UDIENZA DEL 18 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 26 novembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. L’avvocato Baccaredda Boy deve svolgere oggi e concludere la sua arringa, che ha cominciato ieri pomeriggio.

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boy – Signor Presidente e signori Consiglieri della Corte, ieri ho parlato del significativo mutamento di rotta da parte di Montedison nel 1971 in tema di tutela della salute dei lavoratori e poi ho parlato della partenza del piano di risanamento degli impianti da CVM, avvenuta nell’aprile ‘73, con l’impulso e il controllo attento da parte del sindacato. Oggi veniamo all’esecuzione di quelle commesse partite nel ‘73 e veniamo al mutamento e alla modifica radicale delle procedure di esercizio dei reparti, veniamo alla teoria del biennio miracoloso ‘73–‘75, messa a punto dal Pubblico Ministero nei motivi di impugnazione, affinata in sede di discussione. Teoria del biennio miracoloso che è già messa in crisi dal lavoro appena completato sui rapporti tra sindacato e azienda, che indica appunto una attivazione progressiva di Montedison a partire dal ‘71, con una impennata nel ‘73–‘74 e con risultati importantissimi di cui parleremo. Ma il Pubblico Ministero insiste: durante il primo grado, l’Accusa ha concentrato le proprie critiche sul gascromatografo multiterminale adottato da Montedison nel ‘75, aggiungendo che le commesse impiantistiche realizzate per quella data non erano tali da fare ottenere i valori di esposizione indicati nei bollettini. Non ha invece mosso in primo grado censure agli altri sistemi di rilevazione utilizzati da parte della società, i cosiddetti pipettoni, i cerca-fughe, i campionatori personali. Anzi a conforto della non contestata attendibilità di questi altri mezzi, questi apparecchi di rilevazione, l’Accusa ha evidenziato fin dal primo grado alcuni bollettini che nel corso del tempo avevano rilevato i valori maggiormente elevati di CVM. Solo in questa maniera si è fatto riferimento alle misurazioni dei pipettoni istantanei, avvenute di massima fino al ‘74, e si è fatto riferimento anche ai dati dei pipettoni a lunga durata introdotti dall’aprile ‘74, solo in questa chiave eccezionale. Sennonché, con questa linea d’accusa, il Pubblico Ministero si è sentito ribattere che c’era una linea di coerenza, di continuità, nel senso di una riduzione progressiva di concentrazione del CVM dai luoghi di lavoro. Il Tribunale, dopo aver distinto le varie caratteristiche diverse dei sistemi di rilevazione, ha accertato che tutte le misurazioni ambientali, vuoi con il pipettone, vuoi con il gascromatografo, erano coerenti nel senso di evidenziare una diminuzione rilevante e costante, continua, che aveva condotto nel ‘76 a rilevazioni inferiori all’1 ppm raccomandato dall’OSHA. Io vi voglio proiettare a questo punto un grafico sulle misurazioni con pipettone ad 8 ore e con gascromatografo; quelle con pipettone ad 8 ore sono quelle blu, quelle con il gascromatografo sono quelle che vedete con i puntini gialli. Sono nel reparto più vecchio di polimerizzazione, il CV6, nella sala più delicata di lavorazione, la sala autoclavi. È agevole leggere nella linea che congiunge e che raccoglie le medie mensili un andamento costantemente decrescente, lo vedete, fino a raggiungere l’1 ppm nel periodo che poi vedremo che è intorno al 1976. Orbene, questa linea di continuità, di concentrazione di CVM, rilevata prima dai pipettoni a lunga durata e poi dai gascromatografi, era la conferma del fatto che i gascromatografi non solo erano conformi alla legge ma davano risultati attendibili. Il Pubblico Ministero, proiettato sempre verso l’affermazione della responsabilità ad ogni costo, a questo punto è stato costretto a cambiare linea processuale, cercando, come vedremo invano, di dimostrare la inidoneità sia delle rilevazioni ambientali con il pipettone ad 8 ore, sia di quelle con gascromatografo. Ma non bastava criticare il pipettone, bisognava affermare che anche nel periodo in cui si è cominciato ad utilizzare questo strumento di rilevazione ambientale, aprile 1974, non solo non erano state realizzate le commesse impiantistiche, ma non erano state neppure eseguite, modificate le procedure di esercizio dei reparti. Anche su questo tema l’Accusa è arrivata con un argomento sfoderato in sede di richiesta di rinnovazione del dibattimento, i manuali di procedura, sarebbero questo coniglio uscito dal cilindro, pronti a dimostrare che nulla è stato modificato, almeno in quegli anni, non esisterebbe il biennio miracoloso. Così il pipettone ad 8 ore, lo strumento di monitoraggio ambientale impiegato fin dal ‘74, sarebbe un imbroglio di Montedison, che doveva ad ogni costo tagliare – dice il Pubblico Ministero – i picchi di concentrazione per rispettare la circolare del Ministero del Lavoro che raccomandava di non superare i 50 ppm. L’argomento, perorato con indubbia forza suggestiva, non ha alcun pregio, né sotto il profilo della critica agli strumenti di monitoraggio, entrambi, né sotto il profilo della sostenuta non realizzazione delle modifiche, vuoi alle procedure, vuoi agli impianti. Innanzitutto perché non è vero che le procedure non siano state rivoluzionate nel biennio ‘73–‘75, parlo di biennio perché in realtà noi dobbiamo riferirci ad aprile ‘73, l’inizio di cui vi ho parlato, fino in sostanza a marzo ‘75, che è la messa in funzione dei tre gascromatografi nei tre reparti di polimerizzazione. È vero che non esistono in atti - ne abbiamo già parlato in sede di rinnovazione del dibattimento, qui sarò evidentemente più succinto possibile - i manuali operativi dei reparti di produzione del CVM-PVC la cui data di emissione risalga al ‘73–‘74–‘75, ma questo non dimostra che i manuali operativi dell’epoca mancassero, anzi dagli atti noi abbiamo la prova che ci fossero, che alcuni lavoratori esperti si dedicavano espressamente alla redazione di manuali operativi. Il capo reparto del CV14–16, Corò, tra il ‘75 e il ‘76 ha lasciato la responsabilità di reparto proprio per dedicarsi alla redazione di un nuovo manuale, questo risulta dalla deposizione Barina. Ma se Corò il manuale l’aveva riscritto completamente nel ‘75, ciò non vuol dire che nel ‘73–’74 su quello vecchio non fossero state inserite, anche a mano, le modificate procedure del CV14–16; infatti i manuali venivano integrati, venivano modificati nel corso del tempo di applicazione, con cancellazioni, con integrazioni, anche a mano a volte, di nuove procedure, per fare sì che essi rispondessero sempre alle esigenze attuali del reparto. Deposizione Barina: "Il discorso del manuale operativo era un discorso di aggiornamento un po’ continuo, perché quelli erano anni in cui c’erano diverse modifiche in corso"; e la consultazione dei manuali di reparto più recenti rinvenuti in atti non consente di determinare, d’altra parte, con precisione il periodo temporale in cui sono stati intrapresi nuovi modi di lavorare. Ce ne dà una conferma lo stesso Pubblico Ministero, questi manuali avevano una data di emissione ma raccoglievano tutte le procedure in vigore, è ovvio, anche quelle in funzione da molto tempo, anche quelle di Corò. Ecco perché il Pubblico Ministero ha trovato nei manuali recenti delle parti su carta intestata Montecatini-Edison – l’ha detto – Montedison; si tratta di quelle sezioni dove ci si rifaceva a delle procedure in essere già negli Anni Settanta. In definitiva l’argomento dell’Accusa è inconferente, il Pubblico Ministero approfitta semplicemente della circostanza che non ci sono, non sono stati trovati i manuali più recenti, e per lo più sono stati trovati a pezzi, in forma incompleta, l’unico sicuramente completo è quello del CV24, e questo fatto è molto significativo, signori Giudici, perché il CV24 è l’unico dei reparti di polimerizzazione attualmente operante. Perché il dato è significativo? Proprio perché – e concludo sul punto – il manuale operativo non aveva funzione operatoria, costitutiva la documentazione fondamentale per la conoscenza delle operazioni ordinarie e straordinarie da compiere su ogni sezione dell’impianto chimico. Il manuale operativo serviva ai lavoratori di quel momento, doveva costituire un punto di riferimento aggiornato per i lavoratori operanti, dopodiché non serviva più il manuale operativo se l’impianto veniva chiuso o il manuale veniva rifatto. Sarebbe stato anzi, aggiungo, poco opportuno anche in termini di sicurezza che fossero rimaste nella disponibilità degli impianti e dei lavoratori norme tecniche relative ad un processo produttivo magari abbandonato, modificato, compilate su carta intestata di altre società, ma soprattutto modificato. Di questa esigenza di sicurezza, molto importante ovviamente, si trova conferma nelle carte processuali, ad esempio nella comunicazione del PAS 21 agosto ‘74 proprio al capo reparto Corò, 21 agosto ‘74, "norme generali di emergenza – edizione 1974", dal PAS: "Alleghiamo alla presente la copia n. 76 delle norme generali di emergenza aggiornate al 5 luglio ‘74. Preghiamo di distruggere le copie delle edizioni precedenti delle norme stesse eventualmente esistenti". Questo ed altri documenti sono in atti: distruggere per non creare confusioni nel personale operativo, ovviamente, che doveva conoscere e seguire le nuove disposizioni e solo quelle. Quindi è fuori di dubbio che i manuali operativi fossero già negli Anni Settanta in dotazione dei reparti di Porto Marghera; più difficile è pensare oggi di trovare, a distanza di oltre trent’anni, gli integrali documenti dell’epoca, parte di essi, dopo vari cambiamenti societari, dopo la fermata di molti degli impianti CVM-PVC. Ma soprattutto tutto questo non vuole dire assolutamente che le procedure non fossero state rivoluzionate negli anni ‘73–‘74. La tesi d’accusa si scontra con gli elementi di prova raccolti durante il dibattimento, documentali, testimoniali, provenienti questi ultimi dalla viva voce dei protagonisti al di sopra di ogni sospetto. Il Pubblico Ministero non tiene conto che in dibattimento sono stati sentiti come testi lavoratori, capi reparto, e che sono stati specificamente interrogati proprio sulla modifica delle procedure d’esercizio, quella che era più immediata. In sede di rinnovazione del dibattimento si era proposta all’attenzione della Corte una deposizione molto significativa, ma significativa non perché era singola ma perché era stata resa da un soggetto, un lavoratore che aveva reso una deposizione molto dura, molto delicata degli anni in cui si lavorava il CVM senza conoscenza dei pericoli, eppure Dino Corò aveva dichiarato: "ad ogni modo, a partire da una certa data, probabilmente è stata dopo questa data qua, noi abbiamo cominciato a lavorare diversamente, cioè con lo stesso impianto. Per vari motivi abbiamo fatto delle riunioni per vedere lavorando diversamente cosa si riusciva a fare, e difatti sono stati fatti dei passi in avanti perché sono stati chiusi i serbatoi, non è stata più pulita l’autoclave come si faceva prima ma si è richiusa, si è cominciato a degasare. Insomma abbiamo fatto grossi passi avanti soltanto cambiando le procedure di esercizio. Quindi non c’è neanche paragone da prima a dopo". Non c’è paragone da prima a dopo, "e anche per quanto riguarda le procedure di entrata in autoclave", dice Corò. Oggi il Pubblico Ministero, nella pagina 13 della terza memoria tecnica depositata però praticamente nell’immediatezza delle questioni di rinnovazione del dibattimento, ci viene a dire che su Corò ha sbagliato il Tribunale, indicandolo come capo reparto CV14–16 fino al ‘75, perché secondo il Pubblico Ministero Corò è stato capo reparto fino al settembre ‘76, lasciando intendere che cosa? Che il rivoluzionamento di procedure descritto da Corò potrebbe essere stato ritardato di oltre un anno, di un anno, nel ‘76. Il Tribunale non ha sbagliato però neanche su questo, perché nel faldone 77 in atti c’è l’elenco dei capi di reparto fatto dalla Guardia di Finanza, che indica Corò come capo reparto CV14–16 fino all’ottobre ‘75. Il dato è confermato in testimonianza dal successivo capo reparto Barina, ma di più noi abbiamo trovato in atti sempre l’ordine di servizio 11 novembre ’75 - che potete vedere -: con decorrenza 1/11/75 il perito industriale Dino Corò lascia l’incarico di responsabile del reparto CV14–16 del gruppo di produzione polivinilici, l’incarico finora ricoperto da Corò viene assegnato con pari decorrenza a Barina. D’altra parte non si capisce, devo dire, la rilevanza di questa precisazione, visto che il Pubblico Ministero sostiene che le procedure di entrata in autoclave non sarebbero state modificate fino agli Anni Ottanta, e Corò comunque indiscutibilmente nella sua deposizione afferma che non c’è paragone tra prima e dopo, identificando lo spartiacque dei due periodi tra il ‘74 e il ‘75. Ma nella sua opera di continuo stravolgimento delle deposizioni testimoniali, pur di sostenere la povertà delle procedure di esercizio dei reparti, il Pubblico Ministero arriva a ben altro, citando sempre Corò. Sempre nella memoria tecnica a pagina 14 dice: "anche dopo il ‘75 gli operai che entravano nelle autoclavi del CV14–16 erano protetti solo da una braga con la corda e il casco", e indica la data della deposizione di Corò, dibattimentale. Anche qui una lettura completa del verbale rileva che la portata delle affermazioni del teste è diversa da quella che scrive il Pubblico Ministero, il Presidente dice: "le ha chiesto l’avvocato Manderino adesso quali erano i mezzi di protezione che venivano utilizzati per entrare nelle autoclavi successivamente", "il mezzo, l’ho detto, era il casco e il corpetto", risponde Corò, "anche dopo che si è saputo della cancerogenicità?", "sì", "praticamente non è cambiato niente?", "no, perché non era come mezzo, è che dopo, quando è subentrata la questione che il CVM faceva male, si andava a controllare con la presa del gascromatografo prima di entrare, cosa che prima non si faceva, ma non c’erano differenze di mezzi". Corò aggiunge che "l’operaio andava dentro quando la presenza di CVM era inferiore a 5 ppm", nella sua deposizione, dunque si entrava nelle autoclavi per la pulizia in condizioni che dovevano evitare di massima l’utilizzo delle maschere. Scomodo in quell’attività, scomodo specie se è protratto nel tempo. La maschera era a disposizione di ogni addetto al CVM, che in ogni momento di emergenza poteva utilizzarla, anche dentro l’autoclave; si vedano in proposito le deposizioni degli addetti alla squadra di pulizia interna delle autoclavi Cecconello e Renzo Corò. Ma la testimonianza di Corò ha introdotto il tema della modifica di quelle particolari procedure d’esercizio che disciplinavano l’entrata in autoclave. Due erano i versanti verso i quali convergevano le sperimentazioni di capi reparto, lavoratori, tecnologi, per ridurre il rischio di un’attività intrinsecamente delicata: primo, evitare per quanto possibile l’entrata in autoclave; secondo, comunque controllare l’entrata monitorando attentamente l’aria e l’esposizione. Primo punto: reparto CV6 e CV14–16, grazie alle modifiche introdotte soprattutto dai tecnologi nella seconda metà degli Anni Settanta, non si entrò più in autoclave per la pulizia a partire da una certa data, a partire dalla seconda metà degli Anni Settanta. Tra la documentazione sequestrata dal Pubblico Ministero esiste un foglio di procedure di sicurezza nello stabilimento di Porto Marghera datato 9/11/77, che voi ben conoscete; è un foglio che descrive sia la procedura d’allarme, in alto, sia, in basso pagina, la procedura di entrata in autoclave nei tre reparti di polimerizzazione, quindi le procedure esistevano. A proposito dell’entrata in autoclave nel CV6 si legge in basso al documento: "CV6, non esiste il problema perché si entra solo per manutenzione", nel ‘77 si entra solo per manutenzione. L’individuazione della data è intuibile, è un problema in un processo che rievoca fatti vecchi trent’anni, gli operai si ricordavano il prima dei lavori di risanamento e il dopo, ma spesso non riuscivano ad essere precisi, com’è naturale, sulle date. In questo caso il problema è complicato dal fatto che, pur essendo stata abbandonata in certi reparti l’entrata per pulizia, si continuava in sicurezza e ad impianti fermi a procedere alla manutenzione, ovviamente, annuale delle autoclavi. Il Tribunale ha riferito il ricordo dei vari testi, del capo reparto Martinello e di Perazzolo, che dicono nel ‘74 fu abbandonata la pulizia interna del CV6, di Dellantone, ‘77, di Rossetti e Gasparini, ‘77, di Pezzato, Condotta e Ceolin, ‘80. E ha concluso affermando che la lettura del foglio di procedure che avete visto permette di valorizzare la maggior parte delle deposizioni testimoniali, di confermare che gli sforzi di tecnologi e capo reparto del CV6 a metà degli Anni Settanta sortirono l’effetto di risolvere il problema dell’entrata in autoclave. Ha aggiunto correttamente il professor Pulitanò che nel ‘77 non si entrava nelle autoclavi del CV6 per pulizia perché è la controparte di Montedison a dirlo. Il Consiglio di Fabbrica, in relazione al convegno FULC del luglio ‘77, dice: "l’entrata in autoclave per pulizia è stata soppressa". Il Pubblico Ministero, nella discussione avanti alla Corte, ignora il foglio di procedura Montedison che avete visto, ignora le deposizioni dei testi richiamate, ignora quanto detto dalla Commissione Impiantistica FULC e utilizza invece – ne ha parlato un momento il professor Pulitanò – un documento Montepolimeri del 14/6/83, contenuto nel manuale operativo del CV6, in cui si parla al paragrafo 12 di pulizia autoclave, del fatto che il personale addetto alla pulizia interna delle autoclavi dev’essere controllato da un operatore posto all’esterno dell’autoclave. Questo documento contenuto nella documentazione del manuale CV6 proverebbe che perfino alla data 4 giugno ‘83 i lavoratori sarebbero entrati nelle autoclavi di polimerizzazione del CV6 per effettuarvi la pulizia manuale. Però io ritengo di dovervi far vedere come la conclusione sia del tutto fuorviante alla luce della visione dei documenti. Io proietto la prima pagina del documento Montepolimeri allegato al manuale CV6 per mostrare che chiaramente si tratta di - viene indicato - "norme di protezione dei lavoratori ai sensi del D.P.R. ‘82", che quindi valevano per tutti i reparti. Non c’è né nella prima pagina - e lo potrete verificare anche voi -, né nel testo di 11 pagine più allegati, alcun riferimento specifico al CV6. Si tratta chiaramente di un documento sulle norme di sicurezza del CVM che veniva introdotto in tutti i reparti. E la prova proprio decisiva l’ho trovata, che è un documento identico a questo, sia pure datato 20 luglio ‘83, è allegato al manuale operativo del CV22–23, come sequestrato dalla Guardia di Finanza, e questo vuole dire che, nonostante al CV22–23 non ci fossero le autoclavi, e quindi fosse impossibile anche da un punto di vista ontologico l’entrata per pulizia, il manualetto delle disposizioni di sicurezza era puntualmente presente descrivendo al punto 12 la pulizia delle autoclavi, che non c’erano. Io vi mostro per completezza l’indice originale dei documenti allegati al manuale del reparto CV22–23, voi vedete che al punto a) compare "norme di protezione per i lavoratori D.P.R. 962 del 10/9/82", e nella pagina successiva si trova il documento allegato, che è sempre la stessa cosa, evidentemente il documento "Cloruro di vinile, norme di protezione dei lavoratori", sempre di 11 pagine più allegati. Credo che cade nel vuoto così anche questa contestazione, questa tesi d’accusa. Non c’era nell’83 alcuna procedura che prevedeva l’entrata in autoclave per pulizia nel CV6. L’assunto accusatorio si fonda sull’utilizzo arbitrario di un manuale, di un documento che riguardava tutti i reparti di produzione CVM e PVC. Passiamo al CV14–16; anche in questo reparto si riuscì prima a diminuire, poi ad eliminare l’entrata nelle autoclavi per pulizia, l’ha detto capo reparto Barina: "il lavaggio chimico delle autoclavi adesso mi sembra di ricordare, dal ‘77, forse ‘78 in poi, la pulizia delle autoclavi progressivamente è stata effettuata lavandole con cicloesanone, un solvente chimico, anziché con ingresso interno". Il ricordo di Barina è stato confermato da altri testi, tra cui Zagagnin. L’esistenza in atti di due schede di lavoro, questa volta specifiche al reparto CV14–16, una datata ‘78 e l’altra datata ‘83, che descrivono la procedura di pulizia delle autoclavi anche ai fini di manutenzione – "anche ai fini di manutenzione" viene scritto - non è contrastante con la tesi che già nel ‘78, al CV14–16, si entrava nelle autoclavi sempre meno, per lo più per manutenzione e quindi in assoluta sicurezza. Però c’è il secondo versante in cui convergono le modifiche del procedure di entrata in autoclave, un versante cruciale, fondamentale era la procedura d’entrata e la sua effettiva applicazione, fondamentale perché nel CV24, che da un lato era il più moderno, il più sicuro da tutti gli aspetti a livello tecnologico, dei reparti di polimerizzazione, d’altro lato era quello dove, nonostante tutti gli accorgimenti via via posti in essere, si continuò ad entrare in autoclave per molti anni, ovviamente in maniera sempre più ridotta. Lo stesso foglio di lavoro citato del 9/11/77 stabiliva quelle che erano le precise, rigide disposizioni, sia a CV14–16, sia al CV24, che ovviamente non vi leggo ma che voi avete ben presente in questo documento. Ve le ho proiettate perché vi devo dire che a nulla serve che a questo documento, in cui vengono indicate specificamente le procedure, il Pubblico Ministero contrappone la scheda lavori del CV14–16 del ‘78, in cui sarebbero - secondo il Pubblico Ministero - state assenti le più elementari norme di buona tecnica in grado di tutelare la salute e la integrità psicofisica dei lavoratori. In verità, se si esamina anche quest’ultimo documento del CV14–16, si può riscontrare una conformità alla procedura 9/11/77, un rispetto delle regole di sicurezza: "Predisporre vicino all’autoclave l’elettroventilatore; iniziare il riempimento dell’autoclave con acqua industriale; il capo turno, con ventilatore fermo, esegue l’analisi ambiente, CVM e ossigeno, all’interno dell’autoclave; sia l’operatore interno che l’esterno devono tenere a portata di mano l’apparecchiatura di isolamento, DAC 70 e carrello BC; l’operatore non potrà rimanere all’interno dell’autoclave ininterrottamente per oltre 1 ora". Sia l’operatore interno, sia quello esterno, dovevano tenere a disposizione continua l’autorespiratore, era il DAC 70, che era ovviamente più sicuro della maschera con filtro. Altro che assenza di mezzi di protezione personale nel documento indicato dal Pubblico Ministero! E le procedure di entrata in autoclave erano applicate eccome, erano applicate in concreto, ne hanno parlato in termini precisi Condotta e Ceolin per il CV6, Corò e Barina per il CV14–16, Cecconello per il CV24: "Facevamo le analisi ambiente e, come le analisi ti permettevano di andare dentro, si andava dentro, si inseriva l’allarme, dopodiché, se c’era l’allarme, si veniva fuori. Quando non c’erano i valori prestabiliti io venivo fuori e si aspettava". E Cecconello, a pagina 79-80 della trascrizione, confermava che si entrava ad 1 ppm e si usciva a 5 ppm. Lui e Calcatelli, assistente di servizio, confermano che lo sforzo di tutto il reparto era di ridurre via via la frequenza di ingressi in autoclave. Possiamo in definitiva su questo argomento affermare che nei tre reparti di polimerizzazione i capi reparto, insieme ai tecnologi ed ai lavoratori, avevano concentrato l’attenzione per adottare tutti gli accorgimenti che evitassero o minimizzassero l’entrata in autoclave e potessero consegnare all’operaio un’autoclave priva di CVM in valori significativi. Che in particolare il gascromatografo e il cerca-fughe erano strumenti preziosi per rendere più sicure le procedure di entrata, che era da tutti particolarmente avvertita la pericolosità della operazione di entrata in autoclave, soprattutto tra coloro che come squadra dovevano fare tale operazione, il che si traduceva in un rispetto delle procedure. Ed è questa continua ricerca della maggiore sicurezza possibile nell’entrata in autoclave che appare antitetica non solo al dolo dell’articolo 437, alla coscienza e volontà di omettere le cautele, ma anche alla colpa specifica contestata. E non si può nemmeno sostenere che le procedure fossero tardive: una nuova procedura per l’entrata in autoclavi esisteva e veniva applicata da epoca molto risalente, dall’epoca in cui si era accertata la cancerogenicità del CVM. Signori Giudici, anche su questo non c’è solo la prova testimoniale ma quella documentale: per l’entrata in autoclavi agli atti del fascicolo non c’è solo quella procedura che abbiamo visto del ‘77, c’è un documento dell’1 gennaio ‘74 intitolato "Gruppo Montedison-Montefibre" in cui si prevede per le autoclavi, al punto 7, l’analisi dell’atmosfera all’interno dell’apparecchiatura per rilevare eventuali tracce di monomero, verifica eseguita dal servizio di sicurezza. Quindi vale la testimonianza di Corò sulla modifica radicale delle procedure di esercizio, ma mi preme dire che valgono tutte le altre di lavoratori e di capi reparto, che danno conto di come mutarono le esposizioni a CVM appena si modificarono le procedure. A solo titolo di esempio richiamo le deposizioni di Ferro, Tedesco, Calcatelli, Francini - i riferimenti poi li darò, ovviamente - sul fatto che nel ‘73 si provvede ad aspirare il CVM non polimerizzato scaricandolo all’esterno, con l’ausilio di eiettori a vapore già disponibili nei reparti, e sottolineo l’espressione "già disponibili nei reparti", che giustificava la nuova procedura applicata con immediatezza, con risultati immediati, nell’immediatezza del congresso di Bologna. Per le altre deposizioni sulla modifica delle procedure e i loro risultati richiamo le consulenze tecniche del professor Pasquon sugli aspetti impiantistici. Però, signori Giudici, se non bastano le testimonianze degli interessati, ci sono dei documenti scritti, in atti, datati, chiarissimi, che confermano la straordinarietà dei risultati ottenuti con la modifica delle procedure; in particolare di procedure modificate per risanare gli impianti si parla molto spesso nelle relazioni tecniche sulle commesse impiantistiche. Ora, io ho combinato i contenuti della relazione alla commessa n. 725, richiesta il 10 gennaio ’74 - siamo proprio all’inizio -, con quelle della relazione alla commessa n. 3317 richiesta quattro giorni dopo. Si comprende, con questi due contenuti, come prima del ‘74 in sala autoclavi del reparto più vecchio, il CV6, durante le fasi delicate si era passati da punte – sto parlando di punte – di 600–750 ppm fino a valori di 17-50 ppm. Il primo documento che vi ho citato dà atto di una procedura già adottata che riduce il CVM da 600–750 ppm a 50–300 ppm, 10 gennaio ’74: "l’obiettivo della presente modifica è quello di migliorare l’igiene ambientale della sala autoclavi – dice il documento – del reparto, che è il luogo di lavoro continuativo di nove addetti. Recenti modifiche alla procedura hanno migliorato la situazione riducendo il CVM da valori di 600–750 ppm a 50–300 ppm". E il secondo documento che vi citavo tocca le stesse situazioni e porta la situazione da 50-500 ppm a valori di 17–50 ppm. Il secondo documento, anche qui dice: "è stata recentemente adottata una nuova procedura che prevede di aspirare con gli eiettori delle otto autoclavi, anche durante la fase di lavaggio e risciacquo dell’autoclave a fine polimerizzazione. Questa modifica di procedura ha permesso di ridurre il tasso di CVM in sala autoclavi da valori di 50 minimo – 500 massimo ppm a valori di 17–50 ppm". E se vogliamo spostarci ad un altro reparto, al CV24, nella relazione tecnica del 25 febbraio ’74 - siamo sempre nel momento delicato delle notizie Goodrich - leggiamo: "Igiene ambientale: in sala autoclavi è stata eliminata, con le nuove procedere di carico additivi e bonifica autoclavi prima dell’apertura del boccaporto, ogni fonte di inquinamento da CVM e di esalazione di vapori dal sospendente P5", nel gennaio ‘74, al momento della prima comunicazione Goodrich della morte di operai per angiosarcoma, alla vigilia delle rilevazioni con pipettone, signori Giudici, e nel reparto più criticato dall’Accusa per la sua vetustà, il CV6, ma anche negli altri reparti come il CV24; si sono potute sperimentare e realizzare procedure dall’effetto immediato, in grado di ridurre vuoi i minimi, vuoi i massimi di esposizione delle sale autoclavi, di più di un ordine di grandezza, di 10 volte. La risposta sul perché di questi risultati si rinviene nelle affermazioni assolutamente ragionevoli del Tribunale: perché il margine di intervento era assai elevato, perché le cautele gestionali e impiantistiche erano precedentemente commisurate vuoi alle caratteristiche di infiammabilità e esplosività del CVM, vuoi ad una nocività per la salute comunque modesta. Sempre a proposito delle nuove procedura in sala autoclavi cade nel vuoto anche un’ultima contestazione del Pubblico Ministero in discussione, secondo cui i lavori di bonifica delle autoclavi del ‘73–‘74 e ‘75 sarebbero stati disposti ed eseguiti al CV24-25 non per iniziativa dei dirigenti Montedison, ma perché c’è stata una ispezione dell’Ispettorato del Lavoro del maggio ‘72. Prima di tutto mi si consenta di rilevare che il Pubblico Ministero ammette che sono state modificate le procedure del ‘73–‘74–‘75, esattamente quello che con la teoria del biennio miracoloso ha sempre inteso negare. In secondo luogo il verbale d’ispezione del 3 maggio ‘72 prescriveva che al termine della polimerizzazione, dopo l’evacuazione del monomero al gasometro, l’autoclave priva della sua apertura - nel momento delicato - venisse spurgata con azoto al fine di evitare la presenza di miscele esplosive CVM–aria. Con questo tipo di operazione, senza altri accorgimenti, quali per esempio il convogliamento del gas spurgato all’esterno dell’edificio, il CVM allontanato dall’autoclave assieme all’azoto sarebbe stato scaricato nell’ambiente di lavoro, senza comportare alcun miglioramento dell’ambiente di lavoro: mentre alle modifiche alle procedure, le commesse impiantistiche sono andate in questa direzione, nella direzione di ridurre la concentrazione nell’ambiente di lavoro. Gli eiettori avevano questa funzione, il camino di 15 metri aveva questa funzione, e non erano chiesti dall’Ispettorato che nel ‘72, ovviamente, si preoccupava solo dell’esplosività del CVM. Ma quello che il Pubblico Ministero non ha assolutamente considerato per spiegarsi i miglioramenti delle condizioni dei lavoratori a partire dal ‘73 sono le semplici accortezze di manutenzione intervenute sulle valvole, intervenute sulle tenute degli impianti subito dopo la consapevolezza della pericolosità del CVM. Anche su questo è stato chiaro il Tribunale di Venezia: "se da un lato il massimo contenimento delle perdite delle valvole richiedeva il cambiamento delle medesime, sostituendo le valvole a tenuta semplice con quelle a doppia tenuta, con valvole con tenuta a soffietto, con rubinetti, d’altro canto però una rapida e sensibile riduzione delle perdite medie poteva essere conseguita stabilendo una maggiore frequenza di serraggio del premi/stoppa e di sostituzione della baderna", che si poteva ottenere fin da subito; Francini, sindacalista: "noi invece volevamo la presenza delle persone della manutenzione in impianto per fare anche gli interventi banali ma significativi dal punto di vista ambientale: stringere una baderna è un intervento banalissimo, però è importante perché da quella baderna esce gas", e quindi il sindacalista Francini vuole gli uomini della manutenzione. Dellantone, tecnologo: "una fonte diretta di inquinamento era la tenuta degli organi di intercettazione, valvole, rubinetti, con il passare del tempo e quindi il lavoro di questi organi, un po’ alla volta il monomero attraverso la guarnizione si seccava e fuoriusciva dall’ambiente, quindi l’intervento manutentivo su questi organi era importante". Vianello, operaio: "perdite di gas potevano avvenire attraverso delle valvole normali che si adoperavano, che, nel caso dovessero perdere, noi le stringevamo un po’ e magari, quando arriva al punto che non si poteva restringere, si faceva intervenire la manutenzione. Però, quando una di queste valvole qua, come negli altri gas, noi ce ne accorgevamo se perdeva, perché faceva una certa (brillatura) attraverso i premi/stoppa". Con la modifica delle procedure di lavorazione e questi accorgimenti manutentivi semplici ma importanti, avvenuti prima e durante il 1974, ‘73–‘74, si è ottenuta la diminuzione reale dell’esposizione a CVM, che è importante e che avete visto nei valori di punta in quei documenti, che è incontestabile, che è confermata dall’andamento decrescente nel tempo delle misurazioni effettuate con il medesimo strumento di rilevazione. Ora, l’andamento dei dati forniti dal primo strumento di rilevazione ambientale introdotto da Montedison, proprio i pipettoni che misuravano l’esposizione a CVM nei reparti di produzione fino a 8 ore lavorative, e che hanno funzionato dall’aprile ‘74 fino al marzo ‘75, e poi sono andati avanti in realtà per tre mesi in cui funzionavano già i gascromatografi, consente di riscontrare un andamento costantemente – questa misurazione con lo stesso strumento – decrescente dei risultati delle misurazioni, mese per mese. È un argomento che ho già toccato in sede di rinnovazione del dibattimento e sarò molto sintetico. Avevo già probabilmente proiettato un documento della nostra consulente di Difesa statistica, dottoressa Negri, che ha considerato i risultati dei bollettini dei pipettoni a lunga durata in atti e ha concluso che nei mesi tra il secondo semestre del ‘74, che vedete a sinistra, e il primo del ‘75, i livelli di CVM sono consistentemente e drasticamente diminuiti nell’ambiente di lavoro. Voi stessi potete verificare come siano differenti le medie geometriche dei rilevamenti nei vari reparti nel ‘74 rispetto a quelli del ‘75. E con lo stesso strumento il dato è lampante, di evidenza nel grafico che proietto – che, mi scuso, ho già proiettato - in cui sono raccolti i dati di tutte le rilevazioni con pipettone a lunga durata nella zona più delicata, la sala autoclavi, nei due reparti PVC più vecchi, più criticati dall’Accusa: CV6 e CV14–16: gli istogrammi blu rappresentano la media dei valori dei pipettoni ‘74, mentre gli istogrammi gialli si riferiscono alla media dei valori dei pipettoni del ’75. Discesa importante, evidente, sotto gli occhi di tutti. In alcune sale autoclavi c’è il dimezzamento di valori, in altre la riduzione di entità di gran lunga maggiore. Dato inconfutabile perché il confronto è stato compiuto proprio con i risultati provenienti dalla stessa metodologia, il pipettone ad 8 ore, qui vengono riportati tutti i bollettini – attenzione - dei pipettoni ad 8 ore a disposizione per la seconda metà del ’74, e dall’altro lato, la prima metà del ’75. La diminuzione prescinde totalmente dalla fondatezza o meno delle critiche mosse dall’Accusa alla capacità dei pipettoni di rilevare del tutto la esposizione lavorativa, di cui parleremo dopo; lo strumento di monitoraggio era lo stesso e monitorava la stessa zona. Il crollo non può essere effettivo. E vi aggiungo, attenzione, che questo dato non è stato solo estrapolato recentemente da una esperta statistica come la dottoressa Negri, ma è stato rilevato anche dagli statistici del tempo. In atti, il dottor Capodaglio della CSQ di Montedison, teste di questo processo, in più documenti in atti, vediamo in particolare il documento febbraio ‘75 intitolato "Rilevazione ed elaborazione dati CVM, reparti PVC", dice sul CV6: "I dati elaborati si riferiscono alla prima decade del mese - siamo nel febbraio ’75 -, perché successivamente è stato inserito e messo a punto il rilevamento tramite il cromatografo - lo sappiamo -. Il tasso medio mensile, sebbene relativo, è risultato il più basso dall’aprile ’74 - Capodaglio sta valutando solo i pipettoni -, confermando ciò che era previsto nell’indagine precedente, cioè che l’inquinamento ambientale è in progressiva diminuzione, non solo negli ultimi mesi, ma dall’aprile ‘74, per cui si possono ritenere accidentali i valori che non hanno rispettato tale tendenza. Il documento offre dati in netta diminuzione anche per il CV14–16 e il CV24, ma soprattutto c’è una cosa fondamentale in questo documento, in questo resoconto del febbraio ‘75, come anche in quelli precedenti in atti, tutti relativi, ripeto, a dati con lo stesso strumento: il pipettone a lunga durata. È importantissimo perché questo documento - adesso lo vedete - collega il singolo ribasso di valori ad una modifica impiantistica; il valore non in linea con il ribasso ha problemi di una determinata parte dell’impianto. Si legge a proposito, infatti, del CV24: "Il tasso medio mensile è risultato dimezzato rispetto a quello di gennaio, sebbene vi sia stato un peggioramento della zona n. 4,; pompe scarico torbida per necessità di numerose ribadernature. Il sensibile miglioramento registrato nella zona 3 – vagli essiccamento - è dovuto in particolare alla modifica delle tenute sugli scarichi della tramoggia delle centrifughe". Ma se è così, se un miglioramento o un peggioramento mensile del singolo reparto aveva una giustificazione vuoi in interventi realizzati o vuoi in inconvenienti accaduti, allora è la riprova - signori Giudici - che il sistema realizzato da Montedison era rappresentativo dell’ambiente di lavoro. Possiamo dire accertato senza alcun ragionevole dubbio il fatto che le procedure di esercizio erano state ripetutamente modificate nel ’73, nel ’74 e nel ’75, i pipettoni ad 8 ore erano entrati in funzione nell’aprile del ‘74, davano valori rappresentativi di questa progressiva bonifica dei luoghi di lavoro. Ma il Pubblico Ministero contesta anche i dati ambientali risalenti al periodo di messa in funzione dei gascromatografi e afferma che l’ulteriore abbassamento di valori di esposizione non è per nulla giustificato, non essendo a quella data intervenute realizzazioni di commesse impiantistiche, anzi il discorso del Pubblico Ministero è un po’ più articolato, il Pubblico Ministero sostiene l’ipotesi di un imbroglio di Montedison che, sapendo di un nuovo limite di OSHA, che sarebbe stato fissato nell’aprile del ‘75, di 1 ppm TLV/TWA, avrebbe sostituito un mese prima, nel marzo ‘75, i pipettoni con i gascromatografi, perché? Così in azienda si sarebbe passati – dice il Pubblico Ministero – dalle decine di unità di ppm rilevate dai pipettoni - le abbiamo viste - a riscontrare soltanto la presenza di poche unità, si sarebbe cambiato un ordine di grandezza, nonostante la prima commessa - aggiunge il Pubblico Ministero - completata da Montedison sia del maggio ‘75, quindi successiva all’entrata in funzione dei gascromatografi. Però non c’è nulla di vero di quello che dice il Pubblico Ministero su questo argomento. In primo luogo il limite dell’OSHA è entrato in vigore nel gennaio ‘76, lo sapete benissimo, quando i gascromatografi operavano da molto tempo, quindi non c’è alcun nesso tra i due fatti. In secondo luogo non è vero che la prima commessa impiantistica di Montedison è stata realizzata nel maggio del ‘75. E in terzo luogo non è vero che con i gascromatografi si sono ottenuti valori di esposizione inferiori di un ordine di grandezza. Proietto l’elenco di alcune commesse in atti che sicuramente sono state realizzate – qui stiamo parlando di realizzazione – tra gli ultimi mesi del ‘73 e la metà del ’75; riguardano tutti i reparti - CV6, CV14–16, CV24, laboratori - e ci sono tutte le date di fine dei lavori, che risultano dai piani di risanamento e che risultano dalla documentazione in atti. Questo per significare - ovviamente poi le avrete allegate - che nel marzo del ‘75, periodo della messa in funzione dei gascromatografi, grazie alla realizzazione di importanti commesse, come grazie all’evoluzione delle procedure di esercizio, che si sono ancora modificate ed affinate, ci si poteva attendere risultati ulteriormente migliorativi dell’esposizione a CVM nei reparti. Il Pubblico Ministero sul punto replica rimarcando però che sarebbe diversa la data della effettiva ultimazione degli interventi rispetto a quella formale indicata agli atti. Qui la tesi d’Accusa in requisitoria arriva a stravolgere il ragionamento della sentenza del Tribunale e merita di essere riproposta integralmente: "Il Tribunale parla ancora di questo - dice il Pubblico Ministero - periodo miracoloso ‘73–‘74, ma non è proprio giovedì, ed è lo stesso Tribunale - dice il Pubblico Ministero - che per certi versi se ne rende conto, perché a pagina 293, dopo avere affermato e parlato della esistenza di documenti contabili comprovanti la avvenuta definizione di lavori, ammette che vi sia discordanza tra la data di effettiva ultimazione e quella formale in atti. È evidente che un lavoro può dirsi ultimato solo quando sia stato materialmente concluso, al di là delle necessità ed esigenze contabili". Secondo il Pubblico Ministero la sentenza ammetterebbe che molti interventi sarebbero terminati fisicamente dopo la chiusura contabile della commessa. Ma questo è proprio il contrario di quello che dice il Tribunale a pagina 292 e 293, dice il sentenza: "prima terminavano i lavori, dopo veniva chiesta la chiusura della commessa che, dopo la verifica dei lavori, veniva contabilmente chiusa. La chiusura contabile seguiva l’esecuzione", naturalmente seguiva l’esecuzione fisica dei lavori e il controllo dei lavori, ma intanto l’impianto funzionava. Quindi è il contrario, vuol dire che la data di fine lavori effettiva era sempre precedente, a volte di mesi, rispetto alla chiusura contabile. Quindi, esemplificando, i lavori relativi alle commesse impiantistiche, se le chiusure contabili indicano ‘75, si erano conclusi necessariamente prima e gli impianti erano in funzione da prima. Il contrario della tesi del Pubblico Ministero, tendente a spostare avanti ad ogni costo la fine, l’esecuzione dei lavori. Ma il Pubblico Ministero ha insistito con altre argomentazioni nella tesi che la conclusione effettiva dei lavori è sempre da spostarsi ad ogni costo avanti rispetto al dato formale, al dato contabile, ha detto in linea di principio: "per tutti è chiaro ed evidente che se per una commessa sono ancora in corso approvvigionamenti di materiali o addirittura aggiornamenti di lavori, il lavoro in questione non può dirsi concluso". E riporta anche un esempio nella memoria scritta: "in sentenza viene indicata la data di giugno ‘75 come fine lavori per la importante commessa 4073 per lo spurgo con vapore delle autoclavi, ma la data del giugno ‘75 non è assolutamente compatibile – dice il Pubblico Ministero – con il fatto che per ben 40 rubinetti e 34 vuotometri era stata prevista una data di consegna del materiale al 30 settembre ‘75, quindi una fine lavori sicuramente successiva". Ora, la regola di buon senso generale che il Pubblico Ministero richiama nella sua definizione di conclusione dei lavori è irragionevole nell’ipotesi di un investimento impiantistico industriale. Una innovazione tecnologica, magari senza il supporto di esperienze precedenti, non può essere esaminata o gestita come fosse un acquisto di un elettrodomestico o l’imbiancatura di un appartamento. La complessità e la natura spesso sperimentale di tali iniziative, la necessità di verificare soluzioni alternative sempre più affinate che possono rivelarsi necessarie in tempi dilatati, si pensi alla eventualità di componenti non rispondenti ai criteri di durata previsti, comportano inevitabilmente aggiustamenti, rimaneggiamenti del lavoro, ma ciò non significa che gli impianti e le apparecchiature possono funzionare solo dopo il montaggio dell’ultimo particolare ulteriormente migliorativo. Andiamo ad esaminare l’esempio: secondo il Pubblico Ministero la commessa al CV14–16 non può essere conclusa nel giugno ‘75 dal momento che a settembre dello stesso anno sarebbe stata prevista la consegna di 40 rubinetti. Oltre a rilevare che con questo sofisma l’Accusa guadagna solo tre mesi, è utile rimarcare che questa componentistica enunciata come mancante si confronta con una commessa il cui valore attualizzato al ‘98 è superiore ai 2,65 miliardi, una importante commessa. Come si fa a sostenere che lo spurgo delle autoclavi non veniva perché mancavano 40 rubinetti? Nonostante i 40 rubinetti i lavori relativi alla commessa di spurgo con vapore delle autoclavi dovevano ritenersi conclusi, e non lo dico come principio, non è una affermazione di principio, è un dato di fatto documentale, perché il Pubblico Ministero forse non ricorda che ci sono in atti i piani di risanamento aggiornati; il piano di risanamento del giugno ‘75 dà lo stato di avanzamento di questa commessa, voi vedete a sinistra la commessa intitolata e a destra in basso vedete il livello di avanzamento di questa commessa, che a giugno ‘75 risulta 100%. I lavori erano conclusi, lo spurgo con vapore era in funzione, e viceversa, concludendo sul punto, è plausibile ritenere che l’intervento realizzato avesse bisogno degli affinamenti, che richiedevano materiale qualitativamente sempre più perfezionato. A questo punto devo dire che il nostro consulente non ha trovato il documento per la consegna dei 40 rubinetti, ma ha trovato in atti una richiesta di ordinazione per consegna entro il 30 giugno ‘74 di 34 valvole di regolazione a tenuta perfetta - c’è scritto - per le quali non è tollerabile alcuna perdita percentuale. È intuibile che l’azienda era alla ricerca di materiale dalle caratteristiche tecniche sempre più evolute; d’altra parte la stessa necessità di ulteriori perfezionamenti nei materiali di utilizzo noi la troviamo negli anni a venire in numerose commesse, tra cui ad esempio la ricostruzione due anni dopo delle colonne di strippaggio, due anni dopo la prima positiva applicazione. "Era una ricerca sempre di materiali più sofisticati", deposizione Baregato. Quindi, concludendo anche su questo punto, la tesi dell’Accusa di spostare avanti la fine dei lavori che appaiono conclusi e che avete visto conclusi nel ‘74–‘75, appare un disperato, irragionevole tentativo necessario per sostenere in ogni modo la tesi del biennio miracoloso. Ma è documentalmente dimostrato che a metà del ‘75 erano state realizzate una serie di numerose ed importanti commesse impiantistiche incidenti sull’esposizione dei lavoratori a CVM. In ragione di queste nuove commesse realizzate, delle procedure di esercizio sempre in continua evoluzione, prima i pipettoni a 8 ore, poi i gascromatografi hanno certificato il miglioramento progressivo dell’ambiente di lavoro. Quanto al fatto - è l’ultima contestazione del Pubblico Ministero - che con la introduzione dei gascromatografi c’è stato un miglioramento ulteriore, però assolutamente coerente rispetto ai miglioramenti precedenti, e non come dice il Pubblico Ministero, ho già proiettato prima – e non lo proietto più – il grafico a colori rappresentativo dell’andamento delle misurazioni mensili con i due sistemi per il CV6. Però è interessante proiettare il grafico relativo all’andamento delle misurazioni con i due sistemi nel reparto CV14–16 sala autoclavi. Vediamo che ci sono tre valori mensili - i soliti blu sono i pipettoni, rosso sono i gascromatografi -, se voi andate a vedere i tre valori mensili appartenenti al periodo in cui operavano entrambi gli strumenti, cioè marzo ‘75, aprile ‘75 e maggio ‘75, vedete che quei tre puntini blu sono praticamente coincidenti con i rossi. Cosa vuol dire? Che i valori delle prime rilevazioni mensili dei gascromatografi non sono assolutamente inferiori di un ordine di grandezza di quelli rilevati dalla media mensile dei pipettoni. Come ha detto il professor Pulitanò, non si è trattato di un precipitare repentino nell’abisso ma si é trattato di un continuo e forte miglioramento, il cui esito finale è effettivamente un crollo. Non sta in piedi il teorema del Pubblico Ministero. Nell’aprile del 1974 erano state modificate le procedure d’esercizio, le procedure manutentive, e i pipettoni ad 8 ore ne davano conferma. Nel marzo ‘75 erano stati completati interventi impiantistici di risanamento ed erano state ulteriormente affinate le procedure e i gascromatografi erano rappresentativi dei valori di esposizione a CVM nei reparti, che diminuivano fino a raggiungere – lo vedremo – l’1 ppm. Chiedo scusa, io purtroppo parlo continuamente di cose tecniche e mi rendo conto anche della pesantezza dei miei argomenti, però credo che debbano essere affrontati perché su questo si è svolta molta parte della discussione dell’Accusa. L’Accusa, prima di sottoporre a serrata critica la tecnologia dei pipettoni e dei gascromatografi, cerca ancora di porre in dubbio la attendibilità dei risultati degli strumenti di rilevazione ambientale utilizzati da Montedison. In che maniera? Li contrappone ad altri dati. Innanzitutto li contrappone a dati raccolti tra la documentazione allegata alle commesse d’intervento e ai bollettini di analisi. In secondo luogo li contrappone ai dati raccolti tra i risultati dei sistemi di rilevazione istantanea, pipettone istantaneo. Infine li confronta con le rilevazioni degli stessi pipettoni ad 8 ore. Primo indice di dissonanza che in definitiva il Pubblico Ministero trova con i valori dei pipettoni, con i valori delle prime rilevazioni ambientali, tratto dalle relazioni tecniche alle commesse impiantistiche, è però del tutto artificioso e frutto di uno stravolgimento del significato dei documenti, e questo indipendentemente dalla circostanza che, come presto chiariremo, è del tutto scorretto paragonare valori istantanei con quelli delle relazioni tecniche, che hanno valori istantanei ovviamente, ai valori invece di una esposizione protratta nel tempo, nelle 8 ore lavorative, come i pipettoni. Ma vediamo proprio comunque gli esempi del Pubblico Ministero; il Pubblico Ministero elenca come primo esempio di contrasto con i valori espressi dai pipettoni ad 8 ore, nella discussione, una commessa 724 del CV6, aperta nel febbraio del ‘74 e chiusa a maggio ‘75, nella quale si legge che in sala autoclavi il tasso di CVM raggiunge le 200-1.000 parti per milione. Uno che sente dice: a maggio ‘75 vi sarebbero punte di 1.000 parti per milione. E allora i pipettoni, i gascromatografi? Se però noi andiamo a vedere la nota tecnica evocata dal dottor Casson, che accompagna l’autorizzazione di investimento del 15 gennaio 1974, vediamo che le cose stanno molto diversamente, perché in questo documento tecnico relativo al CV6 noi leggiamo: "In queste condizioni il tasso di CVM raggiunge le 200–1.000 ppm - è quello che ha detto il Pubblico Ministero -. Recentemente è stato realizzata una aspirazione del CVM uscente dal filtro tramite l’eiettore di una autoclave. Questo accorgimento provvisorio attenua l’inquinamento durante la filtrazione, si è passati anche a 17–60 ppm, ma non permette lo spurgo completo durante tutte le altre operazioni che deve compiere l’addetto durante e dopo la filtrazione. L’aspirazione con eiettore sposta comunque il CVM dalla sala autoclavi all’esterno del reparto. Il tasso finale, dopo la modifica, sarà inferiore alle 50 ppm". Teniamo conto di questi valori. Dalla relazione tecnica citata dal Pubblico Ministero risulta che le punte di 200-1.000 ppm di CVM nell’atto di caricamento delle autoclavi alla data del 15 maggio ‘74, ben prima della messa in funzione dei pipettoni a lunga durata, avvenuta nell’aprile ‘74, queste punte non si verificavano più, un accorgimento provvisorio aveva consentito di abbassarle a 17–60 ppm, e comunque la commessa in discussione avrebbe riportato ulteriori miglioramenti, descritti nel documento. Non vi è alcun dato contrastante con pipettoni e gascromatografi, né in questo caso né nel secondo esempio citato dal Pubblico Ministero. Dice il Pubblico Ministero: "la commessa 545, che riguarda il nuovissimo nel ’74 reparto CV24, dove l’operaio addetto al lavaggio delle autoclavi operava in concentrazioni di circa 200 ppm per almeno 20 minuti a lavaggio, e sappiamo sempre da commesse come la 545 – ce lo dice anche la sentenza a pagina 298 - che dalle autoclavi del reparto CV24 uscivano ogni giorno fino alla fine del ‘74 400 chili di CVM al giorno". Anche qui c’è una vera e propria distorsione del significato dei documenti: se qui vediamo la verifica dei risultati della commessa 545 relativa alla installazione di tubazioni ed eiettori a getto di vapore per bonifica autoclavi, chiusura commessa aprile ‘74, alla vigilia dei pipettoni, si legge in realtà: "nel posto di lavoro del personale addetto al risciacquo si è passati da 1.500–2.000 ppm a inferiori a 1 ppm", anche questo documento lo troverete allegato, dunque i valori di punta rilevati durante il lavaggio a mezzo lancia di dell’autoclave – di questo si parlava – non si verificavano più nell’aprile ’74, quando entrarono in funzione i pipettoni. E ancora nella documentazione allegata alla commessa 545, né nella sentenza a pagina 298, risulta la circostanza indicata dall’Accusa dell’uscita dalle autoclavi del reparto CV24 di 400 chili di CVM al giorno, che sarebbe avvenuta fino alla fine del ‘76, non c’è traccia. In definitiva non è vero che ci siano documenti allegati alla documentazione impiantistica che attestino una situazione ‘74–‘75 contrastante con gli accertamenti dei pipettoni e dei gascromatografi. Secondo indice di risonanza denunciato dal Pubblico Ministero sono i bollettini di analisi istantanea effettuati da Montedison a partire dal 1970, o meglio prima, ma il Pubblico Ministero prende in esame quelli tra il ‘70 e il ‘74, che rileverebbero l’inattendibilità dei pipettoni. Si tratta, abbiamo detto, di valori incommensurabili di principio, perché queste rilevazioni istantanee erano rappresentative di un brevissimo periodo di tempo, erano finalizzate all’accertamento delle condizioni impiantistiche e di lavoro in uno specifico luogo, per programmare gli interventi migliorativi e per controllare l’effetto ottenuto. Perché? Perché specie quando è stato avviato il piano di risanamento degli impianti questi rilevazioni, che prescindevano ovviamente da una concreta esposizione in luogo dei lavoratori, erano mirate, avevano una funzione molto importante, quella di verificare dove si producevano le fughe per effettuare i correttivi. Erano valori isolati, episodici, che in nessuna maniera potevano essere indicativi di rischi di cancerogenicità o di altre malattie derivanti da intossicazioni croniche, e viceversa i campionamenti effettuati con i pipettoni a lunga durata, generalmente posizionati al centro della sala interessata, erano finalizzati proprio all’accertamento delle condizioni ambientali delle varie aree dei reparti, con una misurazione che considerava l’esposizione del lavoratore come protratta nel tempo durante tutto il turno lavorativo. Ebbene, i bollettini istantanei vengono utilizzati dal Pubblico Ministero fin dal giudizio di primo grado per suggestionare l’ascoltatore. In quest’ottica non corretta non vengono citati nemmeno integralmente, solo per i dati eccezionalmente più elevati. Ad esempio bollettino 249 del maggio ‘74 relativo al reparto CV14–16, il Pubblico Ministero riporta la concentrazione di 55 ppm misurata durante il (inc.) additivi, mentre il secondo prelievo, risulta nel bollettino concentrazione inferiore a 5 ppm, riporta la concentrazione di 333 ppm misurata all’interno di una autoclave durante l’asportazione di croste, e non tiene conto che in un secondo e terzo prelievo risultano 42 e 10 ppm, ma questo forse non ha importanza. Il Pubblico Ministero non riporta nemmeno i valori sempre istantanei in fasi cruciali della lavorazione descritte da questo documento, quali apertura del boccaporto e scarico autoclavi con valori assolutamente bassi. Ma questo forse non conta tanto; quello che conta è che il Pubblico Ministero, in questo riversare in udienza tutti i valori eccezionali, tutti i valori impressionistici, non fa alcuna valutazione in merito a queste rilevazioni istantanee, eppure a leggere bene anche questi bollettini istantanei con questi valori, c’è il bollettino ad esempio del 1970, un periodo indubbiamente delicato, n. 517, CV14–16, viene evidenziato come la durata complessiva dell’esposizione di ogni lavoratore per turno alle punte di concentrazione più elevate era solo di alcuni secondi, per esempio 16 secondi su 8 ore per l’inizio degasaggio aria. Questo dato a cosa serve? Ci fa meglio comprendere che non contavano tanto le punte di concentrazione di CVM riscontrate durante specifiche e brevi operazioni, quanto le condizioni normali di lavoro, che sicuramente nel ‘70 erano alte. In questo documento vengono indicate fino a 250–275 ppm, ma che nel ‘74 erano bene diverse e oggetto di specifica misurazione da parte dei pipettoni a 8 ore. Ma un’ultima considerazione su queste rilevazioni istantanee riesce comunque importante: se noi confrontiamo i dati del bollettino ‘70 citato dal Pubblico Ministero, e appena citato da me, possono essere confrontati con i dati del bollettino sempre del CV14–16, sempre istantaneo, del 20 maggio ‘74, perché ci sono alcune misurazioni che sono state fatte nelle stesse lavorazioni. Ora, se voi vedete i due bollettini, vedete dei valori che sono diversi, vedete delle procedure che davano valori elevati che sono state soppresse, vedete una linea di diminuzione evidente. Per esempio apertura boccaporto, 330 nel ‘70, 24–4 nel maggio ‘74. Quello che voglio dire è semplicemente questo: una lettura attenta dei documenti e di queste rilevazioni istantanee, che erano altro rispetto alle rilevazioni ambientali, abbiamo detto, però consente di trarre considerazioni utili per confermare che a metà ‘74, il periodo degli ultimi dati, era in atto quel rivoluzionamento delle procedure d’esercizio di cui ho parlato, con importanti risultati anche nelle specifiche brevi operazioni a maggiore rischio che duravano pochi secondi. Terzo e ultimi indice di dissonanza secondo il Pubblico Ministero è rinvenuto negli stessi bollettini dei pipettoni a lunga durata, dei quali viene puntualmente riportata la eccezione alla regola. Viene menzionato un documento Montedison CSQ del ‘75 che ha per oggetto la rilevazione e elaborazione dati di CVM, dai quali dati il Pubblico Ministero osserva che tra aprile e dicembre ‘74 al CV6 ci sono state 48 rilevazioni superiori a 50 ppm, stiamo parlando dei pipettoni ad 8 ore, quindi sono stati 20 al CV14, 21 al CV16, però il Pubblico Ministero non precisa che nello stesso preciso periodo erano state effettuate ben 597 rilevazioni al CV6, 532 al CV14, 1.047 al CV14. E se poi vediamo la consulenza tecnica Pozzuoli–Bellucco dedicata agli ambienti di lavoro c’è il dato di sintesi di tutti i bollettini dei pipettoni ad 8 ore: ebbene su 5.351 determinazioni della concentrazione di CVM eseguite tra l’aprile ‘74 e il giugno ‘75, 5.217, il 97,5% del totale, risultano inferiori a 50%. Ancora una volta abbiamo la conferma che il Pubblico Ministero riporta suggestivamente l’eccezione ad una regola, che rispettava accuratamente i valori raccomandati dalle Agenzie internazionali. E l’esistenza di una eccezione alla regola, attenzione, comunque conferma che i pipettoni non erano una truffa. Se poi vogliamo renderci conto in maniera sintetica del progressivo minor peso alle eccezioni rispetto alla regola nel corso del tempo, è sufficiente verificare quale era la situazione dopo quelle elaborazioni del gennaio ‘75 riferite dal Pubblico Ministero, riferite da Capodaglio. Ebbene i risultati raggiunti dai pipettoni ad 8 ore nel periodo ’75 sono indicati per la prima metà del ‘75 dall’allegato 2 alla consulenza Negri, la media geometrica dei risultati si assesta nel ‘75 sui 10 ppm di CVM per il CV6, dai 2 ai 4 ppm per gli altri reparti. Questi risultati delle rilevazioni ambientali effettuati da Montedison non possono essere indeboliti dalle eccezioni riportate dal Pubblico Ministero. E però l’Accusa insiste nella sua tesi e si indirizza a criticare gli strumenti tecnologici, le macchine utilizzate da Montedison per le rilevazioni ambientali di CVM, i pipettoni a lunga durata e i gascromatografi. Innanzitutto le eccezioni dell’Accusa si concentrano sugli strumenti utilizzati nell’aprile ‘74, i pipettoni, perché le medie su 8 ore dei pipettoni avrebbero tagliato i picchi di concentrazione, abbiamo detto per evitare i limiti sempre più restrittivi. In realtà il modo migliore per tenere sotto controllo i rischi di cancerogenicità del CVM era proprio di monitorare l’esposizione nell’ambiente di lavoro protratta durante tutto l’orario lavorativo. È evidente che il rispetto dei valori di punta tutela l’operatore dal punto di vista degli effetti acuti, del rischio di effetti acuti dell’esposizione, mentre il rispetto dei valori medi protratti nel tempo tutela i lavoratori dagli effetti cronici, a lungo termine. L’angiosarcoma non si prendeva per una intossicazione acuta del CVM, lo sappiamo, ma a seguito di una esposizione del lavoratore a livelli elevati di tempo, di CVM protratti nel tempo. Una volta che si erano attuate le misure precauzionali d’urgenza con le modifiche delle procedure che abbiamo descritto, una volta che si erano ridotte in maniera rilevante le punte di esposizione dei lavoratori nelle fasi più critiche delle operazioni, come abbiamo visto, l’obiettivo sanitario del monitoraggio doveva essere quello di individuare uno strumento idoneo a calcolare quanto CVM era presente ad esempio nella sala autoclave durante la giornata lavorativa, durante un mese, durante un anno, durante diversi anni di lavoro. È significativo a questo proposito osservare un dato: come tutte le Agenzie internazionali, una volta migliorata la conoscenza delle caratteristiche della malattia da CVM, si fossero orientate a dare sempre più rilevanza ai limiti di esposizione di lunga durata, TLV/TWA, valori medi su 8 ore, rispetto a quei valori di punta, il TLV ceiling. Orientamento poi seguito dalla direttiva CEE, dal D.P.R. 1982, ma vediamo un momento i limiti ACGIH in una tabella riepilogativa. Se voi li vedete complessivamente considerati, vedete che dopo il limite TLV ceiling, quindi un MAC, di 500 ppm, introdotto nel ’63, vedete che la sequenza dei limiti introdotti è tutta, tutta impostata sui TLV/TWA, dal TLV/TWA di 200 ppm proposto nel ‘71 e fissato nel ‘72 per il problema acrosteolisi, al TLV/TWA di 5 ppm definivo nel ‘78, al di TLV/TWA 1 ppm proposto nel ‘98, e teniamo presente che OSHA si è comportata conformemente, introducendo il TLV/TWA a 50 ppm nel marzo ‘74 e poi rendendo esecutivo il limite di 1 ppm TLV/TWA a partire dall’1 gennaio 1976. Ora, la scelta delle Agenzie internazionali di indicare i limiti di esposizione a lunga durata in corrispondenza all’emergere delle caratteristiche della malattia da CVM non può che suscitare attenzione in Montedison. Il monitoraggio ambientale sulle 8 ore lavorative non è un escamotage per eludere i valori di punta, è frutto di una attivazione di Montedison a seguito delle conoscenze acquisite in tema di pericolosità del CVM a partire dal ‘74. Ma l’Accusa dicevo che non demorde, considera tecnicamente inidonee entrambe le macchine, entrambi gli strumenti di monitoraggio ambientale utilizzati da Montedison. Sul pipettone a lunga durata introdotto a Marghera nel ‘74 il Pubblico Ministero non tiene conto, però, di un dato fondamentale, già sottolineato nella mia memoria di novembre dell’anno scorso: che questo metodo è stato riconosciuto valido nell’80 da un Ente di credibilità e prestigio indiscussi, la Associazione per la Unificazione del Settore dell’Industria Chimica, UNICHIM, ha pubblicato questo metodo 493 sulla determinazione del cloruro di vinile monomero nell’aria; proietto pagine 1 e 3 di tale documento, datato ‘80, e voi vedete che alla pagina 3 del documento viene descritto il metodo di rilevazione con pipettone di lunga durata, specificamente previsto al punto 6.1, a differenza del 6.2, dove è descritto quello istantaneo. La procedura descritta è riconosciuta dall'UNICHIM e ad essa qualunque società nell’80 può farvi riferimento, e qual è la procedura dell’UNICHIM? "Prelevare – dice – il campione d’aria mediante svuotamento della pipetta da 100 millimetri preventivamente riempita d’acqua, regolandone il deflusso in modo costante nel tempo; lo svuotamento della pipetta deve avvenire nel tempo massimo di due ore". Ora io vi dico che Montedison nel ‘74 aveva utilizzato un metodo simile assolutamente a quello fatto proprio da UNICHIM nell’80, perché? Perché si trattava in tutti e due i casi di una misurazione fatta in condizioni dinamiche, cioè entrava nel pipettone, nella macchina costantemente aria-ambiente e usciva costantemente acqua, per tutta la durata della misurazione. Inoltre, anche con riguardo alla durata della singola misurazione, che secondo UNICHIM non doveva superare le due ore, se è evidente che le rilevazioni statistiche di Montedison tendevano a riprodurre le condizioni standard di lavoro di un operaio, 8 ore, quindi erano frutto di questa media, non significa che per 8 ore venisse utilizzato lo stesso pipettone, anzi, laddove nel fascicolo processuale ci sono riferimenti alla durata del singolo campionamento compaiono periodi di tempo anche inferiori alle 2 ore. Plausibile, quindi, che più campionamenti venissero considerati fino a raggiungere il periodo delle 8 ore complessive. Ma il Pubblico Ministero, nonostante il metodo UNICHIM fosse del tutto simile alla procedura Montedison, insiste per la inattendibilità di quest’ultima, affermando sulla scorta di un esperimento eseguito da un nostro consulente che dopo due ore di utilizzo del pipettone il 50% del CVM presente in aria in condizione stazionaria si trasferisce nell’acqua e quindi non viene misurato; il monitoraggio sarebbe falsato per il 50% dei valori. Eppure la cosa è strana perché, nonostante i risultati di questo esperimento siano del tutto diversi, lo vedremo, da quelli pubblicati dall’UNICHIM, la durata dell’esperimento descritta dal Pubblico Ministero coincide con quella raccomandata dall’UNICHIM, due ore. Ma c’è una spiegazione chiarissima di questo: la spiegazione è che il Pubblico Ministero descrive un’altra cosa, un esperimento che non riproduce affatto il monitoraggio utilizzato vuoi da Montedison nel ’74, vuoi il metodo pubblicato da UNICHIM. L’esperimento effettuato dal consulente del Pubblico Ministero, Cocheo, nella fase successiva al deposito della sentenza e il calcolo sostenuto nei motivi di impugnazione sulla base dei dati dell’enciclopedia (Ulnan) sono fatti in condizioni statiche, ce lo dice il Pubblico Ministero in udienza: "in condizione stazionaria – dice il Pubblico Ministero – si sono introdotti 250 centimetri cubici di acqua e 250 centimetri cubici contenenti aria più 1.021 ppm di CVM, una sola volta per tutta la durata dell’esperimento. Il pipettone è stato chiuso e mantenuto fermo con quella quantità di CVM". Ora, queste condizioni sperimentali statiche non hanno nulla a che vedere con le condizioni dinamiche che caratterizzavano i rilievi ambientali di Montedison. Io voglio mostrarvi com’è fatto il pipettone, questo è un pipettone, che da Montedison e da UNICHIM veniva riempito completamente di acqua distillata, poi l’acqua defluiva, opportunamente regolata, costantemente e progressivamente da questo buchetto. Dall’alto, contemporaneamente, entrava l’aria, si svuotava d’acqua e si riempiva d’aria, era una condizione dinamica. Cosa hanno fatto i consulenti del Pubblico Ministero? Hanno riempito il pipettone metà di acqua e metà di aria con 1.000 ppm e l’hanno lasciato lì per 2 ore, per 3 ore, per quello che hanno misurato. È quindi evidente che stiamo parlando di cose molto molto diverse. Intendiamoci, con questo discorso non si vuole negare, questa Difesa non ha mai detto cose - credo che il Pubblico Ministero lo possa bene riconoscere - irragionevoli, non vogliamo negare che il CVM abbia, come moltissime altre sostanze, una percentuale di solubilità nell’acqua, ma se è plausibile che una percentuale limitata di CVM entrato nel pipettone in Montedison potesse essere sciolto nell’acqua e quindi non misurato, arbitraria è la percentuale che il Pubblico Ministero riferisce dispersa nell’acqua, perché l’esperimento di Cocheo non riproduce le condizioni tecniche in cui si verificava il monitoraggio di Montedison. Ma deve essere aggiunta ancora una cosa a supporto della non attendibilità dell’esperimento: una cosa è valutare un test di laboratorio in cui è simulata una tantum una concentrazione fissa di 1.021 ppm, sempre quello; un’altra cosa sono i reparti di uno stabilimento industriale, dove durante un monitoraggio a lungo periodo si presentano valori di CVM variabili tra di loro, molto variabili tra di loro nel corso del tempo, delle 8 ore. Una cosa ancora differente sono i reparti della Montedison tra l’aprile ‘74 e il giugno ‘75, che è l’epoca delle misurazioni col pipettone, che si è dimostrato essere stati interessati da importanti modifiche procedurali e impiantistiche, volte proprio a ridurre l’esposizione dei lavoratori a CVM a valori contenuti, bassi, relativamente bassi, come documentato anche nelle schede tecniche dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero Comba-Pirastu. Ebbene, anche su questo punto risulta scientificamente provato che la percentuale di solvibilità del CVM in acqua è proporzionale alle percentuali di gas che entrano nel pipettone durante il monitoraggio: meno concentrato è il CVM in entrata, minore è la percentuale di CVM disciolto o trasferito nell’acqua. Se quindi le concentrazioni di CVM in entrata nel pipettone erano costantemente diverse dai 1.000 ppm ipotizzati nell’Accusa, e lo erano, la solvibilità era sempre più lontana da quel 50% che vuole fare credere il Pubblico Ministero, e ce lo dice anche l’UNICHIM nel metodo proiettato prima, 493, ci dice, a proposito sempre del metodo di lunga durata: "la perdita media di CVM valutata sperimentalmente non è superiore al 5% per livelli di 1 o 2 ppm e al 12% per livelli fino a 10 ppm". Sono altri valori. Queste complessive considerazioni depongono per l’irrilevanza di un esperimento eseguito sul pipettone in laboratorio in condizioni statiche di CVM ed acqua dai consulenti del Pubblico Ministero, irrilevanza probabilmente io dico compresa dal Pubblico Ministero, che ha utilizzato l’argomento ancora una volta in discussione solo per suggestionare, ma si è guardato bene di chiedere una perizia a codesta Corte, pur sapendo che l’esperimento da lui presentato non aveva alcuna valenza processuale perché sottratto al principio del contraddittorio, eppure non ha chiesto nulla. E i risultati comunque forniti dai pipettoni a lunga durata conservano intatto il loro valore, indipendentemente da quella piccola percentuale di solubilità del CVM in acqua, anche perché, come evidenziato prima con i grafici, dimostrano quello che si è raggiunto con lo stesso strumento, il trend, la tendenza, la diminuzione. Però il Pubblico Ministero nella discussione non ha rinunciato al tentativo di privare di attendibilità anche il secondo strumento di rilevazione ambientale utilizzato da Montedison, il cromatografo, il gascromatografo, che rispetto al sistema ambientale precedente consentiva di rilevare in continuo l’esposizione dei lavoratori a CVM, e la rilevazione in continuo è prescritta, richiesta dalla direttiva CEE del ‘78 e sarà richiesta dal D.P.R. del 1982. Qui però la tesi della inidoneità del gascromatografo è formulata in modo nuovo rispetto al passato, probabilmente perché il Pubblico Ministero si è visto costretto a tenere conto delle tesi d’Accusa precedentemente formulate e risultate destituite di ogni fondamento. Prima tesi: il Pubblico Ministero in primo grado aveva sostenuto che il migliore strumento di monitoraggio in continuo che la tecnologia offriva era il gascromatografo monoterminale, per il Pubblico Ministero il meglio era il monoterminale; che Montedison, aggiungendo invece più bocchette per ogni linea di rilevazione delle dieci linee di rilevazione del monoterminale, quindi introducendo Montedison il multiterminale, aveva tagliato le punte. La Difesa però ha dimostrato e documentato che l’esigenza di Montedison non era di tagliare le punte ma di monitorare una zona lavorativa più ampia, proprio al fine di consentire un più efficiente monitoraggio dell’ambiente di lavoro. E comunque i confronti effettuati nel campo dalla stessa Montedison in quegli anni tra monoterminale e multiterminale, loro se lo sono posto il problema di che cosa andava meglio, hanno evidenziato che i dati del multiterminale erano equivalenti ai quelli del monoterminale, ci sono i documenti agli atti. Seconda tesi: nei motivi il Pubblico Ministero, per rispondere alla tesi accolta dal Tribunale sul monitoraggio più ampio raggiunto dal gascromatografo multiterminale, affermava che lo strumento attendibile doveva essere costituito da 6 o 7 monoterminali per ogni reparto, 6 o 7 macchine per ogni reparto, cosa che però nessuno faceva al mondo in quegli anni e successivi, e non per una questione di soldi; perché la presenza di numerosi macchinari di quella portata, di quelle dimensioni, e la necessaria assistenza tecnica agli stessi, avrebbe fatto crollare il sistema per inaffidabilità, e questo ce l’ha detto un teste autorevole per il Pubblico Ministero, citato diverse volte dal Pubblico Ministero, il dottor Alongi della Carlo Erba, che vendeva gascromatografi a tutto il mondo e che aveva confermato che nessuno al mondo in quegli anni aveva più macchine monoterminali in un reparto. E richiamo comunque alla mia memoria depositata a novembre. E adesso arriviamo alla terza tesi propugnata nella discussione d’appello, che io credo che esalti l’incoerenza dell’Accusa: il gascromatografo comunque fosse, monoterminale o multiterminale, non andava bene. A tal fine il Pubblico Ministero percorre una delle sue strade argomentative tipiche del primo grado: estrapola le parole proprio del dottor Vittorio Alongi dal contesto della deposizione testimoniale e le stravolge nella maniera più assoluta e poi le combina con affermazioni del tutto infondate: "la prova della inaffidabilità del gascromatografo sarebbe nelle seguenti parole di Alongi riportate dal Pubblico Ministero: "questo era il punto nodale della discussione perché in quel momento quegli strumenti - e stiamo parlando dei gascromatografi – consentivano di misurare concentrazioni in atmosfera di cloruro di vinile 0,2–0,3 parti per milione, fino a 25–30 parti per milione, dopodiché – dice Alongi – si verificavano delle alinearità della risposta, per cui, e questo infatti era il punto debole del sistema di monitoraggio, non consentiva a quella tecnologia, a quei sistemi di rilevazione, di vedere concentrazioni superiori quando il segnale tendeva a saturarsi". Aggiunge il Pubblico Ministero in discussione che "solo lo spettrometro di massa, che già esisteva in azienda - dice il Pubblico Ministero - ed era in commercio dagli Anni Sessanta, era l’unico strumento idoneo", non più i due tipi di gascromatografo. Però il Pubblico Ministero non tiene conto che il teste da lui riportato nelle dichiarazioni, il dottor Alongi, nella deposizione 20/9/2000, ha parlato esclusivamente di due sistemi di rilevazione ambientale in continuo disponibili sul mercato negli Anni Settanta e Ottanta, proprio i gascromatografi monoterminali e multiterminali, non c’era altro. In secondo luogo Alongi ha parlato di limiti di affidabilità del gascromatografo con quello che ha detto prima per spiegare che cosa? Le condizioni operative in cui potevano correttamente operare questi due sistemi, e cioè da 0,2–0,3 a 25–30 ppm. Se il gascromatografo segnava 25 ppm come fondo scala, voglio dire, Alongi ha riferito che era uno strumento valido e sufficientemente preciso perché rispettava i limiti operativi, e il sistema seguito da Montedison rispettava questi limiti operativi, 25 ppm di fondo scala, sopra i 25 ppm interveniva la procedura d’allarme, che in determinati casi – lo accenneremo poi - poteva condurre all’utilizzo di mezzi di protezione personale e addirittura all’evacuazione del reparto. Quanto all’affermazione che Montedison avrebbe dovuto utilizzare lo spettrometro di massa, la stessa è totalmente svincolata dalla realtà storica e processuale di un dibattimento durato tre anni e mezzo, non fosse altro che nessuno nel corso della durata del processo ha mai sostenuto che lo spettrometro di massa per rilevazioni ambientali di CVM fosse disponibile prima della seconda metà degli Anni Ottanta. Faccio riferimento in particolare alle deposizioni di due tecnici sentiti nel dibattimento, il dottor Berto e il dottor Gianesella, Gianesella è un tecnico che vendeva gli spettrometri di massa per il controllo ambientale e ha detto, specificamente interrogato, che una installazione analoga a quella effettuata per il CVM a Porto Marghera da EVC nel 1996 per la prima volta gli risulta essere stata realizzata nell’88 in Inghilterra, nell’88. La macchina che era disponibile negli Anni Settanta era lo spettrometro da laboratorio - si fa confusione -, che non poteva assolutamente servire per la misurazione in continuo dell’ambiente di lavoro, perché era una cosa del tutto diversa. E per una distinzione tra strumenti di laboratorio, tra strumenti di processo e tra strumenti di controllo ambientale di lavoro, richiamo la mia memoria del 7 novembre 2003, erano cose totalmente diverse, che hanno avuto una evoluzione diversa e tecnologie diverse. E comunque è importante rendersi conto della faziosità ed inattendibilità dell’esposizione del Pubblico Ministero: "c’era un altro strumento – dice il Pubblico Ministero – che era lo spettrometro di massa, che già esisteva in azienda, molto più preciso, molto più indicato per misurare queste situazioni di esposizione, solo che l’azienda, siccome costava, lo usava soltanto a fini produttivi, non per tutelare il lavoratore, non per contare quanto era elevata l’esposizione dei lavoratori, e questo spettrometro consentiva controlli immediati, precisi, completi, puntuali". Signori Giudici, lo spettrometro da controllo ambientale persino nella seconda metà degli Anni Ottanta non esisteva sul mercato mondiale, ce lo dice il rappresentante della DG Instruments sentito nel dibattimento, società all’avanguardia nella vendita di spettrometri di massa. Il Pubblico Ministero questo dato lo conosce benissimo, ma prova lo stesso a confondere la Corte. Cade la terza tesi d’accusa del gascromatografo, la cui validità come strumento di monitoraggio è avvalorata ancora una volta, ma in maniera importante, dai confronti con altri strumenti di rilevazione del CVM, che lo stesso Pubblico Ministero ha sempre difeso. Io sto parlando dei campionatori personali, che non potevano misurare le concentrazioni di CVM in continuo, ma che prevedevano che il singolo lavoratore portasse fino ad 8 ore un "sacco" che si riempiva progressivamente di aria-ambiente. Successivamente alle 8 ore l’aria-ambiente contenuta nel sacco veniva analizzata dal gascromatografo di laboratorio, rilevando l’esposizione a CVM del singolo lavoratore, sempre sulle 8 ore interessava. Era un sistema importante proprio per verificare la attendibilità del gascromatografo, e non solo questo, anche la significatività dei punti di prelievo. L’ha detto l’allegato 1 del D.P.R. del 1982 sul CVM. L’unica parte che ha sollevato dubbi sull’attendibilità delle misurazioni del campionatore personale è stato l’avvocato dello Stato che, ovviamente senza alcun elemento di supporto, ha detto: se io prendo i campionatori personali, li metto sui lavoratori e poi li comando a fare i lavori in cucina, è difficile che misurino grandi esposizioni a CVM. Quindi una proposizione della teoria dell’imbroglio, teoria assurda, che presuppone che il datore di lavoro tra il ‘76 e l’80, l’epoca di queste misurazioni, tratti ancora il lavoratore come un burattino e ottenga che lo stesso si presti ad ingannare gli stessi lavoratori di cui fa parte, a giocare con la vita dei suoi compagni e di se medesimo. Teoria assurda dopo quello che si è detto della coscienza di fabbrica e della forza del sindacato a Porto Marghera nella seconda metà degli Anni Settanta. Teoria assurda anche se venisse ripresa in questo senso: non si può nemmeno ipotizzare l’esistenza di casi isolati di mercenari senza scrupoli al servizio del datore di lavoro, perché non si può ipotizzare? È semplice, signor Giudice, tutto si trova nel fascicolo processuale: i campionamenti personali venivano registrati – e in atti ce n’è la conferma – con il nome del lavoratore che aveva effettuato il turno di 8 ore e con la posizione specifica controllata. In atti ci sono i nomi di tutti i lavoratori che si sono sottoposti a tale operazione, decine di nomi, ovviamente. Ebbene, ripetutamente hanno operato con questi strumenti i testi del Pubblico Ministero Luigi Berto, Renzo Corò, Natale Condotta, Carlo Cecconello, di cui avete sentito parlare. Sulla serietà e attendibilità di questi autoclavisti nessuna voce dell’Accusa ha mai posto alcun dubbio. E attenzione, ci sono alcuni di questi lavoratori che hanno portato il campionatore personale in luoghi abbastanza specifici, più specifici della zona autoclave, che naturalmente questi luoghi specifici non sono la cucina. Vi proietto i dati di un bollettino del mese di aprile ‘76 al CV24, ci sono diversi accertamenti e la concentrazione accertata - questi sono i dati, non è il bollettino originale, che poi naturalmente troverete allegato -, ci sono accertamenti sulla concentrazione in quell’attività delicata che era il lavaggio delle autoclavi, sia lavaggio interno, fuori dall’autoclave, sia lavaggio esterno, e ce ne sono due di Cecconello Carlo, quello che avete sentito prima, che faceva di lavoro proprio il lavaggio autoclavi. Risultati, il 22 marzo ‘76 è stata riscontrata una concentrazione di 0,40 ppm, il 31 marzo ‘76 è stata rilevata una concentrazione di 0,63 ppm. Con questo io credo che l’argomento dell’avvocato dello Stato debba essere definitivamente riposto in archivio, anche perché è proprio il Pubblico Ministero che rimarca ancora oggi in discussione la necessità di verificare i dati del gascromatografo con quelli del monitoraggio personale, e nella requisitoria di primo grado aveva fatto di più, aveva detto e aveva descritto il campionatore personale come lo strumento ideale di misurazione dell’esposizione lavorativa, che poi sappiamo che non è in continuo e quindi non poteva essere lo strumento ideale. Ebbene, Montedison però li ha fatti i controlli che doveva fare, anche prima dell’entrata in vigore della direttiva e della legge sul CVM. L’esito di questi controlli con campionatore personale è importantissimo per escludere ancora una volta il biennio dei miracoli, per escludere in particolare la falsità dei risultati dei pipettoni e dei gascromatografi. Se infatti il Pubblico Ministero utilizza solo alcuni di questi bollettini dei campionatori personali per evidenziare solo le poche eccezioni che evidenziano uno stacco con i dati del gascromatografo, e anche qui però sicuramente evidenziano che non è un sistema truffaldino se ci sono delle eccezioni, la consulente statistica Negri ha considerato i dati di tutti i campionatori personali trovati in atti. Ora vediamo questi dati rappresentati in un grafico, dove è evidente la disposizione della frequenza delle 144 rilevazioni effettuate con campionatore personale a partire dal maggio ‘76 fino al 1980. Come vedete, 108 rilevazioni erano inferiori ad 1 ppm, 139 inferiori di 3 ppm, 139 su 144. Il consulente Negri ha effettuato un confronto tra le 144 rilevazioni di esposizione a CVM effettuate con i campionatori personali ad 8 ore presso lo stabilimento e i dati del gascromatografo, ovviamente tenendo presente i periodi di riferimento, andando sui periodi. Il confronto, pur tenendo presente che i dati dei gascromatografi erano mensili, lo sappiamo, e che presupponevano una certa variabilità nel corso del mese, dimostra che c’era una ottima corrispondenza tra le misurazioni effettuate con campionatori personali - che voi vedete a sinistra, nella linea tratteggiata rossa - e quelle ambientali - che vedete a destra -: una ottima corrispondenza, che dà atto tra la media geometrica dei rilevamenti dei campionatori personali e la media mensile del gascromatografo di reparto. Entrambe le medie sono quasi tutte sotto 1 ppm, si tratta di rilevamenti che partono dal marzo ‘76. Per spiegare com’è stata fatta questa tabella e non trarne equivoci, vi faccio un esempio basato sul reparto CV6 - prendo sempre il CVM 6 perché è quello più criticato dall’Accusa -, il mese febbraio ‘76, che è una data che compare in questa grossa tabella perché è una delle date in cui sono state fatte, oltre alle analisi gascromatografiche mensili che c’erano sempre, sono state fatte le verifiche con campionatori. Ora voi vedete in una nuova figura che vengono indicate con le barre azzurre tutte le verifiche al CV6 con campionatore personale effettuate nel febbraio ‘76, con indicati i nomi dei lavoratori, ho detto prima che le hanno eseguite portando il sacco. La barra blu, che qui non ha un colore blu ma ha un colore rossastro, oserei dire, rappresenta la media geometrica dei campionatori personali, quelli lì che sono azzurri, al febbraio ‘76, e la barra gialla evidenzia la media di reparto per lo stesso mese elaborato dal gascromatografo, dati di media campionatori personali 0,63 e media reparto mensile 0,721, sono molto vicini. Dal confronto di tali dati effettuato anche dall’azienda al momento dei fatti, perché ci sono i documenti dei confronti fatti al momento dei fatti, documentazione dell’azienda, da questo confronto di dati ignorato dall’Accusa pubblica e privata consegue la conferma della attendibilità delle rilevazioni ambientali effettuate con il gascromatografo a Porto Marghera. Il Tribunale dice: "la differenza tra la media geometrica dei risultati acquisiti con campionatori personali e la media rilevata dal gascromatografo è per tutti i reparti del tutto minima, giacché pure i dati conseguenti ai prelievi personali si attestano a valori ad 1 ppm. Tale ultimo valore venne raccomandato dall’OSHA all’inizio dell’anno ‘76 e risulta essere stato raggiunto già nel ‘76 pure nella zona autoclavi, come emerge dalle rilevazioni sopra riportate. Alla forte attendibilità dei dati del gascromatografo multiterminale non può che conseguire analoga valutazione per i bollettini dei pipettoni ad 8 ore, vista la forte coerenza dei dati di rilevazione ambientale, manuale e automatica, già verificata dal Tribunale. Non c’è stato né uno né due crolli miracolosi di concentrazione; c’è stata semplicemente una progressiva diminuzione delle concentrazioni di CVM nell’ambiente di lavoro, ravvisabile con tutti gli strumenti di rilevazione allora disponibili dal punto di vista tecnologico e utilizzati da Montedison. Se si considerano quelle che erano le finalità, le modalità del campionamento attraverso rilevazioni istantanee, se si tiene conto che i valori dei pipettoni avevano lo scopo di misurare la concentrazione del CVM su una media di un turno lavorativo di 8 ore, se si considera ancora che i gascromatografi esprimevano una media mensile, ne consegue che i valori dei diversi sistemi non erano direttamente paragonabili. Tuttavia, tenuto conto di queste differenze, dei risultati dei campionatori personali che abbiamo appena visto, è riconoscibile ictu oculi una linea di tendenza verso l’abbassamento costante e progressivo delle esposizioni dei lavoratori a CVM. Per il resto sui gascromatografi il Pubblico Ministero e le Parti Civili ripropongono argomenti vecchi, già riproposti, riproposti anche prima dei motivi di impugnazione e alcuni nei motivi di impugnazione, e su questo cercherò di essere il più breve possibile. Vecchia è l’affermazione dell’avvocato dello Stato, proposta da ultimo in discussione, secondo cui la procedura d’allarme conseguente alla segnalazione del gascromatografo del sorpasso dei 25, del raggiungimento dei 25 ppm, non sarebbe mai stata rispettata, non ci sarebbe mai stato l’utilizzo di maschere, non ci sarebbe mai stato lo sgombero del reparto, e allora sarebbe - secondo l’avvocato dello Stato - del tutto arbitrario il comportamento dello stabilimento Montedison, di non monitorare l’esposizione superiore alla soglia d’allarme, in quanto i lavoratori si sarebbero trovati esposti alle fughe di gas, dice l’avvocato Schiesaro. Punto probatorio è ovviamente la dichiarazione più favorevole all’Accusa, quella del teste, del lavoratore Ceolin, che peraltro Ceolin stesso aveva ricordato l’attivazione del reparto in presenza della sirena d’allarme, che aveva ricordato la ricerca tempestiva con il cerca-fuga della perdita, che aveva ricordato che la ricerca era semplificata dal fatto che il gascromatografo indicava, segnalava la linea, la zona dove si era verificata la fuga. Comunque è un dato di fatto indubitabile, Ceolin aveva dichiarato che non venivano utilizzate le maschere; Ceolin ha detto anche che non venivano effettuati gli sgomberi dei reparti, salvo casi eccezionali. E questo è un aiuto per l’avvocato Schiesaro, che deve impressionare l’auditorium. Una tesi radicale tenuta da un lavoratore che era al CV6 dal 1960 però, che sicuramente aveva visto negli Anni Sessanta gli impianti senza maschere e senza procedure, o con procedure totalmente diverse, con lavaggi interni delle autoclavi interminabili, e infatti li descrive. Accanto a questa versione ce ne sono di più equilibrate, versioni però rese non da testi di Difesa ma di lavoratori citati come testi dal Pubblico Ministero, come per esempio Renzo Corò, che era uno di quelli che entravano proprio per professione nelle autoclavi. La deposizione: "quando suonava la sirena dell’allarme cosa succedeva materialmente, cosa faceva?", "si doveva andare fuori e allontanarsi". "Noi addetti al CV24, addetti ai lavaggi – lui era addetto ai lavaggi, proprio – venivamo fuori dall’autoclave e ci allontanavamo, mentre gli altri facevano le operazioni di pronto intervento", "cioè stavano lì?", "stavano lì", "cioè quelli del reparto stavano lì in reparto?", "a volte succedeva che dovevano restare, a volte si allontanavano anche loro", "quando suonava questo allarme si mettevano le maschere?", "sì, la maschera era d’obbligo, sempre a portata di mano, specialmente dall’80 in poi", "lei vedeva se le mettevano concretamente o non se le mettevano?", "c’era quello che se la metteva e c’era quello che se la teneva in mano e si allontanava", "quindi dipende dalla persona?", "sì". La deposizione di questo e di altri testimoni impegnati al CV6, come l’autoclavista Condotta, altri impegnati al CV24 come Cecconello, evidenziano che la procedura d’allarme era conosciuta da tutto il reparto, che al suono dell’allarme c’era un’attivazione immediata per la individuazione e la eliminazione tempestiva della perdita; che le maschere - sempre disponibili, attenzione - erano utilizzate solo in caso di effettiva necessità e con una maggiore sensibilità via via nel corso del tempo; infine che l’abbandono del reparto era un fatto raro, dovuto a gravi problemi del reparto. E se noi raffrontiamo queste deposizioni con quella procedura che abbiamo visto all’inizio del nostro lavoro nel documento 9/11/77 che trattava anche le procedure d’allarme, è confermato, perché le procedure prevedevano gradualmente l’allontanamento del personale extra reparto quando suonava l’allarme, l’evacuazione della sola zona di reparto alla battuta del cromatografo successiva all’allarme, quindi 20 minuti dopo, l’inquinamento è costante e in aumento, e infine l’evacuazione del reparto come estrema soluzione per i casi di fughe massicce di CVM, rotture tubazioni, organi di intercettazione, etc.. L’allontanamento dal reparto era fatto raro perché previsto per fatti eccezionali. Sempre all’epoca dell’utilizzo dei gascromatografo questi fatti eccezionali, marzo ‘75, si verificavano sempre meno, e quindi era raro. Comunque il complesso delle procedure che abbiamo descritto in funzione dopo il marzo ’75 e l’entrata del gascromatografo, evitava che i lavoratori di reparto venissero esposti a quantità di CVM superiori alla soglia d’allarme. Vecchia è l’affermazione del Pubblico Ministero che nei gascromatografi multiterminali, come quello di Montedison, i rotametri avrebbero dovuto essere montati sulle campanelle di misurazione di ciascuna linea, su tutte le campanelle, per consentire la verifica dell’uguale portata delle campanelle di ciascuna linea. Sarò assolutamente sintetico su questo, il teste Orlandin ha spiegato che originariamente i rotametri erano uno per linea, erano portatili, e infatti il Pubblico Ministero non tiene conto che i rotametri potevano essere portatili o fissi. Qui erano portatili, il teste Alongi ha spiegato che c’era un protocollo che veniva rispettato di procedure, questo protocollo prevedeva - concordato tra Montedison e Carlo Erba - ogni giorno di controllare il regolare flusso dei campioni da tutti gli strimps, mantenere puliti i rotametri, che erano portatili e ce n’era uno per ogni linea. Vecchia è l’affermazione del Pubblico Ministero, ripresa dall’avvocato Battello, che la linea 9 del gascromatografo di un reparto di polimerizzazione CV14 serviva per quattro terminali all’interno dell’edificio e per tre in esterno, e non raccogliendo in località omogenee non era in grado di misurare la concentrazione in una zona di lavoro. Allora la pianta del reparto CV14, zona essiccamento PVC, perché era questa zona che viene riferita, ove operava la linea n. 9, viene proiettata per chiarire la infondatezza di queste affermazioni. Risulta chiarissimo che la linea n. 9 del reparto CV4 aveva 7 prese effettivamente, però tutto è collocato nella sezione essiccamento del reparto, era evidente che le 7 prese dovessero rappresentare la zona lavorativa dove lavorava essiccatore, in particolare 5 prese si trovavano in una sala chiusa della sezione e 2 in un'altra sala chiusa della sezione. Nessuna presa si trovava all’esterno, nessuna presa poteva diluire la concentrazione. Vecchia è la prospettazione che il gascromatografo, fornendo la media di reparto, non sarebbe stato in grado di fornire il livello di esposizione dei lavoratori autoclavisti; non è vero che il gascromatografo forniva esclusivamente la media di reparto, che dava autonomamente la concentrazione mensile delle varie zone, in particolare della zona sala autoclavi, come risulta particolarmente dalle relazioni tecniche dei consulenti Bellucco e Pozzuoli. Mentre è provato – e vi darò i riferimenti documentali – che Montedison elaborava i dati del gascromatografo non solo in funzione di una zona ma specificamente in funzione dell’esposizione della singola mansione, di un singolo lavoratore. Ci sono in atti i verbali degli incontri tra il dottor Capodaglio e i responsabili dei reparti in cui si abbinava ad ogni funzione lavorativa espletata nel reparto un certo numero di linee, a seconda di quelli che erano i movimenti abituali di una certa funzione, di una certa mansione, quindi per esempio l’operatore addetto all’essiccamento al CV14 era abbinato alla numero 6, alla numero 8 e alla numero 9, e si cercava di seguire la mansione, e ci sono anche i dati della esposizione delle singole mansioni in documenti, in un documento ad esempio del gennaio ‘77. Vecchia è la prospettazione che Montedison non avrebbe inserito nelle aree sorvegliate ai sensi del D.P.R. dell’82 alcune zone di lavoro che necessitavano più considerazione, come l’area essiccamento. C’è anche su questo documentazione agli atti, il Pubblico Ministero prende la lettera di Cimarosti, Montepolimeri di Milano, dell’82, che suggerisce ai vari stabilimenti escludere le aree di essiccamento, insacco, stoccaggio e distribuzione PVC. Ora, questa lettera, a documentazione di riscontro c’è una lettera di (inc.) del ’77, non è una direttiva campata in aria di Montedison Milano; trae spunto nell’83 dalla legge, perché la legge dice che le aree sorvegliate – prima lo diceva la direttiva – sono dove il cloruro di vinile viene prodotto, viene trasportato, stoccato, viene polimerizzato, viene recuperato, cioè zone sorvegliate dove si trattava il monomero, non quelle dove si trattava il polimero, quindi non l’essiccamento. Cimarosti scrive questa lettera quindi, sappiamo perché la scrive, ma attenzione, questo è il dato importante: Cimarosti è a Milano, Marghera legge questa lettera di suggerimento ma valuta criticamente questa lettera, si preoccupa per le aree di essiccamento dove il CVM è stato strippato ma dove si possono verificare ancora almeno astrattamente inquinamenti episodici di CVM. E allora Porto Marghera cosa fa? Mantiene il gascromatografo anche nella linea di essiccamento, lo vediamo nei bollettini dei gascromatografi e la sala di essiccamento veniva monitorata mediante gascromatografo. Ancora una volta risulta che le affermazioni dell’Accusa vengono riproposte nella sede odierna nonostante siano disattese dai documenti in atti e la sentenza ne abbia dato ampiamente conto, come su questo punto, della loro infondatezza. In definitiva il sistema gascromatografico multiterminale risulta un efficace presidio per la salute dei lavoratori, in grado di fornire valori di esposizione attendibili. È il Tribunale che con grande equilibrio afferma a pagina 435: "...si conferma sull’unico confronto che era proponibile negli Anni Settanta e Ottanta. Se è vero che il sistema multiterminale effettua una media tra un maggiore numero di rilevamenti, che quindi comprende anche un numero superiore di accertamenti a bassa concentrazione, è peraltro pacifico che tale effetto di diluizione dei dati – dice la sentenza – è scarsamente significativo rispetto alla complessiva misurazione dei valori, i quali non sopportano alterazioni di rilievo rispetto a quelli acquisiti con l’altro sistema. D’altro canto il sistema multiterminale consente effettivamente di ottenere tutti i dati possibili, anziché offrire la possibilità di pretermetterne alcuni, come avviene con il monoterminale in conseguenza della limitatezza – l’avevamo accennato – delle potenzialità delle prese di campionamento, giacché inferiori per numero e ubicate solo in siti specifici". Signori Giudici, per richiamare quello che dice il Tribunale e darvi un’impressione visiva, perché credo che anche quella sia importante, voi avete percepito la grande delicatezza di quella zona, rappresentata dal boccaporto delle autoclavi, che si apriva e si chiudeva liberando negli Anni Sessanta concentrazioni di migliaia di ppm di CVM. Gran parte delle procedure, degli interventi, abbiamo visto che si sono concentrati proprio per neutralizzare il pericolo di emissioni durante l’apertura del boccaporto. Se noi prendiamo una piantina in atti, che ho visto che è stata depositata per altri fini anche nella memoria Enichem, del reparto CV24, inerente alle rilevazioni ambientali automatiche, sapevamo già che le autoclavi al CV24 erano dodici, il gascromatografo multiterminale di Montedison aveva due linee di misurazione dedicate ai boccaporti, infatti vediamo in basso a destra, ingrandito, linea 7 e linea 8 dedicate alle autoclavi, quindi due linee, e vediamo che queste due linee, vediamo le prese a disposizione di ciascuna linea, vediamo 6 bocchette, quindi 6 prese, 6 bocchette per due linee è uguale a 12, le prese disponibili complessivamente erano una per boccaporto in autoclave. Se noi andiamo a sinistra in alto a vedere la concreta applicazione, vediamo che Montedison aveva messo una presa vicino ad ogni boccaporto. Il monoterminale? Il monoterminale ovviamente aveva, come questo strumento, anche lui le dieci linee a disposizione, però non avevano ciascuna una presa. Quindi cosa poteva fare il monoterminale? Poteva sistemare due delle dieci prese a disposizione, per ciascuna una fila di boccaporto. La fila di boccaporto superiore metteva in posizione baricentrica una presa del monoterminale e sotto, per l’altra fila di sei autoclavi, un’altra presa. Questo era il punto debole del monoterminale, l’ha detto chi, come Vittorio Alongi, questo strumento vendeva al mondo industriale. Se il punto di prelievo monoterminale si fosse trovato sopra vento rispetto alla perdita non avrebbe segnalato nulla, il monoterminale non avrebbe segnalato nulla. Voi non avete potuto verificare direttamente di che straordinaria onestà fossero i tecnici di Montedison che modificarono il gascromatografo monoterminale in multiterminale; tra di essi c’erano dei semplici lavoratori. Uno di quelli più bravi, che dedicarono la loro vita al risanamento degli impianti, il signor Basei, citato dal Pubblico Ministero è venuto nell’aula accanto a questa portato dall’autoambulanza perché affetto da una malattia gravissima, Basei osservava che l’operaio esposto a cloruro di vinile non stava fermo in un punto di reparto, ovviamente, si muoveva, il lavoratore si muoveva nella zona; l’unico modo per seguire il lavoratore nella zona dove lavorava era ampliare l’aria di monitoraggio. Per questo era necessario il multiterminale, che aveva maggiore estensione nello spazio. Il teste Alongi della Carlo Erba, fornitrice del macchinario, ha riferito di queste continue sperimentazioni, delle prove sollecitate soprattutto da Basei per migliorare la calibrazione dello strumento, per affinare i protocolli di manutenzione : "come tutte le macchine avevano qualche disservizio, ma non per problemi costituzionali, cioè andavano bene gli strumenti, funzionavano bene", Renato Basei, trascrizione udienza del 31 marzo 2000; è venuto con grande dignità a ricordarci quali furono gli importanti mutamenti introdotti non solo dai dirigenti ma anche dai dipendenti come lui, diretti a preservare la vita dei lavoratori. Il Pubblico Ministero ha tenuto a precisare che il dottor Alongi è un teste qualificato, tecnicamente preparato e attendibile, Alongi ha dichiarato in aula a proposito del gruppo di lavoro che realizzò il gascromatografo multiterminale: "il lavoro che è stato fatto con il professor Grandi e il signor Basei è una delle cose più belle che io ho fatto nella mia vita professionale, di grandissimo livello, di grandissimo spessore. È stata una cosa che poi ci ha consentito anche di fare applicazioni in tutto il mondo". L’idea proposta dall’avvocato dello Stato del complotto gestito da queste persone per falsificare i dati di esposizione dei lavoratori offende la memoria di queste persone e la stessa storia del sindacato a Porto Marghera. Chiederei una breve pausa alla Corte, grazie.

 

DIFESA – Avv. Palavera – In sostituzione dell’avvocato Santamaria, do atto che è stata depositata questa mattina la memoria in forma di note d’udienza del suo intervento. Anticipo che verrà depositata la settimana prossima quella relativa alla seconda parte.

 

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 11.13 RIPRENDE ALLE ORE 11.37.

 

PRESIDENTE – Prego, avvocato.

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boy – Signori Giudici, vado ad un altro capitolo, un altro periodo di tempo del mio cammino, 1976–1977, il risanamento degli impianti dal CVM, compiuto. Arriviamo ai risultati del risanamento degli impianti, che si delineano già nel ‘76 con le esigue concentrazioni di CVM rilevate dai gascromatografi e dai campionatori personali in linea con le indicazioni dell’OSHA, ma che si completano nel ‘77 con la realizzazione delle colonne di strippaggio delle autoclavi. Però il Pubblico Ministero contesta l’avvenuto risanamento degli impianti sotto diversi profili. Sinteticamente afferma che gli impianti vecchi erano da rifare; che la Montedison si era resa conto di questa necessità di rifare gli impianti vecchi ma che alla fine le richieste del sindacato non erano state seguite dall’azienda e che il sindacato aveva ceduto a dei compromessi anche perché indebolito dalle minacce dei terroristi. Sono argomenti che hanno già avuto una trattazione nella requisitoria di primo grado e che sono risultati ampiamente superati dall'esito dell’istruzione dibattimentale, e allora l’estrema soluzione individuata dall’Accusa per rispolverare questi argomenti è quella di infierire sulla sentenza con toni a dir poco eccessivi. Nei motivi d’appello si parla di contraffazione della realtà processuale da parte del Tribunale. Il Pubblico Ministero cita la deposizione dell’ingegner Cella e dell’ingegner Bianchi, che avrebbero confermato che gli impianti a Porto Marghera erano vecchi e superati. Ma qui vediamo che la distorsione delle testimonianze e del loro significato non è del Tribunale. L’ingegner Cella si è limitato a dire sicuramente che gli impianti erano stati costruiti quando era nota solo la esplosività del cloruro di vinile, che quindi dovevano essere ripensati questi impianti, una volta apparsa chiara la pericolosità specifica di questa sostanza. Per questo – dice Cella – è stata una grandissima intensificazione, lavori, riunioni velocissime, per riuscire a fare in maniera di ridurre il più presto possibile questo gas, soprattutto nei posti di lavoro dove c’erano gli operai che lavoravano. Impianti vecchi e obsoleti? Cella dice anche: "credo che gli impianti di Porto Marghera si erano rivelati al tempo come i migliori impianti delle altre Nazioni, anche negli Stati Uniti", e poi: "Il CV24, che secondo me è uno dei più begli impianti del mondo, con sala quadri in mezzo, separata dalle autoclavi, l’essiccatore moderno all’esterno"; l’uso arbitrario delle testimonianze non è del Tribunale. L’ingegner Bianchi secondo il Pubblico Ministero nei motivi d’impugnazione, il Pubblico Ministero ci ha fornito un panorama societario professionale storico, proprio con particolare riferimento alla vetustà invece inaffidabilità di vecchi impianti, che dal ‘75 al ‘90 andò sempre peggiorando, anche a causa delle scadenti manutenzioni, scadenti manutenzioni. L’uso distorto delle dichiarazioni testimoniali non è del Tribunale. Bianchi ha ammesso in dibattimento: "ci sono stati dei cambiamenti, come si diceva, di cambio valvole, di installazioni, sicché avevano migliorato nettamente la situazione", migliorato nettamente la situazione; "c’è stato un drastico miglioramento della situazione ambientale dei reparti CVM e PVC, una parte importante di questi interventi cambio valvole – dice Bianchi – erano proprio di manutenzione straordinaria". Bianchi, che ha autorizzato molte commesse di lavoro finalizzate al miglioramento della situazione ambientale dei reparti non può che ammettere il risultato. Bianchi ha autorizzato per esempio la commessa 1.101 per il CV6 installazione rubinetti e soffietti e sostituzione tenute pompe e compressori, e non ha potuto certo negarlo in udienza, e ha approvato tante, tante altre commesse. Il Pubblico Ministero, evidentemente, nella sua affermazione a pagina 458 dei motivi, si è voluto riferire all’atteggiamento del teste generalmente critico nei confronti della gestione sia di Montedison, sia di Enichem. A questo punto, però, è inaccettabile che il Pubblico Ministero riferisca in discussione alla posizione relativa all’ingegner Bianchi come quella di un osservatore attento, acuto, interno all’azienda e sicuramente non ostile alla stessa. La carica assunta – dico solo questo – di vice direttore tecnico della DIMP in un periodo cruciale degli interventi di risanamento degli impianti CVM e PVC - ‘75, l’abbiamo visto, è un periodo cruciale -, unitamente al ruolo di testimone assunto in questo processo rispetto a colleghi di carica che l’hanno preceduto e seguito, tutti imputati, deve comunque suggerire grande prudenza anche della Corte nella valutazione della sua posizione. Invece il Pubblico Ministero non solo esalta il tono genericamente e ingiustificatamente critico della deposizione dell’ingegner Bianchi, ma dimentica il contenuto di altre testimonianze qualificate tecniche sullo stato degli impianti PVC e CVM di Porto Marghera, quelle dell’ingegnere Benetta e quelle di uno del gruppo di lavoro proprio dell’ingegnere Bianchi, il dottor Rubini. Il quadro d’insieme offerto da queste testimonianze è nitido, nel senso di una più ampia conferma della tesi del Tribunale sulle differenze tra obsolescenza tecnologica e fisica degli impianti, perché? Perché i tre testimoni, compreso Bianchi, hanno affermato che le condizioni complessive del reparto CV6 erano superate dal punto di vista tecnologico, Benetta: "le dimensioni dei reattori facevano sì che fosse un impianto che era e sarebbe andato presto fuori mercato"; Rubini: "il CV6 chiaramente non era un impianto nuovo, risentiva del tempo, io parlo di una valutazione di tipo tecnologico in quanto chiaramente molto probabilmente le autoclavi erano piccole"; Bianchi: "gli impianti erano piccoli, la situazione era negativa perché si perdeva un sacco di soldi nella gestione di tutto, era una gestione di perdita". Ma i tre testi hanno altresì descritto la situazione del CV6 sotto il profilo della tutela dell’ambiente di lavoro. Benetta: "Era stato ristrutturato, credo con grandi investimenti, non posso dire che sulla base della mia esperienza andasse chiuso per motivi di pericolo"; Rubini: "La Montedison attuò un piano di intervento che, per quanto mi riguarda, portò le emissioni e il contenuto del CVM nel polimero progressivamente ai limiti della legislazione americana. Per quanto riguarda il CV6 posso ribadire che per quanto riguarda la situazione ambientale non è emerso niente di particolare rispetto agli altri impianti"; Bianchi: "ci sono stati degli interventi che avevano migliorato nettamente la situazione". Aver migliorato nettamente la situazione ambientale di un reparto, attenzione, tecnologicamente superato ed economicamente in perdita, come viene descritto dai tre testi, appare di per sé un comportamento antitetico all’assunto per il quelle si sarebbe fatta economia sulla pelle delle persone. Signori Giudici, la sicurezza sopra di tutto, anche negli impianti destinati ad andare presto fuori mercato. Nel loro complesso le deposizioni di Benetta, Rubini e Bianchi permettono di comprendere come ai problemi di carattere tecnologico che c’erano del CV6 non corrispondessero problemi di pericolosità nelle condizioni di lavoro di questo e di altri impianti. E attenzione, in un ambito di un equilibrio in cui credo di muovermi ritengo assolutamente corretto sostenere che il tempo incide sia sugli aspetti tecnologici e sia su quelli fisici dell’impianto; tuttavia, mentre la tecnologia desueta comunque non all’avanguardia non può essere modificata, lo stato fisico dell’impianto può essere adeguatamente conservato e migliorato nel tempo, le apparecchiature potranno essere sostituite, le apparecchiature, interamente, in parte, con periodicità, e sottoposte a periodici controlli di manutenzione preventiva, mantenendo l’efficienza fisica dell’impianto. In sostanza io voglio dire che, a condizione che venga stabilito un efficace piano di manutenzione, un impianto di vent’anni di età può essere molto più sicuro ed affidabile perché meglio collaudato e conosciuto di un nuovo impianto nei primi anni di avviamento. E rispondo all’avvocato Vassallo: per piano di manutenzione la sentenza non intende ovviamente un piano solo di manutenzione ordinaria, ma ordinaria e straordinaria, che comporti, come comportò a Marghera, non la semplice tenuta in vita dei macchinari esistenti, ma la sostituzione con macchinari sempre più evoluti, come fu per le valvole, per i rubinetti, per le tenute; la manutenzione come effettuata a Porto Marghera poteva migliorare nel tempo le prestazioni di un impianto per quanto riguarda la qualità degli ambienti di lavoro. A riguardo è significativo – e lo ricordo – quanto scritto da Gabriele Bortolozzo nel suo esposto datato Mestre ‘83, in merito all’intervenuta salvezza e recupero del reparto - stiamo parlando del CV6 -, del suo risanamento ed avanzamento tecnologico. Oggi si può dire che il CV6 è un reparto efficiente, anche ambientalmente è vivibile, e spiega perché nei dettagli tecnici. Ora noi vediamo che nell’83, quando scrive Bortolozzo, il CV6 aveva ventott’anni di vita; era però efficiente e ambientalmente vivibile. Bortolozzo, che è autore degli esposti che hanno dato vita al presente procedimento, era stato per anni impiegato al CV6, parlava di salvezza e di recupero del reparto, del suo risanamento. La tesi d’accusa viene smentita radicalmente. È vero però che Montedison, allorché venne fuori la notizia della cancerogenicità, studiò proprio con l’ingegnere Cella la costruzione di nuovi impianti, ma come dice Cella: "perseguì contemporaneamente la strada del risanamento dei vecchi impianti, degli impianti esistenti", e su questo è illuminante uno dei tanti verbali di riunione Montedison sulla problematica CVM, datato 24 marzo ’75, che dimostra che in un momento decisivo per la produzione del CVM e PVC l’azienda non trascurava di percorre contemporaneamente due strade possibili, le due alternative possibili in vista del raggiungimento dell’obiettivo irrinunciabile dell’1 ppm, da un lato si legge: "tutte le modifiche migliorative degli impianti attuali sono state accelerate al massimo"; d’altro lato si dice che "le direttive dell’ingegner Grandi sono la anticipazione al massimo della costruzione di nuovi impianti", e infatti Cella le studiava. Il doppio binario perseguito da Montedison viene accettato dal sindacato e dai lavoratori, che chiedono comunque una cosa: il risanamento. Sindacato che comunque esprime variegate opinioni, non la pensano tutti allo stesso modo, c’è la posizione di Tettamanti, esponente della Commissione Ambiente CGIL, nell’articolo "La situazione ambientale del Petrolchimico Porto Marghera in scienza del lavoro del ‘75" dice: "il risanamento globale di questi impianti, CV6 e CV14–16, è senza dubbio fattibile, ma trattandosi di impianti al chiuso e con poco spazio disponibile – i soliti problemi tecnologici – la qualità del risanamento e lo sforzo del mantenerlo comporterebbero un notevole impegno economico da parte di Montedison. Sarà disponibile la Montedison a sostenere un impegno economico di questo tipo per ammodernare impianti vecchi di oltre vent’anni? Non converrebbe invece alla Montedison di rifare ex novo gli impianti?". Siamo nel ‘75, Tettamanti espone un’alternativa: risanamento globale – nuovi impianti. Esprime alcune perplessità sulla opportunità del piano di risanamento nei vecchi reparti per via della concezione tecnologica di questi impianti, caratterizzati dagli spazi ristretti. Ma Tettamanti dice anche che il risanamento globale degli impianti vecchi è senza dubbio fattibile, è costoso ma è fattibile, e i soldi verranno spesi da Montedison. C’è la posizione di Francini, sindacalista CISL: "noi valutammo che non era necessario e opportuno chiedere la fermata degli impianti, anzi non ci pensammo nemmeno", "fermata di impianti per il risanamento?", "noi l’avevamo chiesto per gli AS, per il TDI, ma in un altro contesto". Anche per Francini, in definitiva, quello che conta è il risultato: il risanamento globale, con impianti vecchi e nuovi non fa una differenza sostanziale. E il doppio binario, la doppia alternativa viene abbandonata da Montedison solo nel ‘76, quando si riscontra che con nuovi lavori si era riusciti a raggiungere il limite indicato dall’OSHA e vigente all’inizio del ‘76 di 1 ppm TLV/TWA. Però il Pubblico Ministero ribatte: sì, però il sindacato aveva chiesto, nella piattaforma del ’77, la chiusura degli impianti vecchi, quindi dopo il 1976 aveva chiesto ancora la chiusura degli impianti vecchi, ed è vero questo, ma è il sindacato rappresentato da Tettamanti e Francini che ha scritto la piattaforma del ‘77, è lo stesso sindacato che nella relazione introduttiva degli atti del convegno FULC, sempre del luglio ‘77, data della piattaforma, ha scritto in termini inequivocabili sugli impianti di produzione e polimerizzazione del cloruro di vinile: "L’obiettivo che la FULC si è posta costituendo la Commissione Impiantistica è stato quello di superare, con una risposta positiva, il dilemma che qualcuno due anni fa poneva molto semplicisticamente: pagare la produzione con qualche morto in più o chiudere gli impianti. La risposta che si sta dando è quella di migliorare gli impianti fino al punto che il cloruro di vinile non sia rilevabile dagli strumenti di controllo nei posti di lavoro degli addetti". La risposta è che gli impianti vecchi potevano essere risanati completamente, come di fatto è avvenuto. Sono parole importantissime perché scritte dalla FULC, che è uno dei cardini del capo d’imputazione: le promesse di Montedison al sindacato sul risanamento degli impianti, le promesse alla FULC sono state mantenute, signori Giudici. E ancora nell’esposto dell’83, lo stesso Gabriele Bortolozzo, ne abbiamo parlato prima, ricorda anche lui la richiesta di chiusura CV6, dice: "dall’indagine risultò pure che uno dei reparti dove i lavoratori avevano subìto più danni alla salute era il CV6, e da qui non solo per motivi ambientali ma anche per un ritardo tecnologico ne derivò da parte sindacale il giudizio che il CV6 doveva senz’altro chiudere", ma è Bortolozzo che dice che dopo gli interventi il CV6 è un impianto ambientalmente vivibile. E allora qual è la conclusione? Che non bisogna prendere alla lettera le rivendicazioni sindacali contenute nelle piattaforme e contenute anche in altri documenti. Francini ha definito la piattaforma un documento scientifico del sindacato: "E’ il documento da presentare alla controparte. Secondo me spesso e volentieri ci sono più tatticismi del necessario". La piattaforma del Petrolchimico dell’aprile ‘77 evocata dal Pubblico Ministero dice testualmente: "Il concetto della fermata, risanamento e riavvio degli impianti con garanzia del salario dev’essere ribadito. I risultati dell’indagine epidemiologica – quella del CVM – confermano la validità dei contenuti elaborati nella piattaforma specifica del settembre ‘75. Pertanto le richieste presentate in quell’occasione devono essere integralmente confermate", cioè il contenuto della piattaforma ‘77 è chiaro: si confermano le conclusioni della piattaforma ‘75, come se nulla nel frattempo fosse stato fatto. Ma è un contenuto che dev’essere letto in mezzo alle carte, insieme a tutte le altre carte e ai documenti sindacali dell’epoca, come il promemoria n. 1 del 23/10/79 del Consiglio di Fabbrica - Commissione Ambiente, che è un documento che dev’essere letto per intero, come tutti i documenti sindacali, aspri: "in particolare per il CV6 era stato richiesto il rifacimento in altra zona dello stabilimento degli impianti. Successivamente, per gli ottimi risultati prospettati nell’eliminazione del rischio dovuto all’esposizione a CVM, presente come vapore nell’aria dell’ambiente di monomero, sia per una caduta vertenziale sui problemi del risanamento comune a tutto lo stabilimento, gli altri fattori di rischio, benché non eliminati, erano stati considerati marginali e trascurati". Si parla nel ‘79 di problemi concernenti l’ambiente di lavoro relativo al CV6 diversi dal CVM, ma non c’è più in questo documento il problema di emissioni di CVM. Anche il problema della chiusura degli impianti appare superato da tempo, è la Commissione Ambiente che ce lo dice. Eppure poi, come tutti i documenti sindacali, questo documento sindacale viene utilizzato dal Pubblico Ministero per cercare di sostenere come le promesse di Montedison al sindacato non sarebbero state mantenute. È una lettera indubbiamente rivendicativa, in un linguaggio duro del sindacato, anzi nelle parole spigolose del sindacalista Francini, che ha riconosciuto la paternità del documento. E prendiamo atto che il Pubblico Ministero da un lato insinua ingiustamente che Francini non avrebbe rappresentato i lavoratori; dall’altro lato utilizza però a mani basse i suoi scritti più spigolosi, evidenziando l’importanza delle rivendicazioni del sindacalista, rivendicazioni che peraltro qui, ripeto, non riguardano il CVM. Nel ‘79, come dimostra anche l’altro documento utilizzato dal Pubblico Ministero, che vedrete, che proviene questo dai lavoratori del CV6, luglio ‘79, si fanno pressioni sul datore di lavoro perché migliori ulteriormente l’ambiente sotto altri profili, sotto il profilo del rumore, della polverosità, non per le emissioni di CVM, perché questi aspetti diversi dal CVM - lo si ammette espressamente nel documento di Francini - erano stati trascurati dalla stessa FULC, quindi si trattava del risveglio di nuove problematiche, non c’erano le promesse non mantenute di cui parla il Pubblico Ministero. Sarà così che puntualmente partirà un secondo piano di risanamento per migliorare ulteriormente le condizioni di polverosità e di rumorosità dei reparti. Quello che però interessa rimarcare è la non corretta utilizzazione da parte del Pubblico Ministero di documenti maggiormente rivendicativi del sindacato. Si accentuano i toni drammatici, non si tiene conto del fatto che la situazione veniva estremizzata ad arte dal sindacato per ottenere i lavori, lo scopo era ottenere i lavori. Basta riflettere leggendo quelle pagine di cui ho dato una breve lettura e i documenti rivendicativi come quest’ultimo citato, riflettere sui toni, sulle sottolineature, si capisce che ci troviamo di fronte a dei documenti da cui deve partire una trattativa, dunque documenti non neutrali ma documenti che estremizzano, per poi condurre al tavolo della trattativa e trovare la soluzione più ragionevole per il lavoratore. E così i tatticismi tipici delle piattaforme ci sono anche nella richiesta di MAC=0, tanto utilizzato nella discussione ultima del Pubblico Ministero come asserita dimostrazione delle promesse non mantenute da Montedison. L’estremizzazione ad arte del sindacato avveniva anche sul concetto di MAC=0, specie per rispondere in modo polemico a chi aveva proposto il MAC socialmente accettabile, ma Tettamanti e Francini hanno spiegato: "nessuno si azzardava di pensare che l’impianto reale fosse 0, anche perché dal punto di vista pratico lo 0 non significa nulla. La cosa era probabilmente insostenibile perché, nello stesso tempo in cui lo devi andare a verificare con uno strumento, lo strumento ha una sua sensibilità, che è diversa da 0". Al di là delle espressioni di facciata usate dal sindacato nelle piattaforme, si parlava e si scriveva di MAC cosiddetto 0, di MAC tendente a 0, proprio per indicare che cosa? Il valore del CVM nell’ambiente di lavoro che doveva necessariamente essere sotto ad 1 ppm. Questi sono i documenti sindacali dell’epoca, 9/10/75. Negativo invece è stato il giudizio sulle definizioni normative in esso contenute in quanto contrastanti con la linea finora tenuta del cosiddetto MAC0. Comunque, al di là di ciò, un altro documento del ‘76, si sa già da tempo che il CVM va male e la linea sindacale è quella di evitare il MAC tendente a 0, l’esposizione al CVM negli impianti. La tesi del Pubblico Ministero sulle promesse al sindacato non mantenute dall’azienda è fondata esclusivamente su una interpretazione non corretta delle carte processuali. I risultati sono stati ottenuti con il contributo del sindacato, fattivo, il risanamento dei reparti, il MAC tendente a 0, si sono realizzati nel ‘76–‘77, e c’è uno specchio di questa situazione in un documento secondo me importantissimo, che è un documento del Consiglio di Fabbrica del 2 marzo ‘77, reparto CV24–25, situazione relativa al risanamento da cloruro di vinile a tutto febbraio ‘77, dice: "il controllo sulle perdite di CVM è stato realizzato in parte con modifiche tecniche dei materiali – e vengono descritti i rubinetti a maschio a tripla tenuta e tutte le modifiche impiantistiche – e in parte con modifiche organizzative al ciclo di lavorazione", e vengono descritte tutte le procedure, in un documento che conserva, come tutti gli altri, intatti i caratteri di spigolosità propri del modo di esprimere ufficiale del sindacato, è scritto a chiare lettere che le procedure sono state modificate, gli interventi impiantistici sono stati realizzati, e vengono descritti. In analisi si legge che è stato realizzato soprattutto il controllo delle perdite del CVM, e si scrive ciò all’inizio del ’77 - e il controllo delle perdite di CVM è stato realizzato – anche grazie ad una sempre più penetrante ed efficace manutenzione degli impianti. La manutenzione e la organizzazione della manutenzione ha infatti rappresentato un settore fondamentale dell’impegno di Montedison di realizzare in tempi brevi il risanamento degli impianti PVC-CVM. Il Pubblico Ministero si è reso probabilmente conto della delicatezza del tema per l’esito del processo e nei motivi d’impugnazione ha tentato di attaccare una ad una le affermazioni del Tribunale, che aveva dato atto della riorganizzazione della manutenzione realizzata a Marghera a partire dal ‘74, in ottica preventiva, predittiva, con la nascita dell’ingegneria di manutenzione, la divisione tra officina centrale e officina di zona, il decentramento, che aveva descritto i principali decisivi interventi di manutenzione ordinaria e soprattutto straordinaria posti in essere da Montedison per ridurre l’esposizione dei lavoratori a CVM. Il tutto era stato supportato da specifici riferimenti a documenti e a testimonianze in atti. Si è già risposto alle contestazioni del Pubblico Ministero nei motivi di impugnazione, nella memoria del novembre 2003 a cui si rinvia. In discussione il Pubblico Ministero pare aver cambiato strategia, non avendo affrontato analiticamente il tema della organizzazione della manutenzione, ma essendosi limitato a tornare a dei cenni all’unico documento sul tema da cui era partito all’inizio nel processo nel capo d’imputazione, la famosa nota di Favero, la nota della DIMP di Milano per la formulazione del budget di manutenzione per gli anni ‘78–‘80. Dice il Pubblico Ministero, riporto le sue parole: "per esempio nella pagina terza si fa riferimento agli anni precedenti al ‘77, in cui si sono avute campagne per il risparmio, tagliare i costi, perché la linea che deve passare è quella di non mantenere, di mantenere il meno possibile, perché bisogna correre dei rischi, perché in fondo viene detto che tanto la società paga un’assicurazione per cautelarsi dei rischi, come viene pagata una assicurazione per i rischi di un’automobile, e quindi questi rischi vanno accettati, i rischi degli operai morti". Quest’ultima affermazione è completamente fuorviante perché in questo documento, probabilmente scritto male, forse male interpretabile, non bisogna dimenticare che c’è una clausola precisa contenuta al punto 2.5: "fatte salve le necessità della sicurezza dell’ecologia, il criterio discriminatore deve essere la redditività dell’impianto stesso perché ovviamente può ben essere diverso il peso di eventuali conseguenze". Ciò vuol dire che il criterio della redditività comunque ha una limitazione, sempre e comunque, rappresentata dalla sicurezza e dall’ecologia: quando c’è una ragione di sicurezza e di ecologia che giustifica un intervento di manutenzione non si guarda alla redditività, non si guarda al profitto. Ma soprattutto il Pubblico Ministero si è guardato bene dall’evidenziare quello che, secondo me, è il documento decisivo: che il documento Favero è una nota interna della struttura milanese inerente a linee guida per tutti gli stabilimenti DIMP; vi faccio solo estemporaneamente notare che Porto Marghera è uno stabilimento DIPE. Ma soprattutto, nota scritta in maniera provocatoria, impressionistica, in cui vengono esasperate le esigenze di bilancio, e senza toccare la salute, abbiamo visto in questa nota, ma soprattutto la Corte comprenderà come i toni e le espressioni del documento si debbano inquadrare in un determinato contesto, che non è quello operativo, che non è quello dei reparti di Porto Marghera, perché? Perché a Marghera ricevevano le circolari di Milano e poi le valutavano criticamente, abbiamo visto quella decisione del continuare ad inserire la zona essiccamento tra le aree sorvegliate CVM. Ebbene signori Giudici, quel documento lì, Favero, gli operativi di Porto Marghera, quelli che si sono battuti per manutenere bene gli impianti PVC e CVM, non l’hanno neanche visto. A Marghera la realtà per gli operativi della manutenzione era il budget di manutenzione, non la nota per la formulazione del budget. Il processo di costruzione del budget era opera del capo zona manutenzione con il capo reparto, gli operativi, e gli operativi non hanno visto la nota Favero. L’ingegner Paolini l’ha vista anni dopo, ingegnere di manutenzione, e può aggiungere che non è stata a Marghera mai applicata, quindi ripeto, dal punto di vista pratico, che poi lo si vede nei fatti delle attività che si sono fatte in quei tempi lì, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo quel documento non ha avuto nessuna, nessunissima influenza. Il Presidente del Collegio di primo grado ha chiesto al responsabile manutenzione di Porto Marghera, dottor Gianeselli, se fossero state seguite queste indicazioni, sia pure in una prospettiva generale di contenimento del budget manutentivo negli interventi degli impianti. Gianeselli: "No, direi di no, nel corso degli anni via via la manutenzione è passata sempre più da una manutenzione di pronto intervento ad una manutenzione più pianificata, più radicale, le spese sono state sempre molto elevate". Ma soprattutto le deposizioni degli addetti alla manutenzione, tanti sono stati sentiti, sono stati Gianeselli, Saccon, Paolini, Bareato, Cortello, confermano che cosa? Che i manutentori degli impianti CVM e PVC del Petrolchimico di Porto Marghera avevano ben chiari dei concetti, avevano ben chiaro il concetto che i lavori per la sicurezza, per la salute dei lavoratori, per l’igiene ambientale, per l’impatto sul territorio, non erano valutabili in termini di efficienza e di rischio. Tutti i testi citati hanno affermato che di fronte a questi problemi si interveniva senza interrogarsi se i costi emergenti fossero previsti o non previsti nel budget, lo si superava, se le risorse impiegate fossero o non fossero quelle strettamente indispensabili per l’intervento. E come ribatte l’Accusa privata a queste affermazioni? L’avvocato Vassallo e l’avvocato D’Angelo affermano che il Tribunale non ha parlato dei testi Carla Cavagna, Franco Colombo e Angelo Cova, ed è vero, il Tribunale non ha parlato di questi testi, però i due colleghi di Parte Civile non dicono che nessuno dei tre testi ha mai lavorato un quarto d’ora a Porto Marghera: la Cavagna ha lavorato al Donegiani di Novara e gli altri tre testi presso lo stabilimento di Castellanza. Cosa c’entrano con la manutenzione di Porto Marghera? La attenzione di Porto Marghera per gli interventi di manutenzione è desumibile anche, è provata dai consuntivi finali di esercizio della manutenzione, redatti dall’ufficio analisi di gestione del dottor Rossato, agli atti. In sintesi i risultati dei consuntivi finali di esercizio della manutenzione per i reparti CVM-PVC del ‘76, ‘77, ‘78, ‘79 e ‘80 vengono riprodotti in una tabella con cifre attualizzate al 31/12/98 e, se anche solo voi vedete i totali, vi rendete conto come i consultivi dimostrino ancora una volta come il documento Favero non avesse avuto nessuna influenza a Porto Marghera, sono consultivi globali ovviamente, ma le somme investite per la manutenzione degli impianti PVC-CVM dal ‘76 all’80 erano di rilievo. Il documento del 27 marzo ‘79 redatto dal dottor Favero avrebbe dovuto sortire un effetto risparmio nell’80. Ebbene, dai totali delle tabelle si rileva che di fatto nell’80 è stato speso il 6,65 in più del ‘79. Possiamo dire ancora che la nota Favero non era seguita da Marghera, che la manutenzione era improntata fino dal ‘74 a rigorose regole miranti a tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. E devo dire su questo che è paradossale che l’Accusa, pure reiterando più volte il contenuto delle piattaforme sindacali - prima abbiamo parlato di quella del ’77 - per sostenere la non realizzazione delle rivendicazioni del sindacato, non abbia mai tenuto conto del fatto che la prima e la più importante piattaforma specifica sul CVM, quella del settembre 1975, poneva l’esigenza di regolamentare contrattualmente proprio la struttura manutentiva, nel settembre ‘75, che doveva indirizzarsi all’attività preventiva e allo sviluppo delle officine di zona, è scritto nella parte conclusiva della piattaforma, e non si trattò di una rivendicazione disattesa dall’azienda, perché in linea temporale è fondamentale l’accordo sindacato-azienda del 9 gennaio ‘76, stipulato nei tempi di rapida realizzazione rispetto alla piattaforma, documento molto importante, la Montedison conferma che la manutenzione dev’essere finalizzata alla sicurezza dei lavoratori e alla tutela della loro salute, nonché alla salvaguardia degli impianti e al mantenimento degli standard di produzione: "In relazione a quanto premesso il Gruppo Montedison proseguirà nell’area integrata di Porto Marghera nella riorganizzazione della manutenzione orientata verso una struttura che si ispiri ai seguenti obiettivi di fondo", li accenno solo: "sviluppo dell’articolazione decentrata dei servizi – e spiega come -; si sviluppi la manutenzione preventiva programmata; si sviluppi l’ingegneria di manutenzione". Non è vero che le piattaforme non avessero alcun esito a Porto Marghera. Nel 1976 si è proseguito nella riorganizzazione dello stabilimento, della manutenzione, proprio come chiedevano le piattaforme, altro che nota di Favero! Lo stesso documento della Commissione unitaria servizio manutenzione - lo vedrete - del 10 marzo ‘81 citato dall’Accusa in discussione è anche questo un documento aspro, come tutti i documenti sindacali, muove delle critiche finalizzate ad ottenere miglioramenti ulteriori nella struttura manutentiva, ma è un documento che parte da una premessa, da una premessa che conferma l’avvenuta riorganizzazione della manutenzione, anzi chiede che le modifiche consistano in una ulteriore evoluzione della struttura esistente, si legge: "La struttura vigente è quella derivata dall’accordo del ’76; questa struttura ha certamente costituito un primo traguardo di decentramento e razionalizzazione del lavoro". Altro che nota Favero a Porto Marghera! Tra i miglioramenti viene chiesto in questo documento con durezza una maggiore autonomia delle officine di zona, ma da un documento ancora una volta autenticamente antagonista rispetto al datore di lavoro abbiamo la conferma che la riorganizzazione della manutenzione effettivamente si era realizzata, che la sicurezza e la salute dei lavoratori è stata effettivamente perseguita. E allora vediamo finalmente i risultati del piano di risanamento articolato su nuove procedure, abbiamo visto su commesse impiantistiche e su nuova manutenzione. Vediamo i dati corrispondenti al monitoraggio dei gascromatografi in termini di risultati, ovviamente non ve li proietterò tutti: i risultati dei gascromatografi evidenziano che ad inizio 1976 il limite di 1 ppm raccomandato dall’OSHA può dirsi raggiunto; vi ho proiettato la scheda 2.51 della relazione tecnica Pozzuoli–Bellucco sulle rilevazioni nel CV6-zona autoclavi, sempre l’impianto più delicato, la zona di lavoro più delicata. Illustra che la parabola discendente arriva sotto ad 1 ppm - lo vedete illustrato anche in alto, alla figura ingrandita -, sotto ad 1 ppm proprio nel febbraio del ‘76. Ma questo documento complessivo, quello completo, è utile vederlo perché si comprende anche un’altra cosa che avevamo compreso per i pipettoni prima: che anche per i gascromatografi la parabola è discendente in maniera progressiva per tutto il ‘75, a partire da marzo ‘75, lo vedete che i valori erano diversi, fino ad assestarsi su valori inferiori ad 1 ppm. Lo strumento monitoraggio anche qui era lo stesso e monitorava la stessa zona, e la diminuzione costante non può non essere effettiva, non può non corrispondere ad una bonifica in fase di completamento nella sala autoclavi. E questi risultati specifici che vi ho dato adesso per il CV6-sala autoclavi, se noi li raffrontiamo con i risultati specifici dati dalla media geometrica dei campionatori personali, che vi ho fatto vedere prima com’è stata ricostruita, la differenza è molto limitata anche per i campionatori personali, anche per il CV6, anche per il febbraio ‘76 siamo sotto o immediatamente ai margini dell’1 ppm. E, signori Giudici, questi sono dati io credo insuperabili, perché proprio riguardano il TLV/TWA di un ambiente di lavoro dove viene trattata una sostanza che fa male sono se viene inalata continuativamente nel tempo. Dalle migliaia di ppm degli Anni Sessanta, alle centinaia del 1970 - ricordiamoci quel documento che le descriveva -, si è arrivavi all’unità. Il Pubblico Ministero contrappone da ultimo, in merito a quest’ultima critica del Pubblico Ministero seguirla per quanto dirò, contrappone, fa un’ultima contrapposizione a questi dati dei gascromatografi del ’76, tre tipi di argomentazioni: la prima è fondata ancora su documenti attinenti alle commesse impiantistiche CV6 e CV14–16; la seconda argomentazione è supportata da due bollettini di rilievi istantanei, però effettuati proprio nel ‘76; e l’ultima al caso di un lavoratore, Tordo Nicola. La prima argomentazione è fondata su documenti ancora una volta il cui contenuto non viene presentato correttamente, così a proposito della commessa 1099 al CV6, il Pubblico Ministero letteralmente confonde il contenuto della relazione, che giustificava l’apertura della commessa, che era antecedente al maggio ‘75, con la relazione di verifica dei risultati dell’ottobre ’76, per sostenere che a quest’ultima data, ottobre ‘76 , autunno ‘76, c’era una situazione nei reparti non in linea con i rilievi del gascromatografo. La comunicazione di apertura di commessa - voi la vedete - è dell’1 settembre ‘75 sulla sostituzione valvole, rubinetti e tenute al CV6, cui è allegata logicamente la relazione tecnica che ne ha sortito l’apertura, antecedente questa relazione tecnica, e la relazione tecnica dice quello che ha letto il Pubblico Ministero in udienza: "Le valvole e i rubinetti attualmente montati sui circuiti del CVM liquido e gassoso e del lattice non danno garanzia di perfetta tenuta. Lo stesso dicasi per le tenute sulle autoclavi, sulle pompe per il lattice e il germe e sui compressori del CVM gas di ricupero. Si è constatato che tali perdite sono determinanti nell’innalzare il livello medio del CVM nell’ambiente di lavoro ai valori di circa 10-15 ppm e sono la causa del verificarsi di punte di inquinamento superiori a 50 ppm". Il Pubblico Ministero cosa fa? Svincola questo documento dall’apertura di commessa del ‘75, estate ‘75, lo accorpa a quello relativo alla verifica dell’esito della commessa dell’autunno ‘76, abbiamo detto; in definitiva legge questa relazione spacciandola per il risultato ottenuto e dicendo che è grave questa situazione, è gravissima. Sarebbe grave, perché lui dice: nel ‘76 il livello medio dell’ambiente di lavoro del CVM sarebbe 10–15 ppm, e non un 1 ppm come rilevato dal gascromatografo. Ma questo non è vero. Vediamo infatti il reale risultato ottenuto dalla commessa, una lettura del documento A di verifica dei risultati DIMP ottobre ‘76, e questo è ottobre ‘76 autenticamente, è significativa per ricostruire la portata di questo uso disinvolto dei documenti da parte dell’Accusa, si legge nella parte "risultati conseguiti": le punte di inquinamento ambientale per perdite di CVM prima della modifica superavano le 50 ppm per oltre il 2% circa dei valori delle analisi cromatografiche complessive - e veniva detto infatti nell’apertura della commessa -. Attualmente solo lo 0,1% circa dei valori delle stesse analisi supera i 25 ppm". L’uso arbitrario dei documenti non è del Tribunale, cui vengono presentati documenti favorevoli alla Difesa spacciandoli per disastrosi. I documenti positivi sono il risultato della commessa 1099, che insieme alle altre commesse intervenute nel frattempo ha permesso di migliorare complessivamente di un ordine di grandezza i risultati del reparto, gradualmente e non di colpo. E teniamo presente che questo travisamento del significato di atti relativi a commesse non è stato compiuto solo per il CV6 dall’Accusa in discussione ma negli stessi termini per il CV14–16 per le commesse 1100, 1101, 1507, anche queste si riferiscono a sostituzione rubinetti, valvole, tenute, anche qui la relazione tecnica precedente all’apertura delle commesse, ed erano tanti i problemi a fronte dei quali si perorava l’intervento, viene sostituita ai risultati degli interventi, risultati che invece sono assolutamente positivi. Non mi ripeterò e allegherò però anche questi documenti. Ma vediamo soprattutto la seconda argomentazione dell’Accusa, perché è ancora più sorprendente, sulla quale chiedo l’attenzione della Corte, perché è fondata su un colossale e pervicace travisamento di due bollettini istantanei del ‘76. In sede di discussione il Pubblico Ministero ha citato in mezzo a tanti dati, voi ne avete sentiti tantissimi, assieme a dati di prelievi istantanei di CVM, però tra il ‘70 e il ‘74, sono due successivi valori ottenuti in prelievi di pochi minuti, quindi anche questi pressoché istantanei, valori però di 2880 ppm, 1470 ppm, in un bollettino del CV6 del 9 luglio ‘76, quindi in un’epoca avanzata, l’epoca dell’1 ppm, valori istantanei, però valori alti. E ancora ha citato un altro bollettino del CV24, 8 luglio ‘76, numero 274, sempre rilevazioni istantanee, fino a 4760 ppm. Sono valori che io credo debbano ragionevolmente impressionare, hanno impressionato anche me e credo che non possono non avere impressionato anche la Corte. Nel ‘76 non si giustificano questi valori, anche se istantanei, così elevati, specie se relativi ad un’operazione che avrebbe dovuto eseguire un lavoratore. Io ho ricercato i bollettini e ho scoperto una prima circostanza molto strana: che una volta tanto il Pubblico Ministero si era preso il lusso di non citare i valori più elevati; molto strano, è la prima volta. Eppure nel bollettino del CV6 si rintracciano valori massimi di CVM nell’aria - questo è il primo bollettino del CV6 - del 33,5% nell’aria; vuol dire, signori Giudici, 335.000 ppm, molto di più di quello citato dal Pubblico Ministero, la posizione massima è 33,5%, 335.000 ppm, posizione controllata 140/3. E poi ho rintracciato anche il bollettino del CV24 in atti, qui si rintracciano valori del 19,6% nell’aria di CVM, cioè 196.000 ppm, posizione controllata bonifica con ADC. Sono valori incredibilmente alti, che superano di molto, lo sapete, il limite dell’esplosività, sono valori incompatibili tecnicamente con l’ambiente lavorativo perché, con gli opportuni inneschi, avrebbero provocato l’esplosione dell’impianto. Quello che voglio dire è che sono valori che non ci potevano essere nell’ambiente di lavoro nemmeno negli Anni Cinquanta, non ne è stato parlato neanche con riferimento agli Anni Cinquanta di questi valori, e a questo punto però mi sono ricordato di avere visto uno dei due bollettini durante l’istruzione dibattimentale, allorché il Pubblico Ministero l’ha mostrato ai testi Scaglianti e Rossetti, e nella mia memoria di discussione del 13 luglio 2001 scrivevo: "non basta, il Pubblico Ministero utilizza un altro bollettino di pipettoni del ‘76 non ad 8 ore, non relativo all’ambiente di lavoro, per suggerire l’idea o semplicemente il sospetto che l’ambiente di lavoro nel ‘76 fosse ancora inquinato, e questo lo fa sempre con i testi Rossetti e Scaglianti. Diciamo solo che se si va a vedere la relazione accompagnatoria al bollettino si legge: "misure effettuate: determinazione della concentrazione di CVM in aria nelle varie apparecchiature". Si comprende appieno – scrivo - che le misurazioni non erano misurazioni fatte nell’ambiente di lavoro ma dentro le apparecchiature, dentro le autoclavi, non certo per valutare l’esposizione lavorativa ma per altri fini, di produzione, ed è quello che hanno detto i due testi". Guardate la relazione accompagnatoria di questo bollettino, perché il bollettino che avevo prima citato era il CV6, avevo fatto la memoria sul CV6 perché era stato mostrato quello; le medesime considerazioni però valgono per il CV24, in questo caso si tratta ancora una volta di determinazioni effettuate dentro le varie apparecchiature durante il ciclo produttivo, per verificare profili attinenti esclusivamente alla qualità del processo di produzione, quanto monomero si è consumato, quanto è rimasto ancora intatto; guardate la relazione accompagnatoria di questo bollettino, che è come l’altra: "misure effettuate: determinazione della concentrazione di CVM in aria nelle varie apparecchiature". Che dire, se non: errare è umano, perseverare è diabolico?

L’ultima argomentazione a proposito della inattendibilità dei dati dei gascromatografi è il caso di un operaio del CV14-16, Tordo Nicola, che secondo il Pubblico Ministero il 15 giugno del 1975 sarebbe stato ricoverato in ospedale per intossicazione da CVM. La spiegazione dell’intossicazione si ritroverebbe in una tabella allegata agli atti della pratica in cui risulterebbe che nei giorni precedenti all’infortunio in reparto c’erano valori impressionanti – è la parola del Pubblico Ministero -, il giorno 16/6/75 100 ppm per due ore. Liquiderò l’argomento veramente con poche battute: Tordo Nicola non si è certamente intossicato di CVM, perché l’unica situazione lavorativa delicata verificatasi alcuni giorni prima del malore, due o tre giorni, non ricordo, e descritta da Tordo, dal capo reparto Dino Corò, dall’ispettore del lavoro; nella pratica era riconducibile ad odore di acetilene, dicloroetano e idrocarburi clorurati provenienti dal reparto CV10-11, che comunque avevano indotto il capo reparto ad allontanare i lavoratori. Ma allora per fatti eccezionali venivano allontanati i lavoratori, avvocato Schiesaro. Il Pubblico Ministero utilizza in modo suggestivo quindi il malore di un dipendente, comunque per cause diverse dal CVM, collegandolo ad un episodio di presenza di CVM 100 ppm, che naturalmente non è per due ore ma è istantanea, e che mai e poi mai avrebbe potuto provocare una intossicazione acuta e che mai e poi mai sarebbe stata incompatibile con i valori del gascromatografo. Rimane dunque confermato un dato di fatto: che gli impianti ‘76–‘77 erano risanati; quando il Pubblico Ministero presenta documenti sindacali che lamentano problematiche relative ai reparti di produzione CVM e PVC successive a questi anni si riferisce ad altre rivendicazioni - lo vedrete -, non concernenti il CVM. Il comportamento del movimento sindacale abbiamo detto è stato decisivo nella vertenza del risanamento dell’ambiente di lavoro da CVM e lo sarà anche per questi altri problemi, successivamente superati dal datore di lavoro. Però arrivo all’ultima argomentazione del Pubblico Ministero, in cui emerge tutta la faziosità dell’accusa nella parte della discussione in cui vuole fare risaltare dalla deposizione di Tettamanti un rallentamento ad un certo punto dell’azione del sindacato in concomitanza del nascere del fenomeno del terrorismo, fine Anni Settanta. Tettamanti, abbiamo visto, è colui che ha descritto la realizzazione del piano di risanamento, ha controllato i lavori, è colui che ha detto che gli impianti furono rivoltati come un calzino per tutelare la salute dei lavoratori. E comunque i fatti di terrorismo, lo sapete bene, a Marghera risalgono agli Anni Ottanta, all’inizio degli Anni Ottanta. Se anche vi fosse stato un concomitante rallentamento dell’azione del sindacato intimorito, questo non avrebbe avuto alcuna influenza sul risanamento degli impianti da CVM, abbiamo visto completato nel 1977. Il Pubblico Ministero in discussione cerca in ogni modo di ridimensionare le parole dei sindacalisti Tettamanti e Francini, affermando che il Tribunale cita solo due sindacalisti, non fa menzione degli altri. Il fascicolo processuale è ricco di documentazione sindacale che conferma questi risultati ottenuti dall’azienda, sulla base delle richieste di risanamento; si tratta di documentazione non citata tutta dalla sentenza per motivi di spazio. Alcuna l’abbiamo citata, però vi voglio fare ancora due rapidissimi esempi: un documento molto significativo è inviato il 29 agosto 1994 al quotidiano La Nuova Venezia da Bruno Filippini, segretario regionale Filcea Veneto, è agli atti: "nel 1971 è stato costruito il Petrolchimico 2 con impianti di produzione del cloruro di vinile monomero, dove io ho lavorato per dieci anni, e proprio dai lavoratori di questi impianti è partita la prima battaglia per il risanamento ambientale attraverso la fermata, il risanamento e la garanzia del salario. Tali lotte promosse dal sindacato hanno comportato, oltre alla bonifica degli impianti attraverso maggiori controlli dell’ambiente con nuove tecnologie e con modifiche strutturali dei processi – le procedure -, anche la prima indagine sanitaria voluta dalla FULC nel 1975 che ha fatto emergere la pericolosità del CVM facendolo riconoscere come prodotto cancerogeno". Le dichiarazioni del sindacalista Filippini, indicato come teste dal Pubblico Ministero al n. 52 della lista testimoniale, mai citato dinanzi al Tribunale, sono riprese poi dal sindacato nel suo insieme, e proietto l’ultimo documento in proposito, del 25 gennaio 1995, FULC nazionale, regionale e di Venezia, sempre la FULC: "Per prevenire il contatto dei lavoratori dall’agente chimico e tutelare la popolazione furono realizzate consistenti innovazioni tecnologiche, che si completarono nel ’77, per togliere il CVM dal ciclo di lavorazione, dal prodotto finito PVC e dalle emissioni in atmosfera". È la FULC, secondo l’impostazione del Pubblico Ministero fonte di prova di questo processo perché mai ascoltata nelle sue rivendicazioni sindacali, che afferma che i lavori per allontanare il CVM dall’ambiente di lavoro si completarono nel ’77. Si comprende come in questo contesto documentale non sembrino scandalose le dichiarazioni testimoniali di due membri storici della Commissione Ambiente del Petrolchimico, non è sconcertante la dichiarazione di Tettamanti che ha verificato direttamente con i lavoratori, intervento per intervento, la corretta esecuzione e le modifiche da richiedere, vi ricordate quei famosi collage? Non è sconcertante la deposizione di Francini, che ha affermato che il livello di esposizione a CVM negli impianti nel ’77 era 1 ppm e che tale risultato veniva dato da una organizzazione di cui egli stesso faceva parte. È velleitario cercare di privare di attendibilità le parole di Tettamanti e di Francini anche per il ruolo, l’importanza che aveva negli Anni Settanta la Commissione di cui erano protagonisti. Anche il sindacalista (Miriani) di Montefibre, sentito nel processo, ha chiarito che il suo impegno sindacale è partito proprio dall’essere dentro questa Commissione, la Commissione Ambiente, un ristretto gruppo di operai tecnici che vigilava per conto del sindacato sulla effettiva esecuzione dei lavori, e così fece per il risanamento impianti da CVM. La verità è che il Pubblico Ministero si è reso conto della caratura degli ostacoli che si frappongono a una sentenza di condanna e cerca di superarli. Uno di questi numerosissimi ostacoli è Angelo Francini, come vedremo anche in tema di sorveglianza sanitaria, e il Pubblico Ministero non esita a definirlo nei motivi d’impugnazione uno strumento forse di malafede, questo senza neanche un elemento, il più flebile sospetto. In discussione il Pubblico Ministero torna su questo ostacolo e dice che Francini non rappresenta il sindacato, apparterrebbe alla corrente autonomista. Signori Giudici, Francini era delegato del Consiglio di Fabbrica, indiscutibile, membro della Commissione Ambiente, quindi era stato eletto dai lavoratori a queste cariche; era responsabile organizzativo della CISL in fabbrica, membro dell’esecutivo nazionale e provinciale CISL, come risulta dalla trascrizione 23/6/2000. Attualmente, come risulta, Francini è tutt’ora al fianco dei lavoratori ex esposti a CVM nell’iniziativa promossa da anni e recentemente discussa in un convegno di Venezia per rivendicare la moderna sorveglianza sanitaria improntata alle tecnologie attuali di prevenzione. Quando parliamo di Tettamanti e di Francini facciamo riferimento a dei protagonisti della storia di Marghera. Tettamanti era presente perfino in quella Commissione mista sindacato–impresa, costituita nel ’70 e rievocata nella parte iniziale del mio intervento, Tettamanti e Francini facevano parte della Commissione Tecnica che ha realizzato l’indagine FULC, e il Presidente Salvarani ha ritenuto importante sapere da queste controparti fisiologiche se e come era stato raggiunto l’obiettivo di risanamento degli impianti, cosa era stato fatto e cosa non era stato fatto. E Francini gli ha descritto le fasi all’udienza del 23/6/2000, non vi intrattengo su questo, lavori andati avanti regolarmente, ma il Presidente ha chiesto a Tettamanti: "ci dica quello che ancora non era stato fatto", Tettamanti che sta parlando del CV6 dice, leggo: "n. 26, strippaggio del CVM all’esterno dell’autoclave mediante apposito circuito e recupero totale del monomero", e difatti lo strippaggio all’esterno delle autoclavi è stato tecnicamente possibile solo per il CV14 e per il CV24, non per l’emulsione, per il CV6, dove lo strippaggio si è fatto all’interno delle autoclavi, ma cos’è il corollario della risposta di Tettamanti? È che i lavori chiesti sono stati realizzati al limite della possibilità della tecnologia, usando la terminologia del teste: "si è utilizzata la migliore tecnologia per evitare che ci fossero buchi da dove il CVM potesse uscire". Un’ultima domanda ha fatto il Presidente, che ritengo riferire: "qual è stato l’atteggiamento del sindacato di fronte alla tempistica degli interventi?", Francini ha detto: "l’atteggiamento del sindacato è stato in un certo senso di sorpresa, perché mentre in altri impianti dove c’era il rischio di infortunio acuto dovevamo lottare per avere interventi rapidi per evitare un rischio immediato, in questi impianti, dove c’era un rischio senz’altro più grosso ma differito, quello del tumore, ci siamo trovati a discutere e a valutare soluzioni impiantistiche che erano già state proposte dall’azienda. Dalle altre parti la soluzione impiantistica a volte l’abbiamo trovata noi della Commissione Ambiente", quindi un esperto sindacalista non rivendica come proprie le soluzioni impiantistiche e ci viene a dire che i sindacati rimasero sorpresi dall’azienda per tempestività, dice che è stata l’azienda a proporre i lavori e non loro, come è avvenuto in altri reparti. È evidente che qui è difficile sostenere che il teste non è attendibile, non si può dire che Francini risponda così per difendere l’opera del sindacato. Poi Francini dice che il sindacato fu preceduto dall’azienda, fu sorpreso. Come si può parlare di 437, di inesecuzione dolosa, di cautele antinfortunistiche per descrivere l’operato dei dirigenti Montedison? Concludendo il capitolo devo ribadire che la deposizione dibattimentale del sindacato è stata essenziale per comprendere che impatto ebbero i lavori di risanamento CVM studiati e realizzati da Montedison: l’impatto fu più che positivo.

Io volevo dire alla Corte che l’ultima parte della mia discussione durerà non più di un’ora e un quarto, quindi forse, se ritenete, si potrebbe fare una pausa adesso, anche breve, e poi io concludo.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo fino alle 13.15.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 12.38 RIPRENDE ALLE ORE 13.24.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo. Prego.

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boy – Vengo a trattare il punto relativo ai profili della sorveglianza sanitaria. Il Pubblico Ministero non ha trascurato in sede di discussione di perseverare nella sua critica alla struttura dell’infermeria di fabbrica di Porto Marghera. In questo senso ha introdotto un paragone con la BASF allo scopo di evidenziare la assoluta superiorità di quest’ultima infermeria di fabbrica, ha citato il verbale di visita alla BASF di Ludvig Shafen del 25-26 giugno ‘73, per porre rilievo di quali mezzi di protezione e sicurezza fosse dotato questo stabilimento rispetto a Marghera, per rilevare ancora come nella situazione tedesca si affrontassero già le questioni del cloruro di vinile. Anche questo riferimento viene fatto, ovviamente, per sminuire la differente struttura medica di Porto Marghera. Le osservazioni dell’Accusa nella sostanza sono state già proposte nei motivi di impugnazione, hanno trovato una risposta nella memoria - che voi avete già visto - del novembre 2003, meritano ancora qualche parola di commento perché ripropongono ancora una volta una lettura fuorviante delle carte processuali. Innanzitutto nel verbale citato si dava atto di una discussione approfondita sulla nocività del cloruro di vinile tra le due equipe mediche, quella di BASF e quella di Montedison, quella rappresentata dal professor Bartalini e quella dal professor Thiess, il dato è ovviamente positivo per entrambe le società, che affrontavano con particolare attenzione – viene detto nel verbale – la problematica del cloruro di vinile, particolarmente direi positivo per Montedison, che aveva appena pubblicato i risultati provvisori dello studio di cancerogenicità di Maltoni nell’aprile, e quindi Montedison, in un documento che è stato trovato dalla Polizia giudiziaria nell’infermeria di Porto Marghera, non faceva mistero della nocività del CVM. Quindi è destituita di fondamento un’altra tesi d’Accusa: che l’infermeria locale di Marghera non fosse informata, non fosse costantemente aggiornata dal servizio sanitario centrale sui problemi attinenti al CVM. D’altro lato la descrizione del Dipartimento Medico BASF è sicuramente molto positiva in questo documento, ma nel verbale non c’è nessuna indicazione che lasci intendere un ritardo nello stabilimento di Porto Marghera rispetto a quella che è definita una consorella, peraltro di dimensioni assolutamente differenti, tali da rendere azzardato qualunque paragone. Signori Giudici, teniamo presente che i dipendenti che risultano nella nota di Ludvig Shafen erano 50.000, come risulta dal verbale di visita; i dipendenti di Porto Marghera, che per noi era molto grande, però erano 6.971 al 31/12/73, come risulta dagli accordi sindacali in atti. La struttura sanitaria era differente nei due stabilimenti perché doveva tener conto delle dimensioni diverse, quindi BASF poteva ben avere due infermerie centrali principali anziché una, come Montedison; aveva una popolazione otto volte superiore a Montedison. Ma questo non significa che la struttura di Porto Marghera fosse inadeguata. Anzi una replica specifica al paragone, al confronto introdotto dal Pubblico Ministero, è contenuta in un’altra comunicazione interna proprio del professor Bartalini, oggi imputato, lettera del 14 settembre ‘78 al direttore di Porto Marghera, in cui si riferisce della visita che il professor Thiess, lo stesso dirigente del servizio BASF di cui si parla nel verbale utilizzato dal Pubblico Ministero, ha effettuato a Marghera. "Il professor Thiess – scrive Bartalini – è rimasto molto ammirato delle nostre strutture, specialmente della raccolta ed elaborazione dati sanitari. Per quanto l’organizzazione sanitaria della BASF sia moderna e vasta, dovendo seguire i 50.000 lavoratori dello stabilimento, non abbiamo nulla da invidiare. Mi è doveroso aggiungere i più sinceri complimenti per lo stato di manutenzione dei locali e delle apparecchiature, ma specialmente per il perfetto funzionamento". Quello che emerge è che nessun colpevole ritardo è ascrivibile, in base a questi documenti, al Servizio Sanitario di Porto Marghera. Il colosso BASF effettuava visite di tecnici qualificati presso l’infermeria di Porto Marghera e raccoglieva preziose indicazioni per un miglioramento della propria struttura medica". D’altra parte, se si vuole avere un’idea della struttura locale di Montedison di sorveglianza sanitaria è sufficiente mostrare un altro documento Montedison, servizio di Porto Marghera, inviato proprio dal dottor Giudice il 18 aprile ‘74, quindi un documento sugli anni delicati, al Servizio Sanitario Centrale. Evidenzia sia gli accertamenti clinici previsti al momento dell’assunzione di ogni dipendente, sia l’organico a disposizione. Ora, l’organico è di tutto rispetto, lo vedete, 5 medici, 13 infermieri, 2 tecnici strumentali, 2 radiologi, 2 tecnici di laboratorio, un’assistente sanitaria, una segretaria, e poi ci sono le visite che vengono descritte all’atto dell’assunzione. Non è vero quello che sostiene l’avvocato Manderino, cioè che la struttura sanitaria di Porto Marghera sarebbe stata in grado di realizzare un servizio di sorveglianza sanitaria adeguato solo nel ’76; questo documento è del ‘74. Ma soprattutto, signori Giudici, dalle cartelle cliniche in atti è possibile ricostruire una evoluzione qualitativa e quantitativa degli esami di laboratorio, che erano quelli che contavano, effettuati sui lavoratori Montedison negli anni ‘72, ‘73, ‘74 e ‘75. Ce l’hanno detto i nostri consulenti che hanno esaminato questa documentazione eminentemente tecnica, ce li hanno fatti vedere questi documenti, non sussiste nessun ritardo nell’organizzazione della sorveglianza sanitaria di Porto Marghera. Ovviamente un adeguamento progressivo nei servizi e nelle funzioni di medicina preventiva, fino a quello che verrà descritto dal medico interno dottor Lombardi come il fiore all’occhiello dello stabilimento, trascrizione del 5/4/2000, e Lombardi è arrivato a Marghera nel ‘75 e immediatamente ha operato nella nuova palazzina destinata a infermeria di fabbrica, da lui definita una struttura all’avanguardia nel campo della medicina del lavoro, sempre dalla deposizione. Devo dire che l’avvocato Manderino, anziché lamentarsi, dovrebbe essere grata al Tribunale che ha parlato poco del teste Lombardi, uno dei collaboratori, uno dei medici che collaboravano con il medico di fabbrica, Giudice. Signori Giudici, il Servizio Sanitario Montedison raccoglieva su supporto informatico magnetico i dati ottenuti dalla sorveglianza sanitaria per ogni lavoratore; i tabulati relativi ad ogni lavoratore, che sono stati rinvenuti appunto dai nostri consulenti tra le carte processuali, potevano essere stampati in ogni momento. È in questo modo che la monitoraggio della situazione sanitaria di tutti i lavoratori, in particolare di quelli esposti a CVM, è stato inquadrato nella prospettiva di una elaborazione biostatistica, come previsto dalla moderna buona pratica di medicina del lavoro che stava avanzando. Che fosse aumentato il livello di approfondimento di questi dati epidemiologici degli esposti a CVM lo si desume anche dai documenti utilizzati dal Pubblico Ministero, ossia quelle lettere del ‘75, del ‘79, dell’81, dal medico di fabbrica alla Direzione Sanitaria di Milano, in cui veniva informato della situazione degli esposti del CVM. Evidentemente davano conto di indagini epidemiologiche nello stabilimento. Anche in tema di sorveglianza sanitaria il Pubblico Ministero ha proposto una strategia accusatoria solo apparentemente nuova, seguito nelle stesse argomentazioni anche dalla Parte Civile. In sintesi secondo l’Accusa il medico di fabbrica, dottor Giudice, avrebbe dichiarato che il CVM era notoriamente un epatotossico, la situazione epatica dei lavoratori nello stabilimento sarebbe stata grave; tuttavia, nonostante le richieste di trasferimento della FULC nel ‘77 e le dichiarazioni di non idoneità del medico di fabbrica, molti lavoratori sarebbero rimasti al posto loro, non sarebbero mai stati sottoposti o non sarebbero stati sottoposti a volte a visite trimestrali, come richiesto dalla legge, e si sarebbero ammalati a causa dell’esposizione a CVM. Il comportamento del Servizio Sanitario Montedison avrebbe in ipotesi d’accusa una rilevanza causale nell’evento malattia e morte dei lavoratori. Vado per ordine affrontando l’affermazione del medico di fabbrica, il dottor Giudice effettivamente ha detto che il CVM era tossico per il fegato perché è un derivato idrogenato di un idrocarburo alifatico ai sensi della legge 303 del ‘56, e da questa legge consegue l’obbligo di visita trimestrale del datore di lavoro per tutti questi derivati alogenati. È evidente come la definizione del medico di fabbrica Montedison fosse indirizzata ad uno scenario normativo piuttosto che ad uno scenario medico, lo scenario normativo del ’56 – che già è stato accennato dai colleghi che mi hanno preceduto - era quello di tabelle, di note tabelle allegate ai decreti che accorpavano i fattori di rischio in gruppi, distinti questi gruppi principalmente sulla base delle caratteristiche fisico–chimiche delle singole sostanze. Questo spiega come spesso i composti di un gruppo, qui indicato in tabella, avessero proprietà tossiche assolutamente differenti, come nel caso in questione. Il gruppo dei derivati alogenati degli idrocarburi alifatici era stato inserito tra le sostanze per le quali c’era la visita trimestrale obbligatoria, perché alcuni composti del gruppo, non il CVM, erano caratterizzati da proprietà già riconosciute allora gravemente tossiche per il sistema nervoso, il fegato, il rene. Tale caratterizzazione era stata attribuita acriticamente anche al CVM, sulla base di queste caratteristiche chimico–fisiche. Basti pensare - lascio solo questo valore – ai valori dell’epoca degli idrocarburi alifatici alogenati, erano di limite MAC soli 5 ppm per il tetracloroetano, 20 ppm per il bromuro di metile, 100 ppm per il cloroformio, tricloroetilene e cloruro di metile, mentre erano di 500 ppm, lo ricordo, per il cloruro di vinile, stiamo parlando degli Anni Cinquanta. La stessa periodicità indicata per le visite che finalità aveva? Aveva la finalità di individuare segni e sintomi precoci di intossicazione e mettere in atto opportune misure preventive per quelle sostanze che erano riconosciute già come specifiche, pericolose specificamente. Quello che voglio dire è che mancava del tutto una valutazione del rischio specifico del CVM alla base di siffatta normativa. Non voglio citare di nuovo, che viene citata in sentenza, la enciclopedia Chemical Tecnology (inc.) che parla di CVM come relativamente non tossico; voglio però sottolineare un documento che è stato indicato dal Pubblico Ministero in discussione più volte, un documento di EPA 1975, l’Agenzia Protezione Ambiente americana, a pagina 47 questo documento affermava che il CVM era tra gli idrocarburi alifatici alogenati considerati meno tossici, e questo sino all’acquisizione delle recenti prove della loro cancerogenicità. Quindi sul punto la affermazione di Giudice è mutuata dalla categoria generale di derivazione legislativa, non evidenzia una specifica tossicità del CVM per il fegato, ma soprattutto una peculiare tossicità del CVM per il fegato fino al ‘74–‘75 non era riconosciuta dalla comunità internazionale. Secondo punto: il Pubblico Ministero dice che la situazione dei lavoratori esposti a CVM rilevata dall’infermeria di fabbrica era grave; per fare ciò l’Accusa utilizza un documento del 19 settembre ‘75, che come ho già accennato costituisce un commento di dati epidemiologici relativi ad esposti a CVM. Dice il Pubblico Ministero: "è una lettera del dottor Giudice che segnala proprio al professor Bartalini, quanto ai risultati non è che ci sia da stare molto allegri se li prendiamo in assoluto, sono molti casi di alterazione enzimatica, è questo è uno dei non rari casi in cui il Pubblico Ministero utilizza i documenti in maniera non completa, perché è vero che il documento dice questo, è un invio di tabulati riassuntivi della tornata di analisi su personale esposto a CVM, però, dopo avere detto quella frase, cioè "sono molti i casi di alterazione enzimatica", dice nella lettera: "naturalmente il fenomeno si dimensiona differentemente se pensiamo alla frequenza con cui nel nostro stabilimento e in genere in questa Regione constatiamo alterazioni enzimatiche imputabili a disepatismi dell’etiopatogenesi non sempre sicuramente professionale". Da questa lettera quello che emerge di concreto è un dato oggettivo: che c’erano dei casi in cui i test di funzionalità epatica avevano evidenziato una situazione non nella norma, di cui veniva data da Giudice una doverosa informativa al servizio centrale. Abbiamo però sentito - l’ha detto il professor Alessandri, l’ha detto il professor Colombo nel dibattimento - quanto poca attendibilità avessero, già in quegli anni cominciassero ad avere, quanta poca attendibilità avessero quei test nel diagnosticare una malattia professionale da CVM, è stata enunciata la conferenza di consenso del National Institut of Healts dal Tribunale, ‘76, in cui veniva chiarito che le alterazioni epatiche da esposizione a CVM si stabiliscono e progrediscono sostanzialmente senza significativa variazione degli enzimi epatici. È chiaro che le notizie trasmesse da Giudice a Bartalini non erano così gravi come descrive il Pubblico Ministero, almeno per quanto riguarda i problemi e soprattutto per quanto riguarda i problemi di esposizione a CVM, giacché si dubitava fortemente, quello che voglio dire, già allora che i dati rilevati potessero avere un qualsiasi nesso predittivo di malattie da CVM. Anche da parte dello stesso Giudice, c’è un documento che forse non è stato illustrato fino ad adesso nel dovuto conto, è una lettera del 7 giugno ‘77 del dottor Giudice al Servizio Sanitario Centrale, e Giudice dice: "già nel ‘77, affrontando i risultati di tutto il ‘76 sullo stabilimento intero, nei reparti con CVM e in quelli senza CVM, non si rilevano significative differenze nelle medie. Ciò a nostro avviso significa che sui test di funzionalità epatica devono giocare ruoli preponderanti fattori diversi dal CVM", già nel ‘77. E di più, voi sapete benissimo che gli indici epatici alterati riscontrati in numerosi esposti a CVM sono stati approfonditi e confrontati con tutta la popolazione di Porto Marghera in uno studio epidemiologico pubblicato negli Anni Novanta a Brindisi e a Venezia. La conclusione di questo studio, citata dal Tribunale, afferma: "si può solo dire che nei numerosi, ripetuti accertamenti clinici e strumentali effettuati su tutta la popolazione lavorativa del nostro stabilimento negli ultimi 15 anni – parla del Servizio Sanitario Montedison – non sono emerse negli esposti al CVM rispetto ai lavoratori non esposti a CVM differenze che consentano di porre o tanto meno di confermare ipotesi di patologia correlabile allo specifico ambiente di lavoro". Questo lavoro fa franare la tesi del Pubblico Ministero, non è vero che le persone esposte – ha detto Giudice – a cloruro di vinile avevano il fegato in condizioni peggiori di quelle degli altri reparti, e lo si sapeva già in quegli Anni Settanta, o quanto meno veniva chiaramente ad emergere già negli Anni Settanta. L’argomento appena sviluppato permette di rispondere ad un’altra contestazione del Pubblico Ministero, la visita trimestrale, secondo il Pubblico Ministero la visita periodica ai lavoratori sarebbe stata frequentemente semestrale e solo eccezionalmente trimestrale. Ora, la contestazione, anche se risultasse formalmente sussistente, inquadrabile come violazione del D.P.R. ’56, in nessuna maniera potrebbe consentire di configurare un addebito colposo nei reati di omicidio o di lesioni, semplicemente perché una diversa cadenza delle visite e soprattutto degli esami, perché poi gli esami non erano obbligatori ma erano quelli che consentivano di scoprire, effettuati, non avrebbe potuto in alcuna maniera incidere su un programma di prevenzione e di controllo sulle malattie collegate ad esposizione a CVM. Non solo i test di funzionalità epatica non erano significativi di una malattia da CVM in fieri, ma non vi erano segni, sintomi sentinella che potessero portare a raccomandare la messa in atto di altri provvedimenti preventivi diversi da quelli concretamente apprestati dalla società. E lo è stato – e mi limito ad accennare a questo aspetto soltanto perché è stato già detto -, in questo senso noi sappiamo bene che l’evoluzione delle conoscenze scientifiche, non degli Anni Settanta ma successiva, ha consentito di capire esattamente che il cloruro di vinile sì è un epatotossico, infatti la sentenza lo riconosce come tale e ha riconosciuto talune epatopatie particolari, le fibrosi epatiche, le fibrosi portali derivate da CVM, ma la tossicità del cloruro di vinile si esprime in modo proprio differente rispetto a quello che avviene per gli altri idrocarburi alifatici, come il cloroformio; nel cloroformio c’è l’acitolisi, non si verifica nelle malattie del cloruro di vinile, non vi è un movimento degli enzimi sierici di funzionalità epatica indicativi della acitolisi, non c’è la rottura delle cellule epatiche, c’è l’evoluzione silente verso la fibrosi epatica, e questo dato è confermato dall’Ufficio Internazionale del Lavoro del ‘98 ed è stato già citato dall’avvocato Acinni. Ecco una conferma ancora una volta che le generiche attribuzioni di tossicità per similitudine di classe chimica realizzate dal D.P.R. ‘56 a volte indicavano un programma di medicina preventiva purtroppo non praticabile, testimonianza – ed è stato riferito più volte già – drammatica di ciò è la visita dei consulenti del Pubblico Ministero a Faggian Tullio, purtroppo deceduto per angiosarcoma pochi mesi dopo senza che si potesse aspettarsi nulla di questo. Si capisce perché la visita trimestrale prescritta dalla legge sulla base della assimilazione del CVM ad una categoria più vasta di sostanze non aveva in concreto nessuna possibilità, purtroppo, neppure attraverso i test di alterazione epatica, di rilevare malattie da CVM. Quanto tra l’altro da ultimo alla possibilità di una violazione eventuale formale della disposizione del D.P.R. ‘56 sulla visita trimestrale, ovviamente prescritta, è dovere di questa Difesa chiarire che ogni responsabilità eventuale sarebbe eventualmente del Servizio Sanitario Locale, non degli attuali imputati, visto che Giudice, proprio nella lettera che ho citato prima del 7 giugno ‘77, riferisce al Servizio Sanitario Centrale il rispetto della regola: "nel nostro stabilimento il personale addetto alla sintesi del CVM e alla sua polimerizzazione viene sottoposto a visita periodica trimestrale e ad accertamento semestrale per i principali test di funzionalità epatica". Solo gli esami erano semestrali. "Sono stati eseguiti anche esami radiologici del torace e delle mani". Noi siamo portati a credere al dottor Giudice, al valore positivo del sistema sanitario comunque di Montedison, certamente e correttamente impostato sulla necessità, l’ha detto Giudice in dibattimento, che si facessero più esami, tant’è vero che negli Anni Ottanta e successivamente viene fatta anche una richiesta da parte dello stabilimento di modificare la situazione e di fare la visita da trimestrale a semestrale, stabilendo però una carenza di esami particolarmente rigida. Si facessero più esami al fine di monitorare realmente la situazione medica dei lavoratori, per questo quindi era previsto il protocollo di esami, gli esami erano in parte semestrali e in parte annuali, a seconda ovviamente dell’invasività. Ma veniamo all’ultima contestazione, in definitiva quella mossa dalla Parte Civile e dal Pubblico Ministero alla sorveglianza sanitaria, alla direzione di stabilimento: alcuni dei lavoratori che si sono ammalati di angiosarcoma o di malattie riconosciute dal Tribunale come ricollegabili al CVM non erano stati trasferiti ad altri reparti, e ciò nonostante le segnalazioni della FULC e nonostante delle segnalazioni del medico di fabbrica. È un punto che comunque merita di essere trattato, di attenzione, considerata l’enfasi, il tempo dedicato dall’Accusa. Bisogna avere un attimo pazienza e però mettere a fuoco come hanno funzionato i meccanismi di trasferimento dei lavoratori per valutarne la plausibilità. E lo dicevo prima, la chiave di lettura della vicenda complessiva generale, quella della FULC, ce la fornisce ancora una volta il sindacato che era promotore di quell’indagine FULC, effettuata dai medici dell’Università di Padova, sindacato che, come abbiamo già dimostrato, è stato protagonista dei lavori di risanamento dei reparti. È per questo che il Pubblico Ministero insiste nell’ignorare sul punto la deposizione importantissima del sindacalista CISL e membro della Commissione Ambiente, Angelo Francini, deposizione confermata dalle carte agli atti. Il teste ha riferito delle discussioni all’interno della FULC in merito ai criteri in base ai quali chiedere lo spostamento dei lavoratori dopo l’indagine epidemiologica: "quando arrivammo alla fase finale io fui informato, sempre in modo preventivo dai medici di Padova, che avrebbero chiesto un criterio automatico di spostamento, cioè tutte le persone che hanno i parametri alterati da spostare dal posto di lavoro perché in quel posto si sono ammalati, stop, criterio generale per tutti". La richiesta dei medici di Padova era di spostamento per tutti, qualsiasi tipo di alterazione epatica fosse stata riscontrata dai test, qualsiasi intervento di bonifica fosse stato realizzato nel luogo dove il lavoratore si trovava. Una richiesta in questi termini tra l’altro, così come prospettata da Francini, risulta agli atti proprio da parte del capo, del rappresentante massimo dei medici di Padova, il professor Saia: "rispetto a tale questione, lo spostamento, noi non possiamo uscire da questo convegno senza un’indicazione di carattere generale", intervento del professor Saia pubblicato sul quaderno FULC del ‘77 agli atti, "era una richiesta politica, che suscitava perplessità anche all’interno del staff medico dell’indagine FULC"; all’interno dello staff medico dell’indagine FULC c’era il professor Fuà e dagli atti del convegno promosso proprio dalla FULC nel luglio ‘77 si legge la sua problematica: "un altro problema per ultimo dovrà essere affrontato in discussione, problema che è strettamente legato alla questione della concentrazione ambientale del monomero e quindi ai limiti di soglia". Dovremo cioè lasciare oggi al suo posto di lavoro un operaio che presenta uno o più parametri alterati o dovrà essere allontanato per essere trasferito ad altra mansione? La prima cosa da considerare – e questo è molto importante - è che la contrattazione operaia sul problema del cloruro di vinile ha avuto la forza di determinare un evidente e sostanziale mutamento delle condizioni ambientali, con prospettive reali di ulteriore miglioria. È quindi da valutare seriamente se lo spostamento dall’impianto CVM–PVC all’interno di una industria chimica non risulti di maggiore danno piuttosto che una misura preventiva per operai già portatori ad esempio di indici funzionali epatici alterati o di una franca epatopatia cronica. La risposta a questo quesito da chi dovrà essere data? Singolarmente impianto per impianto, sulla base anche di quanto è emerso dalla relazione presentata dalla Zanelli, che era il tecnico impiantista dei lavori FULC. Ma soprattutto la richiesta generalizzata di Saia veniva a scatenare una reazione negativa del sindacato, autore di una controproposta, l’ha detto Francini: "noi chiedemmo e ci impegnavamo a presentare all’azienda la richiesta di spostamento se persona per persona era motivata; non poteva essere il discorso generico "l’ammalato se ne deve andare", perché i posti di lavoro molti li consideravano risanati. Un criterio automatico era inaccettabile". L’ha detto il sindacato, questo è il quadro complessivo obiettivo nell’ambito del quale i medici di Padova effettuano la loro richiesta globale di spostamento. Il Pubblico Ministero recepisce la richiesta dei medici di Padova ma oblitera completamente il dibattito che l’ha accompagnata, le riserve di altri medici dello stesso gruppo come il professor Fuà, quelle del sindacato soprattutto, non tiene conto che il sindacato, controparte naturale dell’azienda, aveva chiesto la valutazione caso per caso: "avevo temuto inoltre che tale valutazione venisse effettuata dalla direzione dell’azienda"; sì, perché è stata effettuata, e ne troviamo conferma dalle carte depositate dal Pubblico Ministero, perché il Pubblico Ministero ha depositato schede riassuntive denominate "elenco segnalati FULC", prodotte all’udienza del 26/5/99 in dibattimento, dalle quali risulta che Montedison aveva realizzato numerosi spostamenti di lavoratori. Nell’elenco di 211 soggetti globalmente segnalati da trasferire, 50 risultano già allontanati da Montedison prima della segnalazione di Saia. Numerosi altri risultano essere trasferiti dopo la segnalazione di Saia. Altri risultano essere stati trasferiti nonostante il prospetto preparato dall’Accusa non dica nulla, per esempio il capo reparto Dino Corò, e basta vedere la sua deposizione. Perciò il Tribunale afferma che laddove è necessario – dice la sentenza – i lavoratori furono spostati. Però l’avvocato Manderino cita un esempio di quelle che sarebbero affermazioni inveritiere della sentenza, è il caso di Poppi Antonio, riconosciuto dal Tribunale a pagina 217 della sentenza come affetto da fibrosi con ipertensione portale non cirrotica, correlabile ad esposizione a CVM - ed è nella sentenza – "viene spostato – dice l’avvocato Manderino riferendolo al Tribunale - ma invece Poppi è rimasto dove era", dice l’avvocato Manderino. Ora basta verificare la carriera lavorativa desunta dalle schede della Guardia di Finanza per rendersi conto che ha ragione la sentenza e ha torto l’avvocato Manderino: il Poppi è stato autoclavista nel CV14–16 dal ‘68 al ‘73, con interruzione tra l’altro di dieci mesi rappresentati dal servizio militare, e poi l’1/11/73 è stato trasferito in un reparto estraneo alle lavorazioni di CVM e PVC, il (caprolattame). Il consulente tecnico del Pubblico Ministero, dottor Bracci, esaminato il caso all’udienza del 3/12/99, ha affermato che Poppi ha lavorato come autoclavista al CV14, dove è rimasto fino al ‘73, quando in corso di ricovero gli è stata diagnosticata una fibrosi epatica. È stato assente per malattia, dopodiché è stato allontanato dall’esposizione del CVM. E ancora dice Bracci: "l’immediata allontanamento dal lavoro non porta alla guarigione ma renda il quadro stazionario, senza grossi rilievi funzionali". Quindi il Tribunale non ha falsato alcun dato, lo stabilimento di Marghera, nei casi valutati necessari, qui c’era una fibrosi portale tra l’altro, e il CV14–16 - siamo nel ‘73, novembre ’73 - non era ancora indubbiamente risanato, trasferiva immediatamente il lavoratore. E sempre in riferimento al CV14–16 io vi voglio citare una testimonianza che ho rivisto solo negli ultimi tempi - si scoprono in un immenso fascicolo sempre cose nuove -, una testimonianza ancora una volta insospettabile, quella del figlio dell’operaio Vittorio Boatto, una parte lesa del capo d’imputazione, che in un esposto al dottor Casson del 30/12/94, quando il Pubblico Ministero raccoglieva le denunce e poi è iniziato il processo, in questo esposto scrive tra l’altro Boatto, il figlio dell’operaio: "Ho un ricordo molto vivo del giorno in cui mio padre, era credo nel ‘75, venne a casa dal lavoro e, come era solito fare, mi raccontò che tutti gli operai del suo reparto erano stati all’improvviso cambiati di posto". Forse non sono stati cambiati, signori Giudici, di posto tutti, però è ammissibile un’imprecisione dopo vent’anni, per carità, però un ricordo molto vivo è che ci sono stati dei cambiamenti di posto, e allora i dati sono quelli che riferisce il Tribunale, corretti. Il Pubblico Ministero insiste però nella sua tesi e afferma che persino il medico di fabbrica - se ne è parlato per altri aspetti particolari, anche nella rinnovazione del dibattimento - aveva segnalato come non idonei alcuni lavoratori che si sono poi ammalati. Ora, è stato sentito sul punto il medico di fabbrica, Giudice, che ha confermato le segnalazioni effettivamente, ma ha spiegato anche i criteri di spostamento adottati dallo stabilimento, che erano quelli chiesti dal sindacato caso per caso. Dice Giudice: "quando io so che un impianto di polimerizzazione come poteva essere a quei tempi il CV24, in cui teoricamente c’era esposizione a cloruro di vinile, però mi risulta che l’esposizione a cloruro di vinile ormai non c’è più, perché così dicono le indagini, e io ci devo credere, a questo punto io segnalo il fatto, però non è che dopo mi dia troppo da fare perché venga spostato da un punto in cui il rischio non c’è". La decisione della Direzione di stabilimento di trasferire un determinato lavoratore veniva presa sulla base di due parametri: il primo rappresentato dallo stato di salute del soggetto all’esame e il secondo rappresentato dalle condizioni igienistico–ambientali del reparto dove si trovava. Quello che intendo dire è che l’indicazione del medico del lavoro di allontanare dalle esposizioni stereotipate - queste le parole, lo vediamo nelle indicazioni - significa evitare esposizioni a concentrazioni potenzialmente capaci di produrre un danno". Permettetemi un esempio ovvio: in quest’aula giudiziaria stiamo certamente inalando sostanze nocive ubiquitarie cosiddette, sostanze come il benzene, come l’amianto, oltre a residui di combustione come gli IPA, tracce di solventi come il toluene, eppure quest’aula non è inagibile perché non ci sono concentrazioni delle citate sostanze sufficientemente elevate da comportare un rischio aggiuntivo per la salute. E allora le indicazioni della FULC, del medico di fabbrica di allontanare dall’esposizione epatotossici dovevano necessariamente essere trasferite comunque nella realtà aziendale del reparto dove era impiegato il lavoratore, dovevano essere adattate a tale realtà. Se gli impianti erano risanati proprio per tutelare la salute dell’operaio con indici epatici alterati era meglio non effettuare in realtà un trasferimento, e gli impianti erano sanati. E a questo proposito appare evidente la non decisività del fatto che il medico di fabbrica avesse segnalato che alcuni lavoratori dovevano essere allontanati da sostanze epatotossiche e che gli stessi ciò nonostante fossero rimasti in servizio. In definitiva appaiono solo suggestive le argomentazioni utilizzate dal Pubblico Ministero e dall’avvocato Manderino a proposito dei non trasferimenti di alcuni lavoratori di cui il Tribunale ha riconosciuto la malattia da esposizione a CVM. Prendiamo il caso di Tullio Faggian, ne abbiamo prima accennato, autoclavista del CV14-16 dal ’67 all’85, morto per angiosarcoma. Nell’83 – dice il Pubblico Ministero – c’è una scheda del medico di fabbrica che afferma: "no irritanti vie aeree, no epatotossici". Ma il reparto CV14–16 però nell’83 era risanato. Vi ricordate? Abbiamo visto che nel febbraio ’76, dalla tabella della consulente Negri, la media del gascromatografo era 0,71, quella del campionatore personale era 0,48. Qui siamo sette anni dopo, nell’83, non c’era nessun elemento che avrebbe dovuto indurre il direttore di stabilimento a trasferire Faggian, che aveva purtroppo contratto la malattia a causa degli alti livelli di esposizione del reparto a cavallo tra gli Anni Sessanta e l’inizio degli Anni Settanta. Il parametro delle condizioni igienistico-ambientali del reparto in cui il lavoratore era inserito era tranquillizzante. Come se non bastasse, però, il parametro medico rappresentato dalle condizioni di salute era tutt’altro che significativo di un rischio di malattia da esposizione a CVM. Non vi è alcuna prova della necessità di allontanare in definitiva dai reparti CVM soggetti come Faggian, portatori di modeste alterazioni epatiche, GOT, GPT e GTT, sulla base delle argomentazioni che ho già svolto. Per consentire alla Corte di avere un quadro però d’insieme delle posizioni dei lavoratori evidenziate dal Pubblico Ministero e dalla Parte Civile il più possibile privo di suggestioni, io proietto uno schema in cui a fianco del nominativo del lavoratore e del reparto di lavorazione, ovviamente mi riferisco ai casi indicati dal Pubblico Ministero e dalla Parte Civile, è indicata la data della prima segnalazione di allontanamento dell’esposizione effettuata dal medico di fabbrica, è indicato il dato clinico al momento della prima segnalazione, e il dato ambientale costituito dall’esposizione del gascromatografo in quel reparto. Io credo che sia utile questo argomento per comprendere definitivamente che, pur seguendo l’impostazione d’accusa, non c’erano elementi concreti per ritenere necessario lo spostamento dei lavori, tenuto conto lo stato delle alterazioni riscontrate e lo stato di esposizione a CVM dei reparti di lavorazione. Eccetto Benin, che non è stato riconosciuto dal Tribunale come malato da CVM, che lavorava in un reparto, il CV5-15, che non trattava il CVM ma il PVC, e in cui al momento della segnalazione nel ‘77 non c’era proprio traccia di CVM dopo l’introduzione delle colonne di strippaggio, le segnalazioni di spostamento degli altri lavoratori sono tutte – riportate anche dal Pubblico Ministero, dalla Parte Civile, dai documenti loro – avvenute nell’83 e nell’84; come si può pensare che dopo tutto quanto si è detto nell’83–‘84 gli impianti non fossero del tutto risanati? Che senso potevano avere in quegli anni gli indici di funzionalità epatica alterati rispetto alle malattie da CVM? Io credo che la tesi d’accusa non regga a questi interrogativi.

E vengo al capitolo conclusivo, che sarà breve, il capitolo relativo alla valutazione di quello che si è detto in relazione ai principi della migliore tecnologia sul mercato, quindi della valutazione della qualità e tempestività degli interventi. Nella sua terza memoria tecnica in discussione il Pubblico Ministero ha affermato che i consulenti Difesa Montedison elencano 531 interventi impiantistici, loro però reputerebbero attinenti al risanamento ambientale solo 148 commesse, lo dicono i consulenti di Difesa, e questo significherebbe, secondo il Pubblico Ministero, che Montedison dava più importanza all’aspetto produttivo che non a quello attinente al miglioramento dei reparti. Il Pubblico Ministero tra l’altro, a ben contare, dice che le commesse non sono 148 quelle specifiche ma solo 143, aggiunge altri numeri, dice che 51 commesse riguarderebbero i lavori partiti nel ‘73–‘74 e solo 13 di queste commesse si sarebbero concluse nel ‘73–‘74. L’esame, devo dire, si conclude in modo caotico a pagina 22, dove il valore delle 51 commesse iniziate nel ‘73–‘74 risulta inspiegabilmente uguale a quello delle 13 commesse concluse nel ‘73–‘74. Però io voglio dire solo una cosa su questi dati: sono dati fuorvianti, perché le 148 commesse sono state indicate e commentate in modo specifico dai consulenti di Difesa perché erano espressamente finalizzate alla riduzione dell’esposizione a CVM degli ambienti di lavoro, però non è vero che la differenza tra le 531 commesse riguardanti tutti gli impianti di PVC e CVM e le 148 commesse specificamente rivolte al piano di risanamento riguardi una differenza di commesse finalizzate esclusivamente all’aumento di produzione. Non è vero, molte di queste commesse hanno apportato miglioramenti impiantistici che hanno avuto riflessi importanti e anche diretti sull’ambiente di lavoro, un esempio è la commessa la commessa 257 CV5-15 attinente all’abbattimento polveri da cappe (Bensel) e sala pesatura; ulteriori commesse hanno riguardato l’ecologia. Ora, l’elenco di queste commesse comunque influenti sull’ambiente di lavoro e sull’ecologia verrà allegato alla memoria che depositerò. Ma inoltre nelle 530, nelle 148 commesse ritrovate agli atti, e questo forse è da dire, della documentazione sequestrata dalla Guardia di Finanza, non esauriscono tutti gli interventi impiantistici eseguiti per la tutela dell’ambiente di lavoro da CVM, ci sono altri interventi, di cui non sono state trovate semplicemente le commesse dopo tanti anni, ma che documentalmente risultano essere stati effettuati. Un esempio lo si trae da una lettera citata dal Pubblico Ministero più volte, del dottor Grassi del 24/11/75, che fa riferimento ad un elenco di intervisti impiantistici già realizzati a quella data, specificamente finalizzati a ridurre l’esposizione a CVM, non compresi negli elenco delle commesse. Proietto per semplice informativa l’elenco di questi interventi realizzati già allegato al numero 2 alla memoria da me depositata in autunno scorso. Questi interventi si devono aggiungere sicuramente alle commesse finalizzate a ridurre specificamente l’esposizione dei lavoratori a CVM. Non sono state trovate le commesse in atti ma gli interventi di risanamento sono stati comunque eseguiti. Devo comunque sottolineare che siamo totalmente fuori da ogni ragionevolezza nell’identificare un profilo di responsabilità colposa, non si tiene conto della qualità degli interventi, della qualità dei risultati e a questo fine non si considera il logico, ragionevole parametro di carattere fattuale che rileva per l’affermazione della colpa in questa materia: la migliore tecnologia appunto disponibile sul mercato internazionale in un dato momento storico, riferimento mutuato dalla notissima sentenza della Corte Costituzionale ’96 e richiamato dalla giurisprudenza di legittimità e di merito. Non conta la quantità delle commesse, alcune delle quali da sole comprendono svariati importantissimi interventi, ma conta la qualità e tempestività. Montedison ha effettuato a partire dal ‘74 presidi tecnologici per ridurre l’esposizione a CVM in linea con le migliori applicazioni tecnologiche presenti in quel momento sul mercato internazionale, nello specifico comparto produttivo ma anche al di fuori dello specifico comparto produttivo. Si pensi alle valvole di fondo delle autoclavi, vennero montate le (Perar), poi le (Rimond), si pensi alla rismaltatura delle autoclavi a cura della ditta (Taicon), si pensi alle colonne di strippaggio delle autoclavi che vennero comprate dalla Goodrich nonostante il centro di ricerche interno di Marghera avesse già duramente lavorato ad un progetto autonomo; si pensi ai gascromatografi della Carlo Erba. Ma non basta, io credo che possiamo rispondere anche all’avvocato Garbisi che ha enunciato l’ipotesi di rigore estremo che richiederebbe al datore di lavoro "la costante ricerca e la realizzazione di tecniche prevenzionali – riporto le sue frasi – sempre più progredite rispetto a quelle esistenti sul mercato", giacché Montedison è andata oltre i criteri stabiliti dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale e Corte di Cassazione, a volte è stata indotta ad innovare la tecnologia esistente sul mercato, per esempio con l’introduzione delle valvole e rubinetti Tuflin a tenuta fire–safe, ad esempio con gli accorgimenti adottati sulle valvole (Rimond); i riferimenti naturalmente li darò. Gli interventi impiantistici di Montedison in definitiva complessivamente considerati si devono ritenere tempestivi e adeguati, vuoi in riferimento al parametro al momento della conoscenza scientifica delle malattie da CVM, vuoi in riferimento al parametro della migliore tecnologia disponibile sul mercato. L’ingegner Dacome era un tecnico molto preparato, ha partecipato, negli anni in cui è stato capogruppo degli impianti di produzione CVM di Marghera, a meeting annuali con i più grandi produttori di CVM, e ha detto in dibattimento: "io le posso assicurare, per gli impianti di CVM e quanto li ho visti io, ho visitato molti impianti in Germania, negli Stati Uniti, in Inghilterra, non voglio dire che noi fossimo meglio degli altri, comunque sicuramente eravamo come degli altri". L’ingegnere Bacchetta, come capogruppo degli impianti di produzione PVC, ha avuto nel 1977 l’incarico di seguire i test tra i maggiori produttori di PVC in Italia: "le colonne di strippaggio all’epoca – ha detto – non c’erano da nessuna parte, naturalmente se ne parlava, credo che solo l’Anic a Ravenna avesse solo ordinato". Sul punto qualità e tempestività degli interventi le critiche del Pubblico Ministero poi nella discussione d’appello sono veramente povere di contenuto. Al di là del paradossale, anche ripetuto dalle Parti Civili, motivo dell’accusa di misurare la tempestività degli interventi con un occhio alla promulgazione legislativa della legge ‘56, delle tabelle che prescrivevano la visita trimestrale obbligatoria per i derivati idrogenati degli idrocarburi alifatici, quando è ovvio che invece il parametro di riferimento corretto non può non essere rappresentato dalla conoscenza scientifica delle malattie da CVM, al di là di questi paradossi le critiche del Pubblico Ministero in tema di qualità, di tempestività, si concentrano sulle pompe dei lavatori automatici che non avrebbero mai raggiunto il loro scopo e sulle valvole e rubinetti che si sarebbero trovati sul mercato da dieci anni. Per sostenere quest’ultima tesi merita sottolineare che il Pubblico Ministero nei motivi di impugnazione è arrivato a stravolgere il senso, ancora una volta, di un documento di chiara valenza difensiva, descrivendole in maniera incompleta, fuorviante, ne ha parlato il professor Padovani. Io intendo solo ritornarci per rimarcare anche visivamente un modo emblematico del procedimento argomentativo dell’Accusa, perché era stato un po’ più ampio il discorso, nel senso che il Pubblico Ministero... Anzi partiamo dalla sentenza: alla pagina 349 della sentenza, nel corso della descrizione interventi di manutenzione straordinaria posti in essere da Montedison, viene citata la deposizione dell’ingegner Dacome, che ha spiegato come i rubinetti Tuflin a disposizione negli Anni Sessanta fossero idonei ad evitare le perdite di CVM, perché soggetti alla corrosione sotto forzo, e perciò fossero stati modificati su richiesta di Montedison. Poi la sentenza fa riferimento alla nota 3, visita alla Tuflin del 31/1/75 a firma dell’ingegner Magliani, manutenzione Montedison, che conferma, dimostra che la società non si limitò ad utilizzare valvole immediatamente disponibili sul mercato, ma ottenne dalla casa costruttrice alcune modifiche specifiche per meglio evitare il problema della dispersione del CVM. Ora il Pubblico Ministero, nei motivi di impugnazione, sottopone a severa critica queste risultanze e dice: "le affermazioni del teste ingegnere Dacome sono infondate e prive di riscontri. Non solo, dalla citata nota 3, visita alla Tuflin, risulta il contrario. Infatti in questa nota 3 si legge, "omissis, secondo i tecnici della Tuflin i loro rubinetti sono installati da molti anni e in moltissimi impianti su fluidi particolarmente tossici, vedi cloro, acido cianidrico, e al momento non sono state lamentate perdite degli organi di tenuta"". La pubblica Accusa - quello che voglio dire in più del professor Padovani, che l’ha detto sicuramente molto più efficacemente di me - riesce così a neutralizzare non solo il documento difensivo, ma anche la testimonianza qualificata di un tecnico come l’ingegnere Dacome, e sottolinea che i rubinetti Tuflin erano installati da molti anni; voi avete la complessiva del punto 1 letto dal Pubblico Ministero e dei punti 2 e 3, che non vi rileggerò, che hanno supportato chiaramente l’affermazione del Tribunale sulla innovatività degli accorgimenti posti in essere da Montedison con le valvole a tripla tenuta Tuflin. Lo stravolgimento dei testi e dei documenti non è del Tribunale, e non è credibile che sul punto l’avvocato Battello concentri l’attenzione nel censurare il professor Pasquon, reo di essersi confuso, e si è confuso sul nome appropriato del nuovo modello Tuflin utilizzato da Montedison nel ‘75, indicato erroneamente come Tuflin 300 dal consulente e non come Tuflin fire-safe, e non consideri la sostanza, la qualità dell’intervento Montedison, la tripla tenuta assicurata da Montedison con accorgimenti innovativi anche per una grande ditta come Tuflin. L’ingegnere di manutenzione Paolini ha detto: "valvole a tenuta doppia più una tenuta a delta e stella aggiunta", abbiamo visto il documento che parla di tripla tenuta, il documento sindacale che abbiamo letto tempo fa del CV24, 1977, parla di tripla tenuta, è pacifico quello a cui era arrivata Montedison. Da ultimo, le pompe Peroni annesse ai lavatori Goodrich; per quanto riguarda questo tema la Difesa, i suoi consulenti non hanno mai negato che effettivamente si trattò di uno degli interventi impiantistici più problematici realizzati da Montedison, c’era un problema tecnologico: ma non esistenza sul mercato di valvole delle pompe che resistessero alla pressione di 400 atmosfere dei lavatori automatici. Si trattava di una pressione terribile è stato detto dai testi, ma che era necessaria per sciogliere le croste di PVC, per evitare l’entrata in autoclave. Però l’ingegnere di manutenzione Paolini ha spiegato come la manutenzione tendesse a rendere più leggere, sempre più leggere le valvole, e come lo sforzo compiuto per tenerle in esercizio fosse massimo, e comunque i lavatori, grazie a questa impegnativa manutenzione, sono stati utilizzati per anni. Si potrebbe però dire: Montedison avrebbe dovuto prima sperimentare il prodotto Goodrich per verificarne l’efficienza. Montedison effettivamente non sperimentò perché aveva fretta, l’urgenza dell’ingegnere Bigi, capo dell’ufficio tecnico lavori, di realizzare il risanamento degli impianti. E, attenzione, è la stessa urgenza che ha costituito il fondamento di risultati ben positivi, la stessa che induceva l’ingegnere Marcoaldi ad acquistare le colonne di strippaggio delle autoclavi in America nonostante – avevo ricordato prima – il centro ricerche di Marghera fosse a buon punto nella realizzazione di un autonomo progetto. C’era la stessa urgenza nell’iniziare l’esecuzione degli interventi relativi alle commesse con l’anticipazione di un telex, nonostante le stesse non fossero ancora state formalmente autorizzate. Ma emblematico – e lo voglio leggere – è il documento in atti, la autorizzazione divisionale per l’acquisto di uno di questi lavatori, vedete nella nota che si legge "la presente richiesta trova giustificazione nella decisione della società di estendere con urgenza a tutti i reparti CPV della Divisione il lavaggio ad alta pressione, considerando a riguardo l’esperienza della Goodrich, dalla quale è stato acquistato il know–how, e nella consapevolezza che non era possibile introdurre gradualmente e dopo sperimentazione tale fretta per ragioni di tempo". La fretta di Bigi, in sostanza di Montedison, certamente sortì degli effetti parzialmente difformi rispetto alle aspettative. Con la sperimentazione ci si rese conto che il funzionamento dei lavatori a 400 atmosfere era difficile, perché le valvole saltavano, tanto che per tenerli in funzione si fu costretti a ricorrere alla manutenzione. Ma la fretta, l’urgenza di Montedison sortì i risanamenti in tempi brevi, completati nel ‘76–‘77, e vano è il tentativo estremo del Pubblico Ministero nella discussione del 13 luglio sulle posizioni soggettive di dimostrare che ancora negli Anni Ottanta alcune commesse si occupavano di situazioni di grosso inquinamento di CVM. Queste commesse che vengono citate a proposito dell’imputato che assisto, il dottor Diaz, non si occupavano di risanamento dell’ambiente di lavoro da CVM, quello che ho detto prima; l’obiettivo delle commesse citate dal Pubblico Ministero era essenzialmente quello di ridurre le emissioni di CVM nell’atmosfera, verso l’ambiente esterno. I relativi interventi non potevano essere ritenuti prioritari rispetto al risanamento degli ambienti di lavoro, così la più rilevante di queste commesse citate, la 1062 dell’84, intitolata "Assorbimento CVM da sfiati", aveva lo scopo di ridurre la quantità di CVM inviato in fiaccola, dunque nell’ambiente esterno. Questa e le altre commesse citate dal Pubblico Ministero confermano ancora una volta che i lavori di risanamento reparti di lavoro si erano completati e che negli Anni Ottanta ci si preoccupava in maniera peculiare di altri problemi, in particolare dell’ecologia. E quindi brevissimamente parlo un momento dell’ultimo aspetto, che è quello della polverosità. È infondata la vecchia argomentazione d’Accusa che, evidenziando l’evoluzione degli interventi impiantistici per ridurre la polverosità dei reparti fino ai primi Anni Ottanta, ne rimarca il ritardo rispetto all’avvenuto risanamento da CVM, perché è infondata? Perché i problemi sono diversi, semplicemente. Nel ‘76–‘77 sono state completate le commesse impiantistiche che hanno tolto il CVM dal ciclo produttivo e hanno reso possibile un sofisticato, tra l’altro, e sempre più efficace strippaggio del CVM non trasformato in polimero, che hanno quindi evitato che le successive attività d’insacco, quelle che erano interessate da polverosità, esponessero i lavoratori a contatto con il CVM. A questo punto era evidente a tutti, anche al sindacato dell’epoca, che promosse successivamente un secondo – e l’abbiamo visto - piano, una campagna per migliorare ulteriormente le condizioni di polverosità e di rumorosità dei reparti, che le commesse antipolverosità, però, non avevano una specifica funzione di evitare malattie da CVM, ma di migliorare le condizioni complessive dei reparti, e così è stato, sono state migliorate drasticamente, nei fatti è provato che gli uomini di Montedison hanno rivoltato gli impianti CVM e PVC come un calzino per eliminare tutti i pericoli, non solo quelli dovuti alla cancerogenicità e pericolosità del CVM, ma anche quelli dovuti alla polverosità generica delle attività d’insacco. Proietto solo - e poi allegherò – gli indici delle commesse realizzate negli impianti di CV5-15 e CV6 relative al problema polverosità e perfezionamento delle cappe di aspirazione; vedete da una parte quelle relative al CV6, dall’altra parte quelle al CV5-15. Sono commesse importanti che vanno dal ’70 e fino ai primi Anni Ottanta, e relativamente a queste commesse non appare fondata nel merito la contestazione del Pubblico Ministero di tardiva o comunque inidonea installazione di cappe di aspirazione, di efficaci presidi alla polverosità nei reparti CV5–15 e CV6, perché? Non è fondata neanche con riferimento a quello che avvenne in questi reparti nella prima metà degli Anni Settanta, perché se è vero che la tecnologia – ve l’ho appena detto – più sofisticata dei primi Anni Ottanta ha permesso ulteriori miglioramento nei primi anni del 1980, il mutamento decisivo coincide ancora con la metà degli Anni Settanta. Il mutamento decisivo viene individuato per il CV6 dal teste Gasparini nel ‘74–‘75–‘76. Il Presidente del Tribunale gli ha chiesto di descrivere lo stato di polverosità dell’attività lavorativa prima e dopo questo periodo; sul prima, i primi erano anni in cui c’era grossa presenza di polverosità, perché l’insacco del prodotto avveniva in reparto, in reparto su una zona molto ristretta e tutto il prodotto veniva insaccato in quella zona. Le cappe di aspirazione erano insufficienti, i sacchi erano a bocca aperta. Poi Gasparini descrive le modifiche: l’insacco viene portato fuori impianto, il nuovo insacco avviene in depressione, vengono introdotti gli aspiratori con filtrazione maniche, è così che Gasparini individua la situazione del dopo, che è una situazione di accettabilità nell’ambiente lavorativo degli insaccatori, e anche nelle deposizioni proprio degli insaccatori, degli addetti alle cooperative che effettuarono questa attività di insaccatori emerge il miglioramento, intervenuto a metà degli Anni Settanta, Degatto ha detto che c’erano le cappe di aspirazione, Giacomello ha affermato che dei lavori sono stati fatti, Montefusco ha detto che la situazione è stata modificata e rimediata. Le modifiche sortirono effetti significativi e così avvenne anche al CV5–15, che in partenza probabilmente aveva ancora più problemi di polverosità, ma dove Montedison si impegnò a fondo per diminuire drasticamente la situazione di polverosità del reparto. Il teste Caldon ha parlato di una grossa modifica costituita dal dosaggio in automatico del PVC in emulsione e in sospensione del carbonato di calcio, intervento completato a fine ‘72 con la eliminazione della esposizione del lavoratore, operava dalla sala quadri nel caricare il lavoratore. Il Caldon ha parlato di uno spostamento al di fuori del fabbricato dell’impianto di pesatura materie prime, facendo installare cappe di aspirazione, un sistema di aspirazione e di abbattimento polveri, deposizione confermata dai testi Coi per quanto riguarda il sistema aspiramento polveri, Biasolo per quanto riguarda il caricamento automatico dei due tipi di resine PVC e sale quadri. Definitiva tutta una serie di interventi indirizzati alla riduzione drastica della polverosità dei reparti CV6 e CV5-15 erano stati realizzati nella prima parte degli Anni Settanta. È per questo che è condivisibile quello che il professor Padovani ha detto, che le cappe di aspirazione erano assolutamente presenti ed idonee già prima del 1976, quando è stato completato per altro verso e su un altro versante il piano di risanamento da CVM. Possiamo proprio adesso arrivare alle conclusioni definitive in materia di commesse di investimento per il risanamento degli impianti CVM e PVC, la tecnologia attinta da Montedison era riferita al meglio delle applicazioni industriali esistenti sul mercato internazionale in quel momento storico. Non ha importanza che alcune di queste applicazioni industriali fossero sul mercato da parecchi anni in quanto la tempestività dell’intervento va misurata con riferimento alla conoscenza delle malattie prodotte dal CVM sull’uomo, angiosarcoma e fibrosi portali. Ora, se non vi è dubbio che il ‘74 è il momento in cui - è stato detto dai colleghi che mi hanno preceduto - affiorano le prime conoscenze scientifiche in materia di malattie da CVM, noi oggi abbiamo visto che le riunioni in Montedison per affrontare e risolvere il problema dell’esposizione a CVM iniziano nel ’73, le procedure a Marghera sono modificate a partire dal ‘73, le prime commesse impiantistiche risultano aperte nel ‘73, il programma investimenti del ‘73 contiene le commesse già relative ai reparti PVC. Tutte queste iniziative - prendono l’abbrivo ovviamente dai primi risultati, sperimentazioni Maltoni - confermano la ipotesi di una attivazione dell’azienda e dei suoi dirigenti al cospetto di un rischio per l’uomo non ancora qualificato scientificamente. Si può ben dire che l’azione di Montedison per prevenire possibili conseguenze negative dell’esposizione a CVM precede le conoscenze scientifiche in tema di cancerogenicità e pericolosità per l’uomo. Poi la determinazione e la fretta di attingere a questa tecnologia era incompatibile con la fattispecie dolosa del 437 del Codice Penale. Come si può affermare che i dirigenti Montedison, una volta individuate delle apparecchiature abbisognevoli di schermatura per la salute dei lavoratori da CVM, abbia deciso di non agire? Com’è compatibile con l’elemento psicologico di questo grave reato la frenesia del piano di risanamento Montedison? Come sono compatibili i risultati raggiunti nella immediatezza delle modifiche delle procedure e dell’esecuzione degli interventi impiantistici? Erano commesse – lo sottolineo – che prescindevano da un ritorno economico, che erano fatte con una straordinaria urgenza e pertanto non può essere messa in discussione nemmeno la tempestività delle ricerche dei brevetti e dei fornitori sul mercato mondiale, l’attuazione degli interventi attraverso procedure semplificate che anticipavano l’esecuzione delle opere. Erano commesse che, come ha detto il professor Padovani, perseguivano una obbligazione di risultato, non i mezzi, il risultato era il MAC cosiddetto 0 o tendente a 0, raggiunto puntualmente nel febbraio ‘76. Sto per concludere e voglio da ultimo in poche battute cercare di dare alla Corte il senso del mio intervento: un uso corretto, equilibrato dell’immenso materiale processuale a disposizione, delle migliaia di documenti, di testimonianze in atti, può a mio avviso condurre soltanto ad una conferma della sentenza impugnata. Io per questo depositerò puntualmente una memoria che conserverà la traccia del mio intervento, ampliandola ad altri aspetti che, per ovvi motivi di spazio, non ho potuto affrontare in discussione; memoria che soprattutto, però, sarà accompagnata dalle citazioni specifiche e da tutti i documenti in atti utilizzati. Codesta Corte potrà agevolmente valutare le carte commentate oggi, riscontrare come la discussione odierna sia costruita su un fondamento importante, decisivo io credo, una lettura fedele delle carte, fedele al testo originario dei documenti. Codesta Corte potrà allora distinguere agevolmente tra chi rappresenta e interpreta correttamente le carte e chi cerca di forzare, confondere, suggestionare, poi conducendo allo stravolgimento dei dati reali. Questo ultimo comportamento non è della sentenza del Tribunale di Venezia, che a mio avviso va confermata. Io ringrazio la Corte della pazienza di avermi seguito in questo lungo intervento.

 

PRESIDENTE – Gli interventi previsti per il 26?

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boy – Saranno gli interventi sul secondo capo d’imputazione, Presidente. Ci sarà il professor Mucciarelli, l’avvocato Franchini e il professor Paliero.

 

PRESIDENTE – Se qualcuno volesse anticipare, sempre in quella udienza...

 

DIFESA – Avv. Baccaredda Boy - Il fatto è che quelli di sabato comunque sono brevi in quanto la parte generale finirà venerdì sul secondo capo d’imputazione.

 

PRESIDENTE – Se c’è qualcuno che vuole anticipare, per noi è cosa gradita.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 26 novembre 2004, ore 09.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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