UDIENZA DEL 24 GIUGNO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 29 giugno 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PUBBLICO MINISTERO – Abbiamo consegnato una copia dello schema della requisitoria, per tenere presente i vari capitoli.

 

PRESIDENTE – Bene, allora la parola al Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO – Grazie, vengono proiettati anche i temi di questa discussione orale, come accennavo l’altro giorno. L’ultimo giorno sarà dedicato appunto alle responsabilità personali, dovrebbe essere il giorno 8 luglio a questo punto. Mentre martedì prossimo dovrò trattare delle patologie personali, che sono state contestate e quelle che si ritengono ancora valide all’interno del processo e oggi dovrei riprendere il tema lasciato martedì scorso, quello delle omissioni, ed in particolare riprendere dal capitolo numero sei. Il capitolo quinto si era concluso nella maniera che presento adesso, con quelle conclusioni, dicendo che in pratica non esisteva quel biennio miracoloso del ‘73/’74 individuato e indicato dal Tribunale in cui sarebbero stati risanati gli ambienti di lavoro a Porto Marghera, perché i documenti nati provano tutt’altro, facevo riferimento ai manuali operativi, e alle commesse che nel periodo in questione, scelto dal Tribunale, non ci sono assolutamente state, se non in misura veramente minimale e ininfluente ai fini degli abbattimenti dell’esposizione all’interno degli ambienti di lavoro. I timidi e lenti interventi aziendali, successivi alle scoperte di Maltoni e allo scandalo Goodrich appunto dovevano comunque essere adottati ben prima, perché abbiamo parlato per la gran parte della scorsa udienza della normativa vigente dai primi anni ’50. Cominciavo già a fare riferimento ai miracolosi risultati del monitoraggio ambientale effettuato con pipettoni e poi con i gas cromatografi, tanto propagandati dall’azienda e utilizzati dal Tribunale, che però sono il frutto di misurazioni che sono tecnicamente del tutto inaffidabili e in contrasto con le modifiche impiantistiche che in realtà non sono mai stato effettuate. A questo proposito ci sono delle relazioni molto ampie, molto dettagliate ed approfondite dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, dei consulenti tecnici medicina democratica in atti e quindi mi limito in questo momento a delle precisazioni. Come ho già detto per il Tribunale il primo, presunto e miracoloso crollo delle concentrazioni si sarebbe verificato all’inizio del 1974 e il secondo crollo nei primi mesi del 1975 in collegamento con l’entrata in funzione dei gas cromatografi. Prima di vedere questi due periodi, questi due crolli, ritengo che sia importante chiarire quali fossero le condizioni ambientali nei reparti di lavoro e i limiti di concentrazione ammessi. Proietto allora le definizioni di quei limiti che incontreremo spesso durante questa requisitoria, durante gli interventi anche dei difensori, per illustrare sinteticamente le definizioni dei tre limiti principali, che sono stati individuati e utilizzati. Il primo limite MAC, siling, che è stato adottato ricordo subito per il CVM, è stato indicato dalla A.C.G.I.H., che è l’associazione americana degli industriali dal 1963 che era di 500 parti per milione, e c’è il contratto collettivo di lavoro per l’industria chimica italiano, il primo è del ‘69 e poi c’è anche quello del ‘72, che fanno riferimento a queste tabelle A.C.G.I.H. che spiegano di che cosa si tratta. Concetto in sintesi di limite MAC, di limite siling, è che questa Indicazione C si riferisce ad un valore di punta che non dev’essere mai superato, tutti i valori rilevati nell’ambiente devono oscillare al di sotto del valore rilevato in tabella, ciò in effetti fa sì che la definizione C siling, assuma il significato di una concentrazione massima ammissibile in MAC. La seconda indicazione e il secondo concetto è quello di TLV, TWA, valore limite di soglia, media ponderata nel tempo, questa concentrazione riguarda una giornata tipica di lavoro di otto ore in una settimana lavorativa di 40 giorni, a cui si ritiene che quasi tutti i lavoratori possano essere sottoposti ripetutamente senza subire effetti negativi. Sottolineo quel: quasi tutti i lavoratori perché già questo limite indica che ci sono delle possibilità che, nonostante questo limite, dei lavoratori geneticamente o per suscettibilità individuale, possono comunque subire delle controindicazioni negative da un punto di vista di patologie di vario genere. Il terzo limite, è il TLV Stel, che è indicato come limite per breve tempo di esposizione, è indicato di che cosa si tratta nello schema che viene proiettato, e ci tengo a sottolineare soltanto un punto che ha una sua validità sempre che il livello di TLV, TWA precedente non venga comunque superato. Lascio ancora queste proiezioni sullo schermo per precisare alcune cose. Dicevo prima e lo ribadisco che dal 1963 e fino a tutto quantomeno il 1972 per A.C.G.I.H. c’era un limite siling di 500 PPM, che è un numero altissimo, le rilevazioni scientifiche l’hanno accertato e verificato un limite assurdo, e comunque un limite che non doveva mai essere superato in alcun momento, e per contro, vedremo come ancora per tutti gli anni ’70, all’interno del petrolchimico, con misurazioni di cui tecnicamente contestiamo l’efficacia, effettuate da Montedison con i pipettoni, vedremo che comunque questo limite era spesso superato. Quindi c’è una violazione continua e ripetuta di questo limite anche nel corso degli anni ’70. Secondo punto che faccio rilevare è che il limite adottato dall’A.C.G.I.H. poi nel ’72 era di 200 TWA, il concetto di TWA lo ripropongo per capire subito di che cosa si tratta. La sentenza, a pagina 396, riconosce un’esposizione media per quadristi e autoclavisti tra le 200 e le 499 parti per milione dal ‘65 al ’73, ciò significa che la sentenza stessa a pagina 396 parla di un superamento gravissimo e costante perché c’è un’esposizione media tra i 200 e i 500 PPM fino a tutto il 1973, con tutto quello che questo significherà poi quando si tratterà di tirare le conclusioni. E faccio due esempi concreti, perché ad esempio in una commessa 724 del CV6, aperta nel febbraio del ‘74 e chiusa a maggio ‘75 si legge che in sala autoclavi il tasso di CVM raggiunge le 200 – 1000 parti per milione. Un altro esempio riguarda il nuovissimo nel ’74 reparto CV24 dove l’operaio addetto al lavaggio delle autoclavi, 24 lavaggi al giorno, otto per turno, operava in concentrazioni di circa 2000 PPM per almeno venti minuti a lavaggio, e sappiamo sempre da commesse, come la 545, ce lo dice anche la sentenza a pagina 298, che dalle autoclavi del reparto CV24 uscivano ogni giorno, fino alla fine del ’74, 400 chili di CVM al giorno e dal CV6 uscivano oltre 180 chilogrammi di CVM al giorno. Poi ovviamente di tutti questi numeri che è anche difficile ricordarli verrà fatta una memoria e consegnerò il testo scritto. Il fatto è che, stavo dicendo, fino alla fine del 1973 il problema principale nei reparti di produzione del CVM e PVC era quello di evitare la formazione di miscele esplosive aria e CVM, che si formano a concentrazioni superiori a 30.000 parti per milione. Questo non lo dico, perché confermato in sentenza, a pagina 396 e 397, e da tutti i testimoni anche d’origine aziendale, cito per tutti l’ingegner Cella e l’ingegner Bianchi, cito le commesse degli anni ‘74 e ‘75, iniziate anche nel ’73 e finite nel ’75, e queste commesse dicono tutti che l’obiettivo era quello di queste riduzioni, soltanto nel 1974, cioè con lo scoppio pubblico dello scandalo Goodrich, Montedison aveva stabilito nel settembre del ’74 il termine per raggiungere nei posti di lavoro tassi di inquinamento inferiori a 50 parti per milione. Questo risulta da un verbale di riunione, che si è tenuta a Brindisi il 9 ottobre 1974 e non è un verbale di riunione insignificante o dettato da chissà quale resipiscenza di Montedison, questo proposito viene imposto da una disposizione del Ministero del Lavoro dell’aprile del 1974, che dice che viene fissato un limite provvisorio, vista la gravità della situazione e i morti del CVM, limite provvisorio di 50 parti per milione, limite non superabile, limite siling, è un MAC questo. Montedison stabilisce in questa riunione a Brindisi tra tutti gli stabilimento d’Italia dell’ottobre ’74 di raggiungere nei posti di lavoro questo tasso inferiore a 50 PPM. Stabilisce, ma non ancora comincia ad eseguire e tantomeno completa di eseguire. Per questa prima fase rappresento una cronologia che prende in considerazione le concentrazioni di CVM misurata nelle sale autoclavi dei vari reparti e le modifiche impiantistiche che possono essere intervenute. Vediamo, partendo dal ’63, il dato che riferivo per la A.C.G.I.H. sulle 500 PPM, nel ‘69 c’è il dato che viene fissato dal contratto nazionale FULC, Federchimici, nel ‘72 c’è quel limite TWA di 200 PPM, che viene confermato a tutti, è pacifico, risulta anche in sentenza, nel ‘73 la concentrazione di diverse centinaia di PPM come ci dicono i documenti e in qualche situazione sicuramente anche di migliaia, come vedremo tra poco da alcuni documenti. Nel gennaio ‘74 vengono comunicati pubblicamente i casi angiosarcoma, la Goodrich degli Stati Uniti, e scoppia lo scandalo Goodrich, operai nella fabbrica di (Louis Ville) nel Kentuki che muoiono per angiosarcoma del fegato; nel marzo del ’74 OSHA, un organismo pubblico che dipende dal Ministero del Lavoro statunitense abbassa il TLV massimo da 500 a 50 PPM come standard temporaneo di emergenza e un mese dopo c’è questa direttiva del Ministero del Lavoro che indica questo limite istantaneo di 50 PPM. In contemporanea invece Montedison inizia a misurare la concentrazione nelle sale come media su otto ore con i pipettoni, la media taglia i picchi di concentrazione, picchi che vengono spesso superati, picchi ai quali spesso si arriva, e i risultati di questi pipettoni sono i seguenti: CV6 23 PPM, CV14 18 PPM e CV 24 5,4 PPM, da concentrazioni sull’ordine del migliaio si passa a decine secondo i bollettini di Montedison. E vedremo, come ho già indicato la volta scorsa, che in questo periodo non ci sono interventi impiantistici rilevanti che possano giustificare questa riduzione. Ma voglio per un momento quasi per finta mettermi nella situazione di Montedison, voglio provare a dare per buoni questi bollettini, e si può vedere subito allora come essi stessi diano prova che Montedison da una parte continuava a violare la legge sui limiti, perché supera spesso i 500 e i 50 PPM fissati come limite nell’aprile del ‘74, e danno la prova di come tra il ‘70 e il ‘74 non ci sia stato alcun sostanziale e importante cambiamento, come il biennio dei miracoli non abbia comunque sanato la situazione. Ripeto, sono controlli fatti con i pipettoni e fatte salve tutte le critiche, che dirò tra poco sui pipettoni e sulla incompletezza dei loro dati, perché i pipettoni sottostimano quantomeno, quantomeno del 50% i rilevamenti in ambiente. E allora proietto per alcuni reparti, i principali, alcune indicazioni, alcuni bollettini di analisi che sono nei faldoni della Montedison, e parto dal reparto CV14 e CV16, facendo un confronto tra un bollettino del 1970 e alcuni dati del 1974. Il primo bollettino del 1970 lo indico anche per un altro motivo, perché nel dicembre del 1970, possiamo vederlo dalla terza pagina di questo bollettino, si vede che il richiedente il servizio medico non è casuale, perché subito in quel periodo nel ‘70 c’era il Convegno di Youston nel corso del quale c’era stato l’intervento del professor Viola che aveva parlato del CVM come cancerogeno, maggio del ’70, come dicevo l’altro giorno. Nel dicembre del ’70 il servizio medico chiede questa valutazione, questa concentrazione all’interno delle autoclavi del CV14 e CV16 con i pipettoni, ripeto. E vediamo nella sala autoclavi nel ’70, torniamo al primo foglio, vediamo quali siano i risultati, vediamo che spesso vengono superati questi limiti dei 50 PPM, ma vediamo che nelle fasi del degasaggio, nella zona degli operatori si arriva a 5.500, 6.000 PPM di CVM. Se possiamo centrarci su questi dati, 5.500 e 6.000 PPM, che si vedono di molto al di sopra di qualsiasi limite, e comunque i limiti sono 330, 330, 250, eccetera. Nell’ultima pagina ancora si vede come venisse indicato proprio che i valori limite di concentrazione per il CVM sono di 500 PPM, acetato di vinile monomero e AVM, è un limite di 10 PPM. 500 lo sapevano tutti benissimo, che il valore limite era questo 500 PPM, e qui vediamo documentalmente un superamento amplissimo di questi dati. Ma andiamo al ‘74 nello stesso reparto, sempre per le sale autoclavi, ‘74 cominciamo da un dato del marzo del ’74 per il CV14 e CV16, quattro anni dopo, e noi vediamo dai risultati ottenuti quali sono i dati, siamo ancora ampiamente sopra i 50, i 100, in tanti momenti e in tante situazioni, questo siamo ancora a marzo, prima dell’intervento, della disposizione dell’Ispettorato Centrale, che dà delle indicazioni sulle limitazioni. Successivamente andiamo all’ultimo foglio di queste concentrazioni ambientali, quello che riguarda sempre la sala autoclavi, siamo nel maggio del ‘74, vediamo l’ultimo foglio, nella zona dei serbatoi slarghi per esempio, dove ci sono dei campionamenti, la lettura del livello, l’arrivo del prodotto, vediamo che siamo ancora a livello di migliaia, e siamo di molto al di sopra del limite di 50 PPM, fissato dal Ministero, e tra l’altro anche nelle situazioni precedenti, nel foglio precedente vediamo al carico degli additivi ci sono 55 PPM, 323 al momento della pulizia delle autoclavi, 62, 60 PPM. Ma è importante ancora soprattutto questo ultimo foglio, nella zona dei serbatoi, dove ci sono gli operai che lavorano, questo 1.715 e spesso viene superato il 50. Andiamo ad un altro dato, sempre del CV16 del luglio del ‘74, e vediamo sempre con il sistema dei pipettoni quali sono i rilievi, e i risultati ottenuti. Viene indicato dalla stessa azienda sotto il valore MAC di 50 PPM, dato ovviamente pacifico e noto per tutti, e con quel dato sotto in nota, vediamo tutti i dati sono di molto superiori a quei 50 PPM. Quindi tra quel ‘70 e il ‘74 non abbiamo sicuramente grandi modifiche, nonostante l’intervento dei pipettoni, nonostante il limite dei pipettoni che conosciamo. Andiamo ad un altro reparto, al CV6, facciamo un confronto analogo, prendiamo un bollettino del 1970, gli accertamenti sempre con i pipettoni, effettuati nella sala autoclavi, e vediamo quali sono le indicazioni, viene indicato a destra il limite di 500 PPM, il solito, e poi vediamo cosa succede alle autoclavi durante il lavaggio con acqua, sia al primo piano, sia a quota terra, con superamenti 340, 300, 200 all’incirca le situazioni che avevamo rilevato al CV14 e CV16. Se passiamo ora sempre per il CV6 a risultati e a dati del maggio del ‘74, in analogia a quello che abbiamo fatto prima per l’altro reparto, vediamo che risultati vengono fuori sempre alla sala autoclavi, al posto operatore e al piano terra e all’interno delle autoclavi in occasione della raschiatura per la pulizia. Vediamo ancora parte un 2.040 che viene superato il limite dei 50 PPM, come MAC: 308, 106, 271, 94, 500, queste sono tutte violazioni precise di legge, addirittura di un MAC, addirittura di un limite posto con tutto quello che peraltro abbiamo detto sui limiti nel corso della precedente udienza. Se andiamo al foglio successivo, sempre per quello che riguarda i serbatoi del lattice, vediamo ancora i risultati: 70 e 150 PPM quindi superamenti e quindi violazioni ancora di quel MAC. Facciamo un salto a dicembre del 1974, nel dicembre del ‘74 in fondo alla tabella viene ancora scritto MAC 50 PPM e su questo prelievo della durata di otto ore con tutti i limiti, ripeto, e continuerò a ripetere che dirò sui pipettoni, su queste durate, accertamenti medi, vediamo che abbiamo superati notevolissimi di quelle MAC dei 50 PPM perché siamo a 1.745, 355, 52 e 50, tutte violazioni di legge, e il discorso potrebbe continuare, ma passo ad un altro bollettino del luglio del ‘74 in cui, dopo l’indicazione ancora una volta dei 50 PPM come MAC, vediamo quali sono i risultati al centro sala autoclavi, pianoterra, vediamo che qui i superamenti ci sono praticamente in tutte le situazioni di rilevamento. E dico ancora prelievi durata media otto ore, per otto ore c’è questa situazione. Passiamo ad un’altra situazione, del luglio del ‘76, sempre per questo reparto CV6, vediamo ancora cosa succede. Perché vediamo sempre con il sistema dei pipettoni quali sono i risultati ottenuti durante il controllo. Si parla ancora di migliaia di PPM nelle varie posizioni controllate dalla 140/3 in poi: 2.880, 1.470, eccetera, sono tutti dati che superano ampiamente per questa parte il migliaio, e siamo già nel 1976. L’ultimo reparto e poi continuo oltre, è il reparto per così dire nuovo, appena entrato in funzione, il CV24 quindi non abbiamo dati del 1970 e allora cominciamo a vedere di questo reparto nuovo, che cosa succede, che rilevamenti abbiamo nel luglio del 1973, sulle varie situazioni dei serbatoi, i posti degli operatori e autoclavi, e vediamo ancora, nonostante questa situazione dei 500 PPM nel ‘73, abbiamo superamenti amplissimi nel nuovo impianto, vuol dire che questi impianti non erano stati creati neanche per tenere conto delle situazioni dei limiti dei 500 PPM fissati dall’OSHA dal 1963 perché vediamo 1.500, 1.700, 2.400, 5.600, 8.300. Se continuiamo nel foglio successivo vediamo che ci sono dei dati in certe situazioni ancora analoghi: 1.400, 2.300. Andiamo al maggio del 1974, un anno dopo per questo reparto, con i controlli che vengono fatti con il sistema delle medie e vediamo che c’è ancora, nonostante tutto, un rilevamento di 1.700 PPM, di 164, di 145 BPM, che cosa significa? Sulle otto ore abbiamo ancora questi amplissimi superamenti di quel limite MAC che era di 50 PPM. Un altro dato ancora sul reparto CV24 e andiamo ad ottobre del ‘74 e troviamo ancora dei superamenti superiori ai 50 PPM, vediamo il primo dato, quello superiore a 50 PPM: 6.000 PPM, 53 PPM. Andiamo avanti, nel foglio successivo troviamo ancora 200 PPM, 125, 5.300 PPM, ben oltre i limiti consentiti, 5.300 PPM, siamo nel ‘74, durata controllo è importante vediamo da una parte cinquanta minuti, dall’altra quarantacinque, dall’altra nove minuti. Nel foglio successivo per 50 minuti si fa un controllo, si trova questa media di 111 BPM, cinquanta minuti e cinquanta primi, poi trenta minuti 290 PPM, quaranta primi 300 PPM. Ancora il CV24 reparto nuovissimo nel 1976, troviamo ancora dati altissimi: 3.306 PPM, 1.300 PPM, 2.900, 4.700, eccetera, si continuano a violare le norme. E tra l’altro, voglio dire soltanto questo e poi continuo nel discorso che ho fatto, sono indicazioni che ho fornito basandomi sui dati che la sentenza riconosce come invece dati buoni e accettabili in una situazione che è ormai sanata. Veniamo allora alla situazione di questi miracolosi pipettoni, fino ad aprile del 1974, e ce lo dicono i consulenti di Montedison, Bellucco e Pozzoli, le rilevazioni di concentrazione erano istantanee quasi per la maggior parte, nel senso che venivano effettuati dei controlli e si verificava che cosa succedeva in un certo momento, poi ad un certo punto quando viene indicato il limite massimo di TLV di 50 PPM dal Ministero, Montedison decide di introdurre un metodo di misurazione della media su otto ore, questo ce lo dicono i consulenti di Montedison. E lo scopo è evidente, non ce lo dicono ovviamente i consulenti di Montedison, ma lo dico io. Lo scopo è quello di evitare le misurazioni istantanee, tagliando le punte di concentrazione, e questo già indica quale sia l’atteggiamento dell’azienda nei confronti della tutela momento per momento della salute dei lavoratori. I pipettoni che cosa sono? Proietto un’immagine solo per far capire di che cosa si tratta: sono una specie di bottiglia, inizialmente vengono messi sottovuoto e poi vengono aperti nella zona del prelievo, che quindi questo comincia ad essere prelievo istantaneo quasi, solo in seguito, dicevo, che vengono utilizzati per prelievi della durata di parecchie ore, nel senso che vengono riempiti con litro di acqua, che viene fatta sgocciolare, sino al completo svuotamento, aprendo i rubinetti superiore e inferiore, queste indicazioni ce le fornisce anche la sentenza a pagina 390. In questa maniera la bottiglia si riempiva con l’acqua del reparto che poi veniva utilizzata. Ma è chiaro, e questo il Tribunale me lo considera, che se ci vuole solubile in acqua, questa se ne porta via parecchia di acqua, quando sgocciola. Ora, sulla base della stessa scheda di Montedison del ‘76 viene indicato che a 25 gradi c’è una solubilità di 1,1 milligrammo per litro, non vi sto a tediare con i calcoli, che farò nella memoria che presenterò. Ma da questo calcolo viene fuori, anche sulla base di una Enciclopedia della Chimica, la ULMAN del 1967, viene fuori che le concentrazioni di CVM in aria si dimezzano se la sostanza resta a contatto per due ore con l’acqua, a questo aggiungiamo quello che ha detto la stessa Montedison nella verifica della commessa 542. Montedison letteralmente dice: "Il contenuto di CVM nelle acque da trattare è risultato essere tra le 700 e le 1.200 parti per milione, anziché 400 PPM previste prima della messa a punto del metodo di analisi". Questa relazione tecnica è del gennaio del ‘74 e si parla di 400 PPM, la verifica è del ’75. In pratica questa nota conferma che il metodo di analisi del CVM usato da Montedison ne sottostimava fortemente la concentrazione, rilevando tra la metà e un terzo del reale. Ma anche considerando che le analisi potevano sottostimare i dati, il calo dalle migliaia alle decine di PPM senza interventi impiantistici resta ancora incredibile ed inspiegabile. Alla luce di queste considerazioni si può allora valutare quanto viene sostenuto a pagina 1.030 della sentenza, lì dove si dice che nei reparti di polimerizzazione, quelli a maggior rischio: CV6, 14, 16 e 24 nel periodo intercorrente tra aprile ‘74 e la fine del ‘75 sono state seguite 5.351 determinazioni mediante pipettoni. Continua la sentenza dicendo: "I valori medi mensili di concentrazione del CVM sono inferiori 50 parti per milione in tutti i periodi di tale arco temporale, e tendono ad una progressiva diminuzione tanto da raggiungere nei primi mesi del ’75 valori inferiori a 5 PPM". Non è vero, semplicemente non è vero, è sbagliata, è errata questa affermazione, perché secondo una rilevazione della stessa azienda, che produco del servizio CSQ del gennaio del ‘75, slide 6, relativa ai reparti di polimerizzazione per il 1974 si vede una tabella, dalla tabella n. 1 si rileva che per il CV6, così viene scritto, viene detto e si vede, un elevato tasso di inquinamento atmosferico al pianoterra, e si vede che 19 rilevamenti su 39 sono comunque già superiori ai 50 PPM. La tabella n. 1, questa tabella, riguarda le concentrazioni misurate in sala autoclavi del CV6 al primo piano tra i mesi di aprile e dicembre, come vediamo, che è un documento depositato tra la documentazione Montedison di A102, e si vede tra aprile e dicembre valori medi intorno alle 25 PPM, ma riguardo a questa tabella anche il pianoterra, è l’ultima colonna a destra, per il solo mese di luglio, qui il valore medio mensile risulta di 54,7 PPM. Le analisi in questa zona non sono più state ripetute, o almeno non sono disponibili, nessuno ce le ha consegnate, e nessuno ce la ha fatto provare, ricordo come documentazione sia anche sparita durante le indagini preliminari, fatto sta che questo è un dato che smentisce documentalmente e decisamente quanto aveva scritto il Tribunale a pagina 1.030. Allora il primo miracoloso calo delle concentrazioni, miracoloso perché indipendentemente da interventi impiantistici, riguarda innanzitutto solo i primi piani delle sale autoclavi, delle altre zone di lavoro non si sa nulla fino al secondo miracolo, che per queste zone, primo miracolo, che è dovuto ai gas cromatografi, come vedremo dopo. Allora devo sottolineare inoltre che la direttiva del Ministero del Lavoro, di cui parlavo prima, dell’aprile del ’74 indicava questo limite istantaneo e per contro la sentenza, anche in questo punto e in tutti i punti si riferisce chiaramente ad un livello medio mensile, e non si sa perché, perché se il Ministero pone questo limite istantaneo, non si sa perché bisogna parlare di livello medio mensile, che non c’è in alcuna prescrizione, ma questo livello mensile medio è fissato da Montedison, secondo il verbale che è indicato nella riunione che ho indicato prima. E questa media viene indicata da Montedison per raggiungere nei posti di lavoro tassi di inquinamento inferiori a 50 PPM, termine peraltro poi superato da nuovi limiti OSHA perché l’OSHA ad un certo punto scende ad una parte per milione nel corso di quello stesso anno 1974 e inizio del 1975, come vedremo parlando di una sentenza statunitense tra poco. Peraltro nei bollettini di analisi l’azienda non parla di medie mensili, infatti in essi si confermano i dati con il MAC 50 PPM come abbiamo mostrato prima in cui sei rilevazioni in sala autoclavi indicano le seguenti concentrazioni, proiettiamo la slide 7: 1.200, 300, 90, 250, 200 PPM in aperta e illegale violazione del limite fissato dal Ministero, ma di questa violazione il Tribunale, pur conoscendola, non si cura assolutamente. Secondo la relazione di Montedison, che ho citato poco fa del gennaio ‘75, tra aprile e dicembre del ‘74 al CV6 ci sono state 48 rilevazioni di otto ore superiori a 50 PPM, relazione di otto ore TWA, 20 al CV14, 17 al CV6, 16/1, 4 al CV16/2. Tornando allora al discorso dei pipettoni che iniziavo a fare poco fa devo precisare in più che il calcolo effettuato - verrà meglio rappresentato nella memoria - dimostra che il 50% del CVM presente in aria in condizione stazionaria si trasferisce nell’acqua, e questo significa che la rilevazione della concentrazione media di CVM era fortemente alterata dal sistema di campionamento con il pipettone, ma in più i pipettoni hanno anche degli altri problemi tecnici. Il liquido impiegato per questa misurazione abbiamo detto che non deve ovviamente reagire con gli inquinanti presenti nell’aria campionata, come non deve discioglierne in quantità apprezzabili, però per sfortuna il solo liquido che soddisfa con certezza queste due condizioni nella stragrande maggioranza dei casi è il mercurio, il cui uso è improponibile per i noti problemi di tossicità, oltre che per il costo e il suo peso specifico. Per questo motivo il prelievo per spostamento di liquido, come veniva fatto con il pipettone sulle otto ore, risulta di scarsa applicabilità, e nonostante queste caratteristiche fossero ben note ai tecnici, ai dirigenti della società, ben note a tutti, tecnici di tutto il mondo, al Petrolchimico si è utilizzato questo metodo per il campionamento medio, addirittura su periodi di otto ore, usando come liquido l’aria distillata, in cui notoriamente il CVM è solubile, come sanno e hanno scritto i consulenti tra cui il professor Foraboschi. Si può facilmente capire che l’adozione di questo metodo di prelievo per spostamento di liquido ha fornito dei dati di concentrazione media totalmente inaffidabili. Si trattava quindi di un sistema di campionamento che sottostimava fortemente il reale inquinamento di CVM negli ambienti di lavoro. Inoltre, adottare un sistema di campionamento che determina concentrazioni medie sulle otto ore non consente di verificare se sono rispettati i limiti ammissibili di esposizione al CVM, che prevedevano, come dicevo fin dal ’63, quel valore limite siling di 500 PPM, cioè non superabile in nessun caso, nemmeno per brevi periodi, e per la loro verifica erano indicati campionamenti di durata massima di 15 minuti. Si osserva allora che ai fini della verifica, del rispetto dei limiti siling per il CVM non erano e non sono altresì utilizzabili nemmeno i cosiddetti campionatori personali, in quanto anch’essi determinano unicamente le concentrazioni medie su medi o lunghi periodi, ne consegue che tutti i controlli analitici, eseguiti negli ambienti di lavoro, singolarmente e separatamente tra loro con l’utilizzo di questi sistemi di rilevazione non erano singolarmente adeguati per la verifica del rispetto delle soglie di esposizione massima e consentite, e a tal fine non ha alcun senso il calcolo di concentrazioni medie e giornaliere, e tantomeno di medie mensili e tantomeno di medie annuali. Ma l’incongruità del sistema di campionamento non basta certo a spiegare il divario tra le reali concentrazioni di CVM in sala autoclavi e quelle dichiarate. Che i dati di concentrazione dichiarati da Montedison per il ‘74 fossero assolutamente falsi lo dicono l’azienda stessa e i consulenti della difesa perché risulta dai documenti. Il piano di risanamento della Montedison, aggiornamento n. 1 del 15 maggio del ’74, pagina 950 in atti, che adesso proietto, indica le seguenti situazioni da risolvere ad esempio al CV6, si indicano le situazioni da adeguare, e si indicano in questo aggiornamento del maggio del ’74 quali erano le situazioni nelle varie posizioni. E vediamo come si parli di inquinamento di 290 PPM, tra i 200 e i 900 PPM, tra i 50 e i 600 PPM, tra i 170 e i 400 PPM; le autorizzazioni per questi interventi sono del 15 gennaio ’74, e anche per il consulente della difesa, professor Foraboschi, il tasso di inquinamento nel periodo ‘70/’74, come accennavo poco fa, era tra i 200 e i 2.000 PPM. Per contro, le rilevazioni con il pipettone forniscono, secondo il professor Bellucco, consulente della difesa, concentrazioni di CVM medie mensili di 23 PPM per i mesi di aprile e maggio ’74, lo stesso periodo del primo aggiornamento del piano di risanamento che è ancora sullo schermo. Ed è un momento in cui nessuno degli interventi previsti dal piano era concluso, e solo due erano appena iniziati, questa è la dimostrazione documentale e inconfutabile che i dati di concentrazione forniti dall’azienda non rispecchiavano assolutamente le reali condizioni dei reparti, e questa circostanza dev’essere considerata di estrema gravità se si rileva che ormai da anni, come dicevo l’altro giorno, la tossicità e a un certo punto la canceroginità del CVM erano sicuramente note all’azienda Montedison. Passo al secondo crollo miracoloso, sempre definisco delle concentrazioni e dell’epoca dei gas cromatografi. Presento innanzitutto una cronologia che riguarda i reparti, il primo riguarda il CV24, nel luglio del ‘74 entra in funzione il gas cromatografo, la concentrazione per l’azienda è di 4,07 PPM, nell’ottobre del ‘74 OSHA fissa il TWA di otto ore a una parte per milione, il TLV a 15 minuti a 5 PPM, c’è questa modifica, dopo OSHA torna ancora più indietro nel ’75. Dicembre ’74: entra in funzione a CV24 la prima modifica rilevante: la bonifica delle autoclavi con vapore prima delle operazioni di pulizia, commessa 545. Quindi vediamo questo sfasamento temporale, per il CV14 e 16 e per il CV6 la situazione è analoga, vediamo che nel marzo del ‘75 entrano in funzione i gas cromatografi a CV6, CV14 e 16 e le concentrazioni cambiano ordine di grandezza, dalle decine passano all’unità. Si vede proiettato nello schermo quali sono le situazioni e le quote a boccaporti per il CV6, per il CV14 e per il CV16. Nell’aprile del ’75, come accennavo, dopo una proroga entra in vigore il limite OSHA per il TWA ad 1 PPM, quindi l’indicazione che fornivo prima, c’è questo limite dell’OSHA dei 500 PPM, della A.C.G.I.H. del 1963, poi l’OSHA quando interviene fissa questo limite nel ‘74, e dopo la proroga nell’aprile del ’75 si passa a questo limite per OSHA di 1 PPM. La prima modifica al CV6 entra in funzione nel maggio del 1975, che è il sistema di filtrazione del germe, una nota interna, che proietto, è lo slide 10, dichiara che le perdite – andiamo sul terzo foglio di questa nota – dove risulta che c’è la chiusura della commessa, come si vede dal primo voglio in fondo al 20 ottobre ‘76, viene scritto: la commessa può essere chiusa, riguarda il CV6; in fondo su questa nota, terzo foglio, si parla di questa sostituzione valvole e tenuta, reparto CV6 e viene scritto le valvole attualmente montate sui circuiti non danno garanzia di perfetta tenuta, lo stesso dicasi per le tenute sulle autoclavi e sulle pompe per il lattice, il germe e sui compressori del CVM e gas di recupero, quindi non tiene niente praticamente. Si è constatato che tali perdite sono determinanti nell’innalzare il valore medio di CVM nell’ambiente di lavoro ai valori di circa 10, 15 PPM e sono la causa del verificarsi di punte di inquinamento superiori alle 50 PPM, qui siamo a chiusura ‘76 della commessa. La nota sotto dice: solo dopo la realizzazione delle sostituzioni previste nella presente richiesta sarà possibile valutare se il livello di CVM raggiunto nei posti di lavoro sarà sufficiente da permettere di mantenere in marcia il reparto. È gravissima questa dichiarazione, qui non sanno ancora, nonostante gli interventi, nonostante questa situazione, cosa succederà, dice: aspettiamo e vediamo se possiamo tenerli in marcia. Tant’è vero che tutti, e vedremo i documenti questa stessa mattinata, chiederanno la chiusura di questo CV6. Torno alla cronologia indicata prima, ovviamente questi documenti verranno tutti consegnati e allegati, e sono già tutti agli atti. Giugno ‘75 entra in funzione la prima modifica significativa al CV14: lo spurgo con il vapore delle autoclavi. In sintesi presunti, impossibili e clamorosi cali di concentrazione sono collegati alle modifiche normative di monitoraggio, non certo alla entrata in funzione di interventi impiantistici, vediamo un attimo a un certo punto quando entra nel sistema multiterminale con il gas cromatografo, quando entra in funzione; negli anni che ho indicato in cronologia, ’74 CV24 e ’75 per gli altri due reparti. Faccio un rinvio sul funzionamento a quello che hanno detto i consulenti e a quello che ha detto Anche il Tribunale, perché sul funzionamento del gas cromatografo non ci sono di per sé discussioni, se non su punti specifici, e comunque faccio rinvio perché la descrizione più autorevole delle caratteristiche tecniche, delle modalità d’uso del sistema di rilevazione, installato da Montedison appunto in questi anni, ‘74/’75, con le caratteristiche delle finalità dell’installazione e soprattutto le prestazioni che il sistema poteva fornire possono essere indicate e descritte dalla persona che ha fornito questi gas cromatografi, che è sicuramente la persona più indicata, e che è il dottor Vittorio Alongi, che è un teste chiamato dalla difesa, la quale ad un certo punto, viste le dichiarazioni che aveva reso al Pubblico Ministero, che erano state depositate per la difesa, aveva rinunciato al teste Vittorio Alongi, ma il Pubblico Ministero si era opposto e quindi Vittorio Alongi è stato sentito il 20 aprile del 2000. E Vittorio Alongi ha smentito completamente, non solo Montedison ma anche quello che ha detto il Tribunale, perché in sintesi vi dico cos’ha riferito il fornitore dei gas cromatografi, dice innanzitutto che il sistema fornito dalla Carlo Erba, che fa parte in senso ampio del Gruppo Montedison, dalla Carlo Erba a Montedison, consisteva in un gas cromatografo con una sensibilità inferiore alle trenta parti per milione, dice letteralmente Alongi: "In quel momento quegli strumenti consentivano di misurare concentrazioni in atmosfera di CVM tra lo 0,3, e 0,2 e 0,3 parti per milione sino a 25, 30 parti per milione. Dopodiché si verificavano delle alinearità nella risposta – così le chiama - per cui - e questo infatti era il punto debole del sistema di monitoraggio - non consentiva quella tecnologia con i sistemi di rilevazione di vedere concentrazioni superiori, in quanto il segnale tendeva a saturarsi". Importante ancora perché conclude sul punto: "Negli anni ‘80 sicuramente c’erano ancora queste problematiche", è fondamentale questo dato, hanno instaurato un sistema che non funziunava per quella situazione, perché non rilevava queste punte, queste situazioni eccessive, c’era una saturazione del sistema. E ricordiamo che i primi contatti con Montedison di Alongi sono del ‘73, e che in pochissimi mesi il sistema viene montato, da quando Montedison dà l’incarico in pochissimi mesi, tre o quattro mesi il sistema entra in funzione, ed era un sistema che peraltro già esisteva dagli anni ‘60 e l’azienda aveva l’obbligo di legge, come dicevo l’altro ieri, di intervenire con dei controlli comunque sulle situazioni e le esposizioni lavorative, quantomeno dagli anni ‘50, ma aggiungo anche un’altra cosa, che c’era un altro strumento, del quale parleremo tra poco, che era lo spettrometro di massa, che già esisteva in azienda, molto più preciso, molto più indicato per misurare queste situazioni di esposizione, solo che l’azienda, siccome costava, lo usava soltanto a fini produttivi, non per tutelare il lavoratore, non per contare quant’era elevata l’esposizione dei lavoratori, e quanto spettrometro consentiva controlli immediati, precisi, completi e puntuali. E queste linee multiterminali invece vennero proposte ed eseguite da Montedison. Lo scopo - e le dice sempre lo stesso Alongi - era di coprire una zona per individuare le fughe del CVM, e continua sempre Alongi – sintetizzo questi concetti ma è chiarissimo il suo discorso - il sistema non poteva servire per valutare l’esposizione degli operatori, se un sistema di controllo dell’esposizione doveva avere un fine era quello di valutare l’esposizione dei lavoratori, e questo sistema non era in grado di farlo, lo dice il fornitore stesso. Poi c’è un problema, come sappiamo, relativo alle campanelle. Che sono le campanelle? Sono praticamente le prese d’aria nei reparti, nei singoli punti dei reparti in cui viene presa, viene attirata dentro l’aria con le concentrazioni di inquinante che ci può essere, Che può essere CVM, può essere un’altra sostanza, e queste varie prese - ci dice Alongi - che dovevano avere una portata uguale, perché è chiaro che se c’è una presa in una certa parte del reparto che tira cento e l’altra tira cinque, non è omogeneo, e viene fuori una media che è completamente sconclusionata, quindi è fondamentale che su queste campanelle ci siano questi che vengono chiamati rottametri, flussimetri per consentire la portata uguale. E questi rottametri non sono stati installati negli anni ‘70, non glieli hanno chiesti, questi rottametri sono stati installati solo nel reparto autoclavi, in zona boccaporti, e non in tutte i reparti, come ci dice lo stesso tecnico d’azienda, il signor Capodaglio, all’udienza del 14 marzo del 2000, e come risulta peraltro pacificamente dalla documentazione in atti. E allora il primo gas cromatografo ordinato alla fine del ‘73, come diceva Alongi, quindi l’attività di studio preliminare si colloca a metà del ‘73, in pratica Alongi, dicevo, smentisce tutte le seguenti affermazioni della sentenza, il sistema può essere usato per calcolare l’esposizione degli operatori, e non è vero, l’estensione a più campanelle serviva per ampliare la zona di controllo delle fughe, e non è vero, perché per fughe in quel momento si intendevano concentrazioni di elevatissime, come abbiamo visto, dell’ordine delle migliaia di PPM, e il sistema non è in grado di controllare. Altra affermazione della sentenza, che è smentita, il campionamento non era rappresentativo nemmeno della concentrazione media, perché i meccanismi di regolazione della portata, presso le singole bocchette, le singole campanelle, questi rottametri, sono stati inseriti solo dopo l’’80, solo in poche autoclavi e solo al primo piano. Un altro tecnico dirigente dell’azienda, il dottor Alceste Burri, la persona che è stata incaricata dall’associazione dei chimici per l’industria di stendere una bozza di metodologia applicativa all’epoca della normativa CEE, il documento è del 13 dicembre ‘78, allegato alla relazione dei consulenti Nano Rabitti del Pubblico Ministero del ’99, questo dottor Burri conferma che il sistema pluriterminale, come quello di Montedison, non è adatto alla misura delle concentrazioni di CVM, quando le concentrazioni sono elevate, e questo allora è quello che allora spiega il repertino calo di concentrazione tra il ’74 e il ’75 in coincidenza con l’entrata in funzione del sistema gascromatografico nei vari reparti, concetto che noi abbiamo sottolineato ripetutamente, che i nostri consulenti hanno sottolineato e dichiarato e illustrato ripetutamente. Questo sistema usato da Montedison funzionava bene solo con basse concentrazioni ed era quindi totalmente inadatto ad essere usato nelle condizioni ambientali dei reparti del ’74 e ’75 e per tutti gli anni ’70 sicuramente. Un altro errore del Tribunale in questa materia è quello che risulta a pagina 424 della sua sentenza, relativo al fatto che con il sistema multiterminale era attuabile un accertamento su un’entità spaziale decisamente più estesa, così da permettere di verificare la sussistenza della concentrazione di CVM nella complessiva zona di esercizio dell’attività lavorativa, a parte che non capisco bene cosa vuol dire. Ma vi faccio un esempio, perché il fatto è che ad esempio la linea 1 del CV24 serve edifici diversi, e che sono distanti tra di loro, come succede anche per il CV14, la linea 9 ad esempio è sette terminali, e di questi terminali del gas cromatografo quattro sono all’interno dell’edificio e tre sono all’esterno, di questi tre esterni due sono da una parte del capannone e uno dall’altro, come fa allora a dire il Tribunale che il gas cromatografo serve a misurare la concentrazione nella complessiva zona di esercizio? A me non risulta che il CVM si diffonda attraverso i muri, e un discorso analogo che ho fatto per questi reparti viene fatto per il linea 4, che controlla le pompe scarico torbide delle autoclavi al pianoterra, vi erano due prese in una sala e due nell’altra, le due sale erano separate e distanti parecchi metri, che senso hanno allora le medie, che senso ha misurare queste zone complessive, se sono completamente diverse tra di loro? Concludo ancora con il dottor Alceste Burri, che ribadisce la necessità dei controlli assieme, con campionatori personali, perché dice: è stato concordato, siamo già alla fine degli anni ‘70, in relazione a normativa CEE e normativa italiana, che dopo le modifiche del rete di rilevamento, venga effettuato il controllo di significatività dei valori di zona di lavoro, nella quale ogni operatore svolge le proprie mansioni con sistema personal, con sistema personale (con un sacco con le fiale draghe) per evitare perplessità sulla necessità di questa ulteriore verifica occorre ricordare che mentre i controlli esaminati al punto 1, confronto tra sistemi mono e pluriterminale riguardano la significatività della misura per posto del lavoro, i controlli personali, con personal, riguardano la significatività dei punti di prelievo campione nella zona di lavoro. E dice sempre Burri: le due verifiche quindi sono complementari e non una in sovrapposizione dell’altra, e non possono essere separate l’una dall’altra. E anche questo conferma quanto hanno sostenuto i consulenti del Pubblico Ministero e delle Parti Civili, sulla necessità di controllare, di verificare, di incrociare le risposte della macchina gas cromatografo o meglio lo spettrometro assieme a quelle del campionatore personale. Passo un attimo alle commesse sul gas cromatografo, il sistema del gas cromatografo ha iniziato a funzionare al CV24 nel luglio del ’74, in questo reparto vi erano due sale con sei autoclavi ciascuna controllate all’altezza dei boccaporti dalle linee 7 e linee 8, da una verifica della commessa 545 si evince che nel posto di lavoro, dicevo, il personale era sottoposto a un’esposizione da 1.500 a 2.000 PPM. Nel luglio del ‘74 non erano ancora state fatte modifiche impiantistiche, né erano in funzione procedure che avessero modificato le condizioni di lavoro, proietto delle slide, 11 e 12, perché sono una sintesi, ne avevo già parlato la scorsa udienza, relativamente ai lavori che sono stati eseguiti all’interno dei singoli reparti, commissionati, proposti, eseguiti e conclusi in questi anni. E si può vedere proprio da questi schemi, che poi ovviamente saranno legati alla memoria, come non ci siano quei lavori rilevanti, di cui dicevo l’altra volta e di cui dicevo poco fa. E proprio per questo, lasciamo pure sullo schermo questi dati, 11 e 12, verificando anche il contenuto di queste commesse, ci si rende conto che anche il secondo crollo delle concentrazioni di CVM in reparto, tanto vantato da Montedison e dal Tribunale, non sia dovuto alla chiusura di quei pochi lavori programmati, proprio perché in questo periodo considerato, fino a luglio ‘74 per il CV24, e fino al marzo ’75 per il CV6 e il CV 14 e 16, non si hanno chiusure di lavoro rilevanti in materia di risanamento dei reparti. Ancora due parole sul confronto con i campionatori personali e con lo spettrometro, proiettiamo la slide 14, un confronto con i campionatori personali e con lo spettrometro, che viene indicato, viene fatto un confronto tra prelievi con le (fialette dragher), sistema personal, prelievo che è il numero 2, poi c’è il numero 1 con la fialetta con pompa, questo è lo slide 14, documento del 16 febbraio del 1981. Non mi dilungo su questo confronto, vado subito al risultato che è indicato nella seconda pagina, documento ampiamente noto alle parti in atti, è importante perché volevo fare rilevare come per la stessa Montedison, venga detto che il valore trovato dal gas cromatografo, andiamo alla seconda pagina, nella seconda parte dove si dice che: anche nel terzo sistema, che è quello dell’analisi con il gas cromatografo di reparto, il valore trovato dal gas cromatografo di reparto è certamente in difetto, e siamo negli anni ’80 in questo momento, perché il numero trovato è la media dei risultati avuti durante tutto il periodo di campionamento, ivi compresi anche alcuni fondo scala ai quali è stato attribuito soltanto il valore massimo di 25 PPM, quindi nel febbraio dell’’81, data di questo documento continuano a riproporsi i problemi che abbiamo visto prima per gli anni ’70: gas cromatografo, che certamente è in difetto, vengono compresi i fondo scala, che vengono tagliate le punte e i tetti di queste esposizioni. Per quanto riguarda lo spettrometro faccio semplicemente un rinvio, rilevo soltanto come da accertamenti che sono stati effettuati in occasione di una fuga di CVM nel 26 giugno del ‘98, che ha portato tra l’altro a processo autonomo, con condanne autonome in primo grado, e da esperimenti fatti sul campo nel ‘96 con la presenza dei responsabili dei reparti del CV22 e 23 risulta dall’insieme di questi dati che il sistema multiterminale con il gas cromatografo non poteva individuare l’esposizione effettiva degli operai, infatti sapendo che le fuoriuscite di CVM dalle autoclavi avvenivano prevalentemente quando l’autoclave veniva aperto, possiamo tranquillare affermare che la loro esposizione dipendeva dalla concentrazione del gas nelle vicinanze della autoclave sulla quale lavoravano non dalla concentrazione media di reparto, e quindi quelli che lavoravano sul campo e vicino all’autoclave erano sicuramente molto più esposti rispetto a quanto segnalava il gas cromatografo. Ma prima di concludere su questa parte, proprio ancora una volta per assurdo e per un attimo, voglio pormi nell’ottica del Tribunale per farne rilevare ancora una volta la totale illogicità e inconcludenza, francamente dicevo e dico non riesco a condividere il ripetuto entusiasmo del Tribunale per le niziave di Montedison dei primi anni ’70: l’abbattimento drastico dei valori di esposizione al CVM, affermato dal Tribunale, se fosse vero, lo dico per assurdo, desterebbe comunque molte perplessità e sarebbe comunque una grande sorpresa, perché si sarebbe passati dai 500 PPM e oltre degli anni ’50 e dai 200 PPM dei primi anni ‘70, rapidamente ad esposizioni di 25 PPM, e già nel ’75 oscillanti tra 5 e 3 PPM per portarsi poi al di sotto di 1 PPM, questa è la frase scritta in sentenza del Tribunale che citavo anche prima. Ma allora come non pensare che questo strepitoso abbattimento dei valori di esposizione che crollano nel giro di pochi mesi o al massimo di due anni non fosse parzialmente possibile anche nel ’69, nel ’70, nel ‘71 o prima ancora? Ma soprattutto dov’è in atti la prova che dev’essere rigorosamente fornita dal datore di lavoro che insormontabili difficoltà tecniche si opponevano all’abbattimento dei valori di esposizione? Noi abbiamo le prove contrarie, sarà un caso ma l’abbattimento avviene per il Tribunale e in che misura non appena si diffondono le voci e le notizie sempre più insistenti sulla canceroginicità della sostanza adoperata. È dunque fortissima la convinzione che ciò che è stato precipitosamente per l’azienda realizzato in poco tempo poteva essere provato o fatto molto, molto tempo prima per semplice obbligo di legge, quantomeno ai sensi dei D.P.R. del ‘55 e del ‘56, articoli 20 e 21, che ricordavamo ieri. E a questo proposito molto in sintesi, a conferma di quello che sto dicendo, cito una sentenza U.S.A., che ovviamente non è stata citata dalle difese, che citano soltanto certe sentenze che fanno comodo, ed è la sentenza di una Corte d’Appello degli Stati Uniti per il secondo circuito, della quale parlavo anche l’altro giorno, soltanto per la parte che ci riguarda. Era la sentenza che diceva che c’erano forti segnali, pagina 4 dell’avvertimento della pericolosità del CVM, la sentenza che parla che fin dal 1949 si sapeva di queste situazioni, c’era questo studio dell’Unione Sovietica e che dal ’58/’59 anche la Dow Chemical aveva trovato questi problemi al fegato nelle cavie. Ed è sempre quella sentenza che fa riferimento a Viola come punto di riferimento, Viola dell’istituto Regina Elena, che fa riferimento a questo problema della cancerogenicità, quindi ancora prima di Maltoni, ed è sempre quella sentenza che a pagina 6 ci riferisce come l’industria americana e il laboratorio industriale (Bayo Test) comunicò in pochissimi mesi, dalle prime notizie della cancerogenicità una conferma sui livelli di esposizione che potevano procurare il cancro, ma la parte più importante di questa sentenza, che riguarda questa nostra esposizione, sentenza ha parlato del CVM come virulentissimo agente cancerogeno, questa sentenza scrive una cosa, e voglio leggere il passo perché ogni parola credo sia superflua. Pagina 9 e pagina 10, in fondo a pagina 9, ricordo che tutte le industrie americane avevano chiesto di eliminare lo standard per l’esposizione al CVM fissato dall’OSHA perché era ritenuto assurdo, impossibile, esagerato, troppo rigido, le industrie avrebbero chiuso, questa Corte degli Stati Uniti dice che invece sta benissimo quel limite, perché lo li sapeva da molto tempo, sia che era tossica la sostanza sia che era cancerogena. E poi, quasi prendendo in giro le industrie così conclude: "Non possiamo concordare con i postulanti sul fatto che lo standard sia così chiaramente impossibile da raggiungere, sembra che abbiano solo bisogno di un po’ più fede nelle loro potenzialità tecnologiche dal momento che, da quanto risulta agli atti, nonostante ci fossero state delle simili previsioni di non fattibilità, per ciò che riguarda gli standard di emergenza a 50 PPM , sono stati eseguiti grossi miglioramenti nel giro di alcune settimane ed una varietà di utili controlli a livello tecnico e di procedure operative devono essere ancora istituiti", e poi continua la sentenza, eccetera. E dice quello che dico io per assurdo, Montedison lo sapeva, Montedison dice, e dice anche il Tribunale: in poco tempo ha sistemato certe situazioni, allora perché non l’ha fatto prima, perché non l’ha fatto negli anni ’50, perché non l’ha fatto negli anni ’60? E c’è un altro documento che mi conferma questa fattibilità nei tempi sulle modifiche reali e impiantistiche, ed è un documento sempre dell’OSHA del ‘74 che adesso proietto tradotto, 23 agosto ‘74 , in cui vengono indicate le modifiche, i requisiti temporali per le modifiche impiantistiche per i reparti di CVM e PVC, e noi vediamo come si parli sempre di mesi, di pochi mesi a seconda dei tempi di lavori, e come per le situazioni più gravi, per la costruzione di un intero nuovo stabilimento, e quindi di un insieme di reparti sia previsto un tempo necessario per la realizzazione di 2,5, tre anni, per altre situazioni uno, due mesi, diciotto mesi, trenta mesi, eccetera. Cosa vuol dire? Vuol dire che partendo tecnicamente anni prima , com’era doveroso per sistemare quella situazione, si sarebbe potuto con le tecnologie che c’erano intervenire e risolvere la situazione. L’ultima conferma sul perché non si è voluti intervenire ce la racconta il dottor Tiziano Garlanda. Il dottor Tiziano Garlanda, che dicevo anche l’altro giorno, è quello che teneva i contatti tra gli americani e gli europei e Montedison in particolare sulla normativa, sulle ricerche, sul fatto della tossicità e cancerogenicità della sostanza. A pagina 198 dell’udienza del 5 aprile 2000 il dottor Tiziano Garlanda, siamo già negli anni ‘70 e ai contatti che aveva avuto per le modifiche normative sia a livello europeo che a livello nazionale, dopo aver detto che il suo punto di riferimento e chi rappresentava la posizione di Montedison anche all’estero oltre che in Italia era il professor Bartalini, imputato ancora in questo processo, parla di quelle MAC, del MAC Zero proposto dai Sindacati in quel momento, e dice che era questa la proposta, come vedremo anche tra poco, dei sindacati, MAC uguale a zero. E dice che questa era la preoccupazione di Montedison, di evitare questo indice, alla domanda se questo problema di scendere anche a 1 PPM era un problema di investimenti, risponde chiaramente: "è risultato essere un problema di investimenti, tanto che poi quando anche la Montedison ha acquistato il procedimento della Goodrich ha potuto risolvere questa cosa", domanda ripetuta: "quindi era un problema di disponibilità finanziaria", "sì", risposta secca e chiarissima. E allora proprio per sintesi finale, dopo aver proiettato quelle norme degli articoli 20 e 21 del D.P.R. del ‘ 56, che ricordavo anche ieri, che ci dicono quali fossero, l’abbiamo visto, gli obblighi del datore di lavoro a partire da quel 1956 in poi di intervenire in relazione alle sostanze tossiche e idonee a provocare danni seri alla salute, e quali erano le interpretazioni, le possibilità e gli obblighi di intervento, e allora mentre vengono proiettate queste situazioni normative, di cui ho già parlato, e che non ripeto, dico che questi, e non altri, erano i parametri che i Giudici di primo grado avrebbero dovuto adottare per affermare od escludere la responsabilità dei soggetti chiamati a rispondere dei delitti collegati alle patologie professionali. Ci si doveva cioè chiedere se dall’epoca del D.P.R. del ’56, da quell’epoca in poi, gli imputati avessero ottemperato a questi chiarissimi precetti contenuti negli articoli 20 e 21. E allora concludendo, le norme, per quello che ho indicato, per quello che ancora continuerò a dire come preciseranno sui comportamenti e sulle condotte e sulle omissioni singolarmente una alla volta anche tutte le Parti Civili, le norme – dicevo - sono state sicuramente ed oggettivamente violate, il datore di lavoro non ha legato alcuna impossibilità tecnica di riduzione dell’esposizione, né ha dimostrato di aver fatto tutto quanto era possibile secondo le conoscenze tecniche dell’epoca, quantomeno dagli anni ‘60, né può dirsi, come sembrano non voler dire i Giudici di primo grado, che furono rispettati i valori soglia comunemente indicati e accettati dalle varie associazioni di igienisti industriali. Non è vero questo, sia perché prima di tutto questo non è vero rispetto ai limiti A.C.G.I.H. del ’63 del contratto FULC del ’69 come abbiamo visto, sia perché quei valori soglia non facevano comunque parte all’epoca dell’ordinamento prevenzionale pubblico normativo vigente in Italia, sia perché la norma positiva vigente pretendeva che si impedisse la diffusione dei gas o vapori nei luoghi di lavoro, sia perché, fissato per legem TLV, questo valore limite non è comunque una soglia a partire dalla quale sorga l’obbligo prevenzionale nella sua dimensione soggettiva e oggettiva, obbligo che esisteva già da prima come nella sentenza, tra cui quella di (Aio e Fangole) che ho citato ieri, ci hanno per bene illustrato. Ho finito questo capitolo e passo al capitolo 7. Capitolo 7, poi chiederò una pausa, perché ci sarà tutto il capitolo sul nesso di causalità. Presidente, se vuole interrompo adesso alcuni minuti, e poi riprendiamo.

 

PRESIDENTE – Va bene, sospendiamo.

 

 

IL PRESENTE PROCEDIMENTO VIENE SOSPESO ORE 10.40.

IL PRESENTE PROCEDIMENTO RIPRENDE ALLE 10.55.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo.

 

PUBBLICO MINISTERO – Passo allora all’esame del capitolo settimo, che riguarda il II comma dell’articolo 437 del Codice Penale con due brevi sottocapitoli sulle malattie professionali e sul concorso tra la norma di cui al II comma del 437 e l’omicidio e lesioni colpose. Le malattie professionali, da parte di qualcuno è stato prospettato, peraltro molto timidamente e per mero scrupolo difensivo, che le cosiddette malattie professionali non rientrerebbero nel novero degli infortuni di cui al II comma dell’articolo 437 del Codice Penale. Peraltro la giurisprudenza della Suprema Corte ormai da anni è pacifica in senso contrario, e quindi non mi dilungo, anche perché ad alcune sentenze ho già fatto cenno. Ricordo e proietto solo alcune massime, cominciando da quella del 1990 della Prima Sezione, imputato Chili, dove venne detto espressamente alla quarta riga che tra gli infortuni rientrano le malattie infortunio, intendendosi per tali la sindrome morbosa, imputabile all’azione lesiva di agenti diversi da quelli meccanico - fisici purché insorti in esecuzione di lavoro, esse rientrano tra quelle professionali in senso lato, ma non le esauriscono, mentre nelle malattie professionali in senso stretto rientrano tutte quelle manifestazioni morbose contratte nell’esercizio e a causa di lavoro, ma che non siano prodotte da agenti esterni. Rientra pertanto nella previsione normativa dell’articolo 437 Codice Penale la condotta di chi ometta di collocare in ambiente lavorativo impianti di aspirazione idonei a impedire che agenti esterni e chimici aggrediscano il fisico di chi sia ad essi sottoposto. C’è un’altra massima sempre di questa sentenza, che proiettiamo, ma dice praticamente la stessa cosa, ed è la situazione tipica proprio del nostro processo, tra l’altro fa riferimento proprio a una delle contestazioni specifiche che abbiamo rivolto nei confronti degli imputati che sono quelle degli impianti di aspirazione idonei a impedire che. L’altra sentenza che cito è il sentenza con imputato Mantovani del 1998, n. 350, dove si dice chiaramente la stessa cosa, e cioè che sul lavoro rientra anche la categoria delle malattie infortunio, e dice praticamente la stessa situazione, si riferisce in particolare ad una patologia da amianto. L’ultima parte di questa massima fa riferimento alla configurazione sempre del 437 e dice che occorre che la rimozione od omissione di cautele abbia posto in pericolo alla pubblica incolumità e che l’agente abbia tenuto la condotta vietata nonostante la consapevolezza di tale pericolo, mentre ai fini della sussistenza della contravvenzione in materia infortunistica non occorre che si sia verificata una situazione di pericolo per la pubblica incolumità, ed è sufficiente la semplice colpa. Ne consegue che il delitto di cui al 437 e le contravvenzioni in materia antinfortunistica, presentando elementi strutturali diversi sotto l’aspetto sia oggettivo che soggettivo, non danno luogo a conflitto di norme, di guisa che le stesse possono concorrere tra loro. Tra l’altro faccio rilevare come questa sentenza proprio sia a pagina 3 che a pagina 4 parli ormai di indirizzo consolidato giurisprudenziale, e quindi non mi dilungo su questa situazione, cito soltanto un’altra sentenza per completezza, che è nota anche nello specifico a un difensore di Montedison, l’Avvocato professor Mucciarielli, che è una Prima Sezione del 2002, imputato Capogrosso, intervenuto anche in un altro ambito, e cioè in riferimento a misure cautelari e reali e fa riferimento anche questa al problema che si apre, che è quello non di un’interpretazione analogica, evidentemente inammissibile in sede penale, ma dell’esatta portata dell’espressione infortuni sul lavoro. Orbene, la giurisprudenza di legittimità, dice anche questa sentenza che ha ripetutamente chiarito che il concetto di infortunio va identificato con riferimento alle cause, modalità di determinazione di sindromi morbose e non anche alle caratteristiche di tali sindromi, che possono essere istantanee, permanenti, a insorgenza graduale o differita, elaborando la categoria di malattie infortunio, distinta da quella di malattia professionale tout court. A differenza delle malattie professionali, la malattia infortunio va intesa come sindrome morbosa insorta in esecuzione di lavoro e prodotta da agenti esterni di varia natura, elettrica, radioattiva, chimica, evitabile con determinati accorgimenti. Tale ricostruzione del concetto di infortunio è del tutto convincente, quindi conferma tutta la giurisprudenza precedente, che ormai va quantomeno dal 1990 fino praticamente a ieri, o l’altro ieri. Ne consegue necessariamente che, se alcuni infortuni, malattie professionali vengono nel nostro caso e nel nostro processo causalmente legati alle condotte o omissioni degli imputati, deve ritenersi integrata la fattispecie di cui al II comma dell’articolo 437 C.P., con la precisazione: fattispecie di cui al II comma integrata non solo perché uno, due, dieci, venti o più malattie e morti si sono verificate, ma anche perché tale situazione di decessi, tale insieme ha rappresentato un vero e proprio disastro, come dirò in un altro capitolo, un disastro tra l’altro inteso come evento del prevenire, ai sensi del I comma del 437 e inteso come disastro verificatosi ai sensi del II comma proprio perché molte malattie e molte morti si sono verificate. A questo proposito ricordo soltanto come per eventi sicuramente meno gravi verificatasi al Petrolchimico di Marghera tra il ’98 e il ’99 esistano già, e vi ho già accennato, ben tre sentenze del Tribunale Monocratico di Venezia su questo II comma dell’articolo 437, firmate da tre Giudici diversi, che consegnerò come giurisprudenza, anche se soltanto di primo grado. Inoltre, agli eventi morte e malattia vanno aggiunti gli aspetti, dicevo, del disastro ambientale colposo, di cui parlerò, ma di cui parleranno soprattutto il collega, dottor Bruni e l’Avvocato dello Stato, il tutto per aggiungere e confermare che alla piena realizzazione ed integrazione della fattispecie di cui al II comma per le morti verificatasi devesi affiancare l’integrazione della fattispecie di disastro colposo da considerare insieme al II comma del 437 solo quoad penam, come ci diranno anche delle sentenze che leggerò. Come ho già motivato nel capitolo 2.13 dei motivi d’appello del 29 ottobre 2002, da un punto di vista dogmatico il rapporto tra disastro nominato colposo, 449 e 434 e omessa collocazione di impianti antinfortunistici dolosa si spiega nel senso che, come ci dice la sentenza Rienti del ’93, che ho citato l’altro giorno, il capoverso dell’articolo 437 del Codice Penale costituisce un reato complesso in cui l’evento disastroso, l’altro disastro o infortunio, concreta appunto un disastro nominato colposo che viene assorbito nel reato di omessa collocazione seguita dal disastro, e ciò come è noto sul discorso della pena, e come si specificherà ulteriormente in ossequio al principio del favor rei in relazione appunto all’eventuale determinazione della pena da infliggere. Il secondo punto di questo capitolo, anche questo molto rapidamente, è quello che riguarda il concorso tra il II comma del 437 e il 589 e il 590 del Codice Penale. Anche a questo proposito ho già rappresentato e proiettato delle sentenze della Corte di Cassazione e anche a questo proposito la giurisprudenza della Suprema Corte è pacifica e costante. Mi limito pertanto a proiettare rapidamente solo alcune massime, per dare atto di come sia una giurisprudenza pacifica da molti anni in qua, e la prima sentenza è una sentenza del 1984, imputato Carone, che viene proiettata in questo momento, proprio sul concorso tra il delitto di cui al 589 e l’articolo 437 II comma, essendo ben diverse le condotte e le rispettive oggettività giuridiche, e cioè la pubblica incolumità e la vita umana. E non ci può essere assorbimento per diversità dell’elemento soggettivo rispettivamente dolo e colpa. Un discorso di questo tipo faceva appunto anche la sentenza Arienti, che ho citato poco fa anche per le altre situazioni, proprio ritenendo che ci sia questo concorso formale, così letteralmente dice la sentenza Arienti del ‘93, tra il II comma del 437 e il 589, perché appunto tutelano soprattutto interessi diversi. E su questo 437, come ancora ridirò, è importante sottolineare come la morte, sia pure in conseguenza dell’omissione stessa, non venga assorbita nel reato del 437 comma II, ma costituisce un reato autonomo, quindi non c’è problema di ne bis in idem o situazioni di questo tipo. L’ultimo punto sempre della sentenza Arienti, che rapidamente cito, è sempre quello relativo al II comma, che dice: non è prevista e non si tratta di una circostanza aggravante in senso proprio tra il I e il II comma, bensì di un’ipotesi di concorso formale di reati. Questi concetti, accennavo già alla scorsa udienza, erano stati negati dalla sentenza che è oggetto di impugnazione e che si deve valutare in questo processo, ma erano stati negati anche da un’altra sentenza del 1995 della Sezione Prima del Tribunale di Venezia proprio sulla linea di questa giurisprudenza della sentenza appellata. Ed è stata una sentenza annullata, come dicevo, dalla Corte d’Appello di Venezia, e la sentenza di condanna è stata confermata dalla Cassazione, proprio perché la Cassazione dice che i Giudici d’Appello hanno rettamente affermato con riferimento all’ipotesi delittuosa, il 437, non sussistente il principio del ne bis in idem, in relazione al reato di lesioni colpose, perché tra questi due reati è ravvisabile soltanto il concorso, per essere diverse le condotte e le rispettive oggettività giuridiche, e quindi non c’è nessun assorbimento di un reato rispetto all’altro. Una cosa ancora soltanto che accenno, incidenter tantum, ma ritornerò se servirà in sede di replica, e che in effetti mi era saltata la volta scorsa, riguarda un principio che è indicato in questa sentenza, che è la sentenza Martini, come nella sentenza Chili, che fa riferimento al concetto di apparecchi, così come previsto nell’articolo 437 I comma. La sentenza di primo grado appellata per la quale pende questo grado di appello, a pagina 460 sul concetto di apparecchi qualificava tali apparecchi, nel senso che deve trattarsi letteralmente dice di attrezzature aventi una certa complessità tecnica diretta specificamente alla prevenzione summenzionata, complessità tecnica. Ora, io ho utilizzato questo sentenza Martini della Cassazione che è annullata appunto con la sentenza del primo grado di Venezia del ‘95 e la sentenza Chili proprio per dire come questo concetto di apparecchio non sia assolutamente corretto, perché apparecchio, basta vedere qualsiasi dizionario di lingua italiana o di altre lingue, per capire che si fa riferimento ad un dispositivo semplice o complesso, è un concetto ampio questo di apparecchio, non è detto che riguardi soltanto i dispositivi complessi, e dico questo perché in questo concetto vengono fatti rientrare anche da un punto di vista normativo apparecchi molto semplici, come per esempio quello ottico, quello acustico, quello oculistico o anche apparecchi. Ed è un concetto importante perché sono apparecchi e devono considerarsi apparecchi ai fini del nostro processo anche le maschere, individuali di protezione, finalizzate alla protezione, e per questa sentenza Chili, che ho citato, sulla quale tornerò eventualmente, perché in questo momento non mi voglio dilungare su questo punto, anche dei guanti, perché dico sono apparecchi semplici, sono apparecchi di protezione che prevedono una tecnica minima, nessuno richiede una complessità, e sono protezioni collettive o individuali, come fa riferimento anche questa sentenza di Cassazione, e nella normativa speciale ripetutamente del D.P.R. del ‘55 si parla di questi apparecchi acustici, apparecchi ottici, addirittura si parla ad un certo punto in una sentenza anche della Cassazione Lavoro del ‘99, di apparecchi gessati, quindi per dire come sia del tutto semplice la previsione della tecnica per i tipi di apparecchi. Aggiungo soltanto rapidamente che nell’articolo 72 di quel D.P.R. del ‘55 si parli anche di apparecchi di protezione amovibili, e si parli di apparecchi come schermi di protezione, paraschegge, cuffie di protezione che non sono sicuramente degli apparecchi, delle cose complesse. Aggiungo che specificamente nel D.P.R. si parla di apparecchi idonei a consentire la normale respirazione nei casi di ingresso in serbatoi e vasche, come nel nostro processo, e sempre all’articolo 369 di quel D.P.R. si parla di maschere respiratorie od altri apparecchi protettori dei gas tossici, si parla ancora all’articolo 373 di mezzi, sistemi meccanici o attrezzature atti ad evitare il contatto con le mani, e anche nella disposizione finale, che riguarda le punizioni, che fanno riferimenti ai produttori, ai costruttori e ai commercianti, si fa riferimento in senso lato che saranno puliti coloro che non sono in regola e che riguardano la costruzione e la produzione di macchine, di parte di macchine, utensili o utensili che dir si voglia, di apparecchi in genere, è proprio quindi un concetto molto ampio di apparecchi, mi fermo su questo discorso di apparecchi con riserva ovviamente di tornarci sopra. La sentenza Arienti del ‘93 che ho citato ci ha fornito queste indicazioni molto importanti, e che sono già state considerate, se ne riparlerà, in materia di dolo e colpa, in materia di 437 II comma ed in particolare sul fatto che questo II comma è un reato autonomo rispetto al primo, con tutto quello che questo significa in materia di decorrenza della prescrizione, e cioè dall’evento morte contestato e accertato per ultimo, e nel nostro processo questo evento comincia a decorrere dal 1999 per Faggian ad esempio e per altri anche nel 2000. Passo al capitolo che riguarda il nesso causale. Questo capitolo ottavo contiene un insieme di sottocapitoli, di considerazioni e di valutazioni, di indicazioni che concernono gli aspetti comuni tra il 437 e il 589 Codice Penale, le indicazioni letterali spiegano quali sono questi aspetti comuni che sono facilmente comprensibili, non hanno bisogno di una spiegazione da parte mia, e sono considerazioni comuni che riguardano appunto sia l’omicidio e lesioni colpose e sia anche poi il 437 per certi versi il I comma, come quello delle omissioni e anche il II comma. Quindi tratto questi aspetti comuni in questa sede anche se alcuni li ho già trattati, ovviamente vi farò rinvio. Il primo aspetto fondamentale e importante in questo processo che riguarda sia il II comma del 437 nel senso che riguarda la causazione di infortunio e sia il 589 e il 590 come morti e lesioni colpose è un punto fondamentale che dev’essere affrontato. La tesi del Tribunale su questo punto è ben nota, ed è una tesi che è stata rappresentata da pagina 123 a pagina 143 essenzialmente della sentenza, questa sentenza di primo grado, nella premessa, nelle prime tre pagine, è molto discorsiva, è problematica, fa delle considerazioni de iure condendo, parla degli Stati Uniti, del diritto degli Stati Uniti, parla della commissione Grosso, eccetera, di una commissione ex perché ormai superata, anche nei contenuti, come dirò tra poco, dalle vicende e dagli eventi. Dico che quella vicenda, quelle premesse, quelle impostazioni del Tribunale è comunque sicuramente superata in questo momento dalla sentenza delle Sezioni Unite depositata l’11 settembre 2002 e dalle successive sentenze della Cassazione che presenterò, come è superata anche dallo stesso nuovo progetto di Codice Penale, come in sintesi dirò per quanto possa valere un discorso de iure condendo ovviamente. Concetto fondamentale di questa premessa del Tribunale dice che letteralmente a pagina 127: data la natura multifattoriale della neoplasia - e questo è un concetto dato per pacifico, ne prendiamo atto perché sarà molto importante e ci torneremo - è impossibile, salvo casi eccezionali per l’appunto, angiosarcoma, attribuire il singolo caso di tumore a una singola esposizione. L’incertezza domina nel caso singolo. Sono state rivolte da parte mia in atto d’appello, e continuo a rivolgere numerose critiche per questa parte di sentenza, perché dico in serie questi motivi: non corrisponde innanzitutto ai principi delle Sezioni Unite delle altre sentenze successive, la sua impostazione teorica che è dominata dall’incertezza rende impossibile qualsiasi accertamento e va al di fuori di quella che è l’impostazione dell’attuale Codice di Procedura Penale, così come dirò tra poco, non è corretto poi in fatto, come ha fatto il Tribunale a pagina 129, poi a pagina 130, poi a pagina 133, non è corretto usare le frasi di un libro di un consulente tecnico del Pubblico Ministero, il professor (Vinis), del ’91 estrapolando queste frasi e citando solo quelle, e per contro il professore (Vinis) fino al 2000 in aula e per iscritto ha approfondito le tematiche processuali specifiche anche sulla causalità ha risposto concretamente, ma sulla consulenza del professor (Vinis) per esempio in materia di concause il Tribunale non ha parlato. Non è corretto ancora usare e citare il primo apporto del professor Comba del 1998, non citando invece quanto successivamente fino al 2000 il dottor Comba e i suoi collaboratori hanno detto e scritto in dibattimento, e Comba tra l’altro – dicevo – ovviamente non ha gradito ciò, non è corretto estrapolare una sola frase del professor Colombati, consulente del Pubblico Ministero, come ha fatto il Tribunale a pagina 134. Tutti, e non solo i consulenti tecnici di accusa e difesa, sono d’accordo nel dire - come dice il Tribunale a pagina 132 - che l’epidemiologia non basta, lo dice da sempre anche il Pubblico Ministero, ed infatti sono molti altri gli elementi d’accusa da valutare insieme e globalmente. Non è vero che i consulenti tecnici d’accusa del Pubblico Ministero si basano solo su (IARC) ‘87, come dice il Tribunale a pagina 134, ho già detto che ci sono i (PIEI), i(PCS), la (PME ecetoc) ci sono una serie di molti altri elementi che riguardano l’anamnesi, la diagnostica, la clinica, l’oncogenesi, la tossicologia, l’impiantista, come sa bene il Tribunale, che solo alla pagina precedente aveva scritto che le valutazioni in questa materia delle agenzie internazionali, OMS, (IARC), (IPIEI) si riferiscono alla causalità generale, intesa come idoneità a produrre un certo tipo di neoplasia negli esposti. Fa riferimento il Tribunale alla giurisprudenza e alla dottrina americana civilistica, ma solo a quella che gli va bene, perché ad esempio non cita la sentenza Grasso, che pure è agli atti, nonostante non ci siano state le integrazioni probatorie in questo grado di giudizio, ma c’è già documentazione agli atti, e non cita le altre sentenze di condanna o patteggiamento statunitense nei confronti delle aziende U.S.A. come ad esempio per il caso (Cox), angiosarcoma a causa di CVM. Il modello americano non è certamente modello per noi, la Corte Suprema anche americana sui diritti di persone arrestate ad esempio ne ha dette di tutti i colori, io mi guarderei bene dal proporre un modello giuridico di quel tipo per quanto riguarda la tutela delle persone. Non è corretto attribuire al Pubblico Ministero il fatto di essersi riferito alla sola sentenza della Quarta Sezione della Cassazione che parlava di 30% per quanto riguarda il grado, questa era soltanto la sentenza iniziale che aveva indicato il Pubblico Ministero, prima di passare ad un excursus storico giurisprudenziale, poi ci sono alcune considerazioni del Tribunale a pagina 140 e 141 che condivido, una sulla medicina legale, che dice: non è contestabile che le spiegazioni cliniche siano prevalentemente probabilistiche soprattutto nell’ambito della diagnostica eziopatogenetica, sono d’accordo, però chi non ne trae le logiche e dovute conclusioni mi pare sia il Tribunale. Condivido ancora quello che scrive a pagina seguente, quando dice: dalle scienze e dai limiti di conoscenza che esse pongono non si può prescindere, si può solo pretendere l’adozione di rigorosi criteri epistemologici e una valutazione coerente di tutti gli elementi di conoscenza disponibili. Così ha detto e dice di fare la Corte di Cassazione e così abbiamo fatto noi come accusa in questo processo, per contro è il Tribunale che, uno ondeggia tra un principio e l’altro, due: cita a sproposito la commissione Grosso, perché il progetto, così come era previsto e come era prevedibile, tra l’altro è cambiamento ripetutamente in quella commissione ma anche nell’attuale, perché tutti si sono resti conto della irrealtà di quel presupposto della certezza assoluta, e sono tornati ai criteri attuali, che sono i criteri del codice attuale e vigente, così come vi sono tornate le Sezioni Unite per gli stessi, identici motivi. È un’utopistica certezza quella che chiedeva il Tribunale, e appunto questa tesi del Tribunale contrasta con questa giurisprudenza attuale. Per quanto riguarda l’impostazione generale sulla causalità rinvio al capitolo 2.10 dell’atto d’appello che non voglio assolutamente riaffrontare nello specifico, per questa discussione orale ho scelto di far parlare esclusivamente la Corte di Cassazione con le sentenze più recenti che ho trovato, quelle successive alla sentenza Franzese – dal nome dell’imputato - delle Sezioni Unite depositata l’11 settembre del 2002. Solo due questioni preciso fin d’ora e ribadisco, le Sezione Unite hanno detto specificamente in premessa che la loro decisione si riferisce al settore dell’attività medico chirurgica, delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro, quindi si applica sicuramente anche al nostro caso, come hanno detto anche le successive sentenze. Le Sezioni Unite sono dovute intervenire per sanare un contrasto sorto all’interno della Corte di Cassazione, soprattutto all’interno della Quarta Sezione Penale, il contrasto concerneva essenzialmente il grado di probabilità del verificarsi dell’evento rispetto ad una condotta omissione, l’oscillazione di questo grado di probabilità andava in sintesi tra i sostenitori della sufficienza del 30% o meno e i sostenitori della teoria della certezza o del quasi 100%, che è la posizione poi che ha indicato il Tribunale nella sua sentenza ed è la posizione di alcuni dei difensori degli imputati presenti in quest’aula. Ma le Sezioni Unite hanno per così dire smentito gli uni e gli altri e hanno mediato le posizioni estremiste, come vedremo meglio tra poco, e anche il nuovo progetto sta smentendo del codice questi, senza nessuna offesa e senza polemica, io definirei gli estremisti dell’assoluto. Tale smentita riguarda in particolare l’utopistico riguarda ad impossibili certezze scientifiche, la sentenza diceva a pagina 127 che l’incertezza domina nel caso singolo, riguarda la smentita e anche la necessità di valutare globalmente tutto il materiale probatorio raccolto e ora in questa sede mi richiamo espressamente ed esplicitamente al de iure condito, e quindi bisogna rinunciare a soluzioni di tipo piratesco, faccio riferimento esclusivamente al Codice di Procedura Penale vigente ed esclusivamente a questioni di diritto, e a nessun'altra istanza, con l’aggiunta e la specificazione di un richiamo specifico alla particolarità delle patologie policausali e al concorso di causa. Questi sono i temi che avevo in luce già trattato in requisitoria di primo grado, all’udienza del 10 ottobre 2001, quasi l’intera mattinata e maggiormente in sede di redazione dell’atto d’appello del 2002. Ancora un punto voglio sottolineare checché ne dicano i difensori degli imputati, nella stessa sentenza impugnata, la soluzione da me prospettata sia in atto d’appello, sia ora non si basa sulla teoria dell’aumento del rischio, pagina 811 del capitolo 2 e 10 dell’atto d’appello, lo ripeto, non si basa sulla teoria dell’aumento del rischio, si basa invece sul concetto ribadito da plurime decisioni della Suprema Corte, di alcune delle quali ora parlerò. Nel nostro processo esistono prove plurime e univoche in ordine al fatto che l’esposizione al CVM ha causato un evento: morte o malattia, diverso da quello che ci sarebbe stato senza l’esposizione, aggravamento della malattia, e quindi peggioramento delle condizioni di vita e/o anticipazione del decesso, anche una sola settimana o un solo mese, ovviamente secondo una certa giurisprudenza, dicevo in primo grado, citando la sentenza, (Ariolf Angle) del ‘99/2000 in termini di alta probabilità e vedremo tra poco invece come la sentenza Macola in materia di amianto depositata nel 2003 ci dica che la sospensione dell’esposizione avrebbe allungato i termini di latenza o di progressione delle malattie con conseguente protrazione dei tempi di vita delle vittime e in ciò è ravvisabile il rapporto di causalità, queste sentenze saranno il mio punto di riferimento. Passiamo all’esame di queste sentenze, e proietto quelle che sono le sentenze che in sintesi, per quanto possibile, cercherò di esaminare. Non faccio un esame specifico innanzitutto della sentenza delle Sezioni Unite, perché questo è già stato fatto nell’atto d’appello e per di più durante anche la relazione introduttiva che è stata fatta da questa Corte è stato riferito ampiamente sulle impostazioni della Prima Sezione quindi non è sicuramente necessario che su questa io mi dilunghi, quindi faccio semplicemente rinvio. Solo alcune cose voglio dire, come ho accennato, è una sentenza che è riferibile al nostro caso specifico, delle malattie professionali, delle alterazioni ambientali e del danno da prodotto, poi un altro secondo punto citato, sempre usando le parole della Corte in tema di causalità omissiva, il Giudice è sempre tenuto ad accertare attraverso un ragionamento adeguato, logicamente coerente che se l’azione doverosa omessa fosse stata realizzata si sarebbe impedita la verificazione dell’evento, che solo in tale modo può essere oggettivamente imputato alla condotta omissiva dell’agente. Quando il nesso tra omissione ed evento non sia interrotto da cause estrinseche del tutto anomale ed eccezionali che si collochino al di fuori della normale, ragionevole prevedibilità. E questo discorso delle cause estrinseche è già un primo riferimento a tutto il discorso sul concorso di cause, che farò più ampiamente tra poco, e che riguarda per il nostro processo specifico il discorso ovvio del concorso di fattori extra lavorativi, come il fumo in certe situazioni o l’alcol in certe altre, a seconda delle patologie. Un altro punto è quello del modello condizionalistico che dev’essere orientato secondo leggi scientifiche e che non può d’altra parte spiegare in via deduttiva la causalità perché, dice la Corte Sezioni Unite, è impossibile per il Giudice conoscere tutti gli antecedenti causali e tutte le leggi pertinenti; non potendo conoscere tutte le fasi intermedie, attraverso cui la causa produce il suo effetto, né potendo procedere ad una spiegazione fondata su una serie continua di eventi, il Giudice potrà riconoscere fondata l’ipotesi ricostruttiva formulata in partenza sul nesso tra condotta umana e singolo evento soltanto con una quantità di precisazioni e purché sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso alternativo decorso causale. Poi esclude, come sappiamo, tutti questi criteri assurdi, utopistici di certezza assoluta, perché si finirebbe con il frustrare gli scopi preventivo – repressivi del diritto e del processo penale in settori nevralgici per la tutela di beni primari, e quindi è una sentenza questa, tengo a ribadirlo e lo ridirò, ma l’hanno detto anche altre sentenze, successive della Corte di Cassazione, che va letta tutta integralmente, e va capita tutta, per cui dice sempre il Giudice delle leggi: il Giudice è impegnato nell’operazione ermeneutica alla stregua dei comuni canoni di certezza processuale, non è sostenibile che si elevino a schemi di spiegazione del condizionamento necessario solo le leggi scientifico universali e quelle statistiche che esprimano un coefficiente probabilistico e prossimo a uno, cioè alla certezza; quanto all’efficienza impeditiva della prestazione doverosa e omessa rispetto al singolo evento. Questa è la smentita della tesi del Tribunale, questa è la smentita avanzata in questo processo da alcuni difensori, questa è la smentita dei teorici che dicevo prima dell’assolutismo. Poi c’è il punto cruciale, è indubbio che coefficienti medio bassi di probabilità, cosiddetta frequentista per tipi di evento, impongano verifiche attente e puntuali, ma nulla esclude che anch’essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del nesso necessario di condizionamento. È la probabilità logica che contiene la verifica aggiuntiva dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica per il singolo evento. È compito ineludibile del diritto e della conoscenza giudiziale stabilire - conclude la Corte - se la postulata connessione nomologica sia effettivamente pertinente e debba considerarsi razionalmente credibile sin da attingere quel risultato di certezza penale, che all’esito del ragionamento probatorio – e torna sempre questo discorso, all’esito del ragionamento probatorio, cioè tutte le prove raccolte - sia in grado di giustificare la logica conclusione, che tenendosi l’azione doverosa omessa, il singolo evento lesivo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe inevitabilmente verificato, ma nel quando in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva, questi sono i principi ai quali faremo riferimento. Ed infine l’insufficienza, la contraddittorietà, l’incertezza probatoria, quindi il plausibile e ragionevole dubbio, plausibile e ragionevole dubbio fondato su specifici elementi che in base all’evidenza che quella probatoria disponibile lo avvalorino nel caso concreto non può che comportare in questo caso la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa. E ciò viene ribadito, è l’ultimo punto delle Sezioni Unite che ripeto, che fa riferimento in particolare per questo concetto di causa penalmente rilevata ai complessi fenomeni di causazione multipla legati al moderno sviluppo delle attività, che è proprio la situazione attuale del nostro processo. Passo ad una sentenza successiva depositata il 14 gennaio 2003, che è una sentenza molto importante, perché è molto chiara, molto significativa, molto estesa su più punti, che sono già stati toccati dalle Sezioni Unite, è una sentenza anche che ci riguarda da vicino, perché parte da una vicenda padovana, dalla vicenda delle officine meccaniche Stanga, in cui in primo grado c’erano state delle condanne per l’esposizione di lavoratori all’amianto, condanne poi che sono state confermate nella Corte d’Appello di Venezia, condanne che sono state confermate secondo i principi che indico anche dalla Sezione Quarta della Suprema Corte, con sentenza chiaramente e ovviamente depositata dopo quella delle Sezioni Unite perché è stata depositata il 14 gennaio, perché si richiama chiaramente anche al contenuto di quella sentenza delle Sezione Unite. La prima slide dice: non esiste alcuna immutazione del fatto ove, contestata l’ipotesi di aver cagionato la morte, la sentenza ritenga di condannare per aver ridotto il tempo di sopravvivenza, trattandosi di ipotesi sovrapponibili in quanto la riduzione della vita corrisponde alla morte avvenuta in tempi anteriori rispetto a quelli conseguenti al naturale decorso del tempo. È chiaro, sono eventi diversi e viene affermato e riaffermato un principio estremamente chiaro. La gran parte degli interventi omessi dagli imputati per evitare le conseguenze dannose, non riguardavano soltanto la mancata utilizzazione dei mezzi di protezione, ma altresì la mancata adozione di complessi e costosi interventi, che solo a prezzo di radicali modificazioni dell’ambiente e delle modalità di lavoro avrebbero consentito di mutare profondamente le modalità e le tecniche produttive della società, è la situazione che rappresentavo io questa mattina. Sono interventi, continua la sentenza, che non possono certo rientrare nell’ordinaria amministrazione per le rilevanti trasformazioni dell’ambiente e delle modalità di lavoro che si rendevano necessarie, più gli ingentissimi capitali richiesti, quindi i vertici della società avevano degli obblighi di intervento. Non parlo della delega di funzioni, della quale parlerò all’ultima udienza affrontando le posizioni specifiche, né del trasferimento di funzioni, dei quali parla questa sentenza, passo al punto che riguarda specificamente la causalità omissiva dove si dice che la causalità omissiva costituisce una causalità costruita su ipotesi e non su certezze, si tratta di una causalità ipotetica, normativa fondata come quella commissiva su un giudizio controfattuale, contro i fatti, se l’intervento omesso fosse stato adottato si sarebbe evitato il prodursi dell’evento? A questa si fa ricorso per ricostruire una sequenza che però a differenza della causalità commissiva non potrà mai avere una verifica fenomenica, che invece nella causalità commissiva è normalmente, non sempre però verificabile. Poi la sentenza Macola fa riferimento alle Sezioni Unite, ripercorre i punti delle Sezioni Unite, quindi io non li affronto assolutamente, perché ne ho già parlato anche in atto d’appello. Preciso soltanto che fa riferimento in particolare alle Sezioni Unite, dicendo che si tratta proprio di una situazione che è analoga a quella del nostro processo. Sulla prevedibilità dell’evento, come in quel caso anche del nostro caso, si parlava di prevedibilità dell’evento, ma è importante segnalare questo concetto, sempre ribadito dalla Suprema Corte. La prevedibilità dell’evento, il discorso di per sé è vero che attiene prevalentemente alla colpa, dice anche la Cassazione, ma non è estranea al problema della causalità, come proposto dai ricorrenti sotto il profilo finalistico delle norme di prevenzione; questa prevedibilità non riguarda soltanto specifiche conseguenze dannose, che da una certa condotta possono derivare, ma si riferisce a tutte le conseguenze dannose che possono derivare da una condotta, che sia conosciuta come pericolosa per la salute, il discorso che facevamo sulla tossicità della nostra sostanza. Ne consegue che la mancata eliminazione o riduzione significativa della fonte di assunzione comportava il rischio del tutto prevedibile dell’insorgere di una malattia gravemente lesiva della salute dei lavoratori. Se solo successivamente sono state conosciute altre conseguenze di particolari lesività non vi è ragione, dice, non v’è ragione, per escludere il rapporto di causalità con l’evento e il requisito della prevedibilità dell’evento medesimo, e non vi è ragione di escluderlo, perché le misure di prevenzione da adottare per evitare l’insorgenza della malattia conosciuta, erano identiche a quelle richieste per eliminare o ridurre gli altri rischi, anche non conosciuti, con la conseguenza, sotto il profilo obiettivo che ben può affermarsi che la mancata adozione di quelle misure ha cagionato l’evento, e sotto il profilo soggettivo che l’evento era prevedibile, perché erano conosciute conseguenze potenzialmente letali della mancata adozione di quelle misure. E aggiungo io a quella sentenza che nel caso specifico nostro abbiamo una colpa specifica, contestata, per la quale addirittura la prevedibilità dell’evento non si porrebbe neanche come problema, continuo comunque con la sentenza Macola. Si è più volte chiarito in dottrina e in giurisprudenza che il rapporto causale va riferito non solo al verificarsi dell’evento prodottosi, ma anche relazione al natura e ai tempi dell’offesa, nel senso che dovrà riconoscersi il rapporto in questione non solo nei casi in cui si è provato che l’intervento doveroso omesso avrebbe evitato il prodursi dell’evento in concreto verificatosi, o ne avrebbe cagionato uno di intensità lesiva inferiore, ma altresì nei casi in cui sia provato che l’evento si sarebbe verificato in tempi significativamente, non minuti od ore, più lontani, ovvero quando la condotta colposa omissiva o commissiva sia ricollegabile una accelerazione dei tempi di latenza di una malattia provocata da altra causa. Questo chiarissimo proprio per il nostro processo era il concetto della Suprema Corte. Si è detto in questi casi che non vi è quindi dubbio che una morte avvenuta in un giorno successivo, addirittura un giorno successivo, sia un fatto diverso dal punto di vista naturalistico prima ancora che giuridico. Orbene, nel caso in esame, continua la sentenza, pur non essendo stato accertato con certezza se all’epoca della assunzione delle funzioni di amministratore da parte degli imputati, la patologia fosse già insorta, i giudici di merito però hanno incensurabilmente accertato che in ogni caso l’esposizione all’inalazione alle massicce dosi di polveri di amianto ha avuto effetto patogenetico sulla latenza di una malattia già esistente o sull’insorgenza di una non ancora sorta, e anche questo è un principio che va utilizzato chiarissimo nel nostro processo, né può aver rilievo che il meccanismo preciso, riduzione della latenza o accelerazione dell’insorgenza non sia stato possibile accertarlo per ciascuna di queste morti, il nesso di condizionamento deve infatti ritenersi provato non solo quando, caso assai improbabile, venga accertata compiutamente la concatenazione causale, ma altresì in tutti quei casi nei quali, pur non essendo completamente descritto o accertato il complessivo succedersi di tale meccanismo, l’evento sia comunque riconducibile alla condotta colposa dell’agente, sia pure con condotte alternative e purché sia possibile escludere l’efficienza causale di diversi meccanismi eziologici, e poi vedremo il problema delle cause alternative. Ribadisce ancora questa sentenza come non sia appunto necessario, perché non è possibile, conoscere esattamente tutte le fasi intermedie attraverso le quali la causa produce l’effetto penale. Queste considerazioni valgono per confermare questa decisione della Corte d’Appello di Venezia e viene detto che la mancata individuazione della soglia, l’individuazione peraltro impossibile non infirma la complessiva correttezza del ragionamento del Giudice di merito secondo cui un significativo abbattimento dell’esposizione avrebbe comunque agito positivamente sui tempi di latenza o di insorgenza delle malattie mortali. Io mi potrei fermare qua e andare alle conclusioni, è talmente chiara e talmente pacifica ormai la giurisprudenza che forse non ho bisogno di nessun'altra considerazione, ma voglio dire, perché ce ne sono altre di questi ultimi due anni, proprio tutte in questo senso. Una critica che è stata rivolta alla sentenza d’appello la Corte di Cassazione per la sentenza Macola dice: non può essere infatti ritenuta contraddittoria la motivazione della sentenza impugnata nelle parti in cui per un verso afferma che tutte le condotte che nell’arco della vita lavorativa hanno consentito l’esposizione alle polveri di amianto hanno concorso alla causazione dell’evento e per altro verso che, se l’esposizione fosse stata sospesa, l’evento non si sarebbe verificato. In realtà la sentenza impugnata dice una cosa diversa, ed è quello che diciamo noi, se anche il processo morboso fosse iniziato prima dell’inizio dello svolgimento da parte dei ricorrenti delle funzioni di amministratori, la sospensione dell’esposizione avrebbe allungato i termini di latenza o di progressione delle malattie con conseguente protrazione dei tempi di vita delle vittime, e in ciò, come si è visto, è ravvisabile il rapporto di causalità. Una volta che siano stati accertati, come nella specie ha fatto la Corte d’Appello di Venezia, la macroscopica violazione delle norme in materia di prevenzione delle malattie professionali e la prolungata esposizione, non possono che essere ritenute esaustive le considerazioni riferite secondo cui un abbattimento significativo dell’esposizione avrebbe appunto prolungato i tempi di latenza e quindi di progressione delle malattie. Mi fermo qua per la sentenza Macola. Passo alla sentenza successiva, che è quella depositata il 15 novembre 2002, imputata (Albissini), qui è un caso che partiva da una situazione particolare, cioè la mancanza di una perizia, che sembra quasi quella del nostro processo, e la presenza di conclusioni divergenti dei collegi che erano stati nominati in primo grado invece dal Giudice e ovviamente dai consulenti tecnici, oltre ovviamente a ribadire questa sentenza sempre della Sezione Quarta che il Giudice resta pur sempre il peritus peritorum, questa sentenza fa una rassegna ed indica quali erano i principi della Quarta Sezione delle sezioni della Suprema Corte che si contraddicevano l’una con l’altra, fino all’intervento delle Sezioni Unite. Tralascio ovviamente questa parte, anche perché l’excursus, la rassegna e la giurisprudenza l’avevo già fatto nell’atto d’appello in primo grado. Allora passo al punto che ci interessa di più che riguarda poi la decisione di questa Corte che dice: il percorso motivazionale seguito dalle Sezioni Unite, le espressioni letterali dalle stesse adoperate nel formulare i principi enunciati non possono in alcun modo indurre ad avviso di questo Collegio la conclusione che magari potrebbe eventualmente scaturire da una lettura frettolosa della sentenza Franzese, questo lo dicevo io, ma me lo dice ma Cassazione, è una lettura che va fatta non in maniera frettolosa ma in maniera completa, pacifica e certosina, e dice che solo una lettura frettolosa può portare a certe conclusioni, della necessità della individuazione del nesso di causalità in termini di certezza oggettiva, storica e scientifica sul piano della certezza, perché se così fosse, continua questa sentenza, dovrebbe giungersi alla conclusione che non sarebbe mai possibile pervenire all’affermazione di responsabilità per condotta omissiva nel caso ad esempio di mancanza di (autopsia), e non c’è chi non veda che una siffatta conclusione sarebbe evidentemente inaccettabile perché contraria ai basilari principi che regolano la materia della prova nel processo penale, questo è il punto che accennavo in premessa di questo capitolo: principi quali la non legalità della prova, il libero convincimento del Giudice, la possibilità della affermazione della colpevolezza all’esito anche di un processo indiziario, la necessità di motivazione logica ed adeguata e guardate che non è un’invenzione del Pubblico Ministero in questo processo, il 192 e il II comma esiste, ed esiste da anni, ed è noto a tutti quanti, quella certezza che le Sezione Unite hanno individuato come indispensabile per poter affermare la sussistenza del nesso causale quale condicio sine qua non di quegli articoli 40 e 41, è dunque una certezza tra virgolette, vale a dire la certezza processuale, che in quanto tale, non può essere individuata se non con l’utilizzo degli strumenti di cui il Giudice dispone per le sue valutazioni probatorie. Certezza che dev’essere pertanto desunta dal Giudice valorizzando tutte le circostanze del caso concreto sottoposto al suo esame. Secondo un procedimento logico, analogo a quello seguito allorquando si tratta di valutare la prova indiziaria, la cui disciplina è dettata dal II comma del 192 del codice di rito, che consente di poter collegare un evento a una condotta omissiva al di là di ogni ragionevole dubbio. Sappiamo cosa dice quel II comma del 192 che parla di indizi gravi, precisi e concordanti. Questo è il nostro sistema, de iure condito, questo è il processo penale, con questo sistema ci dobbiamo confrontare, non dobbiamo arrivare a soluzioni piratesche. A me viene in mente in questo momento una situazione, che era sicuramente indiziaria e gravemente indiziaria in un altro processo di rilievo per la zona di Venezia, quello dei responsabili dell’incendio doloso della Fenicie, io l’avevo detto subito in primo grado, e poi è stato detto in secondo grado e riportato in Cassazione, è un processo indiziario, ma valutando tutte i gravi, precisi, concordanti indizi, si è arrivati ad una certezza al di là del plausibile, e ragionevole dubbio, perché questo è il nostro sistema processuale, penale. Passo ad un altro punto di questa sentenza sulla diagnosi specifica della patologia polmonare perché ad un certo punto la Corte d’Appello diceva, cioè vale a dire se era stata individuata nel settembre dell’’87 e non era accompagnata da manifestazioni di invasività che avrebbero consentito assai probabilmente con ricorso a tempestivi rimedi chirurgici e terapeutici, come la resezione polmonare una sopravvivenza a cinque anni, maggiore quindi rispetto a quella di tre anni, intervenuta in concreto, comunque un decorso clinico favorevole. Ciò posto, va sottolineato che l’espressione, dice la Suprema Corte, assai probabilmente usata dai Giudici di secondo grado concettualmente del tutto simile alle locuzioni adottate dalle Sezioni Unite, soddisfa pienamente anche l’esigenza dell’esito del giudizio contrafattuale, è infatti regola di esperienza, nonché scientifica che l’efficacia di una diagnosi tumorale ai fini di una più lunga sopravvivenza e comunque di un decorso della malattia sicuramente migliore, cioè con minore intensità lesiva, è direttamente ricollegabile alla sua tempestività e precocia. Poi indica anche la percentuale di sopravvivenza sul discorso dei cinque anni. E guardate che su questa cosa noi abbiamo detto, ridetto, ribadito, in primo grado, durante il dibattimento, in requisitoria, negli interventi dei difensori di Parte Civile, in replica, nei motivi d’appello abbiamo parlato e consegnato documentazione, ad esempio in materia di trapianti, sulla sorveglianza sanitaria, sulla necessità che venisse effettuata per tempo, per tutte le patologie, e anche sull’importanza dell’avvisare il dipendente, cosa che non è stata fatta, e non si è mai intervenuti, e vedremo poi quando arriveremo al punto di fatto sui trapianti quanto invece poteva essere importante fin dai primi anni ’80 segnalare queste situazioni. Passo ad un’altra sentenza, che è quella depositata il 14 aprile 2003, imputati Cardillo ed altri, che dà alcune anticipazioni anche sul concorso di cause. Dice questa sentenza che appunto il Codice Penale ha esplicitato il concetto nella formula usata dall’articolo 40 comma I, si parla appunto di questa teoria condizionalistica della causalità, e quindi dell’accertamento necessario e dell’esistenza del rapporto di causalità a cui si perviene con procedimento di eliminazione mentale, ma fino a questo punto è quello che è sempre stato detto fino adesso. Allora continua poi dicendo che lo stesso deve dirsi nel caso di concorso di cause sopravvenute. Insomma il metodo dell’eliminazione mentale va utilizzato tenendo conto della necessità di non pervenire alla disapplicazione su base interpretativa delle norme sul concorso di cause, ponendo nel nulla il principio normativamente previsto dell’equivalenza delle cause. Si vede quindi fare riferimento alle condotte di tutto coloro che hanno contribuito all’esito finale e non alle singole condotte in relazione alle quali valgono gli usuali criteri da utilizzare nell’accertamento del concorso di cause. A parere della Corte questo è il criterio da adottare in tutti i casi in cui la condotta di un soggetto si inserisce in modo efficiente in un processo causale, e questo vale anche nel caso di condotte di natura diversa. La causalità omissiva, che per le sue caratteristiche si configura come una costruzione giuridica che consente di ricostruire l’imputabilità oggettiva come violazione di un obbligo di agire, di impedire il verificarsi dell’evento, in violazione del cosiddetto obbligo di garanzia, omissione che provoca l’evento di pericolo o di danno, la maggiore complessità dei problemi in tema di causalità in reati omissivi impropri non è ricollegata tanto alla necessità in questo tipo di reati di individuare se l’evento sia a frequenza dell’omissione accertata, né dalla ricostruzione in via meramente ipotetica dell’efficacia dell’azione omessa, ma della necessità ulteriore di individuare la condotta positiva che, se posta in essere, avrebbe evitato il prodursi dell’evento. Ovvio essendo che, se l’evento fosse destinato a prodursi ugualmente, con tempi e modalità identici, anche nel caso in cui l’agente avesse attivato tutti gli interventi richiestigli, le conseguenze dell’omissione non potrebbero essere a lui addebitate, e quindi è tutto il discorso che facevamo in precedenza. Ma faccio un salto su questa sentenza, arrivando ancora al discorso importante delle prove, alle valutazioni che un’altra sentenza ridà in questa materia, perché dice che è inadeguato secondo la sentenza in quella sede appellata, esprimere il grado di corroborazione dell’esplanandum mediante coefficienti numerici, mentre appare corretto enunciarlo in termini qualitativi per cui le Sezione Unite mostrano di condividere quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità, che fa riferimento alla probabilità logica piuttosto che la probabilità statistica. E questo consente la verifica aggiuntiva dell’attendibilità dell’impiego, della legge statistica al singolo evento. Solo con l’utilizzazione di questi criteri può giungersi alla certezza processuale sull’esistenza del rapporto di causalità in modo non dissimile dall’accertamento relativo a tutti gli altri elementi costituivi della fattispecie, con criteri non dissimili dalla sequenza del ragionamento inferenziale dettato in tema di prova indiziaria dall’articolo 192 comma II del codice di rito penale. Altra verifica sempre dice questa nuova sentenza di Cassazione, che dovrà compiere il Giudice al quale vengono rinviati gli atti per altro motivo, è quella che riguarda i tempi e la natura dell’evento medesimo, e qui sui tempi e sulla natura dell’offesa fa lo stesso discorso che ho già riportato poco fa in relazione al fatto che un evento diverso, anche se si verifica il giorno dopo, o anche se c’è un’accelerazione dei tempi di latenza rispetto a quello che sarebbe stato. Passo ad un’altra sentenza, che è la sentenza depositata il 15 febbraio 2003 imputato Loi, che ripercorre in diritto tutto quello che ho detto fino a questo momento per queste tre sentenze delle Sezioni Unite in poi, quindi non rileggo assolutamente questa parte, la leggo soltanto per un aspetto particolare che riguarda sia questa sentenza ma anche un’altra sentenza, ed è un caso che riguarda in generale noi, ed era la vicenda di paracadutisti che a causa di comportamenti non corretti secondo i Giudici di merito e secondo la Cassazione avevano condotto al fatto che il paracadute di alcuni paracadutisti in situazioni di lancio non si era aperto e quindi ovviamente erano morti, perché avevano utilizzato certi comportamenti e certe tecniche che non erano ancora adeguatamente sicure e adeguatamente provate. Ma questa è la premessa storica, faccio riferimento perché questa sentenza è estremamente interessante perché fa riferimento che addirittura nei casi in cui mancano le famose leggi di copertura si può arrivare al riconoscimento della penale responsabilità, e non è solo questa sentenza che lo dice, vedremo che c’è un’altra recentissima sempre della Quarta Sezione della Cassazione. Leggo il passo in questione, dice: si innesta su questo aspetto del problema la censura del generale Menchi – un altro generale - che sottolinea come non esista alcuna legge di copertura che consenta di affermare che, data una situazione di estrema confusione durante il lancio, situazione a sua volta determinata dalla metodica di lancio, era pressoché evitabile che uno dei paracadutisti fosse preso dal panico, si lanciasse in modo scomposto, dimenticasse i precetti che gli erano stati insegnati. Si chiede in conclusione il ricorrente, imputato, come sia possibile affermare l’esistenza di una tale legge di copertura se ben 160 mila lanci erano avvenuti con quella metodica senza incidenti. Si pone quindi il problema di come accertare l’esistenza o l’esclusione del nesso di condizionamento nei casi in cui non esista una legge scientifica, universale o statistica non rileva, idonea a spiegare il verificarsi dell’evento, che consenta di pervenire a una soddisfacente soluzione del problema prospettato. È evidente, risponde la sentenza, che una risposta negativa sul punto condurrebbe a un giudizio di non liquet in tutti quei casi, la risposta non rinunciataria a questo quesito è stata però fornita dalla più volte ricordata sentenza Franzese delle Sezioni Unite, che quindi anche su questo punto va a smentire le tesi assolutiste, con il rischiamo da parte della sentenza Franzese alle generalizzate regole di esperienza che possono consentire di accertare il ripetuto elemento costituivo della fattispecie dalla esperienza tratta da attendibili risultati di generalizzazione del senso comune. Questo dice una sentenza, noi abbiamo molto di più in questo processo, la indico per non essere capito male un’altra volta come punto di riferimento minimale, perché noi abbiamo molto di più in questo processo, e a ben altra giurisprudenza faccio riferimento, perché conclude sul punto e poi mi fermo, dice: la mancanza di leggi e di spiegazione non vieta al Giudice di pervenire al risultato a lui richiesto, positivo o negativo che sia, fondandosi esclusivamente sulle massime di esperienza, sulle generalizzazioni del senso comune, purché - importante il purché - anche le massime o il senso comune abbiano un solido fondamento scientifico che confermi la valutazione che ricollega la condotta all’evento, insomma come è stato affermato il libero convincimento del Giudice deve fondarsi comunque sulla cultura e sui metodi scientifici, e non tradursi in un inaccettabile soggettivismo, e ripeto noi abbiamo molto di più in questo processo. Passo ad un’altra sentenza, sempre del 2003, imputato Trioni, riguarda ancora la materia dell’amianto, si parla sia del discorso relativo alla colpa sia relativo al discorso del nesso di causalità, con le due massime che leggerò rapidamente, in caso di omicidio colposo, che riguarda il mesotelioma si configura la colpa specifica per violazione di norme anche quando la norma è posta a presidio di altro interesse, e cioè per prevenire la (svestosi) e non il mesotelioma, in quanto l’articolo 21 del D.P.R. del ’56, pur se pensato in relazione alle malattie respiratorie, è norma generale ed astratta dettata per impedire qualsiasi danno al lavoratore da polveri che si producano nello svolgimento del lavoro, e quindi per evitare la produzione dei danni, che sono conosciuti quando la norma è posta, quanto di qualsiasi altro danno la cui derivazione causale dalle inalazioni di polveri era sconosciuta nel ‘56, altra sentenza recentissima che sconfessa totalmente l’assunto in diritto del Tribunale di Venezia. Sempre questa sentenza continua: in caso di omicidio colposo – consistito nel mesiotelioma - occorre accertare il nesso di causalità dell’evento morte, non già con l’attività lavorativa, bensì con i comportamenti omissivi degli imputati, diversificati in relazione alle funzioni svolte da ciascuno e ai relativi periodi di tempo, come risulta dal capo d’imputazione, e come dirò l’ultimo giorno della mia requisitoria. E tale nesso sussiste, qualora siffatti comportamenti - con grado che viene indicato da identificarsi con la certezza giuridica - siano valsi a causare o concausare l’evento o anche solo ad accelerarne la verificazione, altra sentenza chiarissima. Altra sentenza del 2003, depositata a maggio, imputato Gliozzi, che qui bisogna fare..., spiego rapidamente un ragionamento a contraris, perché quando questa sentenza dice ad un certo punto: l’insufficienza, la contraddittorietà, l’incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale, quindi il ragionevole dubbio in base all’evidenza disponibile sulla reale efficacia e condizionante della condotta omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti comportano la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio del giudizio. E siamo perfettamente d’accordo. Il caso di specie qual era? Il fatto di un controllo ecografico, il medico non aveva visto di che cosa si trattava, è un fatto dell’ottobre ‘96 e immediatamente dopo c’è questa situazione, addirittura si parla di corrispondenza nel capo d’imputazione tra i due eventi, e quindi non c’è lo spazio temporale sufficiente tra quel controllo ecografico e l’intervento che poteva risolvere questa situazione e l’evento morte, e allora utilizzo anche questa sentenza, proprio ragionando a contraris, perché nel nostro processo abbiamo norme vigenti dagli anni ‘50, condotte contestate in questo processo ovviamente agli imputati vivi, perché quelli che erano morti non potevano essere imputati, e quelli che sono morti durante l’udienza preliminare per loro è stato dichiarato non doversi procedere, quindi abbiamo norme vigenti, condotte contestate in questo processo dal’69 in poi, eventi a partire dal ‘72 per finire al ‘99, con la morte di Faggian e al 2000 con la morte di Bolzonella per epatocarcinoma. Quindi non ci possono essere dubbi sulla reale efficacia condizionante di queste condotte omissive che vengono contestate e che saranno anche dettagliatamente esaminate come condotte e come omissioni da singoli interventi anche delle Parti Civili. Passo ad un’altra sentenza, che è la sentenza depositata 21 maggio 2003, imputato Marinari, per alcune parti già trattata, mi limito soltanto alla parte che ci riguarda in questo momento, dice la sentenza che quei Giudici, che sono quelli di merito, avendo detto basandosi sulla perizia che il bambino si sarebbe salvato al quarto grado di probabilità, hanno detto ciò che secondo loro verrò a dire in questo caso: non vi era dubbio che il bambino si sarebbe salvato con alto grado di probabilità. E sul punto è da ricordare che l’accertamento scientificamente e giuridicamente corretto del rapporto di causalità da parte del Giudice è complessivamente un accertamento con alto grado di probabilità, e ciò perché il Giudice si sofferma su una sola condizione di elemento, la condotta dell’uomo, non essendo in grado sul piano scientifico di ricostruire l’intero meccanismo di produzione dell’evento, e quindi è il discorso che abbiamo sempre ripetuto. C’è un’altra sentenza, scritta a mano, del giugno 2003, imputato Giacomelli, la leggerò, l’ho riletta anch’io varie volte, però è una sentenza importante che voglio leggere, anche perché riguarda una patologia, un adenocarcinoma alle fosse nasali, che aveva quindi anche altre patologie di dipendenti, di lavoratori, così ed è importante perché riguarda la successione nel tempo della gestione dell’attività aziendale da Giacomelli padre e Giacomelli figlio, riguarda le ulteriori esposizioni, anche brevi in maniera specifica, riguarda quindi le gestioni successive, e riguarda l’applicazione dei D.P.R. ‘55 e ’56, le procedure di lavoro, e c’è un riferimento in questa sentenza a un nostro consulente, citato nominativamente, proprio in relazione alle esposizioni brevi, che quella sentenza ritiene di tutta valenza e di sicura affidabilità. Allora parto con l’esame di questa sentenza perché fa riferimento al fatto che, seppure la latenza dell’accertato adenocarcinoma alle fossi nasali ha lunga durata: 40, 45 anni (caso analogo ai nostri) e quindi di sicuro l’insorgenza è riconducibile all’esposizione alla polvere, avvenuta sotto la gestione dell’azienda da parte del padre, pur il collegio peritale ha messo in evidenza come l’ulteriore esposizione protratta sotto la gestione dell’imputato figlio, sia stata concausa dell’evento per alcuni dipendenti, e ciò a prescindere dalla durata breve per uno, due anni e mezzo, oltre il decennio per degli altri. È impensabile – dicevano i periti - che la polvere inalata successivamente ma dotata delle stesse potenzialità nocive di quella cagionante la malattia fosse ininfluente sull’andamento generale della patologia, e sulle condizioni di salute dell’individuo che ne è portatore. Di guisa che la condotta omissiva dell’imputato, seppure connessa ad un periodo successivo all’insorgenza dell’adenocarcinoma, ne ha di certo accelerato lo sviluppo ponendosi in tal modo in rapporto causale con l’evento e ciò a prescindere dalla durata dell’esposizione avvenuta sotto la gestione dell’azienda da parte di Giacomelli figlio. Conforta l’assunto quanto dichiarato sul punto dal consulente, dottor Comba, il quale ha messo in evidenza la significatività anche di esposizioni temporalmente brevi in rapporto al livello di esposizione elevato, quale era l’ambiente ove i tre hanno lavorato, come il dottor Comba ha fatto anche nel nostro processo, il che evidenzia – continua la Corte - il contenuto della colpa omissiva del ricorrente, essendo egli venuto meno nella gestione dello stabilimento a quanto prescritto dalle norme di comune prudenza e diligenza e di poi più specificamente non avendo attuato nell’ambiente di lavoro quanto prescritto dalla normativa in materia relativamente ai mezzi personali e di tutela e ai doverosi e mirati controlli sanitari con limitazioni soprattutto dei tempi di esposizione alla polvere. Seppure la violazione di cui all’articolo 15 e il D.P.R. 303/56 non risulta essere stato oggetto di formale contestazione, ma in questo processo lo è stata, pure detta violazione risulta all’imputato di fatto contestata rientrando questa nella omessa adozione di cautele nelle procedure di lavoro. Le procedure di lavoro che noi contestiamo e rientrando comunque nell’ambito di colpa generica nel capo d’imputazione richiamato. E qui noi abbiamo anche la colpa specifica, con tutto quello che significa come forza probatoria. Passo ad un’altra sentenza del maggio 2003, imputati Monti ed altri, la prima parte della massima della sentenza l’avevo già indicata, riguarda la colpa e la causalità e l’avevo già illustrata, è importante questa sentenza perché riguarda la responsabilità del vertice sanitario, in questo processo teniamo presente che noi abbiamo responsabile sanitario di Montedison, dalla fine degli anni ’60, quantomeno alla fine degli anni ’70 che io ritenevo come ho detto in requisitoria di primo grado e continuo a ritenere uno dei massimi responsabili in tutta questa vicenda, insieme a due imputati che sono morti nelle more del processo d’appello, comunque il professor Bartalini era il responsabile della fine degli anni ’60 fino alla fine degli anni ’70 quantomeno, e quindi questo è importante perché parla di nesso di causalità, per questo responsabile del vertice sanitario, e fa ovviamente riferimento alle Sezioni Unite, quindi vado oltre rispetto a questa prima parte che riguarda la colpa. Passo soltanto al punto per ricordare come dica questa sentenza della Cassazione come sia ininfluente la circostanza che solo in epoca recente, cioè nel ’92, è stato vietato in assoluto l’uso dell’amianto, prevalendo la disposizione generale del 2087. Noi siamo messi, direi, ancora meglio, perché il divieto era ancora precedente per certi versi, come ho illustrato ieri, l’assenza comunque – dice la Suprema Corte - di una normativa specifica non esonera dalla responsabilità che è l’obbligo giuridico di aggiornarsi, noi abbiamo visto che qui avevamo ampiamente degli obblighi giuridici. Dopo aver parlato delle sentenze della Suprema Corte e facendo riferimento come questa teoria condizionalistica innescata dalle Sezioni Unite, questa sentenza Monti dica ancora che dev’essere temperata la teoria condizionalistica con riferimento alla teoria della causalità umana, quanto alle serie causali sopravvenute autonome e indipendenti di cui all’articolo 41 II comma. E poi continua, il Giudice di merito ha ritenuto che se è vero infatti che per il mesiotelioma è sufficiente una dose bassa per l’insorgenza del tumore è altrettanto certo che l’esposizione prolungata influisce sullo sviluppo del tumore, limitare il periodo nel quale l’esposizione abbia avuto un rilievo causale rispetto all’insorgenza del tumore sarebbe del resto ragionevole solo ove si potesse affermare o che non vi è stata esposizione nel corso di un altro periodo lavorativo, o che la fase di sviluppo autonomo del cancro era già iniziata prima del ‘73, cosa questa impossibile nella fattispecie concreta nella quale risulta che l’esposizione è proseguita per tutto il protrarsi del rapporto di lavoro, mentre la durata di latenza, peraltro sempre di difficile definibilità, in quanto dipendente da un complesso di fattori e variabile da caso a caso, appare compatibile con l’insorgenza soggettiva successiva. Pertanto nella specie l’unica circostanza dubbia rimane il momento di insorgenza della malattia, pur ritenuta probabile dopo il ’73, ma i Giudici di merito hanno comunque ritenuto con motivazione non solo non manifestamente illogica ma congrua e corretta che la protratta esposizione alle inalazioni di dosi di polveri di amianto ha avuto effetto patogenetico sulla latenza di una malattia già esistente o sull’insorgenza di una non ancora sorta. Sul concorso, ci torneremo, dice comunque che non sussiste violazione di legge o difetto di motivazione perché la Corte ha ineccepibilmente ritenuto che l’abitudine al fumo da parte dell’operaio, del Bazzan, si pone al più come concausa dell’evento, ma agli atti non sussiste prova alcuna, che tale abitudine sia stata la causa unica e autonoma dell’insorgenza del tumore, torneremo su questo punto perché la prova di questa causa unica: il fumo o l’alcol non la deve dare il Pubblico Ministero, vedremo delle sentenze di Cassazione, quando ci sono delle cause che si mettono una fianco all’altra, lo dirò tra poco e leggerò le sentenze, io indico questa causa, come concausa, non escludo le altre cause, chi esclude una causa deve dimostrarlo, io non faccio questa affermazione, se qualcuno esclude una causa in CVM deve provarlo, perché questa sentenza comincia a dircelo, agli atti che non sussiste prova alcuna che tale abitudine sia stata la causa unica e autonoma dell’insorgenza del tumore. L’ultima sentenza su questa parte è sempre del 2003, imputato De Paolo, depositata nell’aprile del 2003, dice: anche a fronte di un evento ineluttabile non può escludersi la responsabilità del medico che non si attivi né porti a conoscenza della malattia, ciò incidendo sulla durata della vita in quanto anche l’accelerare la morte equivale a cagionarla, e sicuramente l’inerzia ha escluso ogni possibilità di allungamento della vita. In un giudizio controfattuale emerge infatti l’altissima probabilità di allungamento della vita con le cure alternative previste dal progresso medico per contrastare il male e anche un allungamento in misura temporale non eccessiva è giuridicamente rilevante, in ogni caso l’omissione ha inciso sulla qualità della vita stessa, decisamente degradata, per effetto dell’omissione di un intervento che poteva operare favorevolmente su di essa. Io su questa prima parte ho concluso ed ho utilizzato concetti della Suprema Corte, posso continuare sulla seconda parte, sempre sul nesso di causalità, che riguarda la concausa. Proietto lo schema di queste sentenze sarà più rapido, perché a diverse di queste sentenze ho già fatto riferimento, ci sono delle sentenze che sono ovviamente precedenti a quelle delle Sezioni Unite, quelle che ho trattato già nella replica del 10 ottobre 2001 non le richiamo assolutamente per ovvi motivi, faccio rinvio, li allegherò comunque alla memoria che sarà redatta al termine complessivo del mio intervento, esistono peraltro delle vecchie sentenze precedenti le Sezioni Unite, del settembre del 2002 in materia di concorso che sono richiamate e che sono concordi anche le successive, per questo pertanto faccio riferimento. È noto dice la prima, che è addirittura del 1985, imputato Pellegrino Sezione Prima, che il rapporto di causalità materiale ed efficiente, 40/41, è retto da due principi fondamentali che si integrano tra loro, quello dell’equivalenza delle cause e quello della condicio sine qua non, secondo il primo le cause concorrenti, che non siano da sole sufficienti a determinare l’evento, sono tutte e ciascuna causa dell’evento stesso. Quindi quando parlo di concause sono tutte cause, anche il CVM e anche le altre cause, in base al secondo principio e al rapporto di causalità materiale è interrotto solo quando la causa sopravvenuta è sufficiente da sola a produrre l’evento e si inserisce nel processo eziologico in modo assolutamente autonomo, principi questi chiaramente fissati nei primi due commi del 41, i quali stabiliscono l’equivalenza delle cause preesistenti, simultanee o sopravvenute con quella azione omissione che ha causato l’evento e l’interruzione del rapporto di causalità ad opera di cause sopravvenute da sole o sufficienti a determinare l’evento, II comma. In altri termini può affermarsi che nei confronti delle concause, non soltanto sopravvenute ma anche preesistenti o simultanee, la presunzione di pari valenza nel rapporto di causalità può essere vinta con preminenza di una sola concausa a condizione che vi sia una prova che essa sia stata da sola sufficiente a determinare l’evento. Lo dice un’altra sentenza, lo dicevo anche prima, per noi c’è questa concausa nel caso del fumo e dell’alcol, non è solo il CVM, chi dice il contrario, lo deve provare, e questo è l’inverso di quello che ha detto e che ha fatto il Tribunale, e ci sono delle altre sentenze successive che confermano questo dato, una successiva ad esempio è della Quarta Sezione, del 31 gennaio del ’95, che conferma la precedente del ’95, con particolare riferimento proprio a questa presenza di ipotesi alternative, dice che non è censurabile la sentenza che affermi la sussistenza del nesso causale tra condotta e l’evento e con essa la responsabilità del giudicabile, senza precisare quale tra essi si sia realmente verificata, qualora identiche le conseguenze giuridiche dall’una e dall’altra derivanti. Proprio la presenza di queste concause che causano ad esempio patologie del fegato, ogni qualvolta essa si collochi in un contesto di pericolo creato dall’imputato, pericolo creato dall’imputato come nel nostro processo, in quanto la causa sopravvenuta può assumere rilevanza eziologica assorbente, solo qualora essa presenti carattere di assoluta eccezionalità e anormalità rispetto alla serie causale precedente, ponendosi al di fuori delle prevedibili linee di sviluppo di questa, e tale non può essere considerata la condotta di chi facendo ragionevole affidamento su una prevista condizione di sicurezza si trovi improvvisamente a dover fronteggiare una situazione diversa e adotti in tale contingenza un comportamento non idoneo, anche per sua imprudenza, negligenza, imperizia ad evitare le condizioni dannose di quello stato di pericolo che altri era tenuto a non creare. Un’altra sentenza del ‘99, nel caso di specie, le sentenze di primo e secondo grado viene scritto dalla Suprema Corte, è stato correttamente applicato vigente in tema di rapporto eziologico, articoli 40 e 41, il principio delle pari valenze di un concorso di fatti che hanno partecipato materialmente alla produzione di un accadimento, presunzione che può essere superata con la preminenza di una sola causa solo a condizione della ricorrenza della prova sicura che l’unica circostanza sia stata sufficiente a determinare l’evento. Un’altra sentenza, sempre in questo senso, passo a una sentenza del gennaio 2002, e fa riferimento, lo ripeto soltanto rispetto alla sentenza di poco fa, sentenza Cardillo, sul discorso della mancanza di una legge di copertura per dire che non è una sentenza unica, e comunque una giurisprudenza minimale. Va ancora sottolineato, dice questa sentenza del 2002, che la mancanza di una legge di copertura non implica necessariamente l’impossibilità di un giudizio di accertamento della responsabilità sotto il profilo eziologico. In questo caso peraltro occorre che con ancora maggiore rigore il Giudice accerti con l’aiuto di nozioni scientifiche, anche se in senza di leggi scientifiche, che tutti i pensabili meccanismi di produzione dell’evento siano riconducibili alla condotta dell’agente. Non deve richiedersi al Giudice di spiegare l’intero meccanismo dell’evento, in esso il condizionamento deve infatti ritenersi provato e spiega i concetti che abbiamo già ribadito e già detto poco fa in materia di anche diversi meccanismi eziologici, in questo senso fa riferimento a sentenze precedenti che hanno ritenuto irrilevante l’indicazione di una delle cause alternative dell’evento, qualora le conseguenze dell’una o dell’altra soluzione siano identiche. Questa sentenza ripercorre anche il contenuto di altre sentenze in materia di natura e tempi dell’offesa, nel senso che deve riconoscersi il rapporto di causalità anche quando il comportamento omesso avrebbe evitato il prodursi dell’evento o ne avrebbe cagionato uno di intensità lesiva inferiore o l’evento sarebbe stato meno grave, o si sarebbe verificato in tempi più brevi, significativamente più brevi. Quindi faccio rinvio e non mi dilungo su questa situazione. L’ultimo punto di questa sentenza è quello che dice che i Giudici di merito hanno incensurabilmente accertato in termini di elevata probabilità logica che se tempestivamente diagnosticata e trattata la malattia avrebbe comunque, anche nella meno fausta delle ipotesi, consentito alla paziente una sopravvivenza quantificabile in anni di vita. Ne riparleremo perché abbiamo visto come nel nostro caso, nel nostro processo risulti un’omissione di sorveglianza, soprattutto di informazione e come invece certe situazioni raggiunte e colte per tempo avrebbero potuto condurre ad un evento diverso sia qualitativamente sia temporalmente. Un’altra sentenza che voglio richiamare è la sentenza Papini del 1990, è una situazione un po’ più complessa e delicata che riguarda tumori che hanno colto dei lavoratori che lavoravano in un inceneritore, è una sentenza che comunque voglio ricordare perché aveva a suo tempo annullato la sentenza della Corte d’Appello di Firenze, rimandando gli atti, perché stabiliva comunque i principi e doveva fare riferimento, così dice questa sentenza del ’90, Papini ed altri alla ragionevole certezza, questo è il principio della Suprema Corte di quella sentenza di annullamento con rinvio. Nel senso che, pur senza escludere in assoluto e in via teorica ed astratta la possibilità di un diverso meccanismo causale, non lasci spazio tuttavia ad ipotesi alternative e dotate anch’essa di qualche ragionevolezza e concretezza, è chiaro che faccio riferimento a questa sentenza perché anche questa sentenza parla, come vediamo dalla seconda parte, al ruolo quantomeno di concausa; anche qui si parla di efficienza, almeno concausale di altri fattori. Quindi una situazione che va affrontata in una certa maniera. E quando ovviamente la Corte d’Appello di Firenze è intervenuta successivamente a giudicare ha motivato su questo punto, su questa mancanza che era stata rilevata dalla Suprema Corte, e con la sentenza che parimenti, come tutte le altre produrrò, del dicembre del ’93, sempre imputato Papini, indica appunto questa causa, quantomeno come concausa efficiente nella produzione degli eventi, quindi rilievo importantissimo di questa concausa. Passo rapidamente ad un’altra sentenza del ‘99, Gianni Trapani, che è una vicenda complessiva che riguardava l’amianto, e che ha riguardato diversi imputati, che ha fatto diversi stralci, la sentenza che produco è quella 2 luglio ‘99, nel caso di specie dice la Suprema Corte Sezione Quarta: la Corte d’Appello per quel che riguarda il nesso di causalità tra le esposizioni all’amianto e l’insorgenza delle affezioni polmonari e per quanto concerne la responsabilità del ricorrente, la Corte d’Appello ha motivato il suo convincimento evidenziando espressamente gli elementi probatori. In ordine alla sussistenza del nesso causale la Corte di merito ha ritenuto di dover ribadire quattro punti fermi, che sono illustrati e vengono sullo slide: 1) i lavoratori per un lungo periodo hanno quotidianamente inalato questa sostanza, 2) le patologie polmonari si sono manifestate all’esito di congrue latenze, 3) l’esposizione all’amianto e fumo di sigaretta hanno costituito sinergie, 4) il protrarsi dell’esposizione ha favorito la malattia. La Corte d’Appello in risposta alle valutazioni difensive, che contestavano tale impostazione, ha richiamato l’orientamento delineatosi nella giurisprudenza di legittimità in tema di malattie professionali, secondo cui affinché sussista rapporta eziologico è sufficiente che si realizzi una condizione di lavoro idonea a produrre la malattia, da cui consegue l’evento, e che non vi sia prova che tale malattia si ricolleghi al sopraggiungere di fattori eccezionali e atipici, con la conseguenza che il nesso di causalità deve dunque ritenersi sussistente anche quando la malattia sia stata concausata da fattori estranei a un ambiente di lavoro, come ad esempio l’assunzione volontaria del fumo di sigaretta, e anche qui abbiamo queste concause che vengono messe a fianco l’una all’altra. Passo alla sentenza Terranova del 2001, che ribadisce i concetti già espressi sulla responsabilità di un evento secondo gli articoli 40 e 41 per chiunque con la sua azione o omissione abbia contribuito a determinarlo e ciò indipendentemente dall’entità del rapporto causale, indipendentemente dall’entità, perché poi questo riguarda un altro discorso, quello dell’entità, quello dell’eventuale determinazione e calcolo della pena, salvo che nel relativo processo si siano inseriti accadimenti talmente eccezionali, straordinari e imprevedibili da deviarne l’ordinario sviluppo. Poi c’è la sentenza delle Sezioni Unite, che abbiamo già trattato, vado oltre, come vado oltre anche in relazione alla sentenza Macola che si pronunciava sulla sentenza della Corte d’Appello di Venezia, perché l’abbiamo già presentata, anche sul discorso delle concorso di cause, e vado oltre anche per la sentenza Cardillo, perché è stata presentata, come vado oltre per la sentenza Giacomelli, che è stata presentata, era quella manoscritta, sono tutte sentenze successive, come ho detto, rispetto a quelle delle Sezioni Unite, ma che ribadiscono tutte quante i concetti che ho segnalato, come la sentenza Monti del maggio 2003 sulla quale ribadisco soltanto un punto, quello sulla prova perché diceva che né sussiste violazione di legge o difetto di motivazione perché la Corte ineccepibilmente ha ritenuto che l’abitudine al fumo da parte del Bazzan si pone al più come concausa dell’evento, ma agli atti non sussiste prova alcuna che tale abitudine sia stata la causa unica e autonoma. C’è poi una sentenza, che è una sentenza di una sezione dell’agosto 2003, sulla causa (Piesvou), che arriva dal Piemonte, sentenza che prende in considerazione, anche qui ci sono diversi principi, ma interessante la leggo sinteticamente perché non ne ho parlato, e perché è molto recente, sentenza (Piesvou) che prende in considerazione casi di decesso per (asvestosi) e tumore polmonare, quindi neanche per mesotelioma. Al riguardo l’estensione della sentenza della Cassazione affida ai Giudici di merito in sede di annullamento e ribadendo dei principi che devono essere seguiti, affida ai Giudici di merito il compito di chiarire se questa patologia risolutiva, il carcinoma broncopolmonare, ripeto, non mesotelioma si fosse instaurata durante o successivamente la data in cui il lavoratore lasciò lo stabilimento, per essere stato collocato a riposo, come in tanti casi da noi è successo in questo processo. Continua la Corte: così omettendo di pronunciare in ordine all’ipotesi che tale causa fosse e sia da ritenersi a mente del 41 causa sopravvenuta ed essa sola sufficiente a determinare l’evento. E aggiunge: poiché la data della accertata insorgenza di tale patologia è di ben quindici anni, successivi all’allontanamento, era un caso particolare ovviamente, per quiescenza del lavoratore dal luogo di lavoro, prossima di poco più di un anno la sua morte, e seguiti altri quindici anni di costante assunzione di fumo di sigaretta, non può – dice la Corte di Cassazione – che permanere il ragionevole dubbio che possa anche ricorrere l’ipotesi di cui al II comma dell’articolo 41. E cosa fa? Annulla con rinvio, non dice perché non aveva motivato, annulla con rinvio, e rimanda la sentenza al Giudice di merito, e dice: valuta tu questo elemento del quale non hai trattato, consideralo sotto questo punto di vista della causazione unica, o della causa sopravvenuta e se sia da sola sufficiente a determinare il rinvio. Ci sono poi altre utili considerazioni in questa sentenza (Piesvou), dicevo appunto dell’agosto 2003, importanti e interessanti in materia di elemento soggettivo, sull’obbligo del 2087, che ritorna costantemente, sulle posizioni di garanzia, ma torneremo a parlare di queste anche alla fine quando tratterò delle posizioni singole e anche sulla consapevolezza o meno dei dirigenti e degli amministratori. Ma non è questo l’oggetto di questo capitolo, e quindi vado oltre. Su questa decisione di annullamento della sezione della Suprema Corte nell’agosto 2003 c’è stata la sentenza recentissima della Corte d’Appello di Torino, l’udienza 18 marzo 2004, e abbiamo già la motivazione della sentenza, e la dico perché va a rispondere a quella mancanza di motivazione rilevata dal Giudice della Corte di Cassazione e quindi risponde sul rapporto eziologico, ribadendo quello che è il principio insegnato dalla Suprema Corte in materia di malattia professionale e cioè affinché sussista il rapporto eziologico è sufficiente che si realizzi una condizione di lavoro idonea a produrre la malattia, da cui consegua l’evento e da cui non vi sia prova che tale malattia ci ricolleghi al sopraggiungere di fattori eccezionali e/o atipici, con la conseguenza che il nesso di causalità deve dunque ritenersi sussistente anche quando la malattia sia stata concausata da fattori estranei in ambienti di lavoro, come ad esempio l’assunzione volontaria del fumo di sigaretta, come nel caso del nostro processo, o comunque l’assunzione vino, come nel caso del nostro processo. E motiva questa sentenza perché? Dice: in quanto il protrarsi dell’esposizione all’amianto contribuisce a determinare il tumore, in quanto esposizione, amianto e fumo costituiscono sinergie anche per il polmone, anche per il carcinoma, perché si tratta di questa situazione concreta. Dice poi, perché si pone il problema questa Corte d’Appello di Torino del 2004 delle Sezioni Unite e dice che anche applicando i principi enucleati della sentenza Franzese, tenuto conto delle emergenze processuali e dei dati scientifici e statistici è possibile concludere che la mancata o minore esposizione avrebbe impedito o comunque ridotto notevolmente la probabilità dell’evento morte, di quell’evento morte effettivamente verificatosi, sulla scorta del principio di causalità e alla luce dei riscontri di ordine medico legale anamnestico non pare dubitabile che le condizioni di esposizione dell’operaio, conseguenti alla violazione delle norme in materia di igiene e di lavoro, avessero costituito l’antecedente logico della malattia professionale contratta e della successiva morte, mancando oltretutto altre spiegazioni plausibili e costituendo un dato di fatto certo, che esso aveva lavorato a contatto con le polveri di amianto in quantità notevole e per lunghi periodi. In tema di malattia professionale ribadisce che affinché sussista il rapporto eziologico è necessario e sufficiente che il datore di lavoro realizzi una condizione idonea a produrre la malattia, purché non si ricolleghi autonomamente a fattori eccezionali o atipici del tutto indipendenti della pure accertata insalubrità dell’ambiente di lavoro, e in forza del principio di equivalenza delle cause di cui all’articolo 41 è correttamente affermata la penale responsabilità del datore di lavoro, qualora anche si accerti una malattia professionale di tipo misto, causata sia dall’ambiente di lavoro, che dal concorso di fattori naturali e individuali preesistenti e coevi. Io ho finito questa parte su questo nesso causale, e il concorso in nesso causale, ho soltanto un breve capitolo sui rapporti CVM, amianto e il significato e poi l’altro capitolo. Se possiamo fare una pausa, quella che il Presidente e la Corte desidera.

 

IL PRESENTE PROCEDIMENTO VIENE SOSPESO ALLE ORE 12.32.

IL PRESENTE PROCEDIMENTO RIPRENDE ALLE ORE 12.52.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo.

 

PUBBLICO MINISTERO – Passo innanzitutto allora a concludere quella parte sulla causalità con un accenno peraltro non molto lungo assolutamente alla causalità e i rapporti tra CVM e amianto e il fatto che il Tribunale stesso ha dichiarato e ritenuto non applicabile la stessa normativa che è stata applicata per l’amianto rispetto a CVM. Su questa situazione innanzitutto voglio riferire che le sentenze che ho citato poco fa riguardavano diversificate situazioni, non riguardavano assolutamente solo l’amianto, ma riguardavano in alcuni casi – l’ho anche detto - le polveri, quindi patologie tumorali da polveri, un inceneritore, polveri di legno, riguardavano l’edilizia, che sono principi ormai generali ritengo per il nostro ordinamento. Due parole soltanto sulla comparazione effettuata dal Tribunale, rinvio ovviamente al capitolo dell’atto d’appello, allora vedo subito a pagina 174 della sentenza, e preciso in questo momento ovviamente anche per le altre volte che la numerazione della sentenza ovviamente dipende dalla maniera di stamparla perché non sempre coincidono i numeri delle pagine a me stesso quando stampo con una macchina o stampo con un’altra, quindi è il capitolo ovviamente che fa riferimento principale, comunque nella copia che ho io, che proietto, risulta a pagina 174 in fondo una dichiarazione del Tribunale che dice che davvero non appare condivisibile l’assunto accusatorio secondo cui quelle norme specifiche richiederebbero al datore di lavoro, qualunque sia la nocività prossima o remota del fattore inquinante, di mettere in atto ogni strategia possibile per eliminarlo e neutralizzarlo. Su questo punto sul capitolo sull’amianto dico soltanto che non è assolutamente il Pubblico Ministero che dice questa cosa, non è assolutamente l’accusa, è la legge che lo dice, e le leggi le ho riferite ieri e l’altro giorno ampiamente e questa mattina anche le sentenze della Suprema Corte sono estremamente chiare sul punto, non c’entra nulla quindi il richiamo che fa poco dopo il Tribunale al rischio di affermare una responsabilità oggettiva, già dicevo che il diritto penale ha giustamente e ovviamente delle sue regole, deve avere le sue certezze, per le quali chi viola precise norme di condotta specifica ne assume tutte le conseguenze, anche quelle che non aveva immaginato. Tutto questo non ha niente a che vedere con la responsabilità oggettiva, perché di queste morti a Marghera si deve rispondere perché si sono violate specifiche norme di condotta e non per il solo e unico fatto di essere stati o direttori generali, o amministratori della Montedison. Ci sono stati dei comportamenti contra legem, e questi comportamento, ritiene il Pubblico Ministero, che debbano essere puniti. Un altro passo della sentenza, sempre su questo capitolo, è quello di pagina 176 in relazione ad una teoria attribuita al Pubblico Ministero, quella della teoria relativamente al nesso causale dell’aumento del rischio. L’ho già detto, non è un problema di teoria dell’aumento del rischio, ne ho già parlato, ho già illustrato le sentenze, e ho già detto soprattutto, citando più sentenze, che è importante il fatto che letteralmente dice la sentenza Macola – ma anche le altre - la sospensione dell’esposizione avrebbe allungato i termini di latenza o di progressione delle malattie con conseguente protrazione dei tempi di vita. Questo è il punto, non è la teoria dell’aumento del rischio, i Giudici di primo grado hanno costruito su questo capitolo un castello motivazionale, che è solo apparentemente logico, per escludere il nesso causale per la gran parte delle patologie tumorali e per escludere poi le responsabilità degli imputati sotto il profilo dell’elemento psicologico del reato, relativamente agli angiosarcomi, con la formula perché il fatto non costituisce reato in certi casi, o per prescrizione per degli altri. E riconoscendo comunque per gli angiosarcomi il nesso causale con CVM. Ma questo castello motivazionale mostra tutte le sue crepe fin dalle fondamenta quando si legge quanto scritto nella stessa sentenza nella parte dedicata al confronto CVM e amianto. L’importanza di tale confronto è stata accolta appieno dal Giudice di appello che in relazione ha esposto ampiamente nel dettaglio tali questioni e le sue implicazioni giuridiche, secondo anche le differenti opinioni, pertanto non mi dilungo sul punto, né in fatto, per esempio sui meccanismi d’azione del CVM e dell’amianto, né in diritto. Accenno soltanto ad una fondamentale e stridente contraddizione, molto stridente contraddizione del Tribunale, il quale a pagina 175, che facciamo vedere, premetteva che la tesi del Pubblico Ministero, e a questo punto anche della giurisprudenza e della Cassazione sulla applicazione della normativa speciale D.P.R. e quant’altro, sarebbe applicabile solo a quelle sostanze delle quali già si conoscono effetti tossici come l’amianto, la cui pericolosità era già stata normativamente prevista, letteralmente così dice il Tribunale. Sostanza l’amianto per la quale il verificarsi del mesotelioma piuttosto che della (svestosi) più correttamente ricomprendersi nell’evento pur dall’agente non voluto. Per contro, continuava il Tribunale a pagina 176, non ci sarebbe - diceva - alcuna correlazione o progressione tra la patologia nota (Reinò) e la neoplasia angiosarcoma causata dal CVM. Questa è la frase, e si ferma lì, citata dal Tribunale a pagina 176. Ora, a parte che non si sa proprio dove il Tribunale possa basarsi per sostenere questo assunto giuridico in contrasto con la giurisprudenza della Cassazione, e a parte che non si sa proprio dove possa basarsi per sostenere tale diversità tra sostanze tossiche e sostanze cancerogene e a parte ancora il fatto che, come ho già scritto, detto e come risulta non è vero che il mesioteloma sarebbe una complicanza della (svetosi), osservo che anche il CVM era inserito nella tabella delle malattie professionali e dal 1952 e quindi doveva considerarsi pericoloso ex lege, e poi lo stesso Tribunale a pagina 208 della sua sentenza, ma non solo lì, lo fa in più punti, lo fa dappertutto, come tutti poi dicono, lo stesso Tribunale, dicevo a questa pagina 208, scrive che risulta associata all’angiosarcoma la fibrosi epatica, portale, periportale, sinusoidale, capsulare, fibrosi epatica che si presenta anche come manifestazione non neoplastica nei lavoratori esposti a CVM. Lo diceva anche (Eppa) dal ’75 al 2000, eccetera. Quindi per logica e basandoci sulle affermazioni di pagina 208 dello stesso Tribunale, conseguirebbe: primo, che i lavoratori esposti a CVM andavano protetti dalla fibrosi epatica, lo dice il Tribunale, lo dicono tutti, non solo il Tribunale, la fibrosi epatica è associata all’angiosarcoma, lo dice il Tribunale a pagina 208, la protezione dei lavoratori dalla fibrosi epatica è obbligatoria ex lege avrebbe garantito una protezione anche in relazione all’angiosarcoma, secondo quello che dice lo stesso Tribunale, mi pare elementare, ma cos’ha fatto il Tribunale? Dovendo giustificare una diversità di trattamento tra CVM e amianto e non volendo applicare al CVM le soluzioni giuridiche che invece avrebbe accettato per l’amianto? Quello che il Tribunale ha scritto a pagina 208 e dappertutto nella sua sentenza sull’associazione fibrosi angiosarcoma, lo stesso Tribunale l’ha negata a pagina 176 dicendo che le patologie note da CVM, per la parte che riguardava il capitolo amianto, sono soltanto l’angiosarcoma e il fenomeno di (Reinò) e le patologie epatiche non tumorali come le varie fibrosi? Scomparse, è un mistero, non si sa dove sono finite, ed è questa una evidentissima contraddizione che crea un vizio fondamentale alla base della decisione del Tribunale. Passo adesso ai capitoli e sottocapitoli successivi. Dei sottocapitoli b), c), d) ho già parlato ampiamente nel primo intervento, quindi ritengo di dover fare semplicemente un rinvio de plano, senza neanche commentare, senza neanche indicare alcuni appunti ulteriori che avevo preso, credo che in questo momento sia sufficiente. Sulle omissioni degli imputati voglio dire alcune cose anche perché ovviamente le condotte sono una parte fondamentale di tutti i processi e anche di questo processo, e sulle singole condotte ci saranno degli interventi specifici, omissione per omissione secondo quelle che sono indicati nel capo d’imputazione da parte dei difensori di Parte Civile, è una scelta che è stata fatta sia per ragioni di tempo e sia per evitare inutili ripetizioni da parte mia e da parte degli avvocati difensori di Parte Civile, quindi sin d’ora si fa rinvio per questo capitolo otto e) alle illustrazioni specifiche relative alle condotte e alle omissioni che sono contestate in maniera specifica nel capo d’imputazione. Soltanto due cose voglio dire su questo capitolo otto e), ne ho già parlato ampiamente nell’atto d’appello, nei capitoli cinque e sei della presente requisitoria per quanto riguarda le commesse non realizzate, sulle singole penali responsabilità tornerò, perché gli dedicherò l’ultima parte del mio intervento, non perché sia la meno importante anzi, vi dedicherò l’intera, ultima giornata, ma soltanto perché dopo l’esame da parte del collega dottor Bruni delle accuse relative anche al secondo capo d’imputazione sarà possibile tirare le fila e concludere persona per persona, ruolo per ruolo, comportamento per comportamento secondo i rispettivi periodi di competenza contestati nel capo d’imputazione. Per quanto riguarda questa parte di requisitoria rilevo come i profili generali delle questioni siano stati ben recepiti da tutti, compresi i difensori degli imputati che ad esempio con il professor Pulitanò in una delle tante memorie scrivevano alla serie di addebiti che il capo d’imputazione articola come addebiti di colpa, l’impostazione d’accusa attribuisce una duplice valenza: parametri della asserita colpa con riguardo ai delitti con evento di danno e condotte costituite del contestato delitto doloso di cui all’articolo 437 del Codice Penale. Il concetto è chiaro per tutti, e quindi non mi dilungo, è ovvio – ripeto soltanto questo - che nel capo d’imputazione durante tutto il processo l’accusa ha sempre fatto riferimento sia alla colpa generica sia alla colpa specifica, e per la colpa specifica – come ho già detto - aggiungo soltanto che pacificamente non si pone il problema tra l’altro della prevedibilità dell’evento come erroneamente sostenuto dalla sentenza, e come ricordato poco fa. Dicevo appunto che ci saranno i singoli interventi delle Parti Civili, che riferiranno sulle singole omissioni del capo d’imputazione, quali sono i documenti acquisiti, le dichiarazioni rese dai testimoni in dibattimento, come sono state utilizzate dal Tribunale, parti peraltro sulle quali sono già intervenuto con l’atto d’appello. Un solo punto ci tengo a sottolineare per questa parte, lo ricavo dalle memorie dei difensori di Montedison del novembre e dicembre 2003, a proposito dei comportamenti degli imputati in materia di interventi tecnologici e impiantistici, definiti dalla difesa e dal Tribunale tempestivi ed adeguati. Letteralmente viene detto da Montedison: si è riscontrato un radicale cambiamento delle condizioni lavorative degli esposti a CVM nei primi anni ‘70 ed in particolare in corrispondenza alla scoperta della cancerogenicità di tale sostanza, questa frase coincide pressoché totalmente con quella di pagina 453 della sentenza che dice letteralmente: va rilevato che nella fattispecie l’impresa e per esse gli odierni imputati risulta essersi mossa tempestivamente sotto il profilo della modifica delle procedure e degli interventi sia immediati che a medio termine, non appena la problematica della cancerogenicità del CVM ebbe ad appalesarsi con il consistente fondamento scientifico. Ora, a parte la radicalità di tale cambiamento che si contesta, e su cui si è già discusso, si fa rilevare come la difesa di Montedison, e il Tribunale ammettano che questo cambiamento radicale, se ci fu, ci fu in corrispondenza alla scoperta della cancerogenicità del CVM, come hanno detto letteralmente. Questo però dal mio punto di vista è innanzitutto la conferma che per Montedison e per il Tribunale le leggi anteriori alle scandalo Goodrich e alle scoperte Maltoni non esistevano e non esistono, tamquam non essent, e inoltre questa a mio parere sempre è un’aperta ammissione di responsabilità, anche se ovviamente in parte è qua, e si consideri bene che nel primo capo d’imputazione si parlava espressamente di risultati delle indagini scientifiche a livello mondiale e, si aggiungeva poi in maniera specifica, dell’esito degli accertamenti sulla pericolosità del CVM e PVC riferito da Viola, Maltoni, eccetera e continuava il capo d’imputazione e continua letteralmente: accertamenti tutti che segnalavano il pericolo tossicologico e anche cancerogeno derivante dalla lavorazione, e parlava espressamente quel capo d’imputazione di norme speciali e specifiche. E allora cosa rimane dell’assunto del Tribunale di cui ho detto poco fa? Assunto disancorato innanzitutto dall’accusa, ma disancorato anche dai fatti e lontano dalle leggi, ancora una volta rilevo soltanto delle omissioni e delle contraddizioni che sono evidentissime, e passo all’altro capitolo. Però prima di passare in maniera più specifica a questo capitolo otto f) che riguarda gli autoclavisti, gli insaccatori e i mancati spostamenti, ci sono alcune circostanze che sono di rilievo, e che preannuncio in relazione ai periodi di passaggio, storici tra un’epoca e l’altra, i periodi che voglio considerare in questo momento, pur rapidamente sono quello della seconda metà degli anni ‘70, cioè dopo il biennio dei miracoli secondo il Tribunale, il secondo periodo è quello che riguarda gli inizi degli anni ‘80, l’epoca Enichem, ricordo come Enichem diventi proprietaria degli impianti di Marghera dal 16 marzo del 1983, terzo periodo è la fine degli anni ‘80, l’epoca Enimont, e poi ancora Enichem. Sul primo periodo molto semplicemente e molto rapidamente proietto innanzitutto la nota che ho già fatto vedere questa mattina del 20 ottobre ’76 come chiusura della commessa che parlava di una situazione piuttosto grave di esposizione e sul fatto che all’esito di quei lavori, sostituzione di tutte le valvole, eccetera, non si sarebbe potuto decidere se mantenere in marcia il reparto, quello l’ho già commentato ed è estremamente chiaro, e quindi ritengo di poter un attimo andare oltre, andare alla seconda nota, sempre di fine settembre del ‘76, che riguarda un reparto analogo, come vedremo meglio tra poco, uno dei reparti più pericolosi: il CV14 e 16, si può vedere dalla relazione tecnica, fa riferimento ad una commessa aperta nel febbraio del ‘76 e chiusa a settembre del ‘77, la relazione tecnica dice praticamente e letteralmente ripercorre quello che si diceva per il CV6: le valvole e i rubinetti attualmente montati sul circuito del CVM liquido e gassoso e dello (slarry) non danno garanzia di perfetta tenuta, lo stesso dicasi per le tenute sulle autoclavi e sulle pompe. Si è constatato che tali perdite sono determinanti nell’innalzare il livello medio del CVM nell’ambiente di lavoro, a valore di circa 10, 15 PPM, livello medio, e sono la causa del verificarsi di punte oltre il 50%. Documenti aziendali che nell’epoca ‘76/‘77, per il CV6, CV14 e 16, sono delle confessioni di superamento dei limiti che sono stati imposti, e sono delle indicazioni della pericolosità delle esposizioni per i lavoratori ancora in quei periodi. E cosa significa sostanzialmente questo? Che nei due reparti più vecchi e più a rischio, soprattutto più a rischio, il biennio dei miracoli non ha risolto i problemi, e i lavori programmati nel ’74, ’75 sono stati bloccati nell’azienda, sono stati congelati, sia per motivi economici - finanziari, come ho scritto ampiamente in requisitoria, nell’atto d’appello, come risulta dalle relazioni dei consulenti tecnici di medicina democratica, dottor Mara, ingegner Carrara, consulente del Pubblico Ministero e delle altre Parti Civili, e sono stati congelati facendosi scudo di che cosa? Utilizzando quali scuse? Il crollo delle concentrazioni, di cui ho parlato questa mattina, quando vedono che crollano quelle concentrazioni dicono: non c’è più bisogno di intervenire, ci fermiamo qui anche perché sarebbero stati necessari parecchi quattrini. E quattrini, peraltro la prova non è stata ammessa, quindi non posso commentare, ma quattrini sicuramente Montedison ne aveva, ma ne ha utilizzati per altri interessi come tangenti, pubblicità e cose di questo tipo. Passo al secondo punto di questa situazione, e mostro un altro documento, sempre della seconda metà degli anni ‘70 ed è la sintesi, e il porto letteralmente, della relazione FULC del ‘77, dopo le indagini che hanno fatto impiantistiche, epidemiologiche, si vede come, viene scritto, viene detto e viene riportato dappertutto perché lo sanno tutti, come date le attuali condizioni di lavoro e di sviluppo industriale nel nostro paese, la frequenza di eventi patologici negli operai aumenta in rapporto alla loro esposizione professionale, in particolare la sua durata, poi dice cosa succede nel nostro caso di Porto Marghera, alterazioni dei principali parametri considerati, cresce questa alterazione all’interno di ogni classe di età, con l’anzianità lavorativa e con l’intensità di esposizione al CVM e ciò non è causale, viene detto ma è legato strettamente alle condizioni di lavoro, alla concentrazione del tossico nell’aria, alla durata del contatto con esso, è il frutto di una pratica lavorativa condotta a contatto con impianti vecchi, spesso obsoleti sui quali uno sviluppo industriale distorto non aveva programmato realmente manutenzioni ordinarie, non vi ha mai realizzato le più elementari norme di sicurezza, con la copertura di una legislazione, viene definita incompleta e inefficace, che garantisce il padrone dai rigori, si fa per dire, della legge. I limiti dell’azione svolta, dice sempre la FULC, sono molti, non sono state realizzate ristrutturazioni profonde degli impianti vecchi che possono fare dimenticare la loro data di nascita, la tecnologia produttiva non si è rinnovata, né l’attività di ricerca in questo senso ha avuto un impulso chiaramente avvertibile, il problema dello scarico di CVM nell’ambiente esterno continua ad essere sottovalutato, e siamo nel ’77. Vediamo alcuni altri documenti rapidamente, non li leggo tutti per ragioni di tempo, perché sempre intorno a quella metà degli anni ‘70 continua questa situazione, c’è una nota per esempio di metà del ’75 sulle visite che vengono fatte all’interno dello stabilimento e in relazioni alla pericolosità dei vecchi impianti, CV6, CV14, CV16, sui problemi delle perdite che hanno, e i problemi di esposizione. E nella seconda pagina vengono indicati tutti i lavori che sarebbero dovuti essere fatti, sono indicate le promesse nel ‘75 di Montedison che parlava: sono pronti i progetti per nuovi impianti CV6, CV14 e CV15, tempi di realizzo due o tre anni, il costo si aggirerebbe sui 100 miliardi, esistono incertezze a Milano per il finanziamento, e qui – e conclude il Consiglio di Fabbrica e Commissione Ambiente – dicendo: ravvisiamo la necessità di spingere per la costruzione di questi nuovi impianti, costruzione – ce lo dice la storia - mai avvenuta. Ed è una situazione ben nota, questa di pericolosità, perché già alla fine del ‘74 al professor Bartalini, responsabile sanitario a Milano, veniva segnalato in particolare che anche il CV15 presentava situazioni assai gravi per quanto riguarda gli esami cui erano sottoposti gli operai. Ancora un altro documento di fine ‘75 parlava della situazione pessima in cui si trovava il CV14, del fatto che il cromatografo andava spesso oltre il 20 PPM di media, e il fatto che i cromatografi portatili, quelli che dovevano cercare e trovare le fughe, ultima parte, è stato constatato solo uno di questi ancora efficiente, però al CV6 e gli altri due, quindi tre in tutto, su tutti i reparti da almeno quattro mesi mancano dei pezzi di ricambio e quindi non funzionano. Passiamo allora a vedere cosa chiedeva in quel periodo il Sindacato, rapidamente dicevo proprio per queste ragioni di tempo, ma ho già trattato la questione per iscritto. Richieste sindacali, cominciamo dal settembre ‘75, la richiesta precisa e specifica del MAC Zero per i cancerogeni e per il CVM, richiesta ancora più specifica da portare ad arrivare al risanamento degli impianti per cui sia possibile portare la concentrazione di CVM a 10 PPM, al punto dei B, poi dice: rifacimento integrale degli impianti, queste le richieste del ‘75, che erano ben note a Montedison, perché basta leggere – lo produrrò con la memoria - il notiziario per il personale del Gruppo Montedison di ottobre ‘75 e si vede benissimo che viene riportata proprio la richiesta sindacale in questione. Ma vado avanti per dire come non sia soltanto estemporanea questa richiesta del settembre del ’75 perché risulta anche dal successivo documento del febbraio del 1976, dove si continua a parlare di CVM e di PVC e dell’impianto VT2 di (monte fibre) che produce anch’essa, che lavorava e trattava il cloruro di vinile monomero in quella situazioni, che lavorava e trattava, e questo documento del febbraio del ‘76, nella seconda pagina riporta ancora quali sono le richieste. Punto 6: richiesta nuovi impianti sostituitivi dei vecchi CV6, CV14, CV16, e CV5 e 15 sempre invano perché non sono mai stati sostituiti, parla ancora poi di filosofia impiantistica vecchia di vent’anni, e poi continua: rifacimento ex novo dei vecchi impianti, per gli altri impianti parla di ristrutturazione, e torna ancora al discorso del MAC Zero come richiesta dei Sindacati, e nell’ultimo punto, l’ultima pagina, è scritto: è necessario arrivare alla fermata dell’impianto per risanarlo radicalmente sia sotto l’aspetto ambientale che tecnologico. Passo alla piattaforma di febbraio del ‘77, andando avanti perché sono costanti queste richieste ancora nella seconda metà degli atti ‘70, febbraio ‘77 che si richiede ancora la garanzia di MAC Zero per il PPM, anche se non c’è, verrà allegato, perché richiede sempre le stesse situazioni, e sono sempre inascoltati. Passo alla piattaforma di aprile del ‘77 e su questa di aprile ‘77 vediamo che alla terza pagina si parla ancora espressamente del cloruro di vinile monomero, si continua a richiedere ancora la fermata del reparto CV6 che risulta il più nocivo, e tutti gli altri impianti di CV dove esistono, vengono individuate fonti di inquinamento, e viene chiesta fermata parziale o fermata totale, proprio perché la situazione nella metà degli atti ’70, e qui siamo alla metà del ’77, continua ancora ad essere una situazione grave e pericolosa. Cos’ha risposto il Tribunale su queste indicazioni del MAC Zero su queste richieste dei Sindacati? Diciamo che ha sorvolato, benevolmente diciamo così, perché cita praticamente solo due sindacalisti, e soltanto nella parte che rendono dichiarazioni che appoggiano la sua tesi, cita Tettamanti e Francini, però non cita la dichiarazione, neanche completa del sindacalista Tettamanti, o degli altri sindacalisti, come Liviero, addirittura non lo cita proprio, ma sul sindacalista Tettamanti, la dichiarazione è del 14 marzo 2000, si dimentica di dire innanzitutto che a un certo punto dopo la metà degli anni ’70, e parla dell’epoca del terrorismo, ‘78 e ‘79 mentre prima c’era stato un sindacato che si dava da fare, un sindacato che si impegnava, ad un certo punto riconosce e dice: il terrorismo ci ha fregati abbastanza, letteralmente dice così, per dire che anche noi ad un certo punto abbiamo dovuto mollare in quel clima, però la situazione in fabbrica era sempre di quel tipo ed era pericoloso, ed era di quel tipo ed era pericoloso lo dice Tettamanti anche autonomamente in una rivista, che è agli atti, che adesso produco e in parte qua, del novembre del ‘76 in riferimento ad incidenti verificatisi al reparto CV22, 23, e DL2. Sulle considerazioni dice perché sono successe quelle cose, perché si continua così, perché ci sono questi incidenti, dice: essi non sono rappresentativi di fatti e comportamenti eccezionali, ma di una prassi in uso tra una notevole parte di imprenditori pubblici e privati, grandi e piccoli, e parliamo del CV22, produrre con il minimo possibile degli investimenti ecologici, controlli, e delle apparecchiature, e delle manutenzioni, poi continua e dice: rallentare il più possibile la presa di coscienza celandosi dietro il segreto industriale, utilizzare le imprese terze per lavori poco puliti, e vedremo parlando degli insaccatori il problema delle cooperative soprattutto, e quelli che facevano i lavori più pesanti, li ho definiti già a suo tempo questi insaccatori complessivamente la carne da macello per il Petrolchimico e manovrare, ultimo punto, a questi fini il ricatto occupazionale. Mi fermo perché il significato è chiarissimo, e l’altro sindacalista citato dal Tribunale, viene citato a difesa della sua tesi però si dimentica il Tribunale di dire che lo stesso sindacalista Francini dice che era l’unico praticamente appartenente alla componente sindacale autonomista, e dimentica di dire che lui stesso si definisce in aula il 23 giugno 2000 un esibizionista, e non dice invece che quella del MAC Zero non era una tendenza come diceva Francini, ma era una richiesta precisa e ripetuta dei Sindacati. Questo vuol dire che a fine degli anni ’70, fine ’79 la situazione non è risolta, la vediamo da altri documenti, ne cito uno del 23 ottobre del ’79 del Consiglio di Fabbrica dove si contestano i problemi avuti con la Montedison, innanzitutto in relazione al pagamento dell’indagine epidemiologica, per la definizione degli interventi di risanamento, e gli standard di manutenzione, e per la definizione dei controlli ambientali, questo è scritto in un documento del ’79. Un altro documento del luglio del ‘79 sul reparto CV6 rappresenta ancora una situazione di estremo pericolo, e dicono questi lavoratori del CV6 che da troppi anni sottostanno a condizioni ambientali che si fanno sempre più insopportabili e indica quali sono queste situazioni, e nell’ultima pagina viene riportato un insieme di interventi, che vengono chiamati piccoli interventi o modifiche durante l’assemblea, e neanche questi sono stati fatti, e vediamo che sono tutti interventi fondamentali proprio per evitare l’esposizione. Lasciamo questo documento, non lo leggo tutto per ragioni di tempo. Allora, alla fine del ’79 abbiamo un reparto, definito in questa maniera così carente e così pericoloso, che continuerà per oltre dieci anni ancora ad operare, altro che sostituirlo, questo era il primo periodo. Passo al secondo periodo, che dicevo prima, che è il periodo in cui ad un certo punto subentra Enichem, Enichem diventa proprietaria il 16 marzo ‘83, il Gruppo Enichem diventa proprietario degli impianti di Porto Marghera, Enichem dirà sempre nel processo che, per quanto la riguarda, dev’essere eventualmente, ma comunque ovviamente non dev’essere ritenuta responsabile di nulla, ma comunque a partire dall’’87, perché dice che dall’’87 comincia a gestire, ed è vero, i reparti del CVM e PVC, ribadisco invece questa data del marzo dell’’83 perché in questo periodo era stata creata a inizio anni ’80 una società per così dire scatola, la società Riveda, ne parleremo l’ultimo giorno, anticipo soltanto che questa Riveda è una società all’interno della quale venivano fatti confluire da Montedison, ed era Montedison all’inizio, impianti CVM e PVC, poi passando di proprietà alla società Riveda da Montedison a Enichem, Enichem diventava automaticamente proprietaria degli impianti. Quindi credo a questo punto che anche Enichem, diventando proprietaria, avesse comunque degli obblighi giuridici ben precisi, e qual è la situazione degli impianti alla fine di questi anni ‘70 e in quei primi anni ’80? È molto interessante e ritengo importante partire dalla rilettura rapida di quanto detto dall’ingegner Camillo Cella in aula al Tribunale, a proposito degli impianti vecchi e obsoleti, ma non solo quelli degli anni ’50, ma addirittura gli impianti CV22, 23, 24 e 25 divenuti operativi nel ‘72, che erano già nati vecchi, il motivo fondamentale di questa obsolescenza alla nascita ce l’ha detta proprio questo ingegner Camillo Cella, che era un esperto della azienda, perché a livelli di un certo tipo, discretamente elevati, l’ingegner Cella era il braccio destro del responsabile delle nuove tecnologiche, ingegner Roddi, che era deceduto già all’epoca dell’udienza preliminare, l’ingegner Cella ci dice il 5 aprile del 2000 letteralmente: dall’inizio del ‘74 sono stato in gruppo per studiare un impianto innovativo tutto nuovo, per vedere di riuscire a fare degli impianti che non fossero soltanto per trattare gli esplosivi, ma trattare anche i cancerogeni, bisognerà cercare di andare a 1 PPM, quindi tutto nasce, sorge dopo lo scandalo Goodrich, dopo l’inizio del ‘74, si pensa sa cosa si può fare contro il pericolo cancerogeno, il rischio tossico ovviamente continua ad essere dimenticato. Ed è estremamente illuminata questa indicazione, perché al di là della nocività reale della sostanza, anche cancerogena, nota a tutti i dirigenti, amministratore delegato ovviamente, Presidente del consiglio di amministrazione, direttore di divisione, il professor Bartalini, il direttore stabilimento, l’ingegner Calvi, quelle notizie sulla cancerogenicità a livello dirigenziale ma a livello medio non arrivano, se non dopo lo scandalo Goodrich. E l’ingegner Cella ha rilevato che erano impianti idonei a trattare sostanze pericolose ma solo per i limiti di esplosività che sappiamo essere superiori alle 30.000 parti per milione, per questo motivo dalle schede di Montedison tra l’altro risulta questo, per questo motivo le prime valutazioni devono necessariamente partire dalla constatazione che questi impianti a Porto Marghera erano già vecchi e obsoleti già nel 1970 e alle dichiarazioni dell’ingegner Cella il Tribunale non ha dedicato una riga, non esiste per il Tribunale, a queste dichiarazioni aggiungo delle altre dichiarazioni dell’ingegner Sergio Bianchi, ingegnere chimico, dichiarazioni del 4 aprile 2000, ingegnere che è passato dal ’75 al ’90 attraverso Montedison, Enoxi, Riveda, Enichem, Enimont, è un osservatore attento, un osservatore acuto, interno alle aziende, sicuramente non è ostico ad essa, però ci ha fornito un panorama societario, all’esito della sua audizione, panorama societario professionale e storico piuttosto interessante processualmente, e facilmente comprensibile fino a tutto il periodo Enimont del 1991. Lo stesso Tribunale a pagina 380 e 381 riconosce che l’ingegner Bianchi letteralmente è stato indubbiamente critico nei confronti delle condizioni delle apparecchiature del reparto, qui si fa riferimento al CV6 ma non solo, definite vecchie, aventi dimensioni autoclavi, ed ha evidenziato – dice il Tribunale – quindi un complesso patrimoniale di strutture superato dall’evoluzione tecnologica, questo lo scrive anche il Tribunale, e continua, riportando le dichiarazioni di Bianchi, ha esposto il Bianchi che le autoclavi, piccole e datate, avrebbero dovuto essere sostituite con autoclavi più grandi e più tecnologicamente avanzate, ma che ciò non avvenne per ragioni economiche, dichiarazioni di Bianchi riportate dal Tribunale. Chiarissimo, però il Tribunale non ne ha tratto le debite conseguenze. Sull’ultimo periodo di interesse di questa parte iniziale del capitolo, quello della fine anni ’80 l’intera vicenda (American Praisal) e i testimoni sentiti in aula, l’intera vicenda, dicevo, è parimenti e estremamente chiara, faccio semplicemente rinvio per ragioni di tempo anche perché ci sarà un intervento specifico di un difensore di Parte Civile e quindi mi riservo di parlarne in sede di replica. Per concludere su questa parte, ricordando quanto detto dall’ingegner Cella, dalla FULC, da Bianchi e dal dottor Tettamanti, sembra quasi ormai un refrain senza fine, macchinari vecchi e obsoleti, mancati interventi risolutivi per ragioni finanziarie, allora riemerge in tutto il suo vigore quella massima della Suprema Corte dell’’87 per i periodi successivi di intervento che non può, cito ancora quella massima, (Icmesa) depositata ‘87 non può ignorarsi che anche se i vizi di ristrutturazione dell’impianto siano originariamente rapportabili alla progettazione dell’impianto medesimo, egli nella sua qualità di direttore avrebbe avuto il dovere di non consentirne il funzionamento, essendo consapevole, eccetera. E poi concludo che le ragioni e le carenze di natura finanziaria non esonerano e non esoneravano certamente da responsabilità. Questa parte 8 f) riguardava, dicevo, gli autoclavisti, gli insaccatori e i mancati spostamenti dei lavoratori. Comincio, credo di finirla perché non dovrebbe essere particolarmente lunga, anche se ci sono molti documenti da proiettare, ma eventualmente avranno semplicemente un certo numero allegati alla memoria, Abbiamo già parlato della struttura della causalità omissiva, quella che riguarda il caso concreto, e molte sue decisioni la Corte di Cassazione, ma in particolare sul caso eternit, piemontese, si è soffermata sui quattro momenti della causalità omissiva, che vengono proiettati in questo momento: l’obbligo giuridico di agire, la violazione di tale obbligo, la verificazione dell’evento, il nesso di causalità, dei primi due momenti abbiamo già ampiamente trattato e si riparlerà quando parleranno anche le Parti Civili sui comportamenti. Sul terzo punto ricordo soltanto quello della verificazione dell’evento, che alla fine del dibattimento di primo grado, avevo presentato e sostenuto l’esistenza di complessivi 260 casi singoli per 309 patologie, come ha segnalato anche il Tribunale a pagina 158 della sua sentenza, e quindi aveva preso atto di quelli che erano le modifiche, gli interventi della situazione durante il dibattimento di primo grado, quel quadro sinottico del Tribunale sta proprio a dimostrare come si era preso atto di questa modifica di situazione probatoria, processuale in primo grado. In questo momento, avvicinandomi alla trattazione della parte concernente le patologie contestate, e le patologie per le quali anche ora, come dirò in maniera esplicita e dettagliata, si continua a sostenere l’inevitabilità di una pronuncia di responsabilità penale, anticipo delle osservazioni che si pongono a metà strada con doppia valenza tra il comportamento omissione degli imputati, il momento 1 e 2 del grafico che ho rappresentato poco fa di quello schema e il momento 3, che è quello del verificarsi degli eventi. La prima questione allora attiene alle categorie mansioni più pericolose, ne ho già parlato diffusamente in requisitoria in atto d’appello, vi faccio pertanto semplice preliminare rinvio, proprio anche perché ne parleranno anche le Parti Civili, sulla fase più pericolosa, quella della pulizia delle autoclavi, ho già trattato anche nella parte della memoria dell’8 giugno del 2004, proietto solo lo slide, che ho già proiettato nella fase iniziale anche di questo dibattimento, sul numero delle entrate delle autoclavi, sarebbe stata mia intenzione illustrare maggiormente nel dettaglio la pericolosità della fase più pericolosa, quella delle pulizie delle autoclavi, per quanto tempo sono andate queste autoclavi, sono costretto da ragioni di tempo a farvi rinvio, ma eventualmente ci ritornerò durante la fase d’appello, il discorso fondamentale peraltro non posso tralasciarlo proiettando questo grafico, ed è che per quanto riguarda i singoli reparti, sia reparto CV6, sia CV14 e 16, sia il reparto CV24 il Tribunale ha detto ed ha scritto cose che contrastano non solo con dichiarazioni dei testi sentiti in dibattimento ma anche con quanto risulta dai documenti, perché ad esempio per il reparto CV6 le modalità per entrare nelle autoclavi risultano da un manuale operativo che è stato fatto su carta intestata a (Monte Dippe), e quindi successiva all’1 gennaio ‘81, e alla data del 14 giugno ’83 risulta per il CV6 che entrano nelle autoclavi perché sono regolarizzate le procedure, e i testi ci hanno detto in aula che vi sono entrati fino a quando sono rimasti al CV6, fino a dicembre ‘89 e senza maschera protettiva, un discorso analogo viene fatto per il reparto CV24, e le entrate nelle autoclavi erano anche successive, fino ai primi anni ’90 e questo è detto in maniera più specifica nella memoria di questo mese, che ho depositato a questa Corte, e un discorso analogo dev’essere fatto anche per il reparto CV14 e 16, proprio perché da manuali e schede lavoro degli anni ’80 su carta intestata, scheda lavori (Monte Polimeri) e quindi successivi all’’81 si danno disposizioni di come fare pulizia nelle autoclavi, e ancora senza maschera; nei manuali viene scritto senza maschera, quindi non sono gli operai che entravano senza maschera, non c’erano le modalità operative semplicemente. E di questo bisognerà sicuramente tenere conto. Vado comunque avanti, e quindi faccio rinvio a questa parte, proietto a conferma della rilevanza della questione autoclavisti e insaccatori il numero degli elenchi di autoclavisti e insaccatori, riservandomi di tornarci sopra quando tornerò delle singole parti offese con le limitazioni che dovranno sicuramente essere fatte, quindi anche sulle categorie degli insaccatori, proprio per ragioni di tempo, faccio rinvio agli interventi specifici dei difensori di Parte Civile e al capitolo 2.8 dell’atto d’appello. C’è un aspetto però che devo trattare assolutamente io, che devo trattare perché è stata fatta ovviamente una ricerca molto certosina da parte del nostro ufficio all’interno delle carte processuali, ed è il problema che riguarda il punto ultimo di questo capitolo: il mancato spostamento degli operai oggetto di segnalazione medica a rischio, CVM, PVC. Mi ha colpito molto negativamente tra tutto il resto il modo perentorio con cui il Tribunale in sentenza ha trattato e liquidato tale questione. perché dopo avere conosciuto a pagina 241 del sua sentenza che devono ritenersi letteralmente di origine professionale per esposizione al CVM soltanto cinque case di epatopatie, fibrosi non cirrotica, come quella dei angiosarcomi, come dicevamo prima, come diceva il Tribunale anche a pagina 194, dopo quindi aver riconosciuto questo, a pagina 246 il Tribunale scrive: quando vi è stata evidenza di sofferenza epatica i lavoratori sono stati allontanati dall’esposizione, e cita Poppi Antonio Scarpa Giuseppe. Ma come? Ma non è vero, a parte il caso dello Scarpa a CV5 e 15 e poi laboratorio resine PVC fino all’’86 a parte il caso di Poppi, quindi non nel ’74, a parte il caso di Poppi affetto da fibrosi portale epatica fin dal ’70, come ben sapeva Montedison e allontanato dai reparti CV all’inizio del ’74, come disse il Tribunale a pagina 242, noi avevamo mostrato in aula dibattimento il dibattimentale e durante la requisitoria i prospetti raffiguranti alcune decine di casi, solo le parti offese in questo processo, di operai non allontanati, nonostante la FULC nel ’77 e i medici di fabbrica ripetutamente, soprattutto dopo, avessero sollecitato lo spostamento dei reparti CV e PVC. Già in primo grado era stato fatto un buon lavoro analitico, anche se non era completo, perché sembrava abbastanza semplice, abbastanza chiaro e sufficiente, ma proprio a causa di quella immotivata perentorietà del Tribunale, sono stati ripresi in mano tutti i libretti personali, le schede personali, le schede FULC, i rapporti comunicazione dei medici di fabbrica in cui viene confermata l’esistenza di una situazione complessivamente e letteralmente, viene detto, ancora grave, e siamo ormai a fine anni ’70. Ed è una situazione, badate, che subito dopo il biennio dei miracoli, ‘73/’74 il dottor Giudice, proietto lo slide n. 7, il 19 settembre 1975 il medico di fabbrica dottor Giudice presenta la situazione dopo il biennio dei miracoli, quanto ai risultati non è che ci sia da stare molto allegri se li prendiamo in senso assoluto. Ci sono molti casi di alterazione enzimatica, e questa lettera è mandata al centro, è mandata a Milano all’imputato, professore Bartalini, e riguarda l’immagine CVM. Ma qui nel ’75 siamo ancora all’inizio, perché nel marzo ‘77 la FULC presenterà le conclusioni dei suoi accertamenti medici e impiantistici, ribadendo l’esistenza di questa grave situazione sanitaria attribuibile al CVM, e ho letto poco fa il documento FULC, e per gli anni successivi fino alla fine degli anni ì80 abbiamo trovato numerosi documenti medici di fabbrica che sottolineano questa situazione. Per farvi capire meglio proietto alcuni documenti che costituiscono la base per redigere poi le schede complessive finali che proietterò, e comincio con un libretto di Faggian Tullio, che ormai conosciamo perché colpito da angiosarcoma, è morto nel 1999, libretto personale di Faggian Tullio, vediamo che il medico di fabbrica, dottor Lombardi, nell’aprile del ‘77, scrive: indagine FULC, alterazioni della funzionalità epatica da CVM, si consiglia l’allontanamento dal reparto, viene allontanato? Manco per sogno, perché abbiamo un’altra scheda ad esempio, ne abbiamo tante, ma poi le vedremo, del 21 aprile 1983, un altro medico di fabbrica, l’ho mostrato anche questo: no irritanti vie aeree, no epatotossici, non idoneo per zona di lavoro D.P.R. 962 e CVM n. 00099: allontanare subito, allontanato? Manco per sogno, Questo continua a rimanere lì e poi quando nel ’99, l’8 marzo la dottoressa Giminiani fa l’anamnesi lavorativa, indica che dopo un passaggio alla S12 torna al laboratorio CV per fare dei turni, e rimane salvo la cassa integrazione, fino alla fine del suo rapporto di lavoro. E Faggian Tullio muore di angiosarcoma nel 1999. Faccio vedere un altro di questi documenti, la scheda FULC, ai quali ho fatto riferimento, è la scheda FULC, viene tagliata solo perché altrimenti non ci sta all’interno, di Benin Arnaldo, in fondo, dopo tutte le indicazioni, tutti gli esami, transaminasi, albumine, di laboratorio, richieste di tutti i tipi, anamnesi di tutti i tipi, in fondo vengono le conclusioni diagnostiche, e viene scritto: alterazione funzionalità epatica di grado medio, riferibile a esposizione a CVM, radiografia del torace, accentuazione della trama broncovasale, opportuno evitare l’esposizione al CVM. Allontanato, come vedremo, neanche lui. Mostro ora alcune comunicazioni interne, poi sono quasi tutte uguali, ma per dare il senso di questa ricerca, e su che cosa si basa, sono comunicazioni interne del medico, firmate dal dottor Giudice, o dal medico di fabbrica che effettuava gli accertamenti dove viene scritto reparto per reparto periodo per periodo gli interventi e le visite che si facevano sui vari operai, ne proietto una, comincio da quelle degli anni ‘80 che sono più significative, ed è un periodo in cui c’è già Enichem tra l’altro come proprietario. 17 giugno ’83, faccio rilevare che qui abbiamo indicati, poi la scheda può essere vista, eccetera, tanti non si presentano, e sappiamo che per sentenze di Cassazione pacifiche sulla base delle legge speciali chi non si presentava doveva essere sottoposto a sanzione, cosa che non mi risulta essere stata fatta mai o quasi mai, quindi andava bene alla fabbrica che non si presentassero, comunque in questa prima scheda vediamo indicati che non sono idonei per la specifica ragione per esposizione a sostanze epatotossiche, tra gli altri Pistolato Primo: angiosarcoma, Sichiero Roberto, persona che il Tribunale ritiene essere affetta da epatopatia da CVM, qui non è stato allontanato Sichiero, è scritto in questo documento, quindi cominciamo a vedere Sichiero, sono le patologie che il Tribunale ha riconosciuto, Pistolato, angiosarcoma iniziale, Sichiero, epatopatia. Vediamo un’altra scheda, 7 marzo ‘84, e vediamo ancora in fondo non idonei per le ragioni del D.P.R. 962 su CVM, ritroviamo Sichiero Roberto, Calvazara Gilberto: epatocarcinoma; troviamo Faggian Tullio: angiosarcoma; troviamo Zecchinato Gianfranco: angiosarcoma, tutte patologie riconosciute, salvo l’epatocarcinoma con il dubbio dal CVM. E questi continueranno, rapidamente le altre per ragioni di tempo, 19 settembre ’84: ritroviamo ancora inidonei ai sensi del D.P.R. 962 al CVM Sichiero Roberto, Faggian Tullio, Calvazara Gilberto. Andiamo avanti altre schede, passano gli anni e gli operai continuano a rimanere lì, 14 marzo ’85, faccio vedere tra l’altro sulla scheda, torniamo un attimo a quella del settembre ‘84 tra i non presentati tra i tanti troviamo Battagia Giorgio e Zecchinato Gianfranco: due angiosarcomi, non è successo assolutamente niente, perché anche nella scheda successiva del marzo ’85 Battagia Giorgio continua a non presentarsi, Battagia Giorgio stava già malissimo, Battagia Giorgio non è mai stato spostato, Battagia Giorgio ha continuato fino alla morte a rimanere nel reparto dei CVM. E in quella scheda del 14 marzo ’85 noi troviamo altre vittime, troviamo Faggian Tullio, troviamo Sichiero e Battagia, che è morto il 23 maggio del 1990. Ultima scheda, 10 marzo ‘86 e poi mi fermo perché ce ne sono alcune altre, ma poi negli anni ‘90 non le troviamo più questo tipo di schede, sono disposizioni, non lo so, non le abbiamo trovate, non ce le hanno comunque date. 10 marzo ‘86 troviamo tra le persone che non sono idonee sempre per il CVM Zecchinato Gianfranco, 10 marzo ‘86 faccio rilevare fa riferimento alle visite del gennaio - febbraio ‘86, Zecchinato è morto il 13 febbraio ‘86 fino all’ultimo momento in reparto, fino all’ultimo momento visitati, fino all’ultimo momento non idonei, morti in reparto. Dicevo non si crede che tutto sia finito nel 1986, perché per Faggian ad esempio abbiamo anche indicazioni di questo tipo fino al 22 agosto dell’’88, lo slide n. 8. Poi dicevo per le persone ho fatto una scheda singola patologia per patologia proiettiamo quella dell’angiosarcoma epatico per esempio in cui si vede quattro operai colpiti da angiosarcoma come compreso il Pistolato, da angiosarcoma iniziale, e vediamo Faggian Tullio per quante volte sia stato indicato come da allontanare e mai allontanato, e vediamo che in questa scheda è morto nel 1899, e vediamo che la fine esposizione, come diceva durante la visita la dottoressa Giminiani è finita nel luglio ’94 e comunque fino a quando non è stato chiuso il suo reparto sul 14, 16, lui è stato in reparto, solo per questo ad un certo ha avuto una parentesi in un altro reparto l’AS, che creava magari problemi di altro tipo. E tutte queste date sono quelle di Faggian Tullio e Battagia ne aveva delle altre, e Zecchinato ne aveva delle altre, queste sono le chiede che abbiamo fatto. In conclusione allora, proprio per far capire poi, e mi fermo perché sono arrivato alla fine, rimango nell’ora che mi ero riproposto all’inizio di questa ultima parte, faccio vedere soltanto le schede, presento i prospetti che sono estremamente chiari, non serve parlare, indico il primo prospetto, quello che è l’elenco degli operai da allontanare per gli stessi medici di fabbrica, tra le parti offese di questo processo, sono 128 persone che i medici di fabbrica hanno detto di allontanare e che i responsabili non hanno allontanato, se non in rarissimi casi o comunque molto tardi, ma per capire esattamente questo, riproietto un attimo le altre schede, quella dell’angiosarcoma e per ogni persona poi ho messo quali sono le date in cui indicavo con le x, c’è la legenda in sopra in alto destra: non idoneo, oppure idoneità limitata, o in osservazione, o evitare turni pesanti o evitare i lavori pesanti, e anche questo ho voluto inserire perché abbiamo visto sia dalla letteratura scientifica, e sappiamo come, il problema del lavoro e del turno pesante creasse dei problemi di respirazione, e questo comportasse un’inalazione molto superiore, è talmente evidente, che non mi dilungo a dirlo, di inalazioni di sostanza pericolosa da parte del lavoratore. Questo è lo schema degli operai da spostare per gli angiosarcomi, la prima crocetta riguarda le indicazioni della FULC del 1977, e tutte le altre sono le indicazioni dei medici di fabbrica. Passo alla scheda degli epatocarcinomi, quali sono da spostare? E sono altre 12 persone, qualcuno solo una volta, qualcuno tante volte, questi ultimi non venivano spostati. Passo al problema delle cirrosi epatiche, di cui discuterò rapidamente, vediamo un altro elenco, secondo gli stessi criteri, ho visto i libretti personali, le schede personali, le comunicazioni interne, come dicevo prima. Vediamo le epatopatie, quali sono e sono 49 persone. Vediamo i casi che hanno avuto il tumore al polmone, gli insaccatori soprattutto, 35. Il fenomeno di (Reinò) 18 persone questa patologia riconosciuta dal Tribunale. Credo che e i dati, i nomi, i numeri forniti siano allucinanti, come hanno fatto gli odierni imputati di quel periodo specifico, del periodo più caldo, nel momento in cui viene segnalato qualcosa? Mi limito, perché poi quella condotta è continuata per tanti anni, ad indicare un documento rapportabile anche direttamente ad un imputato, ancora una volta all’imputato responsabile medico centrale, il professor Bartalini, è un documento del faldone 92 che riguarda un convegno internazionale dell’ottobre ‘74, sulle aberrazioni cromosomiche da sostanze chimiche ad uso industriale e la tossicità al cloruro di vinile organizzato a Roma, era presidente Bartalini di questo convegno, ha partecipato, è intervenuto, e proietto un pezzo, perché poi concludo di intervento del professor Fua, consulente di Enichem in questo processo che ha dichiarato in quell’epoca, e anche dopo e anche in questo dibattimento, la necessità di spostare gli operai, l’ha detto quando è stato sentito in quest’aula in primo grado. In particolare leggo quel passo: la medicina del lavoro come disciplina nel suo complesso ha accettato questo invito a soprassedere per molto tempo, anche quando si trovava di fronte a sostanze oncogene, e questo ha voluto dire a mio avviso accollarsi delle responsabilità che non doveva assumersi, nel caso specifico poi, dopo quanto abbiamo visto dai risultati sperimentali di Viola Maltoni, e confermati evidenza epidemiologica, che si è stata anche rappresentata in questa sede, non vi è alcun dubbio che come medico, come soggetto a dare delle indicazioni di tipo biologico non posso dare altro suggerimento se non quello di evitare l’esposizione al CVM. Questo diceva nel ‘74 e questo per anni, anni, anni non è stato fatto, nulla hanno fatto, peggio, li hanno lasciati lì, allora credo che per davvero ci debba essere una profonda riconsiderazione delle conclusioni cui è giunto il Giudice di primo grado. Mi fermo a questo punto, e delle patologie specifiche parlerò alla prossima udienza.

 

PRESIDENTE – L’udienza è tolta.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia all’udienza del 29 giugno 2004.

 

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