UDIENZA DEL 25 MARZO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 20 aprile 2004.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo con la relazione della dottoressa Perdibon, al punto dove l’avevamo lasciata l’ultima volta.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott.ssa Perdibon – L’ultima volta mi ero fermata nella relazione nella parte relativa alle impronte. Quindi, riprendendo nel punto in cui era stata lasciata e chiedendo scusa perché sono senza voce, rileva la sentenza che l’Accusa ha assunto, per sostenere l’evento di danno rilevante in termini disastrosi per l’ecosistema, le tabelle allegate al protocollo di intesa per la Laguna di Venezia del 1993. Queste tabelle però, secondo il Tribunale, non definiscono parametri di qualità ambientale, ma sono finalizzate solo a stabilire criteri di mobilizzazione dei sedimenti, individuando i parametri secondo cui valutare le caratteristiche che devono avere i materiali sedimentari per essere ora immessi in Laguna. Trattasi sostanzialmente, appunto, di criteri di mobilizzazione sedimenti. I valori indicati rispettivamente alle tabelle A, B, e C del predetto protocollo di intesa, non significa pertanto pericolo reale, perché non esprimono condizioni di rottura di sicurezza per l’ecosistema e non definiscono parametri di qualità ambientale; né si ritiene congruo, secondo il Tribunale, assumere come dato probante la rottura delle condizioni di sicurezza dell’ecosistema, il confronto tra le concentrazioni di inquinanti rilevate nei sedimenti dell’area industriale e quelle rilevate nel sedimento dell’isola di Sant’Erasmo, considerato anche che spesso l’Accusa assume a termine di confronto il valore massimo di inquinamento rilevato nei campioni della zona industriale, cioè il campione rilevatosi in assoluto il più inquinato. Sono pertanto condivisibili le critiche della Difesa, relative alle impostazioni seguite dagli esperti dell’Accusa. Condivisibile è invece il diverso criterio di verifica dalle stesse proposto, che si basa sul confronto tra le concentrazioni rilevate nell’area industriale e criteri di qualità ambientale. Il consulente della Difesa premette innanzitutto che, secondo il Comitato Scientifico Tossicologico ed Ecotossicologico della Commissione Europea del 1994, un obiettivo di qualità ambientale per una determinata sostanza dovrebbe esprimere un livello o una concentrazione tale da non determinare alcun effetto indesiderato nell’ambiente e tale da garantire la protezione delle comunità geologiche degli ecosistemi naturali. Esempio di un obiettivo di qualità per l’ambiente acquatico, per esempio, dovrebbe permettere che tutti gli stadi del ciclo vitale di tutti gli organismi acquatici possano compiersi con successo e senza alterazioni; non dovrebbe produrre condizioni tali da determinare l’allontanamento di organismi dall’habitat o da parte di esso in cui sarebbero presenti condizioni naturali, quindi assenza di impatto antropico; non dovrebbe produrre bioaccumulo di sostanze a livelli pericolosi per il biota, incluso l’uomo, attraverso la catena alimentale per altra via o per altre vie. Non dovrebbe quindi, conclusivamente, produrre condizioni capaci di alterare la struttura e la funzione dell’ecosistema acquatico. Per quantificare questo obiettivo, il massimo risultato conseguibile sperimentalmente, è il cosiddetto livello di non effetto osservato, definito N.O.A.E.L. (No Observed Advers Effect Level), cioè un livello che nelle condizioni sperimentali note non ha permesso di osservare alcuno degli effetti avversi. Il metodo più usato è quello che si basa sulla estrapolazione dei dati sperimentali mediante l’applicazione di fattori di sicurezza, che saranno tanto più elevati, quanto più carente è l’informazione o quanto maggiore è il livello di incertezza dei dati sperimentali. Nel caso dei criteri di qualità per i sedimenti, l’informazione è molto scarsa e sono pertanto necessarie ulteriori estrapolazioni. A questo scopo normalmente viene usato il metodo degli equilibri partitivi, che si basa sul principio del calcolo della ripartizione delle sostanze tossiche tra acqua e sedimento. Si immagina che l’effetto tossico sugli organismi del sedimento sia provocato dalla parte di sostanza in soluzione nell’acqua interstiziale e si fa riferimento ai valori di tossicità noti per gli organismi acquatici. Data l’incertezza che il metodo degli equilibri partitivi comporta, vengono poi applicati ulteriori fattori di sicurezza. Il criterio di qualità ambientale ha finalità comunque essenzialmente preventive ed è espressione del principio di precauzione. I criteri di qualità devono quindi considerarsi come uno strumento preventivo, ampiamente protettivo, però il superamento di questi criteri non deve essere visto come raggiungimento di livelli ambientali tali da determinare un rischio reale, ma soltanto come l’erosione dei margini di garanzia che in generale possono avere l’ampiezza di alcuni ordini di grandezza rispetto al livello degli effetti osservati ed è evidente che nell’ambito di tale scelta vi possono essere differenze come conseguenza dell’esistenza dei margini di discrezionalità. Quello che varia, nei diversi criteri o livelli protettivi, è il maggiore o minore grado di sicurezza. Il loro superamento non comporta il superamento di una soglia di pericolo reale. Il consulente tecnico degli imputati, utilizza un data base per valutare lo stato di contaminazione dei sedimenti da metalli microinquinanti organici, che riguarda 1300 campioni di sedimenti che sono stati prelevati in diversi settori dei canali industriali della laguna e confrontati con i valori limiti indicati secondo i diversi criteri di qualità ambientale. I campioni sono stati prelevati a profondità di oltre due metri e si riferiscono a contaminazione pregressa di molti decenni or sono e a profondità più ridotte, di dieci o quindici centimetri, che possono essere considerate rappresentative di una contaminazione più recente relativa agli ultimi anni. In molti casi, la profondità dei rilievi non è indicata e comunque la datazione delle contaminazioni non è rilevante, nella prospettiva accusatoria, che riferisce al fatto dell’imputato, quello successo per ultimo nella posizione di garanzia, l’intero ordine delle conseguenze la cui causa ritiene di individuare nel catabolismo del Petrolchimico. Nessun rilievo, viene ancora una volta ribadito, viene dato nella prospettiva dell’Accusa al problema causale delle condotte dei singoli imputati. Vengono quindi nella sentenza a questo punto esposti in modo analitico gli esiti del primo confronto, innanzitutto per quanto riguarda i metalli, attraverso dati e grafici dalla cui lettura derivano, in sintesi, le seguenti conclusioni: i livelli complessivi di contaminazione dei sedimenti mostrano una netta differenza tra i canali della prima zona industriale, nei quali i valori medi superano spesso i criteri di qualità e il canale della seconda zona industriale, nella quale i valori medi risultano essere compatibili con i limiti di accettabilità considerati. Il superamento dei limiti, nell’ambito della seconda zona industriale, è relativo solo ad alcuni sporadici valori massimi. I valori relativi ai campioni superficiali, sia nella seconda zona come nella prima zona, sono compatibili con i criteri di qualità di cui si è detto, e le situazioni di maggiore contaminazione sono imputabili ad emissioni pregresse, presumibilmente anteriori all’ultimo ventennio. Per quanto riguarda i microinquinanti organici, gli esiti delle verifiche sono i seguenti. Per quanto riguarda il policlorobifenili, è evidente il gradiente procedendo dalla prima alla seconda zona industriale. I valori della seconda zona e della laguna sono sempre compatibili con i limiti del N.O.A.E.L., ad eccezione di alcuni dati misurati nel canale ovest, anche in questo caso dovuto presumibilmente a campioni non superficiali, campioni di sedimenti superficiali, così come per i metalli; anche per campioni, come per i metalli, è evidente la tendenziale riduzione delle concentrazioni compatibili con i limiti, almeno nella seconda zona industriale e nel resto della laguna. Poi nella sentenza sono esposti dettagliatamente, e qui potrei sintetizzare, anche per i policlorodibenzodiossine, per i furani, per gli idro, per gli ipa, per gli esaclorobenzene, quelli che sono stati i risultati delle verifiche fatte sui campioni, arrivando per ciascuno di questi microinquinanti organici a delle verifiche sostanzialmente analoghe a quelle che ho già indicato per i policlorobifenili. Al metodo sopra esposto... dunque, quindi la conclusione è, comunque, dopo avere dato atto dei risultati di questi esami, viene in ogni caso ribadito che deve accertarsi se il superamento di questi limiti, laddove si sono verificati, comporti e significhi pericolo reale per l’ecosistema lagunare. A tale scopo è stata calcolata la concentrazione prevista di non effetto, utilizzando la metodologia ufficiale proposta dalla Commissione Europea, basata sul principio degli equilibri partitivi e su dati tossicologici sperimentali. Viene poi stabilito il limite al di sotto del quale non si verificano effetti tossici, con una riduzione però sostanziale dei margini di sicurezza. Con riferimento a questo valore, risulta che sia i valori medi come quelli massimi dei canali della seconda zona industriale, sono inferiori al valore soglia e pertanto non esiste pericolo reale di effetti tossici per gli organismi, nonostante la riduzione dei margini di sicurezza. Confrontando il valore di concentrazione prevista di non effetto con il criterio di qualità, viene dimostrata l’ampiezza dei margini di sicurezza che sono stati applicati anche nei confronti effettuati per altre sostanze. Al metodo sopra esposto, seguito dai tecnici della Difesa, sono state fatte dall’Accusa le seguenti critiche. Il confronto con i criteri di qualità sarebbe di affidabilità incerta. L’uso frequente di medie e mediane ridurrebbe i significati della contaminazione. Viene trascurato il fatto che nei sedimenti dei canali vive una comunità di organismi detritivori, per cui dovrebbe tenersi conto anche delle condizioni favorenti la biodisponibilità dell’inquinante incorporato nel materiale sedimentario. Alle critiche predette, risponde il Tribunale che per quanto riguarda i sedimenti non si dispone di altri dati basati su criteri sperimentali, tanto vale sia per i metalli come per i microcontaminanti organici; che i pochi Paesi ed Organismi che hanno esaminato il problema, hanno declinato il principio di precauzione, introducendo normative finalizzate alla tutela dell’ecosistema acquatico e non vi è motivo per ritenerlo inaffidabile; che i protocolli usati dal consulente tecnico delle Difese sono quelli elaborati dagli Organismi Internazionali che si sono occupati della materia; nonché come tutti i criteri di qualità rappresentano delle estrapolazioni e sono stime teoriche che vengono corrette da adeguati fattori di sicurezza, che sono tanto più ampi quanto minore è l’effettiva base sperimentale. Gli esiti complessivi delle valutazioni fatte dal dottor Vili, condivisibili per le argomentazioni sopra esposte, dimostrano che le concentrazioni di inquinanti rilevate nei sedimenti sono compatibili nei valori medi con i parametri assunti. Casi di superamento si riferiscono solo ad aree distanti dal Petrolchimico nell’ambito della prima zona industriale. Per quanto riguarda poi la critica relativa alla non adeguata valutazione della biodisponibilità degli inquinanti, si rileva come non sia facile la valutazione e come in ogni caso, con riferimento ai metalli, secondo il principio della precauzione, i metalli nelle valutazioni sono stati assunti come totalmente biodisponibili. Per quanto riguarda i microinquinanti organici, viene fatto presente che le sostanze in esame sono composti ad elevata persistenza, per cui l’intervento di organismi detritivori non può rendere più o meno disponibile la sostanza. Per quanto riguarda la critica fatta all’uso delle medie e mediane, viene fatto presente che, contrariamente a un valore massimo, è proprio quello medio o mediano che rappresenta adeguatamente la reale situazione e che, in particolare, risulta più corretta la rappresentazione quando si fa riferimento alla media geometrica anziché a quella matematica. Media geometrica e mediana fanno parte dei parametri che gli statistici chiamano robusti, cioè sufficientemente solidi da non essere alterati troppo da valori non rappresentativi della serie di dati considerata. Rileva infine il Tribunale come le conclusioni del consulente dottor Vili, che sono per le argomentazioni sopra esposte condivisibili, vengano a coincidere con quelle del Piano Direttore del 1989, che ha accertato una situazione ai limiti del collasso fino agli Anni Settanta ed il miglioramento, certamente l’assenza di un aggravamento, dopo l’inizio degli interventi di depurazione e di riconversione delle tecnologie industriali, ma non facilmente superabile per quanto riguarda la componente inglobata nei sedimenti. Ma le concentrazioni di inquinanti nei sedimenti dell’area industriale, si ribadisce ancora, non significano rottura delle condizioni di sicurezza per l’incolumità pubblica. Viene poi osservato come, con riferimento al valore del fall-out atmosferico, per quanto riguarda la contaminazione dei sedimenti dei canali, le emissioni di policlorodibenzodiossine e di furani, di attuale derivazione degli impianti di incenerimento del Petrolchimico, siano compatibili con i limiti di legge. Non può sostenersi un progressivo inquinamento nel tempo nelle predette concentrazioni nei sedimenti, perché i dati confrontati si riferiscono a stazioni di prelievo totalmente diverse. Rimane infine non confutata l’affermazione secondo cui, per valutare nella progressione e nel tempo della contaminazione, l’unico metodo sperimentato consiste nell’esame delle carote di sedimento, per cui sia possibile una sia pure approssimativa datazione. Rimane altresì non confutata la valutazione secondo cui le informazioni derivanti da questo tipo di analisi significano una progressiva diminuzione delle concentrazioni dei principali inquinanti, almeno negli ultimi decenni. Passa poi il Tribunale, a questo punto, ad esaminare un altro capitolo: la infondatezza della tesi dell’Accusa, secondo cui gli scarichi del Petrolchimico sarebbero stati effettuati in violazione del divieto di diluizione. Premesso su questo punto che l’ipotesi accusatoria collega l’evento disastroso consistito nella contaminazione del sedimento dei canali e l’avvelenamento e l’adulterazione del biota conseguente, vivente, sempre vivente nel sedimento dei canali, al supposto malgoverno degli scarichi di provenienza del plesso industriale nelle acque, concretizzatosi nello smaltimento di reflui convogliabili in condotta, catalizzatori esausti ed altri sottoprodotti di risulta attraverso gli scarichi S.M.2 e S.M.15, con concentrazione di nitrati e clorurati superiori ai limiti di accettabilità, previsti dalle tabelle allegate al D.P.R. numero 962/73, osserva il Tribunale come in ipotesi accusatoria tre siano gli specifichi addebiti di colpa: uno, gli scarichi del Petrolchimico sarebbero stati effettuati in violazione del divieto di diluizione; due, sarebbero stati violati i parametri di accettabilità stabiliti dal D.P.R. 962/73; tre, i reflui di provenienza del Petrolchimico avrebbero dovuto essere smaltiti come rifiuti tossico nocivi in forme adeguate a quelle previste dal D.P.R. 915/92 e non nelle forme adeguate alla disciplina più attinente agli scarichi nelle acque. Tutti gli addebiti, secondo il Tribunale, sono infondati. Nel corso degli ultimi vent’anni interessanti il periodo di imputazione, si trovano ad essere in vigore le tabelle allegate al D.P.R. del 1973. Il termine previsto per la costruzione degli impianti di depurazione risulta però essere stato prorogato fino a tutto il primo marzo del 1980. La prima disciplina normativa degli scarichi nelle acque opera quindi dal marzo del 1980. Molto prima di tale data, il gestore del Petrolchimico sono intervenuti sul catabolismo delle acque. Nella fattispecie, innanzitutto, è infondato che gli scarichi del Petrolchimico siano stati effettuati in violazione del noto divieto di diluizione. Per spiegare i motivi di tale valutazione, viene premesso l’elenco degli scarichi e delle correnti del Petrolchimico aventi recapito in laguna, con l’indicazione dei vari canali interessati, tenuti al rispetto dei parametri di cui alle indicate tabelle: scarico S.M.15, S.M.2, S.M.7, S.M.9, S.M.22, corrette questa e non scarico diretto, per cui valgono comunque gli stessi limiti di accettabilità. Lo scarico 11 e lo scarico 12 correnti che convogliano reflui clorurati, reflui mercuriosi, a cui si applica la disciplina prevista dal Decreto Legislativo numero 132 del 1992. Viene quindi osservato che tutti gli scarichi veri e propri per i quali è richiesto il rispetto dei parametri di accettabilità, risultano regolarmente autorizzati e che tutte le confluenze di correnti interne sono note al Magistrato delle Acque. Premesso che è incontestato che nei predetti scarichi confluissero le acque di processo trattate dal Petrolchimico, oltre ad acque meteoriche di raffreddamento civili chiarificate, rileva il Collegio come l’accertamento dei requisiti di legge debba essere fatto in corrispondenza del punto di immissione delle acque nel corpo ricettore, salvo deroghe, mentre quanto attiene le correnti interne è irrilevante e, salvo deroghe, le correnti interne non richiedono autorizzazione. Ne consegue che la tesi accusatoria secondo cui il principale scarico del Petrolchimico, lo scarico M.15, nel quale confluivano e confluiscono oltre, le acque di processo, le acque di altre correnti, avrebbe funzionato come grande diluitore in violazione del divieto di cui all’Art. 9 comma quarto e settimo Legge 76, poi modificato dalla Legge 79, è infondata, perché in nessun modo la diluizione era vietata. A chiarimenti di quanto affermato, ricorda il Tribunale come in un insediamento produttivo possano esserci più scarichi parziali provenienti da diverse lavorazioni o da un determinato ciclo tecnologico, oltre allo scarico totale, che è quello rappresentato dalla miscela di diversi affluenti parziali e come sia la Legge Merli a precisare in quali termini possa essere lecita la diluizione. Due infatti sono le norme che si occupano della questione. L’Art. 9 quarto comma, che così precisa: i limiti di accettabilità non potranno in alcun modo essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo. L’Art. 9 settimo comma, che precisa: non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo, gli scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al numero 10 delle tabelle A e C, prima del trattamento degli scarichi parziali stessi, per adeguarli ai limiti previsti della presente legge. Dalla lettura di queste norme risulterebbe chiaro, secondo il Tribunale, che è vietata sempre la diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo, mentre la diluizione con acque di lavaggio o di raffreddamento è vietata solo quando ha per oggetto taluni scarichi parziali, contenenti sostanze ritenute particolarmente inquinanti, e cioè quelle indicate dalle tabelle A e C della Legge Merli. La normativa citata, così come quella attualmente in vigore, il decreto legislativo numero 152 del 1999, prevedeva anche la possibilità che gli scarichi particolarmente inquinanti venissero sottoposti a specifiche prescrizioni, ma nella fattispecie non risultano essere state né imposte, e quindi tanto meno potrebbero essere stati violate. Tanto premesso, va ritenuto che in assenza di specifiche prescrizioni, sia possibile la confluenza di acque di raffreddamento di lavaggio nello scarico terminale, tenuto quest’ultimo al rispetto dei limiti di accettabilità e la Pubblica Amministrazione risulta avere dato prescrizioni nel senso dell’obbligo del rispetto dei limiti di cui alle tabelle citate, prima della miscelazione, solo per la corrente M. 22, mentre per tutte le altre non risulta essere stata data alcuna disposizione. La separazione delle acque di raffreddamento da quelle di processo è stata disposta per gli scarichi in laguna solo con Decreto Ministeriale 30 luglio 1999, che innova il quadro di riferimento normativo pertinente agli scarichi di cui si discute. Conclusivamente, secondo le valutazioni normative tecniche in disciplina correnti all’epoca dei fatti, dal 1980 al 1999, l’addebito di colpa risulta pienamente infondato, perché la miscelazione delle correnti era consentita, le Pubbliche Amministrazioni ne erano informate, tanto che hanno in alcuni casi dato specifiche prescrizioni che risultano essere state rispettate. Passa poi il Tribunale ad esaminare un altro punto importante, cioè quello relativo all’infondatezza della tesi dell’Accusa secondo cui il superamento dei parametri di accettabilità di cui al D.P.R 962/73 avrebbe determinato condizioni peggiorative dello scarico delle acque. Anche questa tesi non è ritenuta fondata. Hanno accertato i consulenti dell’Accusa, e il dato è incontestato, basandosi sull’esame dei bollettini delle analisi interne del Petrolchimico, che ci sono stati più superamenti istantanei e puntuali dei limiti stabiliti dalle tabelle allegate al D.P.R. più volte citato. Il consulente delle Difese ha però ritenuto utile anche riferire i superamenti, oltre che ai bollettini e alle date di verificazioni, all’entità delle misure effettuate ed è stato evidenziato che per tutti gli scarichi vi è stato un progressivo miglioramento della situazione, nel senso che la percentuale dei superamenti è andata drasticamente diminuendo, dal 4,4% del 1990, all’1,1% del 1994. La Difesa ha poi orientato l’analisi nel senso della verifica dell’effettivo carico inquinante e ha quindi proposto di verificare se il superamento puntuale dei limiti di accettabilità determini, nell’unità di tempo desiderata, l’immissione nel corpo ricettore di un carico inquinante superiore o inferiore rispetto a quello emesso dalla norma. Determinata quindi per ciascuno dei parametri in relazione ai quali sono stati accertati superamenti reali istantanei, la concentrazione media annua, la Difesa verificava per gli anni 1994, 1997, 1998, 1999 e 2000, che mai risulta superato il valore medio di concentrazione nell’anno. Gli scarichi di provenienza del Petrolchimico, nel loro reale andamento, si attestano quindi su valori medi evidentemente inferiori rispetto ai parametri di riferimento, producendo un impatto ambientale corrispondente a quello di uno scarico regolare. La validità e il significato dell’accertamento fatto dalla Difesa deriva dall’imputazione, che non è quella contravvenzionale, bensì quella del delitto di disastro e avvelenamento, comunque eventi di danno. Sul punto l’Accusa sostiene che parlare di media non avrebbe significato, né sul piano scientifico né sul piano normativo, in quanto la norma si preoccupa solo di stabilire la concentrazione limite, senza considerare il diverso problema della quantità globale di inquinante immesso in un certo intervallo di tempo nel corpo ricettore, non prendendo in considerazione il criterio di concentrazione massima ammissibile di inquinanti che il corpo ricettore più tollerare. Nell’economia dell’accertamento che ne occupa non avrebbero, secondo l’Accusa, pertanto cittadinanza i concetti di quantità giuridicamente consentita o di portata autorizzata. Ritiene invece il Tribunale, con riferimento alla necessità di accertare l’evento di danno rilevante in termine di disastro o avvelenamento, giuridicamente necessario accertare l’entità del carico reale effettivo in termini di impatto ambientale, verificando se negli apporti inquinanti nello scarico nell’unità di tempo superino la disciplina normativa concernente il catabolismo nelle acque e la Difesa dimostra che uno scarico che si attesti su valori medi inferiori a quelli limite, nel suo andamento nel tempo, determina un impatto ambientale corrispondente a quello di uno scarico regolare. Diverso è l’accertamento avente per oggetto i singoli superamenti, da quello relativo all’impatto ambientale e la sommatoria dei singoli superamenti non costituisce lettura di sintesi del catabolismo nelle acque. Evidenzia ancora il Tribunale, a sostegno della fondatezza della tesi difensiva, che la tecnica usata dal nostro legislatore ha una funzione semplificativa degli accertamenti e che in altri Paesi vengono adottate tecniche diverse, che tengono invece conto delle caratteristiche del corpo ricettore e si basano sul metodo che verifica la concentrazione massima ammissibile di inquinanti che il ricettore può tollerare. Il metodo seguito dalla Legge Merli di stabilire tabellarmente concentrazioni limite di inquinante, senza considerare la quantità globale di inquinante, prodotto della concentrazione per la portata dello scarico immesso in un determinato arco di tempo nel corpo ricettore, costituisce un limite e non un valore della legge. Le normative più recenti, conformi alle direttive comunitarie, assumono infatti, come parametro di riferimento, non solo le concentrazioni, ma anche le quantità di inquinante effuse ed anche la normativa applicabile non ignora invero la categoria della portata autorizzata o della quantità giuridicamente consentita, tanto è vero che l’Art. 21 prevede un reato contravvenzionale, quando la domanda di autorizzazione non risulta corredata dalla puntuale precisazione delle caratteristiche quantitative e qualitative del carico inquinante. Segue a questo punto l’altro capitolo dedicato all’infondatezza della tesi di Accusa, secondo cui la presenza di cloruro di vinile monomero nelle acque di processo dei reparti C.V. 22 e 23, C.V. 24 e 25, conferirebbe all’intero flusso in uscita, dagli scarichi S.M. 2 e S.M. 15 il carattere di rifiuto tossico nocivo. Secondo il consulente tecnico dell’Avvocatura, Coceo, gli scarichi nelle acque di provenienza nel Petrolchimico sarebbero soggetti alla disciplina normativa relativa ai rifiuti tossico nocivi e non a quella riguardante la tutela delle acque, applicandosi nella fattispecie il regime di eccezione previsto dal comma sei dell’Art. 2 D.P.R. del 1982. In tesi di Accusa, l’unico trattamento consentito dell’intera massa di reflui, consisterebbe nella termodistruzione o nel conferimento in discarica, secondo le valutazioni normative, tecnica e disciplina, di cui al D.P.R. citato. Secondo l’Accusa, secondo l’interpretazione dell’Accusa, la Legge Merli, alla stessa stregua del D.P.R. 962/73, avrebbe carattere di sussidiarietà rispetto al D.P.R. del 1982 e rilevante in tal senso sarebbe il disposto del penultimo comma dell’Art. 2, che così recita: rimane salva la normativa dettata dalla legge del 76 e successive modifiche e relative prescrizioni tecniche, per quanto riguarda la disciplina dello smaltimento nelle acque, nel suolo e nel sottosuolo, dei liquami e dei fanghi di cui all’Art. 2 lettera e), punti 2 e 3 della citata legge, purché non tossici e nocivi ai sensi del presente decreto. Rileva il Tribunale, innanzitutto, come la norma citata invero parli di liquami, fanghi, e non di scarichi. La differenza, sostiene l’Accusa, è però solo apparente, perché il disposto del primo punto dell’allegato cinque alla Delibera 4 febbraio 1977 del Comitato dei Ministri per la tutela delle acque dall’inquinamento, stabilisce un’equivalenza normativa tra il termine liquame e il termine scarico. Sarebbe di conseguenza, secondo l’Accusa, la reale tipologia del refluo a definire se ad uno scarico sia applicabile la disciplina delle acque o quella di cui al D.P.R. del 1982. In tesi di Accusa, la normativa tecnica di attuazione del D.P.R. del 1982, in particolare la delibera 27 luglio 1984 del Comitato Interministeriale, prevista dall’Art. 4 del D.P.R. del 1982, definirebbe in modo preciso quali scarichi possono essere regolati dalla legge del 1976 e quali invece sottoposti al più rigoroso regime di cui al D.P.R. del 1982. Sarebbero regolati dal D.P.R. del 1976 tutti gli scarichi che non derivano da attività produttive, che figurano nell’elenco della tabella 1.3 della delibera sopra citata, la delibera è quella del Comitato Interministeriale del 1984, purché il soggetto obbligato dimostri che i rifiuti non sono classificabili come tossico nocivi. Conclusivamente, nell’ipotesi accusatoria, spetterebbe al produttore provare che nei reflui della lavorazione non sono contenute una o più delle sostanze indicate nella tabella 1.1, in concentrazioni superiori ai valori di concentrazione limite o una o più delle altre sostanze appartenenti ai 28 gruppi di cui all’allegato al D.P.R. del 1982 e nel gruppo 20 sono indicate le sostanze chimiche di laboratorio, non identificabili in sostanze nuove i cui effetti nell’ambiente non sono consentiti. Comunque spetterebbe, tornando all’inizio, al produttore dimostrare che non sono presenti queste sostane in concentrazioni superiori ai valori di concentrazione limiti ricavati dall’applicazione dei criteri generali desunti dalla tabella 1.2. L’onere di mostrare quanto sopra incomberebbe al produttore, quindi agli imputati, prima dell’attivazione dello scarico e tra le sostanze per le quali non sarebbe possibile escludere a priori la presenza di concentrazioni superiori al limite del consentito dalla tabella citata, verrebbe in rilievo il cloruro di vinile monomero. Ne consegue che, non avendo gli imputati dimostrato che la concentrazione delle sostanze predette era entro il limite delle concentrazioni limite, tutti i reflui convogliati in condotta provenienti dal Petrolchimico avrebbero dovute essere smaltiti in forme adeguate tramite la termodistruzione e se i reflui, 22 milioni di metri cubi all’anno, provenienti dall’impianto C.V. 22 e C.V. 23 sono definiti come rifiuti liquidi tossico nocivi, con la conseguenza che avrebbero dovuto essere inceneriti, tale carattere tossico nocivo sarebbe conferito all’intero flusso dello scarico S.M. 15, 370 milioni di metri cubi all’anno ed un così rilevante scarico di rifiuti tossico nocivi qualificherebbe la colpa dei delitti di pericolo contestati, quello di disastro e avvelenamento del biota. Sempre in tesi di Accusa, da premesse legalmente presunte come vere, deriverebbero delle conclusioni che neppure sarebbe necessario sperimentare in fatto e ciò perché sarebbero stati gli imputati a dover rendere la prova del contrario. Ritiene invece il Tribunale, non condividendo l’ipotesi accusatoria, che fosse necessario accertare in concreto la natura tossico nociva delle sostanze inquinanti, alla stregua delle norme di legge in vigore e rivolgeva quindi al consulente dell’Accusa la domanda se, al di là di ogni presunzione legale, fosse al corrente di un qualche indice della presenza delle sostanze nominate nella delibera interministeriale, in particolare cloruro di vinile monomero nelle acque di processo dei reparti o nei reflui convogliati negli scarichi S.M. 2 e S.M. 15 e, in caso affermativo, della concentrazione rilevata e riceveva risposta negativa. Alla domanda ulteriore avente per oggetto: quale prova avrebbe dovuto essere data dal titolare dello scarico per essere legittimati ad applicare la normativa degli scarichi anziché quella sui rifiuti, riceveva la risposta che per escludere che un refluo sia tossico nocivo occorrerebbe fare un’analisi completa dello stesso, determinando le diverse sostanze presenti sino a chiudere l’analisi alla milionesima parte di massa. Ciò comporterebbe delle analisi praticamente impossibili, che non sono state mai richieste dall’autorità amministrativa competente al rilascio delle autorizzazioni. Ritiene comunque il Tribunale che la pretesa dell’Accusa di ritenere il produttore onerato della prova della presenza delle sostanze di cui alle tabelle indicate in concentrazioni inferiori a quelle limiti, sia errata, con riferimento ai principi generali che riguardano l’onere della prova nel processo penale, in cui il principio della presunzione di non colpevolezza fino a prova contraria comporta che la prova deve essere data da colui che la nega elevando l’Accusa. L’onere della prova spetta pertanto all’Accusa, in quanto anche dalla delibera del Comitato Interministeriale del 1984 non emergono regole di significato tanto pregnante da smentire questo principio. In materia, e cioè sul tema della definizione dei campi di intervento delle due fondamentali discipline normative di protezione ambientale, quella relativa ai rifiuti e quella relativa alle tutela delle acque, rileva il Tribunale come comunque le Sezioni Unite abbiano stabilite alcuni fondamentali principi. Innanzitutto, il D.P.R. del 1982 regola l’intera materia dei rifiuti e all’interno di questa disciplina si inserisce come cerchio concentrico la normativa relativa agli scarichi, disciplinata dalla Legge del 1976 e per Venezia dalla Legge Speciale del 1973. Questo era il punto A. Il punto B: se la sostanza è solida, rileva la disciplina di smaltimento di cui al D.P.R. del 1982. Per le sostanze liquide o a prevalente contenuto acquoso o convogliabili o convogliate in condotte, rileva la Legge 1976. Questo criterio deriva dalla disposizione del sesto comma dell’Art. 2 del D.P.R. del 1982, che riserva la disciplina degli scarichi nelle acque, anche liquami e fanghi, ivi compresi quelli derivati dai cicli di lavorazione e da processi di depurazione. Ulteriore criterio è definito quello invece relativo alla inclusione nel D.P.R. del 1982 di liquami e fanghi appartenenti alla classe tossico nociva. L’ultimo criterio discretivo deriva dal fatto che il D.P.R. del 1982 disciplina tutte le singole operazioni di smaltimento, quindi anche quello di conferimento, raccolta, trasporto, ammasso, stoccaggio dei rifiuti prodotti da terzi, siano essi solidi, liquidi, fangosi o in forma di liquame, con esclusione di quelle fasi riguardanti i rifiuti liquidi o assimilabili, attinenti allo scarico e riconducibili alla disciplina stabilita dalla Legge 1976 o 1973, con l’unica eccezione dei fanghi e dei liquami di verificata appartenenza della classe dei tossici nocivi, regolata dal D.P.R. del 1982. Tanto premesso, ritiene il Tribunale di poter escludere l’applicazione della normativa di cui ha più volte citato il D.P.R. i reflui dei reparti C.V. per i seguenti motivi. Non si tratta di sostanze solide, rientranti per natura nella disciplina di cui al D.P.R. 1982, si tratta di acque di processo, sostanze liquide convogliabili e convogliate in condotta, direttamente immerse nel corso del ricettore senza alcuna soluzione di continuità, previo trattamento e abbattimento del carico inquinante; non si tratta di fanghi, che se tossico nocivi sarebbero disciplinati dal D.P.R. del 1982; non si tratta di acque di processo o di rifiuti liquidi veicolati o scaricati in forma non canalizzata, nel qual caso sarebbe certa la definizione di rifiuto del refluo. Nel caso in esame, non consta che il collegamento tra fonte di riversamento e corpo ricettore sia in alcun momento della sequenza interrotto. Al di là della congettura sull’onere della prova, si tratta di scarichi che non rientrano nell’unica eccezione prevista dall’Art. 2 comma 6 del D.P.R. del 1982. Sollecitata, poi, alla verifica in fatto della presenza di cloruro vinile nelle acque di processo dei reparti di C.V. in misura superiore ai limiti fissati nella delibera del Comitato Interministeriale citata, l’Accusa non è riuscita nel suo intento. Osserva ancora il Tribunale come l’Accusa abbia comunque insistito col monitoraggio in continuo del cloruro di vinile di monomero nell’aria presso le vasche di neutralizzazione delle acque reflue, la cosiddetta S.C. 31. Tale è in estrema sintesi il ragionamento dell’Accusa. Non è mai stata ricercata la presenza di cloruro vinile monomero nell’acqua, nelle vasche del reparto S.C. 31 ma solo nell’area sovrastante, mediante l’installazione di un gascromatografo. Se si intende monitorare la presenza del cloruro vinile nell’aria, non vi è ragione per non monitorare la presenza di cloruro di vinile monomero anche nell’acqua. Se il cloruro di vinile è presente nell’aria, deve essere presente anche nell’acqua delle vasche ed in tal senso il consulente tecnico dell’Accusa ha orientato le sue ricerche, nell’illustrare gli esiti delle quali lo stesso ha fatto presente che non esiste un parametro di accettabilità nella legge per quanto riguarda il cloruro di vinile monomero, perché i clorurati sono assunti sotto un’unica voce ed in particolare il cloruro di vinile in acqua ha una vita effimera brevissima, di nessuna durata ed è difficile reperirlo per mancanza di tempo. Né nei sedimenti né nel biota, il cloruro di vinile può essere rinvenuto perché evapora. Deve quindi essere ricercato nelle vasche durante il trattamento, prima delle operazioni di abbattimento del carico inquinante dei reflui e delle operazioni che permettono al titolare dello scarico di perseguire l’obiettivo della loro compatibilità con i parametri tabellari di accettabilità. Applicando una legge termodinamica, la legge di Henry, il consulente dell’Accusa spiega come sia possibile determinare la concentrazione media di cloruro di vinile monomero delle nelle acque di processo, partendo dalla concentrazione presente nell’aria: di 149 milligrammi al litro e quella massimo di picco di 1.328 milligrammi al litro. Solo in dieci occasione nell’arco di un decennio, dal 1984 al 1994, si rileva il superamento del limite di 500 milligrammi al litro, la concentrazione limite di cui alle tabelle allegate alla delibera interministeriale più volte citate. In tesi di Accusa, quindi, questi dieci superi basterebbero a conferire all’acqua delle vasche di neutralizzazione e quindi all’intero flusso dello scarico S.M. 15 e S.M. 2, il carattere di rifiuto tossico nocivo e, di conseguenza, l’intero flusso S.M. 15 dovrebbe rientrare nella eccezione prevista dal comma 6 dell’Art. 2 del D.P.R. del 1982. Il Tribunale non ritiene invece che il superamento dei limiti di concentrazione in soli dieci casi giustifichi le conseguenze che ne ha tratto l’Accusa. Osserva comunque, ancora, come la stima del consulente tecnico dell’Accusa risulti errata in eccesso, in quanto secondo un’applicazione più corretta della legge di Henry, e segue a questo punto una dettagliata esposizione delle ragioni per cui il calcolo effettuato dal consulente dell’Accusa non sarebbe corretto ma effetto da errori esiziali, la concentrazione del cloruro in acqua risulta a parità di concentrazione nell’aria 40 mila volte inferiore rispetto a quella che risulta in base alla relazione erroneamente utilizzata nella consulenza tecnica dell’Accusa. Comunque, rileva il consulente tecnico della Difesa che anche accettando l’erronea concentrazione calcolata dal consulente tecnico dell’Accusa, mai si arriverebbe alle concentrazioni di cloruro di vinile monomero tali da superare la concentrazione limite di 500 chilogrammi per chilo fissata dalla delibera interministeriale, in quanto il valore calcolato dall’Accusa è circa 20 volte inferiore alla concentrazione limite. A questo punto, il consulente tecnico dell’Accusa introduce un fattore correttivo, giudicato dalla controparte del tutto arbitrario e che comunque, quand’anche lo si volesse applicare, non comporterebbe il superamento dei limiti di concentrazione massima stabiliti dal decreto interministeriale del 1984 in materia di rifiuti, in quanto si otterrebbero circa 0,03 milligrammi per chilogrammo contro i 500 milligrammi per chilogrammo della concentrazione limite. Sulla base di queste considerazioni tecniche, ritiene quindi il Tribunale che la valutazione del consulente dell’Accusa non siano attendibili e il consulente della Difesa ha invece verificato che nel periodo 1990 – 1994 risultano 102 casi di presenza di cloruro di vinile monomero nell’aria sovrastante le vasche in 1.360 giorni, una durata totale di 338 ore di presenza di cloruro di vinile monomero nell’aria, su un periodo di 3.264 ore, pari quindi all’1% del tempo. La presenza del cloruro di vinile nelle vasche risulta comunque essere un fatto del tutto eccezionale, e cioè invero trova una ragionevole spiegazione, oltre che nell’esame delle tabelle fatte dal consulente tecnico della Difesa, anche in altre circostanze, che sono le seguenti. In particolare, risulta che non vi era alcun collegamento permanente tra la fognatura dei reparti di produzione di cloruro di vinile monomero e le vasche di neutralizzazione ed infatti, invero, i dati analitici confermano l’assenza di cloruro di vinile monomero nell’acqua delle vasche e dimostrano l’inutilità di un controllo di questo parametro nelle acque di scarico, considerata la bassa solubilità del cloruro di vinile monomero. Infatti le vigenti normative non porgono limiti di concentrazione in acqua, perché la concreta assenza del cloruro di vinile monomero in acqua è intrinsecamente assicurata dalle sue proprietà fisiche, in particolare dalla sua bassissima solubilità. Conclusivamente, risulta che normalmente il cloruro di vinile monomero nelle acque di processo provenienti dagli impianti di produzione del cloruro di vinile monomero era assente; quando era presente, lo era in una percentuale ampiamente al di sotto delle concentrazioni limite di cui alla delibera attuativa della disciplina normativa dei rifiuti. Circa la ragione della presenza del gascromatografo in prossimità delle vasche, va invece rilevato come esso servisse alla misurazione di altri gas oltre al cloruro di vinile monomero. Nelle vasche di neutralizzazione, infatti, doveva essere abbattuto il carico inquinante dei reflui e ciò avveniva mediante degli agitatori che favorivano l’evaporazione dei gas non solubili come il cloruro di vinile. Rilevava a questo punto ancora evidenziare che le vasche sono chiuse e munite di una cappa di aspirazione che porta ad un camino di altezza di 46 metri che è stato autorizzato e alla cui funzione, legata anche alla possibile presenza di cloruro di vinile monomero, è stato dato atto. Il consulente tecnico della Difesa ha anche evidenziato come le correnti del reparto C.V. 24 andassero all’impianto biologico solo dopo lo strippaggio, mentre le correnti dei reparti C.V. 22 e C. V. 23 recapitavano nelle vasche solo e solo in occasione di eventi eccezionali, che portavano a straordinari superamenti dei livelli o in casi di disfunzione altrettante rare. Comunque la tesi dell’Accusa risulta essere irrilevante, posto che l’assenza certa ed incontroversa tra i reparti del cloruro di vinile monomero nel biota, nei sedimenti o nelle acque del corpo ricettore, rende irrilevante l’ipotesi della presenza del cloruro di vinile monomero negli scarichi idrici a monte. Oggetto dell’imputazione non è infatti, né lo potrebbe essere, perché a contatto con l’acqua evapora immediatamente, la presenza o meno del cloruro di vinile monomero nell’acqua della laguna. La tesi di Accusa sulla supposta indimostrata presenza del cloruro di vinile nei reflui di provenienza degli impianti C.V., presenza che comporterebbe la necessità di un loro trattamento secondo la normativa relativa ai rifiuti, anziché secondo quella relativa agli scarichi delle acque, oltre che essere infondata è priva di rilevanza, atteso che nessun evento di danno risulta essere correlato nell’ipotesi accusatoria a tale presunta violazione perché in nessun modo viene sostenuto che l’inquinamento della laguna possa essere ricondotta al cloruro di vinile monomero sversato. Conseguentemente, la tesi accusatoria è infondata ed irrilevante. Quindi viene esaminato il caso particolare della contaminazione del sedimento del canale Lusore-Brentelle, antico corpo ricettore degli scarichi delle acque di provenienza del Petrolchimico e delle sue immediate adiacenze. Prima di affrontare però questo aspetto particolare, rileva il Primo Giudice che i rilievi fatti con riferimento alla ipotesi accusatoria, secondo cui gli imputati sarebbero responsabili dell’inquinamento causato da altri per omessa bonifica dei luoghi contaminati, vale sia per le discariche come per il catabolismo delle acque dei sedimenti del corpo ricettore e si ribadisce, viene ribadito quindi che la scelta di un modello unitario di qualificazione della fattispecie concorsuale richiede comunque che tra la condotta del concorrente e l’evento sussista un nesso di condizionamento e non si può rispondere di un disastro denominato colposo per il solo fatto di essere consapevoli dell’inquinamento pregresso. Quindi vengono ripetute quelle considerazioni di carattere generale che erano state fatte all’inizio per quanto riguardava le discariche. Con riferimento in particolare al ricorso allo schema concorsuale, Art. 113 Codice Penale, si osserva che non esime, il ricordo a questo schema concorsuale dall’accertamento del nesso casuale; mentre l’Accusa, rifiutando questa impostazione e rimanendo ancorata allo schema della cooperazione per omesso disinquinamento della contaminazione preesistente, rifiuta qualsiasi indagine diretta ad accertare il riferimento ad una (basal isline) della contaminazione, a partire dalla quale ricostruire o valutare l’apporto dei singoli inquinanti e basa la sua prova, la prova del disastro, esclusivamente sul gradiente di concentrazione tra il sedimento dei canali dell’area industriale e delle aree non interessate ad impatto ambientale, nonché sulla inverificata tipicità delle impronte di congenere delle diossine, come indice della loro derivazione dalla filiera del cloro e perciò dal Petrolchimico. Con ciò esclude nella ricerca l’andamento della contaminazione nel tempo, le conseguenze del catabolismo industriale nel tempo, la datazione in ogni caso della contaminazione e ciò anche in riferimento a quei siti, come il canale Lusore Brentelle e le sue immediate adiacenze, che risultano sicuramente inquinate dal catabolismo del Petrolchimico. Si imponeva, invece, secondo il Tribunale, la necessità di accertare se ci fosse stato un aggravamento della contaminazione preesistente per effetto della condotta degli imputati, essendo certamente la contaminazione preesistente ai tempi storici interessati dall’imputazione. Le nozioni di causa penalmente rilevante, intesa come condizione necessaria in un contesto complesso, comporta che se un evento si produce solo quando un determinato insieme di condizioni si verifica, rimane poi privo di significato accertare se uno dei fattori causali appartenenti a quel complesso sia prossimo o remoto rispetto al verificarsi dell’evento. L’apporto casuale ben potrebbe configurarsi, infatti, anche solo come aggravamento di un evento dannoso già prodottosi. L’apporto casuale di ogni singolo imputato però comunque, entro la cornice concorsuale di riferimento e fermo restando il principio delle condizioni, deve sempre essere provato. Nelle precedenti pagine della sentenza, sono state indicate le ragioni, erano state indicate le ragioni per cui non poteva addebitarsi al Petrolchimico la matrice della contaminazione della prima zona industriale. Erano state esposte le ragioni per cui non era facile stabilire in che limiti di catabolismo del Petrolchimico potesse avere causato l’inquinamento del sedimento dei canali della seconda zona industriale, considerato l’apporto dei preesistenti scarichi nelle acque e gli apporti recati da altre matrici di contaminazione, l’imbonimento dell’area della seconda zona, con le enormi masse di rifiuti provenienti dalla prima zona e l’erosione delle sponde dell’antico sito di discarica nell’isola delle (Tresse). Quindi, sulla base di queste valutazioni, osserva il Tribunale come rimane indiscusso che dal Petrolchimico siano derivati nel tempo apporti significativi in termini di evento di danno ambientale. Certo il catabolismo del Petrolchimico ha avuto un apporto significativo in termini di contaminazione nelle sue immediate adiacenze, perché è incontroverso che il sedimento del canale Lusore Brentelle, antico corpo ricettore delle discariche del vecchio Petrolchimico, dall’atto della sua fondazione fino a tutto il ciclo di ristrutturazione della prima metà degli Anni Settanta, è stato gravemente compromesso dal catabolismo di quegli impianti. Si tratta però di tempi storici che trascendono quelli dell’imputazione. L’inquinamento del canale Lusore Brentelle è certamente riconducibile al catabolismo del Petrolchimico dagli anni della sua fondazione fino alla ristrutturazione risalente alla prima metà degli Anni Settanta. Dal catabolismo delle acque in epoche più recenti, deve invece escludersi che sia potuto derivare alcun apporto in termini di aumento dello stato di inquinamento preesistente, in quanto quando le allegazioni dell’Accusa hanno consentito di operare verifiche, è venuto in rilievo il contrario. Nel canale Lusore Brentelle anche attualmente recapita lo scarico S.M. 2, scarico che risulta essere di sicura ininfluenza in termini di impatto ambientale, attestandosi il suo scarico inquinante su valori di gran lunga inferiori al limite consentito dalla legge, o in base alle prescrizioni accessorie al titolo autorizzativo pertinente. Ancora viene ribadito che sporadici accertati superamenti puntuali devono ritenersi irrilevanti in termini di impatto ambientale. Dalla ricostruzione del consulente tecnico dell’Accusa relativa agli apporti ritenuti ininfluenti, in relazione al verificarsi della situazione, risulta oltre alla conferma del fatto che nel canale Lusore Brentelle scaricavano senza alcun trattamento le acque di processo del vecchio Petrolchimico, quali erano gli impianti del vecchio Petrolchimico che sono andati scaricando nel canale Lusore Brentelle: gli impianti della clorosoda, comunque fermati nel 1972; gli impianti di produzione del cloruro di vinile, il C.V. 1, chiuso intorno al 1970; gli impianti di produzione C.V. 10 chiusi nel 1981; altri impianti attivi fino alla realizzazione dell’impianto chimico fisico biologico avvenuto nel 1978, ad esempio l’impianto di produzione di acetilene da metano, con conseguente versamento nel canale di acqua con presenza di inquinanti, tra cui l’ipa. Altri impianti fonti di inquinamento da policlorodibenzodiossine furaniche scaricavano nel canale, fino all’avviamento dell’impianto di strippaggio dei clorurati e cioè fino al 1980. Viene a questo punto ricordato dal Collegio, comunque, che solo a cominciare dal primo marzo del 1980 diventano operativi i parametri di accettabilità degli scarichi, essendo stata la normativa, cioè la legislazione speciale per la salvaguardia di Venezia, prorogata fino a quella data e che gli scarichi di provenienza dal Petrolchimico erano a quella data muniti tutti di impianti di trattamento operativi. Gli interventi per il miglioramento delle condizioni ambientali di sicurezza di Porto Marghera sono effettuati dopo il 1972, tra il 1973 e il 1975, e sono tutti documentati da commesse di lavoro e da verbali di collaudo. In particolare, dalla testimonianza Mason, risulta che la vasca baricentrica pertinente all’impianto di trattamento biologico delle acque reflue fu realizzata nel 1976 e non, come sostenuto dall’Accusa, a metà degli Anni Ottanta. Dal 1973 al 1980 si realizza l’adeguamento di Montedison alla costruzione degli impianti di depurazione richiesti dalla Legge di Venezia. Quanto ai risultati ottenuti mediante l’impianto di trattamento biologico in un periodo antecedente all’entrata in vigore delle tabelle di cui al D.P.R. del 1973, non risulta né l’Accusa lo prova che se ne potessero tenere di migliori. Con atto 2 maggio 1983, il Magistrato delle Acque attesta che le acque di scarico provenienti dal gruppo Montedison risultano essere a norma delle prescrizioni del D.P.R. 962 del 1973; sostiene l’Accusa che il depuratore biologico poteva già essere fatto negli Anni Cinquanta. Consta invece che Montedison verificò la tecnologia esistente in Italia e che, non trovando impianti biologici industriali per grosse dimensioni, si risolve all’estero, in Germania. Nella motivazione della sentenza segue a questo punto un elenco dettagliato di tutti gli interventi eseguiti, commessa per commessa, con indicazione per ciascuno della data di realizzazione o di collaudo o di messa in esercizio. Esamina da ultimo, per concludere, il capitolo, il Tribunale il caso particolare della gestione del catabolismo del mercurio. E’ certamente presente questo tipo di inquinamento nel canale Lusore Brentelle. Non c’è però, come per gli altri inquinanti, uniformazione adeguata della contaminazione nel tempo. Risulta invece che la Montedison realizzata tra il 1973 e il 1981, in adempimento degli obblighi della Legge Speciale, l’impianto di demercurizzazione entrato in esercizio nell’anno 1976 e collaudato nel 1982. La contestazione dell’Accusa riguarda la scelta della Montedison di realizzare negli anni dal 1971 in poi un impianto di clorosoda a celle di mercurio. Consta però che all’epoca dei fatti le sole tipologie di celle applicate industrialmente nella produzione del cloro e della soda erano a diaframma cato di mercurio, mentre impianti con celle a membrana meno inquinanti non erano ancora stati realizzati ed erano a livello progettuale, fino al 1978 in corso di perfezionamento, mentre nel 1981 ci sono impianti sperimentali. Risulta quindi provato che la nuova tecnologia delle celle a membrana si dovette perfezionare nel corso dei primi Anni Ottanta. Negli Stati Uniti il primo impianto per la produzione del cloro con celle a membrane è nel 1983. Gli impianti di cui si controverte entrarono in funzione nel 1971. Anche negli Anni Ottanta la maggior parte degli impianti utilizzavano celle a mercurio o diaframma a base di amianto. La realizzazione dell’impianto di demercurizzazione ha consentito di ridurre le immissioni di mercurio in laguna ad un microgrammo per litro nei limiti della Legge Speciale. La data di costruzione dell’impianto predetto, collaudato solo nel 1982, risulta però con certezza essere quella di molto antecedente, cioè nel 1974 e la sua entrata in funzione risale al 1976. Da ciò consegue la infondatezza di tutti gli addebiti di colpa pertinenti all’uso del mercurio e alla realizzazione tardiva dell’impianto. Rileva quindi ancora il Collegio come non venga individuata dall’Accusa, quando vengono individuate delle critiche alla condotta di gestione del catabolismo nelle acque, la norma agendi che sarebbe stata violata. Quando gli addebiti di colpa si specificano, prendendo forma in proposizioni verificabili, ne viene in considerazione la loro infondatezza. Il generico riferimento alla migliore tecnologia possibile da parte dell’Accusa, non specifica mai che cosa concretamente gli imputati avrebbero dovuto fare nelle condizioni rilevanti all’epoca di assunzione del potere di gestione da parte loro per prevenire il supposto evento di danno e, quando l’addebito si specifica, risulta infondato. Dirimente al di là della chiara infondatezza degli addebiti è comunque la inverificabilità di una relazione tra la condotta degli imputati ed un eventuale aggravamento dello stato di contaminazione preesistente alla loro entrata in scena. Va ancora rilevato come, secondo la tesi dell’Accusa, il disastro innominato, che presuppone un pericolo per l’incolumità pubblica, deriverebbe dall’inquinamento del biota in quanto l’inquinamento dei sedimenti dei canali non sarebbe pericoloso se non lo fossero gli asseriti effetti in termini di avvelenamento e adulterazione della ittiofauna su di essi vivente. Ed accertata l’infondatezza delle accuse di avvelenamento e adulterazione delle acque e sostanze destinate all’alimentazione, viene di conseguenza esclusa anche la fondatezza della imputazione di disastro, che si caratterizza come matrice degli insussistenti pericoli alimentari. La prova negativa della pericolosità dell’ittiofauna, e cioè della fonte immediata del supposto pericolo per la salute pubblica, costituisce prova che nessun pericolo per l’incolumità pubblica può essere ricollegata alle cause mediate, cioè allo stato dei sedimenti e delle acque. Come avevo già detto la precedente volta, a questa relazione sulla parte della sentenza che si occupa dell’inquinamento dei sedimenti e dei problemi legati agli scarichi, faccio seguire la relazione dell’appello del Pubblico Ministero relativo al medesimo punto. Osserva il Pubblico Ministero: la tesi difensiva fatta propria dal Tribunale, secondo cui l’inquinamento dei canali industriali sarebbe la conseguenza dell’utilizzo dei rifiuti provenienti dalla prima zona industriale, per l’imbonimento della seconda zona in cui vennero poi realizzati gli impianti del Petrolchimico, risulta fondata sulla diversità delle impronte della diossina, cosiddette vecchie, quelle relative alla prima zona industriale, con gli octa, sintetizzo con i furani, comunque in quantità maggiore rispetto alle diossine, con percentuali del 50 o 60% per i furani e 10 – 20% per le diossine, rispetto alle impronte recenti del Petrolchimico, caratterizzate dalla prevalenza assoluta dei furani, 80 – 90%. In realtà si tratta degli octaclorodibenzofurani e degli octaclorodibenzodiossina. Per semplificare, sintetizzerò. Si è contestata in aula, da parte dell’Accusa, la ricostruzione cronologica delle carote, rilevando che entrambe le impronte venivano prodotte nei diversi impianti relativi al ciclo del cloro, rilevando altresì che anche i rifiuti prodotti nella seconda zona industriale sono rimasti in questa zona sotto forma di discarica, circostanza questa che dimostrava la inconsistenza della tesi difensiva, basata su analisi di campioni da E 1 a E 6, raccolti ai bordi della seconda zona industriale e che avrebbero dimostrato trattarsi di fanghi rossi vecchi inquinati da diossina, mentre invece si trattava di campioni misti e molto spesso di rifiuti anche della seconda zona industriale. L’Accusa evidenzia anche che gli stessi rifiuti, poi, erano stati spostati dalla seconda alla prima zona, quando erano stati dragati i canali Brentelle, industriale nord e industriale ovest, con camion, dato che solo una parte poteva essere bruciata nel termocombustore e che inoltre i rifiuti erano stati continuamente rimaneggiati dalle maree. A supporto dell’Accusa, vengono indicati i seguenti documenti: le mappe, che dimostrano come negli Anni Quaranta e Cinquanta gran parte della seconda zona industriale fosse già stata bonificata con ampi spazi agricoli; le foto di discarica all’interno della seconda zona industriale formatasi prima del 1970 fino alla fine degli Anni Ottanta; il dragaggio del canale Brentelle e del canale industriale nord intorno al 1960, ciò che comporta la deposizione di fanghi inquinanti in un periodo successivo; nelle barene campionate a Sant’Erasmo e Fusina, che hanno la concentrazione massima dell’asserita impronta della prima zona industriale, in strati che la stessa Difesa dice corrispondere al periodo Anni Sessanta - Ottanta, il che vuol dire che erano emissione di quegli anni e quindi della seconda zona industriale, che possono essere arrivate lì solo attraverso l’atmosfera, perché non è possibile che rifiuti solidi come quelli che sarebbero stati prodotti con quell’impronta prima del 1940 si siano potuti ridistribuire sulle barene a quelle distanze; anche attualmente il ciclo di lavorazione del cloro produce non uno solo ma almeno due, se non più, comunque diversi tipi di impronte, ciò a confutazione della teoria delle due impronte diverse prodotte in tempi diversi, come emerge dalle seguenti risultanze. Esiste un data base di analisi interne di acque, camini e fanghi, con impronte diverse tra di loro, tra cui quella cosiddetta vecchia. La bibliografia in materia presenta entrambe le impronte come provenienti da date di protezione del cloro. I dati delle esposizioni atmosferiche, che hanno entrambe le impronte in campioni raccolte in tempi recenti, in particolare nella stazione di Dogaletto a quattro chilometri a sud ovest del Petrolchimico. Sia i suoli che le barene presentano tutti i tipi di impronta. Osserva poi il Pubblico Ministero come il Collegio sposi la tesi secondo cui dal 1972 le peci clorurate furono tutte inviate a trattamento nell’impianto dell’inceneritore. Invece l’impianto di incenerimento bruciava solo peci liquide e peraltro erano insufficienti. Le peci solide, infatti, hanno invece continuato ad essere smaltite fuori dallo stabilimento, nelle tuttora esistenti discariche Dogaletto, Moranzani, Macchinon. Il documento del Magistrato alle Acque conferma la possibilità di scarico con camion e bettoline delle peci clorurate, nonché la possibilità che riscaldate le peci perdano i clorurati e quindi sia possibile trovare le diossine senza i clorurati. Le Difese degli imputati sostengono invece che contenevano diossine anche le produzioni della prima zona industriale, quella del magnesio, della decuprazione di celle di pirite e dei fanghi rossi, ma l’affermazione si basa su dati contraddittori. Alcuni dei campioni sono stati raccolti dai consulenti tecnici della Difesa dove già nel 1994 esistevano campi coltivati. La correlazione poi diossina – ceneri di pirite e diossina – fanghi rossi, viene smentita dai dati e dalle osservazioni che seguono. In particolare, poi, viene ancora osservato che l’(aglund) richiamato a sostegno, il procedimento (aglund), richiamato a sostegno dei consulenti tecnici degli imputati, non produce invece diossina. Osserva quindi il Pubblico Ministero come dal documento MAV, autorità portuale del 1999, risulti che complessivamente il 35% dei campioni è risultato superiore al livello C e il 43% si situa tra il livello B e C, livelli entrambi richiamati nel protocollo di intesa per la Laguna di Venezia del 1993 di cui ha parlato anche il Tribunale e per le diossine da tale documento risulta che oltre il 65% dei campioni è uguale o superiore al limite C delle stesse tabelle. Il confronto dei valori con linee guida internazionali, dimostra la possibilità di effetti avversi su organismi marini. La critica principale, quindi, riguarda il fatto che il consulente della Difesa non ha spiegato nella sua relazione, il consulente tecnico dottor Vili, non ha spiegato come abbia eseguito la cosiddetta PCA, cioè l’analisi dei componenti principali, né come abbia selezionato i dati. Infatti, senza spiegare i criteri di selezione, ha selezionato anche figure facendone vedere alcune e non altre che dimostrerebbero il contrario. Conseguendo un’analisi più specifica, osserva il Pubblico Ministero, con riferimento a quanto indicato nelle pagine 516 e 517 della sentenza, laddove si dice che il canale industriale sud e il canale Malamocco - Marghera sono stati scavati nella massa dei materiali di riporto, e cioè dei rifiuti provenienti dalla prima zona, dalle foto aeree si vede che in tutta la parte ovest di quella che sarà la seconda zona industriale c’erano già nel 1944 campi coltivati e che anche la parte sud era già colmata. Quindi nessuna di queste aree poteva essere colmata con i rifiuti industriali nella prima zona, né vi poteva essere scavato il canale industriale sud, che invece è stato per la maggior parte scavato in terreno già agricolo. Le uniche zone, di conseguenza, che possono essere state bonificate anche con rifiuti industriali della prima zona sono quelle ancora arenicole nel 1975, cioè la parte più orientale dell’area attualmente compresa tra il canale industriale ovest e il canale industriale sud. Con riferimento a quanto indicato a pagina 556, dove si sostiene che le pratiche di smaltimento dei rifiuti sono state poste in essere nel rispetto della normativa vigente, cioè il D.P.R. del 1982, e da quanto indicato nella sentenza a pagina 597, dove si sostiene che l’Accusa non ha considerato l’apporto inquinante dei rifiuti della prima zona industriale usati per l’imbonimento della seconda zona, ribadisce il Pubblico Ministero che a parte ogni riserva circa la pretesa assenza di normative in materia di gestione dei rifiuti prima del 1982, come risulta dalla cartografia, già dal 1984 buona parte di quella che diventerà la seconda zona industriale era coltivata e questo vuol dire che quelle aree non sono state bonificate con i rifiuti della zona industriale, perché bonificate molti anni prima. Sono i residui della seconda zona industriale ad avere formato le discariche dentro la seconda zona industriale stessa e sono i residui della seconda zona industriale che sono stati campionati nelle varie consulenze tecniche del Pubblico Ministero. Ciò comporta il rovesciamento di tutte le conseguenze ambientali e della cronologia dell’inquinamento della laguna. Con riferimento poi a quanto indicato nella sentenza, cito le pagine che sono citate anche nell’appello, a pagina 581 e 594, pagine comunque dove si critica la scelta da parte del consulente tecnico dell’Accusa appunto di Sant’Erasmo come luogo di confronto, si ritiene invece che... no, scusate. Allora, con riferimento a quanto indicato nella sentenza, che critica la scelta del consulente tecnico della Difesa di Sant’Erasmo come luogo di confronto, si ritiene che la scelta del consulente tecnico del Pubblico Ministero, quindi dell’Accusa, questa scelta fatta dall’Accusa sia corretta, trattandosi di un punto non privo di antropizzazione, bensì di luogo con impatto antropico continuo, ma a bassissimo impatto industriale. Quindi ne consegue la validità di tutti i confronti fatti tra sedimento e pescato della zona industriale, con quanto sedimento e pescato della zona di Sant’Erasmo. Con riferimento a quanto indicato a pagina 602, laddove si addebita l’Accusa di non aver fatto alcuna indagine per verificare i tempi a cui far risalire l’inquinamento, per accertarne eventuale peggioramento nei periodi di gestione degli imputati, si rileva come al contrario sia sempre l’Accusa che cerca di ristabilire una cronologia reale, contestando ad esempio al consulente della Difesa proprio il fatto che nella carota C 11, unica carota in cui esisterebbe una buona cronologia, gli ultimi tre campioni, quelli più vicini alla superficie, corrispondenti all’incirca al periodo 1995 - 1998, mostrano aumento dei furani caratterizzati dall’impronta che anche la Difesa ascrive alla produzione del cloruro di vinile monomero, circostanza questa che dimostra in modo inequivoco l’aggravamento dello stato di contaminazione preesistente. Con riferimento a quanto indicato dall’Accusa, pagina 607 e 608, laddove si commentano i dati della relazione del dottor Racanelli, rileva l’Accusa come si tralasci volutamente da parte dei consulenti della Difesa l’analisi statistica delle componenti principali e ci si limiti a commentare il confronto dei profili tramite gli istogrammi. Dopo aver fatto il confronto visivo, il consulente dell’Accusa invece presenta un’analisi statistica delle componenti principali relative ai sedimenti superficiali dei canali industriali e lagunari della città di Venezia, dei fanghi, dei pozzetti Enichem, degli scarichi e dei depuratori civili, e l’analisi statistica delle componenti principali viene presentata con i dati acquisiti dal 1992 al 1999 e viene evidenziato che i primi tre fattori spiegano il 76% della variabilità e dimostrano che i campioni dei canali industriali dei pozzetti e di letteratura relativi alla produzione del cloro, sono accomunati dalla medesima impronta. Al contrario, i campioni dei sedimenti dei canali di Venezia, della laguna, distanti dalla zona industriale, sono differenziati e vicini alle impronte degli scarichi civili. Anche con i dati forniti dalla Difesa, i primi tre fattori spiegano il 77% della variabilità e anche in questo caso risulta evidente l’impronta del cloro che accomuna i dati dei pozzetti Enichem e dei sedimenti lagunari nelle vicinanze del Petrolchimico, mentre gli altri campioni di sedimenti lontani dalla zona industriale sono differenziati e vicini all’impronta degli scarichi civili. Quindi, in conclusione, l’analisi statistica dimostra la correlazione tra l’impronta reale esistente all’interno del Petrolchimico e le impronte rilevate nei canali industriali attorno al Petrolchimico e nei sedimenti superficiali lagunari nelle vicinanze dello stesso. L’impronta è reale ed è dovuta alle diverse produzioni del ciclo del cloro. Con riferimento quindi a quanto indicato a pagina 609 della sentenza, laddove si attribuisce all’Accusa di aver affermato che la matrice della contaminazione tutelare industriale deve essere individuata nel catabolismo del Petrolchimico, osserva il Pubblico Ministero come l’Accusa non abbia mai sostenuto una tale tesi. L’Accusa non sostiene che la matrice della contaminazione sia solo il catabolismo del Petrolchimico, ma che la fonte prevalente della contaminazione, per quanto riguarda le diossine, è sicuramente il Petrolchimico ed in particolare gli impianti contestati nei capi di accusa che hanno prodotto rifiuti, gas, aria, acqua e che sono caratterizzati da impronte molto simili, anche se non del tutto uguali tra di loro con il passare del tempo. Queste impronte, definite impronte del cloro, presentano evidentissime differenze rispetto alle impronte di altra origine e ed per questo quelle rilevate a seguito di analisi chimiche effettuate dai consulenti si fanno risalire alla lavorazione del cloro. Segue quindi nell’atto d’appello una riproduzione grafica delle tabelle relative alle analisi delle componenti principali e poi, con riferimento a quanto indicato a pagina 625 della sentenza, laddove si ritiene che i prelievi effettuati nei pozzetti dal consulente dell’Accusa non siano rappresentativi, non essendo transitate nei pozzetti acque reflue di processo diverse da quelle di lavaggio, anche quando gli impianti erano in funzione, osserva invece il Pubblico Ministero come il Tribunale condivida una tesi difensiva che non può essere vera, perché se così fosse non si giustificherebbe l’alta concentrazione di diossine e furani trovate nei fanghi all’interno dei pozzetti. Evidentemente nelle acque fognarie e non solo nel canale Lusore Brentelle scaricavano direttamente le acque di processo senza trattamento, attraverso i vari scarichi a cui erano collegate. Ancora, con riferimento a quanto indicato a pagina 629 della sentenza, laddove si sostiene che le impronte delle diossine rilevate nei pozzetti non avrebbero una caratteristica loro propria, essendo costituite da mescolanze eterogenee, si osserva come è la stessa Accusa in realtà a sostenere una parziale diversità delle impronte dovute alla diversa produzione di clorurati e ai diversi cicli utilizzati, pur nella costanza del rapporto tra diossine e furani. Sbaglia la Difesa, anche quando sostiene la diversità delle impronte della prima zona industriale rispetto a quelle della seconda zona, perché la eterogeneità delle impronte dipende dall’insieme delle diverse produzioni, che hanno portato alla formazione dell’impronta che si rileva nei canali industriali attorno al Petrolchimico e nei sedimenti lagunari limitrofi, proprio mediando le impronte dei fanghi dei pozzetti prelevati dall’ARPAV, dall’Enichem e dal Chelab, si ottiene un’impronta che è perfettamente sovrapponibile a quella dei fanghi rossi. Con riferimento a quanto indicato a pagina 631, laddove si sostiene che i composti organo-alogenati che si trovano nel canale Lusore Brentelle sono stati trovati in tutti i pozzetti, mentre diversamente nel canale della prima zona industriale non risulta che tali sostanze siano state rilevate in quantità significative, risulta utile, con riferimento a questi rilievi, più di ogni altro commento, seguire la descrizione del processo relativo alle peci. Tra il materiale agli atti raccolto dal Consorzio Venezia Nuova, relativamente alle produzioni di solidi e semisolidi, la scheda numero 40, pagina 95 del citato documento, riporta i dati relativi ai reparti di produzione del dicloroetano. In particolare, risulta che le peci venivano stoccate in serbatoi (Chetel) e trasferite in fusti e quindi al forno speciale, o che altrimenti solidificavano nei fusti ed è proprio a causa del riscaldamento nei forni, nei serbatoi (Chetel), che composti clorurati volatili, cioè con temperatura di ebollizione relativamente bassa, sono evaporati dalle peci e si sono dispersi nell’atmosfera ed è questa la ragione per cui nel canale Brentella si trovano solo le diossine e non gli altri composti clorurati. I livelli di concentrazione delle diossine nel canale Brentella corrispondono a quelli attualmente giacenti all’interno dei serbatoi del Petrolchimico. Trattasi di quei materiali che oggi vengono inceneriti nei forni e che nel passato sono stati disseminati in laguna, compreso il canale Brentella, caratterizzando con tali impronte della diossina tutti i sedimenti dell’area industriale. Passa quindi il Pubblico Ministero ad un’analisi più dettagliata dell’esame dei dati forniti dal dottor Vili, consulente tecnico della Difesa. Con riferimento al grafico, e qui mi dispiace la relazione sarà un po’ più arida, mancando i grafici a cui viene fatto riferimento. Comunque, con riferimento al grafico riportato a pagina 638 della sentenza e la relativa motivazione ai criteri seguiti dalla Difesa sul punto, il Pubblico Ministero osserva come non sia possibile controllare l’elaborazione dei dati, perché non si è, il dottor Vili non avrebbe spiegato quali sono stati i congeneri utilizzati, né il perché dell’esclusione di alcuni campioni e comunque come in ogni caso la spiegazione fornita sia inadeguata, potendosi utilizzare anche i campioni esclusi, rilievi e critiche che appunto erano già state fatte in partenza. Si osserva che nella sentenza si affermi ancora che i campioni raccolti nel canale della prima zona industriale sono diversi da quelli raccolti nella seconda zona, ma che tale circostanza non è contrastata dall’Accusa, perché la circostanza è evidente, essendosi limitata l’Accusa a contestare che tale differenza voglia significare diversa origine temporale e soprattutto diversa origine industriale della diossina. Quindi, richiamandosi sempre alle figure riportate sia nella sentenza come nell’appello, si osserva come il dottor Vili mette in evidenza le differenze, dando però dei dati una interpretazione inspiegabile, secondo un piano obliquo e non invece secondo, come si sarebbe dovuto fare, il piano degli assi delle ascisse e delle ordinate. Il Pubblico Ministero riporta quindi una figura appartenente all’elaborato dello stesso consulente, che però il consulente non ha mostrato e che avrebbe portato a diverse conclusioni. Da questa figura, risulta infatti che lungo l’Asse 1 tutti i 17 congeneri sono dalla stessa parte, a destra, con la conseguenza che a questo rilievo non può essere attribuito nessun effetto discriminante. L’Asse 2 nella stessa figura avrebbe diossine e i furani in alto, invece il tetaclorodibenzodiossina in basso, dividendo così i campioni ricchi di octadiossine e di octafurani da quelli ricchi di invece tetaclorodibenzodiossina. L’Asse 2 spiega però solo una parte di variabilità, quindi non sarebbero questi grafici, alla loro lettura, significativi di rilevanti differenze. Vengono quindi presentati due esempi alternativi a quello grafico riportato nella sentenza, ma corretti invece sul piano della utilizzazione delle analisi dei componenti principali, che dimostrano come il Tribunale abbia accolto acriticamente la tesi della Difesa, seguendo la selezione fatta dai consulenti tecnici degli imputati. Nelle figure A e B sempre riportate nell’appello, si evidenzia che da una parte non ci sono elementi discriminanti, perché sono tutti a destra e lontani quindi dall’asse; che l’unico elemento significativo relativo ai furani si trova nell’area rossa assieme ai campioni provenienti dal canale Lusore Brentelle e insieme ai campioni che provengono anche dal canale Brentella e dal canale industriale nord. Quindi delle caratteristiche, sinteticamente, risulterebbe delle caratteristiche comuni però sia ai campioni provenienti dal canale Lusore Brentelle come ai campioni provenienti anche dal canale Brentella, che è quello della prima zona industriale. Lo stesso avverrebbe nella figura B, in cui si evidenziano lo stesso caratteristiche comuni circa la presenza delle diossine e dei furani, relativamente però a campioni del canale Lusore Brentelle, del canale Brentella e del canale industriale nord. Con riferimento ancora a quanto sostenuto nella sentenza, laddove si dà atto della ipotesi accusatoria secondo cui la modifica delle impronte potrebbe dipendere dalle diversità introdotte nel ciclo della produzione del cloro succedutesi negli anni e del fatto che si tratta però di un’ipotesi non dimostrata, si osserva come invece la prova della tesi accusatoria ci sia e provenga dalla stessa azienda, in particolare dai certificati analitici di provenienza Enichem e relativi alle immissioni varie del Petrolchimico. I grafici comunque riportati, alla fine, dimostrano che sono possibili impronte parzialmente diverse tra di loro a seconda del ciclo di produzione e che tutti i tipi di scarico possono avere sia prevalenza assoluta di furani, come prevalenza relativa e diversa di furani e diossine. Ancora, con riferimento alla sentenza, la parte della sentenza laddove si sostiene che è acquisizione certa l’utilizzo per il rimbonimento della seconda zona in via quasi esclusiva dei rifiuti di provenienza della prima zona industriale, laddove si sostiene che nello zoccolo di questa massa di rifiuti sono stati scavati i canali industriali, osserva il Pubblico Ministero come tale circostanza non risulti vera, quindi riferendosi ancora una volta alle carte che attesterebbero invece come in buona parte dei terreni la bonifica fosse intervenuta prima. Con riferimento ancora alla parte della sentenza laddove si evidenzia come siano immani quantità di rifiuti dalla caratteristica colorazione rossa, i cosiddetti fanghi rossi di derivazione da processi di decuprazione delle ceneri di pirite e da processi di lavorazione della bauxite, assumendo così che i fanghi rossi sarebbero possibili inquinanti diossine, osserva l’Accusa che tale affermazione non è dimostrata. Sostiene poi che tutti i fanghi rossi provengono dalla prima zona industriale da parte del Tribunale, mentre anche nel Petrolchimico funziona al un impianto di produzione dell’acido solforico che veniva alimentato a pirite. Risulta ancora che le ceneri siano state usate per rimbonire qualsiasi depressione e poi sono state accumulate fuori del dibattimento. Con riferimento alla sentenza nella parte dove si sostiene che la contaminazione elevata del canale Brentella e del canale industriale nord costituiscono una traccia indelebile del catabolismo della prima zona industriale e non del catabolismo del Petrolchimico, rileva l’Accusa come invece da documenti prodotti in giudizio, atti del Genio Civile, risulti che suddetti canali sono stati dragati negli Anni Sessanta e quindi i sedimenti contaminati si sono depositati dopo tale data. Quanto alla presenza dell’alluminio e dell’arsenico in elevate concentrazioni, ciò che secondo il Tribunale consentirebbe di associare i campioni alle attività produttive della lavorazione della bauxite e della decuprazione delle ceneri di pirite, si riportano le considerazioni contenute in un documento depositato il 6 marzo 2001, da cui risulta che i valori di alluminio trovati nei campioni da E 1 a E 6 sono uguali o inferiori ai valori di alluminio dei sedimenti non inquinati dell’Adriatico. Gli unici dati scientifici relativi all’analisi dei fanghi rossi, presentati dall’Accusa e ignorati dalla Difesa, hanno valore di arsenio, cadmio e zinco molto diversi da quelli presentati nei sei campioni presentati della Difesa. Non esiste nessuna correlazione tra alluminio, che viene ritenuto indicatore di fanghi rossi, e tossicità. Ancora, la grande variabilità dei contenuti delle diossine. Si conclude quindi evidenziando che i campioni definiti fanghi rossi contengono diossine, furani e metalli in proporzioni così variabili che evidentemente sono stati mescolati o si sono nel tempo mescolati con fanghi, rifiuti e peci provenienti dalle produzioni del cloro. La sentenza va ancora criticata dove sostiene che la lavorazione della bauxite con il sistema (aglund) comporti la presenza, oltre che di un catalizzatore metallico, anche di tutti gli ingredienti necessari a produrre diossine, e cioè cloro e temperatura elevata, perché invece manca uno degli elementi necessari a produrre diossine, il componente più importante, e cioè il cloro, perché non c’è nessun motivo scientificamente valido per sostenere che il (POG) possa essere paragonabile al cloro o possa rappresentare una fonte di cloro. A parte il fatto che in nessuna fase del processo risulta la presenza del cloro, si sottolinea come comunque nel procedimento con il sistema (aglund), risulterebbe utilizzato in Italia molti anni fa per essere poi sostituito dal processo (bayer) e mentre è negli Anni Settanta e Ottanta che secondo la stessa Difesa si sarebbe verificata la maggior parte dell’inquinamento. Non si comprende poi la critica relativa all’utilizzo delle tabelle del protocollo d’intesa del 1993 come parametro per valutare la sussistenza o meno del pericolo, atteso che lo stesso Pubblico Ministero aveva sollevato la questione che comunque i dati presentati in aula su linee guida internazionali mostravano chiaramente la pericolosità ambientale dei sedimenti di porto Marghera. Non può poi essere condiviso l’esito negativo del controllo, diretto a verificare la presenza di diossine, furani o ipa negli inceneritori, perché la loro presenza risulta in realtà da un documento di provenienza aziendale, una lettera che l’ingegnere Paoli inviava al direttore dello stabilimento, per comunicare i flussi di microinquinanti organici dello stabilimento stesso. Da quel documento e dagli allegati, si evince che i lavaggi dei filtri degli inceneritori provocavano nel 1994 un flusso d’acque nero fumo contenenti diossine e furani che, dopo neutralizzazione, venivano scaricati direttamente in laguna e ciò nell’anno 1994. Osserva ancora il Pubblico Ministero come le affermazioni contenute nella parte della sentenza, con riferimento alla tesi dell’Accusa secondo cui il depuratore biologico poteva farsi negli Anni Cinquanta siano generiche, perché la tesi accusatoria non poteva venire smentita in quanto fondata su movimentate conclusioni. Le affermazioni del Collegio nelle citate pagine della sentenza trovano puntuale smentita nella argomentazione e documentazione illustrata dal Pubblico Ministero nelle conclusioni dibattimentali del giugno 2001, conclusioni che il Tribunale non ha minimamente considerato. Viene quindi esaminata la sentenza nelle parti in cui ritiene infondata la tesi dell’Accusa secondo cui gli scarichi del Petrolchimico sarebbero stati effettuati in violazione del divieto di diluizione. Premesso che la diluizione, attuata in particolare sullo scarico principale S.M. 15 dello stabilimento, è pacificamente ammessa in fatto da tutti, osserva il Pubblico Ministero che secondo il Tribunale la diluizione non era vietata dalla normativa vigente; che comunque, anche se comportava il superamento della concentrazione limite per numerosi inquinanti, fatto anche questo ammesso ma qualificato come reato contravvenzionale, non determinava condizioni peggiorative dello scarico. Risulta dall’esame delle tabelle riportate nell’atto di appello e contenute nella relazione del professor Foraboschi, relative agli scarichi S.M. 15 e S.M. 22, che le concentrazioni delle sostanze inquinanti, azoto nitrico a solventi organici aromatici, clorurati organici del secondo gruppo, superavano i valori limite massimi di legge in rilevante percentuale e che mediamente si mantengono vicino ai valori minimi, mentre la legge chiede che le concentrazioni siano in ogni momento inferiori al limite. Osserva il Pubblico Ministero come il rispetto dei limiti di concentrazione e il conseguente non superamento in nessuna occasione delle concentrazioni limite, avrebbe comportato il contenimento del contributo inquinante a livelli sempre inferiori al 10% del valore limite. La sintesi delle valutazioni tecniche è che quanto maggiore è la portata dello scarico, a parità di concentrazione, tanto maggiore è il carico inquinante addotto nel corpo ricettore e quindi il contenimento dell’impatto ambientale passa attraverso il contenimento della portata dello scarico. Con la diluizione si ottiene invece l’effetto opposto, in quanto l’aumento della portata ottenuta miscelando il flusso delle acque inquinate determinate inquinanti utilizzando acque pulite o contaminate con altri tipi di inquinanti, determina automaticamente la possibilità di scaricare quantità di inquinanti che non sarebbero consentiti se ciascun flusso di acqua inquinante fosse scaricato separatamente o se, come richiede la legge, i limiti fossero applicati a ciascun singolo flusso prima della miscelazione. Viene quindi contestata la sentenza nella parte in cui ritiene infondata la tesi accusatoria, secondo cui il superamento dei parametri di accettabilità di cui al D.P.R. 962 del 1973 determinò condizioni peggiorative dello scarico delle acque. Le valutazioni del Tribunale vengono contestate in base alle conclusioni del consulente tecnico del Pubblico Ministero, svolte nell’udienza del 15 maggio 2001 e nella relazione 26 maggio 2001, che sono sinteticamente le seguenti. Gli scarichi idrici del Petrolchimico hanno presentato e tuttora presentano rilevanti frequenze di casi di superamento dei limiti stabiliti dalla legge per ciascun inquinante; la frequenza di tali superamenti è andata decrescendo dagli Anni Settanta - Ottanta agli Anni Novanta, ma rimane tuttora superiore all’1%. L’affermazione del consulente della Difesa, fatta proprio dal Tribunale, secondo cui il contributo inquinante degli scarichi non avrebbe peggiorato le condizioni delle acque lagunari nell’arco temporale considerato, e ciò sia per la natura delle sostanze sia per l’entità e quantità di tali superamenti, rimane priva di giustificazione ed è invece vero il contrario, così come dimostrato dalla condizione di permanente contaminazione delle acque e dei sedimenti lagunari. Va infatti osservato come il Collegio incorra in errori fondamentali sulla base delle seguenti considerazioni. Innanzitutto va chiarito che la normativa sulla tutela delle acque dall’inquinamento si è sempre, fin dalle sue origini, basata sulla fissazione di valori limiti nella concentrazione degli inquinanti stabiliti in apposite tabelle, variabili in base alle conoscenze scientifiche, valori che non possono essere in alcun caso superati. Di conseguenza, la tesi della Difesa colta dal Tribunale, secondo cui la fissazione dei limiti di concentrazione massima sarebbe frutto di un compromesso per facilitare l’azione di campionamenti e controllo non è condivisibile, perché, se per assurdo fosse vera, consentirebbe anche, seppur per periodi limitati, di scaricare elevate concentrazioni di inquinanti tali da costituire un vero veleno per la vita acquatica del corpo ricettore, senza che si abbia il superamento dei valori medi. Peraltro, si osserva come, quando il legislatore ha voluto applicare il criterio dei valori medi, lo ha precisato nella norma come l’ha fatto in materia di tutela contro l’inquinamento atmosferico, dove appunto sono previsti dei valori di concentrazione media nel tempo e per taluni inquinanti il tempo su cui devono mediare le concentrazioni è stato indicato in una settimana, per i microinquinanti la media è annuale. Comunque va rilevato che quando si fa riferimento ai valori medi di concentrazione che non devono essere superati, questi evidentemente variano a seconda del tempo nel quale i valori vengono calcolati. In particolare, il valore limite diventa più basso quanto più lungo è il tempo su cui le concentrazioni vengono mediate ed è per tali complessive considerazioni che il ragionamento del Tribunale non può essere condiviso. Il Pubblico Ministero poi esamina alcune, le normative relative agli inceneritori. Le normative specifiche, inizialmente riguardanti... anzi, alcune normative specifiche in materia di inquinamento. Le normative specifiche inizialmente riguardanti la Laguna di Venezia e poi estese a tutto l’ambito nazionale sul contenimento dell’inquinamento delle acque e del suolo, sono la Legge Merli del 1976, recante norme contro l’inquinamento e il D.P.R. del 1982 riguardante lo smaltimento dei rifiuti. Le predette normative, data la finalità di tutela in un ecosistema delicato e unico, devono essere rigorose e ad interpretazioni rigorose si è sempre attenuta la Corte di Cassazione. Dalle dichiarazioni dei tecnici della Difesa risulta invece che l’adeguamento degli scarichi idrici ai limiti di legge è avvenuto solo nel 1983, cioè molto tempo dopo la promulgazione della legge. I limiti di legge poi in realtà non risultano sempre rispettati neppure dopo. Per quanto riguarda l’impianto di incenerimento C.S. 28, impianto di incenerimento dei residui clorurati installato nel 1972, si rilevava come avesse evidenziato forti carenze, come risulta dalle relazioni dei consulenti tecnici di Medicina Demografica, soprattutto a causa di forti carenze del materiale costruttivo, che risultava evidentemente erroneamente scelto sulla base solo di criteri di risparmio economico. Nulla dice poi la sentenza sugli altri impianti di incenerimento dei rifiuti, ad esempio il primo impianto di incenerimento dei reflui liquido del reparto T.D. anno 1972, per cui erano state evidenziate carenze impiantistiche; l’impianto di incenerimento del nero fumo nel reparto A.C. 1 dell’anno 1968, anch’esso privo di sistema di abbattimento degli inquinanti, né su quello della produzione del cloro con le celle a cato di mercurio di cui si è parlato in precedenza e per cui il mancato utilizzo delle più avanzate tecnologie, celle a diaframma e cella a membrana, avrebbe consentito di evitare il rilascio nell’ambiente di mercurio e diossine. Segue quindi l’esame della situazione degli impianti e in particolare della mancata adozione di dispositivi blow-down sugli scarichi di emergenza degli impianti. Più volte, rileva il Pubblico Ministero, sono state trattate le problematiche ambientali connesse ai sistemi di convogliamento e trattamento degli scarichi di emergenza, derivanti dai dispositivi di protezione delle apparecchiature. Si osserva sul punto come i recipienti chiusi che contengono fluidi pericolosi, se possono raggiungere elevate pressioni, devono essere dotati di dispositivi di sicurezza per il caso di scoppio e che, quando questi dispositivi entrano in funzione, il contenuto viene rilasciato in tutto o in parte convogliato in un sistema di raccolta, appunto detto blow-down, così come impongono norme di buona tecnica e di tutela ambientale. Presso il polo chimico di Marghera, almeno fino al 1993, la regola era invece quella dello scarico diretto nell’atmosfera degli sfiati di emergenza, regola che contravveniva alle norme di buona tecnica secondo cui lo scarico diretto nell’atmosfera, quando è vietato dalla legislazione locale, quando il fluido è scaricato a temperatura superiore a quella di autoaccensione, quando il fluido rappresenti caratteristiche di tossicità, quando la corrente da scaricare sia un liquido infiammabile, tossico e comunque pericoloso. Nel caso di discariche di emergenza nel Po e nel Petrolchimico, ricorrevano le condizioni, alcune, quanto meno una o due, delle condizioni sopra indicate. Le soluzioni adottate dal polo chimico, l’emissione da un camino a quota elevata o combustione in torcia posta alla sommità di un alto camino, contrastano di conseguenza le regole della buona tecnica, in quanto non garantiscono né il contenimento né l’abbattimento degli inquinanti pericolosi. La prima soluzione comporta solo la diluizione degli inquinanti, aumentando però la popolazione esposta, e non doveva pertanto essere usata per fluidi tossici o cancerogeni. La seconda soluzione non doveva invece essere utilizzata per le sostanze quali il cloruro di vinile monomero, la cui combustione produce sostanze ancora più tossiche. Solo nel 1993 risulta essere stato installato un inceneritore in cui sono stati inviati gli sfiati normali e di emergenza degli impianti. Sulla disponibilità della tecnologia blow-down per attuare l’installazione, osserva il Pubblico Ministero come per attuare l’installazione di appropriati sistemi blow-down sugli impianti vi fosse una tecnologia adeguata disponibile dagli Anni Settanta, ben nota all’interno del gruppo. Tali sistemi di scarico, infatti, erano stati installati negli Anni Settanta presso altri impianti macro e micropilota del centro ricerche della Montedison e nel 1974 presso lo stabilimento di Ferrara. Passa quindi il Pubblico Ministero ad esaminare l’utilizzo per gli impianti di produzione del clorosoda del processo con celle a cato di mercurio e la mancata adozione della tecnologia disponibile prima con celle a diaframma e poi con celle a membrana. Sul punto espone il Pubblico Ministero che, laddove il Tribunale afferma che l’approntamento di impianti di clorosoda con celle a membrana era in uso nella prima metà degli Anni Settanta solo però a livello sperimentale, mentre fino agli Anni Ottanta il sistema predetto non funzionava efficacemente a livello industriale, che risulta dalle prove acquisite il contrario. Infatti, erano in produzione alla metà degli Anni Settanta impianti di clorosoda con celle a membrana e risulta comunque provato che negli Stati Uniti per la produzione del clorosoda fino agli anni 1972 veniva usato il processo con celle a diaframma che è meno energivoro di quello a cato di mercurio. Quanto poi agli affluenti residui mercuriali originati dal processo clorosoda presso il Petrolchimico di Porto Marghera, si osserva come il ciclo produttivo in questione comporti pesanti impatti ambientali con l’emissione di rilevanti quantità di reflui di processo, tra cui fanghi mercuriali contenenti alti tassi di mercurio, che risultano essere stati tumulati dagli altri siti della località di Marano. Quanto alla disponibilità della tecnologia impiantistica per la depurazione dei reflui derivanti dal processo clorosoda e della sua mancata adozione presso il Petrolchimico di Marghera e nonostante esistessero dagli inizi degli Anni Settanta tecnologie impiantistiche che consentivano la depurazione delle acque reflue in questione fino al limite di concentrazione finale di cinque parti per miliardo di mercurio, per trentun anni, dal 1951 al 1982, la società ha gestito gli impianti clorosoda senza adottarli dei sistemi di depurazione, essendo stato installato il primo impianto di demercurizzazione solo nel dicembre del 1982. Quanto alle disposizioni delle celle elettrolitiche a membrana nel processo clorosoda e la sua mancata adozione presso il Petrolchimico e le celle elettrolitiche a membrana, erano disponibili sul mercato da oltre venticinque anni. La società americana Diamond Shamerock a metà degli Anni Settanta aveva già realizzato e messo in produzione sei impianti con la tipologia delle celle elettrolitiche a membrana. Inoltre, negli stessi anni, la società aveva studiato in altri quaranta progetti, aveva in studio altri quaranta progetti per impianti clorosoda con celle elettrolitiche a membrana. Nei primi Anni Ottanta la società (Rumiancher) realizzava la progettazione di un impianto con celle elettrolitiche a membrana che poi costruiva nel 1984 e faceva entrare in produzione nel 1986. Solo nel 1988, con quindici anni di ritardo, anche in questo caso, la società Montedison si impegnava con il Ministero dell’Ambiente a sostituire le celle a cato di mercurio con quelle a membrana nei suoi impianti. Quanto infine alla riduzione dell’impatto ambientale attraverso l’adozione dell’ossigeno puro in luogo dell’aria, nel processo produttivo di cloroetano, si osserva come l’adozione negli impianti C.V. 22 e 23 della migliore tecnica disponibile, che comportava la sostituzione dell’ossigeno puro in luogo dell’aria nel processo produttivo del cloroetano, si sarebbe notevolmente ridotto l’impatto ambientale ed invece, nonostante i noti vantaggi, anche sotto un profilo di rendimento del prodotto oltre che sotto il profilo ambientale derivante dall’adozione della tecnica sopra descritta e già da tempo adottata da molte imprese, la società continua tuttora a produrre con il vecchio processo ad aria, nonostante il suo maggiore processo ambientale. Stando quindi dell’esame della normativa riguardante lo smaltimento dei rifiuti in relazione agli apporti idrici, che secondo invece la tesi accusatoria dovrebbero qualificarsi come rifiuti tossico nocivi, con conseguente divieto del loro sversamento nelle acque della laguna, rileva il Pubblico Ministero come l’istruttoria dibattimentale abbia evidenziato, mediante prove documentali, che ci sono stati ripetuti scarichi in fognatura di acque di lavaggio della pulizia delle autoclavi, fortemente contaminate dal cloruro di vinile, la cui presenza aveva anche fatto in alcune occasioni scattare nei reparti gli allarmi per la quantità di cloruro di vinile che si diffondeva nell’atmosfera durante le operazioni di scarico. La provenienza e la contaminazione delle acque di cui sopra non ne consentiva lo scarico, non autorizzato, non autorizzabile, perché la sostanza contaminante era tra quella indicata al punto 3.6 della tabella 1.3 contenuta nella delibera ministeriale del luglio 1984 prevista dal D.P.R. del 1982. In base a tale disposizioni, le acque avrebbero dovuto essere considerate rifiuti pericolosi, un tempo rifiuti tossico nocivi. Il Tribunale invece aveva escluso che gli apporti e i liquidi provenienti dai reparti C.V. 22, 23, 24 e 25 dovessero essere classificati come rifiuti liquidi pericolosi, escludendo altresì che la loro confluenza nello scarico attribuisse allo stesso la qualità di rifiuto tossico nocivo. La decisione del Tribunale si fonda, secondo il Pubblico Ministero, su premesse errate. La prima premessa errata è l’affermazione che la delibera interministeriale non ha introdotto un principio di presunzione e tossicità del rifiuto in ragione della sua provenienza. La seconda è l’affermazione che un’eventuale presunzione sarebbe incompatibile con il principio di presunzione di non colpevolezza. La Corte di Cassazione ha invece infatti al contrario affermato il principio secondo cui la tossicità di un rifiuto deve essere valutata in relazione alla sua provenienza e quindi il Tribunale ha commesso un primo errore. Dalla seconda premessa deriva l’affermazione che gli scarichi delle acque di processo provenienti dai reparti citati non appartengono alla categoria dei rifiuti e sono sottoposti alla disciplina relativa agli scarichi idrici. A fondamento sempre del Pubblico Ministero, come fondamento di questa affermazione, il Tribunale pone i principi contenuti nella nota sentenza delle Sezioni Unite del 1995, ma l’interpretazione che il Tribunale dà alla citata sentenza non è corretta, non essendo mai stata utilizzata dalla giurisprudenza la distinzione tra rifiuto liquido e rifiuto solido per distinguere la disciplina da applicare al singolo caso. Ne consegue che il Tribunale ha commesso un altro errore interpretativo. Va infatti chiarito, secondo l’Accusa, al fine di correttamente applicare le norme in questione, che lo scarico proveniente dai reparti C.V. 22, 23, C.V. 24 e 25, va a confluire nell’impianto di trattamento denominato S.G. 31, gestito da un soggetto diverso da quello titolare dello scarico, per cui ci si trova in presenza di uno scarico indiretto. Per scarico indiretto si intende quello in cui il rapporto tra le acque di processo e il corpo ricettore sia interrotto dall’attività di un soggetto diverso dal produttore dello scarico, al quale quest’ultimo costituisce il liquame per avvalersi dell’impianto di depurazione da quello gestito. Ed ecco allora una prima ragione per escludere l’applicabilità della normativa in materia di scarichi idrici allo scarico in questione, che è rappresentata dal fatto che si tratta di uno scarico indiretto e come tale escluso dalla disciplina dettata per gli scarichi idrici ed assoggettata alla disciplina normativa sullo smaltimento dei rifiuti. Per effetto anche delle disposizioni contenute nell’Art. 36 e del successivo Decreto Legislativo 152 del 1999, che stabilisce appunto come per scarico debba intendersi il riversamento diretto nel corpo ricettore, con la conseguenza che, quando il collegamento è interrotto, viene meno lo scarico. A sostegno di quanto affermato, viene citata una sentenza di Cassazione del 1999, che richiama il Decreto Legislativo 152 del 1999. La sentenza della Corte di Cassazione del 1995 è erroneamente interpretata dal Tribunale, con la precisazione che l’interpretazione di cui alla prima sentenza citata del 1999 è conforme a quella elaborata dalla giurisprudenza in precedenza e cioè prima dell’entrata in vigore del citato decreto legislativo e secondo tale interpretazione i rifiuti liquidi che potevano, per le loro caratteristiche, essere qualificati tossico nocivi, dovevano essere sottoposti alla più rigorosa disciplina dettata per lo smaltimento dei rifiuti tossico nocivi. Tanto risulta con chiarezza dalla stessa sentenza delle Sezioni Unite che il Tribunale ha male interpretato, nonostante sia stato chiaramente detto dalla Corte stessa nella descrizione dei criteri ai quali ci si deve attenere per stabilire se deve essere applicata la normativa in materia di acque o quella in materia di rifiuti, che proprio secondo uno dei criteri utilizzati per la distinzione è prevista la inclusione nel D.P.R. del 1982, Art. 2, sesto comma, ultima parte, dei liquidi fanghi quando siano tossico nocivi. Lo stesso principio viene ribadito nella sentenza, laddove, dopo aver affermato che le fasi di smaltimento dei rifiuti liquidi attinenti allo scarico sono soggetti alla disciplina stabilita dalla legge del 1976, viene fatta salva l’unica eccezione dei fanghi e liquami tossico nocivi che sono invece sotto ogni profilo regolati dal D.P.R. del 1982. Su tale interpretazione non risultano invero stati contrasti giurisprudenziali, per cui non si potrebbe neppure invocarsi la buona fede o l’ignoranza del precetto penale dovuta ad errore giustificabile ex Art. 5 Codice Penale per la presenza di decisioni contraddittorie. La terza erronea valutazione si è risolta in una serie di errati apprezzamenti di fatto. Il Tribunale dà infatti atto degli accertamenti fatti dal consulente dell’Accusa, Coceo, utilizzando i rilievi di un gascromatografo che controllava la concentrazione di cloruro di vinile di monomero nella vasca di neutralizzazione posta immediatamente prima dell’impianto di depurazione dello scarico S.G. 31, dal quale è risultato il superamento dei limiti di concentrazione del cloruro di vinile monomero, fissati nella delibera interministeriale del 1994 perché il rifiuto possa essere considerato tossico nocivo, ma sostiene che il superamento dei limiti accertati in sole dieci occasioni non sarebbe sufficiente ad attribuirne la qualifica di rifiuto tossico nocivo a tutta l’acqua in uscita dallo scarico S.M. 15. Nel suo ragionamento, il Tribunale commette degli errori. Avrebbe infatti dovuto, dopo aver rifiutato il primo criterio proposto, e cioè quello della qualificazione desunta dalla semplice provenienza da lavorazioni che producono rifiuti tossico nocivi, accertare se le acque provenienti dai citati reparti contenessero o meno cloruro di vinile monomero e, nel caso affermativo, se la sua concentrazione fosse superiore al limite fissato dalla delibera ministeriale del 1984. Accertata la tossicità, si sarebbe poi dovuto valutare quali fossero sotto il profilo giuridico le conseguenze dell’eventuale miscelazione con altri rifiuti liquidi convogliati in laguna dallo scarico S.M. 15. Il Tribunale avrebbe poi dovuto ricordare, e non lo ha fatto, il divieto assoluto contenuto nella delibera interministeriale del 1984 di miscelazione dei rifiuti tossico nocivi con qualsiasi altro rifiuto. Accertato comunque che anche in una sola occasione la concentrazione del cloruro di vinile monomero era superiore al limite stabilito dalla relativa normativa, il rifiuto doveva essere qualificato come tossico nocivo e come tale trattato e smaltito e non avrebbe invece dovuto essere smaltito in acqua attraverso un normale impianto di depurazione che non era mai stato autorizzato allo smaltimento dei rifiuti tossico nocivi. Le modalità di smaltimento dei rifiuti tossico nocivi praticata dal Petrolchimico era rigorosamente vietata dall’Art. 9 ultimo comma del D.P.R. del 1982. Il Tribunale ha poi affermato che i risultati del consulente del Pubblico Ministero Coceo erano inattendibili, sulla base di rilievi fatti dal consulente della Difesa Foraboschi, ma non ha poi consentito al consulente del Pubblico Ministero di ribadire ai rilievi critici fatti da quello della Difesa, le cui conclusioni sono errate, come emerge anche dalla lettura della memoria che in sede di repliche era stata depositata dalla Parte Civile, per confutare gli errori e i travisamenti operati dal consulente tecnico Foraboschi. Il Tribunale ha ancora fatto affermazioni infondate quando ha ritenuto che non esisteva alcun collegamento permanente per la fognatura dei reparti di produzione del cloruro di vinile e le vasche di neutralizzazione, che solo fin dal 1995 vi era... è infondata anche l’affermazione del Tribunale laddove ha sostenuto che solo fino al 1995 vi era la possibilità di qualche sforatura per quanto riguardava le acque reflue del reparto C.V. 22 e 23, mentre non esisteva alcuna possibilità per quanto riguardava il reparto C.V 24 e 25. Queste affermazioni del Tribunale infatti non è dato di capire da quali elementi probatori il Tribunale le abbia dedotte. Va semmai evidenziato come il contrario risulterebbe dalla domanda di autorizzazione del 1996, che contiene la descrizione del percorso delle acque di processo provenienti dai reparti e indica il loro collegamento con le reti fognarie all’impianto di depurazione. Certo risulta comunque che nelle acque di fognatura dei reparti finivano le acque di lavaggio delle autoclavi, così fortemente contaminate dal cloruro di vinile monomero da provocare allarmi all’interno dei reparti. Invero, la presenza di cloruro di vinile monomero nelle vasche di neutralizzazione era ben conosciuta dallo stesso gestore, che sopra le vasche aveva messo un gascromatografo, per misurare la quantità di cloruro di vinile monomero che dalle vasche evaporava. Quale fosse la situazione dello scarico risulta comunque dalla documentazione prodotta dalla stessa azienda nel 1996, quando l’impianto era stato sequestrato dall’autorità giudiziaria e il Magistrato alle Acque aveva sollecitato la presentazione di una relazione tecnica più dettagliata sulle caratteristiche dell’impianto e dalla documentazione prodotta risulta che sono stati avviati all’impianto S.G. 31 liquami che avevano le caratteristiche di rifiuti tossico nocivi secondo la tabella più volte citata; che i predetti rifiuti sono stati trattati come se si trattasse di un normale scarico idrico, mentre il loro corretto smaltimento avrebbe dovuto avvenire soltanto con il ricorso all’incenerimento o, in alternativa, con il conferimento in discarica; che i predetti rifiuti sono stati miscelati con altri reflui provenienti da diversi reparti, in violazione da quanto previsto dall’ultimo comma dalla più volte citate delibera e dei principi contenuti nel più volte citato D.P.R. del 1982; che sono state effettuate tutte le fasi di smaltimento dei predetti rifiuti in assenza di autorizzazione, con la conseguenza che il produttore si è sottratto al preventivo controllo da parte dell’autorità amministrativa. Risulta quindi provata una condotta contraria specifica alle disposizioni di legge e pertanto colposa, protrattasi per decenni e concretizzatasi nello scarico in laguna di tonnellate di rifiuti idrici, tossico nocivi, perché contaminati da cloruro di vinile monomero. La conferma della fondatezza dell’ipotesi accusatoria si trova nella documentazione, oltre che nella documentazione citata, anche in quella contenuta nel faldone 102 acquisito dal Tribunale in data 8 maggio 2001. Quindi, risultando accertata conclusivamente la violazione del D.P.R. del 1982 relativa allo smaltimento dei rifiuti, l’assoluzione degli imputati dalle relative contravvenzioni risulta ingiusta e deve per tali motivi essere interamente riformata.

 

PRESIDENTE – Facciamo una breve sospensione.

 

IL POECESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 11.20.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 11.50.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott.ssa Perdibon – Per completare la trattazione delle questioni relative agli scarichi, ritengo opportuno relazionare a questo punto l’appello dell’Avvocatura dello Stato, perché oltre al Pubblico Ministero hanno appellato verso la sentenza del Tribunale anche tutte le Parti Civili, sviluppando peraltro argomentazioni sostanzialmente analoghe a quelle del Pubblico Ministero. L’Avvocatura dello Stato, sul punto relativo alla disciplina, la normativa da applicare agli scarichi in questione, ha integrato con alcuni rilievi le doglianze esposte nell’atto d’appello del Pubblico Ministero. Osserva in particolare l’Avvocatura come sia provato il ripetuto superamento dei limiti di tollerabilità tabellarmente fissati dalla legislazione speciale per Venezia e dalle norme successive aventi valori su tutto il territorio nazionale in materia di scarichi idrici, in base alle analisi che erano state fatte dallo stesso gestore dello stabilimento e poiché, come affermato dallo stesso Tribunale, ogni superamento dei limiti predetti integra una violazione del divieto e quindi della norma, risulta incomprensibile e contraddittoria l’assoluzione di tutti gli imputati anche dalle contravvenzioni, oltre che dai reati di avvelenamento e adulterazione. Risultava inoltre documentalmente provato che veniva scaricata in fognatura l’acqua di lavaggio della pulizia delle autoclavi fortemente inquinate dalla presenza di cloruro di vinile monomero. Sul punto comunque relativo alla disciplina da applicare, rileva che gli scarichi non erano e non potevano essere autorizzati attesa la loro provenienza e contaminazione con una delle sostanze indicate al punto 3.6 della tabella 1.3 della delibera interministeriale. Il Tribunale, nell’andare di contrario avviso, aveva ritenuto che la citata delibera non introducesse un principio di presunzione di tossicità del rifiuto, in ragione della sua provenienza e che l’onere della prova gravasse anche in questo caso all’Accusa. Si osservava invece, da parte dell’Avvocatura dello Stato, come in senso contrario si fosse ripetutamente pronunciata la Suprema Corte. Veniva poi criticata la sentenza nella parte in cui aveva ritenuto applicabile alle discariche delle acque di processo provenienti dai reparti in contestazione, la disciplina relativa agli scarichi anziché quella relativa ai rifiuti. Doveva essere premesso, sul punto, che le acque di processo provenienti dai predetti scarichi non si immettevano direttamente nel corpo ricettore, ma che confluivano nello scarico S.M. 15 e successivamente nell’impianto di trattamento gestito da soggetto diverso da quello titolare del Petrolchimico e quindi veniva ribadito sul punto, come già rilevato peraltro dal Pubblico Ministero, che si trattava di uno scarico indiretto, per tale ragione escluso dalla disciplina dettata per gli scarichi idrici sottoposti alla disciplina relativa ai rifiuti. In modo più preciso, viene rilevato come la disciplina... viene fatto un esame della disciplina normativa da cui dipendono i limiti di applicazione delle due leggi fondamentali, quella che riguarda gli scarichi e quella che riguarda i rifiuti. Innanzitutto, l’ultimo comma dell’Art. 2 del D.P.R. 1982 sub lettera D, stabilisce la non applicabilità del D.P.R. agli scarichi disciplinati dalla Legge del 1976. Il penultimo comma della stessa norma fa salva invece la normativa dettata dalla Legge 10 maggio 1976 e successive modifiche e relative prescrizioni, per quanto riguarda la disciplina dello smaltimento nelle acque, suolo e sottosuolo, dei liquami e dei fanghi di cui all’Art. 2, lettera E, punto 2 e 3 della citata legge, purché non tossici e nocivi ai sensi del presente decreto. Con riferimento a queste disposizioni, viene innanzitutto evidenziato che la esenzione viene fatta con una duplice previsione, riferita agli scarichi e allo smaltimento, che il legislatore ha però talvolta usato il termine di smaltimento come sinonimo di scarico, benché il concetto normativo di smaltimento sia più ampio di quello di scarico, comprendendo fasi diverse dalla semplice immissione del rifiuto nell’ambiente, quale la raccolta, il trasporto e lo stoccaggio; che il sesto comma ha una formulazione più ampia di quella dell’ultimo comma e fa riferimento ad un’ipotesi di smaltimento di liquami nelle acque, ipotesi che non è invece prevista nell’Art. 2 Legge del 1976, che riguarda solamente lo smaltimento nel suolo e nel sottosuolo dei liquami e lo smaltimento nel suolo adibito ad uso agricolo e non, nel sottosuolo e nel mare per i fanghi; che l’interpretazione condivisa dal Tribunale secondo cui l’esenzione del sesto comma esclude dalla disciplina dei rifiuti solo lo smaltimento dei liquami e fanghi di cui all’Art. 2 della Legge Merli, a meno che non siano tossico nocivi, viene ad individuare una disciplina speciale, senza però individuare elementi specializzanti che permettano di distinguere le due fattispecie; che la predetta interpretazione comporterebbe delle incongruenze, in quanto consentirebbe di versare nelle acque, seppure nel rispetto della Legge 319 del 1976, rifiuti tossico nocivi. L’interpretazione fatta dal Tribunale verrebbe poi a porsi in contrasto con il divieto stabilito con la delibera del Comitato Interministeriale per la tutela delle acque dall’inquinamento, del 7 gennaio 1986, divieto di scaricare in mare rifiuti tossico nocivi. Vuole ancora evidenziarsi come, sulla base della definizione normativa del termine liquami, contenuta nella delibera del 4 febbraio 1977, allegato cinque, nessuna distinzione poteva essere operata rispetto al termine scarico, in quanto per liquame doveva intendersi qualsiasi sostanza suscettibile di essere oggetto di scarico. In base a queste considerazioni, doveva pervenirsi ad un’interpretazione opposta rispetto a quella sostenuta dal Tribunale e ritenere che il limite di carattere generale si riferisca a tutti gli scarichi disciplinati dalla Legge del 1976, che sono esonerati dal rispetto della normativa di cui al D.P.R. del 1982 solo se non sono classificabili come tossico nocivi ai sensi del citato D.P.R. Ed infine l’interpretazione che viene ritenuta corretta dall’appellante risulta conforme anche al contenuto delle direttive comunitarie in materia. Viene quindi citata una serie di decisioni della Corte di Cassazione, dalle quali risulterebbe che l’esenzione contenuta nel sesto comma dell’Art. 2 ha carattere generale e riguarderebbe tutti gli scarichi indistintamente, sia diretti che indiretti, e che quando classificabili come tossico nocivi verrebbero sottoposti alla disciplina di cui al citato D.P.R. Altra valutazione erronea, secondo l’Avvocatura dello Stato, è quella in base alla quale il Tribunale ha escluso che le acque provenienti dai reparti abbiano natura tossico nociva, risultando accertato il superamento dei limiti di cui alla tabella allegata alla delibera del Comitato Interministeriale del 1994 in sole dieci volte lungo l’arco temporale. Infatti, invero, una volta esclusa la qualificazione dei rifiuti come tossico nocivi, in base alla solo loro provenienza e terminante lavorazione, doveva il Tribunale accertare se le acque contenevano cloruro di vinile monomero e, nel caso positivo, se la loro concentrazione superava il limite fissato dalla tabella di cui alla delibera del 1984 e la dimostrazione che anche una sola volta la concentrazione era superiore al limite, comportava la classificazione del rifiuto come tossico nocivo, con il conseguente divieto di smaltimento in acqua attraverso un normale impianto di depurazione non autorizzato allo smaltimento dei rifiuti tossico nocivi. Il Tribunale aveva poi ritenuto viziata da errore la consulenza tecnica del perito dell’Accusa, dottor Coceo, senza consentire allo stesso di illustrare le ragioni di quanto dallo stesso ritenuto e per cui veniva espressamente impugnata la relativa ordinanza dibattimentale del 15 maggio 2001, chiedendo sul punto la rinnovazione del dibattimento. Venivano quindi nell’atto d’appello esposto le leggi scientifiche utilizzate dai consulenti tecnici delle Parti, evidenziando i limiti e le difficoltà di stabilire secondo le Leggi di Henry o (Wall), la concentrazione di cloruro di vinile nell’acqua, partendo dalla conoscenza di quella presente nell’aria, per concludere che un giudizio obiettivo avrebbe dovuto ritenere che non era possibile conoscere la reale concentrazione del cloruro nelle acque scaricate in laguna, in mancanza di un completo certificato di analisi che il detentore dello scarico era tenuto ad esibire per legge, a dimostrazione del fatto che non si trattava di rifiuto tossico nocivo. Era proprio per questa difficoltà che il legislatore aveva ritenuto di desumere la natura tossivo nociva del rifiuto dalla sua provenienza. Il ritenere invece che nelle acque di processo non fosse presente, se non in concentrazione inferiore al limite tabellare, il cloruro, era circostanza che si poneva in contrasto con gli accertamenti fatti, come ad esempio sversamento diretto in fognatura del contenuto delle autoclave di polimerizzazione. Non risultava inoltre provata in alcun modo l’affermazione del Tribunale secondo cui non vi era collegamento tra la fognatura dei reparti di produzione del cloruro di vinile e le vasche di neutralizzazione, perché al contrario la circostanza risultava smentita dal fatto che il gestore dello stabilimento aveva posto proprio sopra le vasche di neutralizzazione un gascromatografo che doveva servire a misurare la quantità di cloruro di vinile monomero presente nell’aria, a seguito di evaporazione dalle vasche. Doveva quindi ritenersi certa la presenza del cloruro di vinile nell’acqua. Per accertarne l’attuale effettiva concentrazione, era stata richiesta una C.T.U. che il Tribunale aveva rigettato e che veniva riproposta in appello, seppure in via subordinata. Premesso quindi che le acque provenienti dai reparti C.V. 22 e C.V. 23 erano acque di processo, che per il fatto di provenire dalle lavorazioni caratterizzate da elevata concentrazione di sostanze tossiche che contengono rifiuti tossico nocivi, la cui tossicità e pericolosità è pertanto desunta, non presenta ma desunta, per superare tale desunzione avrebbe dovuto il produttore dimostrare che il refluo proveniente da tale reparto, prima di essere trattato nell’acqua, era privo di cloruro di vinile monomero, o che la concentrazione del gas era inferiore a quella prevista nella tabella, mentre invece nessuna delle analisi chimiche eseguite dal produttore aveva avuto per oggetto la ricerca del cloruro di vinile monomero. Ciò comportava la violazione del D.P.R. citato, della normativa regolamentare di cui alla citata delibera, essendo stati trattati come scarichi idrici dei rifiuti tossico nocivi. Le considerazioni svolte dal consulente tecnico, con riferimento ai processi di lavorazione e produzione del cloruro vinile monomero, in particolare il fatto che affinché il cloruro di vinile possa emergere dalla soluzione acquosa è indispensabile che questa sia saturata, dimostrava la presenza del cloruro di vinile in misura superiore a quella consentita dalla tabella, perché la saturazione del cloruro di vinile in acqua si verifica solo quando la concentrazione è pari a 1.100 milligrammi per chilogrammo, ovvero a 2,2 volte la concentrazione limite della citata tabella di cui alla delibera del Comitato Interministeriale. Il fatto che nell’analisi non risultasse la presenza del cloruro di vinile monomero non poteva poi far ritenere che tale sostanza non fosse presente, bensì che non era stata ricercata, perché quando una sostanza non era presente ma era stata ricercata ne veniva fatta la relativa annotazione. Andavo infine evidenziato come per un corretto smaltimento dei rifiuti, ovvero per il loro incenerimento, avrebbero dovuto sostenersi dei costi pari... e questa parte, l’ultima parte, l’Avvocatura quantifica quelli che sono i costi che avrebbero dovuto essere sostenuti per smaltire i rifiuti, gli scarichi secondo la normativa dei rifiuti, quindi mediante la termodistruzione e questo al fine poi di quantificare il danno conseguente e le relative pretese. Poi analoghe considerazioni vengono fatte dall’Avvocatura dello Stato anche per quanto riguarda i reparti C.V. 24 e C.V. 25. Quindi, ritornando quindi alla sentenza, l’ultima parte della sentenza ha per oggetto l’avvelenamento e l’adulterazione del biota vivente sul sedimento dei canali dell’area industriale. Viene fatta innanzitutto dal Tribunale una premessa, alcune premesse in realtà. Allora, innanzitutto si dice: le caratteristiche quantitative e qualitative della presenza di inquinanti rilevati in traccia nel biota vivente nei sedimenti dei canali dell’area industriale, non permettono di ritenerne l’attitudine a fatti cause indizianti di effetti avversi alla salute, perché le classi di esposizione suscettibili di derivare dall’assunzione tramite la dieta del biota in questione, sono distanti ordini di grandezza da quelle seppure solo potenzialmente capaci di produrre effetti avversi. Nella prospettiva accusatoria, invece, la questione della reale attitudine delle sostanze di cui si discute a recare nocumento alla salute è rimasta in secondo piano, perché l’Accusa ha ritenuto nella sussistenza di pericoli alimentari, a prescindere dal riferimento ad una giustificazione e proponendo di desumerne l’esistenza da generalizzazioni non pertinenti. Significativo, osserva il Tribunale, è il fatto che l’Accusa non abbia ritenuto di allegare adeguata informazione sulle classi di esposizioni, cioè sulle dosi al cui livello l’esperienza clinica e l’osservazione epidemiologica riconosce essere stati osservati minimi effetti nell’uomo. Secondo l’Accusa il pericolo che connota il pericolo dell’avvelenamento e dell’adulterazione può essere desunto dalla violazione di norme tipiche della legislazione complementare o accessoria, penale ed extrapenale, che affiancandosi ai delitti contro l’incolumità pubblica realizzano forme di tutela anticipata del bene. Esempio tipico, il Decreto Legislativo numero 530 del 1992, di attuazione della direttiva CEE del 1991, che stabilendo parametri di edibilità per il consumo umano dei molluschi stabilisce tra l’altro che non devono contenere sostanze tossiche o nocive di origine naturale o immesse nell’ambiente, quali quelle elencate nell’allegato A del Decreto Legislativo 27 gennaio 1992, numero 131, in quantità tali che l’assunzione di alimenti calcolata superi la dose giornaliera ammissibile per l’uomo. La maggior parte dell’istruttoria ha riguardato tale tipo di accertamento con esito negativo, in quanto è risultato provato che le dosi suscettibili di derivare dall’assunzione tramite la dieta di quel pescato non sono riconducibili alla classe di dosi capaci di superare i cosiddetti limiti soglia. A questo punto viene precisato che il limite di assunzione delle sostanze tossiche negli alimenti, cioè il cosiddetto valore soglia, viene determinato applicando dei fattori di correzione, che comportano la distanza di ordini di grandezze dalla dose di assunzione che non ha provocato effetti tossici in sede sperimentale sugli animali, le cosiddette N.O.A.E.L. Dopo aver premesso che verrà nel prosieguo ulteriormente spiegato quali sono i limiti soglia, viene comunque anticipato che vengono determinati applicando fattori di correzione che realizzano la distanza di ordini di grandezza dalle dosi che hanno provocato effetti tossici e che pertanto il limite soglia, che è espressione del principio di precauzione, non indica la misura del pericolo reale e tanto è provato anche dal fatto che il superamento del limite soglia non è sanzionato penalmente, ma solo in via amministrativa o convenzionale. Comunque il programma probatorio diretto a confrontare la dose idealmente assumibile tramite la dieta di vongole di provenienza dell’area industriale, la dose soglia, una volta eliminata ogni incertezza sulle caratteristiche tossicologiche degli inquinanti, non è risultato provato essendo stato accertato il contrario. Sia per quanto riguarda i metalli e gli altri microinquinanti di interesse, come per quanto riguarda le diossine e i policlorobifenili, è risultato provato che anche per i forti consumatori un ipotetico consumo di vongole provenienti dall’area industriale non eroderebbe l’ampio margine di protezione, che è quello da 1 a 4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, e cioè il valore soglia individuato dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità e adottato anche dalla Commissione Europea per la Protezione Alimentare, parametro di riferimento dell’esposizione sicura a tali tipi di sostanza, determinato applicando il principio di precauzione. A tali conclusioni il Tribunale rileva di essere pervenuto utilizzando, secondo i criteri usati anche nei documenti delle agenzie regolatorie, per la corretta determinazione della dose di assunzione individuale, dati di concentrazione e di consumo medi su lungo periodo. Sia la concentrazione, come il consumo, sono dati necessari per determinare l’esposizione giornaliera e dall’accertamento dell’insussistenza di pericoli alimentari suscettibili di derivare dalla dieta costituita dal biota di provenienza dall’area industriale, è pervenuto sulla base dei dati di concentrazione degli inquinanti emersi dalle relazioni degli stessi consulenti tecnici dell’Accusa. Premette ancora che, essendo venute in luce notevoli differenze per quanto riguarda la concentrazione degli inquinanti, tra l’Accusa e la Difesa, era stata ritenuta concordemente l’opportunità di affidare le analisi ad un consulente esterno, che le parti stesse avevano individuato in un laboratorio di Berlino, luogo di espletamento delle analisi a cui le Parti tutte hanno partecipato. I risultati delle analisi hanno dimostrato come i valori di concentrazione degli inquinanti indicati dal consulente dell’Accusa Racanelli siano inattendibili, in quanto di gran lunga superiori a quelli accertamenti nel laboratorio di Berlino, che sono risultati invece corrispondenti a quelli resi noti da altri consulenti dell’Accusa, quindi che per tale motivo i dati dell’Accusa risultano attendibili, atteso che quelli originariamente discussi e determinati dagli esperti delle Difese sono risultati inferiori a quelli emersi dalle analisi di Berlino. Comunque, sia seguendo i dati delle analisi di Berlino come quelli precedentemente rilevati della Difesa, utilizzando quindi sia i valori medi di concentrazione acquisiti prima, come i valori medi ottenuti dalle analisi di Berlino ed a maggior ragione secondo questi dati, i valori di concentrazione cumulativa per diossina dei policlorobifenili sono risultati compatibili con il valore soglia che, applicando il principio di precauzione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato nel 1998 sia per l’esposizione del medio consumatore, come per l’esposizione del forte consumatore. Se non risulta superato il limite soglia, a maggior ragione, osserva il Tribunale, non sono ipotizzabili i supposti pericoli alimentari. Riassumendo quanto sopra esposto, rileva in conclusione il Primo Giudice come l’Accusa abbia cercato di dimostrare la sussistenza del pericolo attraverso il confronto delle concentrazioni di inquinanti e dei conseguenti livelli di esposizione tramite la dieta con delle misure lontane ordini di grandezza dai livelli degli effetti osservati negli "end point" più sensibili, non riuscendo in tale intento perché l’evidenza probatoria disponibile è di segno contrario a tale proposizione. Il Tribunale poi non condivide le ipotesi interpretative secondo cui il pericolo tipico dei reati di avvelenamento e adulterazione viene retrocesso a parametri tipizzati da leggi extrapenali o da agenzie regolatorie. Per quanto riguarda in particolare le diossine, si osserva come l’Accusa abbia sostenuto che il valore soglia definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1998, non è adeguato alle esigenze di protezione delle fasce della popolazione più sensibili. Ma sul punto andava chiarito fin d’ora che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha applicato, dovendo definire la misura della precauzione, contenuti di ricerca scientifica per la definizione del valore soglia ultraprudenziali per le esigenze di protezione delle fasce di popolazione più sensibile e per tutti gli effetti possibili e l’Organizzazione Mondiale della Sanità stabilisce che debba essere ritenuta adeguata per la necessità di protezione di tutta la popolazione, anche la popolazione più debole, una esposizione a dosi dieci volte inferiore a quelle che non sono ritenute capaci di produrre effetti, stabilendo il criterio appunto della dose giornaliera accettabile o dose giornaliera definita di (Tolleral Daily) o (Tolleral Weekly incame) di 1 a 4 picogrammi per tossicità equivalente per ogni chilogrammo di peso corporeo al giorno. Alla luce di tali considerazioni, appare evidente come sia ingiustificato sostenere l’inadeguatezza del valore soglia indicato per le diossine dalla predetta organizzazione, cioè dall’Organizzazione Mondiale della Società. L’assoluzione degli imputati dai reati di avvelenamento e adulterazione risulta quindi conseguente all’accertamento delle dosi di assunzione sia dal consumatore medio come dal consumatore forte, risultano non assumibili sotto le classi idonee a dar luogo ad alcun effetto avverso; che le dosi predette non sono comunque sussumibili sotto quelle vietate da leggi speciali o valori normali; che le diossine e le diossine simili non sono sussumibili sotto la classe di quelle capaci a superare il valore soglia, determinato applicando il principio di precauzione. L’assoluzione quindi consegue all’accertamento che i livelli di dose capaci di produrre effetti negativi nell’uomo sono ordini di grandezze più elevati di quelli processuali. Consegue altresì alla evidenza probatoria, che non permette di individuare nel catabolismo del Petrolchimico, quello dei tempi storici dell’imputazione, la matrice della contaminazione del sedimento dei canali industriali. Come rilevato anche dalla Difesa, se non risulta provato il reato di avvelenamento e adulterazione, non risulta provato neppure quello di disastro nominato come l’ipotesi accusatoria li presuppone. Per tali considerazioni, che verranno ampiamente esaminate nei capitoli che seguono, quindi l’Accusa risulta, viene ritenuta dal Tribunale del tutto infondata. Stando ad un esame più specifico delle tesi accusatorie, viene osservato che le tesi accusatorie si richiamano a studi rilevanti in ordine all’inquinamento del biota, interpretandone in modo non corretto le conclusioni. Premesso infatti che certamente il sedimento dei canali è inquinato e di conseguenza anche il biota sullo stesso vivente e che sull’inquinamento del biota interferisce la componente biodisponibile di inquinanti, la questione rilevante nel processo era quella di stabilire in che misura ciò avveniva e con quali conseguenze. Della questione si è interessato innanzitutto lo studio di Baldassarri prima e Di Domenico nel 1996, studio che non evidenzia situazioni di contaminazione del biota nel contesto della contaminazione lagunare critiche per il consumo umano. Le conclusioni del predetto studio, pur redatto a fini diversi da quello della valutazione dei rischi dell’uomo, pur per conto dell’Istituto Superiore della Sanità, non sono dissimili da quelli appresi da altri studiosi in studi successivi. Le conclusioni tecniche di cui sopra hanno evidenziato in particolare che il livello di concentrazione delle diossine riscontrate nei pesci e nei molluschi dei canali delle zone industriali è confrontabile con quello normalmente riscontrato nei pesci e nei molluschi utilizzati per l’alimentazione umana, provenienti da aree con impatto antropico da moderata trascurabile. Gli stessi tecnici hanno anche osservato che, per quanto riguarda la contaminazione delle diossine e furani, sono state rilevate in letteratura concentrazioni di livelli superiori oltre un ordine di grandezza, un ordine di grandezza cioè, si dice, dieci volte superiore, a causa di sensibili contaminazioni ambientali locali. Altre fonti accertano, vedi la consulenza tecnica (Pesano – Muller), che le concentrazioni di inquinanti non superano la scala di valori normali e che, in base alle analisi dei campioni prelevati nei canali della zona industriale sono compatibili, le concentrazioni quindi sono compatibili con quelle che secondo la disciplina normativa relativa all’edibilità del prodotto sono ammesse per legge ad essere distribuite per il consumo umano diretto. A tale conclusione è per vero pervenuto anche il consulente tecnico dell’Accusa, che ha fatto delle indagini orientate sui metalli pesanti, assumendo come riferimento i limiti fissati dalla normativa italiana per l’edibilità del prodotto. Il riferimento normativo, in questo caso, è costituito dal Decreto Legislativo del 1992 specifico per il biota di maggiore interesse processuale, e cioè i molluschi bivalvi, che secondo quanto prescritto nell’allegato A al punto D non devono contenere sostanze tossico nocive, quali quelle elencate nell’allegato A del Decreto Legislativo del 1992, numero 131, in quantità tali che la assunzione di alimenti calcolata superi la dose giornaliera accettabile o sia tale da alterare il gusto dei molluschi. Questo decreto legislativo, per ciascun contaminante, indica partendo dalla dose giornaliera ammissibile la concentrazione limite. Viene però a questo punto ulteriormente evidenziato e ribadito come un modesto superamento della dose giornaliera ammissibile e delle concentrazioni limite non significhi un avvelenamento punibile ai sensi dell’Art. 439 e 440, perché ribadisce il Primo Giudice ed evidenzia ancora una volta come diversa sia la offensività degli illeciti amministrativi aventi per oggetto il superamento dei valori soglia, dalla offensività dei delitti colposi di comune pericolo. Il consulente tecnico comunque accerta ancora che per tutti i metalli sono rispettate le concentrazioni limite, che fissano i requisiti di edibilità, al di fuori dell’arsenico. Il catabolismo del Petrolchimico, però, non è fonte di contaminazione da arsenico, mentre elevate concentrazioni di arsenico si associano alle ceneri di pirite, che sono tra i rifiuti usati per rimbonire le aree della seconda zona industriale. Altri studi condotti per conto della mano pubblica, gli studi di Marcomini, Zanetti, D’Andrea e (De Lassalle), evidenziano la sussistenza di pericoli alimentari e l’assenza di situazioni critiche anche per i forti consumatori e anche con riferimento alle diossine. La tesi accusatoria trova fondamento invece nelle valutazioni di altri consulenti dell’Accusa: Racanelli e Zapponi. Quindi vengono riesaminate le valutazioni contenute nella consulenza del consulente tecnico Racanelli. Premessa ancora una volta la difficoltà di accertare la causa dell’inquinamento del Biota, non essendo possibile, a differenza di quanto accade per sedimenti, usare il confronto tra le impronte, rileva comunque il consulente tecnico come dei campioni prelevati nella zona industriale risultino rischi di furani a basso grado di clorurazione e di octaclorofurani, con una presenza molto bassa invece di diossine; mentre in altre zone di rischio, a differenza dal contesto industriale, predominano le diossine sui furani, ciò che evidenzierebbe la provenienza dell’inquinamento dal Petrolchimico. La tossicità da diossine – furani è espressa con unità, W.H.O., che comprende anche la tossicità legata ai policlorobifenili, detti diossina simili. Il valore massimo di concentrazione di tali inquinanti risulta trovato in un campione prelevato il 14 settembre 2000 dalla Guardia di Finanza a pescatori di frodo, che presentava una tossicità di 2,7 picogrammi, secondo quella unità di riferimento, per chilogrammo corporeo e comunque nella maggior parte dei campioni esaminati, osserva il consulente tecnico dell’Accusa, risulta superato il limite di legge con valori massimi proprio in prossimità dello scarico S.M. 15. In particolare, il consulente tecnico dell’Accusa, in sintesi, evidenzia come dal confronto tra i campioni relativi all’area industriale e quelli prelevati nella zona di Sant’Erasmo risultino, con riferimento ai valori massimi, delle concentrazioni 135 volte superiori delle diossine furani, concentrazioni anche 86 volte più alte per l’esaclorobenzene, concentrazioni anche 6 volte più alte per gli octaclorofurani e gli octaclorodibenzodiossine. Evidenzia inoltre l’esperto dell’Accusa che l’octaclorofurano è il congenere che ha l’abbondanza relativa maggiore nei sedimenti industriali, mentre l’octaclorodiossina è il congenere che ha abbondanza maggiore nei reflui civili della città di Venezia. Il fatto che il rapporto tra l’octaclorodibenzofurani e l’octaclorodibenzodiossine vada progressivamente diminuendo man mano che si allontana dalla zona industriale, conferma la provenienza della contaminazione dal Petrolchimico. La tesi accusatoria consegue alla premessa secondo cui dell’inquinamento delle acque della zona industriale sarebbe responsabile solo il Petrolchimico, per cui, accertata la presenza delle diossine, l’Accusa ritiene raggiunto ed esaurito il suo programma di prove. Secondo il consulente dell’Accusa, sarebbe sufficiente poi il consumo di 26 grammi di peso edibile di vongole per erodere il margine di garanzia costituito dalla dose giornaliera ammissibile per un adulto, ove si ponga che quell’oggetto di campionamento ed analisi registra un valore di tossicità massima nella misura di quella sopra indicata. Con riferimento al valore di concentrazione massima degli inquinanti riscontrato, quello del campione prelevato il 14 settembre del 2000, basterebbe mangiare 26 grammi edibili di vongole per superare la soglia della dose giornaliera ammissibile. Con riferimento al valore medio di tossicità riscontrato nei campioni, sarebbero sufficienti 39 grammi di peso edibile di vongole per erodere il margine di garanzia rappresentato dal valore soglia. Esamina poi il Tribunale anche la consulenza tecnica dell’Accusa Zapponi. Le conclusioni a cui è pervenuto questo consulente tecnico consentono alla Pubblica Accusa di portare a compimento le prove in ordine all’accusa di avvelenamento e di adulterazione di sostanze destinate all’alimentazione. Le conclusioni del presente consulente partono dalla premessa che la concentrazione media di diossina nei molluschi bivalvi dell’area industriale risulta essere dell’ordine dell’1,85 picogrammi per tossicità equivalente e dalla considerazione che la stima risulta essere stata fatta in difetto, senza considerare il contributo inquinante dei policlorobifenili. Quindi l’ordine di 1,85 picogrammi credo si riferisca solo alle diossine. Comunque che sono stati invece... quindi comunque la prima concentrazione viene, si dice, nella misura indicata non tiene conto dei policlorobifenili, che sono stati invece considerati nello schema di tossicità aggiornato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le conclusioni a cui è pervenuto il predetto consulente sono le seguenti: il consumo dei bivalvi provenienti dalle aree più inquinate della laguna comporta più di un raddoppio dell’esposizione di fondo, cioè quella che si avrebbe se non si consumassero vongole. Il valore inferiore del limite previsto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè quello di un picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno, risulterebbe superato nell’ipotesi del consumo normale di bivalvi locali; il valore superiore, cioè quello di 4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, è superato nella maggior parte delle ipotesi sopra riportate, che esaminano il consumo di 50 grammi per persona di bivalvi, di 100 grammi per persona, in quantitativi maggiori per forti consumatori. Anche nell’ipotesi minima di esposizione, si verifica comunque una situazione di rischio superiore a quella risultante dalle verifiche fatte dall’agenzia per la tutela dell’ambiente negli Stati Uniti, senza considerare il contributo dei policlorobifenili ed un rischio incentivo superiore quindi vi sarebbe, considerando anche il contributo dei policlorobifenili. Entrambe le predette valutazioni degli esperti non sono ritenute attendibili dal Tribunale per le seguenti ragioni, che ho cercato di sintetizzare. La esposizione giornaliera va determinata come prodotto della concentrazione della sostanza inquinante nell’alimento per la quantità di alimento assunto giornalmente sul lungo periodo ed è infatti secondo questi criteri che sono stabiliti i parametri di riferimento usati anche dall’Accusa. Sia per la concentrazione, come per il consumo, deve farsi riferimento quindi a dati medi su lungo periodo, non potendosi prescindere da tale criterio per formulare il giudizio di compatibilità. I consulenti dell’Accusa hanno invece utilizzato parametri dagli stessi stabiliti facendo riferimento a dati di consumo abnormi e dalle concentrazioni massime rilevate nelle varie campagne di campionamento e confrontandole con le ipotesi di superamento del valore soglia più restrittive indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1998, senza rendere mai giudizi in termini di idoneità delle esposizioni rilevanti a provocare pur minimi effetti avversi. L’utilizzo del termine consumo o assunzione sporadica o occasionale, è estraneo al concetto della dose giornaliera ammissibile e della dose tollerabile, che fa sempre riferimento a consumi protratti per lungo periodo. Nella realtà, il lieve superamento dei valori soglia non sarebbe comunque sufficiente a fondare giudizi di idoneità a ledere della esposizione suscettibile di derivare dall’assunzione del biota tramite la dieta. Nel concreto, non risulta mai in ogni caso superato il valore soglia e le concentrazioni di inquinanti non sono riconducibili a quelle indicate dalla legge. Ancora, i dati pertinenti alle concentrazioni di inquinanti rilevate nel biota di provenienza dell’area industriale sono risultati poco attendibili e, ciò nonostante, non sono stati espunti dalle valutazioni degli esperti delle Parti e su di esse si fonda la valutazione del Tribunale. Spiega quindi il Tribunale come, per garantire il risultato cui mira il principio di presunzione, la definizione del limite di protezione si attesti su misure che sono molto lontane da quella dose la cui assunzione non provoca effetti tossici sugli animali più sensibili e, di conseguenza, sull’uomo. Essendo i dati acquisiti attraverso esperimenti esclusivamente eseguiti sugli animali mediante la loro esposizione ad alte dosi, vengono fatte e sono rese necessarie due estrapolazioni, relative alla valutazione del rischio nel caso di una esposizione a basse dosi e alla valutazione del dato sperimentale per il trasferimento dall’animale all’uomo. Il N.O.A.E.L. viene quindi a rappresentare la più elevata dose somministrata che non ha prodotto tossicità. Al N.O.A.E.L., per garantire la sicurezza nei confronti dell’uomo, vengono applicati poi quei fattori di sicurezza ed è prassi comune che venga applicato un fattore di sicurezza dieci se il N.O.A.E.L. è derivato da esperimenti sull’uomo e cento se invece è derivato da studi su animale. Con i fattori di sicurezza si vengono così a stabilire livelli di esposizione ultraprotettivi per la salute umana. Non si tratta comunque in questa sede di stabilire a quali livelli di esposizione l’uomo si può ammalare, per cui l’esposizione dell’uomo ad una dose lievemente superiore a quella del parametro di protezione, stimato secondo i criteri di cui sopra, non significa probabilità di un effetto tossico. La determinazione del valore soglia ottenuto in base ai dati di correlazione dose – risposta ed in base alla relativa applicazione dei fattori di sicurezza, indica di conseguenza qual è la dose di una certa sostanza che nelle condizioni di esposizioni date viene ritenuta sicuramente priva di effetti tossici. La dose giornaliera accettabile, cioè il valore limite che viene espresso in picogrammi di peso corporeo, rappresenta di conseguenza la dose che, se ingerita quotidianamente per tutta la vita, si ritiene non possa provocare effetti sfavorevoli per la salute. Si precisa anche che il termine accettabile riferito alla dose giornaliera riguarda le sostanze volontarietà o per necessità aggiunte agli alimenti, mentre invece, quando invece si tratta di elementi di natura ambientale, cioè non volontariamente immessi in alimenti, viene usato il termine tollerabile. Comunque viene usato indifferentemente il termine dose settimanale o dose giornaliera tollerabile, per indicare la quantità che può essere immessa o giornalmente o settimanalmente. In definitiva, le sostanze bioaccumulabili, cioè accumulabili per via alimentari, presenti in basse concentrazioni di alimenti, possono risultare pericolose per la salute solo nel caso di assunzioni molto prolungate e solo dopo aver raggiunto livelli di concentrazione cumulativa costanti nel tempo e in equilibrio con i valori di assunzione, per cui non è corretto assumere che il valore soglia tollerabile possa venire superato nel caso di un consumo di piatto di spaghetti. Il superamento della dose soglia si può verificare solo quando venga superato il valore medio per un determinato periodo; superamenti sporadici non sono significativi ai fini della erosione degli ampi margini di protezione. Da tenersi ancora presente che il N.O.A.E.L. si riferisce alla dose che non produce alcun effetto indesiderato sull’animale dopo una somministrazione giornaliera protratta per lungo periodo e che si tratta di sostanze bioaccumulabili per via alimentare nell’uomo, per cui il giudizio attiene ad assunzioni prolungate e non ad esposizioni occasionali e presuppone che esse abbiano raggiunto nell’organismo un certo livello di concentrazione. Possano pertanto essere significativi ed accettabili solo confronti con dati di assunzione medi e di lungo periodo, mentre assunzioni occasionali elevate di breve periodo o comunque picchi di assunzione non sono punte di riferimento congrue all’oggetto della verifica in questione. Viene quindi evidenziato come per determinare l’assunzione giornaliera bisogna considerare la concentrazione della sostanza nell’alimento e la quantità di alimento giornalmente assunta, cioè il consumo giornaliero. Sia i valori di concentrazione della sostanza contaminante, come i valori di consumo degli alimenti, devono essere quelli medi per lungo periodo, perché gli altri valori non possono essere utilizzati. Devono pertanto venire sempre utilizzati, tra quelli relativi ai valori di concentrazione, tra quelli rilevati, i valori di concentrazione media e non, come fatto dall’Accusa, quelli di concentrazione massima, utilizzando secondo il numero di osservazioni ritenute adeguate come nella media aritmetica. Quando i dati non sono numerosi, appare più corretto utilizzare i criteri della mediana, potendo quello della media aritmetica essere influenzato da valori esagerati, e troppo bassi come troppo alti, mentre la mediana rappresenta valori di concentrazione equidistanti dai due estremi ed è più rappresentativa. Per questo motivo, non è corretto l’impiego di valori massimi di concentrazione nel biota nel confronto del dato così ottenuto, con stime di esposizione media pertinente a gruppi di confronto, calcolate sulle concentrazioni medie e ricavate da ampi campionamenti. In base alle premesse di cui sopra circa i corretti criteri da seguire nelle valutazioni del rischio derivante dal consumo degli alimenti, fondatamente la Difesa ha evidenziato come le valutazioni degli esperti dell’Accusa non siano affidabili, perché riferite a dati di consumo abnormi. Viene infatti rilevato che i consulenti dell’Accusa hanno ipotizzato consumi giornalieri senza fare alcun riferimento a valutazioni statistiche e utilizzando per esempio i ricettari che nulla dicono sul consumo giornaliero medio, che non può essere arbitrariamente determinato e deve invece essere determinato in base a studi esistenti, che sono studi affidabili, indipendenti, preesistenti al processo, effettuati da studiosi di indiscussa competenza, indifferenti agli esiti del processo. I consulenti dell’Accusa non spiegano in alcun modo perché questi dati siano stati da loro ignorati. Si basano invece, al fine di valutare la sussistenza di pericoli derivanti assunzione tramite dieta di prodotti ittici inquinanti, sia le statistiche del consumo del pesce nella popolazione italiana, sia le statistiche relative al consumo del pesce degli abitanti della Laguna di Venezia, le prime contenute nella pubblicazione dell’Istituto Superiore della Sanità del 1999, le seconde nel lavoro del COSES del 1976, intitolato: "Il sistema ittico: produzione lagunare e abitudini di consumo delle famiglie veneziane". In questo lavoro sono non solo definite le medie di consumo generali, ma anche quelle definite alle singole categorie di prodotto ed è inoltre possibile, dai dati contenuti nella predetta relazione, estrapolare il dato di consumo dei cosiddetti forti consumatori. I dati di consumo contenuti in tale lavoro sono stati utilizzati anche nello studio condotto sullo specifico dalle diossine e della contaminazione da diossine e furani nel contesto lagunare, per conto del Comune di Venezia. Dalle predette tabelle risulta che il consumo medio dei prodotti ittici da parte degli abitanti del Comune di Venezia, 71 grammi di peso lordo, quello delle isole è maggiore, 93 grammi; che il consumo medio giornaliero delle vongole da parte degli abitanti del Comune di Venezia è 10 grammi e quello degli abitanti dell’estuario di 20 grammi, tutti valori a lordo. Sulla base dei dati del COSES sui forti consumatori nell’ambito del Comune di Venezia, possono arrivare ad un consumo anche di 11 chilogrammi al mese di prodotti ittici, equivalenti a circa 372 grammi al giorno e 79 grammi di vongole al giorno, mentre un consumatore medio ne assume 10 grammi al giorno. Per forte consumatore si intende, normalmente, colui che consuma un quantitativo di pesce cinque volte superiore a quello consumato dalla media della popolazione, che ha le stesse abitudini degli abitanti dell’estuario. La correttezza dei dati elaborati dal COSES risulta dal confronto con quelli elaborati per conto del Ministero della Sanità, che dimostra come non sottostimino il consumo di pesce da parte della popolazione veneziana. Importante è poi considerare, per i prodotti ittici che interessano e per stimare in modo corretto il consumo reale e quindi l’esposizione reale del consumatore, alcune peculiarità. Queste particolarità consistono innanzitutto nella resa del prodotto. Le statistiche di consumo sopra riportate si riferiscono infatti al peso lordo, mentre per determinare il consumo rilevante ai fini del calcolo dell’esposizione bisogna fare riferimento alla parte edibile, eliminando le parti che vengono scartate e di conseguenza non mangiate. La questione non è marginale ed è resa complessa dal fatto che per i prodotti ittici, il rapporto tra peso netto e peso lordo risulta essere molto variabile. E’ comunque certo che i consumi da considerare sono quelli relativi alla porzione edibile dell’alimento, per cui i valori lordi indicati nella relazione del COSES devono essere trasformati in valori netti e dai calcoli così effettuati risulta che il consumo complessivo netto giornaliero di un prodotto ittico di un consumatore medio nel Comune di Venezia, è di circa 30 grammi, che aumenta a 137 grammi per un forte consumatore. Per quanto riguarda le vongole, il consumo medio è rispettivamente di 1,4 per un consumatore medio e di 11 grammi, sempre riferito al consumo giornaliero, per un forte consumatore. I dati di consumo delle vongole nella popolazione veneziana assunti dall’Accusa, risalenti da 20 grammi di prodotto edibile, risultano di conseguenza assunti arbitrariamente e, non risultando alcuni dati su criteri accettabili, non possono considerarsi congrui e pertanto portano a stime sulle dosi di assunzione interessanti al processo che sono prive di aggancio con la realtà. Osserva ancora il Tribunale che è importante chiarire il significato della definizione di concentrazione limite e della sua differenza dal valore soglia di riferimento. La concentrazione limite relativa a ciascun prodotto ha il compito di facilitare i controlli dell’edibilità degli alimenti e il relativo calcolo viene effettuato moltiplicando la dose giornaliera per il peso corporeo e dividendo il prodotto per la quantità di alimento mediamente assunto giornalmente. La funzione della concentrazione limite ha all’evidenza quella di prevenire esposizioni superiori alla dose giornaliera ammissibile, funzione che viene realizzata considerando nel predetto calcolo un consumo di alimento sufficientemente elevato da salvaguardare anche i forti consumatori. Ne consegue che se le concentrazioni medie di inquinanti rilevate negli alimenti sono inferiori alla rispettiva concentrazione limite, l’alimento può essere commercializzato, perché la sua anche in forti quantità non comporta una esposizione superiore alla dose giornaliera ammissibile. Quindi prosegue il Tribunale nell’esame dei valori limite, consumi medi di lungo periodo, nella confutazione della tesi d’Accusa secondo cui l’ipotetico consumo di vongole di provenienza dall’area industriale comporterebbe un’esposizione giornaliera a metalli e aumento di inquinante superiore alle rispettive dosi tollerabili di riferimento. Sul punto, viene premesso che gli esperti delle Difese, ai fini del calcolo delle dosi di assunzione di interesse processuali, non assumono valori propri, ma valori di concentrazione risultanti dalle fonti allegate dalle accuse. Ed allora gli esiti di queste verifiche, pur utilizzando dati rilevati dalle fonti e che provengono dalle fonti accusatorie, per quanto riguarda i metalli, utilizzando le concentrazioni limite relative a mercurio, cadmio e piombo definite in Italia e in Europa, risulta che i dati relativi nei prodotti ittici della laguna sono inferiori od analoghi a quelli riscontrati nei prodotti consumati in Inghilterra e in Italia. Segue poi un’analisi specifica per il mercurio, che risulta dieci volte inferiore, per il cadmio, per il piombo ed entrambi risultano con valori di concentrazione inferiori a quelli di riferimento. Per quanto riguarda l’arsenico, invece, viene premesso che né in Italia né in Europa esiste una concentrazione limite per gli alimenti; che in ogni caso non esistono rilevanti differenze relativamente alla concentrazione di questo metallo nei campioni di provenienza da diverse aree, ciò che consente di ritenere l’arsenico largamente diffuso in tutta l’area lagunare. Sulla base di questa analisi, risulta quindi accertato che nell’ambito della zona industriale non sono date concentrazioni anomale di metalli nel biota e che non vengono superati i parametri, cioè le concentrazioni limite che definiscono la commerciabilità e la edibilità dei molluschi bivalvi. Per metalli diversi dal cadmio, mercurio e piombo, per i quali non è stabilita in Italia la concentrazione limite, le valutazioni pertinenti alle protezione alimentale si eseguono stimando la dose di assunzione individuale o esposizione giornaliera e confrontando il dato a esposizione con i noti valori di esposizione, cioè con i valori soglia. Premesso ancora una volta che il confronto è da farsi tenendo conto del consumo medio di prodotto ittico, parte edibile, che è quello correttamente determinato dalla Difesa secondo i criteri predisposti e tenendo conto della concentrazione media della protrazione dei consumi nel tempo di vongole provenienti esclusivamente dall’area industriale, risulta che per i metalli l’esposizione suscettibile di derivare tramite la dieta non costituita da questo pescato, non erode in alcun modo l’ampio margine di protezione alimentale garantito dal relativo limite soglia. Il calcolo del margine di protezione, ovvero della distanza esistente tra la dose giornaliera tollerabile, cioè sul metallo, e la qualità dello stesso metallo ipoteticamente assunta dall’individuo con le vongole, è stato eseguito dividendo il valore della soglia tollerabile per il valore di assunzione. I valori di soglia sono quelli adottati in Italia dall’Istituto Superiore della Sanità e in Inghilterra dal Ministero dell’Agricoltura, e per formulare analoghe valutazioni di sicurezza sui prodotti ittici consumati nei Paesi di appartenenza. Le tabelle riportate nella sentenza consentono di verificare che il margine di protezione è molto ampio ed invero anche i consulenti dell’Accusa avevano dato atto della compatibilità della concentrazione degli inquinanti presenti nei campioni di pesce prelevati nei canali della zona industriale con quelli che secondo la relativa normativa potevano essere distribuiti per il consumo umano, nonché del fatto che per quel che riguarda i metalli tutti sono inferiori ai limiti normativi di riferimento. Anche per l’esaclorobenzene e il benzopirene, appartenenti agli idrocarburi per i tipici aromatici, i dati relativi dimostrano che la loro concentrazione nelle vongole dei canali industriali non supera la concentrazione limite di riferimento. Per cui, conclusivamente, sia per i metalli come per l’esaclorobenzene e il benzoapirene, il consumo di vongole nei canali industriali anche da parte del forte consumatore non comporta l’erosione dell’ampio margine di garanzia derivante dai relativi parametri, cioè valori soglia di protezione alimentare. Passa quindi il Tribunale ad esaminare invece il valore limite e i consumi di lungo periodo, con riferimento all’esposizione alle diossine. Osserva sul punto il Tribunale come la Difesa abbia dimostrato che l’assunzione di diossine e i policlorobifenili, suscettibile di derivare dalla dieta dei prodotti ittici lagunari, non comporti alcuna erosione dell’ampio margine di garanzia rappresentato dal valore soglia già citato, individuato dall’Organizzazione Mondiale della Società, 1 – 4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo e la valutazione fatta dai tecnici della Difesa corrisponde a quella fatta anche da alcuni tecnici dell’Accusa. I prodotti ittici provenienti dai Mari del Nord si attestano su grandezze di gran lunga superiore a quelle riscontrate nei canali dell’area industriale veneziana. In tesi di Accusa, lasciata la prospettiva di un confronto con dati di esposizione rilevanti in altri contesti, si sostiene invece che l’alto grado di inquinamento del biota contenuto nei sedimenti dei canali nell’area industriale risulta dal confronto con il grado di inquinamento dei molluschi provenienti dalle altre aree della laguna. Nella loro valutazione, gli esperti della Difesa invece calcolano l’esposizione a diossine con riferimento ad un ideale consumatore di vongole di provenienza esclusivamente dei canali della zona industriale, cumulandola con il consumo di altri prodotti ittici lagunari e con altri prodotti di origine animale. Considerano poi gli esiti di tale indagine, confrontandola con i criteri dettati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1998 ed infine integra l’analisi facendo un confronto tra le esposizioni a diossine tra la popolazione lagunare ed altre popolazioni europee, nonché quella degli Stati Uniti. Gli esiti delle valutazioni degli esperti della Difesa dimostrano che il grado di concentrazione delle diossine nei pesci e nei molluschi della laguna veneziana è confrontabile con quello dei pesci e dei molluschi provenienti da altre aree che risentono di impatto antropico diretto e moderato. Infatti dal confronto emerge, in particolare, che i prodotti lagunari, comprese le vongole raccolte nei mari industriali, hanno un carico di diossine inserito nell’intervallo delle concentrazioni che possono essere definite normali per queste tipologie di alimenti, per l’Europa e per gli Stati Uniti e ad analoga valutazione, si rileva, sono pervenuti anche alcuni consulenti del Pubblico Ministero. Rileva ancora il Tribunale come dato di contorno che il grado di inquinamento per quanto riguarda le diossine dei molluschi e dei pesci di provenienza di tutta la laguna, e quindi anche dell’area industriale, si colloca su bassi livelli dell’intervallo di concentrazione riscontrato nei prodotti ittici in Europa e negli Stati Uniti. Quindi, dopo avere premesso che anche per le diossine devono utilizzarsi gli stessi criteri di valutazione già prima indicati per gli altri inquinanti, osserva il Tribunale come valgano anche per le diossine le critiche relative ai criteri non corretti utilizzati dell’Accusa, che ha fondato le sue valutazioni con riferimento a consumi medi che non trovano riscontri nelle statistiche dei consumi della popolazione veneziana, italiana ed europea e che appaiono così eccessivi ed abnormi se confrontati con le fonti disponibili. Hanno infatti fatto riferimento nei loro calcoli, come già detto, ad un consumo medio giornaliero di vongole nell’ordine di 20 – 100 grammi al giorno in parte edibile, mentre facendo riferimento ai dati elaborati dal COSES risulta una esposizione alle diossine di 0,025, tra 0,025 e 0,190 picogrammi per peso corporeo, rispettivamente per i consumatori medi e per i forti consumatori, nel Comune di Venezia, come margine rispetto ai valori limite indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è da 40 a 161 volte per i consumatori medi e da 50 a 21 volte inferiori per i forti consumatori. Ne consegue che, con riferimento al valore più restrittivo di un picogrammo per ogni chilogrammo di peso corporeo, il suo raggiungimento conseguirebbe solo nel caso di un consumo giornaliero protratto per lunghi periodi, di 57 grammi di vongole, parte edibile, pari a 400 grammi al lordo di vongole, consumo che non trova alcun riscontro nei dati elaborati dal COSES e che non costituisce in assoluto un’ipotesi congrua e realizzabile. Per raggiungere il valore soglia più elevato, i 4 picogrammi per ogni chilo di peso corporeo, sarebbe necessario consumare 233 grammi di vongole al giorno, pari a 1.300 grammi lordi al giorno su lungo periodo. Sulla base di tali dati, risulta che la situazione di contaminazione propria delle vongole di provenienza dei canali della zona industriale, non denota pericoli alimentari. Con riferimento poi al consumo di prodotti ittici provenienti da tutta la laguna e pur con qualche incertezza dovuta alla mancanza di dati per alcune categorie di prodotti ittici, le analisi effettuate dimostrano che la popolazione veneziana, come abitudini alimentari medie, potrebbe assumere come prodotto ittico lagunare 0,19 picogrammi per chilogrammo di peso al giorno, che è meno di un quinto della dose di riferimento più bassa indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e il predetto valore di riferimento sarebbe rispettato anche nel caso di forte consumatore, ciò che invece non avviene per forti consumatori in altri Paesi europei. L’assunzione di diossine tramite il consumo di vongole costituisce una frazione minoritaria della successiva assunzione tramite tutti i prodotti ittici, sia che si faccia riferimento alle vongole provenienti da tutta la laguna, sia che si faccia riferimento alle vongole provenienti dai soli canali industriali, in base ai dati di analisi di concentrazione dedotte dalle fonti indicate dalla stessa Accusa. Infatti, nel caso di esclusivo consumo di vongole provenienti dai canali industriali, si passerebbe da una esposizione da 0,1 picogrammi per chilogrammo al giorno, ad un’esposizione a 0,2 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. L’incremento del carico di diossine derivante anche dal consumo di vongole provenienti dall’area industriale, è irrilevante non solo per il confronto con l’esposizione derivante dal consumo di tutti i prodotti ittici, ma anche per il confronto con la quantità di diossina assunta giornalmente con tutti gli alimenti. L’assunzione di diossine avviene tramite tutti gli alimenti e mediamente sono più cariche di diossine, per ragioni di bioaccumulabilità, i prodotti di origine animali, attraverso i quali viene veicolata la maggior parte delle diossine, pari all’80 – 90%. Premesso quindi che per effettuare dei confronti significativi devono essere utilizzati dati di raffronto omogenei, mentre tale criterio non viene osservato dall’Accusa, rileva il Tribunale come la Difesa verifichi innanzitutto se l’esposizione complessiva della popolazione veneziana di diossine tramite la dieta costituita da tutti gli alimenti, registri significativi differenze, facendo due diverse ipotesi: l’ipotesi che il consumatore si alimenti con prodotti ittici provenienti da tutta la laguna, compresi quelli dei canali industriali; altra ipotesi secondo cui la quota di vongole provenga interamente dai canali industriali. I dati utilizzati per il confronto sono ricavati sia per quanto riguarda quello relativo ai consumi, come per quanto riguarda quelli relativi alle concentrazioni di diossine, da una pubblicazione presentata al convegno "Diossine ‘99", tenutosi a Venezia. Dagli esiti di tale indagine, risulta che nella prima ipotesi, consumo di 30 grammi di prodotto ittico al giorno, si ha un’assunzione di diossine pari a 30 picogrammi equivalente a 0,42 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno e nella diversa ipotesi invece si ha un’assunzione pari, secondo i calcoli di adeguamento, a 0,44 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo, valori che dimostrano entrambi l’insussistenza dei supposti pericoli alimentari derivanti da ipotetici consumi tramite la dieta di vongole di esclusiva provenienza dai canali industriali. Anche la valutazione di altri esperti di fonte pubblica avevano portato ad analoghe conclusioni, rilevando che il consumatore medio veneziano assume con gli alimenti di origine animale una quantità di diossine inferiore alla metà del valore guida più restrittivo determinato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e tali risultati non sorprendono, in quanto sono conformi a quelli a cui erano pervenuti nel 1996 altri esperti. Viene quindi fatto un confronto con le esposizioni anche in altre popolazioni e le stime a cui pervengono gli esperti delle Difese coincidono con quelle a cui erano pervenuti altri esperti: Zanotto ed altri nel 1999, vedi relazione pubblicata nel corso del convegno, e chiariscono come l’esposizione per via alimentare alle diossine della popolazione veneziana si collochi ai livelli più bassi dei valori di esposizione delle popolazioni europee. I dati di confronto rappresentati graficamente nelle tabelle riprodotte nel testo della sentenza, dimostrano che l’esposizione alle diossine del consumatore medio veneziano è sovrapponibile a quella delle popolazioni di confronto; che la concentrazione media di diossine nel pesce consumato da questa popolazione è corrispondente a quella riscontrata nel pesce consumato dalla popolazione veneziana. Tra i dati dominanti risulta anche che i consumi medi ipotizzati anche dall’Accusa sono di gran lunga superiori anche ai consumi medi di popolazione come quella svedese, canadese e danese, che sono pure considerati notevoli consumatrici di questo tipo di alimenti. Trova altresì conforto la tesi della Difesa, secondo cui i livelli di esposizione della popolazione veneziana sono tra i più bassi di quelli europei. Certo comunque, osserva il Tribunale, non è ipotizzabile una esposizione alle diossine superiore a quella della popolazione media europea. I dati risultati dalle diverse indagini svolte in ambito europeo e americano, hanno altresì dimostrato che dalla maggioranza di consumatori in tutto il mondo viene superato il valore di esposizione più restrittivo, indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, pari ad un picogrammo per chilogrammo di peso corporeo con i soli alimenti animali e che l’esposizione aumenta ancora di più per il contributo degli alimenti di origine vegetale. Normalmente l’assunzione totale di diossine per i policlorobifenili nella dieta risulta equivalente a da 1,2 a 3 picogrammi per peso corporeo al giorno. Da queste stime, risulta quindi che una considerevole porzione della popolazione europea eccede il limite più restrittivo di un picogrammo per peso corporeo giornaliero stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il lieve superamento del valore soglia non è però indice di avvelenamento né di pericolo, che possa connotare il corrompimento di sostanze alimentari. Tale valore non è quello della soglia oltre alla quale, stante un lieve superamento, si possa prospettare a ragione l’attualità o la concretezza del pericolo reale per la salute, essendo un valore di esposizione definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un valore guida da raggiungere in futuro per ottenere una maggiore protezione del consumatore. Sbaglia quindi il consulente dell’Accusa, quando indica come esposizione di fondo della popolazione mondiale a diossine e policlorobifenili, quella di un picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno, in quanto la Commissione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda il predetto valore come quello più restrittivo, ma indica come limite precauzionale quello compreso da 1 a 4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. E’ sulla base di quella errata premessa evidenziata, considerando dosi di consumo abnormi, che l’Accusa sostiene che sommando all’esposizione di diossine quella di policlorobifenili, l’ideale consumatore di vongole di provenienza dai canali industriali superi l’esposizione di fondo. Ed invece, secondo tutti i dati esaminati dalla Difesa, anche nel caso di forte consumatore, si verificherebbero livelli di esposizione di 1,7 o 1,22 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo per i consumatori di prodotti ittici provenienti da tutta la laguna, il primo valore riferito al consumatore di prodotti ittici provenienti da tutta la laguna e il secondo invece riferito al consumatore di vongole provenienti dai canali della zona industriale. Molti valori, entrambi molto vicini ai valori più bassi di quelli indicati dalla Commissione Scientifica sugli alimenti dell’Unione Europea. Assumendo il quantitativo di pesce che la Difesa assume consumato dal forte consumatore, si verificherebbe il superamento del valore di fondo o valore guida più basso da parte di tutti i consumatori europei e americani. Non solo, viene comunque ribadito che il superamento del valore soglia non significa la prova dell’avvelenamento o dell’adulterazione concretamente pericolosa, ma che in ogni caso non esiste neppure la prova in concreto del suo effettivo superamento. Sulla base dei dati di concentrazione degli inquinanti, che trovano fonte nella relazione tecnica dell’Accusa, i consulenti della Difesa determinano, in base ai dati di consumo medio e di consumo forte di vongole di esclusiva provenienza dalla zona industriale ricavato dalle fonti sopra indicate, quella che è la esposizione per l’esposizione ai soli policlorobifenili per medi e forti consumatori, poi quella che è l’esposizione cumulativa a diossine ed insieme diossine e policlorobifenili per consumatori medi e forti consumatori. Secondo il consulente tecnico, la concentrazione del policlorobifenile nelle vongole di provenienza dai canali industriali, presenta un valore medio espresso in un valore di tossicità equivalente pari a 0,92 picogrammi ed un valore medio di concentrazione di diossine espresso nella stessa misura di 1,8 picogrammi. Quindi la concentrazione complessiva delle diossine e i policlorobifenili verrebbe ad avere un valore medio pari a 2,0 picogrammi e mediano 2,08. Moltiplicando il valore medio di concentrazione per il valore medio di consumo, risultano i valori di esposizione sopra indicati, che dimostrano come l’esposizione cumulativa di diossine e policlorobifenili anche per un forte consumatore di sole vongole del canale industriale, si attesta si valori comunque inferiori al valore guida più restrittivo indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sembra quindi, utilizzando valori di concentrazione prospettati dalla stessa Accusa, ma valori di consumo invece medio determinati secondo statistiche ed indagini fatte in precedenza, si avrebbe che, anche utilizzando i valori medi di concentrazione indicati dall’Accusa, sia nel caso di un’esposizione cumulativa a diossine e policlorobifenili anche da parte di un forte consumatore delle sole vongole dei canali industriali, si attesterebbero su valori inferiori a quello indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come valore più restrittivo. Ecco, appunto viene precisato che tanto risulta considerando sia i dati di consumo del COSES, i dati di concentrazione che derivano dall’Accusa ed informazioni relative all’esposizione di fondadiossine e policlorobifenili redatte a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della Commissione Europea per la Sicurezza Alimentare. Quindi le conclusioni invece del consulente dell’Accusa sono inattendibili perché, come si è già detto, il consulente utilizza valori di consumo improponibili, sovrastima le concentrazioni del policlorobifenile nelle vongole di provenienza industriale; per calcolare infatti l’esposizione cumulativa alle diossine e al policlorobifenile, moltiplica il valore di concentrazione delle diossine per un fattore di correzione 1,5, mentre invece essendo risultata la concentrazione nelle vongole del policlorobifenile inferiore a quella delle diossine, avrebbe dovuto utilizzare un fattore di correzione inferiore ad 1 e non 1,5. In sintesi, sia per il sedimento dei canali come per il biota, si accerta che esiste un gradiente di concentrazione per l’area industriale e area interna alla contaminazione lagunare, che non risentono di impatto antropico, con un più alto livello di contaminazione del biota vivente su sedimento inquinato e un rapporto di interferenza col biota lagunare da parte della componente biodisponibile degli inquinanti che compromettono lo stato dei sedimenti. Tale dato di realtà, certo ed incontroverso, non significa però avvelenamento o adulterazione pericolosa del biota dell’area tinta da inquinamento. Le prove dimostrano infatti che i valori di concentrazione degli inquinanti nel biota di provenienza dell’area industriale non superano i valori di concentrazione vietati dalla legge, che definisce i parametri di qualità di molluschi e altre specie ittiche, né i valori normali di concentrazione. Per i metalli valgono le sovraesposte considerazioni, con la precisazione che quando mancano nella disciplina normativa le indicazioni relative alla concentrazione limite, la norma opera il rinvio alle pertinenti dosi giornaliere accettabili e che nel caso particolare non vi è prova di superamento per gli inquinanti di interesse processuale, dei parametri di qualità previsti da legge speciali. Non risultano mai, neppure per tutti gli altri inquinanti di interesse processuale, carichi inquinanti non normali, così come non risulta che la dieta, anche per il forte consumatore, comporti esposizioni che raggiungono quell’ampio margine di garanzia costituito dalla soglia giornaliera accettabile e neppure i limiti soglia, quindi, espressione della massima precauzione. Questo risulta essere il quadro probatorio, a prescindere dalla importante sopravvenienza probatoria costituita dagli esiti della verifica disposta su sollecitazione del Tribunale, sui dati di concentrazione degli inquinanti del biota e dell’area industriale riferiti dal consulente dell’Accusa, Racanelli. A questo punto il Tribunale infatti dà atto che, attesa l’esistenza di divergenze nei dati di analisi dei consulenti tecnici dell’Accusa, pur relativi a prelievi fatti negli stessi canali, era stata eseguita presso il laboratorio di Berlino, sotto la responsabilità del consulente tecnico dell’Accusa, le analisi di alcuni, cinque campioni di vongole e un campione di pesci, per rilevare la presenza di diossine, dei bifenili, idrocarburi etc., tutte le sostanze inquinanti, comprese i metalli, esaclorobenzene e i metalli pesanti. I risultati delle analisi di Berlino hanno nel processo una valenza importante, anche se la parte della motivazione che è stata finora esposta ne prescinde completamente. Nonostante i risultati delle analisi fatte a Berlino che hanno, come detto in precedenza, ridimensionato i valori di concentrazione degli inquinanti, l’Accusa ha continuato a sviluppare la sua tesi facendo sempre riferimento a valori di concentrazione massime da consumi occasionali, anziché i valori medi di concentrazione e i valori medi di consumo nel lungo periodo. Comunque gli esiti delle analisi di Berlino confermano l’esistenza di notevoli differenze tra i risultati ottenuti dal consulente Racanelli e quelle ottenute anche da altri consulenti dello stesso Pubblico Ministero. Dal confronto tra i dati di Berlino e quelli del consulente Racanelli, confronto praticabile in quanto i campioni provengono dallo stesso sito e le metodiche usate dal laboratorio sono state concordate, risulta la fondatezza di tutti i rilievi critici che sono stati fatti dalla Difesa. Per la migliore comprensione della questione, in esame viene quindi premesso che tutte le valutazioni fatte dai consulenti per determinare l’esposizione dei consumatori tramite la dieta costituita dalle vongole del canale industriale, fanno riferimento agli inquinanti, alla concentrazione di inquinante relativo al peso fresco, edibile; che i prelievi sia per le analisi effettuate a Berlino come per quelle fatte dal consulente tecnico dell’Accusa, sono state effettuate negli stessi punti e dal confronto tra le due analisi risulta che i valori di concentrazione media si attestano a quelle di Berlino su grandezze che sono la metà di quelle pubblicate dal consulente Racanelli. Viene fatto poi, nella sentenza, anche un confronto analitico per ciascun inquinante per le differenze risultanti nei valori di concentrazione media accertati nelle due diverse sedi.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo.

 

DIFESA – Avv. Bettiol – Presidente, mi scusi, dopo faremo un programma di udienze?

 

PRESIDENTE – Oggi pensiamo certamente di finire le relazioni, quindi chiuderemo questo punto. Poi abbiamo il problema della ricusazione, per quanto riguarda la ricusazione l’udienza è il giorno 31, però c’è lo sciopero degli Avvocati, quindi farete sciopero e quindi non si farà udienza. Allora andremo al 20 aprile alle ore 9.00.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 13.00.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 14.00.

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott.ssa Perdibon – Dal confronto tra le analisi, quelle effettuate dal consulente tecnico dell’Accusa e quelle effettuate a Berlino, risultava che i valori di concentrazione media si attestavano su grandezze che sono la metà di quelle pubblicate dal consulente Racanelli. Quindi vengono analiticamente indicate le differenze per il mercurio, il piombo, arsenico e alluminio. Le notevoli differenze risultanti dalle analisi dei campioni a Berlino, confrontate con quelle del consulente tecnico Racanelli, rileva il Tribunale che non devono sorprendere perché già riscontrate dal confronto precedente tra le stesse analisi e quelle effettuate anche da altri consulenti tecnici dell’Accusa. Vengono quindi riportate per ciascun metallo, nelle tabelle, le differenze tra le analisi del consulente Racanelli e quelle dei consulenti tecnici dell’Accusa, Sesana, Turri e Baldassarri e poi, questi ultimi ulteriori confronti, confermano che il dato anomalo è solo quello offerto dal consulente tecnico Racanelli. Viene poi dato conto anche degli esiti delle analisi di Berlino per gli altri valori, gli esaclorobenzene, benzoapirene, diossine, diossine simili e anche in questo caso, con un’indicazione e specificazione che viene fatta poi in modo analitico, risultano quelle che sono le concentrazioni delle varie sostanze inquinanti in misura notevolmente inferiori a quelle indicate nella consulenza tecnica di Racanelli. Dato atto appunto in via analitica nella sentenza di queste differenze, osserva il Tribunale in conclusione come per tutti i metalli di interesse processuale le concentrazioni rilevate dagli esperti della Difesa siano risultate superiori comunque a quelle medie rilevate a Berlino. Ciò comporta che i margini di sicurezza espressi come rapporto di valore della dose giornaliera tollerata e il valore dell’esposizione determinata in concreto, sono ancora più ampi; che le valutazioni fatte dalla Difesa risultano corrette; che per i metalli, nello scenario delineato dall’imputazione, non sussistono pericoli alimentari ed analogamente per benzoapirene, esaclorobenzene, diossine e diossine simili. I margini di sicurezza delineatisi dopo le analisi di Berlino e i dati acquisiti, dimostrano che anche per le diossine più i policlorobenzoafenili, partendo da consumi reali nonché da dati di concentrazione reali, non esiste alcuna possibilità che il consumatore, costituendo la dieta con vongole di provenienza dell’area industriale, possa assumere una quantità pari alla dose tollerabile più bassa indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E quindi, a maggior ragione, non sono ipotizzabili i supposti pericoli alimentari. Come evidenziato nelle premesse, l’Accusa ha cercato di dimostrare la sussistenza del pericolo tipico dei delitti in esame, confrontando i livelli di concentrazione di inquinanti riscontrati nel biota di provenienza nei canali industriali e i conseguenti livelli di esposizione, con misure quali la concentrazione limite, la dose giornaliera ammissibile, la dose giornaliera tollerabile, definiti dall’agenzia regolatoria secondo il principio di precauzione, lontane ordini di grandezza dal livello degli effetti osservati per gli "end point" più sensibili, lontane tanti ordini di grandezze quanti ne esprime il fattore di sicurezza applicato in sede di valutazione periodica del rischio. L’Accusa però non è riuscita neppure su questo piano a dimostrare alcunché, perché l’evidenza probatoria è di segno contrario. Di conseguenza e conclusivamente, ritiene il Tribunale che è da ritenersi provato che le dosi di assunzione media sia da parte del consumatore tipo come da parte del consumatore forte, non siano sussumibili sotto le classi idonee ex ante a dare luogo a qualsivoglia effetto indesiderato per la salute, né sotto le classi vietate dalla legge o sotto valori suscettibili di essere ritenuti non normali. Per quanto riguarda le diossine, sotto le qual classi di quelli capaci di superare la dose giornaliera tollerabile e comunque i valori limite individuati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La soluzione consegua all’accertata distanza di ordini di grandezza che separa le classi di esposizione derivanti dalla dieta del biota di provenienza dell’area industriale, da quelle capaci di produrre un qualsivoglia effetto indesiderato per la salute. E’ altresì conseguente il fatto che l’evidenza probatoria non consente di individuare nel catabolismo del Petrolchimico la matrice di contaminazione del sedimento dei canali industriali. Poi affronta ancora, seppur dice che si tratta di un argomento in coda, perché le prove hanno dimostrato che non sono concretamente superati neppure i valori soglia, che attengono a tutela anticipata a livello contravvenzionale o di illecito amministrativo, che deve essere tenuta distinta da quelle che le fattispecie penali di cui sopra realizzano. Il pericolo tipico delle fattispecie delittuose invocate non sarebbe realizzato nel caso che i parametri definiti declinando il principio di precauzione risultassero lievemente superati, non realizzandosi il pericolo tipico della fattispecie in esame. Si ribadisce quindi che non possono essere condivise le tesi secondo cui la prova della sussistenza del pericolo potrebbe essere desunta le leggi extrapenali, che realizzano forme anticipate della tutela, della salute, né la tesi secondo cui la prova dell’avvelenamento deriverebbe dalla sola presenza della sostanza negli alimenti. L’anticipazione della tutela che le due fattispecie realizzano, seppure in modo diverso secondo il dato letterale, non può prescindere comunque dal concetto di pericolosità, per cui in entrambi i casi è necessario accertare la presenza del dato reale di pericolosità, ciò che l’Accusa non ha adeguatamente valutato, non considerando le caratteristiche qualitative e quantitative della presenza degli inquinanti effettivamente rilevate in traccia nel biota vivente sul sedimento dei canali dell’area industriale, sotto il profilo della loro attitudine a farsi cause vizianti, seppur minimi effetti aventi nella salute. Mentre il Tribunale ha verificato che le classi di esposizione sono ordini di grandezza distante da quelle capaci di produrre un qualsivoglia effetto avverso o comunque sperimentato e tale soglia rappresenta quella del pericolo reale che si riscontrerebbe nel caso che il dato oggettivo considerato risultasse sussumibile sotto la classe di quelli capaci di produrre effetti avversi per l’uomo. Da tali ipotesi, invece, le tesi accusatorie hanno inteso prescinderne. La differente formulazione delle due norme per cui solo nel caso di adulterazione si richiede che si verifichi un pericolo per la salute pubblica, si spiega poi rilevando che mentre il concetto di avvelenamento denota in sé una situazione manifestamente pericolosa, le categorie di adulterazione o corrompimento sono neutre rispetto alla probabilità di verificazione di un evento di danno. Ne consegue che il legislatore risulta aver voluto sanzionare espressamente non qualsiasi adulterazione, ma solo quella che comporti una pericolosità per la salute pubblica delle risorse alimentari. L’anticipazione della tutela non esenta comunque l’interprete dall’accertamento delle intrinseche idoneità delle classi di esposizione rilevanti nel caso particolare, a porre in pericolo effettivo l’incolumità delle persone. Ne consegue che il gradiente di concentrazioni di sostanze presenti nel biota vivente in aree non inquinate rispetto a quello vivente nell’area industriale, non significa ancora di per sé avvelenamento o adulterazione pericolosa. Anche laddove la norma non menzioni il pericolo, non può ritenersi sufficiente un pericolo solo congetturale, essendo le condotte criminose configurabili solo in presenza di un pericolo reale, in astratto o in concreto, a seconda della collocazione che il pericolo assume nella struttura della fattispecie. Ciò avviene sempre ove la legge impiega termini così pregnanti quali disastro, avvelenamento o simili. Ritiene quindi il Tribunale che siano condivisibili invero le premesse dell’Accusa secondo cui nel caso di avvelenamento, a differenza di quanto avviene per l’adulterazione, dove è espressamente indicato il requisito pericolo dell’idoneità a ledere, il pericolo è astratto, avendo il legislatore adottato il criterio della presunzione di pericolosità; ma non è invece condivisibile l’affermazione dell’Accusa secondo cui la semplice presenza e la natura pericolosa della sostanza inquinante negli alimenti, basterebbe a configurare la consumazione del reato di cui a all’Art. 439 Codice Penale, né è condivisibile la tesi secondo cui, trattandosi di pericolo astratto o presunto, esso potrebbe essere presente anche in classi di esposizione lontane o molto inferiori rispetto a quelle che sono ritenute tali da fondare giudizi di idoneità lesiva. Secondo questa tesi, non condivisibile, ad integrare gli estremi dell’avvelenamento del biota lagunare sarebbe necessaria e sufficiente la mera presenza di una o più sostanze tossiche nell’alimento. Non può infatti, pur in presenza di una norma che configuri come elemento costitutivo del reato il pericolo astratto, prescindersi dalla verifica della realtà del pericolo, non essendo ammissibili valutazioni disancorate dal sapere scientifico e, poiché il pericolo è un requisito della fattispecie, non esiste una soluzione interpretativa che legittimi soluzioni diverse da quelle adottate dal Tribunale, certamente infondate. Si ripete ancora che non è condivisibile una tesi che prescinde dalla verifica della situazione del pericolo reale e che di conseguenza il delitto di avvelenamento avrebbe potuto ritenersi provato solo nel caso in cui fosse risultato superato il valore soglia e poi, determinate le classe di esposizione a livello delle quali è possibile ritenersi e prodursi gli effetti avversi, determinato il confronto tra queste e quelle suscettibili di derivare tramite la dieta del biota, si fosse dimostrato che queste corrispondevano a quelle. L’Accusa si è limitata a fare il confronto con la dose giornaliera ammissibile di riferimento, ma l’esito delle prove, ed a maggior ragione dopo le analisi di Berlino, risulta essere provato che per tutte le sostanze di interesse processuale, le esposizioni suscettibili di derivare tramite la dieta costituita dal biota di provenienza dall’area industriale non superano i valori soglia di riferimento. Neppure è condivisibile poi la tesi proposta dell’Avvocatura dello Stato con riferimento all’accertamento del pericolo concreto tipico dell’adulterazione, secondo cui, premessa la legittimazione a fondare il giudizio di pericolo anche su altri indici, nel caso specifico di adulterazione delle acque destinate all’alimentazione, il giudizio di pericolo potrebbe essere fatto assumendo come parametro di riferimento la disciplina normativa relativa alla loro potabilità, in particolare il D.P.R. del 1988 numero 286, Art. 21, dove la norma assume la rilevanza di conseguente per la salubrità del prodotto alimentare finito. Per quanto riguarda la concreta pericolosità delle sostanze alimentari per la salute, le vongole, il riferimento sarebbe al Decreto Legislativo 30 dicembre 1992 numero 530, legge attuativa della direttiva CEE del 1991, che stabilisce le norme sanitarie applicabili alla produzione e alla commercializzazione dei molluschi bivalvi per il consumo umano, determinando parametri di qualità del prodotto, edibilità e commerciabilità, tesi anche questa non condivisibile in base al principio secondo cui, se è vero che l’attitudine alle sostanze alimentari a recare nocumento alla salute può essere provata con ogni mezzo consentito, è altrettanto vero che non può essere determinata arbitrariamente. Nei delitti contro l’incolumità pubblica, il pericolo è un requisito fondato sempre e comunque su un giudizio di idoneità della condotta a ledere, che è cosa diversa dal pericolo immanente alla violazione di regole comportamentali previste da leggi speciali, la cui violazione è infatti sanzionata come contravvenzione o illecito amministrativo, quand’anche le norme comportamentali, anche queste norme comportamentali, risultino finalizzate alla tutela della salute. Nei delitti per l’incolumità pubblica, il Codice Penale distingue da contingenze tutte diverse, situazioni razionalmente ritenute passibili di più severa sanzione, stante la differente offensività della condotta tipica. Va comunque ribadito che per inquinanti di interesse processuale risulta essere provata la riconducibilità delle concentrazioni presenti nel biota di provenienza dall’area industriale, sotto la classe di quelle non vietate dalla legge speciale, e ciò per taluni tipi di contaminanti risulta essere stato accertato proprio alla stregua delle previsioni di cui al citato decreto legislativo, che stabilisce le norme sanitarie applicabili alla produzione e alla commercializzazione dei molluschi bivalvi. Tali normative attengono comunque al tema della edibilità, che è cosa diversa dall’avvelenamento e adulterazione, nel senso che quando anche fosse stata accertata la non edibilità del biota di provenienza dell’area industriale, il problema dell’avvelenamento e dell’adulterazione non sarebbe stato comunque risolto sul piano probatorio. Per altre contaminanti è stata accertata la distanza notevole che separa dai valori soglia, le dosi di assunzione provenienti dalla zona in questione e per le diossine è stato accertato che non risultano superati i parametri che costituiscono espressione e misura del principio di precauzione. Entrambi i parametri non distinguono comunque ciò che è avvelenato e adulterato da ciò che non lo è, e se anche fosse stato accertato il superamento dei valori soglia o dei limiti di edibilità, talora coincidenti, si sarebbe accettata la violazione della particolare disciplina, che non sarebbe stata però apprezzabile di per sé come indice di reali pericoli alimentari o come prova di avvelenamento o adulterazione pericolosa. Pertanto la tesi dell’Avvocatura dello Stato non può essere condivisa, a prescindere dal fatto che in concreto neppure risultano essere state violate le leggi speciali. Va di conseguenza criticato il programma probatorio dell’Accusa, che non attribuisce alcun rilievo al problema della definizione del livello di esposizione a cui la ricerca scientifica associa effetti avversi. Coerentemente ad un’ipotesi interpretativa eccessiva, l’Accusa non assume e non rende informazioni adeguate sulla caratterizzazione del rischio reale derivante dall’esposizione tramite la dieta agli inquinanti ad interesse processuale. Coerentemente ad un’ipotesi interpretativa che opera un’indebita retrocessione del pericolo tipico dell’avvelenamento e dell’adulterazione a parametri normativamente tipizzati o tipizzati da agenzie regolatorie e che sono espressione del principio di precauzione, ma non misura dell’idoneità a ledere, l’Accusa si è limitata a proporre l’uso di quei parametri, facendone peraltro malgoverno sia con riferimento ai dati di consumo, sia con riferimento ai dati di concentrazione. Nessuna allegazione o difformazione è stata data dall’Accusa in ordine alle valutazioni di correlazione tra dosi ed effetti avversi; inesistente è l’analisi dei dati clinici, epidemiologici e tossicologici pertinenti all’esposizione, e ciò come conseguenza coerente al programma di prova messo in atto dalla stessa, basata sulla proposizione chiave, errata in diritto, secondo cui i parametri normativamente tipizzati o tipizzati dall’agenzia regolatoria, espressione solo del principio di precauzione e non della misura di effettiva idoneità a ledere, distinguono ciò che è avvelenato da ciò che non lo è, e ciò che è realmente pericoloso da ciò che adulterato non è. Per tali motivi deve escludersi la sussistenza dei reati di avvelenamento e adulterazione pericolosa per l’incolumità pubblica. Segue poi un’analisi dettagliata relativamente alle classi, separatamente per gli effetti cancerogeni e gli effetti non cancerogeni e derivanti dall’assunzione delle sostanze in questione e, senza fare l’elenco di tutti quelli che sono i risultati riportati nella sentenza, potrei sintetizzare rilevando che sia per quanto riguarda i metalli sia per quanto riguarda le diossine, sia per quanto riguarda gli effetti cancerogeni, come per quanto riguarda effetti diversi dagli effetti cancerogeni e per tutte le sostanze in esame, non si sono rilevati effetti negativi a dosi che sono di ordine di grandezze estremamente più elevate rispetto a quelle oggetto dell’inquinamento in esame. Quindi gli esiti del confronto, anche per quanto riguarda le diossine, sono sempre tali da evidenziare le distanze di ordine di grandezza rilevanti. Per esempio, per quanto riguarda, viene fatta seguire una esposizione analitica per ciascun inquinante, in realtà il Tribunale lo esamina separatamente per ogni inquinante e per ciascuno degli effetti pericolosi sia cancerogeni come non. Da questa esposizione, risulta la rilevantissima differenza da 100 mila a 18 milioni di volte, tra le dosi di esposizione derivanti dal consumo del biota nella zona industriale e quella a cui viene associato un effetto cancerogeno. Tenuto conto del quadro di riferimento, il Tribunale accerta conclusivamente che gli effetti cancerogeni osservati in sede sperimentale su animale si producono a livelle di classi di dosi superiori ordine di grandezze rispetto a quelli interessanti in questa sede e suscettibili di derivare dall’assunzione tramite la dieta del biota. Ciò comporta, quindi, la conseguenza che deve escludersi la sussistenza di pericolosità con riguardo agli effetti cancerogeni, per classi di esposizioni interessanti questa sede, ciò sia facendo riferimento alle dosi di esposizione effettuate dalla Difesa, come a quelle pur erronee indicate dall’Accusa. Gli esiti delle indagini svolte in questa sede, convergono con quelli risultanti da altre fonti, in cui non è stato accertato nessun aumento di rischio nella popolazione nella laguna e nelle isole rispetto a quella della terraferma. In definitiva, le concentrazioni di sostanze inquinanti derivate nel biota di provenienza dell’area industriale sono largamente inidonee, sicuramente inidonee pure solo a porre il problema della produzione di effetti avversi come cancerogeni. Analoghe conclusioni vengono tratte per quanto riguarda appunto gli effetti non cancerogeni. Anche qui il Tribunale osserva come le concentrazioni di sostanze inquinanti siano inidonee a porre il problema della produzione degli effetti avversi per la salute, anche per quello che riguarda gli effetti non cancerogeni. In particolare, per quello che riguarda lo specifico delle diossine, i rapporti tra i livelli più bassi di esposizione in grado di produrre effetti osservati o noti e i livelli di esposizione più attinenti al processo, variano a seconda del tipo di effetti considerati, da un minimo di tre ad un massimo di sei ordini di grandezze. Questa misura, che separa le due dosi, è stata determinata tenendo prudenzialmente conto del fatto che sia la Commissione Europea sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità specificano che gli effetti tossici rilevati in sede sperimentale sono stati prodotti da somministrazione della diossina 2, 3, 7, 8, tetraclorodibenzodiossina più tossica e non dalle sostanze inquinanti di interesse processuale e tenendo conto, altresì, del fatto che sommare secondo fattori di conversione di tossicità equivalente la tossicità del policlorobifenile a quella del tetraclorodibenzodiossina, è cosa conforme alle convenzioni tipiche dei procedimenti regolatori, piuttosto che a serie regole scientifiche. Eseguendo questi criteri prudenziali, la Commissione Europea e l’Organizzazione Mondiale della Società, hanno concluso nel senso che il livello più basso a cui potrebbero verificarsi effetti avversi non cancerogeni è distante non meno di dieci volte dalla soglia di riferimento. Tale fattore di sicurezza 10 è applicato tenendo conto dell’esposizione suscettibile del derivare da tutto il complesso degli alimenti costitutivi della dieta e, con riferimento a livelli di esposizione relativi a forti consumatori, varia da un minimo di tre ad un massimo di sei ordini di grandezze. Accertato che per tutti i metalli non risultano superati i livelli di concentrazione previsti dalle norme relativi alla produzione e commercializzazione dei molluschi bivalvi, l’Accusa si è concentrata sulla rilevanza del problema dei valori di concentrazione pertinenti ad altri inquinanti ed accertato che anche per gli altri inquinanti i valori di concentrazione sono valori normali e che comunque non superano i valori soglia, il discorso dell’Accusa ha finito per concentrarsi sulla questione dell’effettivo margine di protezione suscettibile di derivare dal rispetto del valore soglia per i consumatori più deboli, ipotizzando in tesi di Accusa che possano derivare effetti nocivi dalle diossine o dai furani, anche se assunte in dosi compatibili con i valori soglia di riferimento. Il Tribunale ritiene infondata questa tesi accusatoria sostenuta anche da Greenpeace, che ignora e rimuove il problema della definizione delle classi di esposizione che possono produrre gli effetti avversi e, sul punto, si ricorda che anche il principio di precauzione fa riferimento a dei limiti di assunzione della sostanza, assumendo, in funzione della finalità protettiva, misure che sono ordini di grandezza lontano dalla dose la cui assunzione non provoca effetti tossici sugli animali più sensibili e in misura ancora più distante da quella che sarebbe pensabile essere idonea a provocare minimi effetti indesiderati nell’uomo. Tutti gli effetti tossici non cancerogeni riscontrati negli esperimenti sugli animali, sono stati verificati dopo somministrazioni ad alte dosi, non confrontabili con quelle di cui al processo. Partendo dalle sperimentazioni sugli animali, sono state fatte due estrapolazioni: una relativa alla valutazione del rischio per l’animale, l’altra relativa al trasferimento del dato animale sull’uomo. Va poi aggiunto che tutte le sperimentazioni sono state fatte utilizzando la diossina più pericolosa, la diossina pura. Considerando quindi che lo scopo dell’indagine è quella di trovare una dose sicura per l’uomo, l’aspetto più problematico è evidentemente quello dell’estrapolazione dell’animale all’uomo. La prima tappa è stata quella dell’accertamento del N.O.A.E.L., cioè della dose di sostanza priva di effetti tossici, determinata partendo sulla sperimentazione sull’animale, apportandone poi le correzioni mediante fattori di sicurezza che tengano conto di valutazioni etiche e politiche, e anche nell’economia dei procedimenti regolatori seguite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e della Commissione Europea, il perturbamento dello stato di benessere dei soggetti più deboli risulta essere stato valutato in modo approfondito, coerentemente con le finalità delle predette istituzioni, nel definire la misura della precauzione, determinando valori soglia ultraprudenziali, tenendo conto anche delle fasce di popolazione più sensibile. La definizione della soglia accettabile, cioè sicura ed adeguata alla necessità di protezione della salute di tutta la popolazione, comprese le donne gravide e in lattazione, è stata come già detto determinata a dosi dieci volte inferiori a quelle che comunque non sono in grado di produrre gli effetti menzionati. Ne consegue che la tesi dell’Accusa, secondo cui non può escludersi che effetti tossici non cancerogeni possano derivare da esposizione a diossine e furani anche a livelli compatibili con i limiti di soglia, sono del tutto infondate. Ritiene conclusivamente il Tribunale che la tesi accusatoria relativa alla sussistenza di pericoli alimentari tipici dei delitti di avvelenamento e adulterazione, debba essere ritenuta infondata in fatto più di quanto non siano erronee le premesse interpretative in diritto. La prova dell’insussistenza del fatto consegue non a ragione dell’insufficienza probatoria, ma in base all’esistenza di prove adeguate e acquisite a seguito di un completo lavoro istruttorio, non essendo le classi di esposizione derivanti dall’assunzione dei prodotti ittici provenienti dai canali delle aree industriali, sussumibili sotto le classi di esposizione in relazione alle quali è possibile fondare giudizi di pericolo. Il Tribunale ha infatti verificato che le caratteristiche qualitative e quantitative degli inquinanti rilevate nel biota di sedimenti della zona industriale, non permettono di ritenerne l’attitudine a farsi causa di effetti avversi alla salute; che le classi di esposizione derivanti dall’assunzione tramite la dieta sono distanti ordini di grandezze da quelle capaci di produrre effetti osservati o sperimentati. Accertata quindi la carenza dei presupposti del pericolo, accertata l’inidoneità con le classi di esposizioni pertinenti alle concentrazioni degli inquinanti, rilevate le tracce nel biota vivente nel sedimento dell’area industriale, a provocare danno alla salute; accertato che nello scenario del processo le classi di concentrazione degli inquinanti non appartengono a classi di concentrazioni anomale; verificato il mancato superamento dei valori soglia dei parametri di protezione alimentare che applicano il principio di precauzione, è dato ritenere l’insussistenza dei fatti contestati. Va ancora osservato che secondo l’Accusa il reato di disastro innominato e supposto pericolo per l’incolumità pubblica, conseguirebbe agli effetti sul biota dell’inquinamento dei sedimenti dei canali, con la conseguenza che la mancata prova della asserita pericolosità della ittiofauna costituisce a maggior ragione prova del fatto che nessun pericolo per la salute pubblica può essere anche solo astrattamente ricollegato alle supposte cause mediate, cioè all’inquinamento dei sedimenti. La situazione è altresì coerente all’evidenza probatoria, che non consente di individuare nel catabolismo del Petrolchimico la matrice della contaminazione del sedimento dei canali dell’area industriale, indistintamente considerata. Agli imputati non è neppure possibile riferire l’inquinamento del canale Lusore Brentelle, sicuramente prodotto dal catabolismo del Petrolchimico e degli ambienti adiacenti, per avere l’Accusa trascurato la necessità di un’indagine relativa alla datazione dell’inquinamento, al fine di accertarne l’apporto dei singoli gestori; in definitiva per essere stato trascurato il problema della rilevanza causale delle singole condotte degli imputati. Comunque, anche gli addebiti di colpa in sé considerati, risultano infondati in fatto e in diritto e pertanto l’Accusa nel suo complesso è infondata. Per questi motivi il Tribunale ha deciso come da dispositivo. Passando quindi ad esaminare, da ultimo, l’appello del Pubblico Ministero relativamente a questa ultima parte della sentenza, osserva il Pubblico Ministero come: premessa la distinzione teorica tra reati di pericolo concreto, reati di pericolo astratto e reati di pericolo presunto, basata sulla esistenza per i primi della prova concreta del pericolo per il bene protetto, per i secondi invece dalla prova della sola condotta ritenuta dal legislatore in sé pericolosa, serve al Pubblico Ministero, fatta questa premessa, come per dimostrare la sussistenza del reato di cui all’Art. 439 si debba provare che le acque e le sostanze alimentari sono state avvelenate, cioè contaminate da sostanze tossiche, anche non letali, in concentrazioni tali da poter comunque danneggiate l’organismo umano; mentre non sia necessario provare l’effettivo cioè concreto verificarsi del pericolo. E’ incontroverso, rileva il Pubblico Ministero, che non la presunzione legale di un pericolo effettivo fonda i disvalore dei reati di pericolo astratto, bensì la pericolosità generalmente e normalmente insita nel fatto tipico. Ed è proprio la pregnanza semantica di un elemento di fattispecie, appunto l’avvelenamento, a connotare il delitto de quo, cosicché non ha senso parlare di presunzioni legali di pericolo. Concorda ancora il Pubblico Ministero, come fatto incontroverso, che attribuire la responsabilità penale di un evento al di fuori del collegamento causale con l’azione, sarebbe contrario al sistema formato dagli Artt. 25 secondo comma e 27 terzo comma della Costituzione. Dal coordinamento delle predette norme, risulta poi chiara l’esigenza che il soggetto a cui si applica la sanzione sia proprio quello che ha commesso il fatto dotato di disvalore. Premesse quindi alcune considerazioni di carattere generale, relative alla differenza tra l’evento di danno e quello di pericolo, il primo certo ontologicamente, il secondo invece solo altamente probabile, in quanto riferito ad una realtà futura, quindi incerta, per cui un Tribunale che pretendesse la certezza ontologica del pericolo finirebbe per non poter mai ravvisare una condizione di pericolo, osserva il Pubblico Ministero come nel capo concreto il pericolo sia stato contestato in ragione dell’avvelenamento delle acque a sostanze alimentari, cioè di una modificazione prodotta mediante immissione di veleni o sostanze tossiche capaci di produrre sostanze dannose nel sistema biologico, alterandone seriamente le funzioni. L’Accusa ha dimostrato che gli imputati hanno provocato nel corso di decenni emissioni nell’aria, nell’acqua superficiale, nell’acqua di falda, nel suolo e sottosuolo, di sostanze tossiche in violazione delle norme che disciplinano queste attività ed in concentrazioni che comunque mettono in pericolo la salute pubblica, e che ciò ha comportato una modifica della realtà esistente e creato un pericolo che prima non c’era o ha aggravato quello già sussistente. L’Accusa ha dimostrato che legato alla condotta che ha modificata la realtà esistente, è il pericolo rappresentato da una nuova situazione in cui si è evidenziata una manifestazione di danno genetico. La associazione tra evidenze di danno e presenza di inquinanti industriali, è pertanto tangibile e reale. Dall’esame delle evidenze sperimentali relative agli anni 1993 e 1999, la zona di Porto Marghera prospiciente il Petrolchimico è risultata caso del tutto particolare rispetto alle altre aree lagunari, perché livelli significativi di danno genetico sono stati rilevati ripetutamente in mitili e pesci. Analisi chimiche più recenti hanno suggerito una relazione tra danno biologico e contaminazione da ipabifenili policlorurati ed esaclorobenzene. In particolare la presenza della cosiddetta zona diagonale radioattiva, è segno di esposizione multipla a composti aromatici DNA reattivi. Negli organismi studiati, in particolare nei mitili, tenendo conto dei tempi di vita, del fatto che filtrano la colonna d’acqua, della loro limitata capacità di bioaccumulo e della limitata capacità metabolica, è risultata accertata l’avvenuta contaminazione a causa dell’esposizione ambientale ad agenti genotossici nei periodi menzionati, esposizione che ancora persiste. Se è avvenuto il danno genetico nei mitili per esposizione alle sostanze inquinanti scaricate dal Petrolchimico, se ne deve dedurre che analogo rischio di modificazione genetica esiste anche per la collettività umana, esposta direttamente o indirettamente alle stesse sostanze tossiche. Anche nei pesci si sarebbero verificate analoghe movimentazioni per quanto riguarda la zona diagonale radioattiva, circostanza questa che conferma il carattere indifferenziato del rischio per tutti gli organismi viventi esposti alle stesse sostanze. Il ripetuto riscontro nel tempo in mitili e pesci dell’area industriale di livelli significativi di danno genetico, giustifica quindi a tutt’oggi l’ipotesi che il meccanismo di legame di alcune molecole inquinanti al DNA e conseguente formazione di addotti, sia o rischi di essere un fenomeno riscontrabile anche nell’uomo. Sono le leggi della biologia, che provano la non impossibilità del danno nel caso concreto e consentono la legittima configurazione di un pericolo scientificamente supportato. E’ quindi importante segnalare quanto i Primi Giudici hanno ignorato e ricordare che trovare il DNA danneggiato non dimostra che quel danno si è tradotto automaticamente in mutazione e tumori nei pesci e nei mitili, ma significa che la esposizione è capace di determinare effetti molecolari iniziali che possono sviluppare mutazioni deleterie. E’ certo che esistono esempi in letteratura, che dimostrano come, compatibilmente con la dose e le modalità di esposizione, un certo numero di inquinanti trovati in quantità maggiore nei mitili dell’area industriale, possano causare mutazioni e tumori in determinati organismi. Per quanto è certo che per quanto riguarda l’uomo, a differenza degli organismi acquatici per cui il rischio è diretto, si parla nella comunità scientifica, di un’esposizione che ha l’attitudine, cioè è idonea a farsi occasione iniziale di possibili processi causali. Gli addotti al DNA e ai micronuclei, come rilevato dal consulente tecnico Venier, possono determinare mutazioni; si tratta in particolare di mutazioni cromosomiche, considerate predittive di rischio di tumore nell’uomo. Anche se non è dimostrato, in tali condizioni, il regolare innesto di stimoli proliferativi capaci di facilitare l’insorgenza di mutazioni e lo sviluppo di tumori, si tratta comunque di possibilità ben note di cui è impossibile calcolare le percentuali di verificazione. Bisogna infatti distinguere l’effetto precoce, individuato come micronucleo, danno cromosomico, e le possibili conseguenze di tale danno. Per ogni specie, la riproduzione, le funzioni immunitarie ed endocrine, sono funzioni vitali altrettanto complesse del mantenimento dell’equilibrio replicativo, quell’equilibrio di segnali e funzioni che, se sregolato, sfocia nella cancerogenesi. L’alterazione del messaggio genetico o della sua espressione, può pregiudicare le funzioni vitali, produrre conseguenze a medio e lungo termine nei singoli organismi e nell’ecosistema. Tanto rilevato, appare priva di fondamento l’affermazione contenuta nella sentenza secondo cui le caratteristiche degli inquinanti non sono state considerate dall’Accusa sotto il profilo delle loro attitudini a farsi causa iniziante di pur minimi effetti avversi alla salute. Esaminando in particolare il danno genetico, osserva il Pubblico Ministero, le valutazioni che seguono sono tratte dalla pubblicazione scientifica dell’Agenzia per la Ricerca sul Cancro, numero 146, che tratta dell’uso di test a breve e medio termine, per gli agenti cancerogeni e dei dati sugli effetti genetici per la valutazione del rischio cancerogeno. Va innanzitutto evidenziato come, sulla base dei risultati sperimentali, sia stato accertato che l’aumentato livello di specifici danni al DNA può essere predittivo di aumentate incidenze di tumori in gruppi di popolazioni. Gli addotti al DNA, possono causare mutazioni puntiformi e alterazioni cromosomiche, e tutti i tumori contengono alterazioni cromosomiche, alcune delle quali sono tappe specifiche dello sviluppo del tumore. Delle alterazioni cromosomiche rilevabili sperimentalmente, fanno parte anche i micronuclei. Entrambi, addotti al DNA e micronuclei, sono oggi ampiamente utilizzati come marcatori biologici di effetti chimici precoci, associati in primo luogo all’esposizione e la maggior parte dei casi di esposizione valutati dall’Agenzia per il Cancro come cancerogeni umani sono genotossici, vale a dire che reagiscono causando lesioni chimiche del DNA. E’ pertanto ragionevole supporre che l’aumento dei danni al DNA sopra il livello di fondo in specifici gruppi di persone sia associato ad aumentato rischio di tumore. Per lo meno per i cancerogeni genotossici, gli addotti al DNA sono probabilmente gli eventi molecolari critici degli stadi precoci dell’iniziazione della cancerogenesi. In alcuni casi, l’esposizione a fattori cancerogeni non può essere accompagnata da manifestazioni esterne. In altre situazioni, invece, le conseguenze dell’esposizione si manifestano nei livelli di danno al DNA che può essere quindi usato come misura di esposizione. Il vantaggio aggiuntivo delle misure degli addotti al DNA è che possono fornire informazioni sulla esposizione in situazioni ove tali informazioni non possono essere ricavate altrimenti e tali considerazioni valgono anche nel caso in cui ci sia esposizione da agenti genotossici capaci di formare addotti e contemporaneamente ad agenti promotori e cocancerogeni capaci di modulare tale livello di addotti. Per esempio l’alcol etilico aumenta drammaticamente i livelli di addotti dopo un’esposizione sperimentale, cosa che è stata verificata dopo un’esposizione sperimentale, e se si verificano gli effetti predetti sui pesci ci si deve chiedere cosa possa verificarsi nella popolazione che di essi si nutre, con particolare attenzione agli effetti indotti da tale consumo sulla salute umana. Con il sostegno delle attuali conoscenze scientifiche e con riferimento specifico all’ambiente acquatico, va inoltre considerato che il DNA è solo una delle possibili conseguenze tossiche, potendo la tossicità interessare contemporaneamente più bersagli intracellulari. La manifestazione di alterazioni genetiche indotte da un composto chimico può avvenire a dosi distanti dalle dosi tossiche ed a distanze di generazioni. Con riferimento ai molluschi, avrebbe dovuto inoltre tenersi conto della loro capacità di bioaccumulo degli inquinanti, spesso consistenti e dei tempi necessari per la loro depurazione. Ed ancora doveva considerarsi il fatto che le reazioni metaboliche dell’uomo sono ben più efficienti di quelle modeste che si verificano agli invertebrati, e che di conseguenza producono quantità pericolose di intermedi reattivi, capaci di formare addotti al DNA. Il fatto che alle questioni prospettate non sia stata data ancora una risposta scientifica certa, non ha peraltro rilevanza ai fini dell’apprezzamento del pericolo ed è proprio per prevenire tale genere di pericolo che è stato dalla comunità scientifica elaborato il principio di precauzione, che presuppone una preliminare valutazione scientifica obiettiva, la quale indichi che vi sono ragionevoli motivi di temere effetti sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani e degli animali, delle pianti, potenzialmente pericolosi e incompatibili con il livello di protezione prescelto dall’Unione Europea. La prevenzione è necessariamente correlata al rischio ed è comunque al principio di prevenzione che deve farsi riferimento quando si devono definire misure dirette ad evitare il pericolo che un evento si verifichi, ciò che ha portato la Corte di Cassazione ad affermare che la stessa probabilità che ad una condizione consegua un effetto, può ritenersi sufficiente per sostenere l’esistenza di un rapporto causale in un contesto di prevenzione. Il Tribunale non ha invece considerato gli indici di esposizione a composti genotossici su un bersaglio critico che è il DNA, con lesione strutturale di una molecola, macromolecola, all’interno della cellula che è materiale biologico. Gli addotti sono certo indice di esposizione a composti genotossici ed anche indici di danno genetico e questo fattore di rischio, che non è un pericolo congetturale, ma una condizione di fatto molto concreta non è stato in alcun modo valutato dal Tribunale. Anche a proposito della dose soglia, le affermazioni del tribunale muovono da presupposti non condivisibili, perché diversi sono i termini della questione prospettata. Rileva a questo punto il Pubblico Ministero come si sostenga da parte del Tribunale che le classi di esposizioni suscettibili di derivare dalla dieta del biota lagunare, sono distanti ordini di grandezze da quelli capaci di produrre qualsiasi effetto avverso e tale circostanza è stata ritenuta dirimente. Ora, se si può concordare sul fatto, rileva il Pubblico Ministero, che la pericolosità di determinate azioni per determinati beni deriva da una quantità obiettiva, non è poi sempre condivisibile una sola valutazione quantitativa, che si ispira a premesse meccanicistiche, perché nella fattispecie non si ha a che fare con un mondo meccanico ma con un mondo submolecolare. Nella fattispecie, poiché il dato della realtà che ha l’attitudine di farsi occasione iniziante di possibili processi causali di un futuro evento dannoso e la lesione al DNA definibile a livello molecolare o citologico, devono applicarsi le leggi della biologia. Caratteristiche peculiari delle stesse sono il fatto di essere modelli temporali, si riferiscono cioè a fenomeni che sottostanno a un processo come la cancerogenesi e modelli a livelli parzialmente sovrapposti, serve cioè a connettere differenti livelli dalla realtà, tanto è vero che la biologia contemporanea, incentrata sul DNA, è nata da una forte interazione con la fisica e fu proprio un fisico quantistico che creò un ponte fra le due discipline. Le lesioni al DNA definibile a livello molecolare o citologico, si configurano come danni biologici iniziali, capaci di innescare effetti negativi a livelli organizzativi superiori e in questo quadro devono valutarsi, oltre alla dose ed al meccanismo di azione dell’agente tossico, anche le caratteristiche strutturali e funzionali degli organismi esposti, cioè le modalità di esposizione, specificità biochimiche e fisiologiche, sistemi di difesa, compensazione e delimitazione del danno ed il momento del ciclo vitale in cui essi risultano colpiti dallo stimolo nocivo. Differenze genetiche fra individui ed influenze dell’ambiente interno ed esterno, possono comportare risposte diverse, per cui risulta invero complesso ed arbitrario stabilire una relazione tra la causa dell’esposizione ed effetti indotti, così come lo sarebbe stabilire su dette basi soglie di non pericolosità. La mancata considerazione di tali dati reali di pericolosità, ha però viziato irrimediabilmente il ragionamento del Giudice di Primo Grado, che non ha capito che sussiste il pericolo consistente nella lesione apportata al DNA dagli agenti genotossici, da cui per evoluzione del danno possono derivare vere e proprie mutazioni, ovvero cambiamenti delle informazioni contenute nel DNA, trasmissibili a generazioni cellulari successive, e rispetto a questo tipo di pericolo, non rilevano le considerazioni contenute nella motivazione della sentenza per giustificare l’esclusione del rischio. Il ricorso alla sanzione penale trova qui la sua giustificazione, proprio nella funzione della tutela penale stessa, che è quella di salvaguardare i beni essenziali per l’individuo e la collettività, nella fattispecie esposti al pericolo derivante dalle conseguenze possibili della lesione al DNA, ossia al materiale genetico fondamentale degli organismi viventi, lesioni definibili a livello molecolare e citologico, che si configurano come danni biologici iniziali capaci di innescare effetti negativi a livelli organizzativi superiori. E la tutela del patrimonio genetico è stata riconosciuta nel ‘82 dal Consiglio d’Europa e successivamente dal Parlamento Europeo, e il diritto alla conservazione di un genoma non modificato è stato riconosciuto anche nel nostro ordinamento nella legge 2001 numero 145, che ha ratificato la convenzione di Oviedo. Essendosi verificata nel caso in esame una rottura del patrimonio genetico, avrebbe dovuto ritenersi sussistente la situazione di pericolo per l’incolumità pubblica, derivante dai fatti descritti in imputazione, considerati subspecie di avvelenamento colposo. La prova fornita nel corso del dibattimento di primo grado dall’Accusa di alcune tipiche lesioni indotte nel DNA da agenti genotossici che costituiscono lesioni iniziali da cui, per effetto di una normale evoluzione del danno, si considerano vere e proprie mutazioni, ovvero cambiamenti delle informazioni contenute nel DNA, trasmissibili in generazioni cellulari successive è stata immotivatamente ignorata dal Giudice e la sentenza appellata dovrà pertanto essere riformata sul punto con l’accertamento del pericolo derivante dalla immissione nell’ambiente lagunare degli inquinanti industriali indicati nell’imputazione e del conseguente avvelenamento delle acque delle sostanze alimentari nei limiti descritti. Affronta poi il Pubblico Ministero il problema del delitto di adulterazione colposa. Pur aderendo e condividendo l’impostazione del Tribunale, secondo cui è necessario dimostrare l’esistenza dello specifico pericolo in concreto per la salute pubblica, come conseguenza sia dell’adulterazione delle acque, delle sostanze alimentari, sia delle acque di falda ad opera degli scarichi idrici, delle discariche, delle emissioni in atmosfera delle esazioni inquinanti, indicate nel capo di imputazione, ritiene il Pubblico Ministero a differenza di quanto ritenuto dal Tribunale che vi siano elementi che consentano di ritenere provata la sussistenza di tutte le predette circostanze. Va premesso che, come è noto, l’Art. 440 punisce la condotta di chi corrompe o adultera acque e sostanze alimentari, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, rendendole pericolose per la salute pubblica. Di conseguenza, la norma punisce il degrado dell’acqua e delle sostanze alimentari provocato da componenti privi di quella elevata tossicità che li rende velenosi. E secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, condiviso anche dal Tribunale, l’Art. 440 è un reale di pericolo concreto, per la cui sussistenza è necessario che il Giudice accerti la possibilità di un danno alla salute, pur non essendo necessaria la prova di un’effettiva lesione della stessa. Nello stesso senso è orientata anche la dottrina, nonostante alcuni ritengano che nell’accertamento della pericolosità dell’azione si potrebbe essere indotti a ritenere che corrisponda più alla sostanza del fenomeno qualificare il pericolo astratto anche tutti i reati che ricalcano lo schema dell’Art. 440 del Codice Penale citato. Aderendo comunque all’interpretazione dominante secondo cui è necessario dimostrare l’esistenza di un pericolo concreto per la salute pubblica, come conseguenza dell’adulterazione delle acque e delle sostanze alimentari, ciò non consente di pervenire alla conclusione che la prova del pericolo nella sua concretezza si risolva nella dimostrazione scientifica della certezza di conseguenze dannose per la salute dell’uomo, quale effetto della condotta adulterante. E’ peraltro indubbio che il pericolo sia un concetto irrinunciabile, ma l’edificio in definizione scientifica, essendone controversi i criteri di accertamento, la unicità o diversità di nozioni in relazione ai diversi istituti. E’ comunque altrettanto indubbio che il pericolo di tassatività ed offensività impongono che anche il pericolo sottostia a criteri razionali e capaci di verificazione empirica; ed è altrettanto chiaro che il pericolo costituisce il risultato di un giudizio ex ante, perché appunto ha ad oggetto la previsione, che nella situazione in esame, derivi un futuro evento dannoso. Si formula, cioè, un giudizio non di certezza sul verificarsi o meno di un evento dannoso, bensì un giudizio di pericolosità, con i relativi margini di incertezza, connessi alla previsione di un evento non come certo né come possibile, bensì come probabile. Il giudizio di pericolo è derivato, in parte, dalle massime di esperienza, non disancorate dal sapere scientifico, che consente di dire quanta probabilità esiste che un certo evento lesivo si verifichi. In parte da esigenze normative, dato che il grado rilevante di probabilità dipende anche da una serie di elementi lato sensu normativi. Ad esempio l’importanza del bene minacciato, il tipo di offesa che questo potrebbe subire, modalità delle eventuali lesioni, criteri tutti che se correttamente applicati rispondono alla necessità di anticipare la soglia della tutela penale. Tanto premesso, rimane il problema di accertare in base a quali elementi il Giudice possa formare il giudizio di pericolosità in concreto, inteso come valutazione della probabilità che si verifichi un evento lesivo del bene protetto dalla norma. La Cassazione, osserva il Pubblico Ministero, non ha chiarito nelle sue decisioni se sia imprescindibile, caso per caso, una dimostrazione scientifica della pericolosità, ad esempio mediante schede tossicologiche quando esiste una letteratura di tal genere, sulla base di una sperimentazione ad hoc tesa a dimostrare l’attitudine della sostanza a provocare malattia, sia pure in senso ampio, cioè come alterazione dello stato di benessere fisio-psichico dell’individuo o se invece tale valutazione possa essere comunque effettuata sulla base anche di altri elementi, dei quali il Giudice possa motivatamente ritenere la sussistenza della pericolosità in concreto. La prima soluzione appare riduttiva, perché non consentirebbe di valutare la pericolosità in mancanza di una adeguata sperimentazione e perché trattasi di indagini non brevi che si prolungano anche per anni prima di consentire il raggiungimento di risultati significativi, per stabilire gli effetti dell’esposizione, dell’inalazione o della ingestione della sostanza esaminata sulla salute dell’uomo. Significativa è in tal senso la vicenda relativa all’accertamento della tossicità del (diatilstrildestolo), anabolizzante usato per 40 anni e di cui sono stati accertati, dopo un ventennio di ricerche, gli effetti cancerogeni. Inoltre viene ricordato il principio affermato dalla Cassazione in alcune decisioni della libertà per il Giudice di fondare il suo convincimento su qualsiasi elemento idoneo a motivare il giudizio nel caso specifico, nel senso che la pericolosità della sostanza a recare nocumento alla salute pubblica può essere provata con qualsiasi mezzo consentito, disattendendo anche relazioni tecniche peritali, purché ciò avvenga con motivazione adeguata e rigorosamente logica, dando così ragione della decisione adottata. Altre pronunce hanno affermato la possibilità di fondare il giudizio di pericolosità su parametri normativi, tutte le volte in cui esiste una disposizione di legge o di regolamento che riconosce una specifica pericolosità, intesa come attitudine generica a ledere la salute ad alimenti che si trovano in particolari condizioni o che hanno certe caratteristiche. E’ a questo punto che viene in rilievo, secondo il Pubblico Ministero, la questione del significato giuridico da riconoscere agli standard di qualità di un prodotto o di un alimento previsti dalle leggi speciali. Dopo aver fatto un elenco degli standard di qualità più significativi e premesso che nel corso degli anni le norme speciali sono diventate molto numerose e chiarito che in tutti i casi elencati si tratta di limiti imposti dal legislatore a tutela della salute umana, il cui superamento comporta il verificarsi di una situazione che il legislatore stesso considera, in base a dati scientifici, di rischio per la salute, il Pubblico Ministero ricorda anche gli orientamenti giurisprudenziali, circa il valore che agli stessi viene attribuito, quanto all’esistenza o meno di una presunzione di idoneità delle norme tecniche speciali, a garantire il livello accettabile di tutela; e dà atto del prevalere dell’orientamento più recente, secondo cui la responsabilità in sede penale presuppone la violazione degli standard. Su altri orientamenti, secondo cui invece il Giudice potrebbe ritenere sussistente la responsabilità nonostante il rispetto degli standard e cita in particolare la sentenza della Corte Costituzionale numero 127/90 e sentenza della Corte di Cassazione del ‘99 e del ‘95. Tanto premesso, ritiene il Pubblico Ministero che tra tutti gli standard di qualità normativamente imposti, debbano essere presi in considerazione, per valutare la concretezza del pericolo nella presente vicenda, i valori di concentrazione massima ammissibili fissati dal D.P.R. 286 del ‘88 per le acque destinate al consumo urbano, limiti che meglio di altri consentono, per il caso di specie, di essere utilizzati come circostanze rilevanti ai fini del giudizio di pericolo concreto. Viene quindi ricordato come in dibattimento sia stata fornita la prova dell’esistenza nell’area circostante il Petrolchimico di numerosi pozzi artesiani, utilizzati dai proprietari per il prelievo dell’acqua da destinare al consumo umano, secondo la definizione contenuta nell’Art. 2 del citato D.P.R., che non si limita a ricomprendere il solo consumo alimentare, ma che estende la tutela a ogni genere di consumo dell’acqua fatto dall’uomo, compreso l’uso igienico sanitario e quello irriguo. Tale circostanza si osserva, rileva per due ordini di motivi. In primo luogo, perché smentisce la tesi difensiva dell’inutilizzabilità dell’acqua della prima falda, non utilizzabile perché inquinata precedentemente dal Petrolchimico e perché salata, in quanto l’acqua di falda risulta invece utilizzata da un numero indifferenziato di persone che la usano prelevandola dai pozzi artesiani. In secondo luogo perché consente di meglio apprezzare le implicazioni penalistiche delle considerazioni svolte dal professor Nosengo, sulle contaminazioni della falda idrica, quindi dell’acqua attinta dai pozzi e destinata al consumo umano. Prima di approfondire in diritto tale specifica doglianza dell’appello, il Pubblico Ministero svolge alcune considerazioni in fatto dirette a criticare la sentenza nella parte in cui sottovaluta le conseguenze dell’inquinamento nelle acque sotterranee, del suolo e del sottosuolo. Ritornando quindi ai valori di concentrazione massima ammissibili per le acque destinate al consumo umano, stabiliti dal citato D.P.R., va innanzitutto precisato che: secondo la direttiva comunitaria, della cui era già in esecuzione, gli standard o parametri contenuti nel citato D.P.R. costituiscono il livello minimo per la tutela della salute pubblica, al di sopra del quale sussiste pericolo di lesione, che non può essere accettato dagli Stati Membri, se non nei limiti rigorosissimi delle condizioni a cui la direttiva subordina la possibilità di autorizzare per tempi limitati il superamento della soglia di rischio e che le eccezioni sono rigorosamente contenute e limitate a casi gravi e per breve periodo. Viene quindi ricordato come la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 22 settembre 1988, abbia stabilito due importanti principi: uno, tutti i valori dei parametri costituiscono una soglia di pericolosità per la salute umana, soglia che non può e non deve essere superata e deve essere interpretata in senso restrittivo. Le deroghe sono tassative e legittime solo se applicate in condizioni di stato di necessità, per effetto di un evento grave e non imputabile a soggetto che autorizza la deroga e devono altresì essere limitate nel tempo. Solo in questo caso, infatti, l’esigenza di tutela della salute può giustificare il suo sacrificio alla necessità di tutelare l’incolumità pubblica, messa in pericolo dalla situazione di emergenza. Ad eguali conclusioni si perviene poi esaminando i regimi delle deroghe ai valori massimi di concentrazione previsti dal citato D.P.R.. L’Art. 17 del D.P.R. del ‘88 nel disciplinare le uniche due ipotesi in cui possono essere consentite deroghe, impone come limite insuperabile che il superamento dei limiti di concentrazione non presenti un rischio inaccettabile per la salute pubblica. Tutti i parametri individuati dalla norma sono stati determinati con preciso riferimento a fattori di rischio per la popolazione e si è inoltre ribadita la necessità, oltre al principio dell’equivalenza di tutti i parametri contenuti nell’allegato in funzione dell’esistenza di un preciso fattore di rischio, che si è ribadita la necessità che vengano controllati da parte dell’autorità sanitaria anche altri parametri, diversi da quelli contemplati nell’allegato, ma che comunque possono rappresentare un fattore di rischio. Accertato il collegamento tra i parametri di cui sopra e il pericolo per la salute dell’uomo e dell’ambiente, si tratta di verificare in che modo i limiti normativi sopra richiamati possano venire in rilievo come circostanze di fatto rilevanti per formulare il giudizio circa la prevedibilità di una lesione dell’incolumità pubblica. Ciò non vuol significare la trasformazione del reato da reato di pericolo concreto a reato di pericolo presunto, bensì ricerca di affrontare e risolvere il problema di individuare le circostanze di fatto, in presenza delle quali possa ritenersi sussistente la probabilità della lesione alla salute, come conseguenza dell’adulterazione della sostanza alimentare, alla luce del principio giurisprudenziale sopra citato, che consente al Giudice di rinvenirle in qualunque elemento, anche di carattere normativo, non essendo egli vincolato agli esiti delle dimostrazioni scientifiche concrete del rischio esistente e del suo livello. Ciò non significa confondere il piano dei requisiti di qualità stabiliti dalla normativa pertinenti alla edibilità con quello diverso relativo alle classi di esposizione, suscettibili di essere ritenuti ex ante capaci di produrre effetti avversi o comunque indesiderati per la salute dell’ideale consumatore. Sono infatti entrambi criteri pertinenti a rendere informazioni adeguate sulla caratterizzazione del rischio reale. Peraltro, anche la valutazione tossicologica su base sperimentale ha sempre carattere presuntivo e probabilistico, dal momento che la valutazione viene fatta su animali con una stima dei risultati operati in termini statistici e quindi probabilistici. L’estensione della sperimentazione condotta su cavie all’uomo è frutto di regole generalmente accettate in campo scientifico, che comporta necessariamente un tasso di probabilismo, essendo fondata sull’id quod plerumque accidit. Bisogna comunque fare attenzione a non confondere i due livelli, quello dell’astrattezza del pericolo e quello del margine di astrattezza contenuto nella valutazione del pericolo da parte del Giudice, perché altrimenti in caso contrario il giudizio di pericolosità in concreto si risolverebbe nella verifica del danno conseguente alla condotta, ciò che la Cassazione ha escluso essere necessario per configurare la sussistenza del reato di pericolo in esame. Va ancora osservato come il bene tutelato dalla norma sia la salute pubblica, per cui è necessaria una diffusività del rischio capace di incidere su un valore collettivo come quello della salute pubblica. Ancora, sotto tale profilo, la giurisprudenza ha precisato che basta la mera probabilità di un contatto della sostanza adulterata con un numero indeterminato di soggetti. Passando poi a esaminare altri aspetti della norma incriminatrice, osserva il Pubblico Ministero come l’espressione adulterazione significhi alterazione della natura genuina di una sostanza destinata all’alimentazione attraverso un procedimento con cui si aggiungono o si sostituiscono elementi nocivi per la salute. Il termine corrompimento indica invece l’emissione di sostanze che alterano l’essenza, rendendo così nocivo l’alimento corrotto. Per quanto riguarda il concetto di acque o sostanze destinate all’alimentazione, deve ricordarsi che secondo un orientamento giurisprudenziale, per quanto riguarda l’acqua essa sarebbe sempre suscettibile di destinazione alimentare e in tal senso è disposto anche l’Art. 1 della legge del ‘94 numero 36, che ha stabilito che tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo sono pubbliche e costituiscono una risorsa che va salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà. Nello stesso senso, è una sentenza della Cassazione del ‘97, la numero 7170, che ha ritenuto sussistente il reato di cui all’Art. 440 nel caso di sola contaminazione di una falda idrica ad opera del percolato fuoriuscita da una discarica illegittimamente gestita, senza che fosse richiesta l’attuabilità della utilizzazione della falda, essendo stata ritenuta sufficiente la potenziale utilizzabilità dell’acqua, pure in assenza di qualsiasi opera per la sua diretta o indiretta destinazione al consumo umano. Si è così inteso proteggere le acque, ancorché non estratte dal sottosuolo, in funzione del loro potenziale sfruttamento ad uso umano, prescindendo da un loro effettivo attuale utilizzo, ciò che dimostra come sia erronea la decisione del Tribunale là dove ha ritenuto non sussistere il reato di avvelenamento sul presupposto dell’inutilizzabilità delle acque per il consumo umano così come erronea risulta l’affermazione relativa alla immobilità o eccessiva serenità delle acque di falda. Per la sussistenza del reato di cui all’Art. 439 non è poi quindi richiesta la potabilità dell’acqua, ma solo quella della sua potenziale destinazione ad uso umano ed alla soddisfazione dei bisogni alimentari di un numero indeterminato di persone, ciò che può avvenire nel caso di adulterazione di acque di una falda che alimenta direttamente i pozzi, in tutti i casi in cui si determina un pericolo per la salute pubblica. Il giudizio di pericolosità può poi essere desunto a prescindere da parametri tossicologici sugli effetti derivati dall’ingestione alimentare dell’acqua prelevata dalla falda inquinata, dalla presenza effettiva delle sostanze inquinanti descritte nell’imputazione e di cui è comprovata la tossicità o, per alcune, anche la cancerogenicità. Nel caso in esame, provato delle analisi eseguite da (Acqua Terme) nel ‘95 e nel ‘96, che le acque di falda campionata da piezometri in prossimità del Petrolchimico è fortemente inquinata da sostanze derivanti dalla sua produzione, al punto da superare di gran lunga i limiti di concentrazione massima ammissibili previsti per numerosi parametri contemplati dal D.P.R. 286 dell’88. In particolare per l’arsenico la presenza in quantitativo elevato consente di ritenere dimostrato, non tanto il reato di adulterazione, quanto quello di avvelenamento, attesa la idoneità della concentrazione riscontrata nella falda, ad operare quale vero e proprio veleno per la salute umana ed analoghe considerazioni valgono anche per il cloroetano. Questi risultati avrebbero dovuto portare ad un ben diverso esito processuale, essendo evidente l’esistenza di concreti elementi di pericolo. La assoluzione degli imputati non appare pertanto accettabile e consegue ad un’errata e sottostimata valutazione delle prove. Passo quindi all’esame dell’accertamento tecnico presso il laboratorio di Berlino. Anche in questo caso, viene accettato il metodo della Difesa confrontando molluschi pescati in periodi stagionali diversi e confrontando le concentrazioni degli inquinanti riferiti al peso edibile ed invece i dati avrebbero dovuto, secondo il Pubblico Ministero, essere normalizzati rispetto al contenuto dei lipidi per gli organici e al contenuto di sostanza secca per i metalli, così come suggerito dagli studi e dalla procedura EPA. Normalizzando i dati, le differenze sparivano, diventando i dati di Berlino per le sostanze ad interesse processuale, addirittura superiori a quelli proposti dall’Accusa. Comunque, utilizzando i dati di Berlino e confrontando le concentrazioni di sostanze inquinanti nei campioni bivalvi cresciuti nei sedimenti dei canali industriali, con quelli dei campioni cresciuti nei sedimenti di S. Erasmo, si rileva con riferimento alle concentrazioni sui lipidi, che la tossicità nei bivalvi dei primi campioni rispetto a quella dei secondi è tredici volte superiore per quanto riguarda diossine, furani e policlorobifenili e trentotto volte superiore a quella dovuta all’esaclorobenzene e all’esaclorobenzene è un sottoprodotto solo della lavorazione del ciclo del cloro, per cui è evidente la contaminazione da parte di quella specifica fonte di inquinamento. Quanto agli ipa che provengono anche dal traffico marino, dalle combustioni, risultano trentasei volte più concentrate nei canali industriali. Quindi anche i dati di metalli ottenuti a Berlino ed espressi sul secco, evidenziano una maggiore concentrazione nei molluschi provenienti dai canali del Petrolchimico. Il Tribunale invece, nella motivazione di cui a pagina 804, utilizza per il suo giudizio valori mediani, ciò che vuol dire eliminare i valori massimi e quelli minimi, mentre in concreto il campione M6 pescato nel canale industriale sud, dove si svolge la maggiore attività di pesca, con questo criterio si dice il Tribunale elimina quindi uno dei campioni, campione M6, pescato nel canale industriale dove si svolge la maggiore attività di pesca abusiva, il campione che ha presentato un valore massimo di concentrazione. In realtà, anche sulla base delle analisi eseguite a Berlino, si avrebbe che ad un giovane di 40 chili basterebbe 24 grammi edibili per superare la dose giornaliera prevista dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, a causa della concentrazione di inquinanti, mentre a S. Erasmo potrebbe la stessa persona mangiare 250 grammi, cioè dieci volte di più. Per quanto riguarda il non superamento quanto alle diossine dei valori limiti stabiliti per le dosi giornalieri e settimanali, si osserva come i dati dovrebbero essere aggiornati, considerando l’aumento di fondo dell’esposizione a diossine attraverso la dieta nella popolazione del territorio dell’Unione Europea. Viene infatti sottolineato nei documenti del Comitato Scientifico Europeo, che date le assunzioni medie di diossine o "dioxin like" attraverso la dieta nei paesi europei di uno, due o tre picogrammi per chilogrammo di peso corporeo per giorno, una percentuale considerevole della popolazione europea dovrebbe superare la dose giornaliera ammessa o tollerabile indicata dal comitato. Risultando di conseguenza già superati i valori di riferimento a seguito dell’inquinamento di fondo per una parte di rilievo della popolazione, ne consegue che ogni esposizione aggiuntiva deve essere considerata alla luce dell’affermazione che vi è già di fondo una esposizione critica. Ribadisce quindi il Pubblico Ministero per chiarezza che i valori soglia si riferiscono a tutta l’assunzione di diossine e composti simili e non solo a quelli attribuibili ad uno specifico componente della dieta e che nelle valutazioni non deve dimenticarsi l’assunzione di fondo delle diossine, che viene raddoppiata per pochi grammi di vongole pescate nei canali industriali. Viene ancora criticata la sentenza, laddove dice che la compromissione dei sedimenti delle acque dell’area industriale non è riferibile al Petrolchimico, mentre invece una tale affermazione risulta contraddetta dalla natura degli inquinanti, come ad esempio, e l’esaclorobenzene, tipico della lavorazione del cloro, e l’esaclorobenzene si trova poi insieme alle diossine e alle "dioxin like" proprio nei molluschi. Il Tribunale afferma ancora che secondo la normativa pertinente, la quantità di inquinante rilevate nei molluschi prelevate nei canali dell’area industriale, sono compatibili con quelle che sono ammesse per legge ad essere distribuite per il consumo umano. Ma così decidendo, trascura il decreto legislativo numero 503 del ‘92, secondo cui per le sostanze non regolare dalle concentrazioni limite, ci si deve riallacciare alla dose giornaliera ammissibile. Anche nelle pagine successive, il Tribunale insiste poi sui metalli e su alcuni parametri, trascurando però quelli più tossici e operando così una selezione non corretta. In ogni caso, con le vongole, si supera la dose giornaliera ammissibile, senza contare l’effetto tossico sinergico cumulativo, dato dalla presenza del cadmio, piombo, mercurio, arsenico, ipa diossine, policlorobifenili, esaclorobenzene, sostanze tutte valutate separatamente, mentre invece vengono assunte insieme dal consumatore. Le considerazioni riportate nella sentenza che riguardano le valutazioni del consulente del Pubblico Ministero, devono poi ritenersi errate per difetto, in quanto considerando pranzi e cene reali si supererebbe di molto la dose giornaliera ammissibile ed altrettanto errati sono i ragionamenti esposti nella sentenza, laddove si indicano i consumi del consumatore medio e del forte consumatore, considerando che in ogni caso il forte consumatore che mangia 11 grammi al giorno con una concentrazione pari al valore massimo riscontrato di 2,7 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo, assume solo dalle vongole un quantitativo di inquinanti che sommato al resto supera di gran lunga la dose giornaliera ammissibile. Infine non si condivide il confronto con le concentrazioni rilevate in altri mari, anziché il confronto con altre zone della laguna come S. Erasmo, né l’affermazione secondo cui i carichi inquinanti registrati nel biota di provenienza dell’area industriale sarebbero normali, atteso che confronti con l’area di S. Erasmo hanno invece evidenziato le notevoli differenze sopra indicate. Nella sentenza, osserva ancora il Pubblico Ministero, viene fatto spesso riferimento al valore soglia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, affermando anche che il Comitato Scientifico Europeo utilizza lo stesso riferimento. Tale affermazione, invece, non corrisponde al vero, in quanto nel 2000 questa Organizzazione, cioè il Comitato Scientifico Europeo, indicava un parametro inferiore, cioè quello di 1 picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno, anche se recentemente il parametro è stato rivisto e aumentato a 2, rimanendo però sempre inferiore a quello indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Va poi anche sottolineato che sia il Comitato Scientifico Europeo come l’Organizzazione Mondiale della Sanità fanno riferimento a dosi o esposizioni a diossine e composti simili espressi secondo il criterio WHOTECH, cioè che implica la considerazione delle esposizioni oltre che a policlorodibenzodiossine furani anche policlorobifenili e sostanze diossine simili, nella definizione della concentrazione (TEC) ai fini della valutazione del rischio. Va poi osservato come il documento della Commissione Europea dica che l’uso della sola tetaclorodibenzodiossina, quella individuata con i numeri 2, 3, 7 e 8 come unica misura di esposizione ai policlorodibenzodiossine furani e bifenili, simili alla diossina, porti a una grave sottostima del rischio per esposizione umana per questi composti. Inoltre sempre la Commissione Scientifica mette in evidenza, come pur avendo alzato la dose tollerabile, considerata l’assunzione media di diossine attraverso la dieta nei paesi europei pari mediamente da 1,2 a 3,0 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, risulti che una parte considerevole della popolazione dovrebbe superare il valore soglia indicato. Ne consegue che, se i valori di soglia risultano già superati dai valori di fondo, nell’aggiungere ogni altra esposizione bisogna considerare che quella di fondo è già critica. E ancora, il Comitato Scientifico Europeo non prende in considerazioni gli elevatissimi rapporti che sussisterebbero tra i livelli privi di effetto avverso e quelli di dose giornaliera. Viene poi evidenziato come sempre venga fatto riferimento nella estrapolazione dei dati sperimentali dell’animale all’uomo, il peso corporeo, ciò che è particolarmente rilevante, considerato anche che, attesa la lunga durata della vita della diossina, si verifica nell’organismo umano un progressivo accumulo. Secondo il Comitato Scientifico Europeo, il valore della dose soglia è inferiore da 10 a 25 volte rispetto alle dosi per le quali è stato ritenuto possibile un effetto avverso sull’uomo e inferiore di un fattore 5 rispetto alla dose stimata priva di effetto. Tanto e tanto contraddice l’affermazione del Tribunale, secondo cui invece la differenza tra la dose stimate prive di effetto e la dose soglia sarebbe molto più elevata. Da ultimo, viene considerato che secondo l’Agenzia per la Protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, che viene citata nella sentenza come fonte di riferimento per determinare la classe dei forti consumatori, sussiste un incremento di rischio cancerogeno dell’ordine di uno su mille, per un’esposizione aggiuntiva di un picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Ricordando quindi quella che è l’esposizione di fondo per gli adulti dei paesi europei, secondo la Commissione Scientifica, pari a un valore da 1,2 a 3 picogrammi di esposizione risultante dalla sommaria dell’esposizione a delle varie sostanze e da cui risulta che il contributo dei policlorobifenili e "dioxin like" porta a un’esposizione superiore rispetto a quella dei soli policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofenili, di un fattore che varia da 3 a 2, viene riportata la stima media del livello di fondo secondo questa agenzia, che la valuta un picogrammo di peso corporeo a fronte di una precedente valutazione nell’ordine invece di tre picogrammi relativa agli anni precedenti, 1980-1990. La diminuzione dell’esposizione di fondo, deriverebbe da una serie di riduzione delle emissioni e contaminazioni. L’esposizione, comunque, per una percentuale della popolazione, dal 95° al 99° percentile della popolazione, stimata due – tre volte superiore a quella media. Per cui, considerando questa variabilità, le stime non si differenziano di molto. Si rileva poi come la stessa Agenzia evidenzi anche come l’esposizione policlorobifenile "dioxin like", oltre che ai policlorodibenzodiossine furani, comporti l’incremento di un fattore sino a due; e trattandosi di inquinanti che hanno diverse fonti, è comprensibile la diversità dei dati in relazione alla diversità dei contesti. Passa quindi ad osservare la rilevanza di questi dati nell’ambito, con riferimento ai bivalvi della laguna veneta. Dagli studi eseguiti, risulta che la concentrazione tossicologicamente equivalente espressa secondo il criterio utilizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e Unione Europea, è mediamente superiore di circa 50, 60% rispetto alla tossicità equivalente relativa invece solo al policlorodibenzodiossine furani determinati secondo il criterio ITE; e il rapporto tra i due criteri risultava nei singoli campioni utilizzati compreso tra circa 1,24 e circa 2, con una media di circa 1,6, con la conseguenza che il fatto di avere moltiplicato per un fattore di 1,6 la concentrazione espressa in ITE, consentiva di ottenere una ragionevole stima della concentrazione media, riferita invece solo alle sostanze, alle diossine determinate secondo l’altro criterio. Le valutazioni che non includono il contributo dei policlorobifenili, portano quindi ad una sottostima del rischio e per adeguare le valutazioni fatte con questi criteri, risultava ragionevole applicare un fattore di correzione nella misura ivi indicata, misura che non comporta una sovrastima eccessiva. Tanto viene evidenziato in contrapposizione a quanto indicato invece nella sentenza, in relazione alla valutazione del consulente del Pubblico Ministero Zapponi. Ma contrariamente a quanto affermato dalla Difesa, non è il consulente del Pubblico Ministero ad essere caduto in un errore esiziale, bensì il consulente della Difesa. Risulta infatti, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, che il valore della concentrazione delle diossine viene moltiplicato correttamente per il fattore 1,5, per la stima complessiva delle sostanze inquinanti e non per la sola stima della concentrazione dei policlorobifenile. E’ lo stesso Tribunale peraltro che dà atto, in altre pagine della motivazione, di condividere il criterio di adeguamento della stima sovraindicato, laddove ad ogni stima relativa ai soli policlorodibenzodiossine furani, senza i policlorobifenili, vi associa quella relativa a tutti i predetti componenti, moltiplicandola per un fattore 1,55. Sulla base di questi dati forniti da diversi studi, in assenza di dati specifici sui bipoliclorobifenili, l’uso del fattore correttivo da applicare ai dati di concentrazione risultanti dalle altre sostanze, consente di, ragionevolmente, evitare una sottostima della esposizione complessiva e del relativo rischio. Il fattore, quindi, per cui sono stati fatti gli adeguamenti, è quello più basso tra quelli discussi ed è basato su dati sperimentali della laguna e non comporta sovrastime ragionevoli. Il Pubblico Ministero quindi esamina le tabelle contenenti l’indicazione per i diversi alimenti del rapporto tra la parte edibile ed il peso lordo, secondo i dati forniti dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione, rapporto indicato per le cozze pari al 32%, per l’ostrica al 12%, per le vongole al 25% ed applicando questi dati a quelli riportati nella sentenza, per quanto riguarda i forti consumatori, si avrebbero dei valori di consumo giornaliero netti pro capite di vongole e cozze che risulterebbero doppi rispetto a quelli indicati dal Tribunale, sia per i consumatori medi come per i forti consumatori. In particolare, per quanto riguarda le vongole, il consumo medio e massimo sulla base dei dati COSES e delle rese dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione, risultano rispettivamente di 2,51975 grammi per persona al giorno, a fronte di valore invece indicati dal Tribunale in 1,411 grammi per persona al giorno, per gli stessi parametri riportati nella sentenza. Lo stesso anche per quanto riguarda il consumo dei mitili, si avrebbero dei valori che si differenziano notevolmente gli uni dagli altri. Va anche rilevato come, nel considerare l’assunzione di diossine e composti simili, il Tribunale abbia fatto riferimento solo al consumo delle vongole, tralasciando quello delle cozze, ciò che comporta ancora una sottostima dei consumi. Per i forti consumatori considerando il consumo complessivo delle vongole e delle cozze, si ottiene infatti un consumo globale di più di 28 grammi persona al giorno, valore che rientra tra quelli considerati dal Pubblico Ministero; ed assumendo per i bivalvi un valore di contaminazione media pari a quello risultante dalle perizie, ovvero di 1,85 picogrammi, limitatamente ai policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, senza considerare i policlorobifenili, ed un consumo di 28 grammi/persona per giorno per un individuo di 70 chilogrammi di peso corporeo, risulterebbe un assorbimento pari a 0,74 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Limitando quindi per il momento il discorso alle diossine ed ai furani, e considerando l’esposizione di fondo molto bassa, pari a 0,4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo, un’esposizione aggiuntiva porterebbe ad una esposizione globale pari a quasi tre volte quella di fondo, mentre nel caso di un’esposizione di fondo più elevata si avrebbe un’esposizione complessiva quasi doppia di quella di fondo. Trattasi in ambedue i casi di incrementi elevati rispetto all’esposizione di fondo. Estendendo le analisi all’insieme dei composti simili alle diossine, i valori di esposizione aggiuntiva di 0,74 picogrammi indicato sopra, sia addizionato ai valori di fondo per l’Europa e per tutti i composti, il valore più alto compreso tra 1,2 e 3,0 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo, porterebbe comunque ad un aumento molto significativo. Sommando il valore aggiuntivo a quello minimo, si arriva a un valore quasi pari a 2 picogrammi ed a un livello comunque superiore al valore minimo di quello indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Solo questo modo di procedere appare corretto, perché i parametri utilizzati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unione Europea si riferiscono ad esposizione globale per ingestione inclusa quindi anche quella di fondo, e non solo quella derivante dal peso specifico dell’alimento. Il valore di 0,75 si riferisce poi solo al contributo di alcune sostanze inquinanti e non considera quello dei bifenili e quindi è una sottostima dell’esposizione. Utilizzando il criterio di correzione che si è sopra indicato, che comporta un incremento al 50 – 60%, il valore viene a corrispondere a circa 1,1 1,2 e se a questa esposizione si aggiunge quella di fondo, si supererebbe il limite di 2 picogrammi. Per quanto riguarda il problema dei consumi medi. Va innanzitutto premesso sul punto che l’Istituto Nazionale per la Ricerca per gli alimenti e la nutrizione effettua... Il Pubblico Ministero fa riferimento, per determinare il consumo medio dei molluschi, ai dati dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione, premettendo che questo Istituto effettua una distinzione tra il consumo medio totale procapite e il consumo procapite medio dei soli consumatori. Considera quindi la media totale del consumo giornaliero procapite e la media dei soli consumatori, identificati come tali e diversi dai non consumatori o consumatori sporadici. Dagli studi effettuati, risulta un consumo medio nazionale totale di circa 4,2 grammi per persona al giorno, un consumo medio di molluschi freschi dei consumatori, che costituiscono circa l’11% della popolazione, di circa 36 grammi per persona al giorno. Il rapporto quindi tra le due medie è dell’ordine di 10. Lo stesso ente precisa che il peso percentuale dei mitili, dei molluschi freschi, è del 26,9%, quantità espressa al netto degli scarti, cioè eliminando la parte edibile. Per quanto riguarda i mitili, i dati diventano: consumo medio nazionale totale di mitili di circa 1,2 grammi a persona al giorno; il consumo medio invece dei consumatori di circa 10 grammi per persona al giorno. Per quanto riguarda le vongole i dati indicano un consumo medio nazionale di circa 0,334 grammi per persona al giorno, e il consumo medio invece di molluschi freschi dei consumatori di circa 15 grammi per persona al giorno. Conclusivamente, i dati statistici elaborati da questo istituto, indicano per la popolazione italiana, riferita agli effettivi consumatori di mitili e vongole, un consumo medio giornaliero di circa 25,6 grammi per persona al giorno, stima che si può sicuramente assumere inferiore rispetto al consumo da parte di consumatori medi di Venezia. Anche nell’ambito di questa categoria, che indica sempre valori medi, si può assumere che vi siano individui che consumano meno ed individui che consumano di più. Comunque il predetto quantitativo di consumi, pari a 25,6, costituisce una sottostima rispetto alla realtà veneziana ed è molto più elevata di quello proposto dalla Difesa per i forti consumatori, mentre risulta compresa tra i valori indicati dall’Accusa. Si tratta anche di un valore non molto diverso da quello derivato dai dati del CODES, presentati dai consulenti della Difesa, considerando i fattori di resa dell’Istituto Nazionale della Nutrizione e pari a circa 28 grammi per persona al giorno. Dopo aver riportato i valori dei consumi medi lordi indicate nelle tabelle utilizzate dal Tribunale e relativi all’Italia, al Comune di Venezia e ai forti consumatori, risulterebbe quindi che il consumo medio dei bivalvi nel Comune di Venezia è circa 6,5 volte superiore a quello medio nazionale, mentre il consumo dei forti consumatori veneziani risulterebbe 46 volte superiore a quello medio nazionale. Per i consumi netti di vongole e cozze riportati, egualmente ai valori dei consumi medi relativi all’Italia, al Comune di Venezia, ai forti consumatori, risulterebbe che il consumo medio nel Comune di Venezia è di 8 volte maggiore di quello medio nazionale e per i forti consumatori 50 volte maggiore di quello nazionale. A parte l’esistenza di alcuni errori, ad esempio il valore di 0,3 grammi per persona al giorno, che viene indicato come rappresentativo del consumo di vongole e cozze, mentre invece risulterebbe corrispondere al consumo delle sole vongole, secondo i dati dell’Istituto Nazionale per la nutrizione, assumendo comunque come valido quanto indicato nelle tabelle utilizzate dal Tribunale, risulterebbe che il rapporto tra i consumi dei forti consumatori veneziani ed il consumo medio nazionale è dell’ordine di circa 50 volte. Considerato che, secondo l’Istituto di cui sopra, il consumo netto medio nazionale di mitili e vongole è di circa 1,5 grammi per persona al giorno, e moltiplicato per questo dato il valore diviene di 75 grammi a persona al giorno e questo dato può essere confrontato con quello del consumo medio nazionale dei consumatori, pari a circa 25 grammi/persona al giorno. Le conclusioni che vengono tratte dal Pubblico Ministero sono le seguenti: l’Istituto considera due categorie di consumatori, quella media, totale dell’intera popolazione e quella media degli effettivi consumatori. Il consumo medio dei consumatori risulta per gli alimenti ittici superiore di almeno un ordine di grandezza rispetto a quello medio totale. Sulla base del valore della resa calcolato dal predetto Istituto ed utilizzando i dati di consumo dei forti consumatori indicati nella sentenza, si ottiene per questa categoria un livello di consumo complessivo di mitili e vongole dell’ordine dei 28 grammi/persona al giorno, che rientra da quelli proposti da più consulenti del Pubblico Ministero, con le conseguenze che ne seguono. Anche il livello indicato dall’Istituto, dei consumi di vongole e cozze per la categoria di effettivi consumatori, di circa 25 grammi per persona al giorno, è certamente in difetto rispetto alla realtà veneziana e comunque risulta compreso tra quelli indicati dal Pubblico Ministero. Anche ancora per consumo medio giornaliero della popolazione, applicando ai valori indicati dall’Istituto, dell’ordine di circa 1,5 grammi per persona al giorno, il valore 50 che riguarda la differenza tra il consumo dei forti consumatori e quello medio della popolazione generale, si ottiene il valore di 75 grammi a persona al giorno, che è dell’ordine di quelli più elevati ipotizzati dall’Accusa. Ne consegue che le stime dei consumi riportati nella motivazione, sono significativamente più basse, e quanto sopra riportato, mette invece in evidenza la ragionevolezza dei dati indicati dai consulenti del Pubblico Ministero. Osserva ancora il Pubblico Ministero come nella motivazione della sentenza sono riportate le concentrazioni di inquinanti rilevati dagli organismi della laguna e quelli rilevati in altri paesi, e la concentrazione di diossina riportate per le vongole nel canale industriale è risultata di 1,2 picogrammi. Secondo la perizia Bonamin invece la concentrazione media nei bivalvi campionati, è pari a 1,85, quindi superiore, benché valutata senza considerare i policlorobifenili e quindi certamente in difetto e si trova con la considerazione di queste sostanze al secondo posto in ordine di grandezza della serie degli 11 dati della figura riprodotta a pagina 866 della motivazione, dopo il dato relativo ai pesci svedesi. Il Pubblico Ministero vuole sottolineare quindi, alla luce di questo dato, come non sia condivisibile l’affermazione del Tribunale secondo cui invece il valore di inquinamento dei bivalvi della laguna veneziana risulta confrontabile con quello medio riscontrato nei pesci e nei molluschi di altre aree, essendo invece i valori accertati nella perizia Bonamin ben più elevati, se confrontati con quelli europei e soprattutto se confrontati con quelli relativi ad altre zone della laguna. Di particolare rilevanza si ritiene, su un documento dell’Unione Europea relativo all’esposizione, per ingestione attraverso la dieta di diossine e policlorobifenili correlati nei paesi membri, perché da questo documento risulta che solo cinque su nove campioni relativi ad alimenti ittici europei sono superiori alla concentrazione media di 1,85 picogrammi rilevata dalla citata perizia. Ne consegue che la contaminazione dei bivalvi della laguna si attesta sulla fascia alta dei valori europei. Passa quindi, e credo da ultimo il Pubblico Ministero, all’esame delle diverse perizie, consulenze tecniche esistenti sul punto, consulenze tecniche svolte per conto dell’Istituto Superiore della Sanità ne ‘96 e poi su incarico della Procura di Venezia, dagli stessi consulenti, o in parte dagli stessi consulenti tecnici, nel ‘97 e nel ‘98. Le predette indagini tecniche acquisite nel presente giudizio rilevano in quanto sono state spesso richiamate dal Tribunale, e però il Tribunale non le ha correttamente interpretate. Per quanto riguarda la... sul punto va premesso innanzitutto che lo studio, il primo studio credo, quello del ‘96, riguardava i rischi relativi al consumo di bivalvi e prodotti ittici nelle aree in cui la pesca è consentita e che già all’epoca la pesca era vietata nelle aree della zona industriale, con provvedimenti di sanità pubblica successivamente reiterati. Che i rilevamenti fatti che riguardano i microinquinanti organici ed inorganici sono stati eseguiti su 20 campioni di biota raccolti in larga maggioranza in zone della laguna destinate ufficialmente all’allevamento della pesca. Tutti i campioni considerati in questi studi, sono stati inclusi nelle perizie successive e costituiscono circa la metà dei campioni complessivamente esaminati. Riporta quindi il Pubblico Ministero l’elenco dei campioni prelevati nelle sei aree, di cui solo le prime due non destinate all’allevamento e pesca, e dall’analisi dei risultati emerge che le concentrazioni di diossine sono molto basse, con la media dell’ordine di 0,45 picogrammi o 0,52 picogrammi, includendo anche i campioni provenienti dall’area industriale e dall’area urbana, sovrapponibile a quella relativa alle sole aree di allevamento e pesca. Le conclusioni dell’accertamento sono, di conseguenza, nel senso che le concentrazioni rilevate sono confrontabili con i livelli frequentemente riscontrate in aree sotto l’influenza di un impatto antropico diretto moderato e trascurabile. Nella successiva perizia, però, del 1997, sono presentate 41, invece, analisi di campioni, di cui 12 delle quali... dunque divise fra le diverse aree. Secondo i consulenti della Difesa, le conclusioni a cui perviene la perizia Bonamin, in questo secondo caso, non sarebbero dissimili da quelle prese nel rapporto, nella perizia e nella consulenza precedente, redatta per conto dell’Istituto Superiore della Sanità; mentre invece dalla lettura della consulenza, rileva il Pubblico Ministero, che così non è, perché le conclusioni sono molto dissimili. L’indagine che era finalizzata a verificare l’impatto del Petrolchimico sui sedimenti lagunari ed organismi bentonici e valutarne l’utilizzabilità di questi ultimi ai fini alimentari, si è basata su accertamenti di laboratorio eseguiti in tre diversi istituti e ha incluso la determinazione degli idrocarburi, delle diossine, dell’esaclorobenzene e metalli pesanti, mentre la discussione che segue riguarda solo le diossine. Susseguendo i criteri utilizzati prima dall’istituto, l’area è stata divisa in sei zone; le misure effettuate hanno rilevato la differenza del livello medio di contaminazione di policlorodibenzodiossine furani, dei sedimenti dell’area industriale e dell’area adibita a pesca ed allevamento di un fattore dell’ordine di cento, pari quindi a circa un picogrammo ed analogamente per il confronto con i livelli di fondo italiani ed europei. Questa differenza non è irrilevante e dimostra una condizione di inquinamento molto elevato dell’area industriale della laguna. Le analisi eseguite nella consulenza Bonamin, divise tra le sei aree, contengono una serie abbastanza numerosa di dati e possono quindi fornire valutazioni affidabili della contaminazione dei bivalvi che sono organismi stanziali e sono quindi indicativi delle condizioni del luogo in cui sono state prelevate, i cui campioni sono stati prelevati. Le misure effettuate sui sedimenti hanno un fattore dell’ordine cento tra il livello medio di contaminazione, da policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, sui sedimenti e il livello medio nell’area adibita a pesca ed allevamento, pari a circa un picogrammo, differenza significativa che dimostra una condizione di inquinamento molto elevata nell’area industriale della laguna. Le concentrazioni di bivalvi nell’area 1 variano da 0,52 a 0,9 picogrammi, con una media di 1,85 picogrammi. Il valore più elevato dalla serie di campioni, risulta dalla media di due determinazioni, eseguite separatamente in due diversi laboratori e si riferisce a campioni prelevati da un sito al centro del canale industriale sud ed è quindi rappresentativo di un’area piuttosto ampia. Trattasi pertanto di un valore che costituisce un valido indicatore della contaminazione massima, da considerazione nella valutazione di rischio in accordo alle procedure usuali in questo ambito. Le concentrazioni nei bivalvi dell’area 4, quindi in area non diversa da quella delle zone industriali, si attestano invece su valori più bassi. E’ utile a questo punto rilevare come i valori medi di concentrazione rilevati nei prodotti ittici provenienti da varie parti dell’Adriatico, espressi in termini di tetraclorodibenzodiossine equivalente, siano compresi tra 0,11 e 0,24 picogrammi, sulla base di un ampio campionamento, ciò che evidenzia come trattasi di valori ancora più bassi, perché relativi ad aree senza impatto industriale. La differenza tra i valori dell’area 1, quella della zona industriale, e quella dell’area 4 è significativa e varia da un fattore 4 a 5, mentre quella tra i valori dell’area 1 ed i valori delle aree pulite dell’adriatico è superiore ad un fattore dieci. Va quindi comunque a questo punto ribadito che è un errore considerare la perizia Bonamin e altri del ‘97 e volta la prima a definire l’inquinamento dell’area industriale come sovrapponibile e concordante con lo studio svolto dall’Istituto Superiore della Sanità del ‘96, studio svolto invece a definire l’inquinamento dei prodotti delle aree di allevamento e pesca. Per quanto riguarda la consulenza del ‘98, questa consulenza, dice il Tribunale, ha riportato le conclusioni laddove si dice che non emergono elementi che comportino un rischio più elevato nelle popolazioni della laguna, rispetto a quelle della terraferma e che non appaiono tendenze costanti che consentano di individuare una delle due popolazioni come soggette a rischi più elevati. Le frasi però che il Tribunale ha riportato sono però parziali e le conclusioni complete sono invece nel senso che pur non emergendo elementi che depongono a favore di un rischio più elevato nelle popolazioni lagunari rispetto a quelle di terraferma, ciò nonostante dall’insieme della crescita nel tempo di alcune sedi tumorali, emerge la necessità di indagini più approfondite per poter individuare eventuali fattori eziologici, tra i quali anche esposizioni legate all’inquinamento della laguna. Vengono quindi riportati parametri epidemiologici, i quali si basano le predette conclusioni che evidenziano un aumento significativo di tutti i tumori, in particolare per i tumori alla mammella e per i (diformi non otchic), nel periodo 1990 – 1994, per entrambi i comuni e per entrambi i sessi e l’accertato aumento è di fatto, secondo le conclusioni dei consulenti, compatibile con un aumento del rischio, anche se la verifica della causa richieda ulteriore approfondimento. Conclusivamente, risulta accertato che vi è stata contaminazione della laguna veneta in gran parte a causa di scarichi industriali, sono state esaminate sostanze cancerogene e tali sostanze sono state rinvenute nel sedimento e nel biota, dove tendono a accumularsi. Una esposizione prolungata a livelli anche molto bassi a sostanze cancerogene comporta un momento di rischio di tumori, considerato anche l’effetto sinergico dei vari componenti della miscela cancerogena, la particolare situazione idrologica della laguna, caratterizzata dalla lentezza del ricambio e della diluizione dei contaminanti, rende l’inquinamento grave. L’ultima parte dei motivi di Appello hanno per oggetto alcune contestazione di carattere generale: quella relativa alla permanenza del reato. Dopo aver infatti premesso alcune considerazioni di carattere generale circa la figura del reato permanente ed in particolare la sua compatibilità con la condotta commissiva ed omissiva, il suo accertamento sulla base delle risultanze processuali, la possibilità che venga rilevata d’ufficio la compatibilità con la figura del concorso di persone e la figura della cooperazione colposa di persone nel reato, il Pubblico Ministero affronta il tema della legge applicabile nel tempo, mettendo in evidenza come secondo la giurisprudenza nel caso di reato permanente, in applicazione dei principi di cui all’Art. 2 del Codice Penale, se la successione delle leggi comporta una sanzione più grave dovrà applicarsi la norma più grave all’intero reato, perché sotto la vigenza di quest’ultimo il reato avuto, sia una parte di esecuzione sia la fase terminale della consumazione. Ne consegue che nelle fattispecie, con riferimento alla normativa introdotta dal decreto legislativo 152 del ‘99 è più severa della precedente, le condotte costituite dallo scarico senza autorizzazione dei sedimenti produttivi e da scarico superiore ai limiti tabellari di accettabilità, già previsti come reato nell’articolo 21 della legge 76, anche se posti in essere prima dell’entrata in vigore ma protrattasi nel tempo sino all’entrata in vigore della nuova disciplina, devono essere sanzionate secondo la nuova e più severa normativa. Poi il Pubblico Ministero passa in esame tutte le fattispecie contravvenzionali e delittuose di cui al secondo capo di imputazione, per metterne in evidenza come per ciascuna sia possibile configurare in concreto il carattere della permanenza. Secondo il capo di imputazione, dice il Pubblico Ministero, sono state contestate violazioni commissive omissive che il Tribunale riconosce avere il carattere della permanenza, che sussistevano ancora all’inizio del processo e che probabilmente risultano contestate ancora oggi. Quindi qui sono riportate e sono nomi, non mi dilungo ulteriormente su quelli che sono gli articoli e le norme che sono riportate analiticamente nel capo di imputazione che abbiamo già dato a suo tempo per lette. Quindi, comunque, per tutte le contravvenzioni elencate nell’atto del Pubblico Ministero, è indubitabile che sia configurabile la realizzazione di una condotta in forma permanente. Il Tribunale, invece, senza motivare, ha assolto tutti gli imputati dalle contravvenzioni, pur avendo in alcuna parte della sentenza riconosciuto che erano state commesse. Da ultimo, non è vero, rileva il Pubblico Ministero, che l’Accusa sia stata indeterminata, essendosi a ciascuno degli imputati addebitata la condotta tenuta nel periodo di tempo per ciascuno indicato nel capo di imputazione, tanto è vero che un primo gruppo di imputati, gruppo Montedison, sono addebitati le condotte di cui al capo due lettera a) ed a un secondo gruppo di imputati, gruppo Enichem Enimont, sono addebitate le condotte contestate al capo due lettera b). Ad altri imputati, che sono transitati da un’azienda all’altra, invece, vengono addebitate entrambe le contestazioni. Quindi, sempre nell’atto di Appello, segue analiticamente ed in relazione a quelle che sono state le modifiche delle compagini sociali ed in relazione al ruolo svolto da ciascuno nel tempo, gli specifici addebiti. Il Tribunale, laddove ha riconosciuto sussistere una responsabilità, da ultimo, viene osservato come il Tribunale abbia ancora errato laddove abbia ritenuto sussistere una responsabilità penale, pur dichiarando poi la prescrizione per il relativo reato, perché ha individuato solo alcuni responsabili, senza motivare in ordine alle ragioni per cui invece avrebbe assolto altri imputati, che per le posizioni di garanzia rivestite, avrebbero dovuto ugualmente essere ritenuti responsabili. Il Tribunale non affronta e non approfondisce poi il problema della responsabilità legata alla posizione di garanzia. Non ha ugualmente affrontato la questione dei rapporti tra società controllata e società controllante e quindi per tutti questi motivi il Pubblico Ministero prende le conclusioni che non riporto, non leggo perché sono analiticamente espresse nell’Appello, nell’atto di conclusione, chiedendo appunto le condanne già richieste nelle conclusioni di primo grado, nonché la rinnovazione del dibattimento mediante l’acquisizione di alcuni documenti, l’audizione degli ufficiali di Polizia Giudiziaria e della Guardia di Finanza, in relazione ad alcuni accertamenti risultanti dalle documentazioni che richiede di acquisire. Volevo solo aggiungere che, oltre appunto come avevo già detto, oltre all’appello del Pubblico Ministero, ci sono in atti tutti gli appelli delle Parti Civili e dell’Avvocatura dello Stato, di cui per quanto riguarda gli appelli delle Parti Civili riproducono, ripetono considerazioni analoghe a quelle contenute nell’atto di appello del Pubblico Ministero, mentre per quanto riguarda l’Avvocatura dello Stato ho già esposto prima quello che mi sembrava l’approfondimento più rilevante fatto dal difensore dell’Avvocatura, mentre su altre argomentazioni e su altre doglianze vengono sostanzialmente ripresentate o riprodotte le doglianze già ampiamente esposte nell’appello del Pubblico Ministero.

 

PRESIDENTE – Con questo abbiamo terminato le..

 

CONSIGLIERE RELATORE – Dott.ssa Perdibon - Volevo solo aggiungere che, in relazione poi alle istanze di rinnovazione del dibattimento, sono state depositate dalla Difesa delle note in cui se ne contesta innanzitutto l’ammissibilità non essendo state indicati i requisiti richiesti dall’Art. 603 per disporre la rinnovazione del dibattimento, né la rilevanza nel presente giudizio, sia in rito sia in fatto ne viene contestata la rilevanza.

 

PRESIDENTE – Bene, con questa relazione si è chiusa questa prima parte del processo. Noi ci vediamo martedì 20 aprile alle ore 9 e auguro a tutti buona Pasqua.

 

 

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