UDIENZA DEL 20 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 21 ottobre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

DIFESA – Avv. Stella – Presidente, il diavolo mi ha tentato e fra dieci minuti comincerò a proiettare delle diapositive. C’è sempre una prima volta, e quindi... Riprendo la discussione da dove l’ho lasciata. Avevamo visto nell’istruttoria dibattimentale l’architrave della impalcatura che doveva portare al proscioglimento, anche alla richiesta di proscioglimento da parte dell’Accusa, l’architrave era costituita dai valori di concentrazione, che erano entro i limiti di legge per i metalli e poi successivamente per le diossine ed erano normali per tutti gli altri micro inquinanti. Era l’architrave perché questi valori sono valori per la edibilità e non... ed è inconcepibile l’idea che un prodotto sia edibile e al tempo stesso velenoso. Questo era stato messo in evidenza dagli esperti dell’Accusa e in primo grado però anche la Difesa ha dato il suo contributo. La Difesa è andata più in là. Noi abbiamo voluto veder chiaro fino in fondo e siccome la Giurisprudenza definisce, con riferimento all’avvelenamento, dice che le sostanze devono essere idonee a recar danno alla salute, una idoneità astratta, quindi un pericolo astratto, ma dev’essere una idoneità vera, quindi un pericolo astratto vero, quindi reale, ecco... io ho sentito dei rilievi su questa espressione "pericolo reale", è soltanto una precisazione linguistica. Quando si parla di pericolo nel diritto penale, non si può certo dar spazio all’idea di un pericolo immaginario o fantastico. Il pericolo reale è in contrapposizione con il pericolo immaginario, quindi l’idoneità e il pericolo, anche astratto, dev’essere reale. E allora noi... Cosa vuol dire idoneità astratta, pericolo astratto? E’ un’espressione che rinvia subito all’idea di classi astratte di esposizione. E allora io avevo chiesto ai nostri consulenti, all’epidemiologo Zocchetti e all’esperto di biologia animale Dragani di fare una ricerca e le conclusioni di questa ricerca sono state che le classi di dosi astratte alle quali sono stati osservati degli effetti nell’uomo o nell’animale, sono decine, centinaia di migliaia o milioni di volte lontane dalle dosi di assunzione dei veneziani. Devo dire subito che questa ricerca, che conferma i risultati a cui si giunge attraverso il riferimento ai valori di concentrazione, ma è importante, ricerca importante, è passata sotto silenzio dall’Accusa. Gli esperti Zocchetti e Dragani non sono stati mai controesaminati e se voi guardate i motivi, guardate la requisitoria del Procuratore Generale, non se ne fa cenno. Io stamattina ho depositato la memoria sulla causalità con tutti gli allegati. Nella memoria che presenterò voi troverete riportate tutte le conclusioni per ciascun inquinante e sono conclusioni impressionanti. Io riferisco qui solo dei risultati relativi agli inquinanti di maggiore interesse processuale, cioè le diossine, i PCB, l’esaclorobenzene e qualcos’altro. Ecco, per le diossine, Zocchetti l’epidemiologo, mette in evidenza che tutte le diossine, ad esclusione della 2378 TCDD, che è quella di Seveso, sono risultate dalla IARC non classificabili sotto il profilo della loro cancerogenicità, sono nel gruppo 3, il gruppo in cui sono collocate le sostanze in cui non c’è evidenza né per l’animale né per l’uomo. Quanto alla 2338 TCDD, che non è presente negli scarichi del Petrolchimico, le esposizioni delle popolazioni indagate sono state giudicate dal gruppo di lavoro della IARC molto più elevate, ordini di grandezza centinaia, decine di migliaia, delle esposizioni riscontrabili nella popolazione generale. Al contrario, non esiste alcun studio epidemiologico che abbia mostrato evidenza anche incerta di effetti cancerogeni nell’uomo ai valori di diossina di cui si parla in questo processo, cioè delle diossine diverse dalla 2378 TCDD. E per le PCB, la cancerogenicità del PCB è stata valutata dalla IARC, che nell’87 ha concluso che i PCB sono probabili cancerogeni per l’uomo, gruppo 2A. Tra parentesi, i PCB, secondo il decreto ministeriale ‘99, non sono presenti negli scarichi dello stabilimento. Bene, le esposizioni delle popolazioni indagate dalle ricerche epidemiologiche, sono risultate popolazioni esposte come conseguenza di gravi episodi di intossicazione alimentare o di episodi di esposizione professionale che sono state giudicate dal gruppo di lavoro IARC migliaia di volte più elevate delle esposizioni riscontrabili nella popolazione generale, quindi anche a Venezia. L’esaclorobenzene, classificato dalla IARC nel gruppo 2B, gli effetti cancerogeni nell’uomo non si sono manifestati neppure nel caso di grave intossicazione alimentare, come quella che è accaduta in Turchia, verificatasi negli Anni Cinquanta e accompagnata da una epidemia di porfiria cutanea. Da ultimo, per gli IPA, nell’87 la IARC ha classificato nel gruppo primo le miscele contenenti pece, catrame di carbonfossile, oli minerali, fuliggine e fumo di tabacco. Nel gruppo 1 questo, anche il fumo di tabacco; nel gruppo 2A gli oli di creosot; nel gruppo 3, quello in cui non c’è evidenza, il nerofumo. A Marghera, nelle miscele e negli oli composti valutati come cancerogeni dalla IARC, non ve n’è uno che sia presente; è presente solo il nerofumo, che però è classificato nel gruppo 3. E passo subito alla conclusione di Dragani, perché quelle di Dragani sono veramente impressionanti, perché siamo nell’ordine di una distanza degli effetti osservati di milioni di volte. Allora per la TCDD la distanza in animali è di oltre 5 milioni di volte superiore alla dose di assunzione; per quanto riguarda i 17 congeneri, la dose cancerogena è di circa 2 milioni di volte superiore alla dose ipotetica di assunzione, 2 milioni di volte; per i PCB la dose cancerogena in animali è oltre 190.000 volte superiore alla dose ipotetica di assunzione; per il benzopirene la dose cancerogena è circa 100.000 volte superiore alla dose di assunzione. Ecco, poi ci sono tutti gli altri inquinanti che non sto qui a leggerveli, li troverete nella memoria. Ma queste sono le classi astratte, è la distanza che separa la dose di assunzione dei veneziani da queste classi astratte. Quindi, siccome poi il Giudice deve sempre fare un procedimento di sussunzione, sono assolutamente non idonee a recare danno alla salute, perché non sono riconducibili a quelle classi astratte. E per gli effetti non cancerogeni? Qui, nel giudizio di primo grado, c’era stato per Green Peace, mi sembra di ricordare, la dottoressa Stringher che aveva presentato una tabella che metteva in evidenza gli effetti più sensibili negli animali, non cancerogeni, ed erano alterazioni dello sviluppo, ridotta capacità riproduttiva per riduzione degli spermatozoi, aumento di mortalità fetale, maggiore capacità di contrarre endometriosi, ridotta capacità di resistenza ad offese immunologiche ed altro; è la memoria tecnica depositata dall’avvocato Partesotti. Bene, questi effetti non cancerogeni sono stati valutati dalle agenzie. L’OMS stabilisce che una esposizione della popolazione generale, comprese le donne gravide e quelle in lattazione, a dosi 10 volte inferiori – 10 volte inferiori – a quelle che non sono in grado di produrre quegli effetti che ho indicato, debba essere considerata accettabile, per la salvaguardia della salute di tutta la popolazione generale, feti, neonati, adolescenti e adulti e stabilisce di conseguenza un TDI di 1-4 picogrammi. La stessa cosa stabilisce la Commissione Scientifica Europea. Quindi sia l’OMS che la Commissione Scientifica Europea hanno tenuto conto di questi effetti più sensibili che poi vedremo meglio nel dettaglio, e ha detto: "Guardate che il calcolo di 1-4 picogrammi tiene conto di questo e che significa che ha dosi di 10 volte inferiori a quelle che sono in grado di produrre gli effetti sopra menzionati", questo è il limite, 10 volte inferiori, quindi la diminuzione degli spermatozoi nei ratti, di questo se n’è tenuto conto e si è stabilito un TDI che è 10 volte inferiori, margine di protezione. A tutto questo poi si aggiunge l’esame compiuto dal professor Vighi, che fa la comparazione tra le concentrazioni, torniamo qui alle concentrazioni, dei molluschi e dei pesci nella laguna e le concentrazioni riscontrate nell’Adriatico, nel Mediterraneo e nelle zone incontaminate del Mar Baltico. Tutti i valori di concentrazione riscontrati in laguna, sono assolutamente normali, una volta fatto il raffronto. E anche qui io rinvio alla memoria perché sono cose che sono già agli atti ma che vanno richiamate, perché i valori di concentrazione, è la morsa di ghiaccio che stringe l’Accusa, che è come una baleniera che si è avventurata nei mari del nord ed è rimasta lì imprigionata da questa morsa di ghiaccio. Ed io dicevo l’altra volta, e scherzosamente facevo l’esempio di Mimmo Pulitanò e della Maria, per dire che l’Accusa ha sempre tentato disperatamente di distogliere l’attenzione dai valori di concentrazione, e l’ha fatto ancora adesso nei motivi, che ignorano il valore, la CL stabilita con legge europea del 2002, di 4 picogrammi per le diossine, ne ha fatto un accenno il Procuratore Generale nella sua requisitoria, con peraltro ragionamento molto infelice, come vedremo tra un po’. Ma qui, proprio in questo tentativo di distogliere l’attenzione dall’architrave, su questo tentativo, io mi devo fermare adesso. Devo dire che, mentre in questo processo l’interpretazione che io do dell’Accusa, dei tentativi dell’Accusa è questa, un tentativo di distogliere l’attenzione che subito sarà smascherato, la situazione è molto più grave per quei poveracci di pescatori abusivi che sono stati condannati. Lì la situazione è molto più grave, mi soffermerò su questo per fare una segnalazione alla Corte. E allora adesso cominciamo, io vi consegno anche cose manuali, così... Qui dobbiamo mettere a posto i mobili della stanza. Allora cominciamo con l’architrave. I valori di concentrazione stabiliti per la edibilità, regolamento CEE del 2001, che poi è diventato legge... vedete, 4 picogrammi di prodotto fresco. Sotto ci sono i valori riscontrati nella laguna, nei canali industriali: dati di Berlino 0,48; dati di Raccanelli 1,2 come media; le vongole davanti allo scarico SM15, campione M4, 0,34 picogrammi, che è il valore più basso di tutti i punti della zona industriale. Vedete il raffronto con i 4 picogrammi, siamo al di sotto, e molto al di sotto. Poi noi sappiamo che per fare i calcoli sull’esposizione dobbiamo tenere conto della concentrazione delle diossine e dei PCB, sommando i PCB dioxin-like. Allora, i 4 picogrammi sono stabiliti solo per le diossine. Vediamo quali sono i dati sui PCB: sono 0,9 secondo i dati di Berlino, dati di Raccanelli 2,7 picogrammi, valori vongole davanti all’SM15 0,45 picogrammi, ancora una volta è il valore più basso. Ripeto che i PCB, secondo il decreto ministeriale del ‘99, non sono inquinanti e rintracciabili negli scarichi. A questo punto, a proposito di un rilievo formulato dal Procuratore Generale secondo il quale il superamento dei 4 picogrammi indicati dalla legge UE indicherebbe delle concentrazioni inammissibilmente elevate – queste sono le parole del Procuratore Generale -, leggiamo cosa c’è scritto nel regolamento: "Una considerevole quantità di pesce azzurro del Baltico, come aringhe e salmone, non rispetta il tenore massimo e risulterebbe quindi esclusa dal regime alimentare degli svedesi e dei finlandesi. Secondo le indicazioni esistenti, la esclusione del pesce dal regime alimentare può avere un impatto negativo sulla salute in Svezia e in Finlandia". Quindi altro che inammissibilmente elevata... Qui si dice: "Guardate che se noi escludiamo il pesce per il solo fatto che vengono superati i 4 picogrammi, ciò determina un impatto negativo sulla salute della gente" ed è per questo che la Svezia e la Finlandia sono autorizzate, per un periodo di transizione, fino al 2006, ad immettere sul mercato pesce proveniente dalla Regione Baltica destinato al consumo con livelli di diossina superiori ai 4 picogrammi. L’altra diapositiva riporta il diagramma che c’è anche nella sentenza; voi vedete qua che le vongole dei canali industriali sono 1,2, i molluschi della laguna 0,47, i pesci in laguna 0,48, pesci USA, ci sono due campionamenti, 1 – sempre in picogrammi – è 0,29, mitili Olanda... pesci Finlandia 1,61, Spagna, eccetera e poi vedete il picco nella Svezia. Il Tribunale però ha tenuto conto della media di tutti i dati, compresi quelli dei consulenti dell’Accusa, per stabilire questo valore di concentrazione. Se cambiamo diapositiva vediamo lo stesso diagramma con i dati di Berlino. Vedete allora quello in giallo a sinistra piccolo, è 0,48, è 0,48 rispetto ad un valore di concentrazione limite di 4 picogrammi. E torniamo adesso ai PCB; qui per i PCB non c’è una CL stabilita dalla legge per la edibilità, però i valori sono normali per gli esperti dell’Accusa; li ho già citati questi esperti. E vediamo i dati di concentrazione: sono 0,42 secondo i dati di Berlino, 0,92 secondo i dati di Raccanelli e 0,11 davanti all’SM15, sempre il valore più basso. La diapositiva successiva ci dice cosa sono le diossine, vedete, la TCDD 2378, che è assente negli scarichi di stabilimento e nel Lusore – Brentelle, c’è invece nei mitili e la PCDD/F, tutte le diossine, 7 congeneri forani (inc.), compresa la TCDD. Con la diapositiva successiva comincio veramente a mettere a posto i mobili nella stanza, che sono lì tutti disordinati, tentativo dell’Accusa di distogliere l’attenzione. Secondo la Commissione Scientifica Europea l’assunzione giornaliera di diossine, tutti i giorni per 30 anni o tutta la vita per l’uomo, EHDI, che vuol dire Estimated Human Daily Intake, allora questa assunzione di diossine per trent’anni o tutta la vita, per raggiungere un carico corporeo simile a quello che negli animali non ha provocato effetti, NOEL, è di 10 picogrammi TCDD al giorno per trent’anni o tutta la vita, 10 picogrammi al giorno. Questo è il NOEL. Per il LOAEL, cioè quel livello che negli animali ha prodotto effetti minimali, l’assunzione giornaliera di diossine tutti i giorni per trent’anni o tutta la vita doveva essere di 20-50 picogrammi TCDD. Quindi vedete, per raggiungere quel carico corporeo che negli animali o non ha prodotto effetti o ha prodotto effetti minimali, bisognerebbe assumere diossine con quei picogrammi che sono indicati per trent’anni o per tutta la vita, tutti i giorni. E qui spieghiamo anche quali sono gli effetti LOAEL; vedete, per la Commissione Scientifica Europea, diminuzione del numero degli spermatozoi nella prole del ratto, l’EHDI è di 50 picogrammi/die, per raggiungere quel carico corporeo; apertura anticipata degli occhi e diminuzione del numero degli spermatozoi nella prole del ratto, 40 picogrammi/die; diminuzione della distanza ano–genitale nei maschi del ratto, 40 picogrammi/die; diminuzione del numero degli spermatozoi nella prole e alterato comportamento sessuale del ratto, 20 picogrammi/chilogrammo peso corporeo/die. Per l’OMS, cioè la WHO, diminuzione del numero degli spermatozoi nella prole del ratto, 14 picogrammi; malformazioni genitali 37 picogrammi. La diapositiva che adesso vediamo si fa carico di una arguta considerazione del Procuratore Generale e cioè gli uomini non sono come gli animali e quindi il carico corporeo nell’uomo non è la stessa cosa del carico corporeo negli animali. Bene, allora qui si tratta di capire come le organizzazioni internazionali sono passate dal calcolo del carico corporeo alla individuazione del TDI. Per l’OMS abbiamo visto che per il LOAEL effetti minimi, ci sono questi due valori: 14 picogrammi e 37 picogrammi. Che cosa ha fatto l’OMS? Proprio sapendo che l’animale non è l’uomo, ha stimato, applicando un fattore di sicurezza di 10, che è il margine di protezione sicuro, sia rappresentato per i 14 picogrammi, si applica il fattore di sicurezza 10 e si arriva ad 1 picogrammo; 37 picogrammi negli animali, si applica fattore di sicurezza di 10 e si arriva a 4 picogrammi. La Commissione Scientifica del 2001: per il NOEL 10 picogrammi, nessun effetto neanche negli animali, applica un fattore di sicurezza di 5 e si arriva a 2 picogrammi, che è il limite fissato dalla Commissione Scientifica europea. Per il LOAEL da 20 si giunge a 2 applicando un fattore di sicurezza di 10; da 50, applicando un fattore di sicurezza di 25, si arriva a 2 picogrammi. Qual è allora il vero TDI delle diossine? Il TDI è l’esposizione giornaliera che in 20 – 30 anni produce un carico corporeo sicuro, largamente inferiore a quello che negli animali è risultato NOEL o LOAEL. Per la Organizzazione Mondiale della Sanità è di 1–4 picogrammi, come abbiamo visto; per la Commissione Scientifica Europea è di 2 picogrammi, per trent’anni, tutti i giorni o tutta la vita. Allora, a questo punto, chiediamoci come deve essere la esposizione vera, la esposizione quando si fanno questi calcoli nei veneziani deve essere una esposizione media che dura un periodo di trent’anni o tutta la vita. È l’esempio che vi facevo l’altra volta di Pulitanò. Quali sono i parametri coerenti? Bisogna utilizzare per il calcolo dell’esposizione le concentrazioni medie di lungo periodo e i consumi medi di lungo periodo, questi sono gli unici parametri coerenti. Assolutamente incoerenti sono i parametri usati dall’Accusa, che per le concentrazioni ha usato le concentrazioni massime, Raccanelli, o arbitrarie, come vedremo tra un po’, Zapponi. Il calcolo delle esposizioni si fa concentrazioni per consumo; non coerenti, incoerenti sono i consumi determinati dall’Accusa, da Raccanelli e Zapponi. Qui sono consumi inventati, calcolati sulla base di ricette di abbuffate o di ipotesi campate per aria. Vediamo adesso, andiamo nel concreto, prendiamo come punto di riferimento le esposizioni di Raccanelli: 26 grammi di vongole, concentrazione massima calcolata da Raccanelli, non la media, la massima, è di 2,7 picogrammi. Come si calcola l’esposizione? 26 per 2,7 diviso il peso corporeo, si arriva ad 1 picogrammo, cioè il limite inferiore di 1-4 picogrammi, ma i parametri sono incoerenti, perché? Per quello che abbiamo visto prima, perché i 26 grammi di vongole fanno parte di un piatto di pasta che deve essere mangiato ogni giorno per 365 giorni per trent’anni o tutta la vita, e, in ogni caso, non si raggiungerebbe un carico corporeo sicuro. E vediamo le esposizioni di Zapponi. I consumi sono di 50-100-300 grammi di vongole. Come calcola le concentrazioni, Zapponi? Con concentrazioni parziali, si basa sulla perizia Bonamin che, come vedremo, si basa su un campione di cozze di cui non bisognava tenere conto, più una ipotesi sui PCB, moltiplicati per un fattore di 1,55, viene fuori una concentrazione di 2,87 picogrammi, che è sempre inferiore al valore di concentrazione dei 4 picogrammi, ma che porta a queste conseguenze; se noi abbiamo come punto di riferimento i 26 grammi indicati da Raccanelli, allora con queste concentrazioni e questi consumi di Zapponi, dovremmo avere due piatti di pasta al giorno, 365 giorni all’anno, per trent’anni o tutta la vita, con il consumo di 50; con il consumo di 100, un piatto di pasta con 100 grammi di vongole, dovremmo dire 4 piatti di pasta al giorno, con le vongole, 365 giorni all’anno, per trent’anni o tutta la vita; vediamo i 300, qui dovremmo avere 12 piatti di pasta al giorno, con la dose di Raccanelli, 26 grammi di vongole, 365 giorni all’anno per trent’anni o tutta la vita. Vediamo adesso quali sono le esposizioni con i dati di Berlino, sempre dimenticati dall’Accusa: concentrazione media 0,9 picogrammi; i consumi dei forti consumatori tratti dall’indagine del COSES sono 11 grammi, abbiamo un’esposizione massima di 0,14 picogrammi al giorno. Partendo dall’ipotesi dei 26 grammi di Raccanelli, per raggiungere il TDI della Commissione Scientifica, che è di 2 picogrammi, siamo ancora al di sotto del limite massimo stabilito dall’OMS, bisognerebbe mangiare 6 piatti di pasta al giorno per 365 giorni all’anno, per trent’anni o tutta la vita e in ogni caso l’esposizione sarebbe largamente inferiore a quella che negli animali non ha prodotto alcun effetto, NOEL. Qui i parametri sono coerenti perché i consumi sono ricavati dalle statistiche sui consumi delle famiglie veneziane e le concentrazioni rilevate dal laboratorio indipendente del dottor Müller di Berlino. Vediamo adesso quanti piatti di pasta. Per raggiungere il carico corporeo al quale non si osserva alcun effetto, NOEL, è necessario che il consumatore di Raccanelli, 26 grammi a 2,7 di concentrazione, mangi 10 piatti di pasta al giorno, tutti i giorni, per trent’anni o tutta la vita. Per raggiungere il carico corporeo al quale si osservano i primi minimali effetti, il LOAEL, è necessario che il consumatore di Raccanelli mangi da 20 a 50 piatti di pasta al giorno, tutti i giorni dell’anno per trent’anni o tutta la vita. Vediamo i dati di Berlino, sempre partendo dall’ipotesi dei 26 grammi di Raccanelli. Per raggiungere il carico corporeo del NOEL, nessun effetto, il consumatore dovrebbe mangiare 30 piatti di pasta al giorno, tutti giorni dell’anno, per trent’anni o tutta la vita; per raggiungere il carico corporeo del LOAEL, dovrebbe mangiare, il consumatore di Raccanelli, tenendo conto della concentrazione di Berlino, da 60 a 150 piatti di pasta al giorno, tutti i giorni dell’anno, per trent’anni o tutta la vita. Vediamo adesso quei disgraziati di pescatori abusivi. Per raggiungere il carico corporeo NOEL, sarebbe necessario che il consumatore di Raccanelli, 26 grammi, mangi una quantità di vongole con la concentrazione rilevata nelle vongole pescate da Schiavon-Boscolo, uno dei tre processi, con 1,15 picogrammi, pari a 23 piatti di pasta al giorno tutti i giorni dell’anno per trent’anni o per tutta la vita. Per raggiungere il carico corporeo al quale si osservano i primi effetti minimali, LOAEL, è necessario che il consumatore di Raccanelli, 26 grammi, mangi quantità di vongole con la concentrazione rilevata, 1,15, che va da 46 a 115 piatti di pasta al giorno, tutti i giorni dell’anno per trent’anni o tutta la vita. L’altro processo, quello relativo ai Bazzarello; qui invece, sempre per raggiungere il livello NOEL, dovrebbero mangiare, i consumatori di Raccanelli 27 piatti di pasta al giorno, e per raggiungere il livello LOAEL da 54 a 135 piatti di pasta al giorno tutti i giorni per trent’anni o tutta la vita. Vediamo adesso i consumi per raggiungere il TDI dei 2 picogrammi stabiliti dalla Commissione Scientifica Europea, sempre tenendo conto del piatto di pasta. Per raggiungere il TDI, 2 picogrammi, allora con i dati di Berlino abbiamo 6 piatti di pasta di Raccanelli al giorno per trent’anni; i pescatori Schiavon, con i dati rilevati di 1,15, 4,7 piatti di pasta per trent’anni o tutta la vita; i pescatori Bazzarello, piatti di pasta 5,5 al giorno per trent’anni. Questo per quanto riguarda il carico corporeo del TDI. Qui ho fatto un diagramma che rappresenta il livello, distingue... i forti consumatori sono in giallo e i medi consumatori in blu; vedete, nell’asse delle ascisse in blu, in piccolo, mentre in grande è il giallo, senza i dati di Berlino, cioè tenendo conto dei dati degli esperti dell’Accusa, abbiamo 0,34 per i forti consumatori; secondo i dati di Berlino, abbiamo 0,14 per i forti consumatori; per i pescatori Schiavon abbiamo 0,18; per i pescatori Bazzarello 0,15, sempre tenendo conto dei dati di consumo del COSES. Vedete come siamo sotto? Siamo molto al di sotto dei 2 picogrammi stabiliti dalla Commissione Scientifica Europea e lontanissimi dal limite massimo dei 4 picogrammi stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi volevo richiamare l’attenzione della Corte che per i pescatori abusivi... i pescatori abusivi hanno una concentrazione, non stiamo più parlando di consumo, di diossine da 4 a 5 volte inferiore alla CL indicata dal regolamento della CE e dalla legge europea di 4 picogrammi e per questo parametro sono vongole chiaramente edibili. E qui viene fuori un grosso problema, le cui conseguenze poi le trarrò alla fine, perché Raccanelli e Zapponi in quei processi non hanno mai chiarito che le assunzioni ipotizzate, EHDI, devono ripetersi quotidianamente, tutti i giorni dell’anno, per trent’anni o tutta la vita. Hanno ipotizzato dei valori irrazionali di consumo, 26, 50, 100 e 300 grammi: i più forti consumatori veneziani, meno del 2% secondo il COSES, assumono secondo il COSES 11 grammi di vongole al giorno. Hanno utilizzato dei valori di concentrazione massimi, 2,7, 2,87, molto superiori ai dati reali emersi dall’indagine di Berlino. Con questa diapositiva faccio un quadro dei valori di esposizione complessivo. Per Raccanelli 26 grammi, un piatto di pasta al giorno; Zapponi, 50 grammi, 2 piatti di pasta di Raccanelli al giorno; 100 grammi, 4 piatti di pasta di Raccanelli al giorno, terza ipotesi, 300 grammi, 6 piatti di pasta di Raccanelli al giorno. Dai dati reali che emergono dal COSES si vede che un consumatore medio consuma 1,4 grammi al giorno, con un piatto di pasta di Raccanelli ogni 18 giorni, questo in base ai calcoli del COSES. E il forte consumatore arriva a 11 grammi, 3 piatti di pasta di Raccanelli alla settimana. E questi consumi devono essere consumi giornalieri per trent’anni o per tutta la vita. Nel dibattimento di primo grado, la Difesa ha fatto sempre riferimento ai dati reali che emergono dalle indagini del COSES, commissionata dal Comune di Venezia per determinare le abitudini di consumo della popolazione. Gli esperti dell’Accusa Raccanelli e Zapponi hanno inventato delle ipotesi di assunzione, tratte da ricettari o libri di cucina, come diceva il Pubblico Ministero in primo grado. Nei motivi d’appello e nella requisitoria il Pubblico Ministero e il PG hanno indicato dei dati sui consumi di vongole asseritamente tratti da una indagine statistica condotta dall’INN-CA, l’"Unicorno rosso". L’unico studio pubblicato dall’INN-CA, luglio 2001, quindi a dibattimento finito in primo grado, non riporta alcun dato relativo al consumo di vongole. E vediamo adesso brevemente. Il Procuratore Generale si riferisce all’INN-CA e prevede che tutto il prodotto sia consumato solo dal 2,2% della popolazione italiana, prodotto ittico, i veri consumatori medi, che assumerebbero 15 grammi al giorno di vongole, 4 piatti di pasta di Raccanelli alla settimana. I forti consumatori arriverebbero a consumare 75 grammi al giorno, 20 piatti di pasta di Raccanelli alla settimana. Ciò è sbagliato in generale, ma lo è sicuramente per Venezia, poi io nella memoria naturalmente sarò molto più articolato. Perché per Venezia è sicuramente sbagliato? Perché i dati del COSES dicono che il 98% delle famiglie veneziane mangia prodotto ittico, con una forte propensione al consumo di vongole. Come si può sostenere che a Venezia solo il 2% della popolazione mangia vongole? La verità è che qua il Procuratore Generale, utilizzando i dati dell’INN–CA, elimina la stragrande maggioranza dei reali consumatori, che sono i consumatori sporadici, cosiddetti sporadici, quelli che mangiano qualche volta, due o tre volte al mese. E veniamo adesso ai dati utilizzati dall’esperto della Difesa, il professor Pompa, che ha basato tutta la sua indagine utilizzando i dati del COSES. Ci sono due relazioni, come vedete: una prima relazione del 18/4/2001 e l’altra dell’8/5/2001. Nella prima, Pompa tiene conto del valore mediano di tutti i dati presentati dai consulenti dell’Accusa, che sono Sesana, Micheletti, Müller e Raccanelli, prima dell’analisi di Berlino. La concentrazione è di 2,08 picogrammi di prodotto fresco, valore medio dei campioni di Raccanelli, gli unici prima dell’analisi di Berlino ad avere anche i valori dei PCB dioxin-like. Campioni di Berlino, 0,9 picogrammi prodotto fresco, consumi 1,4 grammi/die per il consumatore medio, 11 grammi/die per il forte consumatore, in base ai dati reali del COSES. Se già consideriamo il valore di concentrazione risultante dalle relazioni dei vari esperti dell’Accusa, 1,2 picogrammi, l’esposizione dei consumatori veneziani medi o forti è largamente inferiore al TDI di 1 stabilito dall’OMS WHO, 40 volte per il consumatore medio e cinque volte per il forte consumatore. Questa distanza diventa ancora più ragguardevole se si considera il valore di concentrazione media rilevata a Berlino: 0,9 picogrammi. Molto più di distante, di 400 volte per il consumatore medio e di 50 per il forte consumatore, è il livello NOEL, nessun effetto, pari a 10 picogrammi/die per trent’anni. I dati di consumo utilizzati da Pompa sono quelli contenuti nella tabella 3.1 della relazione COSES e indicano che il consumo medio di tutti i prodotti ittici, tutti, quindi pesci, molluschi, cefalopodi, cozze, vongole e crostacei, degli abitanti del Comune di Venezia è di 71 grammi al giorno peso lordo. Di questi 71 grammi al giorno, solo 10 sono rappresentati da vongole, che sono gli unici molluschi di interesse processuale; gli altri 61 grammi sono dovuti al consumo di altri prodotti ittici. I 10 grammi di vongole consumati giornalmente dal medio consumatore veneziano sono, però, 10 grammi lordi, cioè comprendenti sia la quantità della vongola che viene realmente mangiata, parte edibile, sia la parte del mollusco che viene scartata, il guscio. La reale quantità di vongole che viene consumata si individua attraverso un parametro di resa delle vongole, che consente di calcolare la percentuale edibile della vongola rispetto al peso totale. Pompa ha considerato in modo cautelativo una resa del 14%, che porta ad un consumo reale, quindi con la resa, di 1,4 grammi al giorno, parte edibile, per il medio consumatore veneziano. Come ha fatto a calcolare Pompa i forti consumatori? Dai consumi riportati nell’indagine COSES si vede che una fascia limitata della popolazione veneziana, 2,5%, dichiara un consumo di tutti i prodotti ittici, vongole, cozze, molluschi, cefalopodi, eccetera, di circa 11 chilogrammi al mese, peso lordo. Solo una piccola quota di questi 11 chilogrammi mensili è costituita dalle vongole e il professor Pompa, per calcolarla, ha assunto l’ipotesi più cautelativa, e cioè che le abitudini di consumo di questi forti consumatori siano identiche a quelle degli abitanti dell’Estuario, l’isola in cui si era rifugiato il professor Pulitanò, che sono quelli con la maggiore propensione al consumo di vongole. Dai calcoli svolti da Pompa nella relazione del 18/4 è risultato che un forte consumatore di questo tipo può assumere giornalmente fino a 79 grammi di vongole prodotto lordo. Anche in questo caso, i 79 grammi di vongole consumati giornalmente dal forte consumatore veneziano sono 79 grammi lordi. Applicando il parametro di resa del 14%, si ricava che il consumo reale dei forti consumatori è di 11 grammi al giorno. Cosa sono le rese? Allora, la porzione edibile è data dal mollusco senza guscio. Poiché nella relazione COSES i dati sono espressi come consumi lordi, il professor Pompa ha calcolato, sulla scorta dei dati di letteratura disponibile, i consumi netti, utilizzando per ciascuna categoria una percentuale di resa. Anche queste rese sono state stimate in modo cautelativo: per le vongole Raccanelli in udienza ha indicato una resa del 10%; Pompa ha adottato cautelativamente un valore superiore, del 14%. Dai calcoli è risultato poi il consumo del consumatore medio e del forte consumatore, che vi ho indicato. L’indagine del COSES è una indagine molto importante, si intitola: "Il sistema ittico: produzione lagunare e abitudini di consumo delle famiglie veneziane", ed è stato commissionato dal Comune di Venezia. In questo lavoro sono descritte in dettaglio non solo le medie giornalieri di consumo della popolazione di Venezia, ma anche il consumo relativo alle singole categorie di prodotto ittico, molluschi cefalopodi, vongole, mitili, crostacei, pesci. Inoltre, dai dati di consumo riportati, è possibile individuare anche il consumo dei forti consumatori. Un’analisi così dettagliata sul consumo di pesce è decisamente rara. Eppure, anziché utilizzare i dati di una indagine condotta su 613 famiglie veneziana, l’Accusa, che pure non ha mai contestato i dati del COSES, non l’ha mai fatto, oggi ha scelto di ripiegare su uno studio, quello dell’INN-CA, condotto su 1147 famiglie, ma per tutta l’Italia. Fate il rapporto e vedrete che di queste famiglie solo il 72% ha effettivamente risposto. Vediamo allora adesso quanti sono i piatti di pasta secondo il calcolo del professor Pompa. Sono 1,4 e 11, i grammi. Il medio consumatore veneziano consuma un piatto di pasta di Raccanelli, 26 grammi, ogni 18 giorni, mentre un forte consumatore consuma tre piatti di pasta alla settimana. Partendo da questi consumi reali e dal valore reale di concentrazione ricavato da Berlino, si ricava un’assunzione giornaliera di diossine più PCB pari a 0,018 picogrammi/die per il consumatore medio e di 0,14 picogrammi/die per il forte consumatore. Questi valori sono largamente inferiori al valore NOEL, nessun effetto; era, se vi ricordate, di 10 picogrammi; 555 volte per il consumatore medio, inferiore, e 71 volte per il forte consumatore. Ancora più distanti, ovviamente, i livelli LOAEL. Addirittura i valori reali di esposizione che ho appena indicato sono inferiori da 10 a 100 volte rispetto al TDI più restrittivo, cioè quello di 1 picogrammo fissato dall’OMS nel 1988, il limite inferiore, 1-4 picogrammi. A questo punto voi avete davanti il quadro e a questo punto possiamo capire che cosa ha detto veramente il Tribunale. Il Tribunale innanzitutto richiama l’attenzione sui valori di concentrazione, è quella l’architrave e dice: "Rimane ovviamente escluso che lo stesso mollusco pesce possa dirsi avvelenato o adulterato pericolosamente per la salute umana e allo stesso tempo essere commestibile e liberamente commercializzabile per il consumo umano, giusta la disciplina normativa che fissa i requisiti di qualità, edibilità, del prodotto alimentare". Dopodiché il Tribunale prende di petto anche il tentativo di distogliere l’attenzione da questi dati, questi valori di concentrazione, e dice, con riferimento a tutti i ragionamenti sul TDI: "La dose di assunzione individuale, di esposizione giornaliera, deve essere determinata come prodotto della concentrazione della quantità inquinante nell’alimento per la quantità di quell’alimento assunto giornalmente, sul periodo. Tale grammatica di verifica inerisce alla stessa definizione dei parametri di riferimento nel discorso d’Accusa. A tale grammatica di verifica ineriscono, sia per quanto riguarda la concentrazione che il consumo, dati di concentrazione media e dati di consumo medio sul lungo periodo. Tale grammatica di verifica si trova enunciata nei documenti delle agenzie regolatorie". E ancora... gli errori, gli inganni di Raccanelli e Zapponi: "Non è corretto porre, come Raccanelli pone, che il margine di garanzia inerente al parametro di riferimento utilizzato, possa dirsi eroso dall’assunzione sporadica, occasionale, non di lungo periodo, di un tot grammi di parte edibile di vongole contaminate". Insomma Pulitanò mangia ogni tanto 26 grammi di vongole. "Tale concetto, assunzione sporadica, esula del tutto dai significati attribuibili al parametro di riferimento assunto e dalla grammatica di verifica pertinente. La rappresentazione del dato di pericolo attraverso la formulazione dell’esempio del piatto di spaghetti occasionalmente somministrato all’ideale ,consumatore è un non senso, proprio alla stregua della grammatica di verifica che l’Accusa propone di seguire, perché alla stima dell’esposizione e del TDI di riferimento ineriscono consumi protratti sul lungo periodo". E ancora, sui consumi di Raccanelli e Zapponi: "Gli esperti dell’Accusa hanno utilizzato dati di consumo abnormi. Tali dati di consumo non solo non trovano alcun riscontro in alcuna delle fonti disponibili, ma messi a confronto con le statistiche dei consumi della popolazione veneziana, italiana, europea o extra europea, vale a dire con fonti di sicura affidabilità, preesistenti al processo, indipendenti e comunemente utilizzati per valutazioni del tipo di quelle considerate, rivelano l’errore, che ovviamente determina sovrastime dell’esposizione altrettanto notevoli". E qui ancora il Tribunale, sul valore dirimente degli effetti osservati: "Valga comunque considerare che, indipendentemente dagli errori che viziano le valutazioni tecniche, non appartiene in alcun modo all’orizzonte concettuale dell’Accusa, né a quello dei suoi esperti, l’idea di un confronto tra le classi di esposizione suscettibili di derivare all’ideale consumatore di biotopi provenienti dall’area industriale, con quelle capaci di produrre qualsivoglia minimo effetto indesiderabile per la salute. Si tratta – dice il Tribunale – di un errore di fondo, di un autentico vizio di origine nell’impostazione concettuale dell’Accusa. L’Accusa ha tentato di sperimentare l’ipotesi del confronto tra le esposizioni e i valori soglia o altri parametri previsti dalla disciplina pertinente all’edibilità dei molluschi. In realtà un lieve superamento dei valori–soglia non sarebbe stato comunque sufficiente a fondare giudizi di idoneità a ledere", perché non sarebbe stato sufficiente? Perché l’abbiamo visto con tutto il ragionamento sul carico corporeo, effetti NOEL e LOAEL. "Comunque, nel concreto, il superamento dei valori-soglia non risulta essere provato per alcuna delle sostanze di interesse processuale. Risulta essere provato il contrario". Ho finito con queste cose del diavolo, signor Presidente. Nella memoria, tutto ciò sarà spiegato più analiticamente, ma qui io dovevo trovare il modo per uscire dal sacco, perché i tempi sono stretti e non avevo altro modo per illustrare alla Corte la situazione. A questo punto io vorrei richiamare l’attenzione della Corte sulle sentenze sui pescatori abusivi depositate dal Pubblico Ministero. Abbiamo già visto di che cosa si tratta: qui c’è un processo, sono tre, uno è stato patteggiato e gli altri sono finiti con la condanna, intentati contro quattro poveracci pescatori abusivi, contro i quali il Pubblico Ministero ha schierato i suoi esperti più neutrali, che sono Raccanelli e Zapponi. Abbiamo già visto, Raccanelli e Zapponi si astengono, non dicono al Giudice che i valori di concentrazione rilevati nelle vongole dei pescatori abusivi sono molto inferiori ai valori di 4 picogrammi stabiliti dalla legge europea, non dicono questo, e cercano di fare credere, Raccanelli, che si raggiunge il TDI di 1 picogrammo, il limite più basso di 1-4, e Zapponi di 2 picogrammi stabiliti dalla Commissione Scientifica Europea, ipotizzando anche qua dei consumi abnormi, senza dire che devono essere consumi che devono avvenire tutti i giorni per 365 giorni per trent’anni o tutta la vita. Queste sono le omissioni. Naturalmente i pescatori, questi poveracci, non avevano i soldi per pagare dei propri consulenti che potessero illuminare il Giudice, non ce li avevano e non potevano certamente difendersi da sé, che cosa ne sapeva Schiavon o il Bazzarello dei picogrammi, dei TDI... Erano assolutamente inermi. E il Giudice è così caduto in errore e ha emanato una sentenza di condanna che suscita l’indignazione, ma l’indignazione non per il Giudice, per chi l’ha tratto in errore. Ecco, signori della Corte, io considero molto grave quello che è accaduto, lo considero molto grave proprio perché si tratta di quattro poveracci. Sono sentenze che devono essere eliminate quelle e io mi dichiaro fin d’ora a disposizione di questi poveracci per chiedere la revisione della sentenza e non si può accettare una cosa del genere. Ma il Giudice è chiaramente caduto in errore ed è caduto in errore perché gli esperti più autorevoli, più neutrali del Pubblico Ministero hanno prospettato una situazione diversa da quella reale. E allora, signori della Corte, io chiedo, mi rimetto alla Corte: valuti la Corte se ci siano i presupposti per una trasmissione degli atti alla un Procura della Repubblica. Il tema è nuovissimo, si tratta di stabilire se le deposizioni false per omissioni degli esperti siano equiparabili a quelle dei testimoni. Indagini in Italia non ne sono ancora state fatte, tranne una, che vi dirò...

 

PRESIDENTE – In quale processo, nel nostro?

 

DIFESA – Avv. Stella – No, in quello. ma le sentenze sono state depositate in questo processo, dal Pubblico Ministero. Io mi rimetto alla Corte, io sono di fronte ad una ingiustizia terribile e allora volevo dire, il problema... ed io citavo l’altro giorno questa grande stella guida per tutto il mondo, che è la sentenza Davert americana, dice la sentenza Davert: "Giudici, attenti, voi dovete esercitare sugli esperti un controllo molto maggiore di quello che esercitate sui testi, perché gli esperti vi possono portare a conclusioni più fuorvianti". E allora qui c’è un solo studio che ha affrontato questo problema in Italia, è lo studio di Francesco Centonte, che il mese prossimo diventerà professore a Catania; io lo do alla Corte perché faccia le sue valutazioni, io non mi pronuncio, non mi voglio pronunciare. Quello che dico io, quello che voglio dire è che il popolo, il Procuratore Generale ha detto: "Andiamo incontro al popolo, alla povera gente". Ecco, io non mi proclamo Robin Hood o il Che Guevara dei poveri, ma chi si proclama Difensore del popolo, come fa poi ad andare contro la gente in questo modo? È uno scandalo, signori della Corte, è uno scandalo, ed è per questo che io sottopongo all’attenzione della Corte questo scritto perché faccia le sue valutazioni. Io chiederei cinque minuti di sospensione, perché ho fatto molta fatica.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 10.45.

L’UDIENZA RIPRENDE ALLE ORE 11.20.

 

PRESIDENTE – Prego, ricominciamo.

 

DIFESA – Avv. Stella – Devo finire con l’avvelenamento. Quello sul TDI è stato un tentativo di distogliere l’attenzione - operato dall’Accusa - dal vero problema, che è quello della CL. Non si è riuscita, come abbiamo visto, l’Accusa è stata smascherata. Ma l’Accusa si rendeva ben conto della situazione, e allora che cosa ha fatto? Si è aggrappata a quello a cui poteva aggrapparsi e cioè all’uomo-vongola e agli addotti al DNA. Noi abbiamo visto all’ultima udienza che nel processo di primo grado, la Venier, nel controesame, aveva confermato che gli addotti al DNA trovati nei molluschi erano indice non di danno biologico ma di esposizione e questo controesame resta lì incancellabile, come ho detto l’altra volta. Poi l’Accusa, incurante di tutto, sulla base anche di una memoria poi aggiustata ad hoc dalla Venier, è passata oggi a sostenere che è un vero danno genetico dei molluschi e a questo punto ha fatto un passo più grande della sua gamba, perché ha detto: "Se gli inquinanti determinano un danno genetico nei molluschi, l’uomo, mangiando i molluschi, mangia gli inquinanti e dunque anche l’uomo avrà un danno genetico". Questo è il passaggio. Anzi, più precisamente l’Accusa dice: "Non è impossibile che l’uomo abbia un danno genetico". Il passaggio allora è quello che voi ben capite. Io l’altra volta, all’altra udienza, avevo citato il Consiglio Nazionale delle Ricerche americano il quale, ve lo ricito, dice che: "Gli animali da laboratorio non sono esseri umani - gli animali da laboratorio sono i ratti, i topi, i criceti, eccetera – e questo fatto ovvio costituisce un chiaro svantaggio degli studi sugli animali. Ci sono ragioni, basate sia su principi biologici che su osservazioni empiriche, per supportare l’ipotesi che molte forme di risposta biologica possano essere estrapolate tra mammiferi, compreso l’uomo, ma le basi scientifiche di questa estrapolazione – tra mammiferi – non sono state stabilite con sufficiente rigore" e proseguiva poi il Consiglio Nazionale delle Ricerche dicendo: "La verità è che, quando si fanno queste estrapolazioni, si compiono delle opzioni di default, che sono opzioni utilizzate in assenza di una conoscenza scientifica convincente. Sono approcci generici, basati su giudizi politici che sono applicati quando una informazione scientifica specifica non è disponibile". Questo quando si tratta dell’estrapolazione tra mammiferi, e noi abbiamo visto prima le estrapolazioni per il carico corporeo, dai ratti, dai topi, eccetera. Anche tra i mammiferi le reazioni non sono sempre le stesse, c’è mammifero e mammifero. Tanto per fare un esempio che riguarda questo processo, IARC ‘87, quando parla dei tre tumori diversi dal fegato, al polmone, al sistema linfoproietico, eccetera, rinvia ad una letteratura che io sono andato a compulsare, e da lì io ho accusato di falso oggettivo la IARC, perché non era vero quello che la IARC diceva e cioè che i tumori al polmone si fossero verificati, fossero stati riscontrati negli animali da esperimento. Nella letteratura che viene citata dalla IARC si trova che i tumori ai polmoni non sono riscontrati nei criceti e nei ratti; sono riscontrati solo nei topi, che sono geneticamente predisposti. Questo sta ad indicare una chiarissima diversità tra specie, nelle reazioni. Quindi il problema: già è difficile l’estrapolazione tra mammifero, tra animale e uomo, per i mammiferi per le ragioni indicate dal Consiglio Nazionale per le Ricerche; già ci sono reazioni diverse tra specie di mammiferi; ma se passiamo poi dai mammiferi ai molluschi, noi ci troviamo di fronte veramente ad una realtà in cui pensare a delle estrapolazioni è davvero molto difficile, perché i molluschi sono evolutivamente molto distanti dai mammiferi, sono invertebrati che non hanno tessuti od organi paragonabili a quello dei mammiferi, per struttura e organizzazione, non hanno testa o gambe o polmoni o reni o pelle o fegato o cuore o scheletro. Come si fa allora a dire che le reazioni che hanno i molluschi sono reazioni che non è impossibile che abbia anche l’uomo? Devo dire un po’ scherzosamente, il Procuratore Generale ha parlato qui, ha detto: "Attenzione, qui è in discussione addirittura la collettività umana, il rischio per la collettività umana e per le generazioni future e ce lo dice una legge biologica". Ora, signor Procuratore Generale, io penso che bisogna avvertire la Comunità Scientifica mondiale che esiste una legge biologica e questa è una grande scoperta, la Comunità Scientifica è fatta di milioni di scienziati nel mondo, è ignara, non lo sa, bisogna avvertirla che la razza umana corre un grande pericolo perché sono stati riscontrati degli addotti al DNA nei molluschi, bisogna avvertirla. Io vedo già titoli dei giornali: "Scoperta scientifica della Procura Generale di Venezia: legge biologica non conosciuta". La verità è che voi avete visto quanta cura hanno le agenzie internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e come la Commissione Scientifica degli Alimenti Europea; non sono costituite, queste organizzazioni, da un branco di incompetenti. Hanno analizzato, si sono preoccupate perfino della distanza tra l’ano e l’apparato urogenitale nei ratti, capito? Hanno esaminato proprio tutto. E vogliamo pensare che gli è sfuggito questo aspetto? Che non hanno considerato gli addotti al DNA? Ma stiamo scherzando? Queste Agenzie internazionali sono lì apposta, ma tutte, compresa l’EPA. Se c’è un pericolo per l’uomo, viene segnalato, invece nulla, non c’è nulla. È per questo che dico che la legge biologica del Procuratore Generale è una legge nuova. E a questo punto, sa, io penso che sia inutile che mi addentri ulteriormente nell’argomento. Non esiste nessuna legge, nessuno studio che ci dica: attenzione, nell’uomo c’è questo pericolo negli addotti. Non solo, ma non esiste a Venezia, nessuno ha misurato gli addotti al DNA in coloro che mangiano le vongole con i relativi inquinanti, nessuno sa. Come possiamo noi sostenere che qua c’è un pericolo per la salute pubblica se nessuno l’ha mai misurato? E aggiungiamo poi questo: la Venier aveva parlato di esposizione ad IPA, PCB ed esaclorobenzene; oggi l’avvocato Partesotti aggiunge anche le diossine. Ma la Venier aveva avuto cura di precisare che l’esposizione rilevante era quella ad inquinanti cancerogeni genotossici e allora qui io rinvio di nuovo a tutti rilievi di Zucchetti e soprattutto di Dragani sulle distanze di milioni di volte tra ciò che si osserva in un mammifero com’è il ratto, il topo, il criceto, e l’uomo. Figuriamoci per un mollusco! Questo per tacere del fatto che né le diossine presenti a Porto Marghera, né l’esaclorobenzene, né i PCB sono genotossici. Restano solo gli IPA, resta il benzopirene, ma io ricordo quello che dicevano Simonato, Vineis, Tomato e Zapponi nella loro relazione: "Anche ipotizzando abnormi consumi di solo pesce nella laguna per tutta la vita, la sola stima di benzopirene sarebbe pari al 5% dei valori che l’OMS considera accettabili". Questo è il quadro complessivo. Dopodiché l’Accusa si rende ben conto di questa realtà, il Procuratore Generale dice che c’è una legge biologica, ma la conclusione è che non è impossibile che questo pericolo si verifichi per l’uomo, non è impossibile. Allora io chiedo alla Corte: ma voi avete mai sentito una formula del genere? Sa, usare l’espressione "non è impossibile" è una espressione vacua, se con questo si vuole sostenere che la possibilità di un certo evento è compatibile con le leggi di natura; vi è un grandissimo numero di eventi che è compatibile con le leggi di natura, ma qui non c’è neppure questa compatibilità, si va oltre questa vacuità, perché? Perché abbiamo tutti gli studi delle Agenzie che hanno analizzato tutti gli effetti e non hanno mai parlato, non hanno mai ravvisato un pericolo in questo. Quindi che nella sostanza escludono anche la non impossibilità. Ed io, a questo punto, sull’uomo-vongola vorrei finire ricordando che le Sezioni Unite, nella nota sentenza Franzese, sono molto dure con i Giudici che prendono in considerazione il "forse". Dicono le Sezioni Unite: "Non possiamo condannare pensando che forse succede così". Quindi tutte le sentenze che si basano sul "forse" sono sentenze illegittime sotto il profilo della violazione dei grandi principi costituzionali. Ma qui, nel nostro caso, non possiamo neppure dire "forse succede così", quindi andiamo molto al di là dell’espressione presa di mira dalle Sezioni Unite, non possiamo dirlo, non abbiamo elementi per dire che forse succede così. Ecco l’estremo tentativo fatto dall’Accusa di aggrapparsi a qualcosa per sostenere la tesi dell’avvelenamento. Il quadro complessivo mi sembra devastante per l’Accusa e, se ritorniamo all’origine, la devastazione, come ricordavo all’ultima udienza, per l’Accusa è iniziata per mano degli esperti dell’Accusa più autorevoli; Sesana, Baldassarre e compagni, che puntavano il dito sulla circostanza del mancato superamento dei valori di concentrazione stabiliti dalla legge per la edibilità e sulla normalità di tutti gli altri inquinanti e così io ho finito con l’avvelenamento. Presenterò una memoria in cui esaminerò anche aspetti che forse non ho esaminato in questa mia discussione, ed ora vorrei cominciare con l’adulterazione. Anche qui, due parole su quello che è accaduto nell’istruttoria dibattimentale, perché io questo lo considero indispensabile per capire di che cosa stiamo parlando oggi. Anche per l’adulterazione, il disinteresse del Pubblico Ministero, dell’Accusa per le premesse giuridiche è assoluto, questa è una costante per tutti i reati contestati. E anche qui, dunque, gli esperti dell’Accusa sono rimasti privi di guida e sono andati alla cieca. Bisognerà attendere la fine del processo per capire il significato che il Pubblico Ministero attribuisce alla sua accusa. Nella replica alla mia discussione del 10 ottobre 2001, il Pubblico Ministero dirà che: "E’ sufficiente la potenziale attingibilità e utilizzabilità. La giurisprudenza è chiara e pacifica sul punto, ne riparlerà anche l’Avvocato dello Stato". L’Avvocato dello Stato dal canto suo, nell’udienza del 10 ottobre, sempre di replica, citerà la sentenza della Cassazione del 12 luglio ‘97 che voi ben conoscete per sostenere che: "E’ sufficiente la potenziale attingibilità e utilizzabilità dell’acqua, pure in assenza di una qualsiasi opera per la sua diretta o indiretta destinazione al consumo". E solo nei motivi, il Pubblico Ministero preciserà che: "L’articolo 440 sanziona il degrado dell’acqua provocato da componenti privi di quella elevata tossicità che li rende veleno". In questa situazione l’Accusa si era trovata di nuovo in una situazione per lei agghiacciante, tanto più che la Difesa non era rimasta con le mani in mano, la Difesa, che ben conosceva la sentenza del ‘97, aveva istruito i suoi esperti e indirizzato le loro ricerche e l’esperto geologo professor Francani aveva fatto una relazione ed era stato sentito in più udienze senza essere controesaminato dall’Accusa. Che cosa era risultato dalle indagini di Francani? Era risultata: "L’impossibilità di sfruttare idrologicamente le falde superficiali"; qui, per false superficiali, va intesa la prima falda, il Pubblico Ministero la confonde spesso con le acque di impregnazione. Quella non è la prima falda; la prima falda è quella che va oltre il caranto. Ricavando dalla relazione Acquater, che è una società specializzata che fa queste indagini, tutti atti al processo: "Durante le prove di emungimento dell’acqua nella prima falda, si è notato che con portata di soli litri 0,14/secondo il piezometro si vuota", il che vuol dire che l’acqua è tirata su e poi si vuota, cade giù, non è possibile tirarla fuori. Questa impossibilità idraulica di estrarre l’acqua e quindi di renderla potenzialmente attingibile, è confermata anche da un teste importante dell’Accusa, che è il dottor Chiozzotto, il quale dice in udienza che la falda entro 30 metri di profondità "se io la guardo dal punto di vista idraulico esclusivamente, potrei dire che è carente, ha scarsa importanza, è come un torrentello che dal punto di vista delle acque che porta io potrei dire che non mi interessa più di tanto". Ma poi è confermato anche questo dato della impossibilità idraulica, dall’analisi di rischio sull’area 43 ettari, che è stata fatta proprio dall’esperto dell’Accusa ingegner Carrara. Dice: "Dato lo scarso interesse che rivestono le falde più superficiali in scala provinciale, non si fa riferimento ai dati di bibliografia, praticamente inesistenti", ecco, dato lo scarso interesse, riassumeva così la situazione l’ingegnere Carrara. Ma Francani era andato oltre, perché c’è uno sbarramento codicistico che il Procuratore Generale non ha considerato, sul quale tornerò, ed è la destinazione dell’acqua all’alimentazione. "Il fattore saliente – dice Francani – della struttura idrogeologica locale è individuabile nella miscelazione delle acque salate di provenienza marina con le acque continentali delle falde, fino a 30 metri di profondità. Si nota in particolare dalle cartografie esistenti – attenzione qui perché poi su questo dovrò tornare – che il tenore di cloruri caratteristico delle acque marine, superiore ai 10 grammi/litro – il sale quindi è superiore a 10 grammi /litro – si trovano nei piezometri che attraversano la prima falda in tutto il Petrolchimico. L’influenza dell’acqua marina si estendeva anche all’immediato retroterra, come testimonia l’attuale estensione dell’area invasa dalle acque salmastre. Nella seconda falda abbiamo una salinità sempre paragonabile a quella delle acque marine e il tenore dei cloruri – ecco la conclusione – è tale da escludere la possibilità dell’impiego irriguo ed agricolo", quindi non solo è ovvio che il 440 non si riferisce solo alle acque potabili, vi è esclusa la salinità, esclusa perfino la possibilità dell’impiego irriguo. E poi Francani aggiungeva un’altra circostanza, quella relativa alla subsidenza, e per i pozzi ha una grossa importanza: "Con ordinanza del Genio Civile del 30 aprile ‘64 proibiva l’estrazione di acque nelle zone industriali costiere, tra le quali quella di Porto Marghera, alla quale soprattutto era fatta risalire la causa degli abbassamenti del suolo", ma diciamo che questo è un rilievo secondario. I due rilievi che contano, sono quelli relativi alla non estraibilità idraulica e alla salinità delle acque. Questo per quello che riguarda le falde interne al Petrolchimico perché, e lo vedremo meglio più in là, all’interno del Petrolchimico c’erano stati sì dei pozzi, che pescavano però a profondità superiore ai 90 metri, cioè in falde incontaminate, e che sono state chiuse negli anni ’60 proprio per l’ordinanza del Genio Civile, quindi non esistono più pozzi all’interno del Petrolchimico e all’interno del Petrolchimico c’è la impossibilità idraulica e c’è la salinità delle acque. E all’esterno? E qui io vi riassumo: gli inquinanti non possono risalire il senso di moto della falda, che è dall’entroterra verso il mare; cioè l’acqua non può risalire verso l’entroterra, verso nord. Lateralmente al Petrolchimico si hanno i canali industriali, che costituiscono un limite invalicabile per le acque della falda del Petrolchimico; ecco, questa distinzione tra aree interne e aree esterne al Petrolchimico sarà molto rilevante nel corso della mia discussione, ci tornerò. In primo grado che cosa fa l’Accusa di fronte a queste affermazioni del professor Francani? Fa il controesame del professor Francani? No. Fa delle contestazioni al teste Chiozzotto? No. Fa delle contestazioni all’ingegnere Carrara? No. Deposita soltanto una relazione del professor Nosengo, di cui parlerò. Poi c’è un aspetto sul quale vorrei richiamare l’attenzione della Corte: io, essendo abituato anche a considerare a fondo il profilo giuridico, devo dire che l’Accusa non ha fatto riferimento ad un dato molto importante, e cioè alle condotte di frode. Vedete, io vi sto parlando qui di una interpretazione assolutamente pacifica: l’articolo 440 è inserito nel Titolo Sesto del libro secondo che è intitolato: "Dei delitti di comune pericolo mediante frode", "mediante frode", questa è la caratteristica che li accomuna. E la dottrina è pacifica sul punto: proprio basandosi sull’articolo 440, definita norma chiave, la dottrina che io cito qua nella mia memoria, pone proprio l’accento su questo. Vi cito per tutti Bricoli, ma vedetevi anche i commentari più recenti: "L’adulterazione presuppone un prodotto genuino, composto cioè dagli ingredienti che gli sono normalmente e naturalmente necessari. Adulterare, significa perciò peggiorare o deteriore lo stato del prodotto tramite l’aggiunta o la sottrazione di elementi e in modo tale da dissimulare il deterioramento stesso", è il vino adulterato, noi diciamo: "Questo vino è adulterato", viene fatto passare per vino. E anche il concetto è intuitivo, proprio, di adulterazione. Dice Bricoli: "Non c’è dubbio che anche il corrompimento deve essere operato in modo tale da occultare agli occhi del pubblico il vizio della sostanza". E aggiunge Bricoli: "Quando la pericolosità della sostanza sia nota a tutti, viene ad escludersi la stessa contraffazione e adulterazione nel suo contenuto essenzialmente fraudolento" e su questo, adulterazione, corrompimento, contraffazione, è concorde tutta la dottrina precedente a Bricoli, a Manzini, e tutta quella successiva. Io capisco, il Tribunale dirà: "Ma io non mi sto qui ad occupare dei problemi giuridici, vado diritto al sodo e cerco di capire se c’è la potenziale attingibilità". Io penso che sarebbe importante che questa Corte si pronunciasse anche su questo profilo, perché è chiaro che qui l’Accusa non poteva richiamare queste definizioni, perché richiamarle sarebbe equivalso ad un suicidio processuale, perché voglio vedere qui la dimostrazione che qualcuno ha cercato di fare apparire genuine le acque di falda che tutti sanno che sono profondamente inquinate. Dove sta questa condotta fraudolenta? Io capisco il Tribunale, che non ha voluto... lo dice chiaramente: "Io non voglio affrontare questi argomenti", perché il Tribunale ha voluto andare a vedere se c’era lo scheletro nell’armadio, se cioè nella sostanza le acque fossero state potenzialmente attingibili e destinate alla alimentazione o no e poi avrebbe affrontato anche questo problema; non l’ha affrontato perché il problema è risolto in radice dagli altri argomenti, però il problema esiste. Chi ha cercato di fare apparire genuine le acque di falda? Tirando le somme, siamo alle solite: in un processo di natura antagonistica il Pubblico Ministero, l’Accusa, diciamo, non ha rispettato le regole consuete, normali, non ha controesaminato Francani e i testi. Ma questo, in fondo, era nei programmi dell’Accusa, perché anche per l’adulterazione vale quello... Il Pubblico Ministero aveva detto: "Per l’avvelenamento e l’adulterazione, valuterà il Tribunale se sussistono o se, invece, c’è la possibilità di passare ad una derubricazione di un più lieve reato contravvenzionale". Questo nella motivazione di rinvio a giudizio. Quindi l’Accusa sapeva benissimo di non avere in mano delle carte e il suo atteggiamento processuale è stato conseguente: sapeva bene che non aveva in mano delle carte e non se l’è sentita di controesaminare Francani. Vedete, il Tribunale dice testualmente: "Al di là di ogni ragione critica dell’impostazione concettuale soggiacente all’imputazione". Vuol dire: non sto qui ad affrontare la definizione dell’adulterazione come condotta di falso. Ha rimesso ugualmente a posto i mobili nella stanza. Vi cito solo qualche punto saliente, perché poi nella memoria è riportato tutto il passo del Tribunale relativo: "Le prove di portata espletate hanno dimostrato che con portate modestissime, dell’ordine di 0,1 litri/secondo, in tempi brevissimi, dell’ordine di secondi, pescando in prima falda i pozzetti si prosciugano", quindi non sono estraibili. "Non sono sfruttabili dal punto di vista idraulico a causa del ridotto spessore degli acquiferi, che non permettono di estrarre portate utili per un uso antropico potabile, agricolo o irriguo. Nell’area di insediamento del Petrolchimico – dice il Tribunale – c’erano 16 pozzi, cinque attingevano tra i 90 e i 115 metri di profondità, 5 a circa 230 metri, altri 5 tra i 270 e i 280 metri e uno oltre i 300 metri e questi sono stati chiusi negli anni ‘60". Poi dice: "Non possono essere considerate le acque di falda destinate all’alimentazione. Infatti sono tutte contaminate da cloruri la cui alta concentrazione è dovuta all’intrusione di acqua marina. Il contenuto fondamentale della struttura idrogeologica locale è individuabile nella miscelazione delle acque salate di provenienza marina con le acque continentali delle falde fino a 30 metri di profondità. L’evidenza probatoria dimostra che l’utilizzo delle falde entro i primi 30 metri di profondità non è in nessun modo ipotizzabile". E così il Tribunale ha cominciato a mettere a posto i mobili nella stanza. E il Tribunale presta molta attenzione alla distinzione tra aree interne allo stabilimento ed aree esterne e dice: "La falda è in realtà orientata a scendere verso la costa e avendo accesso entro la penisola ove trova sede il plesso industriale, declina verso i canali Malamocco, Industriale Sud e Industriale Ovest. Per questa ragione i livelli piezometrici sono più elevati nella parte interna della penisola, dove permane una dorsale che la percorre in tutta la sua lunghezza, perciò il moto delle acque sotterranee risulta essere orientato verso la laguna, non in senso opposto". Anche lateralmente al Petrolchimico, un limite invalicabile per il Tribunale è costituito dai canali industriali. Si è molto parlato di trasferimento orizzontale della falda, io ne parlerò, trasferimento orizzontale e verso i canali della laguna, non verso l’entroterra. "E allora – dice il Tribunale in tema di contaminazione delle falde acquifere sottostanti le cosiddette discariche esterne, esterne al Petrolchimico – per 13 discariche mancano completamente i dati. Quanto alle rimanenti aree di discarica, mancano comunque dati pertinenti allo stato delle falde acquifere, risultando essere unicamente inquinate le acque di superficie, vale a dire le acque di impregnazione, salvo tre casi. Il Tribunale osserva che, riscontrata la contaminazione della prima falda in soli tre casi ad opera delle discariche esterne, manca del tutto la prova del trasferimento in senso orizzontale, cioè verso monte, degli inquinanti, e manca la prova del trasferimento della contaminazione dal sito della discarica – delle tre discariche – agli ambiti limitrofi", manca del tutto prova. Il Pubblico Ministero aveva prodotto 547 moduli di autodenuncia dei prodotti: "Manca del tutto la prova della contaminazione delle acque di falda cui attengono i pozzi di cui ai 547 moduli di autodenuncia", manca la prova. "Quindi – conclude il Tribunale – neanche in fatto trova fondamento l’ipotesi accusatoria dell’adulterazione". Questa è l’istruttoria dibattimentale con la sentenza del Tribunale. Passiamo adesso a vedere i motivi e la requisitoria del Procuratore Generale. Devo dire subito una cosa: che il Procuratore Generale ha fatto una affermazione semplicemente non vera, e che cioè la sentenza del ’97 sarebbe una sentenza abrogatrice dell’articolo 440, questa è la sostanza, perché starebbe ad indicare che destinate all’alimentazione devono essere solo le sostanze e non le acque. Io non credevo alle mie orecchie perché mi sembra impossibile; è vero che viviamo in tempi disperati, ma che la Cassazione arrivi addirittura ad eliminare uno sbarramento codicistico così preciso, così fondamentale... e infatti non lo fa, la Corte. Cosa dice la Corte? Qui... io non so, perché si trova di solito la massima, io l’ho mandata a prendere a Roma questa qui, magari la consegno alla Corte così, se non ce l’ha... Dice: "L’uso effettivo delle acque non è necessario - e siamo tutti d’accordo – e tanto meno occorre che ne sia derivato un danno attuale", d’accordissimo. "Di conseguenza – dice la Corte – non è richiesta una qualche forma diretta o indiretta di opera per la destinazione al consumo umano, ma è sufficiente la potenziale attingibilità e utilizzabilità". D’accordissimo, ma con questo la Corte non taglia mica fuori la destinazione all’alimentazione; la potenziale utilizzabilità è proprio in funzione della destinazione all’alimentazione, tanto è vero che alla fine della sentenza dice la Cassazione: "La protezione del valore alimentare – alimentare – anche futuro delle acque di falda potenzialmente raggiungibile con le moderne tecnologie, deve essere assicurato in loco da ogni forma arbitrale di corrompimento o adulterazione". Vedete, la protezione del valore alimentare, cioè la destinazione alimentazione non è affatto esclusa, come vorrebbe il Procuratore Generale, da questa sentenza, né da altre sentenze. Io non penso che un Giudice possa pervenire addirittura ad una interpretazione abrogativa dell’articolo 440. La potenziale attingibilità è in funzione della destinazione all’alimentazione, questo è il concetto espresso dalla Corte Suprema in quella tanto richiamata sentenza. Del resto non poteva essere che così. Qui viviamo in Europa e, come sappiamo, ci sono le direttive comunitarie. Sapete cosa dice la direttiva CEE del ’98?Parla di qualità delle acque destinate al consumo umano: "Acque destinate al consumo umano sono le acque destinate ad uso potabile, culinario o per la preparazione dei cibi o per altri usi domestici - può essere l’uso irriguo, l’uso irriguo, eccetera – a prescindere dal fatto che siano fornite tramite una rete di distribuzione, eccetera". Ma vedete, sono sempre acque destinate all’alimentazione. E la comunicazione della commissione relativa alla politica comunitaria del ’96, precisa che: "Per acque destinate al consumo, si intendono tutte le acque utilizzate a tale fine allo stato in cui si trovino". L’acqua è una risorsa che può essere oggettivamente destinata all’alimentazione, nello stato in cui si trova, oppure lo può essere per destinazione dell’uomo, non si scappa, ed è in funzione di questa destinazione che viene stabilito dalla Cassazione il requisito della potenziale attingibilità. Ma c’è un’altra cosa, e qui sempre con le norme, mi dispiace ma questo è un processo penale: l’Accusa, nei motivi e nella requisitoria, non fa cenno - se non nel modo che vedremo, parlando dei latticini, dell’ufficiale sanitario, eccetera, ma lo vedremo più in là – a quello che è un requisito assolutamente indiscusso e indiscutibile nella fattispecie prevista dall’art. 440, il pericolo per la salute pubblica, il pericolo concreto. Dice: "Rendendola pericolosa per la salute pubblica". Non è una bazzecola, il richiamo alla pericolosità per la salute pubblica. Guardate che qua siamo al cuore del problema, diciamo al cuore del problema del diritto penale moderno. Il nostro diritto penale è impostato da sempre sullo schema classico del diritto penale d’evento; poi i penalisti hanno precisato, ahimè, quando mai ho portato io nel 1973 in Italia la nozione di "bene giuridico", è una nozione che ormai non serve più a niente, comunque... sono tutti peccati miei originali che sconterò, spero non in questa vita. Il riferimento al bene giuridico è fondamentale da questo punto di vista. Diritto penale d’evento vuol dire in sostanza che è impostato sulla lesione di un bene giuridico o sulla messa in pericolo di un bene giuridico, messa in pericolo concreta, per questo che i reati di pericolo astratto sono lì lì, io li ho definiti – riprendendo dalla dottrina tedesca – dei figliastri della dogmatica penale, che sono come la talpa telematica che è sempre lì, forse mi sembra di averlo già fatto l’esempio, o no? La talpa telematica è quella che si muove sempre ed è sempre più esausta, perché ha bisogno di ricaricarsi, finché non trova una presa che le consente di ricaricare, deve andare cerca di un’altra presa che la ricarichi. Io ho studiato i tedeschi, la letteratura, dall’800 sono alla ricerca di una legittimazione dei reati di pericolo astratto e non sono riusciti a trovarla. Oggi non si è ancora capito quale sia la legittimazione dei reati di pericolo astratti. Per i reati di pericolo d’evento la questione è diversa, perché c’è una minaccia concreta ad un bene giuridico. Bene, tutta la discussione odierna si basa su questo punto: nella Conferenza di Basilea, famosissima del 1993 il tedesco (Strapenberg), è un grande giurista, uno che io amo moltissimo, ha posto il dito sulla piaga e ha detto: "Oggi non possiamo più limitarci a queste forme di tutela perché tutte fanno riferimento al concetto di bene giuridico. I reati di pericolo fanno riferimento anch’essi al bene giuridico, cioè pericolo delle bene giuridico. Dobbiamo emanciparci dall’idea della protezione del bene giuridico e imboccare la strada delle norme che assicurano il controllo del comportamento". È la strada, per intenderci, dei limiti di soglia. Avete visto, i limiti di soglia sono ipercautelativi, hanno un fattore di sicurezza sempre 10, 100, anche 1000, e sono quindi svincolati dall’idea di un pericolo concreto. Dice (Stratenberg): "Imbocchiamo questa strada". Ma noi qui – mi scuso per questa digressione ma io volevo richiamare con forza l’attenzione su questo punto – noi qua, con l’articolo 440 siamo ancora nel campo centrale, tradizionale del diritto penale, che esige un pericolo concreto alla concreta lesione di un bene giuridico, questo è il punto; non possiamo trascurare un requisito di fattispecie così importante. E allora io vi chiedo, signori della Corte: dov’è la dimostrazione del pericolo concreto per la salute pubblica, che provenga dalle acque di falda? Guardate, alla fine – lo dirò – il Pubblico Ministero si riduce a invocare gli obiettivi generali preventivi del diritto penale. Dice: "Ma non guardate tanto per il sottile, qui dobbiamo raggiungere dei risultati, quindi dobbiamo applicare la norma, anche se la norma ci va molto stretta". Così dirà il Pubblico Ministero e poi lo vedremo quando sarà il momento. In questa situazione, quindi, abbiamo visto qual è il panorama e diciamo che l’Accusa non ha dato nessuna dimostrazione. L’appello che viene fatto qui ai Giudici, anche dall’Avvocato dello Stato, è l’appello all’autoritas del Giudice: "Voi siete liberi di decidere – questo è, in sostanza – e quindi decidete a favore dell’Accusa, non state lì a vedere e a ragionare sulla base della scienza, la scienza è quella che è, ma voi siete liberi, potete anche giudicare senza la scienza". Questo è l’appello definitivo che fa l’Accusa, che dimostra però quanto sia ridotta male l’Accusa e vediamone i motivi. Il Pubblico Ministero - io qui mi limito a parlare solo dei punti salienti, gli altri li troverete trattati nella memoria scritta – cerca di replicare sul punto delle acque salmastre. Qui siamo di nuovo a ricorso del metodo del "fai da te", perché non l’ha detto in controesame, lo tira fuori adesso questo argomento. Bene, dice il Pubblico Ministero: "L’uomo può bere senza danno acque salate fino a 2500 milligrammi/litro e le piante tollerano sali fino a 900 milligrammi/litro e certe colture possono essere irrigate con acque contenenti fino a 3.500 milligrammi/litro". Qui il Pubblico Ministero si è dimenticato di trasformare i milligrammi in grammi; se l’avesse fatto, avrebbe dovuto dire che l’uomo può bere fino a 2,5 grammi/litro, 0,9 sono i grammi litro tollerabili dalle piante e 3,5 i grammi con cui possono essere irrigate certe colture. Questi grammi/litro non c’entrano nulla con le acque salmastre delle falde, perché in queste il tenore dei cloruri – cosa che non è mai stata smentita da nessuno né contestata da nessuno – è superiore ai 10 grammi/litro, quindi quattro volte superiore per l’uomo, più di 10 superiore per le piante, circa 3 volte per certe colture. Quindi con il calcolo fatto dal Pubblico Ministero, non ci siamo proprio. Poi – accenno solo agli argomenti principali – dice il Pubblico Ministero, utilizzando la relazione di Nosengo, che i piezometri utilizzati da Acquater per misurare la impermeabilità del caranto, la estraibilità, eccetera, sono troppo poco, dovevano essere molto di più. Solo che, anche qua, il Pubblico Ministero dimentica che agli atti c’è il database fornito da Enichem, che riunisce tutte le informazioni sui sondaggi eseguite fino al 2000; da questo database risulta che i sondaggi ammontano a più di 800, di cui più di 300 attrezzati a piezometri, 300 piezometri. Altro che troppo poco! Pensate, solo per avere un termine di paragone, che nella discarica Pili, la società specializzata ha compiuto 6 sondaggi portandosi fino ad una profondità massima di 12 metri. Questi dati, che sono poi dati per buoni per tutti i provvedimenti che sono stati adottati, non sono mai stati messi in discussione da nessuno. Quindi, area Pili, che non è di Enichem, 6 sondaggi, 300 i sondaggi eseguiti da Enichem. Altro che troppo poco! Nosengo semplicemente si era dimenticato di guardare il database dell’Enichem. Un altro cavallo di battaglia del Pubblico Ministero, e il Pubblico Ministero si trova molto in difficoltà, perché non solo le indagini eseguite dal Corpo Forestale dello Stato hanno dimostrato che i quattro pozzi esaminati non erano contaminati, ma si trova in difficoltà proprio di fronte alla dimostrazione che di inquinamento non si può proprio parlare perché l’acqua di falda non va verso monte, ma va verso la costa. Allora dice: "Eh, ma voi non avete tenuto conto di quello che dice Nosengo sul moto centrifugo della falda". Questo tema è stato lungamente trattato nel corso del processo ed è stato illustrato al Tribunale da Francani, sia nella deposizione che nella relazione. Di andamento centrifugo non ha senso parlare in rapporto alle acque di impregnazione, che sono assolutamente stagnanti e non si muovono. Per la prima falda: allora, qui c’è il problema dell’alto piezometrico. L’alto piezometrico è come un cucuzzolo, dove si fanno i piezometri si forma un cucuzzolo e, se viene su l’acqua, viene su e va in tutte le direzioni, va anche verso monte. Ma è chiaro che, pensate ad un cocuzzolo in cui sgorga l’acqua e poi, quando arriva in piano, l’acqua che va giù non va in su, torna in giù anche lei. Quindi il riferimento all’alto piezometrico che può avere un fenomeno di rigurgito, così lo chiama, può averlo, se ce l’ha... Ecco che cosa diceva Francani, evidenziandolo in una figura, lo troverete nella relazione: "La presenza di alti piezometrici non comporta affatto un andamento centrifugo della falda ma può determinare al più una minima alterazione locale rispetto alla direzione di flusso regionale della falda, che però prende inevitabilmente il sopravvento anche per effetto dell’immediata azione di richiamo dei canali che di fatto drenano l’acqua derivante dall’alto piezometrico". In sostanza c’è la possibilità che l’acqua vada verso monte per qualche metro e poi torni a valle. Questa è la sostanza dell’alto piezometrico. Devo fare poi un cenno alla tesi sostenuta dal Pubblico Ministero che, parlando dell’adulterazione, ci butta lì l’idea che in un caso dovremmo parlare di avvelenamento anziché adulterazione, in relazione alle concentrazioni di arsenico, dicloroetano e diossine che sarebbero state rilevate presso piezometri in prossimità del Petrolchimico, arsenico documentato a livelli elevati e dicloroetano lo stesso. Intanto ricordo alla Corte che per il DM del ’99, l’arsenico non fa parte della produzione del Petrolchimico, ve la leggo. E qui è interessante: "L’arsenico, per il quale varrebbero le medesime considerazioni fatte per il cadmio, che non sembrerebbe trovare impiego nelle industrie... Le analisi chimiche effettuate sugli scarichi dal Magistrato alle Acque confermano l’assenza di questo inquinante" - questo per il cadmio - Stessa cosa vale per l’arsenico, salvo per il fatto che in questo caso potrebbero essere le vetrerie di Venezia ad essere responsabili di questa tipologia di inquinamento in quanto l’arsenico è utilizzato eccetera.... Un’altra possibile fonte di inquinamento, ma che in ogni caso non riguarderebbe la zona industriale, potrebbe essere data da un impiego di acido, arsenico, di arsenicali di calcio e di sodio in agricoltura, come insetticidi, eccetera". Questo è il DM ’99. Ma contro questi argomenti, è sufficiente ripetere quanto, senza scendere ad ulteriori contestazioni, che qui non il tempo di fare, quando ho detto sulla non estraibilità, non attingibilità e non destinazione delle acque all’alimentazione, vale per tutte le sostanze e quindi anche per l’arsenico e dicloretano. E per le diossine c’è una segnalazione divertente da fare. Alcuni dati riportati dal Pubblico Ministero, si riferiscono alle acque di impregnazione che sono stagnanti; quanto ai piezometri di prima falda considerati dal Pubblico Ministero, essi hanno valori inferiori al limite di 4 picogrammi, che ormai lo sappiamo tutti a memoria, fa eccezione per pochissimo solo il piezometro numero 28 – 94, 4,6 picogrammi/litro, situato oltre 200 metri dalla darsena. Siamo molto al di sotto però della Svezia. Un lieve superamento del limite dei 4 picogrammi per le diossine. Quello che io volevo affrontare, che si lega a quello che dirò domani, è che l’Accusa non ha considerato né in primo grado, né in appello, né nella requisitoria, il problema della estraneità di Enichem all’inquinamento delle falde. Allora qui io ho riportato nella mia memoria, indicando tutte le fonti che sono agli atti, da cui ho attinto i dati, gli inquinanti che provengono dall’imbonimento fatto nella seconda zona industriale con i rifiuti della prima e gli inquinanti che derivano dalle discariche alla cui alimentazione Enichem è sempre stata estranea. Ecco gli inquinanti che derivano dall’imbonimento: alluminio, arsenico, cadmio, mercurio, nichel, rame, zinco, IPA. Ed ecco gli inquinanti che sono contenuti nelle discariche interne: metalli, IPA, solventi clorurati, solventi aromatici, PCB e diossine e furani. Nelle discariche esterne: metalli, IPA, solventi clorurati, ceneri di pirite, contaminanti radioattivi nella discarica Pili. Qui io ho fatto un prospetto che distingue le acque di impregnazione dalle acque di prima falda e vi troverete che tutte le falde sono inquinate o da inquinanti provenienti dall’imbonimento, non le leggo perché le troverete nella memoria, o da inquinanti provenienti dalle discariche esterne. È importante questa lettura, perché mette in luce la assoluta estraneità di Enichem all’inquinamento delle falde. Poi domani vedremo il problema della messa in sicurezza, lo esamineremo domani, ma ve lo segnalo fin d’ora: quando si parla di inquinamento delle falde, è un inquinamento proveniente dall’imbonimento o dalle discariche, con cui Enichem non c’entra nulla. Finisco per farvi un accenno alle idee... va beh, salto le affermazioni del Pubblico Ministero sulle funzioni generali preventive della pena, ve le risparmio. E invece vi parlo dei tentativi del Pubblico Ministero di sottrarsi alla scienza, ma anche dell’avvocato dello Stato, e dicono: "Ma non c’è mica bisogno della scienza; pensate al (DES) in America". Già, pensiamo al (DES), anabolizzante. Certo, effetti cancerogeni. Eh, ma proprio il (DES) sta a dimostrare una cosa: le Corti americane non hanno mai concesso un risarcimento finché la scienza non le ha convinte, le indagini epidemiologiche, le indagini sugli animali, non le ha convinte degli effetti cancerogeni. Che significato ha questo richiamo al (DES)? E poi c’è il richiamo ai latticini, sentite, dice: "In un caso è stato ritenuto sufficiente l’accertamento dell’autorità sanitaria locale che aveva ordinato la distruzione di latticini sequestrati perché incommestibili, senza che l’imputato avesse mai contestato lo stato di alterazione della merce". È incomprensibile questo riferimento, qui è stato sufficiente l’accertamento delle Autorità Sanitaria Locali e l’Autorità Sanitaria Locale da che cosa è costituita? È costituita da dei medici, da delle persone componenti che esprimono dei pareri che sono legati alla scienza, ad un’ipotesi, ad una teoria scientifica, quindi se l’Autorità Sanitaria ha detto che quei latticini erano incommestibili, l’ha detto sulla base della scienza... l’Autorità Sanitaria. E poi c’è quest’altro caso buffissimo in cui è stato ritenuto, sono casi giurisprudenziali, che la relazione dell’ufficiale sanitario era priva di fondamento, priva di supporto giustificativo, il riscontro del difetto di fondamento scientifico della valutazione sanitaria. Ma rientra pacificamente questo nei compiti del Giudice, io l’ho detto che per la sentenza (Daver) il Giudice controlla, è il custode del metodo scientifico. È certo che se un ufficiale sanitario mi fa una relazione che all'evidenza è sbagliata ed è una evidenza che io considero supportata, che so supportata dalla scienza, il problema si chiude. E qui era l’inquinamento di una sorgente di acqua potabile. L’ufficiale sanitario aveva fatto una cosa superficiale, il Giudice aveva detto: "No, un momento". Ma se la cosa è evidente, io l’ho detto anche la volta scorsa, si può usare anche il consenso comune, purché sia espressione di leggi della scienza. Se il Giudice mi sa dire che dietro ad una evidenza c’è la legge della scienza, se mi dice: "Guardate che qui è inquinata, l’acqua potabile", il problema è chiuso. Che cosa c’entra tutto questo con quello di cui stiamo discutendo? La verità è che torniamo sempre a bomba, qui stiamo discutendo di pericolo, e di pericolo reale. Il pericolo reale è un problema che solo adesso comincia ad essere esplorato con sufficiente adeguatezza dalla dottrina in Italia, perché come si stabilisce il pericolo reale? Di per sé c’è un solo parametro, è quello della frequenza di eventi, si osserva una frequenza di eventi e si dice: "State attenti perché la frequenza di eventi ci indica il pericolo". Ma questo, che è l’unico indiscusso parametro oggettivo, è ormai giudicato un paradigma ingenuo dagli studiosi della valutazione del rischio perché, come ricordavo l’altra volta, questi studiosi mettono in evidenza che in realtà quello che conta nella stima del pericolo reale è la percezione soggettiva di chi effettua la valutazione. Io, quello che voglio dire, è che il diritto penale non può rimettersi alle valutazioni soggettive di Tizio o di Caio che, come dice la (inc.) possono varie anche di sei ordini di grandezza l’uno dall’altro; che il Tribunale, la Corte deve restare solidamente ferma ed aggrappata al pericolo reale inteso come frequenza di eventi. Può tenere conto anche delle valutazioni soggettive, però sapendo che sono percezioni soggettive e quindi valutandole come tali. Qui, in questo processo, non c’è nulla, né di valutazioni oggettive né di percezioni soggettive, quindi anche per l’adulterazione a me sembra di non dovere dire altro, rinviando alla memoria che depositerò per gli altri aspetti che considero poco rilevanti. Mi sento di dover concludere, signori della Corte, che proprio non ci siamo: la disfatta dell’Accusa è una disfatta sia per l’avvelenamento che per l’adulterazione. E, a questo punto, signor Presidente, io chiedo congedo perché sono stanco.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Se la Corte ritiene, cercherò di finire prima della sospensione la parte relativa ad monitoraggio ed esposizioni dei lavoratori. La parte degli impianti viene subito dopo. Eravamo rimasti sulle osservazioni concernenti l’arringa dell’Avvocato dello Stato, potrei considerare concluso l’argomento dopo avere rilevato la impostazione tutta legata a spigolare su episodi marginali, trascurando l’esame della situazione d’insieme, dopo avere rilevato i confronti truccati fra le esposizioni cumulative ed episodi singoli, confronto tra realtà incommensurabili, potrei aggiungere la assoluta insignificanza dei diversi punti toccati dall’avvocato dello Stato con grande enfasi, episodi spot, poche ore di fuori servizio, dieci ore di fuori servizio il 7 febbraio 1995, siamo addirittura fuori dai periodi di competenza Enichem, siamo già in epoca EVC. Che cosa ci interessa? Dati del marzo 1991 indicati dal professor Foraboschi per i quali l’Avvocato dello Stato lamenta la mancata produzione di documenti giustificativi; non sono nemmeno andato a verificare, tra le tante carte processuali, se questa rilevazione sia esatta o no, tanto è insignificante questo particolare. Tra l’altro, noto per inciso, nel quadro riassuntivo del monitoraggio del CV24 per il ‘91, proiettato dall’avvocato Schiesaro, il periodo segnalato come dati mancanti è quello nel quale sono indicati i numeri più alti di superamenti della soglia d’attenzione di 7,9 parti per milione. Che c’entra, che cosa serve all’Accusa tutto questo o che cosa serve all’Accusa analizzare un episodio avvenuto il 25 gennaio 1999, assolutamente fuori, lontano di anni da ciò che ci interessa? Perdere tempo su questi argomenti significa non avere proprio nulla da dire sulle questioni che contano. Credo che sull’accusa di monitoraggio truccato, centrale nella versione accusatoria dell’ultima ora, non ci sia più niente da dire, anche se nella parte che resta ci sarà ancora da tornare su questo o quel trucco dell’Accusa. Passo alla parte dedicata alla infondatezza del motivo che l’Accusa ha presentato come centrale e che ha collegato direttamente, collegato nell’impostazione, non negli sviluppi, collegate alle esposizioni dei lavoratori. Non guardiamo al sistema di monitoraggio, ai dati di concentrazione ambientale, guardiamo alle concentrazioni dei lavoratori, questo ci ha detto l’Accusa, questo ha sottolineato l’avvocato Schiesaro, ma se andiamo a vedere tutti i discorsi dell’Accusa, forse ripeto cose già dette, ma è un punto assolutamente centrale, se andiamo a vedere i discorsi dell’Accusa non troviamo nessun discorso che abbia una diretta relazione con dati specifici di esposizione di questo o quell’altro lavoratore compreso nell’elenco delle persone offese del processo. Il programma probatorio enunciato dal motivo d’Accusa: andiamo a vedere le esposizioni dei lavoratori, dei concreti lavoratori in carne ed ossa, questo programma probatorio l’Accusa non dico che non l’abbia adempiuto, non l’ha nemmeno messo in attuazione, non siamo nemmeno ad un tentativo non riuscito, abbiamo anche la mancanza di un tentativo d’Accusa di sviluppare discorsi di questo genere. Anche sotto l’etichetta della ricerca delle esposizioni dei lavoratori come alternativa al fermarsi al monitoraggio, anche su questo l’Accusa ha continuato a fare discorsi assolutamente generici, sostanzialmente legati a singoli episodi, quelli emergenti dal famoso registro relativo agli anni ‘91 e seguenti. Che cosa ci ha detto l’Accusa? Ha sempre e soltanto parlato del periodo ‘91 e seguenti; il Pubblico Ministero nei motivi, a pagina 439, ci mette davanti un supposto quadro di centinaia e centinaia di periodi d’allarme, il professor Nardelli ne ha contati ben 294 nel solo CV24 nel periodo 18 gennaio ’90 - 20 novembre ’95; noto per inciso che il 20 novembre ‘95 è di due anni successivo al termine della gestione Enichem dei reparti CV e gli allarmi stanno fuori della media mensile calcolata, stanno fuori legittimamente sulla base di una indicazione della normativa di cui anche l’Accusa ha riferito e che è la normativa, ed è stata applicata. Noto anche che il numero di 294 episodi indicato dal Pubblico Ministero non è un numero di distinti episodi di rilancio di cloruro di vinile, ma è il numero delle registrazioni di superamenti di soglia d’allarme e molto spesso una pluralità di allarmi riguarda un singolo episodio. Basta ricordare come esempio quell’episodio del 26 giugno ‘98, è fuori dall’imputazione ma è emblematico, è servito per il confronto con lo spettrometro di massa, abbiamo episodi che producono una pluralità di allarmi in relazione ad un unico evento accidentale. Vediamo anche qui alcuni dati d’insieme relativi agli episodi anomali. Abbiamo visto la volta scorsa i dati d’insieme relativi alla normalità. Andiamo a vedere che cosa risulta ad una valutazione d’insieme circa le fughe o rilasci di CVM, le cosiddette perdite. Anche qui andiamo a vedere che cosa risulta, prima ancora che dal quadernetto, dai dati del cromatografo, dai tabulati. I dati riportati nei tabulati del gascromatografo ci evidenziano che il numero delle eccezioni è molto piccolo, sia in valore assoluto, sia in percentuale rispetto al numero delle misurazioni totali effettuate. Numero di eccezioni, che non è la stessa cosa che numero di allarmi, è un numero più alto che comprende, insieme agli allarmi, superamento della soglia di 25 ppm, anche il superamento di quelle altre soglie di attenzione che hanno rilevo nel sistema: la soglia di preallarme a 15 ppm e prima ancora la soglia di attenzione a 7,9 ppm, sul cui significato ritornerò. Che cosa abbiamo come dati d’insieme? Dati relativi al CV24, anno 1991, 219 eccezioni su 222 mila misure effettive, pari, le eccezioni, allo 0,098%, 98 su 100.000; anno ‘93, 183 eccezioni su altre 250 mila, 0,072%; anno ‘98, 188 eccezioni, pari allo 0,077%. Analoga situazione, non leggo i numeri per brevità, relativamente al CV22. Questi dati di percentuale possono essere confrontati con quanto risulta a livello normativo, di normativa tecnica, dall’allegato terzo al D.P.R. 962 del 1982 relativamente al calcolo statistico del rispetto o meno del valore limite tecnico di lunga durata. Si dice in questo allegato che il valore limite tecnico di lunga durata sarà rispettato se tra i valori dell’anno appena trascorso, quelli che superano il valore limite tecnico di breve durata, appunto il 7,9 ppm, se i valori che superano il limite di breve durata non sono più del 5% o, in altre parole, se non viene oltrepassato nel corso dell’anno il numero dei superamenti ammessi per tale periodo di riferimento. Di fatto, abbiamo visto che i superamenti o eccezioni nel corso dei diversi anni sono stati di 50 o 70 volte inferiori di quanto ammesso dalla normativa ai fini del calcolo. Dal registro degli interventi, utilizzato nel processo e dal quale l’Accusa ha cercato di spremere il possibile e l’impossibile, da quel registro che cosa risulta? Le annotazioni sono in tutto 280 per il ‘90, 301 per il ‘91, 227 per il ‘92, 237 per il ‘93, numero di annotazioni superiore al numero delle eccezioni registrate dai tabulati dell’integratore. Questo si lega al fatto che gli interventi per le verifiche concrete della situazione, la cosiddetta ricerca delle fughe, non aspettavano che si arrivasse alla segnalazione di una soglia d’attenzione, sia pure al livello più basso del 7,9%; si partiva prima, qualora il cromatografo additava un superamento del 5%. Attivarsi dunque tempestivo, risultante documentalmente dal registro e del quale hanno riferito i testi che di queste cose hanno parlato, da Gasparini, un teste che non piace all’Accusa, ma particolarmente informato e preciso, e ne hanno parlato altri testi molto significativi, tra i quali un particolare rilievo deve essere attribuito a Cecconello. Cecconello è uno dei pochi lavoratori che nel CV24, nel periodo che ci interessa, partecipava personalmente e con impegno al lavoro di ricerca delle fughe. E su questo tipo di interventi ha dato l’informazione più ampia e dettagliata, sui tipi di intervento e sulle condizioni di sicurezza in cui gli interventi venivano fatti, Cecconello, deposizione udienza 19 aprile 2000. Non riporto tutto quanto Cecconello ha detto, sarà utile rileggere la sua deposizione, il succo è che "si andava alla ricerca delle fughe quando c’era la segnalazione, quando si trovava la perdita si interveniva subito, si avvisava l’assistente, si chiamava la squadra di piccola manutenzione, che interveniva e andava a togliere la perdita là dove si era verificata. Le fughe venivano rilevate sulla base del monitoraggio ma talvolta anche indipendentemente da questo, se la perdita si verificava in zone dove il monitoraggio era appena passato". Informazioni che confermano il quadro delineato da Cecconello si trovano nelle dichiarazioni di altri testi: Garatto, udienza 12 maggio 2000; Berto Luigi, udienza 9 maggio 2000; Ferro Piergiorgio, udienza 9 maggio 2000. Tutti questi testimoni hanno parlato della ricerca delle fughe e anche della situazione che si determinava nel reparto, una situazione ben diversa da quella adombrata dall’Accusa senza avere alcun supporto, situazione di operai che stavano là ad annusare il CVM in prossimità delle fughe. Sono descrizioni totalmente diverse, le quali parlano di allontanamento sostanziale dei lavoratori dalle esposizioni, dai luoghi di perdita, mentre quelli che intervengono per la ricerca delle fughe ci vanno protetti, ci vanno con la maschera, come ha detto, tra i vari, Ferro Piergiorgio, prima citato. Vale la pena ricordare, l’Accusa non l’ha mai detto, quali sono i modi di utilizzazione dei tempi di lavoro da parte degli operai. In gran parte, ci hanno detto Rossetti e Gasparini, quelli che sul punto sono stati sentiti, nella gran parte del tempo gli operai nei reparti CV stanno nelle sale controllo, stanno in luogo protetto, non a contatto con le autoclavi, con le macchine, con i luoghi da cui può venire fuori una eventuale fuga. I testi, Gasparini in particolare, ci hanno dato altre informazioni, ci ha detto Gasparini che il tabulato del gascromatografo lui lo leggeva tutti i giorni per controllare, confrontare e analizzare le situazioni e per prendere eventuali provvedimenti ove fosse emerso qualcosa che richiedesse provvedimenti da prendere. Ci ha detto Gasparini che i dati del monitoraggio servivano anche per l’addestramento del personale, un aspetto del quale hanno riferito anche altri testimoni come (Fin), un aspetto che stava particolarmente a cuore alla gestione Enichem, ne ha parlato anche nelle sue dichiarazioni davanti al Tribunale l’ingegnere Pisani. Non mi soffermo sulla serie di deposizioni testimoniali, le troverete tutte quelle che interessano nella memoria. Mi preme osservare che non giovano all’Accusa, ma hanno detto cose che abbiamo interesse a sottolineare, anche i testi nominativamente indicati dall’avvocato dello Stato nell’arringa del 7 ottobre. Di alcuni ne abbiamo già parlato, a partire da Cecconello; altri testi citati dall’avvocato dello Stato: Zagagnin, udienza 10 maggio 2000. Anche Zagagnin l’immagine adombrata dall’Accusa di lavoratori che restano a lavorare esposti alle perdite, ci ha detto Zagagnin che, se le perdite la zona di lavoro, i lavoratori si proteggevano stando in sala quadri; se era circoscritta in un punto, gli altri continuavano a lavorare, ha detto Zagagnin, se era circoscritta in un punto gli altri continuavano a lavorare dalle altre parti. Castellini Luciano, udienza 17 maggio 2000, ha dato una serie di informazioni interessanti che possono essere sintetizzate in questo, più o meno con le parole del teste: "In caso di segnalazione delle anomalie si interveniva subito esternamente per verificare. Se c’era una grossa fuga, si decideva di mettere sotto sicurezza l’impianto – e ciò è avvenuto di fronte alla grossa fuga - Nella grande maggioranza dei casi erano piccole fughe o comunque erano altri tipi di prodotto che andavano ad influenzare il cromatografo – qui Castellini parla evidentemente del CV22 -.Normalmente erano piccole fughe e quindi l’operatore di per se stesso interveniva, magari stringendo un premi/stop, magari facendo piccoli interventi puramente operativi che rimediavano alla situazione. Quando interveniva personale specializzato, interveniva con maschere antigas o in certi casi con autoprotettore tipo sub", sono le espressioni. Non credo sia necessario aggiungere commento. Dicevo prima che anche nel capitolo delle fughe di CVM c’è occasione per parlare di trucchi dell’Accusa. Un argomento truccato, subito crollato già nel dibattimento di primo grado, è il riferimento al rapporto di sicurezza dovuto dall’azienda ai sensi della cosiddetta direttiva Seveso sulle industrie a rischio di incidente rilevante per le sostanze presenti; il riferimento è stato fatto al rapporto di sicurezza nella parte relativa ad un tipo di incidenti, sfondamento di guardia idraulica. Ne ha accennato anche il professor Stella l’altra settimana. È interessante rilevare il senso dell’argomento d’Accusa: prendo dal rapporto di sicurezza la descrizione di un evento incidentale di notevoli dimensioni, è proprio per questo descritto come ipotesi da prevenire nel rapporto di sicurezza. E lì si va a trovare un incidente che, con riferimento ad una certa guardia idraulica, messa a protezione di... l’Accusa non l’ha mai precisato in realtà, guardia idraulica dal cui sfondamento, cioè dalla sua entrata in funzione per alleggerire le sovrapressioni, uscirebbero 20 chili al secondo di cloruro di vinile. Ma alla domanda se quel tipo di incidente così descritto nel rapporto, anche nei suoi termini quantitativi, ha a che fare con le situazioni risultanti dal registro degli interventi, beh, Nardelli specificamente interrogato su questo, che cosa risponde? Alla domanda che gli è stata fatta al controesame, che era: "Ma lei, professor Nardelli, ha ricollegato gli episodi che ha trovato nel registro degli interventi al rapporto di sicurezza a quei dati relativi allo sfondamento?", vale la pena leggere, il passo è breve, ma leggere testualmente la risposta di Nardelli. Ha detto Nardelli nel dibattimento in sede di controesame: "Niente affatto – non ho ricollegato - ciò non risponde alla verità in quanto io ho riportato le misure di sicurezza relativamente allo sfondamento del boccaporto e ho preso i numeri che sono nelle misure di sicurezza. Ho preso i numeri che corrispondono a... – e indica gli episodi -. Non ho considerato le guardie idrauliche proprio perché sono una persona scrupolosa e non volevo correlare quei 20.5 chilogrammi ad un qualche evento. Se lei mi trova uno di quegli eventi, mi dica dov’è che io ho collegato la guardia idraulica ad uno dei casi segnalati. Mi dica dove. Guardi bene, l’ha trovato?", è un intervento molto netto, un chiarimento che fa onore al professor Nardelli e un tipo di intervento che, anche nella sua retorica, sta dalla parte della Difesa. È il professor Nardelli che, dopo avere introdotto, come da mandato ricevuto, la questione del rapporto di sicurezza, ne prende le distanze: "Non ho fatto alcun collegamento". Riporta nella memoria i dati di realtà, la diversità delle guardie idrauliche evocate in questa o quella annotazione rispetto a quella del rapporto di sicurezza, sono dimensioni totalmente diverse, effetti totalmente diversi, il fantasma di grandi emissioni di CVM evocate dal rapporto di sicurezza è un fantasma che non ha nulla a che fare con gli episodi concreti e lo stesso professor Nardelli ha chiaramente preso le distanze da un avvicinamento dell’uno e dell’altro aspetto, accostamento che invece abbiamo ancora trovato, sia pure di sfuggita, nei discorsi d’Accusa ancora in questo grado di giudizio. Dopo le dichiarazioni di Nardelli, dopo il crollo dell’Accusa, abbiamo avuto poi più in dettaglio le ulteriori spiegazioni positive degli episodi, sul piano tecnico da parte del professor Foraboschi, nella cui relazione si trovano i dati tecnici che ho ripreso nella memoria, e abbiamo anche un’illustrazione molto più dettagliata, episodio per episodio, mi riferisco agli episodi di cui al registro, da parte del teste Gasparini, particolarmente informato di tutto questo, essendo stato al reparto CV24 come assistente a sicurezza e ambiente dall’inizio del 1990. Argomenti truccati concettualmente o nei loro presupposti di fatto, si ritrovano anche in taluni motivi d’appello dell’avvocato dello Stato, suoi personali, in gran parte abbiamo in tutto questo capitolo, monitoraggio ed esposizione dei lavoratori, dei motivi fotocopia tra Pubblico Ministero e avvocato dello Stato, perfetta corrispondenza, non interessa andare a cercare l’autore, alcuni motivi sono aggiunti dall’avvocato dello Stato come suoi personali, sono stati tutti oggetto di discussione critica approfondita nella memoria da me presentata l’anno scorso, ad ottobre 2003, una memoria che non ha trovato alcuna risposta nell’intervento in udienza dell’avvocato Schiesaro, un silenzio che mi sembra eloquente di fronte al peso degli argomenti critici svolti contro l’avvocato dello Stato. Volendo cercare un filo conduttore per inquadrare il tipo di discorsi, è sempre lo stesso: tentativo di spigolare su episodi singoli, su momenti particolari, nell’intento di presentarli come specchio di una situazione normale. Talvolta si inseriscono ancora una volta confronti deformati da questa prospettiva, tipo prendere concentrazioni misurate in punti di fuga come elemento di confronto rispetto alle concentrazioni misurate dal sistema di monitoraggio ad area; ne abbiamo già parlato la volta scorsa, sono due cose diverse: una cosa è misurare la sorgente di esposizione e l’entità di un’eventuale presenza di gas nel punto di rilascio; altra cosa è andare a vedere la concentrazione media in un ambiente. Molti discorsi dell’avvocato dello Stato sono viziati da questo tipo di confronto. C’è stato un tentativo particolarmente impegnato da parte dell’avvocato dello Stato per sostenere che alte concentrazioni di cloruro di vinile monomero nell’ambiente di lavoro sarebbero derivate anche da alcune attività ordinarie, attività di ordinaria manutenzione di impianti e ha parlato in particolare di lavaggi delle autoclavi. Anche questo è un punto già esaurientemente trattato nella memoria dell’ottobre 2003, mi limito a rilevare che anche qui l’avvocato dello Stato ha presentato dati che non corrispondono alla realtà: ha preso in blocco 61 casi annotati nel registro degli interventi valutandoli tutti come episodi di scarichi diretti nelle fognature del reparto CV24 di acque di processo fortemente contaminate da cloruro di vinile monomero, 61 casi in cinque anni, circa 10 episodi all’anno, cinque anni che comprendono anche un periodo che eccede quello della gestione Enichem. Ma tutti questi sono elementi sì, certo, significativi, ma è ancora più significativo il passaggio ad una analisi interna, la quale mostra come non tutti gli episodi considerati dall’avvocato dello Stato possano essere considerati secondo l’approccio da lui indicato e, in ogni caso, anche qui emerge alla fine questo curioso discorso: vedete, in questo e in quel momento è successo qualcosa, ma allora non andava bene niente. Il discorso che può essere svolto dopo avere ridimensionato, e su ciò rinvio alla memoria, il senso dei dati introdotti dall’avvocato dello Stato è che quelli sono gli episodi rilevati nel registro degli interventi, episodi occasionali che rappresentano la eccezione, qualche cosa che si è distaccato da una ordinaria normalità, l’ordinaria normalità non portava ad eventi che dovessero sollecitare interventi in qualche modo legati a problemi di rilascio di cloruro di vinile. La normalità è quella espressa dal monitoraggio d’area, le concentrazioni prossime allo zero, confermate sostanzialmente anche dal professor Nardelli, con una piccola correzione che resta comunque poco sopra allo 0,5. Il resto sono episodi spot che l’Accusa ha cercato in tutti i modi di ingigantire e di presentare come fossero parametri di effettive esposizioni di lavoratori in carne ed ossa, lavoratori mai identificati, presenze fantasmatiche, vorrei dire, in relazione agli episodi evocati dall’Accusa, posto che per nessuno degli episodi evocati, piccoli o meno piccoli che siano, non ci interessa, ma per nessuno degli episodi evocati l’Accusa ha potuto additare, men che meno provare, la presenza di questo o quello tra i lavoratori. Mancato sgombero dei reparti. L’Accusa ha molto insistito su questo punto: c’erano le fughe e non si procedeva allo sgombero dei reparti. Abbiamo visto, abbiamo sentito, potremmo rileggerlo nelle dichiarazioni dei testi, che dove si verificassero situazioni di emergenza non è vero che i lavoratori restassero a lavorare senza preoccuparsi della esistenza del rilascio. Si va in sala controllo, si lavora eventualmente lontano dai luoghi di esposizione, nel rispetto di condizioni di sicurezza. Se c’è qualcosa di grosso, allora si interviene, si procede allo sgombero del reparto, all’allontanamento; questo risulta in modo chiaro da un documento prodotto nel giudizio di primo grado, indovinate da chi? Prodotto dall’avvocato dello Stato nell’udienza 12 gennaio 2000. È agli atti, ne consegno copia alla Corte per comodità di lettura; non lo commento perché è un documento breve, è di per sé molto chiaro nel mostrare come, di fronte ad un episodio di una certa consistenza, l’unico episodio di particolare consistenza verificatosi nel corso di tutti gli anni che interessano, ebbene quando vi è necessità, viva Dio, si interviene adottando tutte le misure di sicurezza imposte dalla situazione: sgombero del reparto. Negli altri casi ciò non era necessario. Completo il capitolo relativo a monitoraggi ed esposizioni con qualche cenno...

 

PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – Scusate, non ho capito il dato tecnico del documento prodotto.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – È un documento che hai prodotto tu nell’udienza che riguarda un episodio dell’attestato sgombero di reparti.

 

PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – La data?

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Dell’89.

 

PRESIDENTE – 26 gennaio ’89, incidente...

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Dicevo, concludo questa parte con qualche rapido cenno ad alcuni motivi in diritto sul sistema di monitoraggio proposti come motivi autonomi dagli appellanti, Pubblico Ministero e avvocato dello Stato, come motivi concernenti le contravvenzioni in materia di igiene e sicurezza del lavoro. È un riferimento, questo, alle contravvenzioni che, se ci fossero, sarebbero prescritte da una vita, è una impostazione che acquista maggiore consistenza alla luce di quanto lo stesso avvocato dello Stato ha detto in apertura del suo discorso del 7 ottobre, ma il monitoraggio è questione di eventuale responsabilità contravvenzionale, lontano quindi dalla sostanza del processo relativo ad imputazioni di delitti con eventi danno. Quali sarebbero le censure in diritto? Abbassamento della soglia d’allarme. La normativa indica un limite di 30 parti per milione come soglia d’allarme, in concreto è stato adottato un limite di 25, una soglia più cautelativa, l’allarme scatta prima, è una soluzione perfettamente conforme alla normativa, la quale stabilisce all’articolo 6 che, mi riferisco alla direttiva europea dalla quale nasce la normativa italiana, che il valore corrispondente al livello d’allarme non deve essere superiore a 30 parti per milione per valori rilevati sulla base di due minuti. Un abbassamento da 30 a 25 fa scattare l’allarme prima, sotto questo aspetto, facilita la tempestività di intervento e dovrebbe aumentare il numero delle rilevazioni che scattano come allarme; considerazioni, queste, pienamente riconosciute nel dibattimento di primo grado da un attento consulente del Pubblico Ministero, l’ingegnere Nano, udienza primo giugno 1999, foglio 38 e seguenti delle rilevazioni. Ovviamente l’abbassamento della soglia non ha alcun effetto pregiudizievole relativamente al calcolo delle concentrazioni, semmai ha aumentato il numero delle soglie d’allarme scattato. Altro motivo: legittimità della non misurazioni di concentrazioni superiori alla soglia d’allarme. Il sistema di monitoraggio mediante gascromatografo non registrava le misure superiori, scatta la soglia e lì la registrazione si ferma. È una scelta che ha dalla sua una pluralità di ragioni: da un lato ragioni tecniche, nessuno strumento analitico consente di misurare con elevata precisione valori di concentrazione in un campo molto alto, misure molto basse e misure molto alte. Data la funzione del monitoraggio ambientale, si doveva dare la priorità alle misure che fossero in grado di riflettere l’effettiva situazione nei reparti di lavoro: misurare anche le concentrazioni molto basse, anche al di sotto della soglia minima indicata dalla normativa, che era un terzo del valore limite di lunga durata, vale a dire una parte per milione. Il monitoraggio in funzione andava molto più giù, la soglia minima del sistema era, come sappiamo, quella di 0,1. Concentrazioni molto alte, non è necessario misurarle perché non rientrano nel calcolo. Ciò che è necessario misurare, potere verificare al fine di prendere tutti gli opportuni provvedimenti, è che vi è il superamento, che si arriva alla soglia d’allarme, e a tutto questo si arrivava, il sistema consentiva di rilevare tutto ciò che era necessario ed utile rilevare. Il dato di concentrazione puntuale nei punti di fuga, la cui mancata rilevazione è oggetto dei motivi d’appello, è un dato che non è necessario rilevare rispetto alle funzioni del sistema. E non è vero, contrariamente a quanto si legge a pagina 69 dei motivi dell’avvocato dello Stato, non è affatto vero che l’abbassamento della soglia di misurazione avrebbe impedito il monitoraggio di migliaia, addirittura migliaia di situazioni in cui negli ambienti di lavoro la concentrazione di gas superava di gran lunga detto limite. Il sistema di monitoraggio, facendo scattare gli allarmi a 25, ha consentito puntualmente di prendere atto delle diverse situazioni. Un motivo vuoto. Ultimo motivo in diritto, non riguarda direttamente, io credo nemmeno nell’impostazione dell’avvocato dello Stato, la posizione degli imputati Enichem, è un motivo che in qualche modo sembra contrapporre alla normativa sul monitoraggio, così come specificamente disciplinata per il monitoraggio del CVM dalla normativa sul CVM, quella del 1982, a questa normativa, quella di cui abbiamo fin qui parlato, l’avvocato dello Stato ha cercato di contrapporre come parametro l’articolo 20 del D.P.R. numero 303 del 1956, il decreto relativo alla igiene del lavoro. Dalla norma contenuta in quel D.P.R. relativa al controllo sulla presenza di polveri e gas, una normativa che non parla affatto di monitoraggio, da quella normativa l’avvocato dello Stato ha curiosamente cercato di derivare l’esigenza di un sistema di monitoraggio puntiforme molto più penetrante di quanto non sia il modello delineato nella normativa specifica sul CVM del 1982. È un confronto improprio, già un’astratta considerazione giuridica è un confronto che tende, ove mai la vecchia normativa fosse da porre sullo stesso piano di quella sul CVM, avremmo un rapporto tra norma generale e norma speciale e l’avvocato dello Stato tenderebbe a togliere di scena una norma speciale alla quale egli evidentemente ritiene preferibile l’applicazione di una norma generale da lui inventata, in realtà, norma risalente nel tempo e che, se fosse accettabile la sua interpretazione, avrebbe dettato nel 1956 una disciplina del monitoraggio per il CVM più rigorosa di quella dettata dalla normativa speciale del 1982, nata in ambito europeo e nata quando il problema CVM era ben conosciuto, mentre nel ‘56 non lo era ancora. La verità è che questo riferimento alla vecchia normativa non ha senso e lo stesso esame complessivo del D.P.R., della normativa prevenzionistica degli anni ‘50, ci dà elementi interni ad essa normativa che ci consentono di scartare l’interpretazione proposta dall’avvocato Schiesaro per l’articolo 20 del D.P.R. 303 del ‘56. Andando, per così dire, incontro all’Accusa, diciamo che c’è un’altra disposizione richiamata nel capo d’imputazione, l’articolo 354 del D.P.R. 547 del 1955 in materia di prevenzione infortuni; bene, l’articolo 354, non richiamato in questo contesto dagli appellanti, si riferisce alle concentrazioni pericolose di gas e stabilisce che nei locali e luoghi in cui c’è il rischio di formarsi di concentrazioni pericolose o nocive di gas, vapori o polveri esplodenti, infiammabili, asfissanti o tossici, deve essere fatto quanto è possibile per impedire o ridurre al minimo il formarsi di concentrazioni pericolose e devono essere installati apparecchi indicatori ed avvistatori automatici, atti a segnalare il raggiungimento di concentrazioni o condizioni pericolose dal punto di vista dei rischi indicati prima: esplosione, infiammabilità, asfissia, tossicità, da intendersi chiaramente in questo contesto come tossicità acuta. Questa è la normativa sul monitoraggio che avrebbe in ipotesi potuto essere richiamata, è una normativa che non ha a che fare con l’igiene del lavoro nel senso in cui qui si parla di igiene del lavoro, è una normativa inserita nel contesto della prevenzione di infortuni, di eventi traumatici, produttivi di immediati eventi lesivi, per via di esplosioni, infiammabilità e così via. Questo poteva essere il riferimento, non certo l’articolo 20, che di monitoraggio non parla e che, come la stessa Accusa ha più volte sottolineato, detta una disciplina la quale addirittura prescinde dalla pericolosità delle polveri o gas di cui lì si fa questione e a quella disciplina si legherebbe l’ipotesi di un monitoraggio doverosamente da impiantare prima della normativa dell'82 e molto più pervasivo di quello che la normativa del 1982 disciplina. E questo mi pare uno scoperto tentativo di aggirare il principio di legalità, di eludere tutte le condizioni di una ragionevole interpretazione sistematica dell’ordinamento giuridico. Anche queste osservazioni in diritto che qui ho riassunto erano già state svolte nella memoria dell’ottobre 2003 e non hanno trovato alcuna risposta nell’intervento orale dell’avvocato dello Stato. Con queste considerazioni avrei concluso la parte relativa al monitoraggio; intenderei poi, nel tempo che la Corte mi metterà a disposizione, passare al capitolo successivo, quello dei motivi d’appello relativi alla situazione degli impianti e alle condizioni di lavoro nei diversi luoghi dei quali l’Accusa ha fatto questione.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo fino alle 14.30.

 

L’UDIENZA E’ SOSPESA ALLE ORE 13.34.

L’UDIENZA RIPRENDE ALLE ORE 15.08.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo. Prego, professore Pulitanò.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò - Signor Presidente, comincio il nuovo capitolo dedicato alla situazione degli impianti e alle condizioni di lavoro, andrò avanti finché lei riterrà di ascoltarmi, non ho problemi particolari, mi fermerà quando lo riterrà opportuno. Io cercherò di andare avanti rapidamente, anche perché questo discorso sulla situazione degli impianti è in qualche modo assorbito largamente nel discorso fin qui fatto sul monitoraggio e sulla presenza, o meglio non presenza, di CVM negli ambienti di lavoro, con riguardo al periodo che ci interessa, gestione Enichem iniziata nel 1987, l’accertato rispetto, con amplissimo margine, del valore limite di lunga durata delle concentrazioni di cloruro di vinile monomero, attesta di per sé, con l’evidenza del dato, che le condizioni di lavoro, stato degli impianti e modalità operative, modalità di gestione degli impianti, erano conformi al dovere di sicurezza del datore di lavoro relativamente all’obiettivo del dovere di sicurezza, assicurare l’assenza di cloruro di vinile nei reparti, il rispetto, qui largamente assicurato, del limite di concentrazione. Su questo sfondo l’esame dei singoli addebiti mossi dall’Accusa relativamente alle condizioni di lavoro varrà come sovrabbondante conferma che per l’appunto tutti gli addebiti di colpa formulati nel capo d’imputazione sono privi di qualsiasi supporto, da qualsiasi parte li si esamini. Anche questo argomento, come tutti gli altri posti nei motivi d’appello, è stato analizzato nella memoria del 2003 in modo molto analitico in due capitoli pedissequi nei motivi d’appello, una scelta tecnica che io non amo particolarmente perché si è trattato di inseguire l’Accusa nella sua tortuosità e nella sua retorica. In questa sede rinvio a quella memoria per i dettagli e cercherò invece di dipanare il filo conduttore essenziale, da cui emerge l’evidenza della infondatezza complessiva delle ipotesi d’Accusa. C’è da dire che questo capitolo relativo agli impianti è quello dove emerge direttamente il concentrarsi dell’Accusa verso epoche remote, verso le epoche iniziali, mentre la gestione Enichem è soltanto l’ultima fase breve anche comparata alla precedente, di un lungo percorso di trasformazioni impiantistiche che la stessa Accusa alla fin fine ha dovuto a denti stretti ammettere, ha cercato di valorizzare in senso accusatorio, secondo il lite motiv dei ritardi o enormi ritardi, un’Accusa che guarda retrospettivamente alle fasi iniziali di gestione, alle fasi anteriori, ai singoli interventi cui via via si fa menzione, una impostazione che sostanzialmente prende atto che la gestione Enichem non ha responsabilità di inadempimenti relativi alla gestione dei reparti; ne parleremo più in dettaglio. Gli stessi reparti che ci interessano sono molto minori di quelli iniziali, abbiamo già fatto all’inizio del discorso il quadro d’insieme, alcuni reparti sui quali i discorsi d’Accusa hanno molto insistito, erano già fuori dell’orizzonte, penso al CV10, al CV11, al CV14 e CV16 e gli altri profondamente trasformati. Le accuse sono variamente formulate; alcune, e sono le prime che io cerco di eliminare dall’orizzonte, sono formulate in termini molto generici: omesso blocco degli impianti, omesso risanamento degli impianti. Sono accuse che in questa formulazione appaiono generiche e prive di autonomia, un senso più concreto, suscettibile di verifica o falsificazione, si ha soltanto se trasformiamo queste formule generiche in discorsi più puntuali: che cosa c’è che l’Accusa ritiene non sia stato risanato o non risanato per tempo e dovesse in un determinato momento portare al blocco degli impianti o comunque ad una realtà diversa da quella lasciata in essere? Soltanto in questa riformulazione più specifica il discorso diventa concreto, l’accusa di omesso blocco degli impianti o omesso risanamento, così come formulate nell’imputazione, sono un duplicato che aggiunge enfasi retorica e non contenuti. D’altra parte anche queste formulazioni ci riportano alla fase iniziale, l’addebito di omesso blocco, molto enfatizzato dall’accusa, è ancorato nello stesso capo d’imputazione agli anni ‘70, vi sono riferimenti esplicita agli anni ‘70, laddove l’Accusa viene formulata con una qualche concretezza, l’accusa di omesso blocco degli impianti, in particolare di quelli più obsoleti e irrecuperabili, per esempio il CV6, come evidenziato e richiesto da piattaforme e documenti sindacali del ‘75 e ‘77, nonché dalla mozione numero 4 presentata al Consiglio Regionale Veneto il 4 agosto del ‘75, mozione a cui il Presidente Montedison Eugenio Cefis rispondeva in data 19 agosto ‘75. Lo dice il capo d’imputazione, lo ridicono i motivi d’appello, roba del ‘75. Accusa di omesso blocco costruita facendo riferimento ad una situazione anteriore ad interventi di trasformazione impiantistica, che hanno profondamente modificato la situazione dei reparti rimasti in essere, compreso il CV6, modificata nel periodo successivo così da consentire ai reparti trasformati una gestione in condizioni di sicurezza, potuta durare, per quanto riguarda il CV6, fino al 1989. Altri reparti in funzione a metà degli anni ’70, sono stati chiusi prima, prima che entrasse in scena Enichem, il CV6 è stato chiuso nel 1979 dopo due anni di gestione Enichem. È stato chiuso per ragioni sostanzialmente legate ad esigenze produttive, obsolescenza tecnologica di quel reparto rispetto alle esigenze di produzione complessivamente considerate, non problemi di sicurezza. La storia delle trasformazioni del reparto CV6 che hanno consentito di continuare nel funzionamento di un reparto per il quale pure era stato posto a metà degli anni ’70, il problema della chiusura, beh, sono ragioni a piene mani illustrate dal processo dalla documentazione impiantistica, da una serie molto ampia di commesse illustrate dal professor Pasquon, illustrate dal professor Foraboschi, commesse delle quali ovviamente l’Accusa non è in grado di negare la realtà, salvo discutere sulla data di ultimazione di questo o quel lavoro, ne abbiamo già parlato in termini generali, la realtà delle trasformazioni ha trovato una eco molto significativa nella percezione soggettiva delle trasformazioni stesse riferita nell’aula d’udienza dai testimoni ascoltati, da coloro che nei reparti lavoravano, che in particolare hanno lavorato nel reparto CV6. Molto interessante per quanto concerne per l’appunto il vissuto soggettivo dei lavoratori la presa d’atto di una situazione modificata è la deposizione del teste Carraro, udienza 10 maggio 2000. Il teste Carraro ha riferito delle preoccupazioni diffuse tra i lavoratori a metà degli anni ’70, una volta appresa la nocività, cancerogenicità del cloruro di vinile; ha parlato delle spinte a chiedere la chiusura del reparto, pure in presenza di preoccupazioni per l’occupazione, ha parlato poi della scelta di risanamento che, dice Carraro, venne accolta abbastanza bene, si trattava in realtà di un sostanziale rifacimento. C’era tutto da cambiare in sostanza, ha detto Carraro rispondendo ad una domanda del Pubblico Ministero, e Carraro stesso riferisce di una serie di trasformazioni significative: sostituzioni di rubinetti, le pompe, gli spostamenti impiantistici. C’è di tutto. Informazioni molto ampie sono state date ancora dai testi più informati, come Gasparini e Dossetti, così detestati dall’Accusa. Sta di fatto che, e l’Accusa non ha indicato niente in contrario, quando Enichem nel 1987 assume la questione degli impianti del CV, la scelta del risanamento del CV6 era già stata portata a realizzazione, cosa acquisita anche nella coscienza dei lavoratori. Particolarmente interessante proprio sotto il profilo della consapevolezza acquisita nell’ambiente dei lavoratori della profonda trasformazione dei reparti in genere e in particolare del famigerato CV6, la troviamo in un documento molto significativo, contenuto tra quelli che, come Difesa Enichem, abbiamo prodotto in apertura del dibattimento, documento C1 nel dossier sulla posizione del sindacato nelle produzioni documentali della Difesa; è un documento del 1983, un esposto trasmesso all’Autorità Giudiziaria di Mestre da Gabriele Bortolozzo, l’eroe simbolo delle lotte operaie di Porto Marghera. Chiedo alla Corte di darmi pochi secondi di tempo per leggere una mezza pagina di questo documento, importante per la sua provenienza, perché esprime il punto di vista, dicevo, dell’eroe simbolo delle lotte operaie a Porto Marghera. Nel 1983 scrive Bortolozzo: "E’ necessario soffermarsi un po’ sul CV6 per compararne in seguito la diversa negativa situazione del reparto CV14–16 – reparto che verrà chiuso proprio in quegli anni -. Il CV6 è nato nel ‘56 – reparto vecchio -, fin dai primi anni ’60 è sempre stato un reparto sindacalmente e politicamente avanzato. Ciò è dipeso da diversi fattori: il gran numero di giovani culturalmente preparati e provenienti da zone operaie, gravosi carichi di lavoro, l’estrema nocività dell’impianto, gestione paternalistica. Tutto questo fece sì che in questo reparto nel ‘77, visto l’esito dell’indagine epidemiologica, si sviluppasse tutta una serie di azioni, dalla sensibilità ai problemi ambientali, alle lotte, a tutti quei comportamenti che portarono alla salvezza e al recupero del reparto, del suo risanamento e avanzati tecnologico. Oggi – scrive Bortolozzo nel 1983 – si può dire che il CV6 è un reparto efficiente, possiede un microprocessore, dicono sia l’unico al mondo installato in un impianto di polimerizzazione in emulsione, l’automatizzazione riduce il lavoro manuale, anche ambientalmente è "vivibile": una vasca raccoglie tutti gli spanti del reparto per inviarli all’impianto di depurazione acque; moderno valvolame e macchinari che evitano la fuoriuscita di gas o altri prodotti nocivi; efficiente microclima, condizionamento aria, eccetera". Parole di Bortolozzo, non di un consulente della Difesa. Gabriele Bortolozzo, parlando del CV6 nel 1983, in un esposto all’autorità Giudiziaria diretto verso altri reparti, il simbolo delle lotte operaie di Porto Marghera, dopo aver tracciato la storia del reparto, non ne ha fatto oggetto di denuncia ma – e vedremo la stessa cosa anche in altri esponenti del mondo sindacale – ha espresso orgoglio per i risultati ottenuti. Incrociando questa percezione del mutamento da parte dei lavoratori con i dati tecnici risultanti dalle commesse, dalla documentazione aziendale, abbiamo un quadro probatorio imponente contro le ipotesi accusatorie. Questo è il CV6, il famigerato CV6; altri reparti nascevano in una condizione molto migliore, molto più moderna. Questo vale in particolare per il reparto principale fin da quando è entrato in funzione, il reparto principale della gestione Enichem, il CV24-25, polimerizzazione in sospensione, un reparto anch’esso del quale sono state date delle connotazioni alquanto caricaturali in interventi anche recenti dell’avvocato dello Stato, supportati dalla produzione di piantine e da indicazioni: "Mah, è un reparto chiuso, il gas restava intrappolato, c’era solo una finestrella". La situazione è ben diversa: le fotografie del reparto più delle piantine dimostrano la diversità della situazione, l’apertura del reparto verso l’esterno, sotto tutte le direzioni, salvo quella che divide le file di autoclavi, le due file sono divise da una parete, ma dagli altri lati il reparto è aperto, i due piani sono divisi da un pavimento grigliato, grande circolazione d’aria, grandi spazi. Una situazione ambientale ben diversa da quella che l’Accusa descrive come luogo di intrappolamento di fughe pericolose. Omesso risanamento degli impianti: anche qui un’accusa formulata in termini generici e che non potrà essere discussa se non laddove si specifica in addebiti più circoscritti. Vale la pena osservare che nei motivi d’appello, nella parte intitolata all’omesso risanamento degli impianti, si fa una connessione molto stretta, una connessione diretta con un problema o con un’epoca, una vicenda storica anche qui tutta calata negli anni ‘70. "Omesso risanamento degli impianti anche dopo l’indagine FULC del 12 marzo ‘77", così leggiamo nel titolo del paragrafo dedicato dal Pubblico Ministero all’argomento, si tratta dei paragrafi 2.7.3 e 2.7.7. dei motivi d’appello del Pubblico Ministero, riferimento all’indagine FULC, Federazione Unitaria Lavoratori Chimici, del 1977. Al titolo corrisponde il contenuto: "Un insistere su problemi, su vicende legate ai rapporti azienda-sindacato degli anni ‘70". L’azienda è la Montedison, sono tutte vicende anteriori al periodo nostro, il Pubblico Ministero rimprovera alla sentenza di avere omesso una qualsiasi argomentazione sui rapporti tra organizzazioni sindacali e lavoratori dell'azienda, pagina 487 dei motivi, e si dilunga su quell’argomento e sulle rivendicazioni del sindacato, in particolare sul MAC0, Minima Accettabile Concentrazione. È un argomento di sfondo, del quale il Tribunale in realtà non si è affatto dimenticato, vi ha dedicato alcune considerazioni espresse, considerandolo per l’appunto un argomento di sfondo, di descrizione del contesto, mentre l’Accusa, in primo grado e anche nei motivi, insiste su questo argomento in una prospettiva francamente curiosa ragionando come se rivendicazioni di una parte di un conflitto costituiscano o costituissero dei parametri di un adempimento doveroso per l’altra parte, stravolgendo con questa prospettiva la logica immanente ad un conflitto, dove le Parti fanno le loro richieste, si confrontano ed arrivano a determinate soluzioni che rispecchiano un punto di equilibrio tra richieste di una parte e disponibilità dell’altra. Non sono le richieste del sindacato il metro a cui agganciare un giudizio legale sul comportamento dell’azienda, sui suoi adempimenti; il metro di giudizio è dato dalla normativa e non dalle piattaforme sindacali. D’altra parte la storia complessiva, che emerge anche dai motivi d’appello, al di là delle formulazioni retoriche, è una storia che curiosamente è stata rappresentata in modo diciamo alquanto denigratorio verso i risultati che il sindacato ha ottenuto proprio dal fronte d’Accusa, che avrebbe anche compiti di rappresentanza del sindacato, e in qualche caso anche rappresentanza processuale. È stata nel dibattimento di primo grado la Difesa, e non l’Accusa, a introdurre voci significative di rappresentanti del mondo sindacale, è stata la Difesa in tutto il dibattimento a difendere la dignità delle posizioni del Sindacato e a ricostruire uno sviluppo della vicenda che è fatto fondamentalmente di risultati ottenuti, risultati di cui esponenti attenti e agguerriti del mondo sindacale, sentiti come testi, si sono dichiarati in definitiva orgogliosi, giustamente orgogliosi. Non hanno rappresentato affatto un quadro idillico i Francina e i Tettamanti sentiti dal Tribunale; hanno rappresentato la realtà di un conflitto anche aspro, di posizioni diverse nel mondo sindacale, di un impegno molto forte, concreto sulla situazione della fabbrica. "In meno di un decennio dal punto di vista ambientale la rovesciammo come un calzino", ha detto Tettamanti; lo stesso Tettamanti, tecnico molto capace, preciso nel modo di parlare, che ha espresso la battaglia compiuta ed ha alla fine espresso una valutazione dei risultati raggiunti, senza trionfalismi né pessimismo, con senso di responsabilità, di realismo e con una giusta misura di orgoglio, vorrei dire. Cito testualmente cos’ha detto Tettamanti del risultato delle battaglie degli anni ’70 e dei mutamenti di quel periodo: "Io l’ho vissuto come un successo, chiaro che relativo, perché tutto è relativo, per esempio lo stesso successo ce l’avevo più su un reparto che non su un altro, però l’ho vissuto come un successo, e forse è anche uno dei motivi per cui sono qui quello di rappresentare, di fronte magari ad una stampa che riporta quello che succede oggi, di rappresentare quello che noi riteniamo con tutta onestà di aver fatto ieri e di aver portato, di aver contribuito ad avere portato al Petrolchimico un risanamento molto importante". Punti di vista soggettivi? La storia di un conflitto è fatta del confluire di punti di vista soggettivi, ma questo è il punto di vista di un’ala molto radicale del sindacato, che ha combattuto con fermezza e con orgoglio la sua battaglia e ha cercato di trarre un bilancio dei risultati, all’epoca e ancora a distanza di tempo. Da parte dell’Accusa fuga nella retorica, cito un piccolo particolare ma indicativo: nell’atto d’appello il Pubblico Ministero ha evocato con grande enfasi, a pagina 491, un documento sindacale del 1979, che riferiva: "Di una tragedia registrata al reparto CV6, che Montedison tre anni prima si era impegnata a chiudere. Al reparto CV6 cinque lavoratori sono stati operati per l’asportazione di tumori alle vie respiratorie. Uno di essi è morto il 28 agosto 1979". Tragedia personale di cinque lavoratori, mi sembra si debba dire; il collegamento con le condizioni di lavoro al CV6 era solo un’ipotesi, un’ipotesi che certo è comprensibile sia stata pensata all’epoca dai colleghi dei lavoratori ammalati e trasfusa in documenti sindacali in una prospettiva di lotta, ma nulla più che un’ipotesi tutta da verificare, un’ipotesi che non ha, per quanto mi consta, avuto alcuna convalida, un’ipotesi che comunque, aggiungo come Difensore di Enichem, sarebbe riferibile eventualmente a condizioni di lavoro del periodo precedente a quell’epoca, precedente all’agosto 1979, questione che non interessa. È un dato marginale, di sfondo, ennesimo esempio del tentativo dell’Accusa di costruire il suo mosaico con tasselli che non hanno alcun significato probatorio. E in questo tentativo mi pare che sia stata l’Accusa, laddove si è evocata la posizione del sindacato e il senso di una battaglia, a fare in definitiva torto al movimento dei lavoratori, oltre che alla verità storica là dove l’Accusa ha cercato di rappresentare la storia del problema CVM degli anni ’70 come la storia di un fallimento. Non è così e le voci dei lavoratori ci dicono che non è così. Per brevità, sorvolo adesso su aspetti tutto sommato minori del discorso d’Accusa e concentro la mia attenzione sui due capitoli fondamentali dell’attacco d’accusa relativo alle condizioni di lavoro: lavoro degli autoclavisti e lavoro degli insaccatori. Prima, però, notazione brevissima su un’altra delle accuse di carattere general generico, che curiosamente è stata ripetutamente ripresa anche nella discussione finale in questa fase di processo. Mi riferisco all’addebito di non avere separato le lavorazioni insalubri. Curiosa insistenza, perché si tratta di un profilo marginale e secondario rispetto alla stessa logica dell’Accusa. Questo addebito, omessa separazione di lavorazioni insalubri, sembra evocare una asserita violazione dell’articolo 19 del D.P.R. 303 del 1956, igiene sul lavoro, una disposizione citata nel capo d’accusa intitolata per l’appunto alla separazione dei lavori nocivi. La norma recita che "il datore di lavoro deve fare effettuare, ogni qualvolta è possibile, in luoghi separati, le lavorazioni pericolose o insalubri allo scopo di non esporre senza necessità i lavoratori addetti ad altre lavorazioni". È una disposizione chiaramente a tutela non dei lavoratori addetti alle lavorazioni da separare, se possibile, perché insalubri o pericolose, ma è una disposizione a tutela dei non addetti ai lavori da separare. Nel contesto dell’accusa di delitti con evento di danno, la sostanza del capo d’imputazione, un addebito di questo genere, omessa separazione di lavorazioni insalubri, avrebbe senso, come ipotetico fondamento di un eventuale giudizio di colpa, soltanto in relazione ad eventi lesivi i quali abbiano colpito lavoratori che, non addetti alle lavorazioni insalubri, non ne siano stati adeguatamente separati e ne abbiano subito effetti nocivi. Questa sarebbe la logica di una impostazione d’accusa che valorizzi un addebito di questo genere come fondamento di un giudizio di colpa, di un problema di eventuale colpa in relazione ad eventi di danno. Non troviamo in nessun punto dell’Accusa, per quanto io possa averla ricostruita, non troviamo in nessun punto dell’Accusa una impostazione di questo genere, una ipotesi di questo genere, lavoratore, non addetto ad una determinata lavorazione insalubre non separata che ne abbia subito il contraccolpo subendone una determinata patologia. Nulla di tutto questo, è un addebito che gira a vuoto nell’ingranaggio un po’ scoordinato o molto scoordinato dell’Accusa. È un addebito di colpa slegato da qualsiasi connessione con il problema dell’ipotetica eventuale connessione con questo o quell’evento. È anche un discorso molto limitato perché riguarda in definitiva nei discorsi nei quali l’Accusa ha cercato di articolare questa prospettiva, è un discorso che riguarda in definitiva un paio di punti specifici: l’impianto che satura materie prime nel CV15 e l’insacco del CVM emulsione, CV6. Sono questi i punti su cui il Tribunale ha risposto, per quanto ci interessa, evidenziando una avvenuta separazione di quelle lavorazioni in un’epoca sulla cui datazione vi è stata un po’ di discussione, l’Accusa polemizza alquanto circa le date, ma anche a seguire le polemiche d’Accusa siamo sempre in un periodo anteriore a quello della gestione Enichem. A proposito dell’insacco CV6, è la stessa Accusa che fa riferimento ad elementi i quali daterebbero la cosa al 1982. Non ci interessa entrare in particolari, questo piccolo capitolo, del tutto marginale e scoordinato con il disegno complessivo dell'Accusa, è un capitolo vuoto. Lavoro degli autoclavisti: è la mansione più esposta, è stato proprio il lavoro attorno alle autoclavi il luogo delle originarie alte esposizioni a cloruro di vinile, che si disperdeva nell’ambiente di lavoro, in particolare in relazione a particolari momenti del ciclo lavorativo comportanti l’apertura delle autoclavi per bonifica, dopo i vari cicli di polimerizzazione o per pulizia a determinate scadenze. Ed è qui che fondamentalmente vi sono state le trasformazioni significative, sia per quanto riguarda la struttura degli impianti, sia per quanto riguarda le procedure, le modalità di svolgimento di determinate operazioni. Penso innanzitutto al problema della bonifica delle autoclavi da effettuare al termine di ogni ciclo di lavorazione, bonifica che aveva lo scopo di recuperare il CVM residuo in autoclave al termine della reazione di polimerizzazione e di consentire la successiva apertura del boccaporto delle autoclavi riducendo il rischio di fuoriuscita di cloruro di vinile nell’ambiente di lavoro, recupero di CVM: serve alla produzione e serve all’igiene ambientale. Su questi fronti, modifiche procedurali significative sono state apportate subito a ridosso della scoperta del problema, dell’esplosione del problema negli anni ‘70, sono state apportate modifiche significative sia nel CV6, sia nel CV24, per quanto ci interessa; rinvio alla relazione per i dettagli tecnici, perché il fondamento delle notizie, dei dati tecnici che riassumo nella memoria scritta che depositerò, si trova agli atti di causa nelle relazioni dei consulenti, in particolare nelle relazioni del professor Foraboschi sullo stato degli impianti, non è un argomento che possa essere utilmente trattato in una esposizione orale, che deve andare a cogliere i punti essenziali. Interessa il fatto che le modifiche siano state effettuate attraverso una serie di indicazioni procedurali risultanti dalle relazioni tecniche dell’epoca, viene in rilievo in particolare una relazione tecnica del novembre 1977, la quale fa il punto sull’evoluzione delle procedure di bonifica delle autoclavi nei reparti CV24 e CV14; per le parti impiantistiche si può fare riferimento ad una serie di commesse di quel periodo e anche degli anni immediatamente seguenti. Cito soltanto, a mo’ di esempio, per andare ad un periodo più recente, una commessa 1012.08 del 1983, fine lavori luglio ‘84, con la quale venne ulteriormente migliorata la procedura di bonifica delle autoclavi; non entro nei dettagli tecnici per brevità. Quanto vale per il CV24 vale anche per il CV6, anche qui si può fare riferimento ad indicazioni procedurali. Vengo al punto su cui l’Accusa ha battuto e ribattuto: la questione degli ingressi in autoclave per pulizia. Questione da affrontare, per quanto riguarda i reparti che interessano Enichem, con riferimento ai due reparti di polimerizzazione in funzione all’epoca: il CV6, emulsione, e il CV24, sospensione. CV6: l’Accusa ha fatto ogni sforzo per negare una realtà che appariva, che è apparsa, chiara nel dibattimento di primo grado: gli ingressi in autoclave per pulizia nel CV6 sono cessati nel 1977. C’è un documento 9 novembre 1977 richiamato anche nella sentenza, che qui proiettiamo, un documento che riguarda varie cose e, nella parte intitolata "Lavaggio interno autoclavi", con riferimento al CV6 dice: "Non sussiste il problema perché si entra solo per manutenzione". Per il CV24 nello stesso documento si danno altre indicazioni di ordine procedurale, nel CV24 gli ingressi in autoclave continuavano. Chi legga l’atto d’Accusa talvolta sembrerebbe indirizzato verso l’idea che secondo il Tribunale non si entrava proprio più da nessuna parte; non è vero, il Tribunale ha parlato, si è discusso sul problema degli ingressi in autoclave per pulizia nel CV24, l’ha fatto la Difesa e il Tribunale ha preso atto di una realtà di cui dirò tra poco. Nel CV6 non ci si entra più; il Pubblico Ministero ha creduto di trovare la prova documentale che ci si entrasse ancora nel manuale operativo, ne abbiamo parlato l’altra settimana tra gli argomenti che ho introdotto nella prima parte di questa mia Difesa. Il manuale operativo non prova nulla, è un testo aperto ad eventuali usi, i documenti dicono qualcosa di diverso, lo dice il documento tecnico del 1997, è un documento che sta agli atti della società anche se non reca firme particolari, è un documento sulla cui provenienza non mi sembra proprio si possa avere dubbi. Una lettura diligente degli atti di causa ci ha fatto rinvenire un altro riscontro documentale molto interessante sul non ingresso in autoclave per pulizia presso il CV6 a partire dal 1977, mi riferisco alla relazione sulla situazione degli impianti presentata nel 1977 nel convegno organizzato dalla FULC, dalla Federazione Lavoratori Chimici. Nel capitolo C2, nel paragrafo C2, "Polimerizzazione in emulsione", dove si descrive il ciclo produttivo di una produzione di cloruro di vinile monomero di quel tipo, si fa una descrizione della procedura e alla fine si dice: "L’entrata in autoclave per pulizia è stata soppressa". Soppressa per ragioni delle quali hanno parlato diversi testi sentiti nel corso del dibattimento: si sono accorti che non serviva proprio, che aveva più inconvenienti che vantaggi. E su una datazione remota ne hanno parlato tutti. Occorre anche tener presente che quando, nel 2000, arriva il dipendente del Petrolchimico, l’operaio che ha lavorato nei reparti CV, e gli si chiede: "Ma fino a quando si entrava in autoclave nel CV6?", si fa una domanda storica, che trasporta indietro nell’esperienza esistenziale, indietro di decenni. Non credo che oggi, di fronte a domande che riguardano decenni passati, saremmo in grado di rispondere con precisione cronologica su tutto, anche noi che abbiamo una memoria passabilmente buona e siamo abituati a fare lavoro di testa e non puramente manuale. Errori di datazione sono quanto di più facile sia possibile, ma vi sono dei riferimenti cronologici significativi, che consentono di recuperare con buona certezza datazione di eventi anche remoti. Carraro, per esempio, che ha fatto l’autoclavista al CV6 per parecchi anni, ha riferito in udienza, nel 2000: "Non siamo più entrati in autoclave, che facevo ancora l’autoclavista"; ecco un riferimento preciso, Carraro era là quando l’ingresso per pulizia è finito. Carraro è diventato capo turno nel 1977, la sua deposizione conferma per l’appunto che da quell’epoca nel CV6 non si facevano ingressi in autoclave. Altri possono essere stati più imprecisi, ma non vi è alcuna deposizione che chiami in causa periodi che interessino la Difesa Enichem. Questo vale anche per il teste Ceolin, uno che il Pubblico Ministero presenta come favorevole all’Accusa; Ceolin introduce dei riferimenti cronologici non in linea con il riferimento al ‘77, l’ipotesi di un errore nel ricordo spiega con tutta tranquillità la disomogeneità tra il ricordato da Ceolin e quello ricordato dagli altri, quello che risulta dai documenti, quello che è ricordato da Carraro, quello che è ricordato da un altro teste che mi pare talvolta sia richiamato dall’Accusa, il teste Condotta. Non mi ci soffermo perché mi pare ce ne sia abbastanza. Possiamo anche qui aggiungere ad ulteriore conferma le dichiarazioni che così poco piacciono all’Accusa, ma che sono molto precise e dettagliate, del teste Rossetti, un teste bene informato e che è in grado di ricostruire più di altri la storia delle trasformazioni. CV24: lì si entrava ancora, nel ‘77 e anche dopo, anche in epoca Enichem. C’erano gli ingressi per pulizia, in una situazione enormemente diversa da quella del periodo iniziale. Ricordiamo che fin dagli anni ’70 erano state introdotte delle trasformazioni operative fondamentali, con la bonifica delle autoclavi ad ogni ciclo di polimerizzazione. Vi era il problema degli ulteriori ingressi per pulizia, con una frequenza via via più ridotta nel tempo e con un numero di lavoratori implicati nell’operazione via via più ridotto. Riduzione del numero; nel CV24 nel periodo Enichem chi entrava per pulizia nelle autoclavi? Ci entrava per l’appunto Cecconello e un altro che lavorava con lui; non risultano altri, Cecconello e l’altro mi pare si chiami Bulegato, l’ha menzionato Cecconello nella sua deposizione all’udienza del 19 aprile 2000, è una deposizione molto ampia e molto informata, Cecconello è lo stesso che ricordavo stamattina a proposito degli interventi con i cerca-fughe, Cecconello ha riferito di essere entrato in cavità fino al 1994 e ha descritto le modalità: estrema attenzione alle condizioni di sicurezza, ambiente sotto controllo, prima si introduce la sonda, si misura la concentrazione di CVM dentro l’autoclave, non nell’ambiente, ma dentro, laddove il lavoratore deve introdursi, e soltanto se la concentrazione è al di sotto della soglia di 5 parti per milione il lavoratore più entrare, munito delle adeguate protezioni, maschera in primis, per lo svolgimento delle operazioni in condizioni di sicurezza. Su questo punto le dichiarazioni di Cecconello hanno trovato piena conferma in dichiarazioni di altri testimoni che tra poco indicherò. C’è da sottolineare un ulteriore dato che ridimensiona drasticamente l’importanza di questo problema, ingressi in autoclave, così enfatizzato dall’Accusa, ed è la progressiva riduzione del numero degli ingressi, con il passaggio del tempo, a seguito della soluzione, dapprima ancora imperfetta e poi sempre più perfezionata, del problema dei cosiddetti antisporcanti, la ricerca di materiali idonei a liberare le pareti interne delle autoclavi da incrostazioni che sulle pareti si fissavano e che richiedevano l’intervento di Polizia. È una storia alquanto complessa, ha visto varie fasi, alcune senza risultati particolarmente soddisfacenti, in una fase successiva, 1985 e anni seguenti, vi è un susseguirsi di soluzioni e sperimentazioni più avanzate, dapprima presso il centro sviluppo processi e prodotti PVC dell’Enichem Polimeri, successivamente ulteriori interventi e sperimentazioni, viene sperimentato il prodotto cosiddetto Nigrosina, viene sperimentato il sistema brevetto della società Goodrich, si hanno i primi risultati e successivamente si avrà un risultato migliore con un prodotto cosiddetto BUS80 che verrà adottato in definitiva anche come antisporcante a Porto Marghera durante la gestione Enichem. Ma già da prima erano stati ottenuti dei risultati positivi di riduzione degli ingressi in autoclave in funzione delle tecnologie via via introdotte. La tabella qui proiettata riassume i dati proiettivi agli ingressi in autoclave nei diversi periodi. Sulle procedure di sicurezza adottate laddove si doveva ancora entrare per pulizia, ha già accennato prima quanto detto da Cecconello: "Si entrava in sicurezza, usavo la maschera con i filtri organici, l’ho sempre usata", ci ha detto Cecconello, il quale ha dato ulteriori particolari; come testimonianze di riscontro cito Tedesco Antonio, capo reparto al CV24 dal ‘72 e dall’86 assistente dell’ingegnere Pisani; cito Berto Luigi, che ha lavorato al CV24 dal ‘72 all’86 come operatore esterno e che pure assisteva ad operazioni di questo genere; Ferro Piergiorgio, che ha pure descritto i mutamenti della situazione nel corso del tempo. La sintesi di tutto quanto risulta da queste testimonianze e dalla documentazione relativa alla soluzione del problema antisporcanti può essere riassunta in poche battute: in epoca Enichem nel CV6 niente ingressi in autoclave, niente da tanto tempo; nel CV24 entravano pochissime persone nominativamente identificate, l’operazione era preceduta da bonifica dell’autoclave, avveniva in pratica assenza di CVM e nel rispetto delle procedure di sicurezza, il numero degli ingressi è andato drasticamente riducendosi nel corso del tempo. Se la Corte lo ritiene utile, io andrei avanti ancora con il capitolo degli insaccatori. È forse un tantino più lungo di questo, cercherò di sintetizzarlo al massimo. Il capitolo degli insaccatori di PVC, del polimero, non del CVM, è un capitolo un po’ particolare nel quadro complessivo del processo, un po’ particolare perché riguarda dei reparti i quali non sono compresi tra quelli in cui è presente il CVM, il CVM viene manipolato, non quindi tra i reparti ai quali si applica la disciplina specifica relativa al CVM secondo la normativa europea e poi la normativa italiana del 1982. È un punto su cui l’Accusa ha pure sollevato delle questioni, vi ritornerò tra un momento. Il problema che riguarda i reparti insacco è un problema di asserita polverosità in certi ambienti di lavoro e il presupposto dell’Accusa, come spesso avviene, l’Accusa è alquanto ambigua e cerca di giocare su più tavoli, a più livelli. Il presupposto, complessivamente guardando, è la tesi della nocività delle polveri di PVC, sia in quanto polvere in sé, sia in quanto polvere asseritamente contenente CVM, e quindi, con CVM contenuto, pericolosa o cancerogena per l’apparato respiratorio, specifica indicazione per quanto concerne l’ipotesi di causalità generale. Peraltro, soprattutto nell’ultima e più recente fase del processo, l’Accusa, evidentemente consapevole della debolezza del suo assunto di base, pericolosità specifica per un contenuto di CVM, nell’ultima fase l’Accusa ha cercato di trasporre il problema delle polveri ad un livello più generale e generico che finisce per prescindere dalla tesi più accusatoria che parla di polveri contenenti CVM. Ha scritto il Pubblico Ministero nei motivi d’appello, pagina 634, che: "Al fine di cui si discute, accertamento della colpa generica e specifica, non è necessario provare con certezza la cancerogenicità del PVC, ma solo il rischio per la sua generica nocività per l’apparato respiratorio dei lavoratori addetti all’insacco", e nelle considerazioni in diritto del Pubblico Ministero nella requisitoria e delle Parti Civili che hanno toccato il profilo della polverosità è stato dedicato un certo sforzo argomentativo per sostenere che la disciplina relativa alle polveri, la normativa del D.P.R. 303, è una normativa che ha riguardo per l’appunto alla polverosità in sé e prescinde da qualsiasi profilo di pericolosità delle polveri. È un argomento con il quale l’Accusa si preoccupa di doversi attestare su una trincea meno penetrante e sulla quale cerca di fare valere dei discorsi molto più generici, reimpostando l’Accusa in termini che, a questo punto, finiscono per perdere qualsiasi collegamento anche solo nell’ipotesi d’Accusa con l’ipotesi originaria della connessione causale rispetto a determinate patologie per esposizione al CVM contenuto. Si scivola indietro verso un’accusa che genericamente parla di polverosità. Ed è questa accusa riformulata su una trincea più arretrata che abbiamo trovato negli interventi dell’Accusa in quest’aula, quelli del Pubblico Ministero e quelli delle Parti Civili che si sono occupati dell’argomento, in particolare l’avvocato Pozzan, il quale più di altri ha approfondito il tema nell’udienza del 16 settembre scorso e ha articolato le tesi d’Accusa in un catalogo di 7 omissioni, così lui le ha formulate: omissione di questo, di questo e di quest’altro, dirò poi di che cosa in dettaglio. Elenco lungo ma che sostanzialmente ha un suo nucleo centrale rispetto al quale il resto è contorno e il nucleo centrale, espresso nei motivi d’appello del Pubblico Ministero a pagina 647, è formulato come "addebito di violazione dell’obbligo del datore di lavoro e committente di lavori in appalto di adottare interventi volti ad impedire o a ridurre lo sviluppo o la diffusione della polvere", articolo 21 del D.P.R. del ‘56, numero 303. È un discorso, dicevo, tutto collegato ai reparti insacco. La stessa Accusa, nel concentrarsi su questo, sembra avere tacitamente preso atto che nei reparti di polimerizzazione un problema di polverosità non c’era, il Tribunale ha dedicato nella sentenza alcune osservazioni a questo proposito, che non mi sembra siano state poi messe in discussione nei motivi d’appello. Le considerazioni del Tribunale sono a pagina 364 della sentenza; lo cito en passant, proprio perché l’appello ha lasciato da parte qualsiasi direzione del problema polverosità diversa dal riferimento ai reparti insacco, che sono l’insacco del CV6 e il CV5-15. C’è alla radice di questo discorso la questione che accennavo prima: erano reparti da ricondurre alla normativa del 1982, in particolare per quanto riguarda il monitoraggio? C’è un esplicito motivo d’appello su questo punto, pagina 660 dei motivi del Pubblico Ministero, viene rilanciata in polemica contro una esplicita e motivata statuizione del Tribunale, viene rilanciata l’accusa di avere omesso misure quali il monitoraggio continuo dell’ambiente e degli operai, di non avere tempestivamente installati gascromatografi e altri strumenti di rilevazione in continuo negli ambienti di insacco. Vedremo che rilevazioni ne sono state fatte e sono documentate in atti, rilevazioni diciamo episodiche, non sistematiche come quelle mediante gascromatografo. Come mai, l’inesistenza del sistema del monitoraggio gascromatografico nei reparti insacco, non è controversa ma c’è una ragione: il monitoraggio non c’era perché Montedison non l’ha ritenuto necessario, né quando nel ‘75 ha installato il gascromatografo nei reparti in cui vi era l’esposizione al CVM e nemmeno quando, nel 1982, è entrata in vigore la normativa speciale del D.P.R. 962. L’interpretazione che l’azienda ha dato all’epoca è che il monitoraggio nei reparti insacco non era obbligatorio; è una interpretazione corretta, che può essere tranquillamente fondata sugli articoli 1 e 3 del D.P.R. del 962. Articolo 1, quello che individua e delimita il campo d’applicazione della legge, lo leggo testualmente: "Le disposizioni del presente decreto si applicano alle lavorazioni nelle quali il CVM è prodotto, recuperato, immagazzinato, travasato, trasportato od utilizzato in qualunque maniera e/o trasformato in polimeri o copolimeri di cloruro di vinile, alle quali sono addetti lavoratori subordinati o ad essi equiparati". L’articolo 3, nell’indicare gli obblighi del datore di lavoro, tra cui quello di monitoraggio continuo, li collega alle zone di lavoro di cui all’articolo 1. Cosa risulta dal collegamento di questi due articoli? Risulta che il monitoraggio continuo è obbligatorio per le lavorazioni nelle quali il CVM è prodotto, recuperato, immagazzinato, travasato, trasportato od utilizzato in qualunque maniera e/o trasformato in polimeri o copolimeri di CVM. L’insacco del polimero non rientra in tale ambito, cioè non rientra in nessuna delle tipologie lavorative indicate dall’articolo 1 richiamato dall’articolo 3. Correttamente dunque la Montedison nel 1982 ha ritenuto, di fronte alla normativa, di non dovere, di non essere obbligata ad impiantare il monitoraggio gascromatografico nei reparti insacco. Quando Enichem nel 1987 ha assunto la gestione degli impianti, l’esclusione dell’insacco dalle zone sorvegliate era un dato di fatto che non vi era alcuna ragione di rimettere in discussione. La soluzione già maturata era una soluzione corretta. Veniamo ai presupposti e contenuti fattuali dell’Accusa. Presupposto dell’Accusa nella versione diciamo hard, nella versione più spinta: le polveri di PVC contenevano CVM e il lavoro di insacco comportava una qualche esposizione al CVM. Vediamo come stanno le cose. Il discorso qui rischia di essere un tantino noioso, ma è inevitabile andare a fare riferimento anche a degli elementi tecnici che consentano di avere chiara la situazione. Il problema del contenuto massimo di CVM nel PVC ha una regolamentazione legale, decreto ministeriale 2 dicembre 1980, aggiornato nel 2000, decreto ministeriale 15 giugno 2000, limiti di sostanze pericolose per imballaggi, recipienti, utensili, destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o le sostanze ad uso personale. Il Tribunale, a pagina 362, dà atto di questi limiti, quelli che le sostanze alimentari, eccetera, non devono contenere cloruro di vinile monomero in qualità superiore ad 1 milligrammo per chilogrammo, cioè una parte per milione, trasformata in questo senso. Le specifiche prodotti finiti relative al CVM prodotto a Porto Marghera tengono conto di questi limiti. Abbiamo una notevole quantità di bollettini di analisi del PVC prodotto a Porto Marghera; in una relazione tecnica in atti dei professori Foà e Foraboschi, relazione tecnica 19 settembre 2000, sono esaminati 569 bollettini di analisi del PVC prodotto presso il reparto CV6 e sono stati in qualche modo catalogati in funzione del contenuto del CVM residuo; per la maggior parte dei casi, quasi tutti i bollettini danno un contenuto di CVM residuo al di sotto di una parte per milione, soltanto in casi isolati qualche cosa di più. Contenuto molto basso, al limite dell’inesistente, le ragioni tecniche di questa sostanziale assenza di CVM disciolto nel PVC del CV6, sospensione, sono state spiegate sul piano tecnico dal professor Foraboschi e anche da testi tecnicamente bene informati, come Rossetti nell’udienza del 16 giugno e il teste Magri nell’udienza del 23 giugno. Ci ha detto Rossetti: "Il processo stesso di polimerizzazione, per come era condotto del CV6, andava ad essiccare, quindi a produrre polveri talmente fini che per forza di cose il monomero ed eventuali altri emulsionanti venivano espulsi in fase di essiccamento", sostanziale assenza. L’assenza di cloruro di vinile monomero, evidenziata dai dati relativi al prodotto, quelli che dicevo prima, trova conferma significativa, conclusiva, nelle rilevazioni analitiche effettuate nella sala insacco del CV6, abbiamo dei dati relativi al 1976, abbiamo altri dati relativi al 1984, anche questi sono riportati nelle relazioni tecniche, il quadro che ne risulta è anche qui di concentrazioni di CVM sempre al di sotto del limite di rilevabilità strumentale. A metà degli anni ‘80, quando i lavori di miglioramento ambientale erano sostanzialmente conclusi e la zona insacco era stata trasferita fuori dal reparto CV6, a quella data nessuna rilevazione ha mostrato una presenza di CVM nell’atmosfera delle zone di lavoro. Questo per il CV6. Per il CV24 i dati sono pure riportati nelle relazioni tecniche e anche qui, anche per il CV24, i dati riportati dal professor Foraboschi e dal professor Foà danno l’evidenza che il contenuto di CVM residuo nel PVC prodotto nel reparto era nettamente inferiore ad una parte per milione. Il Tribunale ha recepito questi dati tecnici. Altro problema discusso nel dibattimento di primo grado e riproposto nei motivi d’appello attiene alla questione respirabilità o non respirabilità delle polveri di PVC, il problema riguardo alla dimensione delle polveri, che sono respirabili soltanto al di sotto di una determinata granulometria. Per brevità mi riporto anche su questo problema ai dati tecnici risultanti dalla relazione tecnica del professor Foraboschi, che evidenziano la non respirabilità delle polveri. Su questo punto il tentativo di contrattacco dell’Accusa si è sviluppato secondo la consueta tecnica, quella che è utilizzata un po’ dappertutto nel processo, la estrapolazione ed enfatizzazione di dati isolati come se fossero rappresentativi della situazione normale. È venuta cioè a paragonare ai dati risultanti dall’insieme delle misure effettuate, dei dati spot, isolati, come se il dato isolato e non la valutazione dell’insieme costituisse il criterio per la valutazione della situazione che è da valutare in quanto situazione d’insieme. Anche su questo punto il difetto di impostazione dell’Accusa è stato correttamente rilevato dal Tribunale. La storia dei reparti insacco è una storia che, come quella del CV6 di cui abbiamo parlato prima, bene riflette l’esistenza di per sé non controversa e la radicalità delle modifiche migliorative delle trasformazioni che gli impianti hanno ricevuto, con una serie di interventi nel corso del tempo, molti, moltissimi e particolarmente significativi già concentrati nei primi anni ‘70. È una storia di trasformazioni che, come per il CV6, trova il suo significativo rispecchiamento in ciò che i testimoni, numerosi testimoni ascoltati nel dibattimento di primo grado, hanno detto, trasmettendo chiaramente al Tribunale la loro percezione di una situazione che si è evoluta nel tempo, a partire da quadri iniziali estremamente pesanti e vissuti come tali, non so se nocivi o meno, ricordiamo che qui non siamo in ambito esposizione a CVM, siamo in un ambito di esposizione a polveri di PVC, le cui caratteristiche sono quelle che abbiamo detto e non giustificano le ipotesi causali legate all’Accusa originaria. Vista la cosa a questo livello, entro questi limiti, di problema di generica polverosità, abbiamo una situazione che, come situazione di partenza, è stata descritta da più di uno a tinte molto pesanti, "un inferno di polvere", ha detto uno dei testi sentiti, adesso non ricordo il nome, lo ritroverò più avanti, e questa idea dell’inferno di polvere nei reparti insacco è stata poi coccolata e coltivata in tutti i modi dall’Accusa, nel tentativo di farne l’immagine generale dei reparti per tutto il tempo. Quello che ha parlato di inferno di polvere è un lavoratore uscito di scena prima che si arrivasse alla gestione Enichem, è una immagine che ci porta al passato. C’è da dire, a proposito dei testimoni, che qui più che altrove, mi sembra sia venuta ad emergere chiara nel modo di conduzione dell’istruzione probatoria, nel dibattimento di primo grado, la parzialità, in tutti i sensi del termine, dell’approccio d’Accusa, che non si è preoccupato di distinguere secondo periodi di tempo, ma nel tentativo di disegnare un quadro generale valido comunque, indipendentemente dai periodi, ha evitato di porre ai testimoni domande volte a precisare contesti temporali e mutamenti di situazione. L’approccio d’Accusa ha sempre puntato sull’indistinto e sull’indistinto temporalmente. È stato un continuo sforzo della Difesa, nel dibattimento di primo grado, il portare i testimoni a precisare i tempi, a ricostruire percorsi di mutamento, con tutte le difficoltà che questo comporta quando nel 2000 si tratta di andare a ricostruire vicende svoltesi in decenni precedenti, anni ’70 e ‘80. Vale forse anche la pena di introdurre una considerazione di questo tipo, che di fronte ad un’Accusa che sollecita il ricordo attorno alle situazioni peggiori, nulla di strano, perfettamente normale che i testimoni portino in primo piano le immagini più remote ma anche più forti: l’inferno di polvere di chi ha vissuto l’inferno di polvere nei primi anni ’70, è un’immagine molto forte, un’esperienza di vita che può restare infissa nella memoria a distanza di tempo e si sovrappone ad altre esperienze, soprattutto se il discorso non viene poi approfondito. Dov’è stato approfondito, però, l’elemento che è sempre venuto in evidenza, con accentuazioni diverse secondo i lavoratori, secondo i modi di esprimersi, secondo i vissuti personali, ma è sempre venuto in evidenza il dato di fatto obiettivamente riferito e soggettivamente valutato di situazioni mutate secondo una linea di progressivo miglioramento. È naturale che sia così, visto che le situazioni impiantistiche sono state largamente trasformate nel corso del tempo, sia con riferimento al CV6 che con riferimento al CV5-15. Con riferimento al CV6 ho già accennato prima allo spostamento del reparto insacco in un luogo sito fuori dal reparto, fuori dagli altri luoghi di lavoro. Vi è una serie molto ampia di modifiche documentate da commesse, ne cito alcune di una fase più recente, successive a quelle della prima fase: installazione di un impianto di captazione delle polveri dell’insacco all’interno del reparto, prima dello spostamento fuori, innalzamento del camino della prima linea di essiccamento, commessa del 1980, installazione di un nuovo sistema di insaccamento automatico per la seconda linea, cosiddetto insacco Cronos, commessa 471609 ancora del 1980, con caratteristiche tecniche che qui non sto a richiamare, altre numerose commesse nel periodo, l’insacco Cronos per la seconda linea di essiccamento fu uno dei lavori più efficaci per risolvere il problema della polverosità dell’insacco perché prevedeva l’installazione di una insaccatrice di nuovo tipo, con caratteristiche tali da evitare l’uscita di polveri dal sacco verso l’esterno; i bollettini relativi alla situazione ambientale nel reparto, riflettono i risultati legati alla modifica delle situazioni, per brevità non mi soffermo. CV5-15: in questo caso le sigle vanno insieme. In realtà, per quanto interessa la gestione Enichem, dovremmo dire il CV15; il CV5 è stato fermato nel 1987, in coincidenza sostanziale con l’inizio della gestione Enichem. Il CV15 è rimasto sotto la gestione Enichem fino al 30 settembre 1990, ma in quel periodo vi sono state notevoli modifiche che hanno comportato una progressiva nel tempo riduzione delle quantità di prodotto lavorate nel CV15 e lo spostamento della produzione di grandi, crescenti quantità, verso un reparto nuovo, il cosiddetto Sicron 1, tutt’ora in funzione; ne ha parlato, facendo il quadro riassuntivo di tutti questi punti, l’ingegnere Pisani nelle sue dichiarazioni all’udienza 3 aprile 2001, ma sono dati anche questi riferiti nelle relazioni tecniche. Le quantità di prodotto che sono passate per il CV15 sono drasticamente diminuite; nel 1987 la produzione era di 62.000 tonnellate, nell’88 meno, nell’89 meno ancora, nel 2000 si è arrivati a molto meno, da 62 a 7 come scarto. I lavori realizzati sono molto numerosi, ho inserito qui, sarà ritrovato nella memoria, una tabella della relazione Foraboschi che riassume l’insieme dei lavori e dei risultati conseguiti. Non mi soffermo sui particolari, mi limito ad indicare il senso complessivo dei risultati: a seguito delle modifiche realizzate, negli anni della gestione Enichem, non vi era più praticamente alcun contatto diretto dell’operatore con le polveri di PVC in sospensione e con gli altri prodotti che costituivano materia prima per il granulo, perché il carico dei prodotti avveniva a questo punto attraverso un sistema di trasporto pneumatico realizzato in tubazioni e tramogge di carico, apparecchiature chiuse. C’era un solo momento un pochino più delicato, ed è quello su cui l’Accusa si è concentrata, drammatizzando oltremodo quello specifico momento ed è il caricamento di materie prime presso il cosiddetto blender. È una operazione descritta in un modo un po’ forzato, o unilaterale, da alcuni dipendenti: bisognava tradurre le materie prime nel recipiente in cui dovevano essere inserite, era un momento di particolare esposizione, ha detto qualcuno. In realtà c’erano le cappe di aspirazione sistemate là dove dovevano essere collegate ed una esecuzione corretta dell’operazione avrebbe tranquillamente consentito, tranquillamente consentiva al lavoratore di non mettersi di sua iniziativa in posizione ravvicinata ai prodotti da miscelare. La realtà delle trasformazioni impiantistiche è un dato di fatto non controverso nella sua realtà storica e le conclusioni che l’Accusa ne trae ne prendono atto, sempre secondo il solito clichet, che a noi va benissimo per la parte che ci riguarda; altri discuteranno l’altra. Pagina 328 dei motivi del Pubblico Ministero: "Dall’esame degli interventi che arrivano fino al 1984 relativi ai reparti CV5-15 emerge nella loro generalità che gli stessi sono stati predisposti con enormi ritardi, in violazione sia delle norme di buona tecnica che delle leggi", in violazione di norme perché in ritardo, non perché interventi cattivi. Il Pubblico Ministero dice "interventi di modesto contenuto tecnologico", il che non è vero e lo stesso Pubblico Ministero sa benissimo che non è vero, tanto che, preso atto di quegli interventi, orienta l’accusa retrospettivamente, verso il passato: enormi ritardi, dovevano farlo prima, dieci anni prima, vent’anni prima, chissà quando. Per quanto riguarda Enichem gli interventi sono anteriori. Lo dice il Pubblico Ministero, il quale a questo proposito fa una cosa della quale potremmo anche essergli grati: a pagina 329 e 330 dei motivi, troviamo un elenco di commesse delle quali il Pubblico Ministero richiama l’oggetto, senza richiamare la data. Se andiamo a verificare le date di apertura di quelle commesse, troviamo che quelle relative ad interventi di miglioramento ambientale sono comprese nel periodo dal 23 dicembre 1971 all’agosto 1976; ve ne sono poi un paio di altre del 1980. Possiamo verificare, punto per punto, l’ho fatto nella memoria scritta che consegnerò alla fine, non lo faccio qui per brevità, possiamo vedere punto per punto quali sono gli oggetti delle commesse richiamate dal Pubblico Ministero e troveremo che hanno dei contenuti direttamente incidenti sulle condizioni di lavoro e sui problemi di difesa dalle polveri, aspirazione delle polveri e altri lavori altrettanto incisivi, interventi relativi alle cappe di aspirazione dei blender, all’installazione di apparecchiature su una linea o su un’altra linea, sistemazione dei locali per spostare la pesatura degli stabilizzanti, inserimento di filtri, eccetera. Per brevità non mi ci si soffermo, così come rinvio alla relazione scritta per l’illustrazione, pure essa sulla falsariga di quanto osservato nelle relazioni di consulenza tecnica, ma mi è parso opportuno ricapitolarlo indicando i risultati delle diverse modifiche migliorative dell’impianto fase per fase, seguendo cioè la lavorazione presso il CV15 nelle diverse fasi in cui la lavorazione si articola, dalla pesatura delle materie prime, al carico e miscelazione, alla granulazione, all’insaccamento vero e proprio, tutte fasi che sono state oggetto di una serie di modifiche impiantistiche nel corso del tempo, nel corso del decennio settanta, fondamentalmente. Queste modifiche sono riflesse nei miglioramenti della situazione ambientale nel CV5-15, pur essi documentati, documentati da bollettini relativi alle misurazioni effettuate nel reparto. Non mi ci soffermo perché a quest’ora avremmo tutti difficoltà a seguire il discorso, voi ad ascoltare e anch’io a leggere i numeri legati a questo capitolo. Mi limito ad osservare che l’Accusa, nel suo attacco concentrato sulla situazione dei reparti insacco, ha evitato di introdurre nel discorso i dati obiettivi rappresentati dai volantini; fu facile rievocare le frasi ad effetto che hanno parlato per un periodo lontano di effetto di polvere. Debbo notare anche qui, anche a proposito di questi bollettini, la solita tecnica dell’estrapolazione di alcuni dati impropriamente controllati ad altri: a dati relativi alla concentrazione nell’ambiente di lavoro che mostrano soluzioni soddisfacenti, vengono contrapposti dai consulenti d’Accusa altri dati relativi alle cosiddette sorgenti o ai luoghi da cui può partire una diffusione di polveri. È lo stesso discorso che abbiamo tanto volte fatto a proposito del cloruro di vinile: una cosa sono le concentrazioni ambientali, una cosa sono le misurazioni in particolari punti di fuga. Per completare il discorso mi resterebbe da richiamare le testimonianze. Potrebbe essere un discorso lungo, però io non vorrei farlo né oggi pomeriggio né domani, rinvio alla relazione scritta, mi limito a qualche notazione rapidissima. Il Pubblico Ministero ha citato alcuni testi, selezionandoli a modo suo, alcuni non ci interessano, perché sono testi che non hanno mai lavorato con Enichem; altri, come De Stefani, che ha lavorato al CV15 fino al ‘52, ha reso una deposizione del tipo che prima dicevo, riferisce di una situazione in mutamento, all’inizio ha molti problemi, poi hanno messo un aspiratore che aspirava le polveri, "era "grandetta", avevamo la maschera", miglioramenti, è uno dei testi citati dal Pubblico Ministero. Altro teste d’accusa, Biasiolo, che descrive l’operazione al blender, l’unica operazione su cui l’Accusa ha fatto un fuoco di fila; anche Biasiolo, che è un teste utilizzato dall’Accusa, non conferma l’ipotesi d’accusa relativa alla carenza di cappe d’aspirazione. Sull’operazione sul blender altri testi hanno chiarito come l’operazione si svolgeva; faccio riferimento a Caldon, udienza 11 luglio 2000, foglio 21, per lo meno dell’impaginazione che io ho agli atti. Se è vero che l’operatore in un determinato momento metteva la testa, si avvicinava per mettere i coloranti, lo faceva per un istante e a blender fermo, in una situazione quindi che non comportava esposizione a polveri. Altri testimoni, Corò, Zoccarato, Pezzato, tutti seguono lo stesso schema, tutti più o meno danno atto del progressivo miglioramento delle situazioni. Garatto Mario, il teste che ha parlato di "inferno di polvere", riferisce di situazioni anteriori al 1978, visto che in quell’anno è passato all’altro reparto; siamo alla preistoria rispetto a quello che ci interessa. Ci sono poi le testimonianze di Gasparini, Rossetti e Caldon, testi introdotti dalla Difesa, sui quali l’Accusa ha sparato a zero, sostanzialmente senza introdurre altri argomenti se non che sono testi della Difesa. L’attendibilità di questi testi mi sembra sia pienamente riscontrata, non soltanto dall’attenzione, dalla loro attenzione a distinguere le diverse situazioni, dalla corrispondenza di quanto dichiarato con la documentazione tecnica, sono testi che, a differenza di altri, hanno fatto riferimenti precisi alle situazioni impiantistiche e al loro modificarsi, hanno fatto dichiarazioni in linea anche con le dichiarazioni degli altri testimoni. Mi fermerei qui perché questo è l’essenziale. Si potrebbe aggiungere qualche cosa sugli addebiti minori, per così dire, l’elenco delle omissioni evocato dall’avvocato Pozzan laddove ha riassunto la posizione d’Accusa, ma gli altri addebiti sono veramente minori, relativi a problemi come l’informazione dei lavoratori o altre cose che non attengono alla sostanza degli impianti né hanno molto senso se riferite al periodo Enichem. La conclusione sulla quale chiudo, nel tentativo di proporre un quadro di sintesi, è che quando Enichem, nel 1987 arriva, il quadro dei reparti insacco era totalmente diverso da quello "dell’inferno di polvere" dell’inizio degli anni ‘70. Uso l’espressione solo perché è agli atti, non per farla mia, ma per partire dalla rilevazione di un contesto dal quale parte l’Accusa, ma quel contesto è cambiato; vi sono state tutte le trasformazioni documentate in atti, chiaramente percepite nel vissuto dei lavoratori, le cappe di aspirazione c’erano nei punti cruciali, parlo delle cappe d’aspirazione perché sono un profilo specifico di attacco d’accusa che lamenta la mancanza di cappe di aspirazione senza precisare dove e quando, c’erano a disposizione maschere e guanti e venivano utilizzati. Per brevità non mi sono soffermato su questo aspetto. Il risanamento dell’inferno di polvere dei primi anni ’70 era realizzato da tempo. Ha detto Rossetti: "Il nostro riferimento da non superare per quanto riguarda le polveri erano i 5 milligrammi per metro cubo, in realtà poi trovavamo dieci volte meno di unità di milligrammi per metro cubo". Situazioni di tutta tranquillità, situazioni perfettamente in linea con le esigenze di sicurezza. Mi fermerei qui perché il prossimo capitolo, la prossima parte è ancora legata alla situazione impiantistica e richiederebbe un pochino più di tempo e di attenzione. Vorrei domani riprendere con questa ultima parte del capitolo impiantistico dedicato direttamente alla situazione e alle innovazioni del periodo Enichem, situazione del periodo successivo al giugno 1977; dopodiché passerei alla ulteriore ultima parte del mio intervento su alcuni profili di diritto relativi alla impostazione d’Accusa.

 

PRESIDENTE – Dichiaro chiusa l’udienza.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 21 ottobre 2004 ore 09.00.

 

Il presente verbale viene chiuso alle ore 16.55.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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