UDIENZA DEL 23 SETTEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 29 settembre 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PARTE CIVILE – Avv. Battello – Signor Presidente, signori Giudici, io svolgerò il mio intervento, che sarà inframmezzato in alcuni passaggi dalla proiezione di alcune diapositive. Vi chiedo scusa subito se, quindi, l’esposizione sarà un po’ frammentata, e vi prego che non succeda quello che è successo una volta in un processo a Napoli, in cui c’erano più Difensori, parla prima il Difensore con le diapositive e i lucidi, poi interviene il secondo Difensore che, come al solito, dice: "dopo il bell’intervento, l’efficace intervento del mio collega", e il Presidente gli dice: "soprattutto lucido quell’intervento". Quindi vi prego di scusarmi in anticipo e passo subito a spiegare perché secondo me...

 

PRESIDENTE – Lei difende chi?

 

PARTE CIVILE – Avv. Battello – A.L.L.C.A.A. Nazionale e CUB Nazionale, sono Parti Civili ovviamente. Già la Pubblica Accusa, all’udienza del 22 giugno scorso, ha giustamente censurato l’impugnata sentenza per aver "decisamente ignorato le norme speciali evocate nella contestazione, sia all’articolo 437 e sia all’articolo 590". Ha detto la Pubblica Accusa: "il Tribunale conosceva queste norme, alcune le ha anche citate, ma nelle sue conclusioni non le ha né considerate né applicate". Vediamo quali sono queste norme: D.P.R. 27 aprile ‘55, n. 547, prevenzione infortuni sul lavoro; D.P.R. 19 marzo ‘56, n. 303, igiene sul lavoro. Laddove il primo D.P.R. evoca gas o vapori nocivi, articolo 236, fughe di gas, 244, gas e vapori esplosivi o nocivi, articolo 246, concentrazioni pericolose o nocive di gas, vapori o polveri esplodenti, infiammabili, asfissianti o tossici, articolo 354, e sanzionano agli articoli 389 e 391 le violazioni delle ivi prescritte condotte; e poi il D.P.R. 303/56 che evoca gas o vapori irrespirabili o tossici od infiammabili, articolo 20, formazioni di polveri di qualunque specie e loro concentrazione nell’atmosfera, articolo 21, gas deleteri, articolo 25, e sanzionano anche qui le ivi prescritte condotte. Del resto la stessa Difesa degli imputati, memoria Pulitanò–Stella del 15 ottobre 2003, è la stessa Difesa degli imputati che parla di "curiosa insistenza dell’Accusa sulle contravvenzioni", e ciò dice per concludere, dopo tra l’altro un fuor d’opera su contestazione, permanenza, condotta ed evento in relazione all’ordinanza 23 gennaio 2001 del Tribunale: "per concludere che la questione relativa ad eventuali responsabilità per contravvenzioni, su cui tanto insistono i motivi d’appello, sono dunque inspiegabili, sia perché le contravvenzioni non sono state contestate come reati autonomi, sia perché sarebbe comunque intervenuta prescrizione". Orbene, si rammenta che la stessa Montedison ben sapeva – e questo è del tutto ovvio – che il cloruro di vinile era sostanza tossica, al punto che addirittura sin dal 1963 - allegato 9 alla relazione tecnica 10 gennaio 2000, Pasquon ed altri, in una pubblicazione interna su CVM, proprietà generali e impiego, norme di sicurezza e di pronto soccorso, aveva ritenuto opportuno disporre cartelli ammonitori negli ambienti dove si produce o si impiega cloruro di vinile, nei depositi, etc.. Si rammenta altresì che la stessa Difesa degli imputati - memoria Baccaredda–Boi depositata il 13 luglio 2001, capitolo "infermeria di fabbrica" - opportunamente precisando che nella nomenclatura normativa l’attuale cloruro di vinile corrisponde al cloruro di etilene del D.P.R. 303 del ‘56, dà per scontato – la memoria Baccaredda–Boi – che il CVM era "considerata sostanza tossica ai sensi della legge decreto 303 del ‘56 perché – dice la memoria – è un derivato alogenato di un idrocarburo alifatico". Ciò la memoria fa perché l’evidenza normativa evocata dall’Accusa la metteva in angolo, e soprattutto per depotenziare la testimonianza resa dal medico di fabbrica dottor Giudice che un tanto aveva evocato. È anzi singolare che a tal fine - contro l’evidenza normativa, che non distingue tra tossicità assoluta e tossicità relativa - questa memoria, tirando in ballo la famosa enciclopedia Chemical Tecnology di (Kerck e Offner) del ’55, affermi che il CVM era considerato relativamente non tossico, ed è altresì singolare che l’impugnata sentenza recepisca tale valutazione. A pagina 335 dice: "nocività del medesimo per la salute dei lavoratori riconosciuta sino ad allora come modesta - perché lo dice Baccaredda-Boi, perché cita l’enciclopedia -, sul riflesso che l’OSHA aveva fissato in 500 ppm il limite per la concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro". Si ricorda che l’OSHA, a differenza di quanto affermato nella relazione 10/01/00 di Pasquon ed altri e riportato pedestremente in sentenza, non ha fissato alcun limite per il CVM nel 1963, per il semplice fatto che l’OSHA si è costituita nel 1970. Questa agenzia USA nell’aprile ‘74 abbasserà il limite di esposizione per il CVM da 500 a 50 ppm, e nell’ottobre dello stesso anno lo ridurrà addirittura a meno 1. Quest’ultima deliberazione OSHA, com’è noto, fu impugnata dai produttori davanti alla Corte Suprema, etc.. Come che sia – per concludere su questo punto –, la impugnata sentenza afferma che il CVM è un composto appartenente alla famiglia degli idrocarburi alifatici insaturi alogenati. Va a questo punto chiarito quale era in punto esposizione dei lavoratori al CVM la situazione antecedente a quella che si sarebbe realizzata successivamente all’intervenuta – secondo la Difesa degli imputati – conoscenza della cancerogenicità del CVM. A tal punto palese era ed è anche oggi tale situazione che la citata memoria Pulitanò–Stella, nel capitolo "Questioni concernenti il rispetto dei limiti di concentrazione del CVM negli ambienti di lavoro", scrive: "nel risolvere una originaria situazione di esposizioni altissime, il Pubblico Ministero sfonda una porta aperta: le esposizioni pericolose - sottolineato pericolose - di decenni addietro non sono in discussione; si citano esposizioni in prossimità delle autoclavi pari a 40.000 ppm, bollettino 111 e 114 del 7/3/62, 10 e 114 del 22/2/63". Tali dati sono riportati dall’impugnata sentenza a pagina 396, che è la stessa pagina in cui il Tribunale, parlando peraltro dei problemi periodo ‘70–‘74, afferma che il prelievo dei campioni d’aria era occasionale, sul riflesso che "non era ancora insorta la problematica della cancerogenicità del CVM e pertanto quest’ultimo veniva visto come sostanza pericolosa essenzialmente sotto il profilo del pericolo della possibile esplosività". Quindi niente tossicità, solo l’esplosività, secondo la sentenza. È stupefacente che, date tali premesse in fatto, l’impugnata sentenza non si sia domandata perché il CVM, essendo sostanza tossica, da essa stessa riconosciuta tale, addirittura appartenente alla famiglia degli idrocarburi insaturi alogenati, Montedison quanto meno dal 1969, quanto meno, perché 1969? Perché è la data che l’impugnata sentenza, ciò ammesso e non concesso, pretende essere rilevante ai fini delle imputazioni degli eventi considerati, quindi quanto meno dal ‘69, perché Montedison abbia omesso di adottare, per tacere di altre più specifiche prescrizioni, non solo - ovviamente nei limiti del tecnicamente possibile - idonee misure per impedire e ridurre al minimo il formarsi di concentrazioni nocive e di gas tossici, altresì installando apparecchi indicatori (inc.) automatici atti a segnalare il raggiungimento delle concentrazioni o delle condizioni pericolose, ciò imponeva l’articolo 354 del D.P.R. 546 del ‘55, ma anche i provvedimenti atti ad impedire o a ridurre, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione negli ambienti di lavoro di gas tossici e di polveri di qualunque specie, articoli 20 e 21 del successivo D.P.R. 303 del ‘56, sull’igiene del lavoro, la cui tabella allegata riporta al numero 38 la nomenclatura data per pacifica in sentenza, perché al numero 38 di questa tabella del ‘56 si dice: "derivati alogenati degli idrocarburi alifatici, cloruro di etilene", e questa stessa nomenclatura già rientrava nella tabella del Regio Decreto 17 agosto ‘35, numero 1765, modificata dalla legge 15/11/52, numero 1967, laddove si qualificano malattie professionali quelle causate – è scritto "causate" in tabella – da tale sostanza, numero 26 della tabella; quindi numero 26 della tabella del ‘55, numero 38 della tabella del ‘56. Perché mai, quanto meno a partire dal ‘69, per arrivare al 1974, data di asserita conoscenza della cancerogenicità, ma la tossicità c’era già prima, l’asserita prescrizione è un falso problema, perché è di tutta evidenza che la eventuale prescrizione della contestazione non rende penalmente irrilevante l’evento, cioè per quanto quivi rilevi la malattia o la morte del lavoratore. Ma come? È quotidiana pratica forense che si celebrano, per esempio, processi per omicidio colposo in violazione delle norme del Codice della Strada quando per le contravvenzioni stradali è già intervenuta prescrizione, senza che ciò impedisca al Giudice, nel momento in cui statuisce prescrizione per la contravvenzione, di pronunciare condanna per l’omicidio. Il vero è che la contestazione quivi è criterio di qualificazione della colpa, e che tale qualifica sopravviva all’eventuale prescrizione della contravvenzione, il che del resto ammette la stessa memoria difensiva laddove afferma che il precetto contravvenzionale viene in rilievo come regola cautelare irrilevante ai fini del giudizio di colpa. Né sotto altro profilo può rilevare la asserita genericità della clausola "per quanto possibile", utilizzata dai due D.P.R., falso problema anche questo dal momento che la giurisprudenza costituzionale, sin dalla sentenza 312/96, più volte evocata dalla Difesa degli imputati, ha stabilito che in tal caso il legislatore si riferisce alle misure che nei diversi settori e nelle differenti lavorazioni corrispondano ad applicazioni tecnologiche generalmente praticate, ad accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti, dovendosi solo accertare se una determinata misura sia accolta negli standard di produzione industriale specificatamente prescritta, e noi dimostreremo un po’ più avanti, anche con tabelle, che erano ampiamente negli standard già nel ‘69 questi accorgimenti. Sotto tale profilo ben doveva e poteva - al posto del vero e proprio nulla, posto che tali sono da qualificare i prelievi occasionali, cioè non sistematicamente finalizzati ad adottare le misure di cui sopra - e poteva Montedison attivare sin dal ‘55–‘56 adeguati sistemi di monitoraggio introdotti, con i limiti che vedremo, appena nel ‘70–‘74, oppure doveva adottare adeguati accorgimenti organizzativi e procedurali. Né può obiettarsi che tutto ciò non rileva ai fini dell’addebito colposo, che in quanto tale implica prevedibilità dell’evento addebitato. Anche qui si evoca un falso problema, perché è del tutto evidente che sul piano normativo della colpa specifica i due D.P.R. del ‘55 e ‘56 sono in rapporto di genere a specie con la successiva normativa sulla cancerogenicità del CVM, il D.P.R. 962 dell’82 in attuazione della direttiva CEE del 1978, che sono atti relativi alla protezione sanitaria dei lavoratori esposti al cloruro di vinile monomero. Tale ultimo D.P.R., cioè quello dell’82, ulteriormente specifica: "il datore di lavoro deve adottare appropriate misure tecnico–organizzative al fine di ridurre ai valori più bassi le concentrazioni di cloruro di vinile monomero cui i lavoratori sono esposti", articolo 3; ulteriormente specifica quanto già stabilito dall’articolo 354 del D.P.R. del ‘55: "nei locali o luoghi di lavoro o di passaggio dev’essere, per quanto tecnicamente possibile, impedito o ridotto al minimo il formarsi di concentrazioni pericolose o nocive, di gas o polveri esplodenti o infiammabili tossici", e tossici sappiamo già che eravamo così, erano già qualificati, ovvero dagli articoli 20 e 21 del D.P.R. 303 del ’56: "nei lavori in cui si svolgono gas o vapori irrespirabili o tossici il datore di lavoro deve adottare provvedimenti", etc. etc.. Ciò significa che, ove anche non fosse esistita la sopravvenuta normativa speciale, era pur sempre applicabile la precedente normativa. C’è di più: in ambedue i D.P.R. si tratta di concentrazioni cautelari, il cui scopo è di prevenire ed impedire nel caso l’insorgere di infortuni, ivi comprese le cosiddette ben note malattie infortunio, che la giurisprudenza qualifica come manifestazioni morbose prodotte da agenti esterni, quali per esempio le patologie di origine barica, elettrica, radioattiva e chimica, e malattia professionali, quindi la finalità cautelare era di prevenire infortuni e malattie professionali. Tanto ciò è vero che Montedison utilizzava al proposito il modulo di denuncia delle malattie professionali; l’ha provato l’Accusa nella citata udienza del 22/6/04. È quindi un falso problema l’obiezione che solo dopo la normativa speciale poteva darsi colpa specifica in quanto solo in quel momento diventava prevedibile il tipo di evento che la predetta regola cautelare intende prevenire; in tal senso pagine 454 e 451 dell’impugnata sentenza che svolge questo argomento, falso problema. Perché, nel caso di norme cautelari in rapporto di genere con specie, è evidente che non è diverso, men che mai del tutto diverso l’evento che entrambe le normative intendono prevenire. La morte per CVM, ora definita cancerogena, è la stessa per il CVM ove definito tossico. In entrambi i casi al CVM segue una malattia, che sin da quando il CVM era definito tossico era qualificata addirittura professionale, e in taluni casi una morte. In entrambi i casi, per come le norme sono strutturate, occorre prevenire la malattia e, se sopravviene, la morte. Ne ha pregio l’argomento che la sentenza introduce in termini generali quando si propone di spiegare il concetto di colpa, nelle pagine citate, 451, e quando in riferimento specifico ai D.P.R. del ’55 e ’56 parla delle esposizioni a CVM, e cioè che – le due cose che dice la sentenza – "la prevedibilità di un evento può essere predicata solo allorquando, al momento in cui viene compiuta la condotta iniziale, sussistono leggi scientifiche di copertura le quali permettono di stabilire che da una certa condotta – queste proprio testuali della sentenza – possano conseguire determinati effetti", prima obiezione. Seconda: "che negli anni ’55 e ’56 si ignorava la pericolosità e cancerogenicità sia del gas CVM che delle polveri PVC, e quindi la rappresentazione e prevedibilità degli eventi poi verificatisi, essendo il solo rischio noto a metà degli Anni ’60 la sindrome di Raynaud, evento tutt’affatto diverso, questa tesi – continua la sentenza, cioè quella dell’Accusa – estremizza e dilata sino alla imputabilità oggettiva il concetto di responsabilità colposa, poiché non si fa carico neppure di assumere come elemento essenziale non tanto la prevedibilità dell’evento tipico, ma neppure la rappresentazione dell’evento generico di un grave danno alla vita e alla salute, aggiungendo che tale tesi si può condividere se applicata a quella sostanza della quale già si conoscono gli effetti cronici, come l’amianto, la cui pericolosità per la salute era già stata normativamente prevista sin dalla legge 455 del ’43 e dalle tabelle allegate al D.P.R. 1124 del ’65, in quanto la sua esposizione determinava il rischio di contrarre una malattia grave e irreversibile come l’asbestosi". Ecco la replica nostra sull’ultimo argomento: proprio le tabelle succitate sugli infortuni sul lavoro evocano al n. 26 le malattie causate da derivati alogenati degli idrocarburi alifatici, cloruro di etilene; quindi nelle tabelle c’era l’amianto e c’era anche il CVM. Sull’argomento più generale della prevedibilità, del fatto tipico, del tutto tipico, diverso dal del tutto tipico, chi estremizza non è questa Parte Civile e la Pubblica Accusa, ma l’impugnata sentenza che è passivamente adagiata sulle argomentazioni della Difesa, laddove pretende che "le leggi scientifiche di copertura che sorreggono la prevedibilità debbano permettere di stabilire – ripeto testualmente – che da una certa condotta possano conseguire determinati effetti". Cerchiamo di intenderci, di queste cose parlerà anche il professor Gallo il 30, suppongo io, dato l’argomento che gli è riservato, cerchiamo di intenderci: siamo nel campo della colpa specifica perché parliamo di violazioni di norme, cioè la normativa antecedente la direttiva CEE del ’78 e il D.P.R. attuativo dell’82; ciò posto, è chiaro che la norma specifica ha un contenuto cautelare, si vuole cioè prevenire un evento pericoloso e dannoso. Nel nostro caso la condotta prevista dalle norme era ed è – la condotta – di ridurre per quanto possibile la diffusione – per quanto qui rilevi – del gas tossico cloruro di etilene, cioè l’attuale CVM, e quindi l’esposizione dei lavoratori a tale gas. Da poiché, come detto sopra, con legge 15/11/52 n. 1967, il legislatore aveva qualificato come malattia professionale quella causata – questo è il verbo usato nella tabella – dal cloruro di etilene. Orbene, è di tutta evidenza che l’evento prevenibile con la condotta prescritta dalla normativa suddetta è costituito dalle malattie, e quindi dal possibile evento morte, causate, oltre che da altre sostanze, la tabella è lunga, anche da CVM. Quando mai si deve pretendere, prevedere una specifica malattia - questo, come detto, dovrebbe essere il significato degli specifici effetti, che è l’espressione usata dalla sentenza – in una situazione in cui la normativa stessa pone in rapporto di causalità CVM e malattia, così evidentemente presupponendo una legge di copertura a leggi scientifiche o statistiche o addirittura massime di esperienza? Alla fine dell’intervento dirò della sentenza delle Sezioni Unite su questo punto. Ciò è sufficiente per porre a carico dell’inosservante destinatario delle norme ogni malattia che consegue nelle condizioni date all’esposizione a CVM. Non occorreva mica la direttiva CEE e il conseguente D.P.R. perché si ponessero a carico di Montedison, nelle condizioni date, le malattie cancerogene, tanto è vero che prima della direttiva CEE già dice: "da quando si conosce". La cancerogenicità del CVM, a prescindere da quando la comunità scientifica l’ha convalidata, lì si discute, per la sentenza siamo primi ’71, la cancerogenicità del CVM era ulteriore specificazione della sua tossicità, già normativamente prevista, e del tutto a conoscenza, come detto sopra, della Montedison. È specificamente contestata dalla Pubblica Accusa in questo processo, perché se leggete ben bene la contestazione si parla di pericolo tossicologico e anche cancerogeno, tossicologico e anche cancerogeno, è scritto in contestazione, derivante dalla lavorazione e dalla trattazione di qualsiasi forma del CVM e PVC. Del resto la responsabilità per la sindrome di Raynaud, che non è malattia cancerogena, è stata dichiarata dal Tribunale senza che esistesse normativa specifica in materia, bastando evidentemente quella generica degli Anni ’50, anche se esso Tribunale, che pur evoca, per dichiararla infondata per il periodo ante ’73, colpa specifica, e la colpa specifica ante ’73 non può essere che quella del ’55 e ’56, perché appena nel ’78 c’è la direttiva CEE, nell’82 il D.P.R. sul CVM, anche se il Tribunale, che pure evoca, per dichiararla infondata, la colpa specifica, che non può essere che quella, preferisce parlare di colpa generica riferita alla mancata conoscenza degli effetti lesivi aventi specifiche caratteristiche del CVM. Ciò chiarito, è evidente che è un fuor d’opera dire che, così ragionando, si giungerebbe a sanzionare un comportamento genericamente inosservante, contrariamente alla necessità che il soggetto debba sempre potersi rappresentare alle conseguenze del proprio operato, come dice la sentenza, perché proprio le norme degli Anni ’50 davano modo a Montedison di rappresentarsi che dalla loro inosservanza conseguiva quell’evento, malattie e possibile morte, che si voleva prevenire. C’è già tutto: descrizione della condotta ed evento, rapporto di causalità, regola preventiva. Che di più? Del pari è un fuor d’opera distinguere tra un tipo di malattia, angiosarcoma e sindrome di Raynaud, e altro tipo, che sarebbe del tutto diverso secondo la sentenza, altra possibile malattia da CVM. Ecco, questo in termini generali.

Adesso passiamo ad un esame più specifico, cioè la tesi finora svolta è che sin da allora, quanto meno sin dal ’69, dovevano fare quelle cose che dicono – poi vedremo in che termini – di aver fatto dal ’74 in poi, il famoso biennio ‘73-’74, che poi diventa qualche volta ‘74-’75. Acquista così rilievo l’argomentazione che l’Accusa ha svolto già davanti al Tribunale, sulla quale però l’impugnata sentenza non ha svolto alcuna considerazione, e cioè che sin dal momento della loro progettazione gli impianti dovevano essere muniti di quella strumentazione che l’impugnata sentenza enfatizza essere stata negli Anni ’70 tempestivamente introdotta da Montedison, e dice la sentenza: prima ancora della notizia Goodrich del gennaio 1974 e della comunicazione dei dati da parte del professor Maltoni nel febbraio 1974; "prima ancora – dice la sentenza a pagina 285 – era già stato fissato un obiettivo di drastica riduzione delle concentrazioni". Prima dicono da gennaio e poi tirano in ballo anche il periodo ‘73-’74; beh, vedremo poi più avanti alcune contraddizioni. La Difesa Enichem, la famosa 15/10/03, dopo aver evocato... la citazione è letteralmente: "l’insistenza del Pubblico Ministero sulla progettazione e realizzazione iniziale degli impianti", e dopo aver rievocato la retorica del Pubblico Ministero, testuale: "ogni volta che il Pubblico Ministero richiama modifiche impiantistiche lo fa per evidenziare carenze della situazione anteriore", dice che tale insistenza non tocca ad Enichem in quanto alcuni impianti mai sono ad essa passati o, quando sono passati, erano migliori di quelli del 1970; qui è una argomentazione tutta interna al collegio di Difesa, se da Enichem si rimbalza a Montedison, affari loro. È comunque di tutta evidenza, per quanto sopra detto e per la normativa sopra evocata, tali modifiche impiantistiche, il CVM essendo alla Montedison riconosciuto sostanza tossica, devono essere adottate ben prima del ’73. E allora brevemente facciamo alcune puntualizzazioni. Reparto CV22-23; questo rilievo è del tutto pertinente per i reparti CV22-23, 24-25, costruiti nel ’71, quindi anche dopo il ’69, quindi sono successivi al ’69, più che mai al ‘55-’56, quando comunque già si discuteva della possibile con cancerogenicità del CVM, poi viene il discorso comunità scientifica, non comunità scientifica, ma già si discuteva. A fronte di quanto osservato dalla sentenza laddove si parla di manutenzione degli impianti, sostituzione degli organi di tenuta ed interventi sulle autoclavi, ove si tenga conto del fatto che già esistevano in commercio negli Anni ’60, e quindi al momento della progettazione, i prodotti poi, in epoca successiva, attivati da Montedison. Tutti i lavori, parliamo del CV22-23, di cui alle commesse evocate dall’impugnata sentenza a pagina 325, sempre per relazione, perché tutte le citazioni che la sentenza fa – lo dico adesso per non ripeterlo più – sono tutte prelazione alla relazione del consulente tecnico della Difesa, una copiatura, valuterà la Corte -, ben potevano essere previsti nella progettazione e poi realizzati nella costruzione nel ’71. Si tratta di 19 commesse, delle quali ben 12 riferite addirittura agli Anni ’76-’90 – testuale -, a parte le loro carenze a garantire la sicurezza. L’ultima di tali commesse, quella del ’90, riguarda il forno di combustione sul quale si diffonde la suddetta memoria Pulitanò-Stella; si tratta del termocombustore inceneritore di fluidi di processo, (off-gas), (even-gas), derivanti da impianti di produzione CV23 dell’1,2 dicloroetano, CV22 di produzione del CVM, nonché di altri flussi derivanti dagli impianti CV24 e DL. Questo impianto non è entrato in funzione nel ’90, quindi nemmeno ’90, perché il collaudo è del ’93, quindi immaginiamoci: nel ’74 si conosce la cancerogenicità e nel ’93 è in atto il collaudo. La memoria enfatizza l’installazione di tale forma di termodistruzione, la citazione è testuale: "importante realizzazione della gestione Enichem, già avviata dal dottor Smai", e spiega che esso è stato realizzato dopo che il D.M. 12/7/90 - ecco il perché del ’90 -, dopo che il D.M. aveva stabilito limite di emissione per il CVM. Peraltro, ove si legga ben bene tali pagine, si evince che nel periodo precedente non esistevano sistemi di abbattimento delle suddette emissioni, tanto è vero che si faceva riferimento ai fattori di emissione stabiliti e aggiornati ormai da decenni dall’EPA, i cui limiti appunto si applicavano in assenza di sistemi di abbattimento. È documentato ampiamente nelle relazioni tecniche dei C.T. di Medicina Democratica, in particolare in quella del 24/3/01, che gli effluenti tossici da tali impianti prima del ’93 venivano liberamente scaricati all’atmosfera e, più in generale, negli altri comparti ambientali; comunque il documento è lì, poi trovate tutti riferimenti, lì in fondo si indicano i totali di CVM e di dicloroetano emessi liberamente in atmosfera. Perché mai nel 1971, già vigente, come si scrive nella suddetta memoria, la legge 13 luglio 1966, n. 615, in materia di inquinamento atmosferico, non era stato previsto un sistema di abbattimento? Nel 1990 non c’era ancora il sistema di abbattimento, se leggete ben bene le pagine evocate nella suddetta memoria, e nel 1990 si dice: lo facciamo, perché è venuto il decreto del 1990. Però già dal 1966, ripeto, c’era la normativa in materia di inquinamento atmosferico che imponeva - colpa specifica, non volete colpa specifica? Quanto meno colpa generica – un qualche sistema di abbattimento. Trova quindi conferme il rilievo dell’Accusa, e per converso la reticenza dell’impugnata sentenza su tale impianto a pagina 324 la quale sentenza erra, peraltro, anche sul punto relativo all’asserito convogliamento a trattamento biologico delle acque reflue, posto che, come dimostrato dallo schema allegato al documento agli atti, Enimont, Anic, il Gruppo Enimont, il Petrolchimico, Porto Marghera, maggio 1991, il documento in atti, esse acque passano allo scarico SM15, poi al canale Malamocco di Marghera e infine in laguna; quindi voi da questo schema, ma anche prima, voi vedete che sbaglia la sentenza a dire che vanno al trattamento biologico. Vanno in laguna, cioè alla fine vanno in laguna attraverso Malamocco e lo scarico SM15. Potrò apparire pedante, ma questa pedanteria è ampiamente giustificata dal fatto – lo dico una volta per sempre a voi Signori del Collegio -: la Difesa non si è accontentata e non si accontenta della benevolissima sentenza del Tribunale, che ha detto: "non costituisce reato prima del ’73 e non sussiste dopo il ‘73"; vuole esserle riconosciuta la medaglia per aver fatto sempre tutto il possibile, ecco perché siamo pedanti, per dimostrare che non è assolutamente vero, altro che medaglie! E in sentenza ci sono affermazioni errate, non solo questa ma anche alcune che vedremo immediatamente dopo, che ampiamente giustificano questa nostra, come dire, volontà di precisare, che non è pedanteria ma è indignazione rispetto all’affermazione: ah, noi tutti abbiamo fatto, nessun rimprovero ci può essere mosso, tempestivamente ci siamo mossi, sin dal ’74 o ’73. Le stesse considerazioni valgono per gli impianti CV24-45; l’impugnata sentenza rinvia, come al solito, all’elenco della relazione della Difesa Pasquon, etc.; è il caso della polimerizzazione con azoto dei serbatoi della torbida allo scopo di evitare la formazione di miscele esplosive. È arcinoto, comunque era noto a Montedison e ad Enichem, che il CVM può formare pericolose miscele esplosive con l’aria; il CVM forma perossidi a contatto con l’ossigeno dell’aria, si tratta di composti estremamente pericolosi che possono decomporsi esplosivamente. Tanto ciò è vero che il 13/12/72 era esploso il serbatoio 201-6 degli impianti CV14-16. A questo punto Enichem, Montedison, problemi loro; a noi importa dire che al CV14-16 nel ’72 c’era stata un’esplosione e si era verificata appena erano state ultimate una serie di operazioni di pulizia sulla linea che trasferisce la torbida dal serbatoio alla centrifuga. Orbene, l’articolo 246 del citato D.P.R. 547 del ’55, contestato dall’Accusa, perché se voi leggete la contestazione voi trovate contestati tutti questi articoli, sia del D.P.R. del ’55 che del D.P.R. del ’56; perché mai, ben sapendo di tale natura, di tale potenzialità esplosiva, Montedison aprì la commessa per la dovuta polimerizzazione con gas inerte, cioè con l’azoto, solo in data 1/7/74, l’articolo 246 era del ’55; lo stesso vale per la coeva commessa 21/5/73, introduzione della polimerizzazione con azoto sui più risalenti – comunque successivi al ’55 – impianti CV6 e CV14-16, dove si realizzò la suddetta esplosione. Le date e le relative commesse sono variamente riferite dalla sentenza, anche qui non c’è proprio chiarezza fino in fondo. La citata memoria difensiva del 15/10/03 elide tutte queste questioni sui ritardi nella progettazione e nell'installazione e si limita a proporre la domanda, questa sì retorica: sono o non sono stati questi interventi migliorativi? E quali ne sono stati gli effetti? La nostra replica è semplicissima: un conto è una condotta che non è colposa, un conto è adeguarsi tempestivamente alle norme del ‘55-’56, altra condotta del tutto colposa è adeguarsi quasi vent’anni dopo, del tutto vanificando le cautele normative introdotte proprio per evitare esplosioni e danni alla salute, perché la norma parla di gas esplosivi e nocivi. Tanto ciò è vero – si contraddice la sentenza – che la stessa impugnata sentenza dà rilevanza alla asserita tempestività degli interventi impiantistici di procedura laddove evoca attivazione tempestiva, poi usa un neologismo splendido, "impulsazione", in più parti della sentenza, poi ancora della notizia Goodrich del gennaio 1974 e della comunicazione Maltoni del febbraio 1974. Dunque la intempestività è circostanza di tutta rilevanza, il problema è in terminus a quo: se per voi tempestività è partire dal ’74 o dal ’73, va bene. Radicalmente sbagliato, perché la normativa c’era da prima. Ma la tempestività deve partire dal terminus a quo, decreti ‘55-’56, o quanto meno dal ’69 se si fa questione di contestazioni sul punto. È perciò del tutto comprensibile che la Difesa cerchi di svilire in quella memoria tale argomentazione dicendo che "il tema degli asseriti ritardi è il (leit motiv); siccome siamo in laguna e siccome Wagner ha fatto una grande opera quando era in laguna al Vendramin Calergi, allora il (leit motiv) è una citazione del proprio appropriata. Parliamo del CV6; la tipologia di tutti gli interventi previsti nelle commesse CV6, indicate sempre per relazione Pasquon, imponeva a Montedison di progettarli e realizzarli al momento dell’esecuzione degli impianti, come previsto, etc. etc.. Si fa quivi espresso riferimento alle seguenti commesse, e quando c’è una indicazione di tutte le commesse, è inutile che le legga tutte; io non alla fine di questo intervento ma tra qualche giorno devo precisare i richiami bibliografici, depositerò queste sentenze. Ci potrebbe essere la proiezione della cappa di aspirazione insacco; va sottolineata la sua ininfluenza circa l’elevata esposizione lavorativa a polveri di PVC, cui loro malgrado continuavano ad essere esposti i lavoratori. Infatti solo nel 1982 sono stati installati, peraltro non idonei, sistemi di aspirazione localizzati, etc.. Lì ci sono due cappe: una era raccomandata dall’ACG, che è questa associazione delle industrie chimiche americana, nel ’64, che è questa, la quale permette – come poi si avrà modo di vedere leggendo poi voi, prima di andare in Camera di Consiglio, la memoria anche nei punti specifici che dirò -, in cui si vede che, rispetto al successiva, non ci sono cappette esterne che rendono possibile, data la loro collocazione, di rendere possibile la diffusione all’esterno di questa cappa, perché nella cappa raccomandata dalla ACG è direttamente all'interno, senza cappe laterali. Come che sia, anche qui uno potrà dire: iperpedanti quelli di Medicina Democratica, fatto sta che tra una cappa raccomandata dalla ACG fin dal 1964 e un’altra chissà perché progettata in quel modo, si è preferito nell’82 la seconda. Parliamo del CV14-16; è di volta evidenza che evocare la motorizzazione delle finestre poste sul lato superiore della sala autoclave in modo da consentire una più significativa fuoriuscita dell’aria ad opera degli elettroventilatori nell’ipotesi di rilascio accidentale di CVM, questa è la commessa 3136 del ’73, significa fare riferimento ad interventi che ben potevano essere realizzati sin dalla progettazione, perché erano espressamente imposti all’articolo 354 del D.P.R. del ’55 che parlava di adeguata ventilazione, nonché dall’articolo 20 del decreto del ’56, aerazione dei luoghi di lavoro, tutti contestati dall’Accusa, e quindi per fare questa modifica, motorizzazione delle finestre poste sul lato superiore, non occorreva certamente aspettare il ’73, insomma, perché dico, un’impresa edile l’avrebbe potuto fare tempestivamente. Esemplare è peraltro l’intervento evocato a pagina 309 dell’impugnata sentenza, si tratta della commessa 541/73: sostituzione di sei abbattitori di schiuma con altri di maggiore volume allo scopo di ridurre gli interventi di pulizia e di manutenzione dei filtri posti a valle degli abbattitori di schiuma, con relativa diminuzione delle esposizioni a vapori di CVM del personale addetto, questa è la motivazione della commessa. Si trattava di un tardivo rimedio ad una errata progettazione ed installazione, ne parla la sentenza alla precedente pagina 304, laddove spiega il processo di produzione di PVC. In effetti i sei abbattitori di schiuma vennero sostituiti perché realizzati su progetti errati; infatti il percorso a labirinto..., e qui spiego perché erano errati, il percorso a labirinto, è inutile che adesso... Va beh, tu vuoi che legga, leggeranno in Camera di Consiglio, è evidente, io spiego perché sono errati, insomma. Insomma un errore nel progettare il dimensionamento di una apparecchiatura che comportò il suo rifacimento non può essere fatto passare successivamente, come nel caso di specie, per un intervento di risanamento ambientale; era e resta un errore di progettazione e costruzione, che ha determinato esposizioni aggiuntive al CVM per i lavoratori, nonché inquinamento ambientale. Altro esempio di installazione tardiva, per di più causato da valutazioni prettamente economiche, è quello relativo al sistema di pulizia delle autoclavi mediante cicloesanone, che è un solvente specifico per il PVC, così evitando l’entrata in autoclave per la pulizia, se si metteva il cicloesanone si evitava l’entrata in autoclave per pulizia. Però perché si è ritardato? Il cicloesanone non solo comportava tempi più lunghi, cioè la pulitura chimica, rispetto a quelli manuali; la relazione allegata del commessa 3317 CV6 di epoca antecedente, cioè 21/1/74, evoca per il riempimento dell’autoclave operazioni di circa un’ora, con perdita di produzione del 9%, cioè se si fa in modo chimico con il cicloesanone le operazioni duravano un’ora con perdita di produzione del 9%, questo è scritto nella relazione alla commessa; ma anche i costi aggiuntivi, lo sappiamo dalla relazione tecnica della commessa 7011 CV24 di epoca successiva, quando si ipotizzava il lavaggio chimico prima della polimerizzazione. Dice la commessa: "ma questa soluzione necessita di un investimento abbastanza significativo per installare serbatoi solvente, pompe, relative tubazioni, interblocchi e scambiatori calore eventuali". In altre parole nulla impediva che tale sistema venisse adottato al momento di entrata in forza degli impianti di polimerizzazione, perché il problema è: avremmo dovuto fare tutti quei costi aggiuntivi, installare i serbatoi stoccaggio solvente, pompe, etc. etc., e avremmo perso il 9% di produzione. Le obiezioni della Difesa sono inconsistenti e contraddette comunque dalla poi effettuata tardivamente introduzione di tali sistemi da parte di Montedison. Cosa dice l’obiezione del Difesa? Oh, voi fate "apologia dell’uso di una sostanza tutt’altro che innocua", noi faremmo l’apologia del cicloesanone, perché se vai al mulino di Bianchi, è evidente che il cicloesanone, la (nitrosina), etc., insomma non è acqua, sono sostanze chimiche, quindi in qualche modo vanno usate con cautela, etc. etc.. Quindi noi faremmo l’apologia, loro tardivamente l’hanno fatta, loro non fanno l’apologia ma praticano reato; noi faremmo l’apologia ma loro praticano. Del tutto tardiva è anche l’installazione di un sistema di iniezione di stirene come induttore di polimerizzazione del CVM, è la commessa 1556 del ’77; la sua installazione al momento della costruzione dell’impianto avrebbe evitato le tossiche aggiuntive esposizioni dei lavoratori alle concentrazioni di CVM, perché inibisce, questa sostanza inibisce la polimerizzazione, riducendo altresì la frequenza delle operazioni di pulizia. Ora, la scoperta della polimerizzazione del CVM a PVC utilizzando luce ultravioletta risale a due secoli fa, 1872; si noti altresì che la relazione a tale commessa si giustifica con mere ragioni economiche: ridurre i costi di manutenzione conseguenti alla formazione di polimero nelle sezioni di compressione CVM-R e per eliminare inoltre un punto di strozzatura sulla capacità produttiva dell’impianto, e dopo aggiungono: per risolvere il problema della sicurezza, per la presenza di poliperosi; di questi è aggiunto a mano dopo, quando era dattiloscritto, soltanto la strozzatura. Del pari inspiegabile, data la risalente conoscenza dell’esposizione di CVM, la tardività dell’installazione di un analizzatore di ossigeno, appena con commessa (inc.) del ’76, realizzata nel ’77. Vi ricordate che prima c’era un passaggio in cui la Difesa diceva: mah, era esplosivo, il CVM lo allertavamo solo perché era esplosivo, non perché tossico, perché era relativamente tossico. Ma anche l’esplosività tardivamente viene..., c’era stata l’esplosione nel ‘72 eh, c’era stata l’esplosione. CV5-15; tutte le commesse evocate a pagina 318 dell’impugnata sentenza, sempre Pasquon, riguardano interventi di modesto contenuto tecnologico che si sarebbero dovuti realizzare. Non bisognava aspettare vent’anni e più per..., e qui c’è un elenco; lo leggerete. E adesso veniamo all’altro punto della sentenza, un punto cruciale: il discorso sulle commesse, che noi qualifichiamo tardive, etc., è strettamente collegato al problema dei livelli di esposizione a CVM, e la stessa sentenza, pur individuando nel momento di asserita conoscenza della cancerogenicità del CVM il terminus a quo per l’attivazione, "anche in funzione dell’impellente – nel ’74 – necessità di riduzione della concentrazione di CVM", però i D.P.R. erano di vent’anni prima, è la stessa sentenza a correlare tali interventi, cioè le commesse, in particolare nel ‘73-’74; poi dicono però: nel periodo ‘74-’75 risultano dalla documentazione acquisita agli atti essere state compiute determinazioni del concentrazione di CVM nell’aria ambiente. In altre parole, secondo la sentenza, l’asserita riduzione di tali concentrazione sarebbe stata la conseguenza di interventi a breve termine, modificazioni delle procedure di esercizio, e ad interventi a medio e lungo termine, processi e procedure. Successivamente si preciserà a pagina 453 che alcune di esse, le opere eseguite, modifica delle procedure di interventi sia immediati che a medio termine sugli impianti e sulle (inc.), hanno permesso di ottenere in breve termine una drastica riduzione, concretamente evidenziata soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘74 e per tutto l’anno ‘75, con successivi netti sviluppi di riduzione nei conseguenti anni ‘76-’97 - ulteriori vent’anni di progressivo decremento asserito – a valori ampiamente ricompresi nei limiti prudenziali e rispettosi della soglia all’epoca individuata e successivamente stabilita dalla normativa. La memoria Pulitanò–Stella preferisce usare la parola "decremento", che può essere tranquillamente collegato al miglioramento degli aspetti gestionali di immediata attuazione impiantistica e..., e polemizza con l’espressione "crollo", che Medicina Democratica spenderebbe a piene mani. Dimentica però la Difesa che è la stessa impugnata sentenza ad usare l’espressione "crollo delle esposizioni", è la sentenza. Nell’incipit di pagina 401, quindi è la sentenza che, tra le tante cose, non "decremento", "crollo", perché in quel momento la sentenza preferiva "crollo". Pulitanò-Stella dicono: è più cauto dire "decremento", e le ragioni le dirò adesso, perché è più cauto dire "decremento". Del resto è la stessa Difesa a paradossalmente dare credito all’Accusa – e qui è veramente incredibile – laddove, a giustificazione della plausibilità di tale decremento, spende l’argomento secondo cui "tanto più arretrata è la situazione di partenza, tanto maggiore è l’impatto dei primi immediati interventi, consistenti in cambiamenti di procedure che non richiedono modifiche degli impianti e dei processi". Capito? Si ammette cinicamente che la situazione ante ’73 era arretrata, io più modestamente dico: in violazione delle norme dei D.P.R. ’55 e ’56 e ’52 sulle malattie professionali e anche dell’ordinaria diligenza, così dando modo all’Accusa di obiettare, il dottor Casson il 22 giugno o il 24 giugno ha detto: ma allora, se era così, come non pensare che questo strepitoso abbattimento dei valori di esposizione che crollano nel giro di pochi mesi o al massimo due anni non fosse parzialmente possibile anche nel ’69, nel ’70, nel ’72? Obiezione stralegittima. Perché sono modifiche, secondo loro, addirittura senza (inc.) negli impianti, sono delle procedure - aprire la finestra, mettere l’aerazione – che si potevano ben fare prima. E qui c’è, secondo noi, un punto di svolta, un punto probatorio sul quale occorre scavare. Dunque, la tesi della Difesa è: abbiamo fatto interventi sull’esercizio, sulle procedure, sugli impianti, donde il "crollo" per la sentenza, il "decremento" per la Difesa. Orbene, esiste un sistema ineludibile per verificare se e quanto nel suddetto biennio ‘73-’75 siano intervenute novità negli impianti e nelle procedure? C’è un sistema, è l’uovo di Colombo: esaminare i manuali operativi in essere nei vari reparti della linea CVM. Va premesso che il manuale è uno strumento importantissimo per la sicurezza del lavoratore, non c’è industria che possa farne a meno; persino Federchimica – l’ha ricordato l’Accusa nella terza memoria tecnica depositata in appello -, recependo normative europee, ha finito per formalizzare nel ’90 l’uso di tale manuale, e dice: "È mantenuto continuamente aggiornato, i suoi contenuti devono essere portati a conoscenza dei lavoratori". Poco vale – memoria Baccaredda-Boi – che si cerchi di depotenziare tale strumento probatorio privilegiando invece, ove esistenti, le schede lavori recanti dati specifici. Il fatto è però che quando ciò ha ritenuto l’impugnata sentenza, pagina 348, a proposito di pulizia e lavaggio dell’autoclave, ha pur citato l’esistenza di un manuale operativo di impianto "in cui venivano riportate tutte le procedure da seguire", pagina 341. Vale dunque la pena di esaminare tali manuali operativi, che sono in atti. Essi sono tutti successivi al 1980, alcuni, CV22-24 addirittura successivi al ’90; sono redatti per gran parte su carta intestata Montepolimeri o Montedipe, che sono società operative del Gruppo Montedison che hanno iniziato ad operare in data 1/1/81. Perché non esistano o non siano stati prodotti dalla Difesa, unitamente alle centinaia di documenti versati in atti, i manuali degli anni ‘73-’74 e ’75, invece di pretendere in loro mancanza di argomentare – Baccaredda-Boi – che non si possa sostenere che le procedure non siano state modificate nei primi Anni ’70, è cosa che valuterà il Collegio; in atti ci sono questi, quelli di prima non ci sono. È evidente che Medicina Democratica non poteva fabbricare i manuali operativi; chi li aveva, se li aveva, era Montedison, poteva produrli, non li ha prodotti, perché? Valuterete voi in Camera di Consiglio. Ne consegue comunque che la documentazione su carta intestata di tali società possa riportare solo fatti e procedure introdotte successivamente a tale data, ovvero anche precedenti a tale data in quanto tutt’ora attuali. In altre parole, se il manuale operativo CV6, per parlare del CV6, prevede alla data del 14/6/83 che i lavoratori ancora entrino nelle autoclavi di polimerizzazione per effettuare la pulizia manuale, è di tutta evidenza che nel ‘73-’75 non ci fu modifica di procedura. Ne vale obiettare – ho citato prima la memoria del collega Baccaredda-Boi – che "non appare minimamente corretto inquadrarli, tali manuali, cronologicamente con un’unica data, con un unico riferimento temporale, perché vi venivano inserite descrizioni di procedure anche manoscritte per dare atto immediatamente delle procedure vigenti che si sovrapponevano a quelle precedenti, di talché – conclude – si univano prescrizioni comportamentali di diversi periodi non identificabili con una data precisa". Nostra replica: tutto bene, ma se ancora nell’81 e nell’83 questi manuali parlano di pulizia manuale delle autoclavi al CV6, ciò significa che nessun cambio di procedura è intervenuto prima di tale data. Ciò chiarito, esaminiamo tali manuali. CV6; al 14/6/83 è ancora prevista pulizia manuale; ciò è confermato dalla stessa procedura sul cloruro di vinile, anch’essa inserita in tale manuale, che espressamente al paragrafo 12 prevede "personale addetto alla pulizia interna e controllo a vista dall’esterno". In questa procedura sul cloruro di vinile si prevede personale addetto alla pulizia interna e controllo a vista dall’esterno, quindi si entrava in autoclave per pulizia, non per manutenzione, per pulizia. Tale chiave di lettura, e qui veniamo all’altro punto, è vanamente contrastata dalle osservazioni della memoria Pulitanò–Stella, evocando – ne parleremo tra un secondo – il famoso foglietto 9/11/77 in atti. Sbaglia l’impugnata sentenza, pagina 340, quando recependo in toto Pasquon, etc., afferma che nell’impianto CV6 già in epoca antecedente il ‘77 l’ingresso degli operatori all’interno delle autoclavi non era più necessario per la pulizia della stessa, pertanto tale ingresso era limitato alle sole operazioni di manutenzione. Questi tecnici avevano valorizzato - e poi la sentenza reperisce - un foglio anonimo, senza logo e intestazione aziendale, senza nome o nomi dell’autore e del destinatario, l’Accusa ciò dice a pagina 279 dei motivi d’appello, in calce al quale foglietto anonimo è scritto a mano: 9/11/77. Tale foglietto, sotto il titolo "lavaggio interno autoclavi", riportava per il CV6: "non sussiste il problema perché si entra solo per manutenzione", e a tale riga, a tale riga e mezza è anteposto in alto a sinistra un CV6. È adesso diciamo pure, è evidente che un foglio anonimo con le caratteristiche sopra descritte non può contrastare l’evidenza documentale di un manuale operativo; tale manuale priva dunque di fondamento sia le obiezioni Pulitanò-Stella che quelle Padovani, il quale Padovani peraltro, il collega Padovani, dà comunque atto nella sua memoria a pagina 97 e 98 della memoria 16/12/03, che all’asserita data di tale foglietto, quindi 9/11/77, ancora si entrava per pulizia nelle autoclavi CV14-16 e CV24-25, CV6 no. Appare ben strano che in altro reparto fosse praticato un sistema rimosso a tutela del sottolineato reparto. Anche qui però c’è obiezione: da (inc.) in poi, per il principio di ragion sufficiente, io trovo sempre..., giustifico tutto, perché c’è il principio di ragion sufficiente. C’è sempre pronta una scusa della Difesa: al CV6 rimosso, c’era ancora al 14–16 e al 24–25, però il reparto CV24–25 era moderno, quindi presentava meno pericoli, cioè essendo moderno si poteva entrare dentro per pulizia, meno pericoli; al CV6, che era più vecchio, no. Ma la nostra obiezione è fulminante: perché allora si continuava a pulire manualmente anche al 14–16, che era più vecchio? Cioè io capisco obiezione, contro-obiezione, obiezione e contro-obiezione, però siete voi che alla fine dovete fare la valutazione ponderata, plausibile o non plausibile, e noi chiediamo a voi di far questo in Camera di Consiglio, laddove purtroppo l’impugnata sentenza si è adagiata: tutto quello che diceva Pasquon era buono. CV14–16, il manuale è redatto nell’ottobre ‘78, le prime procedure per attuare la pulizia manuale interna dell’autoclave di polimerizzazione del CVM a PVC, nonché di altre apparecchiature, sono state messe del mese di agosto ‘78. C’è in atti la scheda n. 1 agosto ‘78, che sarà guarda caso ricalcata dalla successiva scheda giugno ‘83 Montepolimeri, quindi nel ‘78 si va ancora per pulizia, si entra in autoclave al 14–16, e questa scheda sarà ricalcata nella Montepolimeri sul manuale giugno ‘83. In precedenza, quindi prima del ‘78, tutto era affidato al buon senso e all’esperienza dei singoli operatori. In tale senso, ove correttamente letta, perché in tutti i processi succede questo, ma qui veramente al parossismo si è giunti, c’è una testimonianza, Dino Corò: no, significa questo, noi diciamo: leggendola si capisce questo; no, leggendola si capisce in altro modo. Benissimo, io vi dico cosa si capisce. Il Dino Corò, essendo stato capo reparto fino al settembre ’76 del CV14–16, non già come pretende la sentenza fine ‘75, dice che le procedure di esercizio – e testualmente dalla testimonianza – "perché ancora non erano state approntate le commesse, perché si doveva vedere se conveniva buttar via tutto e fare l’impianto nuovo", dice che "le procedure di esercizio furono adottate su iniziativa operaia, non per disposizioni aziendali, tanto è vero che anche dopo il ’75 gli operai che entravano nelle autoclavi erano protetti solo da una braga con la corda e il casco", questo all’udienza del 18 aprile ‘00. Giova rammentare, a proposito di esposizioni superiori ai limiti, che in tale manuale – CV14–16 – è inserita la scheda di sicurezza Montedison numero 58 del 6/11/67, sicuramente operativa fino al settembre ’76, perché Corò dice: "l’ho inserita quando ero capo reparto, l’ho inserita io", cioè nel settembre ‘76; tale scheda evoca concentrazioni di CVM – ma è incredibile, è fatta nel ‘67 ma operativa nel ‘76! -, questa scheda evoca "concentrazioni di CVM tollerabili per brevi esposizioni pari a 16.000 ppm"; e nel ‘76 c’era già il meno 1, poi si distingue in brevi, non brevi, lunghe, medie, quello che volete, però nel ‘76 vicino all’autoclave c’erano 16.000 ppm. Per ciò che attiene all’impianto pilota Cer PVC collocato nell’area ex PA3, in attività dal ’57, risulta che il manuale operativo fu adottato appena nell’aprile ‘92. Se si considera che tale impianto fu chiuso nel ‘96, tra l’altro fu chiuso a seguito di ordinanza dell’Amministrazione Provinciale perché sprovvisto delle necessarie autorizzazioni alle emissioni, c’è da chiedersi come esso fosse gestito senza la procedura scritta, con quale rischio per gli addetti e l’ambiente. CV11: dall’esame del manuale operativo si può escludere che ci furono cambiamenti operativi nel ‘73 e nel ‘74–‘75 e ‘76–‘77, come invece dice la sentenza; risulta invece – scheda DIPE 28/3/78 per lo scarico del cloruro di vinile da ferrocisterna, che peraltro non riportava alcuna informazioni relativa alla cancerogenesi e mutagenesi del CVM e neanche sul modo di evitare esposizioni al cancerogeno – che nel marzo ‘78 e successivamente, visto che questa è la prima procedura che ENI ha introdotto... nel reparto, il carico delle peci clorurate doveva proseguire presso la rampa di carico del CV11, e qui c’è una cosa clamorosa: la sentenza impugnata dà sulle mani, ma in modo pesante, alla Pubblica Accusa, a pagina 671 la Pubblica Accusa aveva detto: "venivano scaricati in laguna"; e l’impugnata sentenza a pagina 671 censura la contraria affermazione, cioè questa affermazione del Pubblico Ministero, è qualificata "sfornita del benché minimo supporto probatorio". Una roba incredibile, cioè tu Pubblico Ministero hai detto una cosa che non sta né in cielo né in terra, questo è il senso della pagina 671. Guardate lì, guardate la scheda che ho citato: si parla, si prescrivono procedure per trasferire le peci clorurate alla rampa di carico del CV11; quindi non è vero che tali peci venivano stoccate nelle immediate adiacenze dei reparti, come dice la sentenza, per dire subito dopo: ah, quello che tu dici in contrario è sfornito. Esse venivano caricate su autobotti – si legge lì e si vede – per essere trasferite altrove, evidentemente in laguna. Questo è un passaggio censurabilissimo della sentenza, perché Pasquon viene recepito in toto, non solo Pasquon, qui non è Pasquon, ma viene recepito in toto bolla di accompagnamento che diceva anche su questo punto la Difesa. Per ciò che riguarda il CV5-15 non risultano modifiche nel ‘73, nel ‘74, nel ‘75. Quindi da questo esame cosa concludere? Rimane documentalmente e sicuramente smentita l’affermazione del Tribunale che: "pertanto nel ‘73 vennero modificate le procedure relative alle operazioni compiute sulle autoclavi. 2) Modifiche procedurali vennero adottate su iniziativa degli uomini di reparto, che avevano saputo dall’esterno, non dalla società, della pericolosità anche cancerogena del CVM, che Montedison non si era premurata né di portare tempestivamente a conoscenza dei lavoratori, né di tenerne conto per rinnovare o adeguare i manuali operativi", e anche qui in violazione delle prescrizioni degli articoli 4 dei due decreti citati. Quindi noi abbiamo fatto adesso una verifica, sulla base dei manuali, la cosiddetta falsificazione popperiana, tanto cara alla Difesa, abbiamo falsificato popperianamente le affermazioni della sentenza: ah, nel ‘73, nel ‘74, nel ‘75 hanno fatto modifiche, esercizi, impianti, etc.. Ecco la falsificazione. E com’è noto da Popper - tanto nomine e inchiniamoci - i controlli positivi non valgono perché possono essere sempre smentiti, basta una falsificazione per far crollare la tesi. Cenni sulle autoclavi; prima di passare all’esame degli asseriti interventi sulle apparecchiature, qualche cenno sulle autoclavi. Afferma l’impugnata sentenza, pagina 297 e 298, che "al fine di ridurre gli ingressi in autoclave dei lavoratori addetti alla loro pulizia interna, ci fu tra il ‘71 e il ‘73 sperimentazione di diverse soluzioni tecnologiche, pulizia con acqua al reparto CV14-16 e nel ‘73 al CV6 lavaggio con alta pressione. Peraltro il sistema non ebbe idonea applicazione e venne applicato nel ’76 per il CV6 e nel ‘78 per il CV 14-16". In realtà il problema vero era quello dell’adozione di sistemi automatici alternativi alla pulizia manuale, e questo lo aveva detto il professor Viola già nel ‘69 al congresso mondiale di medicina e lavoro, cioè autoclavi è evidente che devono esserci: un conto è la pulizia manuale, un conto è un sistema automatico di pulizia. Invece Montedison accumula enorme ritardo, come dimostrato dal fatto che tali sistemi automatici erano disponibili sul mercato già dagli Anni ’60; non è quindi vero quanto scritto nell’impugnata sentenza: non esistere prototipo dei lavatori già sperimentati né disponibilità sul mercato di apparecchiature in grado di esercitare - attenuare vorrà dire - le gravose condizioni lavorative. Vero è infatti, come spiegato dall’Accusa all’udienza del 13/7/04, la Solvay di Ferrara aveva incominciato ad introdurre un sistema operativo automatico già nel febbraio ‘69, e il reparto nuovo PO2, avviato nel ’61, era già nato con l’attrezzatura per la pulizia delle autoclavi. Altro aspetto da rilevare è l’uso della maschera da parte dei lavoratori che si recavano a effettuare le pulizie nelle autoclavi. Sul punto l’impugnata sentenza è reticente, pagina 371, quasi che detta maschera, pur disponibile, perché dice disponibile, non venisse usata di proposito, sia perché le operazioni di accesso all’autoclave erano precedute da operazioni finalizzate a verificare l’assenza di CVM - in entità significativa, ben si intende -, sia perché la procedura di preallarme e allarme implicava, in caso di rilevante concentrazione di CVM – in entità significativa - l’assenza in quei luoghi di lavoratori. Quindi, siccome nel momento di pericolo i lavoratori non c’erano più, la maschera, va beh, la maschera era disponibile ma non la usavano. Attenti però. Come che sia, non è vero che le maschere fossero disponibili; erano invece le direttive Montedison che non prevedevano l’uso delle maschere. In vero la scheda di lavoro – la proiettiamo – agosto ‘78, al punto 2, così si esprime: "l’operatore, dopo aver indossato il casco da ciclista, la visiera, il corpetto salvagente con fune di trattenuta, ed aver assicurato il capocorda ad un punto fisso esterno, toglie momentaneamente la ventilazione ed entra nell’autoclave". Come si vede, non si fa assolutamente menzione di maschera. Per niente persuasive, anzi del tutto elusive, perché si cita il famoso documento anonimo 9/11/77, le osservazioni della Difesa, e qui attiro la vostra attenzione su questo fatto, anch’esso molto significativo della sentenza di primo grado. Dopodiché, dopo aver detto che erano disponibili le maschere e tutte queste cose, la sentenza beffardamente conclude così: "peraltro, comunque, non risulta assolutamente dimostrato – io lo cito, è incredibile ma io la cito! – in quale misura l’inosservanza dell’obbligo abbia inciso nello specifico sulla salute di singoli lavoratori parti offese nel presente procedimento. Infatti – state a sentire - non è stato provato dall’Accusa quali esposizioni nocive con riferimento ai singoli lavoratori addetti - quindi A, B, C, N - si sarebbe precisamente verificata per effetto...". Cioè quando, cozza contro la realtà, la maschera non c’era, l’Accusa doveva provare lavoratore per lavoratore, precisamente. Quale rigore e, per converso, quale mancanza di rigore nel dare irrilevanza probatoria al punto da evocarlo in motivazione a sostegno di una asseritamente (inc.) al suddetto foglietto anonimo. Lì non c’è rigore! Lì va bene, qui no, dottor Casson, lei doveva fare lavoratore per lavoratore, quantificare precisamente. Modifiche impiantistiche; circa le modifiche impiantistiche è d’uopo una premessa, che corrisponde alla premessa del capitolo di cui alle pagine 290 e 293 dell’impugnata sentenza, ricomprese nei capitoli "Primi interventi per la riduzione delle concentrazioni di CVM e commesse realizzate con interventi sulle procedure e interventi sulle apparecchiature e sui processi". L’impugnata sentenza ivi evoca, a sostegno della tesi che in particolare dal ‘73–‘74 in poi si interviene per realizzare, come poi avvenne, il crollo delle concentrazioni, cita oltre 140 commesse, documentalmente definite, dice la Difesa, e la sentenza recepisce. Esiste però discordanza tra le date di effettiva ultimazione dei lavori e quella formale, la stessa sentenza ammette ciò. Trattasi di 143 interventi attinenti al risanamento ambientale complessivo fino al 1992 evocati da Montedison. In realtà solo 51 di questi interventi sono stati richiesti nel ‘73–‘74, quindi nel biennio cruciale poco più del 35% delle commesse Montedison sono dedicate all’obiettivo asseritamente impellente – quello aveva scritto – di riduzione delle concentrazioni. Tale percentuale del 35% si riduce ad un misero quasi 10 o 10 scarso se si considera che fino al 1992 il totale delle commesse evocate da Montedison, relazione Pasquon, etc., è pari a 531. Si tratta all’evidenza di un quadro più coerente con un atteggiamento routiniere che con impegno di straordinaria attivazione, tanto più ripetesi che la stessa Difesa ammette che la situazione in atto era arretrata. Ancora, quante delle commesse aperte in tale periodo furono tempestivamente chiuse? Ciò dicesi perché diligenza impone più che mai in materia di salute non solo tempestività di attivazione in riferimento ai noti citati parametri della giurisprudenza costituzionale, ma anche di esercizio. Sotto tale profilo valgono le seguenti osservazioni: la commessa 4073, asseritamente conclusa nel giugno ‘75, come dice la sentenza, era ancora in atto al 30/9/75, data di prevista consegna di ben 40 rubinetti e 34 (buttometri), trattarsi dello spurgo con vapore delle autoclavi 14-16 CV. La commessa 4974, asseritamente conclusa nel giugno ’75, si è conclusa il 23/3/76, data della proposta di chiusura, trattavasi di degasaggio al CV6. La commessa 4062 CV24-25 e 822 CV14–16 non si conclusero né nel ‘75 né successivamente, infatti una nota del ’78 documenta: le pompe Peroni non sono affidabili. Trattavasi della pulizia interna delle autoclavi e dei lavatori automatici. La commessa 598 CV6 del 15 aprile ‘75 non si concluse nel luglio ‘74, posto che in una relazione Montedison del maggio ‘75 si segnala che i lavori in questione erano sospesi, trattavasi della polimerizzazione con azoto dei serbatoi torbida CV6. La commessa 545 CV24–25 non si è conclusa perché nel gennaio ’75 si effettuarono forniture di materiale per tale commessa, trattavasi di lavori di bonifica delle autoclavi prima della loro pulizia e questa pulizia era stata imposta, non era motu proprio, imposta dall’Ispettorato del Lavoro, prescrizione del 9/5/72 n. 9157. Si trattava di lavori per la polimerizzazione di serbatoi torbida. La commessa 1102, che non si concluse nel dicembre 1976 perché gli stessi documenti Montedison parlano in sede di verifica di 10 mesi come nel periodo di tempo impiegato, quindi andiamo oltre la data evocata in sentenza, trattavasi di sostituzione di valvole. Tali dati, questi che ho indicato, destituiscono il fondamento, la tesi che il crollo del biennio ‘73-’75 possa essere conseguenza di tali lavori, che comunque, come detto, dovevano essere realizzati ben prima, né è fondata la tesi dell’impugnata sentenza giustificativa dei tempi decisamente più lunghi, perché questa è la motivazione, che adesso vedremo infondata anch’essa: sì, va bene, tempi più lunghi, però noi non potevamo utilizzare ciò che era sul mercato perché avevamo necessità di individuare apparecchiature e materiali idonei per taluni interventi quali la sostituzione del valvolame, la scelta delle pompe per il lavaggio delle autoclavi; cioè ritardo sì, ma giustificato perché dovuto a questa nostra ricerca. E allora parliamo del valvolame. Analizziamo nello specifico gli interventi sul valvolame, né abbiamo accennato alle commesse 4062 ed 882. L’impugnata sentenza assume, elencando tre commesse, che al CV14-16 avvenne la sostituzione tra gli anni ‘75 e ‘76 di tutte – usa proprio l’aggettivo qualificativo "tutte" – le valvole a premi-stoppa con altre esenti da perdite e la sostituzione delle tenute delle pompe di compressione e degli agitatori, con tenute meccaniche doppie e flussate... Pasquon, tale e quale Pasquon. E tale affermazione, compatibile con il fatto che sulle autoclavi del 24–25, quindi nel 14–16 tutto abbiamo sostituito, il 24–25 è stato costruito nel ‘71, cioè è più moderno del 14–16. Nel 24–25 ancora negli anni ‘90, quindi ben al di là degli anni ‘75–‘76, erano installate sulle autoclavi valvole con tenuta a baderna, che pacificamente appartengono alla famiglia del valvolame, come le premi-stoppa, tecnicamente superate dalla famiglia delle valvole a tenuta garantita, e quindi del tutto inidonee, tali da causare perdite. Quindi si assume nel 14–16 fino al ‘75–‘76, però nel 24–25, aperto nel ‘71, c’erano ancora nel ‘90 valvole a baderna. A pagina 309 si assume, sempre per il CV14–16, che all’inizio degli Anni ‘80 le valvole di carico e scarico e degasaggio delle autoclavi vennero sostituite con valvole asservite pneumaticamente, cioè sostituzione delle valvole Saunders con i rubinetti Tafflin, così da consentire la gestione delle operazioni in modo automatico dalle nuove sale e quadri di comando, quindi con effetto di una minore permanenza del personale nella sala autoclavi. Si ripete: è credibile che ciò sia avvenuto al 14–16, quando al più moderno 24–25 ancora nel ‘90 non solo c’erano le baderne, ma erano montate valvole Saunders, altro che Tafflin? Di più: perché attendere gli Anni ’90 per sostituire le valvole incapaci di garantire la tenuta sia in linea che verso l’esterno, quando almeno dagli Anni ’60 già erano disponibili sul mercato le valvole asservite pneumaticamente, cioè le Tafflin? Per ciò che riguarda i reparti 24–25, l’impugnata sentenza assume, evocando commessa 1102 autorizzata nel ’75, fine lavori dicembre ‘76, che al fine di evitare la perdita degli organi di tenuta si procedette all’installazione tra il ‘75 e il ‘76 di valvole e rubinetti Tafflin a tenuta garantita; in tal modo venne ridotta la fuoriuscita di CVM dagli organi di tenuta: dal 38% dei rilievi con concentrazioni di CVM maggiori di 50 ppm si è scesi asseritamente a 0,23 dei rilievi a concentrazione maggiore di 25 ppm. Però è ciò attendibile ove si consideri che al CV11 ancora negli Anni ‘80 si installava in sostituzione di altre precedenti tenute meccaniche doppie per pompa, posto che le vecchie tenute semplici – si dice nella relazione alla commessa – sono soggette a frequenti perdite di prodotto che va ad inquinare di CVM le zone di stoccaggio CV11? Addirittura ancora negli Anni ‘90 al CV24-25 erano installate valvole Saunders e valvole a baderna, notoriamente inaffidabili. Questo è documentale. Se si ha la pazienza di scorrere questa tabella 5.2, a fianco di tutte le indicazioni in rosso sono ancora le valvole a baderna, quindi non erano..., sono ancora così, vedete? Tutto il rosso è ancora a baderna, quindi, come dire, non è vera la contraria affermazione che erano già le altre valvole, le nuove valvole. Come ciò stando documentalmente le cose può la citata memoria difensiva Pulitanò–Stella citare la commessa 1102 del 12/5/75 a sostegno dell’affermazione che per esempio ci fu sostituzione delle valvole a tenuta baderna con rubinetti con tenute meccaniche, e dice che questo è uno degli interventi di modificazione impiantistica più efficace ai fini dell’ottenimento di una drastica riduzione? E lì lo documentiamo che sono ancora a baderna. Sui serbatoi di stoccaggio CVM, parco serbatoi ovest, occorrerà attendere l’83–‘85, così l’impugnata sentenza, adesso non approfondiamo, diamo per buona, per la sostituzione delle valvole a saracinesca con le Tafflin, quindi oltre 10 anni dopo il fatidico biennio. Va peraltro messo in evidenza che risulta documentata la circostanza che si anteponevano ragioni di costi a ragioni di sicurezza, posto che per esempio la differenza di costo tra una valvola Saunders e un rubinetto Tafflin, a parità di diametro, andava da 1 a 10; c’è una deposizione dell’ingegnere Colombo all’udienza 17/5. Si spiega così la circostanza, documentalmente allegata alla commessa 1552, acquisto e installazione di rubinetti a maschio a tenuta di gas, comunque idonei, etc., per diminuire alcune fonti di più frequenti perdite che si ammettono, ciò dopo due anni comunque dall’entrata in vigore della normativa specifica cancerogena, che Montedison acquista 13 rubinetti né dalla Durco né dalla Tafflin ma da OMS Saleri Lumezzane, "nonostante che i prodotti (inc.) avessero soluzioni più sicure", dice lei perché è tra virgolette. Durco e Tafflin, essendo fornitori esteri e costosi, e dovendosi perseguire gli obiettivi di unificazione e contenimento costi, così la relazione della Costa, perché c’è la relazione della Costa che dice questo, e a questo proposito va evocata la famosa direttiva per la formazione del budget, documentalmente in atti, si è fatto fuoco e fiamme per dire: era sì una direttiva, ma poi a Porto Marghera non ne hanno tenuto conto, e quella direttiva parlava di contenimento dei costi e la relazione della Costa pone, dice appunto che Durco e Tafflin, essendo fornitori esteri e costosi, e dovendosi perseguire gli obiettivi di unificazione e contenimento costi... Si ribadisce comunque, nonostante l’ironia della difesa sul (leit motiv), che non si doveva aspettare il biennio fatidico ‘73-’75 e, per estensione, ’75 men che mai ’80 e ’90 per installare valvole a tenuta garantita; tali valvole e rubinetti erano disponibili, cioè secondo la giurisprudenza costituzionale erano in commercio, erano negli standard dagli Anni ’60, e noi abbiamo prodotto in atti il catalogo n. 11 della società Brever di Verano Brianza, l’ordine di acquisto 16/9/68 di rubinetti a maschio da installare negli impianti di Montecatini Edison di Castellanza, perché Montedison era qui ma aveva anche a Castellanza, e a Castellanza mettevano quegli rubinetti nuovi a maschio, e abbiamo prodotto l’ordine di acquisto; e poi c’è anche la nota Montedison sulla visita della Tafflin del 31/1/75 da cui risulta che, secondo i tecnici Tafflin, i loro rubinetti sono installati da molti anni – ‘75, indietro molti anni – e in moltissimi impianti su fluidi particolarmente tossici e al momento non sono state lamentate perdite. Tale ultimo documento destituisce di fondamento, perché anche qui di fronte all’obiezione: perché qui no e a Castellanza sì? E la Difesa Pasquon dice: ah, ma no, a Castellanza era necessaria, perché? Perché a Castellanza si faceva uso di monossido di carbonio, gas altamente tossico e infiammabile, mentre a Porto Marghera si trattava CVM. Ma abbiamo già visto prima che anche il CVM è non solo nocivo, altro che non particolarmente nocivo, non solo è nocivo, ma è sostanza con altro livello di esplosività in miscela d’aria, range da 3,6 ww a 33, anche il dicloroetano è infiammabile, tanto infiammabile che poi è esploso nel ‘72. Quindi Pasquon che mi viene a dire: qui no, a Castellanza sì perché lì si trattava... e cosa si trattava? Il monossido di carbonio, mentre qui non era esplosivo; come non era esplosivo? Era tanto poco esplosivo che è esploso. Quindi principio di ragion sufficiente: ad ogni obiezione c’è una contro-obiezione, è evidente questo, sennò non ci sarebbe contraddittorio, però siete voi che dovete vedere plausibilità o meno di obiezione e contro-obiezione. E qui c’è un’altra clamorosa circostanza: la sentenza, io l’avrò letta un paio di volte, ma su 1000 e tante pagine, poi non è un romanzo, sono date..., quindi salvo errori ed omissioni dico, però guardate cos’è successo: Pasquon dice che i rubinetti installati nel ‘75–‘76 a Porto Marghera erano del tipo Tafflin, erano Tafflin tipo 300. Siccome i tecnici di Medicina Democratica non credono, giustamente vogliono la verifica a ciò che dice Pasquon, sono andati a fare una ricerca e hanno detto: no, non può essere; perché il brevetto tedesco è del 23/5/88, quindi come potevate mettere valvole Tafflin 300 nel ‘75–‘76 se il brevetto è dell’88? Colpo basso, colpo basso che la Difesa... no, non era rigore, come si dice ormai dappertutto: no, non era rigore. Colpo basso; allora la Difesa Baccaredda–Boi dice: "sì, effettivamente abbiamo controllato - quando viene l’ingegnere Paolini in udienza -, abbiamo controllato e non era così". Pasquon, n. 2, fa palinodia e dice: "sì, effettivamente è vero, ma ci era stato indicato così"; bel campione, cioè fate la tara a Pasquon, perché Pasquon, quando si difende da un errore, dice: "ma mi avevano dato quella data". Ma allora è andato a guardare o no sul posto? Ma che discorsi! Pasquon guardate che è recepito non so quante volte, proprio copiate in sentenza pagine Pasquon. Allora dicono: no, effettivamente le Tafflin tipo 300 no, però – si riesce sempre ad organizzare, l’avvocato è fatto per questo -, testimonianza Paolini, che evoca (Umiani), testimonianza Dacone: "no, non erano le Tafflin 300, però erano a tripla tenuta". Perché a tripla tenuta? Perché bisognava non solo garantire contro il fuoco, ma garantire contro la corrosività. Ora, se voi andate a guardare, io dico a voce per risparmiar tempo: contro il fuoco c’era già la doppia tenuta, non il fuoco in linea, il fuoco esterno, c’era già la valvola Tafflin a doppia tenuta negli Anni ‘60, quindi per garantirsi da questo pericolo non c’era bisogno di fare la tripla tenuta contro il fuoco posto che già c’era la Tafflin a doppia tenuta contro il fuoco; sulla corrosività non c’era perché, come abbiamo visto quando fanno la visita a Tafflin, montata da molti anni, e non ci sono stati rilievi ed obiezioni da parte dei clienti, su liquidi particolarmente corrosivi, quindi anche lì non c’era la necessità di andare a fare la tripla tenuta per evitare la corrosione. Morale della favola, poi voi valuterete: c’è una visita alla Tafflin nel ‘75, Pasquon non ha visto quello, perché Pasquon nel suo documento, nel suo documento parla di Tafflin tipo 300, proprio come dire le individua specificatamente come tipo 300. Mah, che ci fossero già quella volta alla Tafflin valvole a tripla tenuta, non 300, ma sa, a questo punto tutto è possibile, più nebbia si fa e meglio è. Ma la morale della favola è che alla base di tutto c’era quell’induzione in errore, colposa, io immagino colposa, per carità, non vado ad immaginare niente, quel tentativo di induzione in errore colposo che poi ha provocato tutto quanto ne è successo. E quindi ho detto quello che dovevo dire. Ancora due parole e poi faccio una conclusione a braccio.

Qualche parola sul monitoraggio, e qui dico cose arcinote, perché voi le conoscete, ma insomma... Ribadito ancora una volta che i sistemi di monitoraggio, di avviso e di allarme dovevano essere installati già in relazione alle prescrizioni dei D.P.R. ‘55 e ‘56, perché dicevano ridurre, eliminare i gas, quindi si sarebbe dovuto monitorare, etc., si osserva: Montedison, dopo avere usato prima del marzo ‘75 il sistema del prelievo..., perché ci sono tre fasi: pipettoni prima del marzo ‘75, gascromatografo del sistema plurilineare dopo il marzo ‘75. All’interno del periodo ante marzo ‘75, pipettoni, c’è da fare una distinzione tra la prima fase ante ‘73, pipettoni occasionali, e la fase ’74, per essere precisi, aprile ‘74, quindi la fase che va dall’aprile ‘74 al marzo ‘75, pipettoni con rilevazioni medie, con il sistema dell’acqua. Quindi da sempre, da quando hanno iniziato, chissà, fino all’aprile ‘74, pipettoni occasionali; ’74 marzo ‘75 pipettoni medi, con rilevazioni medie 8 ore; dal ‘75 in poi il gascromatografo, sistema plurilineare, comunque il sistema che era in funzione era con rilevazione media annua, il cosiddetto DLTLD, di lunga durata. Si ricorda che l’ivi previsto valore tecnico di lunga durata – quello dal marzo ‘75 in poi – è pari a 3 ppm annui, media annua, ove si è adottato, come nel caso in questione, il metodo permanente sequenziale. Si considera, secondo la normativa dell’82, non superato questo valore di lunga durata allorché la media aritmetica dei valori misurati durante l’anno non superi il valore di 3 ppm conformemente alla sezione 1 dell’allegato 2, che dispone altresì doversi escludere dal calcolo – su questo hanno fatto molto leva – della concentrazione media annua i valori di concentrazione anormali superiori a 30 ppm. L’articolo 5 che ciò dispone dice anche: "quando in un punto di rilevamento si verifichi un aumento della concentrazione tale che questo superi il valore di 30 parti per ppm, devono essere adottate misure individuali": andate via, indossate questo, mettete quell’altro, etc.. Il sistema prevede anche un metodo di controllo, è evidente, a lunga durata, calcolato in questo modo, controllo, si introduce il valore tecnico di breve durata per il controllo. Esso, nel caso di sistema plurilineare con periodo di riferimento pari a 20 minuti, che è il caso in questione, è determinato con una tabella che indica 7,9, non superare i 7,9 ppm. Orbene, l’allegato 3 chiarisce che questo valore annuo non si considera superato se tra tutti i valori dell’anno appena trascorso quelli che superano il valore tecnico di breve durata, cioè nel nostro caso 7,9, non sono più del 5%. Ecco, questo è il sistema. Ciò all’evidenza, la stessa sentenza lo dice a pagina 430, significa che il numero dei superamenti del valore di 7,9 in un anno comprende evidentemente quei superamenti di 30 ppm che vengono esclusi dal calcolo del valore di lunga durata, cioè per calcolare il valore di lunga durata si escludono quelli superiori a 30; tra tutti quelli dell’anno non ci dev’essere più del 50% di superamento di 7,9, tra tutti. Quindi vuol dire che tra i tutti sono compresi anche quelli superiori a 30, che non valgono per la media annua ma che valgono per questa verifica, cioè nel senso che io devo avere l’evidenza di tutti i superamenti, evidentemente che non ci dev’essere il superamento di più del 50% del 7,9. Ora, in altre parole la lunga durata non tiene conto dei valori anormali superiori ai 30 ppm, perché nel sistema così strutturato la segnalazione a livello di concentrazione, si va via dal luogo di lavoro, quindi non occorre; invece quello di breve durata, al fine del controllo del non superamento annuo..., tiene conto di tutti i rilevamenti, ivi compresi quelli superiori a 30. E allora vediamo cos’ha detto il teste Alongi, che è un teste chiave sotto questo profilo per il monitoraggio. Chi è Alongi? Alongi è quello che fornice i gascromatografi a Montedison, e lui dice testuale: "in quel momento – quando lui fornisce – quegli strumenti consentivano di misurare concentrazioni in atmosfera di CVM tra lo 0,3 e lo 0,2–0,3 ppm fino a 25–30 ppm; dopodiché si verificavano delle alinearità nelle risposte, per cui non consentiva quella tecnologia con i sistemi di rilevazione di vedere concentrazioni superiori in quanto il segnale tendeva a saturazione. Negli Anni ‘80 sicuramente c’erano ancora queste problematiche", Alongi. Cosa significa questo? Significa che i valori superiori a 30 non erano rilevati; addirittura non erano rilevati quelli superiori a 25, perché ad un certo momento Montedison abbassa da 30 a 25. Lo fa a fin di bene, dice lei – e la sentenza beve -, perché a fin di bene? Perché tanto più abbasso il limite di allarme tanto prima vado via, ma che discorsi, tanto più abbasso e prima vado via, quindi non c’è pericolo. Sarà! Come che sia, da 30 in su, dice Alongi, non si rilevava niente, da un certo momento in poi addirittura da 25 in su non si teneva conto. Ora, questo vuol dire che non si saprà mai, nessuno qui è in grado di dirlo, nessuno, se e quante volte c’è stata emissione superiore a 30. Uno può dire: inferiore a 30 sì, perché a 30 suona, suonava, perché poi è 25, ma superiore a 30 mai, nessuno lo saprà mai; poteva essere 40, 50, 60, 70, 80. Ora, io capisco, tutto a fin di bene, ma c’è qualcosa che non va in questo sistema, c’è qualcosa che non va, tant’è vero che..., va beh, abbassa a 25 con quella giustificazione che vi ho detto. Tant’è vero che i periti, i consulenti di parte hanno fatto, come dire, hanno operato delle classificazioni, cioè hanno dimostrato, con esperimenti dei giorni 26/6 e 17/7, al CV24–25, un clamoroso effetto di diluizione; la concentrazione misurata è risultata circa il 40% di quella alimentata con due bombole al terminale 10, chiudendo tutti gli altri; cioè loro fanno, Nano e Rabitti, questo esperimento: chiudono tutti i terminali tranne uno, mettono dentro due bombole, e sanno la quantità di bombole che mettono dentro, e allora dicono: se non c’è diluizione il valore atteso è questo, il valore rilevato deve essere questo, corrispondente, se non c’è diluizione. Hanno fatto l’esperimento ed è venuto fuori che invece degli alimentati 15,3 ppm e 14,7 ppm sono risultati 6,25 ppm e 5,27 ppm, quindi un effetto di diluizione; uno può guardare il grafico, anche al CV6, tra l’altro, perché io dico al 24-25 ma c’è anche una diapositiva sul CV6, che anche lì abbiamo un effetto diluizione forse addirittura maggiore. Non solo, avevano fatto anche un altro esperimento Nano e Rabitti: avevano verificato, con rilevazione 26/6/98, che laddove il monolineare con spettrometro aveva registrato 23 valori superiori a 30 ppm e 54 superiori a 7,9, il plurilineare aveva registrato solo 12 eccezioni. Cioè in azienda c’era il plurilineare, i Sindacati, dopo si dirà ma parte dei Sindacati, parte sì, parte no, fatto sta che c’era chi sosteneva no, perché plurilineare? Facciamo monolineare, che è più sicuro. E allora Nano e Rabitti fanno anche la comparazione: plurilineare, vediamo cosa dà l’uno e vediamo cosa dà l’altro, e vedono che con il monolineare, con spettrometro, che è il sistema..., si erano registrati più valori superiori a 30 ppm che con il plurilineare. Va bene, questi sono due fatti. Vediamo cosa dice la sentenza. Circa la diluizione l’impugnata sentenza una volta dice, a pagina 422, che i dati ottenuti con i due sistemi di monitoraggio automatico appaiono sostanzialmente sovrapponibili, il che è negato sostanzialmente; altra volta, a pagina 429 e 441, dice che tale non aveva una pratica incidenza o era poco significativa, pur dopo aver scritto che il sistema monoterminale attribuiva probabilità tendenzialmente maggiore di rilevare l’entità di valori e punti. Grazie tante, cioè il monolineare era tendenzialmente migliore, però con il plurilineare le differenze sono... Questa è la risposta. Sono apparentemente più sofisticate le argomentazioni Pulitanò–Stella, basate su due ipotesi: che i flussi delle singole campanelle nel pluriterminale, ovviamente, devono essere uguali tra loro, e allora non c’è diluizione; e in caso che vi sia uguale concentrazione di CVM in prossimità delle campanelle. Cioè nel plurilineare ci sono più campanelle, allora dice: no, non c’è la diluizione, perché sé i flussi sulle campanelle sono uguali tra loro e se le concentrazioni sono uguali tra loro, non c’è diluizione. Insomma, troppi se. Qui Nano e Rabitti hanno un fatto, e al fatto si oppongono queste argomentazioni. Circa le mancate rilevazioni di valori superiori ai 30 ppm, quello che dicevo prima, nessuno saprà mai, la sentenza tace. La citata memoria della Difesa Pulitanò-Stella, anche qui l’argomentazione: il diverso numero di allarmi che il monoterminale fa rispetto al plurilineare, deriva... Bella argomentazione, a proposito di fallacia, che è termine tanto caro alla Difesa, che ogni volta che una sentenza non gli va bene dice che spende una fallacia di argomentazioni, allora l’argomentazione di Pulitanò–Stella è: sì, rileva di più, ma questa è conseguenza delle diverse architetture dei due sistemi. Ovvio, sono diverse, è quello che diciamo noi. Però dopo dice che la capacità del sistema di monitoraggio multiterminale di rilevare aumenti anormali delle concentrazioni di CVM è del tutto analogo, sostanzialmente uguale, analogo, anche nel monoterminale, per concludere con una clausola di chiusura: il sistema multicampanelle rappresenta la concentrazione media di una zona di lavoro, proprio come previsto dalla normativa, e qui bisogna dirlo, e qui sì, perché qui veramente, previsto dalla normativa, noi parliamo del ‘74–‘75, sì o no? ‘74–‘75. La direttiva CEE è del ’78; il D.P.R. italiano è dell’82. Nel ‘74–‘75 non c’era normativa, non c’era. Io so come succede: non c’era normativa ma però gli industriali sapevano che già si stava elaborando. Anche le direttive sono frutto di negoziazione, questo è ovvio, c’è un libro bello, scritto a suo tempo: "La negoziazione del procedimento legislativo". Si negozia, quindi è evidente che loro capivano che su queste basi si muoveva la futura normativa, però nel ‘74–‘75 non c’era normativa, quindi loro non possono dire: abbiamo adottato il plurilineare perché è conforme, e non è censurabile perché è conforme. Non era conforme ad un bel niente. Nel ‘78 si verificherà postuma conformità, o nell’82, e allora, quando si adotta il multilineare, lo si adotta a ragion veduta, e questa ragion veduta non può essere che una: una diluizione e minori allarmi. Non c’è niente da fare, io non so che cosa direte in Camera di Consiglio, non so cosa sarà la vostra sentenza, non so niente, però vi prego, fate i conti con i fatti, con la dura realtà dei fatti, che nel ‘74–‘75 non c’era né direttiva CEE né D.P.R., quindi c’era scelta. Era prudente questa scelta? Era perita questa scelta? Ecco la domanda e la risposta che dovete dare. La stessa cosa all’interno del periodo pipettoni per il cambio da valore occasionale a valore medio, processo alle intenzioni, complotto, io so cosa potremmo... No, come il patto di segretezza, è una mania complottarda quella della Pubblica Accusa, e come dice l’altro avvocato della Difesa: logica dello sospetto, Stato totalitario. Mentre in democrazia, poi vedremo, tra qualche minuto finisco con le citazioni... Guardate che il cambiamento con i pipettoni avviene nell’aprile ‘74, da valore occasionale a valore medio; guarda caso, ma guarda caso, nell’aprile ‘74 l’OSHA abbandona il livello 500 ppm e introduce l’ETS a 50, ETS è valore non superabile di emergenza, e allora ecco che con la media si elude questa verifica, perché con l’occasionale c’è il rischio: ahi, 60, 70, 80, e con la media, pipettone, faccio una media. Logica del sospetto? Metto le mani avanti, alzo lo scudo, dite quello che volete: non è logica del sospetto, è coincidenza. L’altra cosa e chiudo, sul monitoraggio: non c’era ancora la direttiva, quindi non era ancora stato introdotto nell’ordinamento il concetto di zona da monitorare, che poi nel ‘78 e nell’82 verrà fuori la zona in cui c’è l’esposizione dei lavoratori. E guardate cosa succede nel ‘75, faccio questo esempio, l’Accusa ne ha già parlato: ci sono le linee 1 e 9, la Pubblica Accusa ne ha parlato all’udienza del 24/6, che servono addirittura, la linea 1 del CV24, edifici diversi e distanti tra loro. Cioè la zona è costituita da edifici diversi e distanti tra loro; quella sarebbe una zona da monitorare in media, edifici distanti. È evidente che quando la direttiva nel ‘78, per zone si intende più ristretta o meno ampia è, meno vanamente ampia è più efficace è il monitoraggio. E nell’altro c’è un edificio con quattro terminali dentro, oltre i muri un terminale lì e un terminale lì, altra zona in atto prima del ‘78 e, rispettivamente, ‘82. Io faccio questi riferimenti perché? Perché c’è questa famosa teoria del crollo, che per Pulitanò–Stella è decremento progressivo. Allora la tesi è: voi dite che non ci sono state modifiche impiantistiche di esercizio; voi dite che c’è riduzione; voi dite che ci sono questi difetti, che ci sono queste inidoneità, però al (postutto), dal ‘74 in poi c’è decremento, e allora ecco che invece la Pubblica Accusa ha dimostrato come non ci può essere comparazione sulla cui base valutare il decremento, perché non si possono comparare i dati del pipettone istantaneo con il pipettone medio, sono incomparabili, e non si può comparare i dati del pipettone medio con il gascromatografo, del quale già abbiamo verificato l’effetto di diluizione, etc.. È evidente che c’è diluizione, è evidente che c’è decremento perché con il gascromatografo c’è riduzione. Ma la linea di tendenza asserita dalla sentenza si basa su un presupposto insussistente: possibilità di comparazione che non può esserci tra diversi sistemi di rilevamento, tutto lì. Quindi la morale qual è? La morale è che non ci sono stati due crolli dei quali parla la sentenza, cioè il primo crollo quando si introduce il pipettone medio ad 8 ore e il secondo crollo quando si introduce il gascromatografo con sistema plurilineare, e non c’è nemmeno decremento tendenziale, per le ragioni che abbiamo già detto. Due parole sulla polverosità; ne tratta l’impugnata sentenza a pagina 362 e seguenti partendo dall’affermazione, anche qui è un’affermazione apparentemente ovvia, ma però piena di... ve la leggo: "va rilevato innanzitutto che l’insacco – perché il grosso problema della polverosità è l’insacco di PVC – integrava un’attività cui comunque era connaturata una certa dimensione di polverosità, tant’è vero che si pretende dedurre ragioni di tranquillità dall’asserita circostanza che il PVC non è classificato tra le sostanze pericolose, anche alla luce del DM 2/12/00, aggiornato dal DM 15/6/00, n. 210 - successivo però - in tema di imballaggio e limite massimo di CVM nel prodotto finito. Come che sia, deve pur dire la sentenza che alle polveri di PVC si applica il limite PLV TWA – limite medio - per le particelle non diversamente classificate, e ciò sia rispetto alla frazione inalabile che alla frazione respirabile. Ciò dicesi dando per corretta l’applicazione del suddetto limite di 10 milligrammi metro/cubo. Posto che dovrebbesi invece considerare che, lungi dall’essere non diversamente classificabili, le particelle di PVC aerodisperse negli ambienti di lavoro sono costituite da particelle piccolissime, classificabili come appartenenti alle frazioni di pollini respirabili e che contengono sostanze tossiche, ivi compreso il cancerogeno CVM presente come monomero residuo". Comunque c’è un limite in relazione a due funzioni fisiologiche fondamentali – respirare e inalare – di chi lavora. I consulenti di Medicina Democratica hanno nella loro relazione 24/10/99, per quanto attiene alle polveri del PVC in sospensione, dimostrato, esaminando addirittura i bollettini Montedison, che per esempio nel giorno..., lì è il monomero residuo da CVM a PVC, nel giorno 17/5/79 il 53% di peso delle polveri disperse rientrava nella frazione respirabile, questo dicono i consulenti di Medicina Democratica, il che tra l’altro confermava la loro tesi che il granulo di PVC rappresenta una struttura morfologica che a sua volta è costituita da varie strutture, la cui dimensione rende trascurabili..., in primo grado si è molto discusso: ma la granulosità non si può, e qui viene fuori che il 53% si può. A tale date dato qualitativamente indiscutibile, perché si può respirare, la impugnata sentenza oppone, adagiandosi sulle tesi del C.T. Difesa Foraboschi, mere considerazioni quantitative, e cioè che complessivamente, considerando i rilievi di altre giornate, il livello di polverosità totale era comunque estremamente basso. Comunque l’impugnata sentenza non ha in alcun modo considerato quella parte della pur ivi evocata consulenza di Medicina Democratica dalla quale si poteva rilevare che in numerose posizioni di lavoro i limiti sono superati di decine, centinaia ed anche migliaia di volte e che i bollettini già citati, riportati in tabella 6.3, evidenziano invece che dal ‘67 all’85 sugli stessi impianti c’è aumento di polverosità invece che diminuzione. D’altra parte la stessa commessa 1520 del 5/8/76, reparto CV15 Montedison, si propone un sistema di aspirazione dei fumi e delle polveri emessi direttamente dall’ambiente di lavoro – quindi siamo nel ‘76 –, attualmente non esistendo alcun sistema di aspirazione si ha continuo inquinamento ambientale dovuto a vapori di CVM e plastificanti. Tale commessa è nel ‘76, e nel ‘76 siamo 16 anni dopo l’entrata in produzione del reparto, che è del ‘60, e siamo vent’anni dopo i D.P.R. del ‘55–‘56. Per quanto riguarda invece il PVC in emulsione - questo era in sospensione - l’impugnata sentenza, bontà sua, dà atto che nei primi Anni ‘70, quindi vale il discorso che avevo fatto prima, quanto meno dal ‘69, testuale: "il livello di polverosità nelle zone di insaccamento era indubbiamente consistente", c’è una deposizione di uno che dice, Corò, uno dei Corò: eravamo lì e non si vedeva, era come una nebbia, eravamo pieni di polvere. Nei primi Anni ‘70 il livello di polverosità nelle zone di insaccamento era indubbiamente consistente, con assenza dei sistemi di captazione. A fronte di ciò essa sentenza valorizza le impulsazioni di alcuni interventi richiesti. Però siamo nel ‘78, nell’80, nell’81, come mi pare di aver visto adesso. Bene, conclusioni e dopo, a braccio, due parole. Conclusioni: dovevasi sin dai D.P.R. degli anni ‘55 e ‘56 comunque, a voler tutto concedere dal ‘69, adottare tutto quanto necessario per impedire, ridurre elevatissime, e l’aggettivo superlativo, pagina 483 impugnata sentenza, le concentrazioni del gas tossico, già noto come tossico a Montedison, CVM, anche sotto... che causava malattie professionali; 2) dovevasi a tal fine, sin dalla fase di progettazione e installazione, adeguare gli impianti a tali doveri. 3: dovevasi comunque, più che mai dal momento di asserita conoscenza di cancerogenicità del CVM, quindi dopo, introdurre tempestivamente innovazioni nelle procedure e negli impianti. Siccome è provato che ciò non è avvenuto, sussiste colpa specifica oltre che generica nella causazione degli eventi addebitati, e per queste ragioni si impone riforma dell’impugnata sentenza, circa la quale dico a braccio due parole finali.

Due anni fa, due anni e mezzo fa, eravamo nell’autunno, quando è venuta la sentenza del Tribunale, la situazione era molto diversa dall’attuale, e quindi io posso anche capire che da un punto di vista giurisprudenziale e culturale generale la Difesa percorresse praterie; e posso anche spiegarmi, sotto questo riflesso, taluni passaggi del lungo processo di primo grado, in un certo momento noi abbiamo qui sentito consulenti tecnici fare lezioni di epistemologia, di filosofia della scienza, sembrava di essere ad un congresso. Si può capire, non giustificare, ma si può capire, il Tribunale era lì, c’era questa prateria, che non era tale ma c’era, sembrava esserci una prateria. Dopodiché è venuta la sentenza, dopodiché sono venute le Sezioni Unite, sentenza Franzese. Non solo; dopodiché sono venute le ulteriori sentenze della semplice sempre Sezione Quarta, che ha modificato, giurisprudenziale, questo quadro. È fuori di discussione che quando l’avvocato, il professore, funzionava da professore, fa il libro del ‘75, che è una pietra miliare, fuori discussione, c’erano intuizioni - che poi non sono state sviluppate - sul concorso di persone, sul concorso morale, si sarebbe potuto poi continuare su quella strada, con beneficio di tutti noi avvocati, perché il concorso morale è cosa che ci perseguita sempre e troppe volte iniquamente, ma non si è percorsa quella strada. Si è percorsa l’altra: i temi della modernità, perché c’era il processo della modernità, la società del rischio, perché c’era il processo della società del rischio, e allora, all’epoca del primo processo, legge di copertura, non bastava legge di copertura scientifica, ma nel ‘75 il bellissimo libro diceva: no, anche statistica, leggi anche statistiche, anche probabilistiche. Diceva che poi ci dev’essere la verifica, se non sperimentale, adoperando metodi scientifici di controllo, metodologie scientifiche di controllo, però giungeva, quel del libro del ’75, a dare per ammesso, anzi lo dimostrava, e per esempio la sentenza sul (Talitomide), tedesca, che non c’è mai stata la sentenza perché c’è stata l’archiviazione prima, e lì c’erano le grandi discussioni, sì o no, causale o non causale, legge di copertura o no, il professore in quel libro del ‘75 dice: no no, si poteva benissimo enunciare una legge di copertura per il (Talitomide), vi risparmio le pagine, se avete curiosità leggete, proprio lui giustifica, dice: c’era la probabilità..., insomma utilizza tutti i canoni e conclude: si poteva dire questo. Passano gli anni, siamo qui, e allora qui abbiamo periti statistici, periti medici legali, periti epidemiologi e viene fuori la carta nuova, la carta nuova è..., la statistica, va bene, nel 50% dei casi, ma quando io rientro nel 50%? Perché io? Che è espressione che continua e si ripete anche adesso. E allora ecco, l’epidemiologia non risolve il problema della causalità individuale perché? Perché io? Perché tra il numero x di attesi ci devo essere io, che invece posso aver preso fuori, visto che poi addirittura si dice che il cancro si può prendere anche..., ci nel il 5% dei casi, fuori si prende molte volte di più. E allora la carta è: causalità generale, causalità individuale occorre provare e, finché non si prova la causalità individuale, assoluzioni, perché c’è l’oltre il ragionevole dubbio; si attacca la medicina legale perché usa il concetto di idoneità e non di causalità individuale, e fin qui si svolgono questi argomenti, e in quel momento hanno presa. Tra l’altro il concetto di causalità individuale è evidentemente, come dire, metodologicamente strumentale al tipo di argomentazione, perché la causalità o è individuale o non c’è, non so se mi spiego; causalità generale è idoneità, che è tutt’altra cosa. Cioè introducendo la causalità, si introduce la categoria della causalità generalità per poter giostrare su causalità individuale e dire: se non c’è questa niente. Bastava limitarsi a dire: occorre provare la causalità. Invece si è fatto questo giro: si demolisce l’epidemiologia, si demolisce la medicina legale, si demolisce la statistica, perché il solito problema è: ma quando io? Ma perché io? Dovete dimostrare che io. Però viene la sentenza Franzese, e la sentenza Franzese, che pur dice: sì, le leggi di copertura, perché sotto quel profilo il libro del ‘75 è una pietra miliare, non si discute. E’ quanto è venuto dopo, perché poi si fa la seconda edizione del ‘75 e la si fa nel ‘99, non so quando si fa, c’è già qualche cosa, ma nei libri successivi, "Giustizia e modernità", addirittura si demolisce tutto questo e resta l’unico problema, se non si dimostra la causalità individuale, e a ciò non serve la epidemiologia, e a ciò non serve la medicina legale, e a ciò non serve la statistica, c’è il limite dell’oltre il ragionevole dubbio. Però la sentenza Franzese, che pur, ripeto, dà ragione, dice: ci dev’essere legge di copertura, dice: leggi di copertura scientifiche o statistiche, e aggiunge che "occorre impegnarsi – a proposito di causalità individuale, (idest) causalità – nell’operazione ermeneutica alla stregua dei comuni canoni di certezza processuale conducenti conclusivamente all’esito del ragionamento probatorio di tipo largamente induttivo ad un giudizio di responsabilità". Quindi perché era infondata l’enfasi, perché era strumentale l’enfasi di prima? Resta sempre un problema di verifiche di accertamento, e questa verifica di accertamento la si fa alla stregua dei comuni canoni di certezza processuale, quindi nessun automatismo, quindi non è vero che ci dev’essere certezza prossima al 100%, ma ci può essere anche argomentazione induttiva, che in presenza di spiegazioni alternative, e già l’aveva detto Iacoviello, Consigliere di Cassazione ma anche autore di un libro sulla motivazione della sentenza penale, contrastato dal professor Stella in un articolo che dirò adesso, in mancanza di spiegazioni alternative un accertamento largamente induttivo che mi dia un’alta probabilità. Quindi nessun automatismo, tra l’altro anche l’automatismo vicino al 100% non vuol dire niente, perché non risolve l’argomento radicale del professor Stella: perché io? È facile dire "perché io?" di fronte ad una probabilità del 50%, ma anche di fronte ad una probabilità del 99,9% posso io sempre dire: "ma perché io in quello 0,1?". O c’è 100%, che non può mai esserci, o c’è probabilismo, ma se il probabilismo è del 50 o del 99,9, lascia sempre aperta quella drammatica domanda sulla quale fa leva il professor Stella: ma perché io devo essere ricompreso in quello 0,1? Quindi quello non è l’argomento, non si passa lì. L’unico vero argomento, dato anche, come dire, che la giurisprudenza non è, come dire, le sentenze non sono elaborati scientifici ma sono soluzioni di problemi pratici, evidentemente non campati in aria, non arbitrari, sulla base dei ragionamenti, leggi di copertura, con tutte quelle cautele, è evidente che occorre ricorrere ai canoni normali, e le ultime sentenze della Sezione Quarta, tra l’altro rese con relatore anche quel Consigliere Battisti, che nel libro del 2000 il professor Stella diceva: ah, ecco, il grande giurista, che finalmente ha detto leggi di copertura, Battisti. Però Battisti nelle ultime sentenze, e mi riferisco alle sentenze sulle quali il professor Stella..., non so se avvocato o professore in quel momento, fa un lungo articolo sul Diritto di Procedura Penale in cui le attacca: le frequenze medio–basse, errore delle Sezioni Unite, niente frequenze medio–basse; e invece le Sezioni Unite: comuni canoni di accertamento processuale, addirittura anche le generalizzazioni delle massime di esperienza, se sono fatte con quella cautela della mancanza di spiegazioni alternative, etc.. È evidente che il professor Stella oramai combatte in difesa, combatte in difesa perché deve attaccare le Sezioni Unite può facendo buon gioco a cattiva sorte, attaccare le ultime sentenze della Sezione Quarta: ma no, genera le (inc.) empiriche, non vale, non vale. Però sono lì, e sono motivate eh, non sono la famosa intuizione del Giudice, lì c’è: "motivazione". E allora ecco che oggi voi avete questo diverso panorama giurisprudenziale e culturale, voi dovete porvi il problema non della causalità individuale; della causalità, accertarlo con i consueti, canonici criteri, e risolverli. E concludo dicendo: io ho parlato, sì, sono stato forse polemico, ma d’altra non è che dall’altra parte si sia poco polemici, ho detto: no tesi estremistiche, perché una delle tesi estremistiche che criticavo era quella che diceva: non più processi penali; addirittura anche quelli dell’amianto sono destinati a sparire, testuale Stella, anche quelli dell’amianto sono destinati a sparire, quindi non basta la legge, non basta quello che dice la sentenza, no, perché occorrerà sempre la causalità individuale, cioè andare a vedere lì dentro se c’è qualcosa, pur dopo aver detto che la biologia è scienza... La tesi estremistica era: niente più processi penali, diritto amministrativo, perché in America..., va benissimo, diritto amministrativo. E allora io concludo dicendo, non dicendo io, perché cosa volete..., evocando un grande, e metto subito le mani avanti, si tratta di Giorgio Marinucci, è un nome a me molto caro, uno potrebbe dire: ah, ma tu citi quel Marinucci il quale, al venire fuori del libro "Giustizia e modernità", seconda edizione, ha fatto una recensione in cui dice che è uno splendido libro. In realtà il Marinucci dice che è uno splendido libro, ma leggete ben bene quella recensione, dice che un libro non si valuta tanto per la verità di ciò che dice, quanto per le provocazioni che introduce. Quindi mette un po’ le mani avanti. Ma a parte questo, Marinucci – e concludo con questo –, perché tesi estremistica? Lo ripeto, tesi estremistica, perché il ricatto argomentativo speso sempre contro di noi è: voi state attenti, le vostre tesi sono coerenti con una società totalitaria, in cui non c’è la garanzia, in cui il bene non solo della libertà ma anche quello dell’onore può essere messo a repentaglio sulla base di intuizioni dei Giudici, voi siete amanti del politicamente corretto, orribile espressione che oramai impazza qui e lì, uno che dice la verità è politicamente corretto; bisogna essere politicamente scorretti, andare controcorrente, apparentemente controcorrente, perché il garantismo era patrimonio della cultura giuridica italiana non da quando nasce questo processo, che sia molto chiaro questo, e allora Marinucci dice... Quando in dottrina in Italia c’è la discussione, il dibattito sul diritto penale minimo, estrema ratio, tutte cose giuste, per carità, per esempio i reati di vilipendio si potrebbero incominciare ad abolire, veramente si sarebbero potuti già abolire quando si sono abolite le norme sul falso in bilancio, invece i vilipendi sono ancora lì. È evidente che è diritto penale minimo, non discuto questo, però: "Le prospettive per i colletti bianchi diventano ancora più rosee – Marinucci, non il politicamente corretto – quando si propone di trasferire in blocco i reati economici e i reati ambientali nel diritto sanzionatorio amministrativo, il luogo nel quale tradizionalmente si vorrebbero relegare gli illeciti della gente per bene. Si otterrebbe così il risultato di bagatelizzare fatti gravemente dannosi, evitando ai colpevoli qualsiasi traumatico impatto con la giustizia penale e per di più facendo pagare il prezzo dei loro comportamenti illeciti alla stessa collettività. Le sanzioni pecuniarie previste dal diritto amministrativo verrebbero infatti dapprima pagate non dalla persona fisica del dirigente ma dall’impresa, nel cui interesse egli ha agito; successivamente trasferito sulla spalle dei consumatori". Per concludere: "le libertà propugnate – senz’altro con le migliori intenzioni, e Dio ci guardi, senz’altro con le migliore intenzioni, e Dio ci guardi – dai fautori del diritto penale minimo sembrano pertanto identificarsi non con le libertà dei cittadini, ma piuttosto con la più illimitata e incontrollata libertà d’impresa. Ciò che si propone non è un diritto penale neo liberale ma un diritto penale neo liberista".

Per questi motivi io vi chiedo riforma dell’impugnata sentenza e vi do le conclusioni scritte.

 

PRESIDENTE – Diamole per lette. Sospendiamo. Poi ci saranno altri due interventi, mi sembra.

 

PUBBLICO MINISTERO – Sì, credo che ci siano due interventi: dell’avvocato Sforzi e dell’avvocato Gamberini.

 

DIFESA – Avv. Sforzi – Sono anche in sostituzione del collega Gamberini, quindi temo che il mio sia l’ultimo intervento della giornata. Ritengo di poterlo contenere in un tempo ragionevole, dopo una breve pausa, poter concludere nella mattinata.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo per 10–15 minuti.

 

IL PROCEDIMENTO SOSPESO ALLE ORE 11.56 

RIPRENDE ALLE ORE 12.26.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo. Prego signor avvocato.

 

PARTE CIVILE – Avv. Sforzi – Anche in sostituzione dell’avvocato Gamberini, come da nomina a sostituto scritta già depositata, signor Presidente. Signor Presidente, signori Giudici della Corte, io parlerò soprattutto, come ritengo che sia doveroso da parte di un Difensore di una Parte Civile persona fisica o di Parti Civili persone fisiche, dei vizi della sentenza, già esposti comunque nell’atto d’appello, al quale integralmente mi riporto, relativi alla conclusione di assoluzione nei confronti degli imputati rispetto alle patologie specifiche lamentate dal mio assistito. Il signor Silverio Zagagnin fa parte di quegli ammalati di un morbo di pacifica riconduzione al novero delle malattie professionali, che è il morbo di Raynaud, un morbo di Raynaud diagnosticato, come meglio specificato nell’atto di impugnazione e come, se necessario, come sento dire, potremo anche meglio illustrare in una scheda riepilogativa dei periodi lavorativi, delle patologie e delle indagini a cui è stato sottoposto il signor Zagagnin, o in sede di replica o comunque prima della chiusura di questo dibattimento. Il signor Silverio Zagagnin, come dicevo, ha subìto e ha sofferto e soffre tutt’ora di una malattia professionale, morbo di Raynaud, di tipica derivazione da esposizione all’agente CVM - PVC. La malattia è stata diagnosticata al mio assistito nel 1998, assistito che è entrato - tanto per scandire, puntualizzare alcuni riferimenti temporali indispensabili - all’età di 23 anni circa, nel 1970, a lavorare al Petrolchimico, ha svolto diverse mansioni fino al 1996, quindi la malattia è stata diagnosticata poco dopo il pensionamento dello stesso. La sorpresa e l’imbarazzo anche di questa Difesa nel predisporre i motivi d’appello nei confronti di questa sentenza assolutoria è balzata subito evidente dalla assoluta mancanza di riferimenti nella parte motiva di questa sentenza alla posizione dell’assistito. Non si parla tanto di una mera dimenticanza nominativa di una tra le tante posizioni che hanno partecipato in qualità di parti offese, di vittime, a questo processo, quanto piuttosto di una clamorosa, verrebbe da dire, omissione di valutazione delle ragioni della domanda del mio assistito, che confliggono evidentemente in maniera plateale, verrebbe da dire, con le conclusioni della sentenza stessa. Sentenza che, per quanto riguarda le patologie di cui soffre lo Zagagnin, pare aver risolto, per così dire, dal punto di vista giuridico il problema, con il sintetico richiamo a pagina 466 della motivazione di una ritenuta prescrizione delle lesioni personali consistite nelle malattie di Raynaud, acreostolisi, dove dice che "ritiene il Tribunale di non dover procedere nei confronti dei medesimi imputati per intervenuta estinzione per prescrizione. Trattasi infatti di patologie già osservate negli stabilimenti di polimerizzazione nella seconda metà degli Anni ‘60, segnalate da Viola nel ‘69, rispetto alle quali i primi interventi efficaci vennero – tardivamente, dà atto il Tribunale – effettuati nel ‘73". Questa parte della motivazione non convince affatto e non spiega a questa Difesa le ragioni per le quali si possa essere giunti a questa sentenza di proscioglimento, posto che il periodo lavorativo dello Zagagnin, che va dal 1970 al 1996, copre solo parzialmente quel periodo precedente al 1973–‘74, periodo in cui, secondo il Tribunale, non sarebbero ancora insorte sufficienti conoscenze da giustificare l’adozione di idonei meccanismi cautelari; copre anche e sicuramente il periodo successivo a questi interventi, in cui asseritamente i rischi e i pericoli delle esposizioni avrebbero dovuto essere stati ridotti, ma l’avvocato Battello ha già evidenziato i numerosi dubbi e le numerose perplessità che si possono avanzare rispetto a questa tesi, e ha pacificamente contratto una malattia, una malattia la cui derivazione eziologica dall’esposizione a CVM e PVC è pacifica in dottrina e il letteratura e non è messa in discussione neppure dalla sentenza. Il periodo di insorgenza della malattia, 1998, non fa ritenere intervenuta affatto la prescrizione, almeno rispetto a questa posizione, all’epoca in cui la sentenza di primo grado fu emessa, e neppure – viene da dire – all’epoca attuale, in questo momento in cui sto parlando. Si tratta di un reato che comunque, anche a voler trascurare i riflessi dell’eventuale continuazione di questo reato con i reati di cui al 437 e agli altri reati contestati agli imputati, è soggetto alla prescrizione quinquennale, quindi i sette anni e mezzo. Sono un periodo di tempo non trascorso, un’assoluzione quindi che difetta di motivazione. Ma questo difetto di motivazione è un difetto di motivazione che trascende, dicevo, il dato della singola posizione da me assistita, per inficiare, per così dire, l’intero ragionamento della Corte, l’intero ragionamento con cui la Corte è pervenuta ad un giudizio di assoluzione, toccando alcuni dei temi più caldi della parte generale del diritto penale, dalla colpa, al nesso di causalità, alla posizione di garanzia, e quindi alle tecniche di ascrizione delle responsabilità nel modello del reato omissivo improprio. Il grumo di problemi scientifici e dogmatici che investe questo processo è evidentemente amplissimo per poter essere affrontato solo dal punto di vista di un’unica Parte Civile, ma ciò nonostante ritengo che la posizione da me assistita sia emblematica di un approccio al problema che forse concentrato sulla soluzione o sul tentativo di impostare una soluzione generale sui problemi della causalità abbia – non sappiamo se volutamente o solo negligentemente – evitato di confrontarsi con alcuni casi concreti, e posso anticipare che la posizione del mio assistito non è peraltro l’unica, ve ne sono altre, quella che sarà trattata dal prof. Picotti relativa alla posizione dell’operaio Terrin, vi sono altre posizioni che, se attentamente considerate, non avrebbero consentito una conclusione nei termini in cui, invece, si è pervenuti del processo di primo grado. Quindi una trascuratezza che, ripeto, va ben al di là della semplice omissione, della semplice mancanza, ma una trascuratezza che, viene da dire, sembra essere in qualche modo generata da una difficoltà di ricondurre singole posizioni allo schema di meccanismo e di ragionamento generale seguito dalla Corte in ciascuno di questi grandi temi trattati. Infatti, giusto per puntualizzare e per sgombrare il campo da qualsiasi possibile eccezione che possa essere mossa circa l’effettiva esposizione della parte da me assistita al CVM e PVC, è bene subito precisare che nell’ambito della sua carriera lavorativa, come si legge peraltro nell’atto d’appello, Zagagnin dal 1970 al 1975 ha lavorato in un laboratorio nello stabilimento definito ancora oggi ex PA3, dal ‘75 all’80 – e questa è un po’ la sua peculiarità, la sua particolarità – è stato addetto all’impianto cosiddetto pilota, impianto di cui parlerò rapidamente tra poco, e ha svolto infine funzioni di autoclavista dall’81 al 1985 nell’impianto del CV14, quasi fino alla sua chiusura, un impianto nel quale l’esposizione a CVM–PVC era, francamente possiamo dire oggi, anche alla luce delle considerazioni che sono state svolte in questa d’appello, fuori discussione. Infine dal 1985 al ‘96 di nuovo è stato assegnato allo stabilimento definito ex PA3. Va subito specificata una particolarità di questo impianto cosiddetto pilota: è già stato spiegato, è in atti, conosciamo le caratteristiche di questo impianto, di cui si dice essere una sorta di miniaturizzazione, di realizzazione in scala ridotta dei procedimenti industriali, che anticipava in qualche modo la realizzazione in vasta scala dei processi produttivi delle sostanze più pericolose. Il fatto che in quello stabilimento venissero trattate in scala ridotta anche sostanze dello stesso tipo di quelle poi invece trattate negli impianti dedicati alla grande produzione industriale non deve però far pensare ad una mancata esposizione alla sostanza da parte dell’operaio, né pensare ad un’esposizione a dosi necessariamente basse o necessariamente ridotte. L’impianto cosiddetto pilota non funzionava esattamente negli stessi termini di un impianto industriale completo, definitivo vero e proprio, basti pensare che solo nel 1985 fu dotato per la prima volta di gascromatografi, ed è da considerare anche, oltre alle qualità, alle caratteristiche della tecnica di produzione dell’impianto, la collocazione fisica, geografica, topografica dell’impianto in sé all’interno del comprensorio dell’Enichem, particolarmente vicino allo stabilimento del CV24, dal quale sono plurime le testimonianze - peraltro riportate anche sinteticamente nell’atto d’appello - che attestavano come frequenti fossero le fughe di sostanze che si disperdevano nell’ambiente e che venivano anche aspirate dagli impianti di condizionamento dell’ambiente lavorativo in cui svolgeva le mansioni il signor Zagagnin. D’altra parte, anche qui in questo caso per semplicità, per non appesantire eccessivamente il mio intervento, in atti e in questa sede già è stato ricordata la letteratura scientifica che, pur nell’ambito di una pacifica riconducibilità di questa patologia professionale all’esposizione da CVM e PVC, attesta come l’insorgenza della malattia possa anche derivare da esposizioni peraltro modeste; sono studi scientifici che sono stati offerti anche dal Pubblico Ministero in questa sede, ai quali eventualmente potrò fare riferimenti più precisi. Pacifica quindi, dicevo, l’esposizione al CVM, al PVC, pacifico – lo dice la sentenza stessa – il nesso eziologico tra insorgenza della malattia professionale, morbo di Raynaud, tipica da questo tipo di esposizione, pacifica l’esposizione, dicevo, del mio assistito, si rimane francamente sorpresi nel leggere come questa singola situazione possa annegarsi, assorbirsi nel numero indistinto delle posizioni analoghe a questa, dichiarate estinte per prescrizione, posto che, ripeto, l’insorgenza della malattia è stata diagnosticata solo nel 1998, quindi in epoca relativamente recente. Ma l’insorgenza di una malattia di questo tipo, di tipica derivazione professionale da esposizione al CVM e PVC, evidenzia anche una crepa, se così la possiamo definire, nel ragionamento della Corte, ovvero quella dell’efficace, attiva opera di riduzione dell’esposizione da parte degli imputati nei periodi successivi al 1974, posto che – ripeto – se questa opera di riduzione, se questo intervento operato in un’epoca in cui le conoscenze scientifiche relative alla pericolosità di questo tipo di sostanza ormai erano accertate, fossero state realmente sufficienti, allora non vi sarebbe spazio per una prova controfattuale evidente quale quella che offre la posizione da me assistita circa l’insorgenza di questa malattia tipica – ripeto – da esposizione anche a soglie basse. Ma in generale è censurabile la parte motiva della sentenza di primo grado, soprattutto proprio nella parte in cui valuta l’efficacia in concreto degli interventi attribuiti agli imputati, asseritamente migliorativi della situazione dell’esposizione, in epoca successiva all’insorgenza delle conoscenze relative alla pericolosità di questa sostanza, di questo materiale, comunque si voglia e in qualunque data si voglia collocare questo periodo. È noto infatti che, per quanto la sentenza collochi con una certa precisione, intorno al 1974 o ‘75, la data di "ufficiale" insorgenza di questa conoscenza, studi scientifici anche precedenti avevano attestato e rappresentavano un chiaro indizio, un chiaro campanello d’allarme circa i possibili effetti nocivi di questa sentenza. Penso agli studi rumeni di Sociu, che risalgono agli inizi degli Anni ‘60, e al tentativo, peraltro franato, a parere di questa Difesa, degli imputati di dimostrare come questi studi, per quanto esistenti, non fossero sufficientemente noti nel contesto scientifico, nell’ambito scientifico, anche a causa degli ostacoli rappresentati dalla cortina di ferro, allora sicuramente più forte che adesso. Si tratta di segnali di conoscenza che potevano e dovevano indurre già da epoca precedente – a parere di questa Difesa – a meccanismi di reazione che avrebbero dovuto tradursi nella predisposizione di misure cautelari specifiche ispirate, anche in mancanza di una prova scientifica certa nella misura di cui si discute sul piano oggettivo dell’accertamento del nesso di causalità, ma vedremo che anche sul piano della colpa rileva, ovviamente, il comportamento degli imputati in relazione alle conoscenze disponibili dell’epoca, si tratta di conoscenze che, ripeto, costituivano un campanello d’allarme e che doveva essere valutato adeguatamente ai fini di scongiurare proprio l’insorgenza di danni tipici di questo tipo di esposizione, così come – e mi piace ricordare – adesso comunemente si richiede invocando un principio quale quello di prevenzione di matrice quanto meno comunitaria. Anche sotto questo profilo il principio di prevenzione è stato trattato dalla sentenza di primo grado in maniera assolutamente inadeguata, a parere di questa Difesa, liquidato e relegato a livello di principio meramente culturale, capace di orientare genericamente le scelte anche imprenditoriali, ma non sufficientemente fondante un obbligo giuridico di impedire l’evento, perché di questo ovviamente si tratta quando si discute di responsabilità per reati cosiddetti omissivi impropri. L’obbligo di garanzia che incombe al datore di lavoro, sia esso individuale o imprenditore societario, persona giuridica, l’obbligo di garanzia sappiamo tutti che ha e deve avere una fonte normativa, proprio per rispettare i principi, i cardini del diritto penale, rappresentati dai principi di legalità e tassatività. E allora si dice, si tratta di un principio che sì è un orientamento politico, è un orientamento culturale, ma un principio che di per sé non può essere elevato al rango di fonte normativa di un obbligo giuridico di impedire l’evento nei termini in cui il 40 capoverso lo richiede. Io offro all’attenzione della Corte riflessioni che possono essere tratte direttamente da una recente comunicazione della Commissione delle Comunità Europee del 2 febbraio del 2000, che ha ad oggetto proprio il principio di precauzione. Dico subito che la data relativamente recente di questo documento non deve far concludere sbrigativamente che, trattandosi di un documento recente, per il problema della successione di leggi e per il divieto di retroattività, non sarebbe comunque invocabile nel caso concreto. Questo documento, che si preoccupa di definire, tra l’altro, e di delineare i contorni, gli elementi costitutivi di questo principio di precauzione, si preoccupa tra l’altro di individuare i fondamenti normativi di questo principio, rinvenendoli - come si legge all’allegato 1 alla comunicazione stessa che ho appena citato - in precise fonti normative di rango comunitario e di rango sovranazionale; faccio riferimenti ai riferimenti n. 1, 2 e 3 dell’allegato 1, dove si richiama espressamente l’articolo 174 del Trattato di Amsterdam, che peraltro non fa altro che riprendere le disposizioni che erano già state introdotte dal Trattato di Maastricht del ‘92, che richiama esplicitamente il principio di precauzione come fondamento della politica della Comunità in materia ambientale; vi sono altri riferimenti all’articolo 6 del Trattato CEE e all’articolo 95, paragrafo 3, sempre del Trattato CEE, e anche all’articolo 152, che non vi leggo per non affliggere ulteriormente l’intervento orale. Questi riferimenti normativi rappresentano un aggancio significativo a favore del fondamento anche normativo di una adottabilità di un principio di questa rilevanza, adottabilità che è senz’altro confermata dalla giurisprudenza, giurisprudenza comunitaria certamente, giurisprudenza comunitaria che è pure richiamata nei riferimenti di questo documento ai punti 5, 6 e 7 dello stesso allegato a cui ho fatto riferimento. Cito ad esempio la decisione della Commissione che vietava l’esportazione del bestiame del Regno Unito nel periodo della tristemente famosa "vacca pazza", e la giurisprudenza della Corte di Giustizia che ne ha confermato la validità proprio invocando quel principio di precauzione, che era l’unico principio invocabile in presenza o, anzi, in mancanza di un accertamento di dipendenza causale oltre ogni ragionevole dubbio circa la relazione causale fra encefalopatia spungiforme e assunzione di carni di un certo tipo. Quindi il principio di precauzione esiste, funziona, è un principio che viene seguito anche dalle Corti di Giustizia, ed è un principio la cui origine sovranazionale ed europea non deve comunque sbrigativamente far concludere della inapplicabilità o della non trasferibilità tout court nel campo penale in forza dei principi che io stesso ho richiamato, primo tra tutti quello di legalità. Sappiamo benissimo che fonti internazionali, fonti sovranazionali, soprattutto comunitarie, sono oggi pacificamente alla base, all’origine di profonde modifiche, trasformazioni del nostro sistema penale, fin dalla sentenza sul mais greco, relativa alla idoneità delle misure applicabili, che ha segnato un punto di svolta nel dibattito circa la capacità di un organo sovranazionale di imporre ad uno Stato nazionale l’adozione di specifiche misure, ma non sufficientemente dissuasive come genericamente si dice nelle varie direttive, peraltro immediatamente applicabili, ma proprio con riferimento allo strumento penalistico. Verrebbe anche da ricordare en passant, tra le numerose fonti sovranazionali che hanno prodotto riflessi in campo penale, persino gli accordi in una materia completamente lontana, completamente diversa da quelle qui trattate, che è quella della proprietà intellettuale, dove le più recenti modifiche normative in materia di diritto d’autore, quelle del 2000, derivano direttamente dall’adesione di varie Nazioni, tra cui la nostra, agli accordi multilaterali noti come Uruguay Round, e gli allegati, agli accordi Trips, dove nella sezione 5 si legge espressamente, e forse per la prima volta, che: "i membri prevedono procedimenti penali – compare per la prima volta la parola "penale" - e sanzioni da applicare, almeno nei casi di contraffazione intenzionale di marchi e di violazioni del diritto d’autore su scala commerciale". Ora, è noto che negli interventi della Comunità Europea, che hanno comunque inciso sul sistema di diritto positivo penale, soprattutto in materia economica, pensiamo all’insider trading, normalmente la direttiva contiene incisi come "gli Stati devono adottare misure sufficientemente dissuasive", e in quel "sufficientemente dissuasive" il legislatore, per scelta o per interpretazione, ha sempre seguito la strada del precetto penale. In alcuni casi, come quello che ho citato, addirittura vi sono riferimenti espliciti all’obbligo per lo Stato membro o contraente di adottare, di introdurre specifiche normative penali, con riferimento al tipo, alla qualità della sanzione. È evidente, quindi, che non deve meravigliare che principi sovranazionali, soprattutto quando hanno un fondamento normativo riconosciuto come quello del principio di precauzione, possano e anzi debbano riflettersi all’interno del nostro ordinamento nella misura in cui questo lo richieda. In alcuni casi sarà lo strumento normativo, quello necessario, com’è stato..., citavo le disposizioni in materia di diritto d’autore, che non potevano che passare da una modifica normativa per introdurre fattispecie altrimenti non esistenti, ma nella ricerca di un fondamento normativo dell’obbligo giuridico di impedire l’evento, del cardine, del fondamento, della responsabilità del garante per omesso impedimento dell’evento, non può certo essere trascurata, tra le fonti, una fonte di questo livello e una fonte di questo fondamento, sicuramente normativo, quindi sicuramente idonea a contribuire a descrivere quali sono i limiti del rischio "consentito" nell’attività industriale e i parametri ai quali coloro che esercitano attività pericolose in sedi industriali sono tenuti e sono chiamati ad attenersi. Il riferimento a questo importante principio di precauzione, che è meglio definito dalla stessa comunicazione, suddiviso nei suoi elementi costitutivi, che comprendono la valutazione del rischio e l’adozione delle misure conseguenti nel rispetto del bilanciamento e della non discriminazione, che non può portare – si dice – nel dubbio alla sospensione totale dell’attività, lo dice la stessa Commissione nel precisare quali sono i contorni di questo principio, che ripeto, è un principio che si deve collocare nell’ambito degli altri principi comunitari, ivi compreso quello di non discriminazione: non si può discriminare né uno Stato né un settore produttivo solo perché pericoloso a livelli che la scienza non ha ancora determinato in una misura certa, al di là di ogni ragionevole dubbio, circa i suoi riflessi causali, non si può per questo impedire un’attività, ma si può e anzi si deve richiedere, da parte di chi intende esercitare un’attività pericolosa soggetta a questo rischio, un comportamento adeguato alla tutela della salute e dell’ambiente. Parlo di salute e di ambiente per sottolineare il fatto che questo principio solo apparentemente viene riferito all’ambiente, ma opera anche e soprattutto in riferimento alla tutela della salute umana, sia nell’ambiente inteso in generale, sia nell’ambiente specifico, quello di lavoro. E i riflessi di queste impostazioni non possono che essere riconosciuti, quanto meno tra le righe, soprattutto delle ultime affermazioni della Suprema Corte, vuoi a Sezioni Unite, è stata ricordata più di una volta la sentenza Franzese delle Sezioni Unite e anche numerose sentenze della Quarta troppo sono state richiamate perché io ulteriormente mi dilunghi sui principi in questi casi stabiliti, e sul fatto che il richiamo alle regole di esperienza, che pure la Franzese contiene, possono ritenersi senz’altro compatibili con questa nozione, con questa interpretazione del principio di precauzione che in questa sede si offre. Tra le tante sentenze che sono state ricordate, anche successive alla Franzese, delle Sezioni Unite ma soprattutto della Sezione Quarta, mi piace ricordarne una, la sentenza Macola, per ricordare il nome del ricorrente, che – dico subito e per prevenire eventuali obiezioni – si occupa del tema dell’amianto, e sappiamo però che l’amianto, nella sentenza di primo grado, nelle sue acquisizioni anche scientifiche sul piano causale, è stato riconosciuto non assimilabile al CVM e PVC; tesi assolutamente erronea ha sostenuto con dovizia di riferimenti scientifici e giuridici il Pubblico Ministero, vuoi nel suo atto di appello, nel paragrafo 2.10.3 a pagina 821, dove si è occupato specificamente di causalità CVM ed amianto, al quale mi riporto, vuoi anche nel suo intervento. La realtà è che i meccanismi eziologici dell’amianto ben possono essere richiamati anche all’interno di queste patologie e di questi processi patologici. Il tema, quindi, non è alieno, non è estraneo da quello al quale noi ci occupiamo, e dopo questa premessa preme sottolineare il principio estrapolabile da queste massime della Quarta Sezione, che peraltro mi piace citare se non altro perché conferma una sentenza proprio di questa Corte d’Appello di Venezia, che sostanzialmente giungeva al medesimo risultato, dove si sofferma sul discorso della prevedibilità dell’evento e della ricostruzione dell’evento, momento cruciale per la individuazione dei fenomeni causali, non riguarda soltanto le specifiche conseguenze dannose che da una certa condotta possono derivare, ma si riferisce a tutte le conseguenze dannose che possono derivare da una condotta che sia riconosciuta pericolosa come la salute. Ed è qui che si intravede tra le righe, dicevo, il richiamo ad un principio di precauzione da adottarsi nei casi in cui si sappia che vi siano conseguenze pericolose per la salute. E sul problema della attribuibilità soggettiva di questa o di quella specifica conseguenza dannosa ad un autore in conseguenza della violazione di questi principi, cosa ci insegnano queste massime? Che la mancata eliminazione o la mancata riduzione significativa della fonte di assunzione comportava il rischio del tutto prevedibile dell’insorgere di una malattia gravemente lesiva della salute dei lavoratori addetti. Se solo successivamente sono state conosciute altre conseguenze di particolare lesività - ed è appunto il caso di un’insorgenza, di una conoscenza di un nesso di derivazione eziologica nel momento non noto ma inserito all’interno attività pericolosa -, in questi casi, dice la Corte, non vi è ragione per escludere il rapporto di causalità con l’evento e il requisito della prevedibilità del medesimo. È evidente come la rilevanza di queste argomentazioni spazi dal tema della colpa sul piano soggettivo al piano della causalità sul piano oggettivo, posto che la prevedibilità dell’evento oggi ha una doppia valenza, apprezzabile sia sul piano della ricostruzione della colpa, sia sul piano della ricostruzione della causalità. Ed è per questo che dalla prevedibilità sul piano della colpa il giudizio sullo spessore, sulla fondatezza del requisito della prevedibilità spazia anche sul piano della causalità, finendo per incidere anche sui criteri, da ultimo elaborati e scolpiti dalla sentenza soprattutto delle ultime Sezioni Unite, dai principi per la ricostruzione del nesso di causalità. Non vi è dunque incompatibilità tra l’adozione di questi principi e l’affermazione di un principio di precauzione che nell’ambito, ripeto, di un meccanismo di ascrizione della responsabilità qual è quello del reato colposo improprio, impone l’obbligo giuridico, al di là del superamento di specifici limiti segnati da specifici provvedimenti normativi di volta in volta emanati nel corso del tempo, che fissano anche per il CVM e PVC soglie in una situazione di mancanza di conoscenze scientifiche certe, ma in presenza di una chiara situazione di pericolosità o di rischio per l’ambiente, l’obbligo giuridico richiesto al garante, figura centrale di questo tipo di responsabilità, è quello di adoperarsi al massimo per ridurre al minimo questo tipo di rischi. La violazione di queste regole cautelari, ancorché non specifiche, ma di natura generica, non può che riflettersi, ripeto, sul piano della colpa, come integrazione di uno dei requisiti della colpa generica così come la conosciamo, così come definita dall’articolo 43, ovvero colpa specifica laddove riteniamo che operino specifiche disposizioni normative. Ma il problema non può esaurirsi nel rispetto di specifiche misure normative quando le misure normative non siano adeguate alla protezione dell’oggetto giuridico del bene oggetto di tutela. Può affermarsi che in presenza di una situazione di pericolosità, di una situazione di pericolosità conosciuta o quanto meno conoscibile, l’esistenza di un limite normativamente fissato su una soglia più alta di quella che gli obblighi di scongiurare il pericolo di quel tipo di evento che la norma cautelare intende prevenire si possano intendere assolti? A parere di questa Difesa no, e non si tratta di una posizione eccessivamente gravosa nei confronti dell’imputato, proprio perché in gioco vi sono elementi e beni, soprattutto, come quello della salute e della salubrità dell’ambiente di lavoro, e non solo dell’ambiente di lavoro ma anche dell’ambiente inteso in generale, che sono beni di sicuro rango costituzionale e beni che, in una logica di graduazione dei beni, dovrebbero – uso il condizionale – ricoprire i ruoli, i gradini più alti della gerarchia dei valori. Si stenta, naturalmente, a riconoscere questa rigida gerarchia dei valori, quando si vede che in alcuni casi in materia di tutela dell’ambiente e in materia di tutela della salute da un lato si adottano tesi e soluzioni che pregiudicano o tendono quanto meno a comprimere la salvaguardia di questi beni, pensiamo ai reati in materia ambientale, che sono previsti quasi tutti come contravvenzioni, o pensiamo appunto alle diverse teorie che in materia di causalità e di colpa finiscono per relegare l’ambito della responsabilità a margini, a confini sempre più angusti, e quando si vede all’opposto invece il diffondere, il dilagare all’opposto, invece, il diffondere, il dilagare della sanzione penale in settori nei quali, come quello della tutela della proprietà intellettuale che ho citato prima, che dovrebbero quanto meno rivestire sicuramente un ruolo, un rango sicuramente inferiore nella gerarchia dei valori di cui ho parlato. Sarà la crisi del diritto penale come estrema ratio, ma per chi ancora crede in questa gerarchia di valori e chi crede nella funzione di limite del diritto penale, anche minimo ma seriamente ancorato ad una scala di valori solida e non rovesciata qual è quella che sembra emergere da una lettura dell’ultima produzione normativa e delle tendenze della dottrina più recente, è una lettura che non può che essere accolta in pieno, soprattutto in questi casi e in queste vicende.

Quindi io, per quello che concerne la Parte Civile da me assistita e rappresentata, Zagagnin, e anche a nome del collega per la Parte Civile Luciano Mazzolin, rassegno le conclusioni scritte chiedendo la riforma della sentenza di primo grado e che, riconosciuta la responsabilità penale degli imputati, la Corte voglia condannarli alla pena che verrà ritenuta congrua, oltre alla condanna in solido con gli imputati dei Responsabili Civili ritualmente citati e presenti, Montedison, Enichem ed ENI, al risarcimento dei danni e al pagamento delle provvisionali come da conclusioni scritte che mi accingo a depositare. Grazie.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 29 settembre 2004, ore 09.00.

 

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