UDIENZA DEL 22 SETTEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 23 settembre 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PARTE CIVILE – Avv. Farinea – Presidente, buongiorno. Avvocato Farinea, svolgerò il primo intervento. Oggi sono programmati quattro interventi, anziché cinque come previsto, perché il professor Gallo non ha potuto essere presente.

 

PRESIDENTE – Mi raccomando però di non perdere i ritmi giusti, perché sennò dopo sforiamo, come si dice.

 

PARTE CIVILE – Avv. Farinea – No, abbiamo già considerato questa cosa. Ci sarà un intervento un po’ più lungo e c’è stata una sostituzione del professor Gallo con l’Avvocato Scatturin.

 

PRESIDENTE – Bene, allora se vuole cominciare. Lei parla per?

 

PARTE CIVILE – Avv. Farinea – Il mio intervento si svolge in prosecuzione dell’intervento dell’Avvocato Marin, intervento conclusivo della scorsa udienza dibattimentale, nel quale è stato affrontato il tema della omessa separazione delle lavorazioni insalubri, con particolare riferimento alle prescrizioni cautelari di cui al D.P.R. 303 del 1956. Io affronterò il profilo della colpa dell’evento soggettivo della colpa specifica per l’inosservanza di dette norme e il rilievo che essa ha ai fini dei reati colposi che sono stati contestati agli imputati. La mia trattazione si divide in due capi particolari, cioè il primo riguarda l’accertamento in concreto della prevedibilità dell’evento e l’altro riguarda la prevedibilità dell’evento in relazione alla colpa specifica. La ritenuta insussistenza dell’elemento soggettivo della colpa degli imputati rappresenta infatti uno dei motivi fondanti della decisione assolutoria del Tribunale veneziano. In vero, le argomentazioni seguite sul punto dal Giudice di primo grado sono, appaiono palesemente infondate, per le ragioni che si vanno ad esporre. Per quanto riguarda, a dire del Tribunale, per quanto riguarda l’accertamento in concreto della prevedibilità dell’evento, a dire del Tribunale l’insussistenza della colpa deve connettersi alla impossibilità da parte degli imputati di prevedere il verificarsi del particolare evento lesivo della morte per cancro di taluni lavoratori. Tale imprevedibilità sarebbe stata legata al fatto che le conoscenze scientifiche dell’epoca non sarebbero state tali da consentire la riconducibilità causale di dette malattie mortali all’esposizione a CVM e PVC. In altri termini, secondo il Tribunale, all’epoca non sarebbe stata nota l’elevata tossicità della sostanza e quindi l’evento più grave consistente nella morte per cancro dei predetti lavoratori non poteva essere previsto al momento della realizzazione della condotta antidoverosa. Un dato è però incontestabile e vale a dire che la nocività del CVM – PVC per la salute umana era conosciuta o che avrebbe dovuto essere conosciuta anche dagli imputati, in quanto i derivati del cloro compaiono come sostanze pericolose per l’uomo già nella legislazione antinfortunistica contenuta nel D.P.R. 303 del 1956. Nella tabella allegata al D.P.R. del 1956 è facilmente verificabile che appare il cloruro come sostanza indicata come tossica. Ma vi è di più, negli Anni Sessanta era già noto che il CVM – PVC avesse una particolare tossicità nei confronti di un organo fondamentale del corpo umano: nei confronti del fegato; era cioè un dato scientificamente acquisito che il CVM – PVC fosse almeno un epatotossico. Non vi era quindi solo una generica consapevolezza della tossicità della sostanza cui erano sottoposti i lavoratori del Petrolchimico, ma vi era una conoscenza di una tossicità specifica, come tale idonea a mettere in pericolo e addirittura a pregiudicare irreversibilmente la salute umana. Alla luce di queste considerazioni, deve allora leggersi il concetto di prevedibilità fondante nello specifico la responsabilità colposa degli imputati e ciò deve essere fatto anche tenendo conto di una doverosa premessa. La prevedibilità di un dato evento lesivo, determinante ai fini della colpa, è un concetto flessibile la cui estensione, cioè, deve essere rapportata alla categoria di soggetti alla quale appartiene, di volta in volta, la persona della cui prevedibilità si tratta. La prevedibilità di un dato evento lesivo nell’ambiente di lavoro, che ad esempio si dovrebbe esigere da un dirigente preposto alla sicurezza, sarà sensibilmente diversa da quella che si potrà pretendere dalla casalinga, dall’imbianchino o dall’operaio. Una tale frammentazione di ruoli e dunque delle condotte esigibili, è patrimonio comune del diritto penale, che direttamente discende dall’accoglimento del criterio dell’agente-modello quale chiave di lettura della responsabilità colposa. Questa ovvia premessa ci consente di individuare un primo punto fermo. Il tipo di categoria professionale cui appartengono gli odierni imputati è rappresentata da un modello di agente da cui si pretende, stante l’alto profilo professionale specifico, una conoscenza dei rischi connessi alle attività lavorative da loro gestite a livello dirigenziale, molto superiore rispetto a quello che appartiene all’uomo comune della strada. Ciò porta a carico di quei soggetti, precisi obblighi di informazione circa gli effetti pericolosi connessi alla attività lavorativa da loro diretta. Al più l’informazione circa la cancerogenicità del CVM – PVC, se non direttamente conosciuta, avrebbe comunque potuto e dovuto essere acquisita anche mediante l’interpello di esperti, da chi come gli imputati ricopriva una posizione di indiscutibile garanzia nei confronti di determinati beni giuridici, non ultima la salute dei lavoratori. Non può essere quindi valida argomentazione quella che vuole escludere la prevedibilità dell’evento cancro da CVM – PVC sul presupposto che le relative conoscenze scientifiche non erano allora patrimonio comune. Una tanto estesa notorietà del legame cancro–CVM–PVC non è richiesta dalla legge affinché possa dirsi integrato, secondo i noti principi penalistici, il concetto di prevedibilità richiesto agli attuali imputati. Un tanto ci viene insegnato anche dalla Suprema Corte, la quale nell’ambito della sentenza della tragedia di Stava afferma che, leggo: "È principio noto che il dovere obiettivo di diligenza che contrassegna il delitto colposo, può avere a contenuto anche un obbligo di preventiva informazione, l’obbligo di informarsi, di ricorrere alle altrui speciali competenze; sicché versa nella cosiddetta colpa per assunzione colui che, non essendo del tutto all’altezza del compito assunto, esegua un’opera senza farsi carico di munirsi di tutti i dati tecnici necessari per dominarla", integra cioè la responsabilità colposa degli imputati anche il caso in cui gli stessi non abbiano previsto l’evento lesivo, non avendo la diretta consapevolezza della possibilità che tale evento si sarebbe potuto verificare, laddove però essi avrebbero potuto e dovuto prevederlo se solo si fossero adeguatamente informati, essendo questo un loro preciso dovere giuridico. D’altra parte, è principio noto che il solo dubbio che un dato evento lesivo possa verificarsi senza che a ciò segua l’assunzione di particolari cautele atte ad evitare che l’evento si verifichi, non esonera il soggetto agente dalla responsabilità colposa per l’evento poi verificatosi. A maggior ragione, dovranno essere ravvisati i segnalati profili di colpa se il mero dubbio che una grave malattia per la salute umana possa conseguire a dosi di esposizione da CVM – dubbio che non poteva in alcun modo essere escluso all’epoca della condotta, posto che era comunque nota la grave tossicità della sostanza – dicevo, se al mero dubbio segue addirittura, come nel caso di specie, la violazione ammessa anche dallo stesso Tribunale della regola cautelare, già allora posta a presidio dell’integrità della salute umana dai rischi derivanti proprio da quella stessa nocività CVM – PVC che ha determinato l’evento. Il Tribunale riconosce infatti che l’esposizione al CVM fino al 1974 era superiore ai limiti posti dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del 1969 e a quelli indicati come prudenziali da organismi internazionali, tra cui (l’Osha). Passando quindi a trattare dello specifico argomento della prevedibilità in tema di colpa specifica, va rilevato come sul terreno dell’accertamento in concreto della prevedibilità del particolare evento lesivo conseguente all’inosservanza delle norme cautelari all’epoca vigenti, ci ha portato il Tribunale. Ma, a ben vedere, si tratta di un tema che non avrebbe dovuto essere affrontato o, meglio, che avrebbe dovuto essere affrontato in altri termini dal Collegio. Infatti, nel dipanarsi della sentenza, si coglie in maniera evidente come il Giudice di primo grado abbia tralasciato di fare applicazione dei canoni che caratterizzano il tipo di colpa di cui si tratta e, vale a dire, la colpa specifica. Come è noto, precipuo elemento costitutivo della colpa specifica è l’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e disciplina. Occorre cioè, come è noto, la violazione di una disposizione scritta, determinata a monte dal legislatore in vista di specifici fini di tutela. Si tratta, cioè, di regole di condotta che hanno la loro matrice in criteri di prudenza e di avvedutezza, la cui idoneità preventiva è già stata vagliata dal legislatore. Esse costituiscono, per l’appunto, regole di condotta prudenziali, volte ad evitare effetti di pericolo e/o di danno, la cui osservanza pertanto escluderà con alto grado di probabilità il verificarsi di quegli effetti di pericolo e/o di danno e la cui inosservanza, per contro, comporterà con alto grado di probabilità il realizzarsi di quegli stessi eventi che si volevano evitare. La sussistenza di profili di colpa specifica non deve dunque passare attraverso un accertamento concreto della prevedibilità degli effetti lesivi subiti dal bene giuridico tutelato dalla norma violata, poiché questo significherebbe disconoscere la finalità cautelare propria della norma in questione. Essa norma già codifica, al momento in cui è posta, la prevedibilità di un dato rischio che, nella fattispecie, si concretizza in un elevato pericolo di danno alla salute umana. Nella memoria che depositerò, cito le sentenze della Cassazione di riferimento. Se non si ammette questo assunto, ci si trova per forza ad oltrepassare la funzione della norma cautelare, ritenendo di conseguenza la sua inadeguatezza preventiva. Riconducendo dunque il profilo di responsabilità penale addossato agli odierni imputati a quello di colpa specifica, ossia della colpa per inosservanza di leggi e regolamenti, è necessario precisare quanto segue: il punto di vista da cui svolgere l’analisi circa la sussistenza della colpa specifica degli imputati deve spostarsi dall’accertamento della prevedibilità in concreto, erroneamente assunta dal Tribunale, a quello dell’accertamento della concreta esigibilità dell’osservanza della norma violata, e cito giurisprudenza e dottrina di riferimento in memoria. Potevano cioè, bisogna chiedersi, gli odierni imputati attenersi alle regole cautelari all’epoca vigenti e volte a tutelare la salute del lavoratore? La risposta non può che essere una. Ebbene, non solo potevano, ma dovevano attenersi a quelle regole cautelari. Ma se dovevano attenersi a quelle regole cautelari, bisogna allora chiedersi a questo punto quale fosse il rischio che la norma cautelare violata intendeva evitare e se questo comprenda quel particolare effetto lesivo, morte per cancro e altre patologie, verificatosi a causa della sua violazione. Nessun effetto lesivo specifico per la salute umana viene in particolare menzionato dalla normativa antinfortunistica disattesa dagli imputati, ma certo questo non basta ad inficiare la validità cautelare della normativa in questione. Tale normativa deve infatti essere intesa come norma elastica. Un calzante esempio in tal senso è fornito proprio dall’Art. 21 del D.P.R. 303 del 1956, il quale evoca un contenuto variabile in funzione di un obiettivo: ridurre la diffusione delle polveri nocive nell’ambiente di lavoro. La funzione cautelare della norma va dunque letta non già in relazione ad eventi lesivi specifici, che da essa non sono menzionati, ma in relazione alla più ampia finalità di protezione della salute da qualsiasi rischio derivante dalla diffusione di quelle polveri nell’ambiente di lavoro, e cito giurisprudenza e dottrina nella memoria di riferimento. Allo stesso modo, l’Art. 20 del D.P.R. 303 del 1956 è volto a proteggere il lavoratore dall’inalazione di gas nocivi e l’Art. 19, prescrivendo la separazione delle lavorazioni insalubri, intende eliminare i rischi altrimenti derivanti dalle esposizioni alle sostanze lavorate. Tali norme devono quindi essere oggetto di una interpretazione finalistica, in ragione degli obiettivi di tutela considerati. In definitiva, posto che nessun effetto lesivo specifico viene menzionato dalla citata normativa antinfortunistica, l’ambito di rischio che essa intende coprire deve essere necessariamente ricavato in generale, cioè come genus, atteso che si tratta di norme poste a presidio del bene – salute nel suo complesso. Conferma la correttezza di tale impostazione, la stessa rubrica del D.P.R. 303 del 1956, la quale recita: "Norme generali per l’igiene del lavoro". Seguendo, viceversa, il ragionamento erroneamente intrapreso dal Tribunale – si veda la pagina 452 della sentenza – si dovrebbe concludere paradossalmente che tale normativa sia tal quam non esset, si dovrebbe cioè concludere nel senso che la sua efficacia cautelare sia addirittura trascurabile, se letta, come infatti lo è stata, solo in funzione della protezione di un evento tipico predeterminato, quando essa invece non lo individua affatto. Sarebbe fin troppo facile, seguendo tale impostazione, escludere sistematicamente che un dato evento lesivo della salute del lavoratore appartenga a quelli che effettivamente le norme violate intendevano evitare, proprio perché tali norme non ne indicano nessuno in particolare. Ma non era certo questa l’intenzione del legislatore. Si deve piuttosto ritenere che, nella consapevolezza della nota nocività di determinate sostanze, il legislatore abbia inteso tutelare in via generale e aprioristica, ossia nella maniera più ampia possibile, il diritto alla salute dei soggetti più esposti al rischio di danno. A questo contesto di rischio deve dunque essere di volta in volta ricondotto l’evento lesivo verificatosi, al fine di constatare se esso vi sia compreso oppure no. Pertanto, se proprio di prevedibilità dell’evento lesivo si deve e si vuole parlare, oggetto della prevedibilità insito nelle norme violate non è allora lo specifico evento in concreto verificatosi, ma il tipo di rischio che esse volevano evitare, ossia il grave rischio alla salute dei lavoratori. Nel definire su cosa debba cadere la colpa, è utile richiamare quanto in passato già autorevolmente espresso dalla giurisprudenza. La prevedibilità e l’evitabilità per un soggetto tenuto ad un comportamento altamente rispettoso della dignità e della salute di determinati soggetti, deve avere ad oggetto non il danno in concreto effettivamente verificatosi, ma è sufficiente che abbia ad oggetto – e leggo – "la potenziale idoneità della condotta a dare vita ad una situazione di danno e non anche alla specifica rappresentazione ex ante dell’evento dannoso, quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravità ed estensione", e cito delle Cassazioni Penali di riferimento che troverete in memoria. Peraltro, la forte e specifica nocività del CVM era scientificamente nota sin dal 1963, come reso evidente dalla documentazione prodotta dal Pubblico Ministero, quando tale sostanza è stata riconosciuta almeno come epatotossica. Riprendendo, passando ora a riprendere il contenuto del D.P.R. 303 del 1956, in particolare dell’Art. 21, ma analogo percorso potrebbe essere svolto anche per gli Artt. 19 e 20 dello stesso Decreto, si può constatare che nella loro elasticità tali norme comunque forniscono una fisionomia del rischio non consentito, ossia del rischio che correla i possibili danni alla salute con la diffusione delle polveri nocive, dei gas, dell’omessa separazione delle lavorazioni insalubri; potrà cioè dirsi coperto dalla finalità preventiva della norma qualsiasi evento che sia causalmente riconducibile all’azione di sostanze polverose o di gas in ambito lavorativo, e cito Cassazione Penale di riferimento e dottrina. Ne deriva che appartiene al rischio non consentito dalla norma cautelare, e quindi appartiene agli eventi che tale norma intendeva evitare, ogni effetto lesivo della salute umana che sia stato determinato mediante il particolare meccanismo causale ritenuto pericoloso dalle norme violate. È quindi sufficiente accertare da un lato l’esercizio di un’attività lavorativa che dia normalmente luogo alla produzione di polveri, che per loro natura e grado di concentrazione siano nocive alla salute dei lavoratori e, dall’altro, l’insussistenza delle indicate misure tecniche protettive, Cassazione del 1997 che cito in memoria. Sicché, nel nostro caso, stante la incontestata violazione della regola cautelare prescritta, basterà verificare l’identità dell’agente nocivo, CVM e PVC, contro i cui rischi era posta la disciplina antinfortunistica violata dagli imputati, agente nocivo che è alla base delle gravi patologie di cui stiamo discutendo, nonché verificare l’identità del meccanismo di produzione dell’evento, esposizione alle polveri o ai gas; meccanismo che, se le cautele prescritte dalla normativa già allora vigente fossero state effettivamente osservate, non si sarebbe realizzato. In conclusione, non è possibile disconoscere, senza sovvertire i principi del diritto penale, e a tal fine è bene avvalersi di parole autorevoli, affermate proprio con riferimento all’inosservanza delle prescrizioni contenute nel D.P.R. 303 del 1956, quindi non è possibile disconoscere che ogni qualvolta l’esercizio di una determinata attività è disciplinato da regole cautelari modali scritte, siano esse di contenuto rigido o flessibile, la prevenzione del rischio è strettamente legata alla loro osservanza; null’altro viene richiesto ai fini del giudizio di responsabilità, e cito la dottrina di riferimento. Ed invero la norma sanzionatoria contenuta nell’Art. 58, lettere A) e B) del D.P.R. 303 del 1956, anch’essa applicabile al caso in esame, punisce per la sola inosservanza della norma di cui agli articoli citati. Io ho concluso la parte generale e brevemente depositerò una memoria a firma mia e dell’Avvocato Marin, che riassume i due interventi e passo a trattare brevemente delle Parti Civili che io assisto. Si tratta di Parti Civili che hanno interposto appello, per le quali depositerò conclusioni e nota spese, e Parti Civili non appellanti, per le quali depositerò unicamente le conclusioni. Le prime Parti Civili di cui vado a trattare sono Bortolozzo Gianluca e Bortolozzo Beatrice, prossimi congiunti di Bortolozzo Gabriele. La posizione di Bortolozzo Gabriele in questo processo è una posizione emblematica. Gabriele Bortolozzo è l’operaio che ha denunciato al Pubblico Ministero gli episodi e i fatti di cui siete chiamati a giudicare ed è l’operaio che, indipendentemente dal giudizio che voi darete sui reati contestati, comunque ha consentito di fare luce sulla condizione dei lavoratori nel Petrolchimico di Marghera e delle lavorazioni in questi anni. Ma Gabriele Bortolozzo è una figura centrale del processo anche per un altro motivo; è uno degli operai per i quali il Tribunale, il Giudice di primo grado ha riconosciuto la sussistenza del nesso di causalità tra la patologia contratta, il fenomeno di Reynaud e la pesante esposizione a CVM nell’ambiente di lavoro, nonché la colpevolezza degli imputati. Il Tribunale ha ritenuto, però, di pronunciare sentenza di non doversi procedere nei confronti degli imputati Bartalini Emilio, Calvi Renato, Grandi Alberto, Gatti Piergiorgio, D’Arminio Monforte Giovanni, Sebastiani Giovanni, in ordine ai reati di lesioni colpose consistite nella malattia di Reynaud, in quanto il reato si è prescritto. La decisione sul punto appare erronea, contraddittoria e assolutamente priva di motivazione. Il Tribunale fa genericamente risalire, infatti, la manifestazione della malattia al 1965; ma sul punto non motiva in alcun modo. Non ci spiega cioè il Tribunale in base a quali elementi ritiene che la malattia si fosse manifestata già nel 1965. In realtà così non è e al momento in cui la sentenza è stata resa, il reato non era prescritto e avrebbe dovuto anche essere resa una sentenza sulla responsabilità civile, con gli effetti noti, in quanto agli atti vi è unicamente un referto medico redatto dallo Spisal di Marghera il 13 aprile 1995, dal quale si legge essere Gabriele Bortolozzo affetto da Sindrome di Reynaud in esposto a CVM. Quindi il 1995 e non già il 1965 deve essere preso come dato di riferimento ai fini del calcolo della prescrizione; e questo in realtà, cioè la contraddittorietà e immotivatezza dell’indicazione del 1965, sarebbe anche confermato da un documento di cui ha chiesto l’acquisizione il Pubblico Ministero e, vale a dire, da un referto riguardante l’indagine Fulc svolta dall’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Padova. Nel marzo del 1977, quindi ben dopo il 1965, si parla di ben dodici anni dopo, da questo referto si legge che non vengono rilevati segni di patologia in atto; cioè nel 1977, la Fulc, nell’indagine Fulc si accerta che non vi sono patologie in atto e quindi neppure la manifestazione del fenomeno di Reynaud, quindi non si capisce a che cosa faccia riferimento il Tribunale quando parla di 1965 e ciò conferma quindi la necessità di dover spostare il momento di valutazione al 1995, data in cui vi è quel referto dello Spisal in atti. Ciò detto, in ogni modo, ma il Tribunale stesso lo riconosce, vi è una causalità tra l’esposizione al CVM e PVC e il fenomeno di Reynaud che ha contratto Gabriele Bortolozzo, che è un lavoratore fortemente esposto nel reparto del CV6, nel quale è stato dal 1956 sino al 1984, quindi con un’esposizione di ben ventotto anni e forse è l’unico sopravvissuto di quel reparto, perché gli altri sono presenti in questo processo come persone decedute. Quindi vi è certamente una responsabilità sotto il profilo della causalità. In ogni modo, va censurata anche la sentenza del Tribunale perché, dopo aver riconosciuto la consequenzialità e la colpa, non applica, nella consequenzialità tra la malattia e l’esposizione al CVM, non contesta il reato del 437 ed inoltre anche laddove, in relazione ai periodi di competenza, non fa riferimento anche ad altri imputati che, nei periodi in cui Gabriele Bortolozzo lavorò presso il Petrolchimico di Porto Marghera con esposizione al CVM, avevano posti di responsabilità e posizioni di garanzia. Passo quindi a trattare di una seconda posizione, che è quella di Pezzuol Sergio. Per Pezzuol Sergio depositerò le conclusioni di (Crost) Maria… mi scusi, di Nardi Laura, vedova di Pezzuol Sergio, che è appellante in questo processo, mentre i figli Pezzuol Viviana e Pezzuol Antonio hanno ritenuto per ragioni personali di non interporre appello, ma presenteranno in questa loro veste, sostenendo la veste del Pubblico Ministero, le conclusioni. Pezzuol Sergio, con riferimento alla posizione di Pezzuol Sergio, si fa richiamo sul punto alle relazioni che sono state prodotte dal Pubblico Ministero e relative ai suoi consulenti tecnici, ove affermano la sussistenza del nesso di causalità tra la patologia e l’esposizione. Come risulta dall’esame istologico agli atti del processo e come riferisce il dottor Bracci nella deposizione resa all’udienza del 3 febbraio 2001, il signor Pezzuol Sergio è deceduto a seguito di carcinoma squamoso non cheratinizzante del polmone. Nella scheda riassuntiva depositata dal Pubblico Ministero, il tempo di latenza indicato in ventiquattro anni viene ritenuto compatibile con l’insorgenza della malattia. Come risulta dalla consulenza del Pubblico Ministero e dalla documentazione medica agli atti, la patologia è correlabile con l’esposizione al CVM subita lavorando nei diversi reparti dell’azienda. L’esposizione è provata in atti, in quanto il signor Pezzuol ha lavorato presso l’officina centrale del Petrolchimico come manutentore. La testimonianza resa dal teste Moro Francesco all’udienza del 23 marzo 2001, come troverete nei motivi d’appello, ha dimostrato che la manutenzione interessava tutti i reparti del Petrolchimico, ivi compresi quelli di lavorazione del CVM e PVC. Il teste, anzi, ha riferito con precisione che la manutenzione interessava in particolare le autoclavi, nelle quali i manutentori entravano per svolgere gli interventi necessari e quindi è chiaro che il luogo di lavoro è compatibile con l’esposizione. L’ultima posizione è quella delle Parti Civili appellanti Zancanaro Gemma, vedova Tommasella, Tommasella Roberta e Tommasella Pierluigi, prossimi congiunti del signor Tommasella Sergio. Anche qui si richiamano, specificamente si fanno proprie le relazioni del Pubblico Ministero, ove sostengono la sussistenza del nesso causale tra la patologia e l’esposizione e si richiama, altresì, la documentazione in atti. Come riferisce il dottor Bracci nella deposizione resa all’udienza del 3 dicembre 1999, nel 1996 al signor Tommasella Sergio è stata accertata una neoplasia polmonare del lobo superiore destro a piccole cellule differenziali, tumore riferibile alle esposizioni al CVM con tempi di latenza e durata dell’esposizione compatibili con le eziologie lavorative. L’esposizione è stata poi provata in atti. Il signor Tommasella, come risulta dalla scheda del Pubblico Ministero e dalla documentazione lavorativa assunta nel processo e che viene qui espressamente richiamata, lavorava presso il Petrolchimico come manutentore e veniva quindi continuamente a contatto con reparti di CVM, come ha riferito lo stesso Tommasella Sergio prima della morte ai consulenti del Pubblico Ministero e come ha riferito il teste Guglielmi Giuseppe all’udienza del 23 marzo 2001, nella quale il teste ha precisato che la manutenzione interessava anche i reparti CVM e PVC e come confermato dal teste Moro Francesco, che parlando della posizione del signor Pezzuol, anch’egli manutentore, prima citato, ha ben chiarito che anche i manutentori entravano nelle autoclavi e operavano all’interno delle autoclavi. Allora io ho concluso il mio intervento e depositerò le note, le conclusioni e le note, nonché la memoria.

 

PRESIDENTE – Grazie.

 

PARTE CIVILE – Avv. Battain – Io parlo per le Parti Civili costituite Camera del Lavoro Territoriale di Venezia, Federazione Italiana Chimici e affini, Filcea, di Venezia, Bertin Rino, Guerrin Pietro, Gargiulo Catia in sostituzione del padre Gargiulo Guido, deceduto nel corso del processo, prossimi congiunti di (Rugia) Esterino, prossimi congiunti di Bragato Angelo, prossimi congiunti di (Cauvilla) Vincenzo, prossimi congiunti di (Spolador) Benito, prossimi congiunti di Marchesan Mario, prossimi congiunti di Cappellotto Rino, e produco le conclusioni scritte. Mi riservo, in prosieguo, di presentare una breve memoria sulle posizioni delle singole Parti Civili e affronto alcune tematiche che sorgono direi spontanee dalla lettura della sentenza del Tribunale. In particolare, io credo che per quanto attiene alle conseguenze mortali e alle gravi malattie derivate dal contatto col cloruro di vinile, conseguenze mortali disconosciute dal Tribunale siano vorrei dire decisive le pagine 450, da 450 a 463 della sentenza. In tali pagine, che io ho trattato nelle pagine 99 e 100 dei miei motivi d’appello, a cui ovviamente mi richiamo, si sostiene la tesi che sarebbe la conseguenza della presunzione di innocenza – fra parentesi, in Italia la presunzione di innocenza non esiste, ma casomai una presunzione di non colpevolezza, che è una cosa un po’ diversa – presunzione di innocenza che direi è la vera ossessione che si evince da questa sentenza, la tesi – dicevo – che sino ad un sicuro accertamento scientifico, ma assolutamente sicuro accertamento scientifico o ad una norma impositiva di divieti e di cautele, si può impiegare una sostanza e non intervenire nel suo utilizzo. Questa tesi è profondamente sbagliata e urta contro alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento. Urta, in primo luogo, contro l’Art. 32 della Costituzione, che stabilisce che la Repubblica tutela la salute che è definita un fondamentale diritto dell’individuo e urta contro l’Art. 2087 del Codice Civile, esistente fra l’altro dal 1942, cioè addirittura da prima della Costituzione, che io leggo non per voi che lo sapete a memoria, ma per me che malgrado tutto non riesco mai a ricordarmi le parole esatte: "L’imprenditore è tenuto ad adottare, nell’esercizio dell’impresa, le misure che secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro". Che cosa deriva da queste due norme, per citarne solo alcune, ma poi ce ne sono anche altre su cui non mi intrattengo, deriva il divieto di far correre rischi ai lavoratori. Ora, qui mi pare – lo accennava anche prima il collega Farinea – è praticamente pacifico che fino dagli Anni Sessanta era nota la tossicità del cloruro di vinile monomero ed era noto per lo meno che provocava l’acrosteolisi e il morbo di Reynaud. La conseguenza è che anche secondo la tesi del Tribunale, se questa sostanza era nota come tossica fin dal 1960, avrebbero dovuto prendere delle misure atte ad evitare il contatto inquinante dei lavoratori con questa sostanza, perché a dir poco si può come minimo affermare – e come dirò poi si può affermare molto di più – che fin dal 1960 hanno esposto i lavoratori al rischio dell’acrosteolisi e al morbo di Reynaud tranquillamente, come se nulla fosse. Da qui sorge un altro problema. Il problema è: se colpevolmente si inosserva una regola atta ad evitare determinate conseguenze fisiche nefaste, è vero o no – e io credo sia vero – che si risponde non solo delle conseguenze fisiche nefaste note ad un determinato periodo, ma anche a tutte le conseguenze fisiche nefaste che magari in seguito risultino come conseguenza di quella colpevole inosservanza. Ma, anche a prescindere da questo, io dico, se insorgono dei dubbi – dei dubbi, badate, fondati sul piano scientifico – si viene a creare una situazione nota di rischio, anche se non proprio la certezza, ma per lo meno la notorietà di questi dubbi creano una situazione di rischio e io credo che quei principi che ricordavo prima vietano di far correre questo rischio ai lavoratori. Se si aspetta la sentenza che vorrebbe il Tribunale, si scarica il rischio sulle spalle dei lavoratori, mentre questo rischio rientra nel rischio d’impresa che incombe, come è noto, al datore di lavoro e non al lavoratore. Ora, quand’è che sono sorti questi dubbi, a prescindere da quel problema della tossicità e dalla responsabilità per tutte le conseguenze, anche quelle non note a cui accennavo prima? Ora, quanto meno dal 1969 e 1970, quando il professor Viola ha affermato che sulla base delle sue ricerche questa sostanza risultava cancerogena e, badate, non si è trattato di una vox clamans in deserto, perché ci dirà, se non erro, il professor Maltoni nella sua deposizione che di fronte alla comunità scientifica, che non è che si sia molto agitata di fronte a queste affermazioni, le aziende si sono preoccupate immediatamente di questa affermazione. Quindi, ripeto, già nel 1969 – 1970 le aziende chimiche degli Stati Uniti, dell’Italia e di altri Paesi, erano avvertite del pericolo, erano avvertite del rischio che i loro dipendenti correvano ed avevano quindi un obbligo di intervento immediato. D’altra parte, che la Montedison allora avesse la percezione di questo rischio è dimostrato dall’incarico affidato a Maltoni, un incarico – fra l’altro – che credo abbia costato qualche miliardo, anzi forse più di qualche miliardo, il che dimostra che erano preoccupati. Ma non sono intervenuti. Ora, a metà del 1972, Maltoni ha comunicato alle aziende: "Badate che sulla base delle ricerche che ho fatto finora, confermo quello che diceva Viola e cioè che questa sostanza ha effetti cancerogeni". Ora, se l’obbligo di intervento c’era nel 1969 – 1970, alla prima comunicazione di Viola, mi pare macroscopico che nel 1972 questo obbligo si è, per così dire, rafforzato, anche se già c’era. Invece qual è stata l’unica reazione? L’unica reazione di quel periodo è stato il patto di segretezza; si sono messi d’accordo di non comunicare a nessuno questa notizia, dicono loro, perché altrimenti uno poteva fare la concorrenza all’altro; mi permetto di dire io, perché non volevano che i loro dipendenti sapessero a quale rischio li stavano esponendo. In conclusione, quanto meno anche a prescindere dalla notorietà del carattere tossico della sostanza, è dimostrato che sono stati esposti consapevolmente al rischio di una malattia mortale, un rischio che si è poi concretizzato, per quattro o due anni, o almeno due anni, i lavoratori della Montedison. Quindi sono intervenuti in ritardo e con la volontà di intervenire in ritardo. Ma io vorrei aggiungere qualche cosa di più, consentitemi di essere un po’ malizioso, anche perché, ahimè, sono vecchio. Se non ci fosse stato il clamore determinato dai morti nell’industria americana (Gudric), probabilmente non sarebbero intervenuti neppure nel 1972. E badate che proprio secondo il Tribunale, non è che lo dicano le difese, lo dice il Tribunale, non lo diciamo noi, in un paio d’anni, il cosiddetto biennio d’oro, sono state apportate delle modifiche alle strutture e all’organizzazione senza fermare gli impianti, che avrebbero – avrebbero, non l’hanno, ma avrebbero – risolto la situazione, cosa che potevano fare tranquillamente quattro anni prima o due anni prima, senza far correre, per lo meno per quel periodo, un rischio mortale ai loro dipendenti. In realtà, mi sia consentito di avere qualche dubbio sul carattere aurifero di questo biennio, perché se questo biennio comincia e inizia nel 1974, il 24 novembre del 1974 la Medicina del Lavoro di Padova diceva: "C’è una situazione igienicamente non accettabile", a metà del biennio d’oro; il 22 aprile del 1975 è documentata la precarietà della situazione, a due terzi del biennio d’oro; e nel settembre del 1975, quasi alla fine del biennio d’oro, la piattaforma del sindacato chiedeva il "Mac 0", che vuol dire che non c’era. L a piattaforma della Fulc del febbraio del 1976 richiedeva il risanamento degli impianti, anche lì con l’obiettivo del "Mac 0", che evidentemente non c’era e richiedeva il rifacimento ex novo, che non è mai stato fatto, del CV6, del CV14 e 16 e del CV5 e 15. Come se l’è cavata il Tribunale? Se l’è cavata in una maniera a dir poco bizzarra, diciamo bizzarra per essere educati. Perché ha detto: "Eh, ma sì, lo si sa, il sindacato chiede cento per poi arrivare trenta, quindi se hanno chiesto"… In realtà il sindacato chiedeva soltanto che la salute dei lavoratori, che non è né cento, né cinquanta, ne trenta, fosse salvaguardata, fosse salvaguardata e non fossero esposti ad un rischio che sempre più diventava non più un rischio ma una certezza e una sicurezza. E c’è quindi una violazione come minimo in questi quattro anni, da Viola fino alla Gudric, una violazione clamorosa dell’Art. 4 del D.P.R. 27 aprile 1955 numero 547 e del D.P.R. 19 marzo 1956 numero 303, quell’Art. 4 che obbliga i datori di lavoro a rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici che corrono. Mai nulla è stato comunicato ai lavoratori da parte della Montedison. E notate che i lavoratori non è che si disinteressassero della loro salute, perché appena hanno saputo dalla clamorosità del fatto avvenuto, delle morti avvenute alla Gudric, hanno saputo che questa sostanza era cancerogena, si sono mossi immediatamente al fine di cercare di salvaguardare la loro salute dal rischio che il datore di lavoro, per conseguire un consistente, consistentissimo profitto, gli continuava a far correre. Del resto, il cattivo stato di manutenzione degli impianti della Montedison era un fatto notorio. Voi vi rileggerete sicuramente l’istruttoria assunta, in Camera di Consiglio. Mi permetto di suggerirvi di leggervi e rileggervi la deposizione del teste Riva all’udienza del 23 febbraio 2001, che dice – fra l’altro, appunto – che lo stato di manutenzione degli impianti Montedison era notoriamente pietoso. Ma poi c’è l’episodio (Enoxi) del 1983, cioè sette anni dopo la fine del biennio d’oro, che è estremamente significativo. In che cosa consiste questo episodio? Un tale (Ammer Ammond), che io che non leggo "Il Sole 24 Ore" e non me ne intendo di economia, non so chi sia, ma che pare sia una potenza economica degli Stati Uniti, fa una joint-venture con l’Eni e crea l’Enoxi per entrare nel mondo della plastica; manda i suoi tecnici, i suoi esperti, i quali per otto mesi continuano ad esaminare le condizioni delle fabbriche. Finito questo esame, il signor Ammer Ammond se ne va e abbandona la joint-venture. Ora, a prescindere dalle giustificazioni che ha cercato di dare la sentenza a questo avvenimento, mi pare chiaro che quello stato descritto dal teste Riva degli impianti Montedison e anche degli impianti dell’Eni, fosse talmente deplorevole che questo partner americano abbia creduto bene di tirare i remi in barca e andarsene, per non imbarcarsi in un’avventura che gli sarebbe forse costata più di quello che non gli avrebbe reso. Dicevo, 1983. Dicevo, sette anni dopo la fine del biennio d’oro. E lo dico a ragion veduta, perché un po’ la tesi dell’Eni–Enichem è un po’ quella di dire: "Ma noi cosa c’entriamo? Noi abbiamo ereditato questa situazione nel 1987, era tutto risolto, non c’erano più problemi". Ora questo non è vero, innanzitutto perché l’accordo fra l’Eni e la Montedison è del 28 ottobre del 1982 e in quella data l’Eni assume il controllo e si assume il controllo delle aziende che gli vengono in pratica cedute o date in gestione, deve anche rispondere. L’episodio Enoxi poi che ricordavo prima è del 1983. Ma poi c’è un’altra deposizione che vi suggerisco di leggere e rileggere forse più delle altre, che è quella del teste Cecconello, il quale ci dice: "C’è una situazione singolare. Il gas cronomatografo non segna, non segnala oltre 25 parti per milione, cioè proprio quello che dovrebbe segnalare. Perché non lo segnala? Perché oltre 25 parti per milione dovrebbe scattare l’allarme e si dovrebbero sgomberare i reparti". Ora Cecconello ci dirà che per un lungo periodo, fin quasi non dico agli ultimissimi anni, ma agli ultimi anni, c’erano uno o due allarmi al giorno per fughe di gas. "Ultimamente gli allarmi erano uno o due alla settimana", e non c’è mai stata una volta che abbiano sgomberato il reparto. E, badate, quando si verificava una fuga, avevano la segnalazione di una fuga, dovevano arrivare se non erro con il cerca-fuga per andare in cerca di qual era il punto da cui fuoriusciva il gas e poi dovevano riparare la fuga e in tutto questo si impiegava parecchio tempo, con la conseguenza che in tutti questi periodi, non essendo sgomberati i reparti per poter continuare la produzione al fine di non interrompere il fruire del profitto, gli operai erano esposti alle esalazioni di cloruro di vinile. Ci sono poi da sottolineare e da ricordare alcuni mestieri, che erano particolarmente a rischio. Qualcuno credo parlerò degli insaccatori, anche se è abbastanza evidente che quelli che stavano ad insaccare il cloruro di vinile non potevano che darsi delle annusate di parti per milione di livello addirittura incredibile. Io volevo accennare solo agli autoclavisti. Gli autoclavisti erano quelli che entravano nelle autoclavi per pulirle periodicamente. Si dice: mah, gli autoclavisti prima che entrassero si faceva una bonifica preventiva, poi si andava con il gas cronomatografico, si controllava che il livello di parti per milione fosse quasi inesistente e poi entravano; sì, però entravano con lo scalpello e il martello e spaccavano le croste di cloruro di vinile che si erano incrostate sulle pareti. Vi lascio immaginare quante migliaia parti per milione si inalavano questi disgraziati, che infatti sono presenti in numero non indifferente nella lista dei morti e nella lista degli ammalati, e non c’era nessuna maschera. Io so, per l’esperienza di aver fatto per moltissimi anni infortunistica sul lavoro, che le aziende in genere dicono: "Ma gli operai non vogliono mettersi la maschera, perché gli dà fastidio". È vero, però sempre quell’Art. 4 che ricordavo prima stabilisce l’obbligo a carico del datore di lavoro di disporre ed esigere – esigere – che i singoli lavoratori osservino le norme di sicurezza ed usino i mezzi di protezione messi a loro disposizione, che fra parentesi qui non c’erano. E mi viene in mente, ma parlo di fine Anni Cinquanta, un ingegnere della (Save), c’era ancora la Save, me lo ricordo uno magrolino che mi diceva: "Ma sa Avvocato, io sono in ottimi rapporti con i dipendenti etc., però in materia di rispetto delle regole antinfortunistiche sono inesorabile, perché non voglio avere il rimorso di qualche morto sulla coscienza". L’Eni e l’Enichem, quindi, devono rispondere gli imputati che fanno capo a queste aziende, così come gli imputati che fanno capo alla Montedison e non possono ripararsi dietro: "Ma io non sapevo", "non conoscevo", "non sapevo degli inquinamenti" etc. Perché c’è un episodio su cui voglio intrattenermi e spero per breve tempo, in maniera di rimanere nell’ambito dei quarantacinque minuti che mi sono proposto, c’è un episodio del 1988, l’episodio dell’American (Aprisal), del quale se non mi sbaglio non a caso la sentenza non ha parlato, che dimostrano in maniera clamorosa che queste due aziende erano a conoscenza o erano state edotte della situazione dei loro impianti e lo era, in particolare, quel Lorenzo Necci il quale, sentito non davanti al Tribunale, ma in istruttoria, ha detto tranquillamente: "Io non sapevo niente, non sapevo; io mi occupavo di collocare le azioni, i problemi della salute, della salvaguardia non mi riguardavano". Allora che cosa avviene nel 1988? Ci sono delle trattative fra la Montedison che ha 120 stabilimenti e l’Eni che ha 40 stabilimenti, per mettersi insieme e creare l’Enimont. Viene fatta una valutazione di queste aziende, di questi 160 stabilimenti, ma la valutazione viene fatta da due banche degli Stati Uniti e, siccome sono due banche, evidentemente queste banche non si pongono il problema dell’inquinamento ambientale. Se non che, l’Eni è un’azienda pubblica e, per disgrazia dei suoi dirigenti, in particolare del suo Presidente di allora, Lorenzo Necci, Ministro delle Partecipazioni Statali è uno che fa il Ministro sul serio, che è l’Onorevole Fracanzani, il quale saputo, come non poteva non essere investito di questo problema, dice: "alt"; manda una lettera a Reviglio, che è l’allora Presidente dell’Eni, e dice: "Ma avete valutato il problema dell’impatto ambientale?". Panico generale, perché naturalmente di questo problema non se lo sono neanche posti nell’anticamera della mente delle trattative. Allora, per far fronte a questa richiesta, si precipitano dall’American Aprisal, che è l’azienda più rinomata di valutazioni di aziende e dicono: "Esaminate le nostre aziende, date una valutazione". Questi rispondono: "C’è troppo poco tempo". Siccome però il Ministro insiste, tornano alla carica con American Aprisal e dicono: "Va bene, non dovrete andare ad esaminare azienda, stabilimento per stabilimento, vi facciamo per ogni stabilimento una scheda, fate qualche sopralluogo e ci date una valutazione", e infatti la lettera 28 settembre 1988 che conferisce l’incarico dice: "È da accertare lo stato fisico degli impianti in relazione alla loro capacità di massima di operare nel rispetto delle vigenti norme in materia di prevenzione di inquinamento ambientale e della loro capacità produttiva, con particolare riferimento ai livelli di produzione previsti dai piani triennali elaborati da Eni e da Montedison". Quindi l’oggetto dell’esame è l’impatto ambientale, sia pure sulla base delle schede. L’American Aprisal accetta l’incarico, per quanto abbia poco tempo a disposizione, all’incirca tre settimane, dicendo, scrivendo. "Per quella parte dell’indagine relativa alla compatibilità degli effluenti degli impianti alle vigenti normative di sicurezza ambientale, la nostra società si avvarrà dell’opera di una primaria società specializzata e cioè la (Emas)". C’è l’accordo che ciascuna delle due parti, Montedison da una parte e Eni dall’altra, nomineranno un rappresentante. La Montedison nomina un certo signor Cerami, a cui purtroppo questo incarico non ha portato fortuna, perché è deceduto prima dell’inizio di questo processo e l’Eni il signor Riva, quello di cui alla deposizione del 23 febbraio del 2001, cui accennavo prima. Viene fatta una relazione in più parti. La relazione, nella parte D), è una bozza per eventuali commenti denominata "draft". Il compenso, per tre settimane di attività su schede, viene stabilito in un miliardo e 300 milioni: 400 milioni subito e 900, come dire, alla consegna; e poiché eravamo nel 1988, io sono andato a guardarmi i dati Istat della contingenza, bisogna moltiplicare queste cifre per 1,91. Per cui i mille e 300 miliardi diventano quasi 3 mila, anzi 2.453 per l’esattezza e specialmente i 900 milioni che dovevano pagare alla consegna ammontano alla non disprezzabile cifra di un miliardo e 719 milioni. Fanno queste attività in tre settimane e poi presentano A), B), C), D), il draft. Ora qui succede un dramma, perché sulla pagina 33 del draft, che non potendo proiettare nella bozza mi permetto di consegnarvi in copia fotostatica… Questa pagina 33 del draft, nella sua originale composizione prima delle correzioni, ricorda che è un problema generale dell’industria chimica lo smaltimento dei rifiuti all’interno degli stabilimenti, senza rispetto per normative – come è avvenuto per un lungo tempo a Porto Marghera – col pericolo di inquinamento delle falde acquifere e sottolinea sempre la necessità di accertamenti. C’è ad un certo punto una frase, quella che vedrete cancellata, che dice testualmente: "È superfluo sottolineare – perché dovrebbe essere noto, se è superfluo sottolineare – che situazioni del tipo appena descritto – cioè l’interramento dei rifiuti con possibile contaminazione delle falde acquifere – possono causare seri problemi economici e di responsabilità civile e penale per i futuri proprietari delle aree in questione". Apriti cielo! Se Fracanzani legge, salta il matrimonio, e viene sollecitato, visto che era un Ministro che insomma il suo mestiere cercava di farlo, a mettere il naso nella gestione delle aziende pubbliche, cosa che ai boiardi di Stato non faceva molto comodo, e non c’è dubbio che a Marghera i rifiuti sono stati interrati per un lungo periodo. Anzi, io ho sentito dire – e ve la vendo come l’ho sentita dire – che la buonanima di Raul Gardini, che per un certo periodo se non erro è stato Presidente, voleva costruirci un eliporto sopra, così schiacciavano ancora più di più i rifiuti sempre più verso le falde acquifere, per cui gli abitanti di Marghera avrebbero bevuto non solo acqua minerale, ma addirittura acqua minerale gassata. Allora, di fronte a questo, si interviene e si ottiene – e figuratevi, gli dovevano ancora 900 milioni, pari a mille e settecento milioni di adesso – quelle correzioni che sono visibili, per fare apparire i rilievi come puramente ipotetici, non come cose realmente avvenute, in particolare non come realmente avvenuto l’inquinamento delle falde acquifere. E qui c’è un piccolo giallo. Chi l’ha chiesto? Ora, evidentemente non è stata l’American Aprisal, che si è fatta le correzioni da sé sulla bozza che aveva presentato ai suoi committenti. È stato o Cerami, il quale poveretto è defunto, non può parlare, o Riva, rappresentante dell’Eni, o entrambi. Comunque, siccome erano entrambi che controllavano ed erano, come dire, i rappresentanti della Montedison e dell’Eni nei confronti dell’American Aprisal, è chiaro che l’uno doveva sapere cosa faceva l’altro e cioè la cosa, la richiesta, è avvenuta non certo all’insaputa di nessuno dei due. Ma la cosa è abbastanza irrilevante, perché fra l’altro Riva al dibattimento, sempre in quell’interrogatorio mi pare del 23 febbraio del 2001, a pagina due dice che Necci ha sollecitato le modifiche e a pagina 7 tira un po’ i remi indietro, ma dice sempre: "Sicuramente tutte queste cose le ho discusse con il mio Presidente, che era Necci". Conseguenza: era noto alle aziende, ed in particolare a Necci, l’interramento dei rifiuti, l’inquinamento delle falde acquifere, la possibilità delle responsabilità civili e penali, e si è cercato di nasconderlo. Ho ricordato prima che Necci in istruttoria è stato interrogato e ha detto: "Io, boh, non sapevo niente; io mi occupavo della collocazione delle azioni Enimont e non del problema della salute e dell’inquinamento", anche se ad un certo momento ha detto: "Sì, è vero, ho sentito parlale della American Aprisal, mi devono anche aver messo sul tavolino della relazione, ma io ovviamente non l’ho letta", perché lui – per carità – vendeva le azioni, andava in giro per le strade a vendere le azioni dell’Enimont. Come dire a Cefis, che viceversa è venuto a rispondere all’interrogatorio e ha detto: "Io del problema della salute dell’inquinamento non me ne sono mai occupato; io avevo delegato a dei miei dirigenti bravissimi questo problema", e per fortuna che erano bravissimi, perché altrimenti sarebbe stata la notte di San Bartolomeo, non lo so, un’ecatombe, invece che una strage, che purtroppo invece è avvenuta. Ma qui sorge un problema, e su questo chiudo. È possibile, anzi, è lecito per un Presidente, per un amministratore delegato, per un direttore generale, per un responsabile medico, dire: "Ma io non sapevo niente"? Io ritengo di no e ritengo che voi dobbiate affermare che non è lecito. Le funzioni di Presidente, di amministratore delegato, di direttore generale, di responsabile medico, non sono obbligatorie; nessuno è obbligato ad andare a fare il Presidente dell’Eni o il Presidente della Montedison. Sono una scelta, ma quando si fa questa scelta si assumono delle responsabilità, perché è vero che la Cassazione mi pare di aver visto una sentenza o più sentenze che dicevano: ma insomma il Presidente, se ha delegato qualcuno all’infortunistica, non risponde di un singolo infortunio, di un singolo infortunio sul lavoro, ma di un’ecatombe come quella che c’è stata a Marghera, con le conseguenze che noi ignoriamo sulla popolazione di Marghera, perché nessuno ha fatto un’indagine su che conseguenze ha avuto sulle persone che abitano nei dintorni del Petrolchimico… appena fatta, bene, complimenti, speriamo che ne faccia dare i risultati. Bene, non si tratta di un singolo infortunio, ma si tratta di scelte generali, di scelte generali sugli investimenti per manutenzioni, sui miglioramenti dello stato degli impianti, sulle misure organizzative, che devono essere adottate in funzione della salvaguardia della salute ed in funzione della salvaguardia dell’ambiente. Tutto ciò non è stato fatto e per questo devono rispondere i Presidenti, gli amministratori delegati, i direttori generali, i responsabili medici, cioè gli imputati di questo processo, di cui non a caso anch’io mi associo agli altri colleghi e mi associo al Procuratore Generale e al Pubblico Ministero per chiederne la condanna.

 

PARTE CIVILE – Avv. Scatturin - Io dovrò mio malgrado impegnare l’accezione della Corte per almeno un paio d’ore. Lei pensa che comincio subito o pensa di dover fare una pausa?

 

PRESIDENTE – No, cominci subito e casomai interrompiamo a metà. Va bene, dieci minuti e poi dopo proseguiamo.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.00.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.25.

 

PARTE CIVILE – Avv. Scatturin – Presidente, io difendo le Parti Civili Medicina Democratica e Alcacub, Federazione Provinciale di Venezia. Il discorso sarà rivolto a documentare lo svolgimento storico della conoscenza delle sostanze lavorate al Petrolchimico di Marghera e la sua incidenza storicamente ordinata relativa ai fatti del primo capo di accusa, in particolare la costante inosservanza del principio di precauzione e la sussistenza, tra le imprese chimiche, di un patto di segretezza. Gli argomenti che esporrò sono appoggiati ad uno studio del consulente tecnico di Medicina Democratica, professor Vladimiro Scatturin. Come ho già detto dovrò, mio malgrado, occupare l’attenzione della Corte per un paio d’ore. Io chiedo al Presidente di autorizzarmi a parlare da seduto, per via dell’anagrafe.

 

PRESIDENTE – Sì, prego.

 

PARTE CIVILE – Avv. Scatturin – Seguendo puntualmente le tesi degli imputati, il Tribunale ha affermato che gli Anni Cinquanta e Sessanta, sino all’inizio degli Anni Settanta, furono vissuti dai responsabili dell’impresa chimica di Marghera alla stregua di una stagione di infantile ignoranza, interrotta bruscamente dalle drammatiche notizie delle morti per angiosarcoma diffuse dalla Gudric di Louisville, correlate dalle conoscenze di Pierluigi Viola e dalle ricerche condotte da Maltoni. Negli anni successivi, la vocazione umanitaria attribuita dal Tribunale ai responsabili del Petrolchimico avrebbe avuto il sopravvento, perché i rimedi sarebbero stati immediatamente disposti al punto di trasformare in tempi brevi un luogo di estremo pericolo in una fabbrica illuminata. Questa ricostruzione dei fatti, tuttavia, è legata alla logica della libera opinione e non a quella della rigorosa constatazione diretta alla formazione del giudizio, che per via di induzione esamina i fatti e ne ricerca il collegamento ai fini della scoperta di un nesso causale. Le Sezioni Unite della Cassazione su questa fondamentale questione hanno riconosciuto che lo stesso modello condizionalistico orientato secondo leggi scientifiche, sottintende il distacco da una spiegazione di tipo puramente deduttivo che implicherebbe un’impossibile conoscenza di tutti gli antecedenti sinergicamente inseriti nella catena causale e di tutte le leggi pertinenti da parte del Giudice, il quale ricorre invece, nella premessa minore del ragionamento, ad una serie di assunzioni tacite presupponendo come presenti determinate condizioni iniziali e di contorno, spazialmente contigue e temporalmente continue, non conosciute o soltanto congetturate, sulla base delle quali – cetiris paribus – mantiene validità l’impiego della legge stessa. E poiché il Giudice non può conoscere tutte le fasi intermedie attraverso le quali la causa produce il suo effetto, né procedere ad una spiegazione fondata su una serie continua di eventi, l’ipotesi ricostruttiva formulata in partenza su nesso di condizionamento tra condotta umana e singolo evento, potrà essere riconosciuta fondata soltanto con una quantità di precisazioni e purché sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso e alternativo decorso causale. Per cui, ove si ripudiasse la natura preminentemente induttiva dell’accertamento in giudizio e si pretendesse comunque una spiegazione causale di tipo deterministico enomologico deduttivo, secondo criteri di utopistica certezza assoluta, si finirebbe col frustrare gli stessi scopi preventivi repressivi del diritto e del processo penale in settori nevralgici per la tutela di beni primari, come è nel nostro caso. Questi principi consentono di azzerare il ragionamento che ha portato alle due ipotesi sulle quali il Tribunale ha costruito la sua decisione, quella dell’assoluta ignoranza della natura tossica e cancerogena delle sostanze lavorate al Petrolchimico e quella del fulmineo risanamento degli impianti non appena queste conoscenze furono acquisite. Sul primo punto, si deve osservare che appare inverosimile l’esistenza di una comunità scientifica alla fine degli Anni Sessanta, che avrebbe unanimemente affermato di non ritenere significativi gli esperimenti del medico di fabbrica, Pierluigi Viola, secondo cui concentrazioni elevate di cloruro di vinile monomero producevano tumori maligni nei ratti. Di fronte a questi studi, la comunità scientifica descritta dai Giudici del Tribunale avrebbe espresso una regola di non estrapolazione dei risultati dei ratti all’uomo e avrebbe elaborato la decisione di rimanere in attesa di una conferma; un’attesa che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata passiva, dato che l’iniziativa di estendere gli studi di Viola fu presa non dalla comunità scientifica, né dalle istituzioni pubbliche deputate alla ricerca, ma dalla stessa parte interessata, la Montedison, che ne commissionò l’esecuzione a Cesare Maltoni. In tal senso, per queste arbitrarie ricostruzioni dei fatti, abbiamo detto che la logica del Tribunale è quella delle libere opinioni soggettive e non quella dell’obiettivo e conseguente esame dei fatti che deve improntare l’indagine rivolta ad un corretto giudizio. Solo con enorme ritardo, nell’agosto 1978, l’azienda compilò una scheda lavori relativa alla pulizia interna delle autoclavi, descritta dai nostri consulenti Carrara, Mara, Tiene, con memoria del 24 ottobre 1999, capitolo 9 sub 4. Discorso analogo va fatto per le operazioni di pulizia degli essiccatori rotativi del polimero PVC, dei serbatoi della sospensione, dei filtri dell’aria, del serbatoio di recupero del cloruro di vinile monomero e di tante altre parti degli impianti soggette a gravi rischi. Le nuove procedure non tutelarono affatto la salute degli addetti e non furono in grado di determinare il crollo delle esposizioni a CVM negli ambienti di lavoro, come afferma al proposito l’Avvocato Padovan, pagina 2 della memoria depositata il 16 dicembre 2003. La nota strategica relativa alla formazione del budget di manutenzione per gli anni 1978 – 1980, datata 1 giugno 1977, vigente la Presidenza Cefis, costituì infatti una radicale e regressiva modifica delle procedure in campo manutentivo, che hanno certamente aggravato i livelli di esposizione a CVM per gli addetti ai processi produttivi. Mi limito a sottolineare che le presunte modifiche gestionali imposte dai responsabili dell’azienda per ridurre drasticamente le manutenzioni aggravarono i livelli di esposizione a CVM per il periodo successivo al giugno 1977. Questa nota, acquisita agli atti del processo, dimostra che queste regole regressive interessarono anche i periodi precedenti. Nel documento della Montedison, infatti, si legge testualmente: "Nel 1977 e negli anni precedenti, si sono avute campagne per il risparmio, azioni di (squising) – che vuol dire spremitura dei soldi – imposizione di plafond – soglie massime – e la direzione è stata estremamente esplicita in proposito: le iniziative tendenti alle riduzioni dei costi non possono e non devono avere un carattere saltuario o temporaneo". Circa il monitoraggio la sentenza del Tribunale, ancora una volta puntualmente in linea con le Difese degli imputati, richiama mere ipotese di calcolo. Infatti si ragiona in mancanza della prova dei controlli istituzionali degli Enti Pubblici competenti, controlli che nella migliore delle ipotesi erano ridotti a puro e semplice riscontro di dati forniti dalle imprese. In altri termini, manca la prova della verifica delle installazioni e delle garanzie offerte in ordine al calcolo corretto delle concentrazioni delle sostanze presenti nell’ambiente e nei luoghi delle manutenzioni e degli interventi portati alle singole apparecchiature. Si vuol dire che tutto questo discorso del monitoraggio è legato nel nostro caso a manipolazioni effettuate in assenza di ispezioni degli Enti Pubblici competenti e in assenza di un contraddittorio sulla loro esatta collocazione e sul loro corretto funzionamento. Il Tribunale, in sostanza, si è tranquillamente affidato a discorsi della Difesa non controllati e non provati, su una questione che costituisce il presupposto dell’intero discorso architettato per dimostrare l’inesistenza di un nesso di condizionamento sotto la soglia di un p.p.m. e mezzo, circa i rischi cui erano sottoposti i lavoratori. Il Tribunale rincara la dose e afferma che il Pubblico Ministero non tiene conto che l’addebito di mancata informativa alle maestranze sussiste solo nel momento in cui l’azienda aveva elementi per ritenere dimostrato scientificamente un rischio cancerogeno per la salute dei lavoratori. Tesi aberrante, diciamo noi, che cancella il fondamentale principio di precauzione contraddetto anche dal fatto che le agenzie governative americane e quelle europee, molto tempo prima della scoperta sperimentale convalidata, indicarono soglie di esposizioni via via decrescenti; tesi contraddetta ancora dal fatto che la ricerca di Maltoni fu promossa da una committenza che presupponeva evidentemente il fondato sospetto, da parte del committente, della natura cancerogena del CVM e delle sostanze adoperate nei processi produttivi; contraddetta per di più dal fatto che la natura cancerogena del CVM era già stata prospettata molto tempo prima da Pierluigi Viola, con le sperimentazioni indotte dalle patologie verificatesi alla Solvay di Rosignano. Per ornare il discorso dell’innocenza, la Difesa degli imputati arriva a dire che in un momento in cui non c’erano ancora consapevolezze, Montedison si assunse il compito di svolgere e perfezionare le ricerche sperimentali e di comunicarne i risultati alla comunità scientifica internazionale e alle autorità pubbliche, e questo fece puntualmente. Altrettanto puntualmente, nella stagione della asserita ignoranza seguita dal miracoloso slancio dei successivi rimedi, il gruppo societario che governò e governa tuttora il Petrolchimico, dimenticò letteralmente di ricorrere a quei rimedi che avrebbero risparmiato, nel giro di questi ultimi trent’anni, una serie interminabile di incidenti rilevanti. L’elenco dettagliato di questi incidenti comporterebbe una lettura prolungata, che ci costringe a limitare i richiami ai quattro ultimi eventi catastrofici colpiti da altrettante condanne: la fuga di ammoniaca anidra, nel dicembre del 1998, riconosciuta colposa con sentenza del 7 giugno 2002 dal Giudice Spaccasassi; ancora, la fuoriuscita di ammoniaca in combusta dalla fiaccola BT 101/3 con sentenza di condanna del 12 febbraio 2003 del Giudice Roberta Marchiori; il più vicino incidente, dell’8 giugno 1999, per la fuga di tre tonnellate di cloruro di vinile monomero, ugualmente riconosciuta colposa dal Giudice monocratico Dottoressa Natto, con sentenza del 24 ottobre 2003; e ancora, per la fuoriuscita di sfiati acidi avvenuta al Petrolchimico il 9 marzo 2001, tuttora all’esame dibattimentale del Giudice monocratico Dottoressa Bitozzi. In realtà, il processo al Petrolchimico di Marghera ha messo in evidenza quanto era noto e scientificamente accertato da tempo e cioè che la esposizione al cloruro di vinile monomero, al polivinilcloruro e al dicloroetano, dà luogo ad una patologia chiamata alla fine degli Anni Settanta malattia cronica da CVM. Le manifestazioni di questa malattia riguardano le alterazioni vascolari delle mani, sindrome di Reynaud, le lesioni ossee delle dita, acrosteolisi e il cancro, che si presenta con tumori primari ai vari organi, in particolare fegato e polmoni. Il cancro da CVM manifesta, tra gli altri, un tipo molto raro di tumore aggressivo: l’angiosarcoma epatico, con sintomi assai gravi e con esiti infausti. Nel nostro caso, gli esposti a CVM e quindi al rischio delle relative malattie, sono gli addetti alla produzione del monomero, soggetti ad un ulteriore rischio oncogeno per l’esposizione a dicloroetano, DCE, da cui si ottiene per trattamento termico il cloruro di vinile monomero. Esposti a CVM sono altresì gli addetti alla polimerizzazione del monomero e gli addetti all’insacco alla produzione dei formulati di PVC, all’effettuazione delle attività di analisi e stoccaggio delle materie prime e dei prodotti finiti della filiera produttiva, nonché degli addetti alle manutenzioni degli impianti. Una folla enorme di operai e di impiegati. A giudizio della Parte Civile, la cronologia delle conoscenze relative a queste patologie, in parallelo a quella del comportamento delle imprese chimiche, consente di incontrare in termini storicamente definiti e realistici i fatti richiamati in entrambi i capi di imputazione. La strategia delle imprese è quella di ritardare il più possibile l’acquisizione e la diffusione delle conoscenze qualora essa minacci il profitto, pur essendo l’impresa cosciente di doverle usare per una produzione senza rischi. Le imprese chimiche e gli imputati di questo processo hanno invece disprezzato quel principio di precauzione conseguente alle nocività evidenziatesi negli Anni Cinquanta e Sessanta, che avrebbero dovuto indurre alla tempestiva eliminazione dei pericoli. I Giudici non potevano non occuparsi della storia relativa alla patologia da CVM, PVC e dicloroetano. Le sbrigative motivazioni contenute nelle prime 300 pagine della sentenza coincidono letteralmente con quelle delle Difese degli imputati, trascurando in modo sorprendente il cumulo di documenti raccolti dall’Accusa e dalle Parti Civili, ignorati nei pochi casi in cui nella sentenza si è fatto ad essi riferimento. Il Tribunale, in definitiva, si è affidato ai pareri dei consulenti tecnici della Difesa degli imputati, trascrivendo letteralmente i loro giudizi, senza raffrontarli e discuterli con le valutazioni contrarie dei consulenti dell’Accusa e delle Parti Civili, ricavandone un’opinione fatta propria oltre i limiti delle competenze tecniche di cui il Tribunale di per sé disponeva. In tal modo, secondo noi, il Tribunale ha dimenticato che il consulente tecnico dell’imputato è un difensore che ha l’obbligo, sia pure nei limiti della discrezione, di sostenere le ragioni della parte che assiste e non è tenuto a manifestare verità sfavorevoli all’imputato. Quel che conta soprattutto sfatare è la perniciosa illusione che il Giudice, oltre che essere perito dei periti, possa essere anche il Giudice senza perito e quindi l’usurpatore di una competenza di cui è privo, competenza che, ove mai ne fosse dotato, non potrebbe utilizzare nel processo senza perdere la imparzialità, confiscando il contraddittorio. È pure sorprendente che il Tribunale abbia considerato accertato e conosciuto il rischio oncogeno del cloruro di vinile monomero, in base a risultati comunicati pubblicamente solo all’inizio del 1974, sentenza pagina 18. Anche a questi Giudici del Tribunale appare irrilevante il principio di precauzione conseguente alle ricerche compiute sulla nocività del CVM, a partire addirittura dagli Anni Trenta – Quaranta, pure ammettendo nelle conclusioni che se esso, il principio di precauzione, fosse divenuto non solo in tempi recenti patrimonio della cultura scientifica, industriale e legislativa, avrebbe potuto salvare molte vite umane, sentenza nelle considerazioni conclusive a pagina 1034. La cronologia delle conoscenze relative alla nocività del cloruro di vinile monomero, PVC e DCE, è stata esposta al Tribunale nell’udienza del 7 ottobre 1998 ed è stata pubblicata nella rivista "Medicina democratica" numero 122 e 124, gennaio e giugno 1999, pagine 73 – 79, acquisita agli atti. Si integra quanto è stato documentato per metterlo a confronto con le motivazioni della sentenza, utilizzando una raccolta di documenti illustrata da due storici americani, (Gerald Marcoviz) e (David Rosnelt), docente alla New York University e alla Columbia University degli Stati Uniti. Si tratta di centinaia di documenti archiviati, acquisiti in parte e con la rogatoria al processo, che attestano dell’attività della associazione imprenditoriale americana, una sorta di federchimica statunitense, "Manufacturing Chemist Association", M.C.A., ora "Chemist Manufacturing Association", che ha riunito imprese chimiche americane ed europee, tra cui la Montedison. La raccolta di documenti archiviati copre il periodo dal 1959 al 1974, in cui la ricerca della nocività di quei prodotti è stata particolarmente intensa. I due storici, Marcoviz e Rosnelt, hanno esaminato criticamente la documentazione M.C.A. e il loro studio storico è stato riportato in tre numeri della rivista scientifica italiana "Epidemiologia e prevenzione", da noi prodotti con i nuovi motivi d’appello, dal titolo: "Il cloruro di vinile e l’industria chimica in America e in Europa, le prove di cospirazione illegale delle imprese". Le informazioni fornite da questi specialisti consentono di mettere in evidenza contraddizioni, errori e silenzi della sentenza di proscioglimento in ordine alle conoscenze relative alla nocività di CVM e PVC, e il criminoso patto di segretezza su queste conoscenze sottoscritte dalle imprese americane ed europee per non svelare la nocività di questi prodotti e, in particolare, la loro natura tossica e cancerogena. Sono conoscenze confermate dalla documentazione dell’accusa prodotta nel giudizio di primo grado, a pagina 9 della sentenza tuttavia si legge: "La principale preoccupazione che si nutriva all’inizio della produzione industriale di PVC mediante la polimerizzazione del monomero era legata alla idoneità della sostanza gassosa di causare miscele esplosive con l’aria a concentrazioni di circa 30 mila parti per milione; per contro, il monomero era considerato scarsamente tossico, tanto che fu impiegato come gas anestetico e utilizzato come propellente spray fino ai primi Anni Settanta e in tale contesto di conoscenze furono condotti i primi studi sulla tossicità del CVM, che fermarono l’attenzione sugli effetti conseguenti ad esposizioni a dosi molto elevate". Questo il Tribunale a pagina 9 della sentenza. Certo che i limiti di esplosività e quelli di incendio delle miscele gassose con CVM preoccupavano anche il Petrolchimico di Marghera, evidentemente; a rischio però non erano le sole apparecchiature, visto che la ricerca e riparazione delle considerevoli fughe di cloruro di vinile monomero venivano fatte fare agli addetti, senza alcuna precauzione per la loro esposizione alla tossicità delle sostanze. Il CVM e il PVC erano notoriamente tossici su un animale, sin dal 1930 confermati tali, negli anni del periodo bellico, verificati sistematicamente alla fine degli Anni Cinquanta, da (Mastromonteo) e (Tolkenson), in quanto colpivano gli organi degli animali sino alla loro morte, con lesioni renali e polmonari. La tossicità riscontrata nel modello animale e le relative sperimentazioni sono state riconosciute dai Giudici estensori della sentenza, che non hanno fatto cenno però alla nocività riscontrata nell’uomo negli Anni Quaranta e Cinquanta e poi anche negli Anni Sessanta e i primi Anni Settanta. Nel 1957 la Filatova ed altri denunciano sindromi angio-neurotiche nei lavoratori di sostanze plastiche poliviniliche e suggeriscono misure di prevenzione. Nel 1960 vengono addirittura riportati due decessi per una esposizione di mezz’ora a CVM, di decessi imputati a disturbi cardiocircolatori. Di queste sperimentazioni sull’uomo non si fa cenno nella sentenza, se non per criticare il richiamo dell’Accusa alle sacrosante cautele contro i rischi professionali, cautele imposte con D.P.R. 547 del 1955 e D.P.R. 303 del 1956, capitolo della sentenza intitolato "Causalità generale da esposizione a cloruro di vinile", da pagina 148 fino a pagina 179. Consegue, da questa accertata nocività del CVM, il fatto che nel 1954 la stessa Federchimica americana, Manufacturing Chemist Association, M.C.A., si noti bene M.C.A. e non un organismo istituzionale americano, allora non esistente come l’OSHA, Occupational Safety and Healt Administration, che controlla al presente i limiti di esposizione delle sostanze nocive; la M.C.A., ripeto, suggerisce per le sue associate un TLV di 500 parti per milione per il cloruro di vinile monomero. Un limite come questo, di 500 parti per milione, consentiva di mantenere immodificati gli impianti, senza troppa attenzione per l’esposizione e la salute degli addetti; un limite di 500 parti per milione che ha subito forti e ripetute correzioni in calo sino a quelle attuali. Questo limite era considerato preoccupante ben prima della certezza a metà degli Anni Sessanta che il CVM procurasse patologie croniche nei lavoratori. Infatti, già nel maggio del 1959, si sapeva alla (Dout Chemical) che non esistevano dati adeguati sulla tossicità da CVM e il responsabile di questa informazione affermava che, in base alle sue ricerche, il limite adottato per il CVM avrebbe prodotto danni rilevanti nei lavoratori. L’affermazione di (Rou) di basava sulle sue ricerche sui conigli, che già a 200 parti per milione di esposizione al CVM avevano alterazioni al fegato. In conseguenza di queste segnalazioni, la Dout Chemical spostò nel 1961 il TLV del cloruro di vinile monomero nei suoi impianti da 500 a 50 parti per milione. Nel capitolo della sentenza, la coorte di Marghera e la casistica processuale, pagine 179 – 260, i Giudici riportano che l’Accusa indica 26 parti offese per acrosteolisi, Sindrome di Reynaud, patologie tipiche della malattia da CVM. Di queste ventisei parti offese, il Tribunale dice che ha ritenuto di individuare dieci casi di acrosteolisi – Sindrome di Reynaud sulla base delle risultanze anamnestiche, dell’esame obiettivo e degli esami strumentali. Diciamo noi, sarebbe interessante sapere in base a quali risultanze il Tribunale abbia escluso più di metà delle parti offese segnalate dal Pubblico Ministero e comunque il Tribunale ammette che non si è provveduto tempestivamente al loro allontanamento, ovvero alla predisposizione di misure cautelative mediante l’introduzione di diverse procedure operative e l’adozione di mezzi di protezione individuale, per evitare il contatto diretto tra le mani e il CVM. La responsabilità per tali malattie, pertanto, diciamo noi, va addebitata a chi all’epoca ricopriva posizioni di garanzia. Ed ancora, la casistica esaminata conferma che si tratta di lavoratori non solo esposti ad alte concentrazioni, svolgenti mansioni idonee per l’insorgenza delle patologie in questione, patologie già osservate alla metà degli Anni Sessanta, cui seguirono gli esperimenti sugli animali ad opera di Viola e di altri ricercatori, che daranno conferma già nel 1969 della associazione di tale patologie alle alte esposizioni. Il Tribunale prosegue: "Si tratta di patologie che tendono a regredire con l’allontanamento dei lavoratori dall’esposizione e/o mansione a rischio. È presumibile che nei lavoratori considerati la patologia sia stata indotta in epoca precedente alla data di inizio della contestazione, 1969, trattandosi di lavoratori che sono stati assunti tutti in epoca remota e quindi soggetti alle alte esposizioni degli Anni Cinquanta e Sessanta", sentenza a pagina 258. La descrizione delle mansioni svolte dalle dieci parti offese ammesse dal Tribunale nel periodo indicato dalla sentenza e le patologie riscontrate permette, da un lato, di criticare le conclusioni del Tribunale e, dall’altro lato, di accedere alle strategie aziendali per ritardare l’accesso alle conoscenze sulle patologie acrosteolisi – Sindrome di Reynaud da CVM e alle motivazioni di queste strategie ritardatici. I responsabili dell’industria americana, Gudric, vennero a sapere della malattia da CVM, acrosteolisi – Sindrome di Reynaud, nel 1964, quando la malattia fu diagnosticata tra i lavoratori dello stabilimento di Louisville, nel Kentucky, dal dottor (Jhon Cric), che ne informò appunto i responsabili dello stabilimento. Poco dopo, il responsabile del settore medico della Gudric, (Rex Wilson), invitò il medico di un altro stabilimento Gudric a verificare con la massima riservatezza se esistevano casi simili tra i lavoratori del suo stabilimento. La Solvay europea sembra fosse a conoscenza di casi di acrosteolisi sin dal 1963 e aveva reso noto questi rischi ad altre industrie. Anche la Monsantor accolse informazioni riservate sulla diffusione della malattia da CVM nei suoi impianti. Si tenga presente che l’associazione imprenditoriale M.C.A. manteneva stretti rapporti tra le aziende europee e quelle nord americane; suo tramite, si tentò di occultare le notizie sui casi di acrosteolisi e Reynaud, in America e nel mondo. Ad esempio, il Vice Presidente della Gudric, (Henry Warner), venne a sapere nel gennaio del 1966 che un medico della Solvay di Bruxelles intendeva pubblicare una relazione sulla acrosteolisi riscontrata negli stabilimenti europei dell’azienda. La Gudric considerò tanto preoccupanti le possibili reazioni alla pubblicazione di un simile articolo, che Warner cercò di dirottare uno dei rappresentanti dell’azienda in Europa perché cercasse di deviare la stesura di un simile articolo o di influenzare il contenuto, per far sì che non contenesse una assoluta condanna al PVC. Gli accertamenti di una malattia come l’acrosteolisi, strana e mai identificata in precedenza, misero in opera una strategia di azione sui problemi relativi che l’industria avrebbe adottato per tutto il decennio successivo, e cioè lavorare al proprio interno per capire l’origine del problema e divulgare solo le informazioni adeguate a rassicurare l’opinione pubblica circa l’innocuità dei prodotti finiti, mentre ci si adoperava per evitare qualunque progetto di regolamentazione. Questo dicono Marcoviz e Rosnelt nella pubblicazione delle loro ricerche pubblicate in "Epidemiologia e prevenzione", volume 25 del 2001, pagina 192. Infatti, nel giugno 1966, dopo un incontro ristretto e riservato tra pochi rappresentanti delle società americane ed europee, la Gudric presentò i risultati delle indagini sulla acrosteolisi. La M.C.A. organizzò un incontro allargato da tenere in ottobre 1966 e in questo incontro allargato si discusse sulla strategia da seguire per affrontare il problema dei provvedimenti sanitari e per evitare iniziative di denuncia, sottolineando la necessità di mantenere il segreto sull’intera vicenda, a causa degli evidenti problemi di salute collegati alla produzione di PVC. I produttori di resine viniliche erano preoccupati che i prodotti finiti in mercato, in particolare quelli che servivano a confezionare gli alimenti, come contenitori e fogli di PVC; le informazioni sulla nocività di PVC e CVM avrebbero recato grande danno all’industria della plastica per le prevedibili azioni legali dei consumatori e l’inevitabile regolamentazione da parte governativa. Ad ogni modo, la M.C.A. accettò di finanziare uno studio epidemiologico sui lavoratori CVM e PVC di resine viniliche, che venne affidato per la realizzazione all’Università del Michigan, Institute for Industrial Healt. Nell’agosto del 1967, a tre anni dalla scoperta delle patologie da CVM, venne finalmente pubblicata la relazione sui trentun casi di acrosteolisi verificatesi alla Gudric. Come si vede, la strategia della riservatezza sulle notizie della malattia da CVM ha puntualmente funzionato, ritardando le conoscenze ufficiali, quelle che il Tribunale ritiene debbano essere sussunte perché note alla comunità scientifica da almeno tre – cinque anni. Dico anche cinque anni, perché questa strategia ritardatrice ha influenzato la sorte dello studio epidemiologico dell’Institute for Industrial Healt dell’Università del Michigan e i risultati dello studio finanziati dalla M.C.A., vennero presentati in via riservata dal Medical Adivisory (Commity) per M.C.A. nel febbraio del 1969, due anni dopo la pubblicazione dei casi di acrosteolisi su riviste scientifiche avvenuta nel 1967. Il documento metteva in luce che la esposizione al CVM non colpiva solo le strutture ossee, ma anche il tessuto connettivo ed era da considerare sbagliata l’ipotesi di una patologia localizzata solo alle dita. Ben più importante per l’industria, il fatto che il documento affermasse chiaramente che i lavoratori non erano protetti a 500 parti per milione e che era necessario scendere al di sotto di 50 parti per milione per una protezione efficace. Questa raccomandazione mise in allarme i membri del Comitato M.C.A., che bocciò il documento e lo modificò nel seguente furbesco modo, e cioè: visto che l’agente eziologico della malattia resta ignoto, è opportuno stabilire un livello di cloruro di vinile inferiore a 50 parti per milione come indice di una adeguata ventilazione. Le aziende produttrici di PVC pensavano così di dirottare sulle condizioni dell’ambiente di lavoro relative alla ventilazione la necessità di esposizioni al di sotto di 50 parti per milione di CVM, escludendo così che una esposizione così bassa potesse essere causa di malattia. Il Medical Advisory Commity e la M.C.A. ritenevano con queste modifiche del documento di allontanare le minacce di interventi legali non solo dei lavoratori, ma anche dei consumatori e delle autorità governative, per non parlare del costo degli interventi sugli impianti per diminuire e controllare l’esposizione al di sotto di 50 parti per milione e per non parlare del prevedibile calo delle vendite dei prodotti finiti vinilici. Come appena illustrato, già negli Anni Sessanta le industrie del vinilico, comprese le italiane, cercarono di tener segrete le patologie acrosteolisi – Sindrome di Reynaud da CVM, riuscendo così a ritardare di tre – cinque anni la cognizione della malattia che colpisce i lavoratori esposti; una strategia ritardatrice a favore di fatturato e di profitto, ma a scapito di salute e sicurezza dei lavoratori e consumatori, come avremo occasione di constatare con la cognizione della cancerogenicità di CVM nella seconda metà degli Anni Sessanta e inizio Anni Settanta, secondo modalità molto più organizzate e determinate. Ancora oggi, e a maggior ragione negli Anni Sessanta, anche le industrie del Petrolchimico di Marghera si interessano soprattutto di collocare i prodotti sul mercato, senza proporsi di studiarne preventivamente la nocività per l’uomo. Solo quando la sostanza prodotta e venduta manifesta una accertata azione nociva sull’uomo, l’azienda comincia ad occuparsi dei rischi e dei danni dovuti alla sua esposizione. L’azione delle industrie chimiche arriva a sostenere l’appoggio da parte della comunità scientifica secondo la massima condivisa dal Tribunale che "bisogna operare per uno sviluppo sostenibile senza allarmismi, sentenza pagina 17, cioè con interventi sugli impianti al minimo costo e senza inconvenienti, da parte di lavoratori e consumatori, anche di natura legale". In realtà, gran parte della comunità scientifica, se non tutta, afferma che nessun rischio può essere tollerato, in particolare quando è in questione la vita stessa delle persone addette alla produzione, come succede con i cancerogeni – vedi sull’argomento il parere del professor Maltoni in sentenza, pagina 16 e 17 e il verbale della riunione sul cloruro di vinile monomero avvenuta a Roma presso l’Istituto Superiore della Sanità il 17 aprile 1974, allegato numero 16 alla relazione tecnica di "Medicina democratica", Carrara, Mara e Tiene, 24 ottobre – 8 novembre 1999, relazione tecnica acquisita agli atti. La sentenza non dice granché di questa riunione, nella quale si afferma il principio del "rischio zero" per i cancerogeni. Ad ogni modo, i danni dei prodotti chimici nocivi del Petrolchimico, come nella fattispecie il CVM, che procura acrosteolisi – Sindrome di Reynaud e cancro, si riscontrano per forza prima nell’uomo, lavoratore o consumatore, e solo in un secondo momento nell’animale. Non esiste, come affermato in sentenza, una regola comunemente accettata nella comunità scientifica di non estrapolare all’uomo la nocività animale, sentenza pagina 11 – 12. Esiste invece una sperimentazione obbligata sull’uomo, conseguenza del fatto che industrie come il Petrolchimico di Marghera non sono attrezzate né si attrezzano per lo studio preventivo della nocività o meno delle sostanze, prima di produrle massivamente e immetterle sul mercato. Alla regola di non estrapolare, sembrano purtroppo aderire anche i Giudici nella loro sentenza, interpretando in modo errato il pensiero del professor Carnevale, consulente tecnico del Pubblico Ministero, che nella sua audizione del 5 giugno 1998 ha affermato: "Prima si manifestava il tumore nell’uomo e dopo si ricercava sperimentazione per la conferma sull’animale", sentenza pagina 12. Il Tribunale avrebbe dovuto soffermarsi, secondo noi, sul fatto che test biologici, anche semplici, sulla nocività dei prodotti chimici permetterebbero di prevenire produzioni massive e consumi estremamente pericolosi. Nella fattispecie, il riscontro dei danni sull’animale doveva quanto meno indurre i responsabili dell’impresa a realizzare immediati interventi. L’acrosteolisi e la Sindrome di Reynaud sono gravi malattie dovute con certezza all’esposizione a CVM. Le ricerche di Tribuc e Filatola del 1949 e del 1957 e quelle di (Cordié) e Suciu del 1966 e del 1967, indicano che il cloruro di vinile monomero provoca angiopatie in diversi organi del corpo umano. C’è da aspettarsi, allora, che i ricercatori interessati cercassero di indagare su esiti pericolosi anche di altra natura, dovuti alla esposizione a CVM, in particolare quando i ricercatori erano medici di fabbrica, quindi a conoscenza dei problemi sanitari dei lavoratori. Il medico Pierluigi Viola in Italia lavorava per la Solvay di Rosignano, Livorno, e il dottor Jhon Cric, negli Stati Uniti, effettuava controlli sanitari sui lavoratori della Gudric di Lousville nel Kentucky. Essi avevano individuato il problema della acrosteolisi nelle loro fabbriche e avevano scoperto la cancerogenicità del CVM nell’animale e nell’uomo. Lavorando in impianti petrolchimici, il dottor Viola aveva osservato casi di acrosteolisi tra il 1962 e il 1965 in sei delle otto fabbriche della Solvay italiana, che segnalò il rischio alle altre industrie italiane del settore, le quali ebbero modo di rilevare le stesse patologie tra i loro dipendenti. Alla riunione dei ricercatori italiani in Roma, aprile 1974, presso l’Istituto Superiore di Sanità, lo stesso Viola fa mettere a verbale: "Dal 1966 ho tenuto in osservazione due gruppi di operai, 300 e 200. Nel periodo di dieci anni, 1961 – 1971, ho osservato, su 271 operai, due casi di cancro al fegato, un tumore al cervello e una neoplasia polmonare; almeno tre casi di tumore sono stati osservati su gruppi di operai addetti ad altre lavorazioni". Questo è il verbale della riunione allegato alla relazione tecnica dei consulenti tecnici di "Medicina democratica", Carrara, Mara e Tiene, 24 ottobre – 8 novembre 1999, agli atti del procedimento. A causa della accertata acrosteolisi alla Solvay di Rosignano ed in altre industrie italiane di CVM e PVC, il dottor Viola ottenne il nulla osta della Solvay ad iniziare nel 1965 le sue ricerche sui ratti e indirizzò le sue ricerche non solo sull’acrosteolisi ai roditori, ma anche sulle lesioni cancerogene che vennero regolarmente osservate, come Viola stesso ha precisato, verbale della riunione presso l’Istituto Superiore della Sanità del 17 aprile 1974; lesioni riportate anche dal genetista Nicola Loprieno, a dimostrazione della cancerogenicità del CVM, vedi "Loprieno, cloruro di vinile, lavoro e nocività, esperienze e prospettive". Questa è una relazione di Loprieno al Convegno Fulc di Firenze del 3 settembre 1974, anche in "Sapere" 1974, novembre 30/07/1941. I risultati delle ricerche di Viola erano troppo importanti per non essere portati a conoscenza della comunità scientifica. Il dottor Viola presenta infatti il suo lavoro dal titolo "Viola Pierluigi, patology of vinil clorid", al sedicesimo International Congress on Occupational HEalt, a Tokyo, il 22 e 27 settembre 1969, Abstract R202, Tokyo 1969, pagina 2. Nell’Abstract, e cioè nell’estratto e non nel riassunto, come vorrebbe il Tribunale, si parla dei quadri patologici dell’encefalo, del fegato, delle ossa, dei ratti intossicati con CVM. Viola stesso chiarisce in proposito: "Nel primo lavoro presentato a Tokyo non furono menzionate le lesioni cancerogene osservate sugli animali, per necessità di ulteriori accertamenti e per titubanze di ordine soggettivo, in quanto non si riteneva la sperimentazione sugli animali capace di dimostrare una cancerogenicità anche per l’uomo", verbale della riunione presso l’Istituto Superiore della Sanità del 17 aprile 1974. Nell’Abstract di Tokyo, comunque, il dottor Viola raccomanda di ridurre il TLV del cloruro di vinile monomero negli impianti di polimerizzazione e di procedere alla pulizia delle autoclavi con mezzi automatici e non con mezzi manuali. Nei mesi successivi al settembre del 1969, Viola raccoglie dati più completi sulla cancerogenesi del cloruro di vinile monomero e presenta il suo lavoro al decimo International Cancer Congress di Houston, Texas, 22 – 29 maggio 1970, dal titolo: "Viola Pierluigi, cancerogenecy effect of vinil clorid, abstract in volume 29, section 3", Houston 1970, pagina 4. In esso si afferma che per i ratti il cloruro di vinile monomero è agente cancerogeno a tutti gli effetti. Non si capisce perché il Tribunale commenti questo "abstract" del Congresso sul cancro di Houston del 1970 come un riassunto e non un lavoro selezionato, sentenza a pagina 11. Certo è, però, che i Giudici collocano nel 1974 la conoscenza della cancerogenicità del cloruro di vinile monomero dopo le ricerche del professor Maltoni, mentre – come si è visto – questa conoscenza va collocata nella seconda metà degli Anni Sessanta e in maniera accertata dalla comunità scientifica nel 1970, e cioè al momento della conoscenza degli atti del Congresso sul cancro di Houston. Comunque il lavoro del dottor Viola viene pubblicato nell’autorevole rivista scientifica "Cancer research" del maggio 1971, assieme a due altri coautori italiani. Non è affatto vero quanto affermato in modo contraddittorio dalla sentenza a pagina 12, dove si dice: "I risultati a cui era pervenuto Viola non destarono particolari reazioni nella comunità scientifica e nelle istituzioni deputate a valutare i rischi e a fissare regole cautelative. Invece Viola venne invitato immediatamente dalla Occupational Healt Commity della M.C.A. a presentare i risultati del suo lavoro a Washington nel maggio 1971, nello stesso mese della pubblicazione sulla rivista "Cancer research", vedi sentenza a pagina 12. In conseguenza di questo incontro, la M.C.A. cominciò ad occuparsi di far svolgere ricerche sugli effetti cancerogeni del CVM e a preparare uno studio epidemiologico sul personale degli impianti americani di CVM e PVC. D’altro canto, il professor Caputo, collaboratore del dottor Viola, ben noto ricercatore dell’Istituto tumori "Regina Elena" di Roma, segnalò al Ministero della Sanità la necessità di programmare una ricerca sui tumori indotti da CVM inalato ai ratti, 70% all’epidermide e 30% al polmone, sentenza a pagina 12. L’affermazione contraddittoria del Tribunale accredita il lavoro del dottor Viola, per appoggiare quello successivo di Maltoni, sul quale il Tribunale si intrattiene a lungo, mentre dedica solo qualche cenno al lavoro di Viola, per lo più critico. Si dà il caso che la conoscenza della cancerogenicità del cloruro di vinile monomero risalga al 1969, se non prima, in base alle ricerche di Viola, mentre si ritarda questa conoscenza al 1974 – 1975, in base ai risultati di Maltoni e dei ricercatori americani; un ritardo utile all’impresa e ai suoi affari, come prima ricordato per l’acrosteolisi e per il morbo di Reynaud. Ma torniamo alla fine del 1960, quando la comunità scientifica aveva preso conoscenza degli atti dei Congressi di Tokyo e di Houston del 1969 e del 1970. Il professor Bartalini, uno degli imputati, responsabile di "Medicina e igiene del lavoro" della Montedison, non poteva non conoscere le ricerche di Viola. Si ricordi che la Solvay aveva comunicato le patologie del suo personale alle industrie chimiche esistenti. Il professor Bartalini, oltre tutto, non poteva non sapere dei due Congressi di Tokyo e di Houston. Fu proprio lui a contattare Maltoni perché effettuasse uno studio sugli effetti del CVM e a tal fine gli fece incontrare Viola, di cui esaminò tutti i dati relativi alla sperimentazione nell’ambito di un rapporto di massima collaborazione. Questo viene riportato anche in sentenza, a pagina 12 – 13. La proposta di Bartalini venne accettata da Maltoni, al quale fu commissionata la ricerca nel 1970 dalla Montedison, associata nel 1971 con le aziende europee Solvay Belgio, Imperial Chemical Industry, I.C.I., Gran Bretagna e (Road Progil) Francia. Viola intanto propose ricerche su modelli animali a concentrazioni ridotte, sino a 50 parti per milione, dato che aveva riscontrato tumori nel 10 e 15% dei ratti ad esposizione di 500 parti per milione, un sesto di quanto erano stati esposti in precedenza. Per quello che si dirà tra breve sul patto di segretezza, sono rilevatrici le affermazioni di Robert (Willer) della Union Carbide contenute nel memorandum citato al numero 40 della bibliografia del fascicolo luglio – ottobre 2001 di "Epidemiologia e prevenzione" allegato ai nostri motivi di appello aggiunti. La pubblicazione delle ricerche di Viola avrebbe potuto causare negli Stati Uniti gravi problemi alle industrie che utilizzavano le resine e il cloruro di vinile. Willer, della Union Carbide, si preoccupava dell’associazione del CVM al cancro, dato che l’emendamento vietava alle industrie alimentari statunitensi di utilizzare sostanze cancerogene e, più in generale, il clima politico degli Stati Uniti era tale che una campagna guidata da (Nether), Ralf Nether aveva denunciato la scarsa sicurezza delle automobili americane e da altri attivisti, poteva sconvolgere le imprese, portando all’adozione di nuove leggi o ad una interpretazione più rigorosa delle normative in materia di sanità, inquinamento e tutela dei lavoratori. Gli studi del dottor Viola della Solvay ebbero quindi notevoli reazioni nella comunità scientifica, ma vennero tenuti riservati per le ragioni appena dette. Qualche notizia pubblica venne comunque filtrata, tanto è vero che il quotidiano "L’Unità" ne parla nel giornale del 2 maggio 1971, con l’articolo del giornalista Carlo Testai: "Pericolo di cancro nelle fabbriche che producono le materie plastiche". Comunque non vi è dubbio che i responsabili delle industrie chimiche italiane e la comunità scientifica fossero a conoscenza nel 1960 – inizio 1970, se non prima, della natura tossica e cancerogena del CVM e quindi della necessità di azzerare le esposizioni a queste sostanze. Vedremo tra poco che il tumore rarissimo, angiosarcoma del fegato, riscontrato nei ratti, venne accertato negli addetti alla produzione di CVM e PVC a distanza però di più di quattro anni, per via delle tecniche ritardatici testé richiamate. A quest’ultimo proposito, vale la pena ricordare quanto messo a verbale da Viola nella riunione del 17 aprile 1974 presso l’Istituto Superiore della Sanità a Roma, citata in precedenza. Nel 1970 fui interessato dall’Associazione Chimica Americana, M.C.A., a svolgere delle ricerche più estese sul CVM, ma il progetto non ebbe alcun seguito. Certo, non ci fu seguito, perché uno dei membri aderenti alla M.C.A., la società Montedison, aveva preso contatto con il professor Maltoni, che doveva sperimentare l’esattezza delle scoperte di Viola, come diremo tra poco. Conviene pertanto parlare delle sperimentazioni di Maltoni e di quelle del medico americano, dottor Cric. Si è detto che il professor Maltoni, accettato nel 1970 l’incarico della Montedison, esteso nel 1971 alle tre industrie europee, I.C.I., Solvay, (Pulenc), iniziò le ricerche sui ratti il 2 luglio 1971. Il modello sperimentale era protocollato su uno spettro di esposizioni con durate controllate entro l’intero ciclo vitale degli animali, sentenza a pagina 284. Maltoni comunicò i primi risultati in via del tutto riservata ai committenti dopo circa sedici mesi dall’inizio della sperimentazione, il 17 – 18 ottobre 1972, sentenza pagina 13 e 16. Questi risultati confermarono la cancerogenicità del cloruro di vinile monomero già affermata dal professor Viola e segnalarono che otto ratti erano deceduti per angiosarcoma epatico, un tumore al fegato di rara natura: ad esposizioni di 10 mila parti per milione, tre morti; 5 mila parti per milione, tre morti; 500 parti per milione, un morto; 250 parti per milione, un morto. Sentenza a pagina 13. A proposito di questa prima riservata comunicazione di Maltoni, stupisce che il Tribunale a pagina 284 della sentenza riporti il seguente testuale commento: "Pertanto la prima comunicazione alle aziende consorziate, effettuata dal professor Maltoni nel novembre 1972, non aveva certo il significato di una risposta sicura ed approfondita, bensì soltanto la consistenza propria della enunciazione dei primi risultati richiesti dall’estremo interesse della problematica in argomento". E i risultati già pubblicati, diciamo noi, i risultati già pubblicati da Viola sempre sui ratti, i responsabili delle aziende non avrebbero dovuto disporre immediatamente le provvidenze previste da norme positive, anche e a maggior ragione se non erano state attivate negli anni precedenti il 1972? E i casi di tumore osservati dal dottor Viola tra i lavoratori della Solvay? Prosegue il Tribunale, a pagina 294 della sentenza: "È lo stesso professor Maltoni a ricordare al dibattimento che non era ipotizzabile l’adozione di misure preventive già a partire dal momento della comunicazione di quei primi risultati. Ciò non sarebbe ipotizzabile neppure nell’ottica dell’epoca moderna. Infatti si tratta di una ricerca sperimentale, si doveva dire: è o non è cancerogeno; la documentazione è solida o non è solida abbastanza. Finiamo l’esperimento, vediamo la tossicità del CVM anche a 50 parti per milione e poi ne riparleremo", deposizione di Maltoni all’udienza del primo di aprile 2000. E le ricerche di Viola approvate da Maltoni non contavano – diciamo noi – non contavano nulla? Così pensavano e decidevano, secondo il Tribunale, i responsabili del governo della fabbrica, trascurando il rischio al quale erano sottoposte le maestranze, in attesa di verificare sull’uomo quanto ormai già sperimentato da Viola sugli animali. Sembra inevitabile pensare che il Tribunale abbia adottato la stessa filosofia per usare nella sua sentenza queste inaspettate giustificazioni, e cioè attribuire l’angiosarcoma nell’uomo, 1974, e l’oncogenesi nell’animale, anche a basse dosi, 1976; quindi operare i palliativi degli interventi di impianto per ridurre le esposizioni dopo le verifiche dei tumori sull’uomo e sull’animale; condurre gli interventi sugli impianti in coincidenza con l’accertata e sicura cancerogenicità del cloruro di vinile monomero. Stupisce inoltre che il Tribunale insista più volte sul fatto che il dottor Viola avesse precisato che gli esiti degli esperimenti effettuati non potevano estendere la loro specifica efficienza per l’uomo. Il dottor Viola scriveva ben altro alla M.C.A. e cioè, come si è già detto in precedenza, che non esisteva ancora una precisa conferma per quanto riguardava organismi umani. I produttori europei di CVM e PVC informarono le corrispondenti imprese chimiche americane attraverso la M.C.A. dei primi risultati della sperimentazione di Maltoni e, contemporaneamente, fecero pressioni perché le aziende americane entrassero a far parte di un accordo segreto per evitare che queste ricerche di Maltoni fossero rese pubbliche. Il patto di segretezza viene ricordato perché è stata una delle cause del ritardo con cui è stato riscontrato l’angiosarcoma epatico nell’uomo. Ad ogni modo, i produttori americani di cloruro di vinile monomero – polivinilcloruro, vennero informati sulle ricerche di Maltoni sempre in via riservata il 14 novembre 1972, in una riunione presso la sede centrale di Washington della M.C.A. Per dare un’idea della riservatezza, va ricordato che il rappresentante europeo a questa riunione, il dottor (Elliot) dell’I.C.I., chiese con insistenza testualmente che "tutta la carta da appunti fosse tolta dai tavoli prima dell’intervento sul lavoro realizzato dagli europei", e così fu fatto. Preoccupò in modo particolare il fatto che Maltoni avesse riscontrato angiosarcomi anche a 250 parti per milione, cioè metà del TLV di 500 parti per milione che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori. I rappresentanti delle varie aziende, nella Confederazione Chimica M.C.A., si riunirono ancora il 17 e il 30 gennaio 1973 e in quest’ultima seduta riservata il professor Maltoni, rappresentante dell’Università di Bologna, comunicò lo stato delle ricerche a venti mesi circa dal loro avvio e vennero confermati gli angiosarcomi a 250 p.p.m. e segnalati tumori in altre sedi anche a basse dosi, essendo già in atto l’accordo di segretezza stipulato alla fine del 1972. La M.C.A. non aveva motivo di contestare Maltoni, perché aveva discusso e approvato il protocollo della sua ricerca nella riunione del 14 novembre 1972 e inviato suoi tecnici a visitare il laboratorio di Bologna nel gennaio 1973, sentenza a pagina 13. Richiamo le pagine ogni volta della sentenza o di altri testi, perché non li ho inventati io, insomma. D’altro canto, va segnalato che M.C.A. conosceva la formazione di angiosarcomi anche a basse dosi, sia per la segnalazione di Viola che per quelle di Maltoni. Infatti, nell’ottobre del 1972, un rappresentante della M.C.A., (World Herris), incontrò Maltoni a Bologna, che gli comunicò che il CVM produceva tumori anche a basse dosi, quindi non aveva più ragione di essere sperimentata l’esposizione degli animali ad alte dosi. Dal 9 al 12 aprile 1973 si tenne a Bologna il secondo simposio internazionale sul rilevamento e la prevenzione del cancro. Secondo il Tribunale, Maltoni avrebbe informato la comunità scientifica dei risultati della sua sperimentazione sul CVM decorsi ventuno mesi dei trentasei programmati, sentenza a pagina 14. Questa diffusione pubblica va contestata. La relazione di Maltoni riguardava la cancerogenesi professionale e solo il dottor (William Doll) accenna che essa includeva informazioni sulle proprietà cancerogene del cloruro di vinile nella sua deposizione a Londra nel 20 gennaio 2000, nella causa (Kerlin David Slaves) contro Dout Chemical, sentenza a pagina 27. Ad un anno circa dal simposio, il professor Maltoni presenta risultati più completi nella seduta dell’Accademia dei Lincei il 9 marzo 1972 a Roma, risultati che vengono pubblicati nel giugno del 1974. Finalmente la comunità scientifica viene edotta della oncogenesi CVM sugli animali, da due lavori di Maltoni su riviste qualificate. Questa intensa pubblicistica del professor Maltoni nel 1974 trova origine nel fatto che a gennaio dello stesso anno, 1974, venne resa nota la morte per angiosarcoma epatico di alcuni operai della americana Gudric di Louisville, pertanto non era più possibile tenere riservati i risultati della sperimentazione sugli animali affidata a Maltoni dai committenti europei; sperimentazione che già da due anni aveva riscontrato la rara forma dell’angiosarcoma epatico anche nei ratti. Negli anni precedenti il 1974, il patto di segretezza funzionava anche all’interno dei petrolchimici americani, perciò la Gudric si era ben guardata di trasmettere la notizia dell’angiosarcoma nei ratti esposti a CVM al dottor Cric, che aveva scoperto i casi di acrosteolisi tra gli operai dello stabilimento di Louisville. Il 22 gennaio 1974 la Gudric trasmise le notizie alle agenzie governative NIOSH, National Institute for Occupational Safety and Healt, che ne informò l’OSHA, Occupational Safety and Healt Administration. Cric e i suoi colleghi scoprirono undici casi di patologie epatiche, tra cui sette angiosarcomi di dipendenti dello stabilimento di Louisville. Come abbiamo già detto, le imprese chimiche del vinilico mantennero segreta per qualche anno anche la patologia acrosteolisi – Reynaud che colpiva gli addetti alla produzione di CVM e PVC. La riservatezza venne adottata per evitare problemi con le maestranze e danni all’immagine. Le imprese vennero informate ufficialmente della oncogenicità del CVM nel 1969 – 1970, a seguito delle sperimentazioni di Viola comunicate ai Congressi di Tokyo in Giappone e di Houston, in USA, e pubblicata come si è già detto nella rivista "Cancer research" nel maggio del 1971. Ho già detto in precedenza che la M.C.A. prese subito contatto con Viola, nel maggio stesso della pubblicazione, contatto mantenuto sino all’ottobre del 1971 quando le industrie europee affidarono al professor Maltoni la sperimentazione sul CVM. I rappresentanti delle aziende chimiche aggregate alla M.C.A. sostennero che i tumori riscontrati fossero limitati ai ratti e non estrapolabili all’uomo, essendo inesistente nell’uomo la ghiandola di (Zimbal) colpita dal tumore. La M.C.A., tuttavia, considerò importante che Viola avesse riscontrato cancri a più basse dosi e la sua raccomandazione di portare a 100 parti per milione il TLV del CVM; ritenne invece inopportuno sperimentare a dosi più basse, sino a 50 parti per milione, nel timore che risultati positivi potessero portare a normative più rigorose di sanità, inquinamento e tutela dei lavoratori. Conviene a questo punto far cenno agli interessi delle industrie chimiche, minacciati dalle scoperte. Nel periodo fine Anni Sessanta – inizio Anni Settanta, i profitti delle aziende del vinile erano particolarmente aumentati. La produzione USA era quasi raddoppiata tra il 1966 e il 1971, e il PVC fatturato dalla Gudric copriva più di metà degli introiti dell’azienda. La cancerogenità del CVM minacciava quindi il mercato dei prodotti vinilici e i profitti delle industrie chimiche. Non v’è dubbio che la cancerogenicità del CVM era foriera di una moltitudine di azioni legali contro le aziende produttrici. Le imprese dovevano mettere in opera una strategia di azione, che permettesse di lavorare al loro interno, per capire le origini del problema e divulgare solo le informazioni adeguate, rassicurando l’opinione pubblica circa la innocuità dei prodotti finiti, mentre ci si adoperava per evitare qualunque progetto di regolamentazione. Il primo passo di questa strategia venne effettuato verso la fine del 1972, quando i rappresentanti delle imprese chimiche ricevettero dai produttori europei i primi risultati della sperimentazione di Maltoni, che confermavano la cancerogenicità del CVM, individuando l’angiosarcoma epatico nei ratti, oltre al tumore nella ghiandola di Zimbal, a dosi inferiori a quelle di Viola, addirittura a 250 parti per milione. Contemporaneamente, gli imprenditori europei insistettero sulla necessità di segretare le notizie, visto per esempio che due anni prima il dottor Viola aveva preso parte al Congresso di Houston senza licenza della Solvay. Si arrivò così all’accordo segreto per evitare anche la conoscenza pubblica dei risultati delle sperimentazioni di Maltoni. L’accordo prevedeva testualmente che i membri del gruppo, elencati nell’allegato, fossero gli unici autorizzati a ricevere informazioni sul progetto europeo e a loro volta moralmente obbligati a mantenere tali informazioni all’interno delle loro aziende, salvo autorizzazioni formali a renderle pubbliche. La Dout Chemical dispose addirittura che le ricerche europee non si dovessero discutere neanche all’interno della società, se non eccezionalmente e solo per autorizzazione della direzione. La necessità della segretezza veniva dagli imprenditori, che non difendevano certo procedure innovative brevettabili, ma nascondevano la cancerogenicità del CVM, evitando perdite di mercato almeno per il momento e possibili procedimenti legali, assieme alla perdita di affidabilità delle pubbliche relazioni. Va ripetuto che il patto di segretezza fu concluso in coincidenza con la prima comunicazione di Maltoni dell’ottobre – novembre 1972. L’accordo è quasi contemporaneo alla presentazione delle relazioni dei produttori europei aderenti alla M.C.A. Per quanto appena indicato, il patto di segretezza non ha certo la giustificazione riportata in sentenza, a pagina 14 e 15, nei termini testuali che seguono: "Deve osservarsi in proposito che dalla documentazione acquisita nel corso della rogatoria, è risultato – della rogatoria del Pubblico Ministero evidentemente – è risultato che l’impegno di riservatezza – si noti la terminologia benevola – sui dati trasmessi, sia giustificato dalla preoccupazione che non venissero pubblicizzati unilateralmente prima della conclusione dello studio e della sua valutazione, per evitare speculazioni". Il Tribunale prosegue testualmente: "Il patto di riservatezza, pertanto, non aveva la finalità come ritenuto dal Pubblico Ministero di occultare i dati della ricerca; era piuttosto finalizzato ad un reciproco controllo tra le imprese interessate in ordine alla pubblicizzazione dei dati per evitare il rischio di essere posti fuori mercato, o comunque di ritrovarsi in gravi difficoltà operative a seguito di iniziative unilaterali e non concordate", sentenza a pagina 14 e 15. Con questo giudizio, in sostanza, il Tribunale rovescia completamente il significato e le motivazioni del patto e lo considera un puro controllo tra le aziende, basato sulla diffidenza reciproca, a tutela di una posizione di mercato. La diffusione della notizia avrebbe colpito invece tutte le aziende, per cui la possibilità di difesa era proprio l’occultamento dei dati della ricerca Maltoni finanziata dai produttori europei per ritardare il più possibile la sua pubblica conoscenza. Tra l’altro, ricordo che l’accordo di segretezza ritardò al gennaio 1974 la conoscenza pubblica dell’angiosarcoma epatico nell’uomo. Lo scopritore, il dottor Jhon Cric, non venne informato dalla Gudric per rispetto dell’accordo dell’angiosarcoma epatico sui ratti riscontrato dal professor Maltoni, informazione che gli avrebbe chiarito i disturbi al fegato riscontrati negli operai dello stabilimento Gudric da lui presi in esame. Stupisce, inoltre, che il Tribunale abbia dato informazioni incomplete e piuttosto equivoche sul rapporto delle imprese chimiche con le autorità istituzionali e sulla segretezza dei dati relativi alla cancerogenicità del CVM. A pagina 15 della sentenza, si legge infatti: "La clausola di riservatezza rimase di fatto inosservata, come risulta inequivocabilmente dagli avvenimenti" e, dico io, c’è da chiedersi quali avvenimenti, che il Tribunale non indica, evidentemente. Il National Institute for Occupational Safety and Healt, NIOSH, è un’agenzia governativa americana costituita per regolamentare gli ambienti di lavoro secondo sicurezza e salubrità. Seguendo l’ipotesi del Tribunale, potrebbe sembrare che l’informazione sia stata completa e leale. In realtà le cose andarono ben diversamente e l’incontro NIOSH – M.C.A. testimonia della tecnica usata per nascondere alle autorità le informazioni di cui le industrie chimiche disponevano. Nel gennaio 1973, il NIOSH pubblicò sulla "Federal Research", una sorta di Gazzetta Ufficiale americana, la richiesta ad agenzie, università, operatori sanitari, etc. etc., di informazioni sui risultati da CVM. La M.C.A. doveva quindi rispondere a questa richiesta per mantenere la propria reputazione e vi fu in un primo momento l’intenzione di dare a NIOSH tutte le informazioni, comprese quelle ultime scoperte da Maltoni. L’accordo di segretezza, però, vietava lo scambio di informazioni scientifiche con le agenzie governative e così la M.C.A. dovette decidere se rivelare al governo i dati di Maltoni, contravvenendo al patto di segretezza, oppure nascondere informazioni di fondamentale importanza, che avrebbero consentito alle autorità sanitarie di intervenire. Nella primavera del 1973, la M.C.A. risolvette la questione nel seguente modo: senza aspettare di essere contattata da NIOSH, organizzò un incontro con il direttore dell’istituto, (Marcus Key), concordando una riunione M.C.A. – NIOSH per il mese di luglio 1973. In questo modo, M.C.A. poteva preparare un intervento che desse l’impressione di soddisfare le richieste dell’istituto, senza violare il patto di segretezza. Gli Avvocati dell’associazione suggerirono che i rappresentanti della M.C.A. non dovevano fare riferimento autonomamente al progetto europeo o ai dati che ne erano emersi, eccettuato il caso in cui venissero poste loro domande specifiche, domande che il NIOSH non poteva porre, evidentemente, essendo all’oscuro degli esperimenti del professor Maltoni. In preparazione dell’incontro di luglio, M.C.A. decise di non informare il NIOSH sui rischi per i consumatori, dato che l’istituto si occupava solo degli ambienti di lavoro; stabilì anche di affermare che non era necessario portare i limiti di sicurezza del CVM alle 50 parti per milione raccomandate da tempo dalla Dout Chemical, nel timore che l’OSHA li riducesse ulteriormente. In linee generali di presentazione dei dati, vennero concordate dalla M.C.A. alcune settimane prima dell’incontro: non si doveva parlare dei risultati delle ricerche europee di Maltoni e si sarebbero date informazioni solo in termini generali e non per iscritto degli studi epidemiologici e sui modelli animali effettuati dalla M.C.A. L’incontro del 17 luglio avvenne presso gli uffici NIOSH di (Rockville), (Meriland), presenti per le imprese Rou della Dout Chemical, William (Rainard) della (Etil Corporation), Robert Willer della Union Carbide, (George Bestern) della M.C.A., David Duffild della I.C.I. europea, assente – dico assente, invece – Garlanda della Montedison. La presentazione formale fu fatta da Rou, che illustrò l’importanza e gli obiettivi dell’industria del vinilico, compresi gli sforzi per far fronte alla acrosteolisi – Reynaud e alla eventualità del cancro. Di seguito, l’inglese Duffild dell’I.C.I. descrisse le esaurienti ricerche sui lavoratori degli impianti europei, le quali avevano dimostrato l’assenza dei rischi; accennò alle ricerche del dottor Viola, sottolineando il riscontro dei tumori nei ratti esposti a CVM ma in organi, come la ghiandola di Zimbal, assente nell’uomo e nei polmoni, ma non come tumori primitivi e NIOSH poteva rimanere assolutamente tranquillo al riguardo. Nessuno citò i lavori di Maltoni, che avrebbero dovuto essere già ampiamente noti, secondo il Tribunale, perché comunicati dallo stesso Maltoni nel secondo seminario del cancro a Bologna, nell’aprile del 1973, e nessuno parlò degli angiosarcomi epatici scoperti anche alle basse dosi di 250 parti per milione. Convinti della lealtà dei loro interlocutori, i rappresentanti del NIOSH chiesero di essere costantemente informati sulle ricerche delle industrie americane ed europee. La M.C.A., tra l’altro, avvertì le aziende non presenti all’incontro che non c’erano stati problemi e che la presentazione era stata accolta e giudicata favorevolmente. In effetti, commentano i due storici americani Marcoviz e Rosnelt, l’industria era riuscita a raggiungere il proprio obiettivo, cioè mostrarsi disponibili e responsabili di fronte a NIOSH, senza violare l’accordo con i partner sulla necessità di mantenere segrete le ricerche di Maltoni. In sintesi, le industrie erano riuscite a nascondere completamente a NIOSH i pericoli che il cloruro di vinile rappresentava sia per i lavoratori che per i consumatori. Non vi è dubbio che costituisse un problema per M.C.A. presentare i dati a NIOSH, come accenna il Tribunale nella sentenza a pagina 15, ma si è anche visto in che modo il problema fosse stato aggirato, tenendo in conto soprattutto il patto di segretezza, convincendo l’interlocutore pubblico che non vi era rischio per i lavoratori, sollevando interrogativi sulle ricerche di Viola, tacendo sui tumori primitivi al fegato e ai reni, nascondendo la inadeguatezza degli standard; proprio una informazione fedele ai fatti – si fa per dire – e offerta lealmente all’organismo governativo istituzionale, come vorrebbe intendere la frase del Tribunale a pagina 15 della sentenza. NIOSH venne informato il 17 luglio 1973, dice la sentenza, nell’incontro in cui furono presenti i rappresentanti sia delle industrie americane, sia europee. La situazione, al contrario, si aggravò per le industrie del vinilico dopo la riunione; giornali e riviste cominciarono a parlare di pericoli per i lavoratori e per l’ambiente e un giornale italiano riportò un articolo fatto tradurre dalla M.C.A., in cui si diceva che il professor Caputo, collaboratore di Viola, affermava l’esistenza di numerosi decessi tra i lavoratori esposti a CVM, precisando che il cloruro di vinile costituiva un grande rischio per gli addetti e per l’ambiente. Il 22 gennaio 1974, la Gudric comunicò a NIOSH i decessi per angiosarcoma epatico degli operai delle aziende e l’istituto a sua volta informò l’OSHA per i provvedimenti del caso. Fece seguito la pubblicazione sul Journal of American Medical Association, JAMA, della scoperta dei casi di angiosarcoma. Nel giugno 1974, si verificò lo scandalo tra NIOSH e M.C.A. al riguardo delle informazioni fornite da quest’ultima nell’incontro del 17 luglio 1973 che abbiamo già illustrato. Il direttore del NIOSH, Marcus Key, scrisse all’editore della rivista di chimica industriale "Chemical and Engineering News" del 10 giugno 1974, affermando di essere stato ingannato dalla M.C.A. proprio per il fatto di avere avuto informazioni del solo lavoro del dottor Viola, con l’accentuazione che solo ad alte concentrazioni il CVM provocava cancro e i tumori che coprivano ghiandole di Zimbal, assenti negli umani, il direttore Key affermò inoltre che nel corso di quell’incontro nessuno fece parola di angiosarcoma del fegato, né in modelli animali, né negli esseri umani e nessuno fece il nome del professor Maltoni. Marcus Key, direttore del NIOSH, fu sentito in un’udienza del Sottocomitato per l’Ambiente del Senato USA, nella quale reiterò la sua accusa alla M.C.A. di aver fuorviato lui e l’istituto dall’ottenere informazioni sui potenziali rischi associati alla esposizione occupazionale al cloruro di vinile. (Barnels) della I.C.I. rispose agli interventi del NIOSH, ammettendo che nella riunione del luglio del 1973 le industrie non avevano comunicato i dati delle ricerche del professor Maltoni, portando a giustificazione il fatto che il relatore sulle indagini europee, Duffild, rappresentante della I.C.I. britannica, non avendo ricevute domande a proposito delle ricerche del professor Maltoni, aveva dedotto che il NIOSH non fosse interessato alla cosa. Quanto appena documentato sulle vicende succedutesi all’incontro del 17 luglio 1973 tra NIOSH e M.C.A. dimostra che sono state volutamente distorte e colpevolmente nascoste da parte della M.C.A. a NIOSH le informazioni ed i risultati sperimentali sulla natura cancerogena del CVM e PVC estrapolabile all’uomo, tacendo sul rischio riscontrato dagli operai. Documento di questa colpevolezza, l’accordo di segretezza del 1972 tra le industrie del vinilico statunitensi ed europee, comprese le italiane, in particolare compresa la Montedison, per tener nascoste le ricerche affidate dalla Montedison al professor Maltoni. Non si riesce a capire perché il Tribunale si sia astenuto dal commentare la versione truffaldina della M.C.A. all’organo governativo statunitense NIOSH e non si sia pronunciato sulla strategia di segretezza adottata dalle aziende in merito alla natura cancerogena del CVM e PVC, né abbia fatto cenno allo scandalo successivo all’incontro causato dalla reticente informazione fornita all’organo governativo. Il Tribunale in realtà si è limitato a commentare queste vicende con le seguenti parole: "Nel frattempo – lo dice il Tribunale, non lo dico io – nel frattempo all’interno dell’M.C.A. si era posto il problema di presentare i dati a NIOSH, che venne informato il 17 luglio 1973 dell’incontro in cui furono presenti rappresentanti sia delle industrie americane che europee", sentenza a pagina 15. Ben più grave ed incomprensibile risulta l’assenza di giudizio sui funesti effetti dell’accordo che ritardò il riconoscimento dell’angiosarcoma epatico tra gli addetti alla produzione di CVM e PVC, osservato solo alla fine del 1973 e reso pubblico nel gennaio 1974 dal dottor Cric della Gudric. L’accordo ha fatto mancare la conoscenza tempestiva del rischio cancerogeno e i rimedi che il NIOSH e l’OSHA in America e le istituzioni pubbliche in Europa avrebbero dovuto imporre. Gli impianti del Petrolchimico di Marghera hanno continuato per un lungo periodo dopo il 1974 a produrre alle stesse condizioni, esponendo al cancerogeno anche il personale assunto negli anni 1966 e 1970. Lo mostrano i morti per cancro, ma in particolare la morte per angiosarcoma epatico degli otto operai addetti alle autoclavi, assunti nella quasi totalità tra il 1956 e il 1967 e deceduti attorno agli Anni Novanta, sentenza a pagina 12 – 215. Lo stesso dicasi per le dieci parti offese affette da Sindrome di Reynaud – acrosteolisi, assunti tra il 1957 e il 1971, sentenza pagina 255 – 260. Queste ultime osservazioni sugli interventi tecnici successivi al 1975 portano in luce ancora una volta che il Petrolchimico di Marghera era necessariamente informato fin dal 1960 della malattia cronica da CVM, certissimamente ne doveva essere informato nel 1967 per la pubblicazione dei casi di Sindrome di Reynaud – acrosteolisi, nella referenziata rivista scientifica "Journal of American MEdical Association", JAMA, (Cornic) e collaboratori in JAMA 201, agosto del 1967, 577 – 581. Ma il Petrolchimico era anche informato della ricerca del dottor Viola e collaboratori presentata ai Congressi di Tokyo nel 1969 e di Houston nel 1970, pubblicata nel maggio 1971 nella referenziata rivista scientifica "Cancer research", Viola, Bigotti, Caputo, "Cancer research" 31 marzo 1971, 516 – 522. È inaccettabile, quindi, il giudizio con il quale il Tribunale fa coincidere la conoscenza della tossicità e cancerogenicità del CVM nel 1974 – 1975, a seguito della diffusione della notizia degli angiosarcomi della Gudric, segnalata all’Istituto Governativo NIOSH nel gennaio 1974 e riportata nella rivista JAMA nell’ottobre dello stesso anno. Il Petrolchimico avrebbe dovuto intervenire sin dal 1960, informando il personale della pericolosità del prodotto e provvedendo sin da allora alla eliminazione delle esposizioni. I dirigenti delle industrie chimiche, Gudric, Willer, Union Carbide, M.C.A. in testa, sostennero che ci dovevano essere limiti di esposizione per il CVM, basati su dati ed effetti riferiti all’uomo e non all’animale. Il 4 aprile del 1974, l’OSHA fissò lo standard temporaneo di emergenza di 50 parti per milione, lo stesso adottato sin dal 1961 dalla Dout Chemical. Lo standard di 50 parti per milione era molto superiore a quello imposto dal NIOSH di una parte per milione. Il NIOSH aveva raccomandato, ripeto, una parte per milione l’11 marzo 1974. Lo standard temporaneo di 50 parti per milione – dico, lo standard temporaneo – venne accettato dal Comitato M.C.A., che precedentemente lo aveva già indicato come limite al di sotto del quale ogni concentrazione sarebbe stata antieconomica e inammissibile, perché avrebbe portato alla liquidazione dell’industria. A metà maggio, l’OSHA pubblicò sul "Federal research" la proposta di un livello non rilevabile di CVM, oppure di una parte per milione, limite consentito di esposizione al cloruro di vinile. L’OSHA chiede dei commenti da esternarsi in una serie di pubbliche udienze da tenere in estate a partire dal 25 giugno. La decisione presa dall’OSHA è contemporanea alla conferenza sulla tossicità del CVM e PVC tenuta a New York, nella quale si resero noti i risultati del professor Maltoni e della M.C.A. sugli angiosarcomi degli animali esposti a 50 parti per milione. L’abbandono del livello di non rilevabilità per il livello di una parte per milione, mostrava che le ragioni economiche dell’industria erano condizionanti per gli standard dell’OSHA. Infatti le aziende fecero sapere che, a causa dello standard, la produzione richiedeva apparecchiature di filtraggio, depurazione e protezione, difficilmente adattabili ai vecchi impianti, sostituibili in parte con impianti nuovi. Entro una settimana dalla pubblicazione del livello permanente OSHA di una parte per milione, la "Society of Prestix Industry" e la "PVC Producer Group" presentarono ricorso contro lo standard permanente davanti alla Corte d’Appello degli Stati Uniti. Nel dicembre del 1974, questo ed analoghi ricorsi vennero unificati dalla Corte americana e alla fine di gennaio 1975 venne emanata la sentenza su questi ricorsi. Per finire, va dato un brevissimo spazio alla sentenza resa a conclusione del giudizio, perché contiene un’analisi storica dell’industria del vinilico, corrispondente a quella vissuta nel corso delle 164 udienze del giudizio di primo grado; va dato spazio anche per un telegrafico richiamo ad una giurisprudenza alternativa delle Corti americane, che l’Avvocato Stella, interessato alle esperienze americane, sembra ignorare. Per rispettare questo spazio, richiamiamo l’attenzione della Corte al saggio dei due storici americani Marcoviz e Rosnelt, riportato nei fascicoli di "Epidemiologia e prevenzione" allegati nei motivi aggiuntivi di appello da noi depositati il 31 dicembre 2003. In particolare, riportiamo alcune delle motivazioni. In una implacabile analisi della storia dell’industria, il Giudice Tom Clark, già membro della Suprema Corte degli Stati Uniti, fece notare la lunga politica dei ritardi, finta ignoranza e irresponsabilità attuata dai produttori chimici. Il Giudice Clark respinse in toto la posizione dell’industria, sottolineando che anche se le caratteristiche letali del CVM non erano emerse fino agli inizi del 1974, cioè fino a quando non erano state registrate le morti dei lavoratori della Gudric dell’impianto di Louisville, già da molto tempo prima c’erano stati forti segnali di avvertimento. Il Giudice Clark precisò tra l’altro: "Non abbiamo bisogno – ripeto quello che ho trovato scritto – di delineare nel dettaglio la cronologia delle patologie associate al cloruro di vinile". Per esemplificare le prove a sostegno delle proprietà cancerogene dei prodotti del cloruro di vinile, i documenti mostrano ciò che può essere definito come il continuo temporeggiare dell’industria nel proteggere le vite dei suoi dipendenti. A dispetto di anni di avvertimenti e di ricerche condotte a partire dal 1949 e continuando con gli studi dell’Università del Michigan sull’acrosteolisi, niente è stato fatto. E, aggiunge Clark, incurante dei primi studi di Viola: "L’industria non ha fatto nulla; mesi ed anni sono passati prima che nel febbraio del 1973 si concordasse un protocollo e si firmasse un contratto di ricerca per studiare gli effetti della esposizione sugli animali. Nel frattempo, gli sconcertanti risultati degli esperimenti condotti in Europa, sono stati tenuti segreti". Il Giudice Clark identifica poi gli importanti principi regolatori che si stavano coagulando intorno alla crisi del cloruro di vinile: "I fatti fondamentali che riguardano lo standard appropriato per proteggere i lavoratori sono ancora in discussione e ai limiti del sapere scientifico – dice il Giudice Clark – sebbene i fatti indichino la necessità di un basso limite di esposizione tollerabile, nessuna scienza è in grado di stabilirlo in maniera definitiva. Ma sotto la guida dell’OSHA resta un dovere del Ministro, agire per proteggere i lavoratori anche quando la metodologia disponibile o la ricerca scientifica siano carenti, per quanto il Ministro nell’estrapolare dai topi all’uomo i dati dello studio condotto, ha scelto di ridurre il livello tollerabile a quello più basso rilevabile. A questo riguardo – dice questa sentenza – la Corte non ravvisa alcun errore". Nonostante la decisione inequivocabile del Giudice Clark, l’appellante CVM del "PVC Producer Group" fece istanza alla Corte Suprema degli Stati Uniti per un giudizio di revisione. Il 31 marzo 1975 la sospensione fu negata e il primo aprile 1975 lo standard di una parte per milione entrò in vigore. Nonostante le terrificanti previsioni della distruzione dell’industria plastica, a causa dello standard di una parte per milione, nonostante le contestazioni giuridiche e le manovre per impedire lo standard, le aziende si adattarono al nuovo limite, tanto efficientemente da far scrivere sul "New York Times" che non una delle catastrofiche previsioni si era dimostrata esatta: i prezzi non erano aumentati, le forniture di CVM erano abbondanti, l’industria si stava espandendo anziché contrarsi. Per concludere, noi chiediamo che le decisioni del Tribunale siano cancellate dal vostro giudizio e ci riportiamo alle richieste presentate con l’atto di appello, scritte nella nota che viene depositata.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo.

 

PARTE CIVILE – Avv. Salzer – Presidente, volevo rappresentarle che l’ultimo intervento è il mio e non prenderà più di una mezz’ora. Se lei ritiene, per comodità della Corte, potrebbe essere fatto anche domani mattina, visto che sono previsti tre interventi al posto di quattro.

 

PRESIDENTE – No, io ho paura che oggi ne è già saltato uno di intervento.

 

PARTE CIVILE – Avv. Salzer – No, ma quello credo che verrà tenuto il 30. Io non ho difficoltà a farlo, rappresentavo la cosa per comodità della Corte, visto che domani ci sono solo tre interventi, che sono l’Avvocato Battello, Gamberini e Sforzi, se lei ritiene, come la Corte preferisce.

 

PRESIDENTE – Io desidererei almeno questa sessione qui di oggi di finirla, se a lei non dispiace.

 

PARTE CIVILE – Avv. Salzer – No, assolutamente.

 

PRESIDENTE – Noi siamo qui e già che ci siamo, proseguiamo anche con quest’altro intervento.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.40.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 14.40.

 

PRESIDENTE – Proseguiamo, prego Avvocato.

 

PARTE CIVILE – Avv. Salzer – Grazie, Presidente. Io parlo per le Parti Civili prossimi congiunti di Bruno Fornaron e i prossimi congiunti di Carlo Bolsonella, per i quali depositerò le conclusioni e la nota spese. Depositerò le conclusioni anche per i prossimi congiunti di Boscaro Dilo, di Tosi Benedetto e di Zampieri Giovanni, che non sono appellanti, ma per i quali si è ritenuto ugualmente di predisporre le conclusioni. La parte che tratto specificatamente, andando un po’ ad integrare quello che è già stato detto dal dottor Casson prima della pausa estiva, è quella relativa alle responsabilità personali degli imputati. La sentenza di primo grado, relativamente alle posizioni personali, ha dedicato soltanto tre pagine – non complete peraltro – e partitamene da pagina 464 a pagina 466, affermando che "il Tribunale, in ragione delle conclusioni, qui leggo testualmente, cui era pervenuto, ritiene di dover individuare gli imputati a cui riferire solo taluni degli eventi, per alcuni sotto il profilo causale, per quanto riguarda gli angiosarcomi e le epatotapie, e alcune patologie invece sia sotto il profilo causale che colposo, con particolare riferimento al morbo di Reynaud e cioè alla acrosteolisi; lesioni colpose per le quali, peraltro, ha ritenuto di doversi pronunciare con una sentenza di estinzione per decorso del termine prescrizionale. Ciò che mi interesserebbe mettere in rilievo è in realtà che le pronunce assolutorie vengono motivate dalla sentenza di primo grado quasi esclusivamente in base a quelle che sono le dichiarazioni rese dai coimputati nel dibattimento. Si dice infatti nell’ultimo paragrafo di pagina 464, leggo testualmente, che "dalle dichiarazioni rese in sede di indagine e acquisite agli atti del dibattimento dei coimputati, sarebbe risultato – e i coimputati sono Bartalini Emilio, responsabile del servizio sanitario, Alberto Grandi che è amministratore delegato, i direttori generali – sarebbe risultato che vertici aziendali, così si dice, erano tenuti al corrente, che avrebbero comunque provveduto" e quindi, penultima riga di pagina 465, si dice: "In esito anche a tali dichiarazioni, ritiene il Tribunale che per i citati imputati e per il direttore dello stabilimento di Porto Marghera, Sebastiani Angelo, debba essere ribadita l’insussistenza dell’elemento oggettivo per quanto attiene ai reati contestati di disastro nominato colposo per condotte fino al 1973 e per omicidio colposo invece, per le lesioni personali colpose in conseguenza delle epatopatie correlate alle esposizioni al CVM". Ora, la sentenza, affrontando in maniera così sintetica, non ha tenuto conto però, oltre che dei dati che sono emersi relativamente alla conoscenza e conoscibilità, e per questo mi rimetto agli interventi che sono stati fatti precedentemente, ma soprattutto non ha tenuto conto della complessità delle posizioni dei singoli imputati, che in parte vengono considerati responsabili in quanto direttori di stabilimento, in parte vengono considerati responsabili perché per esempio dirigenti della società Montedison, in parte perché Presidenti di holding, in altra parte perché responsabili per esempio di singole divisioni. Questa non è una ripartizione di poco conto, perché le singole competenze e le singole attività in realtà vanno esaminate secondo comunque quella che è una declaratoria di pari responsabilità che si ritiene debba essere a loro ascritta. In via esemplificativa, ho considerato, anche per comodità della Corte, alcune posizioni, proprio dividendo quelli che sono questi ruoli tecnici rispetto a quelle che sono invece le posizioni societarie, che sono state comunque ritenute ugualmente responsabili nell’ambito dei reati a loro contestati e, nel fare questo, ricordo in particolar modo quelle che sono state le linee difensive e le arringhe sostenute dai loro difensori. Ho preso in esame particolarmente la posizione di Zerbo, che fu direttore dello stabilimento del Petrolchimico dal febbraio del 1988 al 1990, poi di Enichem. Ho preso in considerazione invece la posizione poi di Presotto, che fu dirigente Anic dal 1979 al marzo del 1986 e poi anche di Necci, e con particolare attenzione anche rispetto a Porta. Questo in riferimento ad alcune, in particolar modo a due dichiarazioni rese dai testi, all’udienza del 31 marzo del 2000. Ora, per quanto riguarda Zerbo, noi assistiamo all’assunzione di quella che è stata la linea difensiva tipica per i direttori dello stabilimento, nel senso che la sua difesa ha assunto, nell’ambito dell’arringa, "che in realtà il Petrolchimico – leggo testualmente – non era un’impresa autonoma e per il suo periodo, per il periodo di competenza di Zerbo, faceva capo sia a Montedipe che ad Anic; che le scelte conseguentemente venivano prese dall’alto, cioè in settori diversi rispetto a quelli e alle competenze anche del direttore dello stabilimento". Non solo, ma si è addirittura affermato, cioè si è giunti addirittura a dire che in realtà, trattandosi di un’attività che ha indubbiamente un’utilità sociale, esisterebbe una sorta di rischio lecito, di rischio consentito che la collettività dovrebbe sopportare. In buona sostanza si afferma che, essendo direttore di stabilimento, non poteva avere alcuna responsabilità né per l’omesso risanamento dei siti, né sicuramente per la mancanza di investimenti nell’ambito del settore impiantistico, non potrebbe avere responsabilità per il tipo e per il modo di produzione e che, quindi, gli omessi investimenti che sarebbero stati fatti ai fini della manutenzione degli impianti non potrebbero essergli imputati in quanto altro e diverso da lui. Esaminando invece la posizione dei dirigenti, ci troviamo di fronte ad una analoga prospettazione, quasi speculare, nel senso che si dice che per esempio Presotto che fu dirigente Anic dal gennaio del 1979 al marzo del 1986, non avrebbe avuto nessuna competenza in materia con riferimento alla sostanza del CVM; è stato poi amministratore delegato Enichem e Polimeri ed Enichem Base; e lo stesso le sue competenze, nel periodo per esempio dal 1987 al 1989, in cui fu direttore generale dell’Anic, avrebbe avuto competenze per quanto riguardava la lavorazione, la programmazione, l’acquisto delle materie prime, però in questo non sarebbe stata ricompressa un’attenzione specifica al Petrolchimico. Per quanto riguarda Porta, che invece è dirigente della Montedison holding e della Enichem holding, si dice: le finanziarie non hanno mai gestito il Petrolchimico e, in realtà, la sua posizione sarebbe venuta in rilievo in questo procedimento soltanto in relazione al famoso arbitrato Eni – Montedison, relativamente al quale, si dice testualmente nell’arringa difensiva, la sua funzione e il suo intervento era in relazione ad una particolare situazione, cioè ad un atto dovuto perché c’era la costituzione di un Collegio Arbitrale, per i quali si sarebbe determinato a sottoscrivere un atto di impegno, non leggendo però – così viene detto – addirittura gli allegati. Per quanto riguarda Necci, addirittura, si è parlato di una sorta di condotta virtuale, e cioè una serie di condotte diciamo che non gli potevano far carico in quanto la sua attività in Enichem, in Enimont per due mesi, sarebbe stata sempre quella di inserimento o di struttura, cioè di competenze direttive nell’ambito di una holding e si dice che il Presidente di una holding non ha alcun potere o alcun dovere di garanzia. Allora, da un punto di vista concreto e di risultanze testimoniali, io vorrei richiamare invece quello che è stato detto da due testi, che mi paiono abbastanza significative. In particolar modo il teste Pedrazzin Gianandrea, che era stato sentito il 31 marzo del 2000 e ancora prima, forse con maggiore memoria, visto le contestazioni che il Pubblico Ministero gli ha fatto all’udienza del marzo del 2000, il 6 ottobre del 1995. È stato dipendente Montedison dal 1972 sino al 1976 ed era specificamente deputato al controllo dei sistemi organizzativi. Allora, lui afferma testualmente, a verbale d’udienza, che della sua attività rispondeva l’amministratore delegato, che era Alberto Grandi, che la divisione del servizio dipendeva dall’amministratore delegato Grandi e dal Presidente del Consiglio di amministrazione che era Cefis. Non solo, ma ad una domanda specifica che gli viene posta, nella quale si dice – ed è la pagina 94 del verbale del 31 marzo 2000 – quando gli si dice: "Ma lei era in grado di dire se c’erano o no rapporti diretti tra direttori generali e vice direttori generali?", alla fine dice, con molta ingenuità ma anche devo dire con molto buonsenso, dice: "In un’organizzazione che si rispetti, se i vice direttori generali e i direttori generali delle direzioni non si incontrano con gli amministratori delegati, francamente non so cosa facciano". Altrettanto interessante è invece la dichiarazione testimoniale che rende il teste Gianeselle Piergiorgio, il quale si occupa di manutenzione dal 1962 al 1980 e diventa poi il responsabile di servizio. Relativamente al budget di manutenzione, Gianeselle, sentito sempre all’udienza del 31 marzo 2000, dice che questo veniva elaborato dallo stabilimento sulla base di indicatori; non solo, ma che il budget veniva discusso dal responsabile della parte tecnica, poi direzione tecnica e poi veniva approvato dall’amministratore delegato. Stiamo parlando sempre della fase Montedison. Non solo, ma che il budget per la manutenzione era annuale e veniva discusso dai vertici. Allora, rispetto a quella che è la prospettazione delle responsabilità che sia la Montedison che l’Enichem hanno cercato di offrire, non ci si può non rendere conto che in realtà ci troviamo alla presenza di una atomizzazione di competenze e di funzioni, ma con una evidente contraddittorietà fra le stesse, perché se non era responsabile il direttore dello stabilimento allora mi si spieghi come mai Bolsonella Carlo, che è una delle parti offese e che è deceduto a seguito di una patologia che è stata riconosciuta correlabile al CVM e che aveva lavorato come dipendente nei reparti CV5 e CV14 per un lungo periodo di tempo, che ora vado ad indicarle, per circa sei anni se non ricordo male, perché nel 1986 gli viene prescritto con un certificato medico che è stato allegato agli atti, allegato all’esposto che avevo predisposto diciamo a suo tempo, di non svolgere attività lavorative in ambienti a rischio e questo certificato indica chiaramente l’impossibilità che potesse operare dal 1981 al 1986, come è avvenuto, come addetto all’insacco e alla pulizia delle linee presso il reparto CV5 e CV15. Allora, o questa è competenza del direttore dello stabilimento, o francamente non si vede che tipo di competenza possa avvenire e si possa anche prospettare. In realtà, questo criterio di una parcellizzazione delle competenze viene poi adottato anche in maniera assolutamente paritetica per quanto riguarda e la responsabilità dei soggetti delegati e la responsabilità invece delle società holding, sotto questo profilo. In linea generale, si ritiene francamente di dover evidenziare alcuni principi generali, che devono diventare proprio delle chiavi di lettura rispetto poi all’individuazione comunque della competenza di un amministratore che abbia avuto delle deleghe e comunque anche nell’ambito delle società holding. Allora, sicuramente è da ritenere, secondo quello che è l’orientamento giurisprudenziale, che pare essere tranquillamente ignorato da tutte le Difese e di parte Montedison e di parte Enichem, che in realtà il concetto di responsabilità si sta, al di là di quella che è l’interpretazione che gli si vuol dare, allargando sempre di più, secondo anche dei criteri di solidarietà sociale che non possono essere ignorare e che vengono infatti recepiti da tutte le più recenti sentenze. Faccio riferimento alla sentenza di Stava, faccio riferimento alla sentenza che poi allegherò relativa al processo sull’amianto in sede di Cassazione. Esiste questo concetto generale, che non può essere ignorato, e cioè che c’è una responsabilità che è strettamente connessa, e non potrebbe essere diversamente, a quella che è la nozione di impresa; cioè chi opera avvalendosi dell’attività altrui, non può non assumerne le conseguenze. Orientamenti di tipo anglosassone sono molto più attenti e molto più sensibili anche rispetto a noi in relazione a questo principio, perché invocano questioni di garanzie, criteri di garanzie, addirittura un principio di equità come giustizia del caso particolare, cioè si dice in buona sostanza: nel momento in cui tu ti avvali della prestazione di terzi e nel momento in cui tu ampli anche la tua possibilità di profitto delegando a terzi delle attività di tipo imprenditoriale, non puoi non risponderne. Questo principio generale, che vale in una struttura molto modesta, che è una struttura diciamo di imprenditore, è un principio che va però anche applicato, con le dovute misure e con i dovuti aggiustamenti, anche rispetto ad una struttura societaria più articolata e più aperta; intendo fare riferimento e ad una struttura di S.p.A. e invece ad una struttura invece di tipo societaria articolata in holding. Questo perché? Perché deve esistere come principio generale che colui che deleghi ad altri l’esecuzione delle prestazioni, o si avvalga della prestazione di ausiliari, debba comunque continuare a rispondere anche dell’adempimento dello stesso e questo viene fatto proprio nell’ambito di un maggiore e aumentato concetto di responsabilità sociale, che va anche al di là di quelli che sono i confini razionali dell’operatività della norma. Si è detto un concetto abbastanza interessante, che è quello del (risk-birier), cioè il soggetto che può sopportare meglio di altri, rispetto alla collettività, una responsabilità di questo genere. Si può dire: è un tipo di responsabilità di tipo civilistico. Non è vero, e non è vero in quanto il Codice Penale francese, per esempio, che è entrato in vigore nel 1994, ha addirittura riconosciuto una responsabilità penale per fatto altrui nel momento in cui la legge prevede che il datore di lavoro risponda personalmente dei reati commessi nell’azienda, diventando quindi coautore di quello che è il suo preposto. Cioè, in buona sostanza, si ritiene di dover estendere quello che è l’ambito della responsabilità ovviamente a settori come sono quelli dell’ambiente, come sono quei settori dell’impresa e cioè dell’attività lavorativa, a tutela della salute del lavoratore. È abbastanza interessante anche questo, proprio perché le sentenze che poi indicherò sono sull’onda di un’estensione di responsabilità non come responsabilità indiretta o come responsabilità oggettiva, ma come responsabilità diretta del gestore dell’impresa, dell’imprenditore, che deve rispondere nel momento in cui non sia stato diligente nell’adempimento e non abbia quindi assicurato la sicurezza e la salubrità dell’impresa. Questo tipo di argomentazione ha particolare interesse nel nostro processo proprio perché gran parte degli imputati sono stati considerati responsabili in funzione di una loro attività come amministratori delegati e, da questo punto di vista, questo principio di tipo generale, estremamente valido, ma comunque riferentesi probabilmente ad una situazione di proporzioni più modeste, va invece applicato anche alla S.p.A. In questo settore abbiamo i principi generali, che sono per esempio quelli del 2392, che introduce un principio di responsabilità solidale degli amministratori, ma ciò che a noi interessa e che è anche emerso poi con particolare rilevanza in questo procedimento, è in che maniera si possano o si debbano valutare le cosiddette deleghe di funzioni. Le deleghe di funzioni, quindi, non devono costituire una modalità perché il soggetto si possa sottrarre agli obblighi, ma deve essere al contrario un modo per tutelare in maniera più approfondita, più solida, diciamo più consistente, i terzi, l’ambiente, senza che ciò possa considerarsi in alcun modo un esonero di responsabilità. In poche parole, la titolarità nel caso di obbligo, cioè nel caso di deleghe, la titolarità dell’obbligo specifico va individuato sicuramente in capo a quello che è il soggetto delegato, e di amministratori delegati nell’allegato A) del capo di imputazione ne abbiamo moltissimi; ma questo non significhi che non rimane in capo al delegante, un obbligo residuale con un’attività di vigilanza e di controllo, tale da garantire la tutela del bene protetto. Allora, si può dire: "Beh, ma in realtà un principio di questo genere è poco applicabile in una struttura di tipo organizzativo estremamente articolato o nella quale ci siano tutta una serie di competenze, di divisioni, di ripartizioni", etc. È vero, da questo punto di vista c’è un certo orientamento dottrinale però che sostiene che in realtà, per effetto della delega conferita, la responsabilità penale sarebbe ravvisabile soltanto in capo al soggetto delegato, poiché questi in realtà diventerebbe il destinatario originale in termini penalistici anche dell’obbligo che gli viene trasmesso e quindi anche di assicurare le garanzie nei confronti dell’orientamento giuridico e quindi risultato negativo anche di esecuzione all’ottemperanza di quegli obblighi. In realtà la giurisprudenza è negativa rispetto a questo, cioè nel senso che la giurisprudenza afferma: è vero, ci può essere delega nel senso che, ed è delega diciamo idonea ad esonerare la responsabilità imprenditoriale del delegante, a condizione che ci siano determinate caratteristiche. Uno di questi indici è per esempio l’idoneità dell’obbligo ad essere delegato, ma al tempo stesso anche l’idoneità e la capacità del soggetto delegato ad attribuire allo stesso un reale ed autonomo potere organizzativo decisionale. Allora, è innanzitutto evidente che noi non sapremmo mai l’effettiva consistenza, l’effettiva natura delle singole deroghe. È anche vero, però, che dalle testimonianze che sono state assunte è risultata una autonomia di budget decisionale che va dai cento ai centocinquanta milioni e che quindi presuppone sostanzialmente un conferimento di autorità e di delega per quanto riguarda un’attività di ordinaria amministrazione, nell’ambito di quel normale conferimento di poteri, di gestione, di quella che è la quotidianità. Ben diverse, invece, sono le deleghe di potere per quanto riguarda le attività di gestione aziendale, le attività di impressione, cioè di indirizzo rispetto a quella che è la politica aziendale. A questo riguardo, io ritengo che debbano essere richiamate anche le dichiarazioni che per esempio ha fatto (Reviglio) della Venezia, che era ex Presidente Eni dal marzo del 1983 all’ottobre del 1989, che ha affermato che per esempio l’Eni dava le direttive strategiche, le direttive programmatiche e le direttive di investimento. Ed è anche interessante, per esempio, la dichiarazione che ha fatto Marcello Politi, nonché era membra del Consiglio di amministrazione dell’Agip, nonché direttore per la programmazione Eni, il quale spiega che in realtà i passaggi diciamo societari e la costituzione poi di Enichem Polimeri, esistevano comunque direttori e responsabili che andavano a gestire via via le due società; afferma anche che esistevano tutta una serie per esempio di ripartizioni interne con funzione di salvaguardia e di verifica – diciamo salvaguardia è una parola poco appropriata – di verifica di quella che era la funzione della sicurezza ambientale e che avevano anche il compito di seguire le varie normative e i vari indirizzi generali. Quindi, anche all’interno delle società, la delega di competenze non poteva, e perché si presupponevano delle scelte di fondo di gestione della chimica e perché, nello stesso tempo, c’erano comunque dei sistemi di controllo, non si potrà ritenere che i responsabili, cioè gli amministratori delegati, esonerino in questa maniera la società stessa. Analoga affermazione aveva fatto a suo tempo anche il patron, il quale dice per esempio che in Enichem, che è una società holding, che co-gestiva nelle varie attività attraverso quelle che erano le società figlie. Conseguentemente, se riteniamo che il principio generale dell’imprenditore debba poi essere applicato anche rispetto a quello che è il principio delle deleghe nell’ambito di una società per azioni e con riferimento alla delega di funzioni ad un amministratore delegato, non possiamo però non applicare un principio di questo genere neppure a quelle che sono le società holding, per le quali gran parte degli imputati sono stati tratti in giudizio e questo in quanto comunque si deve ritenere la sussistenza di una responsabilità della società controllante in analogia a quello che è il principio dell’Art. 2049 del Codice Civile, principio generale secondo il quale la società opera anche attraverso la propria controllata e questo anche alla luce di determinati comportamenti; intendo far riferimento, per esempio, alla Legge del 1974 nella quale, una legge del 21 giugno del 1974, all’Art. 5 con particolare attenzione, nella quale si dice che "vengono dalla legge imputata alle controllanti anche quei comportamenti che siano formalmente riconducibili alle società controllate". Ora, è vero che nella normale configurazione la struttura decisionale di un gruppo si presenta e articolata e decentrata, per cui è inconcepibile poter pensare ad un dovere generale di vigilanza sulla legalità dell’attività svolta dalla società operante; però appare ragionevole estendere agli organi della società controllante dei doveri di cautela preventivi che nascono da quello che è il principio generale dell’altrum non ledere e che presentino quindi una precisa inerenza rispetto a quelli che sono campi decisionali, cioè a quei campi che sono tipici e caratteristici della funzione imprenditoriale, oggetto in fatto di accertamento residuale e poi specificamente collegati rispetto a quelle che sono le finalità e quella che è la natura stessa poi della società holding. Ora, è sicuramente difficile sotto un profilo probatorio anche riuscire a dimostrare le forme e le circostanze di queste compartecipazioni. In realtà, si possono derivare questi criteri, questi indici di qualificazione, sia dalle prassi aziendali, sia da quelli che sono gli usi all’interno dell’azienda stessa, ma soprattutto anche dalla natura stessa della società holding e della necessità che le politiche decisionali, con riferimento alla manutenzione, agli investimenti, etc., vadano in realtà risolti e definiti a livello di società controllante e non di società controllata. Conseguentemente, l’orientamento giurisprudenziale che si sta conformando in questo periodo è assolutamente diversificato rispetto alla prospettazione delle singole posizioni dei vari imputati, i quali per una certa parte hanno affermato di non avere le competenze quando in realtà le avevano, per una certa parte hanno affermato invece di non avere le competenze laddove il settore tecnico era un settore eccessivamente specializzato e rispetto al quale le loro competenze degli amministratori generali o comunque di esperti di marketing, non avrebbe potuto avere alcuna ragione di collegamento. Una scusante di questo genere non è assolutamente accettabile e non è accettabile sia perché comunque i soggetti, amministratori delegati pure in relazione alle deleghe ricevute e società controllate e società controllanti, avevano un obbligo specifico di adempimento rispetto a quello che era il dettato normativo al quale non potevano assolutamente sottrarsi, rispondendo conseguentemente sotto il profilo della colpa specifica; non solo, ma ci sono alcune sentenze che fanno riferimento ad un obbligo superiore rispetto a quello che potrebbe derivare dal mero rispetto della norma. Intendo fare riferimento ad un concetto che non è stato correttamente valorizzato nell’ambito della sentenza di primo grado e cioè quello che viene definito come il cosiddetto modello di agente. Dunque, il modello di agente è sostanzialmente questo soggetto che viene, che è stato riconosciuto da varie sentenze, cito per esempio Cassazione 25 giugno del 1992, che è stata poi anche variamente commentata ed è stata anche poi ripresa nei processi relativi all’amianto, nelle quale si fa riferimento all’attività imprenditoriale come un soggetto particolarmente qualificato al quale, da un punto di vista sociale, esiste un rapporto di affidamento da parte della società e, come posso dire, la speranza, l’attesa dell’esecuzione da parte di quest’ultima dell’attività imprenditoriale che essa effettivamente svolge, nel rispetto però del principio costituzionale della solidarietà sociale e un’applicazione che sicuramente avverrebbe se ci fosse il rispetto delle norme antinfortunistiche, che non c’è stato, ma che comunque richiede un criterio di diligenza di grado superiore e questo sia per le aspettative sociali di cui parlavo prima, sia proprio per questo affidamento. Questa richiesta di modello d’agente pretende, secondo un passaggio della sentenza sulla tragedia di Stava, che addirittura vi sia la ricerca di competenze particolari, il ricorso ad un’attenzione, il ricorso diciamo anche all’esterno con obbligo di informarsi, con obbligo di ricorrere ad altre speciali competenze, per cui si potrebbe addirittura poter pensare ad un’ipotesi di colpa per assunzione di colui che, non essendo del tutto all’altezza rispetto al compito che gli è stato… rispetto diciamo a questo compito societario, non provveda, non si attivi e non si muova senza aver effettuato tutte queste attività, tutte queste indagini, tutte queste verifiche. C’è una sentenza molto interessante che si riferisce comunque a tutt’altra materia, una sentenza della Corte di Cassazione nella quale si è ritenuta la responsabilità, in un caso di annegamento di un bambino, anche degli insegnanti, diciamo dei vigilanti, i quali avevano assunto il compito di badare al medesimo, pur avendo le necessarie competenze e pur avendo la necessaria conoscenza per impedire questo evento. Ora, mi pare che se un principio di questo genere dovesse essere adattato o adottato nell’ambito di questo procedimento, questo non potrebbe che portare ad una declaratoria di responsabilità con una modifica quindi della sentenza di primo grado di tutti gli imputati, che devono considerarsi tutti, e perché avrebbero dovuto sapere, conoscenza delle leggi e quindi colpa specifica, e comunque perché avrebbero dovuto informarsi o avrebbero dovuto avere un grado di conoscenza e un grado di informazione parificato a livello di competenza professionale ed alla funzione societaria che essi svolgevano. Conseguentemente, da quanto ho richiamato, non si può che ritenere che esista quindi la prova di una responsabilità per quanto riguarda questi soggetti, che questa prova discenda poi e si possa ricavare e dagli esiti delle deposizioni testimoniali e poi anche dalla documentazione che è in atti. Io ho finito, produco le mie conclusioni.

 

ORDINANZA

LA CORTE dispone il rinvio all’udienza del 23 settembre 2004 alle ore 9.00.

 

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