UDIENZA DEL 17 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 18 novembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Prego, signor avvocato.

 

DIFESA – Avv. Sassi – Grazie Presidente, avvocato Sassi in difesa dell’ingegnere Calvi. Il mio intervento, signor Presidente e signori Giudici della Corte d’Appello, apre la trattazione dei temi della colpa, che saranno l’oggetto delle discussioni di questa mattinata. Mi occuperò dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche sui due distinti aspetti, della tossicità da una parte e della cancerogenicità dall’altra, naturalmente con riferimento al cloruro di vinile monomero. Cercherò di evitare nei limiti del possibile – ci tengo a dirlo subito – una prolissa esposizione di nomi di autori e di riferimenti bibliografici; mi importerà invece assai di più evidenziare come anche sotto questo profilo l’impostazione accusatoria non solo del Pubblico Ministero ma anche delle Parti Civili abbia risentito di forzature, omissioni, travisamenti. Non mi interessa tanto l’oggetto specifico dei singoli lavori, che pure sono ripetutamente citati dal Pubblico Ministero, che ha dedicato a questa parte un notevole spazio del suo atto d’appello; non ripeterò quindi ciò che benissimo ha già detto il professor Alessandri quando ha affrontato sotto il diverso profilo della causalità il tema dei danni epatici descritti nella letteratura degli Anni Quaranta in poi. Farò solo dei limitatissimi accenni all’unico fine di seguire un filo logico dell’esposizione. Mi soffermerò invece, ma vi prometto brevemente, un pochino di più sui contenuti per quanto riguarda la malattia di Raynaud e acrosteolisi, che sono le patologie che la sentenza ha affrontato di più sotto il profilo della colpa. Per il resto a me interessa smentire il Pubblico Ministero in tutte le circostanze in cui egli ha detto o scritto frasi come "tutti sapevano", "tutti potevano sapere", "quell’autore è citato da tutti"; non è vero, e lo dimostrerò. Il mio punto di riferimento resterà appunto sempre la colpa e nello specifico il paradigma della colpa generica. Quello che mi interessa, dunque, è dimostrarvi come anche su questo punto cruciale l’Accusa abbia attaccato la sentenza effettuando una clamorosa traslazione temporale, secondo quella tecnica, se così vogliamo chiamarla, di cui aveva già parlato assai efficacemente il professor Padovani la settimana scorsa. Tutte queste forzature del Pubblico Ministero e delle Parti Civili sono infatti tese smaccatamente a retrodatare oltre ogni ragionevolezza il momento in cui si possa affermare che il dato scientifico si consolida dapprima nel mondo scientifico, poi diviene noto all’industria, quindi da quel momento l’evento diviene prevedibile e può sorgere l’addebito di colpa. Il Tribunale ci ricorda, con un passaggio argomentativo a pagina 451 della sentenza, che credo possa essere condiviso da tutti, che l’obbligo di protezione e di controllo che grava sul datore di lavoro va correlato sotto un primo profilo alla legislazione vigente all’epoca in cui venga adottata la condotta, e in secondo luogo al patrimonio delle conoscenze tecniche ovvero allo stato dell’arte a disposizione dell’imprenditore stesso. Ecco, proprio questo secondo insieme di elementi che riempiono e connotano la condotta doverosa, segnando nel contempo, però, anche il milite, saranno questi l’oggetto del mio intervento. Sempre tenendo ben presente però, perché noi non siamo degli scienziati che dibattono in un convegno, quello che è il criterio guida che ci deve orientare e che il Tribunale ci ricorda puntualmente: l’adeguamento del datore di lavoro alle nuove conoscenze scientifiche deve essere tempestivo, ma sarà esigibile solo nel momento in cui le stesse abbiano raggiunto un adeguato grado di consistenza e solidità, cioè allorquando sia stato conseguito un patrimonio scientifico sufficientemente consolidato, alla luce della acquisizione degli organismi internazionali operanti in materia. Allorquando sia stato conseguito un patrimonio scientifico sufficientemente consolidato. E questo criterio, seguito dal Tribunale di Venezia, si colloca in un solco di solidissima giurisprudenza, è lo stesso criterio ad esempio seguito dal Tribunale di Milano nella nota sentenza 20 dicembre 1999 che è già stata più volte citata in quest’aula, una giurisprudenza che distingue rigorosamente le tre fasi di cui ho detto poc’anzi: primo, la fase dell’informazione scientifica più o meno sporadica; secondo, il consolidamento delle conoscenze che fa sì che un certo dato venga ritenuto condiviso e accettato dalla comunità scientifica; terzo, il trasferimento di questo dato dalla comunità scientifica all’industria, e cioè all’imprenditore. Queste sono le tre fasi. Successivamente, nella parte finale della mia discussione, tratterò anche del cosiddetto patto di segretezza, quel patto di segretezza che giustamente è stato definito dal professor Padovani una leggenda processuale. Lo si è già detto in primo grado, è sostanzialmente l’argomento estremo di chi non ha argomenti più forti, e allora grida al complotto, invoca la grande macchinazione dell’industria, sposta addirittura il piano accusatorio, che è già così malsicuro nell’individuazione di qualsiasi responsabilità personale, lo sposta a un livello addirittura mondiale. Con due risultati: da un lato certamente quello di attrarre la curiosità scandalistica di chi è fuori dal processo e non ne conosce le carte e la verità storica che quelle carte contengono; ma dall’altro anche con il risultato di evidenziare la propria incolmabile debolezza a chi è dentro al processo e sa che non vi è carta segreta che possa scalfire il coerente impianto della motivazione nella parte in cui ripercorre il grado di diffusione e condivisione, anche grazie a quanto fatto da Montedison, delle conoscenze sugli effetti lesivi del CVM. Già immagino il Pubblico Ministero e le Parti Civili in sede di replica, ci diranno: ma quale leggenda? Le carte sono lì, parlano di riservatezza, le abbiamo lette, le abbiamo richiamate, che ci venite a raccontare? E allora signori Giudici, io già da ora sono in grado per la verità, almeno credo di fare la mia replica alla replica, se così vogliamo chiamarla, ed è una risposta che già vi potete immaginare, perché è nella logica. Le frasi di cui parla l’Accusa, che spesso sono pezzi di frasi tolte dal loro contesto o addirittura sono una libera e maliziosa interpretazione di frasi, sono e restano comunque delle frasi, frasi scavalcate, travolte dai fatti successivi, che hanno testimoniato una realtà storica tutto affatto diversa, una realtà fatta di trasparenza e di assoluta tempestività nella comunicazione dei dati di cui si veniva mano a mano a conoscenza. Per questo è una leggenda, perché è una storia smentita dai fatti. E per questo non mi affannerò a dirvi come e perché non è mai esistito alcun patto di segretezza, farò qualche cosa di diverso, cercherò di dimostrarvi come proprio attraverso l’esame di alcune di quelle carte che il Pubblico Ministero vorrebbe segrete e che io proietterò, proprio da quelle carte invece si tragga la riconferma delle due tappe fondamentali che segnano il consolidamento delle acquisizioni scientifiche sul CVM, non tossico dal 1949 e cancerogeno dal 1969, che è una inammissibile falsificazione, sia per quanto riguarda il riferimento al ‘49 a Tribuk, che è evidente, ma Tribuk attribuì la causa ai plastificanti, e lo vedremo, tanto meno cancerogeno dal ‘69 perché sappiamo benissimo che Viola nel ‘69 la parola "cancro" mai neppure la pronunciò. Noi invece diciamo, e lo diciamo però senza slogan, perché questa è una materia che va affrontata senza slogan, noi diciamo cancerogeno dal gennaio 1974, tossico per quanto riguarda Raynaud e acrosteolisi solo dal 1971, intendendosi per 1971 che da quella data è possibile fare un’associazione tra le alte esposizioni e un certo tipo di mansioni, quella degli autoclavisti, e senza peraltro che per queste due patologie – e lo vedremo – ancora oggi ne siano note le cause. Ho accennato alla assoluta debolezza da parte dell’Accusa nell’individuazione di chi siano gli autori dei fatti contestati, in conseguenza di quali condotte e in violazione di quali norme cautelari vigenti in un certo momento storico. Sì, perché come più volte è stato stigmatizzato anche dallo stesso Tribunale, questo è un processo alle persone e alle loro individuali responsabilità, non è un processo a Montedison, né tanto meno può diventare un processo all’industria mondiale. Addirittura un Difensore di Parte Civile di Medicina Democratica da un certo momento in poi della discussione – me lo sono annotato – significativamente ha preso ad addebitare fatti e colpe al Petrolchimico, il Petrolchimico ha fatto, il Petrolchimico non ha fatto, il Petrolchimico non ha omesso; quindi questa del Petrolchimico diventa l’ultima l’estrema trasfigurazione, dopo tutte le altre che ci sono già state in questo processo, trasfigurazione degli imputati persone fisiche. Ci tengo a ricordare questo perché ad ogni angolo che svoltiamo, e anche nelle vicende di cui vi parlerò oggi, questo problema si ripropone. E vi faccio subito un esempio: il Pubblico Ministero e la Parte Civile Medicina Democratica ci riferiscono, tra le altre cose, di uno studio dell’Università del Michigan del 1969 in tema di acrosteolisi, finanziato dalla MCA, la Manifecturing Chemistry Association le conclusioni di questo studio in tema di obbligo di discesa sotto i 50 PPM vennero modificate proprio su richiesta di MCA nel senso di rendere tale limite solo un valore di riferimento a cui tendere. Nel merito della questione anche questa volta l’interpretazione è capziosa poiché in realtà il senso di quell’emendamento era strettamente correlato alla premessa, accuratamente taciuta dal Pubblico Ministero, ma che risulta dalla lettura di quella stessa frase di quel documento, premessa che diceva: la causa della malattia è sconosciuta. Ma adesso non mi interessa parlare di questo; quello che mi interessa dire ora è che io assito assisto l’ingegnere Renato Calvi, nato il 7 agosto del 1920 a Cazzano di Tramigna; che cosa c’entra l’ingegnere Calvi con chi per MCA decise di chiedere all’Università del Michigan di mutare le conclusioni dello studio sulla acrosteolisi? Io, e mi sostituisco in questo per un momento all’imputato, devo e ho il diritto di essere giudicato solo per ciò che ho fatto o non ho fatto, per ciò che sapevo o avrei dovuto sapere, e quando il professor Giarda, che difende insieme a me l’ingegnere Calvi, esaminerà la posizione specifica dell’ingegnere Calvi, ma qualche accenno lo farò anch'io tra poco, si dimostrerà la riconferma di ciò che già emerge da tutti gli altri elementi del processo sui tempi e i modi attraverso i quali si pervenne alla certezza sulla cancerogenicità del CVM e sulle conseguenti immediate reazioni adottate. Vediamo dunque in brevissimo quali sono le tappe che secondo il Tribunale segnano la formazione e il consolidamento delle conoscenze scientifiche. Il Tribunale ci ricorda che i primi studi sugli effetti acuti tossici vengono effettuati negli Stati Uniti a partire dagli Anni Trenta e hanno tutti quale costante, ovvia per chi voglia esaminare gli effetti acuti, un livello altissimo di esposizione, fino a 400.000 PPM. In Italia Mastromatteo con un lavoro pubblicato nel ’60 a sua volta esamina gli effetti su animali trattati a elevatissime concentrazioni, negli Stati Uniti Torkelson effettuò una sperimentazione su animali, e su questo studio e sui fraintendimenti che ne derivano, ancora una volta sotto il profilo dei tempi nella prospettazione accusatoria, torneremo tra qualche minuto. Ancora il Tribunale ricorda il lavoro di Popov, e cita soprattutto Suciu con il suo lavoro pubblicato sulla rivista di Medicina del Lavoro del ‘67 riferendone i contenuti di cui già sapete. Sulla sindrome di Raynaud, secondo il Tribunale, negli USA a metà degli Anni Sessanta vennero riscontrati una serie di casi, che indussero la ACGIH a ipotizzare di ridurre l’esposizione che all’epoca era di 500 PPM ridurla entro i 200 PPM, raccomandazione che però la ACGH non formalizzò e che divenne effettiva solo che dopo che gli studi di Diman e Dowson nel ’71 fornirono ulteriori elementi sull’associazione CVM Raynaud. Studi questi che vennero ritenuti attendibili – ci dice il Tribunale – perché si fondavano su una casistica assai ampia di lavoratori. Il Tribunale ci ricorda poi di come partirono gli studi di Viola, e cioè ancora nel 1967 per cercare una risposta più precisa proprio alla correlazione tra esposizione a CVM e acrosteolisi, associazione soprattutto eziologia a quell’epoca, ma come vedremo ancora oggi, tutta da accertare. E il Tribunale ci dice ancora di come nel congresso del ‘69 a Tokyo Viola non parlò di tumori, poiché di questi parlerò solo a Houston un anno dopo nel ‘70, e di come si dovette attendere il 1971 per vedere pubblicato il primo lavoro di Viola che parlava di tumori, primo lavoro in assoluto quello in cui si parlava di tumori al polmone, tra l’altro, non di angiosarcomi del fegato. Tumori al polmone che poi Maltoni riclassificò come tumori alle ghiandole di Zimbal, un organo che, come sappiamo, nell’uomo non esiste. A questa ricostruzione del Tribunale il Pubblico Ministero reagisce in modo virulento, soffermandosi per decine e decine di pagine nell’atto di appello e poi a lungo anche in requisitoria sull’evoluzione e sui tempi delle conoscenze scientifiche, e servendosi essenzialmente di uno strumento, che io chiamerò "la pioggia delle citazioni". Il Pubblico Ministero attacca la sentenza del Tribunale dolendosi del fatto che essa appena sfiori i lavori scientifici in tema di nocività del CVM e che ne citi solo alcuni: Suciu, Mastromatteo, quelli che ho detto prima, ma senza dare loro l’importanza che meritavano. E poi il Pubblico Ministero fa di più: ci indica decine di lavori scientifici che a suo dire dagli Anni Trenta fino agli Anni Settanta avevano evidenziato la pericolosità del CVM e la sua associazione ad una serie numerosissima di patologie. Evidentemente questo fa il Pubblico Ministero per affermare che il consolidamento delle conoscenze scientifiche era avvenuto molto prima, che solo chi non voleva vederli quegli studi può dire che erano conosciuti, che l’industria poteva attivarsi molto prima di quel fatidico gennaio ‘74, perché molto prima aveva gli strumenti per conoscere i rischi degli effetti cronici delle esposizioni al CVM. E questa serie di citazioni a tutta prima colpisce, a tutta prima però, perché in realtà basta grattare un poco per accorgersi che si tratta di un vero nulla, un nulla cui si è confezionato un vestito per farlo apparire qualcosa. Tra l’altro, si badi, varie citazioni del Pubblico Ministero si riferiscono a lavori che erano già stati ampiamente discussi in primo grado, che il Tribunale aveva ben valutato e che erano usciti irrimediabilmente distrutti dal contraddittorio e dalle osservazioni dei consulenti tecnici delle Difese, e però il Pubblico Ministero li ripropone come se nulla fosse, aggiungendovi solo la propria personale interpretazione e arricchendoli così di significati e di contenuti strada facendo, quasi che le pagine di quegli studi uscissero dalle polverose remote biblioteche in cui si trovano e rinascessero a nuova vita per rigenerarsi, trasformarsi e dare nuovi contributi alla scienza. Questo è un punto su cui mi voglio fermare un attimo per fare una breve puntualizzazione perché riguarda la formazione questa volta delle conoscenze non scientifiche ma processuali, quelle cioè di cui può disporre la Corte d’Appello per formarsi un giudizio ed emettere una sentenza. Vi sono regole del processo che sono poste proprio a tutela sia del contraddittorio tra le Parti, sia dell’integrità della valutazione del Giudice, che deve potere formarsi il proprio convincimento sulla base di materiale che è entrato agli atti del processo secondo le regole del nostro Codice di Rito. E allora, signori Giudici, il Pubblico Ministero cita dozzine e dozzine di nomi e di autori, ma è poi tutto da verificare quali realmente di quei lavori sono entrati agli atti del processo. Molti di quegli autori sono stati nominati per la prima volta dal Pubblico Ministero in sede di requisitoria di primo grado, quando il termine per le produzioni era spirato da tempo, e nessuna nuova produzione, com’è noto, è stata ammessa in appello. Il problema non è di poco momento, perché il Pubblico Ministero – l’abbiamo visto – qualche mese fa ha finito per contestare la traduzione del lavoro di Tribuk, per esempio, che era un lavoro agli atti, e ne ha proposto un’altra. Figuriamoci quali dispute possono sorgere sull’interpretazione di lavori che non sono neppure agli atti, ciascuno ci può mettere dentro quello che più gli aggrada. Ma che senso processuale ha, che valore processuale ha questo? La Parte Civile Medicina Democratica ha costruito una parte rilevante della sua discussione in appello, e l’ha detto essa stessa, su un libro uscito negli Stati Uniti ad opera di due scrittore Markoviz E Roosner, che mettono insieme dei documenti e ne traggono delle tesi su una serie di comportamenti secondo loro reticenti tenuti dall’industria americana su varie lavorazioni industriali, tra le quali la lavorazione del CVM. Ma si tratta di libro che è stato pubblicato dopo il primo grado, perché credo sia stato anche riportato su un numero di Epidemiologia e Prevenzione, di cui hanno chiesto l’acquisizione con i motivi d’appello, acquisizione respinta, documenti che quindi non sono mai entrati agli atti del processo, perché quell’acquisizione appunto è stata respinta. Io quindi non ribatterò su questi temi alla Parte Civile, perché essa ha usato argomenti che processualmente non esistono. Ma torniamo alle citazioni del Pubblico Ministero sui lavori scientifici, cominciando ad attaccare quell’elenco che è contenuto alle pagine 144 e 145 dell’atto di appello, quella pioggia di citazioni, sono quei due schemi che sono contenuti, uno studi sull’animale e l’altro studi sull’uomo, una sequela di nomi. E io ora comincerò ad attaccare questa pioggia di citazioni, comincerò a grattarla per dimostrarvi come rapidamente e facilmente si sgretola. Vediamo innanzitutto come il desiderio di fare quantità possa giocare dei brutti scherzi; alcune citazioni riguardano dei lavori che sono tout court inesistenti: Kalinska e Twotz non esiste, Popov e Filatova 1970 non esiste, Troshina 1963 e Troshin 1963 non sono due lavori diversi ma sono lo stesso lavoro, con quel titolo che voi vedete proiettato. Altre citazioni riguardano dei temi che con il CVM non hanno nulla a che vedere: Witnauer e collaboratori 1955 è un lavoro sulla tecnologia di produzione del PVC, Gervais e collaboratori 1965 non fanno neppure un accenno al CVM, Pennaiola 1966 studia il tricloroetilene, Troshina 1963, che è quello che abbiamo citato prima per la duplicazione riguarda le patologie osservate in lavoratori in contatto con lo stirene, quindi di nuovo tutt’altra sostanza, non c’entra nulla. Altre citazioni ancora, infine, sono proprio fuori bersaglio, perché l’autore dice cose diverse da quelle che il Pubblico Ministero si attenderebbe. Vediamo anche qui qualche esempio velocemente, Peoples e Lick del 1933, che mi pare che sia la più risalente delle citazioni del Pubblico Ministero, sperimentarono il CVM ad altissime dosi e conclusero però per una sua limitata tossicità, che è esattamente il contrario di ciò che vorrebbe il Pubblico Ministero, tant’è che ne proposero l’utilizzo come anestetico. Baretta e Mutchler, e su queste citazioni il Pubblico Ministero ha insistito ancora in requisitoria, si occuparono sì di vinilcloruro ma a tutt’altro fine, quello del monitoraggio dell’aria e più precisamente dei metodi di campionamento in continuo e poi di una tecnica di misurazione della concentrazione di CVM nell’aria espirata. Il Pubblico Ministero non ci dà mai i riferimenti completi di queste citazioni con il titolo, l’editore, l’anno di pubblicazione; se l’avesse fatto ci avrebbe se non altro risparmiato una gravosissima fatica nell’andarceli a cercare, quando li abbiamo trovati, perché molto spesso non li abbiamo neppure trovati, in giro per il mondo. Ma se facesse le citazioni complete ci accorgeremmo, e ci semplificheremmo la vita anche sotto questo profilo, per esempio a proposito di Baretta e Mutchler basta leggere il titolo, non occorre avere particolare abilità nel comprendere e tradurre la lingua inglese, già dal titolo si può comprendere che stiamo parlando di monitoraggio all’esposizione. Ma perché questo accade? Perché ci sono citazioni così alla rinfusa? Perché si sono volute affastellare citazioni che assai spesso non sono neppure state verificate direttamente; la gran parte di quell’elenco di lavori scientifici di cui il Pubblico Ministero parla in realtà ha copiato pedissequamente da Popov 1969, che fece una sorta di elenco di autori che a vario titolo si occuparono del CVM. Ecco che ritorna il problema della citazione di lavori che non sono prodotti, perché se fossero prodotti si vedrebbe subito che non c’entrano nulla. Questo evidentemente io non lo dico per evidenziare un errore qui o una imprecisione là del Pubblico Ministero o delle Parti Civili, non è davvero questo il mio obiettivo; io questo lo dico perché ci aiuta a comprendere quello che dicevo, e cioè che la pioggia delle citazioni è in realtà un mero artifizio e che non è affatto vero che i temi che rilevano per il nostro processo vennero trattati, approfonditi e divulgati da scienziati di tutto il mondo, come non è affatto vero, altra frase storica del Pubblico Ministero riferita a Viola, che fin dal 1970 erano recuperabili una quantità di notizie sulla tossicità del CVM, un semplice medico di fabbrica poteva acquisire. La realtà dei lavori scientifici, della loro divulgazione e del loro consolidamento è quella che abbiamo sempre detto e che il Tribunale ha mostrato di condividere: fino agli anni ’60 lavori su esposizioni elevatissime per valutare gli effetti caduti di una sostanza allora usata come anestetico; successivamente poco e sporadici lavori, poco attendibili scientificamente e soprattutto mai divulgati; inizio dell’acquisizione delle conoscenze su Raynaud e acrosteolisi solo a partire dalla seconda metà degli Anni Sessanta, ma incertezza sulle cause, incertezza che perdura ancora oggi. Sulla cancerogenicità primi studi sull’animale di Viola e acquisizioni più solide, sempre sull’animale con Maltoni: prova provata, per usare l’espressione di Maltoni, sull’uomo con Goodrich gennaio 1974. Ma torniamo ora per un attimo alle tesi del Pubblico Ministero proprio sul punto che ho appena detto, la conoscenza dei dati sugli effetti cancerogeni. Qui il Pubblico Ministero usa di nuovo la tecnica dell’accumulo, e suggestivamente cita lavori che nulla hanno a che vedere con la cancerogenicità del CVM, ma così, chissà mai, gettiamo un sassolino qui e uno là, magari poi a qualcuno un sospetto gli viene. E invece no, i lavori debbono riguardare l’oggetto di questo processo perché altrimenti non ci interessano, non debbono neppure essere citati. Vi faccio un esempio anche su questo: a pagina 183 dell’atto di appello il Pubblico Ministero scrive: schematicamente sono questi i lavori, gli studi che confermano l’Accusa, e tra gli altri indica Maltoni sulle materie plastiche in generale – verbale 11 aprile 2000 – anni Sessanta. Ve ne ha parlato già il professor Alessandri e basta quindi andare a riprendere la deposizione del teste Maltoni per accorgersene: questi studi non c’entrano proprio nulla con il CVM, erano studi sull’oncogenesi conseguente all’impianto sottocutaneo in materia plastica, mentre nel processo stiamo discutendo di esposizione professionale a CVM allo stato gassoso. Che cosa c’entrano gli studi sugli impianti in plastica con l’inalazione di CVM da parte dei lavoratori addetti? Non c’entra nulla, ma l’importante è accumulare delle citazioni. E alla stessa stregua dobbiamo trattare la citazione anche di altri lavori contenuti nell’elenco del Pubblico Ministero, anch’essi tutti relativi alle plastiche impiantate sotto cute: Duckrey ‘52, tratta di materie plastiche per impianto sottocutaneo, al CVM non c’è neppure il benché minimo riferimento; Fitzburgh ‘53 idem, Duckrey ’54 teste Novara in materiali plastici e tra l’altro tra questi non c’è neppure il PVC; e così tanti altri studi citati. Vedete quella pioggia di citazioni che piano piano comincia a diradarsi, meno uno, meno due, meno tre, ne eliminiamo una dietro l’altra, a gruppi le eliminiamo. Altra citazione inconferente, questa volta con particolare riferimento ai tempi, è quella sugli studi di Maltoni sull’espettorato dei lavoratori di Brindisi e Terni. Anche qui il Pubblico Ministero a pagina 183 li menziona subito dopo quello sulle materie plastiche in generale. Il professor Alessandri aveva citato questi studi per i contenuti, a me invece interessano le date, perché come vedete anche questa volta il Pubblico Ministero li colloca negli Anni Sessanta. A pagina 567 e 568 dell’atto di appello il Pubblico Ministero definisce questa addirittura la prova inconfutabile che Montedison conosceva non solo la tossicità ma anche la cancerogenicità del CVM, almeno dagli ultimi Anni Sessanta, perché finanziava una indagine sistematica – scrive il Pubblico Ministero – sugli operai di Brindisi e Terni esposti al cancerogeno, e con uguali parole è tornato in requisitoria, sempre dicendo che questi studi sono degli Anni Sessanta e chiamando a soccorso la testimonianza di Maltoni dell’11 aprile 2000. Vediamo allora che cosa dice Maltoni l’11 aprile 2000 su questo punto, dice Maltoni: "Il mio primo interesse specifico sul cloruro di vinile monomero inizia nel ‘70, perché in quel periodo io facevo degli esami citologici dell’espettorato su varie categorie lavoratori di Montedison ed in particolare – attenzione, perché qui si annida l’equivoco – in particolare lavoravo sugli operai di Spinetta Marengo che essendo esposti a cromo – cioè a tutt’altra cosa – avevano un altro rischio di sviluppare tumori polmonari, rischio peraltro noto da 25 anni prima di quando io me ne occupassi. Siccome avevo osservato – dice Maltoni – una prevalenza abbastanza alta nei lavoratori esposti a cromo di distipie cellulari, che non erano tumori ma che erano delle alterazioni a cui qualcuno di noi, andando contro corrente, dava a quel tempo una certa importanza, segnalai la cosa e mi fu detto che probabilmente io ero stato un po’ fuorviato dal fatto che sapevo che questi operai erano esposti ad agenti cancerogeni". Domanda del Pubblico Ministero: "Lei l’ha segnalata in che circostanze e a chi?", risposta di Maltoni: "Questa segnalazione degli operai esposti a cromo fu fatta negli anni ‘67 e ‘68 e fu pubblicata in un congresso, il secondo congresso italiano di citologia a Venezia, eccetera. Allora si pensò di estendere questa indagine degli esami dell’espettorato a varie categorie lavorative perché", e poi spiega il perché e tra queste varie categorie lavorative c’erano gli esposti a CVM. Ma il momento in cui Maltoni inizia a occuparsi di CVM è 1970, sta scritto nella prima riga di quella deposizione testimoniale. E andando avanti, mi preme ancora dire due parole su questo punto, si legge testualmente: "Mi ricordo che si trattava di alcune centinaia di operai – quelle categorie che vengono sottoposte a osservazione dopo quelli esposti a cromo - il professor Ghetti che allora era, dopo essere stato per molti anni dirigente sanitario, spiega che era divenuto consulente di Montedison, fu a lui che comunicai questi dati e gli dissi", e spiega che cosa gli raccontò, cosa di cui abbiamo già parlato. Quindi la solita sfasatura di un decennio. A pagina 183 dell’atto d’appello c’è scritto Anni Sessanta, prendiamo la deposizione di Maltoni, dice: "Iniziai a occuparmene nel 1970". E per di più abbiamo visto alla scorsa udienza che lo stesso Maltoni, con gli occhi dell’epoca, non si sentì proprio per nulla di definire quelle cellule tumorali. E poi, se vogliamo proprio dire tutto, anche quella volta guarda caso è il professor Ghetti che per Montedison lo sollecita a compiere maggiori approfondimenti su quell’espettorato, una storia che tale e quale rivedremo per la nostra vicenda. E quindi di nuovo la prova inconfutabile si rivela un balon d’essé. Sempre a proposito di Maltoni e dell’importanza di non confondere argomenti e date, vediamo che cosa scrive il Pubblico Ministero a pagina 206 dell’atto d’appello. Viene effettuata una sintesi che oserei definire brutale della deposizione testimoniale di Maltoni sul punto, sintesi che però non corrisponde per nulla al contenuto delle dichiarazioni di Maltoni. Vediamo che cosa ci scrive il Pubblico Ministero a pagina 206, parla degli esperimenti di Maltoni, del famoso castello di Bentivoglio, si parla subito di angiosarcoma e viene allertato da questa situazione, i primi risultati li dà per i primi tumori già nel corso del giugno – luglio del ‘71 il professor Maltoni, quindi impiega 8 – 10 mesi – non so con che cronologia -, comunque nell’estate giugno – luglio ’72, quindi è già passato all’anno dopo, ci sono ulteriori incrementi di dati e si arriva al 17 ottobre 1972, giorno in cui viene redatta e poi consegnata una tabella". Io mi domando, ma come si fa ad affermare che si parla subito di angiosarcoma e viene allertato per questa situazione, i primi risultati li dà per i primi tumori già nel corso del giugno – luglio ‘71? Ma se Maltoni ha iniziato gli esperimenti il 2 luglio ‘71 come poteva vedere i risultati prima ancora di avere iniziato gli esperimenti? Poi la cronologia si riassesta, si arriva a giugno – luglio ‘72, e finalmente si parla della tabella della tabella dell’ottobre del ‘72, che questa sì è la prima notizia che fornisce Maltoni ai sui committenti sui tumori rilevati. Una confusione non dissimile è quella che risulta dal verbale dell’udienza dell’11 aprile, sempre relativo a Maltoni, in cui, nonostante Maltoni sia chiarissimo nelle date, vengono sempre rimessi in discussione anni e mesi. Guardate che scherzi la prospettiva cronologica, il Pubblico Ministero domanda: "Le risulta che sia stata come notizia, come studio comunicata in quell’anno ‘69?", risposta: "L’anno ‘70" dice Maltoni. Domanda del Pubblico Ministero: "’69 e inizio 70?", risposta di Maltoni: "No," e spiega perché. E ancora più avanti domanda del Pubblico Ministero: "Siamo all’inizio del ‘70, come lei sa", risposta di Maltoni: "Siamo alla fine del ‘70". Ancora un punto voglio trattare che mi sta a cuore, questa volta non c’entrano né le citazioni dei lavori scientifici né la distorsione del contenuto delle testimonianze; parlerò dei due esempi virtuosi che fa il Pubblico Ministero in materia di adozione di limiti all’esposizione da CVM negli Anni Sessanta, esempi che dovrebbero servire a dimostrare che si sapeva e che quelli bravi si erano già adeguati. Si dice in modo netto a pagina 175 dell’atto di appello, e poi questo è un dato che è stato ribadito con enfasi anche durante la requisitoria: "Dow Chemical scende autonomamente a 50 PPM fin dalla metà degli Anni Sessanta e i sovietici scendono addirittura a 12 PPM, quanto meno dal ‘69", dice il Pubblico Ministero. Iniziamo da Dow, già includere Dow Chemical tra i bravi mi suona un po’ strano, perché poi il Pubblico Ministero spende pagine e pagine per dire che questa era proprio una delle industrie coinvolte nel patto di segretezza, ma tant’è qui si cambia il cappello da bravi a cattiva a seconda delle circostanze, delle evenienze. Ma andiamo avanti. La tesi che Dow avrebbe autoridotto i limiti di esposizione nei propri stabilimenti non ha in realtà mai trovato conferma, anzi Hot, che era il medico della Dow, di cui parleremo dopo, nel noto studio del ’75 riporta esposizioni per gli autoclavisti nel quinquennio 1965 – 1970 comprese tra 30 e 240 PPM, lo riporta Hot, medico della Dow. Vediamo che cosa ci dice all’udienza del 5 giugno 1998 il consulente tecnico del Pubblico Ministero, il professor Carnevale, che appare piuttosto freddo rispetto a questa indicazione, non sembra davvero portare molti elementi a sostegno, risponde all’avvocato Schiesaro: "Penso che sarebbe veramente molto utile e interessante, sarebbe stato anche molto utile se la Dow in quel periodo avesse pubblicato dei dati, avesse convinto almeno la ACGH, avesse influenzato, influito almeno la CHG, però non ho altre notizie da darle, questa informazione la riportano, almeno io ho riportato almeno due fonti ma stranamente nella letteratura dopo non scientifica, ma diciamo grigia degli anni successivi, non è stato ripreso da nessuno, tanto meno nelle pubblicazioni ufficiali, cioè nessuno ha mai capito perché la Dow volesse... Sa, oggi succede di tutto, può anche darsi che succedesse di tutto in passato". C’è infine un documento tra quelli prodotti dal Pubblico Ministero che dimostra anche questa volta storicamente che Dow lavorava ad esposizioni bene maggiori, è una lettera inviata dalla ACGH ad Anderson in cui si riferisce che la concentrazione di CVM era normalmente di 200 PPM, questa è la lettera della ACGH 13 marzo ’70 indirizzata ad Anderson, dice: "Sottolineo che Stewart propende per il limite di 500 PPM poiché questo è un livello eccetera eccetera, si sottolinea che la concentrazione di cloruro di vinile in alcuni turni di lavoro degli impianti della Dow Chemical era normalmente di 200 PPM". Quindi che Dow lavorasse negli Anni Sessanta con un limite di 50 PPM è un dato che trova positive smentite. E adesso veniamo ai sovietici, e qui è ancora più semplice: è un dato non solo del tutto incerto, ma di cui anzi si può dire certa la non applicazione. Vediamo anche qui che cosa ci dice Carnevale, che fornisce sul punto la spiegazione più realistica: "In effetti – dice Carnevale nel 1998 davanti al Tribunale – c’era una differenza enorme, nel senso che il valore in quegli anni, fino al ’70 per lo meno, fino al ‘69, per gli americani era 1.300 milligrammi al metro cubo, mentre nella lista dei Mac russi era 30 milligrammi al metro cubo. Ma su questo sono da fare una serie di osservazioni per comprendere un po’ meglio la differenza. Erano differenze forse fortemente ideologiche, oppure apparentemente ideologiche, però rimanevano quelle dei Mac russi soltanto nelle pie aspirazioni generalmente. Io stesso ho avuto modo di rendermene conto, non venivano applicati sostanzialmente", e questo lo dice il consulente del Pubblico Ministero. Credo a questo punto di dovere fare un discorso generale sul tema del consolidamento delle conoscenze scientifiche, di come questo consolidamento avviene, e poi di dire qualcosa sul perché c’è proprio un vizio metodologico da parte del Pubblico Ministero nel fare citazioni così alla rinfusa. I due argomenti sono collegati perché le citazioni alla rinfusa sono del tutto inidonee a provare un consolidamento delle conoscenze. Innanzitutto va fatto un distinguo, che il Pubblico Ministero non fa mai ma che è rilevantissimo, è un distinguo sul tipo di lavoro citato: un lavoro può essere uno studio effettuato direttamente dall’autore ad esempio sa una certa casistica di lavoratori, oppure può essere una review, cioè una revisione di letteratura, in cui l’autore non conduce alcuno studio ma si limita a riepilogare, talvolta con suoi commenti, gli studi degli altri. La differenza è assai rilevante, come non vi sfuggirà, perché quando ci si propone, come fa il Pubblico Ministero, di dimostrare quanti studiosi hanno compiuto scoperte scientifiche, evidentemente chi fa una review non scopre proprio nulla, e il Pubblico Ministero ancora in requisitoria di review ne cita ben due, su 4 o 5 autori che seleziona in questa sede finale, Harris e Danisesky, ma a ben vedere anche Pushin che pure cita passa in rassegna il lavoro di altri commentandolo. E lì le citazioni non sono quindi doppie o triple, è sempre una sola, presa a scatola chiusa da un autore all’altro, di rimbalzo. Poi bisogna distinguere gli studi osservazionali, come per esempio quello di Suciu, che sono studi di constatazione, per intenderci, di un certo tipo di patologia o di patologie, ma che non vanno ad esaminare una correlazione con agenti causali presupposti, ti dicono "c’è questo", ma non ti dicono perché e da che cosa può derivare, e quindi sono studi che hanno dei limiti enormi, che non sono in grado per loro natura intrinseca di fornire un contributo alla crescita del sapere in un certo ambito. Poi bisogna dire della prospettiva cronologica, perché altrimenti sì di nuovo facciamo una indifferenziazione temporale che non ci aiuta affatto. Dire che EPA 75 cita i lavori di quell’autore degli Anni Cinquanta o di quell’altro degli Anni Sessanta non ha davvero alcun rigore scientifico e neppure alcun valore processuale ai fini della prova sul consolidamento delle conoscenze. Sono infatti citazioni a posteriori, frutto di una ricerca a ritroso nella pubblicistica internazionale dopo che la prassi aveva rivelato per altra via un certo dato; dire che EPA nel ‘75 cita un autore del ‘60 non vuole dire che EPA conosceva già quell’autore nel 1960. Ma non si stupisce il Pubblico Ministero che la gran parte delle sue citazioni stia in testi successivi al ‘74? Non trova che questa sia una singolare coincidenza? E sempre a proposito di indifferenziazione temporale va ricordato, anche se può apparire scontato, ma è sempre bene ricordarlo, che oggi noi disponiamo di banche dati, di Internet, di siti specializzati, allora non c’era nulla, c’era solo la carta, e se la carta stava in una biblioteca di Bucarest ben difficile era la sua circolazione, non impossibile ma certamente difficilissima. E soprattutto un lavoro scritto in lingua non inglese, allora, ma vale anche oggi, soffre di difficoltà nella divulgazione che sono quasi insormontabili. Chiunque di noi avrà un amico che lavora in Università, che lavora nell’ambito scientifico, se pubblica un lavoro in italiano non glielo legge nessuno oggi, figuriamoci negli Anna Cinquanta con pubblicazioni in cirillico. All’epoca quei lavori, pochissimi, imprecisi, condotti solo sulla tossicità acuta e quindi irrilevanti per questo processo, erano sconosciuti. Tribuk per esempio è diventato famoso in questo processo, sta godendo di una gloria postuma proprio grazie al Pubblico Ministero, perché la realtà scientifica è che non l’ha citato nessuno negli Anni Cinquanta e Sessanta, non lo cita neppure Suciu, che era all’est, che era il suo vicino di casa. Ciò di cui l’Accusa pubblica e privata non vogliono convincersi è che occorre del tempo prima che la scienza arrivi a soluzioni sufficientemente testate e condivise; le segnalazioni isolate di un autore o di un altro da sole non provano nulla, e sono lontanissime dal poter fondare quella prevedibilità dell’evento che loro cercano, anzi le scoperte sulla nocività del CVM sono un caso in cui la scienza ha corso veloce, è arrivata a conclusioni in tempi assai più rapidi nella norma. Ci dice Maltoni nella sua deposizione: "Nel caso del cloruro di vinile è la prima volta in cancerogenesi industriale che dall’inizio di una sperimentazione, 32 mesi dopo, ci sia già una normativa, quando le sperimentazioni in genere durano 36 mesi". 36 mesi durano le sperimentazioni, qui 32 mesi dopo abbiamo già una normativa! Vi voglio fare un paio di riferimenti a nomi che sono noti a tutti, così chiariamo con un esempio concreto come funziona il meccanismo del consolidamento. La Levi Montalcini ha ricevuto il Nobel per le sue scoperte sulla proteina che regola lo sviluppo delle cellule nervose, l’ha ricevuto nel 1986, ma quella proteina l’aveva scoperta 40 anni prima, alla fine degli Anni Quaranta, quando lavorava negli Stati Uniti, e anche nel caso della Montalcini la sua scoperta senza il completamento e gli approfondimenti effettuati anni dopo da Stanley Cohen che ha preso il Nobel assieme a lei e che spiegò i meccanismi di azione alla composizione di quella proteina, senza quegli approfondimenti probabilmente la scoperta della Montalcini sarebbe rimasta monca, forse addirittura insignificante. Fleming, Alexander Fleming nel suo piccolo laboratorio in Inghilterra scoprì casualmente una muffa a forma di pennello, che chiamò proprio per questo penicillum. Si accorse che questa muffa paralizzava i batteri, era il 1928. Comunicò la sua scoperta, ma non incontrò molto successo perché quel penicillum non curava molte malattie, neppure l’influenza per esempio, e poi non piaceva che i batteri anziché ucciderli si limitasse a paralizzarli in attesa che il sistema immunitario si riorganizzasse, era questa una cosa che agli scienziati dell’epoca non convinceva tanto. Molti anni dopo, nel 1961, un poliziotto venne ricoverato nell’ospedale di oxford perché stava morendo di setticemia. Al suo capezzale casualmente e per fortuna c’erano due medici che erano stati assistenti di Fleming, Florey e Chein, che constatato l’insuccesso dell’uso dei sulfamidici e visto che la situazione stava precipitando decisero di provare con il penicillum. L’infezione di bloccò. Da quel momento si valorizzò la penicillina, che in breve divenne un farmaco usatissimo già dai mesi immediatamente successivi, perché venne poi utilizzato anche per le Forze Armate durante la stessa seconda guerra mondiale, ma ci vollero 13 anni, dal 1928 al 1941, Maltoni ci dice 32 mesi. E nel caso Goodrich la realtà è che la prima associazione originò da uno scambio di informazioni quasi fortuito tra tre medici di fabbrica di stabilimenti diversi, che avvertirono la singolarità del fenomeno perché l’angiosarcoma epatico è malattia assai rara nella popolazione non esposta, e anche qui ritroviamo il sistema del percorso a ritroso, come quello della citazione dei lavori scientifici, ce lo dice benissimo il consulente tecnico del Pubblico Ministero Carnevale, prendiamo questa parte, che è interessantissima, a domanda dell’avvocato Scatturin, chiede l’avvocato di Parte Civile: "Sono 43 casi di lavoratori colpiti e sono riportati e sono stati diagnosticati per quanto mi risulta – dice Scatturin - negli Anni Cinquanta e Sessanta, la diagnosi risale a molto prima di questa ricerca e sono stati riportati, se a lei risulta che su questi casi per 43 lavoratori la diagnosi risale agli Anni Cinquanta e Sessanta, se le risulta". Risposta di Carnevale, consulente del Pubblico Ministero: "Questo è un fatto molto importante che va chiarito, secondo me, almeno, io me lo sono provato a chiarirmelo, dico quello che ho capito: la diagnosi negli anni, appunto, che lei dice, Anni Cinquanta e Sessanta o addirittura ‘71, ‘61, etc., etc., in realtà sono delle, come si dice, nelle rivisitazioni di diagnosi, cioè una diagnosi che effettivamente di gente che era morta in quegli anni, ma c’è stata come una certa revisione della diagnosi, di acquisizione di importanza. Non è da dire, a mio modo di vedere per lo meno, che la diagnosi di angiosarcoma fosse stata fatta nel ‘51 o nel ‘61, e sia stato dato il significato di malattia associata al cloruro di vinile, questo no. È soltanto negli anni dopo il ‘73, quando vengono revisionati questi casi si decide guarda quello era morto effettivamente per angiosarcoma, per cui c’era un rapporto tra, siccome è un tumore molto raro il primo lavoro quello che è stato fatto in ’73 e ’74 consente anche di fare dei confronti rispetto alla popolazione generale. Per cui quanti dovevano essere presenti, quanti ne sono capitati, per cui immediatamente si è capito che andando indietro e vedendo dove lavoravano questi ci doveva essere Se dopo qualcheduno all’interno delle singole aziende avesse un rapporto fra ambiente di lavoro, ma questo a posteriori a mio modo di vedere. Se dopo qualcuno all’interno delle singole aziende avesse già qualche sospetto, questo non glielo posso mica né affermare né escludere, ma è nelle intenzioni, perché non risulta assolutamente nulla dalla letteratura". Bene Chiarito dunque che la pioggia delle citazioni è solo un mezzo per mascherare con la quantità l’assoluta mancanza di prova su un effettivo e concreto consolidamento delle conoscenze scientifiche su tossicità e cancerogenicità del CVM, passiamo ora brevemente a vedere come anche sui lavori più cari al Pubblico Ministero, quelli su cui più insiste, vi sia un sintomatico travisamento storico, rivelato il quale di nuovo potremo concludere che siamo lontanissimi, anche in questo caso, da quel grado di conoscenza condiviso e accettato tale da potere essere trasferito dalla comunità scientifica all’industria. Mi soffermerò per ragioni di brevità al commento dei soli lavori citati dal Pubblico Ministero in requisitoria, e lo farò comunque molto rapidamente. Già qui voglio osservare che se alcuni di questi lavori sono sin dall’inizio dei cavalli di battaglia del Pubblico Ministero, altri si meritano oggi un’attenzione e un’enfasi che pria non avevano avuto. Per esempio Harrison e Daniseski erano sì stati citati già in requisitoria di primo grado, ma erano appena dei nomi, oggi invece entrano in questa selezione, sono un po’, potremo definirli degli ultimi amori. Altri lavori come per esempio quello sull’incidente della baia di Minamata, sono completamente dimenticati, non so se per ragioni di brevità o perché finalmente ci si è resi conto che davvero erano poco funzionali alle tesi dell’accusa La baia di Minamata per una baia in Giappone dove c’era sì una fabbrica di CVM, ma vi fu un disastro cagionato da una fuoriuscita di mercurio e i lavori scientifici analizzarono gli effetti dell’intossicazione da mercurio, eppure il Pubblico Ministero ce l’ha ripetuto varie volte, in primo grado c’è anche un accenno in atto d’appello, fortunatamente in requisitoria Minamata è sparita, spero appunto perché ci si è resi conto che non c’entra davvero nulla con i nostri tempi. Partiamo da Tribuk, 1949, non mi soffermerò sui contenuti, che sono già stati analizzati. Sappiamo già tutti che Tribuk attribuì la causa delle manifestazioni patologiche ai plastificanti, quindi già da questo potremmo escluderlo in radice dal novero dei quei lavori utili a dare un contributo utile per il nostro lavoro. Vediamo adesso come Tribuk fu anche del tutto inidoneo sotto il profilo del circolazione scientifica a contribuire in qualche modo al consolidamento, al di là del contenuto, che è già stato demolito, adesso vediamo la citazione. Perché il Pubblico Ministero dice che questo lavoro era citato da tutti, era citato da tutti Tribuk, probabilmente forse anche qui qualsiasi medico di fabbrica poteva conoscere. La realtà è completamente diversa: il lavoro di Tribuk è uno di quei lavori che passano del tutto inosservati. Questa volta un memorandum interno dell’industria americana lo cito io, ed è un documento che il Pubblico Ministero richiama parlando del patto di segretezza, si tratta del verbale dell’incontro tenutosi all’aeroporto Kennedy di New York il 5 giugno 1974, lo proiettiamo, ecco hotel aeroporto Kennedy di New York, 5 giugno 1974, sono presenti i rappresentanti di alcune delle industrie chimiche americane le più importanti, ed l’incontro con Maltoni, quell’incontro del giugno 1974 tra le industrie chimiche americane e Maltoni. Siamo a giugno 1974, quindi quando già tutti sanno dei risultati di Maltoni e dei casi Goodrich. Comincia quella ricerca a ritroso sui precedenti, quella scoperta degli studi del passato secondo quel sistema di cui ho riferito poco prima a proposito anche dei Nobel. Vediamo che cosa è scritto a pagina 9 di quel verbale: "Nessuno è riuscito ad avere copia dell’articolo russo del 1949 sugli effetti del cloruro di vinile, menzionato da Selikoff alla riunione dell’Accademia delle Scienze". Ora, erano presenti almeno 8 grandi aziende, presumibilmente tutte dotate di biblioteche, se ancora nel ‘74 nessuno è riuscito a recuperarlo, forse non è vero che fosse alla portata di qualsiasi medico di fabbrica. Ho citato uno dei documenti segreti. Voglio citare adesso un’altra fonte che certamente è autorevole, il dottor Viola, che nell’estate del ‘70 prepara una bozza di conoscenze storiche sul CVM, è il documento che è stato acquisito agli atti nel marzo 2000 dal Tribunale di Venezia, subito dopo la testimonianza del dottor Reggiani. In questa cronistoria, che faccio scorrere molto velocemente, a un certo momento c’è bibliografia e c’è tutto un elenco di nominativi, tra quei nominativi scritti da Viola Tribuk non compare. Proseguiamo, bibliografia, c’è tutto un elenco di autori, tra tutti questi autori Viola ancora nel ‘70 Tribuk non lo menziona minimamente. All’est Tribuk è citato solo da Pushin nel ’65, che però attribuisce la causa delle lesioni riscontrate da Tribuk a sostanze che con il CVM non hanno nulla a che fare. Tribuk viene invece ignorato da Suciu, per esempio, per restare agli studiosi dell’est. All’ovest il primo a citare Tribuk è Marsteller nel ‘73, bisogna aspettare il 1973, e peraltro Marsteller lo cita solo per averlo ripreso da Pushin, EPA ‘75 non lo menziona minimamente contrariamente a quanto dice il Pubblico Ministero, mentre è vero che lo cita la monografia IARC nel ‘74, in due righe peraltro, ma il punto è che nel ’74 è già scattato quel meccanismo di scoperta a ritroso, e quindi si spiega perché IARC lo cita nel ‘74 e non dieci anni prima. Nel ‘64 Tribuk c’era già, è del 1949, perché IARC lo cita solo nel ‘74? E ancora il Pubblico Ministero cita Sartorelli e dice: "Persino quel manuale, il manuale di Sartorelli cita Tribuk". Sì, però quello che poi si dimentica di dire il Pubblico Ministero è che Sartorelli scrive a pagina 594 del suo manuale: "In causa sembravano però essere i plastificanti", frase che naturalmente il Pubblico Ministero non ci riporta. Il Pubblico Ministero prosegue nel sostenere la sua tesi su Tribuk nonostante venga smentito dallo stesso suo consulente Carnevale ancora una volta, Carnevale dice, è sempre l’udienza di maggio del 1998: "Questo lavoro in particolare il primo, che è del ‘49, è stato fatto in riferimento al cloruro di vinile polimero in una azienda russa per la produzione del polimero", e ci parla di Tribuk,", giustamente alcuni autori occidentali hanno osservato che probabilmente i danni respiratori erano dovuti prevalentemente non al cloruro di vinile, ma a delle sostanze che venivano utilizzate con cloruro di vinile, cioè dei plastificanti, sostanzialmente. Lo dice il suo consulente. E concludo con una osservazione, una osservazione che secondo me è molto significativa, se mi permettete: il Pubblico Ministero, in sede di richiesta di rinnovazione al dibattimento, ha chiesto di fare ammettere una interpretazione autentica di una ventina di pagine, redatta dai suoi consulenti, un’interpretazione autentica di Tribuk, tanto per dare un’idea questo di quanto fosse chiaro quell’articolo che era scritto in cirillico. Si addebita oggi che quell’articolo sconosciuto e confinato oltre cortina dovesse per forza venire letto dal dirigente apicale di Montedison e dovesse illuminarlo sul da farsi quando 55 anni dopo chi lo invoca ha ancora bisogno di 20 pagine di spiegazione per illustrarne i contenuti. Veniamo ad Harris, non so, francamente, perché il Pubblico Ministero nella sua selezione in requisitoria cita Harris preferendolo evidentemente ad altri autori fra quelli che erano elencati nei famosi elenchi della pioggia delle citazioni. Il lavoro di Harris che è del ‘53 innanzitutto non è uno studio ma è una rassegna bibliografica nella quali l’autore fa il punto sullo stato delle conoscenze dell’epoca sul tema dei rischi per la salute nella produzione nell’uso delle materie plastiche. Naturalmente, passando appunto in rassegna una quantità di sostanza, al CVM sono dedicate due righe o poco più. Si cita il caso di un soggetto infortunatosi a contatto con il CVM liquido, quindi una tematica del tutto estranea al nostro processo, soggetto che poi è guarito a seguito di una terapia locale. È vero quanto riferisce il Pubblico Ministero sul valore limite consigliato di 500 PPM, ma è lo stesso limite all’epoca suggerito dalla ACGH, e quindi non vedo dove sia la novità. Passiamo alla Filatova, autrice russa di cui vengono ricordati due lavori, quello del ‘57 e quello del ‘58. La Filatova è invece da lungo tempo uno degli autori citati dal Pubblico Ministero, però, a nostro parere almeno, anche qui immotivamente. Filatova – scrive il Pubblico Ministero ma l’aveva già detto in primo grado, l’ha ripetuto ancora – avrebbe rilevato sindromi angioneurotiche su lavoratori esposti a vinil cloruro. In realtà, se si va a leggere attentamente il testo in cirillico, si scopre che Filatova non rilevò un bel nulla ma si limitò a riferire che altri autori, Pleseizer, Bongard e Smirnova, avevano parlato di queste sindromi angioneurotiche, e queste notizie non solo non le accerta direttamente, ma anzi le prende dal lavoro della Smirnova, che tra l’altro era una tesi di laurea. Questo è un dato che possiamo tranquillamente accertare, perché queste sono carte agli atti del processo, basta prendere il lavoro di Filatova, alla terza riga si vede che Filatova fa rimando per le sindrome angioneurotiche a quanto scritto da Pleseizer Bongard e Sminrova; quindi una citazione nemmeno di seconda mano, di terza mano. E infatti Filatova poi si limita a dire sulla scorta di quelle notizie apprese da altri, che vi è la possibilità, e nulla più, di una associazione fra le angioneurosi e il processo di polimerizzazione del CVM. L’equivoco può sorgere se ci si limita a leggere Lawstack, che è in inglese, perché da lì invece sembra proprio che gli studi siano stati effettuati, dalla Filatova, ma se si va a vedere l’intero lavoro, e voi signori Giudici lo potete fare perché è un documento che è agli atti, il contenuto è del tutto diverso. Per il resto il lavoro di Filatova è un lavoro di igiene industriale in cui si descrivono i livelli di esposizione in varie posizioni lavorative, peraltro con intervalli di esposizioni enormi, cioè c’è una forbice amplissima tra esposizioni più alte e esposizioni più basse, e poi si riferiscono le riduzioni dei livelli di esposizione a seguito di interventi effettuati sugli pianti. Idem per il lavoro del ‘58, che c’entra ancora meno con i nostri temi, si limita in due righe ancora a richiamare la tesi di laurea della Smirnova e ad aggiungere che sempre di rimbalzo da Smirnova le intossicazioni professionali sono state osservate nei laboratoristi al momento del prelievo dei campioni a causa dell’alta concentrazione del CVM, e quindi laboratoristi che prelevano in un momento di alta concentrazione siamo ancora nell’ambito degli effetti acuti che, come ormai bene sappiamo, sono del tutto irrilevanti nel nostro processo. Ma anche qui, al di là del contenuto, il punto è che quello di Filatova fu un lavoro di diffusione limitatissima se non nulla; le citazioni in quell’epoca sono sempre e solo di rimbalzo da altri. Anche Suciu cita la Filatova, ma la cita prendendo il riferimento da Danisevski. Le altre citazioni invece sono tutte successive degli anni ’70, anche queste frutto della riscoperta posteriore. Anche qui, stessa considerazione di prima: lo stesso fatto che siamo ancora oggi qui a discutere, dopo anni in cui questi temi sono stati oggetto di dibattito, siamo ancora qui a discutere sul reale contenuto del lavoro in cirillico, vi dà la dimensione di quale potesse essere la capacità reale di questi studi di incidere sulle conoscenze scientifiche e di quale seguito potessero avere. Danisevski, altro autore enfatizzato per la prima volta in sede di requisitoria d’appello. Anche qui, come prima per Harris, non riesco a capirne il motivo, innanzitutto Danisevski non fa uno studio ma fa una review, e la differenza l’abbiamo vista è di non poco momento. Da Danisevski rileviamo due cose che a me pare davvero non possano far piacere all’accusa, primo, nell’ambito appunto di una review sui lavori precedenti Tribuk, il nostro famoso Tribuk che tutti conoscevano, non viene neppure citato. Secondo, Danisevski parla di proprietà tossiche riconosciute in alcuni monomeri, ma tra questi non indica il cloruro di vinile monomero, essenzialmente anche lui, come altri del resto, si concentra su additivi e plastificanti. Ci si può domandare allora perché il Pubblico Ministero effettui questa citazione, citi questo autore; lo cita per dire che secondo Danisevski i monomeri sono di regola reattivi e biologicamente attivi, questa è la frase ripresa da Danisevski che il Pubblico Ministero correttamente riporta in requisitoria, aggettivi che però paiono richiamati più a mo’ di suggestione che non per il loro reale significato. Innanzitutto Danisevski continua a parlare dei monomeri in generale, quindi di nuovo nessun riferimento specifico al CVM, quindi già per questo scientificamente ai nostri fini, sul fondarsi di un processo consolidato di conoscenze non rileva per nulla, poiché fa un discorso generale. E poi è chiaro che i monomeri sono reattivi, altrimenti non potrebbero neppure polimerizzare, quindi dire che un monomero è reattivo non vuole dire, anzi è una ovvietà. Che poi alcune sostanze del gruppo dei monomeri possano causare lesioni alla cute o alle mucose, come dice Danisevski, non è una novità, e soprattutto ancora una volta così generica è una affermazione che nel nostro processo non serve a nulla. Incide davvero – mi domando – questa affermazione di Danisevski sul patrimonio delle conoscenze scientifiche che fonda la prevedibilità e che avrebbe dovuto indurre i responsabili di Montedison ad attivarsi prima? Incide davvero? Finisco con il rumeno Suciu, di cui si citano i lavori del ‘63 e ‘67, anche qui non torno sui contenuti, resto ai tempi e ai modi della circolazione. Innanzitutto va ribadito, ma mi pare che da ultimo anche su questo il Pubblico Ministero sia d’accordo, che lo studio del ‘67 pubblicato nello stesso anno sulla rivista di Medicina del Lavoro sia la versione in lingua francese dello studio del '63, originariamente pubblicato solo in rumeno, quindi cominciamo a mettere delle date. La reale possibilità di conoscenza in Occidente parte dal ‘67, solo da quella data il lavoro è fisicamente disponibile in una biblioteca. Voglio fare solo un accenno per quanto concerne acrosteolisi a Raynaud; è vero che vengono segnalati casi di Raynaud, ma come sappiamo stiamo parlando di esposizioni a livelli elevatissimi, da narcosi, perché anche qui l’articolo di Suciu è agli atti, si scrive: sono livelli da narcosi, si prende, si assorbe, si inala tanto CVM che ci si addormenta, ci si stordisce, sono decine e decine di migliaia di PPM. Quindi quello su questo di Suciu è uno spunto, non è da buttare, è uno spunto, ma è tutto da valutare e da approfondire in condizioni diverse, cioè nelle condizioni di esposizioni a livelli evidentemente ben inferiori che sono quelli che rilevano ai fini del nostro processo. Siamo nel 1967, un’epoca in cui anche da altri studiosi provenivano spunti per un approfondimento di Raynaud e acrosteolisi, come dirò tra poco, e quindi lo studio di Suciu si colloca in questo filone, ma nessun’altra superiore portata può essergli attribuita. Dopo avere riepilogato questi lavori siamo ora in grado di tracciare un bilancio della letteratura degli Anni Sessanta in tema di Raynaud e acrosteolisi. I lavori dell’Est Europeo sono largamente inidonei già sotto il profilo dei contenuti ad offrire un contributo apprezzabile alla sedimentazione delle conoscenze scientifiche su queste due patologie. Abbiamo visto come sia frequente che l’autore effettui citazioni prese pari pari da altri autori, senza alcun vaglio critico di sorta. E poi – lo ripeto di nuovo – erano lavori di diffusione pressoché nulla. Non a caso ci si imbatte in semplici tesi di laurea, come per esempio quella della Smirnova che ho citato, ma anche Besnell del ‘64, che pure è citato dal Pubblico Ministero è una semplice tesi di laurea, lavori scritti quasi tutti in cirillico, dove nel migliore dei casi vi è un abstract in inglese e nulla più, lavori citati pochissimo in occidente in quegli anni e ripresi poi, ma dopo la metà degli Anni Settanta, quando comincia quella scoperta a ritroso di cui abbiamo già detto. E anche in quei pochissimi casi in cui vi è una citazione da parte di un autore occidentale, come per esempio di Cordier e altri del ‘66, Cordier ammette di avere ripreso la citazione, ma da Mastromatteo, senza avere verificato il lavoro della Filatova. Veniamo adesso ai lavori degli autori occidentali. Cordier ipotizza che Raynaud possa essere conseguenza di esposizione a sostanze tossiche, però poi considerato che gli esposti da lui esaminati lavoravano con diversi prodotti chimici, afferma l’impossibilità di individuare il vero agente responsabile della tossicità, e comunque aggiunge la rilevanza della ipersuscettibilità individuale. L’anno dopo, il ‘67, è l’anno che vede la pubblicazione del lavoro di Wilson ed altri, i cui contenuti sono stati ancora una volta oggetto di una citazione a metà. È quello studio in cui si evidenziano 31 casi di acrosteolisi rispetto a 3000 lavoratori esaminati; peraltro di quei 31 casi, ben 26 erano autoclavisti, e quindi l’associazione tra le lesioni e la mansione appariva forte, su 31 26 sono autoclavisti. Sennonché poi gli stessi autori dovettero rilevare che molti degli autoclavisti non evidenziavano quel tipo di lesioni, quindi quasi tutte le acrosteolisi riscontrate erano presenti in autoclavisti, e però moltissimi autoclavisti, la stragrande parte, non aveva invece nulla. E fu così che conclusero per quella triplice ipotesi cumulativa: un misto di cause chimiche, cioè attribuite ad uno dei composti impiegati nella polimerizzazione, fisiche, i microtraumi derivanti dalla scalpellatura, che sono gli stessi microtraumi che hanno i suonatori di chitarra, che anch’essi hanno la acrosteolisi per i microtraumi, e infine ci dice Wilson, con l’aggiunta della predisposizione individuale, questi tre fattori chimico, fisico e individuale che ancora oggi, lo vedremo, sono quelli che costituiscono l’unico vero approdo scientifico sulla causa di queste malattie. Il primo lavoro che si può affermare dia indicazioni convincenti e documentate sulla correlazione tra Raynaud e acrosteolisi, da una parte il processo della polimerizzazione del CVM, è quello di Diman ed altri del ‘71, di cui ha parlato anche la sentenza del Tribunale, ed è quello a seguito del quale ACGIH raccomandò il contenimento delle esposizioni entro i 200 PPM, limite che tra l’altro, lo ricordo, poi l’ACGIH ha lasciato invariato di 200 PPM per tutti gli Anni Settanta proprio in attesa che consolidassero la conoscenze scientifiche derivanti dagli studi dell’esposizione. Il vero elemento forte di questo studio di Diman del ‘71 è la completezza dell’indagine, ha ragione il Tribunale, c’è una casistica di lavoratori esaminati amplissima, 5011 lavoratori, 5011 lavoratori; di questi 98 presentavano la sindrome di Raynaud, e tra questi ‘98 in 25 casi c’era Raynaud associato ad acrosteolisi, cioè 25 lavoratori di questi 98 le avevano entrambe. Il punto centrale, però, fu che tutti i casi riscontrati erano su addetti alla pulizia manuale delle autoclavi, perché dove invece veniva effettuata la pulizia meccanicamente non si erano trovati dei casi. Quindi Diman concluse per un’associazione tra la malattia e la mansione, intesa come mansione manuale, la scalpellatura, e lasciando aperta la porta alla possibilità che la genesi fosse anche riconducibile ad altri fattori, quale l’ipersensibilità individuale, e anche a fattori chimici, anche se, esattamente come aveva fatto Wilson, Diman afferma di non potere individuare quale sia proprio quella specifica sostanza chimica responsabile, considerato che nel processo di polimerizzazione se ne usano molte di genere diverso. Su Diman – ‘71, lo ricordo – l’Accusa dice che nel ‘69 Diman parlò già a Tokyo e che a quel congresso era presente Bartalini, che quindi Bartalini doveva avere ascoltato l’intervento di Diman, ma di nuovo c’è una confusione della prospettiva cronologica. A Tokyo Diman diede solo delle anticipazioni provvisorie sullo studio che stava conducendo, perché le conclusioni vengono pubblicate appunto solo due anni dopo, nel ‘71, anzi a Tokyo Diman testualmente sottolineò che sono necessarie maggiori indagini di Medicina del lavoro, tossicologiche e cliniche, in considerazione della scarsità di indizi offerti dagli studi clinici disponibili; questo dice Diman nel ‘69 a Tokyo. Qui si ferma la letteratura rilevante ai fini del nostro processo; non esistono studi epidemiologici perché l’epidemiologia come la intendiamo noi in questo settore si è sviluppata solo a partire dagli Anni Settanta, e da quegli anni non vi sono più malati nuovi, perché le condizioni di lavoro in Occidente sono migliorate ovunque, e non è stato possibile di osservare malati vecchi perché si tratta, come noto, di patologie che regrediscono una volta cessata la mansione lavorativa. Così come non ci sono studi sperimentali, perché quello di Viola, che voleva proprio provocare Raynaud e acrosteolosi come sappiamo non portò a nulla, come riconobbe lo stesso Viola. Restano quindi le osservazioni cliniche sui lavoratori nella seconda metà degli Anni Sessanta; nessuna conclusione ancora oggi sulle cause dell’insorgenza di queste malattie tra gli autoclavisti, lo stato delle conoscenze è fermo ancora all’ipotesi di quei tre fattori, chimico, fisico e individuale, eventualmente anche associati tra loro. Questa incertezza sulle cause condizionò evidentemente – e ve ne parleranno i colleghi Acinni e Baccaredda che mi seguiranno – condizionò anche la possibilità di intervenire con misure preventive mirate, cioè specifiche, in quei primi Anni Settanta. Gli interventi vi furono sin dai primi Anni Settanta, ma senza che fosse ancora chiaro come e dove si dovesse intervenire. Veniamo ora, passando alla letteratura in materia di effetti cancerogeni del CVM, allo studio Dow Chemical, che costituisce uno dei casi più clamorosi di inversione dei temporali effettuata dall’Accusa. Anzi prima ancora, vi dirò, è uno di quei casi che mi fanno interrogare sull’utilità del lavoro che sto facendo. La questione sullo studio sui lavoratori Dow Chemical, che il Pubblico Ministero ha sempre citato come un lavoro degli Anni Sessanta e che la Difesa ha dimostrato per tabulas, come si suol dire, che è del ‘75, pubblicato nel ‘75, relativo a decessi osservati fino al 1973, questa è una questione che si trascina sin dal primo grado; ci sono in requisitoria repliche del primo grado, botta e risposta continue su questa storia. In quella sede le argomentazioni erano state pienamente sviluppate e la Difesa ha dato la prova insuperabile che il Pubblico Ministero stava prendendo un abbaglio, retrodatando di oltre 10 anni i risultati di quello studio. Dovrebbe essere uno di quei temi da dimenticare, di cui non parlare più, per concentrarsi su altri nella speranza che siano diventati di maggiore forza. Invece no, implacabilmente ritornano nell’atto d’appello e nella requisitoria finale esattamente le stesse precise argomentazioni già spese senza successo in primo grado, come se i documenti indicati dalle difese non fossero mai esistiti, come se quella confutazione perentoria non fosse mai stata effettuata. Anzi si enfatizza se possibile ancora di più questa presunta scoperta, la si indica come una delle tracce più palpabili che tutto si sapeva già dieci anni prima. E allora ritrovo, sono costretto a ritrovare il senso di ciò che sto facendo, perché un obbligo professionale mi impone di riprendere puntualmente, ma vi assicuro, anche rapidissimamente, i punti che demoliscono, distruggono questa citazione dello studio epidemiologico Dow riferito agli Anni Sessanta, e poi proietterò anche un documento, sempre tratto dalla rogatoria del Pubblico Ministero negli Stati Uniti, che vi darà la definitiva riprova. I punti, sarò velocissimo, vado per sommi capi, sono questi: esistono due studi, impropriamente definiti talvolta entrambi Dow, che però hanno oggetto diverso ed epoche diversissime tra loro. Un primo studio è, questo sì, ed è l’unico, del 1961, e viene svolto sugli animali, è uno studio sugli animali, viene svolto da Torkelson, e passa per essere uno studio Dow, chiamato studio Dow perché Torkelson aveva una posizione apicale nell’azienda chimica americana Dow Chemical. È uno studio che esponeva gli animali a dosaggi crescenti dai 50 ai 500 PPM e che aveva prodotto effetti, secondo lo stesso Torkelson – ve l’ha ricordato il professor Alessandri – da lievi a moderati, così scrive Torkelson, effetti da lievi a moderati; nessun accenno a problemi tumorali, come letteralmente viene invece inventato dal Pubblico Ministero nell’atto di appello. I problemi tumorali in Torkelson ‘61 sono una pura invenzione. Poi c’è un secondo studio chiamato Dow, ed è uno studio epidemiologico, potremmo definirlo retrospettivo, uno studio sui lavoratori della Dow Chemical che sono stati esposti dal 1942 al 1960 e sottoposti poi ad osservazione negli Anni Settanta, cioè fino al ‘73, sono andati a riprendere i casi degli operai esposti dal ‘42 al ‘60. Questo studio è stato effettuato da Hot e Older e pubblicato nel ‘75, riportato poi anche da EPA, nel ‘75. Come può essere degli Anni Sessanta uno studio che esamina gli esposti fino al 1973? Guardate le tabelle che vi proietto di quello studio, la tabella 6, che è quella famosa, ve la voglio mostrare per documentarvi questa clamorosa sfasatura temporale: morti osservate e attese dal 1942 al 1973, come poteva essere degli Anni Sessanta uno studio che reca il marchio 1973? Vedete, anche qui una sfasatura temporale clamorosa, si passa sempre dal ‘60 al ‘70, è quel decennio che va. E tra l’altro poi nello specifico in quello studio si precisa che su 13 casi di neoplasia, 5 sono avvenuti tra il ‘70 e il ‘73, quindi si illustra ancora meglio questa successione cronologica. Oltre al fatto che si tratta – e anche questa è una cosa che è già stata fatta osservare più volte – di uno studio davvero poco utile per la tesi del Pubblico Ministero, posto che i casi di mortalità globale sia riferita a tutte le cause, sia specifica per i tumori, sono addirittura inferiori all’atteso; e che su 13 neoplasie che sono state ritrovate non vi è neppure un angiosarcoma. Ma – ci dice il Pubblico Ministero – guardate che di questo studio parlò già Older nel ‘74, nell’audizione all’OSHA, quindi si sapeva già da prima, da un anno prima almeno. Ma Older già lo si è visto in primo grado – poté fare solo qualche anticipazione parziale, nel ’74 stavano ancora valutando i dati. E ancora – incalza il Pubblico Ministero – guardate che già nella Gordon Conference del 1968 ne parlarono Kramer e Masler, ecco vedete siamo già tornati agli Anni Sessanta, vedete che è proprio uno studio degli Anni Sessanta? Che cosa dissero Kramer e Masler nel ‘68 non si sa perché non ci sono resoconti scritti; di sicuro il loro studio, che è stato pubblicato nel ‘72 e non prima, e che neppure si sa se sia il resoconto di quel congresso di 4 anni prima perché manca ogni riferimento a quel congresso, di sicuro quello non è uno studio di mortalità, tanto è che per esempio Hot non fa il minimo cenno a Kramer e Masler, che invece secondo il Pubblico Ministero sarebbero i suoi precursori, e comunque non parlano di cancerogenicità. Quindi citazione sbagliata, da eliminare anche questa, come se non ci fosse. Comunque chiudo su questo, credo in modo definitivo, proiettando il verbale della riunione MCA 30 gennaio 1973, era presente, vediamo la intestazione, anche il dottor Hot di Dow Chemical, e al punto 5, nel paragrafo intitolato Epidemiology, siamo il 30 gennaio 1973, vediamo che cosa dice Hot, il dottor Hot della Dow Chemical ha descritto gli studi epidemiologici attualmente in corso sui lavoratori esposti a cloruro di vinile, gennaio 1973, studi attualmente in corso. Vediamo il frontespizio di questo documento in inglese, 30 gennaio 1973, Manufacturing Chemists Association, ci sono vari presenti, tra cui il dottor Hot di Dow Chemical. Vediamo in inglese la pagina relativa a questo punto, così abbiamo anche l’originale del testo, ecco now conducting, ora, studi che stiamo conducendo ora. E adesso veniamo a Maltoni e Viola, dove ritroviamo puntualmente quelle forzature e quei travisamenti che ci hanno accompagnato fino ad ora. Il Tribunale ricorda giustamente due passaggi fondamentali di Viola, e li ricorda non perché sono funzionali al suo furore assolutorio, come hanno detto coloro ai quali quella sentenza non piacque, ma perché se non si riferiscono quei passaggi perde di senso tutto il lavoro di Viola. Viola disse innanzitutto che da quegli esperimenti sull’animale non potevano trarsi indicazioni utili e significative per l’uomo, la frase precisa è, ecco il testo in inglese: "No implication", "Nessuna implicazione per patologie umane può essere estrapolata dal modello sperimentale riportato in questo scritto", questa la frase pronunciata da Viola a Houston nel 1970. Coloro i quali la sentenza di primo grado non è piaciuta si sono affannati a volere interpretare quelle parole dando il senso che a loro più aggravava, forse li ispirava la stessa logica che li ha indotti a chiedere che venissero risentiti i consulenti tecnici perché il senso delle loro parole era stato male interpretato. A me pare che questa frase non necessiti di nessuna interpretazione, è chiarissima. E poi Viola l’ha ribadita anche in altre circostanze, prendiamo per esempio un documento che è richiamato nell’atto di appello del Pubblico Ministero, è la lettera di Viola dell’ottobre del 1971 al rappresentante della MCA, ecco Viola che scrive: il vinil cloruro ha certamente un effetto cancerogeno sui ratti – 25 ottobre 1971 -; tale effetto cancerogeno non è stato confermato nel corpo umano". Fermiamoci per un momento, adesso, sulla cosiddetta regola di non estrapolabilità. È un concetto importante perché ci consente di comprendere se scientificamente sia legittimo trasferire sull’uomo gli esiti delle sperimentazioni su animali, ed è evidentemente un tema che incide direttamente anche sulla colpa, perché incide sui tempi. Peraltro si badi, lo dico subito per evitare poi che il ragionamento possa venire viziato, questa trasferibilità dell’animale all’uomo deve essere valutata alla stregua del diritto penale non della medicina preventiva; voglio dire che per avere rilievo in questa nostra sede la regola di non estrapolabilità deve affermare con certezza che quell’effetto sperimentato sull’animale si riprodurrebbe tale e quale sull’uomo. È un punto, questo, che va ad incrociare con il principio di precauzione, ne parlerà dopo di me l’avvocato Acinni. Ci tengo però da subito a mettere questo paletto perché ripetutamente nella discussione il Pubblico Ministero e qualche Difensore delle Parti Civili, nel solito tentativo di anticipare i tempi, giungono ad affermare che la prova sull’animale, a loro non interessa che abbia finalità preventive, deve subito ritenersi conoscenza acquisita, che vale per tutti in ogni caso, e lo dicono, questo, persino quando le prove sull’animale non hanno dimostrato nulla, neppure sull’animale. In quegli anni era limitatissimo il trasferimento dei dati sperimentali dall’animale all’uomo, vediamo che cosa ci dice sul punto il consulente dell’accusa professor Carnevale. Carnevale, nella sua ormai nota deposizione, dice: "La pratica della estrapolazione dall’animale all’uomo ancora non era molto, diciamo, abituale, anzi succedeva, in questo campo ne sono successe di tutti i colori in realtà, è sempre successo che prima si trovavano dei cancerogeni per l’uomo e dopo successivamente si facevano gli studi sperimentali per confermare questa cancerogenicità", quindi il processo esattamente inverso al nostro. Poi parla di Viola, e dice che Viola questa volta il fatto che il cloruro di vinile monomero è cancerogeno per gli animali non si può estrapolare da questo fatto che il cloruro di vinile monomero è cancerogeno per l’uomo, riferisce il pensiero di Viola. "Tenga conto – dice Carnevale – che sono pochi i cancerogeni che sono stati almeno fino al ‘70, che sono stati definiti tali principalmente e primitivamente a partire dagli studi sperimentali", e ancora, a domanda dell’avvocato Pedrazzi, dice: "C’è stata una specie di rebaund fra l’importanza della ricerca della epidemiologia e ricerca di tipo sperimentale. Le posso elencare dei cancerogeni che mentre erano sicuramente considerati cancerogeni e delle sostanze considerate cancerogene per via epidemiologica si chiedeva di aspettare l’evidenza sperimentale. Per altri è successo lo stesso, tutti sanno che il passaggio automatico dall’animale all’uomo o addirittura dall’uomo all’animale, com’è successo certe volte, non sono semplici. C’è stato un periodo in cui c’è stata come una inflazione di notizie di informazioni riguardanti la cancerogenicità di alcune sostanze, di alcuni prodotti. È chiaro che anche in quel caso e non soltanto per fini particolari di un’azienda o di un cartello di produttori che deve difendere i propri interessi ma anche ai fini diciamo sociali si pone la necessità di continuare a interrogarsi su cosa significa trasferire dall’animale oppure addirittura dalla cellula in quel caso all’uomo quei dati, che questo le voglio dire, ha portato sempre dei problemi questo tipo di trasferimento". Maltoni, anche in lavori e interviste degli anni successivi, ha confermato che proprio l’esperienza del CVM tracciò la strada per un utilizzo molto maggiore negli anni futuri delle indicazioni delle prove su animali, ed EPA ‘75, che più volte il Pubblico Ministero cita, alle pagine 29 e 30 EPA ‘75 dice: "La comparsa dell’angiosarcoma epatico negli animali da laboratorio, nonché la scoperta di questa rara forma di danno nei lavoratori addetti a CVM e PVC, sono servite a sottolineare il valore di previsione della tossicologia animale sperimentale". Ancora una volta quindi bisogna riportare la mente ai metodi applicati in quegli anni, senza confondere le epoche storiche. Prima della vicenda CVM la scienza non attribuiva reale valore alle prove su animali ai fini di una valutazione delle conseguenze dell’uomo" e i motivi c’erano, e a ben vedere ci sono ancora oggi: la differenza di reazione che può avere un animale rispetto ad un altro; i mille casi dimostrati in cui non vi era alcuna corrispondenza tra conseguenze sull’animale e conseguenze sull’uomo; il caso di applicazioni metodologiche non corrette. Pensiamo per esempio ai dubbi della comunità scientifica sul fatto che il CVM usato da Viola non fosse abbastanza puro e che questo condizionasse negativamente l’esperimento. Dopo, anche grazie all’esperienza del CVM, le prove sperimentali hanno acquisito un maggiore valore predittivo per l’uomo, e comunque tutto questo lo dobbiamo valutare ancora oggi con la cautela imposta dalla differenza tra la medicina preventiva e le regole che fondano la prevedibilità ai fini dell’accertamento della responsabilità penale. Torniamo a Viola, brevemente, il Tribunale ci dice anche altro su Viola, e cioè che Viola suggerì sì la riduzione dei livelli di esposizione, ma affermò anche che sotto i 150 PPM il rischio di tossicità nell’ambiente di lavoro era trascurabile. Non solo, affermò – ed è un passaggio che è riportato dallo stesso Pubblico Ministero a pagina 591 – Viola affermò che 500 PPM, che era poi il limite fissato dalla ACGIH, era un limite ragionevole. Lo stesso Viola peraltro sensibilizzò sull’esigenza che venissero condotti più approfonditi studi, sia per valutare i livelli di esposizioni pericolosi sia per meglio individuare gli organi di insorgenza dei tumori. Questo dice Viola, e questo scrive nell’ottobre del ‘71 al rappresentante della MCA, è Viola che scrive, parole sue, e scrive al rappresentante, al segretario della MCA, la frase è: "Un programma di studi potrebbe trattare problemi scientifici o pratici più attinenti al mondo industriale. Sarebbe interessante studiare", ed elenca poi ciò che egli vorrebbe approfondire, siamo al 25 ottobre del 1971. Questo è un documento scritto di pugno da Viola e su cui non credo che ci siano possibilità di interpretazioni alternative. Ancora nell’ottobre del ‘71, quindi quando Maltoni è già al lavoro da mesi, Viola fa queste affermazioni e dice espressamente un programma di studi potrebbe trattare problemi scientifici o pratici più attinenti al mondo industriale. E questo è proprio quello che fa Montedison, anzi a quella data Montedison l’aveva già fatto, perché Montedison viene a sapere degli studi di Viola e già nell’autunno del ’70 dà incarico al professor Maltoni, che era uno scienziato accreditato, di iniziare una sperimentazione che sottoponesse a verifica e approfondisse i risultati di Viola, con caratteri evidentemente di maggior completezza e precisione scientifica. Altro che indicazioni non colte, come dice il Pubblico Ministero, indicazioni colte eccome! Difficile dare torto al Tribunale quando afferma che un’attivazione più rapida di Montedison era impensabile. Il Pubblico Ministero anche su questo introduce una sua libera interpretazione e dice che Montedison fu tirata per i capelli a sostenere lo studio di Maltoni. Ma non è vero, innanzitutto è irrilevante, perché quello che contano sono i fatti, e i fatti dicono che Montedison ha dato pieno sostegno operativo, finanziario e vorrei dire ideologico a Maltoni, la frase di Bartalini: deve essere fatta bene la ricerca, che dica una parola definitiva", ecco perché dico sostegno ideologico. Quindi ogni altro esercizio è un processo alle intenzioni che non serve proprio a nulla, e poi non è vera neppure l’intenzione, perché basta riprendere il verbale di Maltoni, dice testualmente: "Fui interpellato da Ghetti", lo stesso Ghetti che nello stesso periodo – l’abbiamo visto prima – aveva sollecitato ad approfondire l’esame dell’espettorato dei lavoratori di Terni e Brindisi. Maltoni, oramai è ben noto inizia gli esperimenti nel castello di Bentivoglio, con tutte le attrezzature, il personale necessario per compiere una ricerca in grande stile messo a disposizione e pagato da Montedison, lo inizia nel luglio ‘71, proponendosi quel termine di osservazione di 36 mesi di cui abbiamo detto. Durante i suoi esperimenti Maltoni – ce lo dice nella testimonianza resa al Tribunale di Venezia l’11 aprile 2000 – riceve periodiche visite sia dal dottor Bartalini sia dall’ingegnere Calvi. Questo il Pubblico Ministero ce lo ricorda ripetutamente per colpevolizzare Calvi, dice che Maltoni era lì che riceveva continue visite da Calvi. Certo che era lì, è vero, ed è una presenza che io rivendico, perché Calvi è attento a queste ricerche, è presente, sono queste le ricerche che per la prima volta al mondo daranno il primo vero contributo alla scoperta della cancerogenicità del CVM, e Calvi è lì, è presente. Nell’ottobre del ‘72, quindi con largo anticipo rispetto al termine che aveva indicato come significativo per l’esperimento, Maltoni diede notizie dei suoi committenti, che nel frattempo da uno erano diventati 4, di casi di angiosarcoma al fegato sui ratti. La notizia, lo sappiamo, venne comunicata senza reticente alle altre industrie e alla americana MCA già un mese dopo, il 14 novembre ‘72, dato questo che è riconosciuto dallo stesso Pubblico Ministero a pagina 232 dell’atto di appello. Soprattutto Maltoni, nell’aprile del ‘73 rivela tutto quello che sa al convegno di Bologna su Cancer Detenction and Prevention, questo è il momento, aprile ‘73, che segna la diffusione del dato nella comunità scientifica, e da questo momento e solo da questo può porsi l’acquisizione della conoscenza scientifica dell’associazione tra CVM e angiosarcoma epatico nell’animale, nell’animale! Goodrich poi nel gennaio ‘74 portò quella che lo stesso Maltoni ha chiamato la prova provata; nell’aprile ‘73 l’associazione si poteva stabilire solo tra esposizione sull’animale. Di Maltoni non ripeterò il percorso scientifico che ha contraddistinto i suoi esperimenti, mi basta qui ricordare i caratteri essenziali della sua indagine. Primo, era un’indagine da condursi in assoluta autonomia e senza condizionamenti. Guardiamo ancora che cosa ci dice Maltoni l’11 aprile del 2000: "Noi non avevamo nessun obbligo, e questo ritengo che forse sia stato un elemento molto positivo in tutta la vicenda. Noi non abbiamo sottoscritto mai nessun rapporto di riservatezza dei dati". Altro secondo carattere distintivo di questa ricerca di Maltoni: i dati vennero diffusi con una sorprendente celerità, tant’è che una parte della stessa comunità scientifica criticò questa scelta e la ritenne azzardata. Vediamo che cosa ci dice ancora Maltoni: "La comunità scientifica nei riguardi nei cancerogeni, dei tossici industriali, è divisa in due settori, due settori inconciliabili – li chiama addirittura - dialetticamente inconciliabili, il settore di coloro che dicono "Non va fatto allarmismo e bisogna che lavoriamo in uno sviluppo tollerabile", tollerabile in genere, e invece chi dice: "No, se c’è un pericolo, questo pericolo non può essere tollerato", io ho sempre appartenuto un po’ alla seconda di queste categorie e quindi la cosa mi preoccupò e mi preoccupò anche, questo desidero dirlo in maniera precisa, al punto che io dissi che questi dati andavano resi pubblici, che andavano resi pubblici anche se l’esperimento non era compiuto. L’esperimento era cominciato da 21 mesi e noi ci aspettavamo 36 mesi, sono stato molto molto criticato quando negli anni successivi, nei mesi successivi, io davo una specie di notiziario, dopo tot settimane, dicendo in realtà è un’operazione che non può essere ritenuta abbastanza rigorosa, soprattutto ai militanti della prima parte, che dicevo prima, perché è l’esperimento. Quindi era inusuale, totalmente inusuale dare dei dati prima che l’esperimento fosse finito". E su questo voglio aprire un breve inciso, dunque avete visto Maltoni parla di due squadre, una squadra più prudente e una squadra più coraggiosa, e lui si mette nella seconda squadra, quella dei coraggiosi. Vediamo che cosa scrive il Pubblico Ministero a pagina 228 dell’atto d’appello, quando parla del patto di segretezza, scrive: "Di solito gli scienziati tendono a tenere segrete le loro scoperte fino al momento della conclusione dei lavori e della pubblicazione, nei casi però in cui siano in gioco delle vite umana la maggior parte dei ricercatori riconosce la necessità di divulgare le informazioni in proprio possesso sui possibile rischi. Nel caso del CVM, scrive il Pubblico Ministero. le insistenze sulla riservatezza vennero dagli imprenditori, soprattutto quando fu evidente che il CVM era cancerogeno a dosi pari se non inferiori alla metà del livello massimo consentito". Il Pubblico Ministero scrive esattamente il contrario di quello che ha detto il teste in aula, che si è messo nella squadra dei coraggiosi e che ha detto io appartengo a quella squadra e ho rivelato tutto appena ho saputo. Terzo carattere distintivo della ricerca di Maltoni, importantissimo: da quei dati che lui andava scoprendo non sarebbe stato comunque legittimo inferire la necessità di immediata adozione di misure preventive negli stabilimenti, perché l’approdo di quei giorni ancora una volta non consentiva di trarre conclusioni per le conseguenze sull’uomo. Vediamo che cosa dice Maltoni, la domanda che gli fu posta è: "Allora non ci fu una discussione sulle implicazioni e del tipo di prevenzione su quasi dati?", risposta di Maltoni: "No, perché era la prima, nella prassi non fa neanche oggi 30 anni dopo, voglio dire. Lei pensa allora un ricercatore sperimentale viene a dire "io vedo questi tumori sperimentali", che si possa già allora parlare di misure di prevenzione, si doveva dire è o non è cancerogeno intanto, la documentazione è solida o non è solida abbastanza? Finiamo, alla fine dell’esperimento vediamo cosa fa anche a 50 parti per milione e poi se ne parlerà, questa è la logica dei fatti". Ma quello che più mi preme evidenziare è in che cosa si distinguevano gli esperimenti di Maltoni da quelli di Viola, perché questo è determinante per capire perché il dato scientificamente significativo, sempre per l’animale, va collocato nell’aprile del 1973 e non nel 1970, come vorrebbe il Pubblico Ministero. I mezzi usati da Viola erano inadeguati, innanzitutto, lo riconosce poi lo stesso Viola. Secondo, gli animali utilizzati da Viola erano particolarmente sensibili, quel tipo di animale già in passato aveva evidenziato, per altre sperimentazioni naturalmente, di accusare manifestazioni patologiche che invece poi nell’uomo non si riproducevano. Terzo – e lo sappiamo ormai benissimo -: l’esposizione a cui Viola sottopose gli animali erano elevatissime e inidonee a valutare con sufficiente precisione gli effetti cronici. Nella prima pagina del lavoro presentato da Viola a Tokyo si parla di 3 per cento di concentrazione nell’aria, 3 per cento, fatta la proporzione matematica, sono 30.000 PPM. I tempi di esposizione cui Viola sottopose gli animali erano estremamente brevi, esposizioni alte per brevi durate, che è esattamente il contrario di ciò che invece bisogna approfondire quando si parla di esposizione dei lavoratori agli effetti cronici. Vediamo che cosa ci dice su questo il teste Garlanda, sentito dal Tribunale: "Quando il corpo medico di Montedison ha deciso di vedere le sperimentazioni, di affidare a Maltoni le sperimentazioni per potere chiarire gli studi di Viola, sono stato preso e messo a seguire questi studi di Maltoni. In pratica Viola aveva operato a 30.000 parti per milione, cioè al 3 per cento i limiti dell’infiammabilità del prodotto, ai limiti dell’esplosione del prodotto, in apparecchiature diciamo un po’ artigianali e con dosi estremamente elevate. Allora si è detto: vediamo di fare in modo che le sperimentazioni di Viola siano ripetute in modo da avere gli elementi chiari e cercando di individuare la dose che non provoca effetti". Questa radicale e fondamentale diversità dei due esperimenti tra Viola e Maltoni è quella che fa dire, ma non a noi, alla comunità scientifica dell’epoca e allo stesso Viola, che abbiamo visto invocava maggiori approfondimenti, è quello che fa dire la prima notizia scientificamente attendibile per i dati dell’esposizione cronica sull’animale scatta nell’aprile ‘73. E sappiamo che poi solo nel ‘74, con l’associazione, la combinazione tra i dati degli studi sugli animali, che nel frattempo si andavano consolidando e che vennero poi pubblicati da Maltoni non più in via provvisoria ma nelle loro conclusioni, e i dati che venivano dall’altra parte, dall’osservazione a ritroso dei casi di angiosarcoma scoperti nell’industria, solo nel ‘74 è possibile effettuare quella correlazione tra esposizione a CVM e rischio neoplastico nell’uomo. Senza dimenticarci – lo voglio aggiungere per completezza – che comunque ancora nel febbraio ‘74 l’OSHA, organismo particolarmente serio e rigoroso, pubblicava un elenco di 14 sostanze chimiche cancerogene per i lavoratori e tra queste non includeva il CVM, febbraio ‘74. E mi avvio all’ultima parte della mia discussione e parlo, come ho detto prima, del patto di segretezza, quei documenti che la pubblica Accusa porta a prova del cosiddetto patto di segretezza e che invece costituiscono un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del processo che portò l’industria, anche sulla base delle indicazioni che provenivano dal mondo scientifico a impadronirsi gradualmente del problema, tra dubbi e conferme, nel pieno rispetto di quella cronologia che fino ad adesso ho indicato e che il Tribunale ha mostrato di condividere. Vi dirò subito che a me non interessa affatto difendere l’industria americana, anzi è proprio l’ultimo dei miei pensieri, meno che meno poi mi interessa difendere frasi e atti di soggetti che vivevano altrove e che con il mio assistito non hanno davvero nulla a che fare. Potrei dirvi che la chiave di lettura di quegli documenti è nel desiderio dell’industria americana di pervenire a una diffusione dei dati solo quando questi fossero divenuti sufficientemente sicuri e comprovati, come poi in realtà è successo. Ma non farò questo, non ci provo neppure. Ritengo molto meglio che siate voi signori Giudici, se riterrete che questo sia necessario, o anche solo utile a questo processo, fornire una chiave di lettura a quella documentazione. Il Tribunale l’ha fatto, ha dato una spiegazione forte, convincente a questo iniziale accordo tra le industrie per mantenere riservati i dati riservati, voi valuterete. Ma a mio modo di vedere sommesso, come dirò tra breve, è del tutto inutile in realtà dare una interpretazione a quelle carte, si risolverebbe in uno sterile processo alle intenzioni, perché la realtà, che è una realtà in cui di segretezza non ve ne fu punto, ha superato di un balzo quelle intenzioni, ammesso poi che tali fossero. Prendiamo per esempio il documento inviato da un esponente dell’Università di Cincinnati al direttore medico di Monsanto il 2 febbraio del ‘65. Siamo in un’epoca in cui, secondo il Pubblico Ministero, sarebbe assolutamente pacifico il consolidamento delle conoscenze scientifiche in tema di Raynaud e di fattori legati alla produzione del CVM che causavano il Raynaud. Vediamo come viene definita – 2 febbraio 1965 – la sindrome che si andava scoprendo: "Recentemente siamo venuti a conoscenza di una malattia che, se è professionale, è o appare in questa fase del tutto nuova. Si è manifestata in un esiguo numero di persone che lavorano a contatto con il polivinilcloruro, nell’adempimento di alcune mansioni. La sindrome clinica è strana al punto di essere bizzarra e non è chiaro neppure se si tratti di un’unica sindrome o due o perfino più". E continua il documento: "Attualmente non esistono indicazioni sufficienti per stabilire un collegamento tra la sindrome e specifiche fasi del processo", febbraio ’65. Dunque ancora massima incertezza. Un altro documento, sempre prodotto dal Pubblico Ministero, dell’Università di Cincinnati del giugno del ‘66, è un riassunto delle conclusioni di un convegno sulle malattie alle mani comparse durante la polimerizzazione del CVM, vediamo che cosa dicono queste conclusioni: "È fuori dubbio che le lesioni dermatologiche, assorbimento delle ossa delle giunture terminali delle mani, un’alterazione della circolazione possono verificarsi tra i lavoratori addetti alla polimerizzazione del PVC. Il meccanismo, l’effettiva causa o l’ingresso della malattia non sono noti. Il tempo necessario e la durata dell’esposizione perché si verifichi questa condizione non sono noti". Quindi constatato il fenomeno ma ancora ignota la causa. Siamo in una fase di segnalazioni episodiche raccolte dal medico di fabbrica in uno stabilimento e in altri no; tra l’altro con un’ulteriore difficoltà di avere davanti due patologie che tra l’altro sono opposte, per così dire: il Raynaud è diffusissimo ed è ricollegabile a mille possibili fattori causali, l’acrosteolisi invece è assai rara e solo in alcuni casi la troviamo associata al Raynaud, quindi magari a un medico di fabbrica ne capitava un solo caso, ad altri neppure quello. C’è poi un documento della MCA, il verbale di una riunione tenutasi il 6 maggio del ‘71, in cui la MCA decide di dare ulteriore impulso alle indagini scientifiche a seguito degli studi di Viola. All’inizio del verbale, vedete sono tutti presenti ed è presente anche Viola, all’inizio del verbale viene presentata la figura di Viola e si dice testualmente: "Il dottor Viola aveva intrapreso il suo studio al fine di stabilire se l’acrosteolosi riscontrata negli addetti alla pulizia delle autoclavi fosse una conseguenza delle inalazioni di vapori di monomero di vinilcloruro avvenute durante le operazioni di pulizia". Quindi si riconosce nel ‘71 che nel ‘67 Viola aveva iniziato questi esperimenti per accertare la relazione tra esposizione e malattia alle mani, nel ’67. Quindi Solvay ha speso soldi, ha investito tempo nel ‘67 per fare un approfondimento ex novo, evidentemente di consolidato non c’era un bel nulla, perché sennò Solvay avrebbe fatto tranquillamente a meno di spendere dei quattrini. E ancora, siamo già nel 1969, un documento della MCA relativo ad un incontro tra le industrie americane del 30 aprile ‘69, è lo stesso documento che avevo citato in esordio in cui la MCA chiede di modificare le conclusioni di quello studio dell’Università del Michigan in tema di abbassamento delle soglie di esposizione, 30 aprile 1969, presenti come sempre i maggiori esponenti dell’industria americana, si discute di quella relazione dell’Università del Michigan e vediamo che cosa si scrive nel ‘69: "Si sa poco di come la malattia inizia o progredisce e neppure dell’incidenza transitoria del fenomeno di Raynaud". Ancora, alla pagina successiva: "Il dottor Dhernel ha preso visione dei risultati, che la malattia si verifica tra gli addetti alla pulizia dei contenitori, che la causa non è stata identificata con certezza, che molti casi evidenziano una combinazione tra malattia di Raynaud e alterazioni ossee, che le alterazioni ossee sono quasi indistinguibili da quelle provocate da ferite traumatiche - è il pezzo che stavo leggendo prima - la raccomandazione è quella di tenere sotto controllo gli operai di PVC, è importante in quanto potrà fornire informazioni preziose". Quindi siamo ancora di nuovo a ipotesi, ipotesi diverse sul fenomeno e soprattutto sulla sua eziologia, e ancora oggi – l’abbiamo già detto più volte – noi non sappiamo quale sia la reale eziologia di Raynaud e acrosteolisi. Veniamo ora ai documenti relativi alla progressiva presa di conoscenza della cancerogenicità. Il primo documento, e sto sempre parlando di documenti in atti e nello specifico di quelli richiamati dal Pubblico Ministero nell’atto di appello nel capitolo 2.4, è la lettera inviata nell’ottobre del 1970 dal direttore sanitario della Standard Oil Company, che una delle industrie chimiche americane in questione, al dottor Viola, a seguito dei dati diffusi da Viola a Houston. Ecco vediamo è indirizzata a Viola caro dottor Viola, e gli scrive: "Questa Commissione ha espresso un notevole interesse per gli studi svolti dall’Istituto per il Cancro di Roma – che è quello a cui Viola si appoggiava – è probabile che analoghe ricerche vengano sponsorizzate dalle industrie di questo Paese e in tal caso considero molto auspicabile la sua proposta di stabilire una comunicazione tra lei e i suoi colleghi o qualunque altro laboratorio che si occupasse di questo lavoro". Quindi questa lettera ci prova due assunti che sono perfettamente in contrasto con le tesi del Pubblico Ministero: da un lato si riconferma il programma di scambio di informazioni tra industria, tra industria e scienziati, tra scienziati e scienziati, che è esattamente quello che connota tutta questa fase e quella successiva, fino a quando non si raggiunse un consolidato di conoscenza e di dimostrazioni scientifiche. Dall’altro lato ci dà la riprova che Houston venne presa come un punto di partenza da tutti, dall’industria che si ripromise da quel momento di fare maggiore approfondimenti con maggiore rigore scientifico, e dallo stesso Viola, che l’avevamo già visto prima, ma si riconferma anche qui, è il primo Viola a ritenere necessarie bene altre indagini per poter arrivare a degli enunciati che fossero muniti del necessario rigore scientifico. Un punto di partenza, ho detto poc’anzi, perché questo è il vero nodo, per l’Accusa, pubblica e privata, Viola fu invece un punto d’arrivo, anzi peggio, l’abbiamo già detto, lo slogan cancerogeno dal ‘69 è del tutto inveritiero, perché Viola nel ‘69 non pronunziò neppure la parola "cancro", ma anche se dicessero "cancerogeno dal 1970", compirebbero ugualmente una forzatura inaccettabile, perché tutti questi documenti che stiamo vedendo, gli altri che abbiamo visto prima e le testimonianze in atti dimostrano che Houston fu un punto di partenza, non un punto d’arrivo. E il medico della Standard Oil che abbiamo visto dice: "Non appena si sarà presa una decisione che dia inizio a questi studi", non sapeva che Montedison a quella data la decisione l’aveva già presa e aveva già persino avviato il primo contatto con Maltoni. Veniamo ora alla lettera di Harris alla MCA, stiamo sempre parlando dei documenti segreti, lettera di Harris alla MCA del 20 ottobre 1972, Harris era un altro dirigente della Uniroyal, che è un’altra grande industria americana, e scrive a Best Presidente della MCA per riferirgli della visita che aveva appena effettuato al castello di Bentivoglio. "Il professor Maltoni – scrive Harris il 20 ottobre 1972 – si è mostrato molto disponibile, facendomi visitare il luogo dove si svolge il lavoro, un vecchio castello fuori Bologna, i locali per le terapie, le procedure analitiche e il metodo di schedatura dei dati. Senza scendere nei particolari – scrive Harris – riassumo dicendo che non è il caso di proseguire negli studi che avevano originariamente programmato. Il professor Maltoni – va avanti dopo – conosce il professor Viola, il suo lavoro mostrava molti punti deboli e fu infatti pesantemente attaccato da numerosi suoi colleghi". E ancora, più avanti – significativo questo passaggio detto dagli americani: "In breve vogliono convincerci che sarà per noi economicamente vantaggioso sostenere il necessario proseguimento dei lavori sotto la guida del professor Maltoni. Sanno bene che noi non accetteremmo se non fossimo del tutto convinti, per questo vogliono che partecipiamo e che ci rendiamo conto di persona". Anche da questo resoconto noi traiamo una serie di indicazioni che ci danno delle conferme: innanzitutto gli americani, che stavano in quel momento ancora decidendo se finanziare dei propri studi, devono prendere atto della assoluta serietà degli esperimenti di Maltoni; poi Maltoni fornisce ad Harris, ed Harris ce lo riferisce, tutti i chiarimenti del caso, senza reticenze e senza imporre confidenzialità di sorta; infine anche da qui traiamo una ulteriore riconferma della inidoneità degli studi di Viola a dare indicazioni sufficientemente attendibili. Sulla questione del NIOSH e su quanto MCA nell’estate del ‘73 decise di comunicare o non comunicare al NIOSH non mi soffermerò neppure un minuto, perché è una questione irrilevante per il nostro processo ed è inserita in questo processo soltanto per creare clamore. Il punto è se MCA, quel punto che interessa al Pubblico Ministero, tacque o meno al NIOSH nel luglio ‘73 i risultati delle ricerche di Maltoni. Questo è un tema che forse potrà interessare altri soggetti, pochi o tanti non lo so, ma certamente non interessa Montedison, perché? Perché Montedison è la società che ha commissionato quegli studi a Maltoni, e Maltoni già dall’aprile di quell’anno, benché fossero risultati parziali, li aveva resi pubblici a Bologna. Che cosa rileva quindi per la mia posizione che altri dall’altra parte dell’Atlantico si comunicassero o meno i dati dello scienziato che io avevo incaricato e che quello scienziato aveva già reso pubblici? Non rileva nulla, nulla. E questo però lo avverte anche il Pubblico Ministero ad un certo momento questa incongruità, e finisce allora per operare una forzatura: è costretto a sostenere che Maltoni aveva agito rivelando i dati al convegno di Bologna del ‘73 senza il consenso di Montedison. E vediamo questo passaggio, a pagina 237 dell’atto d’appello il Pubblico Ministero scrive, dopo avere parlato della vicenda NIOSH: "Ed era stata sempre la Montedison a non autorizzare il professor Maltoni a rendere pubblici i suoi primi risultati al convegno di Bologna dell’aprile del ‘73, e ciò sempre a conferma – continua il Pubblico Ministero – della ferrea e strenua volontà di Montedison di ritardare il più possibile la pubblicazione delle notizie sulla pericolosità anche cancerogena del CVM". Ma quando mai? Ma da dove è tratta questa congettura, quando il primo e diretto interessato Maltoni, come abbiamo visto e come vediamo ancora tra un minuto, dice di non avere mai avuto vincoli o limitazioni di alcun genere dal suo committente? Ma perché dobbiamo scrivere questo? Su quella che il Pubblico Ministero chiama infine "La confessione extra processuale", e cioè quella missiva 16 ottobre ‘74 inviata da un dipendente dell’Ufficio Studi Economici e di Mercato, su questa confessione extra processuale sarò telegrafico; si tratta di un argomento di cui hanno già detto i miei colleghi in primo grado e non posso che riportarmi alle loro parole, sono tutte queste cose dette e ridette, non posso pensare davvero che questo documento possa essere invocato a conferma di qualche cosa. Vedete la carta intestata stinta dell’epoca, proviene dalla Direzione Studi Economici e di Mercato, la data è 16 ottobre ‘74. Siamo dunque in un momento molti mesi dopo i risultati di Maltoni e di Goodrich, viene scritta questa lettera all’ingegnere Alberto Grandi e dice, ne leggo solo due veloci passi: "Ricevo dal nostro osservatore di mercato negli Stati Uniti alcune informazioni concernenti il cloruro di vinile che credo siano di suo interesse". Parla poi di un nuovo regolamento adottato negli Stati Uniti sui limiti di esposizioni: "Questo nuovo regolamento deriva dalla scoperta, definita nello scorso gennaio, di alcuni casi di angiosarcoma, un raro e fatale cancro del fegato, tra lavoratori esposti al cloruro di vinile". E più avanti ancora dice: "La relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile era già stata osservata in studi di tossicità condotti da alcuni tra le stesse società chimiche produttrici, professor Viola della Solvay, ma era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato. Anche Montedison ha fatto eseguire studi dal professor Cesare Maltoni di Bologna". Questo è innanzitutto un documento di una genericità e imprecisione che sono i caratteri che ne danno la vera reale cifra, proviene da un soggetto che nella gerarchia aziendale aveva una posizione del tutto defilata, apparteneva a uno di quegli uffici che si definiscono periferici, e poi non dice neanche cose che lui ha conosciuto di persona, ma si tratta di notizie avute dal nostro osservatore di mercato negli Stati Uniti. Io credo che questa sia veramente l’apoteosi: una tematica di questa delicatezza viene affidata alle parole del nostro osservatore di mercato negli Stati Uniti, anzi peggio ancora, un processo con decine di testimoni e di consulenti tecnici, professori e luminari italiani e stranieri, alla fine trova la sua composizione, la sua pistola fumante nelle parole del nostro osservatore di mercato negli Stati Uniti. Eccola la confessione extra processuale, e che cosa ci riferisce questo signore, che peraltro non sappiamo neppure chi sia perché parla per bocca di Trabucchi? Questo signore riferisce per esempio ai massimi vertici aziendali, all’ingegner Grandi, e siamo nell’ottobre del ‘74, gli riferisce – cioè siamo 9 mesi dopo Goodrich- che sono state scoperti nello scorso gennaio alcuni casi di angiosarcoma un raro e fatale cancro del fegato tra lavoratori esposti al cloruro di vinile. Ma non è tutto, precisa anche all’ingegnere Grandi, che certamente aveva bisogno di questa preziosa e bene informata fonte, gli precisa che anche Montedison ha fatto eseguire studi al professor Cesare Maltoni di Bologna, lo dice all’ingegnere Grandi, che come chi ha riferito lo stesso Maltoni era uscito a cena con Maltoni, questo nostro osservatore di mercato. Parla poi della segretezza delle scoperte di Viola sulla relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile, relazione che, come sappiamo, non fu accertata in Viola perché l’angiosarcoma l’ha trovato Maltoni, e così via. Non credo proprio che sia il caso di soffermarsi ancora su quanto possano essere attendibili notizie sulla segretezza delle scoperte riferite da questo nostro osservatore. Ecco allora che possiamo concludere indicando due prove: un documento e una testimonianza, che promanano dai protagonisti diretti di quella vicenda di quegli anni, che chiudono ogni e qualsiasi questione su segretezza e riservatezza. Il documento è il memorandum interno di Mayo Smith del 6 giugno 1974, che è già stato richiamato dal Tribunale nella sentenza e la testimonianza è quella dello stesso professor Maltoni nella più volte detta udienza dell’11 aprile 2000. Sul memorandum interno di Smith dirò pochissimo, proprio perché è già commentato in sentenza. Questo è il frontespizio, informazioni riservate alla società, data 6 giugno 1974, memorandum interno da Mayo Smith, e che cosa ci scrive? Questa è la frase giustamente riportata dal Tribunale: "Gosselen – che era della Solvay - ha detto che nel 1972 le 4 società finanziatrici dello studio del professor Maltoni sui roditori inclusa quella da lui rappresentata avevano acconsentito alla richiesta di scambio totale di informazioni avanzata dal Gruppo di Studio della MCA, a condizione che venisse mantenuto il segreto fino a quando il gruppo europeo non avesse permesso al Gruppo di Studio della MCA di fare circolare o pubblicare tali informazioni. Tutti i destinatari di questa lettera, e sono moltissimi perché nel frontespizio sono indicati tutti i maggiori esponenti dell’industria americana, sanno che su consiglio del signor Gray, la Air Products and Chemicals e il sottoscritto non firmarono tale accordo di segretezza, ma non ci venne ugualmente negato l’accesso ad alcuna delle scoperte del gruppo europeo. Poi Gosselin ha detto che all’inizio del ’73 una delegazione del gruppo di studio degli Stati Uniti si recò dal professor Maltoni a Bologna e ricevette tutte le informazioni che Maltoni era riuscito a raccogliere fino ad allora. Il Pubblico Ministero si lamenta del fatto che questo sia l’unico documento tenuto in considerazione dal Tribunale, che invece avrebbe trascurato in numerosissimi altri di segno contrario; ma ha fatto bene il Tribunale, c’è un motivo semplice e decisivo al tempo stesso: quel documento, oltre a essere un resoconto minuzioso, perché consta di bene 14 pagine, dall’interno di un meeting, manco a dirlo, riservato, meeting tra gli esponenti di tutte le principali aziende americane, presente il professor Maltoni, è cronologicamente uno degli ultimi di quel periodo storico perché data giugno 1974, quando ormai, dopo le scoperte scientifiche e dopo Goodrich l’acquisizione delle conoscenze si poteva ormai ritenere in via di completamento. Quel documento, insomma, in una parola supera tutti gli altri, e perché è importante? Perché conferma quello che abbiamo sempre detto: non vi fu mai alcun patto di segretezza, non vi fu mai alcun complotto e se anche qualcuno pensò di imporre ad altri il silenzio quel silenzio non venne mai rispettato da nessuno. Che senso ha oggi richiamare veri o presunti o male interpretati appelli alla segretezza indicati in documenti del ‘70 o ‘71, quando poi nel ‘74 un signore che fa parte di quel gruppo scrive che in realtà nessuno rispettò mai alcuna segretezza? Il memorandum interno per questo conta e conta molto, perché fa piazza pulita, li travolge tutti i documenti dei mesi e degli anni precedenti, che siano stati interpretati più o meno correttamente. E questo, bene inteso, lo dico senza rinunciare comunque all’altra mia difesa, cioè nonostante sia stata dimostrata in radice l’insussistenza del patto di segretezza e quindi sia caduto in via principale, potremo dire, tutto l’argomento, quell’altra difesa a cui non rinuncio affatto è quella per cui che non basta invocare un complotto mondiale o europeo o italiano per incidere sulle tematiche della colpa, o occorre dare la prova rigorosa che quel singolo imputato di questo processo sapeva e non ha detto, sapeva e ha concordato il silenzio, prova che naturalmente è lontana anni luce. E per concludere su questo punto e su tutta la mia discussione, ancora una volta richiamo il teste Maltoni. Prendiamo ancora la sua deposizione, domanda gli viene posta, sempre in quell’udienza dell’11 aprile 2000: "Queste notizie di ottobre – novembre ‘72 che lei comunica agli sponsor vengono comunicate anche da lei all’esterno di queste società?" l’abbiamo visto prima lui dice: "No noi non avevamo nessun obbligo, e questo ritengo che sia stato un elemento molto positivo". Andiamo velocemente alla pagina successiva, dice: "Ghetti mi disse: ho fatto in modo che negli accordi non venga menzionato nessun vincolo di riservatezza, perché la ricerca che si fa insieme viene fatta in un Ente pubblico – l’Ente pubblico a cui si riferisce è l’ospedale di Bologna presso il quale lavorava Maltoni – che non può essere questo Ente pubblico impegnarsi a nessuna riservatezza. Io non ho mai avuto inviti alla riservatezza da nessuno – dice Maltoni – e non li ho avuti in particolare dal professor Bartalini". E poi Maltoni riferisce di una riunione, di un incontro importante, è interessante questo incontro, perché dice: "Quando lei ci ha riferito prima di avere effettuato quella riunione in cui sostanzialmente sollecitò in qualche modo le imprese sponsor a valutare l’opportunità di andare anche al di sotto dei 50 PPM per verificare gli effetti a dosi più basse, diciamo, di CVM, vi fu una reazione e, se sì, di che tipo, da parte dei partecipanti alla riunione, dai rappresentanti delle imprese intendo dire?", risposta di Maltoni che ci racconta questo episodio: "Io mi ricordo, ho un ricordo vivissimo perché quella riunione fu tenuta all’hotel di Bologna, devo dire che ancora una volta che il professor Bartalini fu d’accordo, ma non sapeva il professor Bartalini esprimersi in inglese - quindi il professor Bartalini fu d’accordo su quell’approfondimento - e ci fu il rappresentante di Solvay, che era un uomo molto decisionista, che guardò l’orologio e disse: signori, mi sta partendo l’aereo, quindi io le dico a conclusione che Solvay è d’accordo di sostenere la sua ricerca e, se anche rimane sola la sostiene da sola, e ricordo che ci fu un’adesione completa del professor Bartalini alla presa di posizione estremamente vibrata da parte dei rappresentanti di Solvay, mentre gli unici che erano un po’ dubitosi erano gli inglesi". E il Pubblico Ministero ritorna poco dopo su questa cosa degli inglesi, "Soprattutto lei dice negli inglesi, allora soprattutto vuole dire non solo gli inglesi?" Si corregge Maltoni: "Adesso mi sono sbagliato, mi ricordo con precisione che furono gli inglesi, mi ricordo l’adesione immediata di Bartalini, mi ricordo i sorrisi di compiacimento del dottor Berrot, che ebbe un rapporto collegiale etc. etc., mi ricordo la presa di posizione favorevole di Bartalini e la presa di posizione netta e decisionista del rappresentante di Solvay, che adesso mi è venuto in mente il suo nome, Gosselen", quindi anche di fronte all’approfondimento Bartalini si schiera subito dalla parte di quelli che dicono: "Sì, approfondiamo, ad ogni costo". E anche qui basta la logica, alla fine: ma come si può concordare un complotto sulle scoperte di Maltoni senza mettersi d’accordo con Maltoni? Ma che senso ha continuare a invocare la segretezza quando poi colui che è la fonte delle notizie, il creatore delle scoperte destinate a restare segrete è libero di spifferare tutto? E Maltoni questo non solo ce lo dice, ma l’ha fatto, e lo sappiamo, perché nell’aprile del ‘73, nonostante avesse dati provvisori va a Bologna e rivela tutto quello che sa. Fine della trasmissione, fine delle congetture. Le conclusioni sulla posizione dell’ingegnere Calvi le presenterà poi il professor Giarda nel suo intervento che è programmato per una delle prossime udienze e naturalmente fin d’ora faccio mie queste conclusioni. Grazie.

 

Presidente: sospendiamo un quarto d’ora.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 11.44 RIPRENDE ALLE ORE 12.09.

 

Presidente; Prego. Prego, signor avvocato.

 

Avvocato Acinni: in Difesa dell’ingegnere D’Armanio Monforte. Signor Presidente, eccellenze della Corte, io non mi avvarrò di proiezioni perché chi mi ha preceduto aveva la necessità di avvalersene abbondantemente e quindi ho ritenuto che fosse più opportuno a favorire anche l’attenzione della Corte non avvalermene, quindi sarà mia sola responsabilità quella di sapere mantenere la vostra attenzione, per cui cerco di andare immediatamente e direttamente al punto. La grande vittoria del Tribunale è stata quella di avere avuto la capacità di giudicare secondo le conoscenze scientifiche, legislative, giuridiche, del momento dei fatti oggetto di imputazione, in perfetta osservanza dei principi del nostro ordinamento e senza farsi condizionare dalle conoscenze e dalle esigenze di oggi. La vittoria in primo grado è stata una vittoria solo del Tribunale, del suo coraggio di applicare la legge, dimentico del peso di qual si voglia condizionamento, con il coraggio che è proprio della serenità interiore e con cui ha saputo fare giustizia di ogni paura e di ogni possibile condizionamento, delle paure degli imputati e di questa stessa Difesa, dei condizionamenti a questo processo. Le reazioni che ci sono state alla sentenza e i tentativi di strumentalizzazioni delle stesse reazioni sono state l’ultima riconferma della volontà di condizionare il processo, sono i tentativi di chi non è sereno, accuse tanto gravi dovrebbero potersi accompagnare alla massima serenità, per la quale sarebbe però necessaria la consapevolezza della loro fondatezza. A fronte del numero di pretese vittime contestato, 260, di cui 157 deceduti e 103 malati, non era certo popolare una assoluzione, ma la assoluzione è stata soltanto la conseguenza della vera giustizia e del coraggio che il Tribunale ha avuto, della vera giustizia perché su un piano generale il Tribunale ha saputo dare perfetta e convincente risposta ai grandi temi che saranno quelli oggetto della mia discussione. Quando può affermarsi che il consolidamento scientifico di una conoscenza sia tale da rendere esigibile una condotta? Qual è la regola cautelare da applicare in assenza di una accertata evidenza scientifica idonea a dimostrare la idoneità, inidoneità di un pericolo o di una assenza di pericolo per la salute o per l’ambiente? Del coraggio, perché soltanto il Tribunale aveva l’autorità per potere spiegare a quanti erano stati indotti a credere e convincersi di cose non vere, e così aggravando il loro dolore, così alimentando nuove paure, che l’accusa era infondata perché indefinita e già caratterizzata dall’assenza di evidenza scientifica, rimasta totalmente ignorata. Questo è stato il vero elemento che ha caratterizzato il primo grado di giudizio e che ancora caratterizza l’impugnazione della pubblica Accusa: la totale assenza di consistenza scientifica a fondare la propria tesi; di più ancora, la pretesa di potere sostituire la realtà scientifica con una giuridica addirittura incompatibile con i principi del nostro ordinamento. Era eccezionalmente difficile sapersi liberare delle conoscenze di allora in termini sia legislativi, sia scientifici, sia giuridici, e fare riferimento ad affermazioni giurisprudenziali di oggi, a giudicare però fatti di allora, ossia di un momento in cui le conoscenze scientifiche e la normativa e le affermazioni giurisprudenziali erano tutto affatto differenti da quelle acquisite solo oggi o in un più recente passato. Questa è stata la grande vittoria del Tribunale e del Tribunale soltanto. E allora vado subito a ricordare le sue proposte quanto al profilo della colpa, che è l’oggetto del mio intervento. Il Tribunale ha correttamente osservato che la produzione di sostanze pericolose nell’ambito di un rischio consentito o di un rischio sconosciuto ha messo in crisi le tradizionali categorie relative alla responsabilità penale colposa di chi è tenuto a controllare ed a contrastarne gli effetti nocivi alla salute. È così emersa – scrive il Tribunale – in tutta la sua evidenza la difficoltà di applicare ai nuovi pericoli connotati da ampia diffusità e da genesi causale complesso ignota non solo le regole elaborate per imputare eventi lesivi di struttura più semplice e riconducibili a singole azioni individuali, ma altresì la stessa nozione di colpa. Pertanto la colpa in violazione di norme cautelari specifiche deve avere riferimento a livello di conoscenza acquisito dalla comunità in un dato momento storico e in un determinato ambiente, ai fini di individuare e di specificare la misura dell’intelligenza richiedibile sulla base di standard di sicurezza generalmente acquisiti e praticati per evitare gli effetti dannosi. In punto di fatto il Tribunale ha confermato che è pacifico che nessun angiosarcoma del fegato si è manifestato in lavoratori assunti successivamente al 1973 nella Corte Europea e successivamente al 1967 nella Corte Statunitense e in quella che ci interessa di Porto Marghera. La prima incontestabile conclusione del Tribunale è dunque che l’idoneità lesiva del CVM si è rivelata ad alte o elevatissime dosi, mentre non sussiste la prova di una efficienza lesiva anche a basse dosi e in particolare a quelle esistenti dal 1974 in poi. Dice il Tribunale: "Le condotte cui riferire causalmente gli eventi sono antecedenti al 1974 e quindi ad epoca precedente alla conoscenza della cancerogenicità del CVM. Inoltre, non sussistendo la prova di una idoneità lesiva di tale sostanza alle basse dosi successive, immediatamente contenute nei limiti imposti dalle norme cautelari e poco dopo ridotte anche al di sotto degli stessi, e quindi nell’ambito di un rischio – questo è fondamentale – consentito dell’attività d’impresa, non si ravvisano neppure condotte cui causalmente riferire e – per quello che ora più mi interessa – colpevolmente addebitare tali eventi. La traslazione dei piani temporali che è stata fatta dalla pubblica Accusa, che ha proposto all’esame dibattimentale situazioni proprie degli Anni Cinquanta e Sessanta come verificatosi nel successivo arco temporale dal Settanta al Duemila è perfettamente disvelata, ed è su questa sfasatura temporale che abbiamo l’esigenza di dovere tornare, perché questa ha percorso tutto il primo grado, ne ha determinato gli esiti ed è sostanzialmente l’oggetto che è stato riproposto anche in questo secondo grado di giudizio. Nel complesso, dunque, il Collegio traccia, lo chiama quel quadro del passato cui si doveva fare riferimento per trarne tutte le conseguenze sotto il profilo giuridico, senza farsi prendere dalla tentazione di farlo riemergere per riproporlo come attuale; è questa che io ho definito la grande vittoria del Tribunale, e del Tribunale soltanto, perché non era davvero facile. Sull’inutilità del richiamo degli addebiti di colpa specifica arrivo immediatamente. Voglio solo potere ricordare, a conclusione di questa ricognizione della sentenza del Tribunale, che mi è fondamentale in premessa per svolgere le mie argomentazioni, come secondo il Tribunale non può condividersi l’assunto accusatorio secondo cui quelle norme richiederebbero al datore di lavoro, qualunque sia la nocività prossima o remota del fattore inquinante, di mettere in atto ogni strategia possibile per eliminarlo e neutralizzarlo, assumendosi diversamente la responsabilità di tutte le conseguenze potenziali derivanti da quella violazione ancorché in quel momento imprevista o imprevedibile. Siffatta tesi in vero, osserva il Tribunale, estremizza e dilata sino all’imputabilità oggettiva il concetto di responsabilità colposa, posto che non si fa carico neppure di assumere come elemento essenziale non tanto la prevedibilità dell’evento tipico, ma neppure la rappresentazione dell’evento generico di un grave danno alla vita e alla salute. Ancora meno è legittimo il confondere il piano soggettivo con quello oggettivo, deducendo dall’inosservanza di quelle norme di cautela generica l’attribuibilità dell’evento lesivo con altra probabilità, riconducendolo proprio alle animazioni delle polveri e del gas. La valenza della teorica dell’aumento del rischio è esclusa. La corretta impostazione del problema attraverso un piano strettamente ontologico è solo quella espressa dalla necessità di individuare quale sia stata nel 1974 la condotta antidoverosa e quale avrebbe dovuto essere, per contro, la condotta corretta, quella che, se posta in essere, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento, quale cioè il comportamento alternativo idoneo ad evitare gli eventi tumorali e patogeni in base a leggi scientifiche di copertura. Anche a volere ipoteticamente ammettere, osserva e conclude il Collegio di primo grado, che le condotte omissive imputate si siano verificate nonostante la conoscenza del rischio tossico ed oncogeno, deve verificarsi se il comportamento alternativo avrebbe potuto impedire l’insorgenza dei tumori epatici e polmonari in quei lavoratori che erano stati esposti alle elevate concentrazioni degli Anni Cinquanta e Sessanta. La conclusione è che all’epoca in cui i comportamenti doverosi erano concretamente divenuti esigibili, essi non avrebbero potuto evitare gli eventi verificatisi. Più cautelativamente può osservarsi che non esiste una prova dimostrativa e di elevata probabilità che il comportamento alternativo avrebbe impedito o ritardato il verificarsi dei tumori". E allora, smascherato il tentativo dell’Accusa di trasferire l’epoca della causalità a quello della colpa, vediamo qual è il tentativo della pubblica Accusa anche nel secondo grado di giudizio; ebbene, è lo stesso tentativo identico, infondato in scienza e infondato in diritto, ed è quello che ora cercherò di poter chiarire alla vostra attenzione. La pretesa di sostituire una verità scientifica con una giuridica è incompatibile con le vere conoscenze di allora, con l verità scientifica e con quella giuridica, e vedremo che essenzialmente accuse tanto gravi ed infamanti come quelle di omicidio plurimo con previsione dell’evento, lesioni o omissioni di cautele, pretenderebbero potere fondarsi e rimanere in piedi soltanto sulla possibilità di addebiti affermati a titolo colpa specifica dei D.P.R. del ‘55, del ‘56 e sulla norma civilistica dell’articolo 2087. E allora io fin d’ora vi domando se su un piano logico prima ancora che giuridico possa avere un senso e un significato una siffatta pretesa. Attraverso dunque quali mezzi quel vizio di origine, come l’ha definito il Tribunale di primo grado, di traslazione dei piani temporali è stato riproposto in appello? Proviamo a ripercorrerlo. In verità non è una ricognizione molto semplice, perché richiede di riportare ad organicità interventi e scritti che di organico, chi ha avuto la pazienza di leggere e ascoltare sa, hanno ben poco. Ci proviamo. Nei motivi d’appello relativi alla pretesa accusa di cui agli articoli 437, 589 e 590, espressamente alle pagine 82 e 83, si lamenta quella che si vorrebbe riconosciuta come una contraddizione del Tribunale. Si dice infatti che la sentenza avrebbe riconosciuto per l’arco temporale fino al ‘74 che i livelli di esposizione al CVM per autoclavisti, insaccatori e essiccatori erano nettamente superiori alla normativa vigente e che anche il fenomeno di Raynaud e l’acrosteolisi riscontrati e confermati anche dal Tribunale erano dovuti al loro lavoro, per il quale fino al ‘74 non sarebbero state adottate le misure cautelari idonee. Riconosciuto il nesso causale – questo in realtà non è vero, ma ora non è qui rilevante – il Tribunale che pure per siffatta ipotesi di lesioni colpose ha dichiarato la prescrizione, non avrebbe dovuto dichiarare insussistente il reato di cui all’articolo 437 ma affermare la responsabilità almeno per quegli imputati rispetto ai quali ha dichiarato la prescrizione del reato di lesioni colpose e tra cui anche l’ingegnere D’Arminio Monforte. Quello che davvero afferma il Tribunale l’abbiamo visto e avremo modo di ritornarci. Vediamo però quali sono le ragioni in forza delle quali la pubblica Accusa avrebbe dovuto potere giustificare una siffatta contraddizione e pretesa di censura, e questo perché si tratta in definitiva delle stesse ragioni, ossia degli stessi elementi che la pubblica Accusa adduce a pretesa e a fondamento di tutte le altre censure. Su quello che fosse l’effettivo contenuto in ordine alla tossicità del CVM negli studi fino alla metà degli Anni Settanta ovviamente non torno, perché vi è appena stato illustrato. Il secondo gruppo di ragioni è tuttavia questo: il valore che viene annesso alla normativa in vigore prima del 1970 e di cui si dice il Tribunale avrebbe negato l’esistenza e comunque l’applicazione, le disposizioni appunto dei D.P.R. numero 547 del ‘55 e numero 303 del ‘56, nonché la stessa disposizione civile di cui all’articolo 2087. L’affermazione in termini in verità assolutamente generici ed apodittici è comunque questa: il dovere di diligenza avrebbe imposto agli imputati di adottare precisi comportamenti, ma non si specifica quali, non si individua mai la condotta da riconoscersi come concretamente e davvero doverosa, né quella cosiddetta alternativa, quella cioè concreta, corretta che, se posta in essere, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento. Seguita l’accusa, e di apprestare tutti i mezzi per la concreta tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori. Quali nuovamente non è davvero precisato. Si dice solo che, mentre incombeva sugli imputati il dovere di diligenza e di perizia e l’obbligo di osservare le prescrizioni previste dalle normative speciali, gli stessi si sarebbero esattamente rappresentati la situazione di grave rischio lavorativo che incombeva sui dipendenti nel lavorare sostanze conosciute da decenni come tossiche e poi come cancerogene e si sono conseguentemente rappresentati gli strumenti necessari ad evitare e a contenere le dinamiche offensive. Nulla di più almeno per quello che qui mi preme evidenziare, nulla di più specifico che potesse rispondere a quelle domande che la pubblica Accusa per prima avrebbe avuto il dovere di porsi. Questo lo evidenzio perché in assenza della precisazione di quali davvero fossero questi doveri, quale fosse la consapevolezza, quale fosse il dovere di attivazione a fronte di quale consapevolezza, quale fosse la regola cautelare che non possa dirsi formulata dopo l’accertamento e riconoscibile come violata, è davvero difficile confrontarsi con una accusa. Ed è quello che è stato il tentativo, sia in primo che in secondo grado, quello cioè di non confrontarsi effettivamente con queste domande, quello cioè di non dare una vera risposta a questi interrogativi. In verità il tentativo è quello di potere liquidare il processo attraverso la pretesa violazione di quelle norme addotte come addebiti di colpa specifica. È il tentativo che è stato coltivato pure dall’Accusa privata di volere eliminare ogni considerazione in ordine all’effettivo evolversi e consolidarsi delle conoscenze relative alla pericolosità del CVM, che potrebbe quindi essere ultronea; sono le parole testuali, l’aggettivazione testuale: "Ogni considerazione in ordine all’effettivo evolversi e consolidarsi delle conoscenze potrebbe essere ultroneo", questo è quello che è stato testualmente affermato, perché non lo dice nessuno, almeno non lo si dice apertamente, non lo si può dire apertamente. Ci si limita quindi a qualificare lo sviluppo delle conoscenze come comunque importante e si dice che non lo si può sottovalutare. E allora come viene affrontato questo sviluppo delle conoscenze? Non torno, ripeto, sull’effettività delle conoscenze. Quello che mi interessa ora evidenziare è che non erano certo conoscenze rilevanti a fondare alcuna regola cautelare specifica, e tornerò tra poco sull’impossibilità di individuare alcuna forma di differenza in termini di accertamento tra una colpa cosiddetta generica e una colpa cosiddetta specifica. Ora mi soffermo solo brevemente sul passaggio successivo e sulle sue contraddizioni, mi è fondamentale, anche se so che il Tribunale già conosce quelle che sono le ragioni illustrate nei motivi d’appello, nella requisitoria del signor Pubblico Ministero, richiamare taluni punti per potere consentire il mio sviluppo successivo in maniera che spero che risulti più chiara e quindi di migliore contributo. E mi riferisco nuovamente allo stravolgimento dei concetti di tossicità e cancerogenicità ai fini dello loro assoggettamento a servire una sia pure infondata teorica della colpa, e questo è il primo e centrale momento che arriverà della mia discussione, tossicità e cancerogenicità vengono indicati come due fenomeni diversi, simili, correlati o non correlati, a seconda del contesto in cui sono inquadrati. Lo ripercorro, perché innanzitutto vi sono delle contraddizioni che è fondamentale rilevare. Nel suo atto d’appello la pubblica Accusa definisce in vero la cancerogenicità come sottospecie della tossicità – pagina 181 – e così lasciando intendere che la fenomenologia della cancerogenicità del CVM sarebbe indissolubilmente legata ad altri fenomeni della tossicità. La cancerogenicità come appartenente al tipo della tossicità il rapporto da genere a specie, e la ragione è manifesta, così da potere almeno soddisfare quel requisito minimo della prevedibilità, ossia la rappresentabilità dell’evento come almeno appartenente allo stesso tipo di quello che poi si sia verificato in concreto. La pubblica Accusa ha ben presente che non si possono comunque imputare come conseguenza di una condotta quelle rispetto alle quali il controllo del rischio relativo al loro verificarsi non era richiesto né richiedibile se non noto, e dunque si preoccupa ad individuare almeno un rapporto da genere a specie. Sennonché i due concetti di cancerogenicità e tossicità vengono poi in altri passi dei motivi della requisitoria nella memoria depositata in data 13 maggio 2004 dissociati. Il tentativo di ricondurre la possibilità di affermazione di responsabilità per colpa a quelle conoscenze scientifiche degli anni Quaranta e Sessanta si scontra già e intanto con le contraddizioni in cui la pubblica Accusa è costretta a incorrere nell’utilizzare i due concetti, che già disvelano la mancanza di coerenza scientifica anche di questo argomento. Allorquando infatti si rende in qualche conto di quanto grossolana sia la pretesa omogeneizzazione di due concetti scientifici tra loro in realtà perfettamente diversi, abbandona l’argomento genesi e caratteristiche patologie sono in vero troppo diverse, e nella memoria del 13 maggio si concentra sulla sola tossicità del CVM e sulla necessità della sua prevenzione. In dettaglio, a pagina 181, afferma che in tutta la sentenza il Tribunale ha sostanzialmente trattato del CVM come di una sostanza cancerogena, omettendo inspiegabilmente di considerare e di dire che la cancerogenicità di una sostanza è una sottospecie della tossicità e che, prima della cancerogenicità, deve essere considerato appunto se una data sostanza sia anche solo tossica o per il fegato, per il polmone e per qualsiasi altro organo, come richiesto dalla normativa a tutela dei lavoratori e come il Tribunale non ha assolutamente fatto. Si corregge poi, accusando il Tribunale di primo grado di avere fatto confusione tra i due fenomeni e di avere completamente escluso la tossicità dalle sue conclusioni. A pagina 247 dei motivi d’appello scrive: "Il Tribunale però, in maniera estremamente contraddittoria, ha chiuso completamente gli occhi di fronte ad un dato storico e processuale incontestabile, e cioè che il CVM sia innanzitutto un epatotossico generale, ed ha di fatto negato l’esistenza di studi e di pronunciamenti anche di organismi internazionali sulla natura tossica del CVM e del PVC per il fegato e per i polmoni, natura tossica innanzitutto, poi anche cancerogena". Infine a pagina 255 sempre dei motivi d’appello scrive ancora: "Il Tribunale non poteva cancellare dal suo esame e dalle sue valutazioni il fattore tossicità e trattare solo quello relativo alla cancerogenicità, non ce n’era alcun sensato e giustificato motivo e non se ne comprende la ragione. Questo è il primo e gravissimo errore in fatto e in diritto del Tribunale". Ma quale errore? Seguita la pubblica Accusa: "Infatti la tossicità del CVM è emersa sin dagli Anni Cinquanta e da quell’epoca gli impianti dovevano adeguarsi alla normativa e tutelare la salute dei lavoratori. A ciò va aggiunto che il rischio cancerogeno è emerso durante gli Anni Sessanta, comunque bene prima del ‘74 e quanto meno dal ‘69 con gli studi del professor Viola". Dunque il punto che ora interessa a me, si esordisce affermando che la cancerogenicità è una sottospecie della tossicità per potere strumentalizzare il legame tra conoscenze scientifiche sulla tossicità del CVM e due suoi effetti oncogeni. Si continua affermando che il Tribunale avrebbe ignorato gli effetti tossici, che è pure cosa non vera, perché il Tribunale ha correttamente interpretato gli effetti tossici, operando anche una netta distinzione tra i concetti di tossicità non neoplastica e di tossicità neoplastica del CVM. Si conclude nella memoria ignorando di fatto e completamente la cancerogenicità e si arriva ad affermare infatti, a conclusione della propria memoria tecnica, che risultano confermate le seguenti tesi d’Accusa: 1) il concetto di tossicità non coincide con quello di cancerogenicità. Anche a pagina 182 dei motivi d’impugnazione in realtà è pure affermato che il rischio oncogeno è un’altra cosa, che anche temporalmente è emerso dopo il rischio tossico, un’altra cosa. Infine, nella requisitoria, in cui pure si ricorda che il segnale per un allarme cancerogeno sarebbero già emersi nel corso degli Anni Settanta, continua di fatto ad ignorare la cancerogenicità ed afferma testualmente: "Va subito precisato per amore del vero e delle conseguenze anche giuridiche che l’accertamento vecchissimo, datato almeno 1949, di una tossicità del CVM sul fegato e sull’apparato respiratorio, imponeva l’adozione di tutta una serie di misure tecniche da parte degli imprenditori, come previsto dalle norme del ‘27, ‘52, 055 e del ‘56. L’adozione in siffatte misure avrebbe eliminato l’insorgenza della patologia del fegato e dell’apparato respiratorio, al di là dell’ulteriore rischio cancerogeno". Al di là, i due concetti vengono scissi. Si ricorda infine, e questo è importante, perché io tornerò proprio su questi due passaggi, il primo: non vi è nessun rapporto di continuità tra fenomeni di tossicità quale Raynaud e acrosteolisi, e fenomeni di tossicità neoplastica o pre neoplastica. Il secondo sarà che, disvelata questa impossibilità e quindi disvelato anche un rapporto da genere a specie, a poter soddisfare almeno quel requisito minimo che è dato dalla rappresentabilità di un evento come almeno appartenente al tipo di quello poi effettivamente verificatosi, il tentativo non può che rimanere quello che è stato operato in diritto, ossia quello di cercare di avvalorare delle regole pretese a titolo di colpa specifica, cercando così di eliminare il dovere di accertamento del requisito della prevedibilità come se la violazione di un addebito preteso a titolo di colpa specifica potesse eliminare l’accertamento del requisito della prevedibilità e quindi della prevenibilità anche in quelle ipotesi in cui la regola cautelare insita nel precetto assunto violato è diversa da quella prevista dal precetto per l’appunto assunto violato. Dice la pubblica Accusa: "Più volte nella motivazione della sentenza il Tribunale manifesta la sua convinzione che la responsabilità delle morti dovute all’esposizione al CVM non possa essere affermata per gli imputati che non conoscevano gli effetti cancerogeni della sostanza oppure, per meglio dire, che possa essere conosciuta solo quando si provi che essi avevano la possibilità di conoscere il rischio. Il Tribunale mostra di adagiarsi sulla teoria secondo cui l’essenza della colpa non sta solo nel non volere l’evento che si genera per effetto di imprudenza, negligenza, imprudenza o violazione di norme, ma anche nel fatto che l’evento non voluto fosse prevedibile". Una teoria o l’espressa previsione dell’articolo 43 del Codice Penale? Ebbene, ad avviso del Pubblico Ministero "Siffatta impostazione sarebbe frutto di un’evidente confusione, che porta il Giudice a disquisire lungamente su queste date in cui la comunità scientifica e produttiva poteva essere in grado di ritenere con ragionevole certezza che l’esposizione al CVM poteva provocare il cancro. Tutto questo influisce sì, ma in misura limitata sull’accertamento della colpa, e perché limitata? Perché nel caso in esame ciò che ha provocato i tumori è una colpa specifica, consistente nella violazione degli articoli 20 e 21 del D.P.R. del ‘56. Eccolo il trucco, questa forma di contrabbando giuridico delle contestazioni, una pena di dieci anni per la pretesa violazione degli articoli 20 e 21 del D.P.R. del ‘55. È pacifico – si scrive – che la sostanza che si usava nella produzione del Petrolchimico rientrasse tra quelle di cui le norme intendevano impedire diffusione sul luogo di lavoro. Da molti lustri infatti era ed è nota questa nocività del CMV – si dice – la norma prendeva in esame la sua tossicità e non i suoi possibili effetti cancerogeni. Questo non significa nulla, dice la pubblica Accusa. "Forse che la diffusione di tale sostanza diventava lecita per il fatto che il legislatore non avesse all’inizio previsto effetti cancerogeni? Certo, nel 1956 non si pensava che tali effetti fossero possibili". E qui dovrebbe finire tutto, dopo un’affermazione come questa "Certo, nel 1956 non si pensava che tali effetti, quelli cancerogeni, fossero possibili", qui dovrebbe finire tutto. Ma se questo processo si fosse svolto negli Anni Sessanta o Settanta la pubblica Accusa quale accusa avrebbe mai potuto formulare, che imputazione? Nessuna, ovviamente nessuna, e proprio per questo stesso dato, per questa stessa affermazione. Invece si va avanti. La Corte d’Appello già ricorderà che, secondo la pubblica Accusa, qui ci troveremmo proprio al dovere di applicazione di quel broccardo qui in reli cita versatur eccetera, tutte affermazioni che in verità sconcertano ma è così, si arriva addirittura a soggiungere che "Non è importante sapere se al tempo dell’esposizione fosse ipotizzabile come conseguenza di esse solo qualche allergia o qualche problema alla pelle o anche tumori del fegato e del polmone; è importante sapere se non solo gli effetti dannosi prevedibili, ma tutti gli effetti dannosi sarebbero stati scongiurati nel caso in cui la normativa prevenzionale fosse stata rispettata". Però nuovamente, con queste dizioni di tipo generico, di fatto effettivamente non si dice quali effetti dannosi, quale norma prevenzionale, e prevenzionale di che cosa, e questo non si dice perché non si può dire. E allora si richiama alla certezza del diritto penale, si dice che non sarebbero certe situazioni effettivo frutto di responsabilità oggettiva, non ve le sto ora a rileggere tutte. Ma nella realtà e di fatto si finisce soltanto a riaffermare sempre due tentativi: il primo, su cui ora vado direttamente, quello di tipo scientifico, il preteso rapporto di correlazione e di continuità tra i concetti di tossicità e cancerogenicità; il secondo, disvelato che non vi è nessun rapporto di continuità, la pretesa di potere accreditare degli addebiti di colpa specifica a nuovamente aggirare la necessità di accertare i requisiti della prevedibilità e della prevenibilità della colpa, come se tra nesso di causalità in senso oggettivo e nesso di causalità che deve presiedere alla tematica della colpa potesse esservi qualunque differenza sul piano ontologico e oggettivo. Questa differenza non c’è, la colpa risponde alla seconda domanda: quale condotta avrebbe potuto evitare l’evento verificatosi? La prima domanda, quella della causalità: quale evento l’ha determinata? La sola differenza è che, rispetto alla seconda delle domande, ci troviamo nella prospettiva di un giudizio da formulare ex ante al momento in cui la condotta è stata posta in essere. Il tentativo di traslare sul piano della colpa il difetto di quello della causalità oggettiva non può perciò avere successo. Veniamo allora a comprendere perché i due concetti scientifici di cancerogenicità e di tossicità sono profondamente diversi e non possono essere omogeneizzati, come appunto in prima battuta, perché ho cercato di porre in evidenza anche le contraddizioni, ha cercato di fare la pubblica Accusa. Facciamo quindi quello che non è stato fatto, entriamo nel dettaglio della loro genesi e delle loro caratteristiche patologiche, e facciamolo anche una volta di più seguendo l’evoluzione delle conoscenze. Le definizioni di tossicità e cancerogenicità identificano processi patologici di natura diversa per loro definizione, che si sviluppano con meccanismi diversi, differenza di meccanismi e concetto – ora lo vedremo – di esclusione uno rispetto all’altro. Il termine "tossicità" identifica infatti una qualsiasi forma di patologia cellulare dell’organo dell’organismo causata in toto da sostanze chimiche, ma anche da molecole prodotte nel corso dei processi patologici causati da sostanze di origine non chimica, per esempio la tossicità di alcuni pesticidi organofosforici – sono delle sostanze chimiche – si manifesta con una neuropatia periferica, cioè con un danno del nervo periferico che causa una paralisi reversibile; d’altra parte anche sostanze tossiche naturali, come per esempio la tossina tetanica o botulinica, possono causare forme diverse di paralisi, lo stesso effetto. Il medesimo effetto può essere provocato da una sostanza tossica chimica o identicamente da una sostanza tossica naturale. Il concetto di tossicità, questo è il primo degli elementi fondamentali, non è cioè legato al tipo di patologia né alla natura della sostanza che causa la patologia stessa; è un concetto generico. Sostanze presenti in natura possono avere effetti tossici così come effetti tossici possono avere i contaminanti chimici. Il termine "tossicità" indica dunque solo in maniera generale gli effetti indesiderati, che possono derivare dalle interazioni con sostanze chimiche o non chimiche e di sistemi biologici che pure possono essere assai complessi, come è quello dell’uomo, o anche molto più semplici, si pensi a quello di un insetto. Il termine "tossicità" ricomprende dunque nella sua assoluta genericità sia gli effetti che si possono verificare e manifestare oppure non manifestare a carico dei costituenti cellulari più semplici, come per esempio il DNA, le proteine, i lipidi, sia a carico di organi o tessuti che sono i soli rispetto ai quali diviene possibile una osservazione a livello clinico, è un concetto generico. Un termine generale, solo perché generico rispetto al suo effettivo contenuto, perché comprende ogni, dico ogni forma di potenziale patologia. D’altra parte – e veniamo al secondo dei concetti – la tossicità non è neppure una proprietà di alcune sostanze, non è cioè caratteristica esclusiva di alcune sostanze soltanto. Quanto qualifica una sostanza come tossica non è una sua proprietà specifica, ma la conseguenza di una esposizione ad una dose. In altri termini, la tossicità è tale non per la proprietà di una sostanza, ma in ragione dell’esposizione ad una sostanza, a qualsiasi sostanza. Tutto ciò che interagisce con sistemi biologici può essere potenzialmente tossico, l’evento dipende dai livelli di esposizione e dal meccanismo d’azione di una sostanza qualsiasi; dai livelli di esposizione e dal meccanismo d’azione di una qualsiasi sostanza. È già stato ricordato che anche l’acqua può essere tossica, ricorderete i racconti di Salgari, una delle torture inferte era l’imbuto e litri d’acqua in poche frazioni di tempo: il livello di esposizione, il meccanismo. Il termine "cancro" definisce invece, a differenza della tossicità, una serie probabilmente eterogenea di patologie caratterizzate da una disfunzione dei sistemi che regolano la divisione e la proliferazione cellulare. Nel cancro si osserva invariabilmente una crescita cellulare incontrollata e una invasione dei tessuti circostanti o una colonizzazione dei tessuti distanti da quelli di origine del tumore primario. Il termine "cancro" riferito all’insorgenza di neoplasia nell’uomo riassume una serie di patologie eterogenee, perché l’insorgenza di una qualsiasi neoplasia, per esempio del fegato, è nella maggior parte dei casi dovuta a meccanismi e cause diverse da quelle che determinano l’insorgenza di neoplasie di altri e diversi organi, come per esempio il cervello o i polmoni. Al contrario dell’uomo, i roditori, che sono, come vi è noto, usati classicamente nella sperimentazione animale, sono più suscettibili alla insorgenza di neoplasia. Pertanto condizioni che favoriscono la tumorigenesi nei roditori possono promuovere l’insorgenza di tumori in organi diversi; una cancerogenesi che colpisca organi diversi è invece molto rara nell’uomo e avviene solo ed esclusivamente in alcune condizioni geneticamente determinate. Queste condizioni sono appunto molto rare. Nell’uomo la maggior parte delle forme tumorali non è dovuta a eventi singoli, cioè ad esposizione a un singolo composto o ad una singola causa scatenante, ma a cause molteplici, tra le quali una predisposizione genetica e la tendenza naturale delle cellule ad accumulare errori nei sistemi che regolano la divisione cellulare durante l’invecchiamento. Questa è una delle principali caratteristiche: invecchiando tutte quelle alterazioni che in questo momento stanno avvenendo dentro il mio organismo, dentro l’organismo di ciascuno di noi, cessano di seguire un meccanismo normale, quello che solo oggi si è capito è che il problema non sono queste alterazioni ma che ad un certo punto il loro meccanico, i cromosomi – non entro poi qua nel merito ma lo dico come l’ho capita io -, in sostanza è il loro meccanico, il meccanico di queste alterazioni che non sa più funzionare, non le sa più rimettere a posto, la rottura del meccanico provoca la formula tumorale. Un esempio di assai immediata percettibilità del fatto che forme tumorali non siano dovute ad eventi singoli ma a cause molteplici, tra le quali una predisposizione genetica, una tendenza naturale delle cellule ad accumulare questo tipo di errori, è data dall’insorgenza delle neoplasie costituite dall’esposizione alla radiazione solare che causa il melanoma. I soggetti più a rischio sono quelli in cui il bersaglio genetico limita le difese endogene contro le radiazioni ultraviolette. Le popolazioni nordiche, che hanno un bagaglio genetico che le rende più sensibili all’insulto delle radiazioni solari, ossia i raggi UV, sono per esempio più sensibili alle esposizioni che le popolazioni mediterranee. D’altra parte non tutti gli individui della stessa popolazione esposti alla stessa esposizione di radiazione solare contrarranno il melanoma. Vi sono infatti fattori aggiuntivi individuali che sono elementi essenziali nella determinazione o meno dell’insorgenza del cancro. Rispetto al cancro, dunque, la prima fondamentale conclusione è che le definizioni di tossicità e cancerogenicità indicano dei fenomeni biologicamente e clinicamente diversi che, seppure possono essere entrambi causate da sostanze chimiche, hanno una genesi diversa. L’uno non prelude necessariamente all’altro. L’insorgenza di un qualsivoglia fenomeno tossico non consente affatto di potere prevedere che le condizioni che hanno causato il fenomeno tossico possano essere le stesse capaci di causare una neoplasia. Esistono numerosi esempi di sostanze che hanno effetti tossici ma non cancerogeni; l’esempio più eclatante è proprio quello dei farmaci antineoplastici, un gruppo eterogeneo di sostanze che in comune hanno proprio la capacità di eliminare cellule che si dividono, questo è poi il cancro, la cellula si rompe e se ne va dappertutto, in modo incontrollato, incapace di rimanere nella propria sede. Una specie di esplosione: libera tutto quello che ha in sé. La base teorica delle terapie antineoplastiche è quella di uccidere o di inibire la crescita delle cellule che hanno acquisito proprietà neoplastiche e cioè che hanno perso la capacità di controllare la loro divisione in cellule figlie. Come ricordato poco anzi, infatti, il cancro è il risultato di una perdita di controllo di questa divisione cellulare, cellule che si sono trasformate in cellule cancerogene si dividono continuamente creando una crescita che diviene anormale. I farmaci antineoplastici esercitano un loro effetto tossico uccidendo prevalentemente cellule che vanno incontro a divisioni cellulari frequenti; i farmaci antineoplastici, naturalmente, non causano neoplasie, per la loro capacità intrinseca di eliminare cellule che si dividono. Questo che cosa indica? Indica come a volte forme di tossicità, come la morte cellulare causata da queste sostanze usate nella terapia, siano addirittura antitetiche con il cancro, una è la negazione dell’altra. Ma si pensi solo alla chemioterapia; la chemioterapia è un uso massiccio di forme di tossicità per prevenire e cercare di sconfiggere proprio fenomeni di tipo cancerogeno. Un altro esempio della non assimilabilità dei concetti di cancerogenicità e tossicità è quello del paracetamolo. Il paracetamolo è un farmaco che è comunemente usato nella terapia sintomatico dell’influenza o del comune raffreddore, nel range di concentrazioni terapeutiche non ha alcun effetto tossico ma a dosi più alte è tossico per il fegato, causando morte nelle cellule epatiche e necrosi epatica. Pure avendo effetti tossici ben caratterizzati a livello epatico, il paracetamolo non favorisce l’insorgenza dei tumori del fegato o di qualsivoglia altra forma neoplastica. La seconda conclusione è dunque che vi sono composti chimici che hanno effetti tossici, ma non necessariamente anche effetti neoplastici. Se la cancerogenicità fosse davvero una sottospecie della tossicità nel senso indicato dalla pubblica Accusa, avremmo dovuto essere in grado, a partire dai dati di tossicità di un determinato composto, di poterne prevedere la possibile cancerogenicità per via sperimentale; è proprio l’impossibile pretesa della pubblica Accusa, affermare che cosa? Che la conoscenza di fenomeni tossici di natura non neoplastica di un composto potrebbero consentire per ciò stesso la conoscenza di una valenza di cancerogenicità dello stesso composto. In realtà la possibilità scientifica di conoscere l’insorgenza di un tumore, quindi di prevederlo, è limitata da fattori diversi. Il primo è la inadeguatezza dei modelli sperimentali che sono tutt’oggi a disposizione. Il secondo, la perdurante assenza di una teoria dimostrata e fermamente accettata sull’origine dei tumori. La conoscenza dei criteri a corollario su cui pure la pubblica Accusa ha cercato di fondare le sue tesi in ordine ai meccanismi di cancerogenesi sono superati ormai dalle attuali conoscenze scientifiche, che rendono già perfettamente inadeguato il concetto di cancerogenesi, su cui pure si fonda la tesi della pubblica Accusa. Quello che ora più mi preme porre in evidenza è questo, in costanza di questa perdurante inadeguatezza e attesa di conoscenze, ancora oggi utilizziamo dei modelli, da una parte dei modelli teorici e dall’altra dei modelli di sperimentazione animale che pure ancora e a tutt’oggi restano inadeguati. I modelli animali sono a volte riduttivi, i roditori per esempio sono altamente suscettibili all’insorgenza di neoplasie, pertanto, quando questi modelli vengono utilizzati per valutare la cancerogenicità di farmaci o di composti chimici inquinanti o di contaminanti dei cibi, producono un numero molto alto di quelli che vengono chiamati falsi positivi, cioè di composti che probabilmente non avrebbero un effetto cancerogeno sull’uomo ma che pure risultano positivi a questi test. A volte, invece, i modelli animali non riescono a predire tutti i possibili effetti avversi di una determinata sostanza e possono quindi dare origine ai cosiddetti falsi negativi. Nel caso dei farmaci, quando si hanno dei falsi negativi questo è ovviamente molto pericoloso perché la sperimentazione non permette di determinazione adeguatamente tutti i potenziali rischi dell’assunzione dei farmaci in questione. I falsi negativi sono dovuti ancora una volta alle differenze tra la fisiologia dei modelli animali e quella dell’uomo. Reazioni diverse, tossiche o proneoplastiche nell’uomo, differiscono spesso da quelli che sono riferibili dalle esposizioni alle stesse sostanze in modelli animali. Un esempio dei possibili falsi negativi è nuovamente evincibile da alcuni farmaci, come sono le statine, che sono dei farmaci utilizzati nella terapia della ipercolesterolomia, e sono largamente assunti da una larga parte della popolazione. Le proprietà tossico proneoplatiche delle statine sono naturalmente testate sia nell’uomo che in modelli animali prima di essere immesse sul mercato. I test di cancerogenesi sono stati ovviamente negativi e pertanto le statine sono utilizzate nella terapia preventiva delle malattie cardiovascolari. La bassa tossicità acuta e cronica, come la mancanza di effetti proneoplastici nei modelli animali, dovrebbero suggerire, per lo meno teoricamente, l’esclusione di qualsiasi effetti negativo nell’uomo. Studi recenti hanno invece dimostrato un’incidenza maggiore di neoplasia in soggetti anziani che hanno assunto statine per un lungo periodo. Questo dimostra che, anche con le tecnologie moderne, con le tecnologie di studio di oggi, non siamo in grado di prevedere in molti casi l’aumento di rischio per il cancro; in molti casi anche gli effetti tossici sono imprevedibili. Una sottospecie della famiglia delle statine, la ceribastatina e i suoi derivati, in alcune rare circostanze causano per esempio la rabdomiliosi, ossia una malattia caratterizzata dalla rapida perdita di massa muscolare e morte dell’individuo. Questo esempio rende manifesto come il progresso scientifico in atto dagli Anni Sessanta fino ad oggi non consenta tuttora la possibilità di conoscenza e tanto meno la possibilità di previsioni sicure. Le conoscenze all’epoca degli Anni Sessanta e Settanta ancora meno erano capaci di consentire conoscenze e dunque di potere effettuare previsioni di alcun tipo. Le avvisaglie di effetti neoplastici nell’uomo potevano solo scaturire da osservazioni di neoplasie nell’uomo, dunque si riconferma la conclusione che i concetti di tossicità e cancerogenicità non sono necessariamente sovrapponibili, né tanto meno sono riconoscibili appartenere ad una medesima specie di processi biologici. Non vi è alcuna possibilità di riconoscere una qualsivoglia linea di continuità tra il concetto di tossicità e quello di cancro. La tossicità, come abbiamo detto prima, è un concetto solo generico, che solo per ciò incorpora un ampio spettro di fenomeni patologici, quale di contenuto appunto totalmente generico. La cancerogenicità è un processo biologico complesso ma ben distinto da fenomeni patologici di altro tipo, e infatti nella maggior parte dei casi non è causato da sostanze tossiche ma da processi spontanei di trasformazione delle proprietà fondamentali che regolano la divisione cellulare nell’uomo. Un esempio di possibili cause molteplici di trasformazione cellulare è la maggiore sensibilità di cellule di qualsiasi organo ad aumentare la loro capacità proliferativa come conseguenza di stress prolungati o di alterazione dei ritmi normali di veglia e di sonno; studi più recenti hanno per esempio indicato che i tumori si sviluppano molto più rapidamente in animali che sono stati privati dei loro ritmi naturali di veglia e di sonno. Questo per dimostrare che anche le condizioni quali lo stile di vita e lo stress, che certamente non sono annoverati tra i fenomeni di tossicità, possono pure contribuire significativamente allo sviluppo delle neoplasie. E veniamo all’altro punto fondamentale, ad discutere definitivamente qualsivoglia possibilità di pretesa di riconoscere linee di continuità tra un fenomeno e l’altro fenomeno, veniamo cioè ai meccanismi tra un fenomeno e l’altro fenomeno, veniamo cioè ai meccanismi con cui le neoplasie si sviluppano e che sono spesso addirittura antitetici a quelli che causano fenomeni tossici di altro tipo. I meccanismi che favoriscono una aumentata divisione cellulare, ossia il fenomeno legato proprio all’insorgenza di neoplasia sono diversi da quelli che possono causare altre forme di tossicità cellulare e nella maggior parte dei casi questi ultimi sono in antitesi con i processi che determinano la cancerogenesi È ovvio che la morte di una cellula in via di trasformazione neoplastica ne previene la proliferazione e l’espansione. E che pertanto un qualsiasi fenomeno tossico che limiti le capacità di sopravvivenza di una cellula previene la proliferazione di cellule che potrebbero dare origine ad una neoplasia. Lo sviluppo delle conoscenze sui tumori ha permesso di stabilire che, in aggiunta ad una aumentata capacità proliferativa cellulare, occorre pure che i processi di morte e differenziazione cellulare siano inibiti; una qualsivoglia sostanza tossica può in principio stimolare la proliferazione alla divisione cellulare, a determinate dosi di esposizione, ma può inibire la divisione cellulare e causare la morte della cellula a dosi crescenti di esposizione. In questo caso ridurre le dosi di esposizione previene il fenomeno della morte cellulare ma non esclude, anzi favorisce l’effetto osservato a dosi più basse, che invece stimolano la divisione cellulare e quindi un fenomeno pre-neoplastico. Le considerazioni sui temi generali che sottendono alla cancerogenesi e alla tossicità ricordate, dicevo, scaturiscono da conoscenze attuali. Negli Anni Quaranta–Settanta la cancerogenesi sperimentale non aveva il supporto delle nozioni molecolari, che si sono sviluppate solo successivamente. Ricordiamo che la struttura del DNA venne risolta all’inizio degli Anni Cinquanta e che l’idea di un processo cancerogeno multistadio venne inizialmente proposta nel ‘61, ma effettivamente esplorata solo nella seconda metà degli Anni Settanta. La comprensione che le mutazioni essenziali per l’insorgenza dei tumori sono quelle dei geni oncogeni, quelli cioè che promuovono la proliferazione cellulare e oncosoppressori, ossia quelli che bloccano la crescita cellulare favorendone spesso la morte, è avvenuta addirittura negli Anni Ottanta e Novanta. La pretesa affermazione di sussistenza di un qualsiasi nesso logico prima ancora che scientifico tra le prime osservazioni di fenomeni di tossicità quali la sindrome di Raynaud e la acrosteolisi, della seconda metà degli Anni Sessanta, e la manifestazione solo successiva di fenomeni neoplastici come l’angiosarcoma, non possono trovare fondamento logico prima ancora che scientifico. La mancanza di un nesso scientifico tra il Raynaud, la acrosteolisi e l’angiosarcoma epatico è il risultato determinato dalla stessa mancanza di un nesso logico tra forme di qualsivoglia tossicità e cancerogenicità. Alla luce delle conoscenze attuali, inoltre, non esiste un meccanismo che permetta solo anche in via teorica di accostare questi fenomeni. I meccanismi scatenanti il fenomeno di Raynaud o che causano la acrosteolisi e che furono osservati per la prima volta nella seconda metà degli Anni Sessanta non avevano e tutt’ora non hanno una possibilità di attribuzione eziopatogenetica sicura. Nella seconda metà degli Anni Sessanta non vi erano studi che esaminassero il rapporto eziologico tra queste e l’esposizione a CVM, come riconosciuto dallo stesso Tribunale in primo grado, come reillustrato questa mattina. Altri fattori causali potevano essere accreditati, posto che le sindromi erano state osservate non genericamente in soggetti esposti a CVM, ma prevalentemente in soggetti oggetto di una mansione ben precisa, la pulizia manuale delle autoclavi, mentre in lavoratori pure esposti a CVM ad alte dosi, ma non addetti alla polimerizzazione del CVM e alla pulizia delle autoclavi, la patologia non si presentava. Non solo; la patologia è stata osservata anche in soggetti esposti a prodotti chimici diversi dal CVM, vi era e vi è la possibilità che anche altri prodotti chimici presenti nella polimerizzazione potessero essere causa della malattia, ma vi è anche la possibilità che sostanze neppure presenti nella polimerizzazione possano provocare la malattia. La acrosteolisi è poi patologia molto rara, aneddotica. I meccanismi dell’azione che portava alla genesi di patologie in lavoratori non erano e non sono noti. Non in tutti gli addetti alla polimerizzazione del CVM e alla pulizia delle autoclavi sono stati osservati fenomeni di acrosteolisi e Raynaud, ma solo in una parte di essi, e per una parte percentualmente poco significativa, dell’ordine del 6%, e questo è il dato più rilevante di tutti, perché se fosse stata osservata in tutti, ma neppure in tutti, in una parte percentualmente modesta e poco significativa. L’importanza del fattore soggettivo individuale l’ho già ricordata, il fatto che le conoscenze scientifiche e mediche su questi fenomeni erano e sono ancora tutt’ora limitate. Non vi era e non vi è una legge scientifica di copertura che consente di identificare la causa di tali manifestazioni, e qui vorrei soggiungere che forse il solo punto di incoerenza della decisione del Tribunale in primo grado è stata proprio la dichiarazione di prescrizione. Dico incoerenza perché il Tribunale riconosce che non vi era una legge scientifica di copertura; riconosce anche l’importanza, invece, della sussistenza della legge scientifica di copertura anche e solo a poter giudicare e accertare della concausalità; indica dei precisi criteri di accertamento, che sono quelli che poi ripercorreremo; e quindi poi è in contraddizione con se stessa, in assenza della riconosciuta importanza della conoscenza di una legge scientifica di copertura e della riconosciuta insussistenza rispetto a questi fenomeni, nel concludere per la prescrizione e non invece per una formula assolutoria diversa e più completa. Ancora nel 1983 l’eziologia di acrosteolisi e Raynaud era definita non chiara; lo studio – non so se lo so pronunciare correttamente -, è (Dostuè) e collaboratori del 1983, e nel 1986 ancora venne pubblicata una revisione della letteratura sulla acrosteolisi e le sue cause nella quale gli autori, (Camp) ed altri, 1986, segnalarono l’interessamento di una proporzione compresa tra l’1,7% e il 3% degli addetti alla pulizia manuale delle autoclavi, senza riuscire ad identificare con certezza la causa della malattia, seconda metà degli Anni Ottanta; poi non ci sono stati più casi osservati o almeno non risultano altri studi. Il fenomeno di Raynaud è caratterizzato da fenomeni episodici di ischemia delle estremità, con pallori e cianosi delle dita, che si manifestano con esposizione al freddo e scompaiono dopo il riscaldamento delle estremità. Questo fenomeno può anche avvenire in conseguenza stress emotivi ed è stato attribuito a cause diverse, come un eccessivo stimolo vasocostrittore o le vibrazioni eccessive, per esempio in lavoratori che usano il martello pneumatico. Il fatto che la patologia sia stata osservata prevalentemente in addetti alla polimerizzazione del CVM, ma non in altre attività anche comportanti livelli di esposizione elevati, suggerisce che vi sia un fattore di rischio che agisce in modo particolare in questa specifica mansione. È interessante notare come il fenomeno di Raynaud si osserva di frequente in pazienti trattati con farmaci antineoplastici, come la (Bleomicina), la (Bimblastina) e il (Cisplatino), quindi sicuramente in pazienti trattati con sostanze che possono eliminare il cancro piuttosto che produrlo. Il punto è, dunque, che non esiste neppure la possibilità di potere pensare ad un possibile nesso causale tra la patologia del fenomeno di Raynaud e qualsivoglia forma di neoplasia. Quanto alla sindrome definita come acrosteolisi, la stessa è un fenomeno anch’esso di causa sconosciuta, che produce erosioni ossee accompagnate da fenomeni ulcerativi alle estremità inferiori. Le cause che conducono all’insorgenza di questa sindrome sono sconosciute al pari di quelle che causano il fenomeno di Raynaud. Questa sindrome – com’è già stato discusso – comincia a essere osservata e a manifestarsi nella metà degli Anni Sessanta in lavoratori del cloruro di vinile, ed è il primo caso di una forma di patologia per lo meno associata al cloruro di vinile. Durante quel decennio, ma addirittura successivamente, la acrosteolisi viene attribuita a fattori diversi, come per esempio l’esposizione a solventi. Ancora nel 1975 un articolo in lingua tedesca, non so citare gli autori nel senso di una pronuncia corretta, ne do la traduzione inglese del titolo, "Acrosteolisi, acrosteopatia ulcero mutilans in worker esposited to vapor’s of syntesi’s", sono autori diversi, poi posso ovviamente fornire alla Corte le indicazioni precise, non so pronunciare correttamente il nome degli autori, siamo nel ’75, riporta il caso di un lavoratore esposto a vapori diversi dal CVM durante la fabbricazione di plastiche, un soggetto quindi che non ha mai lavorato con il CVM. Poiché questa era la circostanza, eppure, essendosi stata riscontrata la acrosteolisi, la attribuzione eziologicamente ad esposizione vapori di solventi determinava gli autori a concludere che, visto che l’esposizione a CVM era in questo caso assente, dovevano essere altri i fattori che l’avevano determinata. Anche per la acrosteolisi – questo è il punto – non esiste un nesso scientifico plausibile o immaginabile tra i meccanismi di insorgenza della acrosteolisi e le neoplasie osservate solo successivamente. In mancanza di qualsivoglia nesso logico tra queste sindromi – Raynaud, acrosteolisi e patologia, cancro – e in mancanza di una dimostrazione che acrosteolisi e Raynaud fossero dovute al CVM o esclusivamente al CVM piuttosto che a fattori legati alla lavorazione del CVM, qualsiasi relazione tra i fenomeni tossici e la sua cancerogenesi resta perfino inimmaginabile e si riconferma come tale. I meccanismi ed i bersagli sono diversi: nel Raynaud il meccanismo è l’angiospasmo senza alcuna proliferazione cellulare; nell’angiosarcoma pare essere la genotossicità, con conseguente incontrollata proliferazione e trasformazione neoplastica; nel Raynaud il bersaglio principale è il sistema nervoso periferico degli arti superiori, nell’angiosarcoma è l’endotelioepatico. Insomma in conclusione una qualsiasi sostanza può causare effetti tossici di natura diversa, ma non necessariamente tutto lo spettro dei possibili effetti tossici. Posto che le interazioni con i sistemi biologici sono specifiche per ogni sostanza e per i suoi bersagli, è chiaro che non è possibile prevedere l’intero spettro di tossicità di una sostanza in forza soltanto dell’acquisita conoscenza, quando davvero acquisita, di un particolare effetto tossico. E si ricordi che gli effetti che venivano considerati dalla tossicologia fino agli Anni Settanta erano effetti macroscopici, cioè clinicamente valutabili. Non esistevano, come è già stato detto, criteri di rischio (inc.) e neanche le conoscenze dei meccanismi molecolari che causano il cancro o forme diverse di tossicità. Molti degli effetti che si manifestano in tempi lunghi dell’uomo non sono ancora ad esso conosciuti e qui prevedibili. La scienza non è in grado di utilizzare in maniera efficace gli studi molecolari per la predizione del rischio e non esiste un modello universale per predire che l’interazione di una sostanza con sistemi biologici possa automaticamente produrre un certo numero di eventi biologici. È tutt’ora difficile attribuire all’esposizione al CVM anche gli stessi fenomeni di acrosteolisi e Raynaud appunto riscontrati in lavoratori esposti a miscele diverse di composti, di cui il CVM era solo un componente o che potevano essere determinati da traumatismi legati alle particolari mansioni espletate. Occorre sottolineare che all’epoca dei fatti le tossicità da miscele non erano ancora state studiate a fondo e la tossicità era considerata, del CVM, bassa, modesta. I dati disponibili per i fenomeni di Raynaud e di acrosteolisi non erano sufficienti a potere riconoscere una attribuzione eziologica, né tanto meno per poter anche solo consentire di immaginare la possibilità di un effetto neoplastico del CVM per l’uomo. Coerentemente, dunque, il Tribunale ha concluso che per tutte le suddette considerazioni non può ravvisarsi alcuna forma di continuità o di correlazione tra le predette patologie, Raynaud e acrosteolisi, e quelle tumorali od epatiche, assolutamente distinte quanto a tipologia e formazione, e quindi integranti un tipo di evento diverso e non prevedibile, le quali sono state oggetto di acquisizioni scientifiche sufficienti soltanto a patire dall’anno 1974, come evidenziato da tutte le organizzazioni internazionali che si occupavano della sostanza in esame. Il Tribunale non ha dunque dimenticato il periodo precedente agli anni ’73 e ’74, questa era la pretesa contraddizione indicata; l’ha avuto anzi perfettamente presente per quello che in quegli anni era avvenuto e conosciuto. Non c’è nessuna contraddizione, come pretenderebbe l’Accusa, ai fini di una affermazione di penale responsabilità per l’articolo 437 quanto agli imputati per cui è stata dichiarata la prescrizione del reato di lesioni per fenomeni di Raynaud. I fenomeni neurovascolari del Raynaud e quelli osseo-ulcerativi dell’acrosteolisi non hanno nessuna comunanza, nessuna continuità con quelli proliferativi che conducono ad un qualsiasi effetto neoplastico; non vi è sotto il profilo oggettivo, non era neppure immaginabile sotto un profilo soggettivo. Del resto diventa perfino irrilevante un tema fondamentale come questo, è lo stesso Tribunale che ricorda anche che tutte le patologie anzidette integranti eventi di tipo diverso trovano origine nelle elevatissime esposizioni degli Anni Cinquanta e Sessanta, le quali rimangono al di fuori della contestazione del Pubblico Ministero. È sempre questo il problema, per quello mi sono un po’ dilungato all’inizio, perché è il solito tentativo – come in primo grado, in secondo grado – di traslare il problema del nesso causale oggettivo sotto quello della colpa. In carenza di ipotesi eziopatologiche avvalorate o avvalorabili non ben definite, nessun intervento poteva essere programmato e realizzato a quell’epoca; a quell’epoca erano conosciuti e prevedibili solo gli effetti acuti, cioè causati da una singola esposizione a dosi molto elevato. In quegli anni, quelli del D.P.R. ’55 e ’56 e quelli a seguire, tutti gli Anni Sessanta – ci sto per arrivare – prevenire gli effetti acuti voleva in sostanza dire evitare che potessero essere raggiunte concentrazioni dell’ordine di 30.000-40.000 ppm per quanto concerne l’esplosività, e esposizione a 3.000-4.000 ppm per l’effetto narcotico. Le misure preventivo erano quindi indirizzate a prevenire effetti acuti; gli effetti cronici o a lungo termine, cioè quelli conseguenti ad una esposizione prolungata ad una concentrazione più bassa di quella capace di causare l’effetto acuto, non erano noti, tanto meno lo erano rispetto a valori quali 500 ppm, comunque di circa dieci volte più bassi di quelli capaci di causare manifestazioni acute. Non ha senso logico allora, dicevo prima, prima ancora che giuridico, la pretesa retrospettiva di potere attribuire con il senso dell’oggi ad un unico singolo lavoro idoneità a modificare strategie di igiene del lavoro e a fondare nuove regole cautelari. Richiamerò tra breve, nel successivo sviluppo della mia discussione, quante volte dalla comunità scientifica internazionale è stato richiamato il lavoro di Viola, quello del 1971, a cui la Pubblica Accusa riconosce maggiore importanza, negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione e fino allo scoppio di Goodrich. Ora vorrei utilizzare e richiamare un esempio che è quanto mai significativo, a voler significare la insensatezza, mi permetto di definirla tale, e la infondatezza di una pretesa di questo tipo, mi riferisco ad un lavoro che è già stato discusso, e che ovviamente non discuterò per quello che è già stato discusso, ma per il tipo di conseguenze che rende immediatamente manifeste: è il lavoro di Marsteller ed altri, che era stato da loro pubblicato nel 1973 in ordine agli effetti sul fegato, riportando i risultati di una indagine clinica e strumentale su un gruppo di lavoratori esposti a CVM e concludendo che l’esposizione causava fibrosi epatica. È un lavoro appunto già illustrato e discusso, ma vado dritto all’aspetto che mi interessa: in quel lavoro infatti il CVM veniva riconosciuto come epatotossico, ma espressamente ponendosi in evidenza che la sua tossicità non si esprimeva in modo analogo a quanto avviene per altri idrocarburi alifatici alogenati, quali per esempio il cloroformio; non vi è infatti movimento di enzimi sierici di funzionalità epatica indicativi di rottura delle cellule epatiche - la acitolisi -, ma evoluzione silente verso la fibrosi epatica. Il quadro è stato poi approfondito negli anni successivi, è descritto anche in un capitolo dell’enciclopedia preparata dall’Ufficio Internazionale del Lavoro, l’edizione del 1998, vi è conferma che l’esposizione al CVM nel processo di polimerizzazione è stata associata allo sviluppo di fibrosi epatica di tipo non cirrotico insieme a splenomegalia ed ipertensione da fibrosi epatica nei lavoratori può essere occulta. La funzionalità epatica può essere normale e i classici test di funzionalità epatica possono non mostrare alcuna anomalia. Questo significa non solo qualcosa che la Pubblica Accusa si rifiuta di osservare, e cioè che i classici test di funzionalità epatica non sono in alcun modo predittivi dello sviluppo della malattia epatica da CVM, ma anche e soprattutto la infondatezza di tale convinzione e quindi che l’unica possibile prevenzione è ambientale. La prevenzione medica può essere genericamente indirizzata alla valutazione dello stato salute dei lavoratori, ma può essere eseguita, se necessario, una ecografia dell’addome superiore adeguata ad evidenziare una possibile fibrosi portale, periportale, una ipertensione portale, ma i classici test ematochimici sono privi di predittività. È quanto è stato drammaticamente evidenziato dal caso di Faggian Tullio, che era parte lesa in questo processo. È stato sottoposto a visita dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero nel giugno del 1999, senza evidenza di alcuna novità significativa rispetto a quanto fino a quel momento noto, ma deceduto pochi mesi dopo per un angiosarcoma epatico. Questa è una drammatica conferma dell’insidiosità con cui insorgono, evolvono e divengono clinicamente evidenti malattie quali la fibrosi epatica e l’angiosarcoma, al punto che nulla di particolarmente grave è stato evidenziato alla visita anche pochi mesi, quattro, prima del decesso, e non certo per colpa o omissione dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero. Insomma per un lungo periodo il CVM è stato inquadrato genericamente nel gruppo dei derivati alogenati degli idrocarburi alifatici, e in quanto tale è sospettato di una possibile epatotossicità che, in assenza di dati specifici, è stata ipotizzata simile a quella di altri composti del gruppo, cioè capace di causare acitolisi. Per questo motivo per un lungo periodo i medici del lavoro hanno misurato la concentrazione di enzimi sierici di funzionalità epatica in soggetti esposti e per questo motivo è stato erroneamente ritenuto che in alcune popolazioni la presenza di un numero rilevante di portatori di movimento di enzimi sierici di funzionalità epatica potesse essere interpretata come segno di elevata esposizione a CVM. A partire dagli studi eseguiti negli Anni Settanta è stato invece chiarito un meccanismo di azione diverso, non implicante una lesività diretta a carico dell’epatocito. Questo ripropone anche il concetto che ho appena discusso della specificità dei meccanismi di cancerogenesi per cellule bersaglio nell’uomo, mentre negli animali da esperimento, i roditori, è facile trovare tumore a carico di cellule e tessuti diversi, nell’uomo questo non avviene se non in rari casi. Le neoplasie sono sempre il risultato della trasformazione di un tipo cellulare che, per ragioni diverse, genetiche, metaboliche, a volte geografiche, cioè la accessibilità a determinati stimoli pro-neoplastici, diventa autonomo dal resto del tessuto e prolifera in maniera normale acquisendo progressivamente anche una resistenza a stimoli tossici che normalmente porterebbero alla sua eliminazione. La specificità dei bersagli e la selettività dei meccanismi che portano all’insorgenza di tumori, con un problema di plausibilità biologica delle affermazioni della Pubblica Accusa che è ben colta dal Tribunale allorquando testualmente afferma "in quanto che non è noto neppure a grandi linee il meccanismo di induzione di tale tumore, che interessa le cellule epiteliali da parte del CVM, che invece tipicamente viene a colpire le cellule endoteliali, si dovrebbe dare una spiegazione plausibile della circostanza che una medesima sostanza produca neoplasie nettamente diverse sul piano morfologico ancorché interessanti lo stesso organo". Questa caratteristica del CVM quindi è stata poi sottolineata dall’EPA in un documento che è stato citato a più riprese dalla Pubblica Accusa. A pagina 37 del documento EPA del ’75 si legge infatti che il CVM può causare danni epatici in modo silente, senza alcun movimento di enzimi sierici di funzionalità epatica. Allora l’esempio mi pare quanto mai significativo perché riconferma non solo l’insensatezza della pretesa di interventi a seguito della pubblicazione di un singolo lavoro, ma soprattutto conferma l’impossibilità di poter definire degli interventi in assenza di una conoscenza eziopatologica, in assenza della conoscenza del loro meccanismo. Oggi sappiamo che, acquisita la conoscenza di un meccanismo di tossicità non neoplastica, ad allora pure non noto, la stessa non consente, come sappiamo solo oggi con le conoscenze di biologia molecolare, di potere conoscere e quindi prevedere e quindi prevenire alcun altro meccanismo d’azione. L’esempio del lavoro di Marsteller conferma che non solo i bersagli, ma anche i meccanismi sono differenti, e che la mancata conoscenza può indurre a gravi errori in termini di prevenzione. È allora chiaro che il cancro si riconferma non essere una sottospecie della tossicità. Esiste semmai una relazione inversa: la tossicità può prevenire la cancerogenicità, e allora – e così mi accingo a concludere questa prima parte – torniamo al problema di inizio, non possiamo risolvere il problema della colpa, della responsabilità per colpa. La Pubblica Accusa aveva ben presente di non potere imputare come conseguenze di una condotta quelle conseguenze rispetto alle quali il controllo del rischio relativo al loro verificarsi non è richiesto, neppure è richiedibile se non noto. La pretesa di individuare almeno un rapporto da genere a specie tra i concetti di tossicità e cancerogenicità nasceva proprio dall’esigenza di potere soddisfare almeno il requisito minimo necessario a soddisfare la possibilità di affermazione di sussistenza del requisito della prevedibilità, il requisito minimo costituito dalla possibilità di potere individuare l’evento verificatosi in concreto come almeno appartenente allo stesso tipo di quello che l'agente poteva rappresentarsi al momento del porre in essere la sua condotta. La rappresentabilità dell’evento come poi verificatosi in concreto, come almeno appartenente al tipo di evento che si poteva prevedere e perciò solo prevenire. Un evento che fosse prevedibile, che potesse effettivamente e concretamente verificarsi, e non già un evento di contenuto anche solo generico realizzabile in via di mera ipotesi, e non avevamo neppure questo. Esclusa la relazione tra tossicità e cancerogenicità, nessun evento concreto e neppure anche solo ipotizzabile era immaginabile prima ancora che prevedibile. E allora siamo ancora al punto di partenza: siccome non si può dimostrare la conoscenza della possibilità di cancerogenicità per l’uomo in epoca precedente a quella sola in cui si è effettivamente manifestata e confermata, non rimane che il tentativo di ricondurre alle conoscenze degli Anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, ma è soprattutto a questo punto sul piano giuridico quello che sto finalmente per arrivare a potere discutere. Prima rubo solo cinque minuti di attenzione perché c’è una specie di argomento strisciante, mai detto a voce alta, ma che merita di essere affrontato, perché ho detto che non si può prevenire ciò che non si può conosce ed è ovvio che, se non ci fosse stata nessuna esposizione a CVM, le patologie da CVM non si sarebbero verificate. Questo indipendentemente da qualsiasi nesso logico o mancanza di nesso logico tra cancerogenicità e tossicità. Che sia soltanto a fronte di un rischio noto e di dimensioni tali da poter giustificare l’attività di produzione e lavorazione del CVM come non consentita, allora avrebbe potuto avere un senso l’affermazione, come dicevo neppure lo stesso Pubblico Ministero osa fare ad alta voce, ma che in modo strisciante finisce per disseminarsi nel processo, perché alla fine pare di capire proprio questo: se non ci fosse stata alcuna esposizione le patologie non si sarebbero verificate, che è una ovvietà, che è una affermazione senza senso se pretesa indipendente da qualunque conoscenza, che è una follia se si volesse finire a significare che le conoscenze degli Anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, Settanta, manifestassero seri pericoli di eventi catastrofici lesivi dell’incolumità collettiva e non altrimenti eliminabili se non con la cessazione della produzione e dunque di ogni esposizione. È un assurdo, ma ho voluto citarlo perché è il sostanziale paradosso, in fondo, prodotto dalla sostanziale impossibilità di formulare una vera imputazione. E allora il mio prossimo tentativo sarà quello di, per come ne sarò capace, cercare di porre un pochino d’ordine. A fronte di un rischio sconosciuto nulla è esigibile; nessuna regola cautelare specifica è riconoscibile perché non può neppure essere formulata. A fronte di un rischio consentito è necessario poter verificare la legittimità del comportamento. Non ha senso logico cercare di fondare accuse tanto gravi come quelle di omicidio plurimo con previsione dell’evento lesioni e omissioni di cautele sulla pretesa violazione di singoli addebiti di colpa specifica. Questo è la successiva evoluzione della mia discussione, immagino che la Corte abbia piacere di un’interruzione, io sono a sua disposizione.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo fino alle 14.30.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 13.38 RIPRENDE ALLE ORE 14.50.

 

PRESIDENTE - Ricominciamo. Prego, avvocato.

 

DIFESA – Avv. Acinni – Grazie Presidente. Dicevo e ricordavo, prima della pausa, l’oggetto del problema principale resta sempre il medesimo, quello di aggirare il problema della conoscenza per come è effettivamente maturata, che è poi il problema centrale della colpa, ma di questo stesso processo. Si trasferisce dalla causalità alla colpa e poi che cosa si cerca di fare? Di passare da una colpa generica ad una colpa cosiddetta specifica, e questo con un chiaro intendimento: cercare di evitare di dovere accertare quel requisito minimo che è quello della prevedibilità, come se per il semplice fatto che l’addebito sia preteso a titolo di colpa specifica questo accertamento non sia effettivamente necessario, come se tra colpa generica e colpa specifica vi sia una differenza in termini di accertamento. Questo non è nel periodo temporale che è il cuore di questo processo, ossia i primi Anni Settanta - è il tema che ora cercherò di affrontare -, il problema che noi avevamo di fronte è esclusivamente quello di una colpa di tipo generica, dove il solo criterio esigibile era quello della prudenza. Dimostrato questo passaggio si spiega allora il perché di quella pretesa di poter ulteriormente recuperare con gli addebiti di colpa specifica, questo è il filo che ora cercherò di seguire. Per poterlo seguire ho la necessità di poter ritornare a mia volta ai fatti di quei primi Anna Settanta. Sarà mia cura cercare di farlo senza che vi siano ripetizioni di cose che vi sono state già dette, ma richiamando dei fatti storici, a mio modo di vedere essenziali per poter motivare, perché l’unico criterio era quello della colpa generica e della prudenza. E quindi torno a quel quadro del passato cui - come si esprime il Tribunale - si doveva fare riferimento per trarre tutte le conseguenze sotto il profilo giuridico, senza farsi prendere dalla tentazione di farlo riemergere per proporlo come attuale. Questo, a mio modo di vedere, è straordinariamente anche importante, perché aiuta molto bene a capire come altrimenti, se io ora discorressi solo tecnicamente su certi temi della colpa, si rischierebbe - come in effetti capita nel seguire il filo alle volte dell’argomentare anche della Pubblica Accusa - di arrivare a dei risultati che si scontrano con il buon senso prima ancora che con il diritto, ed io non credo che quando tra buon senso e diritto non ci sia perfetta sovrapponibilità effettivamente le cose possano funzionare. Allora torniamo intanto molto velocemente a quel problema che concerne i metodi ed i criteri di consolidamento, molto velocemente. Mi interessa solo ai fini della colpa richiamare che il momento critico nello sviluppo delle conoscenze medico–scientifiche è rappresentato dal trasferimento delle informazioni scientifiche dalla comunità scientifica a quella nazionale ed internazionale. È una cosa ovvia che una segnalazione isolata non venga mai ed immediatamente acquisita dal sapere scientifico così com’è. Questa è la premessa dell’affermazione più importante che possiamo ora fare, e cioè che asserzioni scientifiche isolate non possono essere recepite così come vere fino alla loro inequivocabile validazione e dunque non possono valere a fondare e formulare una regola cautelare, che è il problema con cui mi devo confrontare. Un dato nuovo ed importante acquisito dalla comunità scientifica attraverso comunicazioni a convegni scientifici e attraverso la sua pubblicazione su riviste specializzate; un dato, quale che sia, se desta l’interesse della comunità scientifica viene citato in altri articoli ed è il numero di citazioni che ogni articolo riceve che esprime la misura dell’impatto dell’informazione prodotta dallo stesso lavoro. Una metodologia nuova, una osservazione importante, una nuova ipotesi o dati critici importanti vengono citati spesso nella letteratura scientifica. La citazione in sé, ovviamente, non implica la conferma della solidità o validità del lavoro, anzi molti lavori vengono citati proprio solo per essere criticati. Perché il dato sia confermato e accertato dalla comunità scientifica quello che è indispensabile è la riproducibilità sperimentale del dato da parte di laboratori indipendenti. Un lavoro considerato interessante dalla comunità scientifica riesce a raccogliere in media 30-50 citazioni all’anno; i cosiddetti (hot peppers), gli articoli caldi, hanno una media di più di 100 citazioni all’anno; tra poco vi dico quante citazioni ha avuto il lavoro di Viola del 1971. È già stato ricordato che fino agli inizi degli Anni Sessanta sono stati studiati soltanto gli effetti di esposizioni acute e era sulla base di questi studi che ad allora era raccomandata una esposizione media ponderata nel tempo, il cosiddetto TWA, non superiore ai 500 ppm. È nel 1963 che l’ACGIH decide di cambiare il TLV, allora appunto corrispondente a 500 ppm, da valore TWA a valore di picco. Nella seconda metà degli Anni Sessanta vengono osservati – l’abbiamo già detto – i primi casi di acrosteolisi nei lavoratori di autoclavi. Quello che ora mi interessa è che si trattava di una osservazione del tutto nuova ed erano semplicemente delle osservazioni cliniche su una patologia del tutto nuova. Nessuno studio sugli effetti di CVM rispetto alle patologie, nessuna attribuzione eziopatogenetica. Ed è proprio questa incertezza di possibilità di attribuzione eziopatogenetica la ragione dei lavori, tra cui quello di Viola. Ed è infatti a Viola che si deve il primo tentativo di sistematizzazione della malattia da CVM, e viene fatto nel 1972. Non riesce a riprodurre la acrosteolisi nei ratti, sono tutte cose che il Tribunale già sa, la Corte. Qual è il dato importante, il primo? Viola conclude che i tumori coetanei potrebbero essere tumori delle ghiandole salivari e quindi è rispetto al sistema salivare che invita a quella verifica degli studi sperimentali successivi, e non indicazione alcuna rispetto agli angiosarcomi. Dicevo vediamo quante volte viene citato il lavoro del 1971 di Viola: nel 1972 una sola volta; una volta nel 1973; solo nel 1974 dodici volte, e la ragione è evidente, ci sono gli studi di Maltoni, Goodrich, si va a recuperare quel lavoro di Viola. Questo che cosa significa? Che la comunità scientifica non considerò dunque con interesse i dati di Viola almeno fino al 1974, cioè quando viene pubblicato il lavoro di Maltoni e scoppia Goodrich. La realtà storica e scientifica e la prima conferma nell’ambiente scientifico della cancerogenicità dei roditori avviene come già ricordato questa mattina. Allora, primo passaggio: è difficile non essere d’accordo con il Tribunale quando ha affermato che l’adeguamento del datore di lavoro alle nuove conoscenze scientifiche deve essere tempestivo ma sarà esigibile solo nel momento in cui le stesse abbiano raggiunto un grado adeguato di consistenza e di solidità, cioè allorquando sia stato conseguito un patrimonio scientifico sufficientemente consolidato alla luce dell’acquisizione degli organismi internazionali operanti in materia. Dicevo che avrei ricordato – perché è fondamentale – quali sono i criteri per l’accertamento della responsabilità a titolo di colpa e quindi dell’elemento della prevedibilità dell’evento che indica il Tribunale. Dicevo stamani avevo deciso di non fare delle proiezioni, quindi in certi momenti la mia discussione è un po’ più faticosa da seguire perché sono costretto a leggere io; me ne scuso ma ormai ho limitato al minimo le letture che ritengo indispensabili. Leggo allora questi criteri di accertamento, il primo: "le inferenze causali devono essere tratte dalle scienze che attraverso un rigoroso e corretto metodo scientifico apportino una effettiva e affidabile conoscenza scientifica"; il secondo: "l’affidabilità delle conoscenze, sia pure suscettibili in futuro di ulteriori apporti che possono modificarle o addirittura falsificarle è determinato dalla validazione che riceve o dall’accettazione generale, preponderante nella comunità scientifica, nonché dalla verifica empirica delle sue spiegazioni mediante il controllo delle ipotesi attraverso la confutazione, così da raggiungere una corroborazione provvisoria"; il terzo – sono in tutto quattro -: "le conclusioni devono essere comunque verificate nel loro progressivo evolversi e sempre confrontate con quelle di altre discipline per accertare la loro coerenza complessiva del risultato raggiunto"; l’ultimo: "l’incertezza scientifica che dovesse comunque residuare va risolta nell’ambito del rapporto causale, sia nell’ambito dell’imputabilità soggettiva, secondo la regola di giudizio che la responsabilità deve essere provata oltre il ragionevole dubbio", regola di giudizio che ormai fa parte del nostro ordinamento. I lavori di Maltoni non mi occorre evidentemente di richiamarli nel loro oggetto; che Maltoni venga a sapere dei lavori di Viola da Bartalini è già stato verificato, da chi ha ricevuto Maltoni l’incarico è già stato ricordato. Che il problema fosse di potere fare un’indagine che si potesse qualificare effettivamente come tale, perché quella di Viola era pionieristica, è già stato ricordato. Si cerca quindi una parola definitiva, e chi dà l’incarico per poter avere una parola definitiva? Lo dà Montedison. Si arriva a dire questo, che è dato così importante, addirittura con un senso di stanchezza di riproporlo. I lavori di Maltoni hanno un momento, che è la metà del suo lavoro, al 17 di ottobre del 1972, con quella prima scheda. Quello che ora mi interessa ricordare di quella prima scheda è che, ancorché si tratti di dati assolutamente provvisori e quindi ancor più (inc.) in ordine alla loro possibilità di significatività scientifica, il dato interessante è che in quella scheda risulta che a dosi di 250 ppm l’incidenza dei tumori è praticamente nulla. Che cosa avviene poi? Ed è importante perché dobbiamo contestualizzare anche il lavoro di Maltoni, perché quegli stessi criteri di consolidamento del sapere scientifico valgono ovviamente anche per il lavoro di Maltoni; che cosa accredita immediatamente il lavoro di Maltoni? Goodrich. La prova provata, come la definisce lo stesso Maltoni. Che fosse una specie di turbinio quello che si è verificato in quei mesi, se posso avere la pazienza, perché ci metto proprio solo due minuti di orologio, avrei piacere di poterlo ricordare alla Corte. Si erano verificati due casi e avevano portato al decesso degli operai nel marzo e dicembre del 1973, i primi due; il terzo caso si era verificato meno di due anni prima; un quarto caso, probabilmente di angiosarcoma, ma alla morte diagnosticato come tumore primario del fegato, venne poi evidenziato nell’ambito di una indagine solo retrospettiva. I casi, cioè, non erano stati collegati prima tra di loro e ricondotti ad un’unica possibile spiegazione eziologica, perché erano stati seguiti da tre medici diversi, che casualmente si erano messi in contatto tra loro e che quindi presero contatto con la compagnia. La certezza della correlazione tra esposizione a CVM e la neoplasia fu desunta in base alla rarità, che rendeva del tutto sorprendente la possibilità di osservare ben tre casi di malattia in una casistica di dimensioni limitate quale quella degli operai della ditta, e che viene recuperata retrospettivamente allorquando arriva questo fulmine a ciel sereno. Ed è molto chiaro – almeno questo è stato per me, ecco perché avevo piacere di riproporre all’attenzione della Corte – nella sequenza dei comunicati. Il 23 gennaio 1974 Goodrich annuncia che gli ufficiali sanitari del (NIOSH) sono informati dell’indagine della società per quanto riguarda gli angiosarcomi; il 20 gennaio 1974 un comunicato stampa della Goodrich che parla di altro dipendente morto per angiosarcoma epatico; il 15 febbraio 1974 Goodrich parla di un altro caso; il 2 febbraio 1974 (Iunor Carbait) parla di un suo caso di lavoratore addetto al PVC morto per angiosarcoma; l’1 marzo 1974 Good Year parla di un caso di angiosarcoma; il 6 marzo 1974 Good Year segnala altri due casi di suoi dipendenti in un altro stabilimento; il 22 marzo 1974 Goodrich parla di altri due decessi. Ecco perché viene definito turbinoso il recupero dei tumori da angiosarcoma dal consulente tecnico della Pubblica Accusa in primo grado, il dottor Carnevale. La prova provata, quindi, il caso Goodrich. L’OSHA ha mantenuto il TLV cosiddetto ceiling a 500 ppm fino a marzo del 1974; l’evidenza della cancerogenicità nell’uomo in termini di angiosarcoma viene nei primi mesi del 1974 ed il turbinio seguito. A quella data tra poco vediamo quali sono, quali fossero, quali erano effettivamente i valori. Questo è fondamentale perché, in assenza di una normativa e di valori vincolanti il solo criterio è quello della colpa generica. Una normativa positiva era assente, non vi erano valori vincolanti, i soli valori erano quelli indicati dalle agenzie internazionali. E allora ricordiamoli, i valori indicati dalla ACGIH, American Conference Governament Industrialy erano: 1973, il valore è indicato in 200 ppm TLV-TWA, media su 8 ore lavorative; nel 1974 viene tutto sospeso; a seguito della notizia Goodrich la sostanza viene proposta come potenziale cancerogena, ma si è nella impossibilità di indicare un valore anche solo da proporre perché le conoscenze scientifiche non sono tali da poter formulare anche solo una proposta. Pertanto quale valore adottato resta quello di 200 ppm come media su 7 ore lavorative / giorno. Nel 1975, sempre ACGIH, tra i valori adottati si conferma ancora quello precedente in 200 ppm TLV-TWA, pure è indicato tra parentesi, che ciò che sta a significare "in attesa di proposta di modifica". Nel 1975 ancora le conoscenze scientifiche non consentono di esprimere una indicazione a valere quale proposta di un valore, che solo si ritiene sia da modificarsi, e resta confermato così il valore adottato in 200 ppm TLV-TWA. Nel 1976 la situazione resta sempre identica a quella dell’anno precedente, il valore in 200 ppm TLV-TWA è ancora posto tra parentesi, è quindi un valore che dovrà essere modificato, ma le conoscenze scientifiche ancora non consentono l’espressione di un altro diverso valore, e resta perciò adottato quello di 200 ppm TLV-TWA. L’OSHA ha mantenuto, dicevo prima, per il CVM un TLV ceiling in 500 ppm fino a marzo del 1974, e la ragione è sempre la stessa, semplice ed ovvia: è l’assenza di conoscenza scientifica che determina le modifiche, o meglio è l’evidenza e conoscenza scientifica che determina le modifiche e, in assenza, non vi sono modifiche. L’MCA, Manufacturing Chemistry Association, nella revisione del 1972 ancora indica come il tetto massimo raccomandato da OSHA pari a 500 ppm e riporta testualmente "che è notevolmente inferiore al livello che determina segni o sintomi di tossicità". Non sto a ripetere tutta l’evoluzione dei contratti collettivi nazionali di lavoro per gli addetti all’industria chimica e chimico-farmaceutica, che ho già discusso in primo grado e che il Tribunale ha riprodotto in sentenza. Mi limito però a ricordare solo che i contratti collettivi di lavoro erano soliti recepire i valori indicati dalla ACGIH e in essere per l'anno precedente la stipula dei contratti stessi e a ricordare che il contratto collettivo in data 17 aprile 1976 chiarisce che nel 1976 ancora tra i valori adottati – è la pagina 94 di quel contratto – per il vinilcloruro, espressamente indicato alla pagina 105, l’indicazione sembra assente, nel senso che viene riportato tra parentesi il valore di 200 ppm a valore quale TLV-TWA e la dizione "vinilcloruro" è preceduta da due asterischi. Cosa stava a significare l’indicazione dei due asterischi? Che era una informazione a valere quale variazione proposta; l’indicazione del valore tra parentesi stava a significare, cioè, che in sostanza di proposta a 200 TLV media ponderale di 7-8 ore era il valore da individuarsi quale valore adottato. Nelle variazioni proposte rispetto alla sostanza cloruro di vinile il livello di esposizione in ppm era indicato come "definizione in corso", siamo nel 1976, con l’aggiunta dell’indicazione "A1", che stava a significare sostanza cancerogena per l’uomo. "definizione in corso" stava dunque a significare che non vi era una conoscenza scientifica che consentisse l’indicazione del dato e quindi la possibilità dell’applicazione di siffatta regola. Altrettanto interessante è osservare che quindi solo nel 1976, che per la prima volta compare nel contratto collettivo di lavoro, la classificazione del cloruro di vinile quale sostanza a potenzialità cancerogena. Si dovrà arrivare al contratto collettivo del 23 luglio 1979 per avere l’indicazione del cloruro di vinile come sostanza cancerogena, con TLV-TWA definito, fissato in 5 ppm. E a questo punto ho dovere di ricordare, a completamento di questo quadro, che la IARC classifica il CVM come cancerogeno per l’uomo nel giugno 1974; se solo si considera che l’evidenza scientifica di cancerogenesi per l’uomo avviene con la conoscenza di Goodrich, resta intanto anche riconfermato come il lavoro di Viola non abbia interessato neppure la IARC e come sia anche riconfermato che la conferma dell’evidenza scientifica di cancerogenesi per l’uomo sia dovuta alle notizie Goodrich. Resta che, allorquando si è davvero concretizzata la possibilità di pericolo cancerogeno per l’uomo in termini di angiosarcoma, resa manifesta da Goodrich, doveva sì valere un criterio ai fini di una colpa che perciò era generica, e questo criterio – ho anticipato prima – era un criterio di prudenza. In assenza di valori vincolanti e cogenti il solo criterio esigibile era quello della prudenza. Quale prudenza? Qual è il contenuto esigibile della prudenza? Già abbiamo ricordato come perfino gli stessi esperimenti di Maltoni a quella data di metà dei lavori, ottobre del ‘72, avevano evidenziato che, quanto ai ratti, nessun angiosarcoma si manifestava al di sotto dei 50 ppm. Non sto a ripetere tutte le riserve in ordine all’impossibilità di estrapolare i dati per l’uomo. Certo è che questo era il solo dato disponibile: la possibilità di insorgenza di angiosarcoma stava prendendo consistenza ma non esisteva alcuna evidenza scientifica capace di fornire indicazioni sulla concretezza del rischio; e nei ratti non si osservava nulla al di sotto dei 250 ppm in termini di angiosarcoma. E allora quale il livello di prudenza esigibile? Certamente nella pluralità di indicazione quello ad allora indicato come più prudente, ossia come più severo, più basso, è quello di 50 ppm; l’OSHA lo adotta come limite temporaneo, come standard temporaneo e di emergenza, mentre commissiona gli studi che siano intesi a poterne comprendere e sapere di più. Il Ministero del Lavoro italiano raccomanda nell’aprile ‘74 un TLV di 50 ppm, e così quello in Germania nel maggio 1974 e quello nel Regno Unito nel giugno 1974, e solo nel giugno 1974 ho appena ricordato che la IARC per la prima volta classifica il CVM come sostanza cancerogena. I valori indicati da ACGIH, dai contratti collettivi di lavoro e dalle altre agenzie esaminate erano di almeno 4 volte superiori, 200 ppm. Ancora nel 1975 sono valori indicati come ma modificarsi, ma con definizione di TLV in corso. Non vi saranno valori vincolanti fino almeno alla fine degli Anni Settanta, la direttiva è del 1978, il successivo D.P.R. è del 1982. Il valore più basso ad allora indicato come temporaneo e raccomandato è quello di 50 ppm. Il criterio di prudenza più severo, più spinto, è quello che tende ad un valore di 50 ppm. A partire dalla fine del primo semestre del 1974, o meglio dall’inizio del secondo semestre dello stesso anno, il limite di riferimento più prudente è quello di 50 ppm, è il più basso indicato; non un limite vincolante che come tale non deve mai essere superato, ma un limite a cui tendere. Non è un limite adottato, vincolante; è un limite di riferimento, dunque, a cui tendere a far tempo dall’inizio del secondo semestre del 1974, un valore che certo sarebbe stato inesigibile che fosse raggiunto all’indomani della sua indicazione o della sua raccomandazione, un valore da porsi come obiettivo, come a traguardo e attorno o al di sotto del quale adoperarsi per potere stare, all’unica condizione che ci si attivasse da subito. Ciò esattamente che si è verificato. Di più ancora, non solo gli interventi e la loro progettazione e organizzazione erano già iniziati addirittura negli anni precedenti, non solo lo stesso trend conferma da subito il dato decrescente dei valori, ma di più, molto di più: gli stessi valori sono già e addirittura ben al di sotto anche delle indicazioni individuabili come le più prudenti di tutte. Non solo il trend da subito è vertiginosamente decrescente, ma gli stessi risultati espressi dai valori che tanto rapidamente si raggiungono si pongono da subito al di sotto anche dei livelli individuati quali obiettivi di riferimento. È da qui che matura il giudizio del Tribunale di primo grado, mancano dunque integralmente i profili di colpa ascritti agli imputati, né tanto meno e a maggiore ragione è ipotizzabile l’elemento soggettivo del dolo integrante l’ipotesi di reato di cui all’articolo 437, pure contestato dal Pubblico Ministero. In assenza di limiti vincolanti è inesigibile un criterio diverso da quello espresso da un limite di prudenza, perché nel nostro ordinamento non esiste un obbligo generale e quindi generico di impedire un evento, qualsiasi evento, il capoverso dell’articolo 40 del Codice Penale non prevede un obbligo di tipo generale, indeterminato di impedire l’evento. La causalità - questo è il punto centrale - non risolve il problema della colpa; è cioè altresì necessaria l’individuazione della regola cautelare che ne individui i contenuti e renda almeno prevedibile l’evento che si avrebbe l’obbligo di impedire. Non ha alcun senso e fondamento giuridico la pretesa di individuare un obbligo specifico di tutela facendolo risalire, ovviamente non fondare, alla legge del ’52; dato il contenuto della legge del ’52, "modificazioni alla tabella delle malattie professionali allegata al Regio Decreto 17 agosto 1935 n....", non ne starei neppure a discutere, non sarebbe serio. E per la verità neppure il signor Pubblico Ministero giunge ad individuare in questa normativa una posizione di garanzia penalmente rilevante ai sensi dell’articolo 40 capoverso del Codice Penale. Si limita ad un’affermazione una volta di più generica: che l’obbligo giuridico di tutela risalirebbe al 1952, quanto meno soggiunge. E non è certo dato nemmeno di poter pensare per un attimo che volesse poter fondare un obbligo giuridico ex articolo 40 capoverso evincendolo da una normativa priva di rilievo penalistico. Una normativa, anzi un prontuario delle malattie professionali assicurate, che recava una tabella su cui tornerò tra poco, in cui è indicato il periodo massimo di indennizzabilità dalla cessazione del lavoro per le lavorazioni che espongono alla azione dei derivati alogenati degli idrocarburi alifatici. Siamo in un momento storico in cui gli effetti cronici da CVM non sono neppure investigati, gli effetti cronici. Le malattie causate da CVM sono state per la prima volta indicate in modo esplicito dal legislatore soltanto nel D.P.R. n. 488 del 9 giugno 1975, modificazioni e interpretazioni alle tabelle delle malattie professionali dell’industria e dell’agricoltura, allegati n. 4 e 5 del D.P.R. che era nel frattempo intervenuto in data 30 giugno 1965 e che ancora non aveva neppure modificato la precedente legge del 1952.

Torniamo allora alla metà degli Anni Settanta, che è il solo periodo che merita vera considerazione. Il punto resta sempre quello: non vi era evidenza che il CVM fosse una sostanza che a qualsiasi livello di esposizione potesse determinare il rischio di insorgenza di angiosarcoma. Nel caso di specie, nel momento storico che va dalla fine del primo semestre all’inizio del secondo semestre 1974, quanto solo era esigibile nell’assenza di una normativa, di uno stato di conoscenze scientifiche, di valori adottati e vincolanti, era dunque il rispetto di una regola di prudenza, regola che è stata perfettamente osservata, come ha giudicato il Tribunale, in forza dell’immediata attivazione, della dimostrazione degli interventi effettuati, del trend vertiginosamente decrescente di valori tanto rapidamente ottenuti. Il raggiungimento di valori tali da rendere irrilevante, come si esprime il Tribunale qualsivoglia altra possibile inosservanza, anche condotte inosservanti resterebbero infatti e in vero irrilevanti a seguito dei livelli di esposizione già raggiunti nel 1974. Gli stessi valori già conseguiti nel 1975 e consolidati tra la fine di quest’anno e il primo inizio di quello successivo, il 1976, in termini già ad allora perfettamente osservanti di quelli che sarebbero stati indicati in una normativa di solo parecchi anni successiva. E allora l’importanza del dato storico, del dato oggettivo, l’impossibilità perciò di indicare quali sarebbero state le condotte da riconoscersi doverose e che infatti non sono mai descritte, né potute riferire a periodi temporali precisi per ciascun singolo imputato. E così si è anche nella impossibilità di indicare le condotte corrette, osservanti, quelle cioè che, se poste in essere, avrebbero impedito il verificarsi dell’evento come angiosarcoma che, come afferma il Tribunale riferendosi alla coorte di Porto Marghera, non si è manifestato in lavoratori assunti successivamente al 1967. La condotta avrebbe dovuto essere osservante al suo momento di realizzazione, precedente al 1967. E allora siamo da capo a dodici, come possiamo aggirare questo ostacolo? Come possiamo destoricizzare le realtà, quelle storiche, scientifiche, prima ancora che giuridiche? Presto è detto, e torna quel ritornello: quali che fossero dal 1956 in poi le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità, e veniamo così all’infondatezza giuridica dei singoli addebiti. In quella mia lunga e più difficile, probabilmente, da seguire, premessa in cui mi ero premesso di richiamare, leggendo diversi passi dell’impugnazione dell’Accusa Pubblica, è ricordato, comunque voi ricorderete, comunque ricordate perché già li conoscete perfettamente, che signor Pubblico Ministero aveva testualmente affermato: "certo nel 1956 non si pensava che tali effetti cancerogeni fossero possibili"; ma non importa, il ritornello torna e – mi permetto di dire – viene cantato fino allo sfinimento. Lo dico perché già nella discussione di primo grado l’Avvocatura dello Stato aveva tentato di percorrere questo tentativo, non voglio tornare ovviamente alla discussione di primo grado, però mi interessa portare all’attenzione questo passaggio perché è molto chiarificativo di quello che sia il vero tentativo. Ad allora addirittura si era arrivati ad osservare che il MAC0 è nell’articolo 20 del D.P.R. del ’55, che non fosse una questione (inc.); ci si riferiva appunto all’articolo 20 del D.P.R. 303 del ’56, si diceva: "perché, quali che fossero dal 1956 le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità", perfino la tossicità era irrilevante. Quello che non è mai stato in discussione è che si trattava di una sostanza infiammabile. Perfino le conoscenze in ordine alla tossicità erano dunque affermate come irrilevanti, perché il punto vero è che si deve potere escludere qualsiasi valore alle conoscenze, perché quali che fossero dal 1956 in poi le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità, restava che questa è una sostanza infiammabile e che l’obbligo di cui all’articolo 20 vale per le sostanze tossiche ma – dice il 20 – anche per le sostanze infiammabili. Secondo l’Avvocatura dello Stato, dunque, in forza di questo ritornello, la infiammabilità del CVM avrebbe dovuto comportare dal marzo del 1956 in poi la adozione del MAC0. Quello che mi interessa ora è questo: la regola cautelare individuata a regola di diligenza assunta e violata finiva per essere quella di cui all’articolo 20 in ragione dell’infiammabilità della sostanza. Ora, non importa neanche ricordare che il valore di infiammabilità o esplosività è pari a 40.000 ppm; quanto però non posso non porre in evidenza è la insensatezza logica, prima ancora che giuridica, che siffatte forme di impostazioni, quali che fossero le conoscenze, vengono a determinare, perché la conseguenza di una siffatta impostazione sarebbe infatti che, poiché nel marzo 1956 già sapevo che a 40.000 ppm avrei potuto avere la infiammabilità e dunque l’esplosione della sostanza, quali che fossero le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità del CVM avrei dovuto tendere ad un MAC0. Il paradosso è il frutto di una sconsideratezza su un piano logico, prima che giuridico, e manifesta le conseguenze che vengono a prodursi allorquando si assurgono a regole di diligenza specifica pretesa e violata quelle norme che non prevedono affatto una regola di diligenza, invocata come specifica, ma non intesa in nulla alla prevenzione del tipo di evento poi concretamente verificatosi. Allorquando il nesso causale tra evento e regola di diligenza specifica assunta e violata non viene identificato in una regola davvero intesa a prevenire quel tipo di evento, nel nostro caso di morte, lesioni, omissioni di cautele, queste finiscono per essere i paradossali risultati prodotti. In ragione del disposto di cui all’articolo 43 del Codice Penale è noto non può esservi affermazione di sussistenza di responsabilità colposa in assenza dell’indicazione a dimostrazione di sussistenza di un nesso causale tra la regola di diligenza specifica assunta violata e l’evento, nel caso appunto di morte, lesioni, omissioni di cautela. Altro che una teoria, come è stata definita, secondo cui l’assenza della colpa sta solo nel non volere l’evento che si genera per effetto di imprudenza, negligenza, imperizia o violazione di norme, ma anche nel fatto che l’evento non fosse prevedibile, come si è espresso il signor Pubblico Ministero. L’articolo 43 del Codice Penale non è una teoria; secondo il disposto dell’articolo 43 il delitto è colposo quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. In assenza di un nesso causale tra evento e regola di diligenza, generica o specifica, assunta violata, non vi è possibilità di affermazione di sussistenza di responsabilità colposa. Non solo è dunque necessario poter rispondere alla domanda intesa a conoscere quale fattore e in che tempo ha cagionato il fatto contestato; è necessario anche potere rispondere alla seconda domanda: quale condotta dei singoli soggetti avrebbe evitato lo stesso fatto evento di malattia, di morte o di omissioni di cautele? La nozione di causalità a cui fanno riferimento gli articoli 40 e 43, l’uno con riguardo al rapporto dell’evento con la condotta, l’altro con riguardo al rapporto del medesimo con la violazione di una norma cautelare, non si riferiscono a due realtà distinte da considerarsi in successione, ma alla medesima realtà, coincidono. Per rispondere alla seconda domanda dobbiamo tuttavia muoverci nella prospettiva di un giudizio formulato ex ante, sulla base di leggi di copertura capaci di stabilire quali effetti siano connessi ad una determinata condotta. (inc.) del giudizio è da utilizzare tanto nell’ottica causale, quanto in quella della responsabilità colposa, con prospettive differenti ma con una identica avvertenza, e la identica avvertenza è che la probabilità non può mai riguardare la stessa legge di copertura, che deve essere certamente sussistente. Concludo questa parte, signor Presidente. Quello che mi interessa porre in evidenza è questo: che non può esserci differenza tra colpa generica e colpa specifica, e questa differenza non c’è alla irrinunciabile condizione che tra la regola di diligenza generica o specifica assunta violata e gli eventi di morte, lesioni, omissioni di cautele imputati, sia sussistente il nesso causale, senza il quale non può esservi affermazione di responsabilità per colpa. È il problema di poter avere il controllo del rischio che si è cercato di raggirare individuando e cercando di pretendere un rapporto da genere a specie tra i concetti di cancerogenicità e tossicità. La categoria della prevedibilità dell’evento nella struttura della colpa per violazione di legge non può restarvi fuori, come invece pretenderebbe poter essere l’Avvocatura dello Stato nei suoi motivi di impugnazione; non li sto a rileggere. Dunque, se tra colpa generica e colpa specifica non vi è alcuna differenza ontologica, non può esservi certamente nessuna differenza sul piano dell’accertamento. Tra le due forme non vi è alcuna frattura effettiva; per entrambe è indispensabile poter intendere la regola la cui osserva qualifica la condotta. Diversamente non sarebbe possibile ottenere un criterio di imputazione distinto da quello meramente oggettivo e questo è possibile sulla scorta di un unico criterio, e che siffatto criterio comune sia costituito dalla prevedibilità e evitabilità dell’evento non è davvero dubitabile. Il Tribunale ha dunque ragione due volte: la prima quando ha ricordato che la misura della diligenza dovuta alla cui inosservanza può integrare la sussistenza del profilo colposo del reato non può essere correlata alla prevedibilità dell’evento e che siffatta prevedibilità deve potersi riconoscere sulla base del criterio della migliore scienza ed esperienza presente in un determinato settore e di un preciso momento storico costituito dall’epoca in cui venne iniziata la condotta.

Il Tribunale – ed è quello che ora mi interessa di più nell’ultimo passaggio della mia discussione – ha poi avuto ragione una seconda volta allorquando ha osservato che la produzione di sostanze nell’ambito di un rischio consentito e di un rischio sconosciuto ha messo in crisi le tradizionali categorie relative alla responsabilità penale colposa di chi è tenuto a controllare e a contrastare gli effetti nocivi della salute, e quindi ha osservato che è così emersa in tutta la sua evidenza la difficoltà di applicare ai nuovi pericoli connotati da ampia diffusività e da genesi causale complessa o ignota non solo le regole elaborate per imputare eventi lesivi di struttura più semplice e riconducibili a singole azioni individuali, ma altresì la stessa nozione di colpa. E ha ben ragione il Tribunale a ricordare che non si possono applicare a pericoli connotati da genesi causale complessa o ignota regole elaborate per imputare eventi lesivi di struttura più semplice e assai meno grave, perché questi appunto proprio erano quelli di cui ai D.P.R. 547 del 1955 e 303 del 1956. Questa normativa era stata introdotta nell’ordinamento sulla scorta delle conoscenze scientifiche di allora, e perciò era intesa assai più semplicemente alla adozione di misure che evitassero intanto forme di molestia o di fastidiosità fisicamente avvertibili, oggettivamente moleste per quantità e qualità. Andando a riscorrere la giurisprudenza anche della Corte di legittimità si evince chiaramente che il criterio della fastidiosità in relazione alla percettibilità sensoriale è il criterio e l’elemento sufficiente. La disposizione di cui all’articolo 21 è poi riferita a polveri di qualsiasi specie e dunque ai fini dell’integrazione della violazione, come ha affermato la stessa Suprema Corte di legittimità, è appunto sufficiente la fastidiosità. Ecco perché ha ragione il Tribunale quando dice: norme riferite a condotte assai più semplici e a conseguenze assai meno gravi. Il primo principale intendimento della normativa del 1956 era quello di offrire un presidio contro la diffusione di polveri che potessero essere oggettivamente moleste, fattispecie assai semplice, coerentemente a quella che era la normativa e le conoscenze di allora. Non sto cercando di banalizzare il portato delle disposizioni, ma di contestualizzarlo per quello che sono, per come sono nate, per quelli che erano i loro effettivi contenuti. Anche rispetto all’articolo 20 la distinzione tra vapori o gas nocivi e fumi e polveri è stata riconosciuta priva di ragionevole fondamento posto proprio che la distinzione normativa sarebbe afferente solo alla maggiore o minore percettibilità sensoriale dell’emissione: cattivi odori, irritazioni, molestie fisicamente avvertibili. Questo era il primo e principale criterio oggetto di tutela della normativa del 1956, effetti assai semplici, in un’epoca in cui, quanto al CVM, erano conosciuti solo effetti acuti. Le regole previste normate dal legislatore del 1956 erano intese a potere imputare eventi lesivi di struttura assai semplice e assai meno gravi di quelli oggetto di imputazione, non pericolo connotati da genesi causale complessa rispetto ad eventi lesivi assai gravi. Ecco perché non ha davvero senso logico, prima ancora che giuridico, la pretesa di potere imputare fatti di omicidio plurimo con previsione dell’evento, lesioni e omissioni di cautele per la sola mera pretesa violazione di disposizioni del D.P.R. 303 del 1946. È un fatto di impostazione logica, perché alla fine è sempre e solo questo che rimane: io non posso documentare e provare la conoscenza della cancerogenicità, e allora sono fuori sul piano della colpa, che è quello che ora interessa a me, da quel requisito minimo della prevedibilità che è il rappresentabilità dell’evento poi effettivamente verificatosi come almeno appartenente al tipo di evento che la regola intendeva poter prevenire. Non ho questo rapporto da genere a specie e allora che problema ho? Sul piano della colpa generica, in assenza di una normativa e di limiti vincolanti, il solo criterio disponibile è quello della colpa generica e della prudenza. E allora che problema ho per rendere nuovamente irrilevante anche questo dato e nuovamente le conoscenze? Quello di potere eliminare il problema dell’accertamento della prevedibilità, e come lo faccio? Invocando una colpa specifica. Come se tra colpa generica e specifica vi potesse essere differenza in termini di accertamento; questa c’è, è ultronea alla verifica dell’accertamento soltanto quando posso dimostrare che il contenuto del criterio della regola di diligenza assunta nella disposizione che assumo violata è esattamente e proprio quello inteso ad evitare il tipo di evento che poi si è verificato, altrimenti non posso certo invocare un addebito preteso a titolo di colpa specifica solo per eliminare la problematica dell’accertamento della prevedibilità. E in più che tipo di normativa vado a indicare a questo fine? Una normativa che è nata in anni in cui rispetto al CVM vi era solo la conoscenza degli effetti acuti. Ora vedremo che non è neppure contemplato esattamente in sé il CVM a quell’epoca e come nascono le tabelle allegate a questo D.P.R., ma certamente la previsione è per condotte assai semplici, riferite intanto a fatti che provocassero forme di fastidio - irritazioni, allergie - fisicamente percepibili. È per questo che nasce la normativa. Allora tutti gli addebiti mossi in imputazione in pretesa violazione dei D.P.R. del 1956 e del 1955, prima ancora di essere infondata sono irrilevanti, perché riferiti a regole cautelari che nulla hanno a che fare con il CVM, nel senso che in alcun modo possono davvero valere a reale addebito di colpa specifica, come ho cercato di meglio precisare. E allora da una parte non è riconoscibile la prestazione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile e nominata diretta ad evitare qualsiasi danno, è il principio di necessità, di determinatezza del precetto, riconfermato dalla stessa Corte Costituzionale, che ha richiamato l’esigenza di non vanificare il canone di determinatezza della fattispecie penale riconoscendo la necessità del contrappeso costituzionale espressamente individuato nell’esigenza di restringere in una interpretazione costituzionalmente vincolata la potenzialità della disposizione. Questo è il passaggio successivo, ulteriore. È evidente che altro è un precetto che mi dica "non devi superare i 50 chilometri orari", altro è un precetto che mi dica: "devi fare quanto ti è possibile per non andare veloce". Ma che cosa vuol dire questo? O io ho la possibilità di comprenderlo e riportare questo precetto ad una forma di determinatezza, mi dice la Corte Costituzionale, e quindi fare valere quello che lei chiama una forma di contrappeso costituzionale, oppure la norma, se non è leggibile – il problema è sempre quello – alla stregua delle conoscenze di quel momento, e in quel senso è possibile dargli un contenuto di determinatezza, resta per ciò stesso incostituzionale. Deve esserci il fine di prevenire proprio quella medesima tipologia; non ha senso invocare la previsione di un reato di pericolo astratto, che è quello che poi ha fatto la Pubblica Accusa. Neppure ha alcun senso l’invocazione di un riconoscimento della condotta come assunta pericolosa dallo stesso legislatore con previsione (iuris et deiure), e ora arrivo a questo punto, ma intanto voglio in premessa osservare questo: se questo fosse possibile non potrebbe certamente invocarsi la possibilità di esonero dall’accertamento di violazione di una regola cautelare per riconoscimento di sussistenza di una forma di colpa specifica. Il problema è sempre lo stesso: mancherebbe almeno la possibilità di affermare che l’autore del precetto normativo ha dettato la precisa regola cautelare, non può essersi prefigurato una specifica tipologia di evento e perciò al fine di prevenire proprio quella medesima tipologia. Una siffatta presunzione (iuris et deiure) escluderebbe per definizione la possibilità di accertamento e sarebbe perciò anch’essa incompatibile con il principio della personalità della responsabilità penale. D’altra parte è vero anche che lo stesso D.P.R., pronunciato in un momento in cui le conoscenze scientifiche determinavano la sola attenzione di mantenere le concentrazioni di CVM al di sotto del limite di esplosione, non prevedeva neppure la possibilità di considerare in modo separato i singoli composti, ed è quello che avevo anticipato. È solo per questo motivo che nascono le tabelle, quelle già allegate alla legge del ’52 ricordate e quindi poi allegate anche ai D.P.R. del ’55 e del ’56, tabelle che accorpano in grandi gruppi sostanze principalmente in rapporto alle loro caratteristiche chimiche-fisiche, ma caratterizzate da proprietà tossicologiche assai differenti, come il caso anche dei derivati degli idrocarburi alifatici. È manifesto che una siffatta solo generica inclusione nelle liste allegate alle leggi dell’epoca costituisce solo la riconferma che all’epoca della promulgazione dei dispositivi di legge citati non si era nella possibilità di attribuire e riconoscere al comparto rischi per la salute addebiti né specifici né rilevanti, con buona pace della presunzione (iuris et deiure). Altro è una generica indicazione di tossicità, ben altro una presunzione assoluta di tossicità che non ha alcun senso in sé e ancora meno in assenza di conoscenze.

E così vengo all’ultimo tentativo di aggirare dati oggettivi altrimenti ineliminabili, all’invocazione di potere salvare tutto con questa specie di richiamo, quasi come fosse una specie di deus ex machina salvifico, richiamando come disposizione di chiusura quella civile di cui all’articolo 2087. Dice il signor Pubblico Ministero a pagina 21 dei suoi motivi d’appello che "una corretta interpretazione della portata di tale norma costituisce un antecedente logico imprescindibile per potere comprendere le ragioni delle varie doglianze alla sentenza di primo grado", e allora qual è la corretta interpretazione che vi propone? È proprio il disposto dell’articolo 2087, "che consente – dice testualmente – di ritenere rilevanti i canoni della cosiddetta colpa generica, oltre a parametri previsti da singole norme speciali. La disposizione di cui all’articolo 2087 costituisce un precetto – si dice – dotato di penale rilevanza, in modo che i parametri richiamati potrebbero costituire il riferimento per l’addebito di un profilo di colpa in relazione ad eventuali condotte omissive. Di più – enfatizzata la Pubblica Accusa -, dovrebbe ritenersi che l’articolo 2087 imponga un obbligo di adozione di una vera e propria filosofia aziendale". Ma una filosofia aziendale può consentire di andare oltre i canoni della colpa generica? Può costituire un precetto dotato di penale rilevanza, un obbligo giuridico? Quasi che sia un concetto superiore a dispensare dalla necessità di indicare le misure da adottare effettivamente o il rispetto dei limiti reali di adozione. Una interpretazione davvero corretta, la sola possibile, è invece soltanto che dal dovere di prevenzione non possa derivarsi la prescrizione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile e innominata diretta ad evitare qualsiasi danno. Cito solo una sentenza della Corte di Cassazione, perché la Corte d’Appello già le conosce bene: "dal dovere di prevenzione imposto al datore di lavoro dall’articolo 2087, che non figura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, non può desumersi la prescrizione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile e innominata diretta ad evitare qualsiasi danno, con la conseguenza di ritenere la responsabilità del datore di lavoro ogni volta che un danno si sia comunque verificato occorrendo invece che l’evento sia pur sempre riferibile a sua colpa, per violazione di obblighi di comportamento o imposti da norme di fonte legale o suggeriti dalla tecnica ma concretamente individuati"; questa è la Cassazione Civile, Sezione Lavoro, 1 giugno 2004, n. 10510. Questo che cosa riconferma? Riconferma pure quanto più volte richiamato dalla stessa giurisprudenza di legittimità in riferimento alla disposizione di cui all’articolo articolo 2087, sostanzialmente che cosa si dice? Che cosa si vorrebbe poter rimproverare? Che anche ove difetti una specifica misura preventiva, la disposizione di cui all’articolo 2087 imporrebbe di adottare comunque le misure generiche di prudenza e di diligenza al fine della salvaguardia della sicurezza dei lavoratori. Ora, su questo concetto di norma di chiusura si può essere d’accordo a condizione che si chiarisca la condizione capace di precisare assai bene il contenuto di questa premessa. Ecco perché la giurisprudenza di legittimità ha ricordato che è in presenza dei requisiti di prevedibilità e evitabilità dell’evento che la responsabilità anche ai fini penali è del datore di lavoro che, pure in assenza di una specifica normativa antinfortunistica, non abbia provveduto a disporre mezzi idonei a evitare l’evento dannoso occorso al lavoratore dipendente deve essere affermata in virtù dell’articolo 2087; si può affermare, ma cosa dice la Corte? In presenza dei requisiti di prevedibilità e evitabilità dell’evento, questo è il criterio, la condizione. In assenza del principio generale che non possa essere affermata, neppure in virtù dell’articolo 2087, questa è la prima condizione indispensabile, irrinunciabile. La seconda condizione parimenti irrinunciabile ci viene sempre ricordata dalla stessa giurisprudenza di legittimità ed è appunto quella che ho già richiamato, ossia che non è riconoscibile un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile e innominata diretta ad evitare qualsiasi danno. La conseguenza della mancanza di individuazione della condizione minima della sussistenza dei requisiti di prevedibilità e evitabilità dell’evento. Allora il solo significato corretto che è possibile attribuire un contenuto della prescrizione dell’articolo 2087, o meglio alla sua invocazione dopo le notizie di Goodrich, che poi è ciò solo che interessa poter verificare in questo processo, è semplicemente e soltanto che queste erano idonee a fare sì che ci si dovesse porre il problema ad allora manifestatosi, e il problema era il rischio di angiosarcoma per l’uomo. A partire da quel momento, dunque, vi era una manifestazione di conoscenza idonea a dover stimolare nuove acquisizioni tecnologiche e ad un dovere di aggiornamento delle conoscenze, ma questo è proprio e esattamente ciò che in perfetta rispondenza anche a siffatte indicazioni si è verificato nella verità storica di questo processo, anzi si è andati molto oltre nell’attivazione per l’acquisizione di conoscenze, nell’acquisizione di nuove tecnologie, negli adeguamenti ad interventi sugli impianti, si è anticipata di anni una normativa che riconferma che l’attività di produzione di CVM è una attività lecita. Ciò che fa giustizia anche del falso problema – perché è un falso problema – del cosiddetto aumento del rischio; chi mi ha preceduto è molto più autorevole di me, quindi non ci torno. Mi basta soltanto significare che è il tentativo di poter accontentarsi di esprimere a posteriori una diagnosi di probabilità del contributo causale, il tentativo di evitare di dovere porre a raffronto il decorso causale che ha originato l’evento concreto conforme al tipo, con la regola di diligenza (violata). L’evitabilità altro non è che la rilevante possibilità di evitare un evento certamente cagionato, è solo in questi casi che l’invocato criterio di aumento del rischio seleziona ulteriormente le responsabilità rispetto ad una condotta sicuramente colposa, ed accerta quindi la effettiva evitabilità dell’evento. Non si può evitare di dovere controllare se l’evento sia la realizzazione del pericolo in considerazione del quale proprio il comportamento dell’agente possa essere qualificato come contrario e negligente; diversamente resterebbe violato il discorso di cui all’articolo 43, che appunto impone che l’evento debba essersi verificato a causa di negligenza e imprudenza, quasi che non potesse agire imprudentemente o negligentemente soltanto chi è in grado di agire prudentemente o diligentemente. Ma se manca la possibilità di prevedere il risultato è un dato ovvio che manca anche, correlativamente, la possibilità di esigere dal soggetto agente l’adempimento del dovere di diligenza, l’abbiamo visto stamattina con l’esempio del richiamo di Marsteller, del lavoro di Marsteller, con la impossibilità di individuare qualunque forma di continuità tra i concetti di tossicità e cancerogenicità. Se manca la possibilità di prevedere il risultato è un dato ovvio che manca anche correlativamente la possibilità di esigere dal soggetto agente l’adempimento del dovere di diligenza. Non può esservi colpa dove il fatto non sia riconoscibile come negligente in ordine allo specifico pericolo di cagionare proprio quell’evento concreto che in effetti si cagiona. L’accertamento dei singoli casi ha oggettivamente e definitivamente riconfermato la verità storica che si è tornati a rappresentare: da ancora prima che la possibilità di insorgenza di angiosarcoma fosse scientificamente conosciuta e manifesta e quindi prevedibile, non vi è stato un solo caso di angiosarcoma, nessuna forma di ripetizione della malattia. Questa è la verità del processo. I dati oggettivi non superati e non aggirati. Solo con le conoscenze acquisite oggi sappiamo che il livello minimo di esposizione necessario a causare l’angiosarcoma è corrispondente per stima cautelativa a 150-200 ppm di esposizione media per la durata di almeno un anno. Gli angiosarcoma non sono mai stati riportati in soggetti con esposizioni inferiori a 200 ppm; nessun caso di angiosarcoma è insorto in soggetti che abbiano iniziato l’esposizione a CVM quanto alla coorte di Porto Marghera – dice il Tribunale – in data successiva al 1967. Vero che dal momento in cui il consolidamento delle conoscenze può affermarsi essere avvenuto non vi erano più valori idonei in termini di misure di esposizione al realizzarsi degli eventi contestati. Insussistenti dunque le ipotesi di omicidio colposo plurimo con previsione dell’evento e insussistenti le ipotesi di lesioni. Insussistente anche l’ipotesi di cui all’articolo 437 del Codice Penale, una ipotesi addebitata in termini di condotta dolosa, come precisato nel suo atto di appello a pagina 115 dal signor Pubblico Ministero, e quindi non sto a ridiscutere le tematiche dell’articolo 437; mi limito però a osservare che, esclusa la colpa, a maggiore ragione resta escluso il dolo. La necessità di rapportare il contenuto del precetto alla conoscenza dell’evento da prevenire già (inc.) di escludere la possibilità di pretesa di sussistenza anche dalla fattispecie di cui all’articolo 437. D’altra parte anche la tecnologia da adottare dipende dalla natura dei rischi connessi alla sostanza oggetto di lavorazione, quindi alla possibilità di una loro effettiva prevedibilità. Dalla necessità nuovamente di potere individuare una regola cautelare la cui violazione sia causa dell’evento. Vale tutto quello che ho fin qui detto, ho cercato di chiarire. Anche il contenuto precettivo di cui all’articolo 437 non può prestarsi a qualsivoglia violazione di un generico dovere di sicurezza. È irrinunciabile una indicazione di normativa sufficientemente determinata a definire la regola cautelare che abbia a specifico oggetto la prevenzione dell’evento dello stesso delitto di cui all’articolo 437. Il dovere di attivazione – l’abbiamo visto – deve necessariamente essere rapportato alle conoscenze in ordine all’evento da prevenire, ciò appunto che si è verificato. Anche il concetto di migliore tecnologia – e ve ne parlerà tra poco l’avvocato Carlo Baccaredda – è subordinato a quelle stesse conoscenze.

E allora sono alle mie conclusioni, eccellenze della Corte: il tentativo della Pubblica Accusa e anche di quella privata di fondare imputazioni tanto gravi e infamanti sulla esclusiva pretesa di violazione degli addebiti di colpa specifica per inosservanza, per sola inosservanza delle norme dei D.P.R. del 1955 e del 1956 e di quella civile di cui all’articolo 2087 si riconferma privo di dignità logica, prima ancora che giuridica; riconferma e disvela soltanto la impossibilità di davvero potersi confrontare con quelli che sono i dati oggettivi del processo, e quindi anche solo di formulare, potere formulare una imputazione, una imputazione che, se questo processo fosse stato celebrato negli Anni Sessanta e Settanta, nei fatti non sarebbe stata neppure elevabile e formalizzabile. Ed è perciò che ha ragione il Tribunale – e questa è stata la sua vittoria – quando dice che è impossibile un tentativo di traslazione dei piani storici e che è impossibile il tentativo di trasferire il problema dal piano della causalità oggettiva a quello della responsabilità per colpa. Confidando quindi nella serenità del vostro giudizio, mi permetto di chiedervi a vostra volta di manifestare e disvelare nella vostra sentenza tutti questi tentativi che sono stati fatti, e quindi faccio sin d’ora mia la conclusione che formalmente vorrà prendere a conclusione dell’intervento difensivo della Difesa dell’ingegnere D’Arminio Monforte il mio codifensore, il professor Angelo Giarda. Grazie.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 15.58 RIPRENDE ALLE ORE 16.11.

 

PRESIDENTE – Prego avvocato.

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boy – Signor Presidente e signori Giudici, signori della Corte, io rappresento il dottor Gianluigi Diaz, della posizione soggettiva si occuperà il professor Carboni, alle cui conclusioni mi richiamo, e depositeremo anche una memoria specifica relativa a tale imputato. Il mio intervento, invece, in una prospettiva più ampia si propone di affrontare il tema relativo alla tempestività e all’adeguatezza degli interventi tecnologici ed impiantistici adottati da Montedison negli anni di cui al capo d’imputazione. Una istruttoria dibattimentale approfondita ha consentito di entrare nel dramma di una grande fabbrica degli Anni Settanta, dove ad un certo momento, di colpo, si viene a scoprire che un prodotto, il CVM, non è una sostanza chimica come tante altre trattate nello stabilimento, è una sostanza che fa male, che è cancerogena, è pericoloso per la vita dei lavoratori. Nel dramma di una fabbrica dove gli operai, che avevano lavorato per tanti anni respirando i vapori del CVM, hanno saputo che forse si sarebbero ammalati. L’angoscia di un lavoratore dopo la informativa del capogruppo è stata rievocata dal teste Codifava all’udienza 9 giugno 2000. Io mi occuperò del comportamento dei dirigenti di Montedison, che hanno improvvisamente percepito il pericolo della cancerogenicità del CVM ma che non si sono scoraggiati, come vedremo, si sono mossi in anticipo rispetto all’obbligo giuridico di intervento, si sono impegnati al massimo per il risanamento dei reparti dello stabilimento e hanno ottenuto risultati importanti, per lo più in anticipo rispetto alle raccomandazioni e alle legislazioni che li imponevano. La prospettiva di questa Difesa nella discussione di primo grado è stata di ripercorrere uno ad uno tutti gli addebiti comportamentali di natura colposa contenuti nel capo d’imputazione e, d’altro lato, ricostruire la realtà delle condotte dei dirigenti coinvolti, una realtà totalmente diversa da quella indicata dall’Accusa in capo d’imputazione, di cui ha ampiamente tenuto conto la sentenza di primo grado. Riproduzione di questo lavoro di discussione è nella memoria scritta che depositai il 13 luglio 2000, completa di tutti i documenti richiamati. Prima dell’inizio del dibattimento di appello si è poi risposto alle doglianze d’accusa contenute nei motivi d’impugnazione del Pubblico Ministero e della Parte Civile, mettendo in evidenza la loro fragilità e inconsistenza, e questo attraverso una memoria depositata nell’autunno, nel novembre del 2003. Adesso in questa sede di discussione il parametro di riferimento mio specifico saranno le conclusioni del Pubblico Ministero, salvo tornare sui motivi d’impugnazione qualora siano stati richiamati in discussione. Ci si concentrerà sulle contestazioni formulate con maggiore insistenza da parte dell’Accusa; per il resto si richiameranno le risposte già rese precedentemente. Sembra infatti ormai un anacronismo impostare la discussione sui singoli addebiti colposi come formulati nel capo d’imputazione e come tali, devo dire, riproposti da molte Parti Civili; "come se nulla fosse" si era intitolata la mia replica nel processo di primo grado, perché criticavo nell’accusa la persistenza di tesi pedissequamente coerenti al capo d’imputazione ma pacificamente sconfessate dall’istruzione dibattimentale. Come se nulla fosse le Parti Civili hanno finito non da molto di argomentare sul filone degli addebiti del capo d’imputazione senza tenere conto che la sentenza ha documentato in maniera precisa e coerente le sue conclusioni in materia di interventi dei dirigenti Montedison ed ha motivato punto per punto la inconsistenza delle singole contestazioni d’Accusa. Come può l’avvocato Manderino insistere nel sostenere l’addebito della mancata informativa dei lavoratori sul pericolo cancerogeno del CVM? Nonostante sia pacifico ed acquisito che bisogna distinguere da un lato la notizia improvvisa della comunicazione dall’America, dalla Goodrich, nel gennaio ‘74, dei casi di tre autoclavisti morti per angiosarcoma, notizia immediatamente diffusa nell’opinione pubblica e nella fabbrica, per tutti la deposizione di Tettamanti; d’altro lato bisogna distinguere l’informativa concreta ai lavoratori sugli effetti nocivi del CVM che è stata perseguita e dall’azienda e dal medico di fabbrica e dal sindacato, sotto diversi profili e a diversi livelli, naturalmente, promuovendo anche un nuovo modo di lavorare che si è visto e si vedrà concretamente realizzato con la modifica delle procedure. Come può l’avvocato Vassallo con nonchalance affermare che i gascromatografi erano disponibili sul mercato pacificamente dagli Anni Sessanta? E Montedison stessa, in altri reparti, se ne era dotata prima del ’75. Quando è conclamato che i particolari gascromatografi che ci interessano, quelli che rilevavano in continuo il CVM nell’ambiente di lavoro, sono stati ideati e sperimentati solo negli Anni Settanta, grazie alle ricerche complesse dei quattro principali produttori mondiali, sul punto deposizione Alongi, e quando è documentale che il primo gascromatografo da controllo ambientale a Marghera è stato introdotto proprio al CV24, alla fine del ‘74, proprio per misurare l’esposizione dei lavoratori esposti a CVM. Seguito poi dai gascromatografi al CV14-16 e al CV6, attivi nel marzo ’75, e non c’è stato alcun altro reparto fantomatico dello stabilimento in cui erano state introdotte prima queste complesse macchine, ripeto, quelle da controllo ambientale. Come può l’avvocato Pozzan identificare genericamente come reparto killer il CV6, seppure il padre forse spirituale di questo processo, l’operaio Gabriele Bortolozzo, che ha fatto le prime denunce, nelle medesime ha ripetutamente scritto che il CV6 era stato totalmente risanato dopo gli interventi effettuati dall’azienda? Come può l’avvocato Marin, competente per l’addebito relativo allo spostamento delle lavorazioni insalubri, sostenere che lo spostamento della pesatura delle materie prime al CV5–15 avvenne solo nel 1988, quando la commessa dell’intervento del dicembre ‘71 è in atti? Quando il lavoratore Caldon ha confermato che all’inizio degli Anni Settanta ci fu questa grossa modifica? Come può cercare di suggestionare l’ascoltatore affermando genericamente che il processo automatico della pesatura di materie prime venne introdotto solo nell’88 nello stesso reparto, tacendo che la completa automatizzazione dell’attività di pesatura dei due tipi di resina PVC, che sono l’oggetto del nostro processo, avvenne sempre nel ‘71, con commessa 738 dell’aprile ‘70 in atti? Probabilmente si confida nel fatto che questo processo è immenso, con infiniti rivoli, con infinite sfumature e che codesta Corte non ha potuto vivere l’istruttoria dibattimentale, e si prova a cavalcare tesi tanto suggestive quanto informate, quanto documentalmente infondate. Sul punto siamo sereni e convinti che le pretestuose richieste di rinnovazione del dibattimento hanno consentito alla Corte di esaminare ancora più approfonditamente l’incarto processuale. Ci si intratterrà quindi solo sulle residue risultanze processuali evidenziate dalle Parti Civili, che apparentemente - solo apparentemente, vedremo - sembrano contrapporsi alle affermazioni del Tribunale. Differente è il discorso per la discussione dell’avvocato dello Stato, che ha incentrato il suo intervento su alcuni documenti del sistema di monitoraggio praticato alla fine degli Anni Ottanta e nella prima metà degli Anni Novanta, periodo indubbiamente di gestione Enichem, nel tentativo di dimostrare una fraudolenta utilizzazione del gascromatografo multiterminale per diminuire le medie mensili. La Difesa Enichem ha già dimostrato, devo dire, la più totale infondatezza degli addebiti mossi; comunque questo tipo di contestazione non è mai stato mosso neanche in primo grado nei confronti di documentazione del periodo Montedison, quindi non riguarda Montedison. Voglio dire che i tabulati, i documenti esaminati dall’avvocato dello Stato in discussione, ripeto, sono fine Anni Ottanta – Anni Novanta, come l’interruttore on/off è stato installato nella seconda metà degli Anni Ottanta. Pertanto io non dovrò esaminare questi documenti. Mi limiterò però a chiarire, nel corso della mia discussione, come qualsiasi illazione o sospetto di fraudolenta utilizzazione era da escludersi anche nel periodo Montedison in assenza di qualsiasi appiglio documentale, sulla base di due dati essenziali che anticipo: il gascromatografo funzionava grazie ad una complessa organizzazione di lavoratori, responsabili e sensibili al problema del CVM, che mai avrebbero tradito la loro funzione; inoltre non mancava affatto il controllo penetrante della situazione ambientale da parte delle organizzazioni sindacali, e ne parleremo. La mistificazione dei dati era impossibile. Ma torniamo al Pubblico Ministero; il Pubblico Ministero ha in vero cambiato qualcosa nella sua costruzione nell’intervento specifico, cercando di distinguere i periodi storici di riferimento, e sarà perciò al Pubblico Ministero che mi rapporterò nel mio intervento per dimostrare come la nuova costruzione sia in realtà una astenuta riproposizione, in una ottica solo formalmente diversa, di temi già sconfessati in primo grado. La cornice della presentazione degli argomenti da parte mia sarà rigorosamente storica, nell’intento di dare una spiegazione cronologica dei fatti che offra alla Corte una migliore comprensione di come maturò il risanamento degli impianti da CVM. In questo quadro storico non mancheranno riferimenti – e sarà il quadro storico a cui mi riferirò per l’intervento di stasera – ai complessi importanti interventi impiantistici in tema di ambiente esterno, che sono stati realizzati a Porto Marghera negli Anni Settanta, che appaiono del tutto incompatibili con un comportamento giuridicamente riprovevole dei dirigenti Montedison anche sotto il profilo del secondo capo d’imputazione. Io a questo proposito vi mostro lo schema del mio intervento, che offre un impatto visivo, credo, di questa scansione cronologica: 1971, il primo mutamento di rotta a Marghera in tema di ambiente di lavoro e di salute e anche di ecologia; 1973–‘74, la spinta del sindacato nel piano di risanamento degli impianti da CVM, è un argomento ovviamente che tende a contraddire rispetto alla tesi del biennio miracoloso; chiedo scusa, 1973–1974 sarà ancora parte dell’argomento cronologico che tratterò stasera, mentre 1973–1975 sarà argomento che, dicevo, sarà incentrato sulla modifica delle procedure e l’esecuzione di importanti commesse impiantistiche. Poi tratterò l’attendibilità dei pipettoni e dei gascromatografi anche come impianti e arriverà a trattare quello che è il compiuto, definitivo risanamento degli impianti da CVM, avvenuto tra il 1976 e il 1976; intratterrò ancora la Corte su profili di sorveglianza sanitaria e concluderò, farò delle conclusioni alla stregua dei parametri forniti dalla Corte Costituzionale della migliore tecnologia sul mercato. Io credo che questo lavoro potrà consentire di collocare, attraverso una equilibrata lettura delle deposizioni e dei documenti, le condotte dei dirigenti Montedison negli Anni Settanta, per verificare la loro conformità alle loro regole di diligenza scritte e non scritte degli Anni Settanta, verificare come le misure tecniche, organizzative, procedurali adottate nello stabilimento di Porto Marghera fossero assolutamente coerenti alle tecnologie concretamente disponibili nel mercato in quegli anni. Si tratterà ancora una volta di recuperare il contenuto prezioso della sentenza del Tribunale di Venezia, che ha valutato con competenza, serenità ed equilibrio le carte processuali; il tutto, ripeto, con un profondo rispetto per la verità storica dei fatti e dei documenti. E uno spaccato di questa storia è fotografato nelle parole di uno dei suoi protagonisti, Angelo Tettamanti, laureato in chimica industriale, uno degli esponenti più autorevoli, tecnicamente preparati della Commissione Ambiente del Petrolchimico, sindacalista della CGIL, esponente del direttivo della FULC: "Quella fabbrica in meno di un decennio dal punto di vista ambientale la rovesciammo come un calzino. Dopo ci fu anche chi arrivò a metterci la ciliegina, e questo può essere anche legittimo, perché un processo di risanamento, come si dice, non è mai finito, non fosse altro perché la tecnologia si evolve e non fosse altro per quello, però la fabbrica la rovesciammo veramente come un calzino in questa maniera qua". Signori Giudici, il risanamento degli impianti dal CVM avvenne degli Anni Settanta e non dopo; poi, come ha detto questo lavoratore, ci fu qualcuno che mise la ciliegina, ma è profondamente ingiusto in questa situazione che gli imputati di Montedison vengano accusati per non aver messo la ciliegina, vengano accusati tenendo a mente indistintamente il parametro tecnologico e normativo degli Anni Novanta. E veniamo al 1971 e quel primo mutamento di rotta a Marghera di cui vi ho fatto cenno. La requisitoria del Pubblico Ministero sul primo capo d’imputazione, durata cinque udienze, ha costruito una visione della grande fabbrica di Porto Marghera a partire dalla fine degli Anni Sessanta - è da lì che comincia il capo d’imputazione - completamente avulsa dalla realtà storica; si è tenuto accuratamente nascosto il background storico e culturale della vicenda: l’incedere a Marghera del processo di rinnovamento degli impianti e della tutela della sicurezza e della salute nella fabbrica. Ancora vi voglio fare avere un flash, un’idea della portata del misconoscimento operato dall’Accusa, è sufficiente anticipare uno dei tanti documenti sindacali in atti, una nota del 22 marzo 1983 della Commissione Ambiente Consiglio di Fabbrica Petrolchimico di Porto Marghera: "Le conquiste degli Anni Settanta. Le lotte degli Anni Settanta hanno determinato nella nostra fabbrica una svolta storica in tema di ambiente di lavoro, con importanti riflessi anche verso il territorio circostante e le istituzioni: decine di miliardi di investimenti per la sicurezza, igiene ambientale ed ecologia; decisiva spinta verso il disinquinamento della laguna; creazione di un Assessorato all’Ecologia del Comune di Venezia; creazione del servizio PAS e dell’infermeria aziendale; creazione del Centro di Medicina del Lavoro di Marghera; impegno del CER e di altre strutture tecniche aziendali sui temi di ambiente e di sicurezza. In sintesi si sono create le premesse per affrontare in maniera vincente il problema della compatibilità tra industria chimica, lavoratori e ambiente naturale. Il concetto guida sul quale si era basata la svolta di quegli anni era il seguente: il problema ambientale complessivo e la somma dei problemi presenti nei singoli reparti di produzione; essi devono essere risolti con modifiche di processo di gestione – troviamo per la prima volta questa parola -, determinante è la partecipazione attiva del gruppo omogeneo in termini di proposta, vigilanza e lotta. Un ruolo particolarmente importante spetta al delegato di reparto", e si conclude: "Grandi conquiste, dunque, con conseguimento netto miglioramento delle condizioni di sicurezza e salute in fabbrica". Ma procediamo con ordine, cerchiamo di comprendere perché si è arrivati alle conquiste degli Anni Settanta. Partiamo dalla situazione, ovviamente in estrema sintesi, che lavoratori, amministratori e dirigenti Montedison dovettero affrontare proprio alla fine degli Anni Sessanta, una situazione difficilissima in tutte le fabbriche. La difficoltà della situazione emerge in ogni pagina del libro "Denuncia alla salute delle fabbriche" del ’69, a cura di Giovanni Berlinguer, che rievoca una indagine nazionale effettuata dal Partito Comunista nelle fabbriche italiane alla fine del ‘67, si parla dei problemi più importanti: temperatura, umidità, servizi igienici, illuminazione, ventilazione, impianti di aspirazione dell’aria, rumorosità: "gravi sono i risultati per quanto riguarda la presenza di sostanze tossiche, polveri, gas, fumi, valori, misure profilattiche sono a volte del tutto inefficaci, mancanza assoluta di adeguata prevenzione antinfortunistica, alti ritmi lavorativi, mancanza di spazio, preparazione professionale". Queste note crude danno un’idea delle fabbriche in Italia negli Anni Sessanta, alla vigilia degli scioperi, delle proteste del 1968, alla vigilia dello Statuto dei lavoratori del ‘71, che per la prima volta darà un assetto normativo ai diritti dei lavoratori. Ci stiamo avvicinando ai fatti del capo d’imputazione, che parte proprio dal 1969. Il Pubblico Ministero parla di un sindacato ingannato dalle scelte imprenditoriali dannose per la salute, un sindacato debole, che si concentra sulla tutela del posto di lavoro e si fida delle assicurazioni sulla realizzazione delle commesse di intervento e non verifica l’effettiva realizzazione degli interventi e i risultati. Viene detto nei motivi di impugnazione che i sindacalisti furono turlupinati, presi per i fondelli dalla Montedison. Viene lasciato intendere sempre nella discussione che i sindacalisti furono ingannati dagli interventi nel biennio dei miracoli. Nulla di tutto questo; il Sindacato ha i suoi problemi, con i lavoratori li aveva avuti eccome nel 1968, alla Montedison di Marghera aveva preso il sopravvento l’iniziativa di Potere Operaio, che criticava un sindacato diviso in quel momento, incitava i lavoratori a superare la mediazione sindacale per dirigerli allo scontro frontale con il datore di lavoro; sono considerazioni tratte da Porto Marghera a Montedison, estate 1968, a cura di Potere Operaio. Invece nel 1969 il Sindacato torna ad ergersi portatore della protesta dei lavoratori di Porto Marghera, diventa reale interlocutore del datore di lavoro. Saranno proprio a partire da questa data i primi miglioramenti significativi nelle fabbriche in tema di igiene del lavoro, dice Corrado Penna nel libro "Classe e sindacato, operaismo al Petrolchimico di Porto Marghera" dell’80: "Il Petrolchimico Montedison di Porto Marghera è una delle fabbriche che hanno segnato a partire dal ‘68– ‘69 il storia del movimento sindacale italiano". E in atti, nel nostro fascicolo processuale, c’è il contratto collettivo del 1969, che prevede la prima censura delle lavorazioni nelle quali la concentrazione di polveri, di vapori, di sostanze tossiche nocive o pericolose superano i massimi stabiliti dalla ACGIH, e soprattutto nel contratto collettivo viene prevista la partecipazione delle strutture sindacali di fabbrica e degli stessi lavoratori alla ricerca ed adozione di misure di sicurezza e di prevenzione. Nascono i comitati di prevenzione e sicurezza previsti dall’articolo 26 dello stesso contratto collettivo, meglio noti come Commissioni miste sindacato–impresa, un primo passo verso la conoscenza di fabbrica da parte dei lavoratori promossa compiutamente dal sindacato - vedremo - proprio a partire dal ‘73. Ma rimaniamo ai primi anni del capo d’imputazione, dal ‘69 passiamo al ‘71, che è l’anno - ben noto a voi - in cui Montedison inizia, prima nel mondo, la sperimentazione sugli effetti cancerogeni del CVM, affidandola all’istituto pubblico diretto dal professor Maltoni. Su L’Unità del 26/3/71 si legge: "aperta la vertenza al petrolchimico, organizzazione del lavoro e ambiente saranno i punti chiave della azione sindacale"; sullo stesso quotidiano del 20 aprile 1971: "accordo alla Montedison su salute, orario e qualifiche". Nello stabilimento Montedison di Porto Marghera è nata la Commissione mista sindacato–impresa, poi sostituita dalla Commissione Ambiente di esclusiva estrazione sindacale, e in Montedison non tardano a proporsi delle novità importanti. Nasce il Servizio Protezione Ambientale e Sicurezza dello stabilimento, l’abbiamo accennato prima in quel documento riepilogativo, il PAS; viene realizzato il nuovo Petrolchimico, il Petrolchimico 2, con tecnologie avanzate Goodrich, e attenzione, iniziano nel 1971, proprio nel nuovo Petrolchimico, ad operare una serie di impianti di produzione che ci interessano, come il CV22 e il CV24-25, impianti diversi anche dal punto di vista dell’impatto ambientale, in un periodo in cui la sensibilità per l’ambiente del legislatore, dell’autorità amministrativa, della collettività manca, sorgono a Marghera i primi impianti di depurazione, tra cui il depuratore biologico del cracking, il primo inceneritore di residui provenienti dal TDI e soprattutto il primo inceneritore di sottoprodotti clorurati, le famose peci, impianto definito nella pubblicazione di Arzani "la prima realizzazione del genere in Europa". Ma soprattutto nel 1971 parte il processo di tutela della salute dei lavoratori in fabbrica, attuato da un’azienda sempre più responsabile, sulla base delle richieste di un sindacato sempre più influente. Il Tribunale dà atto, nelle considerazioni conclusive della sentenza, di questi non irrilevanti mutamenti prima del 1973, "allorquando - dice la sentenza nelle sue conclusioni - nei primi anni Cinquanta presso il Petrolchimico di Porto Marghera iniziò la produzione di cloruro di vinile e del polivinile, le condizioni di lavoro erano estremamente pesanti, usuranti e nocive, e non subiranno cambiamenti fino alla fine degli Anni Sessanta, primi Anni Settanta. Sono anni in cui il sindacato ha ancora una scarsa presenza, le sue energie sono spese per contrastare i salari e gli orari, mentre i rischi per la salute sono oggetto di contrattazione solo per indennizzarla, e non già come beni da tutelare eliminandone le cause". Saranno poi i diritti conquistati con l’emanazione dello Statuto dei lavoratori che consentiranno alle rappresentanze di controllare direttamente l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la salute e la integrità fisica e che creeranno i presupposti anche normativi per un collegamento tra fabbrica e società, fra sindacato ed Università e istituzioni sanitarie pubbliche che si realizzerà anche a Marghera. Conclude la sentenza: "in questo nuovo approccio ai temi della nocività, nella presa di coscienza dell’importanza della salute come bene supremo da tutelare, in questo nuovo contesto di diritti sindacali si affrontano le nuove piattaforme contrattuali del ‘72, dove si individuavano parametri per i valori di massima esposizione, i MAC, peraltro già timidamente presenti nei contratti del ‘69, si vengono a regolare le prerogative delle Commissioni Ambiente – ne abbiamo parlato - per il controllo dei dati ambientali, dei dati biostatistici e dei dati attinenti alla salute nell’ambito dei Servizi Sanitari di fabbrica". Si tratta di non irrilevanti mutamenti nel rapporto di forza del sindacato, cui fa riscontro una maggiore sensibilità dell’azienda nei confronti della salute dei lavoratori. È lo stesso Tribunale a pagina 398 che dà atto di come le rilevazioni istantanee con pipettone a partire dal 1970 denotino una diminuzione di valori che ha un rilievo, rilevante, che dev’essere letta come effetto dei primi interventi procedurali sulle autoclavi finalizzati a ridurre il rischio della acrosteolisi, pur nel modo e pur nei limiti in cui si presentava in quell’epoca, ovviamente, la situazione. La relazione del medico di fabbrica dottor Giudice del 3 novembre ‘71, nella parte dedicata ai reparti di produzione del PVC, dà atto che è stata realizzata una potente aspirazione con eiettore all’interno dell’autoclave. È del 1971 ancora la serie di commesse in atti dirette ad acquistare per i reparti di polimerizzazione i lavatori Rupstuck, che dovevano ridurre gli ingressi in autoclave rimuovendo dall’esterno le croste di polimero. Questo significa - e voglio significare con questo - che non è corretto quello che sostiene il Pubblico Ministero in discussione, e cioè che fino alla fine del ‘73 il problema principale nei reparti era quello di evitare la formazione di miscele esplosive aria e CVM. Non è vero, l’azienda si era mossa di fronte agli studi epidemiologici di Diman e Dotwson ricordati oggi dall’avvocato Sassi, effettuati su una casistica di lavoratori e pubblicati nel 1971, che avevano per il momento permesso di confermare la associazione del morbo di Raynaud e acrosteolisi alle mansioni degli autoclavisti. Secondo il Tribunale l’attivazione della Montedison nel ‘71 probabilmente non è stata sufficiente per evitare il rischio di queste patologie, pur regressive, ma è una attivazione che comunque c’è stata, è intervenuta in un periodo in cui non era affatto chiaro se fosse il CVM la causa di questa malattia, e non è chiaro neanche oggi, ed è stata comunque riconosciuta questa attivazione dalla sentenza. La sensibilità della dirigenza Montedison stava cambiando e, signori Giudici, questi dati storici, ignorati da un Pubblico Ministero miope perché proteso ad ogni costo a difendere la tesi accusatoria, sono indispensabili in realtà per un altro lavoro, per capire perché nel 1973 è iniziato, con indubbio tempismo rispetto al congresso di Bologna ed ai risultati provvisori di Maltoni, il piano di risanamento degli impianti da CVM. Quindi vengo al mio secondo capitolo, che descrive dal punto di vista storico gli anni ‘73 e ‘74 nella spinta del sindacato e nel piano di risanamento degli impianti da CVM. Siamo all’epoca delle prime divulgazioni degli esperimenti provvisori di Maltoni al convegno di Bologna dell’aprile ’73 di cui si è parlato oggi, siamo alla comunicazione poi della Goodrich del gennaio ‘74 dei primi casi di operai colpiti da angiosarcoma. I mutamenti della forza contrattuale del sindacato a Marghera appena descritti diventano preziosi nella trattativa sul piano di risanamento impostata nel ‘73–‘74; il problema del risanamento degli impianti da CVM viene affrontato rapidamente in tutti i reparti. In sede di questioni preliminari abbiamo citato, tra le numerose richieste di apertura commesse impiantistiche, la richiesta di autorizzazione datata 30 aprile ‘73, lo stesso mese del convegno di Bologna, relativa al CV14–16, avente ad oggetto sostituzione di abbattitori di schiuma; la richiesta datata 12 aprile ‘73 relativa al reparto CV24 avente oggetto installatore eiettori per bonifica autoclavi; la richiesta già autorizzata il 20 giugno ’73, relativa al terzo reparto di polimerizzazione CV6, avente ad oggetto le finestre a bilico, comando elettrico. Per avere una visione d’insieme io esibisco – e lo produrrò – l’elenco dettagliato delle commesse impiantistiche di risanamento ambientale da CVM che sono state rinvenute in atti che partono nel 1973 e nel 1974, 19 sono quelle relative al ‘73, 35 quelle relative al ‘74. Le commesse impiantistiche partono con urgenza contestualmente alla pubblicazione dei primi risultati di Maltoni. L’urgenza, signori Giudici, è comprovata dal fatto che l’inizio dei lavori anticipa di giorni e a volte di mesi la effettiva autorizzazione delle divisioni d’investimento. L’anticipazione comunicata via telex da Milano alla direzione dei lavori risulta, la troverete nell’ultima colonna a destra del documento, con le date precise. E al medesimo periodo di tempo, nel ‘73–‘74, risalgono gli accordi con un sindacato forte per ridurre l’esposizione al CVM dei lavoratori. È presente agli atti del fascicolo processuale il programma investimenti del ‘73–‘75 per il miglioramento delle condizioni ambientali di sicurezza nel complesso industriale Montedison di Porto Marghera, che oltre a dare conto di queste prime commesse di tutela dell’ambiente di lavoro nei reparti PVC, indica su un altro fronte i 12 progetti di importanti impianti di depurazione che verranno effettuati in armonia con la legge ambientale di Venezia. Ma soprattutto, tornando al CVM, sono in atti nel fascicolo gli accordi sindacali di Montedison con l’esecutivo di fabbrica, ognuno per ogni reparto, come ad esempio quello del primo agosto 1973, per attuare la polmonazione degli (slaritans) al CV6, accordo sindacale che coinvolge anche una rappresentazione delegata direttamente dai lavoratori. Si legge in questo verbale di accordo: "è stato completato lo studio per la riduzione dell’inquinamento ambiente da monomero proveniente dai serbatoi di stoccaggio lattice, i lavori sono stati autorizzati", siamo nel primo agosto ‘73, "il sindacato valuta criticamente gli interventi proposti dall’azienda e vigila sull’esecuzione dei lavori". Perché dico questo? Perché, signori Giudici, in atti sono state trovate delle prove documentali di questa verifica, di questa verifica critica, le prove documentali in parte sono manoscritte in quell’epoca, sono i famosi collage, riguardanti ciascuno un reparto, con indicati tutti gli interventi di risanamento primo e secondo step, prima e seconda fase, e una serie di annotazioni a mano su ciascun intervento, che vedete nella parte destra del documento. Ad esempio il collage riguardante i reparti CV6–CV24, qui ne vediamo una pagina e una piccola parte riguardante i lavori di primo step al CV24, vediamo due commesse e vediamo a lato, manoscritto sulla polmonazione serbatoi: "in esercizio, sì, all’aria"; altre indicazioni sulla seconda commessa: "scarico, filtrazioni, in esercizio, 4 filtri, 1 funzionante". Al sindacalista Tettamanti è stata mostrata questa pagina, è stato mostrato questo documento e ha detto: "è scrittura mia questa, erano commenti sullo stato di risanamento raccolti, erano la sintesi, in pratica la sintesi estrema di quello che i lavoratori dell’assemblea del reparto da noi dicevano: "allora com’è, è a posto, non è posto, cosa dici, cosa non dici?". Appare chiaro il modo in cui la Commissione Ambiente operava, Commissione Ambiente di cui faceva parte Tettamanti, riceveva il programma di risanamento dell’azienda per tutto lo stabilimento; poi, tramite il contributo dei lavoratori di ciascun reparto, verificava l’esecuzione dei lavori a regola d’arte e ne discuteva con l’azienda. Il sindacato non poteva essere turlupinato, un sindacato con un ruolo importante nel controllo dell’efficacia dei lavori di risanamento degli ambienti di lavoro in questa maniera, ma anche nel controllo dei risultati degli strumenti di rilevazione ambientale, quelli che rilevavano l’esposizione ambientale a CVM dei lavoratori. Francini, 23/6/2000: "L’atteggiamento non era fideistico, perché il risultato non veniva dato da una persona ma da una organizzazione complessa alla quale facevo parte anch’io. C’era una organizzazione complessa direttamente controllata dal sindacato che faceva funzionare i gascromatografi", avvocato Schiesaro. Come ho già detto, l’Accusa non è nemmeno riuscita ad individuare un documento che suffragasse anche solo il sospetto di una direttiva aziendale di falsificare i dati del gascromatografo. Qui si può aggiungere che tale circostanza non si sarebbe neanche potuta verificare in astratto giacché la base che faceva funzionare il sistema e che era controllata direttamente dal sindacato sarebbe insorta. Signori Giudici, a Marghera nel ‘73 esisteva una organizzazione di lavoratori attiva e consapevole, secondo il progetto e le aspettative del sindacalista Tettamanti. "La Commissione Ambiente – ha detto – doveva funzionare da stimolo tecnico e non solo per promuovere la autocoscienza dei lavoratori e alla fine condurli all’autogestione". Il Pubblico Ministero nella discussione ha citato un articolo di Tettamanti, "Salute, fabbrica e società" dell’11 novembre del ‘76, che avrebbe descritto degli incidenti. In quell’articolo Tettamanti, che, non dimentichiamo, come gli altri sindacalisti è la controparte aspra del datore di lavoro, riferisce di problematiche di trattamento residui di lavorazione attinenti al mercurio e all’arsenico che nulla c’entrano con il CVM, ma scrive anche che il discorso iniziato nel ‘73 con la tutela dell’ambiente di lavoro deve continuare anche per la gestione dei rifiuti, e così il discorso continua, perché nel ‘76 viene realizzato da Montedison un sofisticato impianto di demercurizzazione con (turea), che causerà proprio una caduta verticale delle emissioni in laguna del mercurio, ammessa anche dai consulenti del Pubblico Ministero, perché nel ‘77 viene attivato il grande impianto di depurazione biologica, dotato di doppio forno inceneritore di rifiuti, capace di depurare sostanze carbonacee e azotate in tutti i reparti, impianto che certamente non depura gli organo clorurati, questo è verissimo, come ha detto il Procuratore Generale e l’avvocato Picotti, ma è vero anche che questi reflui provenienti dai reparti che ci interessano, il CV10-11 e il CV22-23, saranno puntualmente depurati da un impianto ad hoc di trattamento delle acque clorurate. Tornando all’articolo citato dal Pubblico Ministero, il sindacalista Tettamanti ritiene fondamentale il ruolo attivo dei lavoratori e dei tecnici in particolare nelle fabbriche, i quali devono capire sempre di più come la difesa della salute non si ferma alle lotte per il risanamento dell’ambiente di lavoro ma implica un costante controllo alla fonte, cioè in fabbrica, di ciò che alla fabbrica esce dai camini, dagli spurghi liquidi e dalle apparecchiature. È antistorico, paradossale che i sindacalisti, i lavoratori di Porto Marghera vengano descritti come sprovveduti e turlupinati. Il processo di risanamento degli impianti da CVM inizia nel ‘73, ma questa Difesa non l’ha mai detto, né l’ha detto il Tribunale, che il risanamento si sia completato tra il ‘73 e il ‘74. Anzi il Tribunale ha lasciato intendere un’altra cosa: che nonostante i mutamenti introdotti già nel ‘73, i livelli di esposizione di quell’anno potevano ancora mettere in pericolo l’incolumità fisica dei lavoratori, per questo la sentenza ha assolto gli imputati di quel periodo solo per l’elemento soggettivo, perché la cancerogenicità del CVM sull’uomo non era ancora stata dimostrata scientificamente, come avverrà nel ‘74 con la comunicazione Goodrich e la conclusione degli esperimenti di Maltoni. Ma non si è mai detto che il risanamento è stato completato nel 1974. Quello che ha sostenuto la Difesa e ha detto soprattutto il Tribunale è altro: il Sindacato è stato valido interlocutore dell’azienda nel processo di risanamento degli impianti iniziato efficacemente nella prima metà del ‘73 e completato nel ‘76–‘77. Ciò non di meno, a complemento di questo mio quadro storico iniziale, è da precisare che il Sindacato è stato completamente estraneo ad un importantissimo comportamento positivo di Montedison, del suo direttore sanitario Bartalini, comportamento positivo che interessa all’inizio di questa vicenda processuale, che è stato ricordato e che è da intendersi some un atto di concreta, profonda disponibilità dell’azienda per la salute dei lavoratori, sulla base della comunicazione Viola del maggio ‘70, e abbiamo sentito già nei dettagli cosa era questa comunicazione Viola: Montedison commissiona il primo studio complesso sugli effetti sperimentali del CVM, affidandolo ad un luminare, affidandolo ad un istituto pubblico, il primo studio allargato sugli effetti sperimentali del CVM, il primo nel mondo, non viene finanziato da Dow Chemical, da Goodrich, da Solvay, ma è promosso proprio da Montedison, che offre strutture e sperimentazioni più che adeguate allo scopo. Viola ha comunicato nel maggio 1970 le notizie dei suoi esperimenti ad altissime concentrazioni al convegno di Houston; ebbene, nel settembre ‘70 Montedison, tramite il professor Bartalini, affida all’istituto pubblico Addani di Bologna, diretto dal professor Maltoni, l’incarico di effettuare uno studio sistematico sull’azione biologica del CVM.

Il Pubblico Ministero si rende conto della debolezza della tesi accusatoria, è costretto anche a stravolgere la realtà, forse oggi ne ha fatto cenno, affermando che fu Cesare Maltoni con il suo istituto bolognese a decidere di approfondire gli studi del professor Viola, e a lui solo successivamente ob torto collo si unì la Montedison. Ma quale costrizione? Maltoni non conosceva né Viola né lo studio di Viola del 1970, glieli ha fatti conoscere il professor Bartalini: "Fu il professor Bartalini che mi disse: se non lo sai ti devo dire che c’è Viola di Solvay che si occupa di questo; fu la prima volta che io seppi che c’era il professor Viola". La sinergia temporale è molto chiara: Maltoni è convocato, informato da Bartalini sugli studi, sulle pubblicazioni di Viola e invitato ad andare a trovare il professor Viola. E proprio dopo questo incontro tra Viola e Maltoni l’incarico di Montedison è affidato, nessuno ob torto collo. La sinergia temporale consente di affermare che Montedison ha fatto responsabilmente, pochi mesi dopo le notizie di Viola, quello che si doveva fare in quel momento, una azione di verifica attenta e imparziale, ovviamente a più basse dosi di esposizione a CVM. Quello che chiedeva lo stesso Viola – è stato ricordato dall’avvocato Sassi -, nella lettera del 25/10/71 a Kennet Jhonson dell’MCA, con la differenza che il 25/10/71 Montedison si era già mossa, prima di MCA.

Io a questo punto ho concluso la parte relativa a questa introduzione storica e passerei ad argomenti più tecnici, che però richiederanno, per avere una compiutezza di svolgimento, un certo tempo. Ritengo comunque, se inizierò domattina, di concludere senz’altro per le 15.30, forse anche prima, comunque entro le 15.30. Valuti naturalmente la Corte se è opportuno lo stesso anticipare. Mi è un po’ difficile spezzare, si tratterebbe di un argomento, quello che configura il problema delle procedure e delle importanti commesse impiantistiche nel ‘73–‘74–‘75, diciamo in controdeduzione alla tesi del Pubblico Ministero del biennio miracoloso, un argomento piuttosto lungo, di sicuramente più di un’ora.

 

PRESIDENTE - Sospendiamo qui oggi, riprendiamo domani.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 18 novembre 2004, ore 09.00

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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