UDIENZA DEL 21 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 27 ottobre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

La verbalizzazione stenotipica inizia alle ore 09.12.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Prego, signor avvocato.

 

DIFESA – Avv. Stella – Presidente, oggi cederò pochissimo alle tentazioni del diavolo e solo alla fine, quando parlerò dell’intervento dell’avvocato dello Stato, proietterò tre o quattro diapositive. Io oggi devo chiudere la mia discussione parlando del disastro e poi parlando dell’estraneità dei miei assistiti a tutte le imputazioni. Sul disastro; diciamo che lo svolgimento del processo sul disastro rappresenta il suggello, la diagnosi definitiva sulla allergia dell’Accusa alle premesse giuridiche e sulla allergia alle prove. Anche qui delle premesse giuridiche non si è mai parlato, diciamo che la guida dell’Accusa è sempre stata il "da mihi factum, dabo tibi ius", un coacervo di fatti, un coacervo di forme di fatti che era privo dei necessari criteri selettivi. Delle premesse giuridiche del disastro, relative al disastro, non si è parlato nel processo di primo grado fino alla mia discussione del luglio 2001 e alla mia memoria del 6 settembre 2001. Naturalmente, senza i criteri selettivi, anche i temi di prova erano rimasti molto confusi, diciamo che è stato proprio un coacervo di fatti informe quello enunciato dall’Accusa, basta pensare che per il disastro ambientale abbiamo sentito parlare dell’inquinamento, dei sedimenti, delle autobotti, delle discariche, della biodisponibilità, della tabella A, B e C del protocollo d’intesa, e via elencando, ma senza che nessuno potesse capire bene quali erano i fatti che dovevano essere considerati rilevanti e provati sotto il profilo del disastro ambientale. Io oggi parlerò soprattutto del cosiddetto disastro ambientale, però devo ricordare l’inquadramento delle premesse giuridiche, come ho fatto in primo grado. L’inquadramento - piuttosto banale, piuttosto elementare - parte da una semplicissima analisi dei rapporti tra l’articolo 450, l’articolo 449 e l’articolo 434 e l’articolo 437 capoverso, e secondo me è un’analisi importante, anche se banale, perché l’articolo 450, che parla di pericolo di disastro, contiene un elenco chiuso di disastri: il disastro ferroviario, l’inondazione, il naufragio, etc.; un elenco chiuso, il che vuol dire che di pericolo di disastro si può parlare solo in relazione a quei disastri elencati tassativamente. Per tutti gli altri disastri l’ipotesi colposa del pericolo di disastro, del mero pericolo di disastro, è esclusa. Lo dicono le due rubriche: articolo 449, delitti colposi di danno; articolo 450, delitti colposi di pericolo. Questa contrapposizione tra il danno e il pericolo naturalmente è sempre stata sottolineata dagli studi sull’argomento, diciamo per tutti, chi si è occupato più a fondo del disastro è stato Marinucci, grande giurista che tutti conosciamo, ecco cosa dice Marinucci: "Pericolo e danno – con riferimento alle due rubriche – sono qualificazioni che non attengono alla pubblica incolumità, che in entrambi i casi per definizione è sempre e solo esposta a pericolo. Vogliono significare piuttosto che l’esposizione a pericolo per colpa nella maggior parte delle ipotesi deve provenire e prendere corpo necessariamente da un insieme rilevante di risultati lesivi di beni patrimoniali e personali. Per talune ipotesi, invece, quelle del 450, data l’allarmante attitudine offensiva dei fattori causali insiti nella meccanica delle condotte costitutive – disastro ferroviario, naufragio, sommersione natante – è sufficiente perfino il pericolo del verificarsi di quei risultati dannosi, cosicché il loro significato offensivo sta già nella minaccia che possa insorgere un pericolo per la pubblica incolumità". Questa impostazione, questo ordine di idee, lo ritroviamo nella manualistica, ma lo ritroviamo anche nella giurisprudenza, in talune sentenze della Cassazione. Ecco, per esempio questa Cassazione del ‘91: "il reato di disastro colposo richiede quali elementi costitutivi una condotta colposa la quale si ponga in nesso di causalità con un evento di danno che colpisca la collettività e produca effetti gravi, complessi ed estesi a cose e persone, esponendo a serio pericolo l’incolumità pubblica". Diciamo che il requisito del danno per le persone è un requisito che era stato sottolineato anche dall’Accusa, nel capo d’imputazione in relazione al capo primo voi leggete, quando parla di morti e lesioni: "cagionavano il delitto di disastro, tanto che ne derivavano la morte e la malattia di un numero allo stato ancora imprecisato di persone", e nelle morti e malattie contestate l’avvocato Manderino aveva proprio individuato ciò che costituisce l’essenza del disastro contestato ai sensi dell’articolo 437 capoverso. Naturalmente in questa impostazione poneva un serio problema per l’Accusa in relazione al capo 2, perché in relazione al capo 2, disastro ambientale, di danno alle persone proprio non si poteva parlare, di danno alle persone, e allora che cosa ha fatto l’Accusa? Ha unificato le contestazioni, ha detto: "è un unico disastro", e in questo modo l’Accusa ha cercato di prendere a prestito il danno alle persone contestato con il primo capo d’imputazione per utilizzarlo anche per il secondo capo d’imputazione, il disastro ambientale. Oltre al danno alle persone, poi, c’è il danno alle cose, il danno alle cose di cui al capo primo d’imputazione io non sono riuscito a capire in che cosa consista, ne parlerà oggi il professor Pulitanò, ma io non sono proprio riuscito a capire. Quanto al danno alle cose, che è veramente un requisito imprescindibile del disastro, di cui al capo 2, beh, qui l’Accusa ha dimostrato la consueta allergia per le prove. La Difesa, qui è successo così sempre in primo grado, che la Difesa ha praticamente nei fatti accettato un’inversione dell’onere probatorio, e allora si è registrata in primo grado questa situazione: che la Difesa ha ritenuto che se in assenza di prove, pensate che l’assenza di prove era talmente visibile che io nell’udienza del 10 luglio, rivolto all’Accusa, dissi: "ma per piacere, siamo in un processo penale, provate a provare". In questa situazione di mancanza di prove dell’Accusa, la Difesa aveva fatto fare le analisi a questo studioso di ecotossicologia, che si chiama professor Vighi, dell’Università di Milano; sono rari gli studiosi di ecotossicologia ancora ai nostri giorni, il professor Vighi è uno dei maggiori rappresentanti in Italia. La tesi sostenuta dal professor Vighi - e poi vedremo come cercherà di recuperare il Procuratore Generale su questo punto - è che, se di danno alle cose si può parlare, questo non può che essere un danno all’ecosistema lagunare. Ma il danno all’ecosistema lagunare non c’è stato. "La laguna di Venezia – dice Vighi – non ha più nulla di un ecosistema naturale, perché si tratta di un sistema fortemente antropizzato e gestito dall’uomo, soggetto da secoli a profonde mutazioni nella sua struttura naturale e quindi profondamente alterato. Di nessun rilievo – dice Vighi - a questo proposito sono le tabelle A, B e C del protocollo d’intesa del 1993, che fissano dei limiti con lo scopo non di indicare i criteri di qualità ambientale, ma con lo scopo di classificare e definire la qualità del materiale da utilizzare per interventi in laguna". Cosa sono invece i criteri di qualità ambientale? Ce lo dice il Comitato Scientifico Tossicologico ed Ecotossicologico della Commissione Europea: "I criteri obiettivi di qualità ambientale – dice il Comitato - devono permettere che tutti gli stadi del ciclo vitale di tutti i diversi organismi acquatici si possano compiere con successo e senza alterazioni. Non devono produrre condizioni tali da determinare l’allontanamento degli organismi dall’habitat o da parte di esso, in cui sarebbero presenti in condizioni naturali; non devono produrre bioaccumulo di sostanze a livelli pericolosi per il biota attraverso la catena alimentare o per altre vie; non devono produrre condizioni capaci di alterare la struttura e le funzioni dell’ecosistema acquatico". Questo dice il Comitato della Commissione Europea. E Vighi, sulla base di queste indicazioni, ha individuato i criteri di qualità ambientale che sono stati elaborati dalle agenzie internazionali, soprattutto il RIMM olandese e il NOA statunitense. Vighi ha messo in evidenza che anche i criteri di qualità sono dei limiti soglia, cioè sono delle valutazioni prudenziali che sono effettuate con delle stime compiute applicando dei fattori di sicurezza, il che vuol dire che anche se ci fosse un loro superamento, con ciò non avremmo ancora un pericolo per l’ecosistema. Ma Vighi ha dimostrato che l’ambiente, l’ecosistema lagunare è al di sotto, largamente al di sotto dei criteri di qualità indicati da queste organizzazioni. Vighi è stato controesaminato, ma il controesame si è concluso con un nulla di fatto per l’Accusa; vedremo dopo cosa succede nei motivi. E d’altra parte c’era il problema ancora una volta, per il disastro, di dimostrare se sussistesse o meno il pericolo per la pubblica incolumità, e siamo alle solite, questo è un requisito di fattispecie assolutamente intoccabile, e anche qua, di fronte all’inerzia dell’Accusa, la Difesa non era rimasta con le mani in mano, io avevo dato incarico ai nostri esperti di fare delle ricerche, che sono sfociate, per quanto riguarda il capo 1, in una serie di relazioni e di consulenze, le cito tutte perché sono agli atti, poi le riallegherò per comodità della Corte anche alla memoria, sono, nell’ordine: l’indagine di Foraboschi e Foà sulle polveri, e soprattutto l’indagine di Foraboschi sull’assenza di pericoli reali nello stabilimento, la relazione di Zucchetti e Dragani, sempre dal titolo "L’assenza di pericoli reali nello stabilimento", e la relazione del dottor Tirabassi del CNR sull’assenza di pericoli reali all’esterno dello stabilimento. Un quadro inossidabile della totale assenza di pericoli reali per la pubblica incolumità. Ma dico subito che a tutte queste relazioni, a tutte queste dimostrazioni compiute dalla Difesa non è mai stata rivolta alcuna contestazione da parte dell’Accusa, non è mi stato compiuto nessun tentativo di confutazione, né oralmente, né per iscritto. E quindi alla palpabile assenza di dati da parte dell’Accusa si contrappone proprio questa ricchezza di dati che stanno ad indicare la reale situazione concreta dello stabilimento nel periodo di gestione Enichem. Conoscete già i dati sulla esposizione reale al CVM, sono già allegati alla memoria sulla causalità, sono i dati dell’esposizione reale e sono molto inferiori, tratti dal registro degli esposti, che sono molto inferiori ad 1 ppm, e abbiamo visto – e non torno sull’argomento – che questi valori che vanno dallo 0,11 allo 0,50 circa non sono stati minimamente toccati dalle indagini del professor Nardelli, che ha visto le sue cose dal punto di vista del fisico e che dice: "come fisico ho già ottenuto un risultato indicando che l’esposizione all’interno dell’1 ppm era superiore a quella indicata dal registro degli esposti a causa delle perdite", etc. etc., e Nardelli – l’ho già detto – arriva a calcolare uno 0,6 e rotti ppm. Quanto alla polverosità negli ambienti dell’insacco, le relazioni segnalano e dimostrano il crollo della polverosità e di concentrazione delle polveri e del contenuto di CVM nelle polveri di PVC, e si mette in particolare in evidenza che nel reparto CV5-15, il CV5 è stato fermato nel 1987 e non è stato gestito da Enichem, e il CV15 ha visto progressivamente ridurre la produzione a partire dall’87 e fino al ‘90, quando era rimasta in funzione una sola delle 12 linee, nessun contatto esisteva tra operatore e polveri di PVC, perché il carico avveniva attraverso un sistema di trasporto automatico. E per quanto riguarda il contenuto di CVM nel PVC, il contenuto di CVM residuo era prevalentemente inferiore o uguale ad 1 ppm, e 1 ppm è il limite stabilito dal DM del ‘73 per il settore alimentare; qui siamo al di fuori del settore alimentare, quindi siamo abbondantemente al di sotto anche limite disposto per il settore alimentare. Questo per quanto riguarda l’interno dello stabilimento, sia esposizione al CVM, sia esposizione alle polveri. E all’esterno dello stabilimento, anche all’esterno dello stabilimento il dottor Tirabassi, in una relazione che è allegata alla relazione del professor Foraboschi - il dottor Tirabassi è dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e dell’Oceano del CNR -, ha elaborato i parametri meteorologici, velocità e direzione del vento, classe di stabilità, altezza dello strato limite atmosferico, sulla base dei dati raccolti dall’Ente della Zona Industriale di Porto Marghera. Quali sono gli elementi che emergono dalla relazione Tirabassi? Prima dell’arrivo del dottor Smai nell’87, cioè nell’84, il massimo valore di concentrazione media annua al di fuori dell’area industriale era pari a circa 0,002 ppm; appena dopo la fine della gestione Smai, quindi a fine ‘88, il massimo valore calcolato di concentrazione media annua di CVM fuori dall’area industriale era sceso a 0,0004 ppm, e nel ‘93 il valore scenderà ancora a 0,00002 ppm. Di fronte a questi dati cos’ha fatto l’Accusa? Non li ha mai contestati, né ha cercato di controesaminare Foraboschi o Tirabassi su questo punto. In questa situazione – e lo vedremo subito – che cosa è accaduto? Che nei motivi, per quanto riguarda il disastro ambientale il Procuratore Generale ha sostenuto: ma no, per il disastro ambientale basta l’inquinamento; e d’altra parte qualche Parte Civile ha sostenuto che basta il pericolo del disastro. Ecco, io adesso non mi occuperò più di questa seconda tesi perché l’ho già spiegato come il pericolo del disastro sia fuori dall’imputazione e non poteva essere contenuto nell’imputazione, e mi occuperò invece del disastro cosiddetto ambientale. Per la prima volta nel corso del processo si precisa bene da parte del Procuratore Generale in che cosa consiste il disastro: il disastro consiste nell’inquinamento, e l’inquinamento costituisce il danno alle cose richiesto dal disastro. Qui dobbiamo registrare un primo grande buco nero sia nei motivi che nella requisitoria del Procuratore Generale: non parlano mai, neanche un cenno al problema del danno all’ecosistema lagunare; l’ecosistema lagunare scompare, quindi tutto il lavoro del professor Vighi, tutta la parte della sentenza dedicata ai criteri di qualità ambientale non vengono toccati, non se ne parla proprio, da nessuna parte. Il disastro per il Procuratore Generale consisterebbe nell’inquinamento, sostanze inquinanti diffuse, ma quante? Il problema è che nessuno è in grado di stabilire i criteri quantitativi per distinguere, per individuare il disastro nel caso di inquinamento. Quanto inquinamento ci deve essere perché ci sia disastro? Perché la Corte capisce che, se bastasse la presenza di una sostanza tossica, come vuole l’avvocato Partesotti, o anche più sostanze tossiche, ma noi dovremo registrare dei disastri perfino ai poli, al polo sud, al polo nord, dove sono state trovate sostanze inquinanti. E poi dove, questo disastro? Perché non il disastro nel Canale Industriale Nord e nel Canale Brentella, oppure il grave inquinamento di carattere urbano del Canal Grande e degli altri canali, e perché non ravvisare il disastro nel cambiamento, nell’alterazione del regime idraulico della laguna avvenuto in modo irreversibile nel tempo? Insomma, danno alle cose, inquinamento, come fare una selezione quantitativa e spaziale dei danni alle cose in modo da potere individuare il profilo oggettivo del disastro? È un’impresa impossibile! Ed è per questo che, secondo la Difesa, fin dal primo grado il problema si poneva esclusivamente rispetto ad un danno all’ecosistema, cioè si trattava di stabilire se l’ecosistema lagunare fosse stato danneggiato. Al di fuori l’impresa era veramente difficile. Ecco, fermiamoci un momento qua e vediamo cos’ha stabilito il Tribunale. Intanto il Tribunale comincia col dire che il protocollo d’intesa non c’entra assolutamente nulla con il disastro: "Il protocollo d’intesa – dice il Tribunale – regolamenta i criteri di mobilizzazione dei sedimenti. Le tabelle allegate al protocollo d’intesa non definiscono parametri di qualità ambientale. La funzione del parametro tabellare di cui si discute non è quella di stabilire se sia necessario asportare o bonificare i sedimenti di un certo contesto, prima e indipendentemente dal loro escavo. La ratio della disciplina e la normativa che esprime tale parametro è quella di non reimmettere in laguna materiale sedimentato di caratteristiche inferiori a quelle stabilite. Lo stesso Consorzio Venezia Nuova avverte di non impiegare il protocollo d’intesa come fonte di parametri di qualità delle componenti ambientali acquatiche. E va avanti il Tribunale e dice: Il confronto va operato con i parametri definiti dalle organizzazioni che si occupano di qualità del materiale sedimentario. Quelle di riferimento in questa sede – dice il Tribunale – sono il (RIMM) olandese e il (NOA) statunitense. Rispetto ai criteri di qualità fissati da queste organizzazioni internazionali viene in rilievo che i valori misurati nell’ambito della seconda zona industriale non evidenziano grandezze prossime alla rottura delle condizioni di sicurezza attinenti alla protezione delle comunità biologiche esistenti". Il Tribunale si è anche impegnato nella confutazione di alcuni argomenti critici che erano stati avanzati contro la ricostruzione del professor Vighi, e dice: "I criteri di qualità per i sedimenti rappresentano sempre delle estrapolazioni basate su assunzioni teoriche e non su adeguate informazioni sperimentali. Per effettuare queste estrapolazioni le differenti organizzazioni utilizzano metodi di stima differenti. La Commissione Europea e il RIMM olandese usano il metodo degli equilibri partitivi, mentre il NOA statunitense o altre organizzazioni preferiscono utilizzare altre metodiche. Si tratta in ogni caso di stime teoriche. Ne consegue che, come estrapolazioni basate su dati carenti o su valutazioni predittive, queste stime sono corrette da adeguati fattori di sicurezza, tanto più ampi quanto minore è l’effettiva base sperimentale. Come prassi corrente, in tutte le valutazioni dei criteri di valutabilità o di limiti di accettabilità in tossicologia umana e ambientale". E poi va avanti il Tribunale facendosi carico anche del problema dell’uso, dell’impiego delle medie e delle mediane: "il valore più rappresentativo di una situazione – dice il Tribunale – è rappresentato dalla media. Un valore massimo, di picco, specialmente se si stacca in modo notevole dalla media, è normalmente indicativo di una situazione anomala, spesso causata da evenienze accidentali, perciò non può essere considerato rappresentativo di una eventuale situazione. L’impiego corretto della media non implica perciò una rappresentazione falsata del dato della realtà. In modo corretto è stato spiegato quanto all’impiego della mediana o della media geometrica, anziché della media aritmetica, che si tratta di metodo comunemente eseguito per calcolare un valore rappresentativo di una serie di numeri che presentano ampia variabilità". E nessun rilievo – dice il Tribunale – hanno per il disastro i dati relativi al foll-out atmosferico. Il professor Vighi ha dimostrato – e non è mai stato contestato sul punto, che il contributo del foll-out atmosferico ai sedimenti è assolutamente irrilevante e insignificante, e dice il Tribunale: "Il rilievo del foll-out atmosferico autorizza a ritenere l’irrilevanza del problema". Come dicevo, nei motivi e nella requisitoria, sui criteri di qualità non si dice nulla. Ma l’ultima tesi che è stata enunciata è quella che vi dicevo: disastro = inquinamento. Ho già detto che non è così, non può essere così, ma proprio il riferimento del Procuratore Generale all’inquinamento mi induce a sottoporre alla Corte quello che è stato un grosso problema di questo processo, cioè il problema delle origini dell’inquinamento. Se anche le cose stessero come vuole il Procuratore Generale e si potesse dire disastro = inquinamento, ebbene, andiamo a vedere quali sono le origini dell’inquinamento, questo è uno dei punti centrali del processo, ma centrali diciamo anche proprio per ragioni di giustizia, perché l’attenzione degli inquirenti si è concentrata tutta sul Petrolchimico e, come io già ho avuto modo di ricordare alla Corte, siccome i conti non mi quadravano, io diedi incarico a suo tempo a tre esperti, al dottor Frignani del CNR di fare i carotaggi, e agli esperti Colombo e Bellucci di andare a vedere com’era la situazione in laguna. Com’era la situazione in laguna? Da dove preveniva l’inquinamento dei canali industriali? La situazione che è emersa è la seguente: c’è un canale, il Lusore Brentelle, il quale sicuramente è inquinato da contaminanti scaricati in modo incontrollato dal Petrolchimico; è un canale sostanzialmente chiuso il Lusore Brentelle. Il Lusore Brentelle, il Petrolchimico scaricava fino all’82, finché non sono stati spostati gli scarichi, gli attuali scarichi SM15, una volta si scaricava direttamente sul Lusore Brentelle, e in modo incontrollato, non c’era ancora la nuova normativa e si scaricava in modo incontrollato. Ma sul resto dei canali industriali che cosa è accaduto? Io ho cercato di sintetizzare il quadro che emerge dall’analisi di Colombo e Bellucci. La concentrazione più elevata, una concentrazione che non è da definire spaventosa, è stata individuata nel Canale Industriale Nord e nel Canale Brentella, che costituiscono i canali su cui riversavano i propri contaminanti le industrie della prima zona industriale, un centinaio di industrie. Ecco, la sintesi del contributo di Colombo e Bellucci è questa: Colombo e Bellucci hanno dimostrato - e mai è stato contestato questo dato – che il gradiente di concentrazione degli inquinanti decresce a mano a mano che si procede dal Canale Industriale Nord al Canale Brentella, fino a che si arriva ai Canali Industriali del Peltrochimico, cioè il Canale Ovest, il canale Malamocco-Marghera, il Canale Sud, il gradiente di concentrazione diminuisce indiscutibilmente. L’unica reale spiegazione fisica che può dare ragione di questo fenomeno è molto semplice: dove si trovano i valori massimi di concentrazione, lì vanno ricercate le fonti dell’inquinamento, e i valori massimi di concentrazione si trovano nel Canale Industriale Nord e nel Canale Brentella. Tutte le sostanze, diossine, PCB, IPA e metalli, non c’è un solo canale industriale che, essendo in comunicazione con gli altri, non rispetti queste regole. Il perché di questa situazione è stato messo in luce nella memoria di Colombo e Bellucci, va letta e riletta: "Per almeno cinquant’anni, ossia a partire dagli anni Venti e fino agli anni Settanta è pacifico che tutti i rifiuti liquidi in assenza di norme relative alla tutela dell’ambiente venivano dispersi senza alcuna preoccupazione nei canali industriali della prima zona. Tali rifiuti contenevano un cocktail micidiale di inquinanti organici e inorganici. Questi contaminanti hanno compromesso via, via tutti i fondali dei canali in prossimità dei quali venivano scaricati, vale a dire quello della prima zona industriale, che ancora oggi sono i più contaminati. Si può dire che i contaminanti costituivano la gran parte del sedimento di quei canali. Gli scarichi liquidi degli insediamenti della prima zona industriale sono stati dunque la più importante modalità di contaminazione dei sedimenti". E i rifiuti solidi? "Anche i rifiuti solidi venivano dispersi nell’ambiente senza alcuna preoccupazione, e quale migliore modo di impiegare i materiali di risulta solidi se non utilizzarli come materiale da costruzione? Ecco la scelta dell’area di Marghera, designata dalla natura come zona di transizione tra il mare e la terraferma. Un terzo di questa superficie era un unico acquitrino, mentre gli altri due terzi, quelli verso il mare, erano una zona barenosa, cioè periodicamente invasa dalle maree. Su tale territorio nessuna costruzione sarebbe stata possibile. Per raggiungere la possibilità di costruire, una soluzione sembrò preferibile alle altre: utilizzare i rifiuti degli insediamenti della prima zona industriale per innalzare il territorio, in modo da renderlo idoneo alla costruzione di nuove industrie, a mano, a mano che la le industrializzazioni nascevano nuovi rifiuti si rendevano disponibili, per creare nuove aree di espansione della zona industriale, il tutto in un "circolo virtuoso" di gestione del territorio che all’epoca veniva considerato ottimale. Peraltro lo sviluppo dell’area industriale comportava una parallela crescita del traffico delle merci; da qui la necessità di scavare nuovi canali e costruire nuove banchine di attracco, ed ecco la seconda tipologia di materiali da utilizzare per riempire le aree barenose o palustri: il materiale di escavo dei canali. L’imbonimento del territorio con rifiuti solidi è stata la seconda più importante modalità di contaminazione dei siti: mentre i contaminanti degli scarichi liquidi finivano direttamente nei sedimenti, quelli presenti nei materiali utilizzati per l’imbonimento vi terminavano in due modi diversi: il primo puntuale nel tempo, si realizzava quando nelle aree imbonite con questi materiali, cioè un’enorme quantità di rifiuti portati nella seconda zona industriale, venivano scavati i canali industriali. Il secondo, continuativo nel tempo, a opera dell’erosione provocata dal moto ondoso sulle sponde dei canali dove tali rifiuti affioravano. Quali sono i contaminanti che, ritrovati oggi nei sedimenti, possono essere attribuiti a questa gestione dei rifiuti? I rifiuti liquidi, si mettono nei canali della prima zona industriale e si propagano – come vedremo – in tutta la laguna e in tutti i canali industriali; i rifiuti solidi, l’imbonimento di questa grande massa di rifiuti che viene portata sulla seconda zona industriale". Ebbene, Colombo e Bellucci hanno fatto un’indagine storica e hanno individuato ben 200 industrie della prima zona industriale che costituivano la fonte di questo inquinamento. Ad ognuno di essi Colombo e Bellucci hanno associato i diversi contaminanti generati, i quali fino a tutti gli anni Settanta andavano direttamente a costituire i sedimenti dei canali o i nuovi territori imboniti. Per tutti i peggiori contaminanti che oggi si ritrovano nei sedimenti, diossine, PCB, IPA, metalli, sono state individuate decine di industrie che li generavano nell’ambito delle proprie lavorazioni. Ecco dunque il quadro: sono individuate le sorgenti dell’inquinamento, poi sono state analizzate le modalità di contaminazione dei canali industriali attorno a Porto Marghera, infine è stata effettuata l’attribuzione dei singoli contaminanti ritrovati nei sedimenti alle tipologie produttive, l’attribuzione alle tipologie produttive della prima zona industriale. Particolare attenzione merita l’isola delle Tresse, sulla quale sono stati scaricati un’enorme quantità di rifiuti della prima zona industriale, e l’isola delle Tresse è importante perché si trova proprio davanti allo scarico dell’SM15, a quei bassi fondali su cui si è concentrata l’attenzione dell’Accusa. Il Procuratore Generale dirà che l’isola delle Tresse è stata conterminata nel ‘96, ‘97; lo sappiamo bene, ma prima che cosa è successo? Pensate che nell’isola delle Tresse c’è stato un arretramento delle sponde di 50 metri, tutti i rifiuti sono confluiti nel canale industriale prospiciente. Colombo e Bellucci hanno anche studiato lo stato attuale dei luoghi, e che cosa hanno trovato con i loro campionamenti? Hanno trovato i fanghi rossi, che sono il sottoprodotto, che non vengono prodotti dal Petrolchimico, non sono prodotti dal Petrolchimico i fanghi rossi, sono invece il sottoprodotto di due tipologie produttive che venivano svolte nella prima zona industriale, sono individuate con nome e cognome, la lavorazione dell’alluminio presente ancora oggi e il recupero del rame dalle ceneri di pirite, la decuprazione delle ceneri di pirite. Perché tanta attenzione ai fanghi rossi? Perché la letteratura scientifica attribuisce ai fanghi rossi, alle tipologie produttive della prima zona industriale la capacità di produrre diossine, e dall’altro questo ritrovamento sul campo dei fanghi rossi che sono riconducibili a quelle tipologie stava lì a dimostrare come l’inquinamento fosse arrivato fino davanti al Petrolchimico, allo scarico SM15. Hanno rivelato la presenza di ingenti quantità di diossina e hanno individuato in questi rifiuti la causa reale della contaminazione dei sedimenti del Canale Sud. Quando si parla di vongole, di sequestri di vongole dei canali industriali, ci si riferisce a sequestri che per il 90% provengono dal Canale Sud, in cui le vongole crescono completamente immerse nei fanghi rossi, com’è stato documentato dalle fotografie di Colombo e Bellucci che sono allegate alla loro relazione. Le modalità di trasferimento dei contaminanti dalla prima alla seconda zona industriale non sono costituite solo dall’imbonimento, cioè dall’enorme massa dei rifiuti portati nella seconda zona industriale, ma anche dal trasferimento degli inquinanti dal Canale Industriale Nord. Attraverso che cosa? Attraverso i dragaggi. Il Pubblico Ministero ci dirà che i dragaggi, parlerà di dragaggi effettuati negli anni Sessanta per dire che la contaminazione è avvenuta dopo. Non è vero, sentite qual è la situazione: per il Consorzio Venezia Nuova, 120 chilometri di canali dragati, 7.500.000 metri cubi di sedimenti movimentati, 500 ettari di barene ricostruite. I dragaggi movimentavano i sedimenti, sedimenti inquinati che restavano in sospensione. Oggi le operazioni di dragaggio vengono effettuate con la massima cura, ma sentite cosa dice il professor Perin, teste dell’Accusa: "Si parlava delle movimentazioni nella zona di Marghera. Devo dire che sono perfettamente d’accordo, però do atto che ancora nel 1992 la stessa movimentazione avevamo, perché non è che sia cambiata molto negli ultimi otto anni la movimentazione, perché mi ricordo che io sto stesso ho seguito con molto disanimo una grande barca di dragaggio, la quale ha dragato molto accuratamente il fondo del canale dei petroli e dopo io, con dei miei collaboratori che prendevano dei campioni, abbiamo visto riaprire le aperture laterali e riscaricare tutto a 100–200 metri più a valle del punto dove avevano fatto i prelievi, il che vuole dire che praticamente è giusto quello che lei dice, per cui noi abbiamo anche una forma di omogeneizzazione". Ricordo la frase storica dell’esperto dell’Accusa Bonamin, il quale diceva: io non oserei di dragare, non oserei perché c’è questa risospensione dei sedimenti dovuta ai dragaggi. Quali sono allora le falle della costruzione accusatoria? La prima, adesso le vediamo una ad una. La prima è quella che riguarda il gradiente di concentrazione. Sentite cosa dice il Tribunale, il Tribunale dice: "Se nei sedimenti dell’area industriale l’andamento delle concentrazioni delle sostanze inquinanti tutte, non solo diossine ma anche IPA, PCB e metalli, mostra una progressiva diminuzione da nord verso sud. Di fatto la contaminazione dei sedimenti presenta valori massimi nei canali della prima zona industriale, per andare progressivamente diminuendo mano a mano che ci si avvicina ai canali prospicienti l’area di insediamento del Petrolchimico, e non viceversa, come sarebbe razionale attendersi se la contaminazione avesse nel Petrolchimico una sorgente puntuale e di una certa efficienza". Una seconda falla dell’impostazione accusatoria riguarda la parte della sentenza relativa all’isola delle Tresse, dice la sentenza: "È acquisizione certa che nello zoccolo di questa enorme massa di rifiuti sono stati scavati interamente il Canale Industriale Sud, il Canale Industriale Ovest e in parte il Canale Malamocco-Marghera. Oltre a ciò, nella seconda zona industriale, in posizione adiacente e prossima all’area dei bassi fondali, luogo di recapito dell’SM15, trova collocazione l’isola delle Tresse, sito storico di discarica di rifiuti di derivazione della prima zona industriale. Si tratta di acquisizioni probatorie documentate da fonti indifferenti agli esiti del processo, la cui attendibilità non può essere messa in discussione. Altri buchi neri nei motivi della requisitoria: la diffusione dell’inquinamento dalla prima alla seconda zona industriale attraverso i dragaggi, i barchini, le turbosoffianti, etc., è fuori discussione, lo dicono ancora una volta i testi dell’Accusa. Il teste Ferrari ha ricordato che: "negli anni tale contaminazione si è diffusa nei canali industriali intorno a Porto Marghera in quanto tutti canali sono dominati dallo stesso profilo". Nello stesso ordine di idee Chiozzotto e Pavanato, altri testi dell’Accusa; per Chiozzotto: "Quando sono stati scavati i canali, e ci sono le aerofotografie che lo dimostrano, il Canale Industriale Sud soprattutto e il Canale Malamocco–Marghera, tutti quei materiali sono stati refluiti nella stessa zona", e per Pavanato si è di fronte ad una grave situazione di inquinamento del Canale Industriale Nord, del Canale Brentella, del Canale Industriale Ovest. Quanto all’isola delle Tresse, sentiamo cosa dicono anche qui i testi. Teste Pavanato: "su questa area sono state realizzate delle vasche per lo stoccaggio dei rifiuti di scavo del Canale Nord"; e il teste Tibaldi, sempre dell’Accusa:, "l’isola delle Tresse è cresciuta negli ultimi decenni di fronte a Porto Marghera grazie all’apporto di un milioni di metri cubi di macerie e residui industriali. L’erosione e l’inquinamento che ne è derivato hanno costretto a rafforzare il perimetro dell’isola". Sono numerosi i documenti pubblici che affermano la stessa cosa. Censimento delle discariche della Provincia di Venezia: "L’area è stata oggetto negli anni passati di scarichi di rifiuti industriali che, a causa di fenomeni di erosione delle rive e l’innalzamento della marea della laguna, ha comportato la contaminazione delle acque lagunari", e ancora, il recupero dell’isola delle Tresse sempre del Consorzio Veneziano: "il confronto tra la cartografia regionale dell’81 evidenzia come nelle zone meridionali dell’isola l’erosione abbia assunto effetti di grande rilevanza, avendo causato nel giro di soli 10 anni un arretramento delle sponde di quasi 50 metri". In via conclusiva sull’isola delle Tresse: "è certo lo scarico di fanghi rossi bauxitici ed è certa la concentrazione significativa di arsenico, e non si può dubitare quindi che sia avvenuta la deposizione dei sedimenti erosivi dell’isola contenenti diossine negli antistanti bassi fondali, dove ancora oggi possono essere ritrovate diossine". Un altro buco nero dell’Accusa riguarda, come dicevo, i dragaggi, qui vi ho già citato sia il Perin che il Bonamin. E il Perin parla anche dei barchini: "sono convinto che questi barchini con turbosoffiante sono un grande processo di risospensione, di liberazione di quello che era stato accumulato". Sentite cosa dice: "Dal dato presentato poc’anzi, per cui ad una certa profondità rilevava una punta di concentrazione delle diossine e dei furani, dimostra proprio che la sorgente primaria si è chiusa nel tempo, però è rimasto ed è disponibile periodicamente uno stato consistente di questi composti, che viene rimesso in movimentazione anche per l’effetto della marea. Una sorgente diffusa potrebbe essere benissimo anche una barena, che rappresenta una superficie molto vasta, che ritorna ad essere lavata e che potrebbe essere la fonte dell’inquinamento, anche se non ci sono più sorgenti puntuali". Ecco, in questa situazione che cosa ha fatto l’Accusa? Ha tentato di negare tutto. Gli esperti della Difesa, in sostanza, sarebbero un branco di pazzi, perché è vero il contrario di quello che dicono gli esperti della Difesa, perché sarebbe stata la seconda zona industriale a inquinare la prima, come? Attraverso le autobotti che scaricavano peci clorurate. Ora, già in primo grado era emerso che l’ipotesi delle autobotti era un’ipotesi campata per aria. Ora in appello il Procuratore Generale ci ha letto un documento di Montedison, mi sembra del ‘78, da cui si ricava che le peci venivano caricate su autobotti. Bene, ma non occorre essere un genio dell’industria per sapere che gli stabilimenti chimici usano autobotti, perché i rifiuti li devono scaricare da qualche parte, e dove li scaricano? È qui il punto: non c’è neppure un inizio di prova che quei rifiuti e le peci clorurate, venissero scaricate dai ponti sulla prima zona industriale, dovrebbero essere 10.000 autobotti, non c’è un inizio di prova, c’è la prova che le peci clorurate venivano caricate sull’autobotte. Ma dove venivano scaricate? Ma è lo stesso Pubblico Ministero a dircelo nella requisitoria di primo grado, dice il Pubblico Ministero: "voglio soltanto ricordare molto rapidamente come in una relazione che è stata depositata, che è quella dei consulenti di Medicina Demografica, siano invece riportati i riferimenti specifici concreti alle isole 31 – 32, area Catanga, eliporto Gardini, isola 35 di Porto Marghera, in cui nelle tipologie dei rifiuti contaminati sono indicati i rifiuti peci e sono indicati tra le altre sostanze proprio i solventi clorurati e i PCB". Ecco dove le autobotti scaricavano. D’altra parte le peci clorurate sono definite clorurate perché ci sono i cloruri. Se non ci fossero si chiamerebbero semplicemente peci. Ora, nella prima zona industriale sono state ritrovate le peci, ma non i solventi clorurati, e allora il Pubblico Ministero cos’ha detto? Ha detto: ma i solventi clorurati sono evaporati. Io non nego che una certa quota di solventi clorurati possa evaporare, ma la gran parte non evapora, e la riprova è che, quando l’Accusa li ha cercati nel canale Lusore Brentelle, quello sul quale scaricava il vecchio Petrolchimico, i solventi clorurati li ha trovati. La verità è che per rendere conto della presenza delle peci non clorurate trovate nella prima zona industriale bisogna ricordare la associazione stabilita da Colombo e Bellucci tra diossina e metalli pesanti, diossina e arsenico, che caratterizza la composizione delle ceneri di pirite, e diossina e allumina, che caratterizza la composizione dei fanghi rossi bauxitici. Ecco, sono queste le tipologie produttive. Qui il Pubblico Ministero ha fatto delle acrobazie per spiegare la presenza dei fanghi rossi nei canali industriali di Porto Marghera; su questi io non mi fermo perché l’evidenza è troppo schiacciante, ve ne parlerà l’avvocato Santamaria. Mi limito soltanto a ricordare quello che riporta Ferrari, consulente del Pubblico Ministero, nella propria relazione, riporta i dati dell’Ufficio Escavazione Porti, in cui sono rappresentati i rapporti percentuali dei fanghi rossi nei sedimenti dragati: "l’Ufficio Escavazione Porti ha potuto constatare, durante gli scavi eseguiti dai propri mezzi e fossori, la presenza di fanghi rossi non solo sul fondo del passo navigabile del canale Porto di Lido, ma anche di altri canali lagunari. I rapporti percentuali dei fanghi rispetto al quantitativo totale del materiale di escavo presentavano i massimi valori nel Canale Nord di Porto Marghera". Tenta poi il Pubblico Ministero e anche il Procuratore Generale di dire: ma non è possibile che parlare di contaminazione dovuta al processo di estrazione dall’alluminio, dalla bauxite, perché il processo (Bayer) è un processo in cui non si produce diossina. Io lascio perdere ogni altra considerazione, ma non posso non rilevare ciò che risulta dagli studi allegati alla un relazione Colombo e Bellucci, questo studio di Weber e Hagenmaier, sentite cosa dicono: "A causa della formazione di esaclorobenzene in quantità relativamente abbondanti, l’esacloroetano è stato sostituito con il feon 12 negli anni Settanta. Di solito il feon 12 è insufflato nell’alluminio fuso, ma nei residui di filtro di questo processo abbiamo trovato quantità inaspettatamente alte di composti aromatici clorurati", e va avanti dicendo, spiegando come si producono i naftaleni, stireni, benzeni clorurati, benzoforani, bifenili, bifenili clorurati, etc., etc., quindi è provato per tabulas che il processo (aglum) produce diossine. Il Pubblico Ministero e il Procuratore Generale cercano in tutti i modi di negare l’evidenza, e così parlano delle barene per dire che non esiste nessuna possibilità che i rifiuti solidi si siano potuti redistribuire sulle barene a quelle distanze. Allora qui bisogna che andiamo a vedere quello che dicono Frignani e Bellucci, documento zero allegato alla memoria. Hanno analizzato i sedimenti di barene. Dalla cronologia si rivela con chiarezza come l’inquinamento da metallo e da inquinanti organici preceda l’inizio dell’attività del Petrolchimico e come i massimi di contaminazione risalgano agli anni Cinquanta e Sessanta, e non agli anni sessanta e Ottanta, come invece continua ad affermare erroneamente l’Accusa. Una conferma la si ha anche in questo studio che si intitola "Programma 2023". In sostanza qui l’Accusa tenta davvero un’impresa impossibile, l’Accusa ha cercato di fare credere che le industrie della prima zona industriale non producessero diossine, ma si è scontrata con lo stato insuperabile della prova della produzione di diossine attraverso la decuprazione delle ceneri di pirite e attraverso la produzione di bauxite con il processo (Aglum). Proprio questi due tipi di produzione erano legati ai fanghi rossi, estranei alla produzione del Petrolchimico questi fanghi sono stati trovati lungo le sponde dei suoi canali e, non sapendo che santi chiamare, l’Accusa ha perfino sorvolato sugli imbonimenti effettuati con i rifiuti della prima zona industriale, e questi imbonimenti, a detta di tutti i documenti ufficiali dei testi, indicano il trasferimento dei fanghi rossi dalla prima alla seconda zona industriale. L’Accusa ha poi cercato perfino di negare l’imbonimento. La Corte ricorderà la sua richiesta di acquisire le foto aeree, foto aeree che dimostravano, stavano ad indicare dei campi, se c’erano dei campi quindi non c’era l’imbonimento. Signori della Corte, la Corte ha respinto la richiesta sulla base del rilievo che la questione della cronologia dell’inquinamento è stata ampiamente dibattuta nel corso del giudizio di primo grado, con acquisizione di numerose prove documentali e testimoniali. Ma c’è qui un dato decisivo: basta fare un giro in barca per vedere come – e tutto è documentato dalla relazione Colombo Bellucci – la vegetazione cresca rigogliosa proprio sopra i terreni imboniti, quindi il fatto che ci sia della vegetazione, che ci siano dei campi, non prova proprio nulla. Ma – come dice la Corte – ci sono numerosi documenti ufficiali, qui c’è poco da fare, è ben difficile pensare che tutti questi documenti di Enti pubblici dicano il falso, non si può immaginare una cosa del genere. Allora il primo documento è la convenzione Levi. Attenzione signori della Corte, perché qui l’Accusa dà una lettura parziale della convenzione Levi, sentite cosa dice la convenzione Levi: "Premesso che si rende ora necessario destinare una parte dei terreni quale sacca di deposito dei rifiuti delle lavorazioni industriali – sono i terreni della seconda zona industriale -, la ditta Levi acconsente che una parte dei terreni sia destinata quale sacca di deposito di rifiuti di lavorazione industriale per un periodo di anni 5 quale sacca di deposito di rifiuti di lavorazione industriale. I rifiuti di lavorazione industriale da scaricarsi nella zona in questione saranno approssimativamente spianati alla quota di metri 1 e 50". Secondo documento importante al quale ha accennato vagamente il Procuratore Generale è il Piano Direttore della Regione del 2000, dice: "Le aree industriali di Porto Marghera sono state realizzate innalzando e consolidando il terreno naturale barenoso fino a quota 2, 2 e 50 metri sul livello del mare; tutta l’area è stata interessata a partire dagli anni Venti dal riporto di rifiuti e di residui di lavorazione industriale per imbonimento. Questa pratica si è protratta fino agli anni Settanta, fino a raggiungere spessori medi di riporto di 2,5 3 metri. Negli anni Venti e Trenta i residui prevenivano prevalentemente dalla distillazione di carbone, etc., e negli anni Trenta e Quaranta le lavorazioni prevalenti erano alluminio, zinco e ammoniaca sintetica". Il terzo dopo è l’indagine sulle risulte industriali di Porto Marghera, Consorzio Venezia Nuova, sentite che cosa dice: "Nel decennio Trenta – Quaranta, a seguito della produzione di alluminio – quella di cui parlano Colombo e Bellucci – si ebbe un forte eccesso di fanghi rossi. Lo smaltimento di tali fanghi seguì per un lungo tempo vie del tutto empiriche, con prevalente distribuzione su aree marginali barenali, più o meno prossime alla zona industriale. In periodi successivi le aree di smaltimento dei fanghi rossi sono venute a trovarsi proprio dentro i perimetri di quei nuovi territori barenali, che sono stati nuovamente occupati dai nuovi insediamenti industriali negli anni Sessanta e Ottanta". L’analisi di rischio dell’area 43 Ettari, l’esperto ingegnere Carrara, realizzata per il Comune di Venezia: "L’area è stata colmata in periodi diversi, nei primi anni Venti e negli anni Sessanta. L’area, a cui appartengono i fanghi rossi fotografati da Colombo e Bellucci nella foto 4 dell’allegato 2, è stata usata come discarica incontrollata e vi sono stati deposti materiali provenienti da altre zone industriali di Porto Marghera. Tra i diversi materiali scaricati nell’area spiccano ceneri di pirite – quelli di cui parlano Colombo e Bellucci – rifiuti derivanti da processi di combustione, nerofumo, e i cosiddetti fanghi rossi o residui bauxitici provenienti dalla lavorazione dell’alluminio. L’alluminio è quello lavorato nella prima zona industriale, nello stabilimento Petrolchimico non c’è. Poi ci sono altri documenti ancora che confermano tutto questo, il progetto generale di arresto inversione del decreto lagunare redatto dal Magistrato delle Acque, il censimento di scala delle aree inquinate del territorio provinciale redatto dalla Provincia di Venezia e infine il documento "Con l’acqua e contro l’acqua" del Consorzio Venezia Nuova; non sto qui a ripetere tutti i contenuti. Invece richiamo la vostra attenzione su ciò che ha detto il teste Chiozzotto ancora una volta, e il teste Chiozzotto descrive le operazioni di imbonimento: "lo Stato stipulava contratti con privati, i quali proprietari consentivano l’immissione nella loro proprietà di questi materiali industriali, tenendo però sempre aperta la porta all’utilizzo agricolo". Quindi alcune zone della parte chiamiamola seconda zona industriale sono state ottenute con i rifiuti della prima zona industriale, e le dimensioni dei problemi legati all’imbonimento sono ben lumeggiate dal teste Bonardi, teste dell’Accusa: "i sedimenti che venivano dalle barene, erosi e rimessi in sospensione, erano stati risucchiati al centro del canale al passaggio delle navi, e quindi i sedimenti dei materiali di riporto che sono stati inquinati sono rimessi in sospensione e messi in circolazione nella zona, soprattutto nella zona dell’area industriale". Cosa dire di più? È una mole schiacciante di documenti, che non c’è niente da fare, non si possono fare scomparire dalla scena tutti questi documenti. Il Pubblico Ministero nell’Accusa si esercita anche sulle impronte, la storia delle impronte è un po’ buffa: all’inizio c’era una sola impronta, quella del Petrolchimico, della diossina del Petrolchimico. Poi si è scoperto che nel Lusore Brentelle, dove scaricava il Petrolchimico in modo incontrollato, l’impronta era completamente diversa, e allora l’Accusa cos’ha fatto? Ha detto: eh sì, sono cambiati i cicli industriali nello stabilimento di Porto Marghera; ma anche questo rilievo si scontra con l’evidenza della permanenza di questa impronta, della stessa impronta nei tempi, quindi non c’entra niente l’eventuale cambio di cicli produttivi, che non sono documentati come fonti. E allora le impronte sono diventate due, ma questo non è bastato. Alla fine per l’Accusa non è rimasto altro che parlare di una impronta media, un’impronta media che va bene per tutti, solo che non va bene questa impronta media per il canale Lusore Brentelle; il canale Lusore Brentelle ha impronta così tipica che è inconciliabile con questa impronta media, impronta tipica delle produzioni del Petrolchimico. Il resto sono impronte che riguardano la diossina della prima zona industriale. Anche su questo vi intratterrà più a lungo l’avvocato Santamaria. Adesso devo venire al tentativo compiuto dall’avvocato Schiesaro, per poi tirare le somme. L’avvocato Schiesaro ci ha detto due cose: il disastro è dovuto al Petrolchimico perché primo è pacifico – lo dice il consulente della Difesa professor Francani, lo dice il consulente dell’Accusa professor Nosengo, che l’acqua di falda va verso la laguna con una portata di 4 litri al secondo; 4 litri al secondo – dice l’avvocato Schiesaro, lui ha detto 120 – per la precisione sono 126 milioni di litri all’anno, e questi litri di acqua portano i contaminanti. L’avvocato Schiesaro non vi ha segnalato che si tratta di una portata insignificante rispetto agli altri apporti idrici della laguna, perché la portata massima indicata dal teste Perin per gli altri apporti della gronda lagunare, in un contributo scientifico citato da Francani, è di 600 metri cubi al secondo, che sono 600.000 litri al secondo. Si tratta di un contributo 150.000 volte superiore a quello dovuto alla prima falda del Petrolchimico. Secondo l’esperto di Montedison Dal Prà, la portata media della gronda lagunare è di 30 metri cubi al secondo, 30.000 litri al secondo; si tratta in ogni caso di un apporto di 7.500 volte superiore a quello dovuto alla prima falda del Petrolchimico. Ma l’apporto della prima falda è insignificante non solo in termini di contributo idrico, ma anche in termini di contributo alla contaminazione, quello che più conta. Bisogna che teniamo conto del cosiddetto fattore di ritardo; tutti questi dati sono contenuti nella relazione di Francani e non sono mai stati contestati. Il fattore di assorbimento; gli inquinanti sono di due tipi: inquinanti che restano immobili perché sono assorbiti dal terreno e restano praticamente immobili, e inquinanti che invece si muovono. Gli inquinanti che sono assorbiti dal terreno e sono praticamente immobili sono quelli di rilievo processuale. Le diossine, tenuto conto del fattore di assorbimento, per percorrere 30 metri impiegato da 118.000 a 318.000 anni; quindi sono immobili, in sostanza. Signori della Corte, io tra 30 anni compirò 100 anni, ma penso che proprio non ci arriverò a vedere le diossine finire in laguna. I PCB impiegano da 121.000 a 123.000 anni per arrivare in laguna, per percorrere i 30 metri, e gli IPA, benzopirene, impiegato 22.560 anni. Poi ci sono gli inquinanti che non sono immobili, come il tetracloroetilene, un solvente clorurato. Allora dalla prima falda sottostante lo stabilimento affluiscono alla laguna 0,55 chilogrammi di tetracloroetilene all’anno, 0,55. Il Piano Direttore della Regione Veneto del 2000 indica un apporto, derivante alla laguna dalla gronda lagunare, pari a 700 chilogrammi di tetracloroetilene all’anno, perché la gronda comprende tutti gli apporti in cui scaricano le industrie agricole, le industrie della zona in cui scorrono le acque di superficie, e quindi l’apporto dovuto alla prima falda sottostante il Petrolchimico è, rispetto a quello dovuto al carico fluviale, pari – questo in termini di contaminanti di cloroetilene, dei contaminanti che si muovono – allo 0,0788%. Contributo significante per il tetracloroetilene che si muove, mentre gli altri sono praticamente immobili. Ma – dice l’avvocato dello Stato – oltre a questo c’è il milione di metri cubi di rifiuti tossico-nocivi l’anno che si scaricano, perché per la delibera interministeriale, etc. etc.; su questo aspetto giuridico io non vi trattengo, ve ne parlerà l’avvocato Simoni, legge Merli e delibere interministeriali. Quello che io voglio sottolineare è che l’avvocato dello Stato ha parlato di CVM, diossine e di altre sostanze che costituirebbero il milione di metri cubi. Bene, andiamo al CVM, cos’ha detto il dottor Coccheo in udienza? "Il CVM nei sedimenti e nei pesci non si può trovare", risposta alla domanda: "Non mi stupisce che non ci siano nei pesci, non è mica una sostanza che si accumula, non si accula e quindi non si trova nei pesci né nei molluschi, così come non si trova nei sedimenti. Si capisce, è un gas". Ed ancora: "Ovviamente non si accumula nei sedimenti e nei pesci. Mi è stato chiesto: se si accumula nei sedimenti e nei pesci. Ovviamente queste matrici non si accumulano. Il CVM è un gas che ha una vita abbastanza breve. Nella stessa acqua in realtà, avendo l’emivita breve, dopo un certo periodo di tempo sparisce, però deve essere acqua aerata, per esempio l’acqua di laguna. Se entra nella laguna dopo un po’ dalla laguna evapora, perché può evaporare". E per le diossine? Quindi il CVM proprio non si può dire che faccia parte di quel milione di metri cubi, il milione di metri cubi non esiste la sostanza inquinante. Le diossine, e qui l’Accusa è sempre costretta a rifarsi a quel documento di Mara e Carrara, che hanno parlato di uno sversamento in laguna di circa 2,6 chilogrammi di diossine nel periodo ‘86-2003, sulla base di una stima delle quantità prodotte dallo stabilimento effettuata calcolando i dati relativi ad un impianto finlandese appartenente alla società Neste riportato nella pubblicazione scientifica. L’avvocato Santamaria vi ha già spiegato che questa azienda finlandese non c’entra nulla con il Petrolchimico. Ma in ogni caso i calcoli degli esperti dell’Accusa e dell’avvocato dello Stato si scontrano con dei dati ufficiali, perché il decreto ministeriale del ‘99 indica l’apporto totale di diossina in laguna attraverso gli scarichi del Petrolchimico nell’ordine di una decina di milligrammi l’anno, e l’apporto complessivo di tutte le fonti di contaminazione per l’intera area di Porto Marghera nell’ordine delle decine di milligrammi l’anno; questo è un decreto ministeriale. E dal Magistrato delle Acque veniamo a sapere che "alla luce delle valutazioni derivanti da campagne svolte negli anni precedenti – lo dice nel ‘99 – la stima del carico inquinante totale per l’intera area di Porto Marghera per le diossine è delle decine di milligrammi, espressi come fattore di tossicità equivalente". Questo è il milione di metri cubi di contaminanti che costituirebbe il disastro. Senza tener conto di una cosa, perché l’avvocato Schiesaro mi deve spiegare come mai gli scarichi sono tutti autorizzati e come mai se le autorizzazioni non erano autorizzazioni ben date queste autorizzazioni non sono state impugnate nei tempi consentiti e previsti dalla legge, come mai? Sono lì le autorizzazioni, sono tutte autorizzazioni allo scarico degli inquinanti di cui parla l’avvocato Schiesaro. Il problema, cercando di tirare le somme, è che in questo quadro l’Accusa non sapeva cosa replicare, doveva replicare qualcosa per difendere se stessa, perché l’Accusa ci deve spiegare ancora oggi perché non ha indirizzato le indagini sul Canale Industriale Nord, sul Canale Brentella, che sono il vero problema di inquinamento di Venezia, perché non ha indirizzato le indagini verso quei canali e le ha indirizzate esclusivamente sul Petrolchimico. Io qui devo confessare, l’ho già detto alla Corte, un mio imperdonabile peccato di ingenuità, perché quando io mi sono accorto di questo spaventoso inquinamento del Canale Industriale Nord e del Canale Brentelle, che era all’origine di tutto l’inquinamento, ho preso dei provvedimenti, sono andato a parlare con il Sindaco Cacciari, gli ho illustrato la situazione e ho mandato Frignani dal Pubblico Ministero, perché pensavo che era ovvio che si allargassero le indagini, si facesse chiarezza, che il Pubblico Ministero mandasse i suoi consulenti, i suoi esperti a fare le indagini sul Canale Industriale Nord, sul Canale Brentelle, sugli imbonimenti e via discorrendo, e invece il Pubblico Ministero non ha neppure verbalizzato l’incontro con il signor Frignani. Era un segnale d’allarme che io non avevo capito, era un segnale che stava ad indicare che l’attenzione era diretta esclusivamente contro il Petrolchimico. Ma le indagini fatte dalla Difesa, che invano la Difesa aveva chiesto alla Procura di compiere mandando Frignani dal Pubblico Ministero, questi sono fatti, signori della Corte, io ve li racconto come sono accaduti, le indagini della Difesa hanno fatto giustizia e hanno restituito quella che io chiamo la moralità a questo processo, perché non è giusto, non è morale attribuire a qualcuno delle cose che non ha fatto, e il Procuratore Generale vi ha detto che Stella è un moralista. Eh sì, ma si fa poca strada se si pensa che il diritto possa essere senza la morale. Vedete, è stata una riscoperta di questi anni, ma ormai sono concordi tutti, è necessario in questo momento di crisi mondiale e di crisi italiana in particolare un cambiamento profondo dell’etica individuale, un ritorno alla morale. Io vi prego di leggere le considerazioni che ho fatto sulla base di quel bellissimo libro di King, "l’Etica nell’azione politica", che dovrebbero leggersi i governanti italiani l’opera di King, pensate, queste non sono utopie delle quali vi parla il moralista Stella, sono una realtà. Voi sapete, pensate l’America come ha reagito ai grandi scandali, Enron e compagnia bella. Ha reagito con un provvedimento che si chiama il Sarbanes-Oxley Act che aumenta le pene fino a vent’anni di reclusione per il falso in bilancio e quant’altro; beh, sapete cosa dice il Sarbanes-Oxley Act? Questi strumenti sono insufficienti, perciò ci rivolgiamo alle aziende perché ci sia un mutamento dell’etica individuale in base ai codici etici, lo dice il Seven Of The Year, e la stessa cosa dice il Procuratore Generale Spitzer di New York, c’è proprio scritto quello che dice: "Guardate, sì, io adesso rado New York al suolo, ma non basta, non è sufficiente, ci vuole l’etica individuale, ci vuole un cambiamento profondo perché tutta l’umanità è sull’orlo di un disastro, sull’orlo dell’abisso, e solo un cambiamento non dell’etica degli affari, non esiste l’etica degli affari, semmai esiste l’affare dell’etica, come dice Guido Rossi. Ma se voi vi leggete il bellissimo libro di Guido Rossi, "Il Conflitto epidemico", troverete enunciata proprio questa tesi: bisogna cambiare radicalmente. E questo vale anche per il processo penale, vale in tutti gli ambiti e in tutti i settori, ma io vi ricordo soltanto quello che dice questo grande studioso di diritto costituzionale che si chiama Traib dell’Università di Harward, il cui saggio sarà inserito in quel libro di cui vi ho parlato che uscirà in novembre, il quale dice, rivolto ai Giudici: è immorale condannare una persona, è intimamente immorale condannare una persona sulla base del calcolo del 95% di probabilità della sua colpevolezza, perché? Perché questo comporta il rischio di 1 su 20 di condanna di innocenti. Allora siamo di fronte veramente ad una svolta epocale, e io mi chiedo, io poi lo dirò parlando un’altra mezz’oretta dopo della situazione dei miei assistiti. Vi rendete conto? Qui il problema è che abbiamo delle persone in carne ed ossa, che hanno una vita, che hanno dei figli con cui parlano, i cui figli dicono: ma papà, ma è vero che tu hai ucciso tutte quelle persone, è vero che tu hai inquinato tutta la laguna? Ma sono vere queste cose? Ecco, vedete, non è giusto, è contro la morale che succeda questo, ed io sono ancora qui in attesa di una risposta alla domanda: perché la Procura non ha orientato le indagini verso i veri luoghi di contaminazione della laguna e le ha orientate esclusivamente verso il Petrolchimico? Presidente, chiedo cinque minuti di sospensione.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 11.13.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 11.42.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo. Prego, signor avvocato.

 

DIFESA – Avv. Stella – Signor Presidente, mi dicono che la voce migliora più parlo, una battuta: quasi, quasi parlo per le prossime udienze. È vero, me l’aveva detto il medico: "deve parlare", quindi mi sto allenando. Un quarto d’ora, mezz’ora, non vi tedio più di tanto. Io devo parlare, come parte finale, della situazione dei miei assistiti. E’ una riflessione importante perché completa il quadro generale. Comincio dalle discariche; la Corte sa, io l’ho già detto, sostenuto, dimostrato, che il contributo delle discariche nell’inquinamento è irrilevante, le acque di falda contaminate dalla discariche è irrilevante, però devo fare una precisazione: le discariche non c’entrano nulla con i miei assistiti e con la gestione Enichem. Io qua vorrei chiarire una volta per tutte, sulla base sempre di documenti, di atti processuali, perché questo io penso che sia l’unico metro che la Corte ha a disposizione. Enichem ha ereditato da Montedison, questa è solo una un precisazione, non è contro Montedison, perché ho già dimostrato, ho già dato la prova che non c’è un contributo significativo, una precisazione importante è che Enichem ha ereditato da Montedison solo 9 discariche su 26. Si tratta delle isole 31 e 32, dell’isola 35, delle isole 45 e 48, delle isole 59 e 60, dell’isola 61, e di Enichem Agricoltura Ousidet di Campaccio e di Moranzani. Queste 9 discariche Enichem le eredita da Montedison sul finire del ‘90, quando l’ENI acquista tutte le azioni. Qual è la situazione allora? Vediamone una per una. La situazione è che Enichem non ha mai contribuito alla alimentazione di queste discariche, tranne Enichem Agricoltura, discarica di fosfogessi, che era regolarmente autorizzata. Isola 31, 32 e 35; cito l’ispettore Spoladori: "inizio dello scarico si può datare intorno al 1976; detto scarico ebbe fine intorno al 1982". Tornando sull’argomento Spoladori precisa ancora che "gli sversamenti in dette aree – badate che poi la 31 e la 32 sono quelle più contaminate – sono iniziati nel ‘76 e terminati all’incirca nell’’82". Isole 59, 60 e 61, Spoladori: "data del deposito in virtù degli inquinanti rinvenuti, metà degli anni Sessanta – inizio anni Ottanta". Discarica Moranzani, esterna al Petrolchimico: "Tra il ‘65 e il ‘75 Montedison ha portato rifiuti provenienti dalla produzione dell’Acetilene e dell’acido floridrico, tra il ‘65 e il ‘75. Le dichiarazioni di Spoladori trovano conferma nella relazione del Magistrato alle Acque del ‘93: "L’area è stata utilizzata per circa un decennio, dal ‘65 al ‘78, per lo sversamento di rifiuti e residui del Petrolchimico Montedison e in particolare delle centrali termoelettriche". Per la discarica ricettore rifiuti Agrimont ex Ceneri Spoladori precisava: "Essa è contaminata da arsenico e piombo per la presenza massiccia di ceneri di pirite", quello che abbiamo visto. Dal documento indagini sui rifiuti industriali di Porto Marghera del ‘96 risulta che "successivamente al ‘70 l’impiego delle piriti per la produzione dell’acido solforico si esaurì a favore del consumo diretto di zolfo puro, che non dà luogo a risulte di qualche importanza". Isole 45 e 48: "lo scarico dei rifiuti è sicuramente cessato nei primi anni Ottanta, come dimostra la realizzazione in quegli anni del parco ornitologico denominato "stazione di cattura e inanellamento per lo studio scientifico delle migrazioni". La discarica Campaccio, Enichem diventa proprietaria nel ‘90, questa è una discarica che è contaminata, stoccaccio provvisorio per catalizzatori arsenicali: "l’utilizzo dei catalizzatori arsenicali è dovuto ad un ciclo produttivo terminato nel 1978 e sostituito da un altro in cui si utilizzava glicine. Anche di questa discarica Enichem diventa proprietaria nel ‘90". Restano nuove discariche Enichen di agricoltura (inc.), entrambe autorizzate. Qual è la conclusione? La conclusione ce la dà l’ispettore Spoladori in una lettera indirizzata "alla cortese attenzione del dottor Ferice Casson, si legge: "L’Enichem diventa proprietaria dell’area intorno agli anni 1989 – invece è ‘90 -. Nessun rapporto ha avuto con la gestione delle discariche de quibus, ovvero nessuna responsabilità in ordine al fatto reato di tipo commissivo, ma si può solo ipotizzare una condotta omissiva. Non risulta agli atti nessun elemento certo che la ditta Enichem abbia in qualche modo movimentato o modificato la struttura delle aree oggetto di discarica". E poi c’è il teste Gavagnin, Gavagnin fa una lunga deposizione, qui il Giudice a latere dottor Liguori gli fa delle domande precise e descrive la situazione delle discariche, anche dell’imbonimento, etc.. Il dottor Liguori gli chiede: "tutto questo accade prima o dopo il 1983?", "questa gestione è tipica di prima dell’’83", il dottor Liguori insiste: "dopo l’’83 cosa succede in termini di gestione quotidiana della produzione dei rifiuti solidi?", "nel quotidiano, lei sa nell’’83, dopo la disciplina transitoria che va a regime nell’’82, a lei constano pratiche incompatibili con un quel quadro normativo di riferimento dopo il 1983, sì o no?", Gavagnin risponde: "Secondo me nella sostanza no". Tutto questo è importante perché l’Accusa continua a coinvolgere Enichem, Smai e Pisani, anche nell’accusa di alimentazione delle discariche. Il problema si ripresenta per il periodo 1 giugno ‘93 – fine ‘95, ma qui devo fare una precisazione subito, sulla quale poi tornerò, e cioè, siccome ho visto che nei motivi il Pubblico Ministero non è stato preciso, nel senso che non ha chiarito questa situazione, è fondamentale vedere cos’è accaduto lungo tutto l’arco del tempo: Smai dall’ottobre ‘87 all’’88, poi subentra Pisani, che va avanti fino al ‘90. Ma che cosa fanno Smai e Pisani? Fanno – e lo vedremo confermato ampiamente -, si dedicano agli impianti del CVM, quindi Smai e Pisani non sono direttori del Petrolchimico dall’’87 al ‘90; sono direttori degli impianti di CVM. Tutta questa situazione è riassunta bene dalle dichiarazioni di Pisani ed è confermata da una pluralità di documenti di cui poi vi parlerò. L’insediamento Enichem era un’isola nella vasta area del Petrolchimico constava degli impianti ancora attivi del ciclo CVM e PVC, CV6, CV24, CV7, CA1 Tutti gli altri cicli produttivi attivi nel Petrolchimico, tutti i servizi e in generale tutte le aree interne ed esterne al Petrolchimico diverse dalle aree su cui insistevano gli impianti menzionati erano ancora di proprietà e interamente gestiti da società del Gruppo Montedison. Tutti gli altri servizi, compresi gli scarichi, come vedremo tra un po’. "Non ricadevano sotto la mia gestione tutte le aree 31, 32, 59, 60, 61, sulle quali negli anni passati era avvenuta la deposizione di rifiuti. Anche dopo la costituzione di Enimont nell’’89 il Petrolchimico ha continuato a essere governato – ma lo dico solo per precisazione – da un direttore di estrazione ex Montedison, dipendente di società ex Montedison, che continuava a avvalersi di personale dell’organizzazione ex Montedison". Quindi questa era la situazione: non erano direttori del Petrolchimico, erano direttori dell’impianto. Diventa Pisani, Smai se ne va e non si rivede più, Pisani diventa direttore del Petrolchimico nel ‘93, ma badate bene, adesso non ricordo esattamente la data, nel ‘93 è la data in cui gli impianti vengono ceduti ed EVC, quindi la situazione si capovolge. Sì, gli impianti CVM vengono ceduti ad EVC nell’agosto ‘93, quindi Pisani non si occupa più degli impianti in questo periodo. È però direttore del Petrolchimico, ed è qui che scatta l’accusa di tardivo intervento per la messa in sicurezza, è nella sua qualità di direttore del Petrolchimico, la stessa accusa che scatta nei confronti dell’amministratore delegato di Enichem, il dottor Patron. Bene, io qua non voglio neppure affrontare il problema che sarà affrontato dal professor Fornari, quello della sentenza della Cassazione che esclude l’obbligo di bonifica per i successori, etc. etc.. Io voglio stare ai fatti, andiamo a vedere i fatti. La situazione è impressionante: se voi guardate la relazione di Francani su questo punto, quali sono i tempi medi per la messa in sicurezza e le bonifiche in tutto il mondo? Dagli Stati Uniti all’Italia, al Veneto e a Venezia i tempi medi sono i seguenti: per i 1249 siti della lista Super Found americana sono di almeno 12 anni; di 16 anni per l’area della Bovisa nel milanese; di 27 anni per l’area Pili a Venezia; di 5 anni per l’area 43 Ettari; di più di 30 anni per la discarica di San Biagio, non ancora realizzata; di più di 20 anni per la discarica di San Giuliano, non ancora realizzata. Questi sono i tempi medi. Perché tempi medi così lunghi? Perché gli interventi sono interventi di estrema necessità. Progettazione degli interventi perché bisogna tenere conto di un insieme di fattori di cui Francani nella sua relazione dà una illustrazione completa, è complessissimo l’intervento di messa in sicurezza. Bene, a tamburo battente nel periodo ‘93 – ‘95 si ha la messa in sicurezza delle isole 31 e 32, le più inquinate, pensate, solo due anni. Beh, c’è da dire: diamo una medaglia a Pisani per questo. E io devo dirvi che cosa ha fatto Pisani in questo periodo: nel ‘93, appena arrivato, Pisani fa sì – e guardate che già prima l’ingegnere Zerba aveva dato impulso a queste cose, come vi diranno il professor Bettiol e l’avvocato Cesari – che venga dato l’incarico alla Geo Sondaggi per una descrizione geotecnica e stratografica del suolo delle isole 31 e 32. A ottobre – dicembre la Geo Sondaggi inizia la prima indagine di caratterizzazione dell’intera area del Petrolchimico, vengono installati 10 piezometri lungo il perimetro dello stabilimento. Nel febbraio del ‘94 Geo Sondaggi consegna la relazione che dà le prime indicazioni sulla presenza e distribuzione dei livelli impermeabili. La relazione evidenzia la necessità di proseguire le indagini. Viene a questo punto avviata una campagna analitica a cura, pensate un po’, del dottor Raccanelli, che allora era dipendente del Petrolchimico. Nell’aprile ‘94 viene consegnata la relazione di Geo Sondaggi con i risultati della campagna analitica. La relazione sembra confermare le ipotesi di tenuta dello strato argilloso presente, non essendoci una diffusione degli inquinanti. Vengono comunque programmati ulteriori accertamenti. Di lì a poco, nel maggio ‘94, la Sia dell’Enichem, formula una proposta di approfondimento dell’indagine idrogeologica, soprattutto nella zona ovest dello stabilimento, con l’installazione di nuovi piezometri e il proseguimento delle letture piezometriche. Nel luglio ‘94, bruciando i tempi, viene aperta la commessa di investimento per il compimento delle indagini idrogeologiche, è così che nel gennaio ‘95 viene formulata la proposta di caratterizzazione analitica della falda, caratterizzazione che si conclude nel luglio ‘95. Viene commissionata ad Acquater nel maggio ‘95 una ulteriore indagine di caratterizzazione dello stato del sottosuolo delle isole 31 e 32. Nel luglio ‘95 – guardate i tempi come si succedono – viene consegnato il progetto di messa in sicurezza delle isole 31 e 32. Il progetto di bonifica viene presentato alla Provincia di Venezia nell’agosto ‘95, progetto che sarà approvato il 31 gennaio 1996. Nel novembre 1995 viene commissionato ad Acquater un nuovo studio idrogeologico dei terreni e delle acque sotterranee a integrazione di tutte le indagini fatte precedentemente. Saranno analizzati 67 sondaggi, 32 prove geotecniche di campionamento. Quindi, secondo un ben preciso piano di priorità, prima di tutto vengono le isole 31 e il 32 e poi vediamo tutte le altre. Essendo direttore anche di Enichem Agricoltura, Pisani nel novembre ‘93 commissiona alla Nam Progetti lo studio per il risanamento ambientale per il recettore rifiuti della Impianti Agrimont, detto ex Ceneri. La relazione elaborata dalla Nam Progetti viene consegnata nel giugno ‘94, nel marzo ‘95 viene commissionata ad Acquater una indagine sullo stabilimento in zona agricoltura relativa all’area Campaccio. Nell’ottobre ‘95 viene consegnata la relazione contenente i progetti di bonifica nell’area Campaccio. Più di così io penso che a Pisani non si potesse chiedere di fare: si confrontino i tempi della realizzazione di queste messe in sicurezza con i tempi medi. Io tutte queste cose le avevo dette e ripetute, sono scritte nella mia relazione sull’innocenza di Smai e Pisani. Altro che ritardo, signori della Corte. Adesso passiamo all’altro argomento, abbiamo visto le discariche, vediamo le discariche adesso. Io non lo so, io l’ho ripetutamente richiamata, l’ha richiamata Pisani quando è stato sentito, l’ho allegata in tutte le memorie, c’è un atto fondamentale, ed è la convenzione del 28 maggio 1987, tra Montedipe ed Enichem, e questa è una convenzione dalla quale non si può prescindere. Montedipe è il momento in cui Enichem subentra nella gestione, quindi si fa una convenzione: "si impegna a fornire ad Enichem i servizi elencati nella parte seconda". Parte seconda, capitolo quinto, disciplina i servizi di smaltimento e trattamento effluenti, trattamento effluenti liquidi, combustione residui liquidi e semi liquidi in forno di incenerimento, e smaltimento di rifiuti solidi. Per il trattamento di effluenti liquidi la convenzione dispone: "Montedipe dispone di un impianto biologico centralizzato per la depurazione di acque di scarico con annesso incenerimento fanghi e residui liquidi, di impianti di neutralizzazione di acque acide alcaline di un impianto per trattamento acque con presenza di clorurati organici a forma di incenerimento per prodotto organici PCB compresi. Montedipe effettuerà invece impianti il trattamento delle acque reflue provenienti dai reparti della somministrata. Quanto allo smaltimento, la somministrante garantirà che lo smaltimento delle acque trattate sarà effettuato in conformità con le norme vigenti in campo ecologico ambientale", e più in generale: "Montedipe si impegna e afferma di possedere tutte le conoscenze tecniche e organizzative necessarie per lo svolgimento dei servizi a regola d’arte e assumendosene la responsabilità". Ecco, questa qui non è rimasta lettera morta, perché poi problema di responsabilità reale non ce n’è, ma l’ingegnere Zerba, che era uomo di Montedipe, ha fatto la sua parte, e l’avvocato Cesari e il professor Bettiol hanno consegnato una memoria, che io ho sempre allegato alla mia sull’innocenza di Mario Pisani, da cui risulta che agli scarichi provvedeva la Montedipe e che al trattamento delle acque provvedeva Montedipe. Allora resta solo anche per questo il problema degli scarichi nel periodo ‘93 – ‘95, per Pisani soltanto e per Patron. In questo periodo tutti gli scarichi erano regolarmente autorizzati dal Magistrato alle Acque. E qui la Corte conosce già la vicenda dei bollettini interni, ma a tempi ormai scaduti nel processo di primo grado, quasi scaduti, il Pubblico Ministero si fa consegnare da Enichem i bollettini interni, che sono bollettini non degli scarichi ma bollettini di ciò che affluisce dagli impianti di produzione agli scarichi. Questi bollettini indicano dei superamenti, non sono bollettini degli scarichi, indicano dei superamenti, e qui però viene fuori, signori della Corte, voi non avete conosciuto il professor Foraboschi, grande scienziato. Il professor Foraboschi fa due cose: prima calcola la media annua dei superamenti, e dimostra che è una media assolutamente irrisoria; il Pubblico Ministero reagisce dicendo che le medie non contano e che quello che conta sono i singoli superamenti. Peggio il rimedio del male, per l’Accusa. Con i suoi calcoli, infatti, Foraboschi ha dimostrato che i superamenti hanno determinato l’emissione nella laguna di un carico inquinante insignificante. Questa è una cosa molto importante, perché l’Accusa ha cercato di ridurre la portata di questa dimostrazione di Francani, ma qui stiamo parlando di inquinamento, e allora è evidente che è importante la stima del carico inquinante. È evidente che è importante anche perché imposto da una serie di disposizioni normative il professor Foraboschi fa riferimento innanzitutto al quaderno 100 dell’IRSA, cioè Istituto di Ricerca sulle Acque del Consiglio Nazionale delle Ricerche del ‘94, il quale dice che tra i diversi obiettivi da perseguire nel campionare le acque è necessario effettuare il controllo dei limiti di accettabilità e la valutazione del contributo all’inquinamento del corpo idrico". Il decreto legislativo 152 del ‘99 parla dal canto suo di stima dell’inquinamento in termini di carico, stima dell’impatto da fonte diffusa. Il DM 23/4/98, che riguarda la qualità delle acque per la tutela della laguna di Venezia, parla di carichi massimi ammissibili complessivi di inquinanti in laguna, quindi di quantitativo totale di inquinante immesso in laguna, e non di concentrazione istantanea. Analoghe indicazioni sono contenute nel DPCM del 27/12/88, il quale parla della stima del carico inquinante. Foraboschi spiega anche perché, com’è andata con la normativa, insomma per la valutazione ambientale degli scarichi sarebbe stato necessario – dice Foraboschi – sempre una valutazione del carico inquinante, ma questa valutazione era difficile, quindi la legge ha scelto la strada di fissare dei limiti ai singoli, dei limiti che non dovevano essere superati, dei limiti diciamo di accettabilità dello scarico che erano superati singolarmente da alcuni bollettini interni. Ha scelto questa strada per rendere più agevole la cosa, ma la finalità vera, l’obiettivo vero che si sarebbe dovuto raggiungere era la valutazione del carico inquinante, ed è proprio questa valutazione che ha fatto Foraboschi, la valutazione dell’impatto ambientale, il contributo insignificante. Dopodiché che cosa ha fatto il Pubblico Ministero? Vedete, nei motivi e nella requisitoria il Pubblico Ministero cerca di coinvolgere Smai, povero Smai, con il documento dell’American Appraisal. Ricordate quel documento che girava in Enimont fatto da American Appraisal in cui nella bozza c’era una fase sulle responsabilità che poi è stata cancellata nell’edizione definitiva? Enimont dell’89. Bene, il Pubblico Ministero se la prende con Smai perché Smai dice: "ma io non ne so niente di questo documento". E per forza non ne sapeva niente, era un documento che non riguardava la sua competenza, perché Smai dirigeva solo gli impianti e non c’entrava nulla con i terreni sui quali sorgevano le discariche, e poi perché Smai finisce nell’’88. Io non mi ricordo la data di questo documento dell’American Appraisal; lo preciserò nella memoria. Quanto a Pisani, il Pubblico Ministero nella requisitoria se la prende anche con Pisani, dicendo: "ah, ma c’era questo documento di strategia della comunicazione emanato dalla sede centrale di Enichem", ma Pisani che cosa c’entra con tutto questo? Che cosa c’entra con un documento mandato, buono o cattivo che sia, non è compito mio stabilirlo, cosa c’entra Pisani? Pisani dirige il Petrolchimico. Io non so se l’ha visto, non credo che l’abbia visto questo documento, è un documento che gli arriva dalla sede, punto e basta. Che cosa c’entra? Il dottor Patron, una parola solo per il dottor Patron, il dottor Patron è amministratore delegato dal ‘93. Sapete, vi dico solo le iniziative più importanti: Patron è della nuova gestione di Enichem, quella per intenderci, inaugurata da Bernabè dopo che il pool di Milano aveva raso al suolo la società arrestando tutti i Presidenti e i membri, Bernabè si era trovato nella situazione di dovere rinnovare tutto il personale, e l’ha fatto stando bene attento a impiegare, a scegliere il personale. Sono anni, quelli là, che io li ho vissuti uno dopo l’altro, sono ormai da raccontare alla sera con il camino acceso, perché sono stati anni terrificanti. La nuova gestione è fatta tutta di gente efficiente e molto pronta e assolutamente integra. Patron, tanto per dirvi, vi dico solo alcune iniziative, intanto favorisce tutte le iniziative di Pisani, manda una lettera il 14 gennaio ‘94, quindi pochi mesi dopo essere entrato, con cui sottolinea con forza a tutti i direttori dello stabilimento l’assoluta priorità della soluzione dei problemi di natura ambientale. Sede di bilancio del ‘93 viene previsto uno stanziamento di spese pari a 7,5 miliardi a copertura dei costi per lavori di modifica delle isole 31 e 32; quindi non erano parole. Tra parentesi sapete, signori della Corte, quanto è la somma spesa da Enichem finora per tutte le opere di bonifica in seguito all’accordo di programma, etc. etc.? È una cifra che va dai 1.000 ai 2.000 miliardi di vecchie lire, tanto per darvi un ordine di grandezza. Ma pensate, secondo me il colpo di genio più significativo di Patron sta in questo, ma voi non avete idea di com’è che la burocrazia c’è anche nelle aziende, ed è fonte di lungaggini e di questioni infinite. Che cosa fa Patron? Prende in mano la situazione e per evitare ogni lungaggine il 12/12/94 dà l’autorizzazione preventiva ai direttori di stabilimento di avviare senza indugio gli investimenti finalizzati all’adeguamento alle prescrizioni sulla tutela dell’ambiente. Capite? Autorizzazione preventiva. Di solito devono chiedere, quando si tratta di spendere tanti miliardi, l’autorizzazione alla sede; Patron dice: no, per queste spese via raso a terra, non dovete chiedere autorizzazioni. E poi si parla di intervento tardivo. Che cosa si poteva dire di più? Che cosa si poteva fare di più? Questa è una domanda cruciale che riguarda i fatti, che riguarda il darsi da fare, a prescindere dall’interpretazione della nota sentenza della Cassazione. Qui Enichem si è trovata di fronte a dei problemi ambientali che erano seri e li ha affrontati duramente e a tempo di record; Pisani era amministratore delegato. Ecco, signori della Corte, questa è veramente la conclusione delle mie fatiche. A me è toccato un compito arduo, il compito della sintesi; ma, come dicono quelli della notte, la sintesi presuppone l’analisi, è difficile la sintesi. Io spero di essere riuscito nell’impresa, l’analisi sarà continuata da altri colleghi, dall’avvocato Santamaria, che vi parlerà ancora del profilo del disastro ambientale e dell’inquinamento, dall’avvocato Simoni che vi parlerà di Coccheo e della delibera interministeriale, dal professor Fornari, che riprenderà ad illustrarvi l’opera di Vighi e altre cose, e poi si giungerà alle posizioni personali. Non c’è niente che l’Accusa abbia provato a carico degli imputati dipendenti da Enichem. L’esito per me è un esito naturale, di questo processo, è un esito legato a tutti i verbali d’udienza. È difficile veramente tirar fuori da quei milioni di pagine le cose che contano veramente, ed io ho cercato di farlo. Consegnerò una memoria su tutti i temi diversi dalla causalità con tutti gli allegati. Ringrazio la Corte e mi congedo.

 

PRESIDENTE – Prego professore.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Signor Presidente, signori della Corte, oggi finirò, spero abbastanza rapidamente, la parte dedicata agli addebiti relativi agli impianti e alle condizioni di lavoro, per poi incominciare la parte in diritto, sull’articolo 437 fondamentalmente, in risposta alle considerazioni svolte dal Pubblico Ministero nella prima udienza della sua requisitoria. Ho trattato ieri gli addebiti relativi alle strutture impiantistiche, ve ne sono alcuni relativi ad altro, che in qualche modo si riconnette alle condizioni di lavoro, ma non riguarda gli impianti. Sono addebiti per così dire a monte. Budget e manutenzione; non sono addebiti autonomi perché ciò che conta è la realizzazione delle misure, i problemi di costo sono irrilevanti secondo l’opinione normalmente accettata, sono irrilevanti rispetto al contenuto dei doveri di sicurezza, parlare di budget, di investimento, è un duplicato. Questo criterio è in qualche modo il presupposto di decisioni adottate dal Tribunale e poi anche dalla eccellentissima Corte relativamente a problemi di ordine probatorio prospettati dal Pubblico Ministero: "chiedo che venga ammessa la Guardia di Finanza a prova di determinate spese effettuate dalla società", capitolo assolutamente irrilevante, non si tratta di andare a vedere che cosa la società abbia speso o non abbia speso in questa o quest’altra direzione. Nemmeno per quanto riguarda gli addebiti c’è un problema di valutazione di costi, c’è un problema di valutazione di risultati. Sono addebiti assolutamente irrilevanti, per chiarezza di presentazione nella parte relativa alla gestione Enichem che tratterò tra poco introdurrò anche alcuni dati relativi ai costi di manutenzione sostenuti da Enichem, elementi già introdotti in primo grado che non sono mai stati oggetto di discussione da parte dell’Accusa. Anche l’addebito di insufficiente manutenzione è privo di autonomia, di manutenzione come attività operativa, prescindendo dai costi. Anche qui la manutenzione è qualche cosa che ha a che fare con il mantenimento di standard di sicurezza adeguata, la sostanza dei problemi è quella già trattata relativa alla situazione degli impianti. Qualche notazione sul problema delle misure di protezione personali, le maschere fondamentalmente. E’ uno dei punti, l’unico punto, anzi, sul quale la sentenza muove un rilievo: scarso uso della maschera, leggiamo a pagina 371 della sentenza, scarso uso, potere essendo le maschere disponibili, sempre disponibili nei reparti, come confermato da numerosi testi, ed effettivamente utilizzate, ci hanno detto i testimoni che hanno parlato di situazioni particolari in cui le maschere occorreva usarle. Ce l’hanno anche detto testi come il Castellini, evocati in quest’aula dal Procuratore Generale due settimane fa. Se l’uso della maschera non è stato sempre e comunque, ciò non è dipeso da mancanze addebitabili all’organizzazione. È un problema che tutte le aziende conoscono quello del far sì che i lavoratori effettivamente facciano uso dei mezzi personali di protezione. Al di là di questa valutazione del Tribunale circa il supposto scarso uso, è interessante vedere come il Tribunale abbia spiegato la sostanziale irrilevanza del problema, irrilevanza rispetto all’Accusa vista nel suo insieme, insignificanza dentro il programma probatorio dell’Accusa. Cos’ha detto il Tribunale? "Non è stato provato, come incorreva l’Accusa, quale esposizione nociva con riferimento a singoli lavoratori sarebbe precisamente verificata per effetto dell’inosservanza anzi detta, con quali specifici elementi temporali, con quali precisi effetti negativi e per quali specifiche ragioni l’esigenza di tutela non sarebbe stata comunque salvaguardata nei singoli episodi in esame dall’avvenuta adozione delle misure di intervento sugli impianti e sulle procedure di lavoro come sopra enunciate". Il Tribunale ha qui da un lato rilevato l’adempimento complessivo del dovere di sicurezza relativamente alla situazione impiantistica, normalità di situazioni che non rendevano necessario l’uso di mezzi personali di protezione. Quando l’uso era necessario i mezzi venivano utilizzati, risulta dagli atti, forse non sempre, ha ritenuto il Tribunale, ma tutto questo è irrilevante perché non vi è alcuna connessione di questo discorso generico con le ipotesi accusatorie di eventi di danno in danno di singole persone da ricondurre a determinate esposizioni. Irrilevanza dunque di questo addebito nel piano causale e una considerazione che, al di là della contingente applicazione sul problema delle maschere, l’unico punto in cui il Tribunale se l’è trovato davanti, perché su tutto il resto il Tribunale ha smontato in radice la ipotesi d’accusa, questa considerazione varrebbe evidentemente in via generale per tutti i punti in cui qualche rilievo dovesse essere ritenuto da prendere in considerazione e non palesemente infondato. Non ve ne sono, a meno di non prendere per rilievi meritevoli di discussione osservazioni che in questa fase di discussione sono state introdotte, tipo questione di periodicità delle visite sanitarie ai lavoratori. Si facevano le visite, si facevano presso una struttura sanitaria che esisteva e sulla cui esistenza l’Accusa non ha nulla da dire. Si è fatta in ritardo nel ‘76, ha detto il Pubblico Ministero, c’era e ha funzionato, risulta agli atti, risulta dalle testimonianze di chi la reggeva che tipo di visite venivano fatte. Dice il Pubblico Ministero che erano da farsi ogni tre mesi e non ogni sei. Il discorso non ha alcun senso rispetto ai problemi in discussione, fino che non si venga a dire che in un determinato momento, con riferimento ad una determinata persona, la periodicità delle visite ha comportato un ritardo di tre mesi che ha avuto effetti lesivi. Discorsi sulla periodicità fatti in astratto, come sono stati fatti dal Pubblico Ministero in questa fase, non hanno alcun senso rispetto ai problemi di accertamento delle ipotesi accusatorie formulate dall’Accusa con riferimento ad eventi di danno. Passo anche qui molto rapidamente a dire qualche cosa sugli adempimenti relativi alla sicurezza portati avanti nel periodo della gestione Enichem, a partire dal giugno ‘87, giugno come gestione Enichem, poi il primo degli imputati Enichem entra in scena nell’ottobre 1987, è il mio assistito dottor Smai, che resterà in quella carica di responsabile dei reparti CV e solo di essi per poco più di un anno, fino a fine 1988, seguito poi dall’ingegnere Pisani. La situazione a quel punto, la situazione presa in carico dalla gestione Enichem, è quella risultante dalla storia che è stata documentata nel processo e che ho cercato nelle scorse udienze di riepilogare, la storia delle grandi trasformazioni che hanno posto rimedio alla situazione deficitaria dei primi anni Settanta, di prima della cura, di prima dell’esplosione del problema CVM. Le trasformazioni impiantistiche procedurali hanno portato ad una situazione molto, molto, molto diversa, quella che, relativamente alle concentrazioni di CVM nei luoghi di lavoro, ha portato a quei dati di monitoraggio di cui abbiamo parlato, misure prossime allo zero, sostanzialmente convalidate, per quanto concerne la normalità, che è ciò che conta, convalidate anche dal consulente dell’avvocato dello Stato, il professor Nardelli. Gli adempimenti della gestione Enichem sono adempimenti ulteriori, migliorativi di una situazione già perfettamente adeguata agli obblighi di sicurezza relativamente al problema CVM. Su alcuni punti, adempimenti effettuati in relazione a nuove normative entrate in vigore in quel periodo, come dirò tra un momento. Si tratta, data la situazione pienamente risanata degli impianti, di iniziative poche di numero, in un periodo circoscritto di anni, poche iniziative migliorative di una situazione già risanata, poche per quanto riguarda gli aspetti impiantistici, altri punti vanno visti a parte. Le commesse sono state tutte documentate da documentazione che abbiamo prodotto all’inizio, mi limito a indicarne alcune particolarmente significative: commessa 7109 del 18 novembre 1988, proponente Pisani, autorizzazione di Smai; commessa relativa a migliorie nell’area autoclavi per ottenere un sistema di polimerizzazione a circuito chiuso, secondo step, al fine di effettuare in automatico tutte le operazioni necessarie per produrre a ciclo chiuso, importo previsto: 1113 miliardi di lire. Iniziative molto costose, grosse modifiche autorizzate, avviate dagli imputati che qui difendiamo, fin dal 1988. I tempi di realizzazione non dipendono dagli imputati, dipendono da una serie di esigenze tecniche che vanno prese in considerazione. Ulteriori miglioramenti, ulteriori commesse concernenti miglioramenti: installazione di interblocchi su boccaporti delle autoclavi in modo da non permettere l’apertura del boccaporto delle autoclavi in pressione per errori di manovra, anche qui propone Pisani e autorizza Smai, ciò risulta dai documenti della commessa contenuti nelle nostre produzioni difensive, la proposta e l’autorizzazione recano anche qui la data dell’ottobre 1988; altra commessa riguarda la sostituzione di programmatori meccanici con programmatori di tipo elettronico; altra commessa ancora del 1988 autorizzata da Smai su proposta Pisani il 4 luglio 1988 riguarda l’installazione di un gascromatografo per il controllo del CVM prima dell’ispezione in autoclave, così da poter monitorare la presenza di CVM all’interno dell’autoclave durante la pulizia, senza escludere, come avveniva in precedenza, il monitoraggio della linea, un nuovo cromatografo che consente di monitorare quella specifica operazione senza incidere minimamente su altri profili di monitoraggio. Tutte iniziative, queste che ho detto, che partono già nell’anno di direzione Smai, il primo della gestione Enichem. E parte in quell’anno un’iniziativa che poi richiederà tempi non brevissimi, quella per la realizzazione di un forno inceneritore cosiddetto vent-gas per la combustione degli scarichi di gas residui degli impianti PVC e di altri, è una commessa 72 06/09, la richiesta parte già in epoca Smai, richiedeva la concessione edilizia r la concessione edilizia del Comune di Venezia, che arriva soltanto alla fine del ‘90; è un lavoro importante, del costo di oltre 15 miliardi di lire. È una iniziativa che non attiene alla igiene del lavoro dentro i reparti CV, ma riguarda le emissioni in atmosfera, una problematica ambientale e una iniziativa che si collega a novità normative di quel periodo: è del 1988 l’entrata in vigore del D.P.R. 203 sulle emissioni in atmosfera ed è soltanto del 1990, decreto ministeriale 12 luglio 1990 l’emanazione di linee guida contenenti i valori di emissione, i limiti di emissione da rispettare, anche con riferimento al cloruro di vinile monomero, c’è stato un ritardo nell’emanazione della normativa che ha inevitabilmente inciso sui tempi di realizzazione delle misure di adeguamento, che sono state peraltro tempestivamente prese nel Petrolchimico in relazione alle possibilità indotte dalla normativa. Anche prima del completamente di questa iniziativa importante sul forno inceneritore i dati, riferiti nella relazione tecnica del professor Foraboschi, mostrano come le emissioni convogliate di CVM dei reparti CV di Porto Marghera nel periodo di gestione Enichem, anche prima della realizzazione del progetto di adeguamento ai limiti stabiliti dal decreto ministeriale 12 luglio ‘90, anche prima le emissioni convogliate erano circa un decimo, quantitativamente, delle emissioni calcolabili in base ai cosiddetti fattori di emissione per impianti senza sistemi di abbattimento calcolate dall’agenzia americana di protezione dell’ambiente, EPA, Enviromental Protection Agency. Non sto a indicare i numeri, li troverete esposti nella memoria scritta, recepiti dalle relazioni tecniche del professor Foraboschi. Altre iniziative adottate dalla gestione Pisani in continuità con la linea avviata fin da subito dal suo predecessore, alcune commesse relative all’installazione di una nuova linea di collegamento delle torce degli impianti nei reparti CV22 e Cv24, collegamento con i forni dell’impianto CS28 al fine di ridurne anche qui le emissioni accidentali in attesa della realizzazione del forno inceneritore, della soluzione definitiva. Avviene nella gestione Pisani la chiusura del CV6, lo ricordo non perché si tratti di un adempimento ma come fatto storico. Altre trasformazioni degli impianti avvenute nella prima fase della gestione Enichem sono quelle di cui ho già parlato relativamente all’insacco con il progressivo svuotamento della produzione al CV15 e il passaggio al più moderno impianto Sicron 1. Di grande rilievo – anche questo è già stato detto – per quanto riguarda le condizioni di lavoro – è la soluzione del problema antisporcanti, che era allo studio da sempre, da lunghissimo tempo, andando incontro a grosse difficoltà rispetto alle soluzioni, è nel periodo di gestione Enichem che si arriva alle soluzioni definitive e realmente efficaci, prima la Nigrosina e poi il cosiddetto BUS 80, con effetti quantitativi di riduzione degli ingressi in autoclave per pulizia a cui ho già accennato ieri. Manutenzione; la manutenzione è stato uno dei cavalli di battaglia dell’Accusa, fondamentalmente legato alla utilizzazione retorica di alcuni documenti di epoca Montedison degli anni Settanta che non sta a me interpretare, documenti che l’Accusa ha interpretato come fossero un invito a trascurare i problemi di manutenzione. Non parlo di cose che non riguardano la Difesa Enichem. Per quanto concerne il periodo di gestione Enichem e per quanto il problema dei costi sia, come dicevo, di per sé irrilevante, mera premessa delle questioni che contano, abbiamo introdotto, le ha introdotte già il professor Foraboschi nella sua relazione, alcune tabelle riassuntive dei costi di manutenzione sostenuti negli anni Enichem reparto per reparto. Sono dei dati significativi di un attento impegno ai problemi di manutenzione, dati che i motivi d’appello non hanno fatto oggetto di discussione. Non li rimprovero più che tanto, visto che il problema è, come dire, prodromico e non essenziale rispetto alle questioni poste dalla stessa Accusa. Ricordo incidentalmente che il servizio di manutenzione anche in quel periodo era gestito da Montedipe sulla base della convenzione di cui si è parlato prima, Enichem come gestore degli impianti se ne sobbarcava i costi. E il livello dei costi sostenuti attesta una manutenzione svolta con continuità. Vale la pena rilevare, all’interno di queste cifre, un trend in aumento dei costi per materiali, per acquisto di materiali rispetto ai costi totali di manutenzione; la differenza è il costo delle operazioni. Questo aumento dei costi per materiali pone in evidenza come venisse realizzata una linea, una filosofia della manutenzione della quale ha parlato davanti al Tribunale, nell’udienza dell’aprile 2001, l’ingegnere Pisani. La linea qual era? Privilegiare la sostituzione delle parti d’impianto soggette alla periodica revisione di manutenzione, valvole, pompe, apparecchiature, macchine, quello che sia, con l’acquisto di materiale nuovo piuttosto che continuando a manutenere materiale vecchio. Si spinge verso le sostituzioni laddove problemi vengano ad emergere. Vale la pena anche di notare che, come risulta dai dati, la manutenzione in quanto necessaria in concreto è proseguita anche oltre la data di chiusura del CV6, mi riferisco a quello, il CV6 è stato fermato a fine ‘89 ma spese di manutenzione relative al CV6 sono state effettuate ancora nel ‘90 e anche nel 1989, ultimo anno di gestione, abbiamo spese superiori a quelle dell’anno precedente; reparto da chiudere, ma fino all’ultimo ci si è preoccupati di farlo chiudere bene. Aspetti organizzativi; abbiamo già avuto occasione più volte di parlarne. Vale la pena ricordare, come sfondo, che tutta una serie di problemi di organizzazione del lavoro erano stati affrontati, doverosamente affrontati nel precedente periodo di gestione prima degli anni Settanta per le esigenze di trasformazione degli impianti su cui ci siamo soffermati e poi a seguito dell’entrata in vigore della normativa italiana sul cloruro di vinile monomero, il D.P.R. 962 dell’82 comportava una serie di adempimenti, alcune cose erano già state anticipate, vedi sistema di monitoraggio, altri adempimenti si sono legati a quel particolare momento storico e sono stati effettuati dalla gestione dell’epoca Montedison, adempimenti come la definizione delle zone sorvegliate, la istituzione del registro delle imposte, la informazione e formazione dei lavoratori, anche qui è agli atti la documentazione dei programmi e dei corsi di formazione, il problema della sorveglianza sanitaria in conformità alla normativa, problema del monitoraggio di cui abbiamo detto, tutti adempimenti che la gestione Enichem ha trovato già in essere. Il dottor Smai, il primo responsabile dei reparti, ha riferito nelle sue dichiarazioni di avere verificato l’esistenza degli adempimenti di base e di essere passato ad una ulteriore fase di realizzazione nella quale i problemi di sicurezza hanno avuto particolare attenzione attraverso riunioni, sensibilizzazione del personale ed altro. Su tutte queste cose hanno parlato Smai e Pisani, informazioni importanti sono state date anche dai responsabili di reparto sentiti come testi, i soliti Gasparini, Rossetti e Fin, persone in più stretto contatto con i responsabili dei reparti e quindi in grado di riferire più di altri sugli adempimenti generali in materia di sicurezza. Come emblematico di questa attenzione si segnala l’introduzione dei registri dei controlli su rilasci occasionali di CVM, quei registri nei quali l’Accusa è andata a cercare il possibile e l’impossibile nel tentativo di trovare qualcosa che le potesse servire. La tenuta di quei registri non era prescritta dalla normativa, è una iniziativa della quale l’ingegnere Pisani nelle sue dichiarazioni dell’aprile 2001 ha attribuito il merito al signor Rossetti, un teste così inviso all’Accusa; Rossetti era stato capo reparto al CV6 e al CV24, l’introduzione dei registri deriva da una proposta di Rossetti ed è una innovazione significativa rispetto alle possibilità di controllo dei fatti di gestione, è un registro che dà una documentazione diretta e contestuale dei controlli e degli interventi effettuati ed è qualche cosa che serve chiaramente anche per la programmazione di iniziative da prendere. Altri aspetti organizzativi richiamati nelle dichiarazioni di Smai e Pisani sono l’istituzione di riunioni per la sicurezza, l’istituzione di squadre per la piccola manutenzione nei singoli reparti, con il risultato di una maggiore agilità di intervento, molti testimoni hanno parlato di queste squadre di piccola manutenzione che intervenivano in relazione ad episodi di rilascio di CVM; per esigenze di sintesi non ne ho parlato ieri, ma le testimonianze richiamate nella mia relazione danno atto anche di questo aspetto. E ancora il diciamo consolidamento della figura dell’assistente di sicurezza; questa carica era stata affidata al signor Fin e in primo grado l’ingegnere Pisani ha prodotto, come esempio di questo lavoro, la relazione annuale redatta dal signor Fin per l’anno 1990, redatta quale assistente della sicurezza. Non è una documentazione che faccia direttamente presa sui punti oggetto d’Accusa, la richiamo in quanto attestazione di una attenzione ai problemi della sicurezza che veniva via, via sempre più consolidata. L’ingegnere Pisani ha anche parlato di utilizzazione delle fermate annuali degli impianti per un lavoro sistematico insieme con i responsabili di reparto. Mi fermo qui, potrei ancora richiamare cose già dette come la vicenda di cui abbiamo parlato ieri con riguardo al documento prodotto dall’avvocato dello Stato, rispetto delle procedure che richiedevano anche, occorrendo, l’allontanamento dei lavoratori dagli impianti laddove ve ne fossero le condizioni. Bene si comprende come nella versione ultima dell’Accusa il periodo Enichem sia stato sostanzialmente lasciato fuori del discorso, lasciato fuori da una Accusa che si è concentrata tutta sul periodo iniziale, salvo l’avvocato dello Stato, che ha continuato a rincorrere cose inesistenti con argomenti dei quali abbiamo già ampiamente parlato. Aggiungo un’ultima notazione: che di fronte al vuoto totale di riferimenti utilizzabili dall’Accusa nel periodo di gestione Enichem, questo vuoto non stupisce che il Pubblico Ministero, quando nella parte finale della requisitoria è passato a parlare dei responsabili Enichem della gestione delle parti CV Smai e Pisani, non ha trovato nulla, nessun argomento che tocchi le persone di Smai e Pisani. Per altri imputati di altri periodi qualche cosa che riguarda le persone, giusto o sbagliato, il Pubblico Ministero l’ha trovato. Su Smai e Pisani, in relazione alla gestione dei reparti CV, nelle scarne considerazioni personali svolte dal Pubblico Ministero a chiusura della requisitoria il 13 luglio di quest’anno, non troviamo nulla; per quanto concerne Smai ha parlato della vicenda American Appraisal, lo ricordava poc’anzi il dottor Stella. "Il dottor Smai stranamente non parla mai della vicenda American Appraisal – ha detto il Pubblico Ministero – pure essendo stato destinatario di una lettera del 30 settembre ‘98 che informa del calendario delle visite di quelli di American Appraisal che vanno a vedere come stanno le cose nel petrolchimico". Il collegamento di Smai con la vicenda così come prospettato dal Pubblico Ministero sta tutto qui: come responsabile dei reparti è informato che andranno certi signori a vedere. Per Pisani nemmeno questo, siamo al 30 settembre ‘98, siamo alla fine del periodo Smai, il lavoro di American Appraisal ha a che fare con la conclusione della joint venture Enimont, che matura in altri luoghi delle strutture societarie, non certo nei reparti CV del Petrolchimico di Marghera, è ovvio che Smai non abbia saputo niente degli sviluppi successivi e d’altra parte, nei dati sintetici della relazione, non avrebbe trovato assolutamente nulla che potesse servire. Il rapporto American Apprisal il dottor Smai non l’ha ricevuto, non l’ha letto, e il Pubblico Ministero non ha nemmeno cercato di provare che l’abbia conosciuto e letto o che fosse a conoscenza di altri particolari relativi a quella vicenda. Per il resto soliti discorsi sui ritardi, non vale la pena ritornare su questo. Avrei così concluso la parte dedicata alla situazione degli impianti e agli altri addebiti nella loro consistenza di fatto. Mi resta da passare all’ulteriore capitolo, quello in diritto.

 

PRESIDENTE – Intanto facciamo una pausa.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 13.10.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 14.00.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Signor Presidente, passo all’ultima parte del mio ormai lungo intervento. Mi sembra per certi aspetti di averlo finito, anche se vi sono ancora parecchie cose da dire, perché adesso passiamo a giocare in casa, a parlare di puro diritto, sia pure in collegamento con i fatti di causa. Avevo fretta di arrivare a questo momento, al punto da essermi anche dimenticato sicuramente di qualche cosa che forse sarebbe potuto valer la pena aggiungere sulla parte in fatto. Mi sono anche dimenticato questa mattina di spendere una parola sul commento che l’Accusa ha fatto al discorso del Tribunale relativamente alla irrilevanza della sua notazione, alla irrilevanza dello scarso uso della maschera o supposto tale. Non vi è alcuna connessione con il programma probatorio dell’Accusa con gli eventi contestati. Silenzio dell’Accusa su questo punto, non vi è una replica specifica nei motivi d’appello a questo discorso del Tribunale, abbiamo sentito un commento dell’avvocato Battello durante la discussione: ma che eccesso di rigore probatorio quello del Tribunale! Tipico atteggiamento "potteriano" dell’avvocato Battello, non penso di dover aggiungere altro. Se di altre cose mi sono dimenticato le scriverò, nella memoria troverete tutto quello che c’è da trovare. Vengo al discorso in diritto, è l’inizio nella requisitoria del Pubblico Ministero, ed è anche il pezzo della Difesa che prima della pausa estiva avevo scritto per primo, perché alla fin fine nella requisitoria del Pubblico Ministero il discorso in diritto era l’unico elemento non dico di novità, ma era il piano di discorso su cui il Pubblico Ministero aveva cercato di allargare un po’ l’intervento, introducendo frammenti nuovi, sia pure su temi vecchi e a sostegno di linee vecchie. L’ho lasciato per ultimo il discorso in diritto perché sostanzialmente, a questo punto, sarebbe addirittura un’appendice superflua: se tutti gli addebiti di inadempimento, di doveri di sicurezza sotto questo e quest’altro profilo sono infondati, viene meno la stessa materia per discutere di articolo 437. Il Pubblico Ministero nei motivi d’appello e poi nella requisitoria ha dato la priorità al discorso sull’articolo 437 come se lo sforzo d’Accusa sia stato, a questo punto, quello di mettere in definitiva sul conto dell’articolo 437 l’intero castello d’Accusa, in un trasparente ma vano tentativo di eludere le difficoltà insormontabili dell’Accusa stessa in ordine alla prova del nesso causale tra le condotte contestate e gli eventi di danno. Rinuncio ad impegnarmi sul piano della causalità, metto davanti, in primo piano, il discorso dell’articolo 437, reato omissivo di mera condotta, fattispecie più semplice. Anche in quest’ottica l’Accusa si trova davanti ad ostacoli in fatto e in diritto insormontabili. Degli aspetti fattuali abbiamo parlato, vediamo che cosa abbia cercato di fare l’Accusa per poter sostenere una assolutamente inaccettabile interpretazione dilatata dell’articolo 437. Una interpretazione, quella dell’Accusa, che ci è stata riproposta dal Pubblico Ministero nella requisitoria, che non è nuova, la requisitoria, corrisponde pari pari a quella sviluppata nei motivi d’appello del Pubblico Ministero, una impostazione alla quale abbiamo già dedicato una articolata risposta critica nella memoria dell’ottobre 2003, una risposta critica in diritto che il Pubblico Ministero non ha minimamente preso in considerazione. Elusione del confronto anche sui temi giuridici, e sì che il Pubblico Ministero aveva tutte le possibilità di replicare ad argomenti della Difesa a lui già perfettamente conosciuti. Il Pubblico Ministero, invece, ha insistito in una critica alla sentenza del Tribunale alla quale in punto di articolo 437 ha addebitato due colpe che la sentenza del Tribunale assolutamente non merita. Una che appartiene, per così dire, alla retorica spicciola: il Tribunale se l’è cavata in cinque pagine, cinque pagine su una accusa così importante, 5 facciate su 1067 pagine di motivazione, da pagina 459 a pagina 463. Ma certo, cinque pagine che aggiungono qualche considerazione in diritto, giustamente rapida, dopo la analitica confutazione in fatto di tutti gli addebiti di inadempimento, di asserito ma inesistente inadempimento di obblighi di sicurezza dei quali il Tribunale si è occupato prioritariamente nella parte che affronta l’insieme delle imputazioni, addebiti rilevanti per la colpa infondati; se sono infondati sotto quel profilo lo sono anche sotto ogni altro profilo, e l’accusa ex articolo 437 coincide, nell’impostazione del Pubblico Ministero, con il pacchetto di addebiti di colpa, pacchetto di addebiti che il Tribunale ha discusso in tutta la parte della sentenza relativa al capo d’imputazione CVM. Altro che cinque pagine! Tutto lo spazio necessario è stato dedicato. L’altro addebito più di sostanza che il Pubblico Ministero muove al Tribunale, il Pubblico Ministero e anche l’avvocato dello Stato, mi pare che qui i motivi coincidano, l’addebito di sostanza si riassume nella tesi del Pubblico Ministero che il Tribunale avrebbe disatteso la giurisprudenza, avrebbe fondato le sue conclusioni sull’articolo 437 sulla base di principi di una ricostruzione giuridica della fattispecie curiosa e quasi solitaria, ha scritto il Pubblico Ministero nei motivi d’appello, quasi una sentenza suicida, è arrivato a scrivere. Il Tribunale sarebbe andato per strade tutte sue. È vero il contrario: strade curiose e solitarie sono state imboccate dall’Accusa nei motivi d’appello, nella requisitoria, già nel dibattimento del primo grado. Strada curiosa e solitaria che ci propone, ha insistito fino all’ultimo a proporre una interpretazione dell’articolo 437 come norma sanzionatoria a tutto campo di ogni e qualsiasi violazione del dovere di sicurezza. Vediamo il discorso svolto dal Pubblico Ministero. Egli ci ha chiarito, nei motivi d’appello, innanzitutto che l’Accusa da lui contestata come articolo 437 è riferita nella sua impostazione a tutte le disposizioni normative espressamente previste nel capo d’imputazione e a tutti gli addebiti formulati; è il Pubblico Ministero che enuncia in questo modo la sua posizione: tutto ciò che ho contestato nel capo 1 come addebiti di colpa, tutti quegli addebiti sono da ritenere anche da me contestati come violazioni dell’articolo 437. Al Tribunale che cosa rimprovera sotto il profilo giuridico? Non torniamo più sulla infondatezza fattuale degli addebiti ma vediamo solo l’aspetto giuridico. Sulla sentenza il Pubblico Ministero appellante dice: "il Tribunale, nell’interpretare l’articolo 437, avrebbe proceduto – pagina 93 dei motivi d’appello – ad una elencazione fondata sul significato lessicale dei vocaboli usati dalla norma penale"; questo è un riconoscimento di partenza, sul piano dell’interpretazione letterale il Tribunale si è mosso coerentemente. Ma dopo questo significativo riconoscimento di aderenza della sentenza al significato lessicale il Pubblico Ministero rimprovera al Tribunale di "avere fatto tabula rasa delle imputazioni seguendo una interpretazione capziosamente rigorosissima, quanto assolutamente priva di seguito, sia in dottrina che in giurisprudenza, della previsione normativa e della sua applicabilità in caso concreto"; pagina 81 dei motivi d’appello. Come argomenta il Pubblico Ministero la sua impostazione giuridica in contrasto con il Tribunale? Non sul piano lessicale, dove ha già riconosciuto che il Tribunale è stato coerente; sposta il discorso al livello dei massimi principi, secondo una sua interpretazione. Alla sentenza, alla interpretazione testuale dell’articolo 437 che il Tribunale ha prospettato, il Pubblico Ministero ha creduto di potere opporre un suo richiamo generico agli articoli 32 primo comma e 41 della Costituzione, norme sacrosante alle quali sono ovviamente molto affezionato, "norme che – dice il Pubblico Ministero a pagina 92 dei motivi – non solo sanciscono la tutela della salute dell’individuo anche nelle sue formazioni collettive, ma dispongono il primato di questo fondamentale diritto sugli altri, è dalla Carta Costituzionale che derivano i principi poi articolati nei sistemi di tutela dei lavoratori, l’articolo 2087 Codice Civile e i decreti presidenziali del ‘55 e del ‘56", discorso che fino a questo punto potrei sottoscrivere tranquillamente; qui ancora non si parla di articolo 437, si parla di principi costituzionali, cappello costituzionale di un sistema di tutela. Prosegue il Pubblico Ministero: "il Tribunale dimentica per strada anche la fondamentale disposizione dell’articolo 2087, che pure viene contestato nel capo d’imputazione. Avrebbe azzerato – il Tribunale – l’articolo 2087 e le norme speciali, tutte concretizzazioni del dovere di sicurezza". È un discorso che credo di poter definire come tentativo di accaparramento retorico di principi costituzionali, di principi generali di per sé incontroversi nel tentativo di desumere dai principi qualcosa che i principi non dicono affatto. Qui la discussione non è sul significato dei principi costituzionali in materia di tutela della sicurezza, non è una discussione sull’ambito generale del dovere di sicurezza visto per l’appunto nella generalità dei suoi contenuti. Il problema è di interpretazione di una particolare disposizione, una particolare fattispecie penale di delitto doloso omissivo, una fattispecie che si inserisce, insieme a tante altre, nel complessivo sistema di tutela della sicurezza. Si tratta di determinare il contenuto di quella fattispecie, che non esaurisce l’intero sistema ma, presentandosi come fattispecie penale tassativamente costruita dal legislatore, in modo felice o meno felice lo vedremo, ma comunque come fattispecie tipica, come fattispecie di delitto che si inserisce nel sistema prevedendo un tipo di reato e le corrispondenti sanzioni, bene, di questo dobbiamo parlare: quali aspetti, quali violazioni o categorie di violazioni del dovere di sicurezza sono state fatte rientrare dal legislatore penale nella fattispecie tipica dell’articolo 437. Il riferimento ai principi costituzionali non dice nulla, parla d’altro. È dell’articolo 437 che dobbiamo parlare, partendo dal testo della norma o comunque, sul piano di una interpretazione razionale e sistematica, partendo dal testo della norma e andando ad individuare il criterio di selezione utilizzato dal legislatore al fine di selezionare dentro l’ambito delle violazioni del dovere di sicurezza quelle ritenute bisognose e meritevoli di una forma di reazione di tipo particolare, la più intensa rispetto a tutte le altre che fanno parte del sistema, se consideriamo che l’articolo 437 è l’unica figura di delitto doloso che fa parte del sistema di tutela della sicurezza del lavoro. Troviamo sullo sfondo del sistema speciale altre figure di delitto colposo, omicidio e lesioni colpose, le figure di delitto colposo che stanno al centro dell’imputazione contestata in questo processo. Delitti dolosi? No, salvo l’articolo 437, figura di delitto doloso, il reato più grave di tutti quelli che fanno parte del sistema, di un sistema che, se lasciamo da parte l’articolo 437, è tutto costruito – come peraltro è ragionevole sia da costruire – sul piano della colpa, delitti colposi con evento di danno e attorno una rete di figure di reati di pericolo, molto articolati e specifici, i reati contravvenzionali di cui ai vari settori di legislazione speciale. In questo sistema anche l’articolo 437, figura di delitto doloso, caratterizzata nella sua gravità dall’essere per l’appunto un delitto doloso, restrizione dell’area della punibilità in funzione di un particolare particolarmente intenso elemento soggettivo, ma anche restrizione dell’area della punibilità come delitto doloso in funzione di particolari contenuti tipici. Nell’area generale dei doveri di sicurezza del datore di lavoro il legislatore dell’articolo 437 ha selezionato una particolare categoria di doveri: quelli chiaramente espressi dal testo della norma, doveri di collocazione di apparecchi, impianti, segnali destinati a prevenire disastri e infortuni sul lavoro. È una selezione testuale dei tipi di dovere di sicurezza sanzionati specificamente dall’articolo 437 del Codice Penale, chiaramente espressa nel testo della legge e che ha una sua chiara ragion d’essere, se ci domandiamo il perché di questa espressa selezione legislativa troviamo una risposta molto tranquilla: è perché il legislatore ha ritenuto che quei particolari tipi di dovere si prestassero ad una valutazione di particolare rilevanza nel sistema al punto da giustificare la costruzione di una figura di delitto doloso che seleziona quei doveri e non altri. Con tutto questo discorso che riguarda l’interpretazione di una specifica disposizione penale nel suo contenuto tipico di fattispecie di delitto omissivo doloso tipizzato nel modo che risulta dall’articolo 437, con tutto questo il discorso generale fatto dall’Accusa sul dovere di sicurezza e suoi principi costituzionali non ha nulla da dire, dice una cosa che è perfettamente compatibile con la ricostruzione che qui proponiamo e che il Tribunale ha proposto: del dovere di sicurezza nella sua dimensione generale, beh, ne prendiamo atto e ne discutiamo, lo teniamo in considerazione là dove ci troviamo davanti ad un’accusa, ad un complesso di accuse di delitti colposi con evento di danno costruiti proprio su quella chiave, violazioni ipotizzate dall’Accusa di qualsivoglia aspetto del dovere di sicurezza. Tutti gli addebiti contestati sono rilevanti e discussi come rilevanti in astratto nella prospettiva di un addebito di colpa, non vi è una restrizione indebita dei contenuti del dovere di sicurezza nella impostazione del Tribunale e in quella della Difesa. Ma se passiamo dalla prospettiva degli addebiti di colpa e, connesso a quella prospettiva, il quadro generale del dovere di sicurezza in tutti i suoi contenuti, e passiamo ad esaminare invece la prospettiva specifica dell’articolo 437, allora dobbiamo fare i conti con quella specifica figura di reato. Tutto il discorso del Pubblico Ministero e di altre voci d’Accusa sul dovere di sicurezza nella sua dimensione generale è fumo negli occhi. Nella invocazione che l’Accusa ha fatto dell’articolo 2087 come parametro di concretizzazione dei doveri rilevanti ex articolo 437 Codice Penale c’è un plateale equivoco, già criticato nella memoria dell’anno scorso, già criticato nella difesa di primo grado e nella sentenza del Tribunale, riproposto pari pari dall’Accusa, senza prendere in considerazione l’argomento contrario. Gli appellanti partono da una considerazione che trova riscontro in opinioni diffuse relative a questo problema: come si individuano le situazioni nelle quali è obbligatorio collocare impianti, apparecchi, segnali, con la conseguenza che, in caso di violazione dolosa, si applica l’articolo 437? È un problema, questo dei presupposti dell’obbligo di collocare apparecchi, etc., che la lettera dell’articolo 437 non tratta esplicitamente, ma è un problema che deve essere risolto perché la struttura del reato omissivo del comando di attivarsi in una determinata situazione presuppone logicamente che vengano determinati per via interpretativa i presupposti dell’obbligo di attivarsi: un divieto di agire può essere incondizionato, un obbligo di attivarsi è logicamente collegato a particolari situazioni tipiche presupposte, situazioni nelle quali scatta l’obbligo, situazioni che la legge che costruisce la fattispecie omissiva deve tipizzare e che poi vanno accertate in concreto. L’articolo 437 sotto questo aspetto è una norma non autonoma perché fa rinvio a presupposti dell’obbligo di attivarsi che essa disposizione penale non rende espliciti. Da dove si desumono i presupposti degli obblighi di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenzione infortuni? Certamente possono desumersi da disposizioni della legislazione speciale le quali per l’appunto prevedano, con riferimento specifico a situazioni direttamente tipizzate dalla legislazione speciale, con riferimento a quelle situazioni prevedano l’obbligo di collocare apparecchi, impianti, segnali. Su questo non c’è contrasto. Questa è la interpretazione più restrittiva; tra quelle che si confrontano in dottrina e giurisprudenza vi è un’altra posizione meno restrittiva, non seguita dal Tribunale ma seguita dall’Accusa in questo processo, non seguita dal Tribunale ma, anticipo subito, senza che ciò abbia alcuna conseguenza ai fini del decidere in concreto, dicevo alla posizione espressa dal Tribunale, che fa riferimento alla rete delle norme speciali del sistema di tutela della sicurezza del lavoro, si contrappone un’altra interpretazione la quale ci dice che la individuazione dei presupposti dell’obbligo di attivarsi penalmente sanzionato può essere anche ricavata dalla clausola generale sul dovere di sicurezza, articolo 2087 Codice Civile. Ma in che senso? Nel senso, evidentemente, che l’articolo 2087 del Codice Civile, inserendosi nel sistema, consente, consentirebbe, secondo questa impostazione, di individuare come appartenenti al sistema anche obblighi di collocazione di apparecchi, impianti o segnali in situazioni che non sono direttamente specificamente tipizzate da una norma speciale, ma potrebbero essere ricavate come situazioni che fanno scattare l’obbligo di collocare appunto in base al dovere generale di sicurezza. Fin qui è un’interpretazione che può essere discussa ma che tiene fermo l’aggancio con il tipo di reato, che ci dice trattarsi di omessa collocazione di apparecchi, impianti o segnali. Ma l’Accusa, così come prospettato nei motivi d’appello, fa un salto ulteriore, e dopo aver invocato l’articolo 2087 come clausola generale pertinente alla ricostruzione dei presupposti rilevanti ex articolo 437, va oltre il limite segnato dalla fattispecie penale: pretende di desumere come rilevanti per l’articolo 437 anche aspetti del generico dovere di sicurezza che non hanno niente a che fare con il problema degli obblighi di collocazione di apparecchi, impianti o segnali. È questo l’aspetto caratteristico dell’impostazione giuridica dell’Accusa e su questo aspetto l’impostazione giuridica dell’Accusa in questo processo non ha alcun riscontro, non corrisponde alla dottrina, non c’è – che io sappia – una voce dottrinale, una sola che possa essere citata dall’Accusa a supporto della sua impostazione giuridica, e nemmeno in giurisprudenza. E di fatto l’Accusa non ha citato dottrina a supporto della sua tesi, ha citato un sacco di giurisprudenza che, come vedremo, non supporta minimamente l’interpretazione dell’Accusa. Il salto dai doveri di collocazione di apparecchi, impianti o segnali, verso doveri di altra natura, pur compresi dal dovere di sicurezza, nella dottrina e nella giurisprudenza sull’articolo 437 non esiste, è un’invenzione dell’Accusa, giustamente respinta dal Tribunale. Nei motivi d’appello è stata introdotta una linea d’attacco verso il Tribunale, riproposta in quest’aula nella requisitoria, il cui fondamento sta in un fraintendimento, a questo punto dovrei dire un fraintendimento voluto nel senso di alcune parole della sentenza. Dico oggi un fraintendimento voluto perché l’equivoco su cui si fonda l’Accusa è già stato sviluppato, è già stato discusso fino in fondo nella memoria dell’ottobre 2003, e l’Accusa avrebbe avuto tutta la possibilità di difendere la propria impostazione dalle critiche che sono state mosse e invece non l’ha fatto. Qual è l’approccio dell’Accusa a cui mi riferisco? Il Pubblico Ministero ha affermato, pagina 459 e seguenti, questa critica, questa è la pagina della sentenza, dice il Pubblico Ministero nella requisitoria: "dice il Tribunale a pagina 459 che l’articolo 437 configura la più severa sanzione in quanto è caratterizzato sul piano soggettivo dalla necessitarietà del dolo e sotto il profilo oggettivo dalla sussistenza di violazioni del dovere di sicurezza aventi particolare serietà". Quindi questa è la prima caratteristica che individua il Tribunale: aventi particolare serietà. Nella requisitoria il Pubblico Ministero non ha sviluppato più che tanto questo concetto, evidentemente perché ben consapevole che si tratta qui di dar peso a parole. Nei motivi d’appello aveva premuto alquanto di più, in una prospettiva che è questa e che il Pubblico Ministero ha poi supportato con citazioni giurisprudenziali: vedete, il Tribunale introduce qui una restrizione dell’area di applicazione dell’articolo 437, che guarda alla particolare serietà delle violazioni e che non può essere sostenuta, la giurisprudenza che io vi cito ha detto più volte che non occorre che le violazioni siano di fondamentale importanza, qualsiasi omissione di collocazione di apparecchi, impianti o segnali viene in rilievo; la fondamentale importanza o la particolare serietà della violazione non è un criterio di ricostruzione della fattispecie. Su questo siamo perfettamente d’accordo e il Tribunale non ha assolutamente inteso introdurre un criterio di restrizione della fattispecie a violazioni di particolare serietà. Quello che l’Accusa propone negli atti d’appello e poi nella requisitoria è una caricatura di una posizione espressa nella sentenza, la quale ha recepito un concetto che avevo espresso tre anni fa nella discussione davanti al Tribunale e scritto nella memoria 13 luglio 2001 presentata al Tribunale. A pagina 121 leggo la frase così come l’avevo scritta, perché è lì che il Tribunale si è inserito recependo il concetto espresso dalla Difesa. Avevo scritto qualcosa di simile a quello che poi l’Accusa ha rimaneggiato lessicalmente, avevo scritto che "l’articolo 437 è l’unica figura di delitto doloso appartenente al sistema della sicurezza del lavoro, quella che comporta le pene più gravi. Alla norma è dunque assegnata una funzione di più severa repressione di violazioni del dovere di sicurezza particolarmente gravi, selezionate mediante una duplice caratterizzazione del fatto punibile. Sul piano soggettivo, responsabilità ancorata al dolo, la colpa non basta; sul piano obiettivo vengono in rilievo violazioni del dovere di sicurezza specificamente tipizzate in ragione di una loro particolare gravità", ma qui l’accento cade sullo "specificamente tipizzate", e la specifica tipizzazione a cui facevo riferimento e a cui il Tribunale ha fatto riferimento è la specifica tipizzazione di un tipo di un tipo di violazioni del dovere di sicurezza rappresentata dalla omessa collocazione di impianti, apparecchi o segnali con destinazione antinfortunistica. Non vi è nella sentenza alcuna ulteriore restrizione del tipo di reato in funzione di una asserita particolare serietà o fondamentale importanza delle violazioni. In nessun caso il Tribunale ha fatto applicazione di un criterio di questo genere. C’è da dire anche che in realtà il Tribunale in definitiva, nell’assolvere anche dall’articolo 437, non ha mai fatto ricorso in senso pieno a criteri giuridici di delimitazione della responsabilità, perché tutte le accuse le ha ritenute infondate in punto di fatto. In aggiunta ha svolto una serie di considerazioni giuridiche, ma nelle considerazioni giuridiche svolte dal Tribunale mai vi è una qualche considerazione alla quale possa essere riferita un’accusa formulata così com’è stata formulata nell’atto d’appello: tu, Tribunale, hai escluso dalle violazioni ipoteticamente, in astratto correlabili all’articolo 437, questa violazione particolare perché non l’hai ritenuta di fondamentale importanza o di particolare serietà. Tutto questo discorso sulla particolare serietà, sviluppato nei motivi d’appello e poi nella requisitoria, è un discorso che gira completamente a vuoto, sul voluto fraintendimento lessicale; dico voluto perché, dopo la memoria dell’anno scorso, si presume che l’Accusa sia ben consapevole dell’obiezione e ha evitato di farsene carico.

Le citazioni della giurisprudenza. Ne ha fatte tante il Pubblico Ministero, ne aveva fatte tante già nell’atto d’appello, ne ha fatte ancora di più nella requisitoria. Già nell’atto d’appello le citazioni da lui fatte ponevano in rilievo l’aspetto a cui si è riferito il discorso fin qui fatto, cita sentenze, citava già nell’atto d’appello sentenze le quali dicono che la norma, l’articolo 437 si riferisce a qualunque apparecchiatura necessaria e non soltanto a quelle essenziali per evitare una grave situazione di pericolo. È un discorso che abbiamo già fatto. Anche altre sottolineature nell’atto d’appello vanno sempre in questa direzione: non occorre che le cautele omesse o danneggiate siano di importanza fondamentale. Certo, e chi ha mai detto niente in contrario? Sei tu, appellante, che hai letto nella sentenza del Tribunale qualcosa che non corrisponde affatto al contenuto della sentenza. Nella discussione in quest’aula c’è stato un altro curioso discorso sulla giurisprudenza fatto da una Parte Civile, l’avvocato Marin, nella trattazione di un profilo specifico, molto marginale nel discorso d’accusa, un discorso collegato all’addebito di omessa separazione di lavorazioni insalubri; ne ho parlato ieri rilevando i limiti di quella imputazione. Qui mi interessa porre in rilievo il modo in cui la gentile collega di Parte Civile ha introdotto il discorso della giurisprudenza. Il Tribunale ha detto: si tratta di un addebito relativo a modalità operative, non è un addebito di omessa collocazione di apparecchi, impianti o segnali, sta fuori del tipo di reato come da me ricostruito. Dice la collega di Parte Civile: "affermazione, questa del Tribunale, lapidaria e incongrua, e il Tribunale non ha neppure ritenuto di sostenere l’affermazione con eventuali richiami giurisprudenziali che evidentemente, nel caso specifico, il Tribunale stesso non ha potuto rinvenire a sostegno della propria errata interpretazione. Non vi sarebbero quindi, da parte del Tribunale, neanche precedenti giurisprudenziali segnalati"; ho letto testualmente dalla trascrizione. Viene spontaneo domandarsi: ma l’avvocato Marin o altri Difensori o il Pubblico Ministero hanno citato su questo punto della giurisprudenza a loro favore, giurisprudenza che abbia affermato la configurabilità dell’articolo 437 nel caso di inadempimento di obblighi concernenti modalità operative in genere o concernenti specificamente l’obbligo di separare lavorazioni insalubri ex articolo 19 del D.P.R. 303/56? Di questo parlava l’avvocatessa Marin, ha detto al Tribunale: ma tu non hai citato niente di supporto alla tua tesi. Ma neanche l’avvocato Marin ha citato sentenze a proprio favore. Voglio supporre che gli accusatori abbiano fatto diligente ricerca - il Pubblico Ministero l’ha fatta una diligente ricerca e l’ha riversata in quest’aula - ma non hanno trovato nulla; se l’avvocatessa Marin avesse trovato una sentenza che potesse servirle l’avrebbe citata. Non ha trovato niente, assolutamente niente. Potremmo qui svolgere una riflessione: giurisprudenza zero, il Tribunale non l’ha citata, non so se l’abbia cercata, di fatto non l’ha citata. Nelle nostre ricerche di Difesa non abbiamo trovato neanche noi giurisprudenza a supporto specifico della nostra tesi sul problema dell’omessa separazione di lavorazioni insalubri e articolo 437, non c’è niente, né l’Accusa né la Difesa né il Tribunale trovano uno straccio di precedente. Significa questo un pareggio, per così dire, dell’Accusa e della Difesa rispetto alla giurisprudenza? Significa qualcosa di profondamente diverso: significa che l’Accusa sta cercando qui, per la prima volta mi sento di dire, dei problemi che non sono mai stati prospettati come problemi rispetto al diritto vivente. Il silenzio della giurisprudenza, l’assenza di giurisprudenza sui problemi sollevati dall’Accusa nella chiave che qui stiamo dicendo sta a mostrare puramente e semplicemente che quei problemi non sono mai stati sottoposti, che i Giudici del nostro Paese non se ne sono mai occupati perché mai i Pubblici Ministeri del nostro Paese hanno portato al loro giudizio imputazioni costruite nel modo in cui l’Accusa di questo processo cerca di costruirle. È un silenzio, quello della giurisprudenza, che riflette la non problematicità di certe cose rispetto all’articolo 437. Il silenzio della giurisprudenza, la mancanza di citazioni da parte di chicchessia, ci mostra in modo molto netto che la tesi giuridica qui sostenuta dal Pubblico Ministero e dalle Parti Civili è una tesi giuridica inaudita, inaudita nel senso letterale del termine, mai sentita, mai sollevata. È un silenzio che isola l’Accusa, la isola completamente rispetto a tutte le posizioni sostenute in dottrina e in giurisprudenza. Non mi soffermo a leggere la pagina del Tribunale in cui il Tribunale riassume le sue posizioni in diritto. Torno a sottolineare che le argomentazioni in diritto sono un di più nell’ottica della sentenza, non sono un passaggio obbligato per la assoluzione, il fondamento della assoluzione, di tutte le assoluzioni, è un fondamento di fatto.

Sarei arrivato, qui, alle sentenze citate nella requisitoria del Pubblico Ministero. Le sentenze sono tante, alcune meritano più attenzione ed altre meno. Qualche notazione d’insieme: molte sentenze citate dal Pubblico Ministero non hanno alcun collegamento con..., non dico con i fatti di causa, ma con i problemi qui in discussione, sentenze relative poniamo al concorso tra l’articolo 437 e le figure dell’omicidio colposo, delle lesioni colpose, mai si è discusso di problemi di questo genere o problemi relativi alla ricostruzione del dolo, sentenze le quali ci dicono: ma non è necessario che il datore di lavoro abbia voluto l’evento lesivo perché possa parlarsi di dolo; ma è ovvio, chi mai ha detto il contrario? Sentenze totalmente estranee alla materia del contendere. Ci sono le sentenze che negano che l’omessa collocazione debba avere importanza fondamentale per la sicurezza; è l’equivoco di cui abbiamo già parlato, tutte cose poco interessanti. Ci troviamo talvolta - ne ho dato puntualmente atto nel testo scritto - a delle citazioni che portano fuori strada; se, con il consenso della Corte, spendo qualche minuto, è per sottolineare, per documentare un modo assolutamente improprio di svolgere gli argomenti anche in diritto. C’è una sentenza - ho saltato le più remote perché sono quelle cose insignificanti che ho detto -, citando una sentenza del 1985, Cassazione 5 aprile ‘85, Tosti, il Pubblico Ministero la cita a proposito del dolo e mette giù una massima la quale dice delle cose del tutto tranquille: "il pericolo per la pubblica incolumità non è elemento costitutivo del delitto, non rientra nel dolo". Il Pubblico Ministero forse ha letto solo la massima della sentenza, che è pubblicata per intero in "Rivista Penale" del 1986, pagina 746, perché ha omesso il Pubblico Ministero di aggiungere alla massima estrapolata una frase successiva della sentenza, la quale dice: "di guisa che, ai fini dell’elemento soggettivo, non occorre la coscienza e volontà di creare una situazione di pericolo a determinare l’evento dannoso costituito dall’infortunio". E sì che è questo il nucleo in diritto della sentenza, la quale è una sentenza di rigetto di un motivo di ricorso sulla motivazione della sentenza di merito, censura destituita di fondamento in quanto – afferma la Cassazione – i Giudici di merito hanno nella specie adeguatamente motivato la sussistenza della consapevolezza dell’imputato in ordine alle omissioni di cautela, e il di più non interessa. Anche qui siamo completamente al di fuori dei problemi che interessano questo processo. Il Pubblico Ministero ha forse introdotto questa massima ed altre nel tentativo di sostenere una concezione riduttiva del dolo. Vado avanti in questo elenco, cerco di essere rapido e di fermarmi sulle cose più significative. Tra le sentenze citate dal Pubblico Ministero c’è la sentenza Cassazione ‘86, (Fonswel), la sentenza che chiude la vicenda sull’incidente della (Icmesa) di Seveso, diossina, 1976, citazione curiosa in bocca all’Accusa perché il Pubblico Ministero la cita con riferimento al problema dei destinatari della normativa antinfortunistica e trova nell’assistenza sul caso (Icmesa) il riconoscimento della rilevanza della delega in materia di sicurezza del lavoro e anche sotto altri aspetti. Siamo perfettamente d’accordo, ci mancherebbe altro, ci fa piacere sentire dall’Accusa un riconoscimento espresso della rilevanza della delega o ripartizione di funzioni nel campo che qui interessa. Ci mancherebbe altro! Va a capire com’è che il Pubblico Ministero ha citato questa sentenza. Tornano ancora – e questa forse è la categoria più frequente – altre sentenze le quali ribadiscono il concetto: la norma si riferisce a qualunque apparecchiatura, non soltanto a quelle fondamentali, e il commento del Pubblico Ministero: "è evidente il contrasto con quanto ha scritto il Tribunale", è un contrasto immaginario, del tutto inventato dal Pubblico Ministero. Sentenza 28 luglio ‘88, ricorrente Tartaglione; è una sentenza importante, ha detto il Pubblico Ministero, perché fa riferimento ai comportamenti omessi, all’aspetto del dolo e poi anche alle deleghe. Quanto ai comportamenti, che cosa dice il Pubblico Ministero? "L’imputato aveva omesso di fornire allo stabilimento impianti, apparecchi e strumenti di prevenzione, non realizzando in particolare un idoneo impianto di aspirazione dei fumi di saldatura, non sottoponendo a collaudo quattro palanche, non facendo sottoporre a regolari visite mediche i lavoratori, non munendo dei previsti mezzi personali di protezione, etc.. Tutti questi comportamenti vengono inseriti – dice il Pubblico Ministero – all’interno di una contestazione di cui all’articolo 437 Codice Penale". "Numerose omissioni ancora riscontrate - ripete la sentenza -: mancanza impianto aspirazione, mancato collaudo, etc.". C’è un misto di varie cose, e la condanna e a 4 mesi di reclusione per l’articolo 437, ciò risulta dal testo della sentenza. È questo l’unico caso in tutta la giurisprudenza citata in cui effettivamente ci troviamo davanti alla formulazione di una imputazione che, in un capo d’imputazione chiaramente impostato su censure di omessa collocazione di apparecchi antinfortunistici, omessa collocazione di un idoneo impianto di aspirazione, accanto a questo nucleo solido della contestazione, aggiunge altre cose di contorno che con l’articolo 437 non hanno proprio niente a che fare: la mancanza di visite mediche e quant’altro. È l’unico caso in cui problemi di questo genere emergono. Non sono stati oggetto di discussione da parte della Cassazione. I motivi di ricorso in Cassazione, che la sentenza citata dal Pubblico Ministero ha respinto, sono motivi che non riguardano l’elemento oggettivo del reato ma solo l’elemento soggettivo. La Cassazione non ha avuto nessun motivo di occuparsi dei problemi di ricostruzione della fattispecie oggettiva, che proprio non sono stati posti. Non sono stati posti da una Difesa che, forse con un po’ di sussiego professorale, potrei dire, ma è una Difesa che non è andata a vedere tutto quello che poteva cercare di vedere. In realtà c’è una condanna al minimo della pena e, anche a sofisticare in diritto, la questione non avrebbe avuto alcun rilievo di fronte al fatto, ritenuto evidentemente insuperabile, che una violazione dell’articolo 437 chiaramente c’era: omessa collocazione di apparecchi di prevenzione quali gli impianti di aspirazione. Di fronte a questa situazione la Difesa ha sollevato il problema dell’elemento soggettivo, e qui la sentenza afferma un principio ovvio: "per la sussistenza del dolo non è affatto necessaria, come opina il ricorrente imputato, la provata intenzione di arrecare un danno ai dipendenti, ma è sufficiente la consapevolezza dell’omissione". Devo dire, rileggendo questa frase, che la Difesa del signor Tartaglione non mi sembra proprio una Difesa efficiente; ha trascurato altri motivi di ricorso che avrebbe potuto sollevare e, se è vero che ha sollevato in Cassazione un’interpretazione del dolo che esigerebbe la provata intenzione di arrecare danno ai dipendenti, beh, mi astengo da qualsiasi commento. La questione che qui emerge non ha alcun rilievo e la sentenza del Tribunale di Latina, che ha giustamente condannato senza andare a distinguere dentro il capo d’imputazione, confrontandosi con una Difesa evidentemente silente, non è certo un precedente che ci possa minimamente interessare. È questo, dicevo, l’unico provvedimento, l’unica vicenda giurisprudenziale, tra tutte quelle evocate, in cui il Pubblico Ministero abbia trovato qualche cosa che alla lontana potrebbe sembrare utile alla sua tesi. Non è, dicevo, un precedente della Cassazione; è un precedente del Tribunale di Latina, corretto nella sua valutazione complessiva, anche se ha recepito senza discutere di fronte ad una Difesa silente un capo d’imputazione contenente anche delle palesi inesattezze. Passiamo oltre. Veniamo ad una questione di un maggiore interesse, ma del tutto al margine rispetto al processo, è la questione delle cosiddette malattie-infortunio, un filone giurisprudenziale inaugurato dalla sentenza Chili, Cassazione 9 luglio 1990. È questo un profilo, direi l’unico, su cui il Tribunale segue una linea giurisprudenziale presente, fortemente presente nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale, che è stata disattesa da un filone giurisprudenziale recente, nato per l’appunto dalla sentenza Chili. Il punto in discussione è: ma la tutela prestata dall’articolo 437 Codice Penale attiene soltanto alla protezione da infortuni sul lavoro o anche alla protezione dal rischio malattie professionali? Vale a dire i doveri di collocazione la cui omissione è penalmente sanzionata, non solo ha a che fare con la prevenzione infortuni ma anche con la prevenzione delle malattie professionali? Il testo della lettera orienta verso una interpretazione diciamo restrittiva che ha riguardo alla prevenzione di infortuni, la formula delle malattie-infortunio è servita alla Giurisprudenza per estendere in via interpretativa l’ambito di applicazione, riportando nell’alveo dell’articolo 437 anche la prevenzione delle malattie professionali. È un’interpretazione discutibile e discussa, è una forzatura del testo della norma, un testo che parla di destinazione antinfortunistica e sul quale, vale la pena ricordare, era stata anche sollevata una questione di legittimità costituzionale in (malan parte), tendente ad ottenere dalla Corte Costituzionale una estensione della fattispecie: violazione del principio di uguaglianza perché l’articolo 437 non appresta per il rischio malattie professionali una tutela corrispondente a quella prestata di fronte al rischio infortunio. Questione sollevata in questi termini nei primi Anni Ottanta e respinta dalla Corte Costituzionale con una dichiarazione di inammissibilità coerente con la complessiva giurisprudenza costituzionale in materia di questioni di legittimità costituzionale tendenti ad ottenere dalla Corte la creazione di una nuova figura di reato o l’ampliamento dell’area di applicazione di figure di reato esistenti nell’ordinamento. È l’indirizzo costante della Corte Costituzionale, per quanto valga credo di essere stato uno dei primi a scrivere in sede dottrinale sull’argomento in un articolo sugli obblighi, contro l’idea degli obblighi costituzionali di tutela penale, pubblicato proprio in quegli anni. Ma la questione è questa: la Corte Costituzionale dichiara la inammissibilità senza contrapporre all’interpretazione del Giudice remittente una sua diversa interpretazione. La vicenda costituzionale è il segno molto chiaro che in quel periodo la interpretazione restrittiva dell’articolo 437 non era in discussione. La discussione si è avviata con la sentenza Chili, non si è chiusa; l’indirizzo espresso dalla sentenza Chili, ripreso da alcune altre sentenze successive citate dal Pubblico Ministero, è discutibile. Nella recente ampia monografia sui delitti contro l’incolumità pubblica in genere, sul primo capo del titolo dei delitti contro la incolumità pubblica, la monografia–trattato di Stefano Corbetta, un ottimo Magistrato del Tribunale di Milano, in questo lavoro, che è il più ampio dedicato all’argomento, vi è una presa di posizione netta contro la giurisprudenza sulle malattie–infortunio, motivata da considerazioni di ordine testuale e sistematico. Debbo dire che tutto questo discorso nel nostro contesto processuale è un discorso sostanzialmente teorico: l’Accusa ripropone il tema avendo come riferimento una presa di posizione interpretativa del Tribunale che nell’ottica della sentenza è un obiter dictum, privo di qualsiasi collegamento con il discorso in concreto svolto dal Tribunale. Muovendo dalla premessa che l’articolo 437 non ha riguardo al rischio malattie professionali, il discorso potrebbe chiudersi qui, perché in questa sede ci occupiamo proprio di prevenzione di rischi di malattia professionale, non di infortuni del lavoro nel senso classico del termine, infortunio come evento traumatico derivante dal dispiegarsi di una forza fisica concentrata nel tempo, mentre la malattia è qualcosa che deriva dall’esposizione a fattori patogeni, secondo un modello causale totalmente diverso. Se la malattia professionale è esclusa dall’orizzonte cui l’articolo 437 presta tutela, il discorso si chiuderebbe qui. Il Tribunale, pur avendo enunciato questo principio, non ha affatto chiuso qui il discorso; ha ragionato, anche in diritto, prendendo posizione di fronte alle singole accuse, lasciando per così dire tra parentesi la tesi in qualche modo pregiudiziale della ripulsa dell’idea della malattia infortunio. "Noi siamo di questo parere - ha implicitamente detto il Tribunale - che la tesi della malattia da infortunio non è da accettare, ma entriamo comunque nel merito e vi mostriamo punto per punto che le ragioni della infondatezza dell’Accusa sono altre. La questione della malattia–infortunio potrebbe venire in rilievo, nell’ottica dell’Accusa, soltanto qualora l’Accusa superasse tutti gli altri ostacoli di fatto e di diritto. Ma se l’Accusa non supera gli altri ostacoli di fatto e di diritto, il discorso resta anche in questa sede del tutto al di fuori dell’orizzonte rilevante ai fini della decisione". L’eccellentissima Corte avrebbe una qualche ragione di occuparsi del problema prendendo una posizione impegnativa soltanto se ritenesse di dovere superare a favore dell’Accusa tutti gli altri ostacoli di fronte ai quali l’Accusa si trova. Se gli altri argomenti si oppongono di per sé, in fatto o in diritto, all’accoglimento dell’ipotesi d’Accusa, questo problema della malattia–infortunio, che rappresenta il punto di contrasto tra la sentenza del Tribunale ed orientamenti presenti nel dibattito, è un punto irrilevante. Dicevo prima che la sentenza del Tribunale ha un fondamento solido, sia sul piano testuale e sia sul piano della corrispondenza con orientamenti ben presenti e motivati dentro il dibattito, ma nel concreto contesto processuale possiamo tranquillamente lasciare sullo sfondo questo problema, non è qui che la Difesa gioca le sue carte. Sosteniamo il buon fondamento della sentenza del Tribunale rispetto all’astratto problema di diritto, ma gli argomenti su cui tranquillamente mostriamo la infondatezza in fatto e in diritto di tutte le accuse possono tranquillamente prescindere da questo punto specifico.

Vado avanti sulle sentenze citate dal Pubblico Ministero. Vi sono diverse sentenze, tra quelle citate dal Pubblico Ministero, per esempio qui sono arrivato a Cassazione 18 dicembre ‘90, Michelagnoli, in cui, a proposito del dolo, si fa riferimento nelle massime giurisprudenziali alla omissione di prescrizioni specifiche, all’omesso adempimento di prescrizioni specifiche segnalate dagli organi di vigilanza: tu datore di lavoro hai continuato a lasciare le cose come stanno, a non intervenire in questa o quella situazione malgrado ti siano state fatte delle contestazioni. Non abbiamo bisogno di utilizzare argomenti di questo genere per dire che in assenza di contestazioni il problema non si pone; mi limito a segnalare che, là dove il problema della prova del dolo si è posto, beh, è un problema serio quello della prova del dolo, non è stato posto in concreto dall’Accusa in questo processo, è stato soltanto enunciato in modo generico, come vedremo, dove il problema della prova del dolo si pone incontriamo spesso agganci forti di questo tipo, è la contestazione intervenuta da parte degli organi di vigilanza che dà prova della conoscenza da parte dell’imputato di specifiche situazioni costituenti il presupposto dell’obbligo di attivarsi e, quindi, elemento necessario del dolo. All’Accusa tutto questo non serve. Sentenza Arienti del 1983, sentenza importante ha detto il Pubblico Ministero, quella relativa al disastro della motonave Elisabetta Montanari. Tratta in realtà dei problemi che a noi non interessano, concorso tra l’omicidio colposo plurimo e l’articolo 437, non c’entra niente con la sentenza del Tribunale. Diverrebbe un problema soltanto in esito all’accoglimento in fatto delle tesi d’Accusa, il Tribunale non ha avuto nessun motivo per occuparsene, né abbiamo motivo per occuparcene noi come Difesa qui, tranquilli come siamo rispetto al fatto. Ha parlato il Tribunale di questioni di ne bis in idem che non interessano. Il Pubblico Ministero ricorda anche che la sentenza in esame ha affermato che la violazione dell’articolo 437 costituisce circostanza aggravante del concorrente reato di omicidio colposo; affermazione discutibile, a mio avviso, ma che non ci interessa proprio niente. Un altro punto evidenziato dal Pubblico Ministero concerne l’elemento soggettivo, il Pubblico Ministero cita questa frase: "per l’applicabilità dell’articolo 437 sarebbe sufficiente la consapevolezza della condotta tipica del reato di disastro colposo e non anche dell’evento che aggrava il delitto, per cui non è invocabile la regola dell’articolo 59 comma secondo del Codice Penale". È una frase involuta che non si capisce bene che cosa voglia dire né quali implicazioni il Pubblico Ministero ne tragga, oltre l’ovvia esclusione, ovvia, insisto, che l’evento aggravante, lo si qualifichi come titolo autonomo o come circostanza, non fa differenza, certo non deve essere abbracciato dal dolo, non siamo nell’ambito di delitto doloso. Quello che non sarebbe accettabile è il pretendere di arrivare alla conclusione, cui mi pare sia arrivata la collega Boscolo Rizzo nel suo intervento in quest’aula, che rispetto all’evento aggravante si segue uno schema d’imputazione puramente oggettivo; non è richiesto il dolo, ma i principi generali dell’ordinamento esigono che l’evento aggravante, ove mai fosse provato in punto di fatto un evento aggravante, un disastro o infortunio causalmente connesso alla omissione, alla omessa collocazione di apparecchiature, omessa o dolosa collocazione di apparecchiature rilevante ex articolo 437, ove mai si ritenesse provato un evento aggravante, per l’imputazione dell’evento aggravante a questo o quell’imputato sarebbe necessario provare la colpa in relazione all’evento aggravante, e ciò sia che si qualifichi l’evento aggravante come evento di un titolo autonomo di reato, l’esigenza della colpa in relazione all’evento deriva dai principi generali del sistema, sia anche qualora si ritenga l’evento aggravante come circostanza aggravante, nel qual caso dovrebbe certamente essere applicato il criterio di cui all’articolo 59 del Codice, che anche per la imputazione delle circostanze aggravanti esige - dopo la riforma di dieci anni fa - la colpa, superando il vecchio sistema di imputazione meramente obiettiva delle circostanze. È un punto molto specifico, che tutto sommato mi interessa più da giurista che da Difensore degli imputati Enichem, in un contesto in cui problemi di imputazione dell’evento aggravante proprio non si pongono. Lo segnalo per rilevare anche su questo punto specifico il modo di procedere dell’Accusa, di andare pur che sia alla ricerca di argomenti che appaiano simulare il rafforzamento di un quadro accusatorio, anche se poi sono elementi e argomenti che non hanno niente a che fare con la sostanza del processo. Salto su altri aspetti in fatto. Con riferimento a molte sentenze citate il Pubblico Ministero ha centrato la sua attenzione non sul contenuto discorsivo, per così dire, enunciato dalla massima giurisprudenziale, ma sulla formuletta verbale che parla di "pericolo presunto". È il discorso che il Pubblico Ministero ha svolto in via esclusiva, per esempio per la sentenza 16 giugno ‘95 Gencarelli, ma anche per altre. Il Pubblico Ministero si ferma sulla formuletta "pericolo presunto", senza alcun commento ulteriore. Potrei saltare tutto, ma forse non è inutile rilevare anche qui l’aspetto puramente retorico di questo soffermarsi su formulette vuote che, come dire, riecheggiano un atteggiamento di ritenuto rigore di espansione della fattispecie senza che mai dal banco dell’Accusa sia stato preso in discussione il problema di sostanza che formulette di questo genere, "pericolo presunto", evocano. Non è la formula che dà un criterio di soluzione, lascio anche tra parentesi il problema dell’ammissibilità sì o no e in che limiti di presunzioni di pericolo, siamo qui al limite estremo sul quale si può discutere di un intervento penale alla luce del principio di offensività, fino a che punto tecniche di costruzione di fattispecie secondo schemi presuntivi siano ammesse. Lo lascio da parte, ammettendo che ci si possa muovere su questo piano, la domanda che l’interprete della norma dovrebbe porsi e che l’Accusa ha evitato sempre di porre è: ma se di presunzione di pericolo vogliamo parlare, qual è la base della presunzione, che cosa occorre in positivo avere accertato, nel modo richiesto dalle regole del processo e del diritto sostanziale, che cosa occorre in positivo avere accertato perché a questo punto, alla luce di quanto in positivo abbiamo accertato, si possa parlare – se così ci piace – di presunzione del pericolo? È questo il problema interpretativo e il connesso problema probatorio. Come ricostruiamo la base del pericolo vale a dire, in buona sostanza, come ricostruiamo i contenuti positivi della fattispecie. Il parlare di pericolo presunto non dice assolutamente nulla sul punto essenziale, ai fini dell’interpretazione e poi per la prova dei fatti, il profilo essenziale, che è quello della ricostruzione positiva dei presupposti fattuali dell’obbligo di attivarsi. Rispetto a questo problema la formula della presunzione non dice assolutamente nulla. Altre sentenze ritornano su questo stesso concetto, le lascio da parte. Altre vengono citate perché fanno riferimento all’articolo 2087 Codice Civile, ma non certo nel senso adombrato dal Pubblico Ministero: allora tutto rientra nell’articolo 2087. È sempre la prospettiva dell’omessa collocazione di impianti, apparecchi, segnali, e non altro. Sono sentenze che non servono. È stata anche evocata una vicenda, imputato Martini, perché discussa dalla Magistratura veneziana; non ho capito che cosa c’entri tutto questo con la sostanza dei problemi giuridici di cui si discuta, o meglio, ho capito che questa sentenza segue la linea della sentenza Chili sul problema delle malattie-infortunio; è un problema del tutto ai margini del nostro discorso per le ragioni che ho già detto. Altre sentenze ritornano sul problema del dolo, sempre senza dire nulla che si discosti da quanto poi diremo come impostazione della Difesa. Cita il Pubblico Ministero, in questo contesto di sentenze relative all’articolo 437, anche la sentenza (Hariolf) 5 ottobre 1999, sentenza importante che fa riferimento alle polveri, dice il Pubblico Ministero: "dico subito che questa sentenza non ha ad oggetto imputazioni di cui all’articolo 437", inserita qui per sbaglio, diciamo, dal Pubblico Ministero; ne parlerò - non credo di fare in tempo oggi - a proposito delle sentenze citate dal Pubblico Ministero relative alla legislazione speciale. L’inserzione nel discorso sull’articolo 437 non ha interesse. Altre sentenze ritornano ancora sulla questione malattie professionali, via. Questo è quanto, in sintesi, nella giurisprudenza citata dal Pubblico Ministero. Questioni rilevanti ai fini del decidere, concorso di reati come emblematico, questioni del tutto irrilevanti in punto di dolo, non occorre la volontà di far danno, questioni su formulette di cui non si coglie il significato, si parla di pericolo presunto, ma qual è la base della presunzione, qual è la fattispecie? Sentenze citate per errore, unico tema di un certo significato di principio è quello delle malattie–infortunio, che abbiamo visto essere totalmente ai margini del problema.

Se ho ancora tempo farei qualche notazione d’insieme sulla infondatezza e irrilevanza delle tesi giuridiche del Pubblico Ministero. Quello che vorrei fare adesso è riassumere in un quadro d’insieme le sparse considerazioni fin qui fatte per verificare se e quale rapporto ci sia tra le massime giurisprudenziali, le tesi del Pubblico Ministero sull’articolo 437 e la sentenza del Tribunale, che il Pubblico Ministero assume essersi discostata dalla giurisprudenza dominante. Lo sforzo dell’Accusa mira ad un obiettivo che abbiamo già indicato: sostenere che, in relazione alle contestazioni ex articolo 437, il Tribunale avrebbe operato una selezione delle ipotesi correlabili con tale norma secondo criteri non accettati dalla giurisprudenza dominante. È vero esattamente il contrario: è l’Accusa che propone in diritto una abnorme dilatazione della fattispecie delittuosa ben al di là della lettera della legge e in contrasto con la giurisprudenza dominante. Di questo aspetto, l’abnorme dilatazione proposta dall’Accusa, ho già detto prima. Verifichiamo adesso criteri di selezione in diritto adoperati in concreto dal Tribunale, verifichiamo se sono in linea o meno con la giurisprudenza. Quali siano questi criteri lo troviamo enunciato anche dal Pubblico Ministero a pagina 93 dell’atto d’appello, quindi indico qui i criteri di selezione adoperati dal Tribunale, così come lo stesso Pubblico Ministero riconosce essere quelli i criteri adoperati. Il Tribunale ha escluso che rientrano nella fattispecie di cui all’articolo 437 che cosa? Non vi rientra l’omessa collocazione di strumenti o dispositivi non rientranti nel concetto di impianti o apparecchi; non vi rientrano contestazioni di condotte omissive ritenute generiche per mancata individuazione dell’oggetto; non vi rientrano contestazioni non correlabili alla nozione di collocazione di apparecchi antinfortunistici; non vi rientrano contestazioni attinenti a modalità operative. Questo è il quadro dei criteri di selezione o delimitazione della fattispecie che il Pubblico Ministero dice essere stati adoperati dal Tribunale. Qui il Pubblico Ministero dà atto, tacitamente ma inequivocamente, che le soluzioni dei casi concreti cui il Tribunale arriva non hanno alcuna connessione con altri profili della interpretazione in diritto astrattamente preferita dal Tribunale; il Tribunale ha applicato questi criteri, non altri. In particolare nessuna decisione su contestazioni specifiche è stata fondata dal Tribunale sulla ripulsa della teoria delle malattie-infortunio, lo dicevo già prima, è un obiter dictum nella decisione, una affermazione che sta sullo sfondo ma che non si traduce in alcun modo nelle soluzioni concrete. Ai fini della decisione del Tribunale la questione è rimasta senza rilievo pratico. Ancora, e questo è un altro punto su cui vi è discussione in dottrina: "Nessuna decisione su contestazioni specifiche è stata fondata dal Tribunale sulla delimitazione della fattispecie dell’articolo 437 alla sola violazione dolosa di specifiche disposizioni della normativa speciale che di per sé siano sanzionate come contravvenzioni"; c’è un refuso nella diapositiva progettata, lo togliamo facilmente, c’è una "statuizione" di troppo, comunque il concetto è chiaro, al di fuori del refuso del computer, il Tribunale ha enunciato il principio: per individuare i presupposti dell’obbligo di collocare bisogna fare riferimento alla sola normativa speciale, non entrerebbe in gioco l’articolo 2087 come parametro di individuazione di eventuali altri presupposti dell’obbligo di collocazione. Su questo punto c’è discussione ma in concreto, da questa premessa più restrittiva di altre impostazioni pure presenti nel dibattito, il Tribunale non ha tratto alcuna conseguenza per una ragione che non dipende dal Tribunale, ed è che nell’ottica stessa dell’Accusa tutte le contestazioni mosse, tutte le ipotesi formulate dall’Accusa di violazione dell’articolo 437, tutte quante fanno riferimento a disposizioni della normativa speciale, autonomamente sanzionate come contravvenzioni, tutte, sia quelle che una corretta interpretazione fa ritenere correlabili in astratto all’articolo 437, perché hanno a che fare con problemi di collocazione di apparecchi, sia le altre non correlabili, come quella, poniamo, di cui abbiamo già detto, della omessa separazione di lavorazione insalubri, articolo 19 del D.P.R. 303, sempre ci troviamo la norma di riferimento. Il problema della ipotetica utilizzazione dell’articolo 2087 quale matrice normativa di individuazione di ulteriori situazioni di obbligo non specificamente tipizzate da normative speciali, tutto questo è presente nei discorsi teorici dell’Accusa sull’articolo 437, ma in realtà non è presente nelle concrete contestazioni mosse dall’Accusa. Il Tribunale si è trovato davanti sempre e soltanto ipotesi accusatorie che fanno riferimento alla violazione di questa o quella normativa speciale, sulla cui violazione della normativa speciale l’Accusa ha poi - quasi sempre o sbagliando - innestato l’ulteriore profilo: ma la violazione della normativa speciale acquista rilievo anche nell’articolo 437. La premessa interpretativa del Tribunale che fa riferimento specifico a situazioni previste dalla normativa speciale è una restrizione interpretativa che sta sullo sfondo come enunciazione di principio ma che non ha alcun impatto su una realtà processuale che è tutta fatta di contestazioni di violazioni della normativa speciale. Questi che abbiamo qui considerato sono gli unici punti di difformità di principio delle premesse giuridiche del Tribunale rispetto ad indirizzi presenti, anche se non incontroversi, nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale, questi due punti qua: malattie-infortunio, utilizzabilità dell’articolo 2037 accanto alla normativa speciale. Ma - è questa la sostanza della situazione processuale – la difformità di principio tra l’orientamento del Tribunale e altri indirizzi pur presenti non è mai divenuta concreta ratio decidendi rispetto a nessuna delle contestazioni formulate dall’Accusa, e, posso raggiungere a commento, mai il Pubblico Ministero ha indicato alcun elemento in senso contrario. Non si pongono proprio problemi. In questa direzione non c’è materia di discussione. C’è materia per un seminario giuridico, e tale è forse quello molto noioso che sto cercando di fare in quest’aula in quest’ora pomeridiana. Come giuristi magari ci divertiamo, è il mio mestiere, mi piace anche come (divertis man) rilevare questi punti. In relazione alle accuse contestate questi punti, questi due punti indicati, che rappresentano in fondo un aspetto di non poco interesse sul piano dei principi, rispetto alla materia del processo sono totalmente irrilevanti. Ancora - ma qui ripeto cose già dette -, nessuna decisione su contestazioni specifiche è stata fondata su valutazioni relative alla maggiore o minore importanza di una omissione ipotizzata dall’Accusa, è il discorso nato sull’equivoco circa la formula verbale della particolare serietà; ma tutto questo non ha alcun riflesso nella sentenza. D’altra parte, non avendo il Tribunale accertato alcun adempimento, non era nemmeno nella situazione di porsi l’astratto interrogativo: ma questo inadempimento che io ho accertato è rilevante o no? Soltanto la premessa di un accertato inadempimento avrebbe potuto in teoria porre il problema se applicare un criterio palesemente erroneo di ulteriore restrizione qual è quello della importanza fondamentale o particolare importanza. Tutto questo è completamente al di fuori della sentenza, è un discorso puramente inventato dall’Accusa: non ha a che fare con le reali rationes decidendi della sentenza; non ha a che fare - torno a ripetere - nemmeno con la impostazione giuridica del Tribunale, che si è ben guardato dal dire le cose che l’Accusa gli ha messo in bocca. Ulteriore notazione di sfondo: per acclarare la insussistenza del reato di cui all’articolo 437 il Tribunale non ha avuto alcun bisogno di fare perno sull’inesistenza del dolo, non ha avuto alcun bisogno di passare al problema del dolo e dell’accertamento del dolo, che pure è problema cruciale là dove si tratta di passare dal piano dell’eventuale responsabilità per contravvenzioni o comunque di una responsabilità racchiusa sul piano della colpa in relazione ad eventi lesivi al piano di una più severa responsabilità per delitto doloso. Il Tribunale non ha avuto alcun bisogno di assumere il criterio e di assumere l’esigenza del dolo a criterio di selezione. Ha trattato pure, per completezza, l’argomento del dolo in poche pagine, per rilevare che cosa? Che anche qui l’Accusa ha completamente mancato ancora alla volta, non diciamo di risolvere sul piano probatorio il problema del dolo, ma è stata carente anche nella prospettazione del problema, non ha mai posto il problema del dolo in modo corretto, ma di questo dirò a conclusione di questo discorso. Per quanto concerne i criteri di selezione effettivamente adoperati dal Tribunale, i criteri in base ai quali il Tribunale ha ritenuto non correlabili questo o quest’altro addebito tra quelli formulati dal Pubblico Ministero, la rassegna giurisprudenziale fatta dal Pubblico Ministero esclude qualsiasi contrasto con le impostazioni e conclusioni del Tribunale, addebiti relativi a modalità operative? Ma quando mai la giurisprudenza ha affermato che addebiti relativi a modalità operative, pure riportabili nello schema generale del dovere di sicurezza, vengano in rilievo nella prospettiva dell’articolo 437? Ci troviamo davanti all’assordante silenzio rilevato in modo curioso dall’avvocato Marin: il Tribunale non ha citato niente. Non ha citato niente perché questi problemi proprio non si pongono, gli addebiti relativi a modalità operative stanno completamente fuori dell’orizzonte, fuori dell’orizzonte dell’articolo 437, dell’orizzonte teorico, prescindendo da tutte le questioni di fatto, stanno fuori dell’orizzonte tutti gli addebiti che hanno a che fare con profili del dovere di sicurezza diversi dai doveri di collocazione di apparecchi, impianti o segnali con destinazione antinfortunistica.

Avrei qui terminato la parte dedicata alla impostazione d’Accusa sulla fattispecie obiettiva dell’articolo 437. Non ho terminato la parte in diritto perché c’è da esaminare, da dire qualche cosa sulla normativa speciale e sulla giurisprudenza relativa alle norme speciali. Dopo questa parte vi è una ulteriore parte che tratterei comunque nell’udienza di mercoledì prossimo, senza portare via ancora molto tempo, c’è un ulteriore capitolo molto breve relativo al 437 secondo comma, in replica alle cose dette dall’Accusa, e poi una ulteriore parte che non ha più a che fare con il capo CVM, che è la difesa personale del mio assistito ingegner Palmieri, imputato limitatamente al capo ambientale. Sarà un intervento non lungo, spero di lasciare molto spazio ad altri.

 

PRESIDENTE – Fermiamoci qui per questa sera.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 27 ottobre 2004, ore 9.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page