua requisitoria mostrandovi la scheda di Montecatini Edison del 1963 sul cloruro di vinile, norme di sicurezza e pronto soccorso e ha sottolineato per l’aspetto che interessava il Pubblico Ministero, a dire, la conoscenza degli effetti epatotossici del cloruro di vinile certamente nell’ambito ambientale anche del 1963, ha sottolineato quali soggetti non sono idonei alle esposizioni a rischio e vale a dire quelli con malattia epatica e renale. A me per l’aspetto che interessa invece qui, che è quello di sorveglianza sanitaria, sottolineo che al punto 6.2.3, visite mediche periodiche, si dice: "Gli esami periodici riguardano l’apparato respiratorio, oltre che l’esame completo delle urine e prove di funzionalità epatica". Questo è il punto dolente: le prove di funzionalità epatica. Il capitolo delle alterazioni enzimatiche, in realtà, meriterebbe tempo, non mi è consentito farlo; dovrei proiettare degli schemi per consentire alla Corte di avere un approccio anche di immagine netto, ma posso fare alcune osservazioni anche senza i supporti delle slide. Diciamo che in primo grado c’è stato un grosso contrasto tra i consulenti di Montedison ed Enichem e i consulenti del Pubblico Ministero sul valore da assegnare alle alterazioni di funzionalità epatica rilevate negli operai di Porto Marghera. Qui è presente oggi anche il professor Lotti, tossicologo che ha avuto un ruolo molto importante in questo processo e che ha sostenuto, assieme all’epatologo professor Colombo, che la lesione da cloruro di vinile non coinvolge l’epatocita ma unicamente l’endotelio e quindi per tale ragione le alterazioni degli indici di funzionalità epatica rilevati negli operai di Porto Marghera non sono suggestive di alterazioni indotte da cloruro di vinile. Hanno affermato, ma contro l’evidenza di altri studi, che tutti gli studi – e questo non è vero – che hanno utilizzato test di funzionalità epatica per il controllo dei lavoratori esposti a cloruro di vinile monomero sono approdati alla conclusione della loro inefficacia per determinare lesioni precoci conseguenti ad esposizioni a cloruro di vinile monomero. Quello che interessava anche sotto questo aspetto era stabilire se una patologia, un tumore come l’angiosarcoma potesse in qualche modo essere oggetto di una diagnosi precoce e si è detto: non è possibile diagnosticare precocemente l’angiosarcoma. In verità il professor Colombo, richiamando gli studi del suo maestro, il professor Popper, all’udienza del 11 dicembre 1998, sente l’esigenza di affrontare l’aspetto nevralgico della problematica delle lesioni epatiche, "perché – leggo testualmente dal verbale di udienza – i patologi hanno intercettato delle lesioni epatiche precoci osservate in associazione con angiosarcoma, lesioni istologiche che sono state definite precursori". Questo creava un grossissimo problema ad Enichem e a Montedison sotto il profilo di sorveglianza sanitaria, perché se è possibile intercettare delle lesioni precoci è anche possibile che io intervenga per quanto meno allungare il periodo di latenza dell’angiosarcoma, spostando immediatamente il lavoratore. Ebbene, qui ho concluso questa problematica molto seria dei valori da assegnare alle alterazioni. Cosa fa il Tribunale? Il Tribunale, nonostante il nostro consulente Martinez abbia sostenuto che il sistema di riparazione del DNA, assente nell’endotelio, ragion per cui nell’endotelio provoca quelle tragiche malattie infauste, è vero che c’è nell’epatocita, ma non è, come sostenuto dai consulenti Enichem e Montedison, insaturabile. Tanto maggiore è l’insulto tossico, tanto maggiore è lo sforzo di riparazione, che non potrà in assoluto essere insaturabile, perché se fosse davvero un processo, un meccanismo insaturabile, non vi sarebbe nessun effetto genotossico. Il Tribunale cosa ha fatto? Ha sposato invece la tesi di Enichem e Montedison e a pagina 245 della sentenza dice che sulla base degli studi di Tamburro. Mi fermo, inciso. Sulla base di un’erronea interpretazione degli studi di Tamburro, perché Tamburro assieme a Popper è esattamente lo studioso che ha provato che il cloruro di vinile agisce anche sull’epatocita, provocando necrosi cellulare e, se provoca necrosi cellulare, significa che ho delle alterazioni enzimatiche, ho le transaminasi mosse da necrosi cellulare. La necrosi cellulare a sua volta può progredire in displasia, che a sua volta può progredire in epatocarcinoma. Quindi Tamburro ha prospettato una doppia lesione, una doppia azione dei due metaboliti attivi del cloruro di vinile, sia nell’endotelio quanto nell’epatocita. Il Tribunale ha interpretato in modo diverso questi studi e ne ha tratto una conseguenza diversa. Ha sostenuto che, sulla base degli studi d Tamburro, la fosfatasi alcalina fosse il test più sensibile per diagnosticare lesioni epatiche da cloruro di vinile, mentre transaminasi Gamma GT sono test che hanno maggior sensibilità per lesioni epatiche non correlate. Quindi fosfatasi alcalina mi dà, è un test sensibile per diagnosticare patologie da cloruro di vinile; Gamma GT transaminasi non hanno questa funzione, mi dicono che c’è un danno, ma non è un danno da cloruro di vinile e quindi il Tribunale conclude per l’inutilità delle transaminasi in un contesto di sorveglianza sanitaria. Allora, dico, se il Tribunale arriva a dirmi che quei benedetti esami di funzionalità, prove di funzionalità epatica che dal 1963 sono obbligatorie per la scheda che vi ha proiettato il Pubblico Ministero, vengono eseguite e sono le transaminasi e le Gamma GT, ma le transaminasi e le Gamma GT non sono in grado di darmi alcuna spiegazione di un danno da cloruro di vinile, ma di un danno epatico di altra causa, perché venivano fatte e come ha fatto allora il Tribunale a sostenere, con la fermezza con cui lo ha sostenuto, che la sorveglianza sanitaria e il servizio sanitario del Petrolchimico fosse altamente adeguato alle necessità del caso? E il Tribunale si sofferma sulla palazzina altamente attrezzata, costruita nel 1977, non mi ricordo quando, ma non si sofferma. Perché se non è vero, Giudici, che transaminasi e Gamma GT non mi dicano nulla, ma diamo per scontato che sia vero, come ha fatto il Tribunale, allora il Tribunale doveva trarne necessariamente la conseguenza che l’unico test che doveva essere praticato era la fosfatasi alcalina. Quando è stata fatta la fosfatasi alcalina? Per la prima volta soltanto ed esclusivamente durante l’indagine FULC. Allora ricordi la Corte che se c’era un test, quando io all’udienza precedente ho parlato di prevedibilità dell’evento di malattia del fegato, ho detto anche che era una malattia prevenibile, prevenibile sotto il profilo di sorveglianza sanitaria, utilizzando tutti quegli strumenti di indagine, di lesioni precoci, ma mirate, mirate ad individuare una malattia da cloruro di vinile e quindi doveva essere fatta la fosfatasi alcalina. Sfido la Corte a trovare un libretto sanitario con questo test effettuato ai lavoratori. Non è mai stato eseguito. Quindi è fondatissimo l’addebito di colpa che fa il Pubblico Ministero sotto il profilo dell’omessa sorveglianza sanitaria. Chiudo, secondo brevissimo argomento. Tocca ed è faticosissimo replicare al professor Padovani sul disastro e replico al professor Padovani sul disastro citando alcune brevissime frasi che ho ricavato dall’ordinanza 7 aprile 1996 del Tribunale di Venezia sulle richieste di esclusione di Parte Civile. Devo fare una piccola premessa. Oltre a tutte le persone inserite nelle liste per patologie correlate, si costituirono anche molti lavoratori che non vantavano né lesioni né di essere parenti di soggetti deceduti; vantavano una lesione, si sono costituiti Parte Civile esclusivamente in relazione ai reati di pericolo, ai reati di strage e disastro. Vennero definiti da tutti fuori lista e in corridoio tutti li chiamarono "gli spaventati". Cosa disse il Tribunale su questi spaventati? Relativamente alle accessioni formulate dalle difese degli imputati e dai responsabili civili diretti all’esclusione delle Parti Civili costituitesi senza essere menzionati quali persone offese nel capo d’imputazione, va rilevato che la contestazione di cui al capo di imputazione sub 1 e al susseguente allegato, che ne costituisce parte integrante, evidenzia azioni ed omissioni di natura dolosa o colposa che hanno determinato nella prospettazione accusatoria i delitti di strage e di disastro. Si tratta, dunque, di delitti di pericolo che ledono l’interesse generale all’incolumità pubblica e agli interessi individuali, alla vita, all’integrità fisica e alla salute, che vengono lesi o posti in pericolo da eventi particolarmente gravi e complessi, i cui effetti si possono propagare ad un numero indeterminato di persone. Nel presente procedimento, ove sono stati contestati i summenzionati delitti di pericolo, di disastro e strage e vi è stata altresì l’individuazione contenuta negli allegati al capo d’imputazione di cui al decreto che dispone il giudizio, di specifiche persone offese dai reati di evento concorrenti di cui agli Artt. 589 e 590, non può pretendersi l’esaustività degli elenchi, proprio perché i delitti di pericolo hanno esposto a rischio un numero indeterminato di persone, sicché, ancorché non individuate come persone offese, possono dedurre di aver subito un danno dai delitti di pericolo. Allora il Tribunale ha correttamente impostato il problema dei delitti di disastro innominato colposo e gli altri che sono stati contestati, parlando di autonomia di questi delitti rispetto ai concorrenti reati di omicidio e lesioni colpose. Dove poi e perché il Tribunale si sia perso per strada, lo potrei spiegare ma non voglio dirlo, perché sarebbe forse poco carino. Ma quando ancora il processo era agli esordi e il Tribunale era aperto, ha correttamente impostato il problema. Adesso il professor Padovani si duole, nella sua arringa del 20 novembre 2004, si duole dell’eccentrica ermeneutica con cui il Pubblico Ministero avrebbe risolto il problema, impostato il problema del disastro, e dice che questo Pubblico Ministero… dice e riporta tra virgolette l’atto d’appello: "Se è vero che l’Art. 344 secondo comma richiede un evento di danno, è altrettanto vero che non si esige un danno, non si esige un danno alle cose o alle persone, essendo necessario e sufficiente l’insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno" e poi, sempre il Pubblico Ministero che è oggetto di critica da parte del professor Padovani: "Poi la valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare". Allora invece questo è il professor Padovani che parla: "Se io ho capito bene, il Pubblico Ministero vuol dire che per il concetto di disastro non si esige un danno alle cose o alle persone, si esige uno stato di fatto da cui derivi un pericolo". Ebbene, devo purtroppo dire al professor Padovani che mi prendo la piena responsabilità di quello che ha scritto il Pubblico Ministero nel suo appello, perché ne abbiamo discusso e condiviso e anch’io l’ho impostata allo stesso modo, per la banale ragione che mi era talmente piaciuto ma soprattutto mi aveva talmente convinto l’intervento fatto dal professor Padovani il 10 luglio del 2001, il quale a proposito di disastro dice che "vi è un rapporto di corrispondenza non biunivoco ma univoco tra il disastro e il pericolo, cioè ogni disastro deve implicare il pericolo per la pubblica incolumità, ma non ogniqualvolta c’è il pericolo per la pubblica incolumità c’è anche il disastro. Qual è la conseguenza? E si tratta di una conseguenza fondamentale – dice il professor Padovani – la concretizzazione del pericolo in danno, cioè il fatto che si siano verificate morti o lesioni, non fa parte del disastro, non è concettualmente parte del disastro. La nozione di disastro non include la morte di nessuna persona, non include le lesioni di nessuno e per due ottime ragioni: perché la morte e le lesioni rappresentano eventi che non sono necessari per costituire il disastro, tanto è vero che basta il pericolo – è il professor Padovani che lo dice – ma soprattutto perché, quando si verificano, e cioè quando il pericolo si concretizza in danno, interviene necessariamente un’autonoma valutazione di quegli eventi di danno che si svolge alla luce delle disposizioni comuni dell’omicidio doloso o colposo. Se il disastro – continua il professor Padovani – includesse la morte, sarebbe la manna per l’autore del fatto, perché si vedrebbe abbonate tutte le conseguenze lesive. La valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si ferma. Tutto ciò che va oltre il pericolo e che concretizza il danno è campo di valutazione autonoma di diverse fattispecie; né la morte né la lesione di chicchessia costituiscono in alcun modo parte della del disastro". Qui, confesso, per fare i motivi d’appello ho copiato dall’arringa del professor Padovani. Il professor Padovani, e il Tribunale in parte ha subito il fascino della suggestione del professor Stella, che voleva morti e lesioni come elementi costitutivi del reato del disastro e all’udienza scorsa ho detto danno tanatologico, ma la stenotipia mi ha attribuito un danno tautologico, ma credo che chi ha letto insomma abbia capito comunque, ma non importa. Il Tribunale cosa dice, quando il professor Padovani richiede questo evento diffuso, grave e concentrato nel tempo, una causa violenta che agisce con estrinsecazione di energia fisica in un processo concentrato nel tempo? Ecco, allora io dedico al professor Padovani una citazione di (Brect), che dice: di quel che accade, di quel che è normale, non finite di stupirvi; non trovate normale quel che accade ogni giorno. Questo il professor Padovani ha in mente Stava, Seveso, Vajont, perché di fronte a quello non si può negare il disastro. Invece il Tribunale correttamente ha escluso che serva una contestualità, un evento di crollo, una diga che scarica a valle; ha ritenuto che il disastro si possa realizzare attraverso condotte seriali, attraverso un beneficio quotidiano e il disastro, ripeto, Giudici, è rappresentato non tanto e non solo sotto il profilo di gravità e diffusività dalle malattie che il Tribunale ha ritenuto costitutive del disastro, sbagliando, non importa, ma da tutta quella situazione che è ben descritta dall’indagine FULC del 1974. Su quella vi dovete concentrare, mi permetto sommessamente di insistere, per comprendere la sussistenza del disastro, ed ho concluso. Solo una considerazione personale. È stato un processo faticosissimo fin dall’udienza preliminare e anche molto sofferto. Da questo momento per noi tutti, di qua e di là, a destra e a sinistra dell’aula, comincia un’attesa snervante e piena di aspettative. Tutti ci aspettiamo giustizia, si aspettano giustizia i difensori degli imputati, ci aspettiamo giustizia noi difensori delle Parti Civili, si aspettano giustizia le persone che stanno oltre la transenna. Ma inevitabilmente, quando leggerete quella sentenza, qualcuno dirà che non è stata fatta giustizia. Allora, Giudici, se si può sostituire il termine giustizia a qualcosa che è più forte, più pregnante per le vittime, ci aspettiamo verità, quella verità che purtroppo il Tribunale ci ha negato, perché il risarcimento più vero, più significativo che le parti offese, ancor prima che Parti Civili, possono avere da un processo, è proprio sapere perché e come il proprio congiunto è morto, sapere la verità. Prima del risarcimento del danno, questa è la forma di risarcimento che toglie il patimento del non sapere perché, del non trovare il perché ad una morte. Vi ringrazio per l’attenzione e deposito, per mia tranquillità e per evitarvi di cercare a lungo i documenti che ho citato, lo stralcio dell’intervento del professor Padovani del 10 luglio 2001, lo stralcio dell’ordinanza sulle richieste di esclusione delle Parti Civili e la nota spese.

 

PRESIDENTE – I signori della difesa degli imputati hanno organizzato un momento i loro interventi?

 

DIFESA – Avv. Stella – Presidente, dovrei cominciare io adesso.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Stella – Io dirò poche cose e intanto voglio fare una precisazione. L’accusa ha depositato una serie di memorie scritte, che di per sé dovevano essere la ripetizione della requisitoria e delle discussioni, invece in quelle memorie c’è qualcosa di più, di nuovo, cioè è una sorta di replica in certi punti, e allora noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto la replica della replica per iscritto e il 9 abbiamo depositato nove memorie, di cui solo una grossa, che è la mia, sull’accusa di disastro e quella è una memoria veramente importante, che io penso che la Corte farebbe bene, se non l’ha ancora letta, deve leggerla. Quindi c’è tutta una parte di repliche che è già stata fatta per iscritto e naturalmente quelle non le rifaccio e invece passo alla replica di oggi. In qualche parte di una delle mie ormai innumerevoli memorie che ho depositato alla Corte, ho richiamato un apologo che oggi mi sembra si presti molto bene ad illustrare la situazione, un apologo che si trova nel bel libro di Teubner sulla autopoiesi, un apologo su un rabbino di nome Eliezer, il quale aveva una controversia con il rabbino capo su un’interpretazione del Talmud e Eliezer diceva: "Guarda che la mia interpretazione è giusta. Ciò è tanto vero, che te lo dimostra il fatto che vedi quel carrubo che è fuori? Bene, se la mia interpretazione è vera, quel carrubo si sposterà" e il carrubo si è spostato. Il rabbino capo non fece una piega e continuò a dire: "Tu ti sbagli". Allora Eliezer disse: "Se la mia interpretazione è giusta, vedi quel ruscello? Il ruscello scorre all’ingiù. Bene, adesso scorrerà all’insù" e il ruscello cominciò a scorrere all’insù e il rabbino capo continuò a negare l’evidenza. Allora Eliezer dice: "Ma se io ho, la mia interpretazione è giusta, le pareti della Sinagoga si piegheranno" e le pareti della Sinagoga si piegarono e il rabbino capo continuò a sostenere la sua tesi e alla fine Eliezer disse: "Stiamo a vedere se una voce celeste interviene" e allora si sentì un rombo e la voce celeste intervenne dicendo: "Ha ragione Eliezer" e il rabbino capo continuava a dire: "Non importa, non importa che il carrubo si sposti, che il ruscello scorra all’insù, che le pareti della Sinagoga si pieghino, che la voce celesta dica che tu hai ragione, perché ho ragione io perché io sono il rabbino capo, io sono l’autorità". Ecco, questo è quello che è successo in questo processo. Il carrubo si sposta, a dimostrazione del fatto del grande buco nero che ingoia tutto il processo, del fatto sul quale io non ho avuto un cenno di replica, che mancano le diagnosi medico legali sul nesso di condizionamento, non c’è niente da fare. Se io ho una malattia, ho la voce e le corde vocali che non mi funzionano, vado dal medico e a lui chiedo: ma come mai queste corde vocali non mi funzionano? È il medico che me lo deve dire, sono i medici che mi devono dire se senza un certo antecedente quell’evento si sarebbe o non si sarebbe verificato e noi sappiamo che tutti i medici legali dell’accusa hanno fatto delle diagnosi non sul nesso di condizionamento, ma soltanto sulla condizione idonea. Ci dice oggi il Pubblico Ministero: eh, ma i consulenti Colombo, adesso io non ricordo esattamente i nomi… non è vero. I consulenti della difesa Enichem, che sono il professor Grandi e il professor Tommasini, hanno fatto tutti diagnosi medico legali che concludono per l’inesistenza del nesso di condizionamento. Allora questo buco nero è incolmabile, è carta straccia, oggi ha ricordato benissimo il Pubblico Ministero. Il processo da questo punto di vista è senza base ed è senza senso. Che cosa ha fatto il Pubblico Ministero e perché il ruscello scorreva all’insù e ciò nonostante il Pubblico Ministero si è arroccato nei motivi e lungo tutta la discussione nella requisitoria, sulla causalità generale, sulla idoneità del CVM, sulla capacità lesiva del CVM, sull’aumento del rischio del CVM, sulle probabilità ex ante, tutte espressioni equivalenti che tutte sono riassunte nell’espressione causalità generale ed è così che le Sezioni Unite si sono pronunciate e hanno detto: guardate che l’aumento del rischio, che è equivalente all’idoneità, alla capacità lesiva etc. etc., è un criterio di imputazione estraneo al nostro ordinamento. Benissimo, ciò nonostante il ruscello scorre all’insù, il Pubblico Ministero ha continuato e anche oggi noi abbiamo sentito il suo scandalo: ma come, il professor Stella critica le sentenze della Cassazione successive alla sentenza Franzese sull’amianto? Sì, le critico, ho scritto un articolo che vi ho allegato, ma per dimostrare che quelle sentenze parlano solo della causalità generale, ritengono la causalità generale un criterio sufficiente di imputazione, contro l’insegnamento delle Sezioni Unite e contro tutto l’orientamento di sempre, che esige la dimostrazione del nesso di condizionamento. È andato avanti poi il Pubblico Ministero, oggi, dicendo che il CVM è un cancerogeno promotore. Anche qui il ruscello scorre all’insù, non mi ha replicato il Pubblico Ministero. Io ho citato, ricordate, lui aveva, il Pubblico Ministero aveva creduto di fare, di tirare fuori il coniglio dal cappello con l’EPA 2000. Bene, nell’EPA 2000 c’è questa espressione testuale: "Sembra esserci evidenza sufficiente per giustificare l’asserzione che il CVM agisce come un iniziatore classico". Questo è l’EPA del 2000. Io poi nella memoria qui ho sostenuto che non era necessaria l’EPA, perché già tutto emergeva dall’istruttoria dibattimentale e ho riportato tutti i verbali. Ancora, dice, il professor Stella osa andare contro ciò che hanno asserito le Sezioni Unite parlando di frequenze medio-basse, definendole una svista. Lasciamo stare il problema della svista, sulla quale io credo che qui l’estensore del quale mi onoro di essere amico, (Canzer), della sentenza, abbia sbagliato veramente, ma questo non ha importanza. L’ho dimostrato in tanti scritti, è noto, è notissimo. Qui la confusione tra la causalità e il post hoc ergo propter hoc è quanto mai evidente, ma io non è su questo che ho richiamato l’attenzione, è sul fatto che le Sezioni Unite parlano di frequenze medio-basse con la sicura esclusione di altre cause, cioè io ho detto: badate che le Sezioni Unite puntano, sottolineano, il pensiero vero delle Sezioni Unite è dato dalla sicura esclusione di altre cause. Quando c’è la sicura esclusione di altre cause, è chiaro che c’è dietro una legge universale e quindi non si può escludere il rapporto di causalità. Bene, noi sappiamo però, a proposito della sicura esclusione di altre cause, che gli epidemiologi di tutto il mondo, che io ho elencato ripetutamente, dicono in coro, dicono tutti senza eccezioni che il nesso di condizionamento è impossibile da stabilire sulla base delle ricerche epidemiologiche, cioè sulla base della causalità generale. Poi il risultato, il risultato al quale il Pubblico Ministero vuole pervenire, ignorando e continuando a chiudere gli occhi di fronte al nesso di condizionamento e continuando a parlare di causalità generale, è l’amputazione di un requisito di fattispecie, che è la causalità, che è il nesso di condizionamento e non importa che il carrubo si sposti e che le Sezioni Unite abbiano detto: alt, voi dovete accertare il nesso di condizionamento; non importa che il ruscello vada all’insù e che per gli epidemiologi sia impossibile individuare la condizione nei comportamenti di taluno sulla base delle ricerche epidemiologiche o sulla base della causalità generale e non importa, ancora, che le pareti della Sinagoga si pieghino e cioè che i grandi capiscuola dei nostri giorni, medici legali, abbiano detto, e sono Bardi e Fiori, abbiano detto: voi medici legali, che continuate a seguire l’impostazione del vecchio Cazzaniga, per cui la causa della medicina legale viene intesa come causa e come condizione idonea, voi dovete abbandonare questo criterio, perché oggi voi dovete diventare medici legali, cioè medici che servono il diritto penale e per il diritto penale la causa è la condizione idonea. Quindi c’è bisogno di una nuova criteriologia e qui la voce celeste, le Sezioni Unite, che intervengono e dicono: c’è bisogno, voi dovete accertare il rapporto causale sulla base della criteriologia più aggiornata, perché quella non aggiornata è quella di Cazzaniga, è quella che si fonda sulla condizione idonea. Voi dovete elaborare ad una nuova criteriologia, quella che si basa sulla condizione necessaria e allora l’indicazione è chiarissima e allora andiamo a vedere cosa dice la nuova criteriologia, è già abbozzata dall’epistemologo (Federspin), come io ho detto ed è indicata in due, sostanzialmente si riduce a due indicazioni: il paradigma della microbiologica, di cui ha parlato anche Comba nel nostro processo, il bacillo che si ritrova, etc. etc., oppure in leggi che dicano: costantemente A è seguito da B o quasi costantemente A è seguito da B. Questo dice Federspin e questa dovrà essere la nuova criteriologia, che però non è ancora stata elaborata compiutamente. Bene, a questo punto cos’altro ha detto il Pubblico Ministero oggi? La cosa che più mi ha colpito, io vi prego, signori della Corte, andate a verificare i verbali, ha detto, a proposito del professor Forti: non è vero, dice, che Forti abbia fatto una retromarcia. Ah, non è vero? Ma perché non risponde alle mie osservazioni, il Pubblico Ministero? Io a pagina 94 della memoria sulla causalità dico: "Forti, – chiedo io, riporto la mia domanda a Forti – i consulenti del Pubblico Ministero, se avessero ricostruito i meccanismi d’azione del CVM, sarebbero riusciti a risalire alla fonte?", la risposta di Forti è: "Sì, sarebbero riusciti a risalire alla fonte" e allora io comincio a martellare con le domande e Forti è costretto a dire, a proposito della proteina P53, che è possibile che altri processi partano da altre sostanze ed arrivino alla proteina P53, oppure ad altra proteina come la (vas ventur) e conclude Forti: "Se il senso della domanda era: avrebbe potuto quella modificazione essere causata da qualcosa di diverso dal CVM?", "La risposta – dice Forti – è sì". Ecco la marcia indietro. Se la risposta è sì, i medici legali non avrebbero potuto risalire alla fonte e per quanto riguarda Colombati, pure citato dal Pubblico Ministero, perché il Pubblico Ministero ha detto tante cose di Colombati e non ha detto la cosa essenzialmente e che cioè per Colombati "i dati non sono ancora sufficienti per suggerire che esista una modalità specifica che permetta di identificare l’azione del CVM", punto e basta. Poi ha parlato anche di (Svemberg) il Pubblico Ministero e ha detto che Svemberg diceva una cosa quando non era consulente di Enichem e che poi ha cambiato idea quando era consulente di Enichem. Allora, signori della Corte, Svemberg è venuto fuori perché un articolo di Svemberg era allegato alla relazione di Colombati e quando c’è stata la deposizione di Berrino, del professor Berrino, Berrino ha cominciato a parlare di Svemberg; aveva tutt’e due le pubblicazioni, quella vecchia e quella nuova di Svemberg. Svemberg non era ancora consulente di Enichem e Berrino illustra la seconda relazione di Svemberg e lì evidentemente Berrino non pensava che la difesa conosceva già tutto e aveva già davanti tutti gli articoli di Svemberg e Berrino incorre qua in un grosso incidente processuale, che ho già illustrato alla Corte, perché Berrino dimentica, nell’esporre il pensiero di Svemberg, di dire la cosa più importante, dimentica di leggere la frase: "Gli standard occupazionali attuali sono sicuri". Questa era la conclusione del secondo lavoro di Svemberg, sulla base degli esperimenti fatti sugli addotti al DNA nel North Carolina da Svemberg. Dopo, a quel punto, Enichem chiederà a Svemberg di fare da consulente, ma dopo che tutto questo era già successo. Ancora Simonato e Boffetta, dice oggi il Pubblico Ministero: Simonato e Boffetta non hanno indagato sulle basse dosi, non hanno indagato e quindi cosa volete che stiamo qui a parlare di Simonato e Boffetta? Ma a me certe volte viene da pensare che si vada davvero troppo in là, perché io vi ho già detto, la Corte le conosce già, Simonato dice: "L’indicazione che abbiamo è che il soggetto con angiosarcoma è quello che ha dieci anni di durata e accumula 288 PPM", udienza del 12 luglio 2000. Quindi non è che non hanno fatto indagini, avevano questi dati: sotto i 200 PPM non avevano osservato alcun effetto e Boffetta: "Per gli angiosarcomi non avevamo nessun caso sotto i 288 PPM". Cosa succede lì sotto penso non si possa ancora dire. Certo, loro i dati osservati, gli effetti non osservati, ce li avevano sotto i 288 PPM. Non è che non hanno fatto indagini, le hanno fatte ed hanno osservato che sotto i 288 PPM non si vedeva nulla. Non avremmo risposto, è talmente un argomento irrilevante, comunque lo trovate nella mia memoria del 22 settembre, sull’insussistenza del rapporto causale, a pagina 99, dove richiamo la memoria di Zocchetti e dove dico: è un argomento assolutamente inconsistente, lo dimostra proprio IARC, tutte le storie lavorative esaminate nello studio IARC, come risulta dal rapporto Ward 2000, terminano al 1985. All’esposizione dal 1976 la IARC attribuisce il valore di 1 PPM. In questo contesto, è evidente che l’analisi con IARC o senza IARC non poteva che dare dei risultati del tutto simili, in quanto l’esposizione in quanti ultimi quindici anni era stata ritenuta del tutto inesistente proprio perché la storia si era fermata, lo Studio Multicentrico aveva fermato l’analisi della storia al 1985, considerando irrilevante tutta la parte restante successiva. Poi c’è qualche tratto forse abbastanza esilarante, quando il Pubblico Ministero si ostina a dire che non c’era il contrasto tra i suoi esperti. Qui rinvio a pagina 56 della mia memoria del 22 settembre. Berrino dice sempre che c’è tumore al polmone, Carnevale dice: no, non c’è associazione tra i tre organi bersagli diversi dal fegato; Comba dice: c’è, può esserci e alla fine, nella relazione conclusiva del 20 settembre, Comba, Pirastu e Fineis dice: non c’è, non si sono rivelati eccessi per i tumori ai polmoni nelle coorti esaminate. Ecco, non c’è contrasto. Poi alla fine, per finire, io voglio fare solo un cenno al richiamo fatto dal Pubblico Ministero a quella fuga del 1989… è per questo che dico che la mia memoria depositata il 9 dicembre è importante. Se noi pensiamo alla fuga come rilascio accidentale nell’atmosfera, e il Pubblico Ministero nella sua memoria scritta parla di questo, quando parla della sentenza contro EVC, ebbene, io qui devo dire mi sono divertito a vedere che per l’epoca e per le direttive comunitarie, a proposito dei rilasci accidentali in atmosfera, il CVM non è inserito tra le sostanze tossiche. Nell’elenco delle sostanze tossiche il CVM non è inserito e si spiega perché, perché il CVM ha caratteristiche particolari che hanno indotto sia l’EPA che le direttive comunitarie a non inserirlo. Ma la cosa che colpisce di più è che l’EPA, in un secondo momento, ha individuato i limiti di soglia dei rilasci in atmosfera, la contaminazione dei comparti ambientali di cui parla la sentenza EVC. La sentenza EVC è un’altra sentenza che condanna degli innocenti. Sarebbe bastato che avesse guardato cosa dice l’EPA a proposito dei limiti di soglia, in quel caso, nel caso considerato dalla sentenza, l’emissione è stata quantificata in 7 PPM e 5,7 PPM per l’intera durata dell’evento, 7,5 come valore di picco. Bene, e concludo, l’EPA stabilisce dei limiti soglia sotto il profilo del CVM considerato come cancerogeno e come sostanza tossica di 70 PPM in otto ore, di 140 PPM per quattro ore, di 250 PPM in un’ora, per i rilasci accidentali in atmosfera. Nel caso di EVC erano come valori di picco 7 PPM e come valori di un’ora 5,7 PPM. Pensate la distanza. Limite soglia calcolato dall’EPA tenendo conto delle fasce più sensibili della popolazione e allora, dico io, come avrà fatto il Pubblico Ministero ad allegare una simile sentenza e come ha fatto ad allegare anche le altre, ad indicare anche le altre, che parlano del disastro di pericolo… come reato cioè che fa a meno dell’evento di danno. Io sono stato rievocato a proposito del cenno a Padovani. Una cosa è certa, e consultiamo tutti quel bellissimo libro di un Magistrato, che è Corbetta, che ha scritto "I delitti contro la pubblica incolumità" nel 2003 nel trattato di Marinucci e (Dolcino) e vediamo l’evento di danno, almeno l’evento di danno alle cose, è richiesto dall’interpretazione storica, ne parla il guardasigilli, dall’interpretazione sistematica, l’Art. 450 e Art. 449, la Corte Costituzionale, la giurisprudenza, l’emblema della giurisprudenza, il disastro di Seveso. Lì il danno è danno, il danno è visibilissimo, ne parla ripetutamente: danno alle culture, danno alle persone. Ecco, e invece il nostro Pubblico Ministero vuol fare a meno del requisito del danno alle cose quando parla del disastro e vuol dire che per la sussistenza del disastro è sufficiente il pericolo per la pubblica incolumità. Io ho finito, signori della Corte, non mi azzardo ad andare oltre, anche se mi piacerebbe farlo, però mi fermo. Chiedo solo alla Corte di consentirmi di fare due notazioni, la prima è di carattere personale. Mi dispiace per l’ingegner Pisani, ma questo processo, sia in primo grado che in grado d’appello, è stato per me un evento importante nella mia vita ed è stato importante perché io sono di natura molto curioso, scientificamente molto curioso e devo dire che questo processo mi ha fatto crescere, mi ha fatto crescere perché ha diminuito la mia ignoranza su tante cose. L’ignoranza per me è un grosso problema, perché più vado avanti negli anni e più la vedo immensa ed ogni occasione che io trovo per cercare di attenuarla è un’occasione buona e per questo io ringrazio anche la Corte dell’occasione e di quest’anno passato insieme, per così dire. Poi volevo dire che questo è un processo, sì, è un grande processo, è un processo in cui la vostra decisione farà giurisprudenza, è un processo in cui sono emersi i grandi valori dell’amministrazione di una giustizia, di una democrazia. Io insisto tanto sui valori immensi della democrazia, i valori veri e mi sembra di doverlo fare proprio in questo momento in cui in Italia le cose vanno purtroppo come stanno andando, i valori nella democrazia e nell’amministrazione della giustizia. Per questo, signori della Corte, io vi dico che la vostra sentenza sarà un test di democrazia, un test di cittadinanza della democrazia. Grazie.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Signor Presidente, signori della Corte, sarò veramente brevissimo, perché la mia replica è sostanzialmente un intervento adesivo ai silenzi dell’accusa in questa fase di replica, silenzi sulla serie dei problemi posti sul tavolo dalle critiche che abbiamo svolto nei confronti dell’accusa e che l’accusa non ha fatto oggetto di replica e questo silenzio viene a qualificare anche quelle poche cose che l’accusa ha detto, ciò che per esempio ha detto stamattina il signor Pubblico Ministero a proposito del monitoraggio, argomento sul quale ha rievocato puramente e semplicemente la tesi che il monitoraggio, sistema entrato in funzione nel 1975, avrebbe provocato l’artificioso crollo delle esposizioni. Non una parola è stata spesa dal Pubblico Ministero sulle argomentazioni di sostanza con le quali abbiamo dimostrato l’affidabilità del sistema di monitoraggio, proprio sulla base di quegli elementi probatori, in particolare il raffronto con lo spettrometro di massa, che inizialmente l’accusa aveva pensato di introdurre come argomento a proprio favore. Abbiamo dimostrato il contrario e questo discorso è stato completamente ignorato, ignorato da un’accusa che peraltro, ignorando i dati di fatto, i dati del confronto, continua a dire: ma negli Anni Settanta c’era già lo spettrometro e dovevate utilizzare quello e non il gascromatografo. È un discorso assolutamente privo di consistenza. Per inciso, ignorati anche i confronti con i campionatori personali, i dati portati dal professor Foraboschi. Di tutto questo l’accusa non ha parlato. Episodio del gennaio 1989, ne ha parlato oggi il Pubblico Ministero, è un argomento che era stato introdotto in primo grado dall’Avvocato dello Stato, ne avevo parlato nella discussione, ne ho riparlato, o meglio, riscritto nelle note di replica alla memoria dell’Avvocato dello Stato depositata il 2 dicembre. Faccio rinvio a quella paginetta, che risponde al senso accusatorio del discorso dell’Avvocato dello Stato: i lavoratori non venivano allontanati in occasione di fughe. Non vi è nulla al processo che dimostri la presenza di lavoratori ad esposizioni elevate di CVM in occasione di rilasci. Quanto all’episodio del 21 gennaio, richiamato ancora oggi dal Pubblico Ministero, mi limito a sottolineare la inesattezza fattuale della sua affermazione; quell’episodio dimostrerebbe carenze di manutenzione. Risulta dalla documentazione che si è trattato di una rottura di una guarnizione, la quale era stata fornita difettosa. C’era stato un precedente intervento di manutenzione effettivo, la guarnizione introdotta presentava un difetto originario, sul quale c’è stata contestazione con il produttore, fornitore della manutenzione. Si dimostra giusto il contrario di un difetto di motivazione, un problema proveniente, ahimè, dall’esterno. Citavo prima le memorie dell’Avvocato dello Stato, anche qui mi basta dire che il mio intervento in replica è un intervento adesivo ai silenzi dell’Avvocato dello Stato e anche ad alcune cose che egli ha detto e scritto nelle memorie. Ho parlato anche di questo, spiegando come su alcuni punti l’Avvocato dello Stato, fingendo di insistere sulle sue tesi, abbia fatto marcia indietro. Ciò che mi preme fondamentalmente rilevare è come egli abbia completamente passato sotto silenzio le argomentazioni critiche più di fondo che avevamo svolto e che ho personalmente svolto nei confronti della sua arringa. Appunto volevo sottolineare la mancanza di replica alle osservazioni critiche svolte sull’arringa del 7 ottobre, soprattutto laddove le critiche che abbiamo svolto andavano al cuore della sua argomentazione, al discorso che lui ha fatto circa le esposizioni cumulative ed il confronto. Lo abbiamo colto con le mani nella marmellata, si consenta di dire, per sdrammatizzare, silenzio pieno. Lo devo ringraziare l’Avvocato dello Stato anche per ciò che ha detto, per avere con le sue ultime memorie di replica portato l’attenzione sui tabulati dell’integratore, proprio quelli dei periodi da lui messi sotto accusa, dove risultano delle esposizioni di 0,000 PPM, al limite della rilevabilità, il limite della consistenza. Ultima rapida notazione sull’intervento di stamani della collega Boscolo Rizzo. Dalle cose che lei ci ha richiamato, dai documenti che ha prodotto, mi sono appuntato un paio di frasi che vorrei sottolineare all’attenzione della Corte, a proposito del disastro. Citando l’ordinanza del 7 aprile 1998 del Tribunale, ha riferito quanto il Tribunale aveva scritto nel definire il disastro e mi sono appuntato la frase secondo cui il disastro sarebbe un evento particolarmente grave e complesso. È una corretta delimitazione della fattispecie, rispetto ai tentativi di slabramento che abbiamo sentito a piene mani da altre voci. Ha citato, la collega Boscolo Rizzo, anche la memoria di Padovani, l’ha citata adesivamente. Dalla memoria del collega Padovani mi sono appuntato l’affermazione assolutamente condivisibile secondo cui non ogni volta che c’è un pericolo c’è un disastro. Il collega Padovani ha giustamente preso posizione ferma contro la riduzione del disastro al pericolo, che è stato un leit motiv dell’accusa. Al di là di questi aspetti di diritto, mi preme infine rilevare, e con questo concludo, che quando la collega Boscolo Rizzo è passata dal discorso in diritto alla dimensione fattuale, l’unica che conta nel processo, è venuta a dirci: ma il disastro andate a cercarlo, dove? Nelle cose dette dalla FULC nei suoi interventi a metà degli Anni Settanta. Il disastro che l’accusa crede di ravvisare è qualcosa che risale all’archeologia delle vicende che qui interessano. Nei confronti del periodo che riguarda Enichem, l’accusa si è arresa.

 

DIFESA – Avv. Padovani – Il mio sarà un intervento telegrafico. Sono stato in qualche modo tirato per i capelli, anche se nel mio caso è un po’ difficile, in questa replica che non pensavo di dover formulare. Ciò che la collega Boscolo Rizzo ha detto, ha trovato peraltro già autorevoli smentite da parte del professor Stella, da parte del professor Pulitanò. Io per un riguardo alla collega dirò brevissime parole, senza molestare la Corte, spero. La collega ha affermato di essersi ispirata, nel collaborare alla redazione dell’atto di appello del Pubblico Ministero, se ho ben capito, alla mia arringa in primo grado di qualche anno fa ed io la ringrazio di questo interessamento, ne sono addirittura lusingato, ma debbo purtroppo confessare che non solo non mi sono affatto riconosciuto nel testo che poi ho letto quando mi sono soffermato sull’atto di appello del Pubblico Ministero, ma al contrario debbo dire di avere provato un moto di sconcerto nel leggere affermazioni che mi parevano così dissonanti rispetto ad un comune sentire interpretativo in ordine al concetto di disastro. Ma soprattutto temo di essere stato poco chiaro, se le mie parole hanno potuto essere travisate fino al punto che il loro significato è stato letteralmente capovolto, perché io mi sono sforzato di dire non come autore, come portavoce, come mero portavoce, come nuncius, mi sono limitato a dire cose semplici, chiare, che costituiscono, o credevo costituissero patrimonio comune: che nel concetto di disastro c’è un referente materiale, un macrodanneggiamento, su questo referente materiale si innesta una valutazione teleologica in termini prognostici. Niente di più banale, niente di più ovvio, niente di più scontato. Mentre invece leggo nell’atto di appello quel che anche poco fa la collega Boscolo Rizzo ci ha nuovamente presentato, cioè che in realtà non è necessario né un evento di danno alle cose, né un evento di danno alle persone, e su questo potremmo essere d’accordo, è sufficiente il pericolo. A questo punto avrei magari gradito che la corrente di incomunicabilità che ci separa fosse vinta da una spiegazione su che cosa intendono sul versante dell’accusa con il concetto di disastro, perché una cosa mi pare certa: non si può intendere per disastro il semplice pericolo per la pubblica incolumità, perché questo davvero tradirebbe tutto ciò che il professor Stella poco fa richiamava. Quanto poi al paradigma che io avrei avuto in mente, al paradigma occulto costituito da Seveso, da Stava, dal Vajont, beh, questi sono disastri conclamati che recano in sé le note caratteristiche del disastro. Quand’anche li avessi avuti in mente, avrei avuto in mente esempi corretti. Il fatto è che avevo molto più semplicemente, molto più modestamente, ma anche molto più affidabilmente nella testa semplicemente la relazione del guardasigilli, che dice le cose che io mi sono sforzato di rappresentare e che evidentemente non ho rappresentato con sufficiente chiarezza. Spero che queste brevi precisazioni abbiano potuto sortire l’effetto che originariamente non ho potuto attingere. Ringrazio.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE 13.30.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE 15.00.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo l’udienza.

 

PROCURATORE GENERALE – Dott. Casson – Chiedo scusa Presidente, prima dell’intervento della difesa, solo per far sapere anche alla Corte, lo accennavo anche all’Avvocato Baccaredda poco fa, stanno facendo le copie dei documenti che ho proiettato, quelli che sono stati presentati e quindi li consegnerò tali e quali, ecco, non sono altri documenti.

 

DIFESA – Avv. Alessandri – Signor Presidente, signori Consiglieri, prendo la parola per l’ultima volta in questo processo e desidero, come ho fatto in primo grado, prima di tutto ringraziare la Corte dell’attenzione che ha riservato a tutti i nostri interventi e sono ben consapevole dell’impegno non piccolo che attende questa Corte. Anticipo subito che la mia replica sarà molto breve, non si preoccupi la Corte della slide, è una soltanto, non certo quella, perché le risposte alle memorie che sono state precedentemente depositate le abbiamo condensate, parlo al plurale perché parlo anche a nome dell’Avvocato Francesca Pedrazzi, in brevissime note soltanto su alcuni punti circoscritti, che quindi non riprenderò, come ha fatto lo stesso professor Stella, e che consegnerò alla Corte al termine. Sono davvero poche pagine di puntualizzazione. Ecco, dovendo replicare, devo dire con franchezza che mi trovo in un qualche imbarazzo perché, come si diceva prima con il professor Padovani, questa mattina noi non abbiamo tanto assistito ad una replica da parte del Pubblico Ministero, quanto ad una replica parziale della sua requisitoria e io non voglio fare una replica della mia arringa evidentemente e quindi cercherò semplicemente di rispondere in modo molto succinto ad alcuni argomenti e ad alcune affermazioni fatte dall’accusa, la cui risposta, a dir la verità, per gran parte si trova già nelle memorie che sono state depositate e negli atti del dibattimento. Naturalmente e anzitutto io mi richiamo ovviamente alle conclusioni che precedono le note d’udienza che sono state depositate da questa difesa il 2 di dicembre, conclusioni, osservo, già il professor Pulitanò osservava le lacune nella replica del Pubblico Ministero, conclusioni, dicevo, rispetto alle quali non vi sono state repliche se non su un punto in particolare; non vi sono state osservazioni, più che repliche, perché in realtà nessun argomento nuovo è venuto a proporsi, nessun argomento è stato soprattutto portato, e questo è un silenzio straordinariamente eloquente, su quello che io ho cercato di porre all’inizio della nota d’udienza finale, vale a dire che per questo processo non ci sono i numeri, cioè le indagini sulla coorte di Porto Marghera smentiscono le ipotesi d’accusa del Pubblico Ministero. Questo è un dato insormontabile, rispetto al quale neppure in replica il Pubblico Ministero ha cercato di spendere una parola. I dati dello studio Comba – Pirastu del 1991 e i successivi aggiornamenti non sorreggono le tesi d’accusa e questo è un argomento che certamente non riguarda la causalità del singolo caso, che certamente riguarda solo la causalità generale, ma che è un argomento che taglia l’erba sotto i piedi all’accusa. Dopo di che il Pubblico Ministero si è prodotto in un esercizio, a mio parere non so quanto consapevole, che verrebbe da ascrivere ad una teorica che è abbastanza diffusa oggi, che va sotto il nome di flessibilizzazione delle categorie del diritto penale e cercherò di spiegare in che senso. Ha parlato nuovamente della tossicità partendo da quella famosa Legge del 1952, una tossicità peraltro assolutamente generica della sostanza e non riferita ad alcuna patologia specifica; ha parlato delle schede e quindi ha cercato di introdurre, senza peraltro definirlo - ed ecco quindi che non so se è consapevole l’inciso – l’idea di una generica pericolosità della sostanza, una generica pericolosità della sostanza la quale prende poi conferma e corpo, si invera sostanzialmente, nella contestazione successiva e di molto successiva di eventi di danno. È un modo come un altro per by-passare tutti i discorsi sulla causalità, che a questo punto può benissimo essere ospitata nell’etichetta o nel contenitore della generica idoneità, ma certamente tradisce quelle che sono le caratteristiche del nostro diritto penale vigente, che non si accontenta, rispetto alla contestazione di reati di evento, come sono tutti quelli contestati, di una generica pericolosità della sostanza, neppure come punto di partenza. Abbiamo poi sentito nuovamente recitare la litania degli scrittori, degli studiosi sovietici, rumeni, Tribuk Filatova, Suciu e qui veramente è la replica della replica della replica. La replica all’ennesima potenza. L’affermazione costante, reiterata, nella speranza che prima o poi qualcosa resti. Ma nulla deve restare, perché io qui rimando alle memorie e all’analisi critica dei vari autori, ha proiettato il Pubblico Ministero una tabella contenuta nei lavori di Filatova; è una mera tabella di conversione. Si dice che Suciu era ben noto e Suciu tranquillamente parla di esposizioni acute che danno narcolessi; soltanto nel 1967, vale a dire nella pubblicazione rivista in inglese, parlerà anche di esposizioni subacute. Abbiamo risentito parlare della famosa quanto misteriosa Gordon Conference. Non c’è niente di misterioso nelle Gordon Conference che, come è stato spiegato in dibattimento, sono delle riunioni di esperti ad altissimo livello, che si svolgono periodicamente negli Stati Uniti ad opera di questa fondazione, che non producono alcun documento scritto ed infatti il Pubblico Ministero non ha potuto produrre alcun documento scritto, ma riferimenti a coloro che forse hanno partecipato a queste Gordon Conference. Quindi è inutile evocare nuovamente la Gordon Conference come se fosse stato il luogo che ha partorito e che ha prodotto quel famoso studio di Kramer e Mutchler, che ha seguito la sua autonoma strada. Andando sempre per flash, ci è stato ripetuto per l’ennesima volta, non so quante volte questo argomento sia stato esposto dall’inizio del dibattimento e ancora prima nell’udienza preliminare, che le famose matrici, mansioni ed esposizioni di Comba e Pirastu non sono matrici attendibili, anzi sono sottostimate, anzi sono fornite dall’azienda, anzi sono fuorvianti. I valori sono sicuramente superiori, dice il Pubblico Ministero. Ebbene, io non so con quale certezza il Pubblico Ministero dica questo, perché agli atti, nel dibattimento di primo grado, la dottoressa Pirastu ha analiticamente spiegato come quelle matrici sono state validate e come sono state da loro ritenute utilizzabili. Allora, se uno studioso utilizza determinate matrici, mansioni ed esposizioni, significa che ritiene che quelle matrici siano affidabili per il suo studio e per mettere la sua firma in calce a quello studio, altrimenti non lo fa. Poi si è tornati a parlare ancora di un po’ di sentenze variamente unite, alcune del 1979 e alcune del 2002, alcune posteriori. Naturalmente è riemersa la famosa sentenza Macola, sulla quale mi sono diffuso già l’altra volta e quindi non dirò più niente. Si è ritornati sul discorso, a proposito della sentenza Macola, dell’accelerazione della malattia per effetto del prolungarsi della durata. Anche questo è un tema niente affatto nuovo, che si sposa con altri argomenti spesi dal Pubblico Ministero. Ebbene, quindi, una risposta è già stata fornita, perché il Pubblico Ministero, in altra occasione oggi ripresa sinteticamente, ragiona nel senso che ad una più lunga esposizione corrisponderebbe una minore latenza. Questo l’ha scritto, l’ha detto in requisitoria e dunque una riduzione dell’esposizione avrebbe allungato i tempi di latenza e quindi avrebbe differito nel tempo l’evento morte o avrebbe reso meno grave la malattia neoplastica. Questa difesa, così come le altre, ha più volte chiesto al Pubblico Ministero sulla base di che formulasse questa affermazione, perché essa è palesemente contraddetta dai fatti. Qui abbiamo una tabellina, che non vuole essere assolutamente un lavoro di grande impegno, nella quale ci sono i casi di angiosarcoma. Come la Corte può vedere, abbiamo pressoché sempre esposizioni assai risalenti, come questa difesa ha sempre sostenuto, sono tutte esposizioni maggiori di 200 PPM/anno e abbiamo segnato i decessi e abbiamo segnato, purtroppo in rosso si vede poco, la durata dell’esposizione e la latenza. Come la Corte può vedere, non vi è alcuna correlazione significativa tra la durata dell’esposizione e della latenza. Fiorin ha una durata di 12 anni ma ha una latenza di 44, Zecchinato ha una durata di 13 anni e una latenza di 26. Considerando il complesso dei dati, non vi è una significativa correlazione inversa tra durata e latenza. Come voi vedete, sono assolutamente casuali. Questo smentisce, rispetto all’oggetto del nostro processo, l’ipotesi che vi sia quella famosa correlazione tra durata e latenza, correlazione inversa. Tutto questo è trattato anche nello studio, nella memoria del professor Stella che prende in considerazione i dati epidemiologici contenuti in Ward ed altri e vi è una correlazione tra latenza, tra durata e latenza, positiva con un "R" pari a +0,27. Ma questi sono dettagli numerici. Quello che qui conta è rilevare come ancora una volta i numeri danno torto al Pubblico Ministero e alle sue ipotesi; ipotesi, ripeto, che non sono sorrette da alcuna evidenza scientifica e da alcun riscontro fattuale. Si è parlato anche, e quindi le slide sono finite, signori della Corte, quindi possiamo ritornare, se volete la lascio, si è parlato nuovamente oggi del CVM come un cancerogeno completo. Io non torno sull’argomento, rimando alle memorie. Mi limito soltanto ad osservare che ancora una volta sono i testi a smentire il Pubblico Ministero. Il famoso studio di (Laib), che è stato citato ed è stato liquidato dal Pubblico Ministero dicendo che i topolini si ammalano in modo diverso a seconda dell’età, è invece qualche cosa di molto più significativo. I risultati ottenuti sono sensibilmente diversi rispetto all’età degli animali, è assolutamente vero, ma – badate – un’età del tutto particolare, perché la fase iniziale della vita è esclusivamente ridotta tra i 7 e i 21 giorni e quindi, quando poi si passa alla valutazione del CVM con il cosiddetto test di promozione, cioè la somministrazione della sostanza dopo una parziale epatectomia, cioè una resezione del fegato, il test è negativo, quindi lo studio di Laib conferma che il CVM non è un promotore. Tralascio anche qui il riferimento agli aneddoti, alla casistica mai entrata nella letteratura sui casi a basse dosi e questa dovrebbe essere già ampiamente significativa, perché se questi casi isolati non sono mai stati considerati dagli studiosi che hanno studiato il CVM, un qualche significato l’avrà, immagino, e sarà ben chiaro alla Corte quale può essere questo significato. Sui casi singoli, il Pubblico Ministero mi rimprovera di aver attaccato alla cieca, anzi mi sembra di aver capito con insolita energia. Evidentemente io devo passare per qualcuno che di energia ne ha molto poca, e può darsi che sia vero. Lascio perdere i contrasti tra i consulenti, l’aggiornamento del 1999. L’aggiornamento del 1999 non è stato ammesso agli atti del dibattimento, è stato tenuto in considerazione ma non è stato ammesso agli atti del dibattimento, ma con c’è nulla di male, non c’è nulla di grave, ne possiamo discutere e ne abbiamo discusso. Quello che non è accettabile è assolutamente l’affermazione del Pubblico Ministero circa, e questo l’abbiamo già detto, circa l’assunzione di alcune patologie che possono essere riferite al CVM come patognomoniche dell’esposizione. Questo non l’ha mai detto nessuno dei nostri consulenti e mi spiace dover ancora una volta rilevare che il Pubblico Ministero persiste, questa volta dolosamente, nell’errore e persiste anche l’Avvocato Manderino quando cita il caso Bonigolo. Il caso Bonigolo è un caso da manuale, nel quale a dir la verità in un primo tempo io avevo pensato che si fosse trattato di una svista del Pubblico Ministero, di un errore, di un errore magari di qualcuno dei suoi consulenti tecnici nella lettura frettolosa del verbale stenotipico, che molte volte mette tutti noi in difficoltà. Ebbene no, non è affatto così, perché sia l’Avvocato Manderino che il Pubblico Ministero dottor Casson oggi ci vengono nuovamente a dire che il professor Colombo ha detto veramente che lì abbiamo un caso di epatocarcinoma dovuto da CVM. La Corte ricorderà che io ho proiettato, nel corso della mia discussione, in due colonne separate, quella che è stata la deposizione del professor Colombo e quello che il professor Colombo ha letto a proposito di Bonigolo. Il professor Colombo ha letto il referto autoptico redatto dal dottor Murrer e ci sono coincidenze testuali con delle brevi digressioni o introduzioni da parte del professor Colombo. Le ho riportate su due colonne, la Corte ricorderà, sono riportate nella memoria. Si vede benissimo che le frasi non sono le frasi di Colombo ma sono le frasi di Murrer. Io sono stupefatto che alla fine di un processo di questa natura, di questa importanza e di fronte a questa Corte, si insista a voler coltivare quello che non è più un malinteso – e non si dica che uso parole pesanti – ma quello che è un voluto fraintendimento delle parole di un consulente tecnico, che sono state pronunciate e che sono state verbalizzate. Né si può affermare, e mi avvio rapidamente alla conclusione, che l’esperienza ha insegnato qualche cosa, perché il caso di Bonigolo non è l’unico, c’è anche il caso di Fusaro, dove in bocca al professor Colombo vengono attribuite le frasi che invece compaiono nella relazione del dottor (La Fisca), dei medici anzi Valsecchi e La Fisca e anche qui io ho riportato in due colonne le due dichiarazioni dei due testi ed è agevolissimo comprendere che si tratta di una lettera fatta in dibattimento, soprattutto agevole per chi a quel dibattimento ha preso parte, come il Pubblico Ministero e l’Avvocato Manderino. Un’ultima battuta sui casi, perché è stato richiamato il caso Faggian che è stato citato dall’Avvocato Pozzan nella sua memoria, richiamato oggi come caso paradigmatico dal Pubblico Ministero, paradigmatico, si dice, perché Faggian addirittura avrebbe una capacità demolitrice di tutta la difesa Montedison e forse Enichem, perché dice l’Avvocato Pozzan, e l’aveva già detto anche il Pubblico Ministero: essendo stato assunto nel 1967 avrebbe un’esposizione troppo breve e quindi è falso che il CVM non sia promotore, è falso che le basse dosi non siano efficaci etc. etc. Ma perché mai? Faggian è entrato a lavorare alla fine del 1967 ed è stato esposto per cinque anni a dosi elevate. Questa difesa ha sempre sostenuto, in via assolutamente cautelativa, cautelativa, che il limite delle 200 PPM, protratto per alcuni anni, è la dose minima per innescare l’angiosarcoma. Ci siamo in pieno, non c’è nessuna demolizione e questo riferimento mi consente altresì di fare un’osservazione. Come loro signori della Corte vedono, tutti questi casi di angiosarcoma, ad eccezione di Faggian di cui parleremo tra un attimo, sono o degli Anni Cinquanta o degli Anni Sessanta. Allora, se si vuole assumere che la famosa conoscenza dell’acrosteolisi e quindi degli effetti tossici del CVM, se fosse stata presa seriamente, come ha detto il Pubblico Ministero, avrebbe evitato il peggio, e questo è il peggio, ebbene non dimentichiamoci che il primo studio serio che segnala una possibile correlazione tra esposizione a CVM ed acrosteolisi è quello di (Cordier) del 1967 e che poi la consolidazione di queste conoscenze in un quadro sistematico avviene con lo studio di Dinman del 1971. Ebbene mi si dica come, sulla base di queste informazioni, di questi dati, si poteva prevenire qualcosa di questo genere, nel 1955, 1956, 1953, 1961, 1960 o 1967, quando sappiamo che sono i primi anni ed è l’intensità dell’esposizione, più che la durata, ad essere significativa nell’inizio dell’angiosarcoma. A questo nessuna risposta è mai stata data, se non risposte apodittiche. Ha ragione Federico Stella a richiamare il principio dell’autorità: è così perché lo dico io. Sulle posizioni soggettive il Pubblico Ministero ha esordito dicendo che dedicava un capitolo. Io non l’ho sentito, non l’ho sentito e non è stata spesa una parola, ma non è stata spesa neanche in requisitoria, perché il Pubblico Ministero si è limitato a fare un’enunciazione, anzi un elenco, un’elencazione di casi, un’elencazione di cariche, un’elencazione di mansioni e delle tabelle in cui si riferivano a quei periodi determinate patologie. Dire che questo significa risolvere la posizione soggettiva è dire qualche cosa che forse accontenta un uditorio accondiscendente, ma certamente non corrisponde a verità. Ha detto oggi il Pubblico Ministero che ciascuno che rivestiva determinate posizioni aveva delle precise responsabilità. Queste precise responsabilità non ce le ha mai precisate, non ci ha mai detto quali fossero le condotte a ciascuno imputabili nei singoli ruoli. L’Avvocato Boscolo Rizzo ha parlato delle diagnosi precoci. Ha forse confuso, perché le diagnosi precoci e le malattie, i precursori, sono le peliosi, ma non voglio entrare esclusivamente attraverso la biopsia, ma non voglio entrare in argomenti di natura tecnica. Ha sostenuto la questione dei test. Io mi limito, tra l’altro, a ricordare che quei test, se non ricordo male, erano stati fatti dalla FULC, quindi perché porsi la domanda: come mai Montedison continua a farli? Ma soprattutto, quando poi si viene a dire che bisognava fare il test della fosfatasi alcalina e non le Gamma GT e si cita il lavoro di Tamburro, ebbene io mi permetto di rimandare alla pagina 80 della mia memoria, lo studio di Tamburro non è in questa direzione. Lo studio di Tamburro è stato eseguito con l’esplicito proposito di valutare se le lesioni istologiche del fegato come fibrosi, iperplasia degli epatociti ed iperplasia delle cellule sinusoidali, fossero utilizzabili nello screening dei lavoratori esposti a CVM. Punto, non era quello di considerare il valore predittivo degli enzimi sierici. Ma la conclusione, lasciamo stare quella che era l’ispirazione iniziale, la conclusione è che il Tamburro, a pagina 417 della discussione del lavoro, gli autori dicono: "La fosfatasi alcalina correla bene con i danni istologici subclinici da esposizione a sostanze chimiche, ma manca della sufficiente sensibilità per essere preso in considerazione come test di screening. La Gamma GT si conferma troppo sensibile per essere utilizzata come test di screening per danno epatico". Cosa resta alla fine di tutto questo? A me sembra che non resti di replica, in senso tecnico a cui siamo abituati, assolutamente nulla. Resta, come dire, una sorta di avviso che è stato lanciato due volte. Ha cominciato il Pubblico Ministero in modo molto criptico, quando ha parlato di un pilatesco scetticismo sul caso singolo, accusando evidentemente il Tribunale di essere stato pilatesco. Ha aggiunto l’Avvocato Boscolo Rizzo, dopo un inciso che non ho capito, perché ha detto che non sarebbe carino dire che cosa ha fatto il Tribunale, perché ha cambiato idea. Non lo so, ma io credo che in una Corte d’Appello si debba dire tutto quello che si sa su una sentenza e su come è nata questa sentenza e non lasciare queste ombre che rimandano a complotti o ad accordi sotterranei, perché l’Avvocato Boscolo Rizzo alla fine ha in un certo senso differenziato, se non contrapposto, giustizia e verità: giustizia la vogliono le vittime, giustizia la vogliono gli imputati, ma più che tutto le vittime vogliono verità. Ora, si può intendere in molti modi questo, ma io credo che sia da intendere solo in un modo, detto in conclusione. Ricordo che l’Avvocato Boscolo Rizzo mi aveva accusato in dibattimento di essere un ostinato feticista dei numeri, per cui se non c’erano i numeri o se non c’erano le leggi non si poteva decidere, e siamo credo nuovamente a quel punto, siamo nuovamente all’invito ad essere meno intolleranti nei confronti dell’ignoranza; siamo nuovamente al punto in cui da parte dell’accusa privata e pubblica si dice che più che la giustizia conta la verità. Ma una Corte d’Appello non può che amministrare giustizia, ovviamente, non sarò certo io a doverlo dire a loro e la verità è la sola verità che si può raggiungere rispetto alle contestazioni che sono formulate dal Pubblico Ministero e rispetto alle leggi che sono contenute nel nostro sistema giuridico. Non altre, non altre verità sono perseguibili qui, raggiungibili qui. Ci potranno essere altre sedi, ma non si può, come viatico, invitare una Corte a raggiungere una verità diversa dalla giustizia, perché sarebbe inevitabilmente una verità non giusta. Grazie.

 

PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Mi hanno portato le fotocopie di quanto visto e letto stamattina. Sono i fascicoletti sui vari capitoletti che ho trattato, tossicità, impiantistica, carcinogenesi, casi singoli imputati e l’ultimo sui documenti di Bortolozzo. Li consegno al cancelliere.

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boi – La parte impiantistica, se viene lasciata già direttamente poi nella disponibilità della Corte, così potrà verificare i temi che tratto, in interlocuzione con quello che è stato detto dal Pubblico Ministero. Signor Presidente, signori della Corte, anch’io cercherò di essere telegrafico e dico subito che però fa sorridere il fatto che il Pubblico Ministero voglia ripristinare la realtà storica con la lettura, oggi è stato fatto, dei documenti ad esempio di Bortolozzo. Bortolozzo è stato citato sia dalla difesa Enichem sia dalla difesa Montedison, è un esponente dell’accusa anche nella denuncia che fa nel 1983, è una denuncia al tempo dei fatti, quindi si tratta di documenti duri, si tratta di documenti che sono stati mostrati dalla difesa perché sono documenti che hanno un significato, proprio perché duri e scritti da uno che è dall’altra parte e allora il documento di Bortolozzo io invito la Corte d’Appello a vederlo. È allegato ovviamente alle note d’udienza da me prodotte il 2 di dicembre: "Le gravissime condizioni nelle quali si operava all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera prima del 1970 sono note a tutti e specialmente a quelli che lavoravano nei reparti CV, condizioni evidenziate con l’indagine epidemiologica svolta nel 1976", prima del 1970, in linea con quella che è stata la mia discussione. Poi il documento è duro, ma dice delle cose importantissime sul CV6. Ve le ho lette, non ve le ripeto in discussione, le avete. È un documento duro che dice delle cose dure sul CV14 – 16 per quanto riguarda i problemi dell’ambiente esterno che ritiene che non siano risolti adeguatamente, ma è un documento importante, perché è un documento che è di controparte. Signori Giudici, io replicherò in questo mio breve intervento alla discussione del Pubblico Ministero e al complemento scritto del Pubblico Ministero, che è stato presentato in data 2 di dicembre e come giustamente ha detto il professor Stella è un documento nuovo, che aggiunge delle considerazioni nuove in risposta anche alla mia discussione. Siccome i due temi, gli argomenti sono interdipendenti, toccherò l’uno e l’altro. Invece depositerò una breve nota di replica, che terrà conto, che teneva conto anche del documento scritto del Pubblico Ministero e di quello della Parte Civile che ha replicato al sottoscritto. Dicevo che parlerò poco, perché ritengo che sia improprio, sia stucchevole ripetere, come se nulla fosse, gli stessi temi, ripeterli e replicarli; parlerò poco perché le note d’udienza presentate il 2 di dicembre dal sottoscritto a mio avviso conservano intatta la loro validità e così gli allegati. Io vi ho dato tutti i documenti, offerti alla vostra consultazione e alla verifica. Io affronterò i temi che sono stati aggiunti, rapidamente, dal Pubblico Ministero, temi caratterizzati da tre caratteristiche che ho cercato di evidenziare in quest’ora che mi separava dalla discussione: contraddizione, contraddittorietà, assurdità, stravolgimento dei documenti e delle testimonianze e, in generale, totale infondatezza, ma soprattutto quest’ultima battuta, contraddittorietà, contrarietà, stravolgimento dei documenti. Passa il tempo, il Pubblico Ministero estremizza, estremizza le proprie tesi e facilita, come vedremo, il compito della difesa. Questa breve esposizione sarà fatta per argomento, tenendo i punti di riferimento della mia discussione e della mia memoria. Quindi punto per punto vedrò quello che è stato aggiunto e replicherò brevemente. Il primo capitolo era: 1971, il primo mutamento di rotta a Marghera. Ora, nella memoria scritta il Pubblico Ministero ancora una volta si limita ad affermare che fino alla fine del 1973 il problema principale nei reparti era costituito dall’esplosività del CVM. In questa maniera si dimenticano tutta quella documentazione e quei riferimenti che sono stati fatti precisi al fenomeno dell’acrosteolisi e a quello che l’azienda ha fatto per ovviare a questo e anche il Pubblico Ministero nella memoria scritta si contraddice, perché dice da un lato che la preoccupazione era l’esplosività, poi cita e mette in grande evidenza un bollettino di misurazione istantanea del 29 dicembre 1970, a pagina 189, reparto CV14 – 16, in merito all’esposizione degli autoclavisti a CVM e AVM, acetato di vinile, che non c’entra con il cloruro. Questo bollettino è uno di quei bollettini che conferma l’attenzione per l’azienda per il fenomeno dell’acrosteolisi, si tratta di capire se qualche sostanza fa male: degli studiosi hanno detto che c’è un problema nelle autoclavi, non è stata ancora identificata la sostanza. Si vede se è il CVM o l’AVM. Questa verifica è allegata alla memoria del Pubblico Ministero. Oggi in discussione il Pubblico Ministero ammette che qualcosa, dice, è stato fatto e allora cosa fa sul punto acrosteolisi? Dice: eh, ma non è vero che Dinman e Dodson hanno presentato le loro conclusioni nel 1971, già nel 1969. Non è vero, le hanno presentate nel 1971 e l’azienda ha fatto quello che ha fatto, abbiamo detto né più e né meno di quello che ha fatto, nel 1971. 1973 – 1974, la spinta del sindacato nel piano di risanamento degli impianti da CVM. Qui anche oggi in discussione cosa fa il Pubblico Ministero? Continua a dimenticare due punti di riferimento fondamentali della vicenda: il ruolo propulsivo del sindacato nel piano di risanamento e il ruolo dell’azienda. Dice, ammette che qualcosa è stato fatto, che le procedure vennero modificate e ne riversa tutti i meriti ai capi reparto come Corò, dice, agli uomini dell’azienda; non all’azienda, non al sindacato. Rilevo che il risultato, comunque sia, se è stato raggiunto, è indipendente dalle considerazioni e dal Pubblico Ministero. 1973, 1974, 1975, modifica delle procedure ed esecuzione importanti commesse impiantistiche. La tesi secondo le modifiche che le procedure avvennero solo negli Anni Ottanta è assolutamente temeraria alla luce di tutta la documentazione testimoniale e soprattutto documentale che ho prodotto e che è allegata alle note d’udienza. Oggi si è ancora ridetta quella tesi che è assolutamente non credibile: non sono stati trovati manuali completi di procedura, non voglio assolutamente… Ma questa tesi, ed è il profilo della contraddittorietà, questa tesi che le procedure sarebbero state modificate negli Anni Ottanta è indebolita dalle stesse affermazioni del Pubblico Ministero nella memoria, dice: "Le modifiche procedurali vennero adottate su iniziativa degli uomini che lavoravano sul campo – ecco questo insistere sugli uomini – che avevano saputo dall’esterno, dalla stampa, dai mass-media e dai medici, e non dall’azienda, della pericolosità anche cancerogena del CVM". Viene associata la notizia sul CVM, ma allora le notizie del CVM le avranno avute all’inizio del 1974, a gennaio 1974. Ecco la contraddizione. Ma si sono mossi e si sono mossi in quel periodo e si afferma ancora che Corò sarebbe stato, anche oggi richiamato, sarebbe stato chiarissimo sul punto, e Corò è stato chiarissimo, perché in una testimonianza che prima lo descriveva in termini cruenti ha detto e ha detto del rivoluzionamento delle procedure in corrispondenza alla scoperta della cancerogenicità del CVM. Altro che modifiche tardive. Ancora la memoria tecnica di accusa si sofferma sulle procedure di entrata in autoclave e questo ve lo dico soltanto perché nella memoria di accusa voi vedrete, a pagina 146, il Pubblico Ministero mostra di aver capito perfettamente che quel famoso documento mostrato dal professor Pulitanò e dal sottoscritto, disposizioni di protezione per i lavoratori, ex D.P.R. 1982, riguardava tutti i reparti e quindi la pulizia delle autoclavi riguardava i reparti in cui si faceva la pulizia, tanto è vero che il Pubblico Ministero dice che quel documento c’è anche per il per CV22 e 23 e poi, ecco la contraddizione, dice: eh, però per il CV6 è un documento decisivo nel dire che ancora si entrava in autoclave. La contraddittorietà del Pubblico Ministero. Ancora, le commesse impiantistiche non vennero eseguite nel famoso biennio. Ma è smentito, è smentito, io vi ho allegato i documenti dai quali risulta e le date in cui sono state eseguite le commesse impiantistiche nel biennio, ma il Pubblico Ministero oggi ha proiettato un documento che vi dà una risposta ulteriore sulle commesse impiantistiche e sugli investimenti. Quando vi ha proiettato quell’istogramma del professor Pasquon, è del professor Pasquon ed è la sua consulenza, sugli investimenti effettuati da Montedison negli Anni Settanta e lo ha depurato delle colonne di strippaggio, vi ricordate? Ha tolto l’investimento del 1976. Poi ve lo rivedrete, ve lo rivedrete anche nella mia memoria, nel documento del dottor Casson. Ecco, questo grafico, questo istogramma cosa rivela? Rivela al 1973 e 1974 i più alti picchi. Nella memoria il Pubblico Ministero dice: "Il picco degli investimenti quando si diffuse il panico da CVM" e allora vedrete 1973 e 1974. Ma allora gli investimenti sono stati fatti proprio nel biennio, 1973 e 1974. È la risposta alla tesi del Pubblico Ministero. Poi cosa significa sempre l’istogramma? Che nel 1975 – 1976 gli investimenti sono stati minori, ma sono stati assolutamente di peso per completare il risanamento, mentre c’è stato effettivamente un abbassamento, e lo vedete, per il 1977 e 1978, ma non perché c’è stato il blocco, ma perché nel 1976 erano stati completati i lavori e nel 1977 non c’era che da fare piccoli dettagli; era stato raggiunto il controllo delle perdite da CVM. Non c’è nessun taglio. Altro istogramma che ha prodotto e ha proiettato oggi il Pubblico Ministero e che deve essere già letto con quell’ottica, perché di cui il Pubblico Ministero aveva proiettato un istogramma che non è della difesa di Montedison, in cui vi ha messo a fine 1973 dei dati che sono assolutamente arbitrari nelle rilevazioni istantanee, l’entrata in funzione dei pippettori, ha messo i dati di esposizione dei pippettoni e aprile 1974, marzo 1975 entrata in funzione dei gascromatografi, per cercare di dimostrare, e ve l’ha fatto vedere, negli anni seguenti, che le commesse si sarebbero realizzate dopo questi abbassamenti verificati dell’esposizione dei reparti. Ora, in questo è un documento assolutamente non proveniente dalla difesa, non ha mai avuto un riscontro. Le commesse, come ribadisco, sono state eseguite in corrispondenza dell’entrata in funzione dei gascromatografi, quindi per il 1975; in secondo luogo, delle commesse che sono state contabilmente chiuse in una certa data; erano evidentemente già in funzione i lavori precedentemente a questa data, per tutti i principi che abbiamo detto anche in discussione e per la logica che riguarda le commesse e, ancora e soprattutto, questa difesa, ma i consulenti dapprima, hanno sempre sostenuto che per la prima diminuzione, quella dei pippettoni, non è stata decisiva tanto la chiusura di commesse impiantistiche, ma sempre si è posata l’attenzione sulle modifiche delle procedure documentate con le relazioni tecniche e che sono a vostra disposizione allegate alla memoria. L’attendibilità dei pippettoni e dei gascromatografi e delle loro misurazioni, qui è all’ombra della suggestione affidata la replica del Pubblico Ministero. Si tratta di porre l’attenzione ancora sui dati delle rilevazioni istantanee, dati eccezionali e già l’abbiamo detto in discussione. L’eccezione, l’eccezione tra questi dati di rilevazione istantanea viene messo il dato più grave, il dato più rilevante. Quello che pare però su questo punto, sul punto delle rilevazioni, inaccettabile e grave e che non sfugge assolutamente ad una frettolosa lettura quale quella che è stata da parte mia di questa sequenza impressionistica di bollettini istantanei, è il tentativo pervicace, ripetuto oggi in udienza, di presentare, assieme a rilevazioni istantanee attinenti all’ambiente di lavoro, rilevazioni che non sono attinenti all’ambiente di lavoro, che riguardano delle verifiche fatte dentro i macchinari per il processo di produzione. È una tesi grave, è una tesi assurda, è una tesi grave e com’è che si argomenta? Perché oggi si è sentita solo una parte, nella memoria scritta, a quello che è stato detto da questa difesa. Si dice che nello stesso bollettino da una parte i valori, le esposizioni che venivano indicate in PPM senza riferimento al percentuale erano dei dati nell’ambiente di lavoro, d’altro lato quelli invece che erano indicati in percentuale riguardavano invece dentro le apparecchiature. È assolutamente una visione arbitraria di questo documento, perché il documento è preceduto da un frontespizio. Il frontespizio l’ho proiettato e lo vedrete nella memoria, vi parla per tutte le misurazioni di misure fatte dentro le apparecchiature. Oggi vi ha proiettato il dottor Casson uno dei due bollettini, che poi sono tre in realtà dentro le apparecchiature, e lo vedrete, in uno di questi bollettini avete visto il valore 140/1, 140/2, 140/3. Cos’è il 140? È l’autoclave. Quelle erano delle verifiche fatte dentro lo apparecchiature durante il processo, durante la produzione. Figuriamoci se c’erano dentro i lavoratori. Però dice il Pubblico Ministero che Scaglianti e Rossetti non avrebbero detto. Io invito la Corte a leggere le deposizioni di Scaglianti e Rossetti; potrà vedere che il Pubblico Ministero ha cercato di indurli in errore, non mostrando la pagina che accompagnava questi bollettini. Vedrete ora leggendo la deposizione che il Pubblico Ministero non ha presentato tutto il documento, ma ha subito parlato delle esposizioni e non ha fatto vedere la pagina che precedeva. La pagina che precedeva alla fine è stata tirata fuori dalla difesa. Leggete la deposizione e vi renderete conto di come il Rossetti e Scaglianti hanno risposto e, nonostante questa suggestione del Pubblico Ministero, hanno dato chiaramente adesione. Ma sono valori assolutamente assurdi ed è assurdo che il Pubblico Ministero persista in queste tesi. Ancora, sulla tecnologia dei pippettoni ad otto ore si insiste nel dire che non sono attendibili, ma non si ammette ma… anzi, pur ammettendo che un esperimento fatto dal Pubblico Ministero era in condizioni stazionarie, pur ammettendo che i dati scientifici riguardavano esperimenti in condizioni stazionarie, non si motiva sul perché un’altra attività in condizioni dinamiche, come quella descritta da Enichem, come quella fatta da Montedison, aveva una portata totalmente diversa e cosa si fa di peggio nella memoria scritta? Si aggiunge un documento, a pagina 212, si segnala questo documento: "Il contenuto di CVM nelle acque da trattare è risultato essere tra il 700 e i 1200 PPM, anziché i 400 PPM previste prima della messa a punto dei metodi di analisi" e commenta il Pubblico Ministero: "In pratica questa nota conferma che il metodo d’analisi del CVM usato da Montedison ne sottostimava fortemente la concentrazione, rilevando tra la metà e il terzo del reale". Ancora una volta si stravolge il significato di un documento. Non riporta questo documento, l’abbiamo sentito, un’analisi dell’aria, ma un’analisi dell’acqua da trattare; non c’entra niente il pippettoni ad otto ore, c’entrano degli idonei strumenti che venivano utilizzati per misurare l’acqua. Non è in discussione la credibilità del pippettone. Si usano documenti che non sono pertinenti. Il Pubblico Ministero ancora oggi in discussione ha parlato di documenti che sarebbero quasi stati campati per aria dai consulenti della difesa. Ha parlato della dottoressa Negri che è una statistica e che ha detto: a me li hanno dati i documenti, non è andata a ricercarli lei, ma questi documenti, il Pubblico Ministero sa benissimo che tutti i bollettini sono stati prodotti in data 29 maggio 1998 da Montedison e sono stati prodotti nelle note di produzione del processo non perché Montedison li ha trovati indipendentemente dal processo, ma perché i consulenti di Montedison li hanno trovati nelle carte sequestrate dal Pubblico Ministero. Quindi è assolutamente non vera la circostanza che le consulenze della dottoressa Negri e del dottor Pozzoli non siano fatte sui documenti Montedison. Infine la critica del Pubblico Ministero al multiterminale non è assolutamente nuova, però è un’assurdità ancora. Ecco il tema dell’assurdità che si ripete. Che si faccia riferimento allo spettrometro, allo spettrometro produttivo rispetto a quello dell’ambiente di lavoro. Fino al 1987 – 1988 non c’erano in circolazione assolutamente questi strumenti, che erano assolutamente diversi dai precedenti, non esistevano dal punto di vista scientifico. Il Pubblico Ministero nella memoria aggiunge dei dati che presenta come nuovi, ma che invece sono vecchissimi: il gascromatografo non era in grado di scoprire celermente le fughe. Io vi ho allegato la parte della memoria che era stata depositata in sede di discussione di primo grado e che spiega perché il gascromatografo, in assenza di legislazione, nel 1974, fu adottato proprio per questo, proprio per scoprire celermente le fughe, con la portata più ampia che aveva rispetto al gascromatografo multiterminale. Il capitolo del risanamento degli impianti da CVM è un continuo tentativo di postdatare nella memoria scritta gli inconvenienti di emissioni di CVM insorti in stabilimento, per che cosa? Per sostenere che nel 1976 gli impianti non erano risanati. Si confonde la nota tecnica allegata alla richiesta di apertura di commessa con la verifica dei lavori. Questo viene ripetuto ciclicamente, lo ritroverete tale e quale nella memoria, ne abbiamo già parlato in discussione, è assolutamente coperta. Ecco lo stravolgimento dei documenti, ma lo stravolgimento dei documenti, per non dire peggio, c’è anche a pagina 415 della memoria. Un documento ancora una volta presentato in maniera impressionistica e si dice, a proposito dell’indagine FULC: "La relazione specifica attinente al caso di Porto Marghera" e si parla: alterazioni dei parametri epatici dei lavoratori, impianti obsoleti, insufficienti misure di sicurezza e di manutenzione. Ecco, questa non è la relazione specifica di Porto Marghera, è un collage, un collage delle relazioni conclusive della commissione impiantistica e medica al convegno FULC del 1977, ma non riguarda Porto Marghera; è una relazione generale e sappiamo che i lavori FULC riguardano tanti stabilimenti, li vedrete allegati. Merita ancora un cenno l’incoerenza, ma proprio un cenno rapidissimo, del Pubblico Ministero, che cerca di svelare i protagonisti del sindacato in commissione ambiente degli Anni Settanta, a beneficio di chi in memoria? A beneficio di un altro teste, Liviero, che non lavorava alla Montedison, era un sindacalista che proveniva dalla Miralanza. Ecco l’assurdità. E poi dall’altro vennero utilizzati… e che si è limitato a leggere le piattaforme, in deposizione dibattimentale. Lo legga la Corte, perché è istruttivo. Mentre utilizza il Pubblico Ministero, d’altro lato, mentre cerca di svelare i componenti Tettamanti e Francini, utilizza i toni polemici che gli stessi hanno utilizzato. Se voi vedrete la pagina 427, da un lato dà delle esposizioni assolutamente ingiustificate alla figura del Francini, immotivate, per valorizzarlo e nella stessa pagina cita un documento di Francini per dire che c’erano delle cose che non andavano. Ecco l’incoerenza dell’accusa. Sulla sorveglianza sanitaria, e sto proprio per concludere, non devo dire niente sull’omesso spostamento dei lavoratori, perché sostanzialmente non è stato replicato. È stato detto nella memoria scritta, ma voi avete ben presente quello che ho detto io sul significato da dare alla richiesta di spostamento della FULC nel 1977 e sul significato da dare alle segnalazioni del medico di fabbrica che vengono date negli Anni Ottanta. Però una cosa la devo dire in tema di sorveglianza sanitaria, su Poppi. Oggi il Pubblico Ministero dice che Poppi, che è stato diligentemente trasferito da Montedison alla fine del 1973, al reparto capro-lattame, ne ho parlato, dice che però nel 1974 ha avuto ancora rapporti con il CVM. Ora, la contraddittorietà. Anche il consulente Bracci ha detto il contrario, che fu non esposto poi. Ma l’Avvocato Manderino ha detto in memoria scritta il contrario di quello che ha detto il Pubblico Ministero, perché l’Avvocato Manderino dice che è stato trasferito al capro-lattame, come noi. Poi l’Avvocato Manderino dice, anche lei una cosa mi permetto di dire proprio assurda, dice che il capro-lattame aveva un rapporto con il CVM. Ora il capro-lattame è il prodotto base per ottenere il nylon; né nelle materie prime né nel capro-lattame è presente il cloro, né tanto meno il CVM. Non si è mai parlato in questo processo del capro-lattame. L’ultimo capitolo, quello della migliore tecnologia sul mercato. Non si è parlato nelle repliche di qualità e tempestività degli interventi, ma si è parlato del profilo di rilevanza economica, anche oggi si è accennato. Voi sapete che nei motivi d’impugnazione il Pubblico Ministero aveva battuto molto sulla lettera della Dimp Milano del dottor Grassi del 24 novembre 1975, che secondo il Pubblico Ministero prevedeva spese più elevate di quelle che furono state eseguite. Abbiamo depositato una memoria, la memoria ha dimostrato che invece le spese erano assolutamente corrispondenti e si richiama la memoria presentata il 7 novembre 2003 su questo punto. Ma cosa fa oggi nella memoria scritta? Questo lo devo proprio dire, è l’ultima cosa. Alza il tiro, dice: "L’azienda ha disposto e concretizzato investimenti grandemente insufficienti, pari a 80,5 miliardi attualizzati, ovvero il 41,2% dei 195 miliardi di investimenti preventivati dall’azienda all’inizio per periodo di emergenza del CVM", cioè il valore attualizzato previsto nella riunione sulla problematica CVM del 30 giugno 1975, dice il Pubblico Ministero, prima degli interventi, era 195 miliardi e loro ne hanno spesi 80,5, secondo il Pubblico Ministero. Perché ne hanno spesi 80,5? Perché, dice, sono entrati in funzione i gascromatografi che li rilevavano poco e hanno capito che potevano benissimo non fare i lavori. Ora, i gascromatografi sapete benissimo che sono entrati nel marzo 1975, quindi a giugno 1975 le riduzioni le potevano fare tout court, Montedison, non è credibile. Ma soprattutto, ancora, Montedison non ha speso 80,5 miliardi, perché oggi il Pubblico Ministero dice che questa difesa ha detto che le spese sono superiori perché si è fatto riferimento ad altre commesse di cui non sono state ritrovate le commesse specifiche, i lavori di cui non sono state trovate le commesse specifiche, ma la lettera Grassi utilizzata dal Pubblico Ministero descrive i lavori analitici che sono stati fatti, di cui non sono state trovate le commesse. Dopo tanti anni era ben possibile non trovare le commesse. Allora Montedison ha effettuato i lavori corrispondenti alle commesse, Montedison ha effettuato i lavori corrispondenti alla nota Grassi e ci sono le importantissime spese di manutenzione straordinaria che sono state effettuate e che si accumulano a queste. Ma la cosa più importante di tutte, dei 195 miliardi che sarebbero stati preventivati e sarebbero stati spesi comunque una somma inferiore, si riferiscono ad un documento del 30 giugno 1975, dicevo, che non riguarda solo Marghera, riguarda Marghera e Brindisi, che riguarda non solo il CVM, ma riguarda anche il trattamento reflui. Pensate. Da ultimo, ancora l’assurdità, la manutenzione tagliata. Vi è stato detto oggi, facendo vedere un grafico prodotto da questa difesa, di calcoli sulla base dei dati, dei consultivi di questa difesa tecnica, un grafico in cui ci sarebbe stata una diminuzione da 38 miliardi a 36 miliardi per uno degli anni in considerazione. Questo è il taglio. Ma figuriamoci. Signori Giudici, la contraddittorietà, l’assurdità, lo stravolgimento dei documenti e delle testimonianze non è della sentenza del Tribunale di Venezia, che io credo quindi che debba essere confermata. Ringrazio dell’attenzione e deposito la memoria, come avevo premesso.

 

DIFESA – Avv. Lanfranconi – Chiedo scusa, deposito semplicemente delle osservazioni alle note di replica depositate dal Procuratore Generale sul secondo capo d’imputazione e delle osservazioni sulla consulenza tecnica del dottor Sanna, depositata dall’Avvocato Schiesaro.

 

LA CORTE SI RITIRA IN CAMERA DI CONSIGLIO PER DELIBERARE.

 

VEDI SENTENZA D'APPELLO

 

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