UDIENZA DEL 16 SETTEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 22 settembre 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Sì Presidente, volevo comunicare che uno dei miei assistiti, il signor Cappelletto Vincenzo, è deceduto undici giorni fa e quindi mi sono costituita per gli eredi, la moglie e il figlio, e ho già depositato l’atto con i documenti in originale e il certificato di morte.

 

PRESIDENTE – Va bene. Diamo pure inizio all’udienza.

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Presidente, comincio io gli interventi dei difensori di Parte Civile. Il programma è quello che avevo già consegnato all’udienza del 13 luglio e che adesso viene proiettato. Il mio intervento, per quanto riguarda la parte generale, è relativo alle omissioni di cui si parla nei motivi d’appello ai punti 2710, 2712, 2713, ovvero l’omesso spostamento dei lavoratori a rischio, l’insufficienza del servizio sanitario di stabilimento, l’omessa informazione ai lavoratori sui rischi specifici. Su questi tre capitoli relativi alle omissioni, punterò a rilevare le questioni di fatto con le critiche alla sentenza sui punti relativi. Per quanto riguarda gli altri tre argomenti, si tratta delle posizioni dei miei assistiti e cioè del signor Simion Maurizio, rispetto al quale parlerò naturalmente in sintesi ma sempre con riferimento alle critiche alla sentenza sulla sindrome di Reynaud di cui soffre tuttora il signor Simione; della posizione dei prossimi congiunti del signor Bonigolo Gastone. Torno un attimo a Simion. Volevo ricordare che la sindrome di Reynaud è una delle patologie che sono state riconosciute dalla sentenza di primo grado come correlate all’esposizione al cloruro di vinile monomero. Per Bonigolo Gastone parlerò di questa posizione ed in generale del carcinoma epatocellulare, patologia rispetto alla quale la sentenza di primo grado ha dichiarato esserci una sospensione di giudizio in ordine alla correlazione all’esposizione. Infine la terza posizione è quella dei prossimi congiunti adesso, purtroppo, del signor Cappelletto Vincenzo e, in generale, del melanoma e del carcinoma polmonare, patologie che la sentenza invece ha negato essere correlate all’esposizione a cloruro di vinile monomero. Nel corso dell’esposizione verranno proiettate parti della sentenza di cui io parlo, in modo che possano essere visibili a tutti, con il confronto poi sulle deposizioni testimoniali su cui ho maggiormente puntato per quanto riguarda le omissioni. Nel corso della sua requisitoria, il Pubblico Ministero ha spiegato quelle che sono le ragioni giuridiche che stanno alla base della contestazione principale mossa agli imputati e cioè il reato di cui all’Art. 437, violazione che si esprime attraverso la violazione delle norme speciali, in particolare i decreti presidenziali 303 e 547 e della norma di carattere generale, che è l’Art. 2087 del Codice Civile; singole violazioni che, come ha detto il Pubblico Ministero, riferendo la relativa giurisprudenza, concorrono a formare l’elemento materiale del reato di cui all’Art. 437. In questo processo i fatti sono stati provati e depongono per una riforma della sentenza di primo grado e di questi fatti adesso cerco di dare conto, però devo fare una premessa di carattere giuridico. Ricordo che il Pubblico Ministero aveva fatto riferimento, nella sua requisitoria, all’Art. 192 del Codice di Procedura Penale, nello specifico al secondo comma di questo articolo e credo che questo sia uno dei richiami fondamentali in questo processo. Io però lo ripropongo e vorrei allargare il richiamo anche al primo comma di quella norma, che dice: "Il Giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati" e voglio ricordare affianco a questa un’altra norma del Codice di rito, che è l’Art. 546 primo comma lettera E). La sentenza contiene la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l’indicazione delle prove poste a base della decisione stessa e l’enunciazione delle ragioni per le quali il Giudice ritiene non attendibili le prove contrarie. Ora, il Giudice individua la certezza processuale in quanto tale con l’utilizzo degli strumenti di cui dispone per le sue valutazioni probatorie e dunque è una certezza che il Giudice desume valorizzando tutte le circostanze del caso concreto sottoposto al suo esame. Il Tribunale di Venezia non ha rispettato queste regole, anzi, le ha ripetutamente ignorate nell’intera stesura di quelle 1067 pagine di motivazione; ha ignorato i risultati acquisiti nell’istruttoria dibattimentale, a volte astraendosi dalla valutazione di una prova raggiunta, altre volte esprimendo un convincimento contrario ai risultati ottenuti e ha rinunciato così al suo ruolo, non dando conto sia dei criteri adottati nella valutazione della prova, sia delle ragioni per le quali non riteneva attendibili le prove contrarie; ha perfino rinunciato, ma sarebbe più corretto dire che contro l’evidenza processuale lo ha negato, di dare conto non solo dell’esistenza di norme giuridiche, che dopo aver prescritto quali sono i comportamenti da tenere nel legittimo esercizio dell’attività industriale sanzionano la loro inosservanza, ma soprattutto della comprovata violazione di quelle norme da parte degli imputati. Nel migliore dei casi, ha ignorato la prova dei fatti che il giudizio di primo grado aveva fornito, in numerose altre occasioni alterando, travisando, falsando e distorcendo i risultati di quella prova. Ne è uscita una motivazione che descrive e dà conto soltanto di una tesi espressa in un dibattimento durato tre anni e mezzo, finendola con l’abbracciare, ed è la tesi delle difese degli imputati. Lo vorrei ricordare, il dottor Lucisano, quando ha svolto la sua relazione, ha parlato di quelle considerazioni conclusive che sono contenute nella sentenza di primo grado, che sono considerazioni peraltro inusuali in una sentenza, che hanno un contenuto che è più di pura polemica che di altro, ma che a me interessano ora semplicemente per citarle per dimostrare che quelle considerazioni conclusive contengono nella loro sintesi tutti gli errori che la sentenza ha commesso. Parto da questa considerazione e poi analizzo le questioni di fatto. Ferma la norma dell’Art. 2087 del Codice Civile, dagli anni 1955 – 1956 la legge italiana impone al datore di lavoro gli specifici obbligatori comportamenti da osservare per attuare ogni misura diretta ad evitare che la sicurezza e la salute del prestatore di lavoro possano essere poste in pericolo o danneggiate, prime tra tutte a memoria degli Artt. 4 dei due D.P.R. del 1955 e del 1956. Questi obbligatori comportamenti di prevenzione e di precauzione sono: l’attuazione delle misure di sicurezza e di igiene, l’informazione sui rischi specifici di esposizione e sulle norme di prevenzione degli stessi, l’imposizione dell’osservanza delle norme di sicurezza e di igiene e dell’uso dei mezzi di sicurezza personale, messi a disposizione dei prestatori di lavoro. Mi chiedo se al Petrolchimico di Porto Marghera i dirigenti succedutisi nel tempo hanno operato affinché l’attività lavorativa fosse salvaguardata dalle misure di sicurezza e di igiene imposte dalla legge; hanno operato affinché i lavoratori fossero informati, come imposto dalla legge, sui rischi specifici che correvano nell’utilizzare e manipolare la sostanza chiamata cloruro di vinile monomero, il suo diretto derivato chiamato polivinilcloruro, gli additivi e i componenti di polimerizzazione e la lavorazione di quelle sostanze; hanno osservato per primi le norme di legge al fine di doverosamente e legittimamente imporre l’osservanza ai lavoratori? Il Tribunale di Venezia risponde ai complessivi risultati dell’istruttoria dibattimentale ricorrendo ad un assunto molto semplice ma del tutto infondato: l’asserita non conoscenza degli effetti prodotti dall’esposizione al CVM. Ma si è già sentito dal Pubblico Ministero quali sono le confusioni che la sentenza fa a proposito delle conoscenze sulla tossicità e delle conoscenza sulla cancerogenicità del CVM e si è già detto quando l’azienda viene a conoscenza della cancerogenicità e quando questa presunta non conoscenza non può essere più una giustificazione, perché la conoscenza degli effetti del CVM è ormai diffusa a livello mondiale, il Tribunale ricorre ad una teoria salvagente, quella secondo cui gli impianti avrebbero subito una tempestiva e quasi avveniristica modernizzazione, un immediato risanamento, giusto per mettersi in linea se non addirittura anticipandoli con i comandamenti normativi. Ma il Tribunale dice anche qualcos’altro, tanto per tentare di sgomberare il campo da un punto di vista prettamente giuridico, da qualsivoglia possibile imputazione di responsabilità penale. Quando a pagina 461 della sentenza passa a trattare il tema dell’omessa sorveglianza sanitaria in relazione all’Art. 437, esclude l’operatività della norma perché l’addebito riguarderebbe quella che chiama una modalità operativa e non un’attività che, dice la sentenza, integra strumenti da collocare destinati specificamente alla funzione di prevenzione ed antinfortunistica. Il Pubblico Ministero ha già riferito quale sia il panorama giurisprudenziale sul punto, dando atto di un orientamento che è decisamente contrario alla curiosa tesi della sentenza di primo grado in relazione alla ratio dell’Art. 437. A me ora preme porre l’accento sui fatti che l’istruttoria ha delineato e ha rivelato e che invece il Tribunale ha ignorato o travisato: l’omesso spostamento dei lavoratori a rischio, il capitolo 2710 dei motivi d’appello. Il Pubblico Ministero ha già riferito: azienda e sindacato avevano concordemente segnalato almeno 128 lavoratori da spostare dai reparti a causa delle patologie riscontrate e in questi 128 nominativi ci sono casi di angiosarcomi, di epatocarcinomi, di epatopatie di Reynaud e di tumori ai polmoni. Tra queste patologie il Tribunale ne ha riconosciute tre come conseguenza dell’esposizione: angiosarcomi, epatopatie e Reynaud, ma sulle segnalazioni di spostamento, persino quelle riconosciute dalla stessa azienda, non spende una parola e salta a piè pari la circostanza che la pressoché totalità di quegli spostamenti non venne mai eseguita; anzi, doppia la soglia delle tesi difensive degli imputati, come giustamente ha detto il Pubblico Ministero, e nella motivazione afferma che laddove furono segnalati gli spostamenti questi vennero fatti, a pagina 256 della sentenza. Ma la prova del contrario è agli atti. Tra questi mancati spostamenti, ci sono tre casi di angiosarcoma epatico, unica patologia tumorale riconosciuta dal Tribunale come causa certa dell’esposizione al CVM e sono i casi di Faggian, Pistolato e Zecchinato, tre delle sette persone che il Tribunale ha ammesso essersi ammalati di questa neoplasia a causa dell’esposizione. Faggian, già ritenuto non idoneo secondo la relazione Fulc del 1975, viene considerato inidoneo dall’azienda in più occasioni, a partire dal 1983, per tre volte nel 1984, per due volte nel 1985. La sua scheda personale segnala sin dal 1983 l’assoluta necessità di spostarlo dal reparto. Questo è il medico di fabbrica. Non verrà mai spostato, cessa l’attività lavorativa nel giugno del 1994 e muore per angiosarcoma epatico nel 1999. Quindi Faggian è stato utilizzato ugualmente altri undici anni dall’azienda. Nessun provvedimento di spostamento è mai stato effettuato nei suoi confronti. Pistolato è inidoneo per la Fulc dal 1975, per l’azienda dal 1983. Non lo spostano. Nell’ottobre del 1988 muore per angiosarcoma epatico. Il Tribunale ammette per Pistolato, tra l’altro, anche la patologia di Reynaud. Zecchinato, considerato non idoneo per l’azienda dal 1983, poi ancora nel 1984, poi ancora nel 1985, non verrà mai spostato. Il cosiddetto spostamento di Zecchinato coincide con la cessazione del rapporto di lavoro il primo febbraio del 1986, soltanto che undici giorni dopo, il 13 di febbraio, muore per angiosarcoma epatico. E faccio altri due esempi di due casi di epatopatie. Benin Arnaldo, ammalato di epatopatia cronica, segnalato come inidoneo dalla Fulc fin dal 1975, viene indicato inidoneo anche dall’azienda a partire dal 1978 e la sua inidoneità viene puntualmente indicata nel 1983, nel 1984 e nel 1985, ma lo spostamento non è mai arrivato e nel settembre 1991 smette di lavorare. Sicchiero Roberto, epatopatia. Segnalato come inidoneo dalla Fulc nel 1975, supersegnalato dall’azienda come inidoneo nel 1983, nel 1984, nel 1985 e nel 1986. Sicchiero rimane dov’è fino al gennaio del 1993. Cito ancora Poppi Antonio, riconosciuto dal Tribunale, a pagina 217 della sentenza, come affetto da fibrosi con ipertensione portale non cirrotica correlabile ad esposizione al CVM. Viene spostato, dice la sentenza, ma invece Poppi è rimasto sempre dov’era. E cito un altro lavoratore, ma faccio una citazione molto sintetica, perché ne parlerò più avanti a proposito degli errori macroscopici che la sentenza ha fatto nei suoi confronti e questo è uno dei miei assistiti, il signor Gastone Bonigolo. Il signor Gastone Bonigolo è morto nel 1999 per epatocarcinoma non cirrotico. Bonigolo, che dall’azienda non era stato né considerato idoneo né inidoneo, praticamente del tutto ignorato, chiede di essere spostato insieme ad altri 250 lavoratori, firmatari di una lettera che già il Pubblico Ministero aveva fatto vedere proiettare nella sua requisitoria. È una lettera del 1975 inviata al Consiglio di fabbrica del Petrolchimico e per conoscenza alle organizzazioni sindacali unitarie e alla Commissione ambiente dello stabilimento. Bonigolo chiede con altri lavoratori, e le firme sono anche riconoscibili, tra queste si vede quella di Bortolozzo, quella di Faggian, quella di Giacometti, chiede che i lavoratori che abbiano 15 anni di esposizione al CVM vengano immediatamente allontanati. Ma Bonigolo non è mai stato allontanato ed è stato, dopo aver lavorato al CV14, ha cessato il rapporto di lavoro sempre al CV14 nel 1983. Vorrei ricordare a questo proposito, sempre in relazione a Bonigolo, ma come considerazione di carattere generale che riguarda l’informazione sui rischi, anche se poi nell’omessa informazione dirò quello che è avvenuto dal punto di vista testimoniale in primo grado, vorrei ricordare che la normativa speciale contenuta nel D.P.R. 547 del 1955 individua obblighi strutturali sia sul piano dei dispositivi di sicurezza collettivi, sia sul piano dei presidi di protezione individuale, ma soprattutto impone un vero e proprio obbligo di informazione in capo al datore di lavoro in relazione ai rischi specifici connessi al tipo di lavoro, ai possibili pericoli derivanti per la salute legati alla presenza di tali rischi e alle modalità attraverso cui attuare le necessarie misure di prevenzione. Questi obblighi rivestono un’importanza fondamentale. Il lavoratore che sia stato effettivamente reso edotto della pericolosità della sua attività, da un lato può tutelarsi in prima persona, dall’altro è messo nelle condizioni di esigere una sempre adeguata tutela, mediante l’adeguamento dell’organizzazione e delle modalità di esecuzione del lavoro pericoloso. Tornerò su questo argomento, ma vorrei segnalare proprio a proposito di Bonigolo e anche di altri lavoratori indicati come inidonei e mai spostati, che i dirigenti succedutisi nel tempo nella gestione del Petrolchimico avevano per legge l’obbligo di informare non solo da un punto di vista oggettivo inteso come minaccia per la salute in concreto percepibile da ogni singolo lavoratore. Nell’adempiere a quest’obbligo, se lo avessero adempiuto, dovevano tener conto delle condizioni di ogni singolo lavoratore, posto che come ha sostenuto in passato una sentenza della Pretura di Torino del 1996, in relazione alle sue pregresse condizioni di salute e alle sue precedenti esposizioni individuali, il pericolo connesso ad una determinata attività lavorativa può investire in misura diversa i singoli lavoratori che pure operino nello stesso ambiente di lavoro ed eseguano la stessa mansione. È accaduto invece che quei lavoratori che singolarmente addirittura chiedevano di essere spostati, spostati non lo sono mai stati. Di tutto questo la sentenza non parla, ovvero ne parla per affermare circostanze contrarie alla realtà emersa in primo grado, per affermare nella specie che dove furono accertati casi di incidenza causale del CVM i lavoratori sono stati allontanati dall’esposizione, pagina 256 della sentenza. Ed è singolare come, per rendere reale questo assunto non vero, indichi a mo’ di esempio nella lista di posizioni singole mai prese in considerazione, cinque lavoratori. Lo si vede nello schermo: Poppi, Scarpa, Bartolomiello, Sicchiero e Salvi, per dire che Poppi e Scarpa vennero allontanati e non lo furono, che Bartolemiello e Sicchiero avevano fattori di patologie extra professionali, che Salvi non aveva alcuna evidenza di sofferenza epatica; ed è davvero singolare questa scelta che opera la sentenza, perché questi cinque nominativi vengono individuati dal Tribunale come gli unici casi di epatopatia correlabile all’esposizione al CVM. A questo proposito ho fatto riferimento alla pagina 269 della sentenza. Ma la sentenza commette anche degli errori che potrebbero essere considerati psicologici e che sono i segnali di una consapevole decisiva contraddizione tra quanto esprime e quanto è emerso in istruttoria. Ci sono frasi come questa: "Pur riconoscendo conclusivamente che i test biochimici di funzione epatica hanno un valore limitato se si vuole raggiungere lo scopo di diagnosticare precocemente l’angiosarcoma epatico – dice la sentenza – tuttavia l’identificazione di lesioni precoci e ancora reversibili, quali la iperplasia focale epatocitaria o sinusoidale, doveva ritenersi di evidente utilità ai fini di una sorveglianza sanitaria e allo scopo di allontanare il lavoratore dalla sorgente di esposizione", pagina 244 della sentenza. Bene, allora leggendo questa frase è ragionevole dedurre che il Tribunale ammette che una doverosa e corretta sorveglianza sanitaria, anche finalizzata allo spostamento dei lavoratori a rischio, debba passare attraverso esami clinici e test capaci di accertare per tempo lesioni ancora reversibili, e invece è solo una pura illusione. La sentenza torna sui suoi illogici ragionamenti e smentisce se stessa. Più avanti, a pagina 256, sostiene contro i propri stessi assunti: "Proprio per questa asintomaticità delle lesioni indotte dal CVM, appare assai problematica una sorveglianza sanitaria predittiva di una diagnosi precoce del danno epatico da CVM". Ma le contraddizioni non finiscono qua. Ancora sull’allontanamento, ovvero il mancato allontanamento dei lavoratori, la sentenza fa un altro balzo acrobatico e vorrei far osservare i dieci casi di Reynaud, quelli riconosciuti dal Tribunale, tutti siglati dalla mannaia della prescrizione. Dice la sentenza: "È presumibile che nei lavoratori considerati, la patologia sia stata indotta in epoca precedente alla data di inizio della contestazione, 1969, trattandosi di lavoratori che sono stati assunti tutti in un’epoca remota e quindi soggetti alle esposizioni degli Anni Cinquanta e Sessanta". Dunque il ragionamento si fonda su una pura congettura: è presumibile. Ed allora, torno a ricordarlo come promemoria, fermo restando che l’istruttoria ha provato che ci sono casi di lavoratori colpiti da Reynaud diagnosticati negli Anni Ottanta e Novanta e debitamente oscurati dalla sentenza. Per tutti cito Simion, Guerrin e Perrin. Persino tra i dieci casi però ammessi dal Tribunale, ci sono esempi di Reynaud che sono stati diagnosticati negli Anni Novanta e uno di questi è l’emblematico caso di Gabriele Bortolozzo. Nessuno di questi dieci lavoratori venne mai spostato, nemmeno quelli segnalati anche dall’azienda come inidonei. Ritorno a parlare di Pistolato. Detto questo, il provvedimento impugnato arriva all’apoteosi. Dice, dopo aver detto che quei dieci casi riguardano lavoratori non solo esposti ad alte concentrazioni ma anche svolgenti mansioni idonee per l’insorgenza delle patologie in esame, continua così: "Patologie già osservate alla metà degli Anni Sessanta e che indussero ad una particolare sorveglianza sanitaria e ai primi sospetti di tossicità del CVM, cui seguirono gli esperimenti sugli animali ad opera di Viola e di altri ricercatori, che daranno conferma già nel 1969 dell’associazione di tale patologie alle alte esposizioni. Si tratta – dice la sentenza – di patologie che tendono a regredire con l’allontanamento del lavoratore dall’esposizione o mansione a rischio". Dunque, a seguire il ragionamento espresso dalla sentenza, parrebbe di capire che ci fu una particolare sorveglianza sanitaria e proprio con l’allontanamento, laddove questo intervento consente la regressione della malattia. Non è così nemmeno su questo punto, perché il Tribunale di Venezia non trova l’accordo con se stesso e poco più avanti ammette: "Tuttavia non si è provveduto tempestivamente al loro allontanamento, ovvero alla predisposizione di misure cautelative mediante l’introduzione di diverse procedure operative e all’adozione di mezzi di protezione individuale per evitare il contatto diretto tra le mani e il CVM". E poi la cosa finale: "La responsabilità per tali malattie, pertanto, va addebitata a chi all’epoca ricopriva posizioni di garanzia". Allora la sorveglianza sanitaria, nella fattispecie il necessario allontanamento per consentire la regressione dalla patologia di Reynaud già osservata dagli Anni Cinquanta e Sessanta, non c’è stata al Petrolchimico secondo il Tribunale. Ecco allora la violazione degli obblighi sanciti dalla disciplina speciale in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro ed ecco l’omissione dolosa delle cautele, l’Art. 437, aperta violazione di quelle norme prima nella forma colposa dell’inosservanza della disciplina e poi nella forma dolosa, con l’intenzionale omissione di predisporre le misure cautelative necessarie ad evitare le singole malattie e il disastro. C’è dunque un riconoscimento giudiziale di questa violazione ed è nella motivazione. Ma poi la punta dell’iceberg di queste contraddizioni si rileva con la finale assoluzione di tutti gli imputati. Ritorno ancora su altre affermazioni contraddittorie contenute nella sentenza, sempre a proposito del mancato allontanamento dei lavoratori a rischio. A pagina 269 la sentenza, cadendo nell’errore di associare il momento della conoscenza agli effetti oncogeni causati dal CVM e glissando totalmente sulla conoscenza acquisita da decenni sugli effetti tossici ed in particolare epatotossici del CVM, già debitamente tabellato in una legge del 1952 e nuovamente nell’Art. 33 voce 38 del D.P.R. del 1956, afferma senza indicare elementi probatori a suffragio di cui non dispone e contro l’evidenza istruttoria, che quando sono stati rilevati segni di sofferenza epatica i lavoratori sono stati allontanati dall’esposizione, in tal modo osservando l’obbligo precauzionale di un’adeguata sorveglianza sanitaria. Ammette l’inosservanza dell’obbligo solo in relazione ai casi di Reynaud, facendo un’incomprensibile distinzione tra patologie, come se non stessimo parlando dello stesso stabilimento, degli stessi lavoratori, delle stesse mansioni, degli stessi reparti e degli stessi periodi. Sulla causazione dei casi di Reynaud ammessi simula di inveire con questi toni: "Obbligo non osservato invece relativamente ai casi accertati di Raynaud – pagine 269 e 270 – trattandosi di patologia nota sin dalla metà degli Anni Sessanta e regrediente con l’allontanamento dalle alte esposizioni cui era associata e per lo più riguardante mansioni che implicavano un contatto diretto con la sostanza che doveva essere evitato, con idonee misure protettive realizzate tardivamente; tipo di evento, questo, riconducibile anche alla inosservanza della regola di assiduità e di adeguatezza del controllo sanitario che diversamente, se applicata, avrebbe potuto prevenire o non aggravare o non protrarre nel tempo la malattia. Ed è davvero machiavellico il ragionamento che fa la sentenza pur di giungere al risultato dell’assoluzione, perché ricostruendo per congetture un’epoca remota di induzione dei dieci casi di sindrome di Reynaud ammessi, rispetto ai quali i reati sarebbero quindi prescritti, se fosse vero, si prende il lusso di riconoscere e fingere di stigmatizzare un comportamento degli imputati in violazione degli obblighi precauzionali imposti dalla legge e sanzionati dalla norma penale. Per chiudere sul capitolo relativo all’omesso spostamento dei lavoratori a rischio, segnalo alla Corte, ma ne parlerò più avanti ampiamente, la significativa deposizione del teste dottor Salvatore Giudice, che depose all’udienza dell’11 aprile del 2000. Il teste Giudice è un teste molto importante, perché è stato il responsabile sanitario dello stabilimento Petrolchimico in anni cruciali, dal 1969 al 1991. Questo teste appare credibile o non credibile agli occhi del Tribunale, a seconda del peso che le sue dichiarazioni possono avere nella struttura messa in piedi con la motivazione. A parte la banale ma devo dire a questo punto necessaria considerazione che le dichiarazioni di un teste ai fini della sua credibilità possono essere assunte ad elemento di prova se le si considera nella loro totalità e che un teste non può essere contemporaneamente affidabile e non affidabile sulle stesse circostanze, pena una irrimediabile vizio di contraddizione nella sentenza, a parte questa considerazione, il teste Giudice è un altro degli elementi di prova che sull’argomento dell’omesso spostamento dei lavoratori a rischio avrebbe dovuto lasciare un segno del tutto opposto rispetto al convincimento cui è pervenuto il giudice di primo grado. All’udienza dell’11 aprile del 2000 il dottor Giudice afferma più o meno candidamente che l’indagine Fulc svolta sui lavoratori del Petrolchimico, destinata ad evidenziare le patologie già in atto nel 1975, non aggiungeva nulla di nuovo ad una situazione già a conoscenza dei vertici aziendali; vertici aziendali che nella persona del dottor Bartalini, come già rilevato dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria, nel corso degli interrogatori avanti al Pubblico Ministero durante l’indagine preliminare, nel luglio del 1996, dapprima nega di sapere dell’indagine Fulc, poi ammette di conoscerla, ma aggiunge che comunque accettava solo i consigli e i suggerimenti dei loro medici aziendali. Peccato però che quando il suo medico, il dottor Giudice, comincia a scrivere a Bartalini preoccupanti lettere di segnalazione di operai con sofferenze epatiche o con altre patologie, chiedendo lumi sui provvedimenti da adottare, Bartalini e i suoi colleghi dei vertici aziendali non rispondono nemmeno. Sono lettere inviate al servizio sanitario centrale già dai primi Anni Settanta e tra queste quella datata 19 settembre del 1975, che il Pubblico Ministero ha già ricordato nella sua requisitoria e di cui lo stesso Giudice parlerà nella sua deposizione; lettera in cui riferisce di molti casi di lavoratori con alterazioni enzimatiche ed esprime questo semplicissimo concetto: non è che ci sia da stare molto allegri. Così, dice ancora Giudice nella sua deposizione, si sapeva dell’elenco dei 211 lavoratori da spostare perché ritenuti a rischio, elenco inserito nella relazione finale della Fulc del 1977, ma di quell’elenco il teste poi non sa dire quali conseguenze comportamentali abbia prodotto da parte dei sui dirigenti. Ed ancora il dottor Giudice, il 12 giugno del 1979 scrive al dottor Bartalini per evidenziare la presenza di patologie in 972 lavoratori, ma non riceve alcuna indicazione di intervento dalla sede centrale, salvo la tranquillizzazione da parte dei vertici della caduta delle concentrazioni. Il Tribunale di Venezia salta di netto tutti questi passaggi. Peggio, cerca di oscurare circostanze provate con un teste di evidente responsabilità penale, dando da intendere, come farà in altri passaggi della motivazione in cui si sofferma sulla deposizione del dottor Giudice, che questo teste è poco affidabile perché più preoccupato di non fare affermazioni che potrebbero far risaltare una sorta di sua corresponsabilità penale. Eppure è alla domanda dello stesso Presidente del Tribunale di Venezia che si chiarisce e completa, se non fosse bastato, quale sia stata la condotta penalmente rilevante che viene addebitata agli imputati. In quella stessa udienza dell’11 aprile, alla domanda del Presidente sull’esistenza di direttive centrali circa i comportamenti da tenere da parte della struttura sanitaria locale, il teste Giudice risponde negativamente, sottolineando che non vennero mai scritti dei protocolli né da parte della direzione sanitaria né da parte di altri organismi. Non esistevano paradigmi precisi, aggiunge Giudice, che suggerissero chi spostare e chi no; tutto era lasciato alla scienza e coscienza del medico di fabbrica. Passo ora a trattare il secondo capitolo relativo alle omissioni e cioè l’insufficienza del servizio sanitario di stabilimento, che è un argomento particolarmente delicato perché naturalmente coinvolge ancora una volta la struttura sanitaria della direzione aziendale. Ne parlerò cercando di evidenziare in sintesi i principali ed emblematici elementi probatori raggiunti, con la necessaria completezza che comunque verrà anche da altri difensori di Parte Civile. Faccio presente che in questo argomento darò rilievo soprattutto alle questioni inerenti la struttura sanitaria infermieristica, le visite mediche periodiche e gli esami clinici. La sentenza è molto scarna sulla questione, perché ne parla solo in sei pagine, dalla 384 alla 389, ma merita segnalare come abbia dipinto una eccellente struttura sanitaria, come tale esistente solo nella sfera della teoria pura del resoconto che ne ha fatto, costruendo il suo erroneo convincimento con il sistema del taglia e cuci di frammenti e deposizioni testimoniali, e ritorno sulla prova principe, cosiddetta, che è quella del dottor Giudice. Qui la sua testimonianza viene elevata dal Tribunale ad esclusivo punto di riferimento, per dimostrare che l’accusa sull’omissione era infondata. Ma la costruzione interpretativa di questa come di altre testimonianze, unita al concomitante totale silenzio della sentenza su altre numerose deposizioni testimoniali contrarie, che avrebbero altrimenti contrastato la tesi assolutoria, insomma quel rendere conto dei risultati acquisiti e dei criteri adottati che richiede l’Art. 192 del Codice di Procedura Penale, mostrano con macroscopica evidenza quanto la sentenza di primo grado si sia allontanata dalla verità che pure era stata raggiunta in sede istruttoria. A questo punto, è importante evidenziare come la testimonianza del dottor Giudice, anche in pochi e vicini passaggi espositivi della motivazione, venga considerata a tratti solida e affidabile, in altra parte inverosimigliante e non credibile, in altra parte totalmente ignorata. Il teste è ritenuto credibile dal Tribunale quando, mi riferisco alla pagina 384 della sentenza, parla di un servizio medico autonomo sin dal 1969 all’interno dello stabilimento, dotato – dice la sentenza – di una struttura avente natura di medicina preventiva. Viene invece ignorato completamente quando afferma che una reale struttura infermieristica venne organizzata soltanto nel 1976. In realtà però, a parte il dottor Giudice, c’è un altro teste che la sentenza ignora completamente ed è il dottor Augusto Lombardi, collaboratore del dottor Giudice e operante dal 1975 al servizio sanitario dello stabilimento. Il dottor Lombardi riferisce all’udienza del 5 aprile del 2000 che l’infermeria della fabbrica prima del 1976 consisteva in una stanza in cui alloggiava l’infermiere e in un’altra stanza dove si trovava una vasca in cui trattare eventualmente i lavoratori infortunati ustionati. Quindi siamo molto lontani da quel miracolo di struttura di medicina preventiva di cui parla la motivazione. Quello stesso teste Lombardi non riceve mai, a dire il vero, una particolare considerazione da parte della sentenza, tranne quando è utile per calcare la mano sulla presunta struttura avveniristica creata con l’infermeria dopo il 1976, così all’avanguardia dall’essere – dice la sentenza – meta di vari lavoratori, tra i quali lo stesso professor Viola. Per inciso, il professor Viola non è che sia andato spontaneamente a visitare la struttura infermieristica della fabbrica; è lo stesso dottor Giudice che lo dice nell’udienza dell’11 aprile, quando riferisce che venne invitato espressamente dal dottor Bartalini. Cala invece il sipario del silenzio in motivazione quando il teste Lombardi, rammostratogli dal Pubblico Ministero alcune lettere inviatogli dal professor Bartalini negli anni 1975, 1979 e 1981, conferma la grave e preoccupante situazione sanitaria tra gli operai della fabbrica rilevata con lo stesso dottor Giudice. Il Tribunale non cita questo teste sulla questione specifica e se ne guarda bene. Ma, giusto per non lasciare nulla di intentato, velocemente si sofferma a sostenere che "era emersa effettivamente dall’esame delle visite effettuate una frequenza consistente di casi di alterazione enzimatica nei lavoratori, ma questo doveva essere opportunamente calato nel contesto regionale, ove i casi di alterazione enzimatiche risultavano non sempre imputabili a causa professionale", pagina 388 della sentenza. Chi è la fonte di questo assunto del Tribunale? Il dottor Giudice, o meglio quello che il dottor Giudice scrive al dottor Bartalini nella lettera 19 settembre del 1975 citata in motivazione. Dunque il teste Giudice in questo caso è credibile, secondo il Tribunale. Ma poi il silenzio ritorna e non dice nulla la sentenza sulla diversa versione che Giudice rende in aula sulla medesima circostanza. A domanda specifica del Pubblico Ministero, dice il teste: "I risultati degli esami di transaminasi e di (gamma-gt) non erano tranquillizzanti, nel senso che i valori di transaminasi nella zona di Marghera erano più alti che, per esempio, nella mia precedente esperienza nella zona di Brindisi". Un’inversione di rotta, quindi, e una specificazione. Non è un contesto regionale che può tranquillizzare, questo dimostra il teste Giudice durante la deposizione. Anzi, il raffronto diretto è fatto dal medico tra categorie di esposti a CVM e soltanto a CVM, Marghera e Brindisi, e non ad altri fattori causali. Lo stesso dottor Giudice subito prima, a pagina 385 – 386 della sentenza, viene segnalato dalla motivazione per la sua scarsa affidabilità quando risponde sulla data della sua conoscenza della natura cancerogena del CVM. Ma la sentenza fa presto a rassicurarci. L’ultima delle affermazioni sul punto fatta dal teste è quella valida ed è prima del 1973 che il dottor Giudice viene a conoscere con certezza che il CVM poteva essere cancerogeno. E l’episodio passa inosservato e così vorrebbe essere fatto passare, solo che il dottor Giudice non è un medico di passaggio; ha diretto per ventidue anni il servizio sanitario del Petrolchimico e si tratta di anni cruciali. Considerato attendibile dalla sentenza quando descrive un efficiente apparato sanitario, mai esistito, quanto meno per le cure preventive o meno a favore degli operai, il teste Giudice viene offuscato quando mostra incertezze su elementi decisivi, che potevano e dovevano rimuovere le deboli fondamenta della tesi assolutoria. Non basta, perché ostentatamente ignorando che di struttura sanitaria di stabilimento effettivamente operante i due testi Giudice e Lombardi – e solo questi comunque – riferiscono solo a partire dal 1976, dunque dopo svariati anni dalla conoscenza sulla tossicità e poi sulla cancerogenicità del CVM, il Tribunale oblitera in un colpo solo con il silenzio il fatto che comunque sia quella struttura veniva ad esistenza con gravissimi ritardi non solo sulle date della conoscenza, ma anche e soprattutto sulla esatta, puntuale e dovuta osservanza delle norme di legge dettate dal D.P.R. del 1956. Il dottor Giudice però torna nuovamente in auge per la sentenza e in odore di affidabilità, quando il Tribunale scrive che a detta il teste il servizio sanitario era buono anche in ragione del fatto che si era creata una collaborazione tra questo e l’ospedale civile di Mestre, per quanto riguardava le fattispecie particolarmente delicate di persone oggetto di intossicazione, pagina 385 della sentenza. Peccato che il dottor Giudice renda questa dichiarazione quando si sofferma su elementi del tutto irrilevanti e non pertinenti il processo. Il riferimento alla collaborazione con l’ospedale di Mestre viene fatto dal teste a proposito delle intossicazioni da trielina a scopo di suicidio. Ma pur di dare un sostegno giustificativo alla tesi della bontà del servizio sanitario dello stabilimento, la sentenza estrapola solo il primo dei due concetti espressi, dandogli autonomo rilievo e valore laddove non ne aveva affatto. Ci sono altri importanti passaggi della deposizione del teste Giudice, che dimostrano come vi sia stata quest’opera di taglia e cuci delle sue dichiarazioni. Il Tribunale dà per fondata l’affermazione del teste secondo cui esistevano rapporti di informativa e contatti al fine di aggiornamento con la direzione centrale di Milano ed in particolare con il dottor Armeli, vice del dottor Bartalini; dimentica che nel frattempo lo stesso Giudice aveva riferito in aula della mancata risposta dei vertici alle sue missive sulla presenza di patologie in oltre novecento dipendenti, della mancanza di direttive e protocolli sui comportamenti da tenere in relazione allo spostamento dei lavoratori esposti al rischio, della mancanza di controllo da parte della direzione sanitaria centrale, della mancanza di indicazioni in relazione al rischio epatotossico da CVM che egli stesso aveva segnalato, come nelle lettere del 1971 e del 1975. E ancora la sentenza salta a piè pari circostanze rilevantissime, degne di valore negativo proprio in relazione a quella che a dire del Tribunale doveva essere una struttura sanitaria quasi all’avanguardia. Il teste dottor Giudice conferma la mancanza di schede di sicurezza quanto meno fino al 1976, schede che indicavano gli effetti del CVM sull’organismo umano e dichiara di non aver mai comunque partecipato alla loro redazione, perché il preposto alla loro formazione era il servizio di sicurezza dello stabilimento. Dice ancora che i medici non venivano chiamati dal servizio di sicurezza se non per le questioni relative al pronto soccorso e che nessun medico faceva parte del servizio di sicurezza, il quale per le annotazioni sulle schede relative agli effetti delle sostanze lavorate si serviva di registri industriali che leggevano quello che era in letteratura. Questa sarebbe stata, dunque, la struttura sanitaria quasi all’avanguardia dello stabilimento Petrolchimico. Sulla frequenza trimestrale delle visite mediche ricordo che per legge la frequenza trimestrale è obbligatoria per i lavoratori del CVM e sugli esami clinici effettuati sui lavoratori torna a dominare di nuovo la figura di Giudice, ma questa volta il Tribunale fa apparire di non potersi accontentare della sua testimonianza e per dare fondamento alla tesi che decide di accogliere, al suo fianco cita i testi Perazzolo, udienza 12 maggio del 2000, Bareato, udienza 23 maggio del 2000 e Calcatelli, udienza 7 giugno del 2000. La motivazione esordisce con una lapidaria petizione di principio che replica più volte nei passaggi successivi: "Dall’istruttoria dibattimentale è emerso che a partire dal 1970, epoca della contestazione del Pubblico Ministero, la struttura della medicina di fabbrica effettuava le visite periodiche necessarie ed opportune, anche avuto riguardo al disposto della legge del 1956, in considerazione della qualità del cloruro di vinile, cioè del CVM – dice la sentenza – sostanza ritenuta relativamente non tossica – singolare questa citazione – e degli evidenziati rischi per la (crosteolisi), da qualche anno riconosciuti con sufficiente fondamento scientifico, vedasi relazione Giudice del 3 novembre 1971. Le visite periodiche – continua la sentenza – sono state effettivamente compiute, come riportato nei libretti di lavoro acquisiti, nonché come confermato dai testi Perazzolo Natalino, Bareato Giancarlo e Calcatelli Attilio. È emerso altresì che la natura delle visite comprendeva – e qui la trafila: visita medica trimestrale, test di funzionalità epatica semestrale, emocromo, piastrine, elettroforesi proteica annuale, prove di funzionalità respiratoria annuale, audiometria e C.G. biennali, raggi torace e mani, triennale o meno". Il riferimento del Tribunale a questo punto è, la continuazione della frase è: "In tal senso le indicazioni contenute negli atti del convegno nazionale tenutosi a Venezia nel 1987 e a Brindisi il 29 giugno del 1990". Tornando sul teste Giudice, continua la sentenza: "Il teste Giudice ha ricordato che in particolare per quanto riguarda i polmoni veniva eseguita dapprima la radiografia del torace e poi, una volta che tale pratica venne abbandonata, la spirometria ogni sei mesi. Per quanto riguardava il fegato, i test epatici erano stati intensificati e per quanto concerne il sangue erano stati eseguiti gli esami con emocromo e invece per le mani non erano stati effettuati esami specifici", ed infine a suggello conclude: "Si può dunque concludere che sostanzialmente venivano eseguiti gli esami contemplati dalle organizzazioni internazionali quali l’Osce nel 1975, cioè la bilirubinemia totale, fosfatasi alcalina, GOT, GPT, GGT, nonché l’International Labour Office nel 1982 e altresì la normativa di cui al D.P.R. del 1982 di recepimento della direttiva europea". Queste sono le pagine 387 e 388 della sentenza. Ora, questa è una pura e semplice petizione di principio, un grave errore della sentenza, che pone a fondamento della motivazione e della dimostrazione ciò che invece non è stato per nulla dimostrato. Di più, è un evidente errore nella valutazione delle prove testimoniali citate e una totale omissione di valutazione di altre prove testimoniali ostentatamente ignorate, esattamente contrarie all’assunto espresso nella sentenza. Intanto sulla periodicità delle visite, che fossero effettuate trimestralmente come imposto dalla legge lo dice soltanto il dottor Giudice, il quale però a domanda specifica del Pubblico Ministero aggiungerà un altro particolare nella sua deposizione che smentisce l’assunto e sul quale poi ritorno. Vengo ai testi citati dalla sentenza. Il teste Perazzolo, un lavoratore, dichiara che le visite mediche si svolgevano ogni sei mesi e solo in qualche caso ogni tre. Il teste Bareato, teste della difesa Montedison, coordinatore della manutenzione del gruppo PVC, dichiara che i dipendenti dell’officina svolgevano visite mediche minimo due volte l’anno. Solo il teste Calcatelli, anche questo teste della difesa Montedison, capo reparto al CV14 – 16, afferma la periodicità trimestrale delle visite mediche; e che alla fine Calcatelli tra gli eletti della motivazione a riscontro probatorio della sua petizione di principio resti l’unico testimone a sostenere la periodicità trimestrale, non avendo in questo caso nemmeno la compagnia dell’onnipresente dottor Giudice, è dimostrato da quanto lo stesso Giudice dichiara a domanda specifica del Pubblico Ministero, dichiarazione peraltro di cui non si trova traccia naturalmente nella sentenza. Il Pubblico Ministero aveva chiesto al teste Giudice se ricordasse una richiesta del 29 maggio del 1984 inoltrata dal direttore del Petrolchimico, all’epoca era il dottor Fabbri, all’Ispettorato del Lavoro e all’U.L.S.S. competente per ottenere l’autorizzazione a ridurre le visite mediche periodiche. Il dottor Giudice la ricorda bene, dice di aver collaborato alla sua stesura con alcuni dati; gli pare di ricordare che l’autorizzazione non venne concessa e aggiunge spontaneamente un significativo commento a proposito di quale sia stato il rispetto delle leggi in materia di igiene all’interno dello stabilimento. Dice Giudice: "Lì la faccenda è questa: la cadenza delle visite periodiche della 303 da tutti i cattedranti era sempre stata considerata offensiva della disciplina – offensiva della disciplina – cioè logica avrebbe voluto che si facessero più esami e magari fare meno visite. L’opera mia con la lettera di cui lei parla era questa, di poter cercare, tentare di dimostrare che la serie di accertamenti collaterali fatti in sede tossicologica autorizzavano a dire: facciamo più accertamenti, stabiliamoli di protocollo, e meno visite". Dunque anche Giudice sostiene con disinvoltura che questa faccenda della trimestralità delle visite mediche andava stretta ai vertici aziendali, quantunque ci fosse una legge ad obbligarli. Che poi abbiano fatto gli esami clinici per sostituirli alle visite che gli andavano strette è tutto da dimostrare e ve lo farò osservare successivamente. Che il rispetto però della trimestralità delle visite mediche non ci sia mai stato al Petrolchimico, se non nel convincimento espresso dalla sentenza di primo grado, è dimostrato da tredici, dico tredici testimoni, che il Tribunale ha preferito lasciare nel dimenticatoio del dibattimento. Si tratta di Giuseppe Prosperi, udienza 19 aprile del 2000, che parla di una visita all’anno accompagnata dall’esame sulla sordità, anche dopo la diffusione della notizia sulla natura cancerogena del CVM; di Aldo Menozzi, udienza 19 aprile del 2000, che ugualmente parla di una sola visita annuale con esami del sangue, urina e sordità; di Carlo Cecconello, udienza 19 aprile 2000, che parla di visita medica ed esami ogni sei mesi – una volta all’anno; di Cappelletto Vincenzo, udienza 9 maggio del 2000, che riferisce di visite iniziali una volta l’anno con esami radiografici effettuati su iniziativa del lavoratore e non su indicazione dell’azienda. A proposito di Cappelletto, che è il mio assistito, e delle visite mediche che lo riguardano, riferirò più tardi alcune circostanze che sono state ignorate dalla sentenza. Ancora, Gino Giacomello, udienza 9 maggio 2000, che parla di tempi delle visite non prestabiliti e ricorda di aver fatto prelievi del sangue solo due volte; Ernesto Zoccarato, udienza 9 maggio 2000, che parla di un paio di visite mediche in tutto il periodo lavorativo; Luciano Favarin, udienza 9 maggio 2000, che riferisce di aver fatto la visita medica ogni sei mesi; Ottavio Giacomello, udienza 10 maggio 2000, che dichiara di non aver mai fatto alcuna visita medica predisposta dall’azienda; Danilo Bortolato, udienza 10 maggio 2000, che ancora parla di una visita medica all’anno; Antonio Montefusco, che le visite mediche le fece per proprio conto; Alberto Giglio, che parla di visite mediche ogni cinque – sei mesi, con esami di urina e prelievo del sangue; Garatto Mario, che riferisce di visite mediche ogni sei mesi con analisi sangue e urine; ed infine Bruno Vizza, udienza 12 maggio del 2000, che riferisce di visite mediche ogni sei mesi con esami urine e sangue. Questo è un esempio eclatante di come si possa annullare la realtà emersa in modo univoco e concordante da una pluralità di testimoni e sostituirla con la non verità, utilizzando tre testimonianze che poi dimostrano essere, due su tre, più aderenti all’assunto esattamente contrario a quello sostenuto nella sentenza, senza ancora non osservare che a seguito della deposizione del teste Leopoldo Porcu, ufficiale della Guardia di Finanza, l’udienza è il 12 maggio del 2000, il Tribunale era venuto a conoscenza che durante gli ultimi cinque anni della gestione sanitaria del dottor Giudice, quindi dal 1986 al 1991, era sparita l’intera documentazione relativa alle visite mediche effettuate sui dipendenti. Il teste Giudice non sa spiegare la scomparsa, si limita ad affermare di aver lasciato l’archivio in un certo modo e in qualche maniera tenta di fare riferimento ai suoi successori. Per concludere su questo argomento, vorrei solo ricordare la contraddittoria posizione del Tribunale, il quale nel mentre inanella e magnifica tutti i tipi, semplici e complessi, di esami clinici che la struttura sanitaria dello stabilimento avrebbe svolto sui lavoratori, grazie alla sua natura di medicina preventiva, individuando poi la fonte nelle indicazioni degli atti del convegno nazionale tenutosi a Venezia nel 1987 altre a Brindisi nel 1990, in altra parte della motivazione individua alcuni di quegli esami, tra l’altro i più diffusi, transaminasi e (gamma-gt), come perfettamente inutili – dice il Tribunale – in un contesto di sorveglianza sanitaria, essendo test che hanno una maggiore sensibilità per la diagnosi di lesioni epatiche non correlate a CVM, mentre individua la fosfatasi alcalina come il test più sensibile per diagnosticare lesioni epatiche da CVM; ma che la fosfatasi alcalina fosse un esame clinico corrente ed usuale al Petrolchimico non risulta da nessuna parte. Non può certo bastare il dire sostanzialmente venivano eseguiti gli esami contemplati dalle organizzazioni internazionali e dalla normativa di cui al D.P.R. del 1982, perché si tratta di una semplice illazione della sentenza, priva di qualsiasi riscontro probatorio. Adesso parlerei della terza omissione, l’omessa informazione ai lavoratori sui rischi specifici e quindi concludo qui la parte generale che ho preparato. Dell’omessa informazione ai dipendenti ne parlano i due Articoli 4, ovvero dell’informazione dovuta, i due Articoli 4 del 1956 e del 1955, in relazione alla quale la sentenza spende scarne ma significative considerazioni. La sommaria enunciazione sulla questione, dimostrativa che la sentenza non ha alcun interesse ad occuparsi dell’argomento, si rinviene a pagina 457, dove si sostiene che l’impresa Montedison ebbe pure a promuovere, subito dopo aver ricevuto le predette notizie, una ricerca mediante la clinica del lavoro di Milano e d’intesa con le organizzazioni sindacali di Terni e di Brindisi diretta a compiere un controllo specialistico sui lavoratori esposti al CVM. Analoga iniziativa, continua la sentenza, non venne portata a termine nello stabilimento di Porto Marghera per il mancato accordo con le organizzazioni sindacali. Più avanti sostiene: "Ciò comunque evidenzia, oltre all’attivazione in numerose direzioni dell’impresa, anche l’avvenuta conoscenza delle insorte problematiche circa la pericolosità del CVM da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Del resto – continua la sentenza – l’estrema pubblicizzazione anche mediante le notizie giornalistiche delle nuove acquisizioni scientifiche, nonché la modifica consequenziale di varie procedure di processo e il complesso di attività di sostituzione e ristrutturazione avviate dall’impresa, escludono possa ipotizzarsi una mancata conoscenza degli operatori e delle loro organizzazioni sindacali in merito alle ritenute nuove potenzialità nocive del CVM". A parte la per nulla provata ristrutturazione aziendale, sulla quale maggiormente si diffonderanno altri difensori di Parte Civile, di fronte a queste affermazioni della sentenza viene da chiedersi quale spazio di effettiva applicazione possa restare alla norma speciale tuttora in vigore se fosse vero che sia sufficiente una pubblicizzazione anche mediante le notizie giornalistiche per ritenersi adempiuto l’obbligo in capo al datore di lavoro di informare i lavoratori sui rischi nell’esercizio dell’attività, un obbligo preciso, diretto, rivolto all’interessato, al prestatore di lavoro, che il datore di lavoro deve porre in essere e che non ammette dunque alcuna attività informativa intermediatrice da parte di chicchessia, un obbligo violato subito dai dirigenti aziendali, sin dall’iniziale semplice mancata comunicazione di quali effetti tossici ed epatotossici potesse causare il CVM li lavoratori dello stabilimento e nella specie a coloro che erano più esposti all’inalazione e alla manipolazione, gli insaccatori, gli autoclavisti, gli analisti di laboratorio, i manutentori. E torna in mente a questo punto la deposizione di nuovo del dottor Giudice, il quale in aula, dopo svariate e differenti risposte, dichiara infine di aver avuto prima del 1973 la conoscenza certa anche degli effetti oncogeni del CVM e torna alla mente la deposizione di un teste già indicato, il signor Prosperi Giuseppe, analista di laboratorio al reparto CV5 e 15, che riferisce dei dialoghi che i lavoratori avevano spesso con il medico di fabbrica, il quale tuttavia per lo più con loro parlava di fumo di sigaretta e di consumo di alcol. Ma è proprio il rapporto assolutamente inesistente, lo dice lo stesso dottor Giudice, perfino tra direzione sanitaria centrale e struttura medica di stabilimento, a dimostrare l’assenza di ogni doverosa informativa ai lavoratori. Se nemmeno il medico di fabbrica era coordinato dai superiori con direttive, indicazioni, protocolli, suggerimenti, controlli, è pura immaginazione pensare ad un interesse aziendale a rendere edotti i dipendenti del rischio che correvano in fabbrica e la lettera del 1975 di quei 250 lavoratori è uno degli elementi che sta a dimostrarlo. D’altra parte, è la stessa sentenza che lo ammette. Nulla dice infatti sul punto ed invece dice, ritenendolo sufficiente a giustificare l’operato dell’impresa, che le informazioni provennero da altre fonti: la stampa, allora organizzazioni sindacali. Mai dall’azienda. Ed è ancora il dottor Giudice a confermarlo, quando a domanda specifica ammette che non esisteva alcuna attività informativa sistematica resa ai lavoratori dello stabilimento sui rischi delle patologie correlate al CVM. Però ci sono altri testimoni che la sentenza nemmeno considera e che avvalorano l’accusa di omessa informazione. Non sono tutti semplici operai, perché ci sono anche dei capi reparto. C’è per esempio l’ingegner Renato Basei, che all’udienza del 31 marzo del 2000 riferisce di aver saputo del rischio oncogeno da CVM da informazioni verbali intercorse tra le persone, nemmeno con una comunicazione ufficiale, nemmeno con una comunicazione che fosse appesa alla bacheca dello stabilimento e stiamo parlando di un capo reparto. Ne cito altri tre: De Gatto è un lavoratore che ha deposto il 10 maggio del 2000; è un dipendente di una delle tante imprese di appalto operanti all’interno del Petrolchimico, la Cooperativa Facchini, che dichiara di aver saputo qualche anno dopo il 1982 da alcuni dipendenti della ditta committente che il CVM era una sostanza cancerogena. Giacomello Ottavio, udienza 10 maggio 2000, anche questi dipendente della Cooperativa Facchini, che della nocività del CVM venne a sapere all’inizio degli Anni Novanta per sentito dire, senza che vi fosse alcuna comunicazione nemmeno nella bacheca della cooperativa. Ernesto Zaccarato, insaccatore al CV6 e al CV14, informato che la polvere faceva male e mai che potesse provocare malattie anche tumorali. Montefusco Antonio, Presidente della Cooperativa Egeo, sovrintendente all’attività di insaccamento ai reparti CV6, CV14, 15 e magazzino, ignorava la pericolosità del prodotto; ne venne informato perché cominciò a sentirne parlare tra i colleghi. Si tratta solo di una piccola parte dei lavoratori sentiti durante l’istruttoria dibattimentale, perché tutti quelli ascoltati, tutti quelli ascoltati, hanno riferito di aver saputo degli effetti che il CVM produceva sull’organismo umano dopo le visite Fulc, anni dopo le visite Fulc, ma soprattutto tutti hanno riferito di essere stati informati dai colleghi, dalla stampa, da rappresentanti sindacali. Mai l’azienda, e si capisce perfettamente la ragione, ha dato le doverose informazioni, né lo ha fatto – come si è visto – persino con dipendenti che avevano una qualifica superiore a quella di operaio. Io, Presidente, avrei concluso la parte generale, le chiederei cinque minuti di pausa e poi passo alle posizioni singole.

 

PRESIDENTE – Sì, va bene.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 10.40.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.10.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo.

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino - Presidente, io proseguo la discussione per quanto riguarda la posizione dei miei tre assistiti. Comincio con Maurizio Simion, di cui ricordo molto velocemente la posizione lavorativa. È stato dipendente al Petrolchimico dal 1970 al 1990 e ha svolto le sue mansioni dall’assunzione fino al 1981 nel reparto CV10, dal 1985 anche al reparto CV11 e dal 1986 fino alla cessazione del rapporto di lavoro al reparto BC1, di produzione e lavorazione di cloruro di benzile. È stato operatore esterno, quadrista, capo turno operativo addetto alla produzione di CVM allo stato liquido e alla manutenzione, e addetto alla bonifica degli impianti CV11 e 10 a seguito a seguito della loro chiusura e poi quadrista al reparto spedizioni del BC1. Per quanto riguarda il signor Simion, anche qui vado veloce in ordine alle sue patologie, già nel 1975 la Fulc, che lo sottopone ad esame come gli altri lavoratori, attesta la presenza di una epatopatia cronica, della sua genesi – dice la relazione – ha giocato un ruolo importante l’esposizione a cloruro di vinile e menzionano segni di angiopatia, microangiopatia periferica. Quelle stesse conclusioni segnalavano per Simion: opportuno evitare l’esposizione a cloruro di vinile. L’Inail ha riconosciuto l’epatopatia cronica come malattia professionale e dal 1981 versa una rendita per inabilità permanente, inizialmente pari al 25%, oggi è diminuita al 20% e comunque è tuttora in corso. Ricoverato all’ospedale di Padova nel 1981 per epatopatia riconducibile a CVM e per epatomegalia, sottoposto ad ulteriori esami è in quell’anno, nel 1981, che all’esito di una termografia gli viene diagnosticata la sindrome di Reynaud. Nel corso del giudizio di primo grado, all’udienza del 3 dicembre del 1999, prima della contestazione suppletiva che poi portò alla formale costituzione di Parte Civile del signor Simion, il dottor Bracci, consulente del Pubblico Ministero, aveva relazionato al Tribunale la situazione di questo lavoratore sulla base degli esami ultimi che aveva eseguito nel 1998, dando atto di una normalizzazione del quadro epatico, della negatività del virus B e C e della persistenza però del dolore alle mani con esposizione al freddo, anche se in via di regressione. È stato visitato dal medico legale dottor Revean nel maggio del 2001, la cui perizia ho prodotto in primo grado, il quale ha riscontrato all’anamnesi la persistenza di questi dolori agli arti superiori. Dalle considerazioni medico – legali espresse, risultano presenti e attuali questa micropatologia periferica, l’epatopatia cronica tipo fibrosi epatica e un’epatomegalia di grado moderato. Il signor Simion si è costituito Parte Civile nel corso del giudizio di primo grado nel gennaio del 2001 nei confronti degli imputati del primo capo di accusa, rivergendo poi gli effetti della sua costituzione anche nei confronti dei responsabili civili. A questo proposito, do conto delle contestazioni contenute nella memoria 12 dicembre 2003 delle difese degli imputati Enichem, relativa ai motivi di appello delle Parti Civili. I difensori degli imputati sostengono l’estraneità dei loro assistiti nei confronti della posizione del signor Simion, poiché non sarebbe stato più esposto, a loro dire, a partire dal 1986, in quanto operante al reparto BC1. Ora, a parte che se fosse vera la cessazione dell’esposizione a partire dal 1986, la contestazione delle difese potrebbe sembrare fondata ma soltanto in relazione agli imputati Smai, Pisani e Zerbo, che rivestirono le qualifiche indicate in capo di imputazione a partire dagli anni 1987 e 1988, ma non in relazione agli imputati Presotto, Burrai e Necci, che rivestirono le qualifiche indicate negli anni dell’attività lavorativa prestata da Simion nei reparti CV10 e 11. Faccio osservare tuttavia, e così replico a queste contestazioni, che la costituzione di Parte Civile di Simion nei confronti di tutti gli imputati di appartenenza Enichem è avvenuta proprio a seguito dell’integrazione del capo di imputazione operata dal Pubblico Ministero ai sensi dell’Art. 517 all’udienza del 13 dicembre 2000. Questa integrazione è stata così effettuata per cui ai punti A, B e G, del punto 5 dell’integrazione, sono state aggiunte le seguenti parole: "Sia all’interno che all’esterno dei reparti della filiera produttiva 1 e 2 di cloroetano, CVM e PVC e relativi componenti additivi di polimerizzazione e lavorazione". Il reparto BC1 dove ha operato Simion dal 1986 al 1990 era addetto alla lavorazione del cloruro di benzile, sostanza clorurata che costituisce un additivo di polimerizzazione e di lavorazione del CVM e PVC rientrante nella fase della plastificazione del prodotto chimico che usciva dallo stabilimento. Dunque legittimamente la costituzione di Parte Civile e la successiva impugnazione della sentenza di primo grado sono avvenute rivolgendo i loro effetti a tutti gli imputati del periodo di gestione Enichem. Il signor Simion, lo ricordo, ha presentato le sue conclusioni nei confronti di tutti gli imputati ad esclusione di Belloni e di Gritti Bottacco, dirigenti della società Montefibre, che con questa sono estranei al rapporto di lavoro che lo riguarda. Nella fase dell’istruttoria dibattimentale, sono stati sentiti come testimoni il signor Artuso, collega di lavoro del signor Simion, il quale ha riferito al Tribunale le mansioni del lavoratore e la condizione lavorativa nel reparto; in particolare la carenza di mezzi di protezione personale a disposizione dei dipendenti. A questo proposito però, come già ho segnalato nell’atto di appello, ci sono altre testimonianze: quella del capo reparto dal CV 10 e 11 dal 1973 al 1974, il signor Aldo Casagrande, il quale all’udienza del 7 giugno 2000 ha riferito di non avere mai usato l’autoprotettore o la maschera in reparto, né di averli visti usare dai lavoratori lì operanti. L’esposizione professionale del signor Simion è durata continuativamente e senza interruzione dal 1970 al 1988, successivamente avuto riguardo al cloruro di benzile. Ma nonostante la segnalazione Fulc del 1975, accompagnata dalla segnalazione di spostamento dal reparto dove operava, Simion non è mai stato allontanato e ha continuato a lavorare alla produzione del CVM che nella specie significava operare con la sostanza allo stato liquido. Per quanto riguarda l’epatopatia, è stato osservato che chi è portatore di queste lesioni può vedere regredire la malattia se viene allontanato dalla sorgente di esposizione. Ecco perché dal 1990, anno in cui ha cessato il suo rapporto di lavoro, il signor Simion ha visto regredire l’epatopatia. Come rilevato dallo stesso Pubblico Ministero all’udienza del 29 giugno scorso, anche per Simion valgono le stesse considerazioni svolte per quei lavoratori nei confronti dei quali, pur essendo stato segnalato opportuno o addirittura necessario il loro allontanamento all’esposizione sin dal 1975, i dirigenti aziendali responsabili succedutisi nel tempo non hanno mai eseguito nessuno spostamento, lasciando che questi continuassero ad operare nonostante la presenza delle patologie riscontrate. Ricordo che la patologia di cui soffre il signor Simion attualmente è la sindrome di Reynaud, riconosciuta dal Tribunale come tra quelle che sono correlate all’esposizione al CVM. Gli è stata diagnosticata nel 1981. A seguito di studi svolti sugli animali, ricordo che è stato accertato che il CVM ha un’efficacia per la comparsa del morbo di Reynaud a dosi di esposizione anche di 5 – 10 PPM. In particolare, e qui riprendo l’argomento segnalato dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria, è dalla documentazione acquisita nel corso della rogatoria internazionale in Gran Bretagna presso l’I.C.I. (Imperiale Chemical Industry), che è stato accertato come la malattia di Reynaud non sia affatto correlata soltanto alle alte esposizioni. I documenti risalenti agli Anni Ottanta dimostrano che questa patologia è insorta anche in lavoratori che sono stati esposti a partire dal 1977 o a partire dal 1981, dal 1982 e in anni seguenti. Il Tribunale si è molto dilungato sulla malattia di Reynaud. Faccio tuttavia una necessaria premessa al ragionamento che poi seguirà a proposito di questa specifica patologia. La sentenza impugnata contiene un grave errore di fondo, rinvenibile in più parti della motivazione, che ha costituito le fondamenta della sua costruzione e dunque una fondamenta irrimediabilmente causa del crollo dell’edificio su cui è sorretta. L’errore comincia a pagina 175, quando si afferma che pur vigenti i D.P.R. del 1955 e del 1956, si ignorava – si sta parlando degli Anni Sessanta – la pericolosità e la cancerogenicità sia del gas CVM sia delle polveri PVC che si diffondevano nell’ambiente di lavoro e quindi la rappresentazione e la prevedibilità degli eventi poi verificatisi. Questo è un errore gravissimo della sentenza, sia in fatto che in diritto. In fatto perché non corrisponde alla verità dei fatti provati in questo processo che si ignorasse la così chiamata dal Tribunale pericolosità del CVM e PVC, ovvero chiamarla con il giusto termine sarebbe meglio, tossicità ed epatotossicità, essendo questa stranota a livello mondiale sin dai primi Anni Cinquanta. L’errore poi in diritto perché, anche se per mera ipotesi non fosse stata conosciuta, a parte l’esistenza dell’Art. 2087 del Codice Civile, norma completamente ignorata dalla sentenza di primo grado, gas e polveri avevano comunque un regime normativo e ricordo gli Artt. 20 e 21 del D.P.R. del 1956 che sono stati contestati agli imputati, che imponeva al datore di lavoro la dovuta osservanza delle disposizioni in materia di sicurezza nei posti di lavoro, a prescindere da qualsiasi rappresentazione e prevedibilità dell’evento, requisiti od elementi, questi ultimi, per nulla contemplati nei presupposti delle norme in questione, che imponevano ed impongono semplicemente ma rigorosamente l’obbligo di impedire o ridurre la diffusione nell’ambiente di lavoro dei gas e delle polveri; e la recente giurisprudenza di legittimità richiamata dal Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria è molto significativa. Accenno soltanto ad una sentenza di Cassazione del 2001, che ribadisce un principio reiteratamente confermato; sostiene l’irrilevanza della mancanza di tossicità o di nocività di vapori, fumi o polveri derivanti dal processo di lavorazione. Giustamente pertanto il Giudice di merito, dice la Cassazione, ha ritenuto la sussistenza del reato malgrado la ritenuta non nocività dei vapori di cui è stata accertata l’emissione. Ed ancora una sentenza del 2003, imputato Trioni, in materia di amianto, che ha affermato configurarsi la colpa specifica per violazione di norme anche quando la norma è posta a presidio di altro interesse, e cioè per prevenire l’asbestosi e non il mesotelioma, in quanto l’Art. 21 del D.P.R. del 1956, pur se pensato in relazione alle malattie respiratorie, è norma generale ed astratta dettata per impedire qualsiasi danno al lavoratore da polveri che si producano nello svolgimento del lavoro e quindi per evitare la produzione dei danni che sono conosciuti quando la norma è posta. Ma, ripeto, nel nostro caso siamo già nell’ambito di una tossicità, di una nocività, di una pericolosità di sostanza CVM accertata fin dagli Anni Cinquanta. Fatta questa premessa e parlando ora della malattia di Reynaud, seguo il ragionamento di cui ho appena riferito, dando per vero ciò che sostiene la sentenza impugnata. Dopo aver esordito con il riconoscimento dell’associazione causale del CVM con la malattia di Reynaud, a pagina 173, il Tribunale afferma a pagina 175: "Il solo rischio noto alla metà degli Anni Settanta era la sindrome di Reynaud, patologia che determinava disfunzione delle circolazioni delle mani e che veniva a colpire i lavoratori che per le loro mansioni venivano a diretto contatto con la sostanza nella pulizia delle autoclavi o dei filtri o nell’insacco". Dunque ci siamo: secondo il Tribunale, alla metà degli Anni Sessanta, non si conosceva la cosiddetta pericolosità del CVM e PVC, e dunque non era a suo dire possibile rappresentarsi e prevedere l’evento lesivo. Ma poi molto malamente corregge il tiro e ammette che il solo rischio noto alla metà degli Anni Sessanta era la sindrome di Reynaud, manifestando con tutta evidenza la decisiva contraddizione in cui cade in poche righe. Non si capisce, infatti, perché si sostenga la pericolosità del CVM - PVC, che non era nota negli Anni Sessanta, e poi nello stesso tempo si affermi che era nota l’associazione tra CVM e morbo di Reynaud. In ogni caso è un fatto che per il Tribunale, in relazione al manifestarsi di questa specifica patologia, è possibile configurare una responsabilità colposa laddove venga accertato che non si è previsto come si doveva che dall’inosservanza delle norme cautelari comuni sarebbe derivata una conseguenza dannosa. Lo si è accertato, questo? Vediamo cosa dice il Tribunale. Comincia col dire innanzitutto, elemento significativo per tutti gli ulteriori casi dei lavoratori colpiti da Reynaud indicati dal Pubblico Ministero nell’udienza del 29 giugno scorso e che non sono mai stati spostati. Comincia col dire: "Nella metà dei casi si osserva la guarigione al cessare dell’esposizione", pagina 285, o ancora: "Che si tratta di patologie che tendono a regredire con l’allontanamento del lavoratore all’esposizione e/o mansione a rischio", pagina 260. Poi c’è una caduta di stile, se così si può chiamare, dalla quale subito però si riprende, ma evidenziando le sue continue contraddizioni. Riferendosi alla casistica che ha ammesso, cioè i dieci casi di Reynaud, la sentenza sostiene: "Le patologie erano già state osservate alla metà degli Anni Sessanta e indussero ad una particolare sorveglianza sanitaria ai primi sospetti di tossicità del CVM, cui seguirono gli esperimenti sugli animali ad opera di Viola ed altri ricercatori, che daranno conferma già nel 1969 dell’associazione di tali patologie alle alte esposizioni". La caduta di stile sta nel postulare una tempestiva e premurosa sorveglianza sanitaria che poi lo stesso Tribunale, immediatamente dopo, nega vi sia stata. E infatti poco più avanti sostiene, pagina 261: "Non si è provveduto tempestivamente al loro allontanamento ovvero alla predisposizione di misure cautelative mediante l’introduzione di diverse procedure operative e all’adozione di mezzi di protezione individuale per evitare il contatto diretto tra le mani e il CVM. La responsabilità per tali malattie, pertanto, va addebitata a chi all’epoca ricopriva posizioni di garanzia". E ancora più oltre ribadisce: "Obbligo, quello precauzionale di un’adeguata osservanza sanitaria, non osservato invece relativamente ai casi accertati di Reynaud acrosteolisi, trattandosi di patologia nota sin dalla metà degli Anni Sessanta e regrediente con l’allontanamento dalle alte esposizioni cui era associata e per lo più riguardante mansioni che implicavano un contatto diretto con la sostanza che doveva essere evitato con idonee misure protettive realizzate tardivamente, tipo di evento questo riconducibile anche alla inosservanza della regola di assiduità e di adeguatezza del controllo sanitario che diversamente, se applicata, avrebbe potuto prevenire o non aggravare o non protrarre nel tempo la citata malattia. Dunque il Tribunale ha accertato la violazione colposa delle norme cautelari; i lavoratori colpiti da Reynaud non sono mai stati allontanati dalla fonte di esposizione, non sono mai stati muniti di mezzi di protezione per evitare il contatto diretto tra la sostanza e le mani; non sono mai stati sottoposti alla doverosa, assidua e adeguata sorveglianza sanitaria che avrebbe potuto prevenire, non aggravare e non protrarre nel tempo, la malattia. Che cosa dice a questo punto il Tribunale per incorporare anche quei dieci casi nella sentenza di assoluzione, dichiarando la prescrizione dei relativi reati? Che si tratterebbe, e sono i dieci casi che ha considerato, però ha dimenticato gli altri tredici casi di cui ha parlato il Pubblico Ministero, che si tratterebbe di lavoratori esposti ad alte esposizioni perché assunti in epoche remote, che dunque le loro patologie è presumibile siano state indotte in epoche precedenti alla data di inizio della contestazione. Ma il Tribunale sottace completamente che quei lavoratori compiti da Reynaud, tutti, non ebbero mai i mezzi di protezione alle mani, né furono sottoposti ad un doveroso controllo sanitario, né prima né dopo il 1973; vuole ignorare che l’induzione della malattia, che ritiene presumibile, è altra cosa rispetto alla sua diagnosi e così dimentica o travisa le date di accertamento diagnostico dei casi di Reynaud che pure ha riconosciuto correlati all’esposizione al CVM, date che sono molto più recenti di quelle indicate in motivazione; impone il silenzio sui casi di Reynaud accertati negli Anni Ottanta e Novanta semplicemente cancellandone l’esistenza ed infine non si avvede che è esso stesso a confermare una responsabilità colposa in atto agli imputati, di tutti, non solo di coloro che avevano posizioni di garanzia nel periodo 1969 – 1973, quando afferma senza lasciare ombra di dubbio che quelle malattie sarebbero scomparse o regredite o mai apparse all’orizzonte se quei lavoratori fossero stati allontanati dall’esposizione e quei lavoratori, individuati uno per uno, non sono mai stati allontanati dai loro reparti, né prima né dopo il periodo cosiddetto miracoloso indicato dalla sentenza, cioè il biennio 1973 – 1974. Quei lavoratori che il Pubblico Ministero ha indicato oltre ai già dieci ammessi dal Tribunale, tra i quali anche il signor Simion, sono per la gran parte tuttora sofferenti della patologia di Reynaud, nonostante l’allontanamento, che è avvenuto semplicemente perché è cessato il loro rapporto di lavoro con il Petrolchimico. Questa la posizione del signor Simion. Passo a trattare la posizione del signor Gastone Bonigolo, i cui prossimi congiunti si sono costituiti Parte Civile e hanno impugnato la sentenza di primo grado. Il signor Gastone Bonigolo ha lavorato per tutto il suo periodo lavorativo, cioè dall’aprile del 1958 al maggio del 1983 nel reparto CV14; ha svolto le mansioni di insaccatore, addetto alle pulizie del reparto e delle autoclavi e addetto al magazzino additivi. È deceduto il 27 novembre del 1999 per etapocarcinoma epatocellulare, diagnosticato il 23 settembre del 1996. Anche qui vado molto molto in sintesi sulla posizione sanitaria del signor Bonigolo. La sua storia è costellata di ricoveri ospedalieri fin dal 1983, quando cominciano ad evidenziarsi i primi danni epatici. Nel 1992 viene diagnosticata un’epatopatia tossica e l’esame ecografico e la tac successiva mostrano i primi segni della formazione tumorale al fegato. Ricoverato più volte nel 1996, la diagnosi rivelata dagli esami istologici è di carcinoma epatocellulare, confermata nel successivo ricovero del 1997 e poi nell’ultimo ricovero prima del decesso nel 1999. Nel corso del processo di primo grado, prima della contestazione suppletiva che portò alla sua formale costituzione di Parte Civile, il caso di questo lavoratore viene per la prima volta discusso all’udienza 3 dicembre del 1999. Il dottor Bai, consulente del Pubblico Ministero, analizza i risultati dell’autopsia e rileva un esito di fegato con una lieve fibrosi periportale, lesione caratteristica dell’esposizione al CVM, come successivamente verrà riconosciuto dai consulenti delle difese degli imputati. Il dottor Bai conclude che la diagnosi istologica depone per epatocarcinoma. Nella successiva udienza del 14 dicembre 1999, i consulenti del Pubblico Ministero, professor Ruggia e dottor Martinez, approfondiscono la questione e dopo aver rilevato che nella maggior parte dei casi studiati l’epatocarcinoma è associato a cirrosi epatica, mentre in alcuni questa associazione non è stata rilevata, individuano la neoplasia del signor Bonigolo come un epatocarcinoma primitivo in assenza di cirrosi, così come era avvenuto per altri lavoratori che, indico, sono Guido (Palzavara), Giovanni Mazzuzzo e Cesare Monetti. Però è con l’audizione dei consulenti delle difese Montedison, professor Colombo e dottor Callea, tuttavia, che il caso del signor Bonigolo assume una rilevanza del tutto particolare, soprattutto alla luce di quello che poi dirà la sentenza impugnata su questo caso. All’udienza del 12 gennaio 2000, il consulente Montedison, Colombo, riconosce che il signor Bonigolo è soggetto esposto personalmente a livelli significativi di vinilcloruro e alla fine della sua deposizione conclude così: "Ritengo che le patologie epatiche osservate, epatocarcinoma in fegato non cirrotico e le alterazioni istopatologiche degenerative associate, siano correlabili all’esposizione al vinil cloruro monomero e anche PVC. La presenza di sieropositività al virus dell’Epatite C in assenza di epatite cronica, di cirrosi, può essere considerata una concausa, ma non determinante nello sviluppo dell’epatocarcinoma. E qui signor Presidente – si sta rivolgendo al Presidente del Tribunale – abbiamo già detto che potrebbe essere un refuso da annotazione su cartella. A noi non risulta questa sieropositività al virus C". Conclusione questa concorde con quella del dottor Callea, il quale dice: "Noi confermiamo la diagnosi di epatocarcinoma in un soggetto che riconosciamo esposto professionalmente a livelli significativi di vinil cloruro". È a questo punto che si inserisce la curiosa e surreale conclusione adottata dalla sentenza di primo grado. A pagina 227, la motivazione commette una serie ripetuta di errori, valutando i singoli casi di lavoratori colpiti da epatocarcinoma senza tenere in alcun conto i dati e gli elementi processuali ricavati dall’istruttoria, addirittura andando oltre, attribuendo fattori causali di questa neoplasia laddove essi erano stati esclusi anche dai consulenti delle difese degli imputati. Esordisce affermando che nella coorte di Porto Marghera, sedici su diciannove soggetti con diagnosi di epatocarcinoma presentavano cirrosi. Intanto comincio col dire che i soggetti con diagnosi di epatocarcinoma sono ventuno e non sono diciannove, perché la sentenza si è dimenticata per strada i signori (Bolzonella) e Fusaro, per il quale ultimo, Fusaro, come per Bonigolo, non esistono fattori di rischio extra professionale, per voce del consulente Montedison, Colombo. La sentenza non dice quali siano tra i presunti tre, dice sedici su diciannove, i lavoratori che nel suo calcolo sono affetti da epatocarcinoma in assenza di cirrosi, però lo dico io perché lo dicono gli atti processuali: si tratta di Bonigolo Gastone, riconosciuto anche dai consulenti Montedison, di Giovanni Mazzucco e di Cesare Monetti. Quando comincia la lista dei sedici epatocarcinomi con cirrosi, il Tribunale inserisce in questi il signor Bonigolo, che non aveva la cirrosi e nello specifico nel gruppo di coloro che soffrivano di cirrosi indotta da virus dell’epatite C, epatite C che la sentenza annuncia essere l’infezione attualmente riconosciuta come il maggiore fattore di rischio per lo sviluppo dell’epatocarcinoma, a pagina 222. Ora, che non abbiano alcun valore per la sentenza le deposizioni dei consulenti del Pubblico Ministero, professor Ruggia e dottor Martinez, è una circostanza constatata in molte parti della motivazione; ma che addirittura essa sia sorda alle stesse considerazioni del dottor Colombo delle difese Montedison, diventa una notizia. Ecco i seguenti significativi passaggi espositivi svolti dal consulente degli imputati Montedison all’udienza del 12 gennaio 2000 a proposito del virus dell’epatite C relativamente al signor Bonigolo. Dice Colombo: "Nel ricovero del 1997 è assente il marcatore specifico con infezione con virus dell’epatite C. Nei successivi ricoveri del 1999, emerge questa volta una positività del virus dell’epatite C, però, attenzione, riferita nella cartella infermieristica come annotazione, ma non c’è l’esame originale. In questi casi, signor Presidente, è bene considerarlo come un falso positivo, perché in precedenza era stato negativo. I soli fattori di rischio riscontrati sono: l’esposizione al cloruro di vinile e la sieropositività del virus C, che io vorrei fosse vera, ma ritengo che sia una sorta di refuso della cartella, perché non esiste il referto formale di laboratorio. Quest’ultima non si associa peraltro a presenza di epatite cronica nel fegato non neoplastico, che mostra invece alterazioni istopatologiche di modesta fibrosi portale con dilatazione dei sinusoidi, che pur essendo di per sé aspecifici possono essere compatibili con una pregressa esposizione a CVM. La presenza di sieropositività al virus dell’epatite C in assenza di epatite cronica, di cirrosi, può essere considerata come concausa, ma non determinante nello sviluppo dell’epatocarcinoma del signor Bonigolo". E qui, signor Presidente, l’abbiamo già detto, che potrebbe essere un refuso da annotazione su cartella, ma a noi non risulta questa sieropositività. In conclusione la sentenza di primo grado è stata più realista del re, cioè delle difese degli imputati e decide, bontà sua, che sì il signor Bonigolo aveva un epatocarcinoma, ma il suo fegato era affetto da epatite da virus C, il fattore causale che la sentenza decide unilateralmente di includere ed eleggere a maggiore fattore di rischio per lo sviluppo dell’epatocarcinoma, contro tutte le evidenze processuali, anche quelle portate dalle difese degli imputati, pur di eliminare anche solo il sospetto che la neoplasia fosse causata dalla lunga esposizione professionale al CVM. Ma voglio restare un attimo agli altri casi di epatocarcinoma non cirrotico di questo processo per ricordare gli altri errori della sentenza, la quale decide che Mazzucco Giovanni aveva una fibrosi epatica congenita in assenza di cirrosi, pagina 228 della sentenza. La indovina solo sulla mancanza di cirrosi, ma Mazzucco aveva un epatocarcinoma, non una semplice fibrosi epatica e non era nemmeno una neoplasia congenita. Mi soffermo solo per poco sul caso di Cesare Monetti. Qui la sentenza decide di non decidere, pur avendo più che sufficienti elementi documentali e peritali. Si limita così a rendere conto, a pagina 227, che Monetti secondo i consulenti del Pubblico Ministero aveva un epatocarcinoma, secondo i consulenti della Difesa una iperpotlasia focale nodulare; ma salta a piè pari che biopsia e autopsia avevano accertato anche la fibrosi portale, che è la tipica e caratteristica lesione – lo ripeto – dell’esposizione al CVM, che il fegato di Monetti non era affatto cirrotico e che non vi erano altri fattori causali o concausali della neoplasia ed è davvero singolare questa assunzione di non posizione su Monetti, se poi osservo che con una sentenza del Pretore del lavoro di Venezia, dottor Salvarani, la numero 252 del 1982, confermata in appello, vi è stato un riconoscimento giudiziale di malattia professionale causata dall’esposizione al CVM di uno dei quattro tumori che hanno colpito questo lavoratore. Torno a parlare del signor Bonigolo. La conclusione che la sentenza trae sulla sua neoplasia è che non possa ritenersi raggiunta la prova dell’attribuzione causale dell’epatocarcinoma all’esposizione al CVM soprattutto perché in tutti i casi esaminati mediante indagine autoptica e discussi in dibattimento non sono state evidenziate le tipiche lesioni indotte dal CVM e per contro sono state invece individuate le lesioni riferibili ad accertati fattori noti di induzione di tale tumore, pagina 233 della sentenza. Ecco dunque la particolarità del caso del signor Bonigolo, ma anche del signor Monetti, che smentisce in fatto le petizioni di principio della sentenza. Bonigolo aveva le tipiche lesioni indotte da CVM: la fibrosi periportale con dilatazione dei sinusoidi, come il signor Monetti e non aveva, come il signor Monetti, alcuna lesione riferibile ad altri accertati fattori noti causativi dell’epatocarcinoma. L’unico accennato anche dai consulenti Montedison, ma per escluderlo, è il virus dell’epatite C. Dunque l’unico fattore causale dell’epatocarcinoma che ha colpito il signor Bonigolo è stata l’esposizione al CVM. Ma ricordo che la letteratura scientifica più recente sull’epatocarcinoma dice questo: "La monografia dell’Epa del 1999, che nelle precedenti monografie aveva sempre parlato genericamente di altri tumori del fegato, diversi dall’angiosarcoma collegati al cloruro di vinile, per la prima volta collega l’epatocarcinoma all’esposizione al CVM e riconferma la correlazione nella successiva monografia del maggio 2000, così scrivendo: "In conclusione, esistono prove decisive di una relazione causale e trasposizione al CV negli esseri umani e un eccesso di rischio significativo dell’angiosarcoma del fegato. Vi sono anche prove estremamente indicative di una indicazione causale con il carcinoma epatocellulare". Anche il lavoro di Boffetta e di Munt del 2003 conferma la tesi dell’associazione CVM – epatocarcinoma. Non è affatto vero dunque quello che dice la sentenza, che vi sarebbe stato un suggerimento di una sospensione di giudizio, come dice a pagina 218, a proposito di quanto avrebbe riferito il teste Boffetta. Al contrario, sentito all’udienza 12 luglio del 2000, Boffetta ha rilevato che lo studio multicentrico europeo di aggiornamento sugli esposti al CVM, di cui è stato un coautore, dimostra che per l’epatocarcinoma, come per l’angiosarcoma e per la cirrosi epatica, c’è un modello di crescita del tipo dose – risposta anche nei casi di esposizione media al CVM, cioè l’esposizione superiore a 300 PPM annui, con conseguente associazione tra questa patologia e il CVM. Ricordo allora, in aggiunta, che il signor Bonigolo è stato considerato dagli stessi consulenti delle difese Montedison esposto ad alti livelli di CVM e per quanto riguarda l’epidemiologia espressa tramite i consulenti del Pubblico Ministero, Comba e Pirasto, le cui controdeduzioni alla memoria del consulente Zocchetti di Enichem sono state completamente ignorate dalla sentenza, vari richiami fatti da questi consulenti dimostrano la forte associazione tra l’epatocarcinoma e l’esposizione al CVM, e cioè le già riferite conclusioni Epa del 2000 e inoltre l’aggiornamento Iarc di (Vard) e altri e l’aggiornamento della mortalità al 31 luglio 1999 nella coorte Montedison - Enichem. I prossimi congiunti del signor Bonigolo si sono costituiti Parte Civile dopo la contestazione suppletiva del 13 dicembre 2000, in relazione agli imputati del primo capo d’accusa, ad esclusione degli imputati Smai, Pisani e Zerbo, perché rivestivano le qualifiche indicate in capo di imputazione in periodi successivi alla cessazione del rapporto di lavoro del signor Bonigolo. A questo proposito, anche qui replico alla memoria 12 dicembre 2003 dei difensori Enichem, la quale a pagina 92 sostiene che da parte di questa Parte Civile la responsabilità degli eventi lesivi è ricondotta al Petrolchimico, senza evidenziare con la necessaria chiarezza l’estraneità degli imputati alla gestione Enichem alla posizione del signor Gastone Bonigolo, cessato nel 1983. Naturalmente non è vero. La costituzione di Parte Civile dei prossimi congiunti di Bonigolo non vi è stata nei confronti degli imputati Smai, Pisani e Zerbo, di appartenenza Enichem, per i motivi che ho appena detto, ma vi è stata per gli altri imputati sempre di provenienza Enichem, e cioè Presotto, Burrai e Necci, perché questi dirigenti hanno ricoperto le qualifiche individuate dal Pubblico Ministero nel capo di imputazione in periodi compresi nell’arco di tempo in cui si è svolta l’attività lavorativa del signor Bonigolo. Anche le conclusioni dei prossimi congiunti del signor Bonigolo Gastone non riguardano gli imputati Belloni e Gritti Bottacco e la società Montefibre, che unitamente a questi è estranea al rapporto di lavoro di Bonigolo. Concludo adesso con la posizione del signor Cappelletto Vincenzo, che è deceduto il 5 settembre 2004, quindi undici giorni fa. La causa del decesso è stata individuata nella metastatizzazione delle due neoplasie per le quali il signor Cappelletto era costituito Parte Civile in questo processo, e cioè il melanoma al dorso e il tumore del polmone. Anche per Cappelletto ricordo che la sua attività lavorativa si è svolta dal 1957 al 1992 nei reparti CV1 fino al 1959, laboratorio del CPV – SG2 dal 1959 al 1977, parco serbatoi dal 1977 al 1989. Ha svolto in questi reparti la mansione di quadrista e di stillatore al CV, analista di laboratorio, impiegato al parco serbatoi. L’indagine Fulc nel marzo del 1977 rileva la presenza di epatopatia cronica, nella cui genesi ha giocato un ruolo importante l’esposizione a cloruro di vinile. Nel 1989 subisce un intervento per un melanoma al dorso e nel 1997 gli viene diagnosticato il carcinoma polmonare. Nel corso del giudizio di primo grado, all’udienza del 25 settembre 1998, i consulenti del Pubblico Ministero, i dottori (Totire) e (Miedico), espongono al Tribunale la situazione sanitaria di questo lavoratore, attribuendo ad entrambi i carcinomi natura professionale in ragione degli elementi clinici evidenziati e in ragione delle evidenze segnalate dal rapporto (Istisan) del 1997 e da altri casi segnalati nella coorte Montedison – Enichem. Nel corso del 2000, però, il dottor Totire in particolare, chiamato ad esporre in aula la posizione di un altro lavoratore colpito da melanoma, il signor Lino Carraro, svolge un aggiornamento elencando recentissimi studi e per ultimo lo studio multicentrico europeo, che hanno evidenziato valori di SMR superiori proprio nella coorte italiana. Questi stessi studi sono stati poi specificamente indicati nella relazione finale del primo grado stesa dai consulenti del Pubblico Ministero, il 20 aprile 2001. Sugli aspetti genetici del melanoma hanno esposto in aula nel corso del primo grado i professori Berrino e Colombati, che hanno depositato la relativa relazione, evidenziando una sinergia tra le alterazioni tipiche del melanoma e quelle che si verificano a carico del gene P53 negli esposti a CVM, deponendo per una relazione causale dell’esposizione. Sul tumore del polmone depongono per la diagnosi professionale del signor Cappelletto le informazioni lavorative, quelle istologiche, quelle genetiche e quelle cliniche, tutte agli atti del giudizio ed inoltre, da un punto di vista generale, valgono tutte le considerazioni svolte dal Pubblico Ministero su questa neopotlasia durante la requisitoria in relazione agli innumerevoli studi epidemiologici, in contrapposizione a quanto sostiene la sentenza impugnata. La rappresentazione clinica delle neoplasie diagnosticate al signor Cappelletto fatta dai consulenti tecnici di Montedison, se ne sono occupati praticamente tutti – Colombo, Colosio, Lotti, Carter e Osculati – si ritrova nelle udienze 26 marzo 1999, 31 marzo 1999, 19 maggio 1999. Per i consulenti della difesa degli imputati, il signor Cappelletto, che ha lavorato oltre trent’anni al Petrolchimico, non è mai stato esposto al CVM, salvo la breve parentesi del biennio 1957 - 1959, nel corso della quale l’esposizione non avrebbe comunque superato i 50 PPM. Questi sono Carrer, Lotti e Colosio. Sarà il dottor Colosio, invitato a svolgere chiarimenti all’udienza del 19 maggio 1999, a rivelare candidamente, con una serie di eloquenti affermazioni che vale la pena sottolineare ora, il motivo della mancata osservazione dell’esposizione al CVM particolarmente nel periodo in cui il signor Cappelletto, e sto parlando di diciotto anni ininterrotti, operò come analista nel laboratorio SG2, che era il laboratorio del reparto CV5 e 15, dove gli analisti controllavano la resina e il (colpound) proveniente dai reparti di produzione. Il dottor Colosio dice che il lavoro di scorporo di 564 mansioni tra quelle indicate nelle famose matrici mansione – esposizione, e cioè le matrici che vengono utilizzate per l’indagine, sono state utilizzate per l’indagine epidemiologica e che recepirono i dati provenienti dalla stessa azienda dei reparti esposti e delle entità di esposizioni, non ha potuto essere così puntiglioso questo calcolo, ma che d’altra parte per Cappelletto esisteva un dato in più che aiutava a capire il perché della sua esclusione. Questo dato, riferisce in aula il consulente di Montedison, sarebbe costituito da un documento inviato all’Inail a seguito di due denunce per malattia professionale presentate da Cappelletto nel 1978 e nel 1980 dal medico di fabbrica, questo documento, che nella fattispecie era il dottor Giudice, grande conoscitore della struttura sanitaria del Petrolchimico, nel quale documento il responsabile sanitario dello stabilimento riferiva all’istituto che "non essendo Cappelletto soggetto sottoposto all’obbligo di visita medica periodica, non possiamo allegare dati medici". E più avanti lo stesso medico affermava improbabile l’esposizione a CVM. Ora, è un consulente delle difese degli imputati che ci dà la notizia: il signor Cappelletto è stato escluso come soggetto esposto perché non esistono dati medici sul suo conto a disposizione del Petrolchimico, in quanto è lo stesso medico di fabbrica che dichiara che il signor Cappelletto non era obbligato alle visite e dunque non venne sottoposto. Il D.P.R. del 1956 funzionava meravigliosamente dentro questo stabilimento. Singolare che lo stesso medico di fabbrica, il dottor Giudice, ricorda – nella requisitoria del 22 giugno 2004 lo dice il Pubblico Ministero – all’udienza dell’11 aprile 2000 dice il dottor Giudice: "Come sostanza tossica il CVM io l’ho sempre considerata tale, perché è un derivato alogenato di un idrocarburo alifatico; nell’Art. 33 del D.P.R. del 1956 c’è l’obbligo da parte del medico di fabbrica di visitare le persone esposte ai rischi di cui alla tabella 38". Il nominativo del signor Cappelletto è stato inserito per la prima volta nell’allegato B2 unito alla relazione dei consulenti del Pubblico Ministero, dottor Bai e Berrino, per l’epatopatia cronica e per il melanoma al dorso; ricompare nell’elenco dei nuovi trentasette lavoratori acquisiti a seguito della contestazione suppletiva dell’8 luglio 1998 per la neoplasia polmonare. La documentazione che lo riguarda è contenuta nel falcone 223 del Pubblico Ministero. Si era costituito in primo grado nei confronti degli imputati del primo capo d’accusa e a questo proposito ritorno ancora una volta alla memoria 12 dicembre 2003 dei difensori Enichem, i quali contestano la costituzione di Parte Civile per ragioni di estraneità degli imputati loro assistiti e si riportano a quanto esposto nel testo scritto della discussione del 10 luglio 2001, lamentando la mancata risposta alle loro osservazioni da parte di questa difesa di Parte Civile, anche dopo i motivi d’appello. Faccio presente in questa sede che la memoria 10 luglio 2001 citata dai difensori Enichem, che si occupa di Cappelletto alle pagine 90, 91 e 99, sostiene che gli imputati Enichem da escludere nei confronti di Cappelletto sono Pisani e Smai, perché Cappelletto, entrato in cassa integrazione nel 1989, ritenuto non più esposto a loro dire dal 1977, non avrebbe nulla a che vedere con questi due dirigenti in relazione a loro eventuali responsabilità penali. In realtà, ecco la mia replica, l’esposizione di Cappelletto per il periodo di lavoro svolto presso il parco osservatori dal 1987 al 1989, come affermato anche dai consulenti del Pubblico Ministero Totire e Miedico e dunque il suo atto di costituzione è legittimamente comprensivo anche delle posizioni di questi due dirigenti, direttori dell’insediamento di Porto Marghera nel periodo 1987 – 1990. Il signor Cappelletto non si è costituito nei confronti degli imputati Pelloni e Gritti Bottacco, dirigenti nella società Montefibre, perché estranei al suo rapporto di lavoro. In sede istruttoria dibattimentale sono stati sentiti i suoi colleghi di lavoro al laboratorio, i signori Giuseppe Prosperi e Gino Giacomello, oltre allo stesso Cappelletto, che così hanno descritto le condizioni di lavoro: "La manipolazione della resina veniva fatta a mani nude, senza l’uso di guanti e questo fino al 1987". È il signor Prosperi che lo dice, che cessò in quell’anno il rapporto di lavoro. "Non veniva data alcuna maschera per l’analisi dei campioni ed esisteva in reparto un’unica maschera di emergenza, ma solo a partire dal 1976, un unico autorespiratore, peraltro in uso al solo assistente di turno nei momenti di fughe di gas. Le cappe di aspirazione esistenti erano troppo piccole e insufficienti perché inferiori alla portata della stufa dove veniva eseguito l’essiccamento". I testi dichiarano che l’azienda aveva categoricamente imposto l’analisi dei campioni a finestre chiuse del reparto, per evitare la contaminazione del prodotto derivante dal reparto sottostante, il CV5 e 15. L’unico gas cromatografo esistente in laboratorio era quello destinato a misurare la concentrazione del CVM nei campioni analizzati, concentrazione che raggiungeva quasi sempre i valori di migliaia di PPM, ma non esisteva in reparto alcun gas cromatografo per il monitoraggio ambientale. Sulla situazione del parco serbatoi ha riferito in aula lo stesso signor Cappelletto, ma la descrizione viene anche da altri testi nel corso del giudizio di primo grado: sono Amerigo Vianello, assistente di giornata, che all’udienza del 9 maggio 2000 afferma la mancanza totale di maschere di protezione per gli addetti allo scarico e carico del prodotto da cisterne, tubi e autobotti e per gli impiegati che annotavano gli scarichi effettuati; di Falcidia Graziano, udienza 7 luglio 2000, capo reparto del parco serbatoi dal 1982 al 1989: dichiara che su sei dipendenti vi erano in uso due o tre autoprotettori; ammette che le schede di sicurezza contenenti le informazioni e le misure di protezione da adottare vengono fatte circolare in reparto soltanto a partire dal 1983. Il melanoma e il tumore polmonare sono patologie che il Giudice di primo grado ha escluso come correlate all’esposizione a CVM; ne parla nella sentenza a pagina 188 per il melanoma e a pagina 190 per il tumore al polmone. Sul melanoma, e tra poco ho concluso, sono alla fine, la sentenza apparentemente si presenta come una burocratica sintesi senza giudizio degli studi epidemiologici che hanno evidenziato l’associazione tra CVM e melanoma; ma in realtà, dando conto di una propria semplice opinione, peraltro immotivata, non li considera rilevanti o non li considera affatto. Ciò nonostante essa stessa sottolinea che proprio per la coorte di Porto Marghera vi sono stati due osservati su 1,2 attesi; riferisce dello studio di coorte norvegese poi aggiornato al 2000, che conferma un eccesso di casi nella stessa coorte: quattro osservati rispetto a 0,8 attesi nel 1984, sette osservati rispetto a 3,1 attesi nel 2000. Cita lo studio svedese anche questo, segnalando un eccesso di melanomi tra osservati e attesi: tre rispetto a 0,5. Ma conclude per una influenza dei risultati in eccesso da parte delle coorti del nord Europa sullo studio (Langand), che è l’ultimo studio, quello del 2000, e dà rilievo al fatto – uso le parole della sentenza – "che l’eccesso di melanomi nella coorte norvegese può essere dovuto anche al caso"; ricorre infine alla sua solita interpretazione delle dichiarazioni del teste Boffetta per sostenere lapidariamente e contro le evidenze epidemiologiche che gli studi sperimentali non sono ancora adeguati a sostenere i risultati epidemiologici e con il melanoma la sentenza chiude qui. Per il tumore al polmone e le altre malattie respiratorie, come già evidenziato dal Pubblico Ministero nella requisitoria del 29 giugno, la sentenza platealmente ignora le analisi del professor Mastrangelo e del dottor Gennaro: Mastrangelo sottolinea questioni molto importanti sia sulla plausibilità biologica che sulle evidenze epidemiologiche, sulle evidenze nei singoli casi esaminati e soprattutto nei casi delle alte esposizioni; Gennaro evidenzia valori di SMR che la sentenza non prende nemmeno in considerazione nella sua motivazione. Ora, non avendo i giudici di primo grado obiettato nulla sulle osservazioni di questi due consulenti, non resta che confermare la loro validità e, più che chiedersi per quale motivo la sentenza non ne abbia tenuto conto, rilevare la sua totale manifesta omissione di riscontri probatori, nemmeno contraddetti dalle difese degli imputati. Sull’associazione CVM – fumo, ricordo ancora la sentenza della Corte d’Appello di Torino del 2004, segnalata dal Pubblico Ministero all’udienza del 24 giugno, la quale per ultima, confermando l’orientamento della Corte di Cassazione in tema di malattia professionale ribadisce che "affinché sussista il rapporto eziologico è necessario e sufficiente che il datore di lavoro realizzi una condizione idonea a produrre la malattia, purché non si ricolleghi autonomamente a fattori eccezionali o atipici del tutto indipendenti dalla pure accertata insalubrità dell’ambiente di lavoro e, in forza del principio di equivalenza delle cause di cui all’Art. 41, è correttamente affermata la penale responsabilità del datore di lavoro qualora anche si accorti una malattia professionale di tipo misto, causata sia dall’ambiente di lavoro che dal concorso di fattori naturali ed individuali preesistenti e coevi". Presidente, io, per quanto riguarda le mie Parti Civili, depositerei le conclusioni dandole per dichiarate, perché solo a leggerle credo che ci metto un quarto d’ora per ognuna e quindi le depositerei, se le altre Parti sono d’accordo.

 

PRESIDENTE – I colleghi sono d’accordo? Va bene, allora le depositi.

 

(Fuori microfono).

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Ma io le conclusioni le ho appunto adottate e nella esposizione ho detto gli imputati nei confronti dei quali ciascuno non si è costituito.

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Va bene, allora leggo. Per quanto riguarda Maurizio Simion le conclusioni sono adottate nei confronti degli imputati Grandi, Porta, Gatti, Bartalini, Lupo, D’Arminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, (Reichenbak), Fedato, Gaiba, Fabbri, Smai, Pisani, Zerbo, Presotto, Burrai, Necci, con l’estensione ovviamente degli effetti della costituzione di Parte Civile nei confronti delle società Montedison, ora Edison S.p.A., Eni S.p.A., Enichem Base, le dico tutte, tutte ora Sindial S.p.A., Montedipe, ad esclusione di Montefibre. Per quanto riguarda i prossimi congiunti di Bonigolo Gastone, le conclusioni sono nei confronti degli imputati Grandi, Porta, Gatti, Bartalini, Lupo, D’Arminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Gaiba, Burrai, Necci. Gli effetti della costituzione nei confronti di tutte le società che ho appena indicato anche per Simion, ad esclusione della società Montefibre. Per Cappelletto Vincenzo le conclusioni sono nei confronti degli imputati Grandi, Porta, Gatti, Bartalini, Lupo, Darnimio Monforte, Diaz, Morione, Reichenbak, Fedato, Gaiba, Fabbri, Presotto, Burrai, Necci, gli effetti della costituzione nei confronti di tutte le società che ho appena indicato anche per Simion, ad esclusione della società Montefibre. Per Cappelletto Vincenzo le conclusioni sono nei confronti degli imputati Grandi, Porta, Gatti, Bartalini, Lupo, D’Arminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenbak, Fedato, Gaiba, Fabbri, Smai, Pisani, Zerbo, Presotto, Burrai, Necci, con estensione degli effetti alle società che ho appena indicato per le altre due Parti Civili, ad esclusione di Montefibre S.p.A.

 

PRESIDENTE – Va bene, allora ne prendiamo atto.

 

PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Presidente, volevo soltanto aggiungere questo. Adesso deposito le conclusioni. Depositerò la memoria relativa alla parte generale e le tre memorie relative agli assistiti.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

PARTE CIVILE – Avv. Pozzan – Egregio Presidente e Giudici del Collegio, sono l’Avvocato Pozzan e intervengo in questo processo per le seguenti Parti Civili appellanti: prossimi congiunti di Faggian Tullio, prossimi congiunti di Cecchin Bruno, prossimi congiunti di Dal Corso Franco, prossimi congiunti di Mainardi Paolo e per il signor Giacomello Ottavio. Chi vi parla poi difende anche l’Associazione Italiana per il WWF, che è costituita Parte Civile nel secondo capo di imputazione, ma con il consenso delle Parti, non credo che ci siano opposizioni da parte dei colleghi, io ho anticipato al Presidente tramite il suo segretario questa questione, non mi pare che non ci sia da parte nemmeno del Presidente alcuna questione, l’intervento per questa associazione verrà svolto nelle udienze in cui sarà parlato del secondo capo di imputazione e quindi delle problematiche ambientali. Cercherò di contenere il mio intervento in un’oretta. Mi occuperò di due problematiche di carattere generale, che sono state solo accennate nel corso del processo dal Pubblico Ministero e poi, solo a flash, in modo molto più sintetico del collega che mi ha preceduto, farò qualche cenno riguardo ai miei assistiti, per i quali rimando agli atti di appello, dove esiste nella parte finale un capitolo proprio specifico relativo all’esposizione, alla storia lavorativa, alla malattia che ha colpiti i nostri, i miei assistiti. Il primo tema di carattere generale che vorrei sviluppare è intrinsecamente legato ad una parte lesa in questo processo, di cui io poi difendo i prossimi congiunti, il signor Faggian Tullio. Faggian Tullio è un operaio che è stato assunto nel 1967 da Montedison, è stato assegnato al reparto CV14 – CV16 nel settembre del 1967, fa l’autoclavista fino al 1975 e ciò nonostante sia, in sede di indagine epidemiologica, come ha ricordato testé la collega Manderino, nel 1975 e 1977, che successivamente in più occasioni, nel 1983, nel 1984 e nel 1985, l’infermieria di fabbrica abbia richiesto il suo spostamento dai reparti con esposizione al CVM. Faggian Tullio muore nel 1999 per angiosarcoma epatico, diagnosi che non è stata contestata da nessun consulente. Lascia due figli sordomuti, peraltro, e la sua patologia è stata riconosciuta ai fini Inail come patologia correlabile al CVM. Perché parlo di Faggian Tullio come tema generale? Perché Faggian Tullio è un nome che fa un po’ paura in questo processo; è un nome che un po’ scombina le carte, o meglio il castello di carte che è stato costruito dalle Difese e, direi, è stato puntellato dal Tribunale con la sua sentenza. Perché scombina le carte? In estrema sintesi, la tesi del Tribunale è questa. Come voi sapete il CVM è un cancerogeno iniziante, cioè che agisce solo nel primo stadio del processo oncogeno; agisce solo se somministrato in dosi massicce e cumulative, che erano presenti soltanto negli Anni Cinquanta e Sessanta e non negli Anni Settanta e comunque dal 1974 quando, dopo la conoscenza della cancerogenicità del CVM, le imprese avrebbero adottato tutta una serie di provvedimenti che avrebbero ridotto drasticamente l’esposizione comunque in percentuali del tutto irrilevanti sotto un profilo causale. A conferma di questa tesi, di questo assunto, la cosiddetta prova del nove, starebbe il fatto che nessun operaio assunto nella coorte di Porto Marghera dopo il 1967 si sarebbe ammalato di patologie correlate o correlabili al CVM. Questa ,in estrema sintesi, è la tesi del Tribunale, quanto meno sotto il profilo della causalità. Questo teorema diciamo vacilla, o meglio è messo un po’ in discussione, dal caso di Faggian Tullio. E perché? Perché Faggian Tullio viene esposto al CVM dopo la fatidica data, 1967, perché Faggian Tullio incomincia a lavorare come autoclavista il CV14 e CV16 il 14 settembre 1967; quindi, tenuto conto che i primi uno o due mesi sono mesi di rodaggio, etc. etc., di fatto è operativo ed è esposto nelle autoclavi dal 1968. E allora vacilla la prova del nove delle Difese, cioè la prova indiretta della irrilevanza dell’esposizione degli anni successivi al 1974 e ciò perché un lavoratore esposto quasi esclusivamente negli Anni Settanta e Ottanta, a livelli sicuramente inferiori a quelli degli Anni Cinquanta e Sessanta, ma dopo vedremo che saranno superiori comunque ai livelli limite, si è ammalato di una patologia che è sicuramente correlabile al CVM. Qui quindi le carte non tornano, perché se ammettiamo come dice il Tribunale che il CVM è un cancerogeno iniziante, induce il processo oncogeno soltanto ad alte dosi, esistenti negli Anni Sessanta e Settanta, allora il Faggian non avrebbe dovuto ammalarsi, perché troppo bassa sarebbe l’esposizione – non le migliaia di PPM di cui parla il Tribunale – e troppo breve il tempo dell’esposizione casualmente rilevante, che sarebbero quei cinque anni dal 1968 al 1973, perché possano accumularsi quelle dosi sufficienti a produrre il processo oncogeno. Questa contraddizione evidente viene meno se invece si ritiene che il CVM non è un cancerogeno iniziante ma è anche promotore, o meglio che la vecchia concezione del processo cancerogeno a multi–stadi è superata, che quindi abbiano rilievo anche le esposizioni successive a dosi inferiori, soprattutto perché impediscono i cosiddetti meccanismi riparatori della cellula, o è vero che non è assolutamente vero questo famoso miracolo degli anni 1974 e 1975, ovvero della riduzione massiccia dell’esposizione al CVM. Quindi Faggian Tullio rimane un granello, ma direi anche un macigno, che fa cigolare il meccanismo che è stato costruito dal Tribunale sul tema causalità. Ma per una seconda ragione Faggian Tullio scombina le carte in questo processo. Con riferimento ai lavoratori che sono deceduti per angiosarcoma, tra questi appunto Faggian Tullio, il Tribunale ci dice tre cose: è provato, dice il Tribunale, anche perché lo ammettono tutti i consulenti di Montedison ed Enichem, che il CVM ebbe un ruolo causale nella produzione di questa malattia, quindi è provato un nesso di causalità tra esposizione e malattia; è provato, dice il Tribunale, che negli Anni Cinquanta e Sessanta vi erano esposizioni rilevatissime, ma è anche provato che tra il 1968 e il 1973, che sarebbero quegli anni rilevanti casualmente per il Faggian, i lavoratori addetti alle autoclavi, gli autoclavisti, soprattutto quelli al CV14 e CV16, fossero esposti a concentrazioni di CVM superiori a quelle previste sia dalla (Oscia), che parlava di un TLV massimo di 500 PPM, sia dalla CGH, che parlava di una media ponderata di 500 PPM, sia dal contratto collettivo del 1969, che parlava di un massimo di 500 PPM, vedi a questo proposito pagina 280 e 462 della sentenza e cioè che vi fosse questo superamento soprattutto, lo dice il Tribunale, in alcune operazioni quali il degasaggio e l’adempimento. È provata quindi, ci dice il Tribunale, la violazione dell’Art. 20 del D.P.R. 303 del 1956, norma che impone al datore di lavoro di ridurre lo sviluppo e la diffusione dei gas. Ciò provato, dice il Tribunale alla fine, non è invece provata la colpa dei dirigenti sotto il profilo della prevedibilità dell’evento, nel senso che nessun rimprovero si può muovere per omissione di cautele antinfortunistiche idonee ad evitare l’insorgere di un tumore che non era prevedibile all’epoca in cui queste cautele sarebbero state omesse. In altri termini, ci dice il Tribunale, poiché negli anni precedenti al 1974, che sono quelli causalmente rilevanti, non si conosceva che il CVM fosse cancerogeno, non si può quindi rimproverare al datore di lavoro di non aver tenuto una condotta volta ad evitare appunto il prodursi del cancro, l’angiosarcoma. Quindi, provato il nesso di causa, provata la violazione di norma specifica, per chiudere il cerchio – dice – manca una parte e cioè la prevedibilità dell’evento. È questa, la questione della prevedibilità dell’evento, un punto centrale di questo processo. Su questo è stato già detto, richiamo al proposito l’atto di appello dell’Avvocatura di Stato, pagina 22 e seguenti, con i richiami di giurisprudenza, sui quali torneranno anche altri colleghi, anticipo che il collega Farinea si occuperà di questa problematica. Per quanto poi qui interessa, anticipo due tematiche che sono, le desumo, dall’orientamento della Corte di Cassazione: nel caso di contestazioni di reato con colpa specifica, accertata la violazione della norma antinfortunistica specifica, non è necessario accertare la prevedibilità dell’evento, perché l’evento è presunto nella norma. Secondo la giurisprudenza sempre della Corte di Cassazione, anche quella citata dal Pubblico Ministero, non è necessario prevedere proprio l’evento verificatosi, ma è sufficiente prevedere un evento che colpisce il medesimo bene giuridico che è colpito dall’evento che poi si è verificato. E allora perché dico che il signor, il caso di Faggian Tullio scombina anche questa tesi dell’assenza della prevedibilità dell’evento? Per una ragione fondamentale. Quando inizia a lavorare il signor Faggian Tullio al CV14 e 16, cioè diciamo operativo dal 1968, non vi è neppure un dubbio che il CVM fosse produttivo oltre che del morbo di Reynaud, fosse epatotossico, cioè fosse nocivo. Faggian inizia a lavorare non negli Anni Cinquanta e negli Anni Sessanta, ma nel 1968, quando sono già usciti e ben conosciuti non solo il lavoro di Tribuc, il lavoro della Filatova del 1957 e del 1958, ma anche il lavoro di Suciu, che viene tradotto nel 1967 e di Popov del 1968 in cui si parla di epatotossicità ed erano tanto conosciuti che, come ci ha detto il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, il dottor Bartallini ha riconosciuto in sede di audizione che il fatto che il CVM fosse epatotossico, e cioè nocivo per il fegato, lo sapeva da quando era laureato, cioè dal 1963. Faggian Tullio comincia a lavorare quando era già comparsa la scheda di Montedison del 1963, dove si dice che il cloruro di vinile è un vapore infiammabile e tossico, quindi inizia a lavorare e nel periodo in cui sarebbe stato esposto alla concentrazione rilevante poteva prevedere un evento che aggrediva lo stesso bene giuridico, salute, e lo stesso organo fondamentale, il fegato, che ha colpito, che poi lo ha colpito e che è l’evento che si è verificato; soprattutto poteva prevedere un evento, cioè danni epatici, che era evitabile con le stesse cautele che avrebbero evitato l’evento che poi si è verificato, cioè l’angiosarcoma al fegato, perché non vi è dubbio che ad esempio la riduzione dell’esposizione al gas, come avrebbe evitato i danni al fegato, cioè l’epatotossicità, avrebbe evitato anche l’angiosarcoma al fegato. Faggian Tullio, quindi, fa vacillare le argomentazioni che il Tribunale ha assunto sia per quanto concerne la causalità, sia per quanto concerne la colpa. Questo è il primo argomento di carattere generale che affronto. Il secondo argomento di carattere generale che mi sono riservato di affrontare riguarda il tema degli insaccatori, più precisamente le omissioni contestate agli imputati della direzione dell’attività di insaccamento del PVC. Come ha già anticipato il Pubblico Ministero, il tema dell’insacco in questo processo ha una grande rilevanza e ciò non solo per il numero di lavoratori che sono stati lavoratori addetti a tale attività di insacco, diciamo oltre novanta, che sono stati colpiti da malattie, che sono stati indicati come parti offese in questo processo, non solo per la specificità della problematica che è relativa e cioè la relazione tra il PVC e i tumori ai polmoni e all’apparato respiratorio, ma soprattutto perché gran parte degli addetti all’attività di insacco, ma non solo, perché c’erano insaccatori anche dipendenti Montedison, erano soci e lavoratori delle cooperative e proprio perché soci e lavoratori delle cooperative e quindi non dipendenti di Montedison ed Enichem e delle società figlie, erano sottratti a quelle garanzie anche minime, direi, che erano comunque in parte riservate ai dipendenti di Montedison ed Enichem. Il Pubblico Ministero, nel corso della sua requisitoria in primo grado e anche nell’ordinanza di rinvio a giudizio, nella richiesta di rinvio a giudizio aveva definito questi lavoratori come canne da cannone. Erano lavoratori che lavoravano in un ambiente che è stato definito da molti testimoni come un girone dantesco, che pranzavano all’interno del reparto, cioè dove lavoravano, che non avevano le docce a disposizione, come avevano invece i lavoratori di Montedison, che non avevano l’infermeria di fabbrica, non potevano accedere all’infermeria di fabbrica. Il fatto che questi siano poi soci e lavoratori di cooperative e non dipendenti di Montedison ed Enichem, anche se molti, una parte degli insaccatori erano anche dipendenti di Montedison, come il Tribunale ben sa, non esclude che i dirigenti di Montedison ed Enichem debbano rispondere degli eventi di morte o di malattia che hanno colpito anche questi lavoratori, e ciò perché ai sensi dell’Art. 3 comma due del D.P.R. 303 del 1956 e come ho già ricordato nel corso della mia arringa conclusiva in primo grado, in virtù del principio dell’intromissione dell’azienda appaltante nel lavoro dato in appalto, e cioè dal fatto che veniva tutto il lavoro diretto direttamente dall’azienda, i dirigenti di Montedison ed Enichem rispondono anche degli eventi che hanno determinato nei confronti di questi soci lavoratori delle cooperative dati in appalto. Sul punto richiamo quanto ho già detto nel corso della mia arringa conclusiva il 15 giugno 2001, in primo grado; la questione non mi pare sia stata mai contestata, se non solo per qualche cenno, dalle difese e la sentenza lo dà per un dato assodato. Per quanto riguarda questa tematica, voglio essere molto sintetico e soffermarmi soltanto, senza ripetere quanto scritto nei motivi d’appello, soffermarmi soltanto su quelle che sono poi state le repliche contenute nelle memorie depositate in sede di appello dalle difese Enichem e dalle difese Montedison. La sentenza si occupa specificamente delle omissioni contestate con riferimento all’attività di insacco, da pagina 359 a pagina 370; l’atto di appello se ne occupa da pagina 673 a pagina 674. Le difese degli imputati Enichem, in particolare l’Avvocato Stella, con memoria da pagina 341 a pagina 363, 70, 75, 279 e seguenti. Le difese Montedison, invece, Avvocati Carbone, (Bacchella) e (Tadoio) da pagina 112 e pagina 115. Il capo di imputazione contesta, con riferimento all’attività di insacco, sette omissioni e vedrò qui, cercherò di analizzarle l’una dopo l’altra. Si parla di omissione del controllo dell’uso della maschera antipolvere da parte degli operai addetti all’insacco, omessa separazione delle attività insalubri, omessa adozione degli interventi volti ad impedire o ridurre lo sviluppo e la diffusione delle polveri, omessa adozione di procedimenti lavorativi in apparecchi chiusi e muniti di sistemi di aspirazione vicino al luogo di lavoro, omessa comunicazione ai lavoratori delle cooperative dei rischi cui erano sottoposti con la polvere, omissione del monitoraggio degli ambienti di insacco, omessa tenuta di idoneo servizio sanitario per i lavoratori addetti alle cooperative. Va subito detto che tali omissioni hanno rilievo in questo processo sia come condotta omissiva del reato di omicidio o lesioni colpose, Artt. 589 e 590, sia come condotta del reato di cui all’Art. 437, e cioè dell’omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. Richiamo a tale proposito la giurisprudenza già citata dal Pubblico Ministero, in specie quella del 1988, che dà un’interpretazione molto estesa al concetto di cautele e quindi l’estende anche a cautele che non sono inerenti specificatamente ad apparecchiature vere e proprie, come ad esempio invece lo sono le cappe di aspirazione e gli apparecchi di monitoraggio. Certo è che anche ad accedere, ma mi pare che… ad una tesi più restrittiva dell’Art. 437, che è comunque sconfessata dalla Corte di Cassazione, basterebbe provare che vi è stata un’omessa o tardiva installazione per esempio delle cappe di aspirazione degli impianti di monitoraggio per dare per accertato il reato, l’elemento oggettivo del reato di cui all’Art. 437. Precisata quindi questa duplice importanza delle omissioni relative all’attività di insacco, vengo ad analizzarle una per una in modo molto sintetico. Iniziamo con l’unica condotta, contestazione, relativa all’attività di insacco che è stata riconosciuta esplicitamente ed espressamente fondatasi in fatto e in diritto. L’omesso controllo dell’uso delle maschere antipolvere nei confronti dei soci delle cooperative addetti all’insacco. Il Tribunale a pagina 369 della sentenza ritiene i dirigenti Montedison ed Enichem responsabili di tale omissione che trova l’obbligo nell’Art. 387 del D.P.R. 547 del 1955. I difensori degli imputati nulla contraddicono nelle loro memorie d’appello, pertanto do per scontata la questione, con due importanti conseguenze, Presidente. La prima è che viene confermata l’applicazione di questo obbligo antinfortunistico anche nei confronti dei dipendenti delle cooperative, la seconda e importante conseguenza è che vi è un implicito riconoscimento della nocività della polvere di PVC, posto che l’Art. 387 del D.P.R. 547 del 1955 impone l’obbligo di mettersi le maschere antipolvere nel caso di rischi di inalazione di polvere nociva. Ritenere quindi che l’obbligo sia stato violato vuol dire ritenere quindi che anche il PVC fosse una polvere nociva. Questo è quello che ci dice il Tribunale. Proseguo con la violazione dell’obbligo di separazione delle lavorazioni insalubri. Su questo parlerà la collega Marin, anticipo la questione relativa al problema dell’insacco. È previsto nell’Art. 19 del D.P.R. 303 del 1956. Tale obbligo risulta violato con riferimento all’attività di insacco presso il CV6, il famoso reparto killer dove, ricordo a me stesso, il PVC viene prodotto in emulsione e il prodotto era una specie di borotalco. Nel reparto CV6, l’attività d’insacco veniva svolta negli stessi locali dove venivano svolte tutte le attività del ciclo di produzione del CVM e quindi da un lato sottoponeva gli autoclavisti e gli altri lavoratori del CV6 alle polveri di PVC e dall’altro sottoponeva gli insaccatori ai gas del CVM. Il Tribunale ci dice che questo spostamento ci sarebbe stato nel 1982. A pagina 366, il Tribunale ci dice che l’insacco venne spostato fuori dai limiti di batteria del reparto a circa cento metri – centocinquanta metri, e ciò sulla base di una commessa, la 4416/03 del 31 dicembre 1980, che è stata posta in esecuzione e chiusa il 31 dicembre 1981, quindi dal 1982. Ma, mi domando, ma non basta questo per ritenere fondata l’omissione e considerare responsabili quanto meno i dirigenti di Montedison che hanno diretto il Petrolchimico fino al 1982? Il Tribunale non se ne accorge; anzi, trae la sconfortante conferma del teorema che ci esporrà della pronta adozione delle cautele dopo la conoscenza della cancerogenicità. Beh, innanzitutto pronta: la cancerogenicità si conosce nel 1974 e qua vengono spostati nel 1982. Ma qui va messo un punto però. Se è vero che la norma che impone l’obbligo di separare i lavoratori insalubri è del 1956, se è vero che il CVM era conosciuto gas tossico già negli anni… era conosciuto come tossico già negli Anni Sessanta, se è vero che l’insacco produce sicuramente, come riconosce il Tribunale, era produttivo di polveri, se è vero che lo spostamento dell’attività di insacco fu effettuata nel 1982, la conseguenza non poteva essere che quanto meno fino al 1982 la responsabilità c’è stata, la violazione c’è stata e la responsabilità è accertata. Che cosa rispondono sul punto le difese di Enichem e Montedison nelle loro memorie d’appello? Le difese Enichem dicono: ma a noi non interessa, il periodo fino al 1982 non è di nostra competenza e anzi vi è una esplicita ammissione sulla verità del fatto che questo spostamento ci sarebbe stato nel 1982, a pagina 280 della memoria. Le difese Montedison, al capitolo 10.2 e a pagina 112 della memoria, cercano di dimostrare il contrario avvalorando il principale teste della difesa, Gasparini, che era quello che aveva detto che questo spostamento all’esterno delle linee di insacco sarebbe stato fatto intorno alla metà degli Anni Settanta. A tale proposito, le difese di Montedison ci citano le commesse 705 e la 562 del 1974, che dimostrerebbero che nel 1974 sarebbe stato realizzato un insaccamento a silos fuori dal reparto CV6. Ma tale replica ci pare debole ed è sconfessata dallo stesso Tribunale e, ancor più, dalla stessa memoria depositata dal professor Pasquon il 10 gennaio 2001. A pagina 294 della sentenza, il Tribunale ci chiarisce che nel CV6 vi era un insaccamento di reparto con più insaccatrici manuali e un insaccamento a silos con un’insaccatrice fuori di reparto. Nella memoria del professor Pasquon, consulente di Montedison, a pagina 76, si precisa che l’insaccamento nel reparto CV6 era costituito da tre linee di insaccamento: la prima linea con una insaccatrice, la seconda linea con due insaccatrici, la terza linea con tre insaccatrici e poi, dice, vi era un insaccamento a silos fuori dal reparto. Quindi vi erano sei insaccatrici manuali in reparto e una silos fuori reparto. Cosa ci dice invece Gasparini? Ci dice che attorno alla metà degli Anni Settanta è stato eliminato l’insacco di reparto ed è stato trasferito a cento – centocinquanta metri lontano dal reparto. Ma non è affatto vero. Solo una delle insaccatrici va fuori reparto nel 1974, quella silos; le altre sei rimangono in reparto e lì i lavoratori lavorano con insacco manuale e con sacchi a bocca aperta, quindi con una produzione di polvere enorme. Quindi queste sei insaccatrici vengono poi trasferite con la commessa 4726 del 31 dicembre 1980, eseguita, il 31 dicembre 1981, chiusa, fuori reparto. Quindi per Gasparini e le difese sono sconfessate e soprattutto viene sconfessato il Gasparini perché… i cui piani temporali, il cosiddetto miracolo degli anni 1974 – 1975, vengono, quindi devono essere necessariamente spostati di sei anni dopo, cioè al 1982. Veniamo alla terza delle contestazioni, il non aver adottato procedimenti lavorativi in apparecchi chiusi e di non aver installato cappe di aspirazione e raccolta delle polveri vicino al luogo di lavoro, Art. 21 comma tre, quattro e cinque del D.P.R. 303 del 1956. Quindi qua si parla di cappe di aspirazione e di sistemi di insacco chiusi. Va subito detto che l’obbligo di installare le cappe di aspirazione e di adottare forme di lavoratori in apparecchi chiusi prescinde dalla pericolosità della polvere e anche dal contenuto ed è relativo a qualsiasi tipo di lavorazione che produca polvere. Sul punto si veda la sentenza della Corte di Cassazione citata anche dal Pubblico Ministero del 2001 e quella richiamata anche dalla collega Manderino del 2003. Bene, il Tribunale afferma che tale contestazione, cioè le cappe di aspirazione, la mancata installazione delle cappe di aspirazione come la mancata applicazione di sistemi di apparecchi chiusi, sarebbe infondata perché nel CV6 vi sarebbe… nel 1980 sarebbe stato installato un impianto di captazione polveri alla prima e alla seconda linea di essiccamento e vi sarebbe stato l’innalzamento del camino della prima linea. Nel 1980, commessa 4716/03, avrebbe realizzato l’impianto sottovuoto con cappe di aspirazione in più punti, cioè l’impianto con apparecchio chiuso, l’insacco cronos, 1980. Questo nella prima linea. Ma non si avvede di che cosa il Tribunale? Che, come dedotto nel motivo d’appello, gli interventi sono tardivi, sono stati effettuati nel 1980, dieci anni dopo dell’inizio del termine, del primo termine di contestazione in questo processo e diciamo trent’anni dopo il 1956, data in cui questo obbligo veniva previsto per legge e riguardava, ricordo ancora, qualsiasi polvere, anche quelle non nocive. Ma poi gli interventi sono parziali, perché l’innalzamento del camino fu solo nella prima linea e non nella seconda e nella terza; l’impianto cronos fu installato solo nella seconda linea e non nella prima e nella terza; nella terza linea non vi è traccia di cappa di aspirazione di impianti chiusi. E allora che cosa ci rispondono le difese nelle loro memorie di appello? Cerco di sintetizzare molto, probabilmente qualcosa dimentico. Le difese Enichem si difendono dicendo, a pagina 72 e poi a pagina 342 e seguenti delle memorie: "Abbiamo avuto la gestione degli impianti dal 1987, quando l’attività d’insacco era apposto, si insaccavano con le cappe di aspirazione". La difesa di Montedison si difende a pagina 114 della memoria dell’Avvocato (Baccaredda Boi), parlando solo sostanzialmente delle commesse sul CV5 e CV15, dove vi sarebbe stata la prova dell’esistenza di cappe di aspirazione fin dagli Anni Sessanta; si dimentica però proprio del CV6, dove sono accertati questi interventi tardivi e parziali. E allora sul punto cappe di aspirazione e apparecchi è chiuso. CV6, è approvata la tardività dell’installazione delle cappe di aspirazione, è provata la parzialità dell’installazione delle cappe, è provato che l’impianto di insacco chiuso venne installato solo su una linea. Di queste omissioni per il CV6 dovranno rispondere i dirigenti Montedison ed Enichem. CV5 e CV15. Le difese si dilungano nel richiamare appunto le commesse dei primi Anni Settanta, che proverebbero l’installazione delle cappe di aspirazione; nulla dicono le difese sulla contestazione, però, che è stata fatta nell’atto di appello sul fatto che queste cappe di aspirazione erano inidonee alla captazione delle polveri soprattutto per la loro collocazione, perché erano collocate non sopra la tramoggia, dove cadeva la polvere di PVC e dove si produceva la grande quantità di polvere, ma sotto, dove c’era l’operaio e il sacco, quindi si disperdeva una grande quantità di polvere. Sul punto richiamo la memoria dei consulenti di Parte Civile, Mara e Carrara, che sono chiarificatorie anche sotto un profilo direi tecnico. Arriviamo al CV7. Sul CV7, o magazzino PVC, dove era insaccato prevalentemente il PVC prodotto in sospensione, il Tribunale si limita a dire che qui il prodotto proveniva prevalentemente già insaccato. Non è affatto vero. Giacomello Ottavio, che ha lavorato sempre al CV7, ci ha spiegato, quanto meno nei primi tre anni, cioè dal 1972 al 1975, ci ha spiegato che l’insacco avveniva in questo reparto e in questo reparto vi era grande polverosità, sicuramente inferiore a quella del CV6 anche per la qualità del prodotto, ma comunque era presente; non vi erano cappe di aspirazione e non vi erano sistemi di insacco chiusi. Sul CV7 la difesa di Enichem dice: a noi non compete perché non è mai stato di nostra competenza l’impianto CV7 o il magazzino PVC e le difese Montedison rimangono silenti. La quarta contestazione, e dopo chiudo, perché per le altre mi riporterò ai motivi di appello, non essendovi deduzioni che meritino secondo me un grande rilievo, è l’omessa adozione di sistemi atti ad impedire o ridurre il quantitativo di polvere e ciò in ragione della loro natura, della loro concentrazione. Le difese di Enichem si dilungano su questo punto facendo proprie molte delle tesi del Tribunale, ribadendo tre concetti essenziali: vi è stata una obiettiva riduzione della polverosità per effetto degli eventi migliorativi degli anni 1974 e 1975, ed è quella riferita da Rossetti e Gasparini; nell’aria vi era un quantitativo di PVC inferiore di parecchie decine di volte rispetto al valore limite; la polvere di PVC non era pericolosa perché quella prodotta in sospensione, CV24 e 14, era troppo grossa, 120 – 140 micron, a pagina 72, per essere respirata, come risulterebbe dai bollettini di analisi prodotte – che sono del 1988 e del 1993 – e da alcune testimonianze, quanto quella in emulsione, al CV6, troppo fina per contenere CVM, come avrebbero testimoniato Gasparini, Rossetti e i bollettini di analisi. Ma a queste sinteticamente osservazioni ribadiamo: primo, per quanto riguarda la cosiddetta grande riduzione della polverosità, beh, ribadiamo lo stesso di quanto abbiamo già detto: riduzione della polverosità non ci può essere perché gli interventi sono del 1980 – 1982. Quanto alle obiezioni quantitative, cioè della quantità di polvere in PVC, i bollettini che sono stati analizzati e indicati dal Tribunale sono degli anni 1985 – 1993, 1988 – 1993, quindi di molto successivo al periodo clou e d’altro lato non si spiegherebbero tutte le testimonianze, perché qua ci sono tutte le testimonianze, che alla fine di ogni turno si trovavano cinquanta chili nei reparti di insacco – Giacomello, Perazzolo, Zoccarato, etc. – e questo fino a tutti gli Anni Ottanta, si dice, perché il Rossetti cerca di spiegare dicendo: qualche volta si rompeva il sacco. Sotto il profilo della granulometria, questa, le osservazioni delle difese non contraddicono l’obiezione principale che le valutazioni riguardavano il prodotto finito prima dell’attività d’insacco, mentre come è stato dimostrato dai consulenti di Parte Civile, Mara e Carrara, i microgranuli, i granuli, per effetto della attività di insacco si rompevano in microgranuli e quindi diventavano da frazioni non respirabili a frazioni respirabili. Per quanto riguarda le altre contestazioni di cui ho fatto cenno, il mancato monitoraggio, la mancata tenuta dell’infermeria di fabbrica, mancata informazione dei rischi ai lavoratori, mi richiamo ai motivi di appello che sono esaustivi, sui quali, ripeto, non vi sono state sostanziali obiezioni da parte delle difese degli imputati. Io ho chiuso con le parti generali. Affronto molto brevemente le parti specifiche che io difendo. Sono cinque parti e ho già ripetuto che in tutti gli atti di appello vi è tutta una parte conclusiva in cui vi è una suddivisione per tematiche: l’esposizione, l’attività lavorativa, la malattia, le prove specifiche e le persone e i danni, una quantificazione dei danni anche nella indicazione dei criteri con i quali sono stati identificati. Io vorrei cominciare da due insaccatori, soci e lavoratori di cooperative, che sono Giacomello Ottavio, che è vivente e Cecchin Bruno, che è deceduto. Che cosa c’è da aggiungere o da sottolineare a quanto c’è scritto in atto di appello, a cui naturalmente mi riporto? Giacomello Ottavio è in questo processo per carcinoma squamoso alla laringe. Allora vorrei solo sottolineare a flash. Vi è un errore nella scheda originaria e nelle schede Montedison, dove Giacomello si dice veniva indicato come insaccatore solo dal 1972 – dal 1973. No, Giacomello è stato insaccatore dal 1972 al 1975 al magazzino PVC, cioè al CV7, e dal 1976 insaccatore al CV6 e gli altri reparti dove si praticava l’insacco, dove ha lavorato sino a qualche giorno fa, e questo risulta dalla testimonianza dello stesso Giacomello, che è stata resa sotto giuramento, il 10 maggio 2000. Sul carcinoma alla laringe, controparte insiste anche qui sulla non evidenza epidemiologica della correlazione tra l’esposizione al CVM e questo tumore, e soprattutto richiamando gli studi di (Word) e di Munt. Diversamente, per i tumori che non hanno una percentuale rilevante di mortalità com’è il tumore alla laringe, gli studi che vanno considerati non sono quelli di mortalità ma quelli di morbilità, e a questo proposito richiamo gli studi di Pirastu per la coorte di Ferrara e di (Orsen), i quali evidenziano che vi sono tre casi verificati su 0,8 attesi. Per quanto riguarda Giacomello, per quanto riguarda l’attività, lo abbiamo già detto, e cioè è descritta dal Giacomello in modo davvero chiaro all’udienza del 10 maggio 2000. Cecchin Bruno, dunque, è un insaccatore che è stato sempre al magazzino PVC, dal 1975 al 1992, quindi ha una lunghissima esposizione al PVC, deceduto per carcinoma polmonare. Sottolineo solo, perché il resto è già scritto, che il Cecchin è stato colpito da tumore alla laringe cinque anni prima del tumore al polmone per il quale è in questo processo. L’intervallo di cinque anni tra un tumore e l’altro esclude che il secondo sia una metastasi, come è stato riconosciuto mi pare da tutti i consulenti, e anzi conferma come entrambe direttamente queste malattie siano correlabili all’esposizione al PVC. Sull’attività svolta dal Cecchin vi è una testimonianza specifica, che è il teste Tavella Bruno, il quale ci ha confermato che il Cecchin nell’attività di insacco non usava le maschere e i guanti; è questa una contestazione peraltro a quella rilevata come fondata da parte del Tribunale. Proseguo sempre per Mainardi Paolo, che è dipendente Montedison deceduto per carcinoma al polmone. Questi non era un insaccatore, ma era un trafilatore; è stato trafilatore dal 1966 - 1973, periodo di grande esposizione sia di PVC che di CVM, nel reparto PM. Ora qui mi limito a sottolineare che la posizione di Mainardi sotto il profilo dell’esposizione, sotto il profilo della patologia, è identica a quella degli insaccatori, in quanto esposto alla polvere di PVC, per giunta in un periodo che era precedente alle cosiddette migliorie, 1966 – 1973. Quindi l’assunto delle difese, contenuto anche nelle schede oggi depositate in appello, secondo cui non vi sarebbe stata esposizione al CVM, è travisante, è fuorvianti, nel senso che lui non è stato no esposto al CVM, ma al PVC, cioè alla sostanza tipica del tumore ai polmoni. Sull’attività dei trafilatori al reparto PM vi è una testimonianza fondamentale, che è quella del teste (Todesco) all’udienza del 10 maggio 2000, che non è stata sconfessata da nessuno, del reparto PM mi pare che non vi sia nessun teste neppure della difesa, che ha affermato che tali lavoratori praticamente svolgevano attività di insacco, aprivano i sacchi, versavano i sacchi e restavano in sala chiusa, dove non c’era aspiratore, dove non adoperavano la maschera e vi era una grandissima quantità di polvere. Richiamo appunto la testimonianza del teste Todesco sul punto. Finisco con Dal Corso Franco, deceduto per cirrosi epatica, il quale ha lavorato dal 1972 al 1977 come operatore. Mi limito a sottolineare, per quanto riguarda Dal Corso Franco, la testimonianza di Dalle Fratte Bruno, secondo il quale il lavoratore rimaneva dalle tre alle cinque ore all’interno della fabbrica, dove quindi era esposto al CVM, cioè sostanza che ha comunque concorso alla produzione del tumore, della cirrosi che lo ha poi colpito. Io a questo punto ho concluso, come da accordi in precedenza, non vorrei leggere le conclusioni, le do per lette; ne do una copia a tutte le Difese se le vogliono vedere e al Pubblico Ministero, le deposito insieme alla nota spese. Deposito le conclusioni anche per le parti non appellanti.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.00.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 14.15.

 

PARTE CIVILE – Avv. Garbin – Avvocato Francesco Garbin, rappresento cinque posizioni, cinque Parti Civili, prossimi congiunti di Lino Carraro, prossimi congiunti di Emilio Bertocco, prossimi congiunti di Umberto Silvestro, prossimi congiunti di Bruno Miglioranza e di Mario Tavella. Ecco, prima di esporre e di passare alle posizioni, alla discussione delle singole posizioni delle Parti Civili, vorrei introdurre una parte generale che riguarda espressamente la posizione del responsabile civile Eni e quindi i profili diciamo di responsabilità all’interno di questo processo, quindi lo scopo della trattazione è soprattutto quello di evidenziare quella che è stata la posizione di Eni in tutti gli sviluppi societari del Petrolchimico e soprattutto per quel che riguarda gli aspetti gestionali di tutti gli impianti di produzione del PVC e CVM. Ricordo anche brevemente, e quindi faccio diciamo una cronistoria un po’ della posizione di Eni e quindi della sua successiva evoluzione anche societaria, a partire dal 1960. L’Eni nasce nel 1954 come ente di diritto pubblico assoggettato al controllo statale ed opera sostanzialmente come holding mista finanziaria ed industriale, esercitando l’impresa di fatto attraverso le società che ad essa fanno capo; ma già nel 1968 porrà in essere il primo grande intervento nel comparto chimico mediante l’acquisizione del 15% del pacchetto azionario di Montedison e la costituzione di un sindacato di controllo al quale partecipano l’Iri e altre grandi società private. L’operazione di scalata terminerà nel 1972, anno in cui Eugenio Cefis, lasciata la sua presidenza dell’Eni, assume quella di Montedison fino al luglio 1977. Nel 1982 il governo, nell’intento di razionalizzare il settore chimico, come più volte stava facendo in quel periodo, affiderà ad Eni l’incarico di trattare la cessione degli impianti di PVC e CVM di Montedison, allora guidata da (Schimberli), nonché l’acquisto da parte di Montedison di attività, impianti e infrastrutture facenti capo ad Eni e (Noxi Anic S.p.A.). Di questa evoluzione poi societaria ne parlerà più ampiamente anche il collega Farinea credo alla prossima udienza. Questa operazione di razionalizzazione del comparto chimico fu gestita allora da Lorenzo Necci e verrà preceduta dalla sottoscrizione in data 29 ottobre 1982 dei principi d’accordo per la razionalizzazione della chimica italiana, che dopo la rettifica governativa in data 22 dicembre 1982 costituiranno i cardini della proposta di accordo formulata da Eni a Montedison in data 31 dicembre del 1982. L’accordo, che trova puntuale riscontro nelle vicende societarie, prevedeva il passaggio di proprietà degli impianti da Montedison ad Eni e contestualmente il mantenimento della loro gestione in capo alla prima. L’Eni, su determinazione governativa, rinnoverà nel 1988 il suo pesante intervento nel comparto chimico con la costituzione di Enimont, mediante l’acquisizione del 40% del pacchetto azionario di Montedison. Lorenzo Necci, al tempo Presidente dell’Enichem, condurrà le trattative secondo le direttive dell’Eni. La trasformazione dell’Eni in S.p.A. nel 1992 sancirà in modo definitivo l’accresciuta autonomia imprenditoriale e la correlata responsabilità degli organi direttivi. In realtà, la mutata natura giuridica della holding costituirà un semplice fatto formale, stante la sostanziale e preminente attività imprenditoriale e non di semplice gestione delle società partecipate, iniziata già nel 1968 con la scalata Montedison e che si esprimerà, e questo è un punto, è un passaggio importante, nel tempo anche attraverso la nomina di dirigenti sia in ambito Montedison che in ambito Enichem. Ricordiamo, tra gli altri, gli imputati Cefis, ora deceduto, Grandi, Necci e Trapasso. Quindi da questo excursus, diciamo da questa vita societaria dell’Eni, possiamo riassumere quanto segue, e sono dei principi fondamentali per stabilire quel tipo di responsabilità evocata in questo processo. Possiamo senz’altro dire, quindi, che le strategie imprenditoriali di Montedison furono sempre ispirate dall’Eni sotto un profilo strettamente operativo. La partecipazione azionaria consentiva una pregnante azione di indirizzo strategico e di coordinamento industriale di tutte le società dominate. È quindi pertanto ravvisabile tra l’Eni e tutte le società partecipate un collegamento economico e funzionale talmente intenso da far superare il principio dell’autonomia giuridica. L’Eni costituiva quindi un centro di imputazione di diritti e degli obblighi solo formalmente riguardanti le singole società controllate e/o partecipate, con ogni conseguente responsabilità in ambito civile per i fatti illeciti posti in essere dai loro dirigenti. L’esistenza quindi di una direzione verticale unitaria in capo ad Eni, intesa come flusso costante di informazioni delle società dominate, ha consentito l’indicazione alle stesse di scelte strategiche in ordine alle politiche produttive e commerciali. Riteniamo pertanto che, dopo questa breve esposizione, si possa senz’altro concludere per una posizione di responsabilità di Eni S.p.A., quale ovviamente come responsabile civile in questo processo e quindi è destinatario di tutte le pretese delle Parti Civili costituite, quanto meno al primo capo di imputazione, e che svolgono domande dirette nei suoi confronti. Terminata questa parte generale, signor Presidente, io passerei a trattare quindi le singole posizioni. In particolare richiamo quella dei prossimi congiunti di Lino Carraro. Al proposito, per quanto riguarda i prossimi congiunti di Lino Carraro, i suoi figli Enzo e Dario Carraro, e anche la moglie, Lia Trevisanato, già costituita ma deceduta durante il processo. Già ricordo solo che all’udienza del 19 febbraio ho rinnovato ed esteso ovviamente tutte le domande per conto dei figli Enzo e Dario Carraro per quanto riguarda ovviamente anche le posizioni della madre deceduta. Ecco, il signor Lino Carraro ritengo, come già evidenziato anche per altre posizioni, che assuma una particolare importanza quanto meno per le malattie di cui ha sofferto, ma prima di quanto passo, ricordo brevemente ovviamente la sua storia lavorativa, per poi passare a tutti gli aspetti medici. Ha lavorato dal 1956 al 1976 presso il reparto CV5 e 15 della Montedison in qualità di manovale addetto agli impasti, per quattro anni, e quindi di operatore di impianto addetto ad operazioni manuali per ulteriori quattro anni e ciò infine per quasi vent’anni quindi continua di esposizione. A seguito di questo periodo lavorativo, il signor Carraro si è ammalato dapprima di un melanoma alla coroide all’occhio destro, che ha ovviamente comportato l’asportazione dello stesso e, successivamente, di un linfoma di (Otcking), che è stata la causa poi finale del suo decesso, avvenuta il 30 dicembre del 1999. Il dottor Totire poi, durante il primo grado, ha avuto modo di appurare anche di quali altre malattie soffriva il signor Carraro e che sono state ben descritte, tra le quali poi il morbo di Reynold, sulla quale malattia non posso far altro che richiamare quanto già detto prima dalla collega Silvia Manderino. Per quanto riguarda il linfoma, non posso ugualmente che richiamare quanto già detto all’udienza dal dottor Casson nell’udienza del 23 maggio 2001, nel corso della quale vi furono ripetuti richiami anche alle posizioni ovviamente del professor Maltoni. Perché ho detto che il signor Carraro assume una posizione particolare? Io l’ho definita come una cartina di tornasole, nel senso che la posizione di… anzi, la sussistenza di più malattie oncogene, quindi il linfoma di (Otcking) e il melanoma, danno prova, danno la prova quindi dell’effetto multioncogeno, quindi multipotente del CVM e PVC. Per quanto riguarda poi la storia lavorativa, richiamo brevemente quanto già detto dai testimoni all’udienza del 9 marzo 2000 in ordine ovviamente alle condizioni di lavoro nei reparti CV5 e 15. Passo ora a trattare la posizione del signor Bruno Miglioranza, dei prossimi congiunti del signor Bruno Miglioranza. Questa posizione è stata discussa dai consulenti del Pubblico Ministero il primo luglio del 1998. Il signor Bruno Miglioranza è deceduto per una neoplasia polmonare. Per quanto riguarda ovviamente le cause e lo sviluppo di questa malattia non posso, anche qui richiamo ovviamente quanto detto dal Pubblico Ministero e comunque anche dalla collega Silvia Manderino. Ricordo che il signor Bruno Miglioranza è soggetto che ha prestato e operava in regime di appalto all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera e svolgeva mansioni di operaio specializzato addetto alla coibentazione delle tubazioni presso tutti i reparti CV. Il teste Gianni Mansiega, sempre all’udienza del 9 marzo 2000, ha potuto confermare ed attestare quanto già esposto poi nell’atto di costituzione di Parte Civile poi rinnovato nell’atto di appello. Per quanto riguarda le cause, possiamo senz’altro concludere quindi che il signor Migloranza è deceduto a causa di un carcinoma polmonare e deceduto per le tipiche complicazioni e trova origine in cause professionali connesse all’esposizione al CVM. Il periodo di latenza, pari a ventotto anni, è adeguato alle conoscenze in tema di cancerogenesi chimica. Per quanto riguarda la posizione dei prossimi congiunti del signor Bertocco, anche questa posizione appartiene al gruppo di trentasette casi indicati dal Pubblico Ministero nel luglio del 1998. Il signor Emilio Bertocco è pure deceduto per una neoplasia polmonare il 25 novembre del 1997 e ha lavorato dal 1953 al 1981 come sorveglianza sala cella nel reparto CS3 addetto al carico cisterne, all’autosilos PSO e addetto alla macchina liquida e al Dis come analista chimico. In particolare, dal 1961 al 1981 ha svolto mansioni di carico e scarico di prodotti presso il parco serbatoio, dove si trovavano diverse sostanze chimiche sotto forma gassosa e, in particolare, il CVM, il fenolo, l’acetaldeide e l’ammoniaca. Queste dichiarazioni hanno trovato puntuale conferma e riscontro nelle dichiarazioni del teste Amerigo Vianello il 9 maggio del 2000, il quale ha pure evidenziato come al momento del collegamento sulle cisterne ferroviarie era inevitabile la fuoriuscita di CVM dalle frange di chiusura delle valve di sicurezza, come pure al momento del distacco, con conseguente inalazione da parte del lavoratore addetto. In tali casi, era notevole per quantità l’esposizione anche in minimi intervalli di tempo. Per evitare dubbi su eventuali possibili motivi di confondimento e quindi sulle cause scatenanti la malattia, la figlia, la signora Emiliana Bertocco, il 12 maggio del 2000 ha precisato che il padre non beveva e poi non fumava, quindi eliminando alla radice qualsiasi altra causa che potesse essere intesa quale concausa comunque determinante delle malattie che hanno poi portato al decesso il padre. Per quanto riguarda i prossimi congiunti di Umberto Silvestro, il signor Umberto Silvestro è deceduto per una forma di tumore all’encefalo. Anche in questo caso possiamo senz’altro concludere che si possa ricondurre la malattia all’esposizione al CVM nel periodo che va dal 26 agosto del 1977 al 31 maggio del 1982 e quindi considero questo periodo, il periodo lavorativo e quindi anche di esposizione, periodo nel quale fu alle dipendenze della Cooperativa Sici S.p.A., che aveva assunto appalti con la Montedison per la pulizia di vasche, cisterne, pozzi all’interno del Petrolchimico di Marghera, dove confluivano i residui delle lavorazioni di CVM e PVC. Passo ora alla posizione del signor Mario Tavella. Mario Tavella è persona fisica ancora in vita, soffre di un’epatopatia cronica e ricordo brevemente che ha prestato attività lavorativa alle dipendenze della Cooperativa Carovana Montefusco, denominata precisamente Cooperativa Facchini Marghera, con mansione di insaccatore presso i reparti CV14 e CV15 dal 15 luglio 1965 al 30 giugno 1974. Ecco, anche in questo caso richiamo le testimonianze dei testi Truccolo e Causin all’udienza del 13 maggio 2001 e quanto è emerso poi nei riscontri medici che hanno appunto potuto accertare la presenza di un’epatopatia già dal 1988, all’esito di una ecografia. Per quanto riguarda anche la posizione del signor Mario Tavella, richiamo quanto detto dalla collega Manderino in tema di epatopatia. Ho concluso, signor Presidente, e deposito le conclusioni e le note spese.

 

PRESIDENTE – Bene, grazie.

 

PARTE CIVILE – Avv. Marin – Signor Presidente, signori della Corte, io rappresento in questo giudizio i prossimi congiunti di Pillone Eugenio, di (Marigo) Vincenzo e di Gorin Bruno, Parti Civili appellanti con appello interposto dalla sottoscritta, nonché i prossimi congiunti di (Cavallin Liberale) e Vianello Sergio, Parti Civili per le quali risulta appellante il Pubblico Ministero. Nella mia discussione, per la cosiddetta parte generale concordata nel calendario con le altre Parti Civili, affronterò l’argomento dell’omessa separazione delle lavorazioni insalubri, esplicita contestazione contenuta nel Capo A) dell’accusa, profilo di colpa che costituirà argomento della discussione complementare da parte dell’Avvocato Alfiero Farinea, che interverrà subito in apertura di udienza mercoledì prossimo e che approfondirà i profili giuridici e i riferimenti giurisprudenziali. Per quanto mi riguarda mi sono assegnata, d’accordo con i colleghi, invece, la parte relativa all’esame documentale e testimoniale degli esiti dell’istruttoria dibattimentale di primo grado, entrando nel merito, già è stato detto in requisitoria dal Procuratore Generale, prima ancora dedotto nell’atto di impugnazione dal Pubblico Ministero, così come dalle Parti Civili, su come la sentenza impugnata del Tribunale di Venezia abbia affermato l’insussistenza oggettiva nel processo che ci occupa della fattispecie prevista e punita dall’Art. 437 del Codice Penale, anche con riguardo all’omissione specifica di cui mi devo occupare, quanto alla mancata e doverosa separazione delle lavorazioni insalubri. Il Tribunale ha affrontato in tre momenti diversi della sentenza la questione. In punto di diritto, il Tribunale di Venezia ha sostenuto la pretesa esclusione della colpa specifica da violazione delle norme in materia di igiene e di sicurezza del lavoro contestate, con riferimento in particolare a quelle previste dai D.P.R. 547 del 1955, 303 del 1956 e 962 del 1982, ritenendo tra l’altro che quelle condotte costituissero soltanto mere modalità operative, non quindi attività finalizzate alla prevenzione, perciò diverse dall’emissione di cautele a cui sarebbero deputate le norme che ho richiamato, citando il Tribunale a tal proposito anche nell’elencazione l’omessa separazione delle lavorazioni insalubri. Errata sicuramente è la decisione sul punto del Tribunale veneziano, perché senz’altro la condotta omissiva in considerazione trova un’esatta e puntuale collocazione proprio nelle disposizioni speciali di cui al capo di imputazione e, in particolare, nell’Art. 19 del D.P.R. 303 del 1956, norma che, come è noto, impone all’imprenditore e quindi agli imputati di questo processo, nei rispettivi ruoli e periodi di competenza, attività preventive e positive nel rispetto della sicurezza e della salute dei prestatori di lavoro; Art. 19 del D.P.R. 303 del 1956 da ritenersi in stretto collegamento con quanto disposto dal successivo Art. 21 del medesimo testo normativo, in materia di difesa contro le polveri e nell’esercizio dell’attività imprenditoriale. La sentenza del Tribunale di Venezia ha trattato la presunta infondatezza degli addebiti di colpa nel paragrafo ricompresso tra le pagine 450 e 463 e, in particolare, vi è un richiamo alla pagina 461 che io intendo contestare. Vale a dire, la sentenza afferma testualmente: "Gli addebiti di omessa separazione delle lavorazioni insalubri sono ugualmente estranee all’ambito della fattispecie normativa di cui all’Art. 437 Codice Penale, sempre per le motivazioni su esposte in ordine alle circostanze che trattasi di addebiti relativi a modalità operative e non già invece integranti strumenti da collocare, destinati specificamente alla funzione di prevenzione e infortunistica". Così la sentenza. Ma non è vero. Per quanto si dirà, non si capisce nemmeno la cattiva lettura anche del dato testuale semplicemente dell’Art. 19 del D.P.R. 303 del 1956; non si capisce questa affermazione, che è tanto lapidaria quanto incongrua da parte del Tribunale, che in questo caso non ha neppure ritenuto di sostenere l’affermazione con eventuali richiami giurisprudenziali che evidentemente, nel caso specifico, il Tribunale stesso non ha potuto rinvenire a sostegno della propria errata interpretazione. Non vi sarebbero quindi, da parte del Tribunale, neanche precedenti giurisprudenziali segnalati. Non è vero, dicevo, perché una simile interpretazione nasce tanto dall’errata interpretazione delle norme, quanto da una valutazione non corretta sotto un profilo di fatto delle risultanze dibattimentali, documentali e testimoniali, che saranno prese oggi in considerazione. È quindi necessaria sul punto una valutazione diversa e critica del materiale probatorio erroneamente valutato in primo grado dal Tribunale di Venezia. Gli interventi di prevenzione, come è noto, consentono di eliminare la nocività da polveri negli ambienti di lavoro, sono vari e sono numerosi; tra di essi possiamo senz’altro annoverare le misure di tipo organizzativo, tra cui la separazione degli ambienti in modo che le polveri provenienti da una lavorazione non contaminino altri ambienti e gli operai addetti. Perché se uno dei problemi centrali di questo processo è il problema della polverosità, omessa separazione delle lavorazioni insalubri significa aver consentito che le lavorazioni proseguissero in una situazione di pesantissima polverosità, che si è protratta fino alla chiusura degli impianti stessi. In altre parole, va accertato non solo che vi siano stati interventi per l’abbattimento del contatto tra lavoratori e sostanze nocive, ma altresì che il risultato sia stato effettivamente raggiunto non potendo a mio avviso ritenersi certo sufficiente uno spostamento inefficace alla soluzione del problema centrale della polverosità. Questo processo ha accertato nell’istruttoria in primo grado che è venuta a mancare la collocazione all’esterno dei reparti dello stabilimento del Petrolchimico di Porto Marghera, di quei reparti dell’impianto soggette a perdite di sostanza tossica o cancerogena, ovvero ha accertato che è avvenuto sì uno spostamento, ma quando è avvenuto ciò si è verificato in consapevole e ingiustificato ritardo, e questo sia rispetto alle disponibilità tecnologiche e sia rispetto alle conoscenze normative e scientifiche, inoltre con risultati insufficienti all’eliminazione della polverosità, come sarà già esaminato; mentre era assolutamente dovuto fin dagli Anni Cinquanta, quindi i D.P.R. richiamati nonché in forza del dovere generale di sicurezza del datore di lavoro di cui al precetto dell’Art. 2087 del Codice Civile, era fin dagli Anni Settanta in capo agli imprenditori l’obbligo specifico di intervenire in applicazione di quelle normative, e vediamo come avrebbe dovuto essere estrinsecato questo obbligo. Innanzitutto, l’obbligo di conoscere le innovazioni e le tecnologie più aggiornate e rilevanti ai fini della sicurezza e dell’igiene dei lavoratori e qui va sottolineato che certamente gli imprenditori e gli imputati non possono addurre in proposito l’ignoranza quale fosse una valida scriminante, né sotto il profilo tecnico, né sotto il profilo della conoscenza del nocumento della salute, specificamente riferibile alla sostanza CVM, quali che fossero dal 1956 in poi le effettive conoscenze dei vertici aziendali sulla tossicità prima e oncogenicità poi conclamata del CVM, circostanze storiche e scientifiche di cui altri hanno già trattato e tratteranno, sulle quali non mi dilungo. Dico che questa scriminante non può valere in favore degli imputati, perché non è mai stato in discussione che il CVM sia una sostanza infiammabile e perciò, a mente dell’Art. 19, una lavorazione pericolosa e con la caratteristica di polvere quanto al prodotto finito e un’arcinota formazione di polveri nel luogo di lavoro per l’intero ciclo di produzione e quindi sempre a mente dell’Art. 19 lavorazioni insalubri, perché sono appunto questi due gli aggettivi che l’Art. 19 attribuisce alle produzioni in considerazione: pericolose ed insalubri. Ed inoltre, fin dagli Anni Cinquanta, vi era l’obbligo per l’imprenditore specifico di tradurre queste conoscenze in innovazioni strutturali e organizzative del processo produttivo. In altre parole, si trattava fin da allora di progettare e realizzare gli impianti e perciò sin dal momento della costruzione prevedendo determinate caratteristiche, in ossequio alla normativa preposta alla tutela della salute, ovvero applicare tempestivamente ogni novità relativa alle migliori soluzioni tecnologiche, impiantistiche, di processo, che via via si rendessero disponibili nel corso degli anni sul mercato. La condotta omissiva addebitata agli imputati ex Art. 437 Codice Penale in ipotesi d’accusa sta proprio nel non essersi adoperati preventivamente per eliminare le fonti di rischio costituite da parte di un impianto che andavano collocate in luogo diverso da quello delle postazioni dei lavoratori, affinché cessassero le contaminazioni nocive e pregiudizievoli alla salute di costoro, in particolar modo la polverosità. L’istruttoria dibattimentale ha dimostrato che in relazione a detta condotta omissiva l’accusa è fondata. Il Tribunale di Venezia, e un altro riferimento è alla pagina 376, ha affermato che indubbiamente l’impresa si è attivata con immediatezza, in particolare dal momento in cui la comunità internazionale ebbe ad acquisire un patrimonio scientifico e conoscitivo idoneo ad ipotizzare fondatamente che il CVM sino ad allora considerato relativamente non tossico, con questa strana definizione, fosse potenzialmente cancerogeno. Altri hanno detto sulla singolarità e comunque incongruenza storica, scientifica e giuridica di questa affermazione. Il Tribunale, comunque, ha ritenuto di sostenerla, collocando poi sotto il profilo temporale questo momento storico agli inizi del 1974. Ancora, a pagina 377, il Tribunale di Venezia ha affermato che le iniziative dell’impresa furono svolte in plurime e diversificate direzioni, citando espressamente la collocazione dell’insacco del PVC emulsione al reparto CV6 al di fuori del reparto ove era prima posizionato, così ammettendo, contrariamente a quanto poco prima affermato enunciando come anno di riferimento il 1974, quanto meno la diversa epoca; epoca che poi è stata ulteriormente spostata in avanti nel tempo, a pagina 366 della sentenza, dove il Tribunale ha affermato che a partire dall’anno 1982 tutta la produzione del PVC in emulsione veniva insaccata fuori dai limiti di batteria del reparto, a circa cento metri di distanza dal reparto, indicando sul punto quale unico riferimento la testimonianza di Rossetti, un teste operaio introdotto dalla difesa degli imputati all’udienza del 16 giugno 2000 e in tal modo il Tribunale, senza apparentemente avvedersi che la data del dislocamento al di fuori dell’impianto CV6 in tal modo slitta dal 1974 al 1982 e quindi ben otto anni dopo rispetto alle due diverse indicazioni; ma se facciamo mente all’Art. 19 del D.P.R. 1956, gli anni dopo diventano ben ventisei. La sentenza cita un secondo ed ultimo esempio di collocazione, lontano dalle postazioni dei lavoratori, delle lavorazioni insalubri ed è con riguardo al reparto CV5 e 15 e al dislocamento al di fuori appunto di quel reparto in un fabbricato adiacente della pesatura delle materie prime e già questo va segnalato, cioè che rispetto al Tribunale sarebbero solamente questi due interventi capaci di salvare gli imputati dall’omissione in contestazione. In tutta quella complessa situazione industriale che è stato ed è lo stabilimento Petrolchimico di Marghera, per il Tribunale è soddisfatta la responsabilità degli imputati nello spostamento solamente di queste due lavorazioni, solamente in questi due reparti, solamente due interventi. Ed infatti la sentenza a questo argomento non si è dedicata più di tanto, perché è stato trattato, come dicevo prima, nella parte generale e poi del tutto superficialmente, senza un capitolo autonomo, che non troverete, non c’è un titolo autonomo relativo a questa omissione, e pertanto l’argomento è stato inserito nel capitolo relativo alla manutenzione degli impianti a pagina 343 e seguenti della sentenza, in particolare le pagine sono 359 e seguenti; sostanzialmente poi, ripetendosi senza dire nulla di nuovo, il Tribunale riparla nuovamente dell’argomento nel capitolo relativo all’omessa collocazione di apparecchiature per eliminare fughe di gas, che è trattato alle pagine 376 e 377 della sentenza. Ebbene, io cercherò di argomentare che nessuno dei due interventi citati dal Tribunale soddisfa in realtà le conclusioni assolutorie a cui è pervenuta la sentenza. Parlerò, innanzitutto, dell’intervento al CV5 e 15, cioè l’avvenuto spostamento fuori da quell’impianto della pesatura delle materie prime. Su questa vicenda, il Tribunale cita solo un riferimento testimoniale, la testimonianza di tale Caldon Adriano, teste operaio, assistente di giornata, che al momento della deposizione nell’aula qui affianco era ancora in servizio, introdotto dalla difesa degli imputati all’udienza dell’11 luglio 2000 e che è l’unico punto di riferimento, dicevo, della sentenza circa le innovazioni effettuate con riferimento al problema gravoso della polverosità. Caldon, a pagina 8 del verbale di udienza 11 luglio 2000, fa un’affermazione a mio avviso inequivoca circa l’epoca dell’intervento. Rispondendo alla domanda di un difensore Enichem, il cui argomento era la manualità o meno dell’operazione di pesatura delle materie prime utilizzate nel ciclo, testualmente dice Caldon: "Le materie prime, la manualità non è stata superata diciamo inizialmente, perché io ho una storia un po’ lunga" e infatti Caldon era stato assunto nel gennaio 1971 e la vita di questo reparto l’ha vista tutta. "Quindi, se ci riferiamo agli anni 1987 e successivi, io posso dire che nel 1987 e 1988 era rimasta ancora la pesatura delle materie prime in maniera manuale. Io ho detto – e questa è una precisazione resa poco prima a domanda di un altro Avvocato della difesa Enichem – io ho detto che è stata spostata in un fabbricato adiacente all’impianto, quindi era stata tirata fuori dall’ambiente del (blander) dove avveniva prima, era stata isolata ed era stato fatto un impianto ad hoc per la pesatura degli additivi, però avveniva sempre in maniera manuale". Vi ho letto l’intera risposta, che così si conclude: "Poi nel 1989 ho detto che è stata costruita una stazione di scarico per premiscelati (lampec) che contenevano resina ed additivi, che praticamente venivano lasciati su dei serbatoietti di linea per la linea 16 e successivamente 17 e 18 e praticamente venivano dosati in automatico, perché facevamo quei premiscelati per il Sincron 1 e automaticamente li abbiamo utilizzati anche noi all’interno degli impianti, questo riferito sicuramente al 1989 – 1990 e poi è finita lì, insomma", dove con questa ultima affermazione, e qui chiudo la lettura del verbale di Caldon, il teste intende riferirsi alla chiusura dell’impianto, che infatti è avvenuta nel gennaio del 1991. Per onestà vi ho letto tutta la risposta del teste Caldon, che adesso mi posso permettere di riassumere. In altre parole, è stato proprio il teste Caldon a contraddire e a smentire la sentenza, perché per il Tribunale di Venezia lo spostamento al di fuori del fabbricato dell’impianto CV5 e 15 nella pesatura delle materie prime sarebbe avvenuto all’inizio degli Anni Settanta con il risultato di abbattere le polveri; per quello che vi ho letto invece, e per il teste Caldon, la pesatura delle materie prime in realtà è proseguita manualmente, sino al 1989, allorché gli additivi vennero dosati, e questo finalmente in automatico per il Sincron 1, cioè è stato necessario arrivare alla vigilia della chiusura dell’impianto che data gennaio 1991. Perciò il primo intervento segnalato dal Tribunale non ha, viceversa, in alcun modo raggiunto lo scopo di eliminare o quanto meno limitare l’esposizione alle polveri dei lavoratori. Ritorno ancora a Caldon, proprio perché è l’unico teste citato dalla sentenza sul punto. Ed allora è pur vero che, per non fare quella che legge solo una domanda e una risposta, ma che ha provato a leggere tutta la testimonianza e onestamente ve la vuole sintetizzare, Caldon rispondendo in controesame al Pubblico Ministero, leggerete a pagina 14 del verbale, ha clamorosamente negato sia di aver mai sentito parlare di problemi causati alla salute degli operai dalle polveri di PVC, sia di aver mai visto le tute di lavoro degli operai del reparto dove ha lavorato per trent’anni imbiancate dalla polvere alla fine del turno di lavoro. Ma su queste circostanze, che sono patrimonio del processo per gli altri testimoniali raccolti in istruttoria, non c’è sicuramente bisogno di questo teste a difesa per trovare conferma della polverosità del reparto CV 5 e 15, che peraltro è stata ammessa dallo stesso Tribunale. Anche se sbagliando con il riferimento temporale dei limiti della metà degli Anni Settanta dei famosi interventi miracolosi e risolutivi, è una circostanza quella della polverosità sostenuta dalle testimonianze dei testi operai d’accusa che hanno sostenuto, come Caldon, la prosecuzione dell’attività manuale di pesatura, quindi il permanere delle condizioni di pericolosità, quindi ritardo ed inadeguatezza di quel preteso collocamento in luogo sicuro della pesatura. Ho esaminato un po’ tutti i testi che hanno lavorato nel reparto CV5 e 15, moltissime erano le domande che a loro venivano poste. Non ve le ripropongo, né richiamo all’attenzione della Corte una serie di testimoni e questo non per furbizia o per calcolo di parte, bensì perché mi premuro di dirvi che i loro personali curricula lavorativi non consentono di ricavare informazioni significative in relazione all’omissione qui trattata, perché sono testi che o hanno lavorato solo saltuariamente alla pesatura di materie prime, effettuando prevalentemente altre mansioni, o che hanno lasciato prima il reparto perché trasferiti altrove e, pertanto, non possono essere sull’argomento specifico indicati come testi a sostegno dell’accusa, nonostante prevalentemente siano testi d’accusa. Ma senz’altro vi richiamo alla lettura della testimonianza di Biasiolo Nicola, che è stato sentito all’udienza del 9 maggio 2000 e che costituisce un riscontro della prospettazione d’accusa. È un teste introdotto dal Pubblico Ministero. E questa, la leggerete, è una testimonianza serena, completa, con buone capacità descrittive dell’impianto; si legge agevolmente e volentieri, pur non essendo tecnici; descrive adeguatamente le procedure; è attendibile per quello che ci interessa sotto il profilo della durata delle mansioni svolte e della relativa epoca; sicuro e costante delle affermazioni anche in sede di controesame, rispondendo alle domande dei difensori degli imputati. Però anche qui voglio che la mia lettura sia la più serena e obiettiva e non sia la mia personale lettura neanche di quella testimonianza e, proprio per maggiore obiettività, vi chiedo di rileggerla integralmente e con attenzione, bastando qui sintetizzare che Biasiolo Nicola ha lavorato al CV5 e 15 dal novembre 1963 al 1990, quindi per circa trent’anni, prevalentemente in sala materie prime e ha dato in questi termini, a pagina 52 dell’udienza 9 maggio 2000, la descrizione del reparto come molto polveroso, precisando che – e qui è testuale: "Nella sala materie prime avevano provato a fare un impianto, una pesatura automatica, però non ha funzionato perché erano delle materie prime che noi conoscevamo per sigle. Erano troppo pesanti. Praticamente quando erano sopra la tramoggia non venivano giù e allora la sala materie è sempre stata… la lavorazione era manuale praticamente". Sembra di rileggere la testimonianza di Caldon. Sicché procedure di lavoro e condizioni di lavoro non sono cambiate in questo lungo arco temporale e comunque, arrivando fino al 1990, lo dice il teste Biasiolo così come lo aveva detto il teste Caldon. Passando al sostegno documentale fornito dal Tribunale alle proprie affermazioni, ho chiuso con il reparto CV5 e 15, anche sotto questo profilo ci sono delle censure da muovere alle argomentazioni del Tribunale. La sentenza, infatti, nel capitolo relativo alla trattazione dei processi produttivi nei singoli reparti, interventi realizzati in particolare negli anni 1973 e 1976, nel riferire delle commesse cosiddette migliorative, ha operato un critico e pedissequo riferimento, un’adesione incondizionata alle consulenze tecniche degli imputati, in particolare a quelle dei professori Pasquon e Del Carlo, talmente accondiscendente dal non porsi il problema di riferire in contraddittorio i contributi in tal senso portati al processo dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle Parti Civili. Su questo argomento già il Pubblico Ministero ha discusso e sarà ulteriormente ripreso da altri difensori di Parte Civile, credo dall’Avvocato Battello. Così per il reparto CV15, la sentenza fa un mero richiamo agli interventi realizzati, che si leggono nella C.T. Pasquon – Del Carlo, così fa per il reparto CV6, senza ricordare che altri consulenti delle altre parti del processo hanno parlato invece degli interventi non fatti o hanno censurato per i limiti che altri evidenzieranno questi interventi, ma acriticamente quasi che fossero dei periti e non dei consulenti di parte, senza tener conto appunto delle obiezioni; C.T. quelli degli imputati che si sono peraltro ben guardati dal dire che altri e più consistenti interventi avrebbero dovuto e potuto essere effettuati per adeguare gli impianti a rispetto delle migliori tecnologie ben prima disponibili sul mercato e, si legge sul punto, è stato poi ovviamente mantenuto e condiviso anche dagli imputati e dai loro difensori. Sul punto, il Collegio ha a disposizione la terza memoria tecnica ex Art. 121 Codice di Procedura Penale, che è stata depositata dalla Procura Generale alla Corte d’Appello per quanto riguarda la parte prima del capo d’accusa, dove è stata dettagliatamente osservata l’assenza di dati certi a sostegno delle convinzioni del Tribunale, quando anzi dalla documentazione acquisita in primo grado risulta necessariamente il contrario, sia per quanto risultante dai manuali operativi previsti per ogni singolo reparto, e infatti i manuali operativi in atti, pur successivi al 1981, non riportano cambiamenti nelle procedure dei reparti, mentre viceversa secondo il Tribunale sarebbero già intervenuti nel 1973 o 1974 o 1975 e sia con riferimento alle modifiche impiantistiche, per l’assenza di risposte alle cruciali domande a cui il processo avrebbe dovuto dare necessariamente una risposta. Non l’ha fatto la sentenza di primo grado, credo che voi come Giudici d’appello siate chiamati a dare una risposta a questi interrogativi, che così sintetizzo nel richiamarvi per il resto alla lettura di questa memoria tecnica, vale a dire: i tempi di effettiva chiusura delle commesse. Non i tempi indicati sulla carta, non quelli indicati in via preventiva, ma i tempi di effettiva chiusura. Il raggiungimento in concreto o meno dell’obiettivo del miglioramento degli ambienti di lavoro, che deve essere la conseguenza dello spostamento delle lavorazioni insalubri altrimenti, mi verrebbe da dire, tanto vale non farla se si spostano solo di cento metri i problemi che c’erano cento metri più in là. Ed infine il dovere di progettare ed eseguire interventi di tutela dell’igiene e della salute dei lavoratori, ben prima del biennio 1973 - 1974, cioè fin dall’epoca del D.P.R. 546 del 1955 e 303 del 1956. Ebbene, venendo in specifico all’esame degli interventi relativi ai reparti CV5 e 15, emergono a quella memoria enormi ritardi in violazione della legislazione e delle norme di buona tecnica, interventi peraltro di modesto contenuto tecnologico e comunque da risultare ininfluenti alla risoluzione del grave inquinamento che ha caratterizzato in modo permanente gli ambienti di lavoro e il CV5 e 15 fino al gennaio 1991, data di chiusura dell’impianto. Su questo proposito richiamo, infine, i dati eloquenti riportati nella dichiarazione tecnica Carrara-Marra 24 ottobre – 8 novembre 1999, che ricava dalla lettura degli stessi bollettini addirittura un progressivo aumento della polverosità dal 1977 al 1985. È la stessa impresa che ci dice che le cose non andavano assolutamente per il verso giusto, con innumerevoli superamenti degli inquinanti tossici presenti negli ambienti di lavoro. Anche su questo punto ci sarà l’approfondimento credo sempre dell’Avvocato Battello. Identiche considerazioni sotto il profilo documentale valgono anche per il reparto CV6, con un richiamo ancora una volta alle relazioni e alle consulenze di Accusa e Parte Civile che vi ho sopra indicato. Proprio per il reparto CV6, la sentenza individua il secondo ed ultimo intervento che varrebbe l’esonero di responsabilità degli imputati del processo per l’omissione in esame, vale a dire la collocazione dell’insacco del PVC in emulsione in un silos distante circa cento – centocinquanta metri all’impianto CV6. Su questo argomento mi ricollego a quanto ha detto questa mattina l’Avvocato Pozzan, che vi ha dato già una serie di riferimenti su come la circostanza sia smentita da tanti altri testi, anche sotto il profilo appunto testimoniale. Ma sul punto, seguendo l’enunciazione del Tribunale, anche qui il Tribunale si affida ciecamente ai testi Danilo Gasparini, sentito all’udienza del 14 giugno del 2000 e al teste Rossetti, sentito alla successiva udienza del 16 giugno del 2000. Abbiamo già visto che circa l’epoca dello spostamento, che è ritengo un dato essenziale, il Tribunale non ha un’idea chiara, oscillando tra gli Anni Settanta genericamente, riferiti dal teste Gasparini, pagina 377 della sentenza, l’anno 1982, e quindi sarebbero dieci – dodici anni dopo, indicato dal teste Rossetti, pagina 376 della sentenza, a conclusione poi del Tribunale, che a questo punto rimane inspiegabile, starà anche a voi qui di dare un chiarimento sul punto, che questo spostamento sarebbe avvenuto nell’arco temporale 1974 – 1976. Questo a pagina 368 della sentenza, senza alcun altro riferimento né documentale né testimoniale; testimoniale non avrebbe potuto essere perché i due testi, Rossetti e Gasparini, hanno detto due epoche diverse. Inoltre il Tribunale ha sottaciuto le numerose testimonianze di cui appunto ha già fatto cenno questa mattina l’Avvocato Pozzan e che io richiamerò per altri aspetti, testi, testi operai che nel processo hanno confermato il permanere nel tempo della situazione di polverisità per gli addetti all’insacco, così sconfessando sotto il profilo dell’inidoneità tecnica l’adeguamento impiantistico al CV6 al miglioramento dell’ambiente di lavoro, in altre parole all’eliminazione del problema polverosità. E allora questi testi sono numerosi, sono sette testi, che casualmente sono stati del tutto ignorati dalla sentenza, che hanno confermato il protrarsi nel tempo della situazione di polverosità nella condizione di lavoro per gli addetti all’insacco; sono testi sia nell’ambito dei soci delle cooperative d’appalto, sia nell’ambito dei dipendenti Montedison – Enichem, che vado ad indicare: in particolare (Corron) Dino, che all’udienza del 18 aprile 2000 ha indicato che vi era alta polverosità presso il reparto CV6 nonostante l’insaccatrice automatica, derivante questa polverosità dallo scarto dei vagli e dei setacci che imponeva comunque ai lavoratori il recupero manuale delle polveri; il teste Zuccarato Ernesto, sentito all’udienza del 9 maggio 2000, il quale ha ricordato che al CV6, anche dopo l’avvio dell’insaccamento automatico, vi era sempre molta polverosità a causa delle frequentissime rotture dei sacchi, precisando che la situazione sarebbe migliorata solo all’incirca dopo la metà degli Anni Ottanta; Pezzato Maurizio, sentito all’udienza del 19 aprile 2000, secondo il quale la presenza pressoché costante delle polveri sarebbe perdurata, per sua diretta conoscenza, sino al maggio 1986 nel reparto appunto CV6 e se lo ricorda perché è la data in cui egli ha lasciato quel reparto; Bortolato Danilo ricorda poi di una costante dispersione di polvere per la frequente rottura dei sacchi e medesime condizioni di polverosità per tutto il periodo della sua attività. Per brevità richiamo soltanto le altre tre testimonianze, che con queste quattro fanno sette, e che sono quelle dei testi Carraro Giannino e Garatto Mario sentiti all’udienza del 12 maggio 2000 ed infine Mazzolin Luciano, sentito all’udienza del 15 maggio 2000, che hanno sostanzialmente confermato le medesime circostanze. Ma inoltre il Tribunale, nell’aderire in toto alla testimonianza del teste Gasparini, non si avvede di alcune ulteriori affermazioni che il teste Gasparini fa. In particolare a pagina 33 del verbale dell’udienza, rispondendo proprio ad una domanda del Presidente del Collegio, precisa che dopo il famoso spostamento - e quindi era importante riprendere quella testimonianza perché la domanda era del Presidente ed era sullo spostamento – l’insacco avveniva in due linee con modalità diverse, mantenendo in una di esse una modalità semiautomatica cosiddetta, che così descriveva: "L’operatore, dopo aver inserito il sacco che schiacciava il pulsante, avveniva automaticamente la pesata, però doveva intervenire per la cucitura del sacco. L’operatore quindi cuciva, poi dopo aver magari, se a volte doveva correggere il peso con la (sessola), chiamiamola così, quei pochi grammi, mezzo chilo, quello che era, differenza, se era così preciso, e poi doveva chiudere con una cucitrice il sacco, buttarlo sul nastro, che un altro operatore lo prendeva". In tal modo il teste Gasparini denuncia che, nonostante la cosiddetta separazione, la lavorazione insalubre dell’insacco permaneva manualmente, addirittura su una delle due linee esistenti, così sconfessando sia l’argomento separazione, sia l’argomento superamento del problema polverosità. Nel rinviarvi poi all’ulteriore discussione sull’argomento che svolgerà mercoledì prossimo l’Avvocato Farinea, passo a trattare velocemente le conclusioni relative alle Parti Civili da me rappresentate. Parto dalle tre posizioni che ho sostenuto nel mio atto di impugnazione. Innanzitutto si tratta di Gorin Bruno, insaccatore socio di cooperativa: è deceduto il 2 maggio del 1997 con diagnosi di cancro sviluppatasi sulla base di una cirrosi epatica. La storia lavorativa di questo lavoratore dimostra l’assenza di precedenti lavorativi diversi e rilevanti ed un’esposizione significativa per nove anni. Il tempo di latenza è congruo, l’anamnesi indica un moderato consumo di alcol progressivamente ridottosi fino ad azzerarsi nel tempo, come indicato dalla figlia Maria anche a verbale dell’udienza del 13 maggio 2001. L’organo bersaglio in questione è stato individuato dalla lettura medica con riferimento all’esposizione al CVM. Le conclusioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero a seguito degli accertamenti svolti sono stati i seguenti: gli elementi raccolti depongono a favore di una diagnosi di epatocarcinoma con cirrosi, in cui l’esposizione al CVM ha svolto un ruolo concausale. In particolare l’esposizione a CVM ha svolto un ruolo importante di cofattore nella progressione della malattia epatica virale verso l’insorgenza della cirrosi epatica, che può essere considerata lesione a tutti gli effetti preneoplastica e predisponente allo sviluppo dell’epatocarcinoma. Inoltre l’esposizione al CVM ha svolto, assieme all’infezione virale cronica, un ruolo carcinogenetico diretto che ha favorito l’evoluzione della cirrosi verso l’epatocarcinoma. La sentenza non ha smentito né la carriera lavorativa cosiddetta, né le osservazioni svolte dai consulenti del Pubblico Ministero in ordine al rilievo della vicenda che ci occupa di questa patologia e pertanto vi chiedo di riformare anche su questo punto la sentenza. (Manrigo) Vincenzo appartiene alla categoria degli insaccatori ed era addetto ad una cooperativa, poi è stato assunto come dipendente Montedison; è deceduto il 19 maggio del 1977 per metastasi al polmone causata da un melanoma diagnosticato nel 1976. La patologia è stata correlata dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero all’esposizione da CVM, sulla scorta di dati epidemiologici acquisiti, considerato in particolare adeguato anche in questo caso il periodo di latenza. Il dottor (Bai) ha trattato il caso alle udienze 17 giugno e primo luglio 1998. Per la patologia del melanoma mi riporto a quanto già ben descritto questa mattina dalla collega Manderino, a tutti gli studi in atti, a quanto indicato dai difensori di Parte Civile che rappresentano lavoratori affetti dalla medesima patologia. Per quanto riguarda, e chiudo con questa posizione, l’anamnesi in atti esclude familiarità, esposizioni lavorative diverse e riferibilità a condotte di vita rilevanti quanto a fumo e ad alcol. Anche qui il riferimento è, oltre che all’anamnesi della documentazione medica, anche alla testimonianza della vedova, Barbiero Angelina, che è stata assunta all’udienza del 12 maggio del 2000. Il terzo è Pillon Eugenio, deceduto il 24 novembre 1997 per neoplasia polmonare con metastasi cerebrale. La patologia è attribuita dallo Iarc all’esposizione al CVM con un tempo di latenza di ventidue anni, che è quindi adeguato in base alle conoscenze di cancerogenesi chimica. Anche Pillon Eugenio è un insaccatore, ha lavorato per ventidue anni come socio di cooperativa prima e poi come dipendente Enichem; è stato addetto in quest’ultima veste anche alla manutenzione nei vari reparti e perciò, per quello che il processo ha acquisito, significativamente esposto a contaminazioni tossiche, avendo accesso ai reparti proprio nei momenti di criticità conseguenti a rotture e a fughe. È stato trattato il suo caso dal dottor Bai all’udienza del 3 dicembre 1999, la documentazione medica è stata poi integrata all’udienza del 13 marzo 2001… anzi, scusate, del 28 marzo 2001. L’anamnesi riporta abitudini di vita in ordine in particolare al fumo come condotta del tutto limitata, il riferimento è ai testi prossimi congiunti e quindi con l’esclusione della riferibilità della patologia al fumo di sigarette, con riferimento inequivoco all’attività lavorativa presso lo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. Le altre due posizioni sono due persone offese per le quali l’appello è sostenuto dal Pubblico Ministero, vale a dire (Cavalin Liberale), deceduto il 4 giugno 1972 per carcinoma gastrico con metastasi linfonodali epatiche e peritoneali; la diagnosi è del 1971, all’età di soli quarantotto anni, è deceduto in quell’anno. Il dottor Bai ha trattato il caso all’udienza del primo luglio 1998. L’anamnesi esclude precedenti lavorativi rilevanti o di confondimento. Sotto il profilo delle abitudini, alcol e fumo, nulla di significativo, il riferimento è alle cartelle cliniche e a quanto precisato dalla vedova Pasqueletto Assunta all’udienza dell’11 maggio 2000; è la letteratura medica che riferisce il tumore gastrico all’esposizione al dicloretano. Qui dirò qualcosa di più, perché mi sembra che oggi non sia stato trattato alcun altro caso con questa patologia. Gli studi sono quelli citati singolarmente dai consulenti medici di Montedison ed Enichem. C’è uno studio del dottor (Ogmar) citato dal professor Colombo, uno studio del 1990, il riferimento è all’udienza del 22 dicembre 1998. C’è poi una pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, indicata dal professor Lotti all’udienza del 19 maggio 1999 e c’è un altro testo di Medicina del Lavoro del 1997, del Casula, che è stato richiamato più volte in questo processo, in particolare dal consulente Colombo all’udienza del 18 maggio 1999. Chiudo con l’ultima posizione, si tratta di Vianello Sergio. È deceduto il 15 luglio del 1990 con diagnosi di cirrosi e carcinoma epatocellulare. Entrambe le patologie sono ascrivibili ed ascritte con sicurezza, alla luce di questo processo, all’esposizione professionale a CVM e PVC. Per quanto riguarda la sua carriera lavorativa, il riferimento è in particolar modo alla testimonianza di Orlandin Giuseppe, udienza 19 aprile 2000, pagina 45, che ha precisato che dapprima Vianello Sergio, già impiegato presso la consociata San Marco, era stato impiegato successivamente presso il reparto CV6 dove lavorava lo stesso Orlandin. Vianello Sergio era astemio, non fumava, la circostanza è provata anamnesticamente dalle cartelle cliniche ed è accertata anche con il testimoniale della vedova Moranzien Liliana, sentita in udienza. Il caso è stato trattato per l’accusa dal dottor Bracci all’udienza dell’8 luglio 1998 e anche ripreso nella propria relazione del 14 settembre 1998; inoltre è stato successivamente approfondito anche all’udienza del 13 ottobre 1998 dal dottor Bartolucci. Entrambi hanno concluso per la sussistenza del nesso causale tra esposizione e patologia, escludendo altre diverse causalità sia con riguardo alla storia professionale precedente, sia per mancata presenza di epatite infettiva. Era, tra l’altro, un donatore di sangue. La cirrosi epatica era stata diagnosticata dopo diciotto anni dall’assunzione e perciò per un tempo di latenza che questo processo ha indicato come del tutto adeguato. Deposito, e ho chiuso, note di conclusioni per ciascuna delle parti rappresentate nei confronti degli imputati indicati e nei confronti di quei responsabili civili secondo il periodo di pertinenza in relazione alle cariche ricoperte dagli imputati secondo i periodi lavorativi delle parti da me assistite.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE dispone il rinvio del processo all’udienza del 22 settembre 2004 ad ore 9.00.

 

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