UDIENZA DEL 13 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 14 ottobre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Abbiamo preso visione del programma relativo alle prime otto udienze, dopo faranno il programma relativo alle altre udienze. Quindi il professor Stella ha la parola.

 

DIFESA – Avv. Stella – Signor Presidente, signori Giudici e consiglieri, un’oncia di storia vale più di una libra di logica, così ripetono frequentemente i giuristi americani e mai questa massima è stata così vera come in questo processo. Mai, perché l’accusa ha tenuto nascosta la storia dell’istruttoria dibattimentale, ha tenuto nascosta la disfatta subita dall’accusa ad opera dei suoi stessi esperti e in questa situazione, priva ormai dei suoi esperti, nel giudizio d’appello l’accusa si è abbandonata al metodo casalingo del fai da te; un insieme di divagazioni e di invenzioni il cui significato oggettivo è stato quello di un tentativo di ingannare la Corte. Parlo soprattutto dei principali protagonisti dell’accusa, il Pubblico Ministero, il Procuratore Generale e l’Avvocato dello Stato. L’accusa che io formulo all’Accusa è molto grave, è quella di aver tentato di ingannare la Corte. L’onere della prova naturalmente spetta a me e io adempierò fino in fondo a questo onere. Uno sguardo d’insieme iniziale è già sufficiente per capire che sull’accusa possiamo mettere davvero una pietra tombale. Sto parlando della causalità, ma i rilievi che ho fatto riguardano tutte le altre accuse. Questo sguardo d’insieme è stato già offerto sinteticamente dal Consigliere Relatore quando ha riassunto la mia memoria difensiva. Vale la pena che io, sono poche frasi, che io le legga proprio testualmente: "Secondo la Difesa, questo processo non doveva neppure essere iniziato, in quanto il comportamento degli imputati non è configurabile come condizione sine qua non degli eventi lesivi e mai le diagnosi dei medici legali, consulenti dell’Accusa, si sono espresse sul nesso di condizionamento", sono le parole della sintesi del Consigliere Relatore. "Il giudizio dei medici legali ha sempre avuto per oggetto l’idoneità dell’esposizione a CVM a provocare tumori e malattie, idoneità rivelatasi peraltro inesistente". Nel corso dell’intero dibattimento e prima della replica, il Pubblico Ministero aveva voluto che i suoi esperti medico legali intendessero la causa non come condizione necessaria, ma come condizione idonea e nella replica alla discussione delle difese aveva modificato la propria posizione sostenendo che la causa penalmente rilevante coincide con il concetto di condizione necessaria, intesa però non come condizione necessaria dell’evento, ma come condizione necessaria dell’aumento o della mancata diminuzione del rischio. Nei motivi d’appello, continua il Consigliere Relatore, vi sarebbe secondo la Difesa il rilancio da parte del Pubblico Ministero della condizione idonea delle serie ed apprezzabili possibilità, delle buone probabilità, delle molte probabilità come approdo al concetto di condizione necessaria come condizione dell’aumento del rischio o delle probabilità del verificarsi dell’evento o della mancata diminuzione del rischio e della probabilità. In sostanza, lungo tutto l’arco del processo il Pubblico Ministero ha ritenuto rilevante come criterio di imputazione la causalità generale, cioè l’idoneità nella sostanza, l’aumento del rischio, la correlazione tra esposizione e rischio, la mancata diminuzione del rischio. La caparbia determinazione del Pubblico Ministero di non discostarsi da questa impostazione ha avuto motivo di esprimersi anche davanti a voi, signori della Corte, con le richieste di rinnovazione del dibattimento e la Corte, con l’ordinanza del 10 giugno, con cui venivano respinte le richieste, ha dimostrato di aver ben compreso la distinzione tra causalità generale e causalità individuale; dichiarava inaccoglibili le richieste relative al "caso Grasso" della verità, osservando che si trattava di richieste non concretamente utili in relazione alla tematica dell’esposizione a basse dosi, pur limitata alla causalità generale e lo stesso per gli studi sopravvenuti indicati nei numeri etc. etc., l’assenza di concreta utilità pur nella sola ottica della causalità generale e ancora gli altri studi non utili pur solo sempre relativi alla causalità generale. Ha ben compreso dunque la Corte l’ottica nella quale si muove il Pubblico Ministero e lo ha io penso ben compreso anche sentendo la requisitoria del Pubblico Ministero. Tutta la requisitoria si è imperniata sulla causalità generale, diciamo che il clou della requisitoria del Pubblico Ministero è costituito dal riferimento alle sentenze sull’amianto. Tutte queste sentenze sono sentenze della Corte Suprema, della IV Sezione, tutte basate sulla causalità generale. Purtroppo noi abbiamo le Sezioni Unite del 10 luglio del 2002 che stabiliscono una serie di alt: alt alla causalità generale, alt all’aumento del rischio. Non è un criterio di imputazione del nostro ordinamento, dicono le Sezioni Unite, e purtroppo il processo di adeguamento a questo insegnamento delle Sezioni Unite è – signori della Corte, voi sapete come succedono queste cose – è un processo lento e le singole Sezioni ci vorrà del tempo perché si adeguino. Pensate che la sentenza Macola, ve lo anticipo, è dell’11 luglio del 2002, giorno successivo a quello della pronunzia della sentenza Franzese; sentenza Macola che fa da capofila a tutte le altre sentenze ed è tutta imperniata solo e soltanto sulla causalità generale, e su questo mi fermerò abbastanza a lungo. Ma sono temi di causalità generali anche tutti gli altri trattati dal Pubblico Ministero. Il CVM e la latenza, il CVM come promotore, le frequenze medio–basse, la probabilità logica, i trapianti e le resezioni del fegato, il mancato allontanamento dei lavoratori, sono tutti temi che riguardano la causalità generale e io lo dimostrerò punto per punto. Queste precisazioni mi erano indispensabili a mo’ di premessa. Ora devo entrare in medias res per raccontare una storia che è una brutta, bruttissima storia, che va raccontata fino in fondo e va anche divulgata magari con un libro, perché gli altri Pubblici Ministeri capiscano che l’azione penale non può essere esercitata quando ne mancano i presupposti, perché gli altri Pubblici Ministeri capiscano che la legge non può essere trattata con non curanza, perché gli altri Pubblici Ministeri capiscano che nel processo a struttura antagonistica, com’è il nostro processo, il Pubblico Ministero non può rifiutarsi di prendere atto del controesame. Il controesame dagli esperti è stato definito giustamente come il migliore strumento che l’umanità abbia mai inventato per fare emergere la verità nel processo. Il Pubblico Ministero, dunque, non può ignorare i risultati del controesame e il Pubblico Ministero non può astenersi dal controesaminare gli esperti della Difesa sulla causalità e su tutti gli altri temi; il Pubblico Ministero non può ignorare gli argomenti della Difesa, deve rispondere agli argomenti della Difesa con altri argomenti. È per questo che io vi racconto la brutta, bruttissima storia. La chiave di lettura dell’intera strategia accusatoria la ritroviamo nella requisitoria di primo grado. "Mi sono ispirato – dice il Pubblico Ministero – un po’ alla formula del diritto romano da (mi factum damos tibium). Parlerò di fatti, di documenti, di studi, di dichiarazioni, di scienze varie, di criminologia industriale, di impiantistica, di malattie, di tragedie umane e di disastri ambientali e chiederò al Giudice ius e iustitia per tutte le vittime; non parlerò, se non occasionalmente, di diritto". I riferimenti al diritto dovranno dunque essere occasionali, ma questo è un eufemismo, perché mai il Pubblico Ministero ha parlato di diritto fino alla replica, cioè fino a quando è stato posto di fronte alla realtà del processo dalla discussione della Difesa e si è visto costretto nella replica ad uscire allo scoperto. Quello che esce a pezzi da questa impostazione del Pubblico Ministero e che esce con le ossa rotte è la verità; la verità non più intesa come corrispondenza agli accadimenti del mondo reale in quanto sussumibili sotto una fattispecie giuridica, ma una verità che riflette la visione personalissima dell’accusatore, un punto di vista privo di limiti legali che decade inevitabilmente al giudizio personale di valore, di fatto largamente arbitrario e solidale con una concezione autoritaria e irrazionalistica del processo penale e questa verità fatta a pezzi si è tradotta in una serie ininterrotta di proposizioni accusatorie false. La falsità delle proposizioni accusatorie tocca tutti i punti del processo e tocca quello che doveva sul terreno della causalità costituire lo snodo, tocca le diagnosi dei medici legali. Come abbiamo sentito, tutte queste diagnosi si caratterizzano per la loro incomunicabilità con il punto di vista del diritto penale; sono diagnosi che dicono: il CVM è idoneo. Nessuna diagnosi ci dice che senza l’esposizione l’evento non si sarebbe verificato. Nessuna diagnosi dice e prova che il CVM è stata una condizione necessaria. In questa situazione noi dobbiamo registrare la mancanza di basi dell’accusa, c’è un grande buco nero che inghiotte tutto il processo e non avevamo certo bisogno che le Sezioni Unite ci ricordassero che il nesso causale va accertato secondo la criteriologia più aggiornata della medicina legale, e ci tornerò sul punto. Quando ci ammaliamo, signor Presidente, noi tutti dove andiamo? Andiamo da un medico e vogliamo sapere la malattia, perché ci siamo ammalati. Lo facciamo tutti. Così è il mondo in cui viviamo, non c’è nessun altro che ci può dire perché ci siamo ammalati. Esistono anche, in alcune parti del mondo, dei riti alternativi, esistono i riti vodoo, esistono ancora le danze della pioggia dei pellerossa, ma nessuno potrà mai convincerci della superiore bontà di questi riti alternativi di fronte alla esigenza che noi avvertiamo di andare da un medico, il quale ci deve dire come stanno le cose e tanto meno avvertiamo l’esigenza di andare da un Pubblico Ministero perché ci dica di che cosa siamo ammalati e perché siamo ammalati. Stando così le cose, noi ci troviamo di fronte ad un processo che è privo di senso. Io vi faccio una domanda cruciale, signori della Corte: che senso ha che noi stiamo qui oggi a discutere di tumori e malattie, a discuterne come dei penalisti? Che senso ha, quando le diagnosi medico legali dell’Accusa sono carta straccia? La mia discussione potrebbe finire qua. Se non ci dicono nulla, e non ci dicono nulla, se nulla ci dice il Pubblico Ministero né nessun altro dell’accusa, ma che cosa stiamo qua a discutere? Tanto più, di che cosa stiamo qui a discutere se guardiamo alle diagnosi dei medici legali della Difesa, le quali tutte escludono il nesso di condizionamento. I medici legali della Difesa erano stati opportunamente istruiti sulle premesse giuridiche, gli era stato detto: guardate che per il diritto penale quello che conta è la condizione necessaria, non la condizione idonea. Diteci se c’è la condizione necessaria. La risposta è sempre stata: non c’è, per tutte le diagnosi. Devo aggiungere che l’ostentazione del ripudio del criterio della condizione sine qua non, non è una mia invenzione. Questa ostentazione dell’Accusa, io ricordo che nel dibattimento di primo grado, udienza dopo udienza, ho chiesto con un’insistenza perfino eccessiva ai medici legali dell’Accusa di esprimersi sul nesso di condizionamento e la risposta sapete qual è stata? È stata questa. Bracci, il dottor Bracci che era un po’ il capofila dei medici legali: "Noi usiamo il concetto di capacità lesiva, di efficienza lesiva, di idoneità, Cazzaniga insomma" e così, arroccati sempre dietro un indefinito concetto di correlabilità, tutti i medici legali dell’accusa hanno finito per fare delle diagnosi medico legali che tutte si esprimevano sulla idoneità del CVM. Era questa una premessa abbastanza scontata per chi conoscesse la cultura dei medici legali, che è sempre stata una cultura, fino a questi ultimi due anni, che si caratterizzava per la incomunicabilità: la medicina legale intesa come disciplina autonoma e indipendente dal diritto penale. Bracci richiama in causa Cazzaniga, giustamente. Cazzaniga è stato anche il mio professore, era considerato il caposcuola. E Cazzaniga, io ho studiato sui suoi testi, sapete cosa dice? Lo dice chiaramente, dice, rivendica l’autonomia del concetto di causa della medicina legale: "La medicina legale non può e non deve utilizzare la concezione condizionalistica". Queste sono parole tra virgolette, che ritroverete, poi io ovviamente diligentemente presenterò una memoria con tutti gli allegati. Ogni mia affermazione voi la troverete giustificata. La medicina legale intende, dice Cazzaniga, in modo diverso la causa; intende la causa come ciò che modifica, intendendo questa capacità modificatrice come idoneità ad apportare variazioni e quindi ecco la causa idonea sulla sua cui base è stata elaborata la cosiddetta criteriologia, cioè, con un termine che io considero così con un sorriso sulle labbra, starebbe ad indicare la criteriologia il metodo di accertamento. Di accertamento di che cosa? Della causa idonea. Tutta la criteriologia medico legale è stata elaborata sulla base di questa premessa di Cazzaniga e quindi è una criteriologia che non ci serve. Ecco perché le Sezioni Unite hanno affermato la più aggiornata criteriologia; davano, tra le righe, per sottinteso che la meno aggiornata, cioè quella di Cazzaniga, sia inutilizzabile. Ecco dunque il primo peccato capitale della medicina legale, l’aver ripudiato il concetto di condizione necessaria e il secondo peccato capitale l’aver elaborato dei criteri di accertamento che non hanno nulla a che vedere come concetto con la causa penalmente rilevante ed è una tara d’origine questa che ha continuato a permanere. In tutti i manuali voi la trovate enunciata. Bisogna giungere agli ultimi due anni perché finalmente ci sia un ravvedimento dei medici legali, ravvedimento necessario, perché è chiaro che se la medicina legale vuole adempiere ai suoi compiti istituzionali deve essere legale, cioè deve servire a ciò che stabilisce la legge. Ecco perché i due attuali grandi capiscuola della medicina legale, che sono Barni di Siena e Fiori di Roma, Barni ha scritto un libro sulla consulenza medico legale in cui io ho fatto la prefazione e Fiori ha fatto ben due editoriali nella rivista italiana di medicina legale, in cui questi grandi caposcuola dicono: attenzione, dobbiamo voltare pagina, dovete voi medici legali stabilire se la causalità sussiste e perché l’antecedente che voi considerate è una condizione necessaria. Non vi sto qui a leggere le frasi testuali, c’è un capovolgimento di prospettive assolutamente radicale. D’ora in poi, i medici legali dovranno misurarsi con il concetto di condizione necessaria e dovranno dimostrare che senza l’antecedente esaminato l’evento non si sarebbe verificato. Ma queste prese di posizione sono recentissime e la nuova criteriologia, il nuovo metodo per accertare la condizione necessaria non è ancora stato elaborato. Vedremo tra un po’ quali sono le conseguenze e come possiamo rimediare alla mancanza di quella criteriologia più aggiornata di cui parlano le Sezioni Unite. Io debbo dire ancora di più, che le diagnosi dei medici legali dell’Accusa sono diagnosi sull’idoneità, ma non sono neppure vere diagnosi sull’idoneità. Pensate, la diagnosi sull’idoneità presuppone che si cominci con l’anamnesi lavorativa sull’idoneità e devo dire che qui la situazione che si è determinata durante l’istruttoria dibattimentale non era sprovvista di una grossa carica di vis comica, perché all’inizio i medici legali avevano fatto le loro diagnosi, solo che non sapevano niente sull’anamnesi lavorativa e allora sapete che cosa hanno fatto i medici? Hanno detto: mah, sull’anamnesi lavorativa vi riferirà la Guardia di Finanza. Capite, signori della Corte? Diagnosi al buio, diagnosi al buio. Come si può pensare che un medico faccia una diagnosi su qualunque persona rinviando per l’identificazione delle cause alla Guardia di Finanza? È inaudito. E la Guardia di Finanza, poveretta, cosa volete che sapesse? Non ha detto più niente e non ha saputo dire niente sull’anamnesi lavorativa e allora si è fatto rinvio a ciò che avrebbero detto i testi e i malati; ma testi e malati hanno aggiunto ben poco. La situazione era talmente paradossale che il Presidente ha insistito a non finire: ma fate queste ricerche sull’anamnesi lavorativa, almeno queste fatele. E allora si sono, i medici legali hanno accettato di fare la visita. Pensate alle prime diagnosi, che tutte naturalmente asserivano l’esistenza del rapporto causale, su tutte le malattie contestate, i medici legali non avevano neanche visto il malato. Allora, sotto la pressione della Difesa e anche del Tribunale, hanno rifatto le diagnosi, hanno fatto le visite. Bene, sapete qual è stato l’esito di queste visite? C’è stata una retromarcia dei medici legali, che fa venire la pelle d’oca. Da 477 casi si passa a 260, dopo le visite a 260 casi, per un totale di 684 patologie inizialmente contestate, indicate nell’elenco originario depositato dal Pubblico Ministero all’inizio del processo; i casi in cui è stata effettuata la seconda diagnosi sono 235. Dal confronto tra le diagnosi iniziali e quelle successive effettuate da parte dei medici legali dell’Accusa, è emerso che in 108 casi su 235, per un totale di 143 patologie, la prima diagnosi non ha trovato conferma. A distanza di appena un anno, nel 46% dei casi, le prime diagnosi non hanno trovato conferma. C’è da aggiungere che poi in 14 casi il Pubblico Ministero contesta, in contrasto con quanto affermato dai propri medici legali, l’esistenza di patologie che non esistono. Fra le sue contestazioni finali, il Pubblico Ministero indica 14 epatopatie regredite e confrontando il numero delle patologie contestate originariamente con quello delle patologie contestate dal Pubblico Ministero alla fine, al termine della sua requisitoria, si ha questo quadro: le epatopatie da 231 diventano 59, ne scompaiono 172; i Reynaud da 94 diventano 26, ne scompaiono 68; scompaiono 85 bronchiti croniche, 12 pneumoconiosi, 19 tumori del tratto gastro-intestinale, 16 tumori alla vescica e tumori al pancreas; infine, dei 97 tumori del polmone originariamente contestati, il Pubblico Ministero ne contesta alla fine solo 82, ne aggiunge poi 5 che non erano stati segnalati negli elenchi originari, fino ad arrivare ad 87 casi. Signori della Corte, viene da chiedersi: ma sulla base di quali presupposti è stata esercitata l’azione penale? Ma questo se lo chiederebbe chiunque. Devo aggiungere che non solo c’è questa imponente retromarcia, ma che le diagnosi residue sono tutte diagnosi sulla idoneità che sono sbagliate; sono in contrasto con tutto quello che avevamo detto anche agli altri consulenti del Pubblico Ministero, con quello che avevano detto Simonato e Bolfetta, con le diagnosi sulla idoneità – incredibile – è come se i medici legali dell’Accusa vivessero in un mondo loro proprio; evidentemente non si parlavano tra di loro, ma non stavano neanche a sentire quello che accadeva in dibattimento, perché i medici legali dicono che l’idoneità sussiste per tutti i tumori e tutte le malattie. Sussistono anche quei tre organi bersaglio diversi dal fegato, quando sappiamo che lo Studio Multicentrico Europeo, Simonato, Bolfetta, Word e lo Studio Multicentrico Americano, multicentrico, in Europa ci sono 19 aziende, dicono: non c’è nessuna associazione. Pensate che gli esperti più autorevoli dell’Accusa, che io considero i più autorevoli, considero Comba il più autorevole, che è anche uno scienziato intellettualmente onesto, nella relazione depositata il 20 aprile, cioè prima che finisse il dibattimento, relazione finale, Comba, Fineis e Pirastro dicono: non c’è associazione con il tumore al polmone. Bene, che cosa fanno invece i medici legali dell’Accusa? Ignorano completamente tutte queste risultanze e dicono tranquillamente nel rapporto causale esiste perché c’è l’idoneità rispetto a tutti i tumori, compresi i tre organi bersaglio diversi dal fegato, compreso poi l’epatocarcinoma, la cirrosi, il tumore alla laringe e ai melanomi e via discorrendo, rispetto ai quali l’evidenza che era emersa era un’evidenza assolutamente inesistente o inadeguata. È il tipico mondo dell’autopoiesi chiusa, è un po’ come fanno tanti aspiranti professori, che vivono in un mondo distaccato dal mondo reale, non gliene importa niente del mondo reale e vanno e giù e scrivono e dicono teorie che crescono su se stesse, parlano di se stesse nei loro propri termini, ignorando tutto il resto. È quello che è accaduto ai medici legali; hanno fatto queste diagnosi sull’idoneità ignorando tranquillamente tutto quello che avevano detto perfino gli altri consulenti dell’Accusa. Ecco perché io dico: non abbiamo diagnosi sul nesso di condizionamento, ma non ce le abbiamo neppure sulle idoneità e allora cosa stiamo qui a discutere, signori della Corte? Chi ci dirà mai qualcosa di queste malattie? L’Accusa cercherà di farlo, lo vedremo tra un po’, con il metodo "fai da te". Ormai non ha più i suoi medici legali e che cosa fa? Improvvisa e dice: beh, cerco di arrangiarmi. Ma io penso che tutti lo abbiamo fatto, abbiamo usato i metodi "fai da te". Io ricordo una volta che mia moglie aveva 39 di febbre, il medico tardava a venire e le dissi: "Renata, adesso ci penso io". Le feci una camomilla, misi molto zucchero e tutto beato andai a portarla, io marito attento andai a portarle la camomilla. Lei ne bevve un po’ e poi mi disse: "Ma è salata, hai messo il sale invece che lo zucchero". Questo è il metodo del "fai da te", è il metodo usato dal Pubblico Ministero nella requisitoria di questo processo. In questa situazione noi dobbiamo registrare l’assoluto inadempimento dell’onere probatorio dell’accusa; è un vuoto che non può essere colmato, perché qui noi non abbiamo nessun medico che possa dirci qualcosa. Naturalmente e ovviamente questa situazione non poteva sfuggire alla Difesa e io, nella discussione del 10 luglio del 2001 naturalmente la segnalai, la sottolineai e quali sono state le reazioni del Pubblico Ministero? Ecco, vedete, vi sto raccontando la storia. Le reazioni del Pubblico Ministero sono state di una spettacolare incoerenza. Sapete cosa fa il Pubblico Ministero? Non esita a buttare a mare i suoi medici legali e dice: è giusto, la causa penalmente rilevante non è la condizione idonea, è la condizione necessaria. Vi leggo testualmente, perché altrimenti qui c’è il rischio di non crederci: "È noto – ha il coraggio di dire il Pubblico Ministero in apertura della replica – che ai sensi dell’Art. 40 comma primo, un antecedente può essere considerato condizione necessaria dell’evento quando non rientri nel novero di quegli antecedenti che sulla base di una successione regolare e conforme ad una regola dotata di validità generalizzante – il modello dell’assunto illecito – portino ad eventi del tipo di quelli in verifica, cioè il nesso di condizionamento sussiste tutte le volte in cui un evento derivi da un altro, il quale si ponga come una delle condizioni senza il verificarsi della quale l’evento non sarebbe accaduto". Questa, dice il Pubblico Ministero, è la lezione sic estraibile dalla combinata lettura degli Artt. 40 e 41 Codice Penale e risponde, come tutti sappiamo, alla teoria della conditio sine qua non. Udienza del 10 ottobre 2001, pagina 22 e seguenti. All’ultimissima ora dunque, anzi fuori tempo massimo, il Pubblico Ministero cerca di recuperare un po’ di decenza processuale, ma a questo punto, dopo aver buttato a mare i suoi medici legali, si trova in difficoltà, perché in quella situazione avrebbe dovuto chiedere il proscioglimento e allora cosa fa il Pubblico Ministero? Dice, sempre nella replica: la condizione necessaria sì, ma condizione necessaria dell’aumento o della diminuzione del rischio. Il Pubblico Ministero poi negherà in appello di aver detto queste cose, ma io vi leggo che cosa ha detto il Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero nella replica ha citato il solito rosario di sentenze, si vede che il rosario gli piace. Ecco, tutte queste sentenze fanno riferimento all’aumento o alla mancata diminuzione del rischio e sono come sempre sentenze di Cassazione, prima della sentenza Franzese: "Sussiste il rapporto causale quando il datore di lavoro realizza una condizione idonea, oppure quando vi sia un aumento delle probabilità che si verifichi l’evento, oppure quando senza la condotta omissiva la probabilità sarebbe rimasta a un livello tanto basso da rendere poco probabile o addirittura improbabile il verificarsi dell’evento, oppure quando ad una maggiore esposizione corrisponde la possibilità – possibilità – di un maggior numero di tumori, oppure quando è altamente probabile che l’esposizione abbia determinato un aggravamento della malattia, oppure quando si è violato l’Art. 40 perché non è stato osservato l’obbligo di diminuire il rischio o comunque di non aumentarlo – sic e tra virgolette – oppure, infine, quando vi sia stato tout court l’aumento del rischio". Ma nella vita ci vuole anche fortuna e devo dire che il Pubblico Ministero è stato proprio sfortunato; è stato sfortunato perché poi le varie anime della Cassazione si sono unite e hanno dato vita a quella sentenza che ormai conoscerete a memoria, del 10 luglio. Leggetevi le pagine con le quali il consigliere Canzio sottolinea l’esigenza di una fedeltà assoluta al criterio della condizione necessaria dell’evento lesivo e rileggetevi le pagine in cui sempre il consigliere Canzio riassume il pensiero delle varie anime della Cassazione dicendo che il criterio dell’aumento del rischio è un criterio ripudiato dal nostro ordinamento. Con un colpo solo, il Pubblico Ministero si vede così privato di qualsiasi frutto del suo cammino errabondo. Le Sezioni Unite dicono in sostanza: hanno sbagliato i medici legali dell’Accusa a formulare la loro diagnosi basata sull’idoneità, ha sbagliato il Pubblico Ministero nella replica a riesumare l’idea della condizione necessaria dell’aumento del rischio. Il punto è che non si tratta di un semplice errore del Pubblico Ministero, ma di un uso assai spregiudicato di una strategia che vuole strappare al Giudice la sentenza di condanna. Al principio (veritas, non autoritas, facit iudicio), il Pubblico Ministero vuole sostituire il principio (autoritas, non veritas facit iudicio). Ebbene, pensate che il Pubblico Ministero durante l’istruttoria dibattimentale reagisce con veemenza ogniqualvolta io pongo ai suoi medici legali la domanda sul nesso di condizionamento. Sapete cosa dice il Pubblico Ministero? Dice: "È questione che riguarda il Tribunale e non i medici legali". È una strategia che ha dell’incredibile e la Difesa, devo dirlo, ma proprio la mia reazione, io sono rimasto esterrefatto, esterrefatto, non sbigottito, esterrefatto di fronte a questa non (chalance) rispetto alla legge da parte di un organo che la dovrebbe far rispettare la legge ed ero così stranito che ho sentito perfino il bisogno di richiamare anche con memorie scritte l’attenzione di tutti su questo problema, l’esigenza che per ciascun imputato fosse stabilito se il suo comportamento era un antecedente senza il quale l’evento non si sarebbe verificato e ho presentato alla fine due memorie, una sull’innocenza di Smai, l’altra sull’innocente di Pisani, che sottolineavano tutti questi aspetti. Sapete qual è stata la reazione del Pubblico Ministero? Secondo voi ha risposto a queste mie memorie? Mai, mai una risposta. Anzi, in appello, delle falsità sulla posizione personale dei miei due assistiti. Sempre ignorato quello che dice la Difesa, eppure sono memorie – e io vi prego di dar loro un’occhiata per capire che sono memorie che hanno un fondamento sulla roccia – sulla realtà di quello che è accaduto. Nessuna risposta. Poi il problema alla fine si riduce al modo di intendere il processo struttura antagonistica. Sono cose risapute. In questi ultimi vent’anni il processo è cambiato radicalmente, perché sono apparse all’orizzonte e hanno acquistato sempre più forza giovani scienze come l’epidemiologia, la biologia animale, ma anche le altre scienze e quindi gli esperti, e questo ha fatto sì che il processo accusatorio in generale, dico, corresse il pericolo di una caduta dallo stato di grazia pur di vincere la verità. Vi riporto tra virgolette il pensiero della (Iasanov), che ha scritto quel bellissimo libro "La scienza davanti ai Giudici": "La verità può essere sovvertita e distorta attraverso risposte degli esperti che rendono assai difficile, se non impossibile, separare i fatti dalle opinioni scientifiche, le opinioni dalle pure congetture e queste ultime dalle conclusioni giuridiche. La contrapposizione tra gli esperti dell’Accusa e della Difesa pone chiaramente in luce la natura spesso costruita della scienza ad opera dell’Accusa. La Difesa, cioè, si trova di fronte non ad un sapere oggettivo, ma costruito dall’Accusa in modo partigiano e il compito degli esperti della Difesa è costituito appunto dalla decostruzione della scienza operata dall’Accusa". Questa cultura partigiana è la cultura dei medici legali dell’Accusa, ma non solo. Vedete, io ho il ricordo visivo di quando si snocciolavano queste diagnosi medico legali accanto a Bai, io me lo ricordo, accanto a Bai c’era Berrino, l’epidemiologo dell’Accusa, il quale partecipava... io me lo ricordo con Bai, Bai – Bracci, il quale partecipava quindi alla formulazione delle diagnosi medico legali. Bene, l’avvento del processo accusatorio ha determinato il cambiamento di tutto. Purtroppo la vecchia generazione di Avvocati non lo ha ancora capito, secondo me – parlo in generale, parlo da studioso, senza puntare il dito naturalmente – perché il processo accusatorio esige un grandissimo impegno degli Avvocati e questo io ve lo dico, signori della Corte, io ho un grande rimorso: il mio sogno è di costruire uno studio per ricchi che sovvenzioni uno studio per i poveri disgraziati, perché a me vengono i brividi quando vedo i marocchini, tutta questa gente, San Vittore al 70% è fatta di extracomunitari, assistiti da difensori di ufficio che non hanno il tempo di guardare, che non hanno nessun esperto che li aiuti, nessun esperto. Ne riparleremo quando esaminerò le sentenze di condanna dei pescatori abusivi citate dal Pubblico Ministero, depositate dal Pubblico Ministero. E’ un compito difficile quello degli Avvocati, perché per prepararsi al controesame, che è il fondamento di tutto il processo, devono studiare tanto, devono andare alla ricerca innanzitutto di tutte le pubblicazioni e il sapere scientifico dell’esperto dell’Accusa e noi l’abbiamo fatto e avevamo scoperto un articolo di Berrino dell’88, che voi conoscete già, però ve lo rileggo perché poi potete toccare con mano quello che è successo. Nell’88, in questo articolo dell’88 aveva espresso il proprio punto di vista sulle malattie professionali e sulla pluralità delle cause. Io lo so quasi a memoria, ve lo rileggo e chiedo perdono, ma per me è uno dei fulcri di questo processo. "Quando si dice – diceva Berrino, il grande epidemiologo dell’Accusa – che il tanto per cento dei tumori è dovuto a cause professionali, il numeratore della proporzione casi–attesi non deriva da un censimento di casi provatamente causati – non c’è la prova della causalità, dice Berrino, non deriva da un censimento di casi provatamente causati – bensì dalla differenza tra il numero di casi osservati negli esposti e il numero di casi che ci si sarebbe attesi se l’incidenza degli esposti fosse pari a quella dei non esposti. Per questa ragione – dice Berrino – non c’è alcuna possibilità di distinguere tra i casi esposti chi si sarebbe ammalato in assenza di esposizione e chi invece si sarebbe ammalato egualmente. Sappiamo al di là di ogni ragionevole dubbio – dice Berrino sempre testualmente – che un certo numero di questi casi non si sarebbero manifestati in assenza di questi specifici fattori professionali, ma non sappiamo quali. Naturalmente tutti i nomi sono a disposizione dei magistrati, ma cosa ne farebbe il magistrato per individuare coloro che senza l’esposizione non si sarebbero ammalati? Tirerebbe a sorte". Questa è la conclusione di Berrino. Perché vi ho letto adesso questo passo di Berrino? Perché poi Berrino, quando partecipa alla formulazione delle diagnosi medico legali, secondo voi si ricorda quello che aveva detto nello scritto? Faccio un passo indietro. Naturalmente la difesa aveva in mano questo scritto e alla prima occasione glielo ha contestato a Berrino e in udienza sapete cosa ci ha detto Berrino, tra virgolette sempre? "Tuttora io non saprei dire quale dei tumori non si sarebbe verificato in assenza dell’esposizione – tuttora io non lo saprei – so per certo che non si sarebbe verificato, ma non so quale". Tra parentesi, dello stesso ordine di idee erano gli esperti della Difesa, Comba, Carnevale, Fineis e lo stesso Bracci. Io in "Giustizia e modernità", io ho fatto le fotocopie solo di quella parte in cui sono compresi tutti, ma ora ce l’avete lì davanti, vedete cosa hanno detto. Dopo di che tutti dicono: è impossibile individuare il nesso di condizionamento sulla base dell’epidemiologia. Ebbene Berrino, che dice queste cose, poi quando fa le diagnosi medico legali se ne scorda completamente e dice: non è sicuro che l’esistenza del rapporto causale, è sicuro... è sicuro nel senso delle idoneità come abbiamo visto, ma dimostra, dichiara con queste diagnosi esattamente il contrario di quello che aveva scritto come studioso e della risposta che mi aveva dato in sede di controesame. Vediamo adesso, sempre a proposito degli esperti dell’Accusa, perché – dicevo – la storia va raccontata. Uno dei punti cruciali era costituito dalla possibilità di ricostruire le catene causali. Non sono io a dirlo, sapete, erano stati qui esperti dell’Accusa a sottolinearlo, un teste dell’Accusa. Il Comba, e io provo anche dell’affetto per Comba perché è intellettualmente onesto, il Comba nota una chiara diffidenza verso le indagini epidemiologiche. Non solo dice che è impossibile individuare nel caso concreto il nesso di condizionamento, ma mettendo il dito sulla piaga dice: state attenti, perché la riproducibilità del dato, cioè più studi che confermano un’ipotesi, non rispecchia il principio di efficacia, non consente una valutazione causale affidabile come sarebbe quella basata sulla ricostruzione delle catene causali; soddisfa piuttosto il principio di cautela, di precauzione, che ex ante impone di adottare certe misure. È molto chiaro Comba su questo punto, dice: c’è tutta una scuola di pensiero la quale afferma che possiamo continuare ad accumulare osservazioni che confermano o riconfermano una cosa, senza per questo che la cosa sia vera. Se c’è un errore a monte – l’indagine epidemiologica – ce lo continuiamo a riportare ed è noto che quando ai fini cautelativi, cioè delle misure da adottare, la Iarc raccomandò che un probabile cancerogeno fosse trattato ai fini pratici di prevenzione come un cancerogeno dimostrato, questa raccomandazione suscitò un aspro dibattito. Da un lato si sosteneva che anche ai fini di prevenzione si può tener conto di una correlazione solo se si vedono tutti i passaggi intermedi, la cosiddetta scatola di vetro; dall’altro si voleva privilegiare l’approccio cosiddetto a scatola nera. Qui c’è un’esposizione e, siccome vedo un effetto, io intervengo fin d’ora riducendo l’esposizione. Un dibattito legittimo, conclude Comba, che esprime così il suo punto di vista: "Noi tendiamo a privilegiare di più il discorso della comprensione del meccanismo, piuttosto che quello della valutazione della causalità in epidemiologia finalizzata all’intervento". Noi epidemiologi, come lui, badano di più al meccanismo d’azione: quello è il vero. Ed è sulla stessa lunghezza d’onda il teste dell’Accusa Simonato. Voi non dovete mai dimenticato che Simonato e Bolfetta sono testi dell’Accusa, testi dell’Accusa che sono un architrave di questo processo; testi dell’Accusa ai quali il Pubblico Ministero voleva rinunciare alla fine e alla quale il Pubblico Ministero io ho detto che se lui avesse rinunciato, li avrei chiamati io come testi. Simonato dice: "Nel programma di studio dello Studio Multicentrico Europeo c’era anche la parte sperimentale, dovevano essere studiati meglio i meccanismi di tipo biologico, cioè cercare di vedere se si poteva cercare di combinare la parte epidemiologica con quella biologica, cosa che purtroppo non si è riusciti a portare avanti perché è risultato troppo complesso". Ma anche Simonato punta sul meccanismo d’azione, sull’individuazione del meccanismo d’azione e allora voi capite quanta importanza assumesse nel processo questo problema, il problema delle catene causali. Viene sentito l’esperto dell’Accusa, professor Forti. Io chiedo al professor Forti: supponendo che i consulenti del Pubblico Ministero avessero ricostruito in concreto i meccanismi d’azione del CVM, cosa che non hanno fatto, sarebbero riusciti a risalire alla fonte? A sentire le prime risposte del professor Forti sembrerebbe di sì: "Sì – dice il professor Forti – gli esperti medici dell’Accusa sarebbero riusciti". Quello che leggo è tutto tra virgolette, e sarebbero riusciti perfino per il tumore al polmone perché "nei numerosi tumori è stata individuata la proteina mutata dal CVM, per esempio la proteina Ras". Ma lo spettacolo della neutralità degli esperti dell’Accusa, uso ironicamente questa frase, salvando sempre Comba, è davvero istruttivo. Solo perché incalzato dalle martellanti domande della Difesa, il professor Forti a poco a poco si arrende ed è costretto a rimangiarsi la sua affermazione iniziale relativa alla possibilità di risalire alle fonti; ammette che "c’è un basso livello di mutazione degli oncogeni anche in assenza di ogni agente esterno, che il meccanismo della mutagenesi è identico per tutti i tumori, per tutti gli animali, per tutti gli organismi", e soprattutto conclude dichiarando: "È possibile che altri processi partino da altre sostanze ed arrivino alla proteina P53 e alla proteina K-Ras". Queste risposte di Forti sono talmente importanti da indurre il Presidente ad intervenire per chiedere dei chiarimenti, ed eccoli i chiarimenti: "La proteina P53 può avere delle modificazioni provocate anche da altre sostanze e le modificazioni chimiche che si vengono a determinare allora nella proteina P53 possono essere le stesse oppure possono essere diverse. Quindi – conclude Forti – se il senso della domanda era: avrebbe potuto quella modificazione essere causata da qualcosa di diverso dal CVM? La risposta è sì". Ma la tenacia del Pubblico Ministero è da manuale e allora il Pubblico Ministero fa intervenire su questo tema anche l’immunologo di Udine, Colombati. Colombati è più cauto e non certo spontaneamente, ma su mia domanda, conferma quello che aveva detto nella relazione scritta e cioè che "i dati non sono ancora sufficienti per suggerire che esista una modalità specifica che permetta di identificare l’azione del CVM", e così si chiude anche questo capitolo. Ovviamente i medici legali non avevano neppure tentato di risalire alla fonte, quindi questa resta una discussione se vogliamo che ha un carattere astratto, però molto importante: non si conosce il meccanismo d’azione del CVM. I medici legali, se avessero provato, se fosse esistito questo meccanismo, se ci avessero provato, sarebbero riusciti a risalire alla fonte? È un problema che vedremo anche sull’asbesto, è molto importante. Qui io faccio sempre parlare gli esperti dell’Accusa, non faccio intervenire quasi mai gli esperti della Difesa nella mia discussione, però qui sì, qui abbiamo un grande patologo che si chiama Roncali, il professor Roncali di Milano, il quale dice: "Il patologo non potrà mai stabilire su base morfologica un rapporto di causalità individuale tra un determinato agente ed una neoplasia. L’impossibilità di fornire questa prova è dovuta fondamentalmente sia alla difficoltà di documentare il presunto agente cancerogeno, sia alla riconosciuta genesi multifattoriale delle neoplasie. Nessun patologo al mondo – dice Roncali – che pure abbia avuto la fortuna di documentare nello stesso polmone particelle di asbesto, fibrosi polmonari e un mesotelioma, potrebbe formulare una diagnosi di mesotelioma da asbesto e dovrebbe semplicemente limitarsi a formulare un referto di mesotelioma associato ad asbestosi". Riprenderò questo discorso più in là. È appena il caso che io ricordi, per concludere su questo punto, l’affermazione (Tranciandi) – Berrino: "Sfido il patologo a farlo", impossibilità quindi. Non si conosce il meccanismo, i medici legali non hanno cercato di... se l’avessero fatto non sarebbero riusciti a risalire alla fonte e adesso questa è la brutta, bruttissima storia dell’istruttoria dibattimentale. Adesso devo passare al metodo del "fai da te" usato dal Pubblico Ministero in questo grado d’appello. Devo dire che questo metodo è tutto polarizzato, accentrato sulla causalità generale. Le Sezioni Unite avevano detto alt alla causalità generale, dicendo alt al criterio dell’aumento del rischio. Il Pubblico Ministero prosegue imperterrito. Io so che la distinzione tra causalità generale e causalità individuale secca all’Avvocato Battello, mi dispiace per lui, ma è un concetto che è entrato a vele spiegate nel mondo giuridico; è entrato recentemente proprio a seguito dell’avvento delle nuove giovani scienze ed è un concetto molto utile. Ecco, io vorrei dire all’Avvocato Battello che sono secoli che si ricerca l’idea pura di causa che valga sempre e dovunque; non è mai stata trovata. Un mio libro del 1975 parte proprio con questa constatazione e non ci sono, non esiste l’idea pura di causa; esistono tanti concetti di causa a seconda che si parli del linguaggio ordinario o del linguaggio scientifico e nell’ambito scientifico a seconda delle varie scienze. Nella fisico, per esempio, è scomparso il concetto di causa, sostituito dal concetto di equazione e differenza. Nelle altre scienze è rimasto ed ogni scienza ha il suo concetto di causa, quello che gli serve, quello che gli è utile per i suoi scopi pratici, quello che riflette il punto di vista del ricercatore e il punto di vista del ricercatore e il punto di vista del diritto penale è sicuramente riflesso dal concetto di condizione necessaria che, come dice (Enghis), che pure ha cercato di estrometterla, riflette un punto di vista specificamente giuridico, condizione necessaria. Accanto alla condizione necessaria, e quindi alla causalità individuale, è entrato nel mondo giuridico questo concetto di causalità generale che, guardate, è entrato in Italia a vele spiegate con le Sezioni Unite, ma anche nella giurisprudenza di merito. Io allegherò una bella sentenza sull’amianto del Tribunale di Milano tutta basata sulla distinzione tra causalità generale e causalità individuale. Certo che è recente questo ingresso in Italia. La richiesta di archiviazione del Tribunale di Brindisi è tutta poggiata sulla distinzione tra causalità individuale e causalità generale, e anche questa io la depositerò alla Corte. Il problema, perché è importante il concetto di causalità generale? Ma perché mette in evidenza che ciò che si riassume con l’espressione "causalità generale", cioè l’idoneità di una sostanza, la sua capacità lesiva, l’aumento o la mancata diminuzione del rischio, tutti concetti ricompresi nel concetto di causalità generale, tutti questi concetti e la causalità generale non dicono nulla, sono muti sulla causalità individuale e noi ci arriviamo, il mondo giuridico, con gravissimo ritardo. Io lo so che molti non amano l’America, io la amo moltissimo ma la amo per una ragione semplice, perché le università lì funzionano e funzionano anche i Giudici; i Giudici, soprattutto i Giudici della Corte Suprema, e vedeste come funzionano le università. I professori continuano a studiare, continuano a lavorare, a produrre e si accapigliano tra di loro, ma intanto la cultura cresce. Bene, l’America sono 51 Stati, l’America ha avuto a che fare con questi problemi molto prima di noi, molti decenni prima di noi e hanno dovuto affrontarli e hanno dovuto domandarli anche perché lì sono processi di massa questi processi qua. Voi tutti avrete sentito parlare delle "class action". Bene, in America i problemi legati all’esposizione a sostanze tossiche sfociano tutti in problemi, sempre tutti i processi civili, in cui sono decine di migliaia gli attori che si riuniscono attorno allo studio di un Avvocato e promuovono l’azione. Quindi i Giudici americani hanno dovuto affrontare questi argomenti come nessun altro al mondo e sono fior di Giudici, perché sono Giudici che escono da Harvard, escono da Yale, sono Giudici preparatissimi che hanno continuato a studiare e quindi anche chi odia l’America questo lo deve ammettere. Bene, cosa è successo, perché dico questo? Per dire il gravissimo ritardo. Bisogna dire che ad un certo punto si sono mossi, ma si sono mossi molto tardi, dopo che erano state devastanti negli Anni Novanta, avevano provocato devastazioni tutte queste sentenze ispirate al criterio dell’aumento del rischio. Bene, cosa hanno fatto i Giudici americani? Lo dico per spiegare un po’ l’importanza di questo concetto. Avevano, allora, lì si sono, la stragrande maggioranza delle Corti, processi civili, dominati dalla regola del "più probabile che no", della preponderanza dell’evidenza, anche lì tutti aggrappati ferramente all’idea della condizione necessaria che in America si chiama "test but for", che significa "se non fosse stato per" e non c’è santi. Per la stragrande maggioranza delle Corti, la condizione necessaria si dimostra se si ricostruiscono le catene causali o se si riesce a dire che sempre A è seguito da B e allora la stragrande maggioranza delle Corti respinge le richieste di risarcimento. È la versione forte del "più probabile che no". Ma ad un certo punto l’attesa di giustizia della gente, che premeva, ha fatto sì che alcune Corti, alcune Corti, questa qui è una Corte Suprema, che la Corte Suprema intervenisse con una sentenza bellissima, e anche questa io ve la do prima dell’intervallo, così magari vi verrà... ma proprio bella. Io la leggo sempre, perché questa sentenza, sentenza (Avner), dice: d’accordo, gli attori dimostrano solo la causalità generale perché di più non possono fare, d’accordo la causalità generale non dice nulla sulla, non è in grado di dire nulla sulla condizione necessaria, sul "test but for", ma non è giusto che noi respingiamo, noi Giudici civili, le attese di giustizia. E allora cosa facciamo? Dobbiamo fare una riflessione nuova sulle funzioni del diritto civile. Queste funzioni non sono più la classica funzione del risarcimento soltanto, ma sono ben altre: è la giustizia correttrice, è la funzione deterrente del giudizio civile, del processo civile. La funzione del diritto civile, non ho tempo di parlare di queste cose, dal punto di vista della deterrenza è molto più importante di quello del penale, dove la deterrenza proprio non c’è. Bene, allora cosa dice la sentenza della Corte Suprema americana? Dice: ma chi l’ha detto che studiando le funzioni del diritto civile noi dobbiamo restare ancorati alla causalità? Noi abbandoniamo la causalità e diciamo che il risarcimento può essere accordato se c’è stato un aumento del rischio, se c’è stato almeno il raddoppio del rischio. Vi ho ricordato questa sentenza, è la versione debole in pratica, perché ricordata dal Tribunale di Venezia quando dice: si diano da fare i Giudici civili perché allora, in sede civile, un nuovo ripensamento delle funzioni del diritto civile può portare ad un appagamento delle attese di giustizia della gente. Qui devo dire che – c’è poco da ridere, stiamo parlando di cose serie – che la Cassazione civile italiana finalmente si è mossa e ha cominciato, ha emanato una prima sentenza che è stata commentata da questo mio allievo a proposito dell’attività medico chirurgica, che è un problema più o meno analogo; anche in quell’ambito provare la causalità può essere assai difficile, se non impossibile, rispetto alla negligenza del medico. E allora sapete cosa dice questa sentenza? La prima, dice della Cassazione Civile e della cultura che comincia a penetrare, dice: facciamo a meno della causalità e, diciamo, non dobbiamo provare i rapporti di causalità rispetto all’evento lesivo: basta che l’attore provi che c’è stata una perdita di chance della vittima dovuta alla negligenza del medico. Io penso che questo sia uno dei primi segni di speranza, assieme alla sentenza delle Sezioni Unite, perché l’Italia finalmente trovi il cammino giusto su queste cose. Bene, alla base delle sentenze americane c’è la constatazione che è impossibile dare la prova della condizione necessaria. Io riprenderò l’argomento, ma vi devo segnalare anche un’altra cosa. In America sono 51 gli Stati. Bene, non c’è una sola azione penale per esposizione a sostanze tossiche che sia stata iniziata da un solo prosecutor americano e questo la dice lunga. Perché in America succede così? Sono mica tutti pazzi in America. Sono tutti prosecutor che provengono anche loro da queste università dove la cultura si produce e sono bravi i prosecutor, bravi ma attenti e sanno che se iniziassero un’azione penale per esposizione a sostanze tossiche la sconfitta sarebbe sicura, perché loro devono dare la prova, come noi oggi, oltre il ragionevole dubbio e oltre il ragionevole dubbio tutti gli specialisti di "Toxic talk", dicono: la prova del nesso causale intesa come nesso di condizionamento è impossibile. Ecco, allora in questa situazione che cosa fa il Pubblico Ministero? Privo ormai dei suoi medici legali, nei motivi si aggrappa al povero (Cecovic), alla probabilità di causazione, questo studioso di lingua inglese. Cos’è la probabilità di causazione? Lo dice la parola stessa: è il calcolo del rischio individuale. Si calcola il rischio dovuto all’età e il rischio dovuto all’esposizione. La somma dei due rischi dà la probabilità di causazione. Mi astengo da ogni commento, perché siamo chiaramente sul terreno della causalità generale, sempre in correlazione tra rischio ed evento ed esposizione; si tratta sempre di rischio di probabilità. Piuttosto vorrei richiamare l’attenzione della Corte su un altro dato, che cioè il Pubblico Ministero non ci dice tutto su Cecovic. Se voi andate a leggere il lavoro di Cecovic, Cecovic vi dirà che il calcolo della probabilità di causazione come lui lo espone può essere utile nel processo civile dove si applica la regola del "più probabile che no". Altro che processo penale. A questo punto il Pubblico Ministero viene a trovarsi nelle sabbie mobili e, come tutti coloro che si trovano nelle sabbie mobili, ogni movimento che fa lo fa sprofondare sempre di più ed è qui che il Pubblico Ministero chiama in aiuto le sentenze sull’amianto della Cassazione, le sentenze pubblicate dopo il 10 luglio, l’11 luglio, il capofila di queste sentenze, sentenza Macola, pubblicata, emanata l’11 luglio. Io vi parlerò ora di queste sentenze, anche se devo dire che lo farò per dimostrare che non mi tiro indietro, ma è un discorso, è un tema che non c’entra niente con il CVM. Voi le conoscete già le differenze tra amianto e CVM, sono differenze tali che ci dicono che il discorso sull’amianto si colloca fuori dal processo. Ma io lo farò lo stesso, anche perché c’è utile e ci sarà poi utile per la Difesa ai fini della dimostrazione della ripresa di tanti temi, compreso quello sul meccanismo d’azione. Le differenze sono, le conoscete, la biopersistenza dell’amianto, l’amianto permane, le fibre di amianto nell’organismo anche per decenni, quindi si possono trovare in sede istopatologica. Il CVM ha una biopersistenza brevissima, di ore, se non di minuti. Non si trova più. Ancora, come vedremo, il CVM è un cancerogeno iniziante – e lo dimostrerò nonostante quello che dice il Pubblico Ministero – mentre per l’amianto si discute se sia iniziante e promotore. Dico si discute, perché la discussione è messa in crisi – come vedremo – addirittura dagli interventi di Epa e di Iarc. L’altra differenza, altre differenze importanti sono che per l’amianto si discute – dico si discute, non è passata nessuna tesi – se la latenza, se vi sia un rapporto inverso tra durata dell’esposizione e latenza, se cioè aumentando l’esposizione diminuisca la latenza, si discute. Per il CVM è pacifico che questo rapporto non c’è, e lo dimostrerò. Aumentando l’esposizione, per il CVM, aumenta la latenza. Ancora per le basse dosi, Selicov per l’amianto nel 1978 diceva che la dose di innesco del mesotelioma può essere piccolo e in certi casi straordinariamente piccolo. Questa discussione, questa affermazione di Selicov, che è uno dei padri, è stata poi però messa anch’essa in discussione e oggi si sostiene che una soglia esiste da qualche parte, si dice, da qualche parte. Ebbene, mentre si discute sull’amianto per il CVM, come sappiamo, è pacifico che la soglia esiste o, se non volete usare la parola soglia, che non sono stati verificati effetti, individuati effetti sotto i 288 PPM nell’uomo e sotto i 10 PPM per l’animale. Questo è un dato pacifico. Allora, queste essendo le differenze tra l’amianto e il CVM, è difficile pensare che le sentenze sull’amianto possano dirci qualcosa sul CVM. Ma io, come dicevo, non mi voglio tirare indietro. Anche qui però io mi chiedo: perché il Pubblico Ministero sull’amianto continua ostentatamente ad ignorare l’esperienza americana? Guardate che in America sono andate in bancarotta per l’amianto molte aziende, in seguito a queste azioni civili di massa; ne sanno più di tutti gli altri al mondo i Giudici americani e allora anche qua, se parliamo di questo, qui dobbiamo risolvere un problema, i problemi attraversano tutti gli Stati, e allora brevissimamente sempre mi dico: perché il Pubblico Ministero non ha citato quelle sentenze? Le sentenze, anche qui, sono di due tipi: quelli che respingono le richieste di risarcimento perché non si riesce a provare, è impossibile provare il nesso di condizionamento – io ne cito due, la Fierobon e la Cimino della Corte Suprema – e poi c’è, guarda caso, una bellissima sentenza della Corte Suprema del 1997, la sentenza (Ruteford), che dice, che diventa proprio una stella guida e può essere collocata assieme alla sentenza (Arvand) che vi ho detto, la versione debole, dice: "C’è incertezza scientifica sul meccanismo biologico che produce il mesotelioma, è una questione di battute il legame tra la fibrosi e la cancerogenesi". Insomma, in sostanza, il meccanismo d’azione dell’amianto è un enigma e allora, dice la Corte americana, l’onere probatorio per l’attore sarebbe impossibile da adempiere sotto il profilo medico, vista l’irriducibile incertezza che attiene alla formazione cellulare di un cancro da asbesto; pertanto – conclude la Corte – adottiamo anche qui una nuova riflessione sulle funzioni del diritto civile e diciamo che il risarcimento va accordato se c’è una ragionevole probabilità medica che l’esposizione abbia contribuito al rischio. Ecco allora la sentenza (Arvend) in generale, la Corte Suprema degli Stati Uniti. Quindi il criterio dell’aumento del rischio, poi io ho riportato tutto, nella memoria troverete tutta una serie di altre sentenze americane. Io voglio dire adesso, prima di passare e poi chiudere, perché le sentenze americane si muovono così a differenza di quelle italiane. Ma perché c’è stata un’evoluzione recente nelle conoscenze sull’amianto che ha mutato drasticamente il panorama, evoluzione delle conoscenze scientifiche. Di questa evoluzione le sentenze italiane non tengono conto. Io non voglio far perdere tempo alla Corte su questo argomento, però vi dico secondo Epa 2003: "Nessuno è stato in grado di osservare l’evoluzione di una specifica lesione indotta dall’asbesto in una specifica cellula verso lo sviluppo di uno specifico tumore", cioè dice Epa noi sappiamo assolutamente poco, non sappiamo nulla sul meccanismo d’azione dell’amianto e si discute, dice l’Epa, se sia iniziatore o promotore, ma l’evidenza a favore dell’una o dell’altra tesi non è sufficiente. "Accanto – conclude l’Epa – non sono sufficientemente adeguati a consentire l’esatta individuazione degli specifici meccanismi che guidano l’induzione del cancro creato dall’asbesto, non sono sufficientemente adeguati gli studi compiuti fino a adesso", Epa. E la Iarc, nel "Consensus report" del 1996, diceva: badate, tutta l’evidenza relativa al meccanismo d’azione dell’amianto, e quindi alla ricostruzione, è debole, debole. L’Epa è andata molto più in là e ha detto: guardate che gli studi non sono sufficienti. Poi sono intervenute altre cose, c’è stato uno studio, una ricerca dell’Istituto Istopatologico di Londra. Questi hanno osservato, hanno 272 casi, e sono arrivati a questa conclusione: c’erano casi di mesotelioma in soggetti con esposizione all’amianto e di mesotelioma in soggetti senza esposizione all’amianto, sicura non esposizione all’amianto. Bene, la conclusione a cui è arrivato questo studio è che i mesoteliomi dei soggetti esposti all’amianto e dei soggetti non esposti all’amianto sono indistinguibili sia dal punto di vista clinico, cioè delle manifestazioni, mancanza di respiro, quelle cose lì, sia dal punto di vista soprattutto istopatologico, cioè sui vetrini, sull’autopsia etc., non si riesce a distinguere quelli che sono stati provocati dall’esposizione dagli altri. Le conoscenze sono ancora cresciute, perché poi il problema è, anche qua, noi siamo abituati a pensare al mesotelioma come il tumore più affermato da tutti dall’asbesto e sapete cosa è venuto fuori? Negli ultimissimi studi che io cito, tutte pubblicazioni del 2002 – 2003, è venuto fuori primo che, pensate, solo in America da 400 – 600 casi all’anno di mesoteliomi senza esposizione. Il problema quindi di vedere quali sono le altre cause è un problema reale e si è indagato e si è scoperto che c’è un virus, chiamato SV40, che ha contaminato i vaccini antipolio di 96 milioni di americani. In Italia non ne sappiamo niente naturalmente, non sappiamo chi abbia ricevuto questo vaccino e quindi non siamo in grado di fare delle valutazioni. L’SV40 è associata direi con una forza di associazione secondo i criteri ancora maggiori per l’asbesto, il mesotelioma, altre cause. E poi, l’altra conclusione a cui si è arrivati è questa: voi sapete che l’amianto è obliquitario, ognuno di noi – signori Giudici – ha dentro di sé delle fibre di amianto. Sì, leggetevi quello che dico, io riporto il pensiero di Maltoni su questo, che descrive le indagini compiute in interi settorati di grandissime metropoli, sono stati trovati in sede autoptica, è stato ritrovato l’amianto, è stato ritrovato il mesotelioma ed è stato... no, senza mesotelioma, scusate, sto facendo confusione. Senza mesotelioma è stata trovata una quantità rilevante di amianto. Leggete quello che dice Maltoni. E’ pacifico quindi che c’è un livello di background dell’amianto, cioè un livello che noi tutti assorbiamo, al quale si aggiunge poi, per chi è esposto, la dose dovuta all’esposizione. Ebbene la conclusione a cui sono arrivati gli studi più recenti è che non si riesce a sapere se il mesotelioma sia dovuto al livello di background o alle dosi che si sono aggiunte a livello di background e allora ditemi come si fa a stabilire, a dire: escludiamo l’intervento di altre cause. Per andare veloci, allora, cosa dicono le nostre sentenze, quelle invocate? Naturalmente ignorano tutti questi problemi e dimostrano un lento adeguamento. Secondo me c’è molto di più, c’è una grande testa pensante nella IV Sezione, ed è Battisti, uno che ha studiato tanto. Ad un certo punto Battisti si è stufato, e non è vero quello che dice Gallo che Battisti ha fatto marcia indietro, perché Battisti ha sempre detto: il rapporto, anche nella sentenza citata da Gallo, il rapporto tra condizione necessaria ed evento deve essere certo. Noi poi produrremo la sentenza. Ad un certo punto si è stufato Battisti di scrivere sentenze e al suo posto è subentrato (Brus), questa è l’altra anima, che è l’estensore della sentenza Macola, al quale poi si sono accodati i Giudici della IV, che mal sopportavano la preminenza di Battisti. Questa è la sostanza. Ma Battisti non è mica morto, sapete? Ne farà ancora di sentenze, ne sta facendo ancora e anche le Sezioni Unite ne faranno ancora. Non è finita qui. Comunque, sapete cosa dice la sentenza Macola? Vi riassumo brevemente, ma anche qui io mi sono indignato quando ho sentito leggere queste sentenze che conoscevo appena, anch’io non leggo tutto. Quando l’ho sentita citare dal Pubblico Ministero mi sono indignato e ho scritto un articolo che adesso vi produco in bozza ancora, perché così, bevendo il caffè, potete darci una scorsa. La sentenza Macola dice, vi leggo solo i punti di questa sentenza e poi chiedo la sospensione: "La mancata eliminazione o riduzione significativa della fonte di assunzione comportava il rischio dell’insorgenza di una malattia. Non c’è ragione per escludere il rapporto di causalità", e ancora: "La mancata adozione di complessi interventi non ha consentito di eliminare o ridurre significativamente l’esposizione dei lavoratori ai rischi". Legati a questa impostazione sono le considerazioni relative alla latenza che è un tema tipico di causalità generale, nella circostanza che aumentando l’esposizione, secondo loro, diminuisce la latenza. Per la sentenza Trioni decisivo è il rilievo della sufficienza ai fini di contrarre il mesotelioma di una esposizione di breve intensità; sufficienza quindi all’esposizione intesa come idoneità, come capacità lesiva. La sentenza Giacomelli, che si riferisce invece ad altro tumore del naso, per la sentenza Giacomelli le potenzialità lesiva delle polveri fa sì che di sicuro l’insorgenza sia riconducibile al periodo di gestione considerato e poi la sentenza sul caso Monti, l’elevata e prolungata esposizione, il tipo di tumore mesotelioma che normalmente, sic – normalmente sta scritto – segue all’esposizione, dovremmo avere centinaia di migliaia di morti per mesotelioma, normalmente. "La compatibilità con i tempi di latenza peraltro – udite, udite, per la stessa sentenza Monti – sempre per di difficile definibilità in quanto variante da caso a caso". Ma se è variante da caso a caso, come può la sentenza Monti far valere l’argomento della latenza, che è un argomento di causalità generale? Ecco, tutti questi elementi costituiscono elementi idonei per ritenere il nesso di causalità e poi, dulcis in fundo, la sentenza che mette in luce le vere intenzioni del Pubblico Ministero, la sentenza della Corte d’Appello di Torino sul caso PSV: è necessario e sufficiente che il datore di lavoro realizzi una condizione idonea a produrre le malattie. Tutte queste sentenze, come vediamo, la condizione idonea, una condizione idonea, quindi causalità, si collocano, tutte queste sentenze si collocano fuori dal recinto del nostro diritto penale. Chiedo la sospensione, grazie.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.35.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 12.05.

 

PRESIDENTE – Bene, ricominciamo.

 

DIFESA – Avv. Stella - Presidente, io penso che ne avrò per circa un’ora, un’ora e mezza ancora. Domani mattina continuerò con la causalità generale, perché questa parte è dedicata al nesso di condizionamento e comincerò con l’avvelenamento. Il metodo del "fai da te", quello della camomilla, del Pubblico Ministero continua: CVM e latenza. Dice, c’è un’inversione: più aumento l’esposizione minore è la latenza, quindi vuol dire che aumentando l’esposizione si accorcia la vita del lavoratore. Due parole soltanto. La latenza si sa che cos’è, la latenza è un concetto che viene usato nelle ricerche epidemiologiche ed è un concetto convenzionale; essa segna, è una latenza stimata in tema di causalità generale e riguarda il periodo che va dall’inizio dell’esposizione alla manifestazione della patologia tumorale. Chiamiamolo A – B, un segmento grande così diciamo, ecco, ma voi capite signori della Corte che nella realtà come si fa a dire che l’inizio del tumore coincide con l’inizio dell’esposizione? Non lo si sa, nessuno lo saprà mai e, d’altra parte, non si conosce l’esatto momento in cui il tumore si è formato, che può essere anteriore alle manifestazioni che portano alla diagnosi. Quindi è un periodo di latenza stimato. La latenza vera è quella A1 – B1, un segmento più piccolo, così, che si colloca all’interno del segmento più ampio. La latenza vera è quella che intercorre tra la formazione della prima cellula neoplastica e quella che porta poi alla formazione del tumore, quindi è A – B. Questa, la verifica di A1 – B1 è impossibile, non si è mai riusciti a stabilirla. Disponiamo quindi solo dei dati sulla latenza stimata, che non dicono nulla su ciò che è sulla latenza vera e, in ogni caso, anche qua sulla latenza stimata io devo dire una cosa. Bolfetta, su richiesta del Pubblico Ministero, aveva in primo grado consegnato dei dati, delle tabelle; elaborando quei dati consegnati da Bolfetta si avete chiaramente che, aumentando l’esposizione, aumenta la latenza. Io volevo anche proiettarvi dei grafici, ma non ho tempo, li troverete nella memoria. Quindi anche per la latenza stimata, che non è la latenza vera, noi disponiamo di questi dati, che dimostrano che per il CVM è sicuro che aumentando l’esposizione aumenta la latenza. Vado avanti rapidamente e poi il Pubblico Ministero ha tentato anche il colpo del CVM come promotore. Il Pubblico Ministero è molto dispiaciuto di non poter sostenere che anche le basse dosi influiscono sul processo di cancerogenesi e allora le cerca tutte e cerca di sostenere che il CVM è un promotore, allora qui bisogna sapere bene intanto la distinzione tra iniziatore e promotore. L’iniziazione è la fase iniziale del processo di cancerogenesi, causa in genere un’alterazione mutazionale che porta allo sviluppo del cancro. La promozione è il processo di stimolazione di un tumore da parte di agenti promotori esogeni o indogeni. Allora si dice, dice il Pubblico Ministero, essendo un promotore anche le basse dosi agiscono stimolando le cellule tumorali. Ebbene, in tutta la letteratura è pacifica una cosa, che i cancerogeni inizianti sono i cancerogeni genotossici, cioè quelli che interagiscono con il DNA, mentre i promoventi o promotori non sono genotossici perché non reagiscono direttamente con il materiale genetico. Orbene, non esiste alcun lavoro scientifico che dica che il CVM è un cancerogeno promotore; anzi, il problema signori della Corte è che quando si legge e si produce un documento, bisogna leggerlo tutto. Abbiamo visto che il Pubblico Ministero si è esibito con l’Epa 2000, del maggio 2000. Sapete cosa troviamo in Epa del maggio 2000? Troviamo questa affermazione: "Sembra esserci evidenza sufficiente per giustificare l’asserzione che il CVM agisce come un iniziatore classico, che produce trasformazioni genetiche attraverso una reazione diretta" etc., iniziatore classico. Del resto nel dibattimento le carte bisogna leggerle e io lo so che c’è la tendenza a leggere solo il dieci per cento da parte dell’Accusa, ma bisogna leggerle tutte e allora nell’udienza del 7 ottobre 1998 troverete l’esperto dell’Accusa, Forti, che dice: "E’ un’iniziatore?", la domanda è. "Certo", risponde Forti. Nell’udienza del 9 ottobre 1998 (Terracini) si diffonde, Terracini è il caposcuola degli epidemiologi dell’Accusa, diciamo, nella distinzione tra i cancerogeni genotossici e quelli non mutageni o epigenetici e su questo, dice, vi è un accordo complessivo nell’Accusa. Nell’udienza del 18 novembre 1998 è di turno Galli, un esperto della Difesa, che dice: non c’è nessuna evidenza che il CVM stimoli la crescita di un tumore già in atto"... no, questo lo dice Dragani, che interviene nelle domande che fanno a Galli, e Galli: "Il CVM non è un promotore tumorale, il promotore tumorale si differenzia perché non è genotossico". Il Presidente dice: "Ho capito, il promotore è una sostanza che va ad potenziare il processo di iniziazione delle mutazioni" e così Dragani, che è dell’Istituto dei Tumori di Milano ed è un nostro esperto: "Può stimolare la crescita del tumore, l’iniziatore può indurre il tumore, ma non ne stimola la crescita". Ancora nell’udienza 1 giugno 1999 è di turno l’esperto della Difesa, Zapponi. Cosa dice Zapponi? Che il CVM è un genotossico. Ecco, allora, tiriamo le somme. Anche questo tentativo del Pubblico Ministero di dire che il CVM è un promotore... abbiamo visto che per l’amianto la discussione resta aperta, per il CVM no. Come dice l’Epa: è un iniziatore classico. Sulle frequenze medio-basse, due parole, prosegue imperterrito sulla sua strada del "fai da te". Come voi sapete delle frequenze medio–basse ne hanno parlato le Sezioni Unite. Io lo considero un lapsus questo delle Sezioni Unite, perché è chiaro che le frequenze medio–basse indicano una successione di una percentuale media o bassa di casi e non hanno nessun potere esplicativo; sono la registrazione, come direbbe Berrino, di casi non provatamente causati, cioè una mera successione di eventi e scambiare la mera successione di eventi è una classica fallace per qualcosa che spiega la causa, che individua la causa, è una classica fallace del (post hoc, ergo procter hoc). Ma a me non interessa questo, mi interessa piuttosto rilevare che le stesse Sezioni Unite parlano di frequenze medio–basso in un contesto dove dicono che le frequenze delle leggi statistiche hanno tanto maggiore potere esplicativo quanto maggiori sono le frequenze, cioè quanto maggiore è la percentuale di casi e questo non l’ha riportato, e poi ci servirebbe vedere che cosa succede nel nostro caso. Quindi il potere esplicativo aumenta e diminuisce con le frequenze, quindi le frequenze medio–basse hanno, anche nella prospettiva delle Sezioni Unite, un potere esplicativo molto limitato. In effetti, il vero pensiero delle Sezioni Unite si coglie nella prosecuzione della frase: le frequenze medio–basse possono essere utilizzate dal Giudice quando vi sia la sicura esclusione delle altre cause. La sicura esclusione, signori della Corte, la sicura esclusione. Ma noi abbiamo sentito che per Berrino, Comba, Carnevale e tutti gli altri, l’elenco che vi ho consegnato, la sicura esclusione delle altre cause non è possibile, perché bisognerebbe, il Tribunale dovrebbe tirare a sorte. Dunque questo è il punto, il punto cruciale delle Sezioni Unite e d’altra parte tutti questi tentativi del Pubblico Ministero sono tentativi della camomilla, ci mette il sale. Parlo della probabilità logica. Allora anche qua bisogna che ci capiamo. La probabilità logica è un concetto che non era conosciuto nel mondo giuridico italiano prima del mio libro del 1975, quindi l’ho introdotto io questo concetto, che poi è stato frainteso e adoperato da tutti ai propri fini, facendogli perdere il significato originario. Qual era questo significato, che io riportavo il pensiero di grandi studiosi, di grandi scienziati? La probabilità logica, in due accezioni, come grado di fiducia o di conferma che noi diamo alla legge scientifica che viene utilizzata dal Giudice, e qui vedremo dopo quanto sia importante questo con la sentenza (Dauver), da cosa dipenda il grado di fiducia. Secondo significato è quello relativo agli enunciati causali singolari. Io affermo che è certo: "E’ certo che l’antecedente A è condizione necessaria dell’evento B". Questa è una proposizione che ha un certo grado di conferma o di fiducia o di probabilità logica appunto e noi vedremo che il problema da chiarire bene riguarda anche questo secondo aspetto, perché qual è, come facciamo noi a capire il grado richiesto dal processo penale? Non mi si dica che qui poi la causalità viene trattata diversamente dagli altri elementi di fattispecie. La causalità è il requisito che è ed ha in sé certe esigenze di prova, sennò non parliamo di causalità, parliamo di altre cose. In oggetti causali, il grado di conferma, probabilità logica. Ci sono due grandi orientamenti, due grandi indirizzi di pensiero, il primo che dice: quantifichiamo, e sono tutti i sostenitori, i seguaci del teorema di (Bais) e anche degli statistici dei giorni nostri, per esempio (Frosini), il professor Frosini, Preside alla Facoltà di Economia di Milano, statistico, nel suo libro che ha scritto – ed era anche nostro esperto consulente – quantifica, richiamando anche la giurisprudenza sul DNA di tutti i Paesi, quantifica il grado di conferma o di probabilità logica che deve avere il singolo in oggetto causale in 99,9 di probabilità: 99,9. Questo è il filone che quantifica. Poi c’è il filone che dice: ma non stiamo lì a quantificare. Nel penale è difficile, infatti le dispute sul DNA sono infinite, dice: nel processo penale c’è la regola dell’oltre il ragionevole dubbio, a differenza che nel processo civile, questo lo hanno detto le Sezioni Unite in ben due volte. Bene, dice questo filone, non possiamo neppure dire che sia sufficiente una probabilità del 95%, un grado di conferma del 95%; è di più nel penale, ma non stiamo a quantificarlo, perché abbiamo la formula dell’oltre il ragionevole dubbio. Anche oltre il 95% di probabilità noi dobbiamo vedere se c’è un dubbio ragionevole, e questi sono i due filoni principali e così va intesa la probabilità logica. Invece un sacco di sentenze anche di Giudici di merito l’hanno frainteso e hanno detto di cotte e di crude sulla probabilità logica, come ha fatto il Pubblico Ministero. La probabilità logica è quella che dice lui e il grado di conferma di tutto è quello che dice lui, e noi gli dobbiamo credere. Tutto questo non basta al Pubblico Ministero, che dice: i lavoratori con angiosarcomi e epatocarcinomi dovevano essere trapiantanti o resecati; se lo avessero fatto, la loro vita si sarebbe allungata. Allora anche qua il problema è sempre di conoscenza di teoria generale: bisogna distinguere tra le probabilità ex ante e le probabilità ex post. Le probabilità ex post sono quelle che riguardano gli enunciati singolari causali; dopo bisogna vedere se un certo comportamento, una certa omissione è stata la condizione necessaria dell’evento. Prima noi abbiamo solo probabilità ex ante e così quelle riguardo ai trapianti e alle resezioni. Noi sappiamo ex ante che i trapianti e le resezioni riescono anche in una buona percentuale, che sono, i trapianti si sono molto sviluppati in quest’ultimo periodo, ex ante, lo sappiamo. Ma questa conoscenza ex ante che rilevanza ha sulla conoscenza ex post? Non dice nulla su quello che può accadere e ce lo spiega benissimo il professor Colombo. Qua naturalmente su questa affermazione del Pubblico Ministero che i trapianti e le resezioni avrebbero prolungato la vita, i medici legali suoi non dicono nulla, lo dice lui. Allora, vediamo, il professor Colombo, che è uno dei più grandi patologi che abbiamo in Italia, è stato controesaminato dal Pubblico Ministero. Nell’udienza, che io riporto integralmente nella memoria, è interessante leggere quello che dice Colombo, perché dice: intanto dice la selezione dei pazienti deve essere molto severa, perché solo tumori piccoli e poco aggressivi possono essere trapiantati... tumori, fegati possono essere trapiantati o resecati. Ma dice anche altre cose. Addirittura il professor Colombo dice, anche sulle probabilità ex ante dice qualcosa: "Per l’angiosarcoma – dice – l’angiosarcoma e l’angiocarcinoma non li tocchi nemmeno. L’angiosarcoma è una malattia mortale, punto e basta, perché nasce metastatica, è biologicamente aggressiva, nasce nei vasi, sta il fatto non puoi trapiantarla". Il Pubblico Ministero tenta: ma io però c’ho un caso di angiosarcoma con resezione. Risposta di Colombo: ah, sono contento che ci sia un caso, ma non è la regola. Quindi ex ante resta fermo che la regola è: non si possono trapiantare i fegati con angiosarcomi. Ma va più in là il professor Colombo e dice, le diagnosi a proposito delle diagnosi anticipate: "Le diagnosi piuttosto anticipate di malattie tumorali danno artificialmente un incremento di sopravvivenza, perché vede una malattia mortale con un anno di anticipo e gli attribuisco un beneficio di cura che poi è tutto da verificare". È tutto da verificare e quindi traccia già la distinzione tra probabilità ex ante e probabilità ex post, e dice in sostanza: "La diagnosi anticipata si basa sui fattori di predizione, allora può darsi che io intervenga, faccia una resezione e che il paziente mi viva un anno; ma può darsi che viva egualmente un anno se io non ho fatto la resezione. Quindi vedete l’artificiosità, cioè se io non reseco mi vive un anno, se reseco mi vive un anno lo stesso. Quindi l’indagine ex post. Per tacere poi dei casi come quello di (Zaninello), che è nostro, epatocarcinoma, in cui è la resezione ad avere anticipato la morte. Quindi andiamoci piano e soprattutto facciamo l’indagine a posteriori. Tutti i fattori che predicono se il mio paziente vivrà o non vivrà, sono fattori predittori, dice Colombo, cioè probabilità ex ante; tutto il materiale che si ottiene dopo che tu hai già applicato la cura a posteriori, dopo che ho già resecato e portato a casa il tumore, mi accorgo che, ahimè, era troppo aggressivo e che quindi non dovevo resecarlo. Vedete, non basta parlare delle statistiche del Policlinico di Milano o di quello che sta scritto nel documento (Ampe). Quindi qui già le probabilità ex ante sono escluse per definizione per l’angiosarcoma, perfino le probabilità ex ante e poi sono tutte artificiali; bisogna andare a vedere dopo cosa succede. A questo punto è solo un di più il fatto che io vi dica che la Zaninello l’abbiamo visto, è morto prematuramente a causa della resezione. Poi abbiamo il caso di (Bolzonella) che continua a lavorare fino al maggio 1989 e la diagnosi viene fatta nel 2000. Che cosa c’entra Bolzonella con questo discorso del Pubblico Ministero lo sa solo Dio, perché undici anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro viene fatta la diagnosi; era il problema dei medici che hanno fatto la diagnosi se fare il trapianto o la resezione. Lo stesso è Grigio Luigino. Grigio Luigino, allontanato nel 1981, cassa integrazione nel 1987, due mesi con Smai; questi aveva una cardiopatia alcolica diagnosticata già dal 1981 che impediva sia il trapianto che la resezione e Favaretto Emilio, in cassa integrazione anche lui dall’1 ottobre 1988, quindi pochissimo sotto Enichem, gli venne fatta la diagnosi di epatocarcinoma nel settembre del 1991, stesso ragionamento che per Bolzonella. Ma questo è soltanto un di più, perché il problema vero è compiere, è disposta un’indagine per vedere se il trapianto o la resezione avrebbe potuto prolungare la vita. Questa indagine non è stata compiuta da nessuno. Devo fare un cenno ancora in questa situazione. In questo processo se ne vedono proprio di tutti i colori, ma prima devo chiudere con questa parte relativa alla causalità generale. Il mancato allontanamento dei lavoratori, altro cavallo di battaglia del Pubblico Ministero: "Eh, se fossero stati allontanati, sarebbero guariti, non sarebbero peggiorati" e via discorrendo. Ora, l’allontanamento è sicuramente una misura prudenziale, ma anche questo attiene ad una valutazione di idoneità, di allontanamento idoneo in generale, appartiene alla causalità generale. Il problema è vedere anche qui se sia vero quello che dice il Pubblico Ministero, processualmente vero e, allora, dalle diagnosi medico legali sono desumibili dei dati schiaccianti che indicano la diversità tra il giudizio ex ante sulla idoneità, cioè tra la causalità generale e la causalità individuale. Delle 59 epatopatie contestate, ben 30, più del 50%, si sono manifestate in lavoratori che sono stati allontanati dall’esposizione al CVM; viceversa, su 14 epatopatie regredite ben 7, il 50%, si sono verificate in lavoratori che non sono stati allontanati dall’esposizione al CVM. Su 26 casi contestati di morbo di Reynaud, ben 15, oltre il 50%, si riferiscono ai lavoratori che sono stati allontanati dall’esposizione senza manifestare alcun miglioramento. In breve, circa la metà dei lavoratori allontanati non manifesta alcun miglioramento, mentre la stessa percentuale di lavoratori non allontanati mostra una regressione della patologia. La verità è che qua, se si vuol dire che l’allontanamento ha peggiorato la situazione, bisogna dimostrarlo caso per caso e i medici legali non l’hanno fatto e noi non possiamo certamente fidarci della parola del Pubblico Ministero, soprattutto di fronte ad una realtà processuale come quella che vi ho illustrato. Andando avanti, il Pubblico Ministero tira fuori dal cappello più conigli che può e uno di questi conigli è il concorso di causa. Qui c’è proprio da allargare le braccia. Allora qui lui prospetta un’interpretazione del primo comma dell’Art. 41 che non sta né in cielo né in terra. Noi tutti, che abbiamo sempre studiato sui testi, si continua a studiare sui testi che il concorso di causa di cui parla l’Art. 41 comma primo è chiamato l’equivalenza delle condizioni, cioè degli antecedenti che sono condizioni necessarie: l’uomo non realizza mai una sola condizione necessaria, normalmente ci sono più condizioni necessarie, tutte queste condizioni sono equivalenti. Condizioni necessarie, cioè antecedenti, eliminando le quali l’evento non si sarebbe verificato, va bene? Dice il Pubblico Ministero che non è, vi leggo testualmente perché è incredibile questa affermazione: "Il metodo dell’eliminazione mentale va utilizzato tenendo conto della necessità di non pervenire alla disapplicazione su base interpretativa delle norme sul concorso di causa, ponendo nel nulla il principio normativamente previsto dell’equivalenza delle cause. Si deve quindi fare riferimento alle condotte di tutti coloro che hanno contribuito all’esito finale e non alle singole condotte in relazione alle quali valgono gli illusori criteri. Questo è il criterio da adottare in tutti i casi in cui la condotta di un soggetto si inserisce in modo efficiente in un processo penale". Quindi, in sostanza, dice il Pubblico Ministero, i criteri sono quelli della condizione necessaria, ma se un antecedente non è condizione necessaria non importa, state attenti che disapplichiamo l’Art. 41 primo comma, perché l’Art. 41 primo comma richiede semplicemente che un antecedente non richiede che sia condizione necessaria, richiede che un antecedente abbia contribuito o si sia inserito in modo efficiente. Già, io devo dire che questo mi ha fatto proprio saltare i polsini e infatti ho scritto un articolo, questo non su quello che dice il Pubblico Ministero in generale su questo punto, intitolato: "Fallacia e anarchia metodologica" che io per il solito caffè offro alla Corte in visione. Ma non è possibile, in questo modo scompare il diritto, il principio di legalità è una cosa, è una favola che si può raccontare ai bambini, perché? Perché basta che un Giudice pensi lui nella sua testa che un certo fattore ha contribuito o si è inserito in modo efficiente, anche se quell’antecedente non è un antecedente senza il quale l’evento non si sarebbe verificato, ebbene, ebbene il Giudice può dichiarare il concorso di causa. Devo dire che io anche solo a dirle queste cose ci sto male, perché è evidente, è straevidente che concorso di causa vuol dire concorso di condizioni necessarie, sennò salterebbe tutto il sistema. Altro che fattore che ha contribuito. Per forza, gli fa comodo al Pubblico Ministero. Siccome qua non riusciamo a dimostrare che è condizione necessaria, diciamo, il Giudice dica, (autoritas, non veritas facet iudicio), dica che ha contribuito e così ce la caviamo. La stessa cosa è per l’interpretazione dell’Art. 41 capoverso. Io avevo proprio bisogno, a questa mia tarda età, di sentire certe cose. Devo dire proprio che era quello che mi ci voleva per darmi gioia. Allora, ho sentito dire che il fumo e l’alcol non possono essere considerati cause sufficienti come serie causali autonome ai sensi dell’Art. 41 capoverso Codice Penale, perché? Perché c’è il CVM, c’è il CVM che... Allora, vedete, qui è di nuovo la fallacia interpretativa, perché è chiaro che io posso parlare di cause sopravvenute, di serie causali autonome sopravvenute solo se c’era una serie causale che operava e si è interrotta, cioè appunto il CVM. Ma se il CVM non è mai stato dimostrato che è condizione necessaria? Se dl CVM non si può dire neppure che è condizione idonea salvo per l’angiosarcoma, come si può fare questo ragionamento che ha fatto il Pubblico Ministero delle cause sopravvenute? Lo sa solo Dio, lo sa solo Dio. E qua si colloca il discorso che fa il Pubblico Ministero sull’interazione tra fumo, alcol e CVM. Anche qua non si può tenere nascosto quello che è accaduto nel dibattimento di primo grado. Sul fumo comincia Berrino, il quale dice, il quale mette le mani avanti e dice: "Ora, state attenti, non abbiamo preso in considerazione i dati di consumo di tabacco dei singoli individui". Poi va avanti Berrino e dice: "Eh, però c’è interazione, perché la sinergia tra fumo e CVM non è dimostrata – dice Berrino – ma il meccanismo patologico è lo stesso della sinergia tra fumo e amianto". Allora noi non conosciamo il meccanismo d’azione del CVM, abbiamo visto che è molto discusso il meccanismo d’azione dell’amianto e Berrino ha il coraggio di dire, non conoscendo il meccanismo d’azione del CVM, che il suo meccanismo d’azione è identico a quello dell’amianto. Ma come si fa? E pensare, vedete l’onestà intellettuale, che Comba, che io considero il più autorevole degli esperti, aveva detto a proposito del fumo: "Per alcune rare coppie di esposizioni lo scostamento è stato quantificato, in particolare fumo di sigarette con l’amianto per il tumore al polmone, fumo di sigarette con l’alcol per il tumore alla laringe. Qui sono stati fatti studi pensati in modo tale da misurare gli apporti specifici dell’esposizione A, dell’esposizione B e dell’interazione. Ma, tolti questi pochi casi, non c’è un patrimonio di conoscenze di questo tipo. In particolare non c’è nel nostro caso", e il Pubblico Ministero parla di interazione con il fumo. Quanto all’alcol aveva anche qui cominciato Berrino dicendo: "Non ci sono esami clinici che ci possano dire questa è una epatopatia da CVM, in un bevitore, questa è una epatopatia da alcol etilico in un esposto al CVM, quindi il lavoro che noi abbiamo fatto è quello di discutere sulla possibile interazione di questi fattori". Capito? Hanno discusso sulla possibilità teorica di interazione. Sono stati poi i consulenti e gli esperti della difesa Montedison a dimostrare il numero dei lavoratori in cui le patologie sono insorte per l’alcol. Ma c’è, diciamo che ridurre il problema delle cause alternative al fumo e all’alcol è riduttivo; le cause alternative, le cause diverse possono essere molte di più e lo vedremo e ve lo dirò. La verità è che questo è un vecchio modo di pensare, perché questa carta qui parte da un presupposto superato dalla comunità scientifica. Verso gli Anni Sessanta si pensava che la gran parte dei tumori fossero dovuti alle sostanze chimiche delle industrie, poi il quadro è cambiato, è cominciata l’indagine documentale di Dolo e (Pito) a dimostrare che il 4% secondo loro dei tumori dipendono dalle sostanze chimiche sintetiche prodotte dalle industrie. Poi l’Epa è stata ancora più bassa, ha detto: solo una percentuale che varia dall’1 al 3% di tumori è dovuto alle sostanze chimiche dell’industria. Dall’1 e 3%, il che vuol dire che, se ci mettiamo in questa prospettiva, bisogna dimostrare che, se è l’1% nel 99% dei casi, se è il 3% nel 97% dei casi, non ha operato una causa alternativa. Un compito piuttosto difficile per l’Accusa. Poi il Pubblico Ministero ricorre anche al senso comune. Il Pubblico Ministero ha davanti a sé la sentenza delle Sezioni Unite, che dice che le massime del senso comune possono essere utilizzate per la causalità quando abbiano un fondamento scientifico e riprende il Pubblico Ministero questa affermazione delle Sezioni Unite per rilanciare il "senso comune". Allora qui io vi chiedo: che cosa ci può dire il senso comune sul CVM? Prima domanda. Io qui ho immaginato un dialogo con un medico che è molto divertente, ma non ho tempo di riportarvelo, un medico che ha passato la vita a studiare sui libri, intere biblioteche e si sente dire: "Senti un po’, ma secondo il senso comune questa mia malattia da che cosa è dovuta?", non vi dico la risposta del medico. "Mi sento male di qua, sarà mica il freddo che ho preso i giorni scorsi, il raffreddamento?". Bene, con le lastre davanti non... Il punto è un altro. Il fondamento scientifico ha un significato solo possibile e cioè che le massime del senso comune, per avere una qualche efficacia esplicativa del caso singolo, devono essere espressione di una legge della legge, in forma adeguata e familiare, ma espressione di una legge della scienza. Per esempio, quando nevica in montagna si forma, ad un certo punto escono i camion con la sabbia e si forma una fanghiglia. Il senso comune cosa dice, perché si è formata questa fanghiglia? Sono passati i camion che hanno buttato la sabbia etc. Ma questa è una spiegazione, vera, del senso comune. Ma perché è vera? Perché dietro ha una montagna di leggi scientifiche e chimiche relative alla trasformazione del ghiaccio in fanghiglia quando viene buttata la sabbia. Lo stesso il senso comune dice: se si riscalda una sbarra di ferro, la sbarra di ferro si dilata. Sì, lo sappiamo tutti, questo dice il senso comune. Perché è credibile? Perché dietro ci sono leggi scientifiche, che non hanno neppure bisogno di essere enunciate, tanto sono evidenti. Se non ci sono, se non sono espressioni abbreviate familiari della scienza, le massime del senso comune sono inutilizzabili per spiegare la causalità e sono inutilizzabili per una ragione molto semplice, che non sono state, non hanno il requisito del controllo critico. Tutte le ipotesi della scienza vengono sottoposte ad osservazione, a esperimento, a tentativi di falsificazione. Le massime di senso comune che spiegano? Perché ci siano... c’è un libro di sociologia recente che dice una quantità immane di massime di senso comune sbagliate e come fa il Giudice a capire quali sono le massime di senso comune giuste e quali sbagliate? Non la può fare, non ha in mano nessuno strumento. Quindi può utilizzare le massime di senso comune nel senso indicato dalle Sezioni Unite, se hanno un fondamento scientifico, se cioè sono espressioni di leggi della scienza. Il tempo passa qui, ma ce la faccio ancora. Sul nesso di condizionamento dobbiamo provare a tirare delle somme. Abbiamo visto le diagnosi mediche legali, carta straccia, non le possiamo utilizzare; il metodo "fai da te" del Pubblico Ministero abbiamo visto quali risultati comporta. D’altra parte possiamo chiederci come avrebbero dovuto comportarsi i medici legali, che cosa avrebbe dovuto fare il Pubblico Ministero: avrebbe dovuto dare una prova che è impossibile. L’ho già detto, lo dicono gli specialisti di "Toxic talk", lo dice l’esperienza americana che non vede una sola azione penale, ma vediamo, cerchiamo di capirci meglio, di capire meglio perché è impossibile. Le Sezioni Unite fanno riferimento alla criteriologia più aggiornata, che non c’è, perché quella sulla condizione necessaria non è stata ancora elaborata e allora che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo avvicinarci... avvicinarci, approfittare ed utilizzare quello che ci dicono gli studiosi del metodo della medicina. Presidente, lei è di Padova, ma poiché nemo profeta in patria, forse non sa che a Padova c’è intanto uno studioso che io amo profondamente, ma c’è il più grande studioso del metodo di medicina esistente in Italia con una reputazione anche all’estero straordinaria: è il professor (Fredespin), che è ordinario di Clinica Medica a Padova. È un personaggio che vale la pena di conoscermene. Federspin, vi salto tutti i passaggi, ha pubblicato nel 2004 un libro che allegherò alla mia memoria nelle parti rilevanti, dal titolo "Logica clinica". Pensate che Federspin, assieme al suo collega Scandellari, aveva cominciato a studiare il metodo della medicina già nel 1980, infatti del 1980 è il suo libro sul metodo e poi c’è un libro sulle diagnosi clinico mediche etc. Ebbene, cosa dice Federspin, studioso di epistemologia medica, del metodo in medicina? E’ una cosa che dovrebbero studiare tutti i medici legali e adesso io lo scriverò sulla rivista di medicina legale: ma qui non potete andare avanti a discutere tra di voi, dovete interpellare gli studiosi del metodo, che sono anche operatori sul campo, perché Federspin va ogni giorno in ospedale. Dice Federspin, vi dico solo i passaggi salienti: "Se si riflette un poco sul sapere medico odierno, è facile constatare che in patologia – e qui siamo in patologia – l’idea di causa come condizione necessaria è ancora oggi basilare", quindi primo punto, "ed è diventata basilare – ecco qua il passaggio – fin da quando la microbiologia ha profondamente mutato il paradigma della patologia, mentre per la medicina pre-pasteuriana una serie pressoché infinita di fattori diversi poteva essere causa di una malattia, con la nascita della microbiologia e con la codificazione dei postulati di (Cock), il microorganimo deve essere dimostrato in ogni caso di quella specifica malattia etc. etc. – li riporto tutti – si è passati ad una diversa impostazione teorica: la causalità diventa necessaria in quanto la presenza di un microrganismo specifico costituisce la condizione sine qua non per lo sviluppo di una malattia infettiva". Vedete, fa poi l’ipotesi Federspin in un altro lavoro di colui che è stato a contatto con un coleroso e presenta i sintomi del colera, e dice: noi, se dobbiamo fare una diagnosi causale vera, non possiamo mica limitarci a dire che forse è colera, dobbiamo andare a vederne le feci, vedere se troviamo il (fibrione) del colera. Ecco il paradigma della microbiologia, il fibrione. Devo dire, ed è qui che io richiamo ancora una volta Comba e il suo richiamo ai meccanismi di tipo biologico e anche di Simonato, la... Qui devo fare una precisazione, che di solito io nel libro del 1975 avevo scritto che di solito al Giudice non si può richiedere di spiegare l’intero meccanismo di produzione di un evento e anche oggi sono convinto di questo: la spiegazione di un evento in tutti i suoi dettagli è impossibile. Questa mia frase viene oggi riportata da tutti nelle diverse sentenze e anche dal Pubblico Ministero, senza però aggiungere la frase successiva, ecco la manipolazione. Già allora scrivevo che al Giudice si può richiedere però la spiegazione parziale del meccanismo di produzione dell’evento; se è possibile darla e io facevo l’esempio allora della diga del (Vaion), se fosse stato possibile trovare per esempio l’argilla imbevuta d’acqua sulla quale era scivolata la frana, si sarebbe potuta dare una spiegazione; si era trovata l’argilla, l’argilla lubrificata rende la frana assai più veloce di una frana normale. Allora c’è da chiedersi, dicevo la stessa cosa che dice Bolfetta: quando si tratta di malattie, l’unica spiegazione possibile è quella che consente di individuare il fibrione, è quella che rispetta il paradigma della microbiologia e lo dice anche Comba, che dice: il paradigma della microbiologia ha funzionato perfettamente e veniva adottato anche dagli epidemiologi in un primo momento, nel dopo guerra e nei primi anni del dopo guerra veniva adottato anche dagli epidemiologi. Poi gli epidemiologi se ne sono andati per la loro strada, ma questo è il paradigma vero e dire paradigma della microbiologia significa ricostruzione delle catene causali. La domanda è: hanno trovato, ha trovato l’Accusa un anello causale che consente, il fibrione, che consente di collegare l’esposizione del CVM alla patologia contestata, sì o no? Non l’ha trovato. Allora voi mi direte che anche in medicina non sempre si riesce ad applicare il paradigma della microbiologia e allora cosa fa la medicina in questi casi? Quando si tratta di eventi non continui nel tempo e non contigui nello spazio, A e B sono lontani nel tempo e non contigui, che cosa fa la medicina? Perché di questo stiamo parlando, stiamo parlando di malattie, di medicina. La risposta ce la dà ancora una volta Federspin: "Nell’ambito del sapere medico vengono utilizzate delle leggi, della scienza medica nei, casi di causalità semplice, lineare, che consentono l’individuazione della causa di un fenomeno morboso in un evento esterno molto potente che produce – attenzione – costantemente o quasi costantemente determinate conseguenze – sembra di leggere Battisti – determinate conseguenze nell’organismo: una grave ferita d’arma da fuoco, l’azione dell’amanite falloide etc. In certi casi poi – aggiunge Federspin – abbiamo ancora che una certa causa produce sempre un certo effetto specifico e questo è dovuto solo a quella causa. Questa modalità causale può essere semplificata da ciò che avviene dopo un’ustione, una fonte intensissima di calore produce sempre una necrosi immediata dei tessuti e quel tipo di necrosi che compare in un tempo brevissimo è prodotta praticamente solo dalle ustioni". Qui il riferimento di Federspin alle leggi universali che dicono costantemente, cioè "sempre A è seguita da B", e alle leggi statistiche che dicono "quasi sempre A è seguita da B", cioè quelle leggi in cui, tanto avversate dal nostro Pubblico Ministero, che secondo le sentenze di Battisti devono avere una frequenza vicina a 1, cioè una percentuale vicina a 100, come dicono i più grandi filosofi della scienza, come dice chi ha studiato bene e a fondo il modello nomologico-induttivo come (Empel) – ma bisogna studiarle le cose – stiamo parlando di capacità esplicativa. Bene, dice Federspin, al di fuori di questi casi ci sono le leggi universali, che sono queste che dicono "costantemente", poi ci sono le leggi statistiche, le leggi universali – dice Federspin – rappresentano il modello ideale; poi ci sono le leggi statistiche che parlano di una percentuale di casi. In medicina, per avere una diagnosi causale, ci deve essere una percentuale altissima: "quasi costantemente". Ecco, questo è il quadro che ci dà Federspin e ci fa capire perché la prova sia impossibile. Sapete la percentuale statistica nel nostro caso? L’ho calcolata, potete ricontrollare, calcolarla anche voi, per gli angiosarcomi: "Per lo Studio Multicentrico Europeo, Simonato, Bolfetta, Word, la percentuale nella successione tra esposizione e il verificarsi dell’angiosarcoma è dello 0,0114%. Questa percentuale non può essere neanche definita una frequenza bassa, è una frequenza ultrabassissima e si pretende che questa abbia una efficacia esplicativa. Per lo Studio Multicentrico Americano è di 0,0152; per lo studio di coorte di Porto Marghera, Comba – Pirastro, è di 0,0146. Questa è la percentuale. Lo sapevate voi? Ecco, allora ditemi voi se possiamo fare rientrare queste percentuali in quel sapere medico di cui ci parla Federspin, che è lo studioso del metodo nella medicina, di cui abbiamo bisogno almeno fino a che i medici legali, i capiscuola, come si saranno accordati, sperando, parlando, discutendo con Federspin, non si saranno accordati sulla nuova criteriologia. Io avrei ancora qualcosa da dire, però sono un po’ stanco e quindi finisco in cinque minuti il nesso di condizionamento domani mattina e poi comincio con la causalità generale, se la Corte consente. Oggi vorrei proprio congedarmi perché la tarda età pesa. Grazie.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.15.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 14.20.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Signor Presidente, signori consiglieri, il mio intervento è dedicato a problemi relativi al capo d’imputazione CVM, al capo 1, tratterò in particolare delle questioni sollevati nei motivi d’appello circa gli addebiti di inadempimenti di doveri di sicurezza, addebiti che nell’ottica dell’accusa hanno la duplice dimensione di addebiti di colpa in relazione ai delitti contestati con evento di danno e, nello stesso tempo, parametri di concretizzazione dell’imputazione di cui all’Art. 437. Svolgerò questi temi ovviamente nell’interesse degli imputati che hanno diretto, che hanno avuto responsabilità di direzione nei reparti CVM – PVC, nel periodo della gestione Enichem a partire dall’ottobre 1977. Il periodo di competenza del dottor Smai, il mio assistito, Smai è il primo in ordine di tempo dei responsabili dei reparti CVM gestione Enichem, il suo periodo di competenza è iniziato il 16 ottobre 1987, come risulta anche dall’allegato A al capo di imputazione, che specifica l’impostazione dell’accusa per quanto riguarda l’orientamento soggettivo verso i singoli imputati in ragione dei loro periodi di competenza, di esercizio delle rispettive cariche alle quali si riferisce l’imputazione. Il mio intervento si articololerà secondo il seguente schema: un’analisi dell’impostazione generale dell’accusa, che suppongo riempirà il mio intervento di oggi pomeriggio; seguiranno analisi in dettaglio fondamentalmente divise in due grandi capitoli, il primo dedicato agli addebiti relativi al monitoraggio e alle esposizioni dei lavoratori, meglio, ai discorsi d’accusa relativi all’esposizione dei lavoratori; seguirà un capitolo dedicato all’analisi degli addebiti specifici relativi alla situazione di lavoro e agli altri addebiti comunque collegati al rapporto con i lavoratori; seguiranno, infine, un capitolo dedicato ai problemi giuridici sollevati dall’accusa relativamente all’Art. 437 del Codice Penale e un ulteriore capitolo, molto breve, dedicato ad alcune questioni di diritto sollevate dall’accusa relativamente al 437 capoverso, la questione del disastro in relazione all’Art. 437. Per l’impostazione del discorso che vado a svolgere occorre innanzitutto avere presente la fotografia della situazione nel momento in cui Enichem entra nella gestione dei reparti CV: quali sono i reparti in attività e quali non lo sono. Mi sono cimentato, per la prima volta anch’io, come alcuni nostri interlocutori, in questa ingrata impresa di fare delle proiezioni, con l’aiuto dell’Avvocatessa (Tallavena). Vedo che ci sono un po’ di problemi tecnici, se non riusciamo, pazienza. Le proiezioni riguarderanno grafici e schemi riassuntivi, talvolta anche solo per comodità di memoria alcune frasi che riassumono concetti significativi per lo svolgimento dell’accusa, giusto per averle un momento in rilievo, ma si tratta di cose che potrebbero fare tranquillamente a meno di questa tecnologia. Comunque, in attesa che sistemino il formato del video, enuncio lo schema generale, la fotografia della situazione all’ingresso di Enichem. Reparti in attività sono il reparto CV6, produzione di cloruro di vinile polimero mediante il procedimento cosiddetto emulsione, gestione Enichem dal giugno 1987 fino al 21 dicembre 1989, data di chiusura. Reparto CV5 e 15, produzione di (compance) mediante miscelazione di PVC con additivi e plastificanti, gelificazione e granulazione; la gestione Enichem va fino all’8 febbraio 1991, data di chiusura. Nel frattempo avverranno altre trasformazioni e spostamenti di produzione, di cui diremo quando tratteremo specificamente il problema relativo al CV5 e 15, il problema del lavoro all’insacco. Abbiamo poi il CV24 e 25, il reparto più significativo, produzione di CVM in sospensione; gestione Enichem dal giugno 1987 fino al primo agosto 1993. Stesso periodo riguarda il CV23, produzione di cloruro di vinile monomero da pirolisi di dicloroetano. Erano già chiusi, fuori dal nostro orizzonte, altri reparti che pure sono stati oggetto del processo delle discussioni nel processo. Mi riferisco al reparto CV10, chiuso nel 1981, al CV11 chiuso nel 1985, al CV14 e 16 chiuso nel 1986. Questi reparti non ci interessano, ci interessano quegli altri. Un cenno rapido al sistema d’accusa, al significato degli addebiti di colpa contestati nelle lunghe e spesso complicate pagine del capo d’imputazione. Ho già detto della duplice valenza attribuita dall’accusa agli addebiti di violazione di regole di sicurezza, parametri della colpa e parametri dell’Art. 437, vi è da fare preliminarmente qualche altra annotazione. Una risposta, per così dire, ed è che rispetto alle imputazioni di delitti con evento di danno la questione della colpa è assorbita dall’infondatezza oggettiva delle accuse; acclarata l’inesistenza del nesso causale tra gli eventi di morte o malattia e le condotte ascritte agli imputati Enichem, il problema di una loro colpa in relazione a quegli eventi non può nemmeno essere posta. L’argomento della causalità non è oggetto del mio intervento, ma di quello del professor Stella e io do qui per dimostrare, non da me, ma comunque dimostrata dagli atti del processo, dalla sentenza del Tribunale, dalle considerazioni del professor Stella, la obiettiva infondatezza delle ipotesi causali sottese all’accusa. D’altra parte, gli argomenti che vado a svolgere hanno una loro validità del tutto autonoma, gli addebiti di colpa verranno cioè esaminati nel loro specifico contenuto, come se fossero addebiti autonomi e l’infondatezza degli addebiti di colpa, la conclusione a cui perverrò, è una ragione autonoma ed autosufficiente di infondatezza delle accuse, di tutte le accuse di cui al capo di imputazione, dalle accuse di delitti con evento di danno e ovviamente anche dalla contestazione di cui all’Art. 437 primo comma, rispetto alla quale l’inesistenza di violazioni di regole di sicurezza significa tout court inesistenza della stessa condotta costitutiva di reato, di un reato che nella forma base è di mera condotta. Nella prospettiva dell’Art. 437 un’ulteriore ragione di infondatezza dell’accusa, anch’essa autonoma ed autosufficiente, è l’inesistenza del dolo. Ma di questo diremo a suo tempo. Poche parole per un’analisi interna degli addebiti di colpa. Il capo di imputazione allinea uno dopo l’altro addebiti diversi ed eterogenei, dei quali vale la pena chiarire preliminarmente, per l’impostazione del discorso probatorio, chiarire il senso e la rilevanza dei singoli addebiti. Qualche spunto, solo qualche spunto, l’abbiamo trovato anche nei discorsi d’accusa. Prima annotazione, nell’ottica di una imputazione di delitti colposi con evento di danno, gli addebiti non hanno rilievo di per sé, hanno rilievo in relazione ad eventi che si assumono causati dalle condotte colpose descritte; rispetto a questo schema, rispetto a questa impalcatura concettuale delle ipotesi d’accusa concernenti la causalità e la colpa, i singoli addebiti hanno collocazioni diverse fra di loro, si pongono a distanza più o meno ravvicinata, più o meno rilevante rispetto agli eventi. In che senso? L’ipotesi di una diretta rilevanza causale rispetto agli eventi di danno di cui è causa, l’ipotesi accusatoria, può essere teoricamente prospettata esclusivamente per gli addebiti relativi alla esposizione a CVM o eventualmente ad altro fattore patogeno, ma vedremo che non ve ne sono altri, all’esposizione a CVM di ciascun lavoratore – persona offesa. È questo il nucleo dell’ipotesi di accusa, esposizione al CVM causale rispetto agli eventi di danno. Ed è per questa ragione che il tema dell’esposizione dei lavoratori e ad esso connesso delle concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro è stato ed è al centro del contraddittorio processuale, al centro della discussione riproposta qui dall’accusa. La maggior parte degli addebiti contestati elencati nel capo di imputazione è d’altra natura. Troviamo questioni relative agli impianti e agli ambienti di lavoro, al monitoraggio ambientale, alle spese per la sicurezza, alla manutenzione, al servizio sanitario, all’informazione dei lavoratori, le cose più varie. Sono questi i temi che hanno, per così dire, riempito la scena del processo davanti al Tribunale, dopo la parte dedicata alle questioni della causalità, epidemiologia, accertamenti medico legali e così via e sono questi i temi, questi legati ai singoli addebiti, a questa tipologia variegata di addebiti, sono questi i temi che hanno ancora riempito i discorsi d’accusa in questo giudizio d’appello. Vale la pena notare subito che la rilevanza di questi addebiti in relazione all’ipotesi accusatoria, delitti con evento di danno, è a tutto concedere una rilevanza indiretta, quali ipotetici antefatti – nell’ottica dell’accusa – ipotetici antefatti storici o elementi indizianti di un’esposizione asseritamene patogena, che è il nucleo dell’addebito. In questa sede non tratterò del problema delle cause, ma ai fini dello stesso giudizio sulla colpa occorre comunque tenere conto che addebito di colpa, nell’ottica dell’ipotesi d’accusa, significa addebito di condotte asseritamene causali e colpose rispetto a ben individuati eventi di danno. L’eventuale inosservanza di una cautela, di una delle tante cautele ipotizzate dal capo di imputazione non sarebbe che un passo, un primo passo nella verifica delle eventuali responsabilità per i contestati eventi di danno e questa ha un significato rispetto alla comprensione e alla possibilità di verifica dell’accusa. L’accusa, già nell’enunciare il tema probandum relativamente alla colpa, deve dire, è tenuta a dire quale esposizione nociva, con riferimento a quali lavoratori ipotizzi l’accusa si sia verificata, per effetto di quali inosservanze, in quali specifici momenti temporali, con quali precisi effetti negativi. Questo l’accusa dovrebbe dire, se sviluppata coerentemente rispetto alla logica interna dell’ipotesi contestata. Ebbene, né nel giudizio di primo grado, né nei motivi d’appello, né nella discussione dinanzi alla Corte in quest’aula, l’accusa ha adempiuto a questo suo compito, questo onere preliminare. L’accusa non si è nemmeno posta il problema di precisare quali ipotetici effetti negativi, per quali lavoratori, sarebbero – si intende secondo l’accusa – da riconnettere a quali specifiche inosservanze, in quali specifici contesti, in quali specifici momenti temporali, con quali conseguenti esposizioni. La mia formulazione può suonare forse un po’ troppo drastica, ma salvo qualche flash l’accusa questi problemi non se li è proprio posti e qui emerge, e va notata preliminarmente, una lacuna strutturale, così mi sembra possa essere definita, una lacuna strutturale della complessiva impostazione concreta dell’accusa; una lacuna strutturale che il Tribunale ha ben rilevato e che si è riflessa in una corrispondente lacuna del programma probatorio dell’accusa ed è una lacuna non colmata nei motivi d’appello. Nel capo d’imputazione, oltre al cloruro di vinile, vi è un riferimento al dicloroetano, mi sembra sia un riferimento a vuoto, nel senso che – salvo mio errore – non vi è alcun concreto evento lesivo che l’accusa stessa ricolleghi nella sua ipotesi ad esposizione a dicloroetano di un determinato lavoratore che, in conseguenza a quella impostazione, abbia subito determinate conseguenze. Nei motivi d’appello, anche qui salvo errore – e di fronte alle migliaia e migliaia di pagine del processo l’errore è possibile – nei motivi d’appello non mi pare proprio che il tema del dicloroetano come fattore causale sia stato ripreso. Fatte queste premesse, entro nel vivo di questo capitolo introduttivo sull’impostazione d’accusa, al quale ho assegnato il titolo: l’impostazione d’accusa tra retorica globalizzante e sostanziale ritrarsi dell’accusa in questo giudizio d’appello sul periodo iniziale del lungo periodo di più di due decenni che il capo di imputazione assume ad oggetto; retorica globalizzante che ancora è stata spesa a piene mani nei motivi d’appello e anche nei discorsi dell’accusa in quest’aula, ma che di fatto ha coperto una sostanziale ritirata da parte di quasi tutti. Io mi soffermerò poi, in particolare, su chi non ha fatto la ritirata e ha continuato a puntare il dito sul periodo che riguarda la gestione Enichem. Ma in gran parte la ritirata vi è stata, a partire da quell’impostazione globalizzante che il Tribunale ha rilevato e stigmatizzato nelle sue sentenze, muovendo all’impostazione dell’accusa una critica alla quale le voci dell’accusa hanno reagito in tono aspro nei motivi d’appello, e forse anche nella discussione finale. Leggiamo a pagina 444 dei motivi d’appello del Pubblico Ministero: non c’è alcuna confusione o mistificazione delle accuse, nemmeno di ordine temporale, è la difesa che avrebbe pensato bene di annacquare il tutto allargando sua sponte e bontà sua i limiti dell’accusa fino a farla diventare improponibile e, dice il Pubblico Ministero, il guaio è che il Tribunale sarebbe cascato in questa trappola. Qui cito la pagina 1081. A me pare proprio che il senso delle censure sviluppato nella sentenza è ben diverso da come gli appellanti hanno detto o finto di interpretarlo. È stato proprio il Tribunale, fin dall’ordinanza del 7 aprile 1988, sulle costituzioni di Parte Civile, a riconoscere che l’accusa sottoposta dal Pubblico Ministero al vaglio dibattimentale si articola, l’accusa formulata dal Pubblico Ministero, si articola sui periodi di competenza dei singoli imputati, i periodi in cui ciascuno ha ricoperto le cariche dirigenziali indicate nel capo di imputazione ed è il Tribunale che ha riconosciuto che, ha assunto egli il Tribunale, ha assunto questa struttura dell’accusa ad elemento fondamentale di riferimento per le valutazioni in diritto e in fatto. Non è quindi una censura mossa alla formulazione d’accusa astrattamente considerata, ma è un discorso un po’ più complesso, che coinvolge anche alcuni aspetti della contestazione dell’accusa, ma soprattutto coinvolge altri aspetti del discorso d’accusa. Nel capo d’imputazione è stata rilevata la contestazione di addebiti infondati in fatto, concluderà il Tribunale, addebiti legati ad eventi suggestivamente massificati configuranti i reati di disastro colposo e di strage colposa inesistente del nostro ordinamento giuridico, eventi suggestivamente massificati in imputazioni di grande impatto e forza evocativa. Questa è l’annotazione del Tribunale sul capo di imputazione. Ma non è qui il centro del discorso del Tribunale. La censura del Tribunale verso l’impianto d’accusa si è rivolta soprattutto al modo in cui l’accusa è stata sostenuta nel contraddittorio processuale e qui è il senso della sintesi del giudizio del Tribunale, quel drastico giudizio espresso dal Tribunale a suggello delle mille e più pagine di analitica confutazione delle accuse sul piano probatorio, quel piano probatorio la cui importanza è stata sottolineata in un discorso del tutto fuorviante dall’Avvocato dello Stato la scorsa settimana. Il Tribunale non ha affatto eluso il confronto probatorio e, proprio a conclusione del confronto sulle prove delle mille e più pagine di analitica confutazione probatorie delle accuse, ha concluso nelle osservazioni finali che il processo ha sofferto di una fuorviante impostazione accusatoria un procedere senza distinzioni, nella concreta dialettica processuale, un procedere senza distinzioni in cui sono mancate le coordinate spazio – temporali necessarie per orientare nell’individuazione delle condotte e dei soggetti ai quali fossero imputabili. Lo schema dell’accusa doveva orientare alla ricerca, all’individuazione delle coordinate spazio – temporali. Il concreto programma probatorio dell’accusa ha completamente eluso queste esigenze; ha svolto, e la sentenza ha rimproverato all’accusa, un programma probatorio non all’altezza dei problemi che la stessa impostazione dell’accusa avrebbe richiesto di affrontare. Nei motivi d’appello e nei discorsi dell’accusa in questo giudizio ritroviamo pari pari i medesimi vizi d’impostazione che la medesima sentenza ha rilevato: un procedere senza distinzioni, volto a confondere in una nuvola di censure indifferenziate, o almeno di formule indifferenziate, l’intera materia del processo e la posizione dei diversi imputati. Vale la pena, anche se è un dato marginale rispetto all’insieme dei motivi d’appello, rilevare un punto dei motivi d’appello dell’Avvocato dello Stato sul quale l’Avvocato dello Stato ha ovviamente, vorrei dire, evitato di soffermarsi. È un punto marginale ma molto significativo, perché porta alle estreme conseguenze l’originaria impostazione totalizzante dell’accusa. Mi riferisco alla sconcertante impugnazione da parte dell’Avvocato dello Stato dell’ordinanza dibattimentale del 7 aprile 1988, da me prima ricordata, l’ordinanza con la quale il Tribunale in apertura del dibattimento, decidendo sull’ammissibilità delle costituzioni di Parte Civile, ha per l’appunto puntualizzato il senso e i limiti della contestazione d’accusa nei confronti dei singoli imputati. Ma come, ha detto il Tribunale alle Parti Civili che si costituiscono, poniamo verso il dottor Smai, periodo di competenza 1987 – 1988, in relazione ad eventi di morte maturati in precedenza, nei primi Anni Ottanta, addirittura negli Anni Settanta, ma che senso ha tutto questo? La contestazione è limitata per ciascun imputato a condotte attive ed omissive tenute nel periodo di competenza di ciascuno e a fatti collegati a tali condotte. Fate qui delle richieste assolutamente fuori di ogni logica, e ha affermato quel criterio, articolazione dell’accusa secondo i periodi di competenza, che il Pubblico Ministero, in astratto in modo corretto, ha rivendicato come elemento essenziale dell’imputazione da lui formulata. Coerentemente con questo, il Pubblico Ministero non ha impugnato l’ordinanza del 7 aprile, impugnazione della cui ammissibilità dubito; ma non mi interessa l’impugnazione di per sé, mi interessa portare all’attenzione della Corte, come atteggiamento emblematico di un modo di procedere dell’Avvocato dello Stato, il fatto che l’Avvocato dello Stato, correndo da solo, abbia impugnato addirittura quell’ordinanza che all’inizio del dibattimento ha riportato il dibattimento secondo binari di una normale civiltà processuale, ponendo fine al teatro dell’assurdo di chi si costituisce verso gli uomini entrati in campo nella gestione del Petrolchimico a fine Anni Ottanta e venivano chiamati a rispondere come parti... venivano fatti oggetto di azioni civili relative ad eventi già realizzati in precedenza. Un teatro dell’assurdo che inverte alla freccia del tempo ogni logica giuridica. Mi domando, per la verità, che senso abbia, nel contesto di questo giudizio d’appello, un’imputazione così stravagante da parte dell’Avvocato dello Stato. Dicevo che poi, nel concreto svolgimento del giudizio d’appello, con la rimarchevole eccezione per l’appunto dell’Avvocato dello Stato, gli altri interventi dell’accusa hanno sostanzialmente fatto marcia indietro, talvolta mascherata dalla retorica totalizzante, altre volte confessata. Brevemente i vari interventi, parto dalla requisitoria del Pubblico Ministero, del dottor Casson, la requisitoria nella quale egli ha detto di avere evidenziato i baluardi dell’accusa, quelli che egli ritiene, definisce "probatoriamente solidi e processualmente insuperabili"; giudizio facilmente confutabile, ma che rappresenta l’impostazione del Pubblico Ministero laddove ci propone i baluardi dell’accusa. Notazione preliminare da parte della difesa. Il Pubblico Ministero ha fatto generico rinvio ai motivi d’appello nella loro totalità, senza minimamente farsi carico delle critiche svolte punto per punto dalla difesa, come se le memorie della difesa non fossero state proprio presentate, le memorie del 2003. Mi sembra un silenzio eloquente da parte dell’accusa, un sottrarsi dell’accusa al contraddittorio, al confronto dispiegato su fatti e ragioni, sulle ragioni esposte dalla difesa alla luce dei fatti e degli atti del processo, e questa elusione del confronto da parte del Pubblico Ministero ci consente tranquillamente di rinviare sui punti di dettaglio alle memorie già presentate. In questa sede il mio compito, il mio tentativo, sarà di riprendere, anche a costo di qualche ripetizione, di riprendere i cardini della difesa; essi sì, confido di mostrare, probatoriamente solidi e processualmente insuperabili. Vediamo qual è il baluardo su cui il Pubblico Ministero si è arroccato evitando il confronto in campo aperto. Il baluardo del Pubblico Ministero è il discorso che egli ha svolto nella terza memoria tecnica depositata nel giugno, 8 giugno 2004 e ripreso nell’udienza del 22 giugno 2004; è il discorso che il Pubblico Ministero ha significamene intitolato: "I comportamenti e le omissioni degli imputati in quello che il Tribunale definisce il biennio miracoloso, 1973 – 1974". In realtà è il Pubblico Ministero che lo definisce "biennio miracoloso", riassumendo tendenziosamente alcuni aspetti della sentenza. Ci interessa il fatto: il Pubblico Ministero si attesta su un baluardo dal quale vuole rimettere in discussione le conclusioni a cui il Tribunale è pervenuto relativamente a quell’epoca. La memoria tecnica presentata dal Pubblico Ministero, ci ha spiegato il Pubblico Ministero nella requisitoria, riguarda proprio questi presunti interventi risolutivi sulle apparecchiature e sulle procedure tra il 1972 e il 1975. Sorvolo altri passaggi che invece riporto nella memoria scritta, che sarà depositata alla fine. Prosegue il Pubblico Ministero: il Tribunale, parla ancora di questo periodo miracoloso 1973 – 1974. Non è proprio così ed è lo stesso Tribunale che se ne rende conto per certi versi, a pagina 293, dopo aver affermato e parlato dell’esistenza di documenti contabili comprovanti l’avvenuta definizione dei lavori, ammette che vi sia discordanza tra la data di effettiva ultimazione e quella formale in atti. Seguono altre considerazioni, tutte legate a questo periodo di datazione precisa di questo o quel lavoro risultante dalle commesse, e il Pubblico Ministero dice: doveva il Tribunale esaminare lavoro per lavoro, commessa per commessa, almeno i lavori che per lo stesso Tribunale avrebbero determinato quel miracoloso miglioramento dei reparti nel biennio 1973 – 1974. Badate che questa data non l’ho posta io, non l’ha posta l’accusa né pubblica né privata, è stato il Tribunale ad indicare questo biennio e ad indicarlo come cambio epocale per quanto riguarda gli investimenti di Porto Marghera e questo è importante perché di questo biennio, di questo cambio epocale, parla il Tribunale sia in questa parte di sentenza, pagina 290 – 293, sia nelle parti finali, lì dove spiega perché assolve gli imputati per prescrizione o mancanza dell’elemento psicologico del reato, e qui il riferimento nominativo nella requisitoria è "in particolare agli imputati Cefis, Bartalini, Grandi, Calvi, D’Arminio Monforte e Sebatiani, perché fa riferimento la sentenza a condotte tenute sino a tutto il 1973". Ho letto questo passaggio della requisitoria perché qui emerge in modo aperto la direzione, la mira dell’accusa nella sua ultima versione più realistica, diciamo meno irrealistica. A noi difesa Enichem interessa rilevare la grande distanza fra questa versione dell’accusa, l’ultima versione dell’accusa e la retorica globalizzante che ha accompagnato il processo. Tutto il discorso dell’accusa, in particolare il discorso del Pubblico Ministero dottor Casson relativamente al capo 1 d’imputazione, in questa fase di giudizio, è concentrato su quel periodo, sui primi Anni Settanta. Il periodo delle trasformazioni, tutto lo sforzo d’accusa si concentra sul tentativo di demolire la tesi del "biennio miracoloso", secondo la formula dello stesso Pubblico Ministero. Due parole su un altro curioso aspetto della retorica del Pubblico Ministero, già nei motivi e ancora in udienza: è l’aritmetica delle commesse, dei lavori svolti nel ventennio di tempo dal 1969 – 1970 in poi. Ha detto il Pubblico Ministero, gli stessi consulenti Montedison in un allegato indicano espressamente che dei 531 lavori da loro evidenziati sono soltanto 148 quelli che riguardano effettivamente il miglioramento degli impianti, soltanto 148; poi per scrupolo, dice il Pubblico Ministero, sono andato a contarli materialmente e ho visto che sono 143. Cambia poco, sono oltre i 140. Questo dà la dimensione, la dimensione quantitativa. Il Pubblico Ministero insiste su questo: sono pochi sul totale delle commesse e, anche se si volessero considerare le commesse approvate nel 1973 – 1974 e concluse dopo, nel 1975 o nel 1976, arriveremmo a 13 del biennio più altre, solamente un terzo circa delle 143 commesse di risanamento ambientale citate dalla stessa Montedison, un terzo circa risalente agli anni in cui il problema delle trasformazioni impiantistiche è stato affrontato. Per quello che valga, seguiamo il Pubblico Ministero nella sua aritmetica: un terzo circa delle 143 commesse di risanamento ambientale realizzate negli anni cruciali dal 1973 al 1976, cioè in una frazione di tempo, quattro anni, che è un quinto del periodo considerato. Se questa banale aritmetica dice qualcosa, dice giusto il contrario della valutazione proposta dall’accusa, dal Pubblico Ministero e da alcune Parti Civili. Ma in realtà si tratta di cose di poco conto: fare l’aritmetica del numero delle commesse è un discorso di pura retorica, che non ha alcun significato rispetto all’accertamento dei fatti, men che meno alla loro valutazione giuridica. Nello svolgere questo discorso sul periodo primi Anni Settanta, vale invece la pena sottolineare un altro aspetto ed è che il Pubblico Ministero, nel proporre le sue tesi d’accusa, ha sostanzialmente dimenticato, lasciato da parte, non ha preso in considerazione alcune considerazioni svolte nel giudizio di primo grado dai suoi stessi consulenti, Nano e Rabitti, la cui relazione di sintesi datata giugno 1999 dà atto per l’appunto degli "interventi tecnologici più importanti che hanno permesso di ridurre le emissioni" e si preoccupa, quella relazione, essenzialmente della datazione per quanto possibile dei diversi interventi, rilevando ritenute contraddizioni, lacune o tempi lunghi, ma comunque facendo un discorso proprio sui lavori che hanno permesso di ridurre le emissioni. Siamo in un periodo, ripeto, che non interessa Enichem, stiamo negli antefatti; ne parlo perché l’accusa si incentra su quello e vale la pena notare subito che i consulenti del Pubblico Ministero, al di là delle osservazioni di dettaglio circa le conclusioni dei lavori, di questo o di quel lavoro, si guardano bene, si sono guardati bene dal mettere in dubbio l’effettiva realizzazione di importanti interventi tecnologici che hanno permesso di ridurre l’emissione. Ne fanno essi stessi l’elenco e l’ingegner Nano, rispondendo in udienza al controesame della difesa, ha risposto espressamente che questi tipi di interventi sicuramente hanno ridotto di almeno un ordine di grandezza il livello espositivo dei reparti, partendo da concentrazioni molto alte a concentrazioni ridotte di almeno un ordine di grandezza. Non sto qui a discutere dei particolari, di che cosa significhi esattamente questa formulazione alquanto generica. Il senso dell’intervento, il senso della risposta dell’ingegner Nano è una drastica relazione in relazione a lavori effettivamente realizzati, della cui effettiva realizzazione, d’altra parte, tutti i discorsi dell’accusa svolti in quest’aula hanno finito per dare atto, sia pure in un modo alquanto curioso. Due parole, soltanto due parole su un altro aspetto della memoria tecnica del Pubblico Ministero, sul quale il Pubblico Ministero ha molto insistito... anzi, no, qui siamo ancora nei motivi d’appello, l’attacco dei motivi d’appello al discorso svolto dal Tribunale circa le modifiche impiantistiche e la valutazione delle commesse. Il Pubblico Ministero ha accusato il Tribunale di essersi fidato, con sorprendente ed inusitato dogmatismo, dei documenti aziendali relativi alle commesse, elevandoli ad elementi certi di una asserita ma non dimostrata modifica delle procedure, ma il Pubblico Ministero appellante ha evitato di confrontarsi con le considerazioni ineccepibili con le quali il Tribunale ha motivato le proprie valutazioni sul significato probatorio dei documenti. Lo ha fatto in una pagina, 373, della quale credo valga la pena rileggere il passaggio centrale, importante come indicazione di principio sulla valutazione dei documenti. Ha scritto il Tribunale: "Va sottolineato chiaramente che allorquando si rinvengono dei documenti attestanti l’avvenuta disposizione dell’esecuzione dei lavori e lo sviluppo di realizzazione degli stessi, l’accusa può contestarne l’effettiva definizione soltanto mediante una prova contraria rigorosa e specifica per ciascuno dei lavori medesimi, una prova contraria che inequivocabilmente dimostri la non corrispondenza tra quanto rappresentato dai documenti e la realtà effettuale, non certo limitandosi - come è avvenuto nella fattispecie - a spargere dubbi in ordine all’esatta conformità delle singole date di ultimazione delle opere, che spesso poteva essere diversa a seconda che ci si riferisse alla realizzazione concreta ovvero alla definizione formale e contabile della commessa". Il Tribunale rileva poi la notevole distanza temporale fra i fatti e il processo, che può avere influito sulla conservazione delle prove. "Tutto questo però, conclude il Tribunale, non inficia l’esigenza di valutazione i documenti, non compromette la corrispondenza al vero della realtà che emerge dai documenti, né del resto potrebbe neppure teoricamente comprometterla, se non al prezzo di un’aberrante e certo non condivisibile considerazione che il decorso del tempo venga posto a carico dell’imputato, perseguito dopo moltissimi anni dall’epoca in cui sono avvenuti i fatti contestatigli, ovvero dall’epoca in cui sono intervenute in tesi accusatoria le omissioni ascritte". Questi i criteri indicati espressamente dal Tribunale, con questi criteri gli appellanti hanno evitato di confrontarsi. Brevemente su un ultimo aspetto della memoria tecnica del Pubblico Ministero: l’enfasi portata sui manuali operativi dei reparti CV, manuali dei quali è disponibile una versione relativamente tardiva, primi Anni Ottanta, anteriore al periodo che riguardo Enichem, siamo ancora in periodo Montedison, ma sono manuali datati nel testo disponibile ad una data successiva a quella dei primi Anni Settanta, che interessa particolarmente all’accusa. Al di là dei dettagli, il senso del discorso svolto dal Pubblico Ministero sui manuali è volere trarre dal fatto di avere a disposizione dei manuali degli Anni Ottanta delle conclusioni negative circa qualcosa che sarebbe avvenuto o non avvenuto in precedenza. Il punto più rilevante è la pretesa del Pubblico Ministero di avere trovato nei manuali operativi la prova documentale che ancora nel 1983, nel reparto CV6, si facevano ingressi in autoclave per pulizia, perché nei manuali era ancora indicata una certa procedura. Il manuale non prova niente della realtà. Il fatto che una procedura sia indicata ancora nel 1983 nel manuale del CV6 può essere tranquillamente spiegato, considerando che in quel periodo si trattava di predisporre delle indicazioni conseguenti all’entrata in vigore della normativa sul cloruro di vinile monomero, il D.P.R. del 1982, e che le indicazioni dei manuali operativi sono sostanzialmente su molti punti standardizzate, si ripetono per i vari reparti indipendentemente poi dal fatto che in concreto questa o quell’altra indicazione trovi riscontro in specifiche modalità di lavoro, in questa o quella situazione. Sull’abbondanza di prove testimoniali e documentali che si oppongono alla pretesa del Pubblico Ministero di avere trovato addirittura la prova documentale che nel CV6 si continuava ad entrare in autoclave per pulizia, di questo diremo quando parleremo nel capitolo degli autoclavisti. Mi interessa fin da ora rilevare la struttura logica, o meglio illogica di un discorso d’accusa segnato dal salto, dal salto logico non corretto, dalla presa d’atto di che cosa dice un manuale operativo, un testo normativo, a conclusioni relative alla realtà. Passo ai discorsi delle Parti Civili. Anche qui, nelle arringhe delle Parti Civili, troviamo il tacito ritrarsi sul periodo iniziale; ritroviamo la stessa impostazione che ho cercato di mettere in chiaro parlando dell’impostazione del discorso del Pubblico Ministero, primi Anni Settanta, discorsi tutti volti a rimettere in discussione le valutazioni che ha fatto il Tribunale sul periodo iniziale e in particolare sul primissimo periodo, quello nel quale il Tribunale ha ravvisato esposizioni a CVM ritenute causali rispetto a determinati tipi di patologie, con la conclusione di assoluzione per mancanza di colpa e non per insussistenza del fatto, come invece è avvenuto per tutte le ipotesi d’accusa collegate a periodi successivi. Quali sono le linee portanti di questo discorso delle Parti Civili? Ritorna un (lite-motive) che già attraversava i motivi d’appello e che abbiamo ampiamente rilevato nella memoria del 2003 precedente all’inizio del dibattimento: il lite-motive dei ritardi, reali o supposti non mi interessa, io difendo gli uomini Enichem e mi interessa porre in rilievo il senso dei discorsi d’accusa relativi a supposti ritardi per la parte che interessa la posizione dei miei assistiti. Tutto questo capitolo, questo discorso, che – lo abbiamo sentito – è assolutamente centrale per l’accusa, riguarda lavori effettuati e che l’accusa non discute in concreto siano stati positivamente effettuati nel corso degli anni, negli Anni Settanta e ancora successivamente; tutti lavori effettuati nel periodo precedente l’inizio della gestione Enichem, tutti lavori dei quali l’accusa si fa carico per valutarne il significato, lavori che sistematicamente l’accusa cerca di valutare sotto il profilo del ritardo nella realizzazione. Poi ci sono spesso tentativi di svalutazione del significato del lavoro del quale l’accusa prende atto. Non sempre, qualche volta ci sono anche degli elogi del lavoro effettuato e del quale l’accusa deplora il ritardo; ne ho trovato un esempio in una frase dell’Avvocato Battello, una delle voci più vivaci dell’accusa. Leggiamo a foglio 25 della trascrizione della sua arringa: "Del tutto tardiva è anche l’installazione di un sistema di iniezione di stirene come induttore di polimerizzazione del CVM, commessa 1556 del 1977, la sua installazione al momento della costruzione dell’impianto avrebbe evitato le tossiche aggiuntive esposizioni dei lavoratori alle concentrazioni del CVM, perché questa sostanza inibisce la polimerizzazione riducendo la frequenza delle operazioni di pulizia". Non so se Battello abbia detto giusto o sbagliato, è una frase che non mi quadra molto, mi interessa sottolineare come le voci d’accusa, nel formulare come lite-motive dell’accusa la censura di ritardi, enormi ritardi talora hanno detto, finiscano per prendere chiaramente atto che dei fatti nuovi ci sono stati e sono stati significativi. È la stessa impostazione che avevamo trovato nelle conclusioni degli stessi consulenti del Pubblico Ministero, nei chiarimenti apportati dall’ingegner Nano di cui dicevo prima. Tutto questo discorso darà degli argomenti di replica alla difesa Montedison, questo discorso sui ritardi; per quanto riguarda noi tutto si può riassumere nella constatazione piana che i ritardi indicati dall’accusa e su cui l’accusa si concentra, facendo del ritardo il motivo della censura, ebbene, tutti i ritardi indicati dall’accusa non sono nostri. Altri avranno da difendersi di questa accusa, noi ne siamo fuori. Vale forse la pena notare come anche su questo punto l’accusa, pur ritraendosi nella sostanza, abbia continuato a spendere delle formulazioni retoriche che cercano di tenere in piedi l’immagine dell’indistinto, la nuvola di confusione. Vorrei richiamare rapidamente una perla indicativa di questi tentativi retorici di coprire il vuoto. Un difensore particolarmente smaliziato quale l’Avvocato Battello, uno particolarmente impegnato nel sostenere l’accusa di ritardi, ad un certo punto ha evocato un incidente avvenuto nel lontano 1972: un’esplosione nel CV14 – 16, ed ha commentato questo lontano episodio con una frase che leggo testualmente così nella trascrizione: "A questo punto Enichem e Montedison, problemi loro". Come problemi loro? È una risposta assurda, quando è chiaro che si tratta di una storia del 1972 e che Enichem e Montedison non sono la stessa cosa. Nella sua irritata assurdità, la risposta dell’Avvocato Battello mi sembra rivelatrice della considerazione che in certi discorsi d’accusa hanno, anzi non hanno, problemi che riguardano, prima ancora che la indicazione di eventuali responsabilità personali, beh, sono problemi che riguardano la stessa formulazione dell’accusa. Enichem o Montedison, o meglio Tizio o Caio, persone fisiche, l’uno o l’altro fra gli imputati, è innanzitutto un problema di chi muove l’accusa nel momento in cui formula l’accusa; è un problema di indicazione dei destinatari d’accusa, cui l’accusatore è tenuto a precisare i destinatari dell’accusa, secondo la logica del processo, secondo un minimo etico ed epistemico irrinunciabile. Questa accoppiata "etico ed epistemico" la trovo in scritti in materia di processo penale del processual penalista che particolarmente stimo, Paolo Ferrua: "Il processo penale, la logica del contraddittorio, richiede innanzitutto da parte dell’accusa l’adeguarsi a degli standard etici ed epistemici che in frasi come quella citata appaiono assolutamente disattesi". Anche i discorsi in diritto svolti dalle Parti Civili non ce ne sono stati tanti, ma alcuni ce ne sono stati, anche i discorsi in diritto, pur formulati in termini generali come se valessero per tutto, anche i discorsi in diritto delle Parti Civili sono in concreto agganciati a temi e problemi del periodo iniziale, quello delle esposizioni che il Tribunale ha ritenuto causali ma legate a condotte non colpose. Emblematico in questo senso è il tema della prevedibilità dell’evento in relazione alla colpa specifica, sviluppato in particolare nelle arringhe dell’Avvocato Farinea e dell’Avvocato Boscolo Rizzo. Anche qui il discorso è svolto con riferimento all’assoluzione per mancanza di colpa degli imputati, il cui periodo di competenza copriva l’epoca delle esposizioni che il Tribunale, a ragione o a torto non mi interessa, ha ritenuto causali e il tentativo di superare un’argomentazione del Tribunale. Di quel tentativo, su cui potrei non soffermarmi perché in realtà quell’impostazione non ha inciso minimamente sulla valutazione del Tribunale relativa al periodo che mi interessa, mi piace rilevare, forse è poco più che un (divertisment) da giurista, come le Parti Civili, l’Avvocato Farinea e la memoria degli Avvocati Farinea e Marin, le Parti Civili hanno addotto a sostegno della loro impostazione in diritto sul problema della prevedibilità in relazione alla colpa specifica, un articolo di Carlo Piergallini, già Magistrato e ora docente di Diritto Penale a Macerata, un articolo ripetutamente richiamato nella memoria e nella discussione, un articolo del quale è stato citato testualmente un passo, un articolo del quale i nostri interlocutori hanno completamente travisato il significato. Forse non lo hanno letto tutto, ma hanno addotto a loro favore un articolo che è fra i non molti dedicati all’argomento che essi hanno sviluppato, un articolo che è tutto proteso a sostenere la tesi contraria a quella che le Parti Civili hanno sviluppato: un clamoroso capovolgimento di senso della posizione dottrinale addotta a sostegno delle Parti Civili. Se la Corte lo consente, qui mi rendo conto che il tempo passa, dedicherei due parole all’illustrazione di questo fraintendimento. Lo studio di Piergallini è una nota critica a due sentenze torinesi in materia di esposizione ad amianto che hanno affermato la responsabilità degli imputati proprio argomentando in materia di colpa nel modo ora riproposto dalle Parti Civili. Basta una violazione, purché sia di una regola cautelare, per appiccicare la responsabilità per colpa di eventi che ne siano derivati, ancorché del tutto fuori dall’orizzonte conoscitivo dell’epoca in cui le condotte sono state tenute. Piergallini che cosa dice nella nota? Sostiene che la soluzione accolta dalle sentenze annotate si colloca nella logica di versare in re illecita e non in quella della colpa. "L’evento viene infatti imputato – qui cito testualmente – viene infatti imputato all’agente del tutto oggettivamente, anche se lo stesso non poteva formare oggetto di previsione da parte della figura modello, perché estraneo alle valutazioni di prevedibilità cristallizzate nella regola di diligenza. Lo scivolamento verso una forma di responsabilità oggettiva per rischio appare in tutta la sua fisionomia: la creazione di un rischio illecito da parte dell’imputato fa sì che questo debba rispondere di tutte le conseguenze lesive inscrivibili nel generico obbligo di contenimento del danno alla salute insito nelle norme cautelari violate". Questa è la citazione testuale della nota di Piergallini. La posizione espressa in questa nota critica alle sentenze torinesi è pari pari la posizione del Tribunale di Venezia, quella che le Parti Civili hanno cercato di criticare evocando la dottrina che più di altre ha sviluppato l’argomentazione contraria. La frase citata dalle Parti Civili nella memoria e poi nell’arringa dell’Avvocato Farinea non ha nulla a che fare con il tema dei rapporti fra colpa specifica e prevedibilità, ma ha a che fare con un problema tutt’affatto diverso, a cui è dedicato il paragrafo della nota di Piergallini dal quale è stata estratta quella frase. È il problema se nelle materie disciplinate da regole cautelari scritte vi sia uno spazio di operatività per la colpa generica. La risposta dell’autore citato è negativa, almeno tendenzialmente. Cosa scrive Piergallini? Se si concorda sul fatto che le norme cautelari scritte disciplinano una determinata classe di rischi, pare davvero difficile e tutto sommato contraddittorio sostenere che, una volta esclusa la trasgressione della regola, possa residuare uno spazio di operatività per la colpa generica ed è a questo punto che si inserisce la frase citata dalle Parti Civili nella quale le Parti Civili accentuano la conclusione: "Null’altro viene richiesto ai fini del giudizio di responsabilità colposa, se non la violazione della regola cautelare specifica". Questo giudizio riferito ai settori disciplinati da regole cautelari scritte, nel discorso di Piergallini, non intende dire che non è richiesta la relatività dell’evento, Piergallini ha scritto tutto il contrario, ma intende dire che nell’ipotesi considerata i parametri del giudizio di colpa sono dati esclusivamente dalle regole cautelari scritte e ciò è detto in modo più chiaro in una frase successiva: "In presenza di una costellazione di regole cautelari scritte, la fisionomia del rischio non potrà in alcun modo essere richiamata dalle ordinarie norme di diligenza attraverso la mediazione dell’Art. 2087 Codice Civile". Chiudo sull’argomento, nella memoria ho svolto alcune considerazioni sul discorso del professor Gallo, ma per ragioni di tempo le salto, e vengo alla parte di questa mia introduzione alla difesa, alla parte che più mi interessa, perché è la parte in cui ci troviamo a che fare con una voce la quale ha continuato ad abbaiare contro Enichem, la voce dell’Avvocato dello Stato. Noi l’abbiamo sentito di recente, abbiamo una memoria abbastanza fresca di che cosa l’Avvocato dello Stato abbia detto nell’arringa del 7 ottobre scorso. Lui si è ritirato per quanto riguarda Montedison a seguito di transazione, gli resta Enichem come unico interlocutore e, come interlocutore di Enichem, l’Avvocato dello Stato, unico che ha continuato ad appuntarsi sul periodo Enichem, mi si consenta di dire che ha superato se stesso. Ha parlato sostanzialmente di questioni relative al monitoraggio, ad un argomento che tratterò in modo più dettagliato nella seconda parte di questo mio intervento difensivo. Penso che oggi non ci sia spazio, al capitolo monitoraggio vorrei dedicare le ore che mi verranno assegnate domani. Ma fin da ora, a mo’ di introduzione all’argomento, vale la pena dire quanto basta, e non sarà molto, ma quanto basta a vedere subito il bluff, il clamoroso bluff che l’Avvocato dello Stato ha cercato di giocare. Che cosa ci ha detto? Ha cominciato la sua trattazione del tema del monitoraggio con un’osservazione che contiene degli aspetti condivisibili. In questo processo, in cui si discute di ipotetica causalità di date esposizioni, di date persone rispetto a dati eventi di danno, la regolarità o meno del sistema di monitoraggio rispetto alla normativa che lo disciplina non è questione decisiva. Un’autonoma rilevanza delle questioni di legittimità del sistema si avrebbe nella prospettiva di un’eventuale responsabilità per contravvenzione. Si direbbe un modo di sganciarsi, di prendere le distanze da temi che, nell’impostazione di sempre dell’accusa, ne rappresentavano un asse principale: attacchiamo il monitoraggio, perché da qui passa lo sfondamento dell’accusa. Adesso l’Avvocato dello Stato ne prende le distanze, in quale prospettiva? Al fine di sostenere che nemmeno il rispetto del valore limite di lunga durata, 3 parti per milione, sarebbe rilevante qualora risultino provate – e l’Avvocato Schiesaro ritiene siano state provate – esposizioni più consistenti. Egli ha parlato di esposizioni cumulative alla soglia di 288 parti per milione, indicata dal Tribunale come la dose cumulativa più bassa a cui sarebbe stato individuato un angiosarcoma. Dopo di che, l’Avvocato dello Stato si è soffermato su alcuni aspetti del monitoraggio e su alcune situazioni specifiche, che a suo dire darebbero l’evidenza del superamento di tale soglia. Altro che 288 parti per milione, ci ha detto. Anche prescindendo dalle inesattezze diffuse a piene mani, su cui mi soffermerò nel capitolo sul monitoraggio, vorrei subito porre in evidenza i trucchi di base del discorso dell’Avvocato dello Stato. Il trucco di base riguarda la stessa struttura concettuale del suo confronto tra le cose che egli ha detto e questa evocazione drammatizzata della soglia di 280 parti per milione di imputazione cumulativa. Nello svolgere questo discorso, l’Avvocato dello Stato ha completamente travisato il senso dei termini da lui posti a raffronto, sia il senso dei cosiddetti valori di esposizione cumulativa di cui è stato fatto uso nel processo, sia dei dati di monitoraggio che egli ha invocato. I dati che egli ha introdotto nel processo, relativi a questo o a quell’episodio, l’Avvocato dello Stato li ha presentati come elementi di una quantificazione complessiva dell’esposizione a CVM in valori assoluti, quantificazione ottenuta mediante addizione di una serie di valori relativi ad un dato periodo, ad un dato arco temporale, una serie dei valori misurati in un dato periodo, uno più altro più altro più altro. Ha parlato l’Avvocato dello Stato di picchi altissimi in occasione di fughe, picchi puntuali nel tempo, commentando per l’appunto "altro che 288" e ci ha presentato, ripetutamente ci ha presentato delle somme di concentrazioni misurate giorno per giorno, anzi misura per misura, come quando – per richiamare l’esempio più significativo nel suo discorso – come quando per il periodo dall’agosto 1991 al dicembre 1993 ha parlato dell’innalzamento del minimo di rilevabilità da 0,1 parti per milione a 0,15. Al di sotto di questa soglia minima la percentuale riscontrata non viene inserita nel calcolo della concentrazione media; una differenza di 0,05 per ciascuna misura della serie considerata. Sommando questa differenza per l’intera serie delle misurazioni effettuate nel periodo, una da l’altra, l’Avvocato Schiesaro è arrivato ad indicare un valore di 3087, 3087 parti per milione all’anno che, a dire del nostro interlocutore, sarebbero stati sottratti al calcolo dell’esposizione cumulativa e basterebbero questi dati, questo è il senso del discorso dell’Avvocato dello Stato da lui fortemente enfatizzato, basterebbero questi dati per mostrare il superamento, anzi, un enorme superamento della soglia di 200 parti per milione, 288 parti per milione di esposizioni cumulative; basterebbe una cosa tutto sommato così marginale come quello 0,05 della soglia minima rilevata inserita per calcolo, per portarci subito a 3000. Tutto il discorso della difesa e del Tribunale sarebbe spiazzato, questo l’Avvocato dello Stato ha voluto dire introducendo queste comparazioni. È un discorso truccato nel senso che l’Avvocato dello Stato pone a confronto dei dati numerici non confrontabili fra di loro, perché indicano, esprimono valori diversi, dati numerici costruiti secondo criteri fra di loro diversi. L’Avvocato Schiesaro ha svolto il suo confronto come se, dando per scontato che, ha ragionato come se valori puntuali di concentrazione rilevati in un dato punto e in un dato momento, o somme di concentrazioni misurate giorno per giorno, quelle che egli ci ha presentato, anzi, somme di concentrazioni misurate ad intervalli stretti, l’una dopo l’altra, tutte le misure effettuate, l’Avvocato dello Stato ci ha presentato questi dati come se fossero confrontabili, come se avessero i numeri da lui indicati lo stesso significato concettuale del numero di 288 additato come esposizione cumulativa raggiunta la quale si entrerebbe in una fascia di pericolo di possibile causalità dell’esposizione. Il trucco dell’Avvocato dello Stato è che egli si è ben guardato dal rilevare il senso di quei cosiddetti valori di esposizione cumulativa ai quali si riconnette quel numero di 288, come esposizione cumulativa nell’arco dell’anno. Questo aspetto del problema è stato introdotto nel processo in un articolo del 1981 di Simonato ed altri e sono state spiegate, sono stati spiegati questi concetti nell’audizione di Simonato come teste nell’udienza del 12 luglio 2000. È un’esposizione curiosa questa che noi qui richiamiamo dalla deposizione Simonato, perché il teste fa alcuni errori di calcolo, fa proprio errori numerici di calcolo, che però non oscurano il concetto che egli ha voluto esprimere e che è stato perfettamente compreso dal Tribunale. Questo è il concetto che il Tribunale ha compreso e che il teste ha confermato essere il concetto esatto: "Il calcolo di una dose cumulativa viene fatto sommando il quoziente di una dose stimata per il periodo di tempo nei vari periodi, per i vari periodi di tempo e sommando l’uno all’altro le varie dosi stimate. Il quoziente che viene in considerazione è la concentrazione media del periodo considerato. Si calcola anno per anno la concentrazione media e si fa poi la somma delle concentrazioni medie calcolate anno per anno, facendo la media delle diverse misure effettuate anno dopo anno". Questo e non altro significa il valore di esposizione cumulativa, questo è lo schema in applicazione del quale è stato determinato quel numero di 288 come valore di esposizione cumulativa alla cui altezza è stato rilevato l’angiosarcoma: sommatoria di concentrazioni medie anno per anno. "Facendo il calcolo su base annuale, abbiamo che – e qui facciamo l’esempio numerico – secondo questo criterio 10 anni a 100 parti per milioni come concentrazione media dell’anno sono 100 di esposizione media per 10 e arriviamo ad un valore mille; mille esposizione cumulativa di 10 anni in ciascuno dei quali la concentrazione media è stata 100. Poi altri 10 anni a 10 parti per milioni, dieci per dieci, che fa 100 di esposizione cumulativa in questi 10 anni a concentrazione medie di 10 e questi 100 di esposizione cumulativa si sommeranno ai mille del precedente; se poi si arriva a 10 anni ancora a concentrazione 1, dieci per uno fa 10, avremo altri 10 da aggiungere alla somma: somma di concentrazioni medie". Questo è il senso del valore cosiddetto di esposizione cumulativa, questo è il senso di quel valore di 288 che l’Avvocato Schiesaro ha sbandierato come largamente superato dai dati da lui esposti: 288 è la sommatoria anno per anno di concentrazioni medie misurate su base annua, con riferimento a quel particolare lavoratore in relazione al quale è stato riscontrato l’angiosarcoma dopo dieci anni, o non so quanto, di esposizioni a determinate misure: sommatoria di concentrazioni medie. L’Avvocato dello Stato contrappone, confronta a questo numero costruito come sommatoria di concentrazioni medie anno per anno, dei numeri costruiti in modo tutt’affatto diverso, come sommatoria di tutte le misure effettuate in un anno, laddove il numero di concentrazione media inserito nel calcolo dell’esposizione cumulativa che porta a 288 è un valore unico per ciascun anno, il valore della concentrazione media, l’Avvocato Schiesaro giustappone, confronta a quel valore unico della concentrazione media, la serie infinita delle numerazioni delle varie misure effettuate nel corso dell’anno, mese per mese, giorno per giorno, ciclo per ciclo di funzionamento del monitoraggio: 72 misure al giorno per tutti i giorni dell’anno. Siamo su un altro pianeta. È chiaro che si arriva a numeri molto più grossi, perché qui sì si fa una somma di una serie indefinita di misure. Si confrontano cose non omogenee, per fare un paragone un po’ approssimativo. L’analogia non è perfetta, ma è significativa, l’Avvocato Schiesaro ha confrontato chilometri con millimetri, ha confrontato un valore espresso in chilometri, il 288, espresso tenendo conto di... sulla base di concentrazioni annuali, a quel valore espresso in chilometri ha contrapposto dei valori costruiti su una base di calcolo che è il millimetro. Lo dico con molta approssimazione, solo per esprimere alcuni aspetti della struttura concettuale. Ed è venuto l’Avvocato Schiesaro a dirci che 3087 millimetri sono più, molto più che 288 chilometri. Questa analogia non vuole avere un significato direttamente numerico, vuole portare all’attenzione della Corte, all’attenzione di tutti noi lo spudorato trucco concettuale con il quale l’Avvocato Schiesaro ha costruito il suo discorso. Possiamo vedere a quali conclusioni arriveremmo uscendo dal trucco, facendo un confronto concettualmente corretto, potremmo domandarci: ma rispetto all’esposizione cumulativa calcolata nel modo indicato da Simonato e di cui è stata fatta applicazione in tutti i discorsi del processo in cui si è fatto riferimento a quel criterio, inciderebbe e come su quel calcolo l’aspetto rilevato da Schiesaro, l’innalzamento della soglia minima di rilevabilità da 0,1 a 0,5, quello spostamento di uno 0,05? Si tratta di vedere se e come quello spostamento incide sul calcolo di che cosa? Incide sulla concentrazione media del periodo di tempo poniamo dell’anno nel quale vi è stato quell’innalzamento della soglia. Quanto è stato sottratto? Bene, se per tutto l’anno vi è stata adottata una tecnica di calcolo che ha fatto sparito dal campo uno 0,05, ebbene l’incidenza sul calcolo della concentrazione media assunta poi ad addendo per la sommatoria che porta alla esposizione cumulativa, è appunto quello che porta allo 0,05. Questo ci dice un modo di argomentare logicamente coerente, che introduca cioè i dati indicati dall’Avvocato Schiesaro dentro la logica di costruzione dei valori di esposizione cumulativa. D’altra parte, mi viene da commentare, i dati numerici, i numeri che l’Avvocato Schiesaro ha dato presi a sé sono così sconvolgenti che io credo anche uno che non sappia niente di tutto questo, che non avesse ancora preso conoscenza delle modalità di costruzione del valore di esposizione dei numeri in cui sono espresse le esposizioni cumulative, avrebbe – come dire – annusato che c’era un trucco, perché altrimenti i dati non quadrerebbero: 288 è il numero che esprime una soglia non di sicurezza e poi, su piccole cose, ci troviamo questi numeri di migliaia e migliaia. Sono valori spudoratamente truccati. Nella terminologia presentata dall’Avvocato Schiesaro come possibile alternativa, potremmo anche dire che è l’accusa che "racconta balle", l’espressione è dell’Avvocato Schiesaro e solo per questo la ripeto. Vorrei introdurre subito un altro esempio dei trucchi con cui è stato costruito il discorso dell’Avvocato Schiesaro. Un esempio fra i molti, altri li riprenderò domani o quando ci sarà la possibilità di svilupparli. Dicevo prima che l’Avvocato Schiesaro, in apertura del suo discorso, ha additato il tema probatorio per lui rilevante, la prova di esposizioni asseritamene causali rispetto alle patologie a cui si riferisce l’accusa, il discorso ci interessa per il periodo Enichem. C’è da dire che su questo tema, la prova di esposizioni di singoli lavoratori, l’Avvocato Schiesaro nella sua arringa non ha in realtà indicato alcun elemento concreto, nemmeno quando ha fatto riferimento a deposizioni di alcuni testimoni o ad episodi specifici; mai alcun riferimento concreto ad esposizioni di singoli lavoratori e, in particolare, come dovrebbe interessare l’accusa, ad esposizioni di singoli lavoratori compresi nell’elenco delle cosiddette persone offese di questo processo. Per quanto concerne il sistema di monitoraggio di per sé considerato, l’Avvocato Schiesaro ha indicato come dicevo prima i limiti di rilevanza dell’argomento anche dal punto di vista dell’accusa, prospettiva di eventuali responsabilità contravvenzionali, cose da ridere, e ha riproposto argomenti vecchi e nuovi, alcuni vecchi in modo molto sommario; si è dilungato su argomenti nuovi, su episodi, su calcoli mai prospettati in precedenza nei tanti anni del giudizio di primo grado e nei motivi d’appello; argomenti nuovi di zecca. Vale forse la pena notare come questo sforzo di ricerca all’ultima ora di argomenti nuovi, unitamente al silenzio completo su molti argomenti in precedenza additati come decisivi, beh, anche questa è un’ulteriore e significativa spia della consapevolezza del nostro interlocutore della insufficienza degli argomenti già utilizzati. E sì che nell’arringa dell’Avvocato Schiesaro, nel suo impegnato discorso finale, dovremmo scorgere il tentativo da parte dell’accusa di soluzione degli argomenti ritenuti dall’accusa più efficaci, gli argomenti più efficaci in tema di monitoraggio e in quest’ottica l’arringa offre un panorama desolante per l’accusa: da un lato l’eloquente abbandono di pressoché tutti gli argomenti giuridici attinenti alla conformità del sistema di monitoraggio alla normativa; dall’altro lato l’introduzione di nuovi spunti volti a rafforzare un particolare aspetto della precedente impostazione dell’accusa, un aspetto che si è confermato e rafforzato, accusa di monitoraggio truccato. Altro genere di trucchi, prima abbiamo parlato di un trucco concettuale dell’accusa, adesso parliamo dell’accusa di monitoraggio truccato e vedremo gli ulteriori trucchi inseriti in questo capitolo. In questo antipasto, mi limiterò all’argomento che l’Avvocato Schiesaro ha presentato con più enfasi, quello dello "0 misure e 0 percentuali", argomento che il nostro interlocutore ha sostenuto invocando l’autorità del suo telefonino. L’accusa che egli ha mosso è sostanzialmente questa, che il sistema di elaborazione dati usato in quegli Anni Novanta abbassava le medie introducendo uno "0" di media corrispondente a misure non effettuate. Questo è il senso del suo argomento e a questo argomento possiamo tranquillamente rispondere che la falsità dell’assunto dell’Avvocato dello Stato risulta per tabulas dagli stessi documenti che l’Avvocato dello Stato ha presentato con le sue diapositive. Ho fatto pervenire alla Corte, a ciascuno dei consiglieri, una copia dei tre documenti che dimostrano la falsità dell’assunto dell’Avvocato dello Stato. Sono gli stessi che egli ha presentato per sostenere qualcosa che i documenti smentiscono. Vediamo che cosa questi documenti ci dicono. Il primo documento è un tabulato dell’integratore, l’integratore è l’apparecchio che produce i tabulati numerici ed esegue poi le medie, abbiamo un tabulato dell’integratore relativo al periodo dalle ore 8.00 del 19 aprile alle ore 9.00 del 22 aprile 1991. È il tabulato che attesta quel famoso "0" su cui Schiesiaro fa leva. Questo tabulato attesta per una serie di linee, 220, 21 etc., zero osservazioni e tutti i valori del tabulato sono ovviamente zero; uno zero che va ragionevolmente interpretato come? Come mancanza di misure, non come il risultato di chissà quale tipo di operazioni misteriose. Come piccola divagazione a margine, potrei anche dire a proposito di questa media che, come mi hanno spiegato in questi giorni i professori del Politecnico, 0 diviso 0 sarebbe una funzione indeterminata; qualsiasi numero va bene, perché qualsiasi numero moltiplicato per 0 ritorna a 0. Cosa si doveva scrivere qui? Qualsiasi numero non ha senso. In un tabulato riassuntivo che dice "0 osservazioni", il riempimento con "0" di tutte le voci è assolutamente coerente e ragionevole, a condizione.. a quale condizione? A condizione che questo "0" di questo tabulato non sia utilizzato per abbassare la media delle concentrazioni. Vedremo che così non è, e intanto il tabulato è questo. "0" osservazioni in un quattro giorni per una ragione che troviamo indicata, aggiunta a mano nel tabulato successivo relativo al periodo dalle ore 0.00 del 22 aprile alle ore 0.00 del 23 aprile 1991, è una giornata. È il tabulato che nella fotocopia dell’Avvocato Schiesaro che io ho qui, ha in alto un 7 circondato da un cerchio. Questo tabulato spiega perché nei giorni precedenti ci fossero "0 osservazioni" e tutto "0"; l’hanno scritto a mano qui a fondo: il cromatografo aziendale è rimasto in manutenzione da giovedì 18 a lunedì 22 aprile. Il tabulato di questa giornata successiva del giorno 22, dalle 0.00 del 22 alle 0.00 del 23, è un tabulato che contiene delle misure, contiene delle correzioni a penna, la cui spiegazione la possiamo trovare in un’altra scritta a mano all’inizio di pagina: taratura. È stato tarato il sistema e nel calcolo sono stati esclusi i momenti in cui il risultato della misura era influenzato dalle operazioni di taratura. Tutto tranquillo. Terzo tabulato, quello relativo alle medie, aggiornamento del lavoro, medie per il periodo che va dal 14 aprile al 24 aprile 1991. Questo non è un tabulato nell’integratore, è un’elaborazione successiva del servizio informatico, riguarda sempre quelle famose linee a cui si riferiscono i tabulati precedenti. Dal 14 al 24 indica la media per ciascuna linea, non vi sono eccezioni e allarmi. Questa media è calcolata sulla base di che cosa? È calcolata sulla base di un numero di misure che è lo stesso per tutte le linee e che in questo tabulato è indicato come 473. La media delle 473 misure effettuate in questi dieci – undici giorni, dà i risultati di cui alla colonna successiva: 10/2, 11/6 etc. etc.… no, questa è la somma, non è la media, questa è la somma. Comunque queste sono le misure calcolate, questi sono, questo è il numero di misure che viene in rilievo. L’assunto dell’Avvocato Schiesaro che vengano inserite nel calcolo della media le misure non effettuate e lo "zero media", trova documentale confutazione. Degli altri profili parlerò a suo tempo, degli altri profili e degli altri elementi indicati dall’Avvocato Schiesaro, parlerò a suo tempo. L’Avvocato Schiesaro si è risentito del giudizio di calunnia morale nel quale avevo nella memoria precedente riassunto la replica alle accuse di monitoraggio truccato; accuse di monitoraggio truccato che hanno avuto come riferimento nell’impostazione iniziale i capitoli specifici del selettore on-off e del segnale (whatcing no pic), temi ritornati ancora in udienza. Vorrei rilevare fin d’ora come lo stesso Avvocato Schiesaro, nel ribadire le accuse, lo abbia fatto in un modo perplesso ed oscillante, getta il sasso e nasconde la mano, fa un apparente marcia indietro. A proposito del selettore on–off che cosa ci ha detto l’Avvocato Schiesaro? "Noi spieghiamo così con l’uso del selettore on-off certe mancate misure in taluni punti critici – dice lui – in cui il cloruro di vinile c’era sicuramente", affermazione tutta da dimostrazione in una situazione in cui nessun dato viene proposto da lui. "Non devo però dare la prova – ci ha detto Schiesaro – che le cose sono andate così. Io dico che il sistema lo consentiva, poi vedrete voi Giudici". Saremmo appagati come difesa da questa mezza marcia indietro, mezza marcia indietro ma distruttiva per l’accusa, se davvero l’Avvocato dello Stato avesse rinunciato a proporre come spiegazione qualcosa che egli stesso dice di non dover provare. Non dover provare, dice lui. Di fatto, il non dover provare nella formula di Schiesaro, sta a significare che egli non ha nessun elemento di prova: non sono in grado di provare che siano stati fatti usi fraudolenti di certi comandi, ma poiché astrattamente sarebbe possibile, io getto lì la mia spiegazione e vedete voi. Non credo occorrano commenti. Viene mantenuta un’accusa costruita secondo la più pura logica del sospetto, così come secondo la più pura logica del sospetto era stata lanciata nelle iniziali prospettazioni del professor Nardelli a cui l’Avvocato Schiesaro si è ricollegato. Vi è da aggiungere un’ulteriore notazione: è rimasto del tutto al di fuori dell’orizzonte del discorso d’accusa, dell’arringa dell’Avvocato Schiesaro, è rimasto del tutto al di fuori il problema su chi mai personalmente si sarebbe macchiato del delitto di monitoraggio truccato. L’accusa è stata lanciata in incertam personam, verso destinatari assolutamente indeterminati o determinati con il cappello generico dell’azienda, dell’ente collettivo. Nell’ottica del processo penale il discorso andrebbe precisato. Questo sospetto di monitoraggio truccato si dirige verso taluno degli imputati, di imputati nei confronti di nessuno dei quali il discorso d’accusa ha additato il ben che minimo indizio di personale implicazione in comportamenti scorretti? E questo è un ulteriore aspetto, un ulteriore livello di problemi che l’accusa avrebbe dovuto affrontare prima di lanciarsi in questo spericolato esercizio di accusa di monitoraggio truccato. Non c’è il trucco, ma non ci sono neanche i destinatari persone fisiche, nessun discorso che agganci questo capitolo così enfatizzato dall’accusa alla persona di uno qualsiasi degli imputati. Concludo, spero di non essere andato troppo per le lunghe, vedo di no, concludo con qualche ulteriore breve notazione su altri aspetti legati al modo in cui i discorsi d’accusa hanno sostenuto le loro censure. A me pare che sia caratteristico dell’impostazione d’accusa, sia nella discussione finale che già nei motivi d’appello, il centrarsi del discorso sulla motivazione del Tribunale, sulla motivazione della sentenza piuttosto che su un tentativo di positiva ricostruzione dei fatti, così come l’accusa ritiene siano avvenuti e provati. L’accusa ha cioè complessivamente ragionato come se il giudizio d’appello avesse ad oggetto la motivazione della sentenza e non invece la prova dei fatti, un’impostazione del giudizio di Cassazione sotto specie di vizio di motivazione, vizio di motivazione inesistente. Nei motivi d’appello le censure rivolte alla motivazione della sentenza sono sparse sui più vari argomenti e sono condotte secondo modalità maliziose, fortemente maliziose, che offrono un quadro deformato di ciò che la sentenza ha detto e delle ragioni della decisione. Vengono usate tecniche francamente singolari, delle quali ho cercato di dare atto già nella memoria del 2003: si isolano frasi della sentenza e si fa dire alla sentenza qualcosa che non ha detto; si censurano silenzi della motivazione perché a proposito di un argomento vengono citate dall’accusa delle pagine sbagliate, non quelle in cui il Tribunale ha svalutato l’argomento. Ma tutto questo non ci interessa in questo momento. Ci interessa una riflessione: ma dato che la motivazione della sentenza è solida ed esaustiva, che cosa ha da guadagnare l’accusa attirando l’attenzione sulla motivazione della sentenza piuttosto che in positivo sui fatti e sulla prova dei fatti? Potremmo dire che non ha nulla da guadagnare, potremmo dire che questo è un tentativo di inscenare un discorso apparentemente d’attacco contro la motivazione della sentenza, che però copre che cosa? Copre una sostanziale fuga da temi probatori e di valutazione probatoria; fuga dall’onere gravante sull’accusa di proporre in positivo la propria versione dei fatti e di addurre le prove a positivo sostegno delle ipotesi accusatorie. Parlando della motivazione della sentenza e criticando la sentenza, l’accusa finisce per coprire, malamente coprire, la propria incapacità di motivare in positivo punto per punto una propria posizione, uscendo dal generico in cui la retorica d’accusa è rimasta incapsulata. Verificheremo nei capitoli che seguono, quelli dedicati all’esame dei fatti, come gli attacchi alla sentenza siano totalmente infondati. Ma già a chiusura di questo capitolo introduttivo dedicato all’impostazione generale dell’accusa, mi sembra meriti menzione una versione particolarmente spinta dei tentativi dell’accusa di non andare a picco nel vuoto probatorio in cui l’accusa è immersa. Mi riferisco ad una curiosa interpretazione che l’Avvocato Battello ha dato dell’epistemologia popperiana, tanto cara alla difesa, come egli ha detto nell’udienza del 23 settembre; epistemologia popperiana meno cara, mi viene da dire, al nostro interlocutore, il quale o non l’ha studiata o non l’ha capita oppure, nell’ipotesi che più gli fa onere, ha fatto finta di non capirla. Lungi da me l’idea di parlare della epistemiologia popperiana in positivo in questa tarda ora di una lunga giornata, devo dare molte cose per scontate, mi limito a seguire il discorso del collega Battelo, il quale ha sostenuto di avere popperianamente falsificato e documentalmente smentito le affermazioni del Tribunale sulle modifiche effettuate negli anni 1973, 1974 e 1975, su procedure, esercizi ed impianti. La prova documentale sarebbe data dai manuali operativi, argomento di cupi abbiamo già parlato a proposito dell’impostazione del Pubblico Ministero, evidenziando come i manuali operativi e i manuali normativi non hanno nulla da dire sulla prova dei fatti. Ma, al di là dell’impostazione risibile, dell’avere scambiato per falsificazioni degli elementi che manifestamente non hanno tale valore, mi interessa qui sottolineare il modello argomentativo del nostro interlocutore. Vi leggo la frase di foglio 35 della trascrizione, in cui l’argomento è stato riassunto: "Noi abbiamo fatto adesso una verifica sulla base dei manuali, la cosiddetta falsificazione popperiana tanto cara alla difesa, abbiamo falsificato popperianamente le affermazioni della sentenza: nel 1973, 1974 e 1975 hanno fatto modifiche, esercizi, impianti etc. Ecco la falsificazione e come è noto da Popper, tanto nomina e inchiniamoci – espressione non mia ma del collega – come è noto da Popper, i controlli positivi non valgono perché possono essere sempre smentiti, basta una falsificazione per far crollare la tesi". Supponiamo, per assurdo, contrariamente ai fatti, che l’Avvocato Battello avesse davvero trovato qualche punto debole nell’argomentazione del Tribunale. Sarebbe bastato questo per ritenere popperianamente provata la tesi d’accusa come correlato della popperiana falsificazione delle tesi del Tribunale? L’Avvocato Battello sembra darlo per scontato. Scusate, avevo perso il filo del ragionamento e preferisco avere la traccia per evitare effetti della stanchezza a quest’ora. Basterebbe, dicevo, l’avere trovato una non trovata smagliatura nella sentenza, atteggiamento, discorso popperiano, correttamente popperiano quello del nostro collega, certamente Popper sarebbe molto stupito di vedersi citare in questo modo, non si riconoscerebbe nella caricatura fatta dall’Avvocato Battello nell’approccio falsificazionista. Direbbe Popper che la sua epistemologia non autorizza nessuno a sostenere in positivo una sua tesi invertendo l’onere della prova. Ai sostenitori delle tesi d’accusa di questo processo, un epistemologo serio, Popper o chiunque altro, chiederebbe che cosa? Innanzitutto di precisare i contenuti, chiederebbe di indicare in positivo le ragioni in base alle quali sono prospettate, in modo che quelle tesi, le tesi d’accusa, possano essere esse le tesi d’accusa sottoposte a controllo e ad eventuale falsificazione empirica. Si direbbe, Popper o l’epistemologo popperiano, si potrebbe anche dichiarare disposto ad accettare provvisoriamente taluna delle loro tesi, ma soltanto se seriamente corroborata e se supera il vaglio di seri tentativi di falsificazione. Questo è il discorso sviluppato da Popper. Per la verità è sviluppato con riferimento alla costruzione di teorie scientifiche, mentre noi qui siamo sul terreno diverso della prova di fatti storici, ma l’esigenza sottesa è la stessa, l’esigenza di un serio approccio a problemi di conoscenze, di conoscenze che non possono mai ritenersi acquisite una volta per tutte, ma che tanto più possono essere ritenute accettabili quanto più siano state sottoposte e abbiano superato seri tentativi di falsificazione. Chi deve sottoporsi a tutto questo, ad un serio controllo popperiano in un processo penale? Ma è ovvio, è l’accusa. Ma l’accusa ha completamente ignorato tutto questo, ha evitato anche solo di porre il problema di farsi carico delle esigenze di precisazione delle ipotesi d’accusa, di indicazione degli elementi di supporto, del tipo di verifiche da fare per poter arrivare ad un risultato di corroborazione dell’accusa. Sotto questo profilo, l’Avvocato Battello è in amplissima compagnia. Egli ha semplicemente reso esplicita e portata alle estreme conseguenze la strutturale insufficienza dell’intero impianto d’accusa, con un risultato veramente caricaturale paradossale, che è la versione, lo pseudo-popper in versione Battello, è una puramente e semplicemente una pretesa di inversione dell’onere di prova, di fuga dall’onere di provare in positivo le tesi dell’accusa; di più, fuga dallo stesso onere di precisare le tesi d’accusa. Come abbiamo emblematicamente colto nella già citata frase "Enichem o Montedison, problemi loro". È questo l’epistemologo popperiano, che non vede come proprio problema quello della più elementare precisazione dell’accusa? Siamo veramente nella caricatura. Debbo dire che non mi sento di rimproverare all’accusa di non essersi suicidata sottoponendosi ad un vaglio popperiano, mi basta osservare che l’approccio complessivo d’accusa, l’arringa dell’Avvocato Battello è un esempio forse più esemplare di altri, ma il discorso vale per tutti, bene, un approccio d’accusa del tipo che abbiamo visto è quanto di più anti-popperiano ci possa essere. Rispetto all’universo intellettuale dell’epistemiologia critica del puntuale e distinguere verificare del paziente esercizio della ragione, rispetto a questo universo il discorso d’accusa è su un altro pianeta già per i modi in cui è stato impostato e questo discorso vale, ecco il punto che mi ricollega ai prossimi capitoli, queste critiche di metodo, questo deficit d’impostazione, vale pari pari, anzi si riflette in modo ancora più esemplare, ne abbiamo avuto finora solo un assaggio, ma lo vedremo più ampiamente, tutto questo vale anche per l’unico discorso che è rimasto in piedi contro Enichem, l’arringa di un interlocutore che non credo di offendere definendolo come l’ultimo dei giapponesi che a guerra finita continuavano a combattere; ultimo dei giapponesi e chissà perché, in questo processo, Avvocato dello Stato italiano. Questa è la conclusione del capitolo introduttivo. Seguirebbe il capitolo più lungo e più complesso delle questioni relative al sistema di monitoraggio e alle esposizioni dei lavoratori. Fin qui è stato solo un anticipo. Io preferirei rinviare il tutto a domani, anche perché sono fortemente raffreddato, se la Corte ritiene di dover continuare, sono malgrado tutto a disposizione.

 

PRESIDENTE – Chiudiamo l’udienza oggi, ci vediamo domani.

 

ORDINANZA

 

IL TRIBUNALE dispone il rinvio dell’udienza al 14 ottobre 2004 ore 9.00.

 

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