UDIENZA DEL 16 MARZO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 25 marzo 2004.

 

 

PRESIDENTE – Continuiamo con la relazione del dottor Lucisano lì dove ci eravamo fermati l’udienza scorsa.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott. Lucisano – Allora proseguiamo nell’esposizione dei motivi del Pubblico Ministero nella parte in cui ha affrontato più specificamente il tema della causalità, circa appunto i reati di cui agli articoli 589 e 590 Codice Penale della problematica della casualità il Pubblico Ministero, premesse alcune considerazioni che troverebbero giustificazione a seguito della sentenza numero 30128 del 10 luglio 11 settembre 2002 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione sostiene che anche su questa parte, che può considerarsi il pilastro dell’intera vicenda processuale che ci riguarda, la sentenza impugnata commette gravissimi errori di interpretazione del nesso causale, errori che riguardano sia l’interpretazione data dai Giudici di primo grado dell’istruttoria dibattimentale del presente processo penale sia la stessa interpretazione giuridica del nesso causale in relazione alle condotte ascritte agli imputati e agli eventi di reato che ne sono conseguiti. Osserva in particolare che la sentenza delle Sezioni Unite e della Suprema Corte dirimente un contrasto interpretativo sorto in seno alla Sezione Quarta dello stesso Giudice di legittimità, pur riguardando un caso di responsabilità per attività medico-chirurgica è riferibile, come la stessa pronuncia afferma espressamente, anche ai settori delle malattie professionali, delle alterazioni ambientali e del danno prodotto. Nello specifico settore delle malattie professionale si ritiene che essa si attagli precipuamente al caso oggetto della presente vicenda processuale. L’imprescindibile riferimento a essa consente inoltre di affermare la valenza della tesi sostenuta dall’Accusa, in particolare di quanto questo Ufficio ebbe ad esporre in sede di replica della propria requisitoria all’udienza del 10 ottobre 2001 sulla questione giuridica del nesso causale. Nel contempo la pronuncia citata permette di evidenziare i gravi errori commessi dalla sentenza impugnata. Premetto al riguardo che le sezioni Unite della Corte di Cassazione, per usare le stesse parole della Corte, sono state chiamate a dirimere un conflitto interpretativo che non riguarda lo statuto condizionalistico e nomologiche del rapporto di causalità, riguardando invece il contrasto giurisprudenziale a causa del quale è stato chiesto l’intervento delle sezioni unite, la concreta verificabilità processuale di quello statuto ovvero la individuazione dei criteri di determinazione e di apprezzamento del valore probabilistico della spiegazione causale. E rivendica il Pubblico Ministero che già in sede di replica del giudizio di primo grado, seguendo un ragionamento logico, analogo a quello che oggi si ritrova nella sentenza delle Sezioni Unite, dopo aver fatto riferimento alle varie e diversificate pronunce dalla giurisprudenza di illegittimità in tema di causa penalmente rilevante si era soffermato sulla necessità di definire, precisare meglio il concetto di grado di probabilità; aveva fatto riferimento a questo proposito alla sentenza 12 luglio ‘91 della Sezione Quarta che riteneva sufficiente un grado di probabilità pari al 30% per ritenere sussistente il nesso causale tra la condotta omissiva del medico e l’evento lesivo ma solo come riferimento di minimo, come si potrebbe chiamarlo e solo per considerare che lo stesso concetto veniva ripreso da una sentenza di 10 anni dopo, 17/9/2001 a ridosso della conclusione del primo grado di questo processo, sentenza che era in contrasto con le tre sentenze della stessa Quarta Sezione, estensore Battisti, che accoglievano un criterio più rigido di probabilità. Errerebbe quindi la sentenza impugnata laddove inspiegabilmente addosso al Pubblico Ministero affermazione di stretto diritto che non ha mai espresso, attribuendogli del tutto arbitrariamente orientamenti che introducono nel processo ricostruttivo del nesso causale istanze di prevenzione generale, ma soprattutto erra nelle conclusioni cui giunge in tema di spiegazione del nesso causale. A riguardo ricorda l’appellante che il Tribunale afferma che il modello causale compatibile con il nostro ordinamento è quello idoneo ad includere non solo le spiegazioni nomologiche deduttive provviste di certezza, la copertura data dalla legge universale ma anche le spiegazioni offerte dalla scienza secondo un modello statistico induttivo che colloca l’approccio nomologico nello specifico contesto che valorizza la ricerca e l’analisi di tutti i fattori presenti e interagenti. In tal modo anche le leggi statistiche sarebbero in grado di spiegare che un evento si è verificato a patto che la frequenza consenta di inferire all’explanandum con quasi certezza sulla base di una relazione logico probabilistica, e cita appunto la pagina della sentenza di primo grado che ha fatto queste affermazioni. E questo modello, continua, è quello assunto dagli orientamenti giurisprudenziali più recenti. Questo è il modello secondo il Tribunale che consente di spiegare l’indagine causale nell’ambito delle scienze cui si è fatto ricorso nel processo che ci riguarda: epidemiologia, biologia molecolare, tossicologia, medicina legale. Continua ancora il Tribunale sostenendo che il ragionamento del medico legale è tipicamente induttivo, muove da un fatto concreto l’evento per risalire al fenomeno che lo ha determinato, la causa, e questo ragionamento anche se fondato su osservazioni di valore statistico probabilistico può fornire apprezzabili e rigorosi risultati e preciso ancora che il rigore metodologico ed epistemologico con cui le scienze conducono le loro indagini, la potenza dei risultati raggiunti per l’ampiezza di uno studio, il grado di consenso ricevuto nella comunità scientifica, la coerenza dei risultati raggiunti nelle diverse scienze sono tutti elementi necessari a propendere verso la certezza dei nessi sia nella causalità generale che nella causalità individuale. Può accadere tuttavia, prosegue il Tribunale, che nonostante siano le scienze e il loro metodo scientifico a consentire di spiegare le inferenze causali, nonostante ci sia validazione degli stessi risultati scientifici sulla base dell’accettazione generale da parte della comunità scientifica e della verifica empirica mediante il controllo dell’ipotesi attraverso la confutazione, nonostante vi sia coerenza complessiva del risultato raggiunto attraverso il confronto con altre discipline e la verifica delle conclusioni raggiunte nel loro progressivo evolversi, nonostante tutto ciò può accadere che rimanga l’incertezza scientifica. A questo punto di fronte all’incertezza scientifica non resta che ricorrere, conclude il Tribunale, alla regola di giudizio che la responsabilità deve essere provata oltre il ragionevole dubbio; regola di giudizio che ormai fa parte del nostro ordinamento. Conclusioni, queste del Tribunale, ribadisce l’appellante, erronee, che non possono essere accettate. Ciò prima di tutto e proprio alla luce del criterio offerto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione dal quale ogni giudice di merito da oggi in poi non può prescindere. Sostiene infatti il Pubblico Ministero che le Sezioni Unite non assumono affatto il modello causale invocato dal Tribunale di Venezia, al contrario esse aprono la via per chiarire in questa sede, come nel processo che ci riguarda, il Tribunale sia caduto in un errore fondamentale e irrimediabile, e così ritiene di schematizzare il Pubblico Ministero il ragionamento seguito dalla Suprema Corte. Primo: il processo penale, passaggio cruciale e obbligato della conoscenza giudiziale del fatto di reato, è sorretto da ragionamenti probatori di tipo inferenziale induttivo che partono dal fatto storico rispetto ai quali dati informativi giustificativi della conclusione non sono contenuti per intero nelle premesse essendo dipendenti da ulteriori elementi conoscitivi estranee alle premesse; due, lo stesso modello condizionalistico orientato secondo leggi scientifiche non può d’altra parte spiegare in via deduttiva la causalità perché è impossibile per il Giudice conoscere tutti gli antecedenti causali e tutte le leggi pertinenti; tre, il Giudice ricorre invece nella premessa minore del ragionamento ad una serie di assunzioni tacite, presupponendo come presenti determinate condizioni iniziali e di contorno, non conosciute o solo congetturate sulla base delle quali mantiene validità l’impiego della legge stessa; quattro, non potendo conoscere tutte le fasi intermedie attraverso cui la causa produce il suo effetto né potendo procedere a una spiegazione fondata su una serie continua di eventi, il Giudice potrà riconoscere fondata l’ipotesi ricostruttiva formulata in partenza sul nesso di condizionamento tra condotta umana e singolo evento soltanto con una quantità di precisazioni e purché sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso ed alternativo decorso causale; cinque, ove si rifugiasse la natura preminentemente induttiva dell’accertamento in giudizio e si pretendesse comunque una spiegazione causale di tipo deterministico e nomologico deduttivo, secondo criteri di utopistica certezza assoluta, si finirebbe col frustrare gli scopi preventivo-repressivi del diritto del processo penale in settori nevralgici per la tutela di beni primari; sei, tutto ciò significa che il Giudice è impegnato nell’operazione ermeneutica alla stregua dei comuni canoni di certezza processuale conducenti ad un giudizio di responsabilità enunciato dalla giurisprudenza anche in termini di elevata probabilità logica o probabilità prossima alla confinante con la certezza. A questo punto si può già rilevare, secondo il Pubblico Ministero, il netto distacco tra la tesi sostenuta dal Tribunale viziata da gravi errori di interpretazione e principi espressi dalle Sezioni Unite del Giudice di legittimità. Non è sostenibile, afferma la Corte Suprema, che si arrivano a schemi di spiegazione del condizionamento necessario solo le leggi scientifiche universali e quelle statistiche che esprimono un coefficiente probabilistico prossimo ad 1, cioè alla certezza. Quanto all’efficacia impeditiva della prestazione doverosa è omessa rispetto al singolo evento, e qui si sostiene il punto cruciale. E’ indubbio che i coefficienti medio bassi di probabilità cosiddetta frequentistica per tipi di evento, rilevati dalla legge statistica, impongono verifiche attente e puntuali sia della fondatezza scientifica che della specifica applicabilità nella fattispecie concreta. Ma nulla esclude che anch’essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio condotto secondo le cadenze tipiche della più aggiornata criteriologia medico-legale circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti in via alternativa, possono essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del necessario nesso di condizionamento. Viceversa livelli elevati di probabilità statistica o schemi interpretativi dedotti da leggi di carattere universale pur configurando un rapporto di successione tra eventi rilevato con regolarità o in numero percentualmente alto di casi, pretendono sempre che il Giudice ne accerti il valore eziologico effettivo insieme con l’irrilevanza nel caso concreto di spiegazioni diverse, controllandone quindi l’attendibilità in riferimento al singolo evento e all’evidenza disponibile. Ecco allora, secondo il Pubblico Ministero appellante, il distacco del Tribunale di Venezia dal principio enunciato dalle Sezioni Unite. Si osserva infatti che la sentenza impugnata sostiene che l’incertezza scientifica va provata oltre il ragionevole dubbio ma così facendo si ferma ad un passaggio precedente e priva il suo ragionamento proprio di quella natura rigorosa che voleva attribuirgli e non è in grado di arrivare alla conclusione decisiva che le Sezioni Unite raccomandano, quella per cui è l’incertezza del riscontro probatorio che va provata oltre il ragionevole dubbio. Il Tribunale si è fermato al riscontro scientifico, peraltro in maniera del tutto incompleta e contraddittoria come si è visto e come si vedrà e non ha valutato il riscontro probatorio dell’istruttoria dibattimentale mancando comunque di verificare i dati delle scienze con i riscontri probatori del processo. Sostiene il Pubblico Ministero che mentre per il Tribunale il giudizio finale di probabilità causale in presenza di una legge statistica con coefficiente medio basso deve essere risolto secondo la regola dell’oltre il ragionevole dubbio, per le Sezioni Unite una legge statistica con coefficiente medio basso può costituire leggi di copertura se corroborata dal positivo riscontro probatorio. Nel caso di specie, lamenta l’appellante, il Tribunale ha trascurato completamente tutte le evidenze processuali; ha persino svolto un’operazione inaccettabile che è stata quella di valutare separatamente i contributi offerti dalle discipline e dalle scienze che hanno avuto ingresso in dibattimento. Partendo dall’epidemiologia ha operato uno scarto progressivo di ciascuna scienza considerandole isolatamente ed evitando di fatto quel raffronto tra discipline che pure esso stato aveva invocato per il conseguimento di un modello ideale di casualità; raffronto che avrebbe invece consentito il raggiungimento di un primo, fondamentale risultato nella scala dei criteri da utilizzare per la spiegazione causale dell’evento. Il convincimento che attraverso l’ausilio di quelle scienze tra loro raffrontate e verificate nei loro concreti risultati, il dibattimento ha permesso di raggiungere un livello di rilevanza causale prossima alla certezza per quanto riguarda molti degli aspetti considerati. Si sostiene dunque conclusivamente in diritto sul punto che la tesi sostenuta dall’Accusa in relazione alla questione della causalità combacia e coincide proprio con i criteri enunciati dalle Sezioni Unite, dei quali si chiede quindi una corretta e limpida applicazione mentre scegliendo il metodo inaccettabile della riduzione dell’accertamento in termini causali alla sola considerazione che vi è incertezza scientifica, il Tribunale ha abdicato al proprio ruolo di Giudice avendo totalmente tralasciato e ignorato l’aspetto centrale del metodo di accertamento, quello relativo allo svolgimento del processo dibattimentale ignorando che l’Accusa aveva corroborato le lamentate dalla Difesa carenze scientifiche con gli elementi e i riscontri probatori che sono stati forniti nel corso del dibattimento. Lamenta poi il Pubblico Ministero che neppure il Tribunale affronta né risolve in termini giuridicamente corretti il problema del ruolo concausale del CVM nell’insorgenza di alcune patologie, in particolare il tumore al fegato e il tumore al polmone che invece l’Accusa aveva puntualmente posto nel corso del dibattimento di primo grado. Sbrigativamente infatti la motivazione si limita ad affermare che ciò che non è causa non è idoneo ad assumere il ruolo di concausa di un evento. Poiché il Giudice di primo grado ha ritenuto di poter escludere persino l’idoneità astratta dell’esposizione a CVM a cagionare un certo genere di patologia ne ha tratto l’erronea convinzione che ciò solo bastasse ad escludere automaticamente anche l’eventualità che detta esposizione potesse svolgere un ruolo concausale nell’insorgenza delle stesse ove fosse associata ad altri fattori quali il fumo e l’alcool. Sostiene il Pubblico Ministero che la tesi sarebbe erronea sotto molteplici punti di vista. Innanzitutto è quanto meno illogica oltre che contraria al dettato normativo l’affermazione apodittica secondo cui ciò che non è causa non può essere concausa dal momento che si rivolse in una confusione di concetti. E’ evidente infatti che l’articolo 41 del Codice Penale nel disciplinare il cosiddetto concorso di cause ha per oggetto al primo comma distinti fattori ciascuno dei quali per definizione è da solo privo dell’efficacia causale che si determina invece proprio per effetto del concorso di tutti. Di norma infatti, secondo il Pubblico Ministero che richiama sul punto dottrina e giurisprudenza, il fenomeno delle concause si verifica con riferimento a fattori che sono da soli privi della capacità di determinare un evento il quale invece si produce necessariamente grazie al contributo sinergico di due o più fattori concausali. La sentenza citata, Cassazione sezione quarta n. 7617 del 31 ottobre ‘73, parla di situazione di interdipendenza tra due fattori che da soli sarebbero privi di efficacia causale non potendo nessuna di esse disgiunta dall’altra causare l’evento. Tale pronuncia evidenzierebbe secondo il Pubblico Ministero proprio il fenomeno trascurato dai Giudici di primo grado, l’interdipendenza tra esposizione a CVM e altri fattori per la verità spesso preesistenti o concomitanti quali il consumo di alcool e di sigarette da parte degli operai deceduti per tumore al fegato e al polmone. Sostiene il Pubblico Ministero che nessuno potrebbe dire che nel procedimento penale in questione sia stata davvero fornita la prova certa che i tumori al fegato erano stati cagionati esclusivamente dal consumo di alcool così come quelli al polmone erano stati cagionati esclusivamente dal fumo di sigarette o che i lavoratori deceduti avessero contratto dette malattie a causa di un consumo di alcool e di sigarette avvenuto successivamente alla loro esposizione al CVM, dunque in nessuno dei casi esaminati dal Tribunale fumo ed alcool avrebbero potute essere considerate ai fini della corretta applicazione della legge penale concausa sopravvenuta a degli eventi. Eppure, nonostante tale indiscutibile evidenza probatoria. il Tribunale si sarebbe ritenuto dispensato da dover svolgere quell’accertamento sul tema della rilevanza concausale dell’esposizione al CVM che l’Accusa aveva prospettato avendo postulato quella apodittica ed erronea affermazione di ordine generale secondo cui la mancanza dell’idoneità causale rende per ciò solo il fattore inidoneo ad essere concausa di un evento. Ed in tal modo sono state ignorate circostanze provate dall’Accusa che avrebbero potuto e dovuto essere valutate con attenzione in sì fatta ottica di approfondimento del tema. In particolare erano stati dimostrati ritardi ed omissioni in relazione agli spostamenti dei lavoratori, fumatori o bevitori, che in passato erano stati esposti ad alte concentrazioni di CVM. In casi del genere l’esposizione a CVM oltre che ad essere determinante sotto il profilo concausale, avrebbe potuto e dovuto essere considerato dal Collegio anche in relazione agli effetti di accelerazione dell’insorgenza della malattia così come i consulenti tecnici di parte dell’Accusa, in particolare i medici Bracci, Rodriguez e Bartolucci e soprattutto Martinez avevano puntualmente ma inutilmente evidenziato. Al riguardo osserva il Pubblico Ministero che il tema dell’accelerazione della malattia derivante dal prolungamento dell’esposizione è ben noto alla giurisprudenza avendo di regola costituito tema di approfondimento specifico nelle più importanti vicende di malattia professionali e sul punto rinvia alle considerazioni ad esempio svolte dal Tribunale di Casale Monferrato del 30 ottobre ‘93 in cui si legge, sia pure in tema di malattia professionale da amianto, ma per il Pubblico Ministero non vi è alcuna ragione né logica né scientifica né normativa per sostenere come fa il Tribunale che i criteri di valutazione del nesso causale per le patologie derivanti da esposizione da amianto dovrebbero essere diversi da quelli da seguirsi nella presente vicenda processuale, con riferimento ai tumori professionali si è rilevato in giurisprudenza che allorché la prosecuzione dell’attività lavorativa dopo l’innesco biologico di una malattia professionale costituisce causa certa di aggravamento deve affermarsi il rapporto di causalità fra tale prosecuzione e l’evento della lesione o dell’omicidio colposo del lavoratore. Il Pubblico Ministero conclude dunque sul punto sostenendo che il grave errore giuridico compiuto dal Giudice di primo grado a proposito della ricostruzione del nesso causale ha così irrimediabilmente condizionato la sua valutazione allorquando si è trattato di considerare profili specifici e particolari della causalità come per l’appunto il descritto tema del contributo concausale del CVM, insieme ad altri fattori quali alcool e fumo in relazione sia all’insorgenza che allo sviluppo ed all’accelerazione delle patologie tumorali, tumori al fegato e al polmone, in ordine alle quali è stata pronunciata l’assoluzione degli imputati per insussistenza del fatto. Inoltre a questo grave errore giuridico si è aggiunta un’altra grave omissione di fatto, quella di non avere per nulla considerato né trattato le relazioni tecniche depositate e le dichiarazioni in aula dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, professor Pineis, Comba, Pirastu, proprio sulle interazioni CVM-alcool e CVM-fumo. Infine sostiene il Pubblico Ministero il Tribunale si è completamente dimenticato della distinzione tra patologie monocausali e patologie policausali, distinzione ribadita ampiamente dal Pubblico Ministero in sede di replica; distinzione ben nota anche ai consulenti tecnici di Montedison professor Fornari e professor Colombo. Il primo infatti aveva parlato espressamente in aula di tumori policausali, il secondo aveva definito in aula la concausa come la contemporanea presenza di due fattori noti e documentati per dare malattia epatica e mutatis mutandis malattia dell’apparato respiratorio. E non vi può essere dubbio che affezioni epatiche e affezioni polmonari possono essere causate sia dal CVM e PVC che da fumo e alcool. Anche in forza di tali argomenti e doglianze dunque, l’appellata sentenza andrebbe riformata. L’appellante per altro nel contesto dei motivi relativi alla problematica della causalità lamenta altresì che il Tribunale abbia prospettato una tesi, ancora una volta sbagliata sia dal punto di vista fattuale che da quello giuridico, portando a paragone i meccanismi di azione del cloruro di vinile e dell’amianto che ritiene non assimilabili onde se per quanto riguarda l’amianto il verificarsi del mesotelioma piuttosto che dell’asbestosi può correttamente ricomprendersi nell’evento pur dall’agente non presentatosi tipicamente ma prevedibile come conseguenza dannosa dell’inosservanza di norme cautelari comuni per quanto riguarda invece il cloruro di vinile non è accettabile un’applicazione di tale orientamento secondo il Tribunale per estrapolazione dall’amianto al CVM PVC non essendovi alcuna correlazione o progressione tra la patologia nota e la neoplasia angiosarcoma causata dal CVM. Le argomentazioni e conclusioni del Tribunale sarebbero per il Pubblico Ministero appellante arbitrarie sostenendosi invece previo excursus sul meccanismo cancerogeno dell’amianto con richiamo e citazione a letteratura che il mesotelioma non va ritenuto complicanza dell’asbestosi e che non è vero che i meccanismi di azione dell’amianto sarebbero noti onde se non è posto in dubbio neppure dal Tribunale che l’amianto provochi il mesotelioma pleurico non si vedrebbe perché questo discorso non debba valere anche per il CVM PVC e perché non sia possibile sostenere come per l’amianto che la mancata conoscenza certa di tutti i meccanismi d’azione che possono essere plurimi del CVM PVC nel cagionare a esempio il tumore del polmone non può e non deve incidere sull’attribuibilità al CVM PVC pure di questa forma tumorale risultando peraltro evidente il parallelismo con i diversi ed intercorrelati meccanismi di cancerogenesi dell’amianto. Ne conseguirebbe secondo il Pubblico Ministero che sia alle malattie professionali da amianto che a quelle CVM PVC va applicata la medesima normativa a partire dalle leggi speciali a tutela dei lavoratori in vigore dagli anni ‘50 così come per entrambe le patologie vanno applicate le medesime categorie interpretative a partire da ogni discussione in materia di nesso causale. Passa quindi il Pubblico Ministero ad analisi dettagliata dei presupposti che per l’appellante fanno ritenere sussistente il nesso di causalità in questione per la gran parte negato dal Tribunale e lo fa seguendo passo passo, pagina per pagina, come dallo stesso preavvertito, la motivazione della sentenza di primo grado avvertendo altresì che, in ogni caso, la base giuridica di questo appello è costituita dalla sentenza delle sezioni unite della suprema Corte di cui si è discusso poco fa mentre i presupposti di fatto storici e scientifici per giungere ad affermare la penale responsabilità degli imputati consistono nella disamina delle seguenti parti: epidemiologia e studi epidemiologici, metodologia epidemiologica, studi epidemiologici sul CVM, studi epidemiologici a Porto Marghera, la causalità, la causalità generale ad esposizione a cloruro di vinile, l’effetto di lavoratore sano rilevato nella Corte di Porto Marghera, cancerogenesi, influenza delle esposizioni a basse dosi, cancerogenesi a organismi internazionali, patologie riscontrate a Porto Marghera in fegato, polmone e altri organi. Circa il primo punto si pone il Pubblico Ministero l’obiettivo di evidenziare il modo sbagliato del Tribunale di trattare il nesso causale intecorrente fra esposizione a cloruro di vinile e insorgenza in particolare dei tumori epatici, angiosarcoma e carcinoma epatocellulare, della cirrosi epatica e dei tumori polmonari attraverso la trattazione di tre questioni di fondo delle quali lamenta un mancato apprezzamento da parte del Tribunale: A), la distinzione che è necessario fare tra le valutazioni dell’insieme dell’evidenza di cancerogenità di una sostanza fatta da organismi internazionali e il risultato di singoli studi come anche il diverso significato da attribuire ai due; B), i fattori che sono alla base e che garantiscono una elevata qualità degli studi epidemiologici, tentativi di ridimensionare le evidenze epidemiologiche relative alla cancerogenità del CVM. Quanto alla prima questione sostiene l’appellante che le valutazioni dell’evidenza complessiva ad opera di organismi nazionali o internazionali sono il risultato di un processo di ricerca del consenso nell’ambito di un gruppo di esperti che si raggiunge attraverso procedure standardizzate ed esplicitate che hanno come oggetto l’esame delle conoscenze scientifiche disponibili al momento della formulazione della valutazione ed i risultati di singoli studi non mettono in discussione le suddette valutazioni bensì esse contribuiscono all’insieme delle conoscenze in modo commisurato alla loro qualità, onde non sarebbe corrispondente a realtà l’affermazione generale che le conclusioni cui era pervenuta IARC nell’87 sono state poste in discussione dagli studi epidemiologici successivi. In particolare dallo studio multicentrico europeo coordinato da IARC e condotto da Simionato e altri nel ‘91 e dallo studio sulle corti americane condotte da Wong nel ‘91 i quali saranno successivamente aggiornati rispettivamente da Ward nel 2000 e ‘99. Sarebbe infatti assurdo e fuori dalla realtà sostenere, come ha fatto ripetutamente il Tribunale, che le valutazioni di un organismo scientifico internazionale che gode della massima stima e del massimo prestigio, come IARC o EPA, sarebbero superate. IARC infatti a partire dal ‘75 non sarebbe mai tornata sui suoi passi né avrebbe delegato l’uno o l’altro studioso a compiere autonomi accertamenti e i nuovi studi per quanto ampi sarebbero una parte del tutto che si inseriscono nell’alveo di quelli precedenti e di per sé non portano a modifica della precedente valutazione essendo necessario tutto un meccanismo di approfondimento ai fini della classificazione o riclassificazione di una sostanza. Quanto alla seconda questione sostiene il Pubblico Ministero che la sentenza sarebbe gravemente viziata per non avere dato contezza delle manchevolezze dello studio MUB 2000 fondato su carente database del filone principale USA, nonostante che in dibattimento i vari consulenti tecnici del Pubblico Ministero, Berlino, Comma, Pirasto, Mastrangelo, si siano ampiamente soffermati su tale problematica. Quanto alla terza questione sostiene il Pubblico Ministero che i tentativi di ridimensionare le evidenze epidemiologiche relativa alla cancerogenità del CVM presenti nella letteratura scientifica sarebbero conseguenza del ruolo svolto dall’industria nella diffusione delle conoscenze sulla cancerogenità del CVM, nello specifico quella statunitense ma anche EniChem con il supporto di noti e ben pagati epidemiologi stranieri tra cui Richard Doll al quale EniChem ha dato mandato di sostenere che l’angiosarcoma epatico è l’unico tumore causalmente associato con l’esposizione a CVM. Passa quindi il Pubblico Ministero nell’affrontare le altre parti di cui sopra all’esame degli specifici punti della sentenza ritenuti errati in fatto o frutto di una contraddittoria valutazione e così riguardo alla metodologia epidemiologica, sostiene l’erroneo utilizzo da parte del Tribunale in uno stesso studio di livello di confidenza diversi per diverse cause di morte e non sarebbe accettabile in assoluto nemmeno l’ulteriore affermazione, decisione del Tribunale che esclude sempre e per partito preso le situazioni con limitata significatività statistica. A questo proposito richiama ancora l’appellante la recente sentenza del Sezioni Unite della Corte di Cassazione dove viene scritto che: "Coefficienti medio bassi di pericolosità, impongono verifiche attente e puntuali ma nulla esclude che anch’essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio condotto secondo le cadenze tipiche della più aggiornata criteriologia medico legale, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del necessario nesso di condizionamento. Il riscontro probatorio, secondo il Pubblico Ministero, per il caso di tumori professionali, possono essere le evidenze sperimentali sugli animali e su altri modelli di laboratorio. Lamenta poi il Pubblico Ministero errori ed errate valutazioni da parte del Tribunale in merito alle conclusioni assunte relativamente ai tumori diversi dall’angiosarcoma con riferimento agli studi epidemiologici sul CVM, sia di Corte Europea coordinato da IARC Guard 2001, sia Usa Mundo 2000, ritenendosi invece che una esatta proposizione dei dati stessi porterebbe a diversa conclusione, in particolare relativamente al carcinoma epatocellulare, al tumore al polmone e alla cirrosi. Richiamando poi il Pubblico Ministero gli studi epidemiologici a Porto Marghera, lamenta il Tribunale che pur citando una serie di dati prodotti dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero che dimostrano come nella corte di Porto Marghera oltre all’accesso degli angiosarcomi epatici vi sia stato un significativo eccesso di altri tumori epatici, in particolare per gli autoclavisti, nonché, come emergerebbe dall’aggiornamento ‘99, un significativo eccesso di tumori polmonari per i lavoratori che avevano svolto mansioni di insaccatori, su tali risultati chiarissimi, che emergerebbero da due tabelle riproposte nei motivi di appello, ha evitato di fare commenti e valutazioni, pur dando atto della pericolosità particolare delle mansioni rispettivamente di autoclavista e di insaccatore. Anche per tali omissioni, si chiede la riforma della sentenza. Riaffrontando nello specifico ha parte relativa alla causalità, il Pubblico Ministero innanzitutto lamenta che in Tribunale non ha assolutamente seguito i criteri che egli stesso aveva richiamato e indicato come i criteri guida per ogni decisione; ne deriverebbe quindi contraddittorietà della motivazione. Si citano quindi quattro criteri fatti propri dal Tribunale nei seguenti: le differenze causali devono essere tratte dalle scienze che attraverso un rigoroso e corretto metodo scientifico apportino una effettiva e affidabile conoscenza scientifica; l’affidabilità delle conoscenze, sia pure suscettibile in futuro di ulteriori apporti che possano modificarlo o addirittura falsificarle è determinata dalla valutazione che riceve e dall’accettazione generale o preponderante nella comunità scientifica nonché dalla verifica empirica delle sue spiegazioni mediante il controllo dell’ipotesi attraverso la confutazione così da raggiungere una corroborazione provvisoria; le conclusioni devono essere comunque verificate nel loro progressivo evolversi e sempre confrontate con quelle di altre discipline per accertare la coerenza complessiva del risultato raggiunto; la incertezza scientifica che dovesse comunque residuare, va risolta sia nell’ambito del rapporto causale, sia nell’ambito della imputabilità soggettiva secondo la regola di giudizio che la responsabilità deve essere provata oltre il ragionevole dubbio, regola di giudizio che ormai fa parte del nostro ordinamento. E si sostiene da parte dell’appellante in tema di causalità generale da esposizione a cloruro di vinile che, alla luce di quanto scritto e sopraccennato in merito agli studi epidemiologici sul CVM, non è assolutamente condivisibile l’affermazione del Tribunale relativa all’assenza della prova allo stato delle conoscenze scientifiche della idoneità del CVM a provocare il cancro del polmone, il carcinoma epatocellulare e la cirrosi, riconoscendo solo la sua associazione causale con l’angiosarcoma, con tipiche epatopatie e con la sindrome di Raynauld. Lamenta il Pubblico Ministero che per affermare ciò, il Tribunale avrebbe dovuto prima di tutto affrontare e criticare quanto esposto dall’Accusa in senso contrario, esaminando le relazioni finali depositate dal Pubblico Ministero, criticandone l’eventuale metodologia, la logica e le conclusioni. Il Tribunale non avrebbe fatto nemmeno questo, essendosi affidato in maniera del tutto acritica alle relazioni dei consulenti degli imputati, riportandone pari pari le osservazioni e tralasciando le specifiche repliche dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero. Analogamente sarebbe del tutto arbitraria l’affermazione del Tribunale secondo la quale tutti i dati di conoscenza introdotti nel presente processo, molteplici e aggiornati valutati complessivamente, non consentono di ritenere sussistente un’associazione casuale tra CVM e PVC e tumori diversi dall’angiosarcoma e patologie che non siano la sindrome di Raynauld e l’acrosteolisi, nonché tipiche patologie interessanti l’endotelio. Nello specifico delle singole patologie, sostiene l’appellante richiamando in particolare gli studi dei propri consulenti, che quanto al tumore al polmone nelle corti che hanno condotto un’analisi specifica per gli insaccatori definiti solo come addetti all’insacco si sono identificati incrementi di mortalità. Pertanto la persuasività scientifica della relazione causale tra l’attività lavorativa che comporta esposizioni a polveri di PVC è elevata. Richiamando poi ancora i dati in materia, rileva il Pubblico Ministero che il trend positivo con l’esposizione a CVM nella corte europea Guard 2001, l’incremento della mortalità nella corte degli insaccatori Montedison EniChem che contrasta con il deficit di mortalità per queste cause osservato nella corte complessiva, l’assenza di elementi per suggerire un ruolo confondente del fumo di sigaretta, è ovvio che i casi di cancro polmonare occorsi tra gli insaccatori sia nei fumatori come la quasi totalità dei casi in di cancro polmonare in qualunque categoria professionale, il fatto è che nella corte degli insaccatori nel suo complesso, non vi sono evidenze di un abnorme consumo di tabacco; al Tribunale sfugge la distinzione tra le cause dei casi e le cause dell’incidenza, così come sfugge la distinzione tra individui malati e popolazioni malate. In assenza di questi essenziali riferimenti scientifici e culturali, il paragrafo "L’epidemiologia, un primo approccio", motivazioni pagina 29-37, appare del tutto inadeguato a sostenere le successive valutazioni del Tribunale in campo epidemiologico. Nella luce delle considerazioni di cui ai tre precedenti rilievi, ritiene il Pubblico Ministero che i quattro criteri di cui a pagine 142 delle motivazioni sopra citate, siano adeguatamente verificati e quindi va affermata l’esistenza del nesso casuale anche in questo caso, già quindi sulla scorta dei criteri di riferimento indicati dal Tribunale. Quanto ai tumori del fegato, angiosarcoma a bassa esposizione, sostiene l’appellante che neppure avrebbe ben compreso il Tribunale, i dati emergenti dallo studio europeo Guard 2001 che pur ritiene fondamentale, dati nei quali, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, emergerebbe un rischio di angiosarcoma anche a bassa esposizione, non avendo d’altra parte il Tribunale considerato che era stato discusso dal Pubblico Ministero un caso di angiosarcoma per un operaio assunto dopo il 1973, Dalla Verità Domenico assunto nell’aprile del ‘74, , ed avendo pure rigettato la richiesta del Pubblico Ministero di acquisire della documentazione attestante un’altra morte per angiosarcoma a causa del CVM verificatasi negli Usa per bassissime esposizioni. Di tale ordinanza, del tutto immotivata, si chiede la nullità e la conseguente rituale acquisizione della documentazione tramite rinnovazione del dibattimento. Quanto al carcinoma epatocellulare, si richiamano ancora gli studi e le conclusioni dei propri consulenti, che suggeriscono che l’esposizione ma CVM può essere associata anche a questo tumore. Si ricorda inoltre che valutazioni dell’associazione causale intercorrente tra esposizione a CVM e carcinoma epatocellulate, sono state formulate, oltre che da IARC, anche da EPA onde anche nel caso, secondo il Pubblico Ministero, i criteri di causalità esposti dal Tribunale a pagina 42, siano stati adeguatamente verificati e quindi, anche in questo caso, va affermata la sussistenza del nesso causale. E così per la cirrosi, relativamente alla quale, se è vero che nella corte generale di Porto Marghera la mortalità per tale patologia è inferiore all’attesa, va peraltro rilevato che essa è superiore all’attesa fra gli autoclavisti. Osserva poi il Pubblico Ministero che nelle motivazioni della sentenza, viene in più punti affermato che la corte dei lavoratori di Porto Marghera è costituita da soggetti in buono stato di salute, come mostrato dalla diminuita mortalità per tutte le cause, quando la corte viene confrontata con la popolazione residente nel Veneto. Tale richiamo del Tribunale non avrebbe però portato il Tribunale stesso a valutarne adeguatamente il significato e le implicazioni. I soggetti assunti al lavoro non sono un campione casuale della popolazione generale, ma costituiscono un campione di soggetti in buono stato di salute che desiderano un lavoro. Il gruppo dei soggetti assunti è perciò un campione selezionato, non rappresentativo della popolazione generale. Quando si confronta l’esperienza di mortalità dei lavoratori con quella della popolazione generale residente in Veneto da cui provengono, si riscontra perciò un rischio di morte. Questa differenza è chiamata "effetto lavoratore sano" ed è una distorsione di cui tener conto in fase di analisi, proprio perché potrebbe mascherare in generale l’effetto di importanti agenti tossici e nocivi a cui i lavoratori vengono esposti nella loro vita professionale. Tale distorsione ha portato erroneamente ad attribuire l’osservata diminuita mortalità dopo il 1974, a diminuite esposizioni ad agenti tossici, mentre questa è una osservazione spuria. Una volta rimosso l’aspetto distorcente della (inc.) all’assunzione, la diminuzione non più statisticamente significativa è di entità assai modesta. Per il Pubblico Ministero, contrariamente a quanto immotivatamente ritenuto dal Tribunale, ciò renderebbe possibile rilevare che: a) non c’è alcuna diminuzione di rischio per le corti di assunti a partire dal ‘74 tenendo conto del tempo trascorso dall’assunzione; b) gli assunti in anni più recenti non hanno ancora maturato la latenza necessaria perché si manifesti una patologia, soprattutto in riferimento a quelle patologie per le quali il periodo di latenza può essere molto lungo; c) non vi è alcuna evidenza empirica che gli assunti dal ‘74 in poi abbiano sperimentato un vantaggio in termini di salute rispetto agli assunti negli anni precedenti; d) i soggetti esposti nelle mansioni a rischio, autoclavisti ed insaccatori, manifestano una mortalità per tutte le cause aumentata e questo rischio appare crescente al crescere della durata di impiego nella mansione a rischio. Vi è evidenza notevole di due particolari rischi specifici: il tumore polmonare per gli insaccatori e l’epatocarcinoma per gli autoclavisti, oltre che un’evidenza molto elevata anche per la cirrosi epatica. Nell’esame delle parti ritenute importanti nelle argomentazioni dei motivi di appello, affronta poi il Pubblico Ministero le questioni relative alla carcinogenesi, pure affrontate dal Tribunale che però, subito osserva l’appellante, non ne avrebbe compreso il significato. Il Tribunale si sarebbe sbarazzato in fretta della questione, con due parole non motivate, dicendo che il problema è ancora incerto e dibattuto, così abbandonando la stessa linea tracciata dal professor Henry Bush, Presidente di un centro di ricerche sul cancro negli USA indicato dalla difesa, il quale sull’origine del cancro, aveva chiaramente confermato l’impostazione dei consulenti del Pubblico Ministero parlando di stabilità genetica e precisando, controesame del 20 aprile ‘99, che il genoma umano è estremamente stabile, a conferma della necessità di alcune alterazioni generiche affinché una cellula diventi maligna. E oltre a non considerare il professor Bush, il Tribunale avrebbe citato i consulenti del Pubblico Ministero soltanto per le parti che servono a sostenere la tesi assolutoria, ma le questioni fondamentali trattate dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero non sono state né affrontate né eliminate e quindi, alle relazioni dei professor Berrino e Colombati, si deve fare integrale rinvio con particolare riferimento ai numerosi lavori scientifici presentati e discussi dal Pubblico Ministero in requisitoria, a sostegno della origine professionale dei tumori da CVM non solo del fegato, ma anche degli altri tre organi bersaglio, polmone in primis. Ripropone poi il Pubblico Ministero concetti di genetica molecolare per sostenere altresì che molte delle disquisizioni della sentenza, da pagina 106 a pagina 126, sembrano poco rilevanti e poco appropriata appare l’interpretazione di molti dei lavori scientifici citati. Fatto essenziale riconosciuto dalla stessa sentenza, è che il CVM è cancerogeno; in questo, osserva il Pubblico Ministero, non vi è contrasto di opinioni ed è stata precisamente identificata la modifica chimica in un gene causata dal CVM o meglio da un suo derivato e, prosegue l’appellante osservando che chiarito questo, che è il punto centrale per stabilire la responsabilità di chi ha esposto gli operai del Petrolchimico al CVM, si può passare ad esaminare la questione della presenza o meno di una soglia di sicurezza per il CVM e anche per altre sostanze. Al riguardo, richiamo quanto detto in aula e riportato nell’atto d’appello dal professor Maltoni portato, osserva l’appellante, sul palmo della mano dal Tribunale su tutto, meno che per la sua affermazione relativa alla inesistenza di una soglia biologicamente sicura per il CVM e riporta altresì un concetto di cinetica degli enzimi, la velocità di qualsiasi reazione enzimatica e quelle in cui il CVM partecipa come substrato non fanno eccezione, dipende in modo asintotico dalla concentrazione del substrato; a concentrazione molto bassa del substrato, inferiore al valore della costante di micaelis, KM, la velocità di reazione è pressoché lineare, in funzione della concentrazione del substrato; nel nostro caso il CVM. Dunque, per il Pubblico Ministero, parlare di soglia è teoricamente un assurdo; si può dire tutt’al più, che ci possono essere concentrazioni del veleno tanto basse da rendere la reazione iniziale e le successive molto lente e lo sviluppo del tumore molto improbabile ma mai impossibile. Il fatto che sia difficile rilevare l’insorgenza di tumori per piccole dosi di mutageni, dipende dal metodo di misura e dai limiti della sua sensibilità, come è stato rilevato nel caso del processo. Il problema a questo punto è giuridico, oltre che morale; è lecito esporre consapevolmente persone ad una probabilità, sia pur piccola, di tumore? E quando poi questo tumore si verifica, che succede? Per quanto riguarda le mutazioni del gene P53 nei lavoratori esposti a cloruro di vinile, è stata pubblicata recentemente un’estensione dello studio sui lavoratori di Taiwan, di cui si chiede l’acquisizione previa rinnovazione del dibattimento che rafforza le conclusioni della precedente indagine. Infatti, i soggetti maggiormente esposti a CVM, avevano una sovraesposizione della P53 due volte più spesso dei soggetti con livelli più bassi di esposizione e la sovraespressione era modulata da polimorfismi metabolici, uno dei geni maggiormente coinvolti nel metabolismo del CVM e di riparazione del DNA. In altre parole, danni al gene P53 si manifestavano già a dosi molto basse ed erano più frequenti nei soggetti con mutazioni e polimorfismi dei geni coinvolti direttamente nel metabolismo del cloruro di vinile e nella riparazione dei danni da esso provocati al DNA. Questo ulteriore studio, rafforza quanto riportato in precedenza dagli stessi autori. Nello studio condotto a Taiwan, su 251 lavoratori esposti a CVM, il 13% presentava una sovraespressione del gene P53 contro il 5,6% di 36 soggetti non esposti. Mutazioni identificate con un metodo immunologico, erano presenti nel 10% e nel 2,8% rispettivamente. Le differenze erano statisticamente significative. L’aspetto interessante ai fini processuali, è che le mutazioni erano presenti anche nei lavoratori che avevano subito una modesta esposizione cumulativa, meno di 40 PPM annuo e ciò conferma anche il rischio di angiosarcoma a basse dosi illustrato dal dottor Simonato, dal dottor Boffetta e da Guard 2001. Ma anche il tema relativo alla influenza delle basse dosi, sarebbe stato trattato in maniera generica e superficiale dal Tribunale il quale, anche in questo caso, si è completamente dimenticato della esistenza di una relazione tecnica del dottor Franco Berrino, Direttore dell’unità operativa di epidemiologia dell’Istituto Tumori di Milano, pur arrivando ad affermare in motivazione il presunto vuoto accusatorio sul punto e delimita l’appellante tutta una serie di elementi, in fatto e tecnici, che non sarebbero stati considerati dal Tribunale e che confermerebbero invece quanto sostenuto dall’Accusa lamentandosi, in conclusione, di un appiattimento totale del Tribunale sulla posizione della difesa, con oblio totale delle relazioni tecniche e delle posizioni dell’Accusa. Richiama infine sul punto il Pubblico Ministero quanto segnalato e motivato dal professor Giovanni Zapponi le cui valutazioni il Tribunale ha frainteso o non compreso, in relazione alla valutazione del rischio cancerogeno del CVM secondo organismi internazionali e non, come l’OMS, l’unione Europea e l’Epa, con particolare riferimento alle basse dosi di esposizione. Quanto alle patologie riscontrate a Porto Marghera, ricorda ancora il Pubblico Ministero, contrariamente alle diverse conclusioni del Tribunale, che secondo vari organismi e organizzazioni internazionali, tra cui IARC ed EPA, in primo luogo, devono essere considerati come principali organi bersagli del CVM, il fegato, il polmone, il cervello, il sistema emolinfopoietico. Inoltre, sulla base di singoli studi, devono essere attribuite all’azione del CVM alcune altre patologie come il tumore alla laringe, nonché, come ampiamente illustrato anche nel capitolo 2.3, il fenomeno di Raynauld e l’acrosteolisi. Ancora lamenta il Pubblico Ministero da parte del Tribunale che ha ritenuto di riconoscere come conseguente all’esposizione a CVM solo l’angiosarcoma, il fenomeno di Raynauld, l’acrosteolisi ed alcune epatopie, omissioni nell’esame del materiale probatorio fornito dall’Accusa e in molti casi anche fraintendimenti del contenuto degli atti esaminati e soprattutto delle esposizioni e dichiarazioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero con conseguente grave vizio della motivazione della sentenza, la quale dovrebbe dunque essere completamente riformata. Nello specifico, con la consueta tecnica argomentativa di richiamare determinati passi della sentenza che si ritengono contenere osservazioni, valutazioni o conclusioni errate per lo più secondo il Pubblico Ministero preconcette, frutto di appiattamento sulle posizioni della difesa, funzionali all’originario disegno assolutorio, si sottopongono già a critica alcune affermazioni del Tribunale relative anche all’angiosarcoma pur riconosciuto come conseguente all’esposizione a CVM ma che nella loro erroneità producono influssi negativi su altri punti fondamentali della decisione quale, per esempio, quelli relativi alla carcinogenesi, all’influenza delle basse dosi, magari successive ad alte dosi e al concorso di cause fumo ed alcool e quali l’esclusione della presenza dell’angiosarcoma epatico per Simonetto Ennio, su asserito unanime giudizio di tutti i consulenti, quando invece tra i consulenti vi era contrasto sul punto, potendosi citare a favore della diagnosi di angiosarcoma ed epatocarcinoma, la diagnosi iniziale del professor Maltoni che include il paziente tra i casi di angiosarcoma della corte dell’Istituto superiore di sanità e la conferma della diagnosi che il maggiore esperto in questo campo ne fa in aula nel corso del processo. La diagnosi del dottor Luge, che descrive la lesione come fenotipo compatibile con la diagnosi di angiosarcoma, la registrazione di Simonetto Ennio nel registro mondiale degli angiosarcomi. Dichiarandosi poi allibito, sostiene il Pubblico Ministero, sempre a tale riguardo, che il Tribunale senza alcuna motivazione reale, avrebbe rifiutato non solo l’ipotesi di approfondire il tema delle morti per angiosarcoma a basse esposizioni nella popolazione, ma ne avrebbe aprioristicamente negato la rilevanza, scrivendo ad esempio che per i casi proposti al suo esame, manca la certezza diagnostica o che i tempi di latenza non sono osservati mentre, al contrario, in atti esistono addirittura atti di autopsia e precise indicazioni sulle esposizioni. Quanto all’epatocarcinoma, l’appellante dopo citazioni di osservazioni sul punto dei vari consulenti e critiche ancora di specifiche affermazioni e conclusioni del Tribunale che non trascura di apostrofare come arrampicate sugli specchi, lamentando travisamenti ed erronei apprezzamenti dei contributi scientifici e dopo avere ancora ribadito la tesi sostenuta dai propri consulenti dall’azione sinergica del CVM con gli abusi di alcol e le infezioni da virus B e C, sostiene che in forza degli atti del processo, il carcinoma epatocellulare può essere ascritto all’esposizione al CVM per le seguenti motivazioni: dati epidemiologici ormai derivanti da corti assai numerose provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti; una forte evidenza in favore di una relazione dose–risposta; casi occorsi in Germania ai lavoratori nei quali erano stati esclusi tutti i fattori extralavorativi; 5 lavoratori di Porto Marghera, Fusaro Vittorio, Cividale Luigi, Favaretto Emilio, Mazzucco Giovanni, Monetti Cesare, che non presentavano fattori di rischio extralavorativi, due casi di epatocarcinoma, i consulenti della Difesa ammettono la responsabilità dell’esposizione a CVM. Un’evidente anomala distribuzione dell’eziologia, 50% alcolica e solo 19% virale, che è stata dimostrata nei lavoratori di Porto Marghera che non ha riscontro in casistiche finora pubblicate provenienti da aree come quelle della regione Veneto con un’alta incidenza di infezione da virus epatici. I casi di pazienti descritti in letteratura nei quali nello stesso fegato sono stati trovati i noduli di angiosarcoma ed epatocarcinoma, Simonetto Ennio è uno di questi casi. I riscontri sperimentali che dimostrano che l’esposizione a CVM nei ratti può determinare l’insorgenza di diversi tipi di tumori tra i quali l’angiosarcoma e l’epatocarcinoma. L’analogia con l’esposizione al torotrust che è ormai accettato che possa indurre nell’uomo non solo l’angiosarcoma ma anche l’epatocarcinoma. Analogamente, anche relativamente alla cirrosi epatica, contesta il Pubblico Ministero, come già accennato, le conclusioni del Tribunale, ritenendole non basate sulla realtà dei dati e sulle logiche considerazioni che ne sarebbero dovute scaturite, il tutto ampiamente presentato in dibattimento, anche in sede di requisitoria e di replica finale. E previa elencazione dei principali aspetti della questione sulle quali il Tribunale sarebbe incorso in madornali sviste o errori di valutazioni, con il supporto di copiose citazioni di dati e passi di consulenti e riproposizioni di casi, sostiene che se ci si attiene agli atti del processo, la cirrosi epatica può essere ascritta all’esposizione al CVM per le seguenti motivazioni: dati epidemiologici derivanti dall’aggiornamento della corte europea con un RR di 0,24 nella classe di soggetti esposti fra 524 e 998 PPM annui; evidenza in favore di una relazione dose–risposta analoga a quella riscontrata per l’angiosarcoma e per il carcinoma epatocellulare con una tendenza della curva di dose - risposta intermedia tra i due; l’associazione tra cirrosi epatica e angiosarcoma, che secondo il Tribunale potrebbe avvalorare la tesi dell’associazione tra tale malattia epatica, la cirrosi, e l’esposizione a CVM è stata riscontrata in tre su sette lavoratori di Porto Marghera con angiosarcoma, Simonetto Ennio, Zecchinato Gianfranco e Pistolato Prima. In letteratura sono stati descritti altri casi di pazienti con cirrosi e angiosarcoma. La plausibilità biologica confermata dalla spiccata attività fibrogenetica del CVM che in presenza di un abuso di alcol o di una infezione cronica virale, causa un’amplificazione notevole delle conseguenze in termini di tossicità e di potenziale pro fibrogenico. Sempre con riferimento all’organo bersaglio fegato, sostiene infine il Pubblico Ministero che trattando le epatopatie riscontrate nei lavoratori del PVC CVM di Porto Marghera, il Tribunale continua a fare confusione tra tossicità e cancerogenità del CVM. Infatti, ancora a pagina 246 della sentenza, citando fuori luogo l’audizione del consulente del Pubblico Ministero Berrino, il Tribunale continua a mescolare senza ragione IARC ‘87, oncogenità del CVM e bronchiti. sostiene dunque l’appellante, dopo richiamo alla già ricordata differenza concettuale e sostanziale tra tossicità e cancerogenità e dopo riproposizioni dei casi dei lavoratori le cui epatopie sono state escluse dal Tribunale come causate dall’esposizione al CVM, che al riguardo la sentenza ha ripetutamente invocato l’elevato consumo di alcol come giustificata soluzione alternativa all’eccesso di tumori del fegato, di cirrosi e di epatopatie. Ma, sostiene l’appellante, l’eccesso osservato negli operai di Porto Marghera è troppo elevato per poter essere spiegato da un eccessivo consumo di alcol. Infatti gli operai di Porto Marghera avrebbe avrebbero dovuto fare un consumo di alcolici doppio rispetto alla popolazione generale maschile della stessa età, un comportamento che sarebbe difficilmente compatibile con una regolare attività lavorativa e di cui non vi è alcuna prova in atti; anzi vi sono diverse prove in senso contrario, a partire dalla relazione del 1975 alle indagini effettuate dalla ULSS, dalla ASL. di Mestre anche negli anni ‘90. In proposito si indicano le dichiarazioni rese in aula dai testi dottor Magarotto e dottor Munarin. Di tutto ciò, i Giudici di primo grado si sarebbero completamente dimenticati ed anche sul punto il Tribunale avrebbe scritto circostanze e fatti sbagliati in sentenza e avrebbe gravemente omesso di vagliare e di valutare il materiale probatorio offerto dall’Accusa, affidandosi alle dichiarazioni in aula dei consulenti di Montedison, Colombo e Lotti. Il primo però, all’udienza del 18 maggio ‘99, ha ripetutamente detto: "Chiedete a Lotti", pagina 70, 71. Quest’ultimo, sempre su questo tema ha detto: "Io non sono molto esperto di questi studi di cancerogenesi", pagina 71, e il Tribunale si è ripetutamente affidato e fidato di entrambi. Al contrario, del passaggio fondamentale per la ricostruzione dei fatti e per la valutazione degli eventi, non vi sarebbe traccia in motivazione. Lamenta altresì il Pubblico Ministero che il Tribunale abbia assolto gli imputati amministratori Montedison del periodo ‘69/’73 non meglio individuati, perché il fatto non costituisce reato nei 5 casi di epatopatia, Poppi Antonio, Barolomiello Ilario, Salvi Andrea, Scarpa Giuseppe e Sicchiero Roberto, riconosciuti come causati da CVM, non convincenti, secondo l’appellante, le motivazioni per l’esclusione dell’elemento soggettivo atteso che il CVM era un noto epatotossico, lo si sapeva dagli anni ‘50–’60 e lo si insegnava all’università ed a questo proposito e in relazione all’articolo 437 Codice Penale, malattie derivate da omissioni del datore di lavoro, nulla ha disposto il Tribunale. Ciò dovrebbe portare ad una totale riforma della sentenza con conseguente declaratoria di penale responsabilità di tutti gli imputati per tutti gli specifici reati loro rispettivamente contestati. Prosegue poi il Pubblico Ministero sostenendo che le critiche svolte nei confronti della sentenza per la parte concernente le patologie epatiche dovranno sostanzialmente essere svolte anche per le altre patologie, in primis quelle polmonari. Si lamentano infatti ripetute omissioni in fatto rilevate in motivazione, incompletezza grave nell’esame di tutti gli elementi probatori sottoposti dall’Accusa all’esame del Tribunale, distorsione di quanto scritto e segnalato dai consulenti tecnici dell’Accusa, accettazione acritica e totalmente immotivata delle tesi della Difesa degli imputati. Anche in questa parte dell’atto d’appello si richiamano e si citano oltre ai passi della sentenza sottoposti a critica concetti e informazioni espresse in varie relazioni tecniche oppure in vari lavori scientifici presentati al Tribunale, in particolare lo studio caso controllo del professor Mastrangelo sul rischio di cancro polmonare nei laboratori del cloruro di vinile concludendo il Pubblico Ministero sulla scorta degli stessi da un lato per una lacunosità della motivazione della sentenza che avrebbe trascurato una parte o sostanziale della elaborazione del professor Mastrangelo e del professor Pinzale e professor Dineis etc. e dall’altro per la non accettabilità delle conclusioni della sentenza riguardo alla problematica attinente la causalità del cancro polmonare osservandosi che se è vero che tutto il lavoro scientifico è suscettibile di essere ribaltato, modificato dalle conoscenze future ciò non ci conferisce la libertà di ignorare la conoscenza già accumulata. Conclude infine sul punto il Pubblico Ministero contestando altresì l’esclusione delle patologie degli altri organi bersaglio del CVM e PVC, laringe, sistema emolinfopoietico, encefalo. Anche al riguardo ci si lamenta che le motivazioni della sentenza sono del tutto insufficienti e non affrontano nemmeno tutti i dati, gli studi scientifici, le relazioni tecniche e le dichiarazioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle Parti Civili offerte all’esame e alla valutazione del Tribunale. E una situazione analoga si presenterebbe anche per i melanomi per i quali sono emersi eccessi nonché relativamente alla sindrome di Raynaud per la quale il Tribunale oltre a fornire dati numerici sbagliati rispetto ai casi introdotti dal Pubblico Ministero nel processo fa poi confusione sul numero dei casi da lui stesso ammessi; si è completamente dimenticato di Terrin, non ha considerato che il certificato di diagnosi di Raynaud per Gabriele Bortolozzo è del 1995 e inoltre si è dimenticato dell’accusa di cui all’articolo 437 Codice Penale. In questa situazione di carente motivazione per di più contraddittoria nei pochi punti trattati, sostiene il Pubblico Ministero che la sentenza dei giudici di primo grado debba essere riformata in toto facendo esplicito richiamo alle fonti di prova d’accusa indicate nell’atto d’appello e che già erano state sintetizzate durante la requisitoria all’esito del giudizio di primo grado. Conclude quindi il Pubblico Ministero i propri motivi d’appello relativamente all’istituzione sul primo capo d’imputazione sostenendo ancora la sussistenza del disastro innominato colposo e i suoi rapporti con l’articolo 437 Codice Penale, della cooperazione colposa ex articolo 113 Codice Penale tra tutti gli imputati e della continuazione fra tutti i reati colposi contestati nonché l’insussistenza della prescrizione. Quanto al disastro innominato colposo e i suoi rapporti con l’articolo 437, ricordato che il Tribunale ha pronunciato assoluzione del reato di disastro innominato colposo contestato al primo capo di imputazione in quanto il fatto non costituisce reato per condotte tenute fino al 1973 e per insussistenza del fatto per condotte successive al 1973, avendo appunto i Giudici di primo grado individuato nel 1973 l’anno a partire da quale sarebbe cessata l’efficienza lesiva del CVM a seguito degli interventi per la riduzione delle esposizioni, il Pubblico Ministero, ferme restando le critiche in fatto su tale epoca sopra ricordate, censura comunque la pronuncia assolutoria alla quale il Tribunale sarebbe pervenuto sulla base di una interpretazione non corretta della fattispecie contestata. Sostiene infatti l’appellante che il Tribunale secondo il quale il reato di disastro andrebbe inteso come evento di danno caratterizzato nel suo manifestarsi dalla gravità, complessità, estensione e diffusività ha operato una indebita sovrapposizione tra l’evento di pericolo richiesto dalla norma in discussione, articoli 449-434 Codice Penale gli eventi di danno a quel pericolo conseguiti assumendoli quali elementi costitutivi della fattispecie colposa mentre avrebbe dovuto configurarli come condizione di punibilità dell’ipotesi aggravata di disastro considerata al comma secondo dell’articolo 434 Codice Penale necessario e sufficiente, sostiene il Pubblico Ministero, la mera insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno. Dunque i giudici di primo grado avrebbero dovuto chiedersi se in un momento anteriore al giudizio, il bene protetto e incolumità pubblica fosse effettivamente caduto in crisi, formulando un giudizio prognostico sugli eventi futuri. Orbene il Tribunale ha affermato che il rischio costituito dall’esposizione a CVM ha avuto idoneità lesiva dell’integrità fisica ed efficienza diffusiva nell’ambito della comunità dei lavoratori esposti in quanto lo dimostrano i tumori e le malattie che la sostanza ha causato. Se ne doveva trarre la conseguenza che il bene protetto era stato messo in pericolo; quel pericolo che la constatazione degli eventi lesivi implica e che per ciò stesso era stato cagionato un disastro causalmente riferibile e imputabile alla condotta colposa degli imputati che, rivestendo posizioni di garanzia, avevano la gestione del rischio relativo all’esposizione ad una sostanza tossica e oncogena. Quanto al rapporto esistente tra la fattispecie di disastro innominato colposo e la fattispecie di cui all’articolo 437 Codice Penale ritiene il Pubblico Ministero di sistemarlo dogmaticamente, e cita Cassazione Penale Sezione Quarta 16 luglio, 8 novembre ‘93 Ariante e altri, caso Macnavi prodotta, nel senso che il capoverso dell’articolo 437 Codice Penale costituisce un reato complesso in cui l’evento disastroso, l’altro disastro o infortunio, concreta appunto un disastro innominato colposo che viene dunque assorbito nel reato di omessa collocazione seguita dal disastro. Ciò viene precisato in ossequio al principio del fa vorrei quanto alla eventuale determinazione della pena da infliggere all’imputato. Oltre alla cooperazione colposa contestata nell’imputazione la stessa, secondo il Pubblico Ministero, pare del tutto provata oltre che giuridicamente configurabile. Sostiene l’appellante che in contrario non giova a sostenere che mancherebbero i presupposti requisiti della reciprocità e contestualità della rappresentazione dell’altrui condotta colposa e partecipi di questa anomala forma di partecipazione al reato e che proprio la dimensione di acronica enorme che connota questa vicenda nonché l’autonomia dei due centri decisionali organizzati che hanno determinato le decisioni di politica di impresa sub iudice, escludono già logicamente la possibilità di concepire una cooperazione colposa. Viceversa né nella lettera né nella ratio di disciplina dell’istituto si rinviene una sì fatta restrizione o possibilità di esclusione del suo ambito di operatività essendo anzi vero il contrario. Nel citare dottrine e giurisprudenza che avvallerebbero una interpretazione che riconosce autonoma capacità incriminatrice all’articolo 113 Codice Penale che estende anche a casi non altrimenti punibili la responsabilità penale in quanto la pericolosità di determinate condotte di per sé atipiche può diventare attuale solo incontrando la condotta pericolosa altrui, sostiene il Pubblico Ministero che il legame di cooperazione su cui si fonda detta estensione di punibilità non implica affatto un atteggiamento psicologico reale e contestuale di consapevolezza reciproca delle rispettive azioni essendo sufficiente, in conformità con i requisiti della colpa, la prevedibilità della condotta altrui concorrente con la propria, e si cita appunto letteratura, e si deve aggiungere realizzatrice o concretizzatrice proprio del tipo di rischio che la norma precauzionale violata mirava ad evitare con l’avvertenza che detta norma cautelare, rilevante per la imputazione a titolo di cooperazione colposa, potrebbe essere anche semplicemente quella volta a prevenire non direttamente l’evento in sé bensì la condotta colposa altrui che poi lo ha effettivamente causato. Nel caso di specie l’aspetto più importante dei fatti contestati in cui rileva tale forma di responsabilità concorsuale colposa, sarebbe manifestamente quello che riguarda il subentro di fatto e la successione anche informale in posizione di controllo ai gestori dell’impresa o di singoli riparti e impianti. Sarebbe infatti evidente e documentale la piena consapevolezza, più che mera conoscibilità, da parte di EniChem e dei suoi responsabili e dirigenti ai vari livelli di competenza oggi imputati, sia delle condizioni degli impianti, sia delle problematiche di sicurezza e rischio della produzione e delle sostanze, sia dell’adibizione degli operai alle varie mansioni e attività con ampia partecipazione alla piena responsabilità nel dimensionare il personale degli impianti e dei servizi di intesa con Eni in relazione ai costi concordati prima del closing ed è dunque fondata su prove sicure, oltre che logica, al di là dell’ampia dimensione temporale della vicenda, l’estensione di responsabilità ai diversi impianti Eni e EniChem, accanto ad una cooperazione colposa con quelli Montedison nella causazione delle malattie professionali e dei disastri contestati. Quanto alla configurabilità della continuazione ex articolo 81 comma 2 Codice Penale tra i delitti colposi contestati in specie, lesioni personali, disastri e stragi colpose, nonché reati ambientali vari, incompatibile il Pubblico Ministero la tesi difensiva secondo la quale tale istituto sarebbe incompatibile con i reati colposi relativamente ai quali non ci potrebbe essere l’identità del disegno criminoso. Sostiene contrariamente che non solo qualche isolata ed originale voce dottrinale sostiene la piena compatibilità della continuazione con i delitti ed i reati colposi, ma neppure la giurisprudenza sarebbe in posizione così monoliticamente negativa. Al di là della sentenza già citata, Cassazione sezione prima 24 maggio ‘85 Sicchiero con nota di richiamo che fa espresso riferimento alla possibilità di continuazione nei reati colposi allorché vi sia, come nel caso di specie, l’aggravante di aver agito nonostante la previsione dell’evento e non si riscontrano invece precedenti in senso contrario specifici su tale ipotesi, ve n’è quanto meno un’altra assai significativa riportati nei Codici commentati che riconosce la possibilità di ravvisare la continuazione anche quando si abbia la cosiddetta colpa impropria che, come è noto, implica un reale contenuto psicologico a base della condotta dell’agente pur se l’imputazione sia poi a titolo di colpa e non di dolo, Cassazione sezione prima 10 marzo ‘83 Avena, con note d richiami e motivazione. Dunque non vi sarebbe certo impossibilità di diversa interpretazione ed applicazione dell’articolo 81 comma 2 Codice Penale. Anzi, proprio di fronte alla oggi acquisita maggiore rilevanza e frequenza di applicazione delle fattispecie colpose in ambito soprattutto qual è quello in questione di attività economiche di per sé non illecite, se rispettose delle regole cautelari volute dall’ordinamento, si è affermata la piena consapevolezza dogmatica che la colpa è senz’altro interna e compatibile con la volontà e consapevolezza dell’agire economico delle scelte di impresa. Sarebbe dunque senz’altro compatibile con il rimprovero di colpa, tanto più se è cosciente, la presenza di un unico disegno criminoso realizzato dalle diverse condotte esecutive attive od omissive in sé finalistiche anche se non tecnicamente dolose rispetto ai singoli fatti tipici che poi lo integrano, non dovendo d’altra parte fare riferimento all’intera serie di elementi che costituiscono i reati, ma solo alle mere azioni od omissioni. In ogni caso, rileva il Pubblico Ministero, che il Tribunale nel contestare la sussistenza della cooperazione colposa e la sussistenza della continuazione, abbia completamente dimenticato che in questo processo si parla anche di un grave reato di natura dolosa, quello di cui all’articolo 437. Quanto infine alla insussistenza della prescrizione, lamenta il Pubblico Ministero come abbia già contestato sopra la tesi che l’esposizione sia cessata nel 1974 e si è sostenuto che l’esposizione è perdurata fino agli anni ‘90. E’ allora sufficiente applicare i principi affermati in sentenza in tema di disastro innominato colposo per escludere che ricorra a detta causa di estinzione. Secondo la sentenza infatti è irrilevante verificare se le condotte quali fattori causali siano stati concomitanti, prossime o addirittura remote rispetto al venire in essere dell’evento, pagina 268, cioè della malattia o del decesso. Fermo che si debba dunque rispondere per un evento avvenuto anche trent’anni dopo la tenuta della condotta colposa, non può evidentemente fare alcuna differenza che gli eventi siano 1, 2 o molteplici; si tratta di reato che può venire qualificato come eventualmente progressivo ed inizia a decorrere dalla consumazione, quindi dall’ultimo evento e dalle schede prodotte dall’Avvocato Zaffalon, difensore di Parte Civile, udienza 15.06.2001, e ricostruite sulla base dei dati forniti in aula dalla Guardia di Finanza oltre che dai consulenti tecnici degli imputati, schede in cui è stato ricostruito il disastro innominato colposo specificamente attribuibile a ciascun imputato, cioè con la specificazione delle lesioni e degli omicidi colposi a ciascuno addebitabili, emerge che per ciascuno e per tutti gli imputati, l’ultimo evento è avvenuto nel 2000; è dunque questa data che decorre il termine prescrizionale, termine allo stato evidentemente non ancora maturato. Nello specifico, quanto al rapporto fra disastro innominato colposo, articoli 449, 434 Codice Penale ed omessa collocazione di impianti antinfortunistici, ribadito che il capoverso dell’articolo 437 Codice Penale costituisce un reato complesso in cui l’evento disastro, l’altro disastro o l’infortunio, concreta appunto un disastro innominato colposo che viene dunque assorbito nel reato di omessa collocazione seguita dal disastro, osserva il Pubblico Ministero che ai fini dei termini prescrizionali non cambia nulla, in quanto il citato reato complesso si consuma al verificarsi degli eventi e quindi la decorrenza si ha dall’ultimo evento e anche i reati di omicidio, lesioni colpose, la maggior parte apparentemente estinti essendo molto datati, possono andare esenti da prescrizione in quanto vincolati da continuazione con l’omessa collocazione di impianti antinfortunistici reato che, attesa la contestazione dell’aggravante di avere agito con la previsione dell’evento, può costituire la base del reato continuato comprendente le lesioni e gli omicidi colposi. Ancora nel 2000 andrebbe individuato il di essa quo. Per tutti i predetti motivi, insiste dunque il Pubblico Ministero per l’accoglimento delle avanzate richieste in merito al primo capo d’imputazione, sono le richieste conclusive del Pubblico Ministero che chiede appunto alla Corte d’Appello di Venezia, per i motivi illustrati, la rinnovazione del dibattimento al fine di acquisire le prove di seguito specificate previo annullamento, ove necessario, delle ordinanze della Prima Sezione Penale del Tribunale Ordinario di Venezia; l’acquisizione quindi di una serie di documenti indicati appunto specificamente nei motivi, l’audizione conseguente degli ufficiali di Polizia Giudiziaria, della Guardia di Finanza di Milano e di Venezia in relazione agli accertamenti di cui alla documentazione acquisita, previo annullamento della relativa ordinanza, l’acquisizione delle foto aeree della zona di Porto Marghera risalente agli anni precedenti al ‘60, l’acquisizione di dati analitici relativi ai campioni, questo per quanto riguarda l’altro capo d’imputazione, e chiede quindi che in riforma della sentenza, venga dichiarata la penale responsabilità di tutti gli imputati per i quali è appello, con conseguente condanna degli imputati alle pene già richieste in sede di conclusione del giudizio di primo grado e indicate nell’epigrafe della sentenza di primo grado o comunque alla pena che sarà ritenuta equa, con ulteriore condanna alle spese di giustizia, al risarcimento dei danni che saranno richieste dalle parti Civili costituite. A norma poi dell’articolo 507... basta. E così ha concluso il Pubblico Ministero.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 11.05.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 11.15.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott. Lucisano – Proseguendo e passando alle impugnazioni delle Parti Civili, si osserva subito che le stesse ripercorrono e ripropongo in ordine alle (inc.) del Tribunale relative al primo capo d’imputazione, le doglianze stesse più ampiamente sviluppate dal Pubblico Ministero e di cui sopra abbiamo riferito. In particolare l’Avvocato dello Stato in qualità di difensore ex lege del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, proponeva impugnazione e chiedeva la riforma della sentenza nella parte in cui in relazione al primo capo ha assolto tra gli altri Porta Giorgio, relativamente alle condotte tenute quale Presidente della società EniChem S.p.A. da gennaio ‘91 a giugno ‘93, Trapasso Italo relativamente alle condotte tenute quale direttore della programmazione della società Eni dall’1.1.80 al 31.12.81, nonché di vice Presidente ed amministratore delegato della società Enoxi dall’1.1.82 al maggio ‘83 e Presidente della stessa società dal maggio ‘83 a settembre ‘83, di Vice Presidente vicario ed amministratore delegato dalla società Enichimica dal maggio ‘83 al 31.12.84, Smai Franco, Pisani Lucio, Zerbo Federico, Presotto Cirillo, Burrai Alberto e Necci Lorenzo dei reati di lesioni personali colpose ed omicidio colposo riferito alle ulteriori persone offese, nonché dei reati di omissione dolosa di cautele e di strage colposa e di disastro innominato colposo per condotte tenute in epoca successiva all’anno ‘73 perché il fatto non sussiste. Al riguardo, premesso da parte dell’appellante che tutte le osservazioni e le censure mosse ai provvedimenti impugnati, vanno intese e sono riferite alle sole opposizioni degli imputati e dei responsabili civili nei cui confronti continua ad essere coltivata l’azione civile con la proposizione dei motivi d’appello in quanto all’esito del dibattimento di primo grado lo Stato ha definito transattivamente la lite proposta con la dichiarazione di costituzione di parte civile nel presente procedimento nei soli confronti del responsabile civile Montedison S.p.A. e del responsabile civile Montedip SPA e degli imputati agli stessi collegati, limitatamente alle condotte di gestione degli impianti del Petrolchimico di Porto Marghera attuate dalle predette società e di cui le stesse debbono a qualsiasi titolo rispondere, onde si anticipa che nel corso del giudizio di appello si procederà, così come si è proceduto, a revocare la dichiarazione della costituzione di Parte Civile nei confronti dei singoli imputati rispetto ai quali per effetto dell’intervenuta transazione è divenuta improcedibile in tutto o in parte nei limiti che saranno precisati per ciascun imputato l’azione diretta ad ottenere il risarcimento dei danni, si indicano nei seguenti gli specifici motivi di doglianza relativi al primo capo d’imputazione. Primo: in relazione all’affermata esclusione del nesso causale tra l’esposizione al CVM e tutte le restanti patologie diverse da angiosarcoma epatico, epatopie e morbo di Raynauld. In generale, si sostiene che la sentenza previene a tali conclusioni sulla base di ripetuti gravi errori giuridici che riguardano tutta una serie di profili concernenti tanto gli elementi oggettivi quanto quelli soggettivi dei reati contestati, di contraddizioni logiche e di incomprensibile travisamento dei fatti, sottovalutazione di precisi elementi probatori, alcuni dei quali addirittura del tutto trascurati benché fossero stati oggetto di particolari attenzione particolare dibattimentale e nello specifico: in relazione alla pretesa esclusione della colpa specifica da violazione delle norme in materia di igiene del lavoro per la mancanza conoscenza scientifica della correlazione tra le singole patologie e l’esposizione a CVM con particolare riferimento all’affermata inapplicabilità in mancanza di detta conoscenza di norme di igiene del lavoro quale gli articoli 20 e 21 D.P.R. 19.3.56 numero 303. Sul punto si lamenta che il Tribunale avrebbe compiuto almeno tre gravi errori di diritto e nell’apprezzamento del fatto. Innanzitutto, ha inserito la categoria della prevedibilità dell’evento nella struttura della colpa per violazione di legge, ignorando del tutto l’antico e costante insegnamento del supremo collegio valido a maggior ragione in materia di sicurezza di igiene del lavoro, atteso il carattere assoluto ed oggettivo del dovere di sicurezza, secondo cui in tema di colpa specifica per violazione di determinate disposizioni di leggi, regolamenti, discipline, eccetera, decisivo ai fini di una prognosi sulla responsabilità penale deve ritenersi impositivo l’accertamento in ordine alla regola trasgredita, nessuna influenza potendo esplicare il criterio della prevedibilità, che è accertata la violazione sorge la responsabilità, dovendosi considerare che l’inosservanza delle norme predette sostanzia quella imprudenza e negligenza che costituisce il dato saliente della responsabilità per colpa e cita appunto Cassazione dell’89. Del resto, dovrebbe essere dato ormai acquisito dalla cultura giuridica italiana, trattandosi di principio affermato significativamente ancora negli anni ‘60 con le prime applicazioni della normativa in riferimento, che le norme per la prevenzione degli infortuni sono state dettate per evitare i pericoli, anche non facilmente prevedibili, che sono connessi a particolari condizioni di lavoro, così Cassazione sezione quinta, numero 806 del ‘69. Dunque è sufficiente che vi sia una norma di legge che detta misure di prevenzione a tutela della salubrità dell’ambiente di lavoro, affinché il datore di lavoro venga gravato dall’osservanza degli obblighi in essa descritti, a nulla potendo rilevare la rappresentazione o la prevedibilità di eventi ritenuti conseguenza della sua eventuale inosservanza. In secondo luogo e conseguentemente, il Tribunale ha completamente ignorato che era comunque nota a livello scientifico la conoscenza di rischi per la salute ancora non mortali ma non per questo giuridicamente irrilevanti derivanti dall’esposizione del lavoratore a concentrazioni non elevate di CVM, nell’ordine di decine di PPM, quali quelle ben illustrati sin dagli studi di Tokelson e Socin e che tale conoscenza avrebbe dovuto indurre il datore di lavoro EniChem S.p.A. ed anche negli anni ‘90, secondo la nitida previsione dell’articolo 20 citato, innanzitutto ad impedire del tutto lo sviluppo e la diffusione del gas tossico, quale il CVM era noto che fosse nell’ambiente di lavoro o, in caso di assoluta impossibilità tecnica, ridurre sempre più progressivamente e tendenzialmente a zero, nei limiti consentiti dal progresso tecnologico e con l’utilizzo delle migliori tecnologie di volta in volta disponibili, la presenza di gas in detto ambiente. Sul pregnante complesso contenuto del dovere di sicurezza risultante dall’articolo 20 D.P.R. 303/56 che non si limita a prevedere impianti di aspirazione localizzati il più vicino alle fonti di produzione degli agenti nocivi, ma che impone anche misure organizzative del lavoro, allorquando tali misure di difesa risultino insufficienti, si è pronunciata Cassazione sezione 4, sentenza numero 10703 del ‘91. Che ciò non si sia affatto verificato e per quel che interessa la prospettiva di questa Parte Civile neppure nelle epoche più recenti per tutta la fase di gestione e degli impianti, sarà oggetto di altra considerazione specificamente sviluppata in seguito in diverso motivo di appello. Infine, ha omesso di considerare che il dovere di sicurezza gravante sul datore di lavoro in forza del sistema giuridico costruito sui principi dettati dall’articolo 41 capoverso Codice Penale quindi articolo 2087 Codice Civile, nonché normativa speciale in materia di prevenzione e di infortuni del lavoro e di igiene del lavoro a contenuto oggettivo. L’ambiente di lavoro deve risultare oggettivamente sicuro a prescindere dall’affidamento che si può fare sulla capacità dei soggetti che in esso vi operino di prevenire i rischi ed i pericoli sulla base delle istruzioni eventualmente ricevute o in forza delle loro particolari abilità. Da sempre, il principio è stato affermato dal supremo collegio, ad esempio Cassazione sezione quarta, sentenza n. 8082 del ‘79, ha espressamente istituito che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, le persone preposte alla organizzazione imprenditoriale hanno il dovere di garantire la sicurezza oggettiva degli impianti e non possono delegare ad altri tali doveri. Più recentemente il contenuto oggettivo del dovere di sicurezza riferito alla oggettiva sicurezza dell’ambiente di lavoro in quanto tale, è stato ribadito da Cassazione sezione quarta, sentenza 8261 dell’82 e da altre pronunce. Dunque non sarebbe in alcun caso giuridicamente proponibile la tesi seguita dal collegio, dal momento che la semplice esistenza che il datore di lavoro ha l’obbligo giuridico di conoscere e di valutare, di una condizione di rischio anche minimo per la salute del lavoratore, comporta in capo al datore di lavoro l’obbligo giuridico di eliminazione del rischio in modo tale che oggettivamente l’ambiente di lavoro risulti sicuro. I gravi errori descritti che in serie sono stati commessi nella ricostruzione della colpa, in particolare nell’esclusione dei profili di colpa specifici derivanti dalla violazione della normativa in materia di igiene e di prevenzione degli infortuni del lavoro, hanno poi condizionato il decisum del Tribunale anche per quanto concerne la tematica della ricostruzione delle effettive concentrazioni di gas CVM in particolare cui i lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera sono stati esposti non solo immediatamente dopo il 1973, ma anche in epoca molto più recente, appunto durante la gestione EniChem. I dati probatori più significativi si feriscono al periodo 1990–1993. La valutazione del Tribunale sul punto ha infatti pesantemente risentito degli effetti derivanti dalla esclusione della colpa per le ragioni suddette, dato che tale argomentazione giuridica usata dal Giudice di primo grado soprattutto per escludere la colpa in epoca antecedente alla conoscenza della cancerogenità della sostanza, è stata subito accompagnata da un giudizio di adeguatezza delle misure adottate dopo tale conoscenza che non solo non può essere condiviso nel merito per le ragioni di cui si dirà a proposito dell’effettiva esposizione del lavoratore a CVM, ma anche perché non è minimamente rispettoso di quello che è il reale contenuto del dovere di sicurezza del datore di lavoro quale invece risulta dalle indicazioni fornite dal supremo collegio alle quali si è fatto più sopra riferimento: errori, sottovalutazioni, travisamenti nella ricostruzione della reale ed effettiva concentrazione del CVM cui sono stati e sono tuttora esposti i lavoratori, con particolare riferimento alle esposizioni registrate dal gascromatografo nel periodo 1990–1993. Si sostiene sul punto che le evidenze probatorie, e si citano testimonianze e documentazione oltre che le valutazioni dei consulenti tecnici, farebbero cadere il pilastro su cui la sentenza appellata ha fondato in fatto l’esclusione del nesso causale per molte delle patologie prese in considerazione, ciò in quanto l’esposizione reale dei lavoratori impegnati nei reparti di produzione e/o utilizzazione del CVM, erano e sono sempre state, anche nei tempi più recenti tra quelli presi in considerazione dall’imputazione, enormemente più alte di quelle trascurabili mediamente indicate dai monitoraggi aziendali eseguiti in modo non conforme a quanto richiesto dalla normativa vigente, privi... ...con strumenti inefficienti e comunque utilizzati in più occasioni con vistose correzioni apportate dagli operatori e finalizzate ad ottenere risultati ben più favorevoli al datore di lavoro da quelle altrimenti fornite dal funzionamento automatico del sistema e di dati che certificavano altre e più alte concentrazioni di CVM in ambiente di lavoro quale ad esempio l’annotazione sul registro per il passaggio di consegne in cui erano talvolta annotate le concentrazioni reali misurate con l’esondo in occasione di fughe, sono stati ignorati dal Tribunale benché attestassero sia istantaneamente che cumulativamente intesi, un superamento di gran lunga della soglia di idoneità lesiva che lo stesso Tribunale ha ritenuto debba consistere in 10 PPM cumulativi e persino delle soglie più basse a disposizione cumulativa riscontrate in letteratura per alcuni tipi di tumori, 288 PPM per l’angiosarcoma. E si sostiene altresì che la predetta censura esplica efficacia anche sotto il profilo della critica al disconoscimento del disastro innominato in relazione alle condotte successive tenute dal 1973, doglianza pertanto che espressamente si propone a codesta onorevole Corte d’Appello sulla scorta sia dei dati sin qui illustrati in ordine alla reale concentrazione del CVM negli ambienti di lavoro, sia in relazione al riconoscimento del nesso causale tra esposizione e le patologie per le quali esso è stato invece erroneamente escluso, alla luce delle considerazioni sviluppate nei seguenti motivi d’appello. In relazione alla generalizzata assoluzione di tutti gli imputati, da tutte le contravvenzioni in materia di igiene e sicurezza del lavoro, con riferimento a quelle previste dal D.P.R. 547/55, D.P.R. 303/56, nonché D.P.R. 10 settembre ‘82 n. 962, si sostiene sul punto che le assoluzioni dalle contravvenzioni, pur indistintamente e generalmente pronunciate dal Tribunale, non risultano motivate, né con riferimento alle singole contravvenzioni contestate in imputazione, né con riferimento alle prove fornite dal dibattimento che, nell’evidenziare le elevate esposizioni di cui sopra, dimostrerebbero non solo l’inefficienza e la non adeguatezza del sistema di monitoraggio ad oggi utilizzato all’interno dello stabilimento, ma soprattutto la sua non conformità né ai dettami prescritti dall’articolo 21 D.P.R. 303/88, né alle regole tecniche imposte dal D.P.R. 962/82 abrogato dall’articolo 13 del Decreto Legislativo 25.02.2000 n. 66, che ha ricondotto tutta la materia in precedenza disciplinato dal citato D.P.R. nell’ambito della generale disciplina dettata dal decreto legislativo 626/94 e successive modifiche recuperando in particolare, quanto alle tecniche di monitoraggio, i sistemi di controllo ambientale previsti negli allegati al decreto legislativo 277/91. Proprio tale modifica normativa dimostra che la materia è tuttora penalmente sanzionata sulla base delle norme incriminatrici contenute sia nel decreto legislativo 277/91 che nel decreto legislativo 226/94; non vi è stata pertanto "abolitio criminis", ma soltanto successione delle leggi penali nel tempo. Il Tribunale avrebbe conseguentemente dovuto affrontare il problema della norma penale applicabile sulla base dei noti criteri contenuti nell’art. 2 del Codice Penale. Non l’ha fatto perché ha ritenuto, trascurando del tutto di considerare gli elementi di fatto illustrati dal professor Nardelli e le implicazioni giuridiche che questa Difesa aveva prospettato nel corso della discussione, che il sistema di monitoraggio fosse rispettoso di tutti i dettati normativi e fosse davvero in grado di misurare la reale concentrazione del gas negli ambienti di lavoro. La valutazione tuttavia è errata sia in fatto che in diritto. Il Tribunale infatti non ha tenuto in alcun conto la denunciata inefficienza e inadeguatezza del numero e della collocazione dei punti di prelievo, campanelle, nel reparto CV24; la sproporzione evidente tra il volume d’aria destinata ad essere campionato dalle campanelle al piano terra rispetto a quelle collocate sopra le autoclavi, ad esempio 700 metri cubi per le prime contro 340 metri cubi per le seconde, dimostra tale inadeguatezza e consente di fondare la censura della violazione dell’articolo 4 primo comma del D.P.R. 962 dell’82 con riferimento al punto 11.2 dell’allegato 1. Ma le censure più gravi sono quelle relative all’imposizione di soglie massime di misurazione al gascromatografo. Esse, si ricorda soltanto 25 PPM, sono inferiori addirittura alla soglia di allarme prevista dalla direttiva europea e dal D.P.R. che ne ha dato attuazione; di qui la violazione dell’articolo 5 di detto D.P.R. 962/82, violazione che sussiste anche in relazione all’installazione del funzionamento dell’interruttore on-off, dal momento che si è dimostrato che lo stesso abbia significativamente alterato gli automatismi su cui il legislatore contava, proprio per impedire ogni possibilità di interventi correttivi nella rilevazione del gas. Ma un tal genere di monitoraggio è anche contrario agli obblighi affermati ad esempio dall’articolo 20 del D.P.R. 303/56; da tale norma infatti scaturiscono sia il dovere di eliminazione e/o di progressiva riduzione all’infinito della possibilità di sviluppi o della diffusione di gas tossico, sia il dovere di eliminare immediatamente, in caso di fuga, il gas nello stesso punto in cui lo stato è stato prodotto. Di qui conseguentemente l’obbligo di aspirare il gas nei punti critici che dovranno pertanto essere verificati e controllati da un sistema di misurazione puntiforme capace di controllare in ognuno di essi il verificarsi di una fuga e di consentire i tempestivi interventi di contenimento e di bonifica. Tutto questo avrebbe dovuto essere considerato dal Tribunale, specie alla luce dei dati e delle informazioni di cui si è trattato nel precedente motivo. L’assoluzione dalle contravvenzioni relative alla materia pertanto non solo è ingiusta ma è immotivata tenuto conto della loro contestata permanenza alla data della contestazione suppletiva e del pacifico mantenimento degli impianti di monitoraggio delle condizioni con le stesse modalità di funzionamento documentate sino al 1995, dalla documentazione esaminata dal professor Nardelli. Errore e travisamento dei fatti in generale nella ricostruzione del nesso causale tra le malattie contestate e l’esposizione a CVM, in particolare per le seguenti ragioni: difetto di motivazione, errore e contraddittorietà nella considerazione di ciò che per il diritto penale deve essere inteso come malattia. Sul punto, rileva l’appellante come il Tribunale abbia del tutto ignorato la necessità di considerare come malattia in relazione alla quale porsi il problema della riconducibilità causale all’esposizione al CVM e alle altre sostanze tossiche indicate in imputazione, qualsiasi modificazione della condizione di benessere fisico o psichico dei lavori a cui fosse associata una anche solo temporanea modificazione delle funzioni organiche, secondo il noto insegnamento del supremo collegio, per tutte Cassazione sentenze n. 714 del ‘99 che statuisce il concetto clinico di malattia e richiede il concorso del requisito essenziale di una riduzione apprezzabile di funzionalità a cui può anche non corrispondere una lesione anatomica e di quello di un fatto morboso in evoluzione a breve o lunga scadenza verso un esito che potrà essere la guarigione perfetta, l’adattamento a nuove condizioni di vita oppure la morte. Ne deriva che non costituiscono malattia e quindi non possono integrare il reato di lesioni personali, le alterazioni anatomiche a cui non si accompagni una riduzione apprezzabile della funzionalità. Il Tribunale ha dunque omesso di fare chiarezza sulla stessa nozione di malattia penalmente rilevante, così come definita dal supremo collegio e si è adagiato acriticamente sul concetto clinico di malattia che era stato fornito da alcuni consulenti di parte della Difesa. Ciò nonostante questa difesa avesse dimostrato, in sede di controesame di detti consulenti di parte, e se ne riportano nell’atto di appello i passi, quale fosse il limite vistoso derivante dall’assenza delle nozioni di malattia così come descritte dalla suprema Corte ed il Tribunale non solo non si è accorto del grave problema che l’accusa aveva prontamente evidenziato, ma in nome del primato della scienza, ha ritenuto che la nozione clinica e dunque riduttiva della malattia dovesse prevalere sul concetto che di essa è ricavabile dal sistema penale. Il problema non è stato minimamente affrontato dal collegio e la circostanza invece pacifica avrebbe potuto svolgere, a tacere d’altro, un ruolo importante nella configurazione di una dichiaranda responsabilità penale per i delitti di disastro innominato di cui all’articolo 434 C.P., nonché per quello di cui all’articolo 437 Codice Penale in relazione ai quali il verificarsi della malattia infortunio costituisce circostanza aggravante. Errore nel ritenere che il nesso causale sussista soltanto quando sia possibile dimostrare l’esistenza di una legge scientifica di copertura capace di dare la spiegazione scientifica dell’evento, limitando così la certezza processuale ai soli casi in cui la scienza sia giunta a dare in termini certi la spiegazione dei meccanismi che ingenerano la patologia e il loro modo di agire. Proprio su tale punto, sostiene l’appellante, la sentenza avrebbe compiuto l’errore più grave allorquando ha escluso il nesso causale tra esposizione ai CVM e la quasi totalità delle patologie che erano state oggetto di contestazione sulla base di una concezione giuridicamente errata dei criteri di ricostruzione del nesso causale, criteri significativamente disattesi persino dal recente pronunciamento sul punto dalle Sezioni Unite del Supremo Collegio. L’idea che fosse necessaria la precisa dimostrazione scientifica del meccanismo casuale di ogni patologia in generale e per ciascun lavoratore ovviamente è impossibile da dare, è stata ritenuta sufficiente dal Giudice di primo grado per escludere in assoluto la rilevanza penale dei fatti sulla base di una asserita mancata dimostrazione del nesso causale. Sono stati, in tal senso, enfatizzati dal collegio i limiti degli studi epidemiologici quasi che solo una certezza delle ricerche in quel settore della scienza, per la verità avente ben altri obiettivi rispetto a quelli che caratterizzano la ricostruzione del nesso casuale del diritto penale, potesse fungere da parametro obiettivo per discriminare le patologie riconducibili al cloruro di vinile. In realtà, non solo tale postulato si fonda sull’erronea rappresentazione del valore da assegnare allo studio epidemiologico all’interno del processo penale, in assenza del quale pertanto dovrebbe, stando al criterio applicato dal Tribunale, negarsi ogni possibilità di accertamento di responsabilità penale, una vera e propria delega della giurisdizione all’epidemiologia con buona pace dei sacri principi sul ruolo della giurisdizione in uno stato democratico proclamati più volte dallo stesso Tribunale, ma anche risulta obiettivamente in contrasto con le finalità dichiarate dagli epidemiologici stessi. Più volte nel corso del dibattimento si è avuto modo di far loro precisare che la mancanza di significatività della correlazione accertata tra l’esposizione ad una sostanza ed una patologia non significa affatto che deve essere esclusa la possibilità che la correlazione esista e che operi pienamente sul piano causale; significa invece limitarsi ad affermare che la scienza in quel caso non è in grado di affermare che essa operi con regolarità nella totalità dei casi come invece si potrebbe affermare nelle caso in cui lo studio epidemiologico avesse raggiunto la dimostrazione di altri e più livelli di correlabilità. In ogni caso, come insegna il supremo collegio, la valutazione del Giudice in ordine al nesso causale non può ridursi ad un mero calcolo di probabilità, anche perché nessuno ci può dare i limiti di probabilità oltre al quale l’evento viene considerato effetto cagionato da quel tipo di fattore casuale, ma deve essere effettuata sulla scorta di un prudente apprezzamento di tutti i fattori tecnici del singolo caso, fattori la cui presenza viene abitualmente rilevata dall’utilizzazione di quella criteriologia medico legale sistemata dal Cazzaniga ancora negli anni ‘50 e ancora una volta del tutto ignorato dal collegio che pure avrebbe ignorato il contributo specifico di due consulenti medico legali indotti dalla Parte Civile, il professor Rodriguez e il dottor Bartolucci, i quali avevano analiticamente illustrato al collegio i singoli casi di operai affetti da patologia che avrebbero dovuto essere ricondotte con certezza scientifica all’esposizione al CVM sulla scorta dei più consolidati criteri di valutazione medico legale. Il tema sarebbe stato ignorato, secondo l’appellante, proprio a causa della scelta ideologica compiuta dal collegio in materia, tutta condizionata dall’ovvia impossibilità di fornire una legge scientifica di copertura per ogni singolo evento. Si dovrebbe operare invece, sostiene l’appellante, una valutazione sempre ed insuperabilmente probabilistica in cui la certezza processuale si raggiunte, come sempre in materia di apprezzamento della prova del resto, sulla base di un convincimento logico del Giudice che pone alla base del suo giudizio una valutazione altamente probabilistica e criticamente vagliata del meccanismo casuale quale ricostruito nella sua complessità alla luce di tutti i fattori conosciuti. Alla luce di detti principi allora ben altra valutazione avrebbe dovuto essere compiuta dal collegio in ordine alle singole patologie attribuibili all’esposizione al CVM, non solo genericamente nei periodi successivi al 1973, ma anche più specificamente in relazione ai periodi di gestione EniChem S.p.A. di cui pertanto possono essere chiamati a rispondere gli imputati nei confronti dei quali questa Parte Civile coltiva l’azione civile nel giudizio d’appello. Erronea applicazione del regime delle concause di cui all’articolo 41 C.P. ed omessa o erronea valutazione del ruolo concausale del CVM nell’insorgenza di patologie, con particolare riferimento al tumore al fegato e al polmone. Si sostiene che il Tribunale non affronta né risolve in termini giuridicamente corretti il problema del ruolo concausale del CVM nell’insorgenza di alcune patologie, in particolare il tumore al fegato e il tumore al polmone, che invece l’Accusa aveva puntualmente posto nel corso del dibattimento di primo grado. Si critica l’affermazione del Tribunale secondo il quale ciò che non è causa non è idoneo a assumere il ruolo di concausa di un evento, sostenendosi invece, con sostanziale riproposizione delle argomentazioni pure svolte dal Pubblico Ministero e sopra ricordate e con richiamo delle singole specifiche vicende dei lavoratori interessati, che in tutti i casi descritti sarebbe stata possibile una affermazione di responsabilità degli imputati se solo il Tribunale avesse utilizzato i proposti diversi e corretti criteri di valutazione e di giudizio. In relazione all’erronea esclusione della configurabilità giuridica in astratto di alcuni dei delitti contestati agli imputati, 449 con riferimento all’articolo 422 Codice Penale e della sussistenza in concreto degli estremi obiettivi di altri diritti, 437 Codice Penale, sull’esclusione della responsabilità in ordine al reato di cui all’art. 437 C.P. per condotte successive al ‘73 asserita insussistenza del reato ex articolo 437 Codice Penale in generale in ordine all’asserita insussistenza del reato ex articolo 437 sul piano oggettivo, la ratio di tale norma asserita l’insussistenza del reato ex articolo 437 sul piano soggettivo. Sostiene l’appellante che la sentenza appellata contiene due gravi errori di diritto dal momento che esclude la stessa configurabilità in astratto del delitto di disastro colposo di cui agli articoli 422, 449 Codice Penale e in concreto esclude la sussistenza del delitto di cui all’articolo 437 Codice Penale per condotte successive all’anno 1973. Quanto a quest’ultima fattispecie, premesso che come affermato dal Pubblico Ministero viene considerata come la fattispecie normativa alla quale vanno riferite e conseguono le singole imputazioni per i reati indicati dal decreto che dispone il giudizio, ci si lamenta che il Giudice di primo grado del tutto superficialmente ma soprattutto in netto contrasto con i molteplici e concordanti riscontri istruttori, documentali e testimoniali resi in dibattimento, liquida come insussistente la relativa imputazione dedicando peraltro a questa norma poche, carenti, contraddittorie e generiche osservazioni sugli aspetti oggettivi e soggettivi del reato in questione, argomentando in modo assolutamente insufficiente, illogico e contraddittorio. Sostiene al contrario l’appellante, così come sostenuto anche nel proprio appello dal Pubblico Ministero ed in forza di sostanziali analoghe argomentazioni sia sulle preliminari nozioni in ordine agli elementi costitutivi oggettivi e soggettivi del reato di cui all’articolo 437 Codice Penale, sia nell’analisi dettagliata delle singole condotte rilevanti ai sensi del delitto in esame, che se si pone mente al fatto che nel presente procedimento tutte le condotte omissive dolose ascritte agli imputati ai sensi dell’articolo 437 Codice Penale sono riferite, costituendo l’oggetto dell’imputazione penale, alle singole e specifiche violazioni delle disposizioni speciali in materia antinfortunistica ed igiene del lavoro e alla violazione dell’articolo 2087 C.C. norma di chiusura, la responsabilità avrebbe dovuto essere dichiarata in relazione a tutte le condotte omissive attribuite agli imputati, atteso il riscontro probatorio che le stesse hanno ottenuto nel corso del dibattimento di primo grado. In ordine alla ritenuta impossibilità giuridica di configurare il delitto di disastro colposo di cui agli articoli 449 e 422 C.P., erronea applicazione della legge penale e difetto di motivazione, si sofferma l’appellante su tale ulteriore profilo di doglianza non avanzato dal Pubblico Ministero, sostenendo che la motivazione in proposito fornita dal Tribunale appare troppo sintetica. Si rinnova quindi la richiesta relativa all’applicazione della fattispecie risultante dal combinato disposto di cui agli articoli 449 e 422 Codice Penale, delitto colposo, la cui esistenza all’interno dell’ordinamento vigente deve essere affermata in forza delle argomentazioni già svolte in primo grado e che si riprendono nell’atto di appello. Si sostiene al riguardo che la configurabilità di tale fattispecie emergerebbe sia da una interpretazione letterale atteso il riferimento testuale contenuto nell’articolo 449 Codice Penale ai disastri di cui al capo primo onde resterebbe infirmata l’interpretazione del Tribunale che ricollega il riferimento al solo incendio e disastri previsti successivamente all’articolo 423 Codice Penale, sia dalla volontà del legislatore che, quasi interpretazione autentica, laddove successivamente ha voluto escludere una particolare previsione, lo ha fatto in modo esplicito come per le ipotesi di cui al secondo comma dell’articolo 423 bis Codice Penale, sia da una interpretazione sistematica che farebbe venir meno anche le argomentazioni del Tribunale in ordine all’assunta inconciliabilità tra tale riferibilità del rinvio di cui all’articolo 449 Codice Penale, anche all’articolo 422 Codice Penale e l’elemento soggettivo dolo specifico del reato di strage. In proposito, si richiama dottrina che sostiene che il rinvio operato dall’articolo 449 deve intendersi esclusivamente per gli elementi materiali delle varie fattispecie con totale estromissione di ogni riferimento dell’elemento soggettivo dovendo fare riferimento all’articolo 42 comma 2 Codice Penale che consente in via generale la non punibilità a titolo di colpa di condotte già punite a titolo di dolo, senza alcuna limitazione rispetto al dolo generico piuttosto che a quello specifico e rinvenendosi nell’ordinamento altre ipotesi di reati colposi che già sono previsti anche nella forma dolosa con dolo specifico, quali la contravvenzione di cui all’articolo 712 C.P. rispetto al delitto di cui all’articolo 648 Codice Penale e anche successivamente all’articolo 423, incendio, si riscontrano disastri puniti ordinariamente a titolo di dolo specifico i quali, e ciò seguendo proprio la tesi restrittiva del rinvio selettivo, dovrebbero comunque rientrare nel sopra descritto meccanismo generatore, confronta ad esempio articoli 424, 427, 429, 431 Codice Penale. Secondo l’appellante allora è coerente concludere per la ragionevolezza e la coerenza di un’interpretazione che, in aderenza alla legalità stretta del dato testuale, ipotizzi la chiara configurabilità di un disastro ex articolo 422 e 449 Codice Penale, disastro che certo strage non è, proprio perché la definizione legislativa di strage è riservata al delitto doloso e, per così dire, puro di cui all’articolo 422 Codice Penale. Si tratterebbe di diversa ipotesi che strage in senso tecnico non è e che viene punita a titolo di colpa per espresso rinvio legislativo. Analogamente, troverebbe smentite sul piano sistematico, anche l’obbiezione relativa alle distorsioni che si verificherebbero sul piano sanzionatorio, laddove si ammettesse la configurabilità di un delitto colposo ex articolo 449 e 422 Codice Penale. Sostiene infatti l’appellante che le asserite incongruità nel regime sanzionatorio, sono frutto non già dell’originale disegno codicistico, quanto piuttosto delle modifiche settoriali di volta in volta apportate. Al riguardo, si considera ad esempio il sopravvenuto e non ancora ricomposto discrimine tra le fattispecie interne alla disposizione all’articolo 422 comma 1 e 2 dopo la soppressione della pena di morte e la sostituzione alla stessa dell’ergastolo. A seguito di tale modifica, si è operata una parificazione del trattamento sanzionatorio di fatti diversi; invero, se dal reato derivi la morte di uno o invece di più persone diverse, risulta essere circostanza del tutto indifferente ai fini della pena, essendo in ogni caso applicabile soltanto la pena di un unico ergastolo. L’incongruenza diventa poi ancora più evidente ove si considerino gli effetti della predetta modifica in relazione al trattamento sanzionatorio dell’omicidio volontario plurimo aggravato, mentre la sanzione prevista nel caso in cui i molteplici eventi di morte conseguano alla situazione di pericolo di cui all’articolo 422 Codice Penale è l’ergastolo, il trattamento punitivo previsto invece per l’omicidio aggravato plurimo è uguale. Pertanto, se incongruenze sanzionatorie sono allora ipotizzabili anche con riferimento all’ipotesi delittuosa della strage frutto di una riforma non sufficientemente attenta a tutte le sue implicazioni, non si potrà certo far leva su tale circostanza per contestare la configurabilità della fattispecie colposa di cui al delitto ex articolo 422 e 449 Codice Penale, trattandosi di ipotesi di incongruenza che non consegue all’originaria concezione del Codice Penale, ma soltanto ad alcune sue modifiche. Ma al riguardo richiama l’appellante anche un ulteriore sviluppo interpretativo che sarebbe idoneo, in quanto tale, a risolvere ogni argomentazione in ordine al trattamento sanzionatorio. In particolare, ci si riferisce alla tesi in dottrina in ordine alla possibile qualificazione di eventi mortali di cui al delitto ex articolo 449 e 422 Codice Penale come condizione di maggiore punibilità che porterebbe a concludere per un concorso tra l’omicidio colposo plurimo e la realizzazione colposa di una strage sviluppatasi in più eventi. Lamenta ancora sul punto l’appellante che nella sentenza impugnata non trovano espressa menzione due ulteriori considerazioni generali avanzate da questa Difesa per illustrare e contestualizzare la discussione circa l’esistenza del delitto ex articolo 449 e 422 Codice Penale; la prima attiene all’attuale configurazione del bene incolumità pubblica di cui all’articolo 422 C.P., evidenziandosi da parte dell’appellante che il caso di cui si discute in questa sede, ben si concilia con lo sviluppo non solo interpretativo, ma anche normativo che il bene incolumità pubblica ha conosciuto nel corso del tempo, potendosi oggi ritenere che tale nozione sia idonea ad abbracciare interessi rilevanti e strettamente connessi, quali la salubrità ambientale e la salute pubblica, soprattutto laddove, come nel caso di specie, atti tali da porre in pericolo ex articolo 422 gli interessi suddetti si accumulino nel corso del tempo in un progressivo acutizzarsi dei profili offensivi ed un conclusivo materializzarsi, accanto ad un evento di pericolo e al corrispondente disvalore, di un evento di danno, morte di una o più persone, più eventi di morte. Dunque secondo l’appellante nella fattispecie ex articolo 422 e 449 Codice Penale, trovano un’adeguata collocazione molteplici elementi emersi dall’analisi fattuale: la tutela dell’ambiente, le ripercussioni delle alterazioni dello stesso e dei pericoli indotti sull’incolumità di una cerchia potenzialmente indeterminata di persone, le morti di più persone, la violazione colposa di discipline poste a tutela dei medesimi interessi, la pervasività e la diffusività del pericolo e/o del danno. La seconda importante considerazione sistemativa favorevole alla configurabilità del delitto ex articolo 449 e 422 Codice Penale, troverebbe poi fondamento nella consolidata definizione giurisprudenziale del disastro, la cui ampiezza si rileva del tutto conciliabile con le caratteristiche dalla nuova fattispecie colposa generata dalla combinazione delle suddette norme, confronta la sentenza del 16 luglio ‘65 numero 949, Quarta Sezione, Corte di Cassazione, al giudizio della quale la nozione di disastro in relazione ai delitti contro l’incolumità pubblica, implica un evento grave e complesso che colpisca le persone e le cose e sia altresì suscettibile non solo di mettere in pericolo e di realizzare il danno di un certo numero di persone e di una certa quantità di cose, ma anche di diffondere un esteso senso di commozione e di allarme. Concludendo sul punto, sostiene l’appellante, che l’esclusione della configurazione del delitto colposo di cui al combinato disposto dagli articoli 449 e 422 Codice Penale, è pertanto erronea, insufficientemente motivata in relazione alle argomentazioni già prospettate dall’accusa nel corso del dibattimento di primo grado, anche nel corso della stessa udienza preliminare. Altro punto: impugnazione dell’ordinanza dibattimentale del 7 aprile ‘98. Osserva infine l’appellante come la stessa valutazione negativa del Tribunale in ordine alla struttura del reato che si è esaminato avesse caratterizzato anche l’ordinanza del 7 aprile ‘98 con la quale il Collegio, pronunciando sulle eccezioni difensive, aveva tracciato il solco dei cosiddetti periodi di pertinenza. Tale indicazione, secondo l’appellante, è da criticare nella parte in cui dimostra di non avere inteso il valore dell’imputazione del delitto di cui agli articoli 449 e 422 Codice Penale, così come ricostruito nel presente motivo di appello. Si lamenta infatti che l’ordinanza impugnata al pari della sentenza considera atonisticamente le morti dei singoli lavoratori, quasi che le stesse fossero slegate da quel contesto generale di disastro, all’interno del quale invece le aveva correttamente poste l’imputazione formulata dal Pubblico Ministero, contesto generale ed unitario fortemente strutturato intorno a tutti i reati contro l’incolumità pubblica contestati e dunque, oltre al delitto di cui agli articoli 449 e 422 Codice Penale, anche il delitto di disastro innominato, quello di cui all’articolo 437 Codice Penale, nonché quelli di avvelenamento e di adulterazione di cui si dirà in seguito, ma che vedeva proprio nel delitto di cui agli articoli 449 e 422 Codice Penale, il contenitore naturale di condotte tutte singolarmente pericolose per la pubblica incolumità, stratificate nel tempo dalle quali o dal concorso delle quali si erano poi verificati quegli eventi morte che nella struttura del reato costituiscono condizioni di punibilità o al massimo circostanze aggravanti. Dunque, anche sul punto, si richiede la riforma dell’impugnata sentenza, tanto nella decisione assolutoria, tanto nell’ordinanza che ne costituiva il fondamento logico e giuridico. Conclusivamente, lamenta la suddetta Parte Civile il carattere parziale e limitato della decisione di primo grado quale risulta da una motivazione solo apparentemente ricca e completa, ma rilevatesi in realtà incredibilmente carente sotto numerosi punti di vista; prove decisive ignorate, assoluzioni con la formula più radicale perché il fatto non sussiste, del tutto rimaste prive della benché minima spiegazione, diritti dell’accusa privata in più occasioni violati, norme penali erroneamente applicate, travisamento del significato di numerose consulenze tecniche, una sentenza ingiusta dunque, prima ancora che sbagliata, frutto di un grave pregiudizio nei confronti dell’Accusa e tutta l’impostazione che è stata data al percorso argomentativo seguito dalla motivazione, manifesta una scelta operata dal collegio a favore di valori di garanzia incondizionata verso i diritti degli imputati, scelta sacrosanta e condivisibile pienamente ma, osserva l’appellante, tale rispetto avrebbe dovuto tuttavia essere dimostrato anche nei confronti delle parti offese più deboli. Quanto alle restanti Parti Civili appellanti, per lo più ripropongono alla lettera i motivi di doglianza tesi e argomentazioni del Pubblico Ministero ripresi come visto anche dall’Avvocato dello Stato, sui temi in oggetto, sussistenza dei reati in special modo di quello di cui all’articolo 437 Codice Penale, causalità, natura cancerogena del CVM e conoscenze in merito alla stessa colpa eccetera, con limitate specificazioni in ordine alle vicende personali di alcune delle parti offese appellanti, concludendo quindi tutti per la riforma della sentenza con affermazione ai fini civilistici della responsabilità degli imputati in ordine agli addebiti di cui al primo capo d’imputazione. Su tutti questi temi peraltro controdeducono poi con specifiche memorie depositate in cancelleria prima del giudizio d’appello i difensori degli imputati Smai e Pisani e Patron, nonché dell’imputato Diaz, sostenendo in principalità l’assenza del nesso di condizionamento la cui prova mai sarebbe stata fornita dal Pubblico Ministero e ancora nei motivi di appello non coglierebbe il punto focale del giudizio ma altresì l’assenza di colpa e la tempestività ed adeguatezza degli interventi tecnologici e impiantistici... Ha proposto appello incidentale, si è detto appunto dell’appello dell’Accusa pubblica e privata, i difensori dell’imputato Eugenio Cefis, il quale con poche, in poche righe intanto premette la condivisibilità di tutto l’impianto della pronuncia nel suo complesso, quindi la lettura dell’appello del Pubblico Ministero peraltro, specie nella prospettiva di un passo argomentativo della sentenza che fa specifico riferimento alla posizione del dottor Cefis, impone a questa Difesa il ricorso all’appello incidentale al fine di delineare e puntualizzare compiutamente i temi relativi alla posizione del dottor Cefis ed al suo coinvolgimento nei fatti in addebito. Su un solo punto quindi si sofferma l’appello incidentale del Cefis che per il resto ritiene condivisibile nello schema generale la sentenza, solo nel punto in cui alle pagine 464 e 465 della sentenza del Tribunale si asserisce una presa di coscienza e di consapevolezza dei vertici aziendali, tra questi quindi anche del Cefis, con riferimento ai problemi ambientali e sanitari. Tale circostanza trarrebbe origine, secondo appunto la sentenza di primo grado, dalle dichiarazioni rese in sede di indagini ed acquisite agli atti del dibattimento dagli imputati contumaci, Bartalini Emilio, Grandi, Gatti e Arminio. In realtà di tali dichiarazioni il Pubblico Ministero chiese l’acquisizione agli atti del dibattimento all’udienza dell’8 maggio 2001, rispetto a tale richiesta ed a tale dichiarazione peraltro né la Difesa del Cefis né tantomeno quest’ultimo hanno mai prestato il consenso richiesto per l’utilizzo nei suoi confronti. Pertanto, per il preciso disposto dell’articolo 513, tali dichiarazioni non possono essere utilizzate nei suoi confronti e non potendo essere utilizzate nei suoi confronti verrebbe meno il supporto probatorio che sorregge l’affermazione del Tribunale in ordine alla consapevolezza e conoscenza del Cefis in ordine ai problemi ambientali e sanitari e dunque gli elementi utilizzati dal Tribunale non consentono di individuare in capo al Cefis quel bagaglio di conoscenza sul quale fondare una qualsivoglia prospettiva di sua responsabilità in ordine ai fatti in addebito; conseguentemente la formula assolutoria nei suoi confronti avrebbe dovuto essere quella perché il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso. Hanno poi presentato dei nuovi motivi il Pubblico Ministero e la Parte Civile Medicina Democratica. Con nuovi motivi depositati il 31 dicembre 2003 la Parte Civile Medicina Democratica ripropone censure alla sentenza di primo grado in merito al punto relativo alla responsabilità personale degli imputati che si assume esclusa con motivazione insussistente, omettendo il Tribunale di incontrare la responsabilità degli imputati con riferimento agli uffici ricoperti nei gruppi societari di appartenenza formati dalla società di controllo, holding, e dalle società controllate, società operative. Si sostiene al riguardo che anche in assenza di una relazione obbligatoria tra amministratori della capo gruppo e amministratori della società controllata si pone la questione di sanzionare l’abuso della direzione unitaria facendo ricorso all’istituto della responsabilità extracontrattuale ex articolo 2043 Codice Civile, responsabilità che si sostiene potrebbe nel nostro caso essere assimilata a quella di cui agli articoli 2395 Codice Civile degli amministratori nei confronti dei terzi direttamente danneggiati dagli amministratori stessi. Propone poi ancora, detto appellante, doglianze in merito alla conclusione del Tribunale che, escludendo il patto di segretezza tra le industrie chimiche, sostiene che dalla stessa documentazione prodotta dal Pubblico Ministero risulterebbe che il rischio oncogeno era ignorato in tutte le industrie di produzione, sia statunitensi che europee. Secondo il predetto appellante tale conclusione sarebbe invece contraddetta dai documenti in atti ed a supporto allega documenti aventi ad oggetto la ricostruzione dei fatti operati da studiosi americani. Infine ancora si dilunga il predetto appellante sul tema della causalità generale richiamando i contributi sul tema del proprio consulente tecnico, professor Giorgio Forti, e sostenendo totale incomprensibile dell’argomento da parte della Difesa, specificamente dell’Avvocato Stella. Nuovi motivi aggiunti vengono altresì presentati dal Pubblico Ministero con atti depositati il 3 ed il 5 gennaio 2004, con i quali si richiede rinnovazione del dibattimento per l’acquisizione di studi scientifici e documentati, elencati negli atti stessi, pubblicati successivamente al novembre 2001 e all’ottobre 2002, che si riferiscono ai dati e alle conoscenze scientifiche sul CVM che sarebbero rilevanti nell’ambito della presente vicenda giudiziaria. In merito a tali motivi aggiunti e richieste di rinnovazione dibattimentale controdeduce ancora, con specifiche memorie depositate il 17 gennaio 2004, la Difesa degli imputati Smai, Pisani e Patron, in proposito premessa l’eccezionalità della rinnovazione del dibattimento in appello, che sarebbe ancorata alla decisività anche qualora si indichino prove sopravvenute alla sentenza di primo grado, si sostiene che un tale requisito difetterebbe nella specie, laddove i nuovi elementi forniti dal Pubblico Ministero riguardano solo alcuni punti specifici e circoscritti fra i tanti che la sentenza del Tribunale ha esaminato. Le basi probatorie della decisione rappresentate dalla miriade di prove testimoniali e documentali ed a confronti a tutto campo tra i consulenti dell’Accusa e della Difesa non sono rimesse in discussione e sono solo vagamente sfiorate in alcuni punti, non potrebbero dunque i selezionati documenti e studi recenti su presunti effetti del CVM, che non riguardano le condizioni di lavoro nei reparti CV e gli eventi specifici di cui all’imputazione, essere considerati indispensabili ai fini della decisione, cosa sulla quale neppure si è dilungato il Pubblico Ministero nell’avanzare la richiesta, neppure illustrando il contenuto dei documenti allegati. Ma se già inaccoglibili sotto il predetto profilo sostanziale, le nuove richieste istruttorie del Pubblico Ministero sarebbero altresì inammissibili in rito in quanto carenti della necessaria illustrazione della ragione di diritto e degli elementi di fatto che le dovrebbero, appunto a pena di inammissibilità dei motivi, quindi anche di quelli aggiunti, supportare; rilevandosi altresì la tardività dei nuovi motivi depositati il 5 gennaio 2004 senza il rispetto del termine libero di 15 giorni prima della data del giudizio di appello che varrebbe anche per le prove sopravvenute. Nel merito comunque detta Difesa esamina e contesta le conclusioni a cui il Pubblico Ministero vorrebbe pervenire sulla scorta dei nuovi documenti. Infine rimarca come nessun valore potrebbero avere, anche in tal caso per difetto di decisività, i documenti allegati ai nuovi motivi dalla Parte Civile Medicina Democratica che neppure ha formulato di richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, onde gli stessi vanno senz’altro esclusi. Quindi sul primo capo d’imputazione...

 

PRESIDENTE – Sospendiamo in maniera che poi per quanto riguarda il secondo capo di imputazione inizia la relazione, almeno per una parte, la dottoressa Perdibon.

 

Il presente verbale viene sospeso alle ore 12.10

Il presente verbale riprende alle ore 13.25.

 

PRESIDENTE – La dottoressa Perdibon fa la seconda parte relativa al secondo capo d’imputazione.

 

CONSIGLIERE RELATORE - Dott.ssa Perdibon – Devo premettere che nella relazione ho ritenuto più opportuno trattare insieme, per ciascuna delle parti della sentenza, in cui è stata divisa la sentenza, cioè la parte relativa alle discariche, poi quella relativa all’inquinamento degli sedimenti a seguito degli scarichi, e quella relativa all’avvelenamento, di esporre insieme, per ciascuna delle parti, sia le motivazioni della sentenza con i relativi motivi d’appello al fine di rendere più comprensibile, a me stessa innanzitutto ed ai colleghi, le contrapposte tesi delle Parti. Cominciamo quindi con la prima parte, quella relativa alle discariche. Innanzitutto il Tribunale fa delle considerazioni di carattere generale, dopo avere premesso che anche per questo secondo capo d’imputazione il Pubblico Ministero ha ritenuto necessario, in relazione alla molteplicità e complessità dei fatti e alla estensione dei danni, utilizzare, per correttamente inquadrare le fattispecie concrete, lo schema di delitti contro l’incolumità pubblica, in particolare quello del disastro innominato per i danni all’ambiente e all’ecosistema nel suo complesso e quello dell’avvelenamento e dall’adulterazione delle acque di sostanze alimentari, per quanto riguarda il biota vivente nel sedimento contaminato dei canali nell’area industriale e le falde acquifere sottostanti le aree di discarica interne ed esterne al Petrolchimico, e ricordato che in data 13 dicembre 2000 è stata variata l’imputazione, tanto premesso rileva il Tribunale che l’Accusa ha proposto una lettura dei fatti basata su soluzioni in diritto controverse e che all’esito del processo non sono state ritenute fondate in fatto le tesi dell’Accusa né condivisibili in diritto le ipotesi interpretative sottostanti. Viene quindi puntualizzata, innanzitutto nella sentenza, l’ipotesi accusatoria con cui viene contestato ad un primo gruppo di imputati di avere realizzato e gestito discariche abusive di rifiuti tossico nocivi, quelle indicate negli allegati B) e C), che contengono l’elenco di 26 siti di smaltimento, all’interno ed all’esterno del Petrolchimico dal 1970 al 1988. Ad una seconda serie di imputati, parzialmente coincidente con la prima, ritenuti consapevoli degli illeciti dei propri antecessori e dello stato di degrado ambientale persistente viene contestato di avere abbandonato rifiuti tossico nocivi in violazione dell’articolo 9 D.P.R. numero 915 del 1982, di avere stoccato senza autorizzazione rifiuti tossico nocivi nelle discariche di cui sopra senza l’autorizzazione richiesta ai sensi dell’articolo 16 del citato D.P.R., di avere effettuato scarichi nelle acque di fanghi di derivazione da catalizzatori esausti così come di altri sottoprodotti di risulta dei processi effettuati presso gli impianti produttivi relativi alla produzione del cloro e dei suoi derivati, in particolare gli scarichi SM2 ed SM15 con il superamento dei limiti per quello che riguarda i clorurati e di nitrati di cui alle tabelle allegate al D.P.R. numero 962/73, di avere consentito la dispersione nel sottosuolo e nelle acque sottostanti il suolo di residui tossico nocivi e di acque di rifiuto non trattate, si tratterebbe delle sostanze indicate nel catalogo di cui agli elenchi 1 e 2 allegati al decreto legislativo numero 132 del 1992 relativo alla protezione delle acque sotterranee il cui inquinamento deriverebbe dalla trasmigrazione passiva della pregressa contaminazione, di avere omesso l’adozione delle misure necessarie al fine di vietare il deterioramento della situazione sanitaria ed igienico ambientale dei siti contaminati, delle falde acquifere sottostanti e delle acque finitime, di avere omesso di informare l’autorità pubblica preposta al controllo delle attività di discarica e smaltimento dei rifiuti tossico nocivi, di avere omesso le necessarie opere di bonifica dei siti contaminati iniziando un parziale intervento limitato a due zone solo con la richiesta di autorizzazione presentata alla Provincia di Venezia nell’agosto del 1995. A tutti gli imputati viene quindi contestato di avere, attraverso le condotte di cui ai capi A) e B) sopra descritte, causato eventi di danno qualificati come disastro cosiddetto innominato previsto e punito dall’articolo 434 Codice Penale, richiamato nell’imputazione, e dall’articolo 449 Codice Penale non espressamente richiamato, ma da intendersi sottinteso dato che la contestazione viene fatta a titolo di colpa. L’evento di danno consisterebbe nella contaminazione di diversi comparti ambientali e nell’alterazione dell’ecosistema. Vengono in considerazione innanzitutto, rileva il Tribunale, la contaminazione delle acque di falda sottostanti la zona di Porto Marghera, dei sedimenti dei canali e delle acque prospicienti Porto Marghera dovuta all’elevazione concentrazione di diossine e di altre famiglie di composti tossici secondo quanto accertato nella consulenza espletata dal consulente tecnico del Pubblico Ministero e depositata il 3 settembre 1996, viene poi in considerazione la compromissione del suolo e del sottosuolo come conseguenza della illegittima gestione delle discariche. Come conseguenza delle condotte di cui sopra viene quindi addebitato a tutti gli imputati l’avvelenamento delle acque di falda, utilizzate anche per uso domestico ed agricolo tramite pozzi, l’avvelenamento e l’adulterazione delle risorse alimentari costituite dalla ittiofauna e dai molluschi, contaminazione avvenuta a seguito dell’inquinamento del biota a sua volta inquinato dai sedimenti contaminati dagli scarichi e dalla percolazione delle discariche. Il pericolo derivante dalle condotte contestate sarebbe attuale e vi sarebbe di conseguenza la permanenza in atto, benché in vero il capo d’imputazione, così come modificato all’udienza del 13 dicembre 2000, limiti poi i fatti all’autunno del 1995. Dopo avere quindi così inquadrato il termine dell’imputazione il Tribunale richiama le ordinanze con cui sono state rigettate alcune eccezioni della Difesa relative alla incoerenza e vaghezza dell’imputazione che si sono basate sui principi generali relativi alla rilevanza casuale di qualsiasi condotta che costituisca un antecedente necessario anche nella sola forma dell’aggravamento dell’evento senza che rilevi la sua maggiore o minore importanza la distanza temporale rispetto al momento in cui l’evento si è verificato. Con quelle ordinanze, rileva il Tribunale, è però anche stato ribadito che in relazione alla funzione del diritto penale, che è quella di accertare responsabilità individuali, la rilevanza causale dell’apporto del singolo imputato deve essere rigorosamente provata. Altro problema che viene esaminato nelle premesse è quello costituito dal richiamo e lo schema concettuale della cooperazione nel delitto colposo. L’ipotesi dell’Accusa non si presenta come un concorso di cause tra loro indipendenti, ma richiama condotte caratterizzate dalla prevedibilità del comportamento altrui e dalla consapevolezza di ognuno di aderire con la propria condotta alla condotta altrui, per cui ci sarebbe una reciproca consapevolezza di condotte inosservanti da cui deriva l’unico evento disastroso. In ogni caso lo schema sostenuto dall’Accusa della cooperazione colposa, piuttosto che quello dell’oggettivo concorso di cause, ritenuto astrattamente possibile dal Tribunale, non consente di eludere il problema casuale in quanto anche nello schema della cooperazione composta condotta penalmente rilevante è quella che, insieme alle altre, costituisce conditio sine qua non dell’evento, o quantomeno può dirsi efficiente in relazione alla condotta altrui causalmente rilevante nella produzione dell’evento anche nella sola forma dell’aggravamento dell’evento preesistente, non potrebbe così configurarsi la cooperazione per il solo fatto di essere consapevoli dello stato di inquinamento pregresso se manca un apporto quantomeno nella forma dell’aggravamento. Si ritiene quindi che non sia condivisibile la tesi dell’Accusa secondo cui tutte le condotte sarebbero unificate in un addebito di cooperazione colposa in cui ciascun cooperante assume corresponsabilità per l’insieme delle conseguenze prodotte dal catabolismo del plesso industriale. La cooperazione si ritiene configurabile solo tra coloro che agiscono in epoca coeva, non tra persone che agiscono in epoca diversa in contesta organizzativi mutati ed in distinti contesti societari. Diverso è poi il problema di una successione nella posizione di garanzia, ma comunque sia non potrà mai, secondo i principi generali, essere eluso il problema della rilevanza causale della condotta del singolo imputato tramite lo schema della fattispecie concorsuale della forma colposa. Ciascun imputato potrà essere chiamato a rispondere solo di fatti anteriori, concomitanti o successivi causati da altri solo se vi è un rapporto con sua sfera di attività, se vi è una relazione con la garanzia dovuta, se sussiste la prova di un nesso di causa tra la propria condotta, non quella dell’azienda e l’evento. L’imputazione in tema di disastro innominato, osserva il Tribunale, ancora prima di essere infondata in fatto lo è in diritto, perché comporta accuse indifferenziate non compatibili con il principio della personalità della responsabilità penale, e centrale nell’ipotesi accusatoria è la figura del disastro innominato, un disastro ecologico permanente che si concretizza nella mancata bonifica dei siti incontaminati da altri in antica data. Secondo il Tribunale invece si può parlare di reato permanente solo quando l’offesa al bene giuridico si protrae fino all’attualità per effetto della persistente condotta del soggetto. Secondo l’Accusa, ancora, è casuale anche la condotta inattiva di chi subentra nella titolarità degli siti inquinati, condotta che si concretizza in una serie di omissioni intese come violazioni dell’obbligo di attivarsi per la bonifica di quanto contaminato da terzi predecessori in antica data. Ma in questa prospettiva l’Accusa trascura di verificare l’epoca della contaminazione e l’apporto che ciascuno degli imputati vi avrebbe avuto in termini quantomeno di aggravamento. Ritiene comunque il Tribunale che perché una condotta omissiva sia penalmente rilevante debba individuarsi in capo al soggetto quell’obbligo il cui adempimento è stato omesso, obbligo che non sussiste nella fattispecie nei confronti di chi succede nella disponibilità di un sito contaminato da terzi. Non esisteva infatti nel nostro ordinamento, prima del decreto legislativo numero 22 del 1997, un obbligo generale di bonifica di siti contaminati da terzi in antica data a carico del successore nel potere di impresa o nella titolarità del diritto o nel potere di fatto sul sito già precedentemente inquinato. Rileva anche il Tribunale come nel testo dell’imputazione vi sia una pluralità di riferimenti normativi relativi a violazioni costituenti titolo contravvenzionale, che assumono rilevanza con riferimento alle principali imputazioni come titolo di colpa specifica. Viene ancora rilevato come secondo l’interpretazione autentica da parte dello stesso organo dell’Accusa il reato di disastro nominato sia unico, riguardando sia il primo come il secondo capo di accusa, in quanto l’attività di industria ha esplicato i suoi effetti negativi sia all’interno come all’esterno della fabbrica con la conseguente continuazione tra tutti i delitti contestati sia nel primo che nel secondo capo d’accusa e nella continuazione interna tra i reati ipotizzata in ciascun capo di accusa; ma il Tribunale non ritiene essere compatibile la continuazione con l’elemento soggettivo della colpa. Nell’esame della compatibilità della fattispecie del disastro innominato colposo con il principio costituzionale della stretta legalità il Tribunale ha rilevato che le fattispecie richiamate dagli articoli 449 e 450 contengono entrambe riferimento al termine disastro, termine generico soprattutto nell’ipotesi di cui all’articolo 449 e 434 in cui viene usato il predetto termine senza alcun ulteriore specificazione sul fatto costituente la fonte del pericolo e su questa indeterminatezza la Difesa ha fondato l’eccezione di costituzionalità che è stata ritenuta manifestamente infondata dal Tribunale con le argomentazioni che sinteticamente ricordo. Il primo Giudice ha evidenziato che nell’ipotesi di cui all’articolo 449 Codice Penale il disastro, anche quello innominato, come evento di danno grave, complesso ed esteso ai singoli comparti ambientali e all’ecosistema nel suo insieme, deve sussistere e come in entrambe le fattispecie per definire deve sussistere una situazione di messa in pericolo dell’incolumità pubblica che nei reati di danno è però necessario anche che sia accertata una serie cospicua di eventi di danno alle cose mentre invece nei reati di pericolo basta la probabilità del verificarsi dell’evento di danno alle cose, che la sussistenza del reato comunque non può prescindere dall’accertamento dell’intrinseca idoneità del danno causato alle cose a porre in pericolo in modo serio e reale la incolumità delle persone; è sulla base di queste argomentazioni che ha ritenuto non fondata l’eccezione di incostituzionalità. Passa poi il Tribunale ad esaminare in modo specifico i temi della destinazione a discarica delle aree nominate nell’imputazione, della contaminazione da sostanze tossiche del suolo e del sottosuolo, rilevanti in termini di disastro colposo, della contaminazione del suolo, del sottosuolo, delle falde acquifere e delle acque dei pozzi che ad esse attingono, rilevante in termini del loro avvelenamento o adulterazione. Preliminarmente su questo punto nella sentenza vengono richiamati gli addebiti rivolti specificatamente al primo gruppo di imputati sopra elencati e quindi viene premesso che nel trattare gli effetti del catabolismo degli impianti sul suolo, sul sottosuolo e sulle falde acquifere, l’Accusa ha considerato separatamente le discariche interne da quelle esterne all’area di insediamento del Petrolchimico, e che secondo lo stesso schema accusatorio verranno dal Tribunale valutate le risultanze probatorie. Dagli esiti delle prove assunte risulta, quanto alle discariche interne, che le acque di falda oggetto dell’indagine processuale sono le acque della prima e della seconda falda attinte dal percolato di discarica verticale sono insuscettibili di qualsiasi utilizzo per la loro modestissima portata, che l’inquinamento delle acque di falda sottostante il plesso industriale non ha potuto attingere, seguendo processi di trasferimento orizzontale, acque e sedimenti dei canali lagunari confinanti con l’area industriale perché il flusso del primo acquifero verso la laguna è privo di significato, nel senso che tali falde sono pressoché stagnanti, né i pozzi verso l’entroterra perché il terreno scende in direzione opposta verso la laguna. In sintesi l’alta concentrazione di inquinanti che caratterizzano le discariche interne sono contenute nelle zone sottostanti e non si sono verificati significativi spostamenti. Per le falde acquifere sottostanti le discariche esterne l’inquinamento orizzontale è escluso dalla mancanza di dati, infatti solo in tre casi per tre discariche la prima falda acquifera risulta contaminata, non vi è però prova del trasferimento orizzontale della contaminazione dall’ambito sottostante le aree di discarica a quelle da cui attingono i pozzi, ne consegue la infondatezza delle accuse che derivano dall’ipotesi di avvelenamento delle falde acquifere del suolo e del sottosuolo. Dopo avere evidenziato, con le predette argomentazioni, che non vi è prova di una situazione di pericolo per l’incolumità pubblica, per i motivi ora esposti, relativamente alla situazione delle discariche viene osservato che non vi è alcuna prova in ordine alla loro realizzazione, da intendersi come gestione, utilizzo delle discariche, senza titolo o in violazione delle norme di protezione ambientale vigenti all’epoca del loro esercizio. Innanzitutto viene premesso che la prima disciplina normativa è stata introdotta con il D.P.R. 915/82 e che il Tribunale ha ritenuto non sussistesse, dopo l’entrata in vigore della citata normativa, l’obbligo di chi succedeva nella gestione del plesso di attivarsi per la bonifica di siti contaminati da terzi. Viene poi evidenziato che per il periodo antecedente all’82 l’Accusa non indica quale norma generica, o meglio regola o cautela, avrebbe dovuto essere adottata e non risulta esserlo stato, né fornisce alcuna prova di un aggravamento dello stato di contaminazione preesistente. Si passa quindi all’esame della contaminazione da sostanze tossiche del suolo e del sottosuolo nell’ambito dell’area di insediamento del plesso industriale in relazione allo stato delle cosiddette discariche interne e alla contaminazione delle falde acquifere e delle acque dei pozzi che ad esse attengono in modo più dettagliato, in particolare verificando l’efficienza del processo di trasferimento orizzontale della contaminazione delle falde sottostanti l’area di insediamento verso i pozzi siti a monte e verso i canali lagunari finitimi. Innanzitutto viene fatta una descrizione della zona in cui insiste il plesso industriale in questione ed è evidenziato come sia incontroverso che all’interno dell’area dell’insediamento del plesso esistono anche discariche di rifiuti. Richiamate le risultanze precedenti, per quanto riguarda il rispetto delle normative in vigore, viene quindi ulteriormente evidenziato come la gestione della massima parte dei siti di discarica nominati nell’imputazione sia andata materialmente esaurendosi prima dell’entrata in vigore della disciplina transitoria di cui al D.P.R. più volte citato e su tale circostanza sono state raccolte le deposizione dei testi Spoladori, Pavanato, Gavagnin e Chiozzotto. E prima dell’entrata in vigore del citato D.P.R. l’attività di gestione dei rifiuti trovava la sua disciplina nell’articolo 216 del Testo Unico Legge Sanitaria e nelle vigenti previsioni del piano delle norme tecniche di attuazione, del piano regolatore generale della Città di Venezia del 1956 che all’articolo 15 fornivano la seguente indicazione "Nella zona industriale troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori", le varianti al piano regolatore sono state adottate dal Comune di Venezia solo nel marzo del 1990. Riprendendo la descrizione del luogo in cui è stato realizzato il Petrolchimico viene ricordato che l’area di sedime in cui è insediato il complesso industriale è stata in gran parte realizzata mediante l’imbonimento delle zone di barena, attuato mediante l’utilizzazione di materiale dragato e rifiuti di residui di lavorazioni industriali fino agli anni 70 e fino al raggiungimento di spessori medi di riporto di 2 metri e mezzo o 3 sopra il livello del mare. Tale origine del Petrolchimico risulta ampiamente documentata in particolare dalla cosiddetta convenzione Levi intervenuta con la Regia Amministrazione che prevedeva l’utilizzo dei rifiuti della prima zona industriale per imbonire le zone arenose, più della metà della superficie oggetto della convenzione risulta essere oggi occupata dall’area di insediamento del Petrolchimico. In tale ambito molti anni dopo sono stati scavati il canale industriale sud, il canale industriale ovest, il canale Malamocco – Marghera, e dove le sponde non sono state prodotte o dove la protezione è permeabile o danneggiata i materiali vengono sistematicamente erosi entrando in soluzione nelle acque lagunari o disperdendosi sul fondo dei canali stessi. Dopo avere ancora ricordato lo schema giuridico utilizzato dall’Accusa, incentrato sulla figura del disastro ecologico di cui all’articolo 434 e della cooperazione colposa tramite omissione, assumendo la rilevanza di una permanenza in atto delle condotte di reato come omessa bonifica della contaminazione preesistente e la permanenza dei suoi effetti, osserva il Collegio come l’ipotesa sopra delineata finisca per trascurare la prospettiva della rilevanza casuale delle condotte dei singoli imputati cui viene riferito l’evento contaminazione e si allontani quindi da uno schema concettuale accettabile quale un evento di danno alle cose causate per l’accumulo di differenti apporti nel tempo. Non potendosi accertare la configurazione di cui sopra sarebbe necessario accertare se i singoli imputati abbiano potuto recare, tramite la loro condotta di gestione della discarica attiva od omissiva, un ulteriore apporto rilevante in termini di aggravamento. Non rileva invece, secondo l’ipotesi accusatoria, accertare se ci sia stato o meno un apporto casuale della condotta di ciascuno, trovando a fondamento la responsabilità di tutti gli imputati nella consapevolezza della esistenza dell’inquinamento e nella violazione dell’obbligo di bonifica. Rimane così estraneo, osserva il Tribunale, dal programma della Pubblica Accusa, la verifica dell’apporto di ciascuno durante la gestione della discarica all’aggravamento dello stato di contaminazione preesistente. Le tesi dell’Accusa sono non solo non condivisibili in diritto, ma anche infondate in fatto. Vengono quindi ripetute le ragioni per cui risulta irrilevante l’inquinamento delle falde sottostanti il sedime delle discariche sia interne come esterne, cioè la loro sostanziale inutilizzabilità per qualsiasi uso antropico e riportate le considerazioni tecniche su cui si basano le conclusioni di cui sopra, mediante una descrizione dettagliata delle condizioni del suolo, del sottosuolo e della struttura stratigrafica, dati tecnici su cui, secondo il Tribunale, concordano tutti gli esperti delle parti. Dà atto poi il Tribunale di come si sia accertato che la contaminazione, partendo dal piano di posa dei rifiuti, attinge le falde acquifere sottostanti lo strato di caranto, fino a raggiungere il secondo acquifero ad una profondità superiore ai 20 metri ed essendo accertato il passaggio dell’inquinamento del sedime al primo e al secondo acquifero, tanto basterebbe, secondo l’Accusa, a provare l’avvelenamento delle acque come risorsa alimentare, essendo rilevante ai fini del reato di cui all’articolo 439 del Codice Penale la non attualità della loro destinazione all’alimentazione, bastando solo quella potenziale, che potrebbe rendersi necessaria ad esempio in particolari condizioni di siccità. Tale tesi, osserva il Tribunale, è condivisibile in linea di principio, ma non lo è in concreto perché le acque della prima e della seconda falda sono assolutamente inutilizzabili per qualunque uso industriale o antropico, attesa la loro bassa portata, praticamente stagnanti, e le loro originarie caratteristiche. Ne consegue che, anche pensando insussistente lo stato di inquinamento, le falde sottostanti l’area del Petrolchimico sarebbero inutilizzabili per qualsivoglia uso. Le prove raccolte consentono conclusivamente di ritenere con certezza che nell’area di Porto Marghera l’utilizzo delle falde entro i primi 30 metri di profondità non è in alcun modo ipotizzabile. Quanto alla tesi accusatoria del trasferimento orizzontale, sia verso i pozzi a monte come verso i canali lagunari finitimi, del percolato di discarica attraverso l’acqua di falda inquinata, osserva ancora il Tribunale come l’inquinamento derivante dal sottosuolo attraverso le falde non attinga le acque e i sedimenti dei canali lagunari in termini realmente efficienti la loro contaminazione, perché il flusso del primo acquifero, il solo che comunichi con i canali non essendoci possibilità di comunicazione per il secondo acquifero, perché più profondo del fondo della laguna, il flusso del primo acquifero verso la laguna è insignificante. Si tratta di 4 litri al secondo lungo tutto il perimetro dell’area di insediamento del plesso industriale di circa 7–8 chilometri. Al lento movimento delle falde, cui è attribuibile una velocità di deflusso dell’ordine di grandezza del metro/anno, va poi aggiunto per gli inquinanti il cosiddetto coefficiente di ritardo dovuto al rallentamento che la presenza della sostanza organica attua nei confronti dei contaminanti, che tendono a fermarsi aderendo ai granuli di terreno, per cui la velocità di movimento dell’inquinante è sempre inferiore a quella della falda anche di qualche decina di volte. Su tali dati concordano i tecnici di entrambe le parti, che indicano un valore approssimativo della portata della prima falda lungo tutta l’area del Petrolchimico dell’ordine di 4 litri/secondo ed un tale modesto apporto risulta ininfluente in termini di rilevanza casuale. Alle conclusioni di irrilevanza della contaminazione derivante dal percolato di discarica attraverso le falde acquifere con riferimento all’inquinamento dei sedimenti e delle acque dei canali lagunari finiti nel plesso industriale, fa poi seguire il Tribunale una sintesi dei risultati degli esami analitici eseguiti, che hanno dimostrato la presenza di un inquinamento in misura che va diminuendo man mano che si passa dalle acque di impregnazione negli strati superficiali alle acque della prima e della seconda falda. Inoltre viene aggiunto che l’eventuale moto di trasferimento orizzontale della contaminazione risulta ostacolato dall’ingressione dell’acqua marina, che determina una consistente diluizione degli inquinanti. Altro dato certo risulta essere quello dell’insussistenza del trasferimento orizzontale della contaminazione da sottosuolo dagli acquiferi situati sotto l’area di insediamento del plesso industriale verso monte, essendo dato un gradiente che declina nettamente a scendere verso la laguna e peraltro non sono stati trovati inquinanti di origine industriale nei pozzi oggetto di campionamento. Sul punto viene anche esaminata la deposizione del teste Chiozzotto, valorizzata dalla Difesa e contrastante con le diverse ma tra loro concordi valutazioni dei tecnici di entrambe le parti, che viene ritenuta dal Tribunale non rilevante perché non aggiunge né toglie nulla al quadro probatorio già esaminato e risulta contraddetta dalle valutazioni dei tecnici di entrambe le parti. Si passa quindi... prosegue la sentenza nell’esame della contaminazione da sostanze tossiche del suolo e sottosuolo in aree diverse da quelle di insediamento del plesso industriale in relazione alle cosiddette discariche esterne, rilevante sempre in termini di disastro in nominato colposo, la contaminazione delle falde acquifere e le acque dei pozzi che ad essi attingono, rilevante in termini di avvelenamento o adulterazione. Anche per le discariche esterne, la cui esistenza è incontroversa, valgono le considerazioni già fatte per quelle interne, sia per quanto riguarda tempi e modi della loro gestione, sia per quanto riguarda le loro caratteristiche tecniche, nonché l’inquinamento delle falde sottostanti. Osserva anche il Tribunale quanto ai dati probatori acquisiti che per 13 discariche esterne mancano completamente i dati e che per tutte, al di fuori di 3, mancano i dati relativi allo stato delle falde, risultando inquinate solo le acque di impregnazione, cioè quelle immediatamente sottostanti lo strato di rifiuti e sovrastanti la linea del caranto. Nei 3 casi in cui risulta inquinata l’acqua della prima falda non vi è però alcuna prova di trasferimento orizzontale. Non risultano poi mai prove di contaminazione da processi di lavorazione industriale nelle acque dei pozzi oggetto di campionamento né vi è prova che l’inquinamento del suolo e sottosuolo sia riferibile a fatti di gestione di rifiuti in discarica attuati dagli imputati che avrebbero gestito le discariche in conformità delle regole vigenti. Si passa, quindi, a parlare della mancanza di fondamento giuridico dell’accusa di concorso nel reato di disastro, avvelenamento o adulterazione mediante l’omessa bonifica o messa in sicurezza dei siti contaminati da terzi antecessori in epoca pregressa e della carenza probatoria in punto di fatto degli addebiti di ritardo nella bonifica mossi agli imputati di appartenenza EniChem nonché della carenza probatoria pertinente agli addebiti di colpa riferiti agli imputati di appartenenza Montedison. Premesso che non risultano provate all’esito dell’istruttoria dibattimentale condotte connotate da antigiuridicità nella gestione dei rifiuti in discarica da parte degli imputati di appartenenza EniChem esercenti poteri di presa dopo l’83, rileva il Collegio come nei reati casualmente orientati, quale il disastro in nominato, sia l’evento a svolgere la necessaria funzione tipizzatrice, nel senso che devono essere provate non solo le condotte contrarie alle regole generico-specifiche finalizzate ad impedire il verificarsi dell’evento dannoso, ma anche il verificarsi dell’evento, in quanto il carattere colposo della condotta non può prescindere dall’esistenza di un nesso di causalità definito. L’Accusa invece assume unicamente come dato rilevante l’esistenza di antiche discariche attive non oltre la fine degli anni ‘70, quando l’azione di smaltimento dei rifiuti nelle forme praticate dagli imputati era quella adeguata alle valutazioni delle normative, tecniche e di disciplina di giunti. La costruzione accusatoria, da cui deriva la responsabilità e prima la riferibilità giuridica a ciascun imputato della contaminazione, si basa sull’esistenza di un obbligo giuridico di impedire l’evento come conseguenza della posizione di garanzia rivestita dagli imputati per il non verificarsi dell’evento disastro o avvelenamento o adulterazione, con una sostanzialmente equivalenza dell’azione all’omissione sotto il profilo casuale. E’ infatti in questo quadro che si svolgono le contestazioni relative a tutte le condotte omissive contestate, per cui, secondo l’ipotesi accusatoria, è sufficiente accertare che non sia stato impedito l’inquinamento omettendo nella fattispecie la bonifica degli antichi siti di discarica, a cui per la posizione di garanzia gli imputati erano tenuti. Centrale nella tesi accusatoria è infatti l’esistenza e quindi l’esigibilità di un obbligo di bonifica delle discariche realizzate e gestite in passato da altri e ciò secondo l’articolo 25 del D.P.R. 915/82, ma - osserva il Tribunale - tale tesi dell’Accusa è in contraddizione con l’indirizzo giurisprudenziale confermato nella sentenza delle Sezioni Unite del 5 ottobre ‘94, che ha affermato come diverse siano la realizzazione e la gestione della discarica, condotte che possono assumere entrambe la forma del reato permanente dal mero mantenere nell’area rifiuti scaricati quando la discarica sia stata chiusa, condotta questa non riconducibile alla gestione della discarica in senso proprio. L’Accusa, a sostegno della propria tesi, ha richiamato altre sentenze della Corte di Cassazione, del 4 novembre ‘94 e 29 aprile ‘97, che però riguardano fattispecie diverse di casi contestuali, in cui c’era contestualità nella gestione delle discariche. Conforme a quanto affermato dalle Sezioni Unite è invece la successiva sentenza della Corte di Cassazione del 2 luglio ‘97, che afferma analogo principio, anche dopo l’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 22 del ‘97, che ha abrogato l’articolo 25 del D.P.R. più volte citato, sostituendolo con l’articolo 51 comma 3. Sulla base della giurisprudenza citata il reato è permanente solo però per il tempo in cui l’organizzazione è presente e attiva. La norma incriminatrice ha quindi riguardo solo alla fattispecie commissiva e l’equivalenza del non impedire al causare presuppone l’esistenza della giuridicità dell’obbligo di impedire, obbligo che non può derivare dalla pura e semplice disponibilità della discarica. Ribadita quindi la necessità di una norma agendi specifica quale fonte dell’obbligo di impedire l’evento, osserva il Collegio che le altre norme, altre dall’articolo 25 D.P.R. 915/82, richiamate dall’Accusa come fonte dell’obbligo giuridico di attivarsi per la bonifica dei siti contaminati da altri antecessori, in nessun modo possono essere ritenuti tali. Alcune hanno contenuto analogo alla norma citata nel D.P.R., quale l’articolo 10 della legge 366 del ‘73, l’articolo 9 legge 73 n. 171, l’articolo 3 D.P.R. legge 73 n. 962, articoli 1 e 3 legge regionale 990 n. 28. Richiamate tali norme, l’Accusa dice che pure il semplice mantenere discariche contribuisce alla dispersione di sostanze inquinanti mediante trasmigrazione passiva e osserva invece il Collegio come il mantenere discariche concreta quella condotta omissiva che la Corte di Cassazione esclude possa integrare il reato di discarica abusiva, per la ribadita inesistenza di un obbligo di attivarsi per la bonifica di siti contaminati da terzi antecessori e per la necessità di individuare una norma su cui fondare e da cui derivare l’esistenza dell’obbligo di fare, con la conseguenza che il non fare verrebbe ad integrare una fattispecie criminosa. Non contengono - osserva il Tribunale ancora, esaminando la normativa - obblighi di disinquinare neppure le altre norme generiche citate dal Pubblico Ministero, quali l’articolo 1 della legge 73 n. 171, l’articolo 28 legge n. 376 del ‘63, l’articolo 217 del Testo Unico del ‘34, trattasi in tutti i casi di norme che non prevedono un obbligo generale di attivarsi per la bonifica, ma conferiscono solo dei poteri di intervento alla Pubblica Amministrazione, che può imporre determinati obblighi di ripristino in presenza di particolari situazioni. Tra le norme richiamate dall’Accusa vi sarebbe anche l’articolo 14, secondo comma, del decreto legislativo n. 132 del ‘92, disciplina transitoria della legge riguardante la protezione delle acque sotterranee, che riguarda i termini entro cui presentare la domanda per una nuova autorizzazione ad effettuare operazioni di eliminazione o di deposito di rifiuti che comportino scarichi indiretti già precedentemente autorizzati. Tale norma, secondo l’Accusa, consentirebbe di ritenere che anche il solo deposito di rifiuti in discariche chiuse avrebbe bisogno di autorizzazioni ai sensi del D.P.R. 915/82, ma ciò in realtà non è vero, riguardando la disciplina del citato D.P.R., solo le attività di gestione dei rifiuti e non situazione di discariche già esaurite. Altra fonte dell’obbligo di bonifica sarebbe stata individuata nella delibera del Comitato interministeriale del 27 luglio ‘84 al punto 7, che invece risulta, secondo il Tribunale, chiaramente avere un diverso contenuto riferendosi ad impianti preesistenti trasferiti o modificati, ma ancora attivi e gestiti al momento dell’entrata in vigore della nuova normativa e non discariche o impianti cessati prima della sua entrata in vigore. Viene quindi ribadito che l’omissione è in realtà inconcepibile senza pensare alla norma impositiva dell’agire; non tutte le omissioni rilevano, ma solo quelle violative di un dovere giuridico di fare. La conferma dell’inesistenza di un obbligo di bonifica viene proprio dall’articolo 17 del Decreto Legislativo n. 22 del 17, Decreto Ronchi, che per la prima volta prevede l’obbligo di bonificare e ripristinare le aree inquinate nel caso di superamento di determinati limiti di accettabilità della contaminazione. Il silenzio della disciplina previgente porta ad escludere che sussistesse un obbligo generale di bonifica; anche alla stregua della disciplina vigente sembra comunque escluso un obbligo generale di bonifica del sito contaminato al di fuori dell’ipotesi di cooperazione colposa. L’ipotesi accusatoria rimane comunque anche di fatto priva di fondamento, risultando dalle prove acquisite e dalla valutazione in concreto dei tempi e dei modi di adempimento agli obblighi di disinquinamento la legittimità della condotta degli imputati, che avrebbero rispettato tutte le norme tenendo conto del momento della loro entrata in vigore, dell’estensione del sito inquinato, della complessità degli interventi. Qui viene fatto un richiamo al confronto con analoghe esperienze, contenuto nella relazione Francani e Alberti in data 10 aprile 2001. In particolare si osserva che non risulta giustificata la contestazione specifica circa l’intempestività degli interventi relativi alle discariche di cui alle zone 31 e 32 e nessuna prova adeguata è stata fornita da chi ne aveva l’onere circa il ritardo e l’omissione nell’esecuzione di interventi di disinquinamento. Prima dell’entrata in vigore della normativa di cui al Decreto Legislativo citato del ‘97 a livello locale era stato raggiunto un accordo di programma per la chimica di Porto Marghera e successivamente un accordo integrativo per meglio definire le procedure di approvazione dei progetti e degli interventi e questo accordo risulta essere stato osservato dall’EniChem. Ribadisce quindi il Tribunale e sintetizza i principi generali già prima esposti, ribadendo la necessità che venga individuata la norma giuridica di cui si addebita l’omissione ed inoltre, trattandosi di reati di evento che tra l’ipotizzata omissione e l’evento dannoso risulti accertata l’esistenza del nesso di causalità materiale, ciò che non è stato fatto né per gli imputati della Montedison che gestirono rifiuti in discarica quando tale pratica era abituale e non regolata, né per gli imputati EniChem, che dopo l’entrata in vigore della disciplina autorizzatoria non risulta abbiano commesso alcuna violazione delle normative in vigore. Dopo aver riaffermato quindi che prima dell’82 non esisteva una disciplina normativa relativamente allo smaltimento dei rifiuti, viene evidenziato che una norma agendi intesa come comportamento che avrebbe dovuto essere tenuto non risulta neppure enunciata o addebitata nell’ipotesi accusatoria e che il Tribunale ha comunque verificato che le modalità di gestione dello smaltimento dei rifiuti da parte degli imputati sono state conformi a quelle eseguite a chi svolgeva analoghe attività e che nessuna cautela o modalità diversa risulta adottata da un agente modello a cui confrontare la condotta dell’agente reale. Sul punto l’enunciazione dell’Accusa non si concretizza mai, rimanendo ferma ad un livello di indeterminatezza che interessa tanto l’epoca precedente quanto l’epoca successiva all’entrata in vigore del D.P.R. dell’82, mentre una norma agenti a cui confrontare la condotta degli imputati, un parametro di diligenza esigibile dagli imputati usciti di scena prima dell’entrata in vigore del D.P.R. dell’82, avrebbe dovuto essere comunque determinata. Prima dell’entrata in vigore della suddetta normativa nessuna delle norme indicate dall’Accusa e relativa alla salvaguardia di Venezia conteneva una disciplina relativa al catabolismo del suolo, in particolare anche la norma di cui all’articolo 9 del D.P.R. del ‘73, n. 972, aveva un contenuto del tutto generico, che non consentiva né al privato né alla pubblica amministrazione di individuare le regole o le prescrizioni da adottarsi. E’ solo nel periodo compreso tra il ‘70 e l’82 che prendono forma le prime iniziative di gestione dei rifiuti secondo le tecniche allora conosciute e la Montedison, vigendo valutazioni tecniche di disciplina che rendevano problematica la scelta, si affidò all’unica impresa che produceva impianti di incenerimento in Europa, commissionandole il primo impianto di incenerimento di sottoprodotti clorurati organici nel ‘72. Il funzionamento di questo inceneritore è stato oggetto di valutazione tecnica nel contraddittorio delle parti a causa dell’elevato pericolo di provocare lo sviluppo di diossine, ma sul punto osserva il Tribunale come l’Accusa non sia riuscita a dimostrare che gli imputati potevano, in base alle conoscenze tecniche dell’epoca, riconoscere le condizioni iniziali rilevanti proprie della formazione delle diossine. In ogni caso sul punto risulta dalle deposizioni dei testi che le temperature erano elevate e quindi il rischio di formazione delle diossine ridotto e che le analisi fatte dalle università non avevano rilevato tracce di diossine. Come poi si vedrà, la questione relativa allo smaltimento delle peci clorurate ha assunto nel processo un particolare valore, atteso che secondo l’ipotesi accusatoria formulata in base alla consulenza Ferrari tali rifiuti sarebbero stati smaltiti tramite autobotti e bettoline fuori dal plesso del Petrolchimico nel canale nord e nel canale Brentelle. Premette comunque fin da ora il Tribunale come l’ipotesi è rimasta priva di riscontri e, al contrario, proprio l’esistenza dell’inceneritore dimostrerebbe il contrario, considerato anche che prima di usare l’inceneritore Montedison usava stoccare rifiuti in fusti nelle immediate vicinanze dei reparti interessati per poi interrarli nelle discariche. Le deposizioni testimoniali quindi consentono di provare che tutti i rifiuti erano stati depositati nelle discariche prima dell’82 e che successivamente lo smaltimento dei rifiuti è avvenuto solo in luoghi autorizzati e con modalità conformi a quelle previste dalle prescrizioni accessorie alle autorizzazioni e comunque quando le deposizioni testimoniali non erano sufficienti non risulta dimostrato il contrario. In particolare la discarica Dogaletto risulta dai documenti prodotti dallo stesso Pubblico Ministero essere stata chiusa nell’estate del ‘71, mentre la discarica interna sita nell’area 31-32, cosiddetta Catanga, considerata particolarmente rilevante per la sua estensione, risulta da precise deposizioni testimoniali che era stata esaurita e chiusa prima dell’83, vedi la deposizione del teste Spolador e dei testi Gavagnin e Masutti, dalle quali risulta come la discarica predetta era stata aperta nel ‘76 ed esaurita nell’82. Non consta quindi al Tribunale che siano state gestite dopo l’83 discariche senza titolo o violando le prescrizioni accessorie. Una tale ipotesi non viene peraltro neppure esaminata dall’Accusa, che basa in realtà le sue richieste sull’equivalenza della mancata bonifica delle discariche definitivamente cessate in epoca pregressa all’assunzione del potere di impresa da parte dei singoli imputati alla gestione senza titolo. Di fatto risulta comunque che nell’88 viene iniziata la bonifica della discarica Dogaletto e che successivamente venne dato allo stesso ingegner Gavagnin l’incarico di mettere in sicurezza la discarica in sito Malaga e studiare le cautelizzazioni necessarie per la bonifica dell’area 31 e 32 e i sedimenti del canale Lusore-Brentelle, antico corpo recettore e discariche di provenienza del Petrolchimico. Sintetizzando quindi nell’ultima parte di questo primo capitolo della sentenza, le motivazioni sopra esposte, osserva conclusivamente il Tribunale come sia del tutto infondata l’ipotesi accusatoria per quanto riguarda la contaminazione del suolo e sottosuolo, rilevante in termini di disastro colposo, per quanto riguarda altresì l’accusa di avvelenamento ed adulterazione delle acque delle falde sottostanti ai siti di discarica. Come avevo anticipato, anziché fare una relazione di tutta la sentenza, ho diviso la relazione in tre parti, quindi alla relazione sulla prima parte della sentenza che ha affrontato, oltre alle premesse e ai temi di carattere generale, le questioni relative alle discariche, faccio seguire nella mia relazione i motivi d’appello su questo punto. Quindi adesso la relazione prosegue con la prima parte dell’Appello del Pubblico Ministero, relativa alle discariche. Il Pubblico Ministero non è presente, comunque diciamo che ho in qualche modo messo insieme i motivi d’appello relativi a ciascuno degli argomenti trattati nella sentenza, seguendo l’ordine della sentenza e cercando di unire i motivi di appello del Pubblico Ministero, che erano trattati in parti diverse. Naturalmente può essere che qualche cosa in questa prima parte non sia espressa, ma comunque l’intera... vengono relazionati interamente tutti i motivi d’appello. In questa prima parte espongo quelli che sono stati i motivi d’appello del Pubblico Ministero relativamente alle discariche e all’inquinamento del suolo, sottosuolo e falde. Nelle premesse innanzitutto il Pubblico Ministero evidenzia... naturalmente la prima parte è di carattere generale. Il Pubblico Ministero evidenzia nelle premesse la deformazione dell’accusa operata dal Tribunale. Secondo il Pubblico Ministero il Tribunale, pur dando atto in questa seconda parte della motivazione della sentenza e della modifica dell’imputazione intervenuta all’udienza del 13 dicembre 2000, ha come nella prima parte della decisione deformato le accuse del Pubblico Ministero ed erroneamente ritenuto che l’Accusa avesse formulato delle contestazioni generiche e generalizzate e qui vengono citati gli esempi della deformazione contenuta nella sentenza. Mentre risulta dal capo d’imputazione che i fatti sono stati contestati in modo specifico, indicando i luoghi in cui l’inquinamento delle acque e dei sedimenti viene ricondotto all’attività del Petrolchimico e addebitandone le cause a ciascuno degli imputati, che avrebbe contribuito a darvi origine o ad incrementarlo in modo altrettanto preciso e con riferimento ai periodi in cui ciascuno aveva svolto il proprio incarico all’interno dell’azienda, il Tribunale ha invece parlato di zone industriali nel suo complesso, di decenni di catabolismo industriale, di decenni di gestione del plesso produttivo, usando termini che l’Accusa mai aveva impiegato. Al contrario di quanto affermato, sono infatti bene individuati nell’imputazione i luoghi inquinati, i siti delle discariche, le acque di falda, i sedimenti, le acque dei canali e degli specchi lagunari prospicienti Porto Marghera, dal cui inquinamento sarebbero derivati l’avvelenamento e l’adulterazione della ittiofauna e dei molluschi a causa della gestione degli impianti appartenenti al ciclo del cloro. Non è poi vero che sia stato contestato il disastro innominato permanente, ma solo la permanenza in atti degli effetti, mentre le condotte risultano nel capo d’accusa chiaramente temporalmente ben delimitate e di tanto invero ne aveva dato atto lo stesso Tribunale con l’ordinanza del 2 febbraio 2001, in cui era stata rigettata l’eccezione di indeterminatezza delle imputazioni sollevate dalla Difesa. Prima di passare ad una rassegna critica delle varie parti della sentenza, premette quindi il Pubblico Ministero come siano condivisibili i principi generali enunciati dal Tribunale e sviluppati nelle pagine 482 e 483 in materia di rapporto di causalità, articolo 40 del Codice Penale, secondo cui il rapporto di causa si identifica con quello di un fattore necessario rispetto al verificarsi dell’evento, per cui una volta accertatane l’esistenza rimane priva di rilievo ai fini del giudizio penale da adottarne l’intensità dell’apporto e condivisibili i principi enunciati dal Tribunale in materia di concorso di causa, articolo 41 Codice Penale, secondo cui in presenza di più fattori causali addebitabili a più persone succedutesi nel tempo risulta irrilevante stabilire quasi sia più prossimo e quale più remoto. E’ infatti in base a questi principi che sono state respinte tutte le eccezioni di nullità sollevate dalle Difese con riferimento a profili di incoerenza interna o di vaghezza nell’imputazione. Non sono invece condivisibili le successive deformazioni delle tesi dell’Accusa, operate dal Tribunale e che derivano dal premessa secondo cui avrebbero dovuto assumere rilevanza nelle indagini le condotte che avevano determinato condizioni di aggravamento dell’evento già verificatosi. Infatti sempre l’Accusa, già nel capo d’imputazione, ha parlato di contributi dei singoli imputati alla causazione o all’incremento dei diversificati inquinamenti, individuandone altresì la fonte negli impianti del ciclo del cloro, dettagliatamente indicati nel capo d’imputazione. Questi danni sono diversi da quelli generici e generali a cui fanno riferimento la Difesa e il Tribunale. Non contesta poi il Pubblico Ministero - e ancora una volta l’Accusa viene deformata - che ciascuno debba rispondere per come ha adempiuto alla garanzia da lui dovuta e nei limiti dell’apporto arrecato, non potendo mai l’imputato rispondere di fatti che non siano casualmente riconducibili alla sua condotta, ma risultino causati da altri. Mai il Pubblico Ministero ha preteso di addebitare a ciascun imputato condotte diverse da quelle sue proprie, né conseguenze che alle predette condotte non siano riconducibili in base al nesso di causalità. Non risulta inoltre il Tribunale abbia preso in considerazione il disastro contestato ai sensi dell’articolo 437 Codice Penale. Viene quindi avanzata in questa sede la prima richiesta di riforma totale della sentenza di primo grado. Passa quindi il Pubblico Ministero ad esaminare le norme esistenti prima del ‘70, il divieto di scarico dei rifiuti industriali, dopo aver presentato la tesi fatta propria dal Tribunale. Osserva il Pubblico Ministero come i primi Giudici abbiano escluso l’esistenza in materia di gestione dei rifiuti industriali di una norma agendi prima dell’82, abbiano ritenuto la conformità delle modalità di gestione dei predetti rifiuti da parte degli imputati, abbiano affermato che la gestione dei rifiuti prima dell’82 trovava la sua disciplina nell’articolo 216 del Testo Unico e nell’articolo 15 del piano regolatore del ‘56, che destinava la zona industriale ad impianti inquinanti. Contrariamente a quanto sopra affermato, punto per punto contestato, vi erano invece norme di riferimento in materia di rifiuti e a queste norme gli imputati avrebbero dovuto attenersi. Innanzitutto va rilevato ancora che agli imputati non viene contestata solo la legittima gestione delle discariche, ma anche la loro illegittima creazione, che comunque prima dell’82 il deposito e la realizzazione delle discariche erano già oggetto di limiti e divieti. In primo luogo vi era la legge regionale del Veneto 6 giugno dell’80, n. 85, che così stabiliva: il divieto di abbandonare e depositare rifiuti di qualsiasi genere su aree pubbliche e private, nonché di scaricare e gettare rifiuti nei corsi d’acqua, canali, laghi, lagune o in mare. Su tale divieto nessuna motivazione si rinviene nella sentenza del Tribunale. Altra norma indicata nel capo d’imputazione, che vietava condotte idonee a produrre inquinamento, è l’articolo 10 della legge 63 numero 366, che non consentiva lo scarico di rifiuti o sostanze che potessero inquinare le acque della laguna, nonché l’esercizio di industrie che refluissero in laguna rifiuti atti ad inquinare o intossicare le acque. C’era ancora la legge 366 numero 41 che è stata abolita solo dal decreto legislativo numero 22 del 1997 che si occupava invero dei rifiuti solidi urbani. In particolare, rilevava l’articolo 17, che vietando in modo assoluto il gettito di rifiuti e il loro temporaneo deposito nelle pubbliche vie, piazze, terreni pubblici e privati, utilizzando il termine rifiuti in modo del tutto generico, dimostrava così che la volontà del legislatore era quella di porre dei divieti per qualsiasi rifiuto, senza distinzione in ordine alla sua natura o provenienza. Invero una diversa interpretazione porterebbe all’assurdo risultato di ottenere esistenti divieti per rifiuti provenienti dalle abitazioni e non invece divieti per rifiuti provenienti dall’industria. Limiti e regole relativamente al deposito di rifiuti erano poi contenute anche nel regolamento comunale di igiene del Comune di Mira, pubblicato nel 1954, nel cui ambito risultano esserci cinque discariche tra quelle di cui all’imputazione, che vietava l’articolo 36 di accumulare sul suolo qualunque materiale di rifiuto nocivo, all’articolo 50 di depositare prodotti chimici al di fuori dei luoghi indicati dall’autorità comunale, all’articolo 199 imponeva di costruire luoghi destinati a discariche con materiale impermeabile per evitare qualsiasi inquinamento del sottosuolo, e altre norme sono contenute nel regolamento comunale di igiene del Comune di Venezia, l’articolo 6, l’articolo 74 e l’articolo 78. Tutte le violazioni delle norme in esame comportavano l’applicazione di sanzioni, delle pene previste dal Testo Unico Legge Sanitaria, dal regolamento stesso, nonché quelle previste dal Codice Penale. Esisteva quindi una regolamentazione locale che vietava l’esercizio di determinate attività ritenute pericolose od insalubri, comunque subordinava ad un provvedimento della Pubblica Amministrazione l’esecuzione dello smaltimento dei rifiuti industriali. Esistevano poi altre due norme, contenute nel regio decreto numero 64 del 1931, articolo 9 e 36, che vietavano lo scarico dei rifiuti industriali nelle acque pubbliche, norme specifiche a tutela delle acque da pesca rispetto ai rifiuti industriali. Esistevano conclusivamente delle norme che dovevano essere rispettate e che non lo sono invece state. Non essendo state, in alcun modo, le discariche autorizzate, ne consegue che quelle realizzate, violando le predette normative, devono ritenersi contra legem. Quanto all’articolo 15 le norme di attuazione tecnica del piano regolatore generale 56, richiamata dal Tribunale, rileva il Pubblico Ministero che è norma di natura sicuramente urbanistica e non riguarda la possibilità di creare zone di rilascio, scarico o gestioni incontrollate dei rifiuti, che comunque è superata dall’articolo 10 della legge 63/366, norma di rango superiore alla previsione regolamentare e di chiaro contenuto precettivo. Inoltre in atti normativi successivi al 1956, che prevedevano l’ampliamento della zona industriale di Porto Marghera, si prevedeva che il completamento dei cicli produttivi dovesse essere attuato seguendo il criterio connesso alle esigenze di sicurezza, igiene pubblica ed incolumità degli abitanti, viene citato in particolare l’articolo 8 lettera D) della legge 63/397. Errata risulta quindi la conclusione dei primi Giudici laddove ritengono che prima del 1982 non ci fosse alcuna normativa relativa alla gestione dei rifiuti delle produzioni industriali. Passa quindi il Pubblico Ministero all’esame dell’illecito scarico dei rifiuti anche dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 915 del 1982. Innanzitutto ricorda il Pubblico Ministero come, secondo il Tribunale, le discariche sarebbero state realizzate per la maggior parte prima del 1982 e come per quelle successive le norme in vigore sarebbero state sempre rispettate o comunque non risulti che siano state realizzate senza titolo autorizzativo o con modalità incompatibili con le prescrizioni accessorie pertinenti alle autorizzazioni rese, dal che conseguirebbe che gli imputati, sotto questo profilo, non avrebbero commesso alcuna violazione delle disposizioni in materia di gestione dei rifiuti. Osserva invece l’Accusa come non sia vero che le discariche siano state realizzate per la massima parte prima dell’entrata in vigore del D.P.R. del 1982 ed evidenzia come valgano a smentire le affermazioni del Tribunale sul punto la deposizione dell’ispettore Spoladori del 20 settembre 2000 e dello stesso Gavagnin all’udienza del 16 marzo 2001, nonché l’elaborazione scritta dello Spoladori del 13 dicembre 2000, né possono essere ritenute decisive sul punto le deposizioni del teste Gavagnin che ha solo riferito di una razionalizzazione del sistema dei rifiuti dopo il 1983, aggiungendo che di conseguenza solo la serie dei fenomeni macroscopici in precedenza verificatesi non si sarebbero più verificati; il teste predetto ha anche precisato che le sue convinzioni erano basate non su una conoscenza diretta dei fatti bensì sul fatto che da quell’anno responsabile del servizio di sicurezza era divenuto il perito Ceolin. Né dirimente poteva ritenersi sul punto la deposizione del teste Pavanato che aveva precisato di non essere in grado di escludere che il fenomeno delle discariche abusive fosse cessato dopo il 1982. Il Tribunale ha poi affermato, senza indicare le fonti di prova di queste sue affermazioni, che dopo il 1982 le discariche erano autorizzate e gestite secondo le prescrizioni contenute nelle relative autorizzazioni, ma l’affermazione del Tribunale, con cui si ritiene che la normativa di riferimento per i conferimenti a discarica successiva al 1982 risulti osservata, è del tutto generica. In ordine all’obbligo di attivarsi in relazione a siti inquinati da terzi antecessori ricorda innanzitutto il Pubblico Ministero la posizione del Tribunale sul punto. Secondo il Tribunale non rientrerebbe nel concetto di gestione della discarica il solo mantenere nell’area rifiuti scaricati da altri secondo la sentenza della Corte di Cassazione già prima citata. La questione riguarda la imputabilità dei dirigenti degli e amministratori indicati nel capo d’imputazione per la gestione di discarica abusiva di rifiuti o smaltimenti non autorizzati in violazione degli articoli 25 e 26 capoverso del D.P.R. numero 915/82 poi sostituito dall’articolo 351 decreto legislativo del 1997 numero 22, nell’ambito della contestazione del reato di disastro innominato colposo. Osserva il Pubblico Ministero sul punto come la questione sia stata effettivamente affrontata e decisa con la nota sentenza della Cassazione a Sezioni Unite a cui ha aderito il Tribunale, ma come successivamente sia intervenuta giurisprudenza di merito e di legittimità di forme. Secondo la sentenza della Cassazione, Sezioni Unite, non si configurerebbe alcun reato di gestione di discarica abusiva o smaltimento non autorizzato dei rifiuti tossico nocivi nella condotta di chi solo mantiene in un’area rifiuti scaricati da altri in assenza di una qualsiasi attiva partecipazione, e nonostante abbia consapevolezza della loro esistenza. Alla affermazione di tale principio la Cassazione era pervenuta in base alle seguenti considerazioni: in primo luogo un dato testuale rappresentato dal fatto che il concetto di gestione di discarica e smaltimento dei rifiuti non consente di ricomprendervi anche quello di solo mantenimento degli stessi, in secondo luogo l’inesistenza nell’ordinamento di un preciso obbligo positivo di porre fine alla situazione antigiuridica in corso non essendo rinvenibile una norma che imponga al nuovo detentore la rimozione dei rifiuti dal terreno entrato nella sua disponibilità. Ritiene invece il Pubblico Ministero che la decisione della Cassazione del 1994 non sia condivisibile alla luce di un attento esame della normativa di settore sia statale come comunitaria. Innanzitutto va esaminato il D.P.R. del 1982 in particolare gli articoli 10 e 16 che contengono anche delle prescrizioni che riguardano la fase di chiusura successiva all’esaurimento dell’impianto e relativa alla sua messa in sicurezza, e da tali disposizioni risulta in modo inequivoco che anche dopo la chiusura è ravvisabile un esercizio, ossia una gestione della discarica dei rifiuti tossico nocivi e che anche tale fase è ritenuta importante in quanto il legislatore impone all’autorità di controllo di dare precise prescrizioni da osservare proprio in tale fase, mentre alcune prescrizioni sono già contenute nel testo dell’articolo 16 quali ad esempio la ricopertura della discarica ed il riutilizzo dell’area. Il successivo decreto legislativo del 1997, numero 22, conferma tali prescrizioni laddove nel fornire una definizione di gestione dei rifiuti vi include espressamente il controllo delle discariche e degli impianti di smaltimento dopo la chiusura attribuendo al gestore del sito precisi obblighi e responsabilità e non può certo dubitarsi del fatto che tali obblighi, nel caso di cessione della proprietà e della gestione della discarica, si trasferiscano in capo al nuovo proprietario del sito. La diversa interpretazione fornita dalla Cassazione porterebbe infatti all’assurda conseguenza che chi riceve una discarica autorizzata sarebbe tenuto ad osservare determinate prescrizioni, che non sarebbe invece tenuto ad osservare chi subentra in una discarica abusivamente realizzata. Quindi passa il Pubblico Ministero ad esaminare il contenuto della delibera interministeriale del 27 luglio del 1984 e l’obbligo giuridico derivante dalla stessa di attivarsi per evitare l’inquinamento da percolato, ciò che configura il reato di gestione di discarica abusiva della forma omissiva. In relazione agli obblighi di gestione della discarica, anche quando la discarica è stata chiusa, osserva l’Accusa appunto come rilevi quanto stabilito nella citata delibera ministeriale contenente disposizioni per la prima applicazione del D.P.R. numero 915/82 che al punto 4.2 così testualmente stabilisce con riferimento allo stoccaggio definitivo di discariche di prima e seconda categoria "I sistemi di drenaggio e captazione del percolato, nonché l’eventuale impianto di trattamento del medesimo, dovranno essere mantenuti in esercizio anche dopo la chiusura della discarica stessa a carico del gestore di quest’ultima per il periodo di tempo che sarà stabilito dall’autorità competente", prescrivendo la delibera degli obblighi a carico del gestore della discarica per impedire lo sversamento del percolato anche dopo la chiusura, si configurano evidentemente i reati a carico di colui che non le adempie, reati quindi previsti dagli articoli 25 e 26 del D.P.R. del 1982 come fattispecie omissiva impropria in forza della clausola di equivalenza dell’articolo 40 capoverso Codice Penale. Risulta quindi chiaro il vizio logico contenuto nella sentenza della Corte di Cassazione in quanto, quand’anche non fosse possibile configurare un obbligo di rimozione dei rifiuti a carico del detentore della discarica chiusa, ciò non significherebbe certo l’inesistenza a suo carico di un obbligo di porre fine alla situazione giuridica in corso impedendo il protrarsi o l’aumentare del degrado ambientale. Esisteva pertanto, anche in base alla disciplina normativa all’epoca vigente, un obbligo giuridico di attivarsi affinché i rifiuti fossero posti e mantenuti nelle condizioni di massima sicurezza, in particolare sotto il profilo dell’inquinamento da percolato finché non perdevano la loro capacità lesiva dell’ambiente. Secondo il Tribunale invece un obbligo di bonifica a carico di chi subentra nella detenzione di una discarica chiusa sarebbe stato introdotto solo dalla legge Ronchi, ma invero, a parte l’introduzione di un obbligo specifico di bonifica a carico di chi subentra nell’area in cui altri hanno abusivamente smaltito rifiuti, attuata dalla successiva normativa, già il D.P.R. del 1982 e la citata ministeriale stabilivano un preciso obbligo di vigilanza e mantenimento in sicurezza della discarica, obbligo solamente ribadito dal successivo decreto legislativo numero 22 del 1997, articolo 28, che espressamente richiede che l’autorizzazione all’esercizio delle operazioni di smaltimento prescriva le modalità di messa in sicurezza, chiusura e ripristino degli impianti esauriti. La suddetta interpretazione della normativa statale risulta poi in linea anche con la disciplina comunitaria. Infatti una disposizione base della normativa comunitaria in materia di rifiuti, l’articolo 4 della direttiva 75/442 della CEE, stabilisce che gli Stati membri devono adottare tutte le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti che potrebbero creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo ed in base a tale normativa la Corte di Giustizia ha ritenuto sussistere a carico del detentore di un’area realizzata in passato come discarica abusiva, l’obbligo di adottare le misure necessarie per impedire la protrazione del degrado ambientale. Per tali motivi la sentenza delle Sezioni Unite del 1984 non può essere ritenuta soddisfacente, ed in senso contrario il Pubblico Ministero ricorda altre sentenze della Corte, l’11 aprile del 1997 imputato Vasco, un’altra sentenza della Corte di Cassazione del 4 novembre 1994 imputato Zagni, del 17 dicembre 1996 numero 8468 e dell’11 aprile del 1997, nonché sentenze di Giudici di merito. L’accertamento della responsabilità andrà quindi verificato in concreto attraverso l’accertamento della consapevolezza dell’esistenza della situazione antigiuridica, della conoscenza del protrarsi nel tempo dell’offesa al bene giuridico protetto e dalla sua esposizione al pericolo di ulteriore degrado, nonché della volontarietà della persistente condotta del soggetto. Invero, nel caso di specie, non può dubitarsi del fatto che i dirigenti e gli amministratori succedutesi dopo la cessazione dei conferimenti in discarica, pur sapendo che esistevano numerose discariche abusive e di rifiuti tossici, avendo di conseguenza consapevolezza del rischio di contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle falde idriche della laguna non abbiano posto termine nel limite alcuno alla situazione giuridica in corso ed ai suoi effetti. Le prove in atti relativamente alle predette circostanze sono numerose e sono state presentate al Tribunale dall’ispettore del Corpo Forestale, Spoladori, dal maresciallo della Guardia di Finanza e da altri testimoni, nonché dai consulenti tecnici dell’Accusa. Significativa, anche se non come prova, della conoscenza da parte degli imputati del grave degrado ambientale di Porto Marghera, è anche l’intera vicenda definita (American Appraisal), nell’ambito della quale è emerso che tutti erano a conoscenza del grave degrado ambientale. Per quanto riguarda l’utilizzazione delle falde, dopo aver ricordato quanto affermato dal Tribunale sul punto, cioè la inutilizzabilità delle acque di falda attinte per moto verticale dal percolato di discarica, per qualsiasi uso alimentare o antropico, osserva la Pubblica Accusa come risulti invece provato da numerosi documenti, vedi l’indagine idrogeologica del territorio provinciale del 1998, che in tutta l’area lagunare esistono pozzi che attingono le prime falde del sistema idrogeologico veneziano più profonde di 10 metri per l’utilizzo dell’acqua a diversi fini. Ne consegue che pur considerando la modesta quota di risorse attribuibili ai pozzi superficiali, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale anche attualmente il complesso delle falde minori, oltre 10 metri di profondità, era utilizzato, proprio per usi alimentari, e continua a essere utilizzato per usi antropici. Dopo aver ricordato ancora quindi che secondo il Tribunale le acque di falda risulterebbero pressoché stagnanti e la permeabilità complessiva del sottosuolo è bassissima, dell’ordine di 10,4 centimetri al secondo, fino ad una profondità variabile tra i 2 ed i 6 metri, per la presenza di materiale di riporto di rifiuti fangosi ed a causa del banco di sabbia prevalentemente fine e limoso tra gli 8 ed i 15 metri, rileva comunque il Pubblico Ministero come il Tribunale abbia utilizzato un valore errato confondendo l’unità di misura, utilizzando l’unità del centimetro anziché quella del metro al secondo. In ogni caso i valori di questi ordini di grandezza rientrano tra quelli di grado medio con drenaggio buono. Osserva poi il Pubblico Ministero come da questa erronea valutazione del Tribunale ne conseguano altre, e come in ogni caso la complessità delle indagini, in relazione alla variabilità del terreno, renda difficile un accertamento preciso dei valori di permeabilità. Le affermazioni del Tribunale comunque si pongono in contrasto con quanto dallo stesso successivamente ritenuto laddove si dà atto del fatto che la contaminazione riesce ad attingere le falde acquifere immediatamente sottostanti lo strato di caranto sino a raggiungere il secondo acquifero ad una profondità superiore a 20 metri, contraddittoria è anche l’affermazione del Tribunale laddove prima riconosce in astratto la idoneità delle acque di falda ad essere sempre oggetto di tutela penale ai sensi degli articoli 439 e 440, in quanto la destinazione all’alimentazione non implica la loro potabilità, e poi lo esclude in concreto affermando che la ragione dell’esclusione consiste nella circostanza che si tratta di acque di falda inutilizzate per il consumo umano. Non è poi vero che, rileva ancora il Pubblico Ministero, che la portata delle acque di falda sia insignificante in quanto se si parla dell’acquifero superficiale solo dal Petrolchimico escono, per quanto inquinati, 4 litri al secondo, il che vuol dire 345.600 litri al giorno, 126 milioni di litri all’anno e ci sono poi le centinaia di pozzi fino a 10 metri, citati dalla Provincia, certamente di interesse pratico anche se modesto. Ancora male interpreta il Tribunale le conclusioni a cui perviene il consulente tecnico della Difesa relativamente alla bassa portata e alla cattiva qualità originaria delle acque, che le renderebbe inutilizzabili a prescindere dall’inquinamento, e cioè anche se l’inquinamento non sussistesse, in quanto il Tribunale erroneamente stende la predetta valutazione del consulente Dal Pra, riferita solo alla falda superficiale, al complesso costituito dalla falda superficiale, dalla prima e dalla seconda falda. A conferma dell’errore in cui è incorso il Tribunale si evidenzia come la salinità della seconda falda non risulta sussistere. In ogni caso deve osservarsi come le acque salmastre possano essere utilizzate per uso agricolo sopportando anche alcune coltivazioni anche elevate quantità di sale, per cui anche le acque salmastre, senza contare la desalazione, costituiscono una risorsa per l’uomo a meno che non siano inquinate. Anche l’affermazione secondo cui la portata massima estraibile è di un decimo di litro al secondo, e quella secondo cui l’utilizzo delle acque sotterranee finirebbe per richiamare acque salate, si riferisce solo alla prima falda ed è informazione di carattere marginale ristretta all’area indagata che difficilmente può essere estrapolata all’intero stabilimento considerata la notevole complessità e diversità dei depositi presenti; sul punto il Pubblico Ministero richiama la relazione Aquater Basi del 1996 a pagina 25. Ed ugualmente l’affermazione del Tribunale, secondo cui l’utilizzo per i primi 30 metri delle falde non sarebbe ipotizzabile, perché in tempi brevissimi si prosciugherebbero a causa del loro ridotto spessore, è affermazione apodittica ed indimostrata; si deve quindi concludere che le dimensioni adottare dalla Difesa per proporre i propri modelli sono minimali e che il Collegio è stato indotto in errore. Il Tribunale ha infatti ritenuto che l’impatto degli inquinanti, veicolati dalle acque di falda sottostanti le aree della discarica interna sulle acque e sui sedimenti dei canali finitemi all’area di insediamento del plesso industriale, secondo un processo di trasferimento orizzontale, avrebbe un andamento degradante verso sud-est, salvo il rilievo che le acque di impregnazione, e cioè la falda superficiale potrebbe degradare anche verso nord. Invece risulta incontestato, dalla ricerca Acquater Basi 1996 e 2000, che le falde hanno un andamento centrifugo, in particolare nella zona di ponente dell’area di insediamento del Petrolchimico corrispondente alle aree in cui si trovano le discariche nell’isola 31 e 32. Anche l’affermazione secondo cui il flusso del primo acquifero verso la laguna è insignificante, perché nella peggiore delle ipotesi si tratta di 4 litri al secondo lungo tutto il perimetro dell’area di insediamento del plesso industriale, non è condivisibile in quanto in ogni caso 4 litri al secondo fanno 120 mila metri cubi all’anno e comunque la ridotta mobilità delle acque al contatto tra falde e acqua di mare, che è del tutto ovvia per ragioni fisiche e idrodinamiche, è in ogni caso di un certo rilievo. Occorre poi ribadire che i 4 litri al secondo non escono dalla prima falda, ma da quella superficiale e che anche in questo caso il Tribunale è corso in equivoco utilizzando spesso il termine generico di falda del Petrolchimico e non è comprensibile la ragione per cui il Tribunale abbia considerato ancora più basso il flusso delle acque sotterranee, ed affermato che le stime degli esperti indicano un valore approssimativo della portata della prima falda lungo tutta l’area del Petrolchimico nell’ordine di 4 litri al secondo. I dati elaborati dalla struttura pubblica sulla base degli elementi conosciuti in letteratura e contenuti nel piano direttore 2000 avrebbero comunque dovuto essere confrontati e verificati con i dati strumentalmente attestati dai puntuali rilievi Acquater Basi che sono certamente più completi e aggiornati. Deve comunque essere ribadito, secondo l’Accusa, che 4 litri al secondo non escono dalla prima falda, bensì da quella superficiale, che il consulente dell’Accusa, Nosengo, ha utilizzato gli stessi dati del consulente Francani giudicandoli come valori minimi di un range in realtà più ampio. Indimostrata infine l’affermazione seconda lui oltre alla bassa permeabilità del sottosuolo, alla stagnazione delle falde sottostante le discariche interne, alla portata insignificante della falda stessa concorrerebbe ad escludere l’apporto inquinante delle acque di falda per quanto riguarda sedimenti, i sedimenti e le acque dei canali lagunari a tale area finitimi, l’enorme diluizione che le stesse subiscono ad opera di altri apporti. L’affermazione relativa alla diluizione si basa infatti su un’errata interpretazione del lavoro del professor Perin che indica un valore di apporto della gronda lagunare di 600 metri cubi al secondo come corrispondente all’apporto massimo, mentre nella relazione Francani, cui si riferisce il Tribunale, questo valore viene considerato come un valore medio con la conseguenza che tutto il ragionamento relativo alle norme diluizione risulta errato. Il Tribunale ha infine omesso di considerare che in ogni caso la pretesa ma inesistente diluizione potrebbe riguardare solo le acque superficiali e non certo quelle della falda profonda. Conclusivamente sul punto risulta accertato che le falde hanno una capacità di movimento, che la falda superficiale raggiunge i canali perimetrali con la velocità di almeno 4 litri al secondo e che dove manca il caranto inquina con trasferimento verticale la prima ed, in misura più ridotta, anche la seconda falda. Che la prima falda, a sua volta dotata di gradiente generato degli afflussi provenienti dalle due zone di alimentazione poste a monte, si muove dove può e cioè verso i canali perimetrali abbastanza profonda da raggiungere, e se vi sono ostacoli e permane un gradiente in direzione diversa da quella generale, nord-ovest sud-est, la prima falda si vuole anche in altre direzioni, la citata direzione nord secondo il ben noto in idraulica fenomeno del rigurgito che è moto retrogrado di influsso ostacolato. Conclusivamente la sentenza contiene errori e contraddizioni e trascura le valutazioni di (American Appraisal) e dei dati Aquater Basi 1995, 1996, 2000, né tiene in alcun conto le valutazioni e le note critiche del professor Nosengo che ha ritenuto le indagini svolge insufficienti a valutare correttamente sia la permeabilità del terreno come la validità dei metodi di simulazione. Osserva quindi il Pubblico Ministero come secondo il Tribunale risulti controverso che da tutta l’area del Petrolchimico derivi un apporto per moto di trasferimento orizzontale della prima falda verso i canali della zona industriale di 4 litri al secondo e che come già detto questo quantitativo in realtà è solo apparentemente piccolo perché corrisponde a 345.600 litri al giorno ed in termini di apporto annuale a 126 milioni di litri all’anno. Per quanto poi riguarda le misure di concentrazione delle diossine nelle acque sottostanti al Petrolchimico, effettuate a cura dell’Enichem, in relazione al disposto del decreto ministeriale 471 del 1999 sulle bonifiche, osserva il Pubblico Ministero come le analisi sulle acque sottostanti il Petrolchimico siano state fatte solo per 6 campioni anche sulle diossine e su 3 campioni sono state rilevate concentrazioni superiori ai limiti di cui alla tabella del decreto ministeriale 471 del 1999, di cui per un campione in modo molto elevata. In un campione è stata rilevata anche la presenza della diossina 2378, che è la diossina più pericolosa, la tetraclorodibenzodiossina, e se da un controllo su solo 6 campioni è risultato un superamento elevato in due casi non può considerarsi che il superamento sia un fatto solo sporadico e raro, secondo calcoli statistici il superamento dei livelli potrebbe essersi verificato in una percentuale compresa tra il 20 e l’80% dei casi e per i livelli più elevati potrebbe essere stimato il superamento in una percentuale compresa tra il 9 e il 67%. L’intervallo dei valori misurati è comunque tra 2,31 picogrammi di tossicità equivalente e 634 picogrammi a litro di tossicità equivalente, con una media di circa 112 picogrammi; anche tralasciando il dato più elevato la media risulta di circa 8 picogrammi, con un valore comunque in ogni caso molto elevato. Nell’appello viene fatta una descrizione per ogni campione, per ciascuno dei campioni che sono stati prelevati ed esaminati, dei valori delle diossine misurate. Con riferimento a questi valori viene ancora osservato come anche il valore minimo misurato nelle acque di falda, pari a 2,31 picogrammi di tossicità equivalente al litro, risulti superiore al valore limite proposto dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale per gli scarichi di policloro di benzodiossina e policloro di benzofurani nei corpi idrici pari a 0,5 picogrammi per tossicità equivalente al litro. Con riferimento alla contaminazione media dell’acqua di falda, che è già indicata in circa 112 picogrammi, ed un rilascio di 4 litri al secondo verso i canali, ovvero come detto 126 milioni di litri all’anno, il quantitativo di diossine trasportate verso i canali risulterebbe dell’ordine di circa 14 miliardi di picogrammi per tossicità equivalente all’anno, pari a circa 14 milligrammi all’anno. Questo apporto inquinante diventa significativo con riferimento alla già esistente contaminazione dei sedimenti della laguna di Venezia. Anche un solo milligrammo, corrispondente ad un miliardo di picogrammi, può contaminare ogni anno ad un livello pari a 10 volte quello di fondo un quantitativo di sedimenti pari a 100 tonnellate; ed un milligrammo rappresenta un valore che è 14 inferiore a quello che sarebbe immesso in laguna nell’arco di un anno con il trasporto di 4 litri al secondo di acque contaminate al valore medio misurato a cura dell’Enichem. A pagina 506 della sentenza si dice poi che le falde di cui si discute non possono fornire portate compatibili con qualsiasi uso e ciò è certamente vero soprattutto per l’inquinamento delle acque inaccettabile secondo il decreto ministeriale del 1999. La portata è invece un fattore molto meno rilevante, in quanto possono esistere usi che richiedono un quantitativo limitato di acqua al giorno. Per quanto riguarda poi la contaminazione dei suoli del Petrolchimico, osserva il Pubblico Ministero, dopo aver premesso che i dati di contaminazione del suolo da diossine sono presentati in termini di tossicità equivalente, senza differenziare i vari congeneri, che risulta che i livelli di diossine e composti simili, rilevati sui diversi strati di suolo nell’indagine promossa da EniChem, in relazione a quanto previsto dal decreto ministeriale 471 del ‘99, su un totale di 30 siti campionati, superano in 8 siti i livelli previsti dal citato decreto ministeriale, che in 6 campioni la contaminazione supera di mille volte con valori massimi di ricerca, più di 30 volte superiori ai limiti, trattasi di percentuale di superamento dei limiti non irrilevanti, che dimostrano come sussistano tuttora strati non superficiali nell’area del Petrolchimico contaminati ad un livello superiore della cosiddetta zona B di Seveso, trattasi di valori di inquinamento del suolo che trovano corrispondenza in quelli dell’acqua, in quanto, tenuto conto della scarsa idrosolubilità delle diossine e della loro elevata affinità con il carbonio organico contenuto nel suolo, i livelli nell’acqua risultano inferiori più 10 mila volte rispetto a quelli del suolo e i livelli accertati nell’acqua e nel suolo sono tra di loro coerenti. Il Pubblico Ministero fa, quindi, seguire nell’appello l’elenco degli 8 campioni in cui sono stati rilevati valori superiori a quelli stabiliti dal decreto ministeriale 471/99. Conclude poi: per quanto riguarda le acque sottostanti al Petrolchimico, i dati indicano per i 6 campioni livelli da 2,31 a 634 picogrammi di ipertossicità equivalente a litro, con un valore medio, come detto già prima, di circa 112 picogrammi a litro di tossicità equivalente, 3 campioni su 6 superano il limite del decreto ministeriale e tutti i campioni comunque hanno una concentrazione non compatibile con il criterio proposto dalla commissione consultiva tossicologica nazionale per gli scarichi idrici. Calcoli elementari indicano poi, come già più volte ripetuto, che 4 litri al secondo corrispondono a 345.600 litri al giorno e 126 milioni di litri all’anno. Un tale trasferimento d’acqua inquinata comporta la contaminazione di 100 mila tonnellate di sedimento ad un livello pari a 10 volte quello di fondo. Le concentrazioni elevate nelle acque sono quelle che erano prevedibili in base al rapporto con il grado di contaminazione del suolo e del sottosuolo. I suoli inquinati rilasciano inquinanti nelle acque e, anche se il rilascio dell’acqua è quantitativamente limitato, risulta comunque di notevole impatto ambientale in relazione alla tossicità delle sostanze in esame. L’affermazione del Tribunale sul punto non può di conseguenza essere condivisa, perché se è vero che il flusso è limitato, è anche vero che il carico inquinante è rilevante e comunque il flusso dell’acqua nel corso di un anno è considerevole. Premetto che qui potrebbe essere che alcune parti della sentenza che riguardano il riflesso dell’inquinamento sotto il profilo dell’avvelenamento vengono poi esposte nell’ultima parte, in cui viene affrontato l’argomento dell’avvelenamento e dell’adulterazione.

 

PRESIDENTE – Ci fermiamo qui, facciamo una piccola pausa.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 14.55.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 15.05.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott.ssa Perdibon - Ritornando alla sentenza, viene affrontata nel capitolo quarto la compromissione del sedimento dei canali dell’area industriale rilevanti in termini di disastro colposo come antecedente dell’avvelenamento del biota su di esso vivente. Secondo il Pubblico Ministero l’evento disastro consisterebbe nell’alterazione dell’ecosistema dell’area industriale, nella contaminazione dei comparti ambientali che lo costituiscono attinti dal catabolismo del Petrolchimico. Secondo l’ipotesi accusatoria il sedimento dei canali dell’area industriale sarebbe stato attinto dal catabolismo del Petrolchimico con effetti rilevanti in termini di disastro colposo e dal sedimento la contaminazione si sarebbe estesa al biota su di esso vivente con effetti rilevanti in termini di avvelenamento. L’inquinamento sarebbe causato da microcontaminanti organici e inorganici, in particolare diossine, che, per la costante presenza di octacloro e di benzofurani, troverebbero la loro matrice nella filiera del cloro e di conseguenza nella produzione del Petrolchimico. La cosiddetta impronta delle diossine denota la matrice della contaminazione ed è improbabile che la matrice possa essere individuata in un altro tipo di produzione, in quanto le diossine derivanti da altri processi produttivi diversi dal Petrolchimico sarebbero diversamente connotate. La circostanza è confermata dalla corrispondenza delle impronte caratteristiche del sedimento dei canali inquinati con quelli dei pozzetti interni al plesso Petrolchimico. L’accertamento, avente per oggetto la presenza nel sedimento dei canali delle diossine, dei policlorobifenili, degli idrocarburi policiclici aromatici, degli idrocarburi clorurati, delle ammine ed altro, dimostrerebbe la sussistenza dell’evento di danno ambientale disastroso. Per dimostrare il grado disastroso dell’inquinamento vengono fatti confronti tra il sedimento dei canali dell’area industriale e il sedimento dei canali dell’Isola di Sant’Erasmo. Per molti campioni risultano superati, ora per un parametro, ora per più parametri, i limiti della classe b), talvolta quelli della classe c) del protocollo d’intesa del Ministero dell’Ambiente, in particolare risulterebbero molto inquinati i sedimenti del canale Lusore-Brentelle, antico corpo ricettore degli scarichi di provenienza del Petrolchimico, il bacino di evoluzione del canale industriale sud per la concentrazione degli idrocarburi policiclici aromatici, la Darsena della Rana per la concentrazione sempre degli IPA, di esaclorobenzene e di policloro bifenili. Causa di contaminazione del sedimento in sintesi secondo l’Accusa sarebbero: 1) gli scarichi incontrollati nel canale Lusore-Brentelle, antico corpo ricettore, di quelli attivi fino alla metà degli anni ‘70, salvo per quel che riguarda taluni scarichi superstiti; 2) lo smaltimento delle peci clorurate trasportate con autobotti e bettoline in tutte le acque dei canali industriali della prima e della seconda zona industriale; 3) gli apporti inquinanti recati fino all’attualità dallo scarico SM15, scarico principale di provenienza del Petrolchimico, ritenuto responsabile della contaminazione dei cosiddetti bassi fondali antistanti l’area di insediamento del plesso industriale, dove comunque, anche secondo l’Accusa, i valori dei policlorodibenzodiossinefurani si riducono di tre ordini di grandezza rispetto a quelli della prima zona industriale. Le prime due cause sarebbero pertinenti a fatti meno recenti, la terza a fatti più recenti, anzi, al presente, in particolare l’Accusa osserva come nell’acqua in uscita dallo scarico SM15 si rinvengano quelle sostanze che, in concentrazioni significative, si trovano nei sedimenti all’esterno del Petrolchimico, in primo luogo le diossine. In tesi di accusa sarebbero attuali apporti rilevanti di inquinanti, in particolare l’immissione di diossina nelle acque dei canali finiti nel plesso industriale si sarebbe protratta almeno fino al 1998. lo proverebbe il fatto che un campione prelevato dal Magistrato delle Acque nel ‘98 avrebbe rilevato un valore di concentrazione 150 picogrammi/litro 300 volte superiore al valore limite per gli scarichi industriali proposto dalla Commissione consultiva tossicologica nazionale per le diossine e furani pari a 0,5 picogrammi al litro. Gli scarichi del Petrolchimico sarebbero stati effettuati, sempre nell’ipotesi accusatoria, in violazione del noto divieto di diluizione, articolo 9, quarto e settimo comma della legge n. 319/76, come modificato dalla legge 650/79, stante la confluenza di acque di processo e di altre correnti nel principale scarico del plesso industriale prima del recapito nel corpo recettore. Osserva ancora l’Accusa come decine di migliaia di bollettini di analisi interne dimostrerebbero il superamento dei limiti di legge anche in epoca recente. L’imputazione addebita agli imputati lo scarico di fanghi, di catalizzatori esausti e di altri sottoprodotti di risulta attraverso gli scarichi SM2 e SM15, con concentrazioni di nitrati e clorurati superiori ai limiti di accettabilità previsti dal D.P.R. 962/73, normativa speciale per la contarminazione lagunare e tale condotta si porrebbe così in nesso causale con il disastro e l’avvelenamento del biota. Un ulteriore addebito di colpa pertinente la disciplina dei rifiuti, ma rilevante anche per quanto riguarda la gestione degli scarichi nelle acque è quello conseguente alla presenza del CVM nelle acque di processo e nei reflui di provenienza del Petrolchimico, che comporta la qualifica di tutti i rifiuti recapitati nel corso recettore nel corso del tempo, anche di quelli convogliati attraverso gli scarichi SM2 e SM15 come rifiuti tossico-nocivi. Tanto conseguirebbe al fatto che gli imputati non avrebbero dimostrato che nelle acque di processo provenienti dagli impianti citati le concentrazioni di CVM fossero compatibili con le concentrazioni limite relative alla diossina, sostanza nominata nella tabella 1.1 allegata alla delibera del Comitato interministeriale 27 luglio dell’84. Tutti i reflui avrebbero dovuto essere smaltiti come rifiuti tossico-nocivi in forme adeguate a quelle indicate dal D.P.R. dell’82, cioè nella forma della termodistruzione, e non nelle forme previste dalla disciplina relativa agli scarichi delle acque. Le condotte sopra dette integrerebbero così i reati di disastro in nominato per i danni interessanti l’ecosistema nel suo complesso, nonché quelli di adulterazione e avvelenamento, estendendosi la contaminazione attraverso l’inquinamento del biota alle risorse alimentari costituite da pesci e molluschi suscettibili di essere immessi nel mercato attraverso la pesca abusiva praticata nel luogo. Il pericolo per incolumità pubblica sarebbe attuale e il reato di disastro in nominato sarebbe permanente in atto. Il Tribunale quindi dà atto di alcuni dati incontroversi. La contaminazione del sedimento dei canali dell’area industriale esiste ed è quella descritta nel piano direttore 89 della Regione Veneto, che descrive la situazione quale era negli anni della transizione del Petrolchimico da Montedison ad EniChem, evidenziando anche che la grave situazione che aveva portato l’ecosistema lagunare vicino al collasso agli inizi degli anni ‘70 appariva in miglioramento grazie ad interventi di depurazione già avviati e al miglioramento e riconversione delle tecnologie industriali, ma non facilmente superabile per quanto riguardava la componente inglobata nei sedimenti. Lo stato di compromissione del sedimento dei canali dell’area industriale è attribuibile al catabolismo industriale risalente nel tempo, vedi i consulenti tecnici della stessa Accusa Bonamin e Rabiti e le posizioni dei testi Pevanato e Ferrari, tutte convergenti nel riconoscere che la maggior parte delle sostanze inquinanti è stata immessa in laguna nel ventennio ‘50-’70. Gli esperti dell’Accusa, Baldassari, Bonamin e Fanelli hanno accertato la presenza degli inquinanti di derivazione dai processi di lavorazione industriale oggetto del processo, i policlorodibenzodiossine, i furani, IPA, esaclorobenzene e i metalli pesanti, e hanno individuato nel contesto dell’intera conterminazione lagunare 6 distinte aree di rischio, secondo l’andamento della concentrazione di inquinanti e rilevando, come da tutti atteso, per tutti gli inquinanti concentrazioni più elevate nella zona industriale. Nel canale Lusore-Brentelle hanno rilevato alte concentrazioni di mercurio e hanno altresì rilevato nei campioni di sedimento dei canali dell’area industriale diossine che recano l’impronta del cloro. Tanto premesso, trattasi di circostanze sostanzialmente incontestate, osserva il Tribunale come sia essenziale nel processo accertare se tale situazione sia riferibile al fatto degli imputati, se non altro in termini di aggravamento della contaminazione preesistente e come altrettanto essenziale nel processo sia verificare se tale situazione possa dirsi obiettivamente riferibile al Petrolchimico degli anni interessanti l’imputazione. Procede quindi il Tribunale all’analisi della consulenza del consulente dell’Accusa Racanelli. Premesso che l’analisi è stata orientata sui PCDD, PCDF, PCB, IPA e altro, che degli esiti è stata fatta una valutazione secondo i parametri del protocollo d’intesa del ‘93, che nessuna distinzione è stata fatta tra la prima e la seconda zona industriale, che sono stati assunti i dati di sedimenti superficiali campionati dal ‘92 a tutto il ‘99, con conseguenti differenze influenzate da variabili spaziali, temporali e analitiche, dipendenti queste ultime dai risultati ottenuti da diversi laboratori, per cui sono state considerate significative solo differenze tra dati che variano per più di un ordine di grandezza e che quale parametro di confronto sono stati presi i campioni prelevati in prossimità dell’Isola di Sant’Erasmo, che nella zona industriale sono stati fatti campionamenti in 7 punti denominati rispettivamente da S1 a S7, tutti raffrontati ai parametri di cui alle colonne A, B e C del protocollo d’intesa del ‘93 del Ministero dell’Ambiente. Sulla base delle indagini tecniche eseguite secondo i criteri ora citati si sono avuti i seguenti risultati: la presenza di mercurio in misura superiore ai parametri sopra indicati nel punto S7, sedimento del canale Lusore-Brentelle, antico corpo recettore degli scarichi di provenienza del vecchio Petrolchimico; la presenza di esaclorobenzene, sottoprodotto delle produzioni di interesse processuale, composti clorurati e presenti in dosi massicce nelle peci clorurate. In base a tali dati ritiene l’Accusa che la contaminazione del sedimento dei canali della zona industriale sia causata da pratiche di smaltimento dei rifiuti mediante getto diretto nei canali a mezzo di autobotti e bettoline di provenienza del Petrolchimico. Quanto sostenuto dall’Accusa, rileva subito il Tribunale, non risulta però in alcun modo provato per quanto riguarda il periodo di gestione del Petrolchimico da parte degli imputati, anni 1970–2000, perché consta l’esatto contrario. Le analisi del consulente dell’Accusa evidenziano poi in particolare percentuali che superano le soglie del citato protocollo d’intesa dei policlorobifenili, dei policlorodibenzodiossine, dei policlorodibenzofunari, degli IPA, degli IPA tossici nel piombo, nel rame, nell’arsenico, l’arsenico supera di 4 punti il livello del protocollo ed il consulente tecnico evidenzia che l’arsenico è contenuto nelle ceneri di pirite, fanghi rossi usati in antica data per l’imbonimento dell’area di sedime della zona industriale. Conclusivamente secondo la consulenza del consulente tecnico dell’Accusa, ora per un parametro, ora per l’altro, talvolta per più dei parametri sopra indicati, i campioni di sedimento prelevati dai canali della zona industriale superano i limiti di cui alla classe B) del protocollo d’intesa. Per i campioni di sedimento superficiale prelevati dai punti sopra indicati risultano superati i limiti di cui alla classe C) dello stesso protocollo. Il sedimento del canale Lusore-Brentelle presenta un grado di inquinamento più elevato, che non è classificabile in base al protocollo e dovrebbe imporne la gestione come rifiuto tossico-nocivo. Fa quindi seguire il Tribunale un esame dell’analisi dell’altro consulente dell’Accusa Ferrari: "Il consulente tecnico Ferrari accerti innanzitutto che gli scarichi erano autorizzati dal Magistrato alle Acque, che la produzione dei clorurati avviene nel vecchio Petrolchimico e che gli scarichi versavano direttamente nel canale Lusore-Brentelle senza alcun tipo di trattamento, che verso la metà degli anni ‘70 la produzione dei clorurati si spostava nell’area del nuovo Petrolchimico e a questa stessa epoca risalgono i primi impianti di trattamento e termocombustione dei reflui clorurati denominati CS30 e CS28". Il consulente ha poi indicato, elencandoli, gli impianti che scaricavano direttamente nel canale Lusore-Brentelle: a) impianto clorosoda avviato nel ‘51 e chiuso nel ‘72; b) impianto di produzione del CV1 chiuso intorno al ‘70, CV10 chiuso nell’81; c) altri impianti fino alla realizzazione dell’impianto chimicofisicobiologico SG31c avvenuta nel ‘78; d) le produzioni di tetracloroetano e trielina, clorurodibenzile e benzale scaricavano le acque reflue fino con recapito nel canale Lusore-Brentelle fino all’avvio dell’impianto di strippaggio dei clorurati. E’ in realtà incontroverso, osserva il Tribunale, che il canale Lusore-Brentelle sia stato gravemente compromesso dal catabolismo del Petrolchimico e ciò nel tempo, per cui si sarebbe dovuto verificare se si trattava di tempi storici che trascendevano o meno l’imputazione. L’Accusa non si è invece posta il problema di accertare se si tratta di tempi storici che superano quelli dell’imputazione, né di verificare se vi sia una relazione tra le condotte degli imputati ed una qualche forma di aggravamento della contaminazione preesistente. Sul piano normativo evidenzia quindi il Tribunale che la legislazione speciale per la salvaguardia di Venezia, D.P.R. 972/73, legge 376 del ‘73, legge 171/73, entrano in vigore tardivamente essendo stati termini per l’installazione degli impianti di depurazione dei reflui in laguna prorogati fino a tutto l’1 marzo dell’80 e che prima di questa data non possano considerarsi operativi i parametri di accettabilità degli scarichi di cui alle tabelle allegate al D.P.R. 972/73 e che neppure altrove opera la legge Merli. Osserva ancora il Tribunale che consta che al primo marzo ‘80 gli scarichi di provenienza dal Petrolchimico erano muniti di impianti di trattamento delle acque di scarico. Secondo l’ipotesi accusatoria l’inquinamento dei canali e della laguna nella parte antistante la zona industriale, causato dalla presenza di diossine e idrocarburi clorurati di risulta della produzione del Petrolchimico, sarebbero stati causati per il passato dagli scarichi nelle acque di reflui senza trattamento e nella evacuazione diretta in laguna di rifiuti clorurati a mezzo di bettoline e autobotti, come già detto prima, e in epoca più recente dallo scarico SM15. Con riferimento a tale scarico e premesso che i sistemi di trattamento sono rimasti sostanzialmente gli stessi, salvo alcune migliorie nel ‘95 e nel ‘98 a seguito di interventi della Magistratura, viene evidenziato che nello scarico S12, che poi confluisce nello scarico predetto, erano stati fatti dei campionamenti ed era stato trovato un valore di concentrazione pari a 150 picogrammi/litro, valore superiore di 300 volte il limite degli scarichi industriali proposto dalla Commissione consultiva tossicologica nazionale per le diossine e i furani, che lo poneva appunto in quello di 0,5 picogrammi per litro, che la diossina rinvenuta nei bassi fondali ha la stessa impronta di quella dei reflui di produzione del dicloretano, del CVM e degli altri idrocarburi clorurati provenienti dallo scarico SM15. Gli esperti dell’Accusa pervengono a ritenere che la fonte di contaminazione dei canali dell’area industriale debba essere individuata nella produzione del Petrolchimico e nei relativi scarichi, perché le diossine rinvenute nei sedimenti dei canali avrebbero la stessa impronta di quelle presenti nei reflui di derivazione delle produzione del cloro. Viene quindi spiegato il procedimento attraverso il quale diventa possibile individuare la cosiddetta impronta delle diossine e collegarle ad un determinato processo chimico. Sinteticamente si spiega come la famiglia delle diossine e dei furani sia composta di 210 congeneri, che usualmente ne vengono esaminati solo 17, quelli con tossicità più elevata, che viene correlata mediante un fattore di conversione, cosiddetto tossicità equivalente, a quella più pericolosa della tetraclorodibenzodiossina, classificata come cancerogena. I 17 congeneri vengono poi ridotti a 10 omologhi attraverso il comune grado di clorurazione, 10 omologhi sono rispettivamente per le diossine e i furani, tetra, penta, esa, epta e octodiossinefurani, e in relazione al diverso processo produttivo che genera le diossine e i furani varia anche la proporzione tra i predetti gruppi di congeneri. E’ questa verifica che consentirebbe di identificare un profilo o un’impronta delle diossine e furani ed associarle ad un determinato processo chimico. Il collegamento e l’impronta, avvertono però gli stessi periti dell’Accusa, non sono paragonabili all’impronta digitale, essendo certo meno precisa; peraltro le variazioni che caratterizzano i processi produttivi dello stesso tipo di quello considerato comportano importanti variazioni nel disegno del congenere e portano di conseguenza alla configurazione di profili relativamente diversi, che comunque mantengono la loro peculiarità o tratto caratteristico. Sinteticamente, i confronti effettuati dagli esperti consentono di accertare che nell’impronta dei fanghi prelevati nei pozzetti interni del Petrolchimico vi è prevalenza di octaclorofurano e la stessa prevalenza viene notata nei sedimenti superficiali di tutta la zona industriale. Questo dato, unitamente ai dati di letteratura in materia di prevalenza degli octaclorofurani nei reflui di provenienza della produzione del cloro, consente all’Accusa di ritenere che il Petrolchimico sia la causa dell’inquinamento di tutta l’area industriale, non essendo peraltro possibile individuare nell’area interessata altri processi produttivi responsabili della presenza dello stesso tipo di diossine rinvenute nei sedimenti dei canali, atteso che le diossine di risulta di altri processi produttivi non sono in nessun modo connotate dalla presenza di octaclorodibenzofurani. Ricorda a questo punto il Tribunale come lo studio del C.N.R. perviene a diverse conclusioni, escludendo che le impronte dei sedimenti prelevati nei punti di campionamento siano sovrapponibili a quelle tipiche della produzione del CVM. Ritiene comunque l’Accusa che i profili e le impronte delle diossine di risulta delle lavorazioni del Petrolchimico possano essere associate ad un’impronta media peculiare che esclude la possibilità di individuare altra matrice dalla contaminazione, impronta caratterizzata dalla prevalenza di octaclorofurani, seguiti dagli eptaclorofurani o anche dall’octaclorodiossina. I profili e le impronte delle diossine di risulta delle lavorazioni del Petrolchimico non possono essere associati ad un’impronta unica tipica, però possono essere associati ad un’impronta media, comunque peculiare e tutti i sedimenti dei canali industriali denunciano la stessa matrice della contaminazione in quanto tutti i campioni dei sedimenti sono riferibili allo stesso insieme. Non si fa carico - rileva il Tribunale - invece l’Accusa di datare l’epoca della contaminazione, pur essendo tecnicamente possibile. Tanto premesso, per quanto riguarda le tesi dell’Accusa osserva il Tribunale come l’Accusa in queste sue valutazioni trascuri due importanti evidenze, che provengono in verità dalle stesse analisi dei suoi consulenti: uno, l’andamento delle concentrazioni delle sostanze inquinanti evidenzia una forte diminuzione procedendo da nord verso sud, man mano che ci si allontana dalla prima zona industriale per avvicinarsi alla seconda zona industriale; due, lo spazio antistante lo scarico SM15, scarico principale di provenienza del plesso industriale dalla metà degli anni ‘70 ad oggi, in questo spazio antistante lo scarico i valori di concentrazione degli inquinanti risultano più bassi di quelli rilevati nel sedimento di altri canali industriali. Prima di affrontare problematiche più complesse, il Tribunale ritiene quindi di esaminare quella secondo cui la contaminazione è proseguita fino al 1998, con l’immissione di diossine attraverso lo scarico SM15 del Petrolchimico, ipotesi che non ritiene plausibile. Alla base dell’ipotesi accusatoria sopra esposta ci sarebbero i risultati dell’analisi di un prelievo fatto allo scarico S12, affluente nello scarico SM15, da cui è stato rilevato un valore di concentrazione pari a 150 picogrammi/litro, di cui si è già parlato prima, risultato 300 volte superiore al limite proposto per gli scarichi industriali dalla Commissione consultiva tossicologica nazionale per le diossine. Tale esito non sarebbe però rilevante, secondo il Tribunale e secondo le condivisibili critiche del consulente tecnico della Difesa Foraboschi, che ha evidenziato gli errori delle valutazioni fatte dall’Accusa. Innanzitutto si evidenzia che si tratta di un prelievo unico e non di più campionamenti fatti in un momento in cui la corrente andava alimentando l’impianto biologico o non nell’atto di essere scaricata direttamente nel corpo idrico ricettore; che il valore indicato è comunque erroneo perché, quando è stato indicato il predetto valore limite, 0,5 picogrammi/litro nell’87, la misura di tossicità equivalente era calcolata secondo i criteri Epa dell’87, adottando i quali la concentrazione dello scarico S12 risulta di 14 picogrammi al litro e non dei 151 picogrammi, come indicato dall’Accusa, che ha adottato nella sua valutazione criteri successivi, Epa ‘89. Si evidenzia poi che mancano altri rilevamenti tali da rendere il dato significativo, mentre la stessa Commissione consultiva ritiene necessario disporre di un numero di rilevamenti statisticamente significativo. Rileva ancora che non esistevano all’epoca, secondo la normativa italiana, limiti per le concentrazioni di policlorodibenzodiossinefurani nelle acque di scarico e tanto meno le correnti interne inviate a trattamento così come lo era la corrente S12 al momento del campionamento; che il limite di cui sopra era stato indicato dalla Commissione con riferimento ad un caso particolare molto diverso, cioè quello della ricaduta di polveri esistenti nei prodotti di combustione derivanti da un impianto dell’inceneritore della città di Firenze, per cui la situazione esaminata dalla Commissione non era confrontabile con quella in esame; che comunque l’apporto inquinante era limitato. L’Accusa non si era fatta carico di indicare le conseguenze derivanti dall’emissione delle diossine nella misura rilevata attraverso lo scarico SM15. Il consulente della Difesa aveva invece dimostrato che il flusso di massa dello scarico S12, dati per buoni i risultati dell’analisi, risultava pari a 6 microgrammi allora espressi in tossicità equivalenti dell’87. In via esemplificativa il Tribunale poi nella sentenza riporta alcuni esempi per dimostrare che comunque, anche a ritenere rilevante o veritiero l’apporto dello scarico SM15 nella misura rilevata, non avrebbe potuto essere rilevante nei termini dell’ipotesi delittuosa del disastro. Rilevava ancora il Tribunale che la portata delle acque provenienti dagli impianti di produzione del Petrolchimico trattate dai suoi sistemi di depurazione e confluenti nello scarico finale SM15 è pari a circa 0,3 metri cubi al secondo e che non era fondata quindi l’affermazione del consulente tecnico dell’accusa, Ferrari, secondo cui invece lo scarico SM15 sversava circa 12 metri cubi al secondo di acque. Risultava invero, anche dalla relazione del Magistrato delle Acque, qual era il flusso dello scarico SM15 e cioè 11 milioni di metri cubi ogni anno, volume che corrisponde alla portata media di 0,3 metri cubi al secondo. Risultava ancora che lo scarico era stato regolarmente autorizzato e che erano state imposte quelle prescrizioni accessorie e controlli analitici e che quello evidenziato risultava essere l’unico controllo positivo noto in materia di formazione di diossine. Ad integrare l’infondatezza dell’accusa sul punto, vengono quindi richiamate considerazioni che poi saranno sviluppate nel prosieguo e che riguardano la tesi dell’Accusa, considerazioni che il Tribunale ritiene tutte infondate e secondo le quali gli scarichi erano effettuati in violazione del divieto di (inc.), l’altra considerazione d’accusa relativa al superamento dei parametri di accettabilità di cui al DPR del ‘73 che aveva determinato la condizione peggiorativa dello scarico delle acque, l’altra tesi dell’accusa che sarà poi esaminata dettagliatamente e comunque si premette che viene ritenuta infondata, è quella relativa alla presenza di cloruro di vinile monomero nelle acque di processo dei reparti del cloruro di vinile 22, 23, 24 e 25, la presenza del cloruro avrebbe conferito l’intero flusso in uscita dagli scarichi SM2 ed SM15 il carattere di rifiuti tossico nocivi con la conseguenza che tutti i rifiuti avrebbero dovuto essere gestiti come rifiuti tossico nocivi e non invece, secondo le valutazioni tecniche e disciplina, pertinenti agli scarichi delle acque. Nessun addebito può essere fatto poi con riferimento ad epoca più recente, dal ‘99 al 2000, risultando provato che lo scarico inquinante del Petrolchimico è attestato su valori medi inferiori al carico ammesso dai parametri tabellari di riferimento. Viene quindi ribadito dal Tribunale, prima di procedere analiticamente alla valutazione di tutti i passaggi che secondo l’ipotesi accusatoria i sedimenti dei canali di tutta l’area industriale sono contaminati da microinquinanti organici e inorganici, in particolare da diossine e per la costante presenza della specie di octaclorobenzofurani denunciano la provenienza della filiera del cloro e perciò del Petrolchimico e che quindi nella tesi accusatoria assume rilevanza centrale il tema relativo all’impronta delle diossine. Viene quindi esaminato il problema delle impronte delle diossine. Innanzitutto, rileva la difesa come i prelievi di campioni siano stati fatti da pozzetti pertinenti a rami di impianti chiusi da tempo nei quali venivano convogliate acque meteoriche ed acque di lavaggio, non acque di processo. Pertanto, le acque meteoriche venivano raccolte in vasche ed inviate ad un impianto di strippaggio CS30 dei clorurati i cui fanghi vengono smaltiti nei forni dell’impianto CS28 e ciò poneva innanzitutto un problema di rappresentatività dei campioni di fango prelevati nei pozzetti. Comunque osserva il Tribunale, dalle analisi dei prelievi di fango effettuati dai consulenti della Difesa negli stessi pozzetti in cui erano stati fatti i prelievi da parte dei tecnici del Pubblico Ministero, analisi orientate alla ricerca di composti organo alogenati e delle diossine e furani risulta, secondo i grafici che sono riportati nelle pagine da 626 a 629, che contrariamente a quanto ritenuto dall’Accusa, le impronte delle diossine rilevate nei pozzetti non hanno caratteristiche proprie, essendo costituite da mescolanze eterogenee e quindi non rappresentative, che vi sono differenze al confronto delle impronte caratteristiche del canale Lusore-Brentelle, antico corpo recettore degli scarichi del Petrolchimico, con quelle del canale industriale nord. Non solo le impronte delle diossine rilevate nei pozzetti non hanno caratteristiche proprie, ma anche non vi è corrispondenza con la distribuzione delle diossine e furani presenti nelle acque reflue dei processi produttivi. Risulta invece, e ne danno atto gli stessi esperti delle Difese, che le impronte delle diossine di cui ad un campione, il campione numero 4, di cui peraltro l’Accusa non aveva fornito risultati, corrispondono esattamente a quelle dei sedimenti del Canale Lusore-Brentelle ed i composti che sono stati trovati nel canale Lusore-Brentelle sono state trovate nei pozzetti esaminate. Le impronte del canale Lusore-Brentelle sono diverse da quelle degli altri canali, dal canale industriale nord, dal canale Brentella, dal canale Sasso, dal canale San Giuliano. L’impronta del pozzetto numero 4, fango di fognatura del CV10 e 11, è del tutto identica all’impronta del Canale Lusore-Brentelle, mentre le impronte dei campioni rilevati da altri pozzetti del sistema fognario, non sono sovrapponibili a nessun’altra impronta e sono tali i rilievi tecnici che pongono il serio problema di verificare la corrispondenza delle impronte rilevate dove transitavano acque reflue convogliate nei pozzetti del vecchio Petrolchimico con impronte dei canali diversi dal Lusore-Brentelle. Sempre sulla questione delle impronte delle diossine, a confutazione dell’ipotesi che individua nel Petrolchimico la matrice della contaminazione nel sedimento del canale dell’area industriale indistintamente considerata, osserva il Tribunale come la Difesa abbia sostenuto che la identità delle impronte rilevate nel sedimento del canale Lusore-Brentelle con quella tipica della produzione del CVM e quelle rilevate nelle analisi dei campioni dei fanghi prelevati dagli scarichi, vecchi e nuovi scarichi del Petrolchimico, consente di ritenere che le caratteristiche delle emissioni inquinanti del Petrolchimico, rimangono almeno tendenzialmente uniformi nel tempo e ciò in contrasto con l’ipotesi formulata dall’accusa, secondo cui invece le differenze riscontrate tra tali impronte, in particolare tra quelle dei canali della prima e seconda zona industriale, deriverebbero da variazioni indotte nel tempo delle caratteristiche dei processi produttivi del medesimo tipo di quello considerato, cioè della filiera del cloro. Procede quindi il Tribunale ad elencare le ragioni della tesi difensiva elaborata sulla base della consulenza del consulente tecnico, fine che giustifica le conclusioni di cui sopra. Il consulente delle Difese attraverso il confronto tra le impronte dei sedimenti inquinanti nelle diverse aree della contaminazione con terminazione lagunare, ed in particolare nel campo della prima e seconda zona industriale, evidenzia la differente matrice della contaminazione. Muovendo nell’ambito della prima zona verso la seconda zona industriale, evidenzia altresì che per tutti gli inquinanti di interesse processuale i livelli di concentrazione tendono nettamente a diminuire e sulla base delle accertate differenze è possibile affermare che le due aree, quelle della prima zona industriale e quelle relative alla seconda zona industriale, sono soggette a fonti diverse di contaminazione di policloro di benzodiossine e furani. La prima zona industriale ha risentito di emissioni che presentano caratteristiche diverse da quelle degli scarichi del Petrolchimico le quali invece sicuramente caratterizzano l’impronta dei sedimenti del canale Lusore-Brentelle. Ciò confuta la tesi accusatoria dell’identità della causa della contaminazione di tutti i sedimenti dei canali dell’area industriale indistintamente considerata da identificarsi nel catabolismo delle acque di provenienza del Petrolchimico. La evidenzia di tali differenze viene giustificata dall’Accusa con variazioni indotte nel tempo dal ciclo produttivo. E’ vero che le impronte variano e non sono riconducibili ad un’unica impronta, secondo quanto sostenuto dall’accusa, bensì ad una impronta media, però ciò non dipende da diversa origine dell’inquinamento, ma dal diverso tipo di processo produttivo. Nella sua analisi, il consulente della Difesa utilizza un database di 1300 campioni di sedimenti e come il consulente dell’Accusa segue il metodo di analisi delle componenti principali applicandolo ai dati dell’intero database; descrive quindi l’analisi dei componenti principali con un metodo di analisi statistica che consente di trasferire in un sistema a due o tre dimensioni, quindi graficamente rappresentare la maggiore o minore analogia; elimina inoltre alcuni dati che avrebbero potuto falsare gli esiti escludendo tutti i campioni caratterizzati da valori inferiori ad un limite di rilevabilità analitica per almeno 6 congeneri e dall’analisi svolta secondo questi criteri risulta che i campioni del canale nord, del canale Brentella, canali della prima zona industriale, sono riconducibili al medesimo insieme, mentre quelli del canale Lusore-Brentelle non sono riportabili al medesimo insieme, differenza che consente di affermare come le due aree siano soggette a fonti di inquinamento, per quanto riguarda sempre le diossine e i furani, diverse. Il contesto della prima zona industriale ha risentito nel tempo di emissioni che hanno caratteristiche diverse da quelle degli scarichi del Petrolchimico che caratterizzano invece l’impronta dei sedimenti del canale Lusore-Brentelle; di conseguenza risulta infondata la tesi accusatoria secondo cui invece il Petrolchimico sarebbe responsabile dell’inquinamento di tutta la zona industriale indistintamente. L’ipotesi dell’Accusa secondo cui le differenze delle impronte dipenderebbero dalle varianti del ciclo produttivo, è rimasta a livello di sola ipotesi; è stata invece dalla Difesa dimostrata la sua inconsistenza in quanto lo studio di campioni superficiali e profondi evidenziano una sostanziale uniformità delle impronte delle diossine, da cui è lecito dedurre che le variazioni indotte nel ciclo produttivo non hanno modificato le caratteristiche delle emissioni. In conclusione, dall’esame delle impronte risulta che le impronte rinvenute nel canale Lusore-Brentelle corrispondono alle impronte riportate in letteratura come caratteristiche della produzione del CVM che sono diverse da quelle rinvenute nel canale della prima zona industriale, canale Brentelle e canale (inc.) nord, che l’impronta del canale Lusore-Brentelle è rimasta costante nel tempo e pertanto mutazioni del ciclo produttivo non hanno influito sull’impronta, che la spiegazione dei consulenti tecnici dell’Accusa secondo cui la differenza dipenderebbe da variazioni della produzione non risulta giustificata, che le impronte dei sedimenti del Lusore-Brentelle corrispondano a quelle caratteristiche della produzione del CVM nonché a quelle riscontrate nei fanghi prelevati dagli scarichi SM12 e SM22, che queste impronte sono diverse da quelle caratteristiche della prima zona industriale, che dimostrano invece analogie con quelle tipiche invece di altre produzioni industriali. Continua poi la sentenza nel confutare l’ipotesi accusatoria che individua nel Petrolchimico la matrice della contaminazione del sedimento dei canali dell’ara industriale indistintamente considerata ed evidenzia il Tribunale alcune circostanze che sono incontestate o comunque adeguatamente provate. E’ incontestato innanzitutto che il gradiente di contaminazione diminuisce passando dalla prima alla seconda zona industriale, da nord a sud, avvicinandosi ai canali prospicienti l’area dell’insediamento Petrolchimico, che nella zona sud nei cosiddetti bassi fondali, area che in tesi di accusa continuerebbe ad essere inquinata dagli apporti dello scarico SM15, i livelli di concentrazione delle diossine sono notevolmente ridotti e l’unica eccezione è quella rappresentata dal canale Lusore-Brentelle che risulta molto inquinato e verosimilmente perché antico corpo recettore degli scarichi del Petrolchimico in epoca in cui non vi era alcuna regolamentazione e il gradiente di inquinamento dalla prima alla seconda zona industriale contraddice l’ipotesi accusatoria secondo cui la contaminazione avrebbe invece la sua origine nel Petrolchimico. Secondo gli esperti delle Difese, la contaminazione da diossine e furani avrebbe inizio nella prima metà del secolo, si sarebbe intensificata fino a raggiungere i valori massimi per le diossine e furani negli anni ‘50, ‘60. Gli esperti Bellucci e Colombo hanno indicato le cause della contaminazione della prima zona industriale identificando la sorgente dell’impronta delle diossine e furani presenti nella prima zona industriale e accertandone una diversità da quelle presenti nell’antico corpo recettore del Petrolchimico, hanno giustificato la contaminazione del canale sud della seconda zona industriale e spiegato l’influenza negativa dell’antico sito di discarica dell’isola delle Tresse vicino allo scarico SM15. Prima di esaminare il lavoro degli esperti il Tribunale riprende alcune valutazioni già fatte in ordine alla normativa vigente in epoca precedente l’entrata in vigore, le norme di protezioni ambientale relativa alla insalubrità delle lavorazioni, norme che per decenni hanno disciplinano l’esistenza e l’andamento delle produzioni inquinanti, ricorda il già citato articolo 216 del Testo Unico legge sanitaria, che prevedendo l’isolamento delle fabbriche e manifatture che producevano gas, vapori o esalazioni... indicava chiaramente che la norma veniva intesa come finalità di tutela solo sanitaria e non di tutela ambientale e tale disposizione per quanto riguarda il contesto territoriale di causa venne attualizzata poi dalle norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale di Venezia del ‘56. In particolare venne ricordato come la pubblica amministrazione avesse previsto per attività che oggi definiremmo ad impatto ambientale, la destinazione delle aree prospicienti la zona industriale di Porto Marghera che attualmente occupa un fronte di 6, 7 chilometri con una profondità di circa 4 chilometri. Dal punto di vista storico, osserva poi il Tribunale come dev’essere tenuto presente ciò che l’Accusa invece ha ignorato e cioè il fatto che la prima zona industriale era stata realizzata mediante l’imbonimento di vaste aree di barena con materiale di risulta degli scavi dei canali portuali e la seconda zona industriale invece mediante l’imbonimento avvenuto quasi esclusivamente con rifiuti di provenienza dalle lavorazioni della prima zona industriale, rifiuti che alla stregua delle valutazioni normative vigenti dall’84, sono definiti tossico nocivi e di questi rifiuti usati per l’imbonimento, una grande quantità di colore rosso, i cosiddetti fanghi rossi, derivano da processi di decuprazione delle ceneri di pirite e da processi di lavorazione della bauxite, entrambi estranei al catabolismo del Petrolchimico. Naturalmente, insieme vi erano rifiuti di molte altre produzioni, del ciclo dell’acido solforico, materiale di risulta della produzione metallurgica, scarti di fonderia, cenere di carbone e altro. Al catabolismo delle predette produzioni, si aggiunse poi quelle derivanti dalle produzioni del cloro da parte del Petrolchimico i cui insediamenti produttivi vennero collocati nella seconda zona industriale e i cui scarichi avvenivano nel canale Lusore-Brentelle. Il sottosuolo della seconda zona industriale per alcune centinaia di metri è costituito da rifiuti di antica derivazione dalle produzioni della prima zona industriale e nello zoccolo di questa enorme massa di rifiuti, sono stati ricavati interamente il canale industriale sud, il canale ovest e in parte il canale Malamocco Marghera. Nella seconda zona industriale in area adiacente ai bassi fondali, vicino allo scarico SM15, principale scarico del Petrolchimico, dopo la cessazione a metà degli anni ‘70 di quelli che recapitavano nel canale Lusore-Brentelle, trova collocazione l’isola di Tresse, sito storico di discarica di rifiuti della prima zona industriale. Tutte le predette acquisizioni sono assolutamente certe e documentate e non possono essere messe in discussione sul piano probatorio e attraverso lo studio e l’analisi dei sedimenti del canale industriale nord e Brentelle, è possibile associare al catabolismo proprio delle tipologie produttive della prima zona industriale, l’inquinamento dei sedimenti in tale ambito. Lo studio verifica inoltre le conseguenze della trasmigrazione, della contaminazione dalla prima alla seconda zona industriale. E’ stato accertato dai consulenti della Difesa attraverso l’esame di dati di letteratura, innanzitutto che dal 1932 era presente nella prima zona industriale la lavorazione del magnesio e tale tipologia produttiva, secondo quanto riportato nella tabella dell’agenzia per la protezione dell’ambiente Stati Uniti del 2000, la tabella allegata alla predetta relazione associa come contaminante proprio le diossine. E’ stato così accertato che la decuprazione delle ceneri di pirite attuata dal ‘32 a tutti gli anni ‘60 è in grado di produrre rilevanti quantità di diossine caratterizzate da un’impronta simile a quella diffusa nell’ambito della prima zona industriale,; ancora, che le ceneri di pirite rientrano nel catalogo dei materiali di risulta provenienti dalla prima zona industriale e utilizzate per imbonire la seconda zona industriale; il principale tracciato di tale rifiuto utilizzato in grandi quantità per imbonire la seconda zona industriale è costituito dai cosiddetti fanghi rossi. Data la rilevanza di questa tipologia di rifiuti, sono state fatte delle specifiche analisi previa loro raccolta e classificazione, prelevando 5 campioni di fanghi rossi sulla sponda del canale sud e l’ultimo sulla sponda del canale industriale ovest; tutti i campioni sono stati prelevati nella seconda zona industriale dove i fanghi rossi si trovano in zone a diretto contatto con le acque dei canali le cui sponde subiscono continue erosioni. Le analisi effettuate hanno consentito di accertare la presenza in uno solo dei campioni di ceneri di pirite, in tutti gli altri la presenza di fanghi rossi bauxitici, entrambi rifiuti estranei al catabolismo del Petrolchimico. Inoltre, in tutti questi campioni, l’impronta di quel genere che distingue un tipo di diossina dall’altra, è la stessa del canale nord e del canale Brentella. Le analisi dirette alla ricerca della diossina, hanno portato ad accertare anche concentrazioni di arsenico che caratterizza la pirite e di alluminio che caratterizza la bauxite, ciò che consente di associare le tipologie produttive che li hanno originati. Inoltre per tutti i campioni prelevati, al di fuori di uno, l’impronta della diossina è uguale a quella del canale industriale nord e al canale Brentella e si tratta di impronte uguali a tutte quelle rinvenute negli altri canali al di fuori del canale Lusore-Brentelle e l’impronta che consente di associare la presenza delle policloro di benzodiossine e furani rinvenute nei canali e i fanghi rossi provenienti dalla lavorazione della pirite e della bauxite, entrambi presenti nell’ambito della seconda zona industriale e soggetti a fenomeni di intensa trasmigrazione passiva. Da documentazione non contestabile risulta inoltre che i fanghi rossi bauxitici erano prodotti in misura molto rilevante e che venivano usati non solo per imbonire, ma anche spappolati direttamente nei sedimenti dei canali e tra le aree imbonite contaminate vi è il canale industriale sud della seconda zona industriale. Gli esperti della Difesa hanno anche evidenziato sulla base di informazioni assunte, che la bauxite veniva lavorata dalla (inc.), utilizzando il processo Bayer a cominciare dagli anni ‘30 che non produce diossine e dalla società (inc.) con il processo (aglund) che come verificato sperimentalmente produce invece diossine. Osserva a questo punto il Tribunale che le sponde dei canali della seconda zona industriale e l’area del sedimento del Petrolchimico in tutta la sua lunghezza sono caratterizzate dalla presenza di notevole quantità di fanghi rossi che nulla hanno a che vedere con la produzione del Petrolchimico; tanto risulta obiettivamente rilevabile anche percorrendo il canale sud fino a giungere alle sponde del canale industriale ovest e risulta anche l’attuale trasmigrazione passiva di tali inquinanti dalle sponde dei canali industriali alle acque e sedimenti così come analoga trasmigrazione avviene dall’isola delle Tresse dove sono stati smaltiti oltre un milione di metri cubi di fanghi rossi verso i cosiddetti bassi fondali prospicienti lo scarico SM15. Risulta anche dalla deposizione del teste Chiozzotto, teste dell’Accusa, che nell’isola delle Tresse sono stati convogliati enormi quantitativi di rifiuti ed il fenomeno di erosione dell’isola risulta avere causato un arretramento delle sue sponde di oltre 50 metri proprio davanti al punto di recapito dello scarico SM15 e che il progetto di messa in sicurezza del sito prevede il contenimento delle percolazioni delle sostanze inquinanti. Viene poi rilevato che nel canale Malamocco Marghera antistante lo scarico SM15 e per tutti quasi i parametri analizzati, i sedimenti presentano livelli di concentrazioni più bassi di quelli osservati in altre zone dell’area industriale e che i livelli di concentrazione delle sostanze inquinanti si riducono notevolmente nel passaggio dalla prima alla seconda zona industriale in prossimità dello scarico SM15 e raggiungono valori non eccedenti quelli attesi e comunque non sproporzionati rispetto a quelli che caratterizzano situazioni paragonabili connotate da un impatto ambientale moderato certo non disastroso; dei valori di contaminazione raggiunti in prossimità dello scarico SM15 ne da atto invero lo stesso consulente dell’Accusa. L’Accusa di fronte a questi accertamenti, assume che la presenza di diossina nei fanghi rossi lungo le sponde dei canali della seconda zona industriale, dipende da pratiche di commistione di tale residuo con peci clorurate provenienti dal Petrolchimico che rimarrebbe così l’unica matrice di contaminazione dei sedimenti della zona industriale per quanto riguarda le diossine, ma si tratta di un’asserzione non provata né sorretta da indizi. A sostegno della sua tesi, l’accusa replica che nel tempo in ambiti distanti dal Petrolchimico, sono state attuate pratiche di evacuazione diretta in laguna dei residui clorurati di provenienza da tale plesso a mezzo di bettoline e autobotti, ma anche questa affermazione rimane non provata e contrariamente a tale ipotesi accusatoria risulta invece che dagli inizi degli anni ‘70 le cosiddette peci clorurate furono inviate per trattamenti presso l’impianto di incenerimento costruito nel ‘72 e che in epoche precedenti erano smaltite in discarica. La tesi accusatoria è smentita dal fatto che nel canale della prima zona industriale non si riscontra associazione di diossina con clorurati come avrebbe dovuto riscontrarsi se fosse stato vero quanto affermato dall’accusa, mentre stretta la relazione tra diossine e metalli pesanti, arsenico ed alluminio, tipici della lavorazione della prima zona industriale. Nel canale Lusore-Brentelle, invece è presente in elevata concentrazione la contaminazione di solventi clorurati e viene anche ribadito che non è vero che la lavorazione della bauxite non produca diossine, valendo questa affermazione solo per il processo Bayer (inc.), mentre come già detto e come dimostrato dalle difese e non contestato dall’accusa, produce diossine. Le conclusioni che il Tribunale ritiene di dover trarre in base all’evidenza probatoria sopra esaminata, sono quindi le seguenti: l’inquinamento ha diverse matrici, scarichi nelle acque aventi recapito nel canale della prima zona industriale provenienti dagli insediamenti produttivi colà insediati dagli anni ‘20 e in grado di lasciare gli stessi inquinanti che secondo l’Accusa proverrebbero unicamente dal Petrolchimico e ciò contro l’evidenza del forte gradiente di contaminazione della prima zona industriale e contro l’evidenza delle differenti impronte delle diossine nell’uno e nell’altro ambito, rifiuti tossico nocivi di risulta delle medesime produzioni, fanghi rossi bauxitici e cenere di pirite che sono stati certamente utilizzati per l’imbonimento delle aree della seconda zona industriale e nel corpo del quale sono stati scavati i canali della seconda zona industriale e che sono stati altresì oggetto di erosione da parte delle acque a seguito degli scavi dei canali ed a seguito delle maree, del moto ondoso, del transito delle navi; C) il catabolismo delle acque del Petrolchimico come fattore inquinante nelle sue immediate adiacente, il canale Lusore-Brentelle, antico corpo ricettore degli scarichi del vecchio Petrolchimico e di alcuni scarichi superflui finiti tutti all’entrata in vigore della prima normativa in materia, il D.P.R. 902/73 e l’1.3.80 gli impianti di abbattimento del loro carico inquinante, solo il canale Brentelle è stato certamente inquinato dal Petrolchimico.

 

PRESIDENTE – Allora noi andiamo al 25 marzo alle ore 9.00. Concludiamo la relazione della dottoressa Perdibon.

 

 

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