UDIENZA DEL 13 MAGGIO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 18 MAGGIO 2004.

 

PRESIDENTE – Il consigliere Lucignano completerà la relazione come richiesto anche dalla Difesa nell’ultima udienza.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott. Lucignano - Si era già accennato nel corso della precedente relazione come su tutti i temi riproposti dalla Difesa delle Parti Civili e dal Pubblico Ministero nei motivi di appello abbiano controdedotto con specifiche depositate in Cancelleria prima del giudizio di appello i difensori degli imputati Smai, Pisani e Patron, nonché dell’imputato Diaz relativamente al primo capo di imputazione, e gli altri imputati anche relativamente al secondo capo di imputazione, sostenendo appunto in principalità l’assenza del nesso di condizione, la cui prova mai sarebbe stata fornita dal Pubblico Ministero e altresì l’assenza di colpa, la tempestività e adeguatezza degli interventi tecnologici contestando altresì le argomentazioni tutte degli appellanti, anche di tema di cooperazione colposa e prescrizione e sulle tematiche anche del disastro, dell’avvelenamento, della adulterazione degli scarichi con tutte le tematiche di cui al secondo capo di imputazione. Le tesi riproposte dalla Difesa con queste memorie non divergono sostanzialmente da quella che è stata la presa di posizione del Tribunale nella sua sentenza, la ricostruzione sia in fatto che in diritto del Tribunale, nella sua sentenza, sulla quale già lungamente si è relazionato, per questo si era inteso anche di abbreviare, comunque per un maggiore spazio al dibattimento e al contraddittorio tra le Parti possiamo ricordare sinteticamente anche tutto quello che... sinteticamente per quanto è possibile, perché sono migliaia di pagine, sinteticamente quello che in queste memorie hanno ripuntualizzato i difensori degli imputati, tema per tema. Circa il problema del rapporto casuale tra l’esposizione a CVM e a singoli tumori e alle singole malattie contestate, premesso da parte della Difesa quella che ritiene delle verità relative all’idea di causa rilevante per il diritto penale, alla strategia accusatoria, che permea di sé anche i motivi di appello, fondato su concetti di causa estranea al nostro ordinamento e da quest’ultimo ripudiati, alla strategia della Difesa invece sempre fedele alle premesse giuridiche sulla nozione di causa estraibili dal Codice Penale e ripercorse le vicende processuali di primo grado e quella che si ritiene puntuale valutazione della sentenza del Tribunale di Venezia si sostiene che questo processo non doveva neppure essere iniziato, in quanto il comportamento degli imputati non è configurabile come condizione sine qua non degli eventi lesivi e mai le diagnosi dei medici legali dell’Accusa si sono espressi sull’esistenza del nesso di condizionamento. Il giudizio dei medici legali ha sempre avuto l’oggetto l’idoneità dell’esposizione al CVM a provocare tumori e malattie, idoneità rivelatisi peraltro inesistente. Da ripudiare dunque la tesi dell’Accusa che ignorando stentatamente le prescrizioni in diritto si è assestata su un concetto di possibilità o probabilità della condizione necessaria estraneo a quelli che dovrebbero essere i fondamenti granitici dell’amministrazione della giustizia penale. Per una sentenza di condanna non bastano neppure probabilità della condizione necessaria assai elevate quando non sono prossime al 100, principio al quale sarebbe rimasto fedele il Tribunale di Venezia, che in Paese democratico ove non è vero che autoritas facit iudicium, mentre resta vero che lex facit iudicium ha dato lo ius rispondente appunto alla legge, secondo la quale intanto sussiste il rapporto causale in quanto la condotta, azione od omissione sia condizione necessaria dell’evento lesivo e non condizione idonea a condizione dell’aumento del rischio. Sul punto si contestano nello specifico i motivi di appello del Pubblico Ministero, evidenziandone quelle che si affermano essere dichiarazioni contrarie al vero, primo la non veridicità della coincidenza delle sue tesi sul nesso causale con i criteri enunciati dalle Sezioni Unite della Corte Suprema. Si osserva come prima della replica il Pubblico Ministero, nel corso dell’intero dibattimento, aveva voluto che i suoi esperti medico – legali intendessero la causa non condizione necessaria, ma come condizione idonea e nella replica aveva modificato la propria posizione, sostenendo che la causa penalmente rilevante coincide con il concetto di condizione necessaria, intesa però come condizione necessaria dell’evento lesivo, ma come condizione necessaria dell’aumento o della mancata diminuzione del rischio. Nei motivi di appello contestando la rispondenza della tesi del Tribunale sul rapporto casuale con quanto esposto dalle Sezioni Unite vi sarebbe il rilancio da parte del Pubblico Ministero della condizione idonea, delle serie ed apprezzabili possibilità, delle buone probabilità, della molta probabilità con approdo al concetto di condizione necessaria come condizione dell’aumento del rischio o delle probabilità del verificarsi dell'evento o della mancata diminuzione del rischio e delle probabilità. Le affermazioni del Pubblico Ministero sarebbero peraltro sarebbero in insanabile contrasto con gli enunciati delle Sezioni Unite relative alla condizione necessaria dell’evento lesivo e al ripudio dell’aumento o della mancata diminuzione del rischio. Si analizza dunque quanto abbiano sostenuto le Sezioni Unite per capire se davvero la tesi enunciata dall’Accusa combaci e coincida con quella sostenuta dalla Corte Suprema, coincidenza che si esclude, evidenziandola invece con i principi enunciati dal Tribunale di Venezia. Premesso il forte richiamo che si assume all’inizio operato dalle Sezioni Unite al concetto di causa penalmente rilevante, inteso come condizione necessaria dell’evento lesivo, si osserva come le stesse abbiano poi posto un altro insuperabile paletto. Il criterio dell’aumento o mancata diminuzione del rischio di lesione del bene protetto o di diminuzione delle chance di salvezza del medesimo bene, vita, incolumità fisica, salute, ambiente, è un criterio estraneo al nostro ordinamento, che va perciò ripudiato dai Giudici. Osserva dunque la Difesa che le Sezioni Unite rifiutano un affievolimento dell’obbligo del Giudice di pervenire a un accertamento rigoroso della causalità; affievolimento realizzato riconoscendo appagante valenza persuasiva a serie ed apprezzabili probabilità di successo, anche se limitate e con ridotti coefficienti indicati in misura addirittura inferiore al 50% dell’ipotetico comportamento doveroso omesso. E ciò sulla base della pretesa che quando è in gioco la vita umana anche poche probabilità di sopravvivenza rendono necessario l’intervento del medico. Le Sezioni Unite non condividono questa soluzione, perché tra la formula delle serie ed apprezzabili probabilità di successo si finisce per esprimere coefficienti di probabilità indeterminati, mutevoli, manipolabili dall’interprete, talora attestati su standard davvero esigui. Questa presa di posizione delle Sezioni Unite si accompagna all’altra risoluta presa di posizione sul ripudio del criterio dell’aumento del rischio come sostitutivo della condizione necessaria dell’evento e sul riconoscimento della fedeltà del nostro ordinamento al criterio della condizione sine qua non per le ragioni di determinatezza e di legalità della fattispecie di reato, che il modello condizionalistico della spiegazione dell’evento garantisce. Su questi tre snodi la causa come condizione necessaria dell’evento lesivo e il ripudio del criterio dell’aumento del rischio, il rifiuto di clausole indeterminate e manipolabili quali quelle relative alle serie ed elevate probabilità dell’esistenza del nesso di condizionamento si deve registrare una prima assoluta convergenza tra la sentenza del Tribunale di Venezia e quella delle Sezioni Unite. Sulla causalità infatti il Tribunale di Venezia esordisce affermando che, secondo il Codice vigente, intanto sussiste il rapporto causale in quanto la condotta lesiva, azione o omissione, sia condizione necessaria dell’evento. Questa individuazione della causa penalmente rilevante poi è accompagnata dal ripudio del criterio dell’aumento del rischio, occorre rifuggire – dice il Tribunale di Venezia – dagli orientamenti, che portano il criterio causale per ragioni di prevenzione generale, collocandolo nell’area dell’aumento del rischio. Quanto al passaggio dal piano deterministico a quello probabilistico con l’uso della formula serie e elevate possibilità il Tribunale di Venezia afferma: "E’ ben vero che le tendenze dell’erosione del paradigma causale si sono manifestate con riguardo materie in cui sono in gioco esigenze di tutela di beni fondamentali quali la salute e la vita umana, ma ci si deve chiedere se queste specifiche esigenze di giustizia possano condizionare una corretta ermeneutica del nesso causale, che deve fondarsi su parametri logico – scientifici oggettivi. Infatti perseguendo questa strada dominata dal criterio probabilistico di grado difficilmente determinabile ancorché qualificato alto o elevato si incorre nel pericolo di introdurre nell’accertamento della sussistenza del nesso causale il libero convincimento del Giudice, sia pure nobilitato dallo scopo di soddisfare esigenze ed attese di giustizia, che viene a sopperire la mancanza di certezze scientifiche o comunque di consenso generalizzato della comunità scientifica. Formule indeterminate e indeterminabili e quindi manipolabili quelle relative al grado di probabilità, ancorché definito alto, in questo modo il Tribunale di Venezia non fa che anticipare ciò che diranno poi le Sezioni Unite. Un’altra basilare anticipazione della sentenza delle Sezioni Unite è compiuta dai Giudici di Venezia quando riconoscono che la responsabilità deve essere provata secondo la regola di giudizio dell’oltre ragionevole dubbio, regola che ormai fa parte del nostro ordinamento. Le Sezioni Unite diranno che il plausibile e ragionevole dubbio, un dato su specifici elementi che in base all’evidenza disponibile lo avvalorino nel caso concreto, non può non comportare la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’Accusa. Errata sarebbe dunque l’affermazione del Pubblico Ministero secondo la quale le Sezioni Unite non assumerebbero fatto il modello causale invocato dal Tribunale di Venezia, giacché per i Giudici di Venezia sarebbero rilevanti, per le spiegazioni dell’evento, anche leggi scientifiche di forma statistica, purché la frequenza consenta di impedire l’explanandum con quasi certezza, mentre per le Sezioni Unite sarebbero sufficienti i coefficienti medio – bassi di probabilità frequentista. Qui secondo il Pubblico Ministero sarebbe il punto cruciale, perché per le Sezioni Unite è indubbio che i coefficienti medio – bassi di probabilità cosiddetta frequentista per tipi di evento rilevati dalla legge statistica impongono verifiche attente e puntuali sia della fondatezza scientifica che della specifica applicabilità nella fattispecie concreta, ma nulla esclude che anch’essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio condotto secondo le cadenze tipiche della più aggiornata criteriologia medico – legale circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti in via alternativa possono essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del necessario nesso di condizionamento. Sostiene però la Difesa che chi sappia capire, oltre che leggere, non tarderà a rendersi conto che i Giudici veneziani e quelli delle Sezioni Unite a proposito delle leggi statistiche dicono esattamente la stessa cosa, così che chi può asserire che il Tribunale di Venezia ha nuovamente anticipato le conclusioni delle Sezioni Unite. Infatti dopo una premessa di carattere generale, secondo la quale il problema che si pone al Tribunale, al di là dell’individuazione del grado di probabilità o della percentuale che si ritiene sufficiente ai fini dell’accertamento del nesso causale è piuttosto quello di individuare un modello causale al tempo stesso compatibile con il nostro ordinamento e idoneo a includere non solo le spiegazioni nomologico-deduttive provviste di certezza, ma anche le spiegazioni offerte dalla scienza secondo un modello statistico induttivo, che colloca l’approccio nomologico nello specifico contesto, che valorizza la ricerca e l’analisi di tutti i fattori presenti e interagenti, in tale modo anche le leggi statistiche sarebbero in grado di spiegare che un evento si è verificato a patto che la frequenza consenta di impedire l’explanandum con quasi certezza sulla base di una relazione logico–probabilistica. Il Tribunale di Venezia dopo questa premessa appunto non richiama più il criterio del coefficiente percentualistico vicinissimo a 100, ma si attesta con decisione sull’idea di regola di natura probabilistica tale da consentire una generalizzazione sul nesso di condizionamento, ricavabile dall’Epidemiologia, dalla Biologia Molecolare, dalla Tossicologia e dalla Medicina Legale. Il Tribunale avrebbe d’altra parte tenuto conto dell’evidenza della certezza processuale per operare le verifiche attente e puntuali richieste dalle Sezioni Unite, anzi la sentenza del Tribunale di Venezia risulta addirittura molto più chiara, corretta e comprensibile della sentenza delle Sezioni Unite, infatti anche il Tribunale di Venezia non considera inutilizzabili frequenze molto basse nella successione di eventi singoli, come sono quelle relative alla successione tra alta esposizione a CVM e insorgenza dei singoli angiosarcomi, ma ciò che dimostra quanto sia migliore e più criticamente argomentata la sentenza del Tribunale di Venezia rispetto a quella delle Sezioni Unite è l’individuazione delle verifiche attente e puntuali. Le Sezioni Unite non precisano quali siano queste verifiche, pur ritenendole indispensabili, il Tribunale di Venezia lo precisa, collegando la verifica attenta e puntuale al calcolo della forte associazione tra rischio e esposizione e facendo buon governo della regola, invece fraintesa dal Pubblico Ministero, dell’oltre ragionevole dubbio, regola probatoria e di giudizio propria di tutti i sistemi processuali dei paesi democratici in forza della quale se su una prova, sul riscontro di un fatto o su una conoscenza scientifica indispensabile per la sentenza di condanna sussiste un dubbio ragionevole il Giudice non ha alternative diverse dal proscioglimento. E sarebbe altresì sfuggito al Pubblico Ministero l’importanza della precisazione del Tribunale in ordine alla necessità di verificare sotto tale ottica l’affidabilità di una ipotesi scientifica, per esempio l’ipotesi formulata da Iarc 1979 – 1987 sul legame causale tra CVM e i tre organi bersagli diversi dal fegato, è un problema non da poco, giacché se il sapere scientifico di oggi può diventare la favola di domani rischio di condannare degli innocenti è sempre incombente, quando tra le prove di un processo penale debba essere annoverato anche il sapere scientifico. Premesso quanto sopra in diritto, la Difesa sostiene che proprio in ordine alla condizione necessaria l’Accusa abbia proposto un grande buco nero, mai provando il nesso di condizionamento tra malattie e tumori e esposizione a CVM, atteso che le stesse diagnosi individuali degli esperti medico – legali si sono limitate alla idoneità lesiva, ancorate quindi alla causalità generale. Ed ancora nei motivi non esisterebbe neppure l’ombra di un accenno al nesso di condizionamento. Fallisce infatti anche il tentativo di ricostruzione della catena causale per l’incertezza scientifica sul punto emersa dall’esame degli stessi consulenti dell’Accusa e soprattutto del dottor Simonato, il Pubblico Ministero nei motivi butta lì, scritto in grassetto, l’affermazione delle Sezioni Unite, secondo la quale non potendo conoscere tutte le fasi intermedie attraverso cui la causa produce il suo effetto né potendo procedere ad una spiegazione fondata su una serie continua di eventi, il Giudice potrà riconoscere fondata l’ipotesi ricostruttiva formulata in partenza sul nesso di condizionamento tra condotta umana e singolo evento soltanto con una quantità di precisazioni. Per la Difesa il Pubblico Ministero dimostra però di non aver compreso detta affermazione, avallando un’interpretazione palesemente erronea del pensiero delle Sezioni Unite. La loro sentenza infatti fa un’osservazione ovvia e banale, non si può pretendere che il Giudice conoscenza tutte le fasi intermedie e tutta la serie di eventi continui nel tempo e contigui dello spazio, che collegano l’evento iniziale con l’evento finale, dicendo tutte però la Corte Suprema vuole dire che è sempre possibile invece l’individuazione di alcuni fasi intermedie, di alcuni anelli causali e in effetti sarebbe sempre possibile una spiegazione parziale del meccanismo del fenomeno, parziale, ma sufficiente per l’attribuzione causale dell’evento lesivo. Ma nella specie nessun esperto dell’Accusa sarebbe riuscito secondo la Difesa a sostenere di aver individuato l’anello causale intermedio, che attraverso una spiegazione parziale consente l’attribuzione della responsabilità. E così, difettando la prova che l’esposizione a CVM sia condizione necessaria delle patologie non riconosciute dal Tribunale, è un falso problema quello della concausa, ancora sostenuto nei motivi di appello dal Pubblico Ministero, a cui, si sostiene, sfugge completamente una nozione basilare come è quella che concerne la relazione tra la nozione di condizione necessaria e quella di causa sufficiente. Né potrebbe sostenersi che il ruolo causale del CVM sarebbe fuori discussione, avendo in ogni caso accelerato i processi patologici sfociati nelle malattie cancerose del fegato e del polmone, sarebbe questa un’affermazione del tutto sfornita di prova, ennesima dichiarazione non veritiera del Pubblico Ministero, così come sarebbero sfornite di elementi scientifici di supporto i tentativi del Pubblico Ministero di ricondurre l’asbesto e il CVM ad un unico meccanismo di azione e di contestare quanto recepito dal Tribunale in forza dell’evidenza processuale e cioè che il CVM fosse un cancerogeno iniziante con idoneità lesiva solo ad elevate esposizioni. Ma secondo la Difesa lo sforzo massimo di distorsione della verità è compiuto dal Pubblico Ministero sul tema della causalità generale, cioè dell’idoneità lesiva del CVM. La distorsione della verità non risparmia nessuno dei capitoli trattati dal Pubblico Ministero sotto la voce causalità generale e casistista processuale. Ancora ripercorrendo le emergenze processuali si evidenziano gli assunti errori e omissioni del Pubblico Ministero in ordine alla ricostruzione della Epidemiologia e studi epidemiologici sulle singole patologie e organo bersaglio, sul meccanismo d’azione del CVM e sulla cancerogenesi, sull’effetto sul lavoratore sano, sul rischio CVM a basse dosi, sul ruolo e conclusione degli organismi internazionali attestandosi sostanzialmente la Difesa sulle valutazioni e conclusioni del Tribunale, del quale nega altresì appiattimento alle tesi dei propri consulenti. Quanto alla causalità individuale e dallo specifico delle patologie riscontrate a Porto Marghera osserva la Difesa come il Pubblico Ministero abbia riproposto temi e problemi già trattati precedentemente, sia in ordine alle patologie, epatocarcinoma, tumore e organi bersaglio diversi dal fegato, cirrosi, epatopatie, sia in ordine al ruolo concausale del CVM, alcol e visus B e C, sia in ordine agli effetti conseguenti alle basse dosi di esposizione. Quanto all’epatocarcinoma rimarca comunque la Difesa la fallacia della tesi del Pubblico Ministero, secondo il quale il rapporto Guard non avrebbe bisogno di conferma e la necessità di una sospensione di giudizio. Osserva richiamando anche giurisprudenza degli Stati Uniti e la concezione individualistica di (Inc.)... la concezione induttivistica di (Inc.) e quella antinduttivistica di Popper che nella scienza non vi sono certezze e che le leggi della scienza sono null’altro che delle ipotesi, di cui non si saprà mai se sono vere o false, onde la domanda chiave, così come sostengono giustamente i Giudici americani, cui rispondere quando si vede stabilire che una teoria o una tecnica sia una conoscenza affidabile per il Giudice è se le ipotesi formulate possono essere confermate o falsificate, se godono di un alto grado di conferma e se hanno superato ripetuti tentativi di falsificazione. Ora se si valuta che i casi di epatocarcinoma considerati nella relazione Guard sono solo 10 è per esplicita ambizione degli autori dello studio, si tratta della prima occasione in cui è presente un’evidenza relativamente forte in favore di una relazione con l’epatocellulare e così il teste dell’Accusa Boffetta e che lo stesso Boffetta ha ricordato nel corso della sua deposizione che la affidabilità dei dati del rapporto Guard sull’epatocarcinoma valutata con una serie di limitazioni, soprattutto dovute al basso numero di casi confermati di epatocellulare che come dico sono 10, dopo tutte le verifiche che abbiamo potuto fare – questa è una citazione di Boffetta – e se pur è vero che Wong, e indirettamente Mund nel 1999, Bairalt nel 2000, nonché Wong e altri nel 2002, suggeriscono le esigenze di una associazione tra CVM e epatocarcinoma va osservato che a parte l’incompletezza, limitazione e contraddizione di tali studi nessuno degli stessi può essere considerato una conferma del rapporto Guard, perché in essi manca l’analisi dell’effetto compiuta, come dice Boftetta, per la prima volta dallo studio multicentrico europeo e l’analisi, come affermato anche da Simonato, è fondamentale per rendere plausibile l’idea di un legale causale, ma elemento essenziale ai fini della valutazione e del controllo del Giudice in ordine all’affidabilità dell’ipotesi scientifica è che tra gli studi che hanno affrontato direttamente il problema degli epatocarcinomi ve ne sono due che negano in modo categorico l’esistenza di un’associazione. Sono gli studi di Wood del 1989 e di Simonato nel 1991, la presenza di questi stuti è da sola sufficiente a escludere la necessaria forte conferma che, come abbiamo visto, si raggiunge solo quando ci sono un gran numero di esempi positivi e nessun esempio negativo. D’altra parte proprio l’esistenza dei due studi induce a pensare che siano indispensabili ulteriori ricerche, volte a appurare se il rapporto Guard sia in grado di superare i tentativi di falsificazione. Quindi è corretta la conclusione del Tribunale che ha ritenuto che sul punto debba essere sospeso il giudizio. Ancora, sul ruolo concausale del CVM e dell’alcol e del virus B e C nell’insorgenza dell’epatocarcinoma e nell’insorgenza della cirrosi rimarca la Difesa le idee non chiare del Pubblico Ministero sul concorso di causa, ribadendo che il problema dell’interazione, cioè del concorso tra due o più antecedenti può sorgere solo se ciascuna antecedente può essere definito condizione necessaria e ciò può accadere solo se sia stata previamente provata la sua idoneità... Ciò significa che poiché in mancanza della necessaria conferma scientifica manca la prova dell’idoneità del CVM a provocare cirrosi, il CVM non può diventare una condizione necessaria, resterebbe perciò inesorabilmente sbarrata la strada al tentativo di ipotizzare un concorso o una interazione tra CVM e alcol. Analogamente si contesta il Pubblico Ministero in ordine alla relazione esposizione al CVM e tumori al polmone, rimarcando l’inconcludenza sia dal punto di vista della Biologia Molecolare che degli esperimenti sugli analisi, dell’idea della plausibilità biologica e così l’inapplicabilità al processo penale della probabilità di causazione, criterio smentito in modo categorico proprio dai massimi esperti dell’Accusa, a cominciare da Vineis, cui il Tribunale si richiama per finire a Berrino, Comba, Bracci e Carnevale. E si ricorda quanto dichiarato da Berrino confermato in dibattimento – udienza 14 dicembre 1999 – su 3000 casi di tumore del polmone sappiamo che circa mille casi non si sarebbero manifestati senza l’esposizione lavorativa, ma non sappiamo quali, naturalmente tutti i nomi sono a disposizione del Magistrato, ma cosa se ne farebbe il Magistrato? Tirerebbe a sorte? Queste parole di Berrino sintetizzerebbero il pensiero degli scienziati di tutto il mondo, secondo la Difesa poi non ha alcun senso pensare alla probabile... se non vi è alcuna associazione tra esposizione a CVM, PVC ed aumentata insorgenza di tumori del polmone e cioè l’esposizione non possiede la qualità di causa sul versante della causalità generale. D’altro lato lo strumento delle probabili (inc.) potrebbe essere utilizzato solo in processo civile, in cui si adottasse la versione debole della regola di giudizio del più probabile che no. Mastrangelo in effetti considera il 50% come soglia del più probabile fenomeno, nessuno spazio potrebbe essere riservato a quel calcolo, in un processo dominato, come il processo penale, dalla regola dell’oltre ragionevole dubbio o in un processo civile in cui si seguisse la versione forte del più probabile che non. Osserva d’altra parte la Difesa che lo studio di Mastrangelo a cui ha fatto riferimento il Pubblico Ministero sarebbe privo di validità per il fatto che pur trattandosi di tumore del polmone Mastrangelo non ha tenuto conto dell’effetto del fumo, cioè non ha tenuto del fattore che spiega oltre il 90% dei tumori polmonari, che insorgono nella popolazione e ciò oltre agli assunti difetti metodologici dello studio e dalla mancata conferma delle 5 ipotesi, inventata da Mastrangelo sul meccanismo di azione del PVC. Irrilevanti sarebbero poi i rilievi formulati dal Pubblico Ministero relativamente agli organi, tumori della laringe, del sistema emolinfopoietico e del cervello, nonché sui melanomi, rispetto ai quali il Pubblico Ministero non porta nessun argomento, nessun documento e nessuna prova da cui si possa evincere una valutazione insufficiente da parte del Tribunale. E non poteva essere diversamente, nella motivazione, a pagina 152, il Tribunale si fa carico proprio degli studi e delle conclusioni degli esperti dell’Accusa sui tumori della laringe, del sistema emolinfopoietico, dell’encefalo e dei melanomi. In quanto al riferimento del Pubblico Ministero al morbo di Raynaud di Terrin e Bortolozzo in realtà vi sarebbe la mancata prova della malattia, in conclusione sul punto sostiene la Difesa che il processo non poteva proseguire con l’appello perché il Pubblico Ministero non era in grado di intrattenersi sul nesso di condizionamento e sulla sua prova, perché nel processo di primo grado, gli esperti medico legali dell’accusa si erano del tutto astenuti dal pronunciarsi sulla condizione sine qua non ed avevano concentrato la propria attenzione sull’esposizione al CVM, intesa come causa idonea, cioè in un modo che non riflette il concetto penalmente rilevante di causa per il nostro ordinamento. Nei motivi in effetti il Pubblico Ministero non ci ha mai intrattenuto – secondo la Difesa – sul nesso di condizionamento, questa è la ragione che ha reso inutili tutti i suoi rilievi. Non si esime peraltro la Difesa dei predetti imputati Smai e Pisani di trattare anche il tema della colpa sul punto, premesso che alla serie di addebiti che il capo di imputazione articola come addebito di colpa, l’impostazione di accusa attribuisce una duplice valenza, parametri dell’asserita colpa con riguardo ai delitti con evento di danno e condotte costitutive del contestato delitto doloso di cui all’articolo 437 Codice Penale la Difesa innanzitutto rimarca che rispetto alle imputazioni di delitti con evento di danno, la questione della colpa è assorbita dall’infondatezza oggettiva delle accuse. Acclarata l’inesistenza di nesso causale tra gli eventi di morte, malattia e le condotte ascritte agli imputati Enichem il problema di una loro colpa in relazione a quegli eventi, non da loro causati, non può nemmeno essere posto, peraltro anche relativamente a tale addebiti sostiene la Difesa l’insussistenza della colpa e la conclusione della loro infondatezza e ragione autonoma e autosufficiente di infondatezza delle accuse di cui al capo primo di imputazione; rispetto invece alle contestazioni di cui all’articolo 437, primo comma, Codice Penale l’inesistenza di violazione di regole di sicurezza significa inesistenza della stessa condotta costituiva del reato. Anche sul punto dunque la Difesa ripercorre la storia del processo e le ragioni della sentenza di primo grado, che ha ritenuto infondata l’impostazione d’accusa e specificamente l’infondatezza degli addebiti di colpa, analiticamente quindi esaminando e contestando gli specifici rilievi svolti dagli appellanti nei loro motivi. In particolare vengono ribadite in forza delle richiamate evidenze processuali le conclusioni cui è giunta la sentenza relativamente alla presa di coscienza del problema CVM solo nei primi anni ’70 e il relativo crollo dell’esposizione, nonché la legittimità del sistema di monitoraggio multiterminale in relazione ai criteri di cui alla normativa, di cui al D.P.R. 962/82, attuativo della direttiva CEE 610/78 ed il buon funzionamento del sistema stesso anche in relazione alla ricerca e interventi sulle fughe, la tempestività, l’adeguatezza degli interventi tecnologici e impiantistici, già peraltro analiticamente ricordati dal Tribunale nella sentenza, tema sul quale controdeduce altresì ai relativi motivi di appello la Difesa dell’imputato Diaz. Rimarcano i difensori l’infondatezza degli specifici addebiti di colpa connessi... ...Attesa la soluzione dei problemi relativi agli ingressi in autoclave, agli organi di tenuta, agli effetti gestionali e relativi alla manutenzione, mezzi di protezione individuali, sorveglianza sanitaria e informazione, formazione dei lavoratori. Già all’esito del giudizio di primo grado aveva dunque concluso la Difesa sostenendo che la situazione era in regola con la legge e con le esigenze di sicurezza. Gli interventi già effettuati negli anni ’70 da Montedison avevano risanato gli impianti così presi in consegna da Enichem nel 1987; le esposizioni a CVM erano prossime allo zero, largamente al di sotto del valore soglia, era in funzione da oltre un decennio, sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità di controllo, un sistema di monitoraggio tramite grascromatografo la cui affidabilità non era in discussione, durante la gestione Enichem sono stati introdotti ulteriori miglioramenti sia impiantistici che gestionali e quanto all’impostazione in diritto dell’Accusa, che ha cercato di negare rilevanza al valore soglia normativalente indicato rileva la Difesa che ovviamente non compete alla sede giurisdizionale mettere in discussione la legge, alla quale soltanto il Giudice è soggetto. Specificamente poi la Difesa contesta i motivi di appello del Pubblico Ministero e dell’Avvocato dello Stato relativi ai reati previsti dall’articolo 437, comma primo e due, e 422 Codice Penale sostenendo l’infondatezza delle accuse alla motivazione della sentenza, intanto, sostiene la Difesa, infondatezza obiettiva degli addebiti di colpa di cui sopra potrebbe chiudere il discorso relativo all’articolo 437 Codice Penale in quanto le questioni di merito concernenti tale reato si sovrappongono in gran parte a quelle concernenti i suddetti addebiti. Vi sarebbero però ulteriori ragioni autonome e autosufficienti di infondatezza dell’accusa di delitto doloso. Rispetto alle principali critiche mosse dagli appellanti alla decisione sul punto del Tribunale osserva la Difesa che: l’evoluzione storica delle conoscenze sulla tossicità del CVM non ha interesse per la posizione degli imputati Enichem, entrati in scena a partire dal 1987, quando ero ben noto da tempo che il CVM ha effetti tossici. Non è vero che il Tribunale non avrebbe considerato per finta o per ignoranza che il CVM è un epatotossico, basti pensare all’affermazione di potenzialità causale dell’esposizione del CVM rispetto all’angiosarcoma del fegato. Non è vero che il Tribunale abbia negato l’esistenza di norme a tutela della salute dei lavoratori, che sono entrate in vigore prima del 1970, quali il D.P.R. 547/55 e 313/56, ha semplicemente escluso che i fatti accertati ne costituissero una violazione, l’appello sembra voler presentale come questione di diritto invocando norme che nessuno disconosce la confutazione che il Tribunale ha fatto relativamente agli assunti fattuali della colpa. Quanto agli elementi oggettivi dell’articolo 437 Codice Penale sostiene la difesa essere errata l’interpretazione globalizzante fornita dal Pubblico Ministero, si osserva che il Pubblico Ministero prende atto che il collegio ha proceduto ad un’elencazione fondata sul significato lessicale dei vocali usati dalla norma penale e su tale premessa è escluso dalla fattispecie dell’articolo 437 Codice Penale già in via di astratto diritto alcune tra le ipotesi contestate. In particolare tutti quegli strumenti o dispositivi non collocati per effetto delle condotte omissive addebitate dall’Accusa, che sotto il profilo oggettivo ritiene non rientranti nel concetto di impianti caratterizzati dalla sterilità o nel concetto di apparecchi caratterizzati dalla complessità tecnica, tutte quelle condotte omissive contestate che ritiene o generiche per mancata individuazione dell’oggetto su cui cadono, o meglio non cadono, o non correlabili alla nozione di collocazione di apparecchi antinfortunistici, tutte quelle condotte omissive contestate che ritiene attinenti a modalità operative e non a attività di natura preventiva e antinfortunistica. Il Pubblico Ministero rimprovera dunque alla sentenza di aver fatto in tal modo tabula rasa dell’imputazione, secondo una ricostruzione giuridica incomprensibile e senza senso, dimenticando per strada anche la fondamentale disposizione dell’articolo 2087 Codice Penale, pure contestato nel capo di imputazione, e azzerando altresì norme speciale, quali l’articolo 4 del D.P.R. 475/55 e l’articolo 4 del D.P.R. 303/56, che contengono il principio imprescindibile che impone l’obbligo per il datore di lavoro di attuare ogni misura diretta a evitare che la sicurezza e la salute del prestatore di lavoro possano essere posti in pericolo e/o danneggiati. Il Pubblico Ministero propone dunque un’interpretazione dell’articolo 437 come fattispecie onnicomprensiva, che sanziona come delitto qualsiasi violazione dolosa del dovere di sicurezza, sotto qualsiasi aspetto. Ma secondo la Difesa tale interpretazione onnicomprensiva dell’articolo 437 riproposta negli atti d’appello è in contrasto non soltanto con il significato lessicale della formula legislativa, ma anche con la sua ratio e non trova alcun conforto in posizioni dottrinali o giurisprudenziali. L’interpretazione degli appellanti azzera del tutto i caratteristici pure esplicitati chiaramente dal legislatore della fattispecie tipica dell’articolo 437, che incrimina violazioni del dovere di sicurezza specificamente tipizzate, come si conviene ad una norma penale. Il delitto consiste nella omessa collocazione di apparecchi destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, non dunque una qualsiasi violazione del dovere di sicurezza, diversa dall’omessa collocazione di apparecchi destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro. In vero, dalla rilevanza attribuita alla clausola generale dell’articolo 2087 circa l’individuazione di doveri di collocazione, di date apparecchiatura prevenzionali, l’Accusa passa alla conclusione, viziata logicamente, che verrebbero in rilievo ai fini dell’articolo 437 le violazioni di qualsivoglia obbligo enunciato o desumibile nelle disposizioni generali. Rimarca dunque la difesa che così argomentando viene ignorato il dato normativo, che per l’interprete della norma penale dovrebbe essere decisivo, cioè per l’appunto il dettaglio testuale della norma penale, che almeno su questo punto è inequivoco. L’articolo 437 opera una selezione entro l’area generica dei doveri di sicurezza, incrinando come delitto doloso soltanto una particolare categoria di omissioni, cioè testualmente l’omessa collocazione di impianti, apparecchi, segnali destinati a... L’incriminazione è cioè ristretta a tipi di violazioni del dovere si sicurezza, che legislatore penale ha ritenuto più grave e questo non altro, secondo la Difesa degli imputati, avrebbe inteso ribadire il Tribunale, parlando di violazione del dovere di sicurezza avente particolare serietà, definendo gratuita questa asserzione gli appellanti mostrano di non averne capito o fatto finta di non capire il senso. La particolare serietà a cui la sentenza si riferisce è quella che il Codice Penale ha realizzato nella violazione di obblighi di collocazione di apparecchiature prevenzionali, viceversa contra legem sarebbe la conclusione d’Accusa, che riconduce alla fattispecie obiettiva dell’articolo 437 qualsiasi violazione del dovere di sicurezza, che semmai potrebbe essere rilevante solo come eventuale contravvenzione a leggi speciali o comunque rilevante come criterio per la eventuale attribuzione di colpa e non sarebbero in contrasto con la sentenza del Tribunale neppure i criteri enunciati nelle sentenze citate dagli stessi appellanti, criteri che fanno riferimento a qualunque apparecchiatura necessaria per evitare infortuni sul lavoro e non chiaramente ai motivi di appello a ciò che apparecchiura non è. Dunque secondo la Difesa l’azzeramento della tipicità della fattispecie di cui all’articolo 437, nel generico dovere di sicurezza, vizia in radice già in puro diritto le applicazioni che nei motivi di appello vengono proposte con riferimento alla quasi totalità dei singoli addebiti contestati. Il problema di una ipotetica responsabilità ex articolo 437 non può essere prospettato se non con riferimento ad addebiti che abbiamo ad oggetto la omessa collocazione di apparecchiature di prevenzione, per tutti gli altri addebiti e sono quasi la totalità il problema non sorge. Sarebbero dunque estranei alla problematica dell’articolo 437 Codice Penale gli addebiti relativi ai mezzi personali di protezione, che certo sono doverosi, alla cui violazione non rientra nella fattispecie delittuosa in oggetto, non potendo essere considerati apparecchi. Il dovere del datore di lavoro di fornire ai lavoratori, ove prescritto, mezzi personali di protezione è cosa diversa dal dovere di collocare apparecchiature di sicurezza, cioè di apprezzare, collocandole là dove devono svolgere la loro funzione, elementi strutturali del sistema di protezione dell’ambiente di lavoro. A sentire estraneo l’articolo 437 sarebbero gli addebiti relativi alle modalità operative, tale ipotesi di accusa, riprese nei motivi di appello, annovera cumulativamente ipotesi tra loro eterogenee, gli addebiti di omissione relativi al blocco degli impianti, al risanamento dei medesimi, alla manutenzione degli elementi degli impianti più soggetti a deterioramento, alle misure necessarie a tutelare la salute dei lavoratori, all’emissione dei provvedimenti conseguenti alla segnalazione dell’istituto di Medicina del Lavoro alla manutenzione in ordine alla sostituzione degli organi di tenuta. A parte l’infondatezza in fatto ne sostiene la Difesa la non pertinenza in diritto, quale corollario dei principi giuridici correttamente ricostruiti applicati dal Tribunale che ha ritenuto tali addebiti palesemente non correlabili alla nozione di collocazione di apparecchi specifici con finalità antinfortunistica o comunque di prevenzione. Infondati sarebbero altresì gli addebiti relativi al monitoraggio, anche non nella prospettiva dell’articolo 437 Codice Penale, secondo la Difesa si può ragionevolmente dubitare che il sistema di monitoraggio rientri nelle tipologie considerate dall’articolo 437, d’altra parte l’ipotesi di accusa relativa al monitoraggio non è di omessa collocazione, ma di avere installato e tenuto in esercizio un sistema asseritamente imperfetto. Il Pubblico Ministero contesta il mancato monitoraggio di zone di lavoro come l’insacco, lo stoccaggio e l’essiccamento, ritenute dall’azienda zone non ha rischio. Le zone di lavoro, a cui il Pubblico Ministero si riferisce, non sono zone in cui vi fosse esposizione a CVM, sì invece a polveri di PVC. Il monitoraggio in continuo non era obbligatorio e dalle esigenze di prevenzione e controllo dei rischi da polveri vi è adeguatamente provveduto in altro modo, il sistema di monitoraggio è stato anche controllato da pubblica autorità, che limitandosi a impartire prescrizioni prontamente eseguite di adeguamento limitatamente a un aspetto specifico del monitoraggio nel reparto CV22 e CV23, periodicità delle analisi, hanno preso atto dell’idoneità complessiva del sistema. Quanto ad eventuali occasionali mal funzionamenti proprio le segnalazioni di problemi da risolvere confermano l’attenzione che al monitoraggio del CVM veniva dedicata. Quando si presentavano i problemi venivano affrontati e risolti. Quanto al dolo, l’infondatezza oggettiva dell’impostazione ex articolo 437 via a soluzione anche il problema dell’elemento soggettivo, sul problema del dolo, d’altra parte, gli appellanti avrebbero operato un travisamento facendo leva sulle conoscenze degli imputati quasi a identificarle con il dolo, in realtà secondo la Difesa la questione di dolo è concettualmente distinta da quella della conoscenza o non conoscenza degli obblighi statuiti dalla normativa da parte del soggetto obbligato. Avuto riguardo alla struttura del reato omissivo in esame il dolo del reato di cui all’articolo 437 Codice Penale richiede congiuntamente la consapevolezza da parte del garante dei presupposti fattuali dell’obbligo, cioè di una specifica situazione di rischio non schermata, la conseguente consapevole volontà di astenersi dal collocare impianti o apparecchi o segnali positivamente rappresentati come necessari a neutralizzare la conosciuta situazione. Sul piano probatorio, trattandosi appunto di provare uno stato psicologico sulla base di dati esterni l’accento deve essere posto sulla consapevolezza della situazione tipica di pericolo non schermato, che costituisce il presupposto fattuale dell’obbligo di attivarsi e sulla conseguenza e rappresentazione di un attivarsi possibile in quella data situazione. Lasciando da parte ogni questione dell’infondatezza obiettiva delle accuse per la Difesa, a proposito del dolo, è sufficiente osservare che i motivi dell’appello non trattano l’essenziale, ciò che è specifico al profilo soggettivo dell’ipotesi accusatoria, hanno continuato a discutere dei doveri di sicurezza e di doveri di diligenza senza minimamente preoccuparsi di chiarire in che cosa consista l’oggetto del dolo, avuto riguardo alla struttura del fatto omissivo tipizzato nell’articolo 437. In buona sostanza i motivi di appello sembrano confondere con il dolo, che è conoscenza e volontà di un concreto fatto di reato, la doverosa consapevolezza astratta dei doveri legali. In tal modo nei motivi di appello dell’Accusa il problema del dolo dell’articolo 437 non sarebbe nemmeno stato posto. Sostiene poi la Difesa che vi sarebbe un’ulteriore autosufficiente ragione di infondatezza dell’Accusa, vale a dire l’applicabilità dell’articolo 437 al di fuori del campo della prevenzione degli infortuni, al quale soltanto la lettera della legge si riferisce. Si osserva che il concetto di infortunio ha un ben preciso fondamento normativo nel D.P.R. 1124/65 e già prima nel Regio Decreto 17 agosto 1935, numero 1765, che si riferiscono ad una causa violenza in occasione di lavoro, cioè come afferma concorde la dottrina a un evento traumatico avvenuto in un determinato tempo e luogo. L’utilizzazione nell’articolo 437 del termine tecnico infortunio, indicante un chiaro riferimento alla normativa di settore, non può ritenersi casuale, il legislatore ha inteso delimitare la fattispecie delittuosa alla prevenzione degli infortuni in senso tecnico, lasciando ad altri strumenti la tutela preventiva da rischi diversi da quello dell’infortunio e in particolare dal vizio di malattia professionale non derivata da causa violenza o evento traumatico. In tal senso si sarebbero espressi gli autori, (Inc.) e Corbetta, si sono occupati del tema e questa delimitazione della fattispecie emergerebbe dalla pronuncia della Corte Costituzionale, sentenza numero 232/83, che è in merito alla questione di legittimità costituzionale dell’articolo 437 con riferimento al principio di uguaglianza, proprio sulla premessa interpretativa che la norma penale non comprende gli apparecchi di protezione da malattie e che da tale esclusione deriverebbe un’ingiustificata diversità di trattamento, ha dichiarato l’inammissibilità non essendo consentito chiedere alla Corte una pronuncia dalla quale scaturirebbe una nuova fattispecie. La pronuncia di inammissibilità della questione con la motivazione che ne è stata data sottenderebbe, secondo la Difesa, l’accettazione da parte del Giudice di legittimità delle leggi della premessa interpretativa del Giudice a quo, altrimenti sarebbe uscita con una pronuncia interpretativa di rigetto. Quanto all’aggravante del disastro osserva preliminarmente la Difesa che nel presente processo la trasposizione del disastro nell’ottica dell’articolo 437 può essere teoricamente prospettata soltanto per quegli aspetti dell’accusa di disastro che attengono a ipotizzate conseguenze delle condotte contestate come violazione dell’articolo 437, può riguardare cioè soltanto il disastro contestato con riferimento alla (inc.) dei reparti CVM. Del tutto irrilevante sotto questo profilo sarebbe la modifica dell’imputazione con cui il Pubblico Ministero ha formalmente inserito nel capo primo l’intero disastro descritto nel capo due e così unificata l’accusa di disastro per gli imputati in entrambi i casi. La definizione deriva dalla struttura logica dell’Accusa, anche dopo la sua riformulazione e esclude ogni nesso tra la contestazione ex articolo 437 e gli aspetti del supposto disastro ambientale, delineati nel capo due, il cui contenuto è diverso ed autonomo dal problema della esposizione al CVM e dei relativi obblighi di sicurezza. Sostiene poi la Difesa che l’accusa di disastro lascia priva di un contenuto fattuale specificamente enucleato, il Pubblico Ministero avrebbe (inc.) l’articolo 434 del Codice Penale, mescolato ad tanti altri, nello specificare quali siano nella complessa ipotesi d’accusa i fatti cui egli ritenga pertinente la qualificazione giuridica di disastro, ma è la tesi in diritto che, secondo la Difesa, è da criticare, osservandosi che il discorso del Pubblico Ministero procede per smistamenti successivi. Comincia con l’accettare a parole l’esigenza di caratterizzare il disastro come evento di danno, dopodiché esclude che occorre un danno a persona o a cose, tagliando fuori in tal modo le ipotesi di danno, delle quali il diritto penale normalmente si interessa ed aprendo la strada alla riduzione del cosiddetto dell’evento di danno a stato di fatto, che renda possibile il danno. Con una serie di giochi di parole il requisito del danno si scioglie senza... nel pericolo, la valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare, scrive il Pubblico Ministero in neretto. L’evento di danno che pacificamente viene richiesto dalla dottrina e dalla giurisprudenza perché possa dirsi integrata la fattispecie ex articolo 434, secondo comma, nell’impostazione del Pubblico Ministero viene semplicemente azzerato, con tentativo altresì di scardinamento del principio di responsabilità personale, in quanto l’asserita responsabilità degli imputati che hanno rivestito posizioni di garanzia dopo il 1973 sarebbe fondata su fatti che riguardano altri, in ragione di eventi lesivi connessi a esposizione ante 1973, non riconnessi alla loro condotta. Circa la questione della configurabilità in diritto della strage colposa coltivata ancora con specifico motivo dall’Avvocato dello Stato e invece abbandonata dallo stesso Pubblico Ministero, ritiene la Difesa inconsistente la tesi per la chiara volontà del legislatore espressa esplicitamente nella relazione sul progetto preliminare del Codice Penale e per la chiara lettera della legge, che fa riferimento all’incendio e agli altri disastri che seguono nel capo primo... Parimenti la Difesa ritiene palesemente infondata, oltre che inammissibile per carenza di interesse, l’impugnativa della predetta Parte Civile dell’ordinanza 7498 con la quale il Tribunale decidendo sull’ammissibilità delle costituzioni di Parte Civile ha tracciato il solco dei cosiddetti periodi di competenza. Lo scopo di tale impugnativa viene ipotizzata dalla Difesa nel tentativo di superare la considerazione atomistica dei singoli eventi intesa a collocare i singoli eventi dentro o fuori del periodo di competenza di uno o altri imputati, da ciò il collegamento con la strage colposa relativamente alla quale la predetta Parte Civile non avrebbe interesse; ma, sostiene la Difesa, il tentativo sarebbe assurdo in riferimento ai principi basilari della civiltà del diritto, in particolare il principio di personalità della responsabilità. Sostiene poi la Difesa che l’accusa di disastro nasce privo di contenuto fattuale specificamente enucleato, il Pubblico Ministero avrebbe... scusate... specificamente quanto all’imputazione di disastro la Difesa di Smai, Pisani e Patron ripercorre ancora il processo della formulazione dell’accusa alla sentenza di primo grado ricordando che inizialmente la contestazione del disastro si sarebbe articolata in due diverse figure che si snodano nei due capi di imputazione, figure poi trasformate in un unico disastro permanente con la modifica dell’imputazione di cui dell’udienza del 13 dicembre 2000. Sostiene dunque la Difesa che quanto all’accusa del disastro di cui al primo capo di imputazione l’infondatezza emergerebbe dall’insussistenza di elementi essenziali della fattispecie incriminatrice, il danno a cose, neppure individuato nel capo di imputazione, e il danno a persone rivelatosi insussistente per come evidenziato, trattando del rapporto causale. Ma anche il periodo reale e concreto per la pubblica incolumità inteso come un numero indeterminato di persone, che nel loro insieme valgono a comporre la collettività, la cui assenza sarebbe comprovata dall’assenza di danni alle persone; danni che non solo non si sono verificati, ma secondo la Difesa neppure nei periodi di gestione Enichem avrebbero potuto verificarsi sia all’interno che all’esterno dello stabilimento. Così come comproverebbero le relazioni degli esperti della Difesa Dragani e Zocchetti sull’assenza di pericolosi reali durante la gestione Enichem nello stabilimento di Porto Marghera ed una seconda relazione del professor Foraboschi sull’assenza di pericoli reali nell’attività dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera nel periodo di gestione Enichem, deposita all’udienza del 20 aprile 2001. Quanto al disastro cosiddetto ambientale di cui al secondo capo di imputazione sostiene la Difesa che l’insussistenza di un danno alle ecosistema comprovato dall’insussistenza dell’accusa di avvelenamento e adulterazione cui comunque sarebbero estranei gli imputati Enichem esclude di per sé la sussistenza del reato, neppure ipotizzabile per l’assenza di danni alle persone, seppure supposti dall’Accusa. Evidenzia poi la Difesa come nell’inerzia del Pubblico Ministero si sia sobbarcato l’onere non solo di dimostrare l’assenza di pericoli e di danni da avvelenamenti e adulterazione, ma di dimostrare altresì, ricostruendo la storia dell’inquinamento dei canali industriali, che l’inquinamento dei canali circostanti il Petrolchimico è dovuto ad una molteplicità di fattori tra cui spicca l’inquinamento di antica origine proveniente dalle attività industriali svolte nella prima zona industriale e l’imbonimento della seconda zona industriale con i rifiuti della prima. Gli imputati Enichem poi, nonostante non avessero mai gestito le discariche all’interno e all’esterno del Petrolchimico e non avessero quindi partecipato alla contaminazione, peraltro non pericolosa, delle falde, fin dall’inizio degli anni ’90 hanno intrapreso, senza averne alcun obbligo giuridico, un’opera di messa in sicurezza e bonifica dei siti inquinati. Inevitabile, e aderente alle risultanze, dunque, secondo la Difesa, le conclusioni del Tribunale sull’accusa, simbolo di questo processo, ovvero quella di aver cagionato un disastro, ritenuta infondata, prima tutto in fatto e poi anche in diritto. Ma il Pubblico Ministero, osserva la Difesa, anche nei motivi di appello ignora pervicacemente il fatto e si limita a contestare la lettura, che il Tribunale avrebbe dato del suo capo di imputazione, questo costituirebbe l’unico motivo di appello rispetto all’accusa di aver provocato il disastro, tanto per quanto riguarda il primo capo di imputazione, che per quanto riguarda il secondo, tanto che si abbia riguardo al disastro di cui all’articolo 434 o che si rivolga all’attenzione a quello configurato dall’articolo 437, secondo comma. Per il resto vi sarebbe l’assoluta mancanza di qualsiasi argomentazione che sia fondata sulle prove e suoi fatti, come emerge dal dibattimento, che in alcun modo evidenziano essersi verificato quell’evento di danno diffuso e di vaste proporzioni per persone e cose che costituisce l’essenza di questo reato, non una riga sarebbe poi dedicata dei motivi di appello in specifico all’evento di disastro ambientale. Osserva al riguardo la Difesa che il Pubblico Ministero parla di compromissione ambientale della laguna prospiciente Porto Marghera, parla di contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle falde, ma sempre con riferimento ai reati di avvelenamento e adulterazione, senza dedicare una sola riga a spiegare in che modo questa compromissione o contaminazione verrebbe ad assumere i connotati del supposto disastro. In sostanza la strategia dell’Accusa sarebbe manifestamente quella di negare ogni elemento di fattispecie tipico del disastro, l’evento di danno disastroso in particolare, riducendo questo reato ad un mero pericolo per la pubblica incolumità interamente sovrapponibile al pericolo per la salute pubblica previsto dall'articolo 440 Codice Penale, ma togliendo altresì ogni concretezza al pericolo per la pubblica incolumità richiesto dalla fattispecie di adulterazione e quindi della logica del Pubblico Ministero dal disastro. Sostiene però la Difesa che tutte le argomentazioni che i motivi affastellano in tema di avvelenamento e adulterazione non riescono in alcun modo a superare la secca conclusione del Tribunale, secondo cui i due reati non sussistono, perché manca ogni pericolo per la pubblica incolumità. Conclusione questa del Tribunale inconfutabile dalla quale discende l’insussistenza dei delitti di avvelenamento e di adulterazione, ma anche a maggior ragione l’insussistenza del disastro ambientale. Lineare e inappuntabile il ragionamento del Tribunale, che nella logica dell’Accusa, che riferisce il pericolo per la pubblica incolumità e salute pubblica esclusivamente al pericolo alimentare, legato al possibile consumo delle risorse idriche, falde o (inc.), una volta emerso invece questo pericolo alimentare, che è l’oggetto dell’accusa di adulterazione e avvelenamento, non sussiste ritiene a fortiori l’insussistenza del disastro. Il disastro infatti richiede anch’esso un pericolo reale per la pubblica incolumità in aggiunta all’ulteriore elemento specifico del grave danno alle cose o alle persone. Il Pubblico Ministero dunque non sarebbe riuscito a fornire alcuna prova della sussistenza del pericolo astratto proprio dell’avvelenamento o del pericolo concreto richiesto dall’adulterazione e nessuno avrebbe tentato di provare l’evento di danno unito a pericolo concreto per la pubblica incolumità che costituisce il connotato tipico del fatto... Nello specifico delle contestazioni di avvelenamento e adulterazione in tema anche per i collegamenti con il reato di disastro nella costruzione a grappolo del secondo capo di imputazione sostiene poi la Difesa l’inconsistenza del tema del danno genetico, introdotto dal Pubblico Ministero, ricordando che la presenza di addotti al DNA nell’uomo come nei molluschi è interpretata in tutta la letteratura internazionale come indice di esposizione e non di danno, questo sarebbe un dato talmente pacifico nella comunità scientifica che la stessa esperta dell’Accusa Venier nel corso della sua deposizione, udienza 17 dicembre 2000, non ha potuto fare a meno di confermarlo, dicendo che l’addetto viene considerato ad esposizione avvenuta. Ma più azzardato sarebbe poi l’ulteriore passaggio del Pubblico Ministero che, dato per scontato il danno genetico nei molluschi, afferma che ragionevolmente un rischio analogo di modificazione genetica sussista anche per la collettività umana esposta direttamente o indirettamente alle stesse sostanze tossiche, rifugiandosi dietro ad espedienti verbali, quali non impossibilità del danno genetico, risposte biologiche possibili, principio di precauzione, quindi la non impossibilità del danno genetico e di risposte biologiche non trovate che si sostituirebbe al pericolo reale, senza peraltro neppure una risposta alla domanda in ordine a che modo l’uomo dovrebbe subire un aumento degli addotti al DNA, posto che la trasmissione con la dieta alimentare è scientificamente impossibile. Inconsistente la tesi del danno genetico, sostiene altresì la Difesa l’infondatezza delle argomentazioni del Pubblico Ministero in tema di pericolo alimentari, che i dati della realtà emersi nel corso del processo di primo grado e dopo la chiusura del dibattimento emergerebbe in modo incontestabile come di avvelenamento e/o adulterazione del beota lagunare non si possa neanche parlare. Ritiene infatti la Difesa che tutti i tentativi del Pubblico Ministero infrangono contro lo scoglio della totale assenza di pericolo per la pubblica incolumità confermato dalle ricerche sugli effetti osservati nell’uomo e nell’animale, dal mancato superamento dei valori massimali di concentrazione dei contaminanti, ammissibili per la vivibilità dei molluschi, o dei valori ritenuti normali in tutti i paesi del mondo per quelle sostanze non disciplinate attraverso la previsione di una concentrazione, nonché dal mancato superamento dei valori di dose giornaliera accettabile e destinato a naufragare sarebbe altresì il tentativo del Pubblico Ministero di sostenere anche se solo per le diossine che i valori riscontrati nelle vongole dei canali industriali non potrebbero considerati normali. Ancora una volta deporrebbero il contrario i dati della realtà, che hanno portato dopo, alla fine del processo, a falsificazione dell’ipotesi prospettata con sorprendente parallelismo, con la falsificazione operata dall’agenzia Iarc di Lione, che le ipotesi prospettate nella monografia Iarc del 1987 circa i presunti effetti cancerogeni del CVM sui tre organi bersaglio... Anche in questa materia è avvenuto che nel luglio 2002 è diventata operativa nella comunità europea una legge - vedi Regolamento CEE 2375/01 del 29 novembre 2001 - e la legge 231 del 6 dicembre 2001, che individua la concentrazione limite proprio per le diossine nei prodotti..., della loro libera commercializzazione nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea in (inc.) di prodotto fresco, concentrazione che è più di 4 volte superiore a quella media riscontrata dagli esperti dell’Accusa nelle vongole dei canali industriali.

 

IL PROCESSO VIENE BREVEMENTE SOSPESO.

 

PRESIDENTE - Riprendiamo l’udienza.

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino - Presidente, mi scusi, prima che inizino le richieste di rinnovazione del dibattimento da parte del Pubblico Ministero io vorrei dare atto e prendere atto che dalle notizie della stampa locale, che sono apparse all’ultima udienza scorsa, il dottor Contini ha pronunciato in funzione di G.I.P., emettendo due decreti di sequestro preventivo, relativi allo scarico SM15 del Petrolchimico, ora anche per completezza degli atti, io produco i due decreti, facendo presente anche a nome delle altre Parte Civili che non riteniamo di sollevare alcuna questione di incompatibilità del dottor Contini.

 

PRESIDENTE - prendiamo atto. La parola al Pubblico Ministero.

 

DIFESA – Avv. Santamaria - Io vorrei soltanto che l’Avvocato Manderino motivasse la pertinenza e la rilevanza dei documenti che ha depositato rispetto ai fatti oggetto di imputazione.

 

PRESIDENTE - Credo per completezza l’ha fatto.

 

DIFESA – Avv. Santamaria - Per completezza rispetto a che cosa, visto che...

 

PRESIDENTE - Alla materia del processo, penso.

 

DIFESA - Avv. Santamaria - non è stato motivato sufficientemente, per cui da parte mia c’è opposizione, non comprendo il rilievo di questi documenti rispetto ai fatti oggetto d’Accusa.

 

PRESIDENTE - Noi l’abbiamo acquisito, l’hanno prodotto insomma.

 

PROCURATORE GENERALE - Se posso interpretare il pensiero della Parte Civile, non compete a me, Presidente, ma siccome il problema è comune, se non ho capito male si tratta dei due decreti con i quali il Giudice Contini, oggi presente in Collegio, ha deliberato circa il sequestro di una parte del Petrolchimico, in relazione ad un fatto, che però non è direttamente connesso con la materia di cui oggi discutiamo; per quanto riguarda il Pubblico Ministero dico subito che i decreti non comportano alcuna valutazione pregiudicante, per cui la posizione del Giudice Contini in questo Collegio dal nostro punto di vista è perfettamente legittimo.

 

PRESIDENTE - Allora la Difesa si oppone a questa produzione?

 

DIFESA - Avv. Santamaria - Mi oppongo e chiedo che la Corte d’Appello si pronunci sulla mia opposizione, ai fini della decisione sull’acquisizione o meno di quei documenti.

 

DIFESA – Avv. Stella - Presidente, dobbiamo capire se questi documenti vengono prodotti per uno scopo o per bellezza, perché se sono stati acquisiti sono stati acquisiti perché si pensa che possano essere utili in qualche modo, allora bisogna che venga spiegato da chi li ha prodotti, altrimenti noi chiediamo che vengano stralciati e che la Corte li restituisca a chi li ha prodotti.

 

PROCURATORE GENERALE - Presidente, credo anch’io di dover dire due parole su tale questione, è emersa già la questione sia da un punto di vista pubblico, non è detto che tutti gli imputati e tutte le Parti Civili siano a conoscenza dell’esistenza di questi due provvedimenti e appunto per questo ritengo che la Parte Civile, l’Avvocato Manderino, abbia presentato per completezza, per la debita conoscenza da parte di tutte le parti processuali l’esistenza di questi due provvedimenti, semplicemente per questo, per la conoscibilità da parte di tutti.

 

PRESIDENTE - Allora è accettabile questa giustificazione o c’è sempre l’opposizione?

 

DIFESA – Avv. Stella - Non è una giustificazione, perché io posso dire che è interessante che tutti conoscano le torture che avvengono all’estero o... allora produciamo dei documenti senza dire qual è la continenza con il processo?

 

PARTE CIVILE - Avv. Zaffalon - Presidente, volevo dire che sono scandalizzato della richiesta della Difesa, sottopongo questo mio scandalo alla Corte, dopo un processo in cui abbiamo sentito di incompatibilità di un Giudice, che attualmente non fa più parte del Collegio, oggi si cade dalle nuvole perché viene proposta una documentazione, che ha un evidente scopo, un evidentissimo scopo, quello di dimostrare che non c’è un’incompatibilità di un componente del Collegio e questo per noi è rilevante, dopodiché se la Difesa ritiene che non ha intenzione di sollevare questioni, prendiamo atto di questo, ma noi riteniamo rilevante in un processo in cui siamo tempestati di eccezioni anche di questo tipo, che venga depositata una documentazione che attesta che non c’è nessuna incompatibilità per quanto attiene la composizione del Collegio.

 

AVV. CESARI - Caso mai è il contrario, se ci fosse un’eccezione di incompatibilità si depositano i documenti, se no non si deposita nulla.

 

PROCURATORE GENERALE - sono stati presentati due documenti, a firma Contini, se non sbaglio, io li conosco, li conoscevo e quindi per me non è una sorpresa, se non ho capito male dall’intervento dell’Avvocato Zaffalon e dell’Avvocato della Parte Civile, dopo dagli interventi con qualche finzione, sorpresi della Difesa, lo scopo è una richiesta ad provocandum, cioè la Parte Civile vuole sapere dalla Difesa se intende o meno proporre richiesta di dichiarazione di ricusazione del Giudice Contini. Io dico le cose pane al pane, vino al vino, come sono sempre stato abituato a fare, da questo momento visto che sono stati prodotti i due documenti irrilevanti, che io dichiaro irrilevanti a questo scopo, infondati a questo eventuale scopo, perché non comportano alcuna valutazione del merito del processo e quindi non implicano affatto un problema della posizione del Giudice Contini, da questo momento aggiungo, e concludo, e secondo me la Corte non deve fare alcuna ordinanza, non deve fare niente, questa è la conclusione a cui arrivo, da questo momento non è più possibile dubitare che ci sono agli atti questi due documenti. La difesa a questo punto ha i termini, non devo spiegare alla Difesa quello che dice il Codice di Procedura Penale, da questo momento questi documenti sono noti, inoppugnabili, nel senso che nessuno può far finta di non conoscere, per il resto tocca alla Difesa trarne le conseguenze, noi l’abbiamo già fatto, la Parte Civile l’ha fatto, per noi il Giudice Contini va benissimo, adesso tocca alla Difesa dire quello che vuole.

 

DIFESA – Avv. Stella - Ero l’unico difensore assieme all’Avvocato Santamaria, come difensori di Pisani, che potevamo sollevare la questione, è certo che conoscevamo, questi decreti li conoscevamo, mi meraviglio che qualcuno dubiti che noi non li conoscessimo.

 

PRESIDENTE - Allora il problema non c’è, insomma.

 

DIFESA - Avv. Stella - Non abbiamo sollevato nessuna questioni nei termini...

 

PRESIDENTE - allora, mi scusi, signor Avvocato, signori, mi sembra che la questione non esiste, in buona sostanza.

 

DIFESA - Avv. Stella - Non esiste, ma i documenti non c’entrano assolutamente. Vengono restituiti. Le parti ne hanno conoscenza e quindi non c’è problema.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE dispone la restituzione dei documenti a chi li ha fatti pervenire.

 

AVV. FRANCHINI - solo lui e l’Avvocato Santamaria, difensori di Pisani lo conoscevano, quindi noi chiediamo se tutte le Difese lo conoscono se no chiediamo che siano...

 

PRESIDENTE - Avvocato, questa è un’udienza pubblica e tutti l’hanno conosciuta. Quindi mi sembra che più esplicito di così la Corte non può essere. Allora la parola al Pubblico Ministero.

 

PROCURATORE GENERALE - Presidente, signori Giudici, comincio io una breve discussione in tema di rinnovazione eventuale del dibattimento d’appello, perché dovrò trattare, come per lo più avverrà nel corso di questo dibattimento, della prima parte delle accuse, che sono state formulate nei confronti degli odierni imputati, per la seconda parte interverrà il dottor Bruni per lo più durante il tutto il dibattimento e in questa sede il signor Procuratore Generale interverrà in maniera specifica in materia di diritto con le conclusioni sulle richieste di rinnovazione del dibattimento. Ora per passare al merito, chiedo di essere autorizzato a parlare da seduto dovendo consultare i documenti e vedere anche il computer.

 

PRESIDENTE - va bene, si accomodi pure.

 

PROCURATORE GENERALE - Il Pubblico Ministero appellante ha presentato in Cancelleria tre richieste sostanzialmente di rinnovazione del dibattimento, le prime richieste erano inserite nell’atto d’appello del 29 ottobre del 2002 e alle pagine finali... e veniva con quella prima richiesta l’acquisizione di due studi, il numero 1 ed il numero 9 di quella parte, studi che erano stati pubblicati e comunque conosciuti successivamente al dibattimento di primo grado e quindi in questo senso credo che si rientri pacificamente in quelle che sono le previsioni dell’articolo 603, numero 2, del Codice di Procedura Penale. Per quanto le richieste numero 2 e numero 3, sempre di quella richiesta del 29 ottobre 2002, si tratta quell’acquisizione di documenti, che ritenevo in primo grado, e che continuo a ritenere, fondamentali su alcuni punti importanti dell’intera vicenda che riguarda il CVM. Si tratta di documentazione, che era stata presentata già al Tribunale e che riguardava degli angiosarcomi del fegato, a basse dosi, basse o bassissime dosi, che avevano colpito John Grasso e Domenico Dalla Verità. La vicenda del rischio di angiosarcoma e della morte per angiosarcoma dopo un’esposizione a basse dosi è stato uno dei temi fondamentali del dibattimento di primo grado e credo che sia ancora una questione fondamentale di questo dibattimento. Peraltro sulla vicenda di Grasso esistono già agli atti... ed anche per la vicenda di Domenico Dalla Verità esistono agli atti delle prove iniziali, che si trattava per il Tribunale semplicemente di acquisire la documentazione completa in merito, così come era stata presentata dal Pubblico Ministero. Il Tribunale aveva rifiutato questa documentazione ad un certo punto del dibattimento, emettendo un’apposita ordinanza, è un atto d’appello, e in questo momento ribadisco la mia richiesta di revocare quell’ordinanza e di ammettere quella documentazione, previa rinnovazione del dibattimento, proprio perché la patologia che ci riguarda, l’angiosarcoma, è una delle patologie fondamentali e viene, questa documentazione, a dimostrare come operai e persone esposte anche a basse, bassissime dosi, anche all’esterno della fabbrica in cui si lavorava, potevano e possono incorrere in rischi di questo tipo per il fegato. I documenti, che sono citati nella richiesta del 29 ottobre 2002, dal 4 al numero 8 devo dire che ad una miglior visione erano documenti che erano già stati acquisiti durante una commissione rogatoria internazionale effettuati negli Stati Uniti d’America ed erano documenti che erano stati anche trasfusi poi nel fascicolo processuale e quindi in questo senso quella richiesta la preciso meglio e non ne chiedo la nuova acquisizione per ovvi motivi. Non esisteva invece il documento numero 10 di quella richiesta del 29 ottobre del 2002, si tratta di un documento che è venuto alla mia attenzione, che è stato scoperto successivamente al dibattimento di primo grado; lo illustrerò meglio tra poco, si tratta di un documento che non era in atti, che non poteva esserlo perché non ne conoscevo l’esistenza e che è venuto fuori soltanto perché se ne è parlato in un libro del 2001 di (Marcovich) e (Rossner), degli studiosi dell’Università di New York. Per quanto riguarda poi sempre quella richiesta del 29 ottobre del 2002 ai numeri 11, 12, 13 e 14 chiedevo globalmente l’acquisizione di materiale documentale raccolto dal nucleo regionale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano e Venezia nei confronti delle società Montedison ed Enichem, che avevano ad oggetto il pagamento... un insieme di disponibilità economiche delle aziende nel periodo dei fatti per cui è processo, aziende che invece di investire somme, che sarebbero state necessarie per il rinnovazione o la ristrutturazione o il rifacimento di certi impianti sono stati spesi in altra maniera, come adesso dirò. Questa acquisizione documentale e queste audizioni sono state rigettate dal Tribunale con ordinanza, in quanto il Tribunale aveva affermato, aveva riconosciuto un principio ben noto a tutti quanti, ovviamente che condivido totalmente anch’io, e cioè che in materia di sicurezza e di tutela nell’ambiente di lavoro non c’è alcuna... non può esistere alcuna giustificazione dovuta alla mancanza di denaro, di finanziamenti o di disponibilità economica, è indispensabile quando sorge un pericolo, nel momento in cui sorge il pericolo per un imprenditore intervenire a tutela del lavoratore. Siamo tutti ben consci di questo principio, ritenevo e ritengo comunque rilevante questa documentazione ancora, in quanto è importante sapere, nel momento in cui in quegli anni le società avevano una notevole disponibilità di denaro, invece che utilizzarla a tutela del lavoratore, l’hanno utilizzata per scopi sicuramente meno nobili e questo influisce certamente a livello di colpa e soprattutto di grado della colpa nel momento in cui dovesse essere riconosciuta, proprio perché invece di investire le dovute, anche rilevanti, somme di denaro per la bonifica, il rifacimento, la rinnovazione degli impianti, quei soldi sono stati utilizzati per tangenti, per pagare dei politici. C’è tutta una documentazione copiosa al riguardo, la conosciamo per altri versi dalla pubblicistica degli ultimi anni, però questa documentazione precisa in maniera adeguata e specifica quali sono i pagamenti che sono stati effettuati dai responsabili di queste aziende per pagare tangenti, per pagare politici invece che provvedere alla ristrutturazione degli impianti. Altri costi sicuramente non necessari, non indispensabili per le società sono quelli relativi ai costi di pubblicità di vario genere, molto ingenti che le società hanno speso piuttosto che risanare gli impianti. Si parla per esempio di 24 miliardi nel 1973, di 71 miliardi nel 1974, oltre 70 miliardi di Lire nel 1975, ovviamente importi rivalutati all’epoca del dibattimento di primo grado. Poi c’è stata tutta una serie di finanziamenti pubblici alle aziende Montedison ed Enichem, sia a livello centrale sia a livello locale, per destinazioni che dovevano riguardare le problematiche ambientali e comunque relativamente per le strutture societarie da rimodernare a tutela delle persone, che lavoravano, e a tutela dell’ambiente esterno. Ed ancora c’è stata una carenza invece di provvedere con questi finanziamenti a sanare le situazioni malate della fabbrica, non si è provveduto e si è provveduto invece a destinare quel denaro da altre parti. Quindi questi sono i motivi per cui chiedo l’acquisizione di questa documentazione e l’audizione congiunta o in subordine dei militari della Guardia di Finanza. Poi c’erano sempre in quella richiesta del 29 ottobre del 2002 altre due richieste di acquisizioni, che illustrerò meglio tra poco, una riguardava le foto aeree del territorio dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera relative agli anni ’40, ‘50 e ’60 e la seconda richiesta riguardava i dati analitici di pozzi, che si trovavano all’esterno, ma vicini al confine dello stabilimento Petrolchimico, pozzi dai quali veniva prelevata acqua ad uso domestico, ad uso agricolo. Queste sono in sintesi le prime richieste del 2002. E’ stata depositata una richiesta poi con motivi nuovi aggiunti in data 3 gennaio 2004, che conteneva essenzialmente la richiesta di acquisizione di 5 studi, che erano stati pubblicati successivamente al dibattimento di primo grado. Non illustro ulteriormente questa vicenda, perché fanno tutti riferimento alle situazioni della mortalità e dei rischi corsi dai lavoratori, che hanno lavorato il CVM non soltanto ovviamente nella situazione italiana, proprio per dare contezza di quello che può essere e che è fondamentalmente il nesso causale tra la lavorazione del CVM e le patologie in particolare del fegato. La prima documentazione, il primo documento di cui chiedevo l’acquisizione il 3 gennaio, fa riferimento ad una documentazione di provenienza industriale, di origine industriale, come quella che deriva dalla ACGPH, che è la confederazione, nonostante è scritto governativa, ma non è assolutamente governativa, perché è l’associazione delle industrie degli Stati Uniti, che ha consegnato, che ha fatto pubblicare quelli che erano i limiti di esposizione e i rischi da CVM. Il secondo documento riguarda uno studio di Wong, che riguarda la mortalità degli operai del CVM, per patologie... per cancro del fegato, effettuato sui lavoratori di Taiwan. Il terzo documento è un documento che è stato pubblicato nel 2002 e quindi successivamente appunto al dibattimento di primo grado e che riguarda ancora la storia dell’epatocarcinoma ed è importante in quanto questo studio è stato cofirmato da uno dei consulenti di Montedison, Massimo Colombo, che in tema di epatocarcinoma viene a dire quello che in primo grado non aveva detto al dibattimento, cioè viene a riconoscere il rischio da CVM anche nella causazione dell’epatocarcinoma. Credo che sia un elemento importante proprio per dirimere, per risolvere alcuni dubbi che sono emersi. E questa situazione analoga si verifica anche per il documento numero 5 di quelli di cui ho richiesto l’acquisizione il 3 gennaio del 2004, perché quello studio, Bosetti, La Vecchia, etc., è stato cofirmato da consulenti lo stesso degli imputati ed in questa rivisitazione epidemiologica viene inserito ancora una volta quello che è il rischio per i lavoratori del CVM in relazione alle patologie del fegato, in particolare l’epatocarcinoma. E quindi credo che anche qui ci sia una modifica rispetto a quelle che erano le dichiarazioni rese in dibattimento dai consulenti di Montedison. L’altro studio, per il quale ho chiesto l’acquisizione sempre quel 3 gennaio, è uno studio del 2003, in particolare di Boffetta e Mund ed è una metanalisi degli studi di esposizione occupazionali al cloruro di vinile, in relazione proprio alla mortalità, sul cancro, è importante questo studio proprio per i rischi ancora una volta per epatocarcinoma, in particolare per cirrosi, che vengono segnalati in relazione alle corti europee da persone che sono state sentite come Boffetta all’interno di questo dibattimento; dichiarazioni, in particolare di Boffetta, che sono state o travisate o comunque riportate in maniera non corretta nella sentenza di primo grado. L’ultima richiesta che avevo presentato come richiesta di acquisizione documentale è quella del 5 gennaio 2004, sono documenti che sono venuti alla mia conoscenza sicuramente all’ultimo momento rispetto a quei termini, che sono stati depositati il 5 gennaio, che era lunedì, il 4 gennaio era domenica, e quindi sicuramente con un termine più breve rispetto al termine di 15 giorni previsto dal Codice, faccio peraltro rilevare come siano comunque articoli e documentazione successiva alla chiusura del dibattimento, che quindi dovrebbe essere considerata ai sensi del secondo comma dell’articolo 603. Tutta questa documentazione dall’1 al 6, in particolare gli studi, riguarda l’interazione tra esposizione a CVM e l’infezione da epatite B per quanto riguarda le patologie del fegato, lo stesso gli studi che sono indicati, quelli di Albertini, quelli successivi di Schumacher e Wolf, quelli sul tumore del polmone di Mastrangelo e quello di Pirastu, Baccini, Biggeri, Comba sull’epidemiologia e prevenzione del 2003 riguardano proprio l’esposizione dei lavoratori, aggiornamenti della mortalità e sono dati che sicuramente ancora non esistevano e non esistono ancora agli atti del processo e che vanno integrati, perché questa è una delle questioni fondamentali, questa vicenda del CVM non è assolutamente chiusa, è ancora una vicenda in movimento e purtroppo ci sono degli aggiornamenti, che riguardano sia le morti sia le patologie degli operai che hanno lavorato per tanti anni all’interno dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. Un discorso analogo va fatto per quella che è la ricerca di Biologia Molecolare di Morinello ed altri, sempre del 2002, per quanto riguarda le esposizioni a CVM. La richiesta ultima di quel 5 gennaio 2004 riguardava un documento relativo alla posizione della parte offesa, Parte Civile, Gabriele Bortolozzo, un documento scheda Fulk, dal quale risultava smentita una affermazione della sentenza di primo grado a proposito della diagnosi della sindrome di Raynaud. Il Tribunale aveva riconosciuto per Bortolozzo Gabriele la sindone di Raynaud come causata da esposizione a CVM, aveva però datato questa diagnosi 1965, concludendo quindi per una prescrizione del reato. Per contro nel 1965 non c’era assolutamente nessuna diagnosi, tanto che addirittura nel 1977 con l’intervento della Fulk e degli accertamenti effettuati presso l’Università di Padova, veniva espresso un dato negativo in questo senso, perché nel 1977 Gabriele Bortolozzo non aveva ancora assolutamente questa patologia. Patologia che invece è stata confermata documentalmente, diagnosticamente per la prima volta nel corso del 1995. Questo significa che il Tribunale riconoscendo la sindrome di Raynaud per Gabriele Bortolozzo in riferimento all’anno 1995 avrebbe dovuto non dichiarare la prescrizione, ma arrivare alla condanna degli imputati, che il Tribunale stesso aveva individuato, non soltanto perché questo riconoscimento di responsabilità avrebbe integrato anche la fattispecie del secondo comma dell’articolo 437, perché si tratta di infortunio o malattia sul lavoro per la cui prescrizione è previsto un periodo di 15 anni e quindi tuttora questo reato non sarebbe nemmeno prescritto. Per quanto riguarda le disquisizioni giuridiche in materia di 603 mi astengo, perché ci saranno gli interventi successivi al mio che in maniera sicuramente più adeguata, più consona, più approfondita e completa interverranno. Voglio soltanto dire che queste mie richieste per la prima parte essenzialmente del capo di imputazione fanno riferimento all’articolo 603, comma primo e comma terzo del Codice di Procedura Penale per una parte, che riguardano l’impossibilità di decidere allo stato degli atti, sia per la riassunzione di prove assunte già in primo grado sia per l’assunzione di nuove prove, ed il terzo comma lo ritengo, e in questo senso lo ripropongo, come una sollecitazione nel caso in cui la Corte d’appello dovesse decidere di non dover rinnovare in questo momento il dibattimento, comunque una sollecitazione a valutare, se non in questo momento, in un momento anche successivo, la rinnovazione del dibattimento con l’acquisizione dei documenti, che ho richiesto e che richiederò tra poco, e l’audizione delle persone che indicherò in questo momento. Per quanto riguarda le audizioni, innanzitutto come è noto a tutti quanti, come è stato esplicitato in maniera molto ampia nel corso delle relazioni introduttive del Collegio d’appello, ci sono stati numerosi interventi di consulenti tecnici del Pubblico Ministero, devo però dire subito che successivamente al deposito delle motivazioni della sentenza io mi sono trovato di fronte, direi, a contestazioni, perplessità, sconcerto e anche arrabbiature da parte di quasi tutti i consulenti dell’accusa, una cosa del genere, devo dire, non mi era mai successa, diversi di questi consulenti mi hanno anche scritto per motivare questo loro sconcerto, queste loro proteste per le dichiarazioni utilizzate malamente e in alcuni casi distorte e in alcuni casi assolutamente non utilizzate nella sentenza di primo grado, mano a mano che parlerò di questi consulenti alcuni passi di queste lettere e comunicazioni dovrò anche leggerli proprio per sottoporre la necessità alla Corte di Appello, nel caso in cui la Corte d’Appello ritenga di averne assolutamente bisogno, di sentire questi consulenti, perché vengano a dire cosa hanno detto e cosa scritto senza le deformazioni che sono state operate nella motivazione della sentenza. Comincio con alcuni consulenti, parto con una prima questione, che è la questione relativa al primo capo di imputazione sì, ma agli articoli fondamentali, che sono il 437, cioè l’omissione dolosa di misure di cautela, ed il 589 ed il 590, omicidio e lesioni colposi, in relazione alle patologie ed alla conoscenza della pericolosità e della nocività del CVM. Esiste una norma fondamentale completamente ignorata dal Tribunale, non so neanche perché, perché esiste, che è la legge del 1952, che è la legge sulle malattie professionali ed è il primo dato storico-normativo, che accentra l’attenzione sulle sostanze di questo tipo come il CVM. Montedison lo sapeva benissimo, come vedremo dalla documentazione, come vedremo soprattutto poi nella discussione finale, dal 1952 incombeva alla società l’obbligo di intervenire a tutela dei lavoratori. Dico da un punto di vista normativo perché? Perché da un punto di vista scientifico, da un punto di vista di conoscenza e di conoscibilità della nocività del CVM, che è il studio del quale ho parlato ripetutamente durante la requisitoria di primo grado e durante anche la replica, lungamente, i documenti sono stati consegnati, tradotti, erano noti in tutto il mondo, come adesso dirò, solo il Tribunale in primo grado ha ignorato completamente questo studio. E’ lo studio di Tribuck del 1949, non si sa perché, non è mai citato nelle mille e passa pagine della motivazione della sentenza, completamente dimenticato. E allora perché è importante questo studio e perché chiedo la... può darsi che la traduzione dal russo non fosse perfetta e comunque io propongo un’audizione del consulente, che dirò, su questo studio, proprio perché invece questo studio è stato considerato, avendolo trattato in due punti delle loro memorie, in maniera ampia dalla Difesa di Montedison, perché questo studio, che è stato considerato da Montedison per integrare un buco evidentissimo della motivazione della sentenza di primo grado, questo studio parla in maniera esplicita di patologie del fegato e anche di alterazione alle vie respiratorie superiori e a quelle più profonde nei lavoratori del CVM. Infatti siamo nel 1949 e Tribuck e i suoi colleghi parlavano di un grande numero di epatiti, alterazioni del fegato, epatomegalie, un numero elevato di casi, e letteralmente continuavano che in una certa parte dei lavoratori sono state riscontrate alterazioni alle vie respiratorie superiori e a quelle più profonde. Montedison ha detto che queste patologie rilevate da Tribuck non riguardano gli impianti di CVM e PVC e che queste patologie venivano attribuite ad additivi, a sostanze additive, ma sicuramente non al CVM. Bene, per questo io sono costretto a chiedere che su questo punto fondamentale della conoscenza e della conoscibilità venga rivisto questo studio con traduttore eventualmente e con consulenze del Pubblico Ministero, che deve... con consulenti, che indico da un punto di vista impiantistico il dottor Mara e l’ingegner Carrara, che hanno trattato queste questioni, proprio per spiegare e confermare quello che peraltro è evidente da questo studio, che le patologie nei lavoratori di queste fabbriche dell’Unione Sovietica riguardava proprio gli impianti del CVM, del PVC ed assolutamente non altri impianti e le patologie erano sicuramente attribuibili al CVM e al PVC. Concludo sul punto dicendo che su questo studio dimenticato devo dire che solo il Tribunale se ne è dimenticato, perché di questo studio parlano tutti, nei primi anni ’70 ne parla IPA americana, ne parla Iarc, addirittura nelle monografie sul CVM, ma ne parla addirittura il Presidente, imputato, Eugenio Cefis in un suo documento dell’agosto del 1975, quando scrive al Consiglio Regionale Veneto in materia di CVM, quindi entrando concretamente in questa materia processuale, per dire che le prime alterazioni del fegato attribuite al CVM sono queste di questo studio di questo ricercatore scienziato e collaboratore russi, quindi tutti le conoscevano, tutti le riportano nelle bibliografie e monografie, eccetto il Tribunale di Venezia. Credo che su questo vuoto importante debba essere fatta un’integrazione con l’audizione di un traduttore della Corte, se vorrà, o comunque del Pubblico Ministero e degli imputati, se vorranno essere presenti, e del consulente per illustrare questa vicenda. Faccio peraltro presente fin da adesso, lo ricorderò durante queste richieste, che è stata depositata prima di quest’udienza, prima dell’apertura di questa udienza una memoria da parte della Procura Generale, che fa riferimento tra qui altri studi vecchi anche a questo di Tribuck che in maniera specifica illustra già queste vicende e quindi sia per questo studio che per tutti gli altri studi, considerati nella memoria chiedo che comunque vengano acquisiti, perché fanno parte della conoscenza dei dati scientifici e credo che nessuno in nessuna sede possa opporsi a quella che può essere quanto meno la conoscenza e la conoscibilità scientifica in materia di nocività del CVM. Dopo questa prima richiesta, e rimango allora sempre a questi consulenti, Mara e Carrara, chiedo su altri punti fondamentali che vengano lo stesso sentiti. Un altro punto fondamentale riguarda il punto trattato a pagina 290 della sentenza di primo grado, è un punto dove c’è una posizione preconcetta da parte del Tribunale, perché letteralmente prima di affrontare gli interventi sugli impianti, gli interventi per la riduzione delle concentrazioni di CVM e le questioni delle commesse dice che va ricordato comunque preliminarmente ai cenni riguardanti ogni specifico reparto che gli interventi predisposti dall’impresa per il miglioramento dell’igiene degli ambienti di lavoro vennero programmati su due direttrici diverse, l’una a breve termine mediante la modificazione delle procedure in esercizio, l’altra a medio e lungo termine, incidendo sui processi e sulle apparecchiature. Gli interventi - continua la sentenza – sulle procedure vennero disposti ovviamente - ovviamente non si sa per chi – con riferimento alle fasi più esposte alla contaminazione dell’ambiente di lavoro. Ebbene, signori Giudici, qui ci sono i manuali dei reparti, i manuali relativi alle procedure di tutti i reparti, che non sono stati nemmeno guardati dal Tribunale, non è mai stata affrontata questa questione e quando il Tribunale dice che nel 1973 pertanto, chissà perché pertanto, vennero modificate le procedure relative alle operazioni compiute sulle autoclavi, ebbene, fino al 1985, 1973, 1974, 1975, non c’è nessuna modifica in questi manuali operativi acquisiti agli atti, nessuna, il Tribunale ha completamente omesso un intervento su queste valutazioni, su queste osservazioni, su questi documenti e quindi su questi manuali, reparto per reparto, e sulle commesse che non si sono mai chiuse in questo periodo, se non in casi sporadici, chiedo che vengano sentiti proprio per colmare questo vuoto probatorio su un punto fondamentale per la stessa sentenza di primo grado i consulenti che ho testé citato. E sempre in materia impiantistica, perché di questo sto parlando, c’è un altro punto importante, che viene affrontato qua e là in vari punti della sentenza di primo grato e che riguarda le principali situazioni a rischio per gli operai del CVM e PVC. Voglio parlare sinteticamente dell’entrata in autoclave, della posizione degli autoclavisti. Proietto dei dati solo per dare un’idea dell’importanza della questione, il Tribunale probabilmente non si è reso conto di quante volte gli autoclavisti, la categoria maggiormente a rischio, era costretto ad entrare in autoclave, allora ho fatto una tabella, sempre basandomi su dati che sono già agli atti del dibattimento, in cui si vede, ho indicato reparto per reparto, adesso viene proiettata sullo schermo quest’indicazione, il numero delle autoclave installate, il volume delle autoclavi, la grandezza di queste autoclavi, gli operai entravamo, vediamo al CV6, in autoclavi che avevano un diametro di 2 metri e mezzo scarso ed un’altezza di 3 metri e mezzo ed in queste erano costretti a lavorare continuamente tutti i giorni, ripetutamente, non era un’entrata casuale, perché quanto meno fino dal 1978, e utilizzo in questo caso dati di consulenti degli imputati, ma poi se ne parlerà e si discuterà sia con i consulenti, se la Corte d’Appello lo vorrà, ma comunque in requisitoria, di quanto fino alla fine degli anni ’80 fossero costretti gli operai ad entrare nelle autoclavi, ma questo periodo focale degli anni ’70 va considerato perché quanto meno fin dal 1978 vediamo ogni quante volte erano costretti gli operai per ogni turno ad entrare per la pulizia in queste anguste caverne, che erano le autoclavi, dense di CVM ed ogni turno di lavoro, si vede dall’ultima colonna, durava 8 ore, quindi vediamo reparto per reparto quante volte entravano gli operai e di questo non si è reso conto il Tribunale, pur parlando dell’entrata in autoclave, perché probabilmente, non so, avrà un’idea falsata della realtà, ritenendo che potessero entrare solo molto saltuariamente. E un altro discorso importante, sempre sulle valutazioni impiantistiche verrà illustrata in maniera più ampia, perché riguarda soprattutto la parte ambientale dal collega dottor Bruni, successivamente, ma solo per la parte che riguarda la produzione voglio proiettare alcuni dati, che riguarda sempre una consulenza, un lavoro che è stato compiuto utilizzando dati e documenti già agli atti del Tribunale e sono i dati, che riguardano la produzione dei reparti principali di CVM, il reparto CV11 ed il reparto CV22. E vi faccio vedere proprio progressivamente negli anni, dico rapidamente, perché l’illustrazione specifica spetterà al collega, dalla figura 1 e dalla figura 2 vediamo dal 1958 qual è l’andamento della produzione cumulata di CVM in vari periodi diversificati, fino al 1962, fino al 1970, fino alle 1979; poi nella figura 2 si vede dal 1980 al 1985, 1986 – 1994, poi dal 1995 al 2003, qui vediamo la cumulata produttivamente di CVM, questo è l’accumulo e i discorsi poi specifici vi verranno fatti... vi voglio mostrare solo rapidamente un’altra figura, che é la 3, su quello che è l’andamento sempre dell’accumulo, della cumulata dei valori relativa alla quantità di diossine e furani prodotti in questi stessi archi temporali dai soli reparti CV11 e CV22, nei periodi fino al 1962, fino al 1970, fino al 1979 e poi vediamo lo stesso l’andamento della cumulata nella figura successiva, che è la figura 4. E poi lo stesso è la figura 5, viene fuori per quanto riguarda gli anni più recenti fino al 2003, quindi sicuramente importi molto rilevanti, importi di produzione importanti che hanno cagionato esposizione sia a rame, vediamo rapidamente la figura 9, a partire dal 1971 fino al 1985 che cosa è successo, dalla figura 9, questo andamento delle cumulate dei valori di rame, che era contenuto nei fanghi originati durante la produzione di CVM, le fasi CV21 e CV22, vediamo fino al 1985 che cosa succede, e c’è questa cumulata... continua, non è una cosa che si è fermata ai primi ’70, così come continua lo scarico inquinanti relativo all’andamento delle cumulate delle diossine e dei furani dal 1980 addirittura al 2003. Mi fermo qua, perché ovviamente nel dettaglio discuterà il collega, ma questo per dire quanto sia importante questa audizione su punti fondamentali dell’intorno processo dei consulenti tecnici, che ho citato. E su questo punto, prima di passare oltre, voglio solo ricordare quello che su questi aumenti dell’inquinamento ci dice una sentenza recentissima della Corte di Cassazione, una Sezione Terza del 20 gennaio 2004, numero 985, che dice ad un certo punto "poiché l’aumento è un concetto per definizione relativo e presuppone raffronto tra due dati, che sono quantitativi e qualitativi e comunque di fatto riferiti allo scarico, con la prescrizione che il dato fisico–chimico preesistente all’entrata in vigore della legge – si parla di quella del 1999 - non può essere alterato in peius e i dati da comparare possono risultare da qualsiasi elemento e l’aumento potrà anche essere desunto da fatti significativi", qui si fa riferimento ad un’altra sentenza delle Sezioni Unite del 21 gennaio 2002. I dati da comparare allora, come si evince dai fatti tratti dalla decisione delle Sezioni Unite, non provenire necessariamente da analisi, ma possono discendere pure da considerazioni logiche, oltre che altre evenienze fattuali, per esempio aumento graduale della produzione e mantenimento dello stesso depuratore, guasto del sistema di depurazione et similia. Quindi questo per dire che su punti fondamentali affrontati dalla sentenza di primo grado vanno risentiti e rivisti certi dati insieme ai consulenti tecnici dell’Accusa, dottor Mara e ingegner Carrara, ovviamente in contraddittorio contemporaneo con quelli che sono i consulenti degli imputati. Passo ad un altro punto e ad un altro consulente, che riguarda la questione... passo alla parte che concerne più prettamente le patologie e la conoscenza del CVM e PVC, dicevo prima che ho depositato prima dell’inizio di quest’udienza una memoria in cui sono indicai degli studi fondamentali tradotti e dove ci fossero dei dubbi ovviamente chiedo l’acquisizione anche della traduzione, che è stata fatta e se vi dovessero essere dei dubbi chiedo che la stessa venga effettuata ad opera della Corte... ...rivisti questi dati, assieme ai consulenti tecnici dell’Accusa, dottor Mara e ingegner Carrara, e ovviamente in contraddittorio contemporaneo con quelli che sono i consulenti dei imputati. Passo ad un altro punto, ad un altro consulente, che riguarda la questione, passo alla parte che concerne più strettamente le patologie e la conoscenza del CVM e PVC. Dicevo prima che ho depositato prima dell’inizio di quest’udienza una memoria in cui sono indicati tutti gli studi degli studi fondamentali tradotti e dove ci fossero dei dubbi, ovviamente, chiedo l’acquisizione anche della traduzione che è stata fatta e ci dovessero essere dei dubbi e delle perplessità che queste traduzioni di per sé obbligatorie di studi che erano stati tradotti, che vengano effettuate ad opera della Corte. Su questa vicenda della conoscenza, della conoscibilità, della pericolosità e nocività del CVM, chiedo in particolare che venga sentito il consulente dell’Accusa professor Carnevale, perché la sentenza di primo grado ha operato un, diciamo, travisamento dei fatti, travisamento per dichiarazione del professor Carnevale, ha utilizzato dichiarazioni del professor Carnevale, alcune dichiarazioni selezionate che sono state rese nella fase soltanto iniziale del dibattimento nel 1998, senza tenere conto di quelle che erano tutte le emergenze documentali e di studio, di studi scientifici e conoscenze acquisite durante le rogatorie internazionali effettuate negli USA e i cui documenti sono stati acquisiti agli atti del dibattimento. Quindi su questa deformazione delle dichiarazioni del professor Carnevale, dell’uso che è stato fatto delle sue dichiarazioni, chiedo che venga sentito il medesimo, anche per una illustrazione, ove ritenuto appunto necessario anche all’integrazione eventualmente della memoria, depositato su questi temi e su queste questioni specifiche. Questa memoria, questa vicenda e questa audizione del professor Carnevale dovrebbe riguardare appunto gli studi scientifici, la questione relativa al patto di segretezza, come dirò meglio tra poco, e gli studi anche nuovi così come sono stati presentati, così come sono emersi sulle riviste internazionali negli anni recenti, anche successivamente alla chiusura del dibattimento di primo grado. Altri consulenti che duramente hanno criticato l’utilizzo delle loro dichiarazioni perché effettuate in maniera scorretta da parte del Tribunale sono i consulenti Comba e Pirastu. Ho eventualmente, se richiesto e comunque eventualmente produrrò con una memoria mia, queste dichiarazioni del dottor Comba e della dottoressa Pirastu, i quali tra l’altro in epidemiologia e prevenzione del 2003 hanno continuato i loro studi e i loro approfondimenti assieme a degli altri scienziati dell’Istituto Superiore di Sanità e della Toscana per quanto riguarda l’aggiornamento delle Corte, per quanto riguarda l’aggiornamento delle patologie da CVM che hanno colpito gli operai di Porto Marghera. Per quanto riguarda poi un’altra audizione di un altro che non è consulente, ma è un teste, anche se è un teste tecnico qualificato, sempre perché il Tribunale ha attribuito dichiarazioni, ad esempio, al teste Boffetta - che Boffetta non aveva reso - allora per questo chiedo che venga sentito, se necessario, il dottor Boffetta, proprio perché su una questione fondamentale come quella dell’epatocarcinoma Boffetta aveva detto in questo dibattimento alcune circostanze che invece sono state riportate in maniera non corretta al Tribunale. Per quanto riguarda in particolare la deposizione di Boffetta, il Tribunale diceva da parte di Boffetta ci sarebbe stato un suggerimento - a pagina 210 della sentenza del Tribunale - un suggerimento di una sospensione di giudizio allo stato delle conoscenze, però va risposto che né Boffetta nella deposizione, né Word e altri nell’articolo hanno suggerito assolutamente questa sospensione di giudizio, perché invece le conclusioni dello studio di Word sul carcinoma epatocellulare sono proprio in altro senso, perché per dieci casi istologicamente confermati come carcinoma epatocellulare si osserva una marcata relazione dose-risposta, sia con la durata dell’esposizione, che con l’esposizione cumulativa, suggerendo che l’esposizione a CVM può essere associata anche con questo tumore, quindi si vede con le dichiarazioni attribuite a Word, attribuite da Boffetta al Tribunale vadano proprio in senso contrario. Per altri consulenti, dei quali chiedo l’audizione, è proprio per questa deformazione dell’intervento effettuato in aula e degli scritti che hanno depositato, faccio parimenti riferimento all’audizione del dottor professor Giorgio Forti, in materia di Genetica Molecolare, proprio perché fa riferimento a quello che è stato l’intervento in maniera del Tribunale e che fa disquisizioni – così dice - poco rilevanti, con interpretazione poco appropriata di molti dei lavoratori scientifici citati. Il professor Forti, proprio in materia di basse dosi, potrà smentire quello che gli viene fatto dire dal Tribunale. Così come un’altra situazione di sconcerto è quella del professor Vineis, professor Vineis che addirittura aveva depositato, aveva effettuato uno studio e poi aveva depositato una relazione assieme a Comba e Pirastu in materia di sinergismo tra CVM, alcol e fumo. Di questa relazione non c’è traccia nella sentenza, non si sa neanche perché, si è parlato di altre cose, il Tribunale ha citato un vecchio libro del 1991 del professor Vineis, l’ha citato ripetutamente, ma di quello che ha detto Vineis in aula, della sua relazione sul sinergismo CVM, alcol e fumo non c’è una parola. Quindi si chiede l’audizione di questi consulenti. Per quanto riguarda ancora quello che ho citato come indicato nella prima richiesta del 29 ottobre 2002, chiedevo l’acquisizione delle foto aeree della zona dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. Indico immediatamente perché è una questione importante, perché è una questione rilevante, perché è stato lo stesso Tribunale, possiamo far vedere la prima foto per dare un’idea della zona, dalle pagine 515-516 in poi della sua motivazione, ad attribuire per l’inquinamento che c’è stato nella zona del canale industriale sud, soprattutto essenzialmente ai residui industriali provenienti dalla prima zona industriale. Ma questo dato è un dato storico che è certamente sbagliato, che è certamente falso, perché dall’acquisizione delle fotografie della zona si può vedere in maniera pacifica e dalle fotografie di cui appunto si chiede l’acquisizione so può vedere come nel 1944, nel 1955, nel 1961, perché queste sono le date delle fotografie, le zone che sono state colmate erano già terreni agricoli per la grandissima parte e la minima parte che non era terreno agricolo è stata imbonita con terreni provenienti da scavi dei canali industriali per i motivi che adesso indicherò. Allora, innanzitutto, possiamo far vedere questa che è la prima fotografia, fa vedere quella che è la zona che ci riguarda: si vede una penisola, è la penisola della Chimica, il punto che mette adesso Darsena della Rana e questo canale è il canale industriale sud che va sulla laguna; questa è l’isola delle Tresse, qui in alto c’è il ponte della Libertà, è il verde che porta poi al Parco San Giuliano, questa è la penisola della Chimica, la seconda zona industriale, la parte alta è la prima zona industriale, con canale ovest, canale nord e canale Malamocco–Marghera. Questa seconda zona industriale, a detta del Tribunale, sarebbe stata imbonita con rifiuti della prima zona industriale e quindi sarebbe causa di tutto l’inquinamento questa prima zona industriale e per contro, dalle fotografie che adesso vedremo, si vede come questa zona, in particolare Darsena della Rana, dove sono stati fatti i prelievi, questa parte del canale industriale sud, erano zone agricole, c’era un canaletto e questa parte era zona di barena, dove assolutamente non c’erano acque profonde da imbonire e da sistemare, perché erano già a pelo d’acqua. Passiamo un attimo alle foto più specifiche, ecco, vediamo un attimo da questa cartografia ancora meglio la zona che ci riguarda, la Darsena della Rana – per familiarizzare con l’immagine – ingrandiamo un po’, ecco, questa è Darsena della Rana, canale industriale sud, canale ovest. Ecco, allora passiamo alla prima fotografia che è quella del 1944. Qui rivediamo la zona: questa è la zona che dovrebbe essere imbonita e il canale, la Darsena della Rana, il canale industriale sud, viene a finire qui, all’esterno della fotografia, dove, - come vediamo da queste prima fotografia, ma ancor meglio dalle prossime del 1955 e del 1961, c’erano già campi coltivati, sia qui, sia qui, sia qui, qui soltanto c’era una barena a pelo d’acqua. Se si può visualizzare meglio, per vedere comunque dalle foto che poi consegniamo, si vedono meglio i rivoletti della barena, l’unica zona che sarebbe stata imbonita è questa parte minimale qui, questa parte qua. Ecco, questa è la foto del 1944, ma ancora meglio nella foto del 1955 vediamo ancore che non c’è il canale industriale sud, non c’è ancora la Darsena della rena e vediamo in questa parte che ci sono i campi che si vedono benissimo, si vedono ancora qua i campi dove verrà la Darsena della Rana, e qui s vede ancora la barena, quindi a pelo d’acqua sono tutte terre che sono già emerse, non c’era assolutamente nessun canale profondo, nessun’acqua profonda da sistemare, sono terre già emerse. La foto del 1961 è interessante perché ci mostra i segni, perché stanno cominciando a scavare il canale industriale sud e la Darsena della Rana, come vediamo qui stanno cominciando a delimitare. In questa parte il canale industriale sud segue quello che era il canale che vedevamo prima, questa è la situazione del canale industriale sud, la Darsena della Rana va a finire in mezzo ai campi, tutto questo mezzo cabale decisamente in mezzo ai campi, qui già c’erano i campi dal 1944, dal 1955 e dal 1961, qui è la barena e c’è ancora terra di barena don dei rivoletti, quindi non è assolutamente necessario portare metri e metri di terra. Ma qual è il discorso ancora più interessante relativamente a queste foto aeree? E’ allo sbaglio fondamentale che ha fatto il Tribunale, perché questo sbaglio poi implica un rovesciamento di tutte le considerazioni in materia ambientale e della cronologia dell’inquinamento della laguna. Il Tribunale, dicevo, cita ad un certo punto, dalla pagina 515 in poi, una convenzione Levi del 1929, che è allegata agli atti della consulenza degli imputati, consulenti Bellucci e Colombo, il Tribunale cita questa convenzione Levi a sostegno della tesi che la seconda zona industriale sia stata completamente imbonita con rifiuti industriali. In realtà però questo atto aggiuntivo - come si può vedere, è già previsto agli atti - riguarda solo una piccola area che i Levi avevano concesso all’amministrazione del 1939 per questo imbonimento. Si tratta di una zona di 57 ettari nell’estremo sud est della penisola della Chimica, quella che abbiamo indicato che è questa parte qua, delimitata a sud dalla canaletta, come so vedeva bene anche dalla carta del 1944 e dalle altre. La convenzione Levi del 1929 – poi ci sarà un atto aggiuntivo di dieci anni dopo, del 1939 - consiste, come si vede dalla lettura della convenzione, nella messa a disposizione da parte della ditta Levi di terreni barenosi per l’imbonimento da parte della regia amministrazione con materiale proveniente dagli escavi del porto Laguna di Venezia, questo è scritto ed è già agli atti, e queste foto danno la certezza assoluta di questo dato. La convenzione riguardava molti più mappali e vengono messi a disposizione per questo imbonimento soltanto questi 57 ettari, terreni di scavo del porto, per trasformarle in aree agricole, come dice la convenzione, come si vede, perché questa deve essere l’intenzione iniziale, tant’è vero che era previsto un compenso nel caso in cui ci fosse stato un deprezzamento o qualcos’altro, ma comunque questa era la situazione di questo canale industriale. Quindi ritengo che queste foto siano fondamentale per rovesciare completamente quella che è la tesi del Tribunale sulla cronologia dell’inquinamento tra la seconda e la prima zona industriale, perché se ci sono stati degli scarichi, dei residui industriali su quella seconda zona industriale, la seconda discarica di questa seconda zona industriale nella penisola della Chimica sono gli scarichi della stessa, prodotti dalla stessa seconda zona industriale. Passo ad un altro punto verso la conclusione, che è quello che fa più specifico riferimento al secondo comma dell’articolo 603 e sono le richieste da parte mia di acquisizione di una serie di studi di documenti che sono venuti alla mia conoscenza, successivamente al dibattimento di primo grado, o perché pubblicati dopo, o perché provenuti dagli Stati Uniti successivamente al dibattimento di primo grado. Il primo gruppo di richieste riguarda quattro documenti, sono dei documenti che riguardano il patto di segretezza stipulato tra le aziende a livello mondiale, Montedison in prima fila, per tenere segrete le conoscenze che stavano arrivando da Bologna dal professor Maltoni sulla natura cancerogena del CVM. In sentenza viene considerata quasi un’invenzione del Pubblico Ministero questa segretezza, questo patto di segretezza, ma è una segretezza invece questa che viene fuori in maniera documentale da tutta una serie di documenti che sono già citati anche nell’atto di appello, ma che viene confermata direi in maniera definiva e per questo è fondamentale e necessario acquisire anche questo documento, che è un documento del 20 luglio 1973. Questo documento, come gli altri di cui parlerò tra poco, sono venuti alla mia conoscenza perché ne parlava il libro dei professori che ho citato nella fase iniziale del mio intervento, (Marcovich) e (Rosnell) del 2001, ne ha parlato dall’ottobre 2001 e poi anche nell’aprile 2003, Epidemiologia e Prevenzione, e citando questi studi, dicendo e confermando l’esistenza di questo accordo di segretezza. Cosa vuol dire questo accordo di segretezza? Ora io faccio vedere solo uno di questi documenti per dare proprio la sensazione, faccio vedere il documento in inglese, ma ne consegno ovviamente e ne chiedo l’acquisizione anche con la traduzione. Questo documento datato 20 luglio 1973, l’autore è Daffild, riguarda le industrie della MCA, l’MCA è l’associazione delle industrie chimiche statunitensi, questo documento è classificato altamente confidenziale, e in questo documento strettamente confidenziale si parla di una riunione che si è tenuta il 15 giugno del 1973 con il gruppo europeo, tra le aziende degli Stati Uniti dell’MCA e il gruppo europeo, incontro che è stato tenuto a Bruxelles ed è stato stabilito, come si legge nella traduzione che proietto in questo momento, è stato stabilito che l’MCA sarebbe stata autorizzata a comunicare al NAIOS i dati acquisiti dagli studi avvenuti a Bologna. Perché cosa era successo? Quando il professor Maltoni comincia a segnalare solo alle industrie, ripeto, e le industrie non segnalano a nessuno, non agli operai, tanto meno agli operai, che il CVM è un cancerogeno, viene stipulato, viene scritto, abbiamo i dati, abbiamo i documenti in cui firmano le aziende questo patto di segretezza, viene scritto che i dati non devono essere comunicati a nessuno. Ad un certo punto la vicenda diventa incandescente, qualcuno anche al di là dell’oceano comincia a pensare che sarebbe necessario comunicare questi dati alle autorità statunitensi del NAIOS, che è l’organismo governativo che presiede che queste situazioni di tutela in materia di ambiente del lavoro e allora fanno queste riunioni gli americani, sollecitano questi incontri e in questo giugno 1973 l’MCA si incontra con gli europei e partecipa, come vediamo sotto per gli europei, soltanto Daffild della (ICI) che è la società inglese che rappresenta in questi incontri il gruppo europeo e viene scritto in questo documento che al fine di consentire al gruppo europeo di prendere contatto con le rispettive amministrazioni governative, qui siamo a circa un anno dai primi risultati del professor Maltoni, prima della presentazione al NAIOS fu richiesto un termine alla NCA, per questo motivo il predetto incontro NAIOS fu stabilito per il 17 luglio, quindi devono trovarsi gli europei, devono discutere se dare il consenso alla NCA per comunicare i dati al NAIOS e alle autorità governative negli Stati Uniti. Invece in questo documento vi è scritto che nel corso della settimana del 9 luglio la Montedison richiese una riunione urgente dei dottori che rappresentavano il gruppo europeo. La riunione avvenne a Bologna il 12 luglio, nel corso di questo incontro la Montedison dichiarò di essere fortemente in disaccordo sul fatto di consegnare al NAIOS qualsiasi risultato in merito al lavoro europeo, in quanto alcuni esponenti del gruppo non avevano ancora incontrato i loro governi e il NAIOS avrebbe potuto prendere delle iniziative affrettate sulla base dei dati consegnati. La Montedison è tanto contraria che alla riunione non manda neanche il suo rappresentante, alla riunione col NAIOS, il dottor Garlanda. Quindi questo è un documento che fotografa a luglio 1973 lo stato delle conoscenze e delle informazioni da parte delle aziende italiane, Montedison in primis, e internazionali, sulle informazioni che non avevano ancora dato alle autorità governative. E’ un documento storico, credo che non sia superabile, anche perché contornato da una serie di alcuni altri documenti che sono già agli atti. Su questo accordo di segretezza, guardate che esistono altri documenti, sono stati trovati sempre grazie a questo libro di (Marcovich Rossner), un altro accordo di segretezza firmato dalla (Down) Chemical & C., che è datato 13 novembre 1972 e che contiene proprio la firma di chi si impegnava a non comunicare i dati che venivano dagli studi europei e anche di questo studio ovviamente chiedo l’acquisizione con traduzioni allegate ed eventualmente che vengono sentiti i traduttori. A dimostrazione che questo patto di segretezza non era un vizio recentissimo delle aziende di tutto il mondo, ma era una cosa che aveva a che fare probabilmente con la storia delle industrie, ci sono altri due documenti di cui chiedo l’acquisizione: uno riguarda in maniera diretta e specifica il nostro processo, e riguarda un documento 24 gennaio 1967, che fa riferimento sempre alla sicurezza e alla segretezza su questi dati che deve essere mantenuta nella maniera più assoluta all’interno della MCA e delle società che fanno parte di questo gruppo di produttori del PVC, anche in relazione alle patologie che già nel corso degli anni sessanta era ormai quasi divenute di pubblico dominio: si fa riferimento alla acrostiolisi e il Fenomeno di Raynaud, quindi patti di segretezza che hanno i loro antecedenti storici. Ma a dimostrazione ultima di come non fosse assolutamente un’invenzione del Pubblico Ministero questo patto di segretezza instaurato dalle aziende, basta acquisire uno studio così datato, che io ho conosciuto solo di recente, e che è uno studio in altre materie di Lilienfeld del 1991, di cui parimenti chiedo l’acquisizione con la traduzione, che riguarda anche altre materie, altre produzioni industriali, come quella sull’amianto e come le produzione colorante all’anilina. Le aziende si sono sempre comportate in quella stessa maniera e viene – dico in sintesi solo le conclusioni - i dati - leggo letteralmente – è tutta una serie di azioni concertate, sono state pianificate e attuate nel corso di circa cinquant’anni, questo riguarda l’amianto, durante i quali venivano prodotti e poi soppressi molti dati. Un altro aspetto interessante di questa vicenda è il modo in cui l’informazione diventò pubblica, è stato attraverso azioni legali e ancora una volta solo attraverso questi processi riusciamo ad avere questi dati. Continua lo studio "Nessuna delle aziende coinvolte fornì spontaneamente questi documenti al pubblico. Infine, parla questo documento, sul livello di frode che ha caratterizzato i rapporti pubblicati. Mi fermo qua segnalando che si dice che riguarda anche l’industria dei coloranti dell’anilina, proprio come comportamento abituale delle aziende in questa materia. Altre acquisizioni che chiedo, come dicevo, sono quelle degli studi successivi al dibattimento di primo grado, che preciserò meglio e che comunque consegnerò in copia, li leggo soltanto, fanno riferimento tutti a esposizione dei lavoratori al CVM, delle conseguenze a livello di rischio occupazionale e di epidemiologia, secondo queste indicazioni, (Stichel Saiz) del 2002, Wong 2002 di cui ho chiesto l’acquisizione il 29 ottobre 2002 in Cancery Epidemiology, Wong 2002, di cui ho chiesto l’acquisizione il 3 gennaio 2004 in Occupational Environmental, eccetera, Wong 2003 di cui chiesto l’acquisizione il 05/01/04, poi c’è uno studio di Gennaro in Epidemiologia e Prevenzione del 2003, Morinello studio del 2002, di cui ho chiesto già l’acquisizione il 5 gennaio 2004, così come per Albertini 2003 e così come per gli studi di Pirastu e Bigelli e altri, di cui chiedo acquisizione e audizione, comparsi in Epidemiologia e Prevenzione del 2003, e lo studio di Romeo e Colombo, parimenti ho già chiesto l’acquisizione il 3 gennaio 2003. Per gli studi e in conclusione chiedo l’acquisizione di tutto quello che ho indicato nella mia memoria datata 10 maggio 2004, depositata prima dell’apertura di questa udienza, gli ultimi documenti per i quali chiedo l’acquisizione sono i seguenti: una e-mail, eventualmente se non viene acquisito questo documento, che venga sentita la persona in questione su questo esclusivo specifico punto, che mi è stata mandata il 2 febbraio 2004 dal dotto Salvatore Giudice, che era il medico dello stabilimento di Marghera, a cavallo tra il 1969 e gli anni settanta, documento che fa riferimento alle indicazioni che venivano scritte sui libretti personali dei singoli lavoratori per quanto riguardava i rischi e la necessità o meno di spostare questi lavoratori dalle mansioni che comportavano l’esposizione al CVM o a sostanza pato-tossiche o a irritanti respiratori. Credo che sia importante e fondamentale questo documento, perché l’eventuale audizione che chiedo in subordine del dotto Giudice, proprio perché la lettura dei libretti che sono agli atti sarebbe incompleta se non si capisce che cosa vuol dire, lavoratore per lavoratore, il numero apposto a fianco del giudizio, perché ci sono lo zero che indica nessuna controindicazione, l’uno indica in osservazione per eventuali sviluppi, il due inopportuna utilizzazione in mansioni con quelle a rischio, il tre da spostarsi appena possibile in una mansione senza quel rischio, il nove da spostarsi subito da una mansione con quel rischio perché seriamente controindicata. Da questa lettura fondamentale e ineliminabile si capisce quali erano i lavoratori, addirittura per la stessa azienda, come vedremo comunque anche nella requisitoria finale, che dovevano essere spostati o al più presto possibile o comunque subito, addirittura per l’azienda. Un altro documento di cui chiedo l’acquisizione invece è un libretto personale di un singolo lavoratore, che a me è stato consegnato il 16 aprile del 2004, si tratta del libretto di Poppi Antonio, perché ne chiedo l’acquisizione? Proprio per integrazione necessaria sulla produzione di Poppi, sul quale discuterò successivamente durante la requisitoria, perché Poppi Antonio è stato uno dei pochi lavoratori per cui il Tribunale ha riconosciuto un’epatopatia correlata al CVM, quindi credo che questo sia un documento fondamentale e credo che sia necessario per la produzione Poppi e per tutte le considerazioni e le conseguenze anche giuridiche. Poi, l’ultimo documento che voglio presentare è un altro documento recentissimo, che ho ricevuto l’8 marzo del 2004 ed è un documento del Magistrato alle Acque di Venezia, riguarda la parte ambientale, però l’ho ricevuto come Procura della Repubblica, sulla quale sono aperte ovviamente delle indagini, ma ritengo di poterne parlare perché questo documento è a conoscenza, come si vede dagli indirizzi, di tutti i responsabili civili di questo processo e sicuramente anche da parte dei difensori e di alcuni imputati. Si tratta di una serie di analisi che sono state effettuate dal Magistrato alle Acque di Venezia nel corso del 2002 e del 2003. Perché sono importanti e perché ho deciso di trasfonderle anche in questo processo? Perché sentendo anche la relazione che è stata fatta in materia ambientale ad un certo punto veniva anche posta la domanda che ha un po’ percorso un po’ tutta questa parte del processo in primo grado, cioè sulla presenza del Cloruro di Vinile Monomero CVM nelle acque di scarico e sulla considerazione del CVM che passa anche attraverso i vari passaggi intermedi e sul fatto di considerarlo giuridicamente un rifiuto tossico–nocivo. Credo che questo documento sia un’importante risposta, che sia necessario acquisirlo, proprio perché è un documento del 2002, che fa riferimento a dati 2002-2003. Perché nel 2002? Perché prima, nel 2001, com’è pacifico, come sanno tutti, il Magistrato alle Acque e gli altri organismi pubblici non avevano gli strumenti per misurare, semplicemente per questo, allora quando hanno cominciato a misurare e a cercare queste sostanze le hanno trovate. Nella prima schermata, nella prima tabella viene indicato dove sono stati fatti questi prelievi e in che date, canale industriale sud, canale industriale ovest, Malamocco-Marghera, Darsena della Rana, e vediamo anche che riguardano proprio le mostre parti processuali. La parte ancora più importante è rilevare come e che cosa sia stato trovato come superamento dei campioni in relazione ai valori, ai limiti di rilevabilità dello strumento. La cosa che più colpisce, che immediatamente colpisce, è che nei canali di interesse processuale, particolarmente il canale industriale sud, ci siano stati il maggior numero di superamenti con le sostanze, i solventi organici alogenati, solventi organici clorurati, che riguardano le specifiche contestazioni di questo processo, a dimostrazione che tutti i passaggi, anche intermedi delle sostanze che dovevano poi finire ad essere scaricate in laguna erano tutte sostanze inquinate perché addirittura dopo lo scarico finale trovavamo CVM nei vari canali, e vediamo il dicloroetilene, il cloruro, vediamo in particolare la linea del cloruro di vinile, 85, è notevolmente superiore a tutti gli altri dati, così come il dicloroetano, l’altra sostanza che riguarda questo processo e tutte le altre sostanze, i solventi, gli organici clorurati; quindi dicevo dicloroetilene, uno e due, uno e uno dicloroetilene, uno e due dicloroetano, tre cloroetilene, uno uno e due tricloroetano, tetracloroetilene e poi c’è il numero finale nella seconda pagina dove si vede quali sono i dati superiori. Quindi questo è l’ultimo documento, dicevo, ben noto a tutti quanti perché appunto il Magistrato alle Acque si è premunito di mandarli a tutte le amministrazioni pubbliche e poi alla fine anche alla Procura della Repubblica, e chiedo – certo - l’acquisizione di questo documento e l’audizione del dottor Giorgio Ferrari e dell’ingegner Carrara, proprio sul contenuto di questi accertamenti e sul significato di questi accertamenti. Ho concluso e consegnerò tutti i documenti che non sono già allegati alla memoria che ho citato nel corso di queste mie richieste.

 

DOTT. BRUNI – Prendo la parola dopo il dottor Casson per integrare le richieste di riapertura del dibattimento, molti aspetti di quella che è la tematica di cui dovrò occuparmi, quella ambientale, sono stati già tracciati dal collega perché hanno formato oggetto di richieste di riapertura del dibattimento già contenute nell’atto di appello e in particolare mi riferisco all’acquisizione delle foto aeree relative alla seconda zona industriale che attengono al tema appunto della datazione e dell’origine dell’inquinamento che è uno dei temi più rilevanti che hanno formato oggetto di discussione nell’altro procedimento di primo grado e su cui si confrontano opposte tesi da parte dell’Accusa, da parte della Difesa, che poi verranno più ampiamente sviluppate nel corso della requisitoria finale. E poi al tema delle analisi sui pozzi che invece attengono all’altra sottocategoria, se così vogliamo chiamarla, della tematica ambientale, che è quella relativa all’inquinamento delle acque di falda. Per quanto riguarda l’ufficio che rappresento, che non ha proposto impugnazione verso la sentenza di primo grado, le richieste che verranno formulate in questa sede possono essere valutate evidentemente dalla Corte d’Appello ai sensi dell’articolo 603 terzo comma del C.P.P. in quanto si tratta di una sostanziale sollecitazione della Corte di prendere in considerazione appunto la prospettiva di ampliare l’oggetto delle informazioni e lo spettro delle informazioni su cui fondare il giudizio di appello, tenendo conto di alcuni apporti conoscitivi che vengono in qualche modo ad integrare anche le lacune che la stessa sentenza di primo grado addebita all’impostazione concettuale dell’Accusa, con particolare riferimento appunto alle tematiche del secondo capo di imputazione, e che quindi vengono in qualche modo a soddisfare talune richieste di integrazione di comportamento dell’impostazione accusatoria che hanno poi condotto appunto i primi Giudici ad intervenire appunto ad una pronuncia assolutoria. Evidentemente le richieste che verranno formulate in questa sede non possono concernere tutti gli aspetti e tutti i profili problematici che sono stati appunto oggetto di valutazione da parte dei primi Giudici e di censura da parte dell’appellante, in quanto per alcuni aspetti si tratta di valutazioni che saranno fatte in sede di requisitoria e in cui si contrapporranno argomenti critici alla valutazione operata dal Tribunale delle evidenze probatorie scaturite dal dibattimento di primo grado. Però ci sono due aspetti che sono quelli che formano oggetto della richiesta di quest’ufficio e che sono condensati, sintetizzati in brevi illustrative che ho depositato testé al cancelliere e che vengo ora sinteticamente ad esporre. Faccio soltanto rilevare che queste note illustrative poi fanno riferimento a tre memorie, diciamo così, due delle quali sono a firma mia e del dottor Casson, lo dico perché deve essere chiaro che non si tratta di "farina del nostro sacco", diciamo così, perché sono state redatte con il contributo fondamentale dei consulenti ingegner Carrara e del dottor Marra, che saranno quelli la cui audizione appunto verrà richiesta come oggetto della richiesta di riapertura del dibattimento. Mentre la terza relazione è invece frutto di un incarico che è stato conferito a consulenti dell’Accusa, professor Tomatis e professor Vineis e ingegner Zapponi, e invece questa è a firma dei consulenti, devo dire che è stata trasmessa via e-mail e comunque si tratta di consulenti di cui si chiede l’audizione sulle tematiche che formano per l’appunto oggetto di questa relazione. Veniamo appunto ai temi che formano oggetto delle richieste di cui ho detto. Il primo tema è quello relativo appunto all’andamento nel tempo dell’inquinamento da policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani derivante dalla produzione di CVM presso il Petrolchimico di Porto Marghera nel periodo che va dal 1980 al 2003, a confronto con l’inquinamento degli anni precedenti, il periodo preso in considerazione è il periodo compreso tra il 1958 e il 1979, nonché quello del rame contenuto nei reflui di processo del ciclo dicloroetano CVM rispetto alla totalità riversata in laguna con le acque reflue del Petrolchimico di Porto Merghera. Innanzitutto perché si pone questo spartiacque temporale del 1980? In quanto appunto sappiamo che il 1980 è l’epoca in cui entrano in vigore le famose tabella allegate alla legge speciale per Venezia, relative alle concentrazioni massime di talune sostanze inquinanti ed entra in vigore praticamente con l’entrata in vigore delle leggi in materia di inquinamento idrico. Perché si fa riferimento alle diossine, ai furani e al rame? In quanto sappiamo appunto che il ciclo produttivo del CVM, che deriva dal cracking del dicloroetano, che a sua volta si ottiene per reazione di ossiclorurizzazione dell’etilene all’acido cloridrico e l’ossigeno dell’aria, si ottiene appunto presso i reparti CV11 dal 1958 al 1985 e dal 1971 fino ad oggi presso il reparto CV22. Questo ciclo produttivo comporta, a seguito di reazioni parassite, la formazione di diossine e furani e altri composti tossici. Per quanto riguarda il rame, è un altro tipico sottoprodotto della produzione del cloruro di vinile. Venendo appunto al tema della produzione del cloruro di vinile, già le diapositive che sono state proiettate nel corso dell’esposizione del dottor Casson vi hanno dato un quadro dell’andamento nel tempo della produzione di CVM. Adesso faccio un bel passo indietro, vi dico come si è arrivati a quella quantificazione, per quanto riguarda l’andamento della produzione delle diossine.

 

PRESIDENTE - Quale è la richiesta istruttoria?

 

DOTT. BRUNI – Di sentire i consulenti tecnici, il dottor Mara e l’ingegner Carrara su questi temi che adesso sto illustrando.

 

PRESIDENTE - Ma avete dato un incarico a queste persone?

 

DOTT. BRUNI – Sì, abbiamo dato un incarico.

 

PRESIDENTE - Quindi è un’ulteriore attività investigativa la vostra?

 

DOTT. BRUNI – Sì tratta della rielaborazione di dati già contenuti nel fascicolo del procedimento di primo grado e quindi non di attività di studio ulteriore, di acquisizione di elementi di conoscenza nuovi rispetto a quelli che erano già contenuti nel fascicolo di primo grado. Si tratta soltanto di uno studio che in qualche modo ha tratto le implicazioni che erano già sottintese in dati di conoscenza contenuti nel fascicolo del procedimento di primo grado.

 

PRESIDENTE – Quindi è una consulenza di parte?

 

DOTT. BRUNI – Certo, chiaramente poi sarà oggetto di contraddittorio, anche con i consulenti degli imputati, io stavo illustrando il tema e la rilevanza poi, arriverò a dire anche qual è la rilevanza di questo tema in funzione della contrapposizione delle risultanze di questa indagine rispetto a quelle che sono le conclusioni cui perviene il Tribunale in ordine a certi profili, innanzitutto di rilevanza di un addebito di colpa, che è quello dell’aver scaricato secondo le modalità degli scarichi indici, quindi con depurazione rifiuti che invece dovevano essere considerati tossico-nocivi e che richiedevano quindi altre modalità di rifiuto, e su questo tema poi ci sarà un’altra richiesta che sarà formulata alla prossima udienza dall’Avvocatura dello Stato. Poi, appunto, per dimostrare che questo tipo di addebito di colpa è rilevante ed è pertinente al tema dell’inquinamento, così com’è stato contestato, diversamente da quello che sostiene il Tribunale che in realtà questo tema, questo addebito di colpa non sarebbe pertinente in relazione agli addebiti che sono stati formulati con i capi di imputazione.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

DOTT. BRUNI - In realtà lo studio ha cercato di quantificare le quantità di diossine e furani prodotti nel corso degli anni di attività considerati dagli impianti CV11 e CV22 del Petrolchimico, sulla base dei valori noti relativi ad un atro secondo le stesse modalità produttive presso altro impianto finlandese che produceva CVM secondo le stesse modalità produttive impiegate presso il Petrolchimico di Porto Marghera. Posso far vedere la tabella 2, se è possibile, a pagina 11 - comunque la Corte ha a sua disposizione il testo integrale di questa relazione - in cui è contenuta appunto la stima della formazione di PDD e PDDF e il rispettivo equivalente in tossicità, equivalente internazionale, nella produzione ci CVM per cracking cloruroetano presso i reperti CV11 e CV22 e 23 del Petrolchimico di Porto Marghera. I dati sono suddivisi per periodi di attività, anni di attività, produzione annua di CVM e produzione cumulata espressa in tonnellate, formazione di fanghi e scorie per ogni tonnellata di CVM prodotto e produzione di diossine e furani per ogni tonnellata di CVM prodotta espressa in chilogrammi come dato assoluto delle diossine ed espresso in grammi per quanto riguarda l’unità di misura della misurazione delle diossine in tossicità equivalente internazionale. Le tabelle 3 e 4 poi offrono la possibilità di un raffronto tra l’andamento della formazione di diossine e corrispondenti valori in tossicità equivalente internazionale nel periodo che va dal 1958 al 1979, nella tabella 3, e nella tabella 4 lo stesso andamento nel periodo compreso tra il 1980 e il giugno del 2003. La figura 3 offre una rappresentazione grafica dell’andamento della cumulata dei valori relativi alle quantità di diossine prodotte nei periodi 1958-1962, 1963-70 e 1971-79. Mentre la figura 4 per il periodo successivo, diviso tra tre segmenti temporali, 1958-1962, in cui era operativo il solo impianto CV11, 1963-1970, anch’esso con operativo solo l’impianto CV11, e il 1971-1979 in cui invece erano operativi sia l’impianto CV11 che il CV22. La figura 5, per il periodo successivo, in cui erano operativi sia l’impianto CV11, sia l’impianto CV22, nel periodo che va dal 1980 al 1985, mentre dal 1986 in poi è operativo solo il CV22 con diverse potenzialità nel tempo per quanto riguarda la produzione di CVM. La figura 6 infine dà l’andamento della produzione di diossine per quanto riguarda la misurazione in unità di misura di tossicità equivalente nel periodo ‘80 – ’85, ’86 – ’94, ’95 - 2003. Questo per dimostrare appunto che l’andamento dell’inquinamento da diossine dovute ai cicli produttivi del CVM, che è quello che è contestato nel presente procedimento, ha avuto un andamento progressivo anche dopo l’entrata in funzione dei sistemi di abbattimento dei carichi inquinanti nei primi mesi del 1980, sistemi di abbattimento dei carichi inquinanti che non avevano alcun effetto per quanto concerne invece l’abbattimento delle diossine e sul punto vi è l’integrazione di questa memoria, in cui vi è una ampia disamina dei ragioni, per cui si ritiene magari... si tratta di un tema già affrontato nel corso del dibattimento di primo grado e solamente sviluppato e approfondito in questa memoria, sul cui contenuto appunto si chiede l’audizione dei consulenti, che hanno contribuito alla loro stesura, appunto per dimostrare come i sistemi di abbattimento dei carichi inquinanti entrati in funzione negli anni ‘80 non avessero alcuna efficacia, nessun effetto per quanto riguarda la neutralizzazione, il filtraggio, la cattura delle diossine. Sulle ragioni per cui si è pervenuti a questa conclusione non posso che fare riferimento alla memoria che ho depositato, insistendo appunto per l’audizione dei consulenti sulla tematica che ne forma oggetto. Per quanto riguarda il rame, vi dico che anche il rame è stato stimato, la quantità di rame contenuta nei fanghi derivanti dai cicli produttivi del CVM, presso i reparti CV11 e CV22 nei periodi di tempo considerati...

 

AVV. ALESSANDRI - Chiedo scusa, signor Presidente, se interrompo, però a me pare che ci sia un problema di natura preliminare, qui si stanno esponendo alla Corte e alle altre Difese dei dati che riguardano delle consulente, che apprendiamo essere state conferite da parte dell’Accusa ad alcuni consulenti, e se ne parla, se ne discute, si proiettano lucidi, si danno dati, prima ancora che la Corte abbia deciso se rinnovare parzialmente il dibattimento, se dar luogo all’introduzione di queste eventuali cosiddette prove, mi rendo perfettamente conto che c’è un’esigenza di motivare la rilevanza, ma la rilevanza riguarda il tema, non riguarda i risultati che sono stati conseguiti al di fuori di ogni contraddittorio singolarmente dal Pubblico Ministero o dai suoi consulenti.

 

DOTT. BRUNI – E’ chiaro che l’utilizzazione di questi dati non potrà avvenire in quanto la Corte...

 

AVV. ALESSANDRI - Certamente, però sappiamo tutti che intanto questi dati trasmigrano nel verbale di udienza e naturalmente la Corte è perfettamente in grado di valutare l’utilizzazione degli atti, mi sembra però perfettamente inutile e vorrei dire anche scorretto anticipare...

 

PRESIDENTE - d’altra parte, Avvocato, per valutarne la rilevanza bisogna che pur sentiamo cosa ci dicono e quindi... l’eccezione la rigettiamo e ordiniamo procedersi oltre.

 

AVV. ALESSANDRI - ma questa era un’attività integrativa comunque che doveva essere deposita prima di discutere.

 

DOTT. BRUNI - No, non è un’attività...

 

PRESIDENTE - Poi la Corte deciderà se acquisirli o meno, insomma.

 

DOTT. BRUNI - ho premesso comunque che non si tratta di una vera e propria consulenza integrativa, che è andata ad esplorare terreni di conoscenza assolutamente ignoti al processo di primo grado, ma si tratta di elaborazione di dati già contenuti e si dà una chiave di lettura, una chiave interpretativa, che serve a dare risposta critica a talune conclusioni della sentenza di primo grado, ma non di una consulenza che va ad esplorare terreni assolutamente nuovi e ignoti. I dati su cui questi studi si fondano sono tutti già contenuti al fascicolo del procedimento di primo grado. Un unico accenno per quanto riguarda il rame, i valori dei contenuti di rame sono illustrati nella figura numero 7, che è contenuto nei fanghi secchi derivanti dalla produzione di CVM, nei due periodi che vengono considerati, ’71 – ’79 e ’80 – ’85, sono illustrati nella diapositiva che ora viene rammostrata, mentre nella figura 8 viene illustrato il rame scaricato con i reflui liquidi del processo del Petrolchimico di Porto Marghera nel canale raccordo, nel canale Malamocco - Marghera ed il totale dei due dati. Quindi in buona sostanza, adesso prescindendo... vengo al richiamo dell’Avvocato Alessandri e mi discosto per un momento da quelle che sono le conclusioni di questi aridi dati, che sono andato elencando, perché si chiede in buona sostanza alla Corte di valutare questo apporto di conoscenza? Cioè il dato relativo all’andamento nel tempo della contaminazione da diossine e furani nell’arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’60 fino agli anni ’80 e il periodo successivo, dopo l’entrata in funzione dei sistemi di abbattimento dei carichi inquinanti. Uno degli addebiti che viene mosso dal Tribunale all’impostazione accusatoria è quello di non aver considerato l’andamento nel tempo della contaminazione, di non aver tenuto in debita considerazione qual è stato l’apporto in termini di aggravamento della situazione di contaminazione di inquinamento della laguna, dei canali industriali, meglio, con riferimento alle posizioni dei singoli imputati e delle varie compagine aziendali, che si sono succedute in questo lungo arco di tempo, che è preso in considerazione dal capo di imputazione, che va sostanzialmente dalla fine degli anni ’60 fino alla seconda metà dello scorso decennio. Questa indagine almeno per quanto riguarda la contaminazione da rame e da diossine, che sono due tipici sottoprodotti della produzione del ciclo del cloro consente una precisa ricostruzione cronologica dell’andamento dell’inquinamento nei periodi di tempi considerati; in secondo luogo consente di attribuire sicura rilevanza causale ad uno dei fondamentali addebiti di colpa che sono stati formulati, non è l’unico, è uno dei più importanti, ma che nel loro complesso hanno contribuito a determinare la situazione di inquinamento, che viene contestata, che è quello relativo appunto all’aver utilizzato sistemi di smaltimento dei reflui liquidi provenienti dai reparti CV22 e CV23 come scarichi idrici anziché trattarli come rifiuti tossico–nocivi. Ripeto, sul tema sarete intrattenuti molto più diffusamente dal rappresentante dell’Avvocatura dello Stato, che avrà delle proprie istanze di rinnovazione del dibattimento per quanto riguarda talune carenze istruttorie, che sono state rilevate nel corso del dibattimento di primo grado, ai fini della dimostrazione del fatto che il CVM contenuto negli scarichi provenienti da quei reperti era contenuto in concentrazioni...

 

PRESIDENTE - Ce ne parlerà allora l’Avvocato dello Stato. Andiamo avanti.

 

DOTT. BRUNI - In concentrazioni maggiori di quelle che consentivano appunto di trattarlo come rifiuto liquido. Il tema che invece forma oggetto della mia richiesta serve per dimostrare... è quello che serve per dimostrare appunto la rilevanza di quell’addebito di colpa, in quanto se si fosse adottato un sistema di smaltimento di quei reflui così come prescritto dalla normativa sui rifiuti, anziché come scarichi idrici non si sarebbe determinato quel tipo di inquinamento da diossine, che segue quell’andamento nel tempo, che ho prima illustrato, in quanto appunto ci sarebbe stato un altro tipo di smaltimento del rifiuto stesso. Si tratta quindi di una conseguenza strettamente correlata sotto il profilo causale a quel tipo di scelta, che viene appunto contestata come addebito di colpa e che non si sarebbe determinata appunto, ripeto, se si fosse adottata una scelta diversa. Questo per quanto riguarda il tema appunto dell’inquinamento da diossine e furani nella laguna di Venezia. E su questo tema la richiesta di rinnovazione del dibattimento è di escutere, di sentire a chiarimento i consulenti tecnici dottor Mara ed ingegner Carrara, che hanno contributo alla redazione di quella memoria tecnica, a cui prima ho fatto riferimento. L’altro tema invece attiene ad uno dei profili per l’apprezzamento del pericolo nei reati di avvelenamento, dichiarazione colposa, che formano oggetto di imputazione nella seconda parte... nel secondo capo di imputazione; nel secondo capo di imputazione si tratta essenzialmente, diversamente dal primo capo di imputazione, di reati di pericolo, non già di reati di danno e quindi vi è tutta una tematica che sarà illustrata più ampiamente in requisitoria, che riguarda la teoria generale del reato di pericolo, del reato di pericolo astratto, del reato di pericolo concreto e quant’altro e delle modalità attraverso le quali il pericolo può essere apprezzato e valutato dal Giudice. Uno dei profili che, a mio avviso, sono più rilevanti ai fini della valutazione del pericolo, molti discorsi verranno fatti poi sulla valutazione del significato delle soglie, delle dosi ammissibili e quant’altro, ma non è questa la sede per soffermarsi su queste problematiche, uno dei profili però sui quali poco si è detto nella sentenza di primo grado è quello relativo all’effetto sinergico o additivo che deriva dall’assunzione combinata e contemporanea di più contaminanti nello stesso momento da parte dello stesso consumatore. Il punto è stato oggetto anche questo di una chiamiamola consulenza, dà comunque un apporto di ulteriori conoscenze, l’aspetto era già stato sfiorato nel corso del dibattimento di primo grado, ma non sufficientemente approfondito, da parte di consulenti dell’Accusa, professor Tommasi, professor Vineis e ingegner Zapponi e si afferma che, in particolare in questa consulenza, la valutazione del rischio in seguito all’assunzione contemporanea di sostanze tossiche deve essere valutata diversamente rispetto all’assunzione di singoli composti tossici, singolarmente considerati. In particolare per quanto riguarda le diossine sappiamo che oltre alla tetraclorodibenzidiossina, che è naturalmente considerata cancerogena tra le diossine, vi è tutta un’altra serie di composti appartenenti alla stessa famiglia, la cui tossicità viene comparata, equiparata a quella del tetraclorodibenzidiossina in base a fattori di conversione, che viene designata con l’unità di misura (inc.) equivalente internazionale. Lo stesso discorso riguarda anche gli IPA, i cosiddetti idrocarburi policiclici aromatici, per i quali esiste un’evidenza di genotossicità diretta anche per essi, nel caso della laguna di Venezia la contaminazione da benzo... da una delle famiglie... anche per li IPA, come per le diossine, il parametro di riferimento è rappresentato dalla tetraclorodibenzidiossina, per quanto riguarda gli IPA il parametro di riferimento a cui viene correlata la tossicità di tutti gli altri composti tossici appartenenti alla stessa famiglia, è la benzodiazepina, anche qui si fa tutto un discorso per dimostrare come l’assunzione congiunta di queste sostanze da parte dello stesso soggetto possa determinare effetti tossici aggiuntivi e sinergici ben più gravi di quelli derivanti dalla sostituzione singola di queste sostanze, in quanto possono aggravare gli effetti sia quando lo stimolo nocivo va a colpire solo un organo, sia quando invece lo stimolo nocivo correlato all’assunzione di queste sostanze vada a colpire organi diversi e quindi si determini un effetto sinergico interno all’organismo, che va quindi a determinare un peggioramento della situazione in termini di salute complessiva del soggetto esposto. Questo perché appunto la valutazione della dose ammissibile, di tutti quei parametri, che sono stati considerati nella sentenza di primo grado al fine di valutare l’apprezzamento del pericolo è quanto meno riduttiva e non tiene conto del dato di conoscenza e del dato scientifico relativo appunto all’assunzione congiunta di più contaminanti, in questo caso di contaminanti organici, diossine e di IPA, che sono quelle che determinano effetti tossici diretti su vari organi del nostro organismo. Ripeto, questi dati sono contenuti ampiamente nelle memorie scritte, che ho depositato, sarebbe quindi ultroneo in questa sede soffermarci ulteriormente sugli aspetti tecnici di queste materie, quello che rileva, quello che è importante rilevare è l’importanza di questi dati di conoscenza al fine di confutare taluni aspetti, che sono stati valorizzati nella sentenza di primo grado, per quanto riguarda, il primo aspetto, l’andamento nel tempo della contaminazione da diossine, l’irrilevanza dei sistemi di abbattimento dei carichi inquinanti per quanto riguarda le diossine e appunto il fatto che questo andamento di contaminazione è andato progressivamente cumulando senza nessuna soluzione di continuità in tutti gli anni presi in considerazione dal capo di imputazione, per quanto riguarda il secondo aspetto invece l’apprezzamento del pericolo ai fini della valutazione della configurabilità dei reati di avvelenamento e di adulterazione e anche conseguentemente di disastro, non mi soffermo quindi qui in questa sede come si costruisce l’impostazione accusatoria di disastro e quindi di avvelenamento e di adulterazione sotto il profilo della rilevanza in termini di pericolosità dell’assunzione congiunta di più sostanze contaminanti laddove la valutazione di pericolosità è stata fatta dal Tribunale sempre con riferimento a singoli assunzioni di sostanze inquinanti, assunte singolarmente dall’ideale consumatore con ferimento poi alle varie medie di consumo etc., che si trovi esposto attraverso a questo tipo di sostanze.

 

PROCURATORE GENERALE - Io farò, Presidente, un discorso di carattere completamente diverso e quindi non riprenderò nessuno dei concetti già esposti, se non da una prospettiva completamente diversa. Mi interessa molto, sono qui per questo, Presidente, la genesi di questo processo, la storia del processo, la storia della città; io credo che come approccio alla discussione, a quella parte di discussione che mi compete, io credo che in questa sede, chiedendo la rinnovazione del dibattimento, io vorrei fissare i paletti che sono già stati posti in particolare da Casson, il 603. La Corte deve decidere se rinnovare o meno il dibattimento, io credo che in questo processo bisogna rifarlo se non tutto o quasi, per molti motivi. Mancano le condizioni per decidere allo stato degli atti, se non siamo serviti a dimostrare alla Corte che qui non ci sono le prove per confermare la sentenza se non dopo un’attenta analisi, un’attenta ispezione, un’attenta ulteriore ricerca delle fonti scientifiche significa che non siamo stati bravi e probabilmente non siamo stati bravi, però siamo qui per ribadire questo concetto, non ci sono le condizioni oggi, allo stato degli atti, per decidere adesso per la conferma o per la riforma sulla sentenza. Sulla riforma in peius io ho le mie idee, che esporrò tra un attimo, e probabilmente la Difesa rimarrà colpita dalla coincidenza della mia posizione con la sua, aggiungo poi, ed è stato già lucidamente esposto e mi trova perfettamente d’accordo, nel discorso fatto da Felice Casson e ripreso anche da Bruni adesso, che qui si tratta di prove sopravvenute. Noi parliamo di prove sopravvenute soprattutto in termini revisione, ma se non sono sopravvenute sono state certamente successivamente scoperte, sotto molti profili. Si tratta di studi pervenuti, diceva Casson, dagli Stati Uniti di recente, alcuni presenti, ma ignorati e non devo ricordare alla Corte che anche in tema di revisione una prova cosiddetta inerte, io ho fatto una certa esperienza di revisioni e là, in sede di appello, il discorso della Corte può essere più largo, più disinvolto che in sede di revisione e non mi riferisco soltanto al caso Sofri, una prova inerte non rilevata, non valutata dal Giudice è prova sufficiente a stabilire la revisione. Anche di recente nel caso Gucci la Corta di Cassazione si è espressa in questo senso. Noi abbiamo degli studi scientifici, che provano la rilevanza causale del CVM rispetto ai tumori, sono stati esposti e già è stato chiesto da Casson, ma io ribadisco la sua richiesta, di acquisirli agli atti per farne oggetto eventualmente, se la Corte riterrà, di una perizia, in ogni caso abbiamo chiesto l’acquisizione degli studi e l’audizione degli studiosi che hanno o scritto gli studi o riportati gli studi in Italia. Si tratta quindi di prove documentali successivamente scoperte, che la Corte può senza dubbio acquisire ai sensi del 495, quindi senza limiti, senza sbarramenti, neppure concettuali. Ma dico di più, in base al numero 3 del 603 la Corte deve rinnovare, perché è assolutamente necessario ai fini di giustizia, anche d’ufficio in questo caso e se fosse io la Corte non avrei nessun dubbio. Qui c’è una prospettiva diversa, completamente diversa da quella che hanno esposto i miei due bravissimi colleghi, ma io credo che la Corte sbaglierebbe se ignorasse in questo processo quel dato di fatto fondamentale, la prospettiva è di... siamo di fronte ad un processo che non ha uguali, non ha paragoni, non ha riscontro con nessun altro processo di questa città, il processo rifà la storia dell’ultimo secolo, il Presidente sa perché ci siamo trovati diverse volte a discutere di questo, non di questo processo ovviamente, del fatto che io amo la storia e vedrete che rifacendo la storia del processo arriverò alle stesse conclusioni cui sono pervenuti i miei due colleghi da un approccio completamente diverso, forse opposto. L’insediamento industriale a Porto Marghera risale ai primi del ‘900, si tratta della presenza di un’industria chimica a forte densità, assurdamente insediata in un’area di grande rilievo naturalistico, una volta se leggete qualche vecchio libro sulla laguna, credo di essere tra i pochi che sa qualcosa della laguna qua dentro, Presidente, perché io del Petrolchimico, Casson è venuto dopo, mi occupo da circa 40 anni. Forse ho fatto poco, forse... anzi certamente non ho fatto abbastanza e quindi non voglio neppure assolvermi quando si accusa la Magistratura di protagonismo o di interventismo, non vorrei sentirmi dire che sono stato un interventista o un protagonista, probabilmente no, Presidente, sono stato inerte e mi giudico colpevole di non aver fatto abbastanza. L’insediamento industriale ai bordi della laguna è stato un vero delitto contro l’umanità, ha trasformato la laguna, non parlo da Verde, Presidente, io sono un Verde molto particolare, secondo alcuni mutandola in uno stagno melmoso e maleodorante, secondo altri comunque danneggiandola in modo irreversibile, dobbiamo dare la colpa all’industria per questo? No, Presidente, non faccio colpa a nessuno per questo, le chiede però di tener conto di questo processo e di questa realtà culturale per giudicare i fatti di questo processo. La scelta di allora, alla luce degli eventi successivi, si è rivelata certamente esiziale, ma non possiamo discuterla oggi con gli occhi del dopo, un politico, però è vero, qualcuno potrebbe dirmelo, ma dove sono i politici...? Dovrebbe sempre inforcare gli occhiali per distinguere il futuro giusto dal futuro pessimo, dal futuro che la società deve rigettare, naturalmente se si tratta di un vero principio e non di un semplice faccendiere e devo dire con molta amarezza, se voler fare il politico a mia volta, che nella storia di questa città veri politici sono stati e sono pochi, troppo pochi, ecco, però è un fatto che le prospettive dello sviluppo industriale e urbano apparivano affascinanti. Il concetto di ambiente, siamo ai primi del ‘900, e anche il concetto di ambiente è merito nostro, intendo della Magistratura protagonista, interventista, e di territorio non era completamente maturata, sembrava prioritaria la necessità di combattere la povertà e la disoccupazione, quante volte a Porto Marghera ci siamo chiesti se era più importante il richiamo dello sviluppo industriale o addirittura il ricatto occupazionale. Da destra e da sinistra arrivava la convergenza, non si poteva mai far nulla, mai chiudere uno stabilimento inquinante, perché l’industria urlava che avrebbe dovuto chiudere e soprattutto si urlava da sinistra, perché c’era il ricatto occupazionale. Fu comunque questa la scelta, Presidente, non rifaccio la storia politica, faccio semplicemente un approccio di carattere sociale ad un problema giuridico, fu comunque la scelta certamente discutibile già allora e sicuramente sbagliata alla luce di quanto abbiamo visto e credo anche alla luce di quanto un politico, ma non c’erano politici, poteva logicamente prevedeva. Ripeto ancora, perché sia chiaro, data la mia posizione, non chiamo nessuno a rispondere di questo, almeno di per sé, ma anche nell’ambito di questa scelta, è un concetto che già Felice Casson ha sviluppato, c’è da chiedersi se il progetto, questo progetto, l’esecuzione, la realizzazione di questo progetto sbagliato abbia in certe circostanze portate ad eludere l’obbligo valido da sempre prima della legge del 1952, a cui si è rifatto Casson, di tutela della salute dei lavoratori e dico di più dell’incolumità generale della collettività. Ma questo è il processo che stiamo facendo, Presidente, è questa la vicenda che si dipanata davanti al Tribunale e che ora è davanti alla Corte e che l’opinione pubblica ha seguito, e segue, con interesse spasmodico, non mi accusate adesso che faccio riferimento all’interesse dell’opinione pubblica come un fatto negativo, non è curiosità, perché se fosse curiosità sarebbe morbosa e sicuramente deprecabile, direi, però, è un intervento doveroso, come è giusto soprattutto da parte di chi ha rivestito e riveste il ruolo del protagonista sempre dalla parte di testimone, tutti i cittadini di Venezia, ma anche e spesso dalla parte della vittima, senza voce, vittime senza voce, inascoltate. Non so con quale faccia Provincia, Comune, Regione si costituiscono Parte Civile, Presidente, dovrebbero prima chiedersi se hanno fatto quando potevano e quanto dovevano, è questo il ruolo dei cittadini di Venezia, intendo dire di tutti i cittadini dell’area urbana, industriale e lagunare, tutti coinvolti, senza colpa diretta in una vicenda da loro non governabile e da cui sono stati travolti senza aver potuto neppure esprimere la propria opinione. Le scelte erano state fatte a monte, da tempo, certamente scelte obiettivamente infelici, si è data la priorità all’industria, all’occupazione, si è ignorato l’ambiente, non possiamo ridiscuterla, non voglio ridiscuterla, ma le scelte di allora vengono ora ancora al vaglio di questa Corte, quando, e questo è il punto, è questo il cuore del processo, si è maturato il concetto di ambiente, merito della Magistratura interventista, e si è affermato il diritto, il concetto di diritto individuale e collettivo alla tutela della salute e allora si è chiesto conto a qualcuno, agli imputati, si è chiesto conto di certe azioni e di certi comportamenti, ma soprattutto di certe omissioni, di certe mancanze più o meno occultate, alla luce, anche questo è stato detto, non è stato fatto riferimento a questa sentenza, ma tutti l’abbiamo sott’occhio, anche alla luce di quella nota impostazione sulla responsabilità colposa per comportamento omissivo quando ne derivino eventi delittuosi. Il Tribunale, Presidente, ha dato una risposta, da rispettare, io dico di più, perfino da ammirare, non ne ho mai fatto mistero, è una risposta che però la città ha largamente criticato, che non ha accettato, che non ha mostrato di condividere. Presidente, faccio delle affermazioni che probabilmente qualcuno criticherà tra qui a un minuto, l’opinione pubblica non ha ingresso in genere nei processi, se non è l’opinione pubblica di cui parlerò tra un attimo, l’opinione pubblica è convinto, è persuasa, non lo è solo Felice Casson, irremovibilmente persuasa, sfido chiunque a dire che sbaglio, che i morti in fabbrica sono deceduti per tumore contratto per effetto di CVM, togliamo il CVM e non ci sono morti, in un certo senso, Presidente, lo riconosce perfino il Tribunale. Io posso sbagliare, ma il Collegio è in clamorosa contraddizione con se stesso, i percorsi del tumore sono ancora, almeno in parte imperscrutabili, misteriosi, non del tutto chiari neppure per la scienza medica, eppure se il Tribunale avesse seguito fino in fondo questa impostazione avrebbe dovuto assolvere, e infatti qualcuno ha fatto appello, anche per la malattia di Raynaud e per l’angiosarcoma, ma il collegio Giudicante ha ritenuto provato il nesso di causalità. Io mi sono anche meravigliato leggendo la sentenza, è vero che ha motivato per altra via la non colpevolezza o comunque la non punibilità degli accusati, ma resta il fatto che ha ritenuto provato il nesso di causalità, quindi questa strada anche sotto il profilo dell’oltre ragionevole dubbio e non del più probabile (inc.), quindi in penale e non solo in civile, secondo l’impostazione, caro Stella, questa possibile c’è, esiste, perdura anche oggi e quindi almeno teoricamente abbiamo questa possibilità anche per l’epatocarcinoma epiteliale e non a caso il collega Casson chiede, in sede di appello, di verificarle, altre ricerche, altre consulenze, altre sperimentazioni, altri studi, ma, Presidente, possiamo ignorare quello che Felice ha detto un attimo fa? Che i consulenti ascoltati dal Tribunale sono stati presentati, sembra di leggere un fatto di ieri alla TV, in modo distorto, il Tribunale, dicono i consulenti, che hanno scritto delle lettere, che avrete, "ma io non ho mai detto questo, ho detto tutt’altro, come fa il Tribunale a mettermi in bocca queste informazioni?" E non basterebbe questo a decidere per la necessità della riaudizione di questi esperti, per la rinnovazione del dibattimento, ma Casson ha torto? Non lo so. Non si può dire se prima la Corte non percorre tutta intera la via della ricerca, è una strada lunga, faticosa, perfino dolorosa, è un percorso obbligato, ma secondo me inevitabile. Il Presidente mi conosce da circa 30 anni, sa che io sono sempre disponibile ad accettare qualunque sentenza, convinto come sono che i Giudici non inventano, sbagliano, come tutti, ma non inventano, ma dopo la ricerca, dopo la rinnovazione, dopo aver fatto tutto il possibile ed anche l’impossibilità, io potrò anche arrendermi, la Corte si potrà arrendere all’impossibilità ritenuta di ascrivere le morti al CVM, sia pure anche e perfino se fosse solo sotto il profilo dell’oltre ragionevole dubbio e della sua presunta ineleggibilità reale o ritenuta tale, a torto o a ragione, mi fermo se la Corte fa questo. Però tutti riteniamo, non credo che ci siano dubbi, Montedison, Enichem non regalano soldi per caso, questa è la verità, tutti sappiamo, tutti sanno che le morti sono tali per tumore originato da esposizione a CVM, ma Presidente non decampo dal mio problema, il diritto esige, Stella qui ci insegna, il diritto esige una prova rigorosa e precisa, non chiedo niente, assolutamente, chiedo solo che la Corte mi dia la possibilità di poterla offrire, salva la valutazione poi, sovrana per me incontestabile, incontestata della Corte. Ma io credo di poter aggiungere che questa ricerca, questa faticosa ricerca, questa rinnovazione che porrà la Corte di fronte ad un problema ineludibile, quello di rivedere tutto, di riappropriarsi e di rielaborare l’intero materiale probatorio, non una carta, non due, tutto, si impone sotto un altro profilo. E sempre nell’imprescindibile ottica della giustizia, per fini di giustizia, dice il 603, e questo credo che sia un aspetto anche più importante del precedente. Ho già detto prima che la sentenza di primo grado non ha soddisfatto, ha lasciato insoddisfatto i più, probabilmente i Giudici hanno cercato di fare il loro meglio, ne sono sicuro, conoscendoli, ho già detto che la sentenza può essere addirittura ammirata e può essere ammirata da me in modo particolare conoscendo quei Giudici e conoscendo questa materia, però c’è stata, la Difesa me dovrà dare atto, la sensazione assai diffusa del grave distacco tra il mondo reale e questo giuridico, della discrepanza inaccettabile tra giustizia dovuta e giustizia data, secondo alcuni questo distacco, questa discrepanza, questo iatus è colmabile, secondo molti è da colmare assolutamente, in ogni caso è comunque ancora colmabile, visto che l’appello, se Dio vuole e Dio vuole, è ancora un giudizio di merito, di riparazione degli errori. Giudici bravi, forse bravissimi quelli di primo grado, ma Giudici che hanno commesso degli errori, ma qui voglio anche aggiungere che una sentenza, ed è questo l’oggetto particolare del mio dire, e non vorrei essere tacciato di uno che cerca soluzioni curiose, fuori del seminato come si usa dire, una sentenza emessa in nome del popolo, ex articolo 101 della Costituzione, deve o dovrebbe sempre corrispondere anche alle attese dell’opinione pubblica, quell’opinione pubblica di cui parlavo prima, non in senso deteriore, nel senso cioè di dare comunque in pasto alla gente una qualunque condanna – vendetta, la giustizia vendicativa, non siamo d’accordo quale che sia, ma nel senso di stabilire o di ristabilire il nostro problema, un rapporto giusto, equilibrato e verificabile tra la pronuncia in concreto e quella che si può obiettivamente esigere dalla giustizia in senso stretto e arrendendoci tutti solo in caso di provata, riscontrata, documentata impossibilità tecnica o logica di arrivare. Cosa voglio dire? Il Tribunale si è fermato troppo presto? Non lo so, almeno non lo so adesso, ma è proprio quello che chiedo di sapere, è questo quello che voglio sapere io, Presidente, è questo che vogliamo sapere tutti, è questo che vuole sapere la città intera ed è proprio per questo che chiediamo alla Corte di poter sapere, di potere convincerci in un senso o nell’altro, non fosse che nel senso dell’impossibilità oggettiva verificata, documentata di raggiungere una prova del reato o della sua insussistenza. Quando la corte avrà compiuto la sua verifica potremmo accettare tutto, la città stessa oggi scettica. Questa sentenza non ha giovato alla giustizia, perché l’opinione pubblica ha avvertito che è una sentenza che si distacca, forse è giusta, ma non capisce perché, la città stessa accetterà dovrà comunque accettare anche una conferma, pronunciata su basi precise di avvenuta rivitazione della prova, altrimenti ci resterà l’insoddisfazione, ci resterà e crescerà la sensazione della sofferta ingiustizia, del rifiuto della giustizia. Di più, dobbiamo evitare ad ogni costo, e qua sono sicuro che la Difesa mi darà subito ragione, ma non mi tiro indietro sui problemi difficili, l’eventualità di una riforma in peius, sulla mera rilettura delle carte, Presidente sono situazioni dolorose, la Corte sa bene perché era presente quando io ho fatto la discussione che io ho detto che l’appello del Pubblico Ministero non poteva ritenersi incostituzionale e la Corte ha più o meno seguito quest’impostazione, però anche in quella sede, e quindi non faccio che ripetere ciò che ho detto, ho sostenuto che la riforma in peius senza rinnovazione è un tipo di decisione da evitare assolutamente. Proprio ieri si è parlato della sentenza Mannino, l’altro ieri della sentenza Andreotti e qui in Corte c’è stata la sentenza contro Polizia, rovesciata completamente dall’assoluzione alla condanna, non so se sarà giusto, Presidente, probabilmente è giusto, io non metto mai in dubbio la buona fede dei Giudici e la capacità della Corte di leggere tra le carte, però mi chiedo se sentenze di questo tipo in processi di questo tipo, caratterizzata dall’ingovernabilità assoluta dalle carte, oggi, Presidente, siamo stati costretti ad assistere alla scena di un Avvocato di Parte Civile, che acclude due documenti noti a tutti per far scattare in qualche modo i termini per la dichiarazione di ricusazione, perché in questa voragine di carte nessuno sa, nessuno può dire di aver detto tutto. Io ci sono capitato molto volte, Presidente, perché era un istruttore accanito anch’io, quando ero più giovane, e mi è capitato di istruire processi ingovernabili, vagoni di carte, che sono andati in Cassazione senza che i Giudici di primo, di secondo e di terzo grado avessero letto neppure il 10%. Potrei citare casi, ma forse non è il caso, ma uno lo cito perché è una cosa che mi ha sempre fatto impressione, è il processo dei petroli, le carte del processo dei petroli sono ancora qui, eppure sono andati in Tribunale, in Corte d’Appello e in Cassazione vagoni di carta, nessuno si è accorto che c’erano, eppure era scritto, quando si è mandato il processo in Tribunale, che le carte erano ospitate nel Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia per l’impossibilità di appoggiarle alla Corte. Per dire quando un processo è ingovernabile, su questi limiti forse potrà far piacere a qualcuno che io legga qualche brano di un articolo, di un Avvocato, non mi capita quasi mai, ma è un Avvocato particolare, è Avvocato Franco Coppi, docente all’Università di Roma, che ci dice questo: "Si considera ancora che è stato introdotto nel nostro ordinamento esplicitamente il principio seconda cui l’imputato può essere condannato soltanto se il Giudice si sia convinto della sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, sembra difficile accettare l’idea che dopo una sentenza di assoluzione in primo grado il verdetto possa essere completamente ribaltato da un nuovo Giudice e che non sussista, continui a non sussistere il minimo dubbio circa la colpevolezza di un imputato, dopo che costui il più delle volte sulla base delle stesse prove era stato riconosciuto innocente"... ...il verdetto possa essere completamente ribaltato da un nuovo Giudice e che non sussista, continui a non sussistere il minimo dubbio circa la colpevolezza di un imputato, dopo che costui il più delle volte, sulla base delle stesse prove, era stato riconosciuto innocente", è vero, l’ho detto anche l’altra volta, quando diceva Padovani che sbagliava a dire che era incostituzionale l’appello del Pubblico Ministero, quando vi dicevo che è un intervento doveroso del legislatore, la rinnovo ancora questa richiesta. Chi ha pratica del processo penale sa anche che il giudizio di appello e ovviamente l’occhio alla Corte d’Assise d’Appello, però aggiunge nei procedimenti di enorme complessità ci siamo, è nostro, si risolve - forse Coppi esagera – si risolve spesso in una farsa o comunque in un rito da cui sono tagliati fuori molti dei partecipanti al Collegio che non hanno avuto alcuna possibilità, ma chi ce l’ha, Presidente? Un giorno o l’altro mi trovo a fare per divertimento un censimento per sapere quanti di tutti questi illustri professori, avvocati, sono presenti qui in aula, quanti hanno letto tutto, è meglio che non lo faccio, Presidente, avrei una delusione che mi lascerebbe stecchito per tutto il resto dei miei giorni. Ma chi ha letto tutto? E’ uno anno e più che leggo questo processo da tutte le parti, credo di aver letto non più di 10% e sono sicuro di aver letto molto più della maggior parte di voi.

 

PRESIDENTE – Procuratore generale, concludiamo?

 

PROCURATORE GENERALE – Non faccio provocazioni, chi legge le migliaia di pagine del fascicolo precedente... Sono rimasti comunque estranei alla viva formazione della prova realizzatasi nel corso del giudizio di primo grado, coloro che hanno l’esperienza di avvocati - è sempre Gobbi – hanno vissuto la tristezza di giudizio nelle quali alcuni dei Giudici apparivano convitati di pietra, poco appunto interessati alle discussioni che si svolgevano in aula. Io ho sempre pensato – è sempre Gobbi – che sia assolutamente diverso l’approccio del Giudice, anche di quello togato, al materiale probatorio, secondo che la prova si formi in corso in sua presenza nel corso del dibattimento o debba invece riviverla attraverso la lettura delle carte. Sarà un caso, ma Mimmo Politanò, da tempo mio amico, ha insistito perché la relazione integrasse le memorie della Difesa, ha fatto benissimo, aveva ragione da vendere, l’ho detto già appena l’ho sentito. Beh, non dico che è stato fatto con un secondo scopo, che uno parla avendo... "Parla a suocera perché nuora intenda", però la Difesa ha voluto la sicurezza che la Corte si sia impadronita del materiale e delle riflessioni della Difesa, aveva perfettamente ragione. Di fronte a questa esperienza, e concludo con Coppi Presidente, vi chiedo - e me lo chiedo anch’io - se non debbano essere studiati elementi ce consentono in sede di appello la ripetizione obbligatoria del procedimento di formazione della prova, certo, poi Coppi – ma coincide ancora una volta con quanto io vado dicendo da due anni, nell’inaugurazione dell’anno giudiziario - potrebbe essere accoppiata questa cautela con l’altra, di eliminare il ricorso in Cassazione per i vizi di motivazione, lo so che gli avvocati non ci stanno più, a questo punto non gli piace, il vizio di motivazione è la massima palestra degli avvocati, dell’esercizio professionale, ma se noi limitiamo il ricorso alla violazione di legge, possiamo tranquillamente introdurre...

 

PRESIDENTE - De iure condendo, cerchiamo di concludere, signor Procuratore Generale.

 

PROCURATORE GENERALE – Devo concludere, ma ho bisogno ancora di un quarto d’ora, se no parlo oggi pomeriggio, Presidente. Parlo per un quarto d’ora ancora. Condannare senza rinnovazione sarebbe ancora peggio che confermare le stesse condizioni, in tutti e due i casi avremmo un sentenza sradicata dalla coscienza popolare, proprio perché tutti, io più di tutti, avvertiamo la necessità di un’ulteriore risposta che valga a rimuovere i dubbi e le perplessità residue, e sono tante Presidente, il senso di giustizia esige la verifica, la certezza almeno pratica che nasce dalla ricerca, dall’indagine instancabile, fino alle possibilità estreme della scienza. In un processo come questo si tratta di un passaggio ineludibile, ho già detto che sono disposto ad accettare qualunque sentenza della Corte, se la Corte fa quello che chiedo, se non facciamo così, Presidente, la sentenza, qualunque sia, si lascerebbe indietro strascichi inaccettabili di incertezze e di perplessità. La sentenza è pronunciata in nome del popolo, Presidente, non è un caso che il processo sia pubblico – ritorno al mio tema preferito – e sempre non a caso la sentenza è motivata, non sto scoprendo l’ombrello, ma sono dati che risultano dalla nostra Costituzione che non sempre vengono avvertiti. Sotto il primo profilo la sentenza, il processo è pubblico perché la regolarità del rito sia controllabile direttamente dal popolo destinatario della sentenza, sotto il secondo, quello della motivazione, già dell’epoca borbonica perché il Giudice renda conto al popolo del modo come ha amministrato la giustizia, lo dico io? No, non lo dico io Presidente, lo dice l’articolo 101 della Costituzione, interpretato proprio così, in questi termini testuali, dalla Corte Costituzionale, che ne ha dedotto l’obbligatorietà della pubblicità e dalla dottrina migliore, che ha visto nella motivazione una sorta di obbligo di rendiconto. Presidente, mi sono chiesto com’è nato questo 101, che all’occhio di noi esperti - si fa per dire, io non sono un esperto, sono semplicemente un lettore – che passa da un testo legislativo all’altro, mi sono chiesto sempre per l’amore della storia com’è nato questo 101 comma 1, poi ho scoperto che era stato elaborato a lungo. Se lo racconto in un minuto è per dare alla Corte la prova che quello che dico è vero. Calamandrei – e bisognerebbe togliersi il cappello, Presidente - sosteneva in questo comma la formulazione e la giustizia amministrata in nome della Repubblica, solenne, rituale, ma sostanzialmente equivoco non significa niente, è intervenuto Leone, sul capitolo giustizia Leone intervenuto su tutto, era rapinoso, non c’è articolo della nostra Costituzione in materia di magistratura che non sia stata o proposta o rifiutata da Leone, e propone Leone, è la giustizia amministrata in nome della legge, è ripetitivo e superfluo - si è detto subito - perché dice la stessa cosa il comma successivo, identico, perché dice che i Giudici sono soggetti alla legge, ma arriva alla formulazione che abbiamo oggi, la giustizia amministrata in nome del popolo, proprio per dare il senso della sottoposizione del Giudice alla sovranità popolare e al suo ineludibile vincolo di fare giustizia secondo la coscienza popolare. Qualcuno potrebbe attribuirmi l’intento di dire che la Corte deve abbandonare la legge, no, me ne guardo bene. Dico semplicemente che la legge e il Giudice sono soggetti al popolo e il Giudice è soggetto al popolo attraverso la soggezione alla legge che è una cosa diversa. Se così non fosse la Corte, questa Corte somiglierebbe più ad un profeta, indovino che ha un Giudice terzo, oggi ci parla sempre di Giudice terzo, come voluto dall’articolo 111, il Giudice individuato dalla Costituzione come imparziale. Arrivo, Presidente, alla seconda parte, fra dieci minuti ho finito, Presidente. Questa necessità, Presidente, della rinnovazione, io l’avverto ancora di più per gli aspetti ambientali, noi abbiamo detto che la stragrande maggioranza di noi è convinta che i morti sono morti da tumore da CVM, ma qui, Presidente, non ho bisogno di dire niente che non sia ricavabile direttamente dalla storia, noi lo sappiamo che la laguna è diventata una stagno, per effetto delle emissioni inquinanti di origine industriale, la città non ha accettato per nulla la sentenza del Tribunale, ne ha avvertito in modo pesante, ma non corrispondente alla realtà storica, la gente qui sa, non avverte, non sospetta, non ritiene, qui sa con sicurezza che l’inquinamento della laguna, specie nelle zone prospicenti al Petrolchimico è dovuto in larga parte agli scarichi industriali, attenzione, che forse alla Corte è sfuggito in parte, e non le faccio nessuna colpa, il senso del discorso che facevano prima Casson e Bruni, non soltanto al primo periodo, quello selvaggio e privo di ogni regolamentazione, e abbandonata al volere e alla potestà dell’imprenditore, anche dopo e perfino dopo l’attivazione dei depuratori. Qui dovrei parlare per ore, i depuratori sono entrati in funzione nel 1980, la legge su Venezia li prevedeva del 1971, questa è la verità, gli scarichi sono continuati in modo massiccio e quasi mai rispettoso delle tabelle. Qui c’è qualche testimone, l’Avvocato Cesario, detto Cesari, che mi ha inseguito tanti anni fa, dieci anni fa, quando all’EVC sono dovuto intervenire io, ero Procuratore circondariale capo, per chiudere uno scarico, uno scarico irrispettoso, ecco la storia che coincide con la scienza. All’EVC abbiamo incriminato tutti, Presidente, poi ovviamente essendo Procura circondariale, mentre Casson cominciava a istruire questo grande processo, la Procura circondariale faceva un processo più piccolo, ma l’oggetto era sempre quello, gli imputati dell’EVC - queste carte sono negli atti - hanno tutti patteggiati, quali innocenti? Tutti patteggiati per danneggiamento della laguna, certo il patteggiamento non è condanna, lo so, non è condanna, ma certamente non è assoluzione. La salute della laguna, lo diceva Bruni un attimo fa, è peggiorata anno dopo anno, in conseguenza degli accumuli di metalli pesanti, di diossine, di furani, di cromo, di cadmio, di piombo, di mercurio, c’è di tutto, la laguna è una schifezza, è una discarica a cielo aperto, questa è verità. Nessuno convincerà mai la gente dell’estraneità dell’industria all’inquinamento lagunare, ci sono anche altri fattori, nessuno lo sa più di me. L’agricoltura, ad esempio, ma il maggiore è certamente l’industria, è stata certamente l’industria. Presidente, altro riferimento storico - sono quasi alla fine - chi si ricorda l’inchiesta di Greenpeace, se questa è tutta nelle carte, Presidente, io ho cominciato questo processo, perché l’ho cominciato io parallelamente a Casson, con filone autonomo, nulla sapevo di Casson e Casson non sapeva nulla di me, quando Greenpeace lanciò il messaggio in tutto il mondo "Morti a Venezia – lo ricordo ancora su televideo - diossina in laguna", all’istante ho fatto perizia, mentre vedevo il televideo, perché? Perché, Presidente, quello che ha detto Greenpeace io l’ho sempre saputo, tutti a Venezia l’abbiamo sempre saputo e sempre l’Avvocato Cesari - che lui è buon testimone – ma all’epoca la Montedison era difesa da un grandissimo avvocato, di cui non ho più sentito parlare e spero sia ancora in vita e in buona salute, l’avvocato Maldini, io mi sono occupato ancora una volta – ed è sempre storia, Presidente - dell’inchiesta sull’Adriatico, le industrie, queste industrie scaricavano in Adriatico, all’altezza della torre del CNR, e com’è finito questo processo? E’ sempre nella storia, Presidente, guardate per cortesia l’articolo 26 della legge (Berni). Ho dovuto archiviare tutto, era l’unico processo importante pendente in Italia, ho dovuto archiviare perché tutto perché tutto è stato abrogato. Sarò un protagonista, sarò un interventista, ma certo c’è chi mette la pezza e la pezza è stata messa e se qualcuno ha qualche dubbio, prego tutti di rileggere l’articolo 26, il cui testo ridondante formulato in maniera curiosa, assai strana, che era l’unico processo pendente grave in tutta Italia, è fatto proprio per dire "Abolisco la legge su Venezia, senza dirlo", ma siccome c’è sempre il ricatto, a volte industriale, a volte occupazionale, abbiamo recuperato la legge su Venezia e qualcuno dei difensori di oggi, Presidente, faceva parte dello stesso Comitato col quale io ho richiesto il recupero della legge su Venezia ottenendola, ma naturalmente abbiamo dovuto pagare lo scotto, i depuratori ritardati di altri tre anni. Questa è stata la storia, perché la storia coincide, ma quale innocenza? Presidente, la laguna è inquinata per effetto dei fattori inquinanti dell’industria, è disastro, è avvelenamento o adulterazione - tolgo le parole di bocca a Bruni – degli organismi bentonici o del biota, ma certo, il Tribunale ha detto no, ma il diniego a tutti quelli che l’hanno detto, che è apparso formalistico, farisaico, irrispettoso della realtà, la sentenza ha cancellato l’evoluzione storica, ha cancellato la realtà. Dice: "Non fu disastro, non fu avvelenamento, mai c’è stato pericolo per l’assunzione degli alimenti inquinati", perché il Tribunale non va a mangiarsi il classico piatto di spaghetti - andiamo insieme - ma l’Avvocato... Va beh, lasciamo perdere, non ti chiamo più come testimone. Ancora un volta Presidente, non voglio dare per scontato la verità opposta, io so che la verità è opposta, anzi l’ipotesi è opposta. Vi chiedo solo di verificare, controllate, fate il vostro dovere, tutto qua. Nel caso dei morti da CVM io riconosco – finisco Presidente, non si preoccupi – un’intrinseca problematicità dell’indagine che richiede approfondimento, un nuovo corso di studi, e di accertamenti tecnici per portare ad un risultato che sia accettabile da parte di tutti. Nel vaso di reati ambientali, Presidente, tutti sappiamo che l’impostazione della sentenza è stata formalistica, che la sentenza ha cancellato e ha rinnegato la verità, la laguna è inquinata, Presidente, come devo urlarlo? Era e lo è ancora, durante la storia della perizia, questa perizia, Presidente, è del 1995, 1994–1995, abbiamo avuto un piccolo incidente, faccio perdere ancora due minuti alla Corte, perché da questi piccoli incidenti si capisce la realtà, avevamo preso come termine di confronto il mare Adriatico, in alto mare ad un certo punto abbiamo trovato con le ispezioni che l’alto mare dava gli stessi risultati della laguna, canale industriale, canale Brentelle, bene, allora l’Adriatico era peggio della laguna! Per fortuna c’ero io, Presidente, lo dico per fortuna, io mi chiamo fortuna, ma non perché sia stato bravo in modo particolare, perché era l’unico in grado di ricordare che 30 anni fa, dico 30 anni fa, l’unica perizia sul mare Adriatico da me disposta dava prova che scaricavano in quel punto e in quel punto si è andato a vedere l’inquinamento è totale, ha lo stesso marchio, oggi mi pare che si dice impronta, la stessa impronta del Canal Brentelle e del canale industriale nord, c’è ancora. La laguna è inquinata, Presidente dicevo, il biota è certamente pericoloso per la salute, se pescato nelle zone prospicenti al Petrolchimico, ancora storia, Presidente. Siamo nel 1995, i periti li ho nominati io, Presidente, tra cui qualcuno che oggi vedo comparire ancora come perito, gloria della scienza, della cancerologia, mi anticiparono le loro conclusioni. Perché lo fecero? Io ero in procinto di andare a Bologna, Presidente, non avevo più tempo di occuparmi del processo, se n’è occupato però un valoroso collega di nome Ramacci, per dare modo di diffondere l’inevitabile allarme, Presidente, non erano sovversivi, sono periti nominati dall’Istituto Superiore di Sanità, DI Domenico, Zapponi, alcuni sono periti ancora oggi e caratteristicamente mi dicevano: "Caro dotto Fortuna, diffondi l’allarme" e l’ho fatto, oggi, nelle conclusioni peritali che abbiamo allegato e depositato in cancelleria, la conclusione ai livelli di esposizione conseguenti all’assunzione di prodotti indici inquinati si ricava l’esistenza – Presidente, sto leggendo testualmente la conclusione - di un rischio di entità tale da giustificare – sono gli stessi di prima – la richiesta di interventi immediati. Io diffondevo l’allarme, loro dicono: "Per favore fate qualcosa", che cosa? Sentiamoli per favore, non chiudiamo la porta. Anche qui ripeto, Presidente, io rispetto la sentenza, non è un atteggiamento censorio e precostituito o preconcetto, è il risultato d9 una convinzione sofferta e immotivata, anche qui però vogliamo che la sentenza di appello sia non solo giusta, attenzione, questo è il passaggio, non mi basta che facciate giustizia, lo so che la farete, qualunque sia, ma secondo me è importante se abbiamo interpretato tutti il 101 che la sentenza appaia anche giusta, appaia giusta, e così non sarà se i Giudici di questa Corte non si riapproprieranno direttamente del materiale probatorio, rielaborandolo, verificandolo di nuovo e aggiornandolo. Presidente, mi sconcerta molto quando Bruni nei colloqui mattutini, di tutte le mattine praticamente, viene a riferirmi di questo processo perché ne sente fortemente l’impegno, ma lo sento anch’io, Presidente, non sarei qui, nessuno mi chiede di essere qui a rovinare la causa di due colleghi più bravi di me, faccio un altro lavoro, qualcuno dice perfino più importante e non è vero, però sento l’impegno moltissimo. Ma come ha fatto il Tribunale - diceva giustamente Bruni - a ignorare il sinergismo? O dell’interazione sinergica? Cioè, non è la stessa cosa se nello stesso alimento c’è solo la diossina o se c’è diossina, rame, zinco o cadmio, cromo, piombo e CVM, è una discarica a cielo aperto, ho detto, la laguna! Ma oltre a quel sinergismo, che è un effetto moltiplicatore degli effetti inquinanti, 2 a 1 ha detto Bruni, secondo questi periti, badate Presidente che sono dei periti moderati, il linguaggio è di una moderazione eccezionale, qualcuno ha perfino protestato nel nostro ufficio dicendo "Ma questi non si espongono", sono moderati, Presidente, è il linguaggio della scienza, non c’è nessuna esagerazione, ma è l’interazione funzionale! Ma se io aggredisco con tanti metalli pesanti, con i furani, con gli IPA lo stesso alimento e mangio questo alimento, questo alimento mi aggredisce diversi organi che sono in correlazione l’uno con l’altro, non è che il fegato sia cosa completamente diversa dal pancreas o dallo stomaco, se sto male da una parte il corpo umano è fatto in modo tale che le malattie si trasmettono. Che facciamo? Perché il Tribunale non ne parla? Leggete questa perizia, Presidente, sinergismo industriale, sinergismo funzionale all’interno. Non voglio indicare alternative, sono il primo a dire che non voglio la riforma in peius, senza la rinnovazione, non voglio neppure la conferma senza rinnovazione, voglio la riforma se ci arriveremo, dopo che la Corte ha meditato sulla necessità di fare questo percorso lungo, questo percorso faticoso di ricerca. Io sento quest’impegno e so che lo sente anche lei e che lo sento la Corte, abbiamo tutti gli occhi addosso, gli occhi della città, diciamo che abbiamo gli occhi del Paese addosso. La gente vuole sapere da noi se riusciamo a fare giustizia, questo processo si svolge in pubblico proprio perché la gente controlli che facciamo giustizia e perché la giustizia appaia tale, non mi interessa se sia conferma o riforma, lo dico subito, io sono psicologicamente portato ad accettare la vostra sentenza qualunque sia, cercate la verità e dopo accetto la vostra giustizia, se non facciamo questo, Presidente, forse faremo lo stesso giustizia, ma difficilmente riusciremo a convincere chi ci segue da vicino che l’abbiamo fatta e avremo fallito il principale obiettivo di una giustizia amministrata in nome del popolo, nostra giustizia, come incardinata sulla Costituzione. Ma io sono sicuro che la Corte rinnoverà l’istruzione dibattimentale sulle nostre richieste specifiche e mi auguro che la Difesa faccia altrettanto. L’ho già detto allora, quando dicevo di no all’appello del Pubblico Ministero, che è pienamente devolutivo, se la Difesa collabora riapriamo tutto, rifacciamo quello che è utile, in base alle richieste e personalmente io mi arrendo, Presidente, accetto la vostra sentenza già in partenza. Grazie.

 

PRESIDENTE – Bene. Chiudiamo qui e ci vediamo il giorno 18.

 

AVV. CESARI – Presidente, scusi se intervengo, una questione organizzativa, possiamo disporre gli originali dei documenti delle memorie per farne delle copie? La prossima udienza è il giorno 18, quindi i tempi sono molto stretti. Allora, se potessero permanere oggi pomeriggio qui i documenti e memorie facciamo le copie.

 

PROCURATORE GENERALE – Signor Presidente, sull’orario della prossima udienza, volevo far presente che c’era in contemporanea un processo del Tribunale Monocratico in cui ci sono credo sette o otto di queste Parti Civili, ci sarà anch’io come Pubblico Ministero, però dovrebbe essere rinviata perché c’è una nullità del decreto di citazione per un processo che riguarda EVC. Se è possibile, invece di cominciarla alle 9.30, di cominciarla alle 10.00, in maniera tale che si faccia il Tribunale Monocratico alle 9.00, si dichiara la nullità e si viene qui da Mestre, bastano 5 minuti, ecco. Quindi di cominciare alle 10.00 invece che alle 9.30.

 

AVV. POLITANO’ - Dopo tutte le richieste nuove che sono state introdotte dall’Accusa pubblica stamattina in relazione alle tre relazioni che sono state depositate e che da quanto è stato detto sono molto corpose, la Difesa ha bisogno per poter valutare e interloquire di uno spazio maggiore di uno spazio maggiore di quando non sia da qui alla prossima udienza fissata del giorno 18, la Difesa - molti di noi - ha anche in contemporanea degli altri impegni gravissimi che ci occupano ulteriormente, chiederemmo un maggiore lasso di tempo.

 

PRESIDENTE – Qui abbiamo solo delle memorie.

 

AVV. POLITANO’ - Chiediamo che l’udienza prossima non si faccia, se dedicata a completare il quadro delle richieste di accusa. Chiederemmo che l’intervento della Difesa...

 

PRESIDENTE - Comunque la Difesa parla dopo la Parte Civile, quindi ci sarà un’ulteriore udienza e quindi dei tempi più lunghi perché la Difesa possa fare le sue riflessioni e possa prepararsi. Quindi rimane ferma l’udienza del 18, veniamo incontro agli avvocati che chiedevano che venisse fatta alle 10.00 anziché alle 09.00.

 

AVV. ZANCHETTI - L’accusa ha presentato in sostanza delle memorie dei consulenti, le richieste delle riaperture del dibattimento non sono basate su questioni giuridiche che noi siamo in gradi di capire, ma su corpose memorie e rielaborazioni di tutti i dati del primo grado studiate coi loro consulenti, Mara, Carrara, Tomatis, Vineis e Zapponi, non si può pensare che noi siamo in grado di organizzare una qualsiasi nostra decisione o richieste in una settimana, noi chiederemo più tempo rispetto all’udienza del 20. Magari ci associamo, per carità, però vogliamo avere almeno il tempo necessario per fare elaborare i dati da nostri consulenti.

 

PRESIDENTE – Qui si tratta di vedere se c’è la possibilità o meno e quali sono gli ambiti del 603.

 

PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – Noi interverremo come Parte Civile all’udienza del 18, quindi sicuramente ci sarà un mio intervento che prenderà una mezz’ora, una quarantina di minuti e creo poi anche qualche altra Parte Civile avrà da dire, se l’udienza inizia alle 10.00 ho l’impressione che le parti civili consumeranno il tempo dell’udienza, quindi credo che l’udienza del 20 sia che su sufficiente per...

 

AVV. CESARI - Le copie dei documenti rimangono qui in aula Bunker? O le portano a Venezia, per poter fotocopiare?

 

PRESIDENTE - C’è il personale, lo facciamo qui.

 

Il presente verbale viene chiuso alle ore 14.05.

 

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page