UDIENZA DEL 26 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 27 novembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – Buongiorno Presidente, solo per il verbale vorrei dare atto, ho già dato atto al cancelliere, che ho depositato in questo momento le quattro memorie che avevo preannunciato in relazione ai contenuti dell’arringa che ho svolto il 7 ottobre scorso. Sono memorie rispettivamente intitolate "il materiale illustrativo dell’arringa", sono i lucidi che avete già corredati da qualche annotazione di commento e sottoscritta anche dal professor Nardelli, "la memoria sull’esposizione al CVM nei reparti CV24 e CV22", che tocca specificamente quegli aspetti che erano stati oggetto di una vostra richiesta di chiarimento nel corso di quell’arringa, anche questa sottoscritta oltre che da me anche dal professor Giancarlo Nardelli, consulente di parte. E poi c’è una memoria sullo "smaltimento abusivo dei rifiuti liquidi e le sue conseguenze sulle acque lagunari e superficiali", sottoscritta oltre che da me anche dal consulente dottor Mauro Sanna, ed infine, l’ultima memoria che toccava l’ultimo tema da me accennato nel corso dell’arringa, "la contaminazione della falda, diffusione ambientale degli inquinanti e pericolo per la pubblica incolumità" che è sottoscritta, oltre che da me, anche dal professor Sandro Nosengo che è il nostro consulente in geologia". Il materiale è quello lì, per ciascuna memoria ci sono già le tre copie a disposizione, c’è l’originale e le tre copie per i componenti del Collegio. Ovviamente quello che fa peso sono gli allegati, le memorie in sé non sono molto voluminose. Grazie. Ho già dato copia per la Difesa ed anche per il Pubblico Ministero.

 

DIFESA – Avv. Bignazzi - Per lo stesso motivo dovrei dare atto del deposito della seconda parte delle note d’udienza dell’avvocato Luca Santamaria in quattro copie relative alla parte tossicologica della discussione. Vi ringrazio.

 

PRESIDENTE – Possiamo cominciare?

 

DIFESA – Avv. Mucciarelli – Difensore dell’imputato Dino Marzolo. Signor Presidente, signori della Corte, signor Pubblico Ministero, signor Procuratore Generale, collega dell’Avvocatura dello Stato e colleghi, tocca a me parlare e, secondo una ripartizione degli argomenti che è stata fatta all’interno del nostro gruppo, che è poi quello che assiste gli imputati, diciamo così, di parte Montedison, sta a me di principiare a parlare delle questioni in materia ambientale, e perché vi sia un minimo di organizzazione, di coordinamento, io mi occuperò essenzialmente, e cercherò di farlo nella maniera più breve possibile, perché molto abbiamo già scritto in questo, e forse qualcosa d’altro scriveremo ancora, parlerò in particolare dei delitti di avvelenamento e di adulterazione, quindi delle problematiche del pericolo e del rischio connesse a questo, e ovviamente qualche spunto dovrò prenderlo necessariamente dalle contrarie osservazioni che sono state sviluppate nei motivi d’appello dal signor Pubblico Ministero e da altre Parti Civili appellanti, e dalle considerazioni che sono state svolte dal signor Procuratore Generale e contenute anche in memorie scritte presentate alla Procura Generale. Salto tutte le frasi che servono secondo antica tradizione ad introdurre le arringhe, soprattutto quando, contro ogni mia volontà, sarà necessariamente un po’ lunga, ma cercherò di concentrarla, perché credo che ciò che rilevino essenzialmente siano i fatti, i fatti che hanno una non flessibile ostinazione. Da questi fatti la Pubblica e Privata Accusa hanno tentato nuovamente di riportare questi fatti sotto gli schemi normativi dei reati di avvelenamento e di adulterazione di acque o altre sostanze alimentari. Da questi fatti prenderò le mosse, esaminando da principio anche i profili di colpa che il signor Procuratore Generale ha introdotto nella sua requisitoria, e quindi da principio codesti fatti. Cerco quindi di riassumere i capisaldi su cui si è attestato l’intervento del Procuratore Generale. Per il tema dell’avvelenamento vengono in considerazione le concentrazioni di sostanze inquinanti rilevate nelle vongole pescate nei canali industriali. Ovviamente dell’adulterazione e dell’avvelenamento delle acque di falda e dei pozzi parlerà l’avvocato Franchini, quindi cercherò di non sovrappormi e mi occuperò solo di questo profilo rispetto alle vongole, diciamo così. Sempre in questo piccolo catalogo dei fatti, le fonti dell’inquinamento, cioè da cui deriverebbe l’inquinamento, contestate dal Pubblico Ministero, riprese dalla Procura Generale, sono due sostanzialmente: gli scarichi idrici ed il trasferimento orizzontale delle acque di falda sottostanti le discariche interne al Petrolchimico. Il signor Procuratore Generale considera gli addebiti di colpa specificamente contestati; ovviamente io limiterò l’esame a quelli che l’Accusa stessa ritiene rilevanti nell’ambito, all’interno dei fatti di inquinamento delle acque e dei sedimenti lagunari, in quanto, per questo veicolo, per questa strada, sarebbero rilevanti per i molluschi e per l’ittiofauna, cioè per quelle sostanze destinate all’alimentazione che sono il substrato materiale dei delitti di adulterazione e avvelenamento. Ancora in questa mia ricostruzione, spero che sia esatta, il Procuratore Generale non me ne voglia se ho sbagliato qua e là, una prima sezione degli addebiti di colpa a me pare che riguardino, nella prospettazione del Procuratore Generale, questioni prettamente impiantistiche, e quindi qui facile è il mio compito perché io faccio totale ed adesivo rinvio a quello che ha detto l’avvocato Baccaredda ed a tutte le memorie che sono state depositate, sia nel dibattimento di primo grado che nella fase precedente l’apertura del presente dibattimento. Permetterà la Corte però un brevissimo richiamo, un brevissimo cenno soltanto ad alcuni degli addebiti richiamati da più parti. È stato detto, sia dal collega Picotti di Parte Civile che dal Procuratore Generale: vi è una mancata realizzazione del depuratore fisico – chimico – biologico delle acque reflue, e si è insistito, sia dal Procuratore Generale che dall’avvocato Picotti che già alla fine degli Anni Cinquanta una tecnologia per la realizzazione di impianti simili all’SG31 era disponibile ed era stata citata in proposito a pubblicazioni scientifiche e relazioni presentate in alcuni convegni. A me sembra però che una differenza essenziale sia sfuggita ai miei contraddittori: l’SG31, questo impianto, quello che è stato collegato al Petrolchimico a Marghera, a differenza di tutti gli altri impianti di depurazione fisico–chimici, proprio quelli che sono stati richiamati dal Procuratore Generale e dall’avvocato Picotti, questo impianto trattava acque salmastre, non acque dolci, come invece sono quelli richiamati nella dottrina e nella bibliografia. Una differenza essenziale, radicalmente, tecnologicamente imponente, cioè che imponeva una adeguata sperimentazione, una sperimentazione ad hoc, proprio perché non c’era la disponibilità di un impianto di trattamento fisico–chimico capace di lavorare con acque salmastre, non c’era una letteratura tecnica sul punto, quindi questo impianto SG31 è uno dei primi impianti del genere che è stato realizzato in Europa. Ancora, nella memoria il Procuratore Generale si duole e protesta gravi carenze progettuali e funzionali dell’impianto di incenerimento dei residui clorurati SG28 ed individua questa carenza, che si sarebbe poi riverberata in fuoriuscite di materiali che avrebbero compiuto tutto quel lungo percorso fino ad arrivare ai molluschi, questo dipenderebbe essenzialmente dal carattere corrosivo dei fluidi trattati. E questo cenno rimanda ad una critica di questo stesso genere che era già contenuta nei motivi d’appello del Pubblico Ministero, dove queste gravi carenze venivano sostanzialmente imputate ad una esigenza di risparmio deprecabile, risparmio economico, e si dice che "Montedison era sicuramente a conoscenza dei materiali già ampiamente disponibili sul mercato, cioè quelli resistenti alla corrosione acida, quali le leghe Hastelloy e Incoly". Ora, la situazione a me pare storicamente diversa, perché questo impianto, questo SG28, è descritto nel documento di collaudo del 1982, in epoca assolutamente non sospetta, e lo trovate questo documento nella memoria del 28 aprile del 2001 sugli interventi in materia ambientale. Questo documento espressamente riferisce che per la costruzione di quell’impianto furono utilizzati acciai ebanitati, rivestimento antiacido, teflon, grafite, Hastelloy, proprio quella specificamente richiamata, e nella relazione si legge ancora specificamente, quella a cui ho fatto riferimento prima, salto, non ho voglia di fare letture, lo vedete scorrendo, ma sostanzialmente il giudizio sintetico preceduto dal dettaglio dimostrativo che quell’impianto è stato progettato proprio tenendo conto, avendo bene presente il contenuto corrosivo dei prodotti che vi circolavano, tanto che furono ampiamente utilizzati materiali che avevano le caratteristiche di essere anticorrosivi, di resistere alla corrosione, svanisce dunque anche questo rimprovero sotto il profilo sempre della colpa. Ancora, smaltimento delle peci clorurate; è un tema ripetutamente evocato, smaltimento delle peci clorurate tramite autobotti e bettoline, che poi avrebbero recapitato direttamente nei canali questi rifiuti. La censura contenuta nei motivi d’appello del Pubblico Ministero è molto sintetica e dice, a pagina 1289, che un certo documento del Magistrato delle Acque, biotecnica 1996, conferma la possibilità di scarico con bettoline e camion delle peci clorurate. Ora, dire che c’è la possibilità che questo sia avvenuto non mi sembra una gran prova rispetto alle esigenze proprio di un processo penale di accertare i fatti; in fondo sotto questo cielo tutto è possibile o quasi tutto, e sul punto la frase del Tribunale è drastica e testualmente a pagina 271 si legge "trattasi di congettura, è tale perché non è suffragata dal più labile indizio". Soccorre questa impostazione d’accusa il Procuratore Generale assumendo di avere fornito, ed assume di aver fornito la prova di tale attività di scarico. La prova, secondo il Procuratore Generale, sarebbe consistita da una scheda del marzo 1978 del manuale operativo del reparto CV11 relativa alle operazioni sulla rampa di carico peci su autobotti, si dice: beh, scarico tramite autobotti e bettoline, c’è la prova perché c’è un manuale che dice come si maneggia una rampa di carico per caricare le peci sulle autobotti, e quindi proprio questa scheda, secondo il Procuratore Generale, testualmente: "fornirebbe documentale credibilità a questa circostanza". Però vedano, signori della Corte, la rampa in questione, se uno va a guardare a che cosa serviva, e lo scopro dalla commessa 1514, che fa sempre parte di quella documentazione, ma in questo mare magnum di carte può essere certamente sfuggita, la rampa di carico in questione è stata oggetto della commessa 1514. Se si esamina la relazione tecnica collegata a codesta commessa, che è del 25 giugno del ’75, basta leggerla per accorgersi che non è questa la conferma, certo, che si aspettava l’Accusa. Abbiamo riassunto i contenuti essenziali della commessa, salto, ma se guardate il punto 3, Soluzioni, dice: "Il reparto CV11 produce circa 10 tonnellate/die di sottoprodotti altobollenti che devono essere trasferiti al reparto CS28 per essere distrutti. Il trasferimento dal reparto CV11 al reparto CS28 di questo prodotto viene fatto a mezzo autobotti". Quindi la rampa di carico delle autobotti servivano per portare dal CV11 al CS28 che era l’impianto dove avveniva la termodistruzione. Mi si potrebbe dire: beh, è quello che avete progettato ma, tra progettare e fare c’è di mezzo il mare; vero ma, scorrendo ancora la documentazione, ci si avvede che c’è un atto di collaudo del progetto 12, trattamento acque clorurate del dicembre ’82 – è già prodotto in atti in questo infinito mare degli atti di questo processo -, si leggono alcune cose, si legge in particolare: "l’intervento consiste nella costruzione di una rampa di carico per autobotti", e qui si dice esplicitamente: "necessarie per trasferire all’impianto di combustione U19C i prodotti altobollenti del CV11 ed i composti organici clorurati, insolubili in acqua", cioè le famose peci. Quindi io credo di potere concludere che documentalmente risulta senza fondamento anche questo tipo di rimprovero sotto il profilo della colpa. Per quanto più strettamente attiene alle contestazioni di colpa specifica relative agli scarichi, sempre così, nel mio tentativo di riassumere, spero non troppo maldestramente, i punti d’attacco della requisitoria del signor Procuratore Generale, mi pare che la colpa specifica relativa al tema degli scarichi possa essere così, i rimproveri possano essere così articolati: c’è una violazione del divieto di diluizione; una violazione dei limiti di accettabilità previsti per lo scarico; violazione della normativa sui rifiuti sulla base dell’equazione che era già stata proposta dall’Accusa pubblica e privata in primo grado, tra reflui e rifiuti, è un tema specialmente caro al collega Schiesaro e credo che sarà ulteriormente trattato in quelle brevi note che ha deposito e che, ovviamente, leggeremo. Io ovviamente qui andrò anche con richiami a cose che sono state scritte, e c’è sempre l’imbarazzo di richiamare ciò che uno ha scritto, non che valga perché l’ho scritto io, per carità, ma mi sembrerebbe offensivo nei vostri confronti che io mi mettessi qua a rileggere pezzi della memoria che abbiamo depositato prima dell’aprirsi di questo dibattimento di appello il 21 novembre 2003. Questi temi erano stati temi al centro della discussione del dibattimento di primo grado, avevamo letto i motivi d’appello ed abbiamo fatto una memoria in cui si replicava. Le questioni poi sono, dal punto di vista giuridico, grosso modo sempre le medesime. Quindi qui saranno cenni più che sintetici. Io, molto sommessamente, trovo che però il Pubblico Ministero, inteso come ufficio nel suo complesso, non superi una contraddizione che già esisteva nel momento genetico della contestazione, della strutturazione del capo d’imputazione, in ordine alla qualificazione giuridica da attribuire alle acque di scarico del Petrolchimico, qualificazione giuridica che non è, come loro sanno, un problema di etichetta, perché a seconda della qualificazione giuridica, che serve per definire la fattispecie, si definisce la disciplina applicabile. Ora, il Pubblico Ministero ad un tempo considera le acque di scarico rifiuti tossico–nocivi in relazione al loro contenuto, quindi disciplina quella del D.P.R. 915 dell’82, e ad un tempo considera come scarichi liquidi da insediamento industriale, e quindi disciplina del D.P.R. 962 del ’73, rilevando, poi in particolare rispetto a quest’ultima fattispecie, la violazione delle norme in materia di divieto di diluizione, di superamento dei limiti tabellari. Ora, so che su questo tema non troveremo mai un accordo, ma a prescindere dai differenti ruoli che abbiamo in questo processo con l’avvocato Schiesaro, che a questo punto non è più neanche mio avversario dal punto di vista tecnico, quindi è un po’ un argomentare... Però questa contraddittorietà non è in alcun modo sanabile perché sta in principio il fatto dei rapporti reciproci tra gli ambiti normativi evocati, cioè tra la normativa sui rifiuti e la normativa in materia di scarichi idrici, perché vedano, questi rapporti sono regolati, si vede immediatamente, basta scorrere le fattispecie di incriminazione, attraverso clausole reciproche di riserva che impediscono la contemporanea applicabilità delle discipline, quindi la loro non sovrapponibilità. E d’altra parte questa contraddizione non si può nemmeno superare dicendo: no, guardate, queste contestazioni non valgono tanto..., queste norme non vengono evocate tanto per contestare le singole contravvenzioni, cioè i singoli fatti contravvenzionali che i vostri comportamenti in ipotesi avrebbero violato; sono state evocate più che altro, o meglio il richiamo alle discipline contenute in tali normative, come modo strumentale – correttamente, voglio dire – alla qualificazione colposa dei comportamenti delle condotte ascritte agli imputati in relazione ai più gravi reati, quelli di cui prima o poi riuscirò a parlare, cioè di adulterazione ed avvelenamento, cioè per formare quel giudizio normativo in che consiste la colpa io utilizzo come parametro di riferimento del comportamento dell’agente modello la disciplina contenuta nella normativa sui rifiuti, ovvero nella normativa sugli scarichi idrici. Ma siccome è inutile che – l’ho già detto – ripeta com’è costruito il modello di imputazione del reato colposo, e cioè con la misura dello scarto che intercorre tra il comportamento effettivamente tenuto dall’agente concreto e quello che avrebbe dovuto essere tenuto dall’agente modello in quella situazione, ecco qua che diventa decisivo, fondamentale individuare qual è la norma di riferimento, perché da quella norma di riferimento io deciderò quale era il comportamento dell’agente modello, ed allora torna insanabile questa contraddizione. Qual è la norma di riferimento, quella che dovrebbe costituire il parametro su cui si deve conformare la condotta dell’agente modello? Quella contenuta nella normativa in materia di scarichi, ovvero quella contenuta nella normativa in materia di rifiuti? Quindi anche ad aggirare la questione sotto questo punto di vista non si va da nessuna parte, ed adesso, fatta questa precisazione di carattere generale, vediamo uno per uno - ma molto brevemente, signori della Corte, non ho intenzione di approfittare della loro cortesia, della loro pazienza nell’ascoltarmi - questi specifici addebiti di colpa. Dunque violazione del divieto di diluizione; qui una rapidissima sintesi di come si è atteggiata la Pubblica Accusa. Il Pubblico Ministero nei suoi motivi propone una interpretazione dell’articolo 9 della legge 319/76 diversa da quella fatta propria, seguita dal Tribunale di Venezia, che è bene spiegata nelle pagine 719 e 725 della sentenza. Con molto rispetto, ma a me sembra che la doglianza del Pubblico Ministero sia una petizione di principio, perché testualmente si dice "con la diluizione si ottiene la possibilità di scaricare quantità di inquinanti che non sarebbero consentiti se ciascun flusso di acque inquinate fosse scaricato separatamente", petizione di principio perché? Perché ciò che si dovrebbe dimostrare è che la condotta non è consentita, cioè che è vietata la condotta di diluizione, non quelli che sarebbero gli effetti, o quelli che sono gli effetti della condotta. E qui, devo dire, il mio compito è stato straordinariamente facilitato, lo dico senza nessuna piangeria od altro, straordinariamente facilitato dall’intervento dell’avvocato Simoni per parte Enichem, che ha illustrato il tema in maniera, secondo me, assolutamente esaustiva e non facilmente controvertibile, quindi vorrei proprio evitare qualunque ripetizione. Anche perché le cose che ho da dire sono molto semplici, molto banali: l’interpretazione della norma pone in via generale il divieto assoluto di diluizione dell’acqua di scarico soltanto quando detta diluizione avvenga con acque prelevate esclusivamente a tale scopo. Questo è il dato non flessibile contenuto nella norma. La norma vuole vietare che io ottenga surrettiziamente il rispetto dei valori aggiungendo alle acque di scarico acque non di scarico, acque prelevate esclusivamente a quello scopo, cioè lo scopo di diluire. La diluizione, dunque, quando avvenga con altre acque di scarico non è vietata. Io oserei avanzare anche una proposta, se non vengo considerato un po’ troppo superficiale e banale, ma probabilmente se uno fa attenzione al significato delle parole nella lingua italiana, che dovrebbe essere il primo punto a cui si lega l’interprete, perché questo dice tra l’altro le disposizioni sulla legge in generale, il termine "diluizione" allude sicuramente ad un fatto come quello che abbiamo disegnato all’inizio; fare confluire in un medesimo canale, in un medesimo corpo ricettore due flussi di acque reflue di scarico non ha come parola che la designi in lingua italiana il termine "diluizione", semmai sarà un mescolamento, un miscelamento; sicuramente la diluizione nel significato normativo pregnante indicato dall’articolo 9 è l’aggiunta di acque non di scarico prelevate esclusivamente a questo scopo, cioè a quello di diluire. Per evitare confusioni o facili aggiramenti, quella stessa norma conteneva un ulteriore e contiene un ulteriore divieto relativo alle acque di raffreddamento e di lavaggio, che si aggiungono a quelle prelevate esclusivamente allo scopo, e questo divieto vale per le acque di raffreddamento e lavaggio soltanto in relazione ad alcuni tipi di sostanze che comunque non entrano nel nostro caso. Quindi qui la situazione è, oserei dire, quasi in fatto diversa, non vengono aggiunte acque prelevate esclusivamente allo scopo, non vengono aggiunte acque di raffreddamento o lavaggio per ottenere valori di concentrazione diversi per quei certi tipi di sostanze, qui la questione è che flussi diversi di acque di scarico vengono convogliati in un unico corpo ricettore. Quindi la questione è completamente eccentrica, e quello che dice il Tribunale non è superato da quello che ripropongono l’Accusa pubblica e privata, perché non c’è una, diciamo così, novità rispetto alle questioni che erano state sollevate e che avevano trovato la risposta che il Tribunale ha scritto nella sentenza e che loro senz’altro conoscono. Veniamo alla violazione dei limiti di accettabilità previsti per lo scarico; è un po’ per amore dell’arte che riprendo questo tema, perché se ci penso è una questione totalmente irrilevante rispetto al tema decidendum, almeno per quello che è stato affidato a me di discutere, cioè avvelenamento ed adulterazione. Qui si parla di un tema di peggioramento della qualità dello scarico e si duole l’Accusa della scorrettezza nel metodo delle medie annue. Ma vedano, già questo è un po’ singolare, perché sì, certo, se io devo fare una valutazione di ogni singolo superamento, perché quando ero giovane in Pretura a fare i processi, adesso non c’è più la Pretura e non si fanno nemmeno più i processi per la legge 319 del ’76, c’era il problema dei cosiddetti stabellamenti, allora sì, fare il mediano non serviva a nulla, c’era il problema del prelievo in quel dato giorno; ma qui lo sfondo, l’orizzonte probatorio è: valutiamo la situazione nel complesso per valutarne l’eventuale peggioramento, poi vedremo se rileva ai fini del disastro ecologico, dell’avvelenamento o dell’adulterazione, ma complessivamente considerata. E quindi bene ricorda la sentenza impugnata alla pagina 731 ed alla pagina 728 che il problema non è quello del singolo superamento, è la valutazione complessiva, l’uso delle medie, e d’altra parte indicativa è la risposta che uno dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero dà alla domanda del Tribunale che, come dire – uso questo termine con il massimo rispetto -, erano udienze che duravano otto ore regolari, filate, con l’istruttoria dibattimentale molte volte molto accesa, oserei dire con un filo d’esasperazione il Tribunale domandò al consulente Carrara: ma in fondo qual è l’impatto reale di questi superamenti, di questi singoli superamenti, l’impatto reale sul corpo idrico ricettore? Attendendosi, il Tribunale, una risposta che desse un significato quantitativo, che gli desse dei numeri, dei pesi, dei valori, e la risposta è questa qui testuale: "alla sua domanda – quella del Presidente – io potrei rispondere che qualunque contributo di sostanze è pericoloso", che è un po’ un dir tutto e dir nulla, tanto che il Tribunale valuta questa risposta non pertinente, addirittura, rispetto ai fatti oggetto di imputazione. Io credo che tutto questo tema dei superamenti dipende da, come dire, un errore prospettico dell’Accusa, che pretende di attribuire a sporadici episodi di superamento dei valori tabellari una valenza differente, ulteriore, rispetto a quella loro propria. Dice l’appellante Accusa: eh, da questi superamenti deriva un peggioramento del corpo idrico ricettore, significativo in relazione ai diritti di adulterazione e di avvelenamento, oltre che del disastro innominato, ovviamente. Ma l’assunto è infondato manifestamente, e la critica che per tal modo viene svolta alla sentenza svanisce, solo che si consideri che questa formula, "peggioramento del corpo idrico ricettore", può assumere due distinte valenze, entrambe totalmente inconferenti rispetto al caso nostro. Se peggioramento vale come nel linguaggio giuridico, allora c’è un riferimento precisissimo, è la clausola descrittiva richiamata da alcune norme incriminatrici, in particolare il vecchio articolo 25 della legge del ’76, della 319, che è stata proprio citata dal Procuratore Generale in requisitoria, questa norma valeva per la fase intermedia di messa a regime delle varie tabelle, e da questo punto di vista è un riferimento eccentrico, completamente estraneo all’economia di questo processo, perché concerne una situazione affatto diversa. Se invece vogliamo attribuire a questa formula, "peggioramento", il significato semantico che le è proprio nel linguaggio comune, beh, allora – lo vedremo tra brevissimo – i singoli, episodici eventi di superamento sono irrilevanti, ma dire irrilevanti è ancora dire poco, rispetto al substrato oggettivo e materiale dei delitti di avvelenamento e di adulterazione. Due minuti, non di più, e qualche piccola scheda per vedere cosa sono questi superamenti, che quantità, che cosa valgono, che cosa pesano; ma signori della Corte – non devo ripeterlo – in relazione al substrato materiale dei delitti di avvelenamento e di adulterazione. Queste determinazioni analitiche stanno tra il primo settembre ’81 ed il 30 giugno ’89; sono in questo periodo non per una balzana scelta mia o dei consulenti che così brillantemente mi hanno sempre decisivamente aiutato nella preparazione di questo processo, 1 settembre ‘81 perché è la data di entrata in vigore dei limiti di accettabilità del D.P.R. 962 del ’73; il 30 giugno ’89, che è la data finale, è perché è la data in cui lo stabilimento passa di proprietà dalla Montedison all’Enichem, quindi questa è la fascia temporale di cui sappiamo. Do ancora qualche numero: nell’arco di questi 9 anni sono state fatte sui cinque terminali 3.416 determinazioni analitiche; i superamenti, i famosi superamenti sono stati 120, che vuole dire il 3,5% del totale; quindi oltre il 96% sono perfettamente rispettosi dei limiti di legge. Vediamo nel dettaglio a cosa si riferivano i sei superamenti, i superamenti riguardano soltanto sei parametri, questi parametri sono: solidi sospesi, azoto ammoniacale, azoto nitroso, solventi organici, solfuro di carbonio, etc., composti organici clorurati non altrove citati. A ben vedere l’unico che per la sua incidenza quantitativa merita di essere minimamente guardato, ed anche per le sue caratteristiche, concerne i composti organici clorurati; se si guardano i numerini di quelle tabelle e le date di quelle tabelle si scorge facilmente questo: tutti questi superamenti, quelli che riguardano gli organici clorurati, sono molto risalenti, sono tutti concentrati tra il settembre ’81 ed il novembre ’82, cioè i primi tempi in cui c’era evidentemente qualche maggiore difficoltà di esercizio, appena entrata in vigore la nuova normativa; tutti i dati successivi al novembre ’82 sono sempre rappresentativi di una regolarità dello scarico e di un miglioramento della qualità delle acque in uscita. Ora, siccome io ho come sfondo e come riferimento i delitti di comune pericolo di avvelenamento e di adulterazione, e non sono qui a discutere di una contravvenzione per il superamento dei limiti di tabella, non posso non tenere conto di un altro fatto, e cioè che questi composti organici clorurati evaporano dall’acqua in tempi brevissimi, 90% in meno di due ore, e non sono in alcun modo accumulabili. Ecco perché giustamente il Tribunale di Venezia ha giudicato tutto questo completamente irrilevante, irrilevante rispetto al tema decidendum, che è avvelenamento, adulterazione. Quindi, come dire, vanno a forzare questo tema, perché non raggiunge in nessun modo quello che è il substrato materiale, dato solido, importante, del quale dovremmo discutere quando parleremo di adulterazione, di avvelenamento; questi risalenti, minimali superamenti dei limiti di tabella, forse avrebbero potuto servire in quei risalenti anni ’81–’82 per qualche processo per le contravvenzioni dell’articolo 21 della Legge Merli, ma per le entità in gioco, per le qualità in gioco delle sostanze in gioco tutto questo è irrilevante rispetto ai reati contestati. L’Accusa pubblica e privata, tuttavia, su questo muovono aspre accuse alla sentenza di primo grado e, come dire, non è che la sentenza del Tribunale di Venezia ha bisogno di un Difensore e mai sarei io all’altezza ed adeguato a difendere una sentenza, secondo me, tra le più belle che mi sia capitato di leggere in 28 anni che faccio questo mestiere, e dico più bella indipendentemente dal fatto che ci abbia dato ragione. A chi non è piaciuta, credo che comunque non potrà non riconoscere che è stata scritta con un impegno, una acribia, un’attenzione che raramente si vedono nelle sentenze, soprattutto per processi di queste dimensioni. Bene, su questo punto aspre sono le censure che ha la sentenza e, signori della Corte, a me queste censure però sembra, appare che non colgano nel segno. Una prima censura rimprovera la sentenza di non avere tenuto conto di questi superamenti tabellari. Ma come? Perché questa è una censura? Ma certo, la sentenza, quando ha trattato dei delitti di avvelenamento e di adulterazione, non aveva ragione di occuparsi di fenomeni di questo genere, minimali, risalenti nel tempo, minimali per quantità e qualità, sicché esattamente non ha avuto riguardo al preteso peggioramento della qualità del corpo idrico ricettore, derivante da quei superamenti, ma ha valutato l’effetto sulla laguna e sull’ecosistema degli scarichi idrici nel loro complesso, giudicando – e questo credo che sia specialmente importante -, dopo una analisi minuziosa dei dati che sono emersi nel contraddittorio dei consulenti tecnici dell’Accusa e della Difesa e di tutti gli elaborati scritti che sono stati prodotti, giudicando, come dire, l’effetto di questi scarichi complessivamente considerati rispetto a che cosa? All’impatto ambientale, che è quello che gli interessava, e questa è la conclusione: "l’impatto ambientale complessivo è corrispondente a quello di uno scarico regolare". Non ha tenuto conto degli stabellamenti, non ne ha tenuto conto perché non pesavano dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Un’altra opinione della Pubblica Accusa e della Privata Accusa, sempre critica rispetto alla sentenza in questa parte, è che viene assunto a prova dell’asserito peggioramento proprio ciò che dovrebbe essere ancora dimostrato, confondendo quindi explanans ed explanandum, quando si sostiene che "le condizioni di permanente contaminazione delle acque e dei sedimenti lagunari - ampiamente discusse in questo processo - stanno a dimostrare un peggioramento delle condizioni delle acque lagunari". Questa formula è esattamente testualmente ripetuta nei motivi del Pubblico Ministero e nei motivi dell’avvocato Scatturin. Ora, questa affermazione, che suona grave censura alla sentenza, con tutto il rispetto è doppiamente confondente: da un lato allude ad un accertamento processuale in ordine al peggioramento delle condizioni delle acque lagunari, accertamento che non c’è stato; non c’è stato non per balzaneria di qualcuno, ma perché ad essere oggetto dell’accertamento è stata, e sotto questo punto di vista non poteva essere diversamente da così, la sussistenza del substrato oggettivo materiale dei reati di cui si discuteva, adulterazione – continuo a ripeterlo – avvelenamento e disastro innominato, e non le ipotesi contravvenzionali che hanno come estremo di fattispecie quel peggioramento del corpo idrico recettore. Dall’altro badino, signori della Corte, che in nessun punto, neppure da parte dell’Accusa pubblica e dell’Accusa privata era mai stata suffragata l’ipotesi che quegli sporadici episodi costituissero la causa non soltanto del peggioramento delle condizioni delle acque lagunari, ma addirittura della pretesa – ovviamente pretesa dall’Accusa – condizione di avvelenamento e di adulterazione del biota e delle acque. Sicché io credo che su questo punto si possa fare solo una cosa, cioè concordare con la conclusione sul punto della sentenza che dice che "l’effetto sulla laguna e sull’ecosistema degli scarichi idrici nel loro complesso, compresi quindi anche gli episodi dei superamenti tabellari, debba essere considerato corrispondente a quello di uno scarico regolare". Terzo punto ed ultimo per quello che concerne le contestazioni del signor Procuratore Generale in sede di requisitoria: violazione della normativa sui rifiuti sulla base della equazione proposta dalla Pubblica e Privata Accusa – tema caro all’Avvocato dello Stato – equazione reflui=rifiuti. Anche su questo tema il Tribunale si è diffuso vastamente, motivando sia in fatto che in diritto la insussistenza dell’assunto accusatorio. In questo, come dire, scambio di opinioni ci sono stati i motivi di appello del Pubblico Ministero e dell’Avvocatura dello Stato e nel nostro piccolo anche noi abbiamo fatto una memoria, quella del 21 novembre del 2003, nella quale replichiamo alla replica, ed a questa memoria del 21 novembre 2003 mi riporto integralmente; così come mi riporto integralmente all’avvocato Simoni, che ho già prima citato, che su questo tema è intervenuto con grande precisione, grande analiticità, grande bravura, e quindi beati gli ultimi se i primi sono onesti perché a me resta poco da dire e solo la preoccupazione di non guastare quello che è stato detto o scritto bene. Vediamo se vi sono o no carenze nella sentenza. La motivazione della sentenza su questo punto è chiara, esaustiva, ed alcune cadenze argomentative meritano di essere segnalate: i reflui in questione non sono sostanze solide, che per loro natura sono disciplinate dal D.P.R. 915 dell’82; i reflui sono invece qualificabili come acque di processo, la cui "sedes" è quella della regolamentazione degli scarichi, 319 e 962, poiché si tratta di sostanze liquide convogliabili ed in effetti convogliate in condotta e che sono direttamente immesse in un corpo idrico ricettore; non si tratta di "fanghi", anche se tossici o nocivi, perché se tali fossero troverebbero in via d’eccezione la disciplina del D.P.R. 915; non si tratta di acque di processo o comunque di rifiuti liquidi veicolati e/o scaricati in forma non canalizzata, nel qual caso sarebbe certa la definizione di rifiuto da applicarsi al refluo. L’Accusa, nella sua discussione ultima sul punto, ha riferito che "non vi è alcuna possibilità di individuare in giurisprudenza – leggo testualmente – una distinzione tra rifiuto liquido e rifiuto solido, che sia posta alla base della delimitazione degli ambiti applicativi delle due fondamentali normative ambientali". Ma che questa sia l’opinione, peraltro autorevole, del rappresentante del Pubblico Ministero presso la Corte d’Appello di Venezia, è tanto vero che è la trascrizione della pagina 41 del suo verbale d’udienza. Io di solito non amo l’argomentazione che vale verba magistri, però sta nel nostro ordinamento la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del 27 settembre del ’95 che detta una serie di criteri descrittivi così sintetizzabili: primo, il D.P.R. 915/82 regola l’intera materia dei rifiuti ed in essa si inserisce, come cerchio concentrico minore, la normativa degli scarichi disciplinata dalla legge 319/76; secondo punto, i rifiuti solidi sono tutti disciplinati esclusivamente dal D.P.R. 915, salvo quelli scaricati in mare; la "sedes" della regolamentazione degli scarichi, costituiti da sostanze liquide o a prevalente contenuto acquoso, è la legge 319; si applica la legge 319 anche allo scarico di liquami e fanghi; il D.P.R. 915 trova applicazione in relazione a liquami e fanghi appartenenti alla classe tossico – nocivi. Faccio presente che è esattamente la cadenza argomentativa seguita dal Tribunale di Venezia, ed è una cadenza argomentativa non balzana, piuttosto solida, che tiene conto di alcuni degli snodi più delicati dal punto di vista interpretativo, cioè quelle varie clausole di riserva reciproca che sono contenute in numerose norme incriminatrici dei due corpi che abbiamo visto, normativa rifiuti e normativa scarichi. In definitiva mi permetto di mostrare un passaggio della sentenza delle Sezioni Unite: "tutte le singole operazioni di smaltimento, conferimento, etc., dei rifiuti prodotti da terzi, siano essi solidi, liquidi, fangosi o sotto forma di liquami, con esclusione di quelle fasi, concernenti i rifiuti liquidi, o assimilabili, attinenti allo scarico e riconducibile alla disciplina stabilita dalla legge n. 319/76, con l’unica eccezione dei fanghi e liquami tossico–nocivi che sono, sotto ogni profilo, regolati dal D.P.R. 915". Cosa vuol dire? Quella parte segnata in neretto è esattamente quella che concerne i reflui di cui si discute nel presente processo, e quindi tale conclusione preclude ogni spazio alla censura d’Accusa. L’Accusa ha parlato anche di scarico indiretto per affermarne la natura di rifiuto da sottoporre alla disciplina del D.P.R. 915, ma anche sotto questo profilo non mi pare che colga nel segno. In questa vicende processuale non è configurabile alcun scarico indiretto, posto che le acque di scarico provenienti dai vari reparti CV22, 23, 24 e 25 confluivano direttamente nell’impianto di trattamento denominato SG31, senza soluzione di continuità. Dice il Pubblico Ministero: sì, ma l’SG31 era gestito da un soggetto giuridico diverso da quello titolare del Petrolchimico; ed allora però qualificare uno scarico come indiretto unicamente per l’assenza di una continuità per mutamento del titolare, eh, mi sembra cosa un po’ eccentrica, visto che il problema della continuità è un problema, come dire, fisico, che coglie il fatto di una assenza di continuità fisica nel percorso del refluo. Qualche osservazione in fatto su questo punto. La sentenza si fa carico di esaminare il contributo del Consulente d’Accusa Cocheo e, dopo averne lungamente discusso, ha ritenuto che "l’evidenza probatoria disponibile dimostra perciò che nelle acque di processo provenienti dagli impianti CV il CVM era normalmente assente dalle vasche di neutralizzazione. Quando in via del tutto eccezionale era presente, lo era in concentrazioni tali da mantenersi ampiamente al di sotto della CL di cui alla delibera attuativa la disciplina normativa concernente i rifiuti. Le tesi di accusa pertinenti a tale addebito di colpa sono infondate, in fatto". Già, perché il problema era: ma se in quei rifiuti liquidi c’è il CVM oltre a certi valori, allora automaticamente diventano rifiuti, e quindi assoggettati. Nulla di nuovo, ancora, nei motivi d’appello, perché sono le stesse identiche ragioni che aveva sostenuto l’Accusa Pubblica e Privata in primo grado supportata da Cocheo, c’era stata la risposta dei consulenti tecnici delle Difese, e c’era stata la decisione del Tribunale, che è questa, e qui adesso non viene proposto alcunché di nuovo, ed io non ho che da riportarmi alle memorie del mio consulente tecnico professor Pasquon ed alla memoria del 21 di novembre per le censure alle argomentazioni contenute nei motivi d’appello. Sostanziale irrilevanza, dunque, di ogni conclusione sulla presunta equiparazione degli scarichi ai rifiuti. Ma vorrei spingermi un po’ più a nord su questo punto: facciamo così, facciamo che diamo un po’ di spazio alle tesi d’accusa, diamo ingresso a questa impostazione. Bene, ma quale sarebbe allora la rilevanza di codesti addebiti di colpa rispetto agli eventi contestati? E non è che sono granché bravo a fare questa concessione e questo esercizio dialettico, in realtà vado dietro alla acribia argomentativa della sentenza del Tribunale, che si fa carico anche di questo e dice: va bene, proviamo a vedere che cosa succede rispetto al tema decidendum se pure avesse ragione. Queste sono parole testuali della sentenza: "La tesi d’accusa sulla supposta e indimostrata – non è il solito vezzo del Difensore che scrive, è la sentenza che ha già esaminato questo passaggio, quello che vi ho malamente riassunto prima circa la smentita della tesi d’accusa, e lo segnala con quella parentesi – presenza del cloruro di vinile nei reflui di provenienza dagli impianti CV, presenza che comporterebbe la necessità di loro trattamento in forme adeguate alla disciplina normativa pertinente ai rifiuti, meno che alla disciplina normativa pertinente agli scarichi delle acque, oltre che infondata, per essere provato il contrario, è manifestamente irrilevante"; di mio ci ho aggiunto nulla, perché anche la sottolineatura è della sentenza. Vedano, signori della Corte, a tacere di ogni altra considerazione il CVM è un gas che ha vita abbastanza breve, non si accumula, ce lo dice lo stesso consulente dell’Accusa Cocheo, il quale appunto ci dice che non si sorprende affatto che non sia stato trovato nei sedimenti e nei pesci proprio per questa sua caratteristica. Ma allora viene da dire: scusate, ma di che cosa stiamo discutendo dopo che per settimane ci siamo accapigliati - nel senso concettuale del termine, non mi fraintendano ovviamente – su questo punto. Di che discutiamo? Perché io sono qui a discutere dell’avvelenamento e dell’adulterazione, mica delle contravvenzioni del D.P.R. 915 o del 319. Allora questo è un punto vivo, è un punto delicato, allora forse per questo si coglie nei motivi d’appello un declinare, una declinazione, un virare, declinare non come il sole che declina, è una declinazione grammaticale dell’Accusa - e non vorrei che qualcuno prendesse male una parola polisenso – si lascia un po’ da parte il tema troppo vago, troppo radicalmente smentito dalla sentenza, della rilevanza causale di una condotta asseritamente colposa come quelle che abbiamo... e che è impossibile collegare a quegli eventi di danno propri del disastro alle condotte di avvelenamento e, come dire, si cerca di percorrere nelle attuali doglianze percorsi diversi, una versione teleologicamente orientata della regola cautelare. Ecco qui che saltano fuori, sotto questo angolo visuale, il tema della diossina ed il tema del rame. La condotta colposa, consistita nell’avere riversato, in violazione della normativa sui rifiuti, ingenti quantità di rifiuti tossico-nocivi, per la presenza di CVM nelle acque di scarico, viene estesa all’inquinamento da diossine e da rame, e qui richiamo le memorie tecniche su questo argomento presentate nelle fasi preliminari. Ma anche per questa fase, per questa variante dell’argomentare dell’Accusa, occorre richiamare quanto ha già detto il Tribunale: gli scarichi del Petrolchimico non sono disciplinati dal D.P.R. 915 dell’82, bensì dalla Legge Speciale su Venezia, ciò che impedisce in radice di configurare qualunque condotta colposa, sia che si voglia parlare di emissione di acque contenenti CVM, sia che si voglia parlare di acque contenenti diossine e rame. Ma vi è di più, di questo si è già parlato in sede di rinnovazione del dibattimento circa la improponibilità e la infondatezza delle stime sulle quantità di rame e diossine prodotte e scaricate dal Petrolchimico, stime che sono state ottenute in maniera francamente inammissibile, trasponendo in modo assolutamente critico alla realtà del Petrolchimico dati pubblicati dallo studio di Isosari, cioè dello stabilimento finlandese. La implausibilità dei dati ottenuti dal consulente del Procuratore Generale – lo ricordo – indicavano 69,48 grammi I-TEQ; in questo valore la quantità di PCDD/F collegati alla produzione di 100.000 tonnellate di CVM. Proprio questo dato conferma la abnormità di tale valore rispetto a quello riportato in letteratura. Si consideri solo questo, che dall’inventario delle emissioni annuali degli impianti di produzione negli anni ’95-’98 si ricavano per l’intera produzione degli Stati Uniti, del Giappone e del Belgio, e per vari comparti ambientali, atmosfera, acqua e suolo, un valore di 35,05 grammi anno, a fronte di un valore stimato di 69,48. Sono valori che automaticamente rendono, come dire, improponibile una situazione di questo genere. Quindi io direi che su questo mi riporto ai dati che abbiamo già illustrato in sede di discussione sulla rinnovazione del dibattimento, poi ovviamente dalle schede vedrete tutti questi noiosissimi numeri che ci consentono, tuttavia, di licenziare l’argomento. Il rame è questione sulla quale è facile e rapido concludere, perché la ricostruzione operata dai consulenti dell’Accusa appare smentita documentalmente, posto che nella stragrande maggioranza, nella quasi totalità dei bollettini di analisi disponibili agli atti il rame nello scarico SM15 risulta assente. Ultimo punto che concerne la inconsistenza dell’equazione formulata dal Procuratore Generale e dai suoi consulenti circa la quantità di sostanze inquinanti asseritamente prodotte dallo stabilimento Petrolchimico, sempre per questo meccanismo di trasposizione dei dati da quello finlandese, sono, diciamo così, quelle scaricate in laguna. Sia il Procuratore Generale e sia il collega Picotti hanno riproposto infatti la tesi dell’inidoneità dell’impianto SG31 a trattare i composti organoclorurati e quindi, vista questa inidoneità, diossine direttamente scaricate in laguna. Ma c’è qualche brevissimo cenno che consente di licenziare questo argomento: 1) l’invio delle acque clorurate nell’impianto biologico del Petrolchimico, preso in considerazione nelle memorie tecnico dell’Accusa, non soltanto non era previsto, ma era addirittura escluso, perché avrebbe potuto danneggiare l’intero sistema di trattamento acque, così come riferito dal dottor Polo in udienza; 2) presso il Petrolchimico erano in funzione l’impianto di trattamento delle acque contenenti composti organici clorurati ed un impianto di incenerimento che serviva proprio alla combustione dei sottoprodotti clorurati. E con questo concludo l’esame delle condotte colpose che avrebbero in ipotesi d’Accusa causato gli eventi di disastro, di cui parlerà il professor Palliero, e di avvelenamento ed adulterazione del biota. Di questo adesso mi appresto a parlare. Adesso, signori della Corte, cercherò di fare a meno delle diapositive, che tutti chiamano slide in inglese, ma io le ho sempre chiamate diapositive, perché dovrò chiedere la vostra biblica pazienza di seguirmi per passi stentati, i miei, all’intorno, all’ingiro del diritto penale, perché dovrei, secondo la divisione del lavoro che ci siamo dati, trattare io della struttura dei reati di pericolo, di quei reati di pericolo di cui gli imputati continuano ad essere accusati dall’appellante Procura. Una nozione comunemente ricevuta e mai contraddetta, pacificamente accolta, consiste nella banale osservazione che il diritto penale è un diritto penale, nel nostro ordinamento è un diritto penale del fatto. Al fatto, dannoso e pericoloso che sia, si lega la struttura delle incriminazioni, che sono essenzialmente modellate, esemplate sullo schema della lesione effettiva, ovvero della messa in pericolo del bene giuridico protetto; al di fuori di questo orizzonte non c’è spazio per una comminatoria penale. Questa vocazione del diritto penale al fatto, al realismo, non è per nulla estranea alla dinamica di questo processo, di un processo come il presente, posto che qui si è agitato il tema del rischio come componente essenziale di molte delle contestazioni mosse, soprattutto con riferimento al secondo capo di questa sterminata contestazione d’Accusa. Dunque il rischio, e da qui principiamo. Il rischio altro non è se non la valutazione di eventi futuri ed incerti, categoria, se guardiamo bene, di per sé incompatibile con un diritto penale che abbia esigenze modellate sulla lesione, sul pericolo di lesione di beni giuridici protetti; mi si obietterà facilmente: di che va cianciando lei, Mucciarelli? Il delitto penale è costellato di reati di pericolo! Di più, reati di pericolo in astratto, o meglio di pericolo presunto, dunque di fatti punibili, di condotte proibite, non già per l’effettiva lesione del bene protetto, bensì per la semplice esposizione a pericoli in via astratta dell’oggetto di tutela, e che sono una anticipazione poderosa del momento lesivo. Ma vedano, signori della Corte, qui la confusione sta nel dire che rischio e pericolo sono la medesima cosa, essi non sono affatto concetti equivalenti, e credo che tutti lo sappiamo benissimo, almeno nella accezione penalistica. Io credo che vogliano dire due cose diverse anche su un piano più generale, semantico. Diritto penale, principiamo da lì, il concetto di pericolo misura la concreta esposizione del bene protetto ad una situazione lesiva, qualche cosa che, come dire, è un dipresso rapportabile alla nozione del tentativo dell’articolo 56, né diversamente potrebbe essere, sol che si consideri che, se così non fosse, la comminatoria penale finirebbe per colpire qualcosa che dal punto di vista sistematico precede il limite degli atti idonei, che è il limite segnato appunto dal tentativo, quindi il pericolo non può che essere qualche cosa che è parente molto stretto del tentativo, e non devo dirlo certo io a voi, ma la punibilità del tentativo designa infatti e propriamente non già alla lesione del bene protetto, ma semplicemente la sua esposizione a pericolo, ma perché questa punibilità, cioè quella del tentativo se acconsentita, cioè perché il penalmente rilevante non arrechi oltre la soglia di una sua non percepibile lesività, pretende il nostro ordinamento che sotto questo profilo vi sia la idoneità: ti punisco anche se non hai leso o distrutto il bene giuridico, ti punisco perché l’hai messo in pericolo, ed in via generale è una norma, che è il tentativo, che fissa nella idoneità questo canone, non superabile. Senza idoneità infatti non vi è tentativo, perché? Perché non vi è pericolo per il bene protetto, non è tentativo, sono esempi scolastici, mi vergogno di farli a questa Corte eccellentissima, non è un tentato omicidio se sparo con una rivoltellina ad acqua a mia moglie, anche se ho il desiderio di liberarmi, dopo 28 anni mi dareste anche un piccolo sconto di pena alla fine, ma sarebbe tentativo inidoneo, perché? Perché non c’è pericolo per il bene protetto. E contemporaneamente inidoneità e pericolo sono nel mondo del diritto penale concetti strettamente legati. Su questo punto sarò – purtroppo per voi, con tutto il rispetto – costretto a tornare. Di più ancora, la nozione di pericolo designa semanticamente una situazione nella quale siamo in grado di apprezzare in termini concreti che il bene tutelato abbia la probabilità di essere effettivamente leso, la probabilità, conto tenuto della situazione di fatto, riportabile ovviamente al tipo della incriminazione contestata. Questo in grossolana sintesi e per principiale il concetto di pericolo. Affatto diverso è invece il concetto di rischio; il concetto di rischio è un concetto insidioso, nel senso che esso è entrato nel linguaggio comune, ma anche in quello degli studiosi, che pure non riescono a darne una definizione rigorosa. In termini scientifici dovrebbero essere sempre impiegate definizioni quantitative, perché solo definizioni quantitative? Beh, perché soltanto attraverso questo tipo di formalizzazione è consentito un riscontro empirico dell’affermazione, così come della legge scientifica, da cui dipende la definizione concettuale. A riferimento quantitativo fa infatti da contrappunto la falsificabilità della proposizione, che viene per tale modo offerta al controllo, alla possibilità di controllo, è proprio il passaggio dalla utilizzazione, dall’impiego di concetti di natura qualitativa a concetti di natura quantitativa, sta lì lo snodo, il trasferimento, il passaggio dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, per dirla come la dice il grande (Coirè). Ma per dirla in termini generali – torno al problema del rischio – una definizione di rischio può essere un dipresso così congegnata, così riassunta: è la probabilità – ancora una volta questo termine, probabilità – di verificazione di un evento futuro dannoso. Un elemento di questa definizione deve essere tenuto ben fermo: come stella polare, probabilità. A sua volta infatti il concetto di probabilità rimanda ad una categoria scientificamente data, quantitativamente elaborabile, discutibile, cioè possibile oggetto di controllo; possiamo indicare per esempio il valore 1 come certezza positiva e lo 0 come certezza negativa, essendo l’infinita serie dei numeri che intercorrono tra 0 ed 1 lo spettro dentro il quale andiamo a fare le nostre misurazioni probabilistiche. E possibilità, termine variamente evocato, spesso è il rifugium peccatorum, poi non soltanto dei peccatori, che comunque hanno sempre tutta la mia stima, il concetto di possibilità è un concetto non scientifico, esso è qualitativo, irriducibile ad una determinazione numerabile e dunque controllabile, ma non è una scoperta delle ultime settimane. Un fratacchione medioevale, che era un grande logico, si chiamava Lamberto D’Auxr, diceva, commentando temi sulla possibilità: "sotto questo cielo tutto è possibile ma quello che conta è solo quello che è numerabile", e poi viene Cartesio, poi viene Galileo, poi viene la scienza moderna. Possibile? Mah, non serve proprio! Ma il concetto di rischio sembra allora appiattibile su quello di pericolo, giacché entrambi si rivolgono alla valutazione di eventi futuri? Ed allora sono sinonimi? Eh no, qui invece sta la differenza, perché io credo che di questi concetti noi dobbiamo fare uso all’interno delle categorie penalistiche, ed allora ci accorgiamo che il rischio designa propriamente una situazione più generale, nella quale l’apprezzamento del dato futuro procede per estrapolazioni statistiche, come tali non riferibili al singolo evento o alla singola classe di eventi, che, se dobbiamo denominarli in termini penalistici, finiscono per corrispondere questi eventi ai fatti descritti nelle singole fattispecie, ai singoli beni giuridici protetti dalle singole fattispecie. Tutta la tematica delle analisi del rischio è perciò estranea al mondo del diritto penale. Molteplici argomenti sostengono questo assunto. Si consideri in primo luogo che l’analisi del rischio, che è ormai diventato tema di studio, addirittura ci sono corsi universitari che si occupano di analisi del rischio, di risk assestment, come bisogna dire, perché se non usi il termine inglese ti guardano storto, l’analisi di rischio è nella migliore delle ipotesi qualcosa che ha valore predittivo in termini generalissimi ed apprezzabile soltanto in termini statistici. Essa, l’analisi del rischio, è dunque radicalmente inidonea a caratterizzare in un modo qualunque la specifica idoneità di una condotta singolare, che sono quelle che interessano al mondo del diritto penale, anche solo ad esporre a pericolo un bene giuridico, è un problema di impossibilità di personalizzazione. Permettetemi una banalizzazione estrema, perché mi arrangio meglio se riesco a riportare questi temi alti alle mie capacità di comprensione: quando la mattina esco di casa e mi immetto nella circolazione stradale, uno studioso dell’analisi del rischio è certamente in grado di dirvi di quanto aumenta il mio rischio vita e incolumità in relazione alle molteplici evenienze che mi possono occorrere. E si badi, in questo calcolo congettuale si tiene conto anche delle inosservanze alle regole dettate dal Codice della Strada da parte dell’indeterminato numero di automobilisti, motociclisti, etc., me stesso compreso, che posso commettere delle infrazioni, che tutti costoro incontrerò inevitabilmente nel mio viaggio. Ma tutto ciò, se loro ci pensano, è irrilevante ed è estraneo al diritto penale, e si badi, è estraneo al diritto penale malgrado, come ho detto, tra questi fattori, dei quali il nostro valutatore del rischio tiene conto, vi siano delle condotte illecite, talune addirittura ex se, penalmente rilevanti, ma rilevante sarà o potrà essere rispetto alle singole puntuali situazioni, rilevanti per il diritto penale, un determinato comportamento eventualmente osservante, cioè idoneo ad esporre a pericolo un determinato bene giuridico, il sorpasso in curva, il singolo sorpasso in curva, il singolo superamento di velocità. È un po’ qualche cosa che è vicino al discorso superamento delle soglie, di cui dovrò pure parlare. Un secondo argomento, sempre per quanto attiene la irrilevanza dal punto di vista penale dell’analisi del rischio, consiste nell’osservazione che quand’anche le analisi del rischio fornissero indicazioni precise, esse tuttavia non sarebbero in alcun modo idonee a sostenere l’implicazione causale necessaria in diritto penale per reggere la spiegazione causale dell’evento; qui mi fermo e dico: rinvio a Stella. Di più: non potrebbe funzionare, sempre rispetto al diritto penale, la nostra analisi del rischio e quindi questa equiparazione concettuale rischio – pericolo, perché non reggerebbe nemmeno l’implicazione necessaria per il giudizio di idoneità, quello dell’articolo 56, che secondo me è basilare all’interno dei discorsi che veniamo facendo, perché l’articolo 56 segna il non valicabile limite concettuale del pericolo in diritto penale. L’articolo 56, con quella nozione della idoneità, impone una valutazione collegata alla situazione di fatto, che qui sparirebbe completamente, quindi alla concretizzazione del pericolo rispetto alla condotta effettivamente tenuta ed al tipo di evento che avrebbe potuto realizzarsi, cioè alla probabilità di lesione del bene giuridico. Io non posso nemmeno pensare vagamente di riassumere la sterminata istruttoria dibattimentale, e quindi opero rinvii e basta. Dico in termini qualitativi, non quantitativi, ma per mia fortuna non sono uno scienziato, che i consulenti delle Parti, di tutte le Parti, hanno offerto un materiale notevole a dire poco per dimensione, e variamente giudicabile quanto a qualità. Io credo che il problema essenziale cruciale consista nel decidere come questa impressionante massa di dati possa e potrebbe essere letta dal punto di vista del diritto penale; diritto penale che è fortunatamente stretto nelle categorie della legalità e della tipicità, ed una volta tanto parliamo di sussunzione non sotto leggi scientifiche ma sussunzione sotto il modello legale della fattispecie. Azzarderò quindi una sintesi estrema per vedere di enucleare i dati essenziali e finali a proposito del biota, permettetemi questo breviloquio, biota, cioè vongole, pesci e dintorni. I consulenti dell’Accusa hanno presentato una serie di dati, sia per sedimenti che per il biota, ma del biota in particolare mi interesserò, che a tutto concedere fotografano null’altro che una situazione di inquinamento dei canali industriali, di inquinamento, non di avvelenamento, non di adulterazione. Ed infatti nessun diverso significato può essere attribuito ad analisi comparative tra le concentrazioni di sostanze inquinanti riscontrate nella zona industriale rispetto ad altre zone, con diverso se non addirittura assente impatto antropico. Tali dati nulla ci dicono rispetto all’oggetto del processo, rispetto al nucleo fondamentale delle fattispecie incriminatrici delle quali mi occupo. L’Accusa non fornì allora e non è riuscita a fornire adesso la prova dell’adulterazione o dell’avvelenamento del biota destinato all’alimentazione; non l’ha fornita – badino, signori della Corte, se ne saranno accorti – non per mancanza di acribia, di sagacia, di impegno; non l’hanno fornita semplicemente perché l’Accusa non poteva trovare ciò che non c’è. È vero, il dottor Raccanelli, il dottor Sesana, l’ingegnere Zapponi, principali tra i consulenti dell’Accusa, hanno tentato di trarre implicazioni dal quadro di riferimento, formulando una fragile, effimera analisi di rischio rispetto alle diossine e PCB. Abbiamo già detto cosa vale rispetto al diritto penale un’analisi di rischio, ma sono partiti dalle diossine e dai PCB, si sono mossi dalle vongole e dai pesci maggiormente inquinati, hanno fatto tutte quelle elaborazioni sui piatti di pastasciutta, i 10, 20, 50, 100 grammi di assunzione giornaliera di vongole e pesci, ma su questo dirò oltre. Il dialogo critico con i consulenti della Difesa è passato anche addirittura per l’accettazione in ipotesi dialettica dell’impostazione d’Accusa, e proprio seguendo questi percorsi si è dimostrato che non sussiste rischio per la salute pubblica collegato all’ingestione di pescato proveniente dalla zona industriale, e si badi, ci siamo messi a discutere della sussistenza del rischio, che è cosa ben diversa dal pericolo, e segnatamente dal pericolo come categoria del diritto penale, e si badi, questa dimostrazione dei consulenti della Difesa, che è stata poi recepita dalla sentenza, è stata fornita muovendo dall’assunto irreale che un soggetto assuma per tutta la vita, a partire dal primo giorno nel quale ha visto il sole in questa ospitale terra, fino all’ultimo, quando quello stesso sole si spegne, che abbia mangiato vongole soltanto, vongole non solo provenienti in via esclusiva dai canali industriali, ma prelevate tutte ed esclusivamente in quei precisi punti dove sono state rilevate le più alte concentrazioni di diossina, quindi una assunzione costante di vongole, delle vongole più significativamente inquinate, un’ipotesi di lavoro meno che congetturale. Partendo da questi dati, conti fatti, non si arriva alla soglia del rischio, non si va al di là dei limiti soglia. Dovrò tornare su questo punto e, secondo quanto detto al Presidente, sono arrivato proprio alla metà. Quindi qualche minuto per fumarmi una sigaretta se posso chiederlo, grazie.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 11.05 RIPRENDE ALLE ORE 11.40.

 

PRESIDENTE – Prego signor avvocato.

 

DIFESA – Avv. Mucciarelli – Grazie signor Presidente. Riprendo da pericolo e salute pubblica. Il concetto di pericolo nel mondo del diritto penale ha impressa una stigmate, che è la stigmate della probabilità intesa come giudizio di relazione tra un’entità cronologicamente precedente, che è la condotta umana vietata, quella tipizzata nella norma di incriminazione, e un’entità successiva di carattere lesivo, cioè quell’evento lesivo, che se si fosse verificato, avrebbe dato luogo al corrispondente reato di evento o di danno, quindi un giudizio di relazione, un giudizio di relazione tra qualche cosa che è storicamente avvenuto, la condotta tipica e qualche cosa che non è avvenuto ma che, se fosse avvenuto, avrebbe integrato un evento di danno. Il pericolo misura la probabilità che da quella condotta si potesse determinare un danno, e ancora questo ci riporta alla tematica della inidoneità e dell’articolo 56. Sono molteplici – loro signori le conoscono assai bene – le interpretazioni che si sono avvicendate sul palcoscenico del diritto penale circa la nozione di pericolo, ma credo che questa definizione sintetica che ho ricavato dal lavoro di Francesco Angioni, che forse è il più affidabile e il più recente degli autori che si sono occupati di questa materia, possa costituire un buon punto di riferimento. Mi permetto ancora un’annotazione banale, per ordine concettuale del mio discorrere: non un tutte le condotte pericolose sono in sé punibili, anche quando sono dotate di una fortissima probabilità di cagionare un evento lesivo, anche se sono caratterizzate da una colpa macroscopica. Soltanto per alcune di esse il legislatore sceglie di intervenire anticipando la soglia della punibilità, ciò in ragione della gravità dell’evento temuto, della sua diffusità, della qualità del bene giuridico protetto, ma è una scelta del legislatore, pericolo dunque. Giudizio di relazione, questo giudizio di relazione che innerva la definizione di pericolo è parente stretto del giudizio di causalità. Anche qui occorre in effetti verificare l’esistenza di un processo causale, cioè di una serie causale riportabile a leggi scientifiche di copertura, soltanto che qui manca l’evento effettivamente verificatosi, il giudizio non è rivolto al passato, bensì al futuro, avremo dunque non un giudizio ex post ma un giudizio ex ante, insomma una prognosi postuma, e anche questo ci riporta sulla pista del tentativo. Non è forse il tentativo una situazione che tende a sanzionare non la effettiva lesione al bene giuridico protetto dalla singola norma di incriminazione, bensì e soltanto, la messa in pericolo di quei medesimi beni? Illumina dunque la nozione di pericolo, il riferimento necessario, non declinabile all’effetto dannoso che avrebbe dovuto/potuto verificarsi, si tratta, è bene evidente, di un evento concreto, di un evento concreto che, se si fosse verificato, avrebbe integrato un reato di danno, un reato di evento. Non può essere a sua volta un pericolo, una ulteriore situazione nella quale il bene giuridico sarebbe stato esposto a pericolo, a maggior pericolo, ad un più alto grado di probabilità che l’evento stesso si potesse verificare. E infatti, sempre questa corrispondenza, questo contrappunto con il tentativo: il meccanismo dell’articolo 56 non è applicabile ai delitti di attentato. Questa è la ragione. Il pericolo è il pericolo del verificarsi di un evento, non il pericolo del verificarsi di un pericolo. Credo che si debbano fare molte critiche e io personalmente ho molte riserve sulla ideologia retrostante al Codice Rocco, ma dal punto di vista tecnico, Rocco ci sapeva fare, e la struttura dalla parte generale è fondamentale per illuminare e ricostruire le singole fattispecie di incriminazione. L’articolo 56 è una norma che sanziona in realtà condotte pericolose e ci dà, ci traccia il limite esegetico, l’idoneità. Questa osservazione io credo che trovi un ulteriore riscontro se si scorrono la più parte delle fattispecie di reati di pericolo previste dal Codice Penale, molte delle quali prevedono l’ipotesi aggravata per il caso che l’evento dannoso si verifichi, prova non equivoca e conclusiva, io credo, di questo strettissimo collegamento tra il pericolo e il momento della sua concretizzazione in evento dannoso. Ma allora, se questa implicazione è per così dire necessaria dal punto di vista logico, allora vale la sua reciproca: il giudizio di relazione, in che consiste il pericolo, ha come estremo non defettibile, indefettibile l’evento dannoso che, pure se non accaduto, è assunto dalla norma di incriminazione come quel fatto lesivo di un bene giuridico meritevole di tutela, cioè, la condotta pericolosa noi dobbiamo misurarla in relazione a quell’evento dannoso che si mira a scongiurare, per il quale il legislatore interviene anticipando la tutela penale prima del verificarsi dell’evento. In questo consiste la già accennata non sovrapponibilità delle nozioni di pericolo e di rischio, sotto il gran cielo del diritto penale, proprio perché parlando di rischio il riferimento trascorre una serie indeterminata di situazioni, rispetto alle quali non è istituibile il giudizio di relazione, che invece è indefettibilmente connesso alla nozione di pericolo del diritto penale, perché proprio in questo giudizio di relazione consiste il pericolo penalisticamente inteso, che appunto pretende una valutazione causale che, se pure ex ante, implica di poter apprezzare se, data una certa serie di antecedenti, quella serie avrebbe potuto determinare o no, secondo un apprezzabile grado di certezza razionale, l’evento lesivo. Questo è il pericolo per il mondo del diritto penale, questa è l’idoneità. Procedo per grandissime semplificazioni. Per formulare il giudizio di pericolo non mi pare azzardato dire che l’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale pacificamente ormai concordano che si debba avere riguardo a tre momenti fondamentali: la base del giudizio, cioè le circostanze concrete che devono essere prese in considerazione; il metro del giudizio, cioè le leggi scientifiche sulla base delle quali le circostanze concrete dovranno essere valutate per formulare quel giudizio ex ante, cioè la prognosi postuma; e il momento del giudizio, cioè il momento temporale nel quale il giudizio deve essere formulato. Se su questa triade vi è sostanziale accordo, ovviamente, come loro sanno, le cose si complicano nella dottrina e nella giurisprudenza quando si debba guardare con attenzione il contenuto delle tre formulette che ho richiamato Io credo che sia, fare perdere tempo alla Corte mettermi a raccontare cose che peraltro la Corte sa e che sono nell’economia di quello che vado dicendo, ininfluenti. Si è discusso a lungo se doveva aversi riguardo a una cosiddetta teoria della prognosi a base parziale, che fa rifluire dentro queste formulette valutazioni di carattere soggettivo circa le conoscenze del soggetto al momento della condotta. Io credo che sia sbagliata perché queste sono valutazioni oggettive, e fare rifluire formulette oggettive è scorretto. Credo che sia di gran lunga preferibile la cosiddetta prognosi a base totale, che è sicuramente tra l’altro la più seguita, dalla più recente dottrina e dalla giurisprudenza, ma in questo caso credo che valga la pena di adeguarsi a questa perché sarebbe la più rigorosa, quella per la quale nessuno potrebbe tacciarmi di essermela scelta perché è la più comoda ad usum del fine difensivo. Allora qui vengono in considerazione tutte le circostanze esistenti al momento del fatto, cioè della condotta, e la valutazione dovrà essere effettuata alla luce rigorosa delle leggi scientifiche disponibili e applicabili, per verificare se vi era la probabilità che l’evento dannoso si verificasse, sulla base delle conoscenze e delle leggi scientifiche disponibili oggi, quando faccio la valutazione, non quelle disponibili allora, quando veniva tenuta la condotta. E l’evento dannoso, che è il riferimento finale di questo giudizio di relazione, sul quale tra guardare siffatta valutazione, non può che essere quell’evento lesivo che la corrispondente fattispecie di danno prevede come fatto costitutivo di reato. Alla fattispecie di reato di pericolo, se loro pongono un attimo d’attenzione, corrisponde sempre una fattispecie di danno. E, laddove non è espressamente previsto, per i delitti c’è sempre il meccanismo dell’articolo 56. Quindi il nostro primo riferimento per vedere qual è l’altro termine del nostro giudizio di relazione è la nozione di salute pubblica, variamente interpretata questa nozione e sostanzialmente le due impostazioni maggiormente seguite – che mi permetto di riassumere brevissimamente, la vedono così. La vedono come la vede la Procura Generale, secondo cui il concetto di salute pubblica, nel senso della collettività nel suo complesso, ovverosia di un numero indeterminato di soggetti, allude non soltanto all’assenza di malattia, più latamente allo stato di benessere psicofisico. Sull’altro versante, vi è l’assunto di chi, assume che il concetto di salute dev’essere strettamente limitato all’assenza di malattie o di infermità. Io credo che su questa bivalenza concettuale, di valore semantico, da attribuire al termine, "salute pubblica", si possa argomentare agevolmente in un senso o nell’altro, però vedano signori della Corte, io ho la sensazione che il concetto di salute pubblica noi dobbiamo leggerlo all’interno del sistema nel quale è collocato: se vado a fare una conferenza e parlo al Ministero della Sanità della situazione della salute pubblica in Italia, utilizzerò questo termine nell’accezione, nel valore semantico che è proprio dell’ambito di riferimento nel quale mi trovo; però, se mi devo occupare del più modesto orticello del diritto penale, e segnatamente delle fattispecie incriminatrici, io credo che il termine "salute pubblica" non possa essere assunto così, dev’essere valutato e l’interprete deve essere necessariamente guidato dal dato normativo, dal percorso indefettibilmente segnato dalle fattispecie che di questo estremo trattano. È nell’universo del discorso del diritto penale che il termine "salute pubblica" va colto, va interpretato; là dentro sta la sua funzione di bene giuridico si ricava dall’interpretazione delle norme del sistema, dell’ordinamento del diritto penale. Così non fosse, sarebbe una fola quella che ci contiamo sul principio di legalità e sui suoi corollari della precisione, della determinatezza, della tassatività. Si potrebbero fare millanta esempi, quanti sono le parole e i termini che nel significato del diritto penale hanno un significato diverso da quello che hanno nel linguaggio del palare comune, nel linguaggio laico. Quindi "salute pubblica" dobbiamo interpretarlo a partire dall’universo del discorso in cui sta. Una prima osservazione: che il concetto di salute pubblica, di salute, non può mutare la sua obiettività soltanto perché viene assunto come oggetto di tutela in situazioni nelle quali un numero indeterminato di soggetti è esposto a pericolo o a danno; il requisito della pubblicità caratterizza soltanto l’estremo della individuazione del soggetto/dei soggetti sui quali si riverbera l’azione. Questa apposizione non può certo valere a distorcere e a mutare l’oggetto della tutela, che resta e rimane la salute pubblica o privata che sia, sicché la circostanza che sia indeterminato il numero dei soggetti portatori del bene protetto non ne modifica la natura e il carattere, che rimane immutabilmente la salute. Il fatto che innerva il tipo punibile ha, a proprio punto terminale nei delitti di cui siamo accusati, la salute, la salute come bene esposto a pericolo, dunque un bene giuridico meritevole di tutela, che deve trovare un corrispondente in una omologa fattispecie di danno, per quello che ci siamo detti: il reato di pericolo ha sempre una omologa fattispecie di danno. E quale può essere dal punto di vista sistematico il riferimento? Di per sé la nozione di salute pubblica in questo senso è ben poco esplicativa al cospetto del principio di determinatezza, che in quanto corollario al principio di gravità vige inconcusso nel gran regno del diritto penale. La nozione di salute pubblica è di per sé muta quanto a caratterizzazione del tipo punibile. Anticipo un dato sistematico che mi permetterò di riprendere parlando della struttura delle singole fattispecie: qual è mai l’evento dannoso che costituisce lo sviluppo, la concretizzazione del pericolo per la salute di cui parla l’articolo 440 del Codice Penale, cioè l’adulterazione? Questo evento dannoso che rappresenta la concretizzazione del pericolo alla salute non può essere se non una lesione effettiva del medesimo bene, ma questa effettiva lesione ha in diritto penale un nome precisissimo: propriamente l’ipotesi delle lesioni, se pensiamo alla fattispecie colposa, di cui agli articoli 590, 582 e 583 del Codice Penale. Ma, se siamo al cospetto di una lesione effettiva, un tal genere di lesione non può che essere l’insorgere di una malattia, il verificarsi di una lesione, appunto, cioè di un concreto detrimento dell’integrità fisica del soggetto o ad essere precisi, visto che siamo nell’ipotesi dei reati di comune pericolo, di una indiscriminata cerchia di soggetti. Malattia, lesione, dunque, non semplice mancanza di benessere. In altri termini, l’evento dannoso ulteriore, la concretizzazione del rischio tipico assunto dalla norma incriminatrice come estremo del fatto punibile, non può che appartenere alla classe di eventi che sono riconducibili alla classe di eventi di cui agli articoli 582 e 583 nella versione colposa, richiamati nell’articolo 590. Dunque, l’esposizione a pericolo della salute pubblica altro non può essere che la probabilità di un danno per un numero indeterminato di persone, danno, probabilità del danno che tuttavia dev’essere inteso come uno degli eventi che integrerebbero il delitto di cui all’articolo 590 del Codice Penale. Se così non fosse il requisito del pericolo non avrebbe alcun percepibile riferimento, finirebbe con lo svaporare in una nozione vaga e indistinta, incompatibile con le rigide categorie del diritto penale. Se non è l’evento tipico dell’articolo 590 del Codice Penale, quale può mai essere l’oggetto del pericolo di cui discorre l’articolo 440? Quale classe di eventi, di danno, di cui si deve stimare la probabilità di verificazione? E se così è, diversamente credo che non possa essere, ecco che la salute richiamata come oggetto dell’esposizione a pericolo non può che essere un fatto lesivo, una malattia, non diversamente da quelle contemplate dall’articolo 590. E badino, il dato trova una imponente conferma sistematica già guardando l’articolo 439 del Codice Penale, che direttamente, senza bisogno di fare un passaggio sistematico, seppure di poche pagine nel Codice Penale, che direttamente richiama l’evento dannoso nel suo secondo comma, perché lì è scritto, dove espressamente si indica l’evento morte come tipo di evento oggetto del pericolo prodotto dalla condotta punibile prevista nel primo comma della medesima norma incriminatrice. E l’articolo 439 ce lo dice in maniera non equivoca: l’evento in cui si condensa il pericolo è l’evento morte. Un tema che ha attraversato a lungo le vicende di questo processo e che è necessario esaminare brevemente in relazione alle vicende dell’avvelenamento e dell’adulterazione riporta ancora a quel tema del rischio e pericolo. Devo soltanto richiamare quello che ho detto, non sono sinonimi rischio e pericolo, non lo sono nel mondo della scienza, men che meno nel mondo del diritto, del diritto penale. Ma la nozione di rischio non è estranea al mondo del diritto, e quindi bisogna occuparsene perché di questo la appellante Accusa ha fatto uso per criticare la sentenza. Certo il mondo del diritto ambientale in particolare, quindi un sotto settore specialistico, conosce in termini positivi la nozione di rischio, a cominciare per esempio dalla cosiddetta valutazione di impatto ambientale e, prima ancora, del decreto legislativo 175 dell’88, attuativo della direttiva Seveso, che si occupava tra l’altro della valutazione di rischi di incidenti rilevanti. Ma attenzione perché, quando il legislatore prende in considerazione la categoria rischio, non si occupa affatto della probabilità che un evento dannoso si verifichi, ma, proprio come dimostra il decreto legislativo 175 dell’88, si occupa della valutazione che una classe di eventi debba essere apprezzata e in relazione a questa classe di eventi, devono essere apprestate opportune cautele oppure seguite determinate regole cautelari. Talvolta l’osservanza di queste cautele è presidiata dalla sanzione penale, ma l’inosservanza di tali cautele non esprime di per sé il sorgere di una probabilità razionalmente apprezzabile del verificarsi dell’evento dannoso. Non avere adottato per esempio il piano di valutazione di impatto ambientale, come è previsto dal decreto legislativo 175, non significa affatto che quel determinato intervento implichi di per sé un danno all’ambiente, sono due cose completamente diverso. Il pericolo, come detto, procede per snodi diversi, per modi di accertamento che necessariamente debbono tenere conto della realtà e della concretezza della situazione di fatto, e quindi delle leggi scientifiche, sulle quali è unicamente possibile fondare una valutazione altrimenti affidata alla apparente logica del caso per caso. Sicché, assumere il rischio come fattore per la valutazione di una situazione di pericolo è un errore concettuale non ammissibile. Se parliamo di rischio, certo, alludiamo ad una frequenza statistica, immancabilmente connessa ad eventi di una determinata classe, ma non mai ad eventi dannosi di carattere singolare, che sono quelli di cui si occupa il diritto penale, che sono eventi singolari anche quando riguardino un numero indeterminato di persone, e il riferimento alla idoneità, che è la categoria concettuale decisiva dal punto di vista sistematico, io credo, mi autorizza a chiudere l’argomento, perché è possibile parlare di idoneità soltanto in quanto si abbia come riferimento un evento dannoso o pericoloso tipizzato dalla norma di incriminazione. Non si può infatti, immaginare come oggetto del pericolo una clausola generale, genericamente comprensiva di una serie indeterminata di eventi o di situazioni, come accade nella valutazione di rischio. E qui c’è un passaggio ulteriore, sul quale più volte la pubblica Accusa è tornata nel corso del dibattimento di primo grado ed è tornata nei motivi d’appello ed è tornata nelle discussioni davanti a codesta Corte. Il problema è parente stretto, almeno lo si vuole fare apparire parente stretto della tematica del rischio e del pericolo, ed è la variegata questione dei cosiddetti parametri di soglia, dei limiti, dei parametri, che sa varie fonti vengono indicati come binari, rotaie entro i quali deve essere svolta una determinata attività. Ci sono due grandi famiglie di questi valori di soglia, quelli direttamente previsti dalla norma di diritto positivo, altri che vengono suggeriti da agenzie internazionali, agenzie scientifiche e via, via. Non mi pare che da questo punto di vista ci sia gran differenza, almeno nell’economia del discorso che vengo facendo, perché la diversa fonte, norma di diritto o norma che provenga da un’agenzia scientifica, se mai servirà a qualificare diversamente il tipo di colpa da generica a specifica. Qui, ciò di cui occorre interessarsi è la funzione di questi valori, e diciamolo subito chiaramente: i valori di soglia non misurano affatto la pericolosità della condotta, non rappresentano una forma di giudizio anticipato e sintetico, insomma non sono un giudizio pre-dato attraverso il quale il legislatore o l’agenzia internazionale ha fissato il valore oltre il quale vi è la probabilità che l’evento dannoso si verifichi. Questo non dicono le soglie. I limiti, da qualunque fonte promanino, possono al più disegnare l’ambito all’interno del quale l’attività svolta è pienamente lecita e priva di effetti giudicati statisticamente non accettabili. Questo pre-giudizio - e uso il termine in senso etimologico, cioè di giudizio dato prima - questa pre-valutazione di accettabilità ha rilievo soltanto rispetto al comportamento sociale del contemperamento di differenti esigenze, e spetta al legislatore questo apprezzamento. La funzione dei limiti e delle soglie rappresenta unicamente questo estremo, non costituisce altro che questo. L’assunzione generale che sta dietro le fissazioni dei limiti dei valori di soglia è un dipresso a questo: il valore di soglia costituisce un parametro al di sotto del quale l’attività esercitata è illecita e i suoi effetti sono accettati dall’ordinamento con una presunzione di non dannosità, che potrebbe essere vinta soltanto rispetto al caso specifico nell’ipotesi di un evento effettivamente accaduto, sempre che si rinvenga una spiegazione causale che riesca a superare detta presunzione. Ma al di fuori di questo orizzonte il superamento dei limiti, dei valori di soglia, nulla dice, né può essere forzato a dire altro, oltre a quello che esprime. Valori di soglia, limiti di emissione, parametri, chiamateli come volete, poi è questione di etichetta, non esprimono affatto un giudizio di pericolosità pre–dato, tutte le volte che questi valori dovessero essere superati. Questi valori si limitano a indicare il valore all’interno del quale l’attività può essere svolta lecitamente. Ugualmente i valori indicati dalle agenzie internazionali e che qui sono stati variamente evocati non autorizzano implicazioni del tipo: se quel tale valore è superato l’evento dannoso eventualmente è accaduto e che rientri nella classe degli eventi che quel limite mirava prevenire è causato allora da quell’episodio o da quella serie di episodi; non indicano una pre-valutazione di pericolosità; il superamento di tali valori non autorizza a ritenere concluso e definito il giudizio di pericolo rispetto a fattispecie di incriminazioni strutturate secondo il modello dei reati di pericolo e in particolare 439 e 440. Anche in questi casi, adulterazione e avvelenamento, il giudizio dev’essere misurato rispetto al tipo di evento dannoso che in concreto rappresenta la materializzazione del rischio, ma questo, quando si ha a che fare con i valori di soglia, è operazione vana, perché questi limiti, proprio per la funzione cui sono conformati, non riguardano né possono riguardare una valutazione rispetto all’evento dannoso. Essi esprimono – e l’ho ripetuto fino alla noia – una situazione nella quale una determinata attività e le sue immediate conseguenze sono accettate dall’ordinamento. In termini penalistici si potrà parlare di situazioni di rischio consentito, di rischio appunto, non di pericolo, concreto o presunto che sia. Mi faccio uno sconto, dovrei parlare di stabellamenti ma mi vengo a noia, che proprio sono del tutto irrilevanti. E vengo più direttamente all’avvelenamento e all’adulterazione. Procederò per sintesi più che grossolane, tagliando tutto ciò che è inessenziale, almeno a mio modesto giudizio inessenziale. Nessuno dubita che si tratti di reati di pericolo, entrambi destinati a tutelare la salute pubblica, seppure con diversa, ben diversa e corposamente diversa oggettività giuridica, che il legislatore ha calibrato a principiare dal bene giuridico oggetto della tutela o ad essere precisi, dal grado di approfondimento del pericolo che è insito nella condotta tipizzata nella fattispecie di incriminazione. Per ora mi basta di dire questo, si tratta di reati a prescindere dalla salute pubblica, sono reati di pericolo, il disvalore da essi espresso si riassume e si esaurisce nella condotta, che tuttavia dà luogo a un evento materiale, oggettivo, apprezzabile e per certi versi distinto dalla condotta, dalla condotta in sé semplicemente considerata, né sembri bestemmia straniera alla quale – secondo Sheakspeare – sarebbe sempre pronto il soldato, che io parli di reati di pericolo che tuttavia prevedono un evento materiale, oggettivo, come risultato della condotta; e di questo vedremo in seguito. Ho avuto una di quelle tentazioni che si hanno per placare la propria personale ansia quando si discutono i processi, avevo avuto appunto questa tentazione, consistente nel venire qua scorrendo con voi giurisprudenza e dottrina che si sono occupate della materia. Poi ho pensato che c’era un limite alla pazienza biblica della Corte e poi ho pensato che sicuramente codesta Corte si era già letta la dottrina e la giurisprudenza, perché escludo che in un processo di questo genere chi mi ascolta non abbia già detto e meditato i riferimenti giurisprudenziali e dottrinali necessari. Mettermi qui a citare dottrina e giurisprudenza mi sembra lievemente offensivo per chi mi ascolta. Perché guardiamoci bene in fondo alle cose: fare questo significherebbe attribuire alla Corte una svagatezza e una mancanza di diligenza francamente incompatibili con l’attenzione con la quale questo processo è stato seguito. E allora vado veramente per sintesi grossolane. Per chi abbia scorso i repertori giurisprudenziali sulle due norme incriminatrici di cui sono stato chiamato a discutere, non può non essersi avveduto di una cosa abbastanza singolare, a dir poco originale, che c’è differenza interpretativa che intercorre tra la lettura del fatto tipico nell’ipotesi che il commentatore o il Giudice che scrive la sentenza abbia di fronte la figura dolosa ovvero quella colposa. Ed è ben singolare discrasia, posto che già, come raccomanda la relazione al Codice, la struttura del fatto tipico è identica nella versione dolosa e nella versione colposa, tanto basta, a parte che lo dice dica lo relazione, basta leggere le norme ed è pacificamente il fatto descritto nella medesima forma. E tanto basta ad escludere che vi possano essere differenze dipendenti dal mutare dell’atteggiamento psicologico della gente rispetto al fatto punibile, il fatto, anche come fatto punibile, come fatto tipico, come diceva Renan, è quanto di più testardo, inflessibile, più ostinato che ci sia. Nessuno di noi dubita che il fatto tipico dell’articolo 575, morte di un uomo, sia il medesimo dell’articolo 589, cioè la figura colposa, anche se da una parte c’è scritto "chiunque cagiona la morte di un uomo" e dall’altro c’è scritto "chiunque cagiona per colpa la morte di una persona". Quindi il fatto tipico è il medesimo eppure, se si scorre un repertorio di giurisprudenza, ci si accorge che le sentenze che riguardano il 439 nella forma dolosa o il 439 nella forma colposa, c’è una diversità di interpretazione del fatto punibile. Chi analizza il fatto tipico, e più precisamente la condotta punibile partendo dal punto di vista della fattispecie dolosa, ritiene senza dubbio, ma senza la minima perplessità, che la condotta di avvelenamento debba estrinsecarsi in una esposizione a pericolo del bene vita, per modo che resterebbero al di fuori della fattispecie tutte quelle condotte di avvelenamento nelle quali, per le modalità di infusione della sostanza tossica, per le concentrazioni conseguenti a questa condotta di infusione, la probabilità di lesione frinirebbe con riguardare non la vita ma semplicemente e meno gravemente una lesione o una malattia. Simili condotte, se realizzate dolosamente, dovrebbero rifluire senz’altro, necessariamente, nella meno grave ipotesi dell’adulterazione di cui all’articolo 440. Ora a me non sembra possibile in alcun modo che il variare del criterio di imputazione soggettiva possa in alcun modo implicare un mutamento della tipizzazione del fatto punibile, fermo restando, che in questo caso pacificamente, la fattispecie colposa non apporta a modificazione alcuna nella descrizione della condotta punibile, del fatto vietato. E allora questo primo significativo indice io credo che meriti di essere segnalato all’attenzione di codesta Corte, che è infinitamente paziente. Le fattispecie dolose degli articoli 439 e 440 vengono apprezzate, quanto a valutazioni dell’estremo oggettivo, in maniera maggiormente rigorosa, pretendendosi da un lato l’esposizione a pericolo del bene vita per il 439, e dall’altro l’esposizione a pericolo della salute di un numero indiscriminato di soggetti intesa come probabilità del verificarsi di una condizione patologica obiettivamente lesiva, 440. Credo che la implausibilità di una diversa lettura di codeste norme si scontrerebbe del resto con un dato sistematico importante, perché si ricava dalla organizzazione punitiva del Codice sul punto. Alla tutela del bene vita, anche di fronte ad una situazione di pericolo comune, è apprestata la massima tutela, appunto quella dell’articolo 439, che non a caso, nell’ipotesi aggravata del verificarsi dell’evento morte come conseguenza dell’avvelenamento, prevede l’ergastolo come comminatoria; ugualmente robusto il trattamento sanzionatorio contemplato dalla figura del 440, sempre dolosa, dove il fatto è punibile assoggettato ad una pena che rientra nella fascia edittale delle lesioni personali gravi e gravissime. E questo, detto per incidenze, ci dà un’ulteriore indicazione della circostanza che oggetto di pericolo per la salute di cui discorre il 440 non può che essere una lesione e non una malattia, pena la totale irragionevolezza del sistema, che finirebbe per punire più gravemente un’ipotesi di pericolo rispetto ad una di danno. Pochissime parole sul problema pericolo astratto – pericolo concreto, pericolo presunto – pericolo concreto. Su questa distinzione sono stati spesi non metaforici fiumi di inchiostro; io sono convinto che questo dipende dalla mia debole mente, dal fatto che magari affronto un po’ semplicisticamente le questioni, ma a guardare bene questo problema è di una eccelsa semplicità: la differenza sta tutta nella diversa modalità di tipizzazione del fatto punibile, nella descrizione adoperata dal legislatore, che intende punire una condotta espressiva di una esposizione a pericolo di un bene giuridico di primario rilievo come meritevole di una anticipata tutela rispetto al momento dell’effettiva lesione, ovvero di un bene nel quale rispetto alla modalità di aggressione male si attaglia a una protezione modellata sull’accertamento del fatto effettivamente lesivo, le cosiddette offese seriali, tipiche dei reati ambientali e quant’altro. Resta saldo tuttavia e immutabile il baricentro di codesta incriminazione, rappresentato dal pericolo, cioè dalla idoneità che quella certa condotta possa esporre probabilisticamente a lesione il bene giuridico protetto, una lesione non già effettiva ma probabilisticamente apprezzabile, apprezzabile secondo un canone che, come si è visto, consiste in un giudizio ex ante che autorizza il Giudice ad affermare che in quel caso concreto c’è una effettiva razionalmente colposa probabilità di ledere quello stesso bene giuridico, che altra norma protegge per l’ipotesi dell’effettiva lesione, disegnando un reato di evento. Però la differenza tra i reati di pericolo in concreto e in astratto consiste e si esaurisce nel momento dell’accertamento, dove nei reati di pericolo presunto il Giudice è chiamato a verificare soltanto ed esclusivamente la rispondenza della condotta al modello legale, mentre in quelli di pericolo concreto l’apprezzamento dovrebbe spingersi oltre e stendersi anche al controllo se nella situazione data si è effettivamente realizzata l’esposizione a pericolo, pretesa richiesta dalla norma incriminatrice. Ma tutte queste parole in realtà, se le caliamo in un esempio banale, mostrano quanto sia semplice questo problema e quanto delicato, però, il compito dell’accertamento comunque affidato al Giudice anche nei casi di pericolo presunto o di pericolo astratto. Facciamo così: se domani un provvido legislatore, mirando a proteggere l’ordine pubblico costituito, promulgasse una legge che sotto la comminatoria penale vietasse di indossare la camicia rossa e di esporre bandiere di quel medesimo colore, il Giudice penale dovrebbe limitarsi ad accertare se il sedizioso di turno ha effettivamente esposto una bandiera di tale colore ovvero se ha indossato una camicia di quell’uguale pericoloso colore, e una siffatta norma avrebbe le caratteristiche di reato di pericolo in astratto o presunto. Diversamente saremmo in una ipotesi di pericolo in concreto se alla medesima disposizione fosse apposta una clausole modale del tipo: indossa o espone, etc., in modo pericoloso per l’ordine pubblico. Sicché, se in ricordo e commemorazione di tempi andati il nostro sedizioso provvedesse a indossare la sua antica camicia rossa sul Monte Rosa e lì sventolasse la sua bandiera il Giudice, salva l’ipotesi, poi neanche tanto improbabili, di un comitato di giapponesi in vacanza, bene potrebbe mandare assolto l’infelice perché non c’è in concreto la possibilità di turbare l’ordine pubblico. E tutta la distinzione fra i reati di pericolo concreto ed astratto sta qua. In entrambe le ipotesi si è di fronte a una situazione nella quale il bene protetto, l’ordine pubblico è esposto a pericolo, soltanto che in un caso il legislatore ha tipizzato la condotta in modo tale da fare sì che sia la condotta stessa a esprimere questa esposizione a pericolo, mentre nell’altro caso il tipo punibile richiede che sia il Giudice ad apprezzare nel contesto concreto se quella determinata condotta è effettivamente idonea a esporre a pericolo il bene protetto, e non diversamente funzionano il 439 e il 440. Ma tornerei un attimo alla camicia rossa e alla bandiera, per le quali, nell’ipotesi della prima delle due norme incriminatrici che ho ipotizzato, sia stato posto il divieto di indossare e di esporre le medesime; il Giudice dovrà limitarsi a accertare che il soggetto abbia tenuto la condotta tipica, indossare o esporre, che l’oggetto in questione – la camicia o la bandiera – sia effettivamente rosso, questo lo deve accertare. Operazione assolutamente semplice ovviamente ma che svela qualche problema, se la guardiamo un po’ più da vicino. Per dire che un oggetto è rosso noi ci avvaliamo della nostra esperienza sensibile, di una banale massima di esperienza, ma se il Giudice fosse daltonico o se volesse essere proprio sicuro di non condannare un innocente, dovrebbe chiedere come si fa ad accertare che una camicia o una bandiera è rossa, e per fare ciò dovrebbe chiederlo ad uno scienziato che gli direbbe che una valutazione assai semplice, perché basta controllare la gamma dei raggi luminosi che sono trattenuti e in base a ciò si è in grado si stabilire con esattezza scientifica il colore della camicia o della bandiera. Direte un paradosso, sì, senz’altro, perché ho scelto un esempio di straordinaria banalità, ma quello che mi premeva dire è che questo accertamento il Giudice deve farlo, sempre e comunque, deve verificare cioè se la condotta tipica in tutti i suoi estremi, quella che riassume e condensa il disvalore dei reati nei reati di pericolo presunto risponde effettivamente a quella descritta nel modello legale. Qui non è la strutturale differenza tra reati di pericolo in concreto e in astratto, men che meno ontologica, perché di ontologia non c’è spazio nel diritto penale. La differenza risiede, si esaurisce nella diversa descrizione del tipo, nella diversa tipizzazione delle condotte, nella diversa strutturazione dell’accertamento necessario e, tuttavia, anche nei reati di pericolo astratto e presunto, la presunzione non può andare oltre il limite che le è proprio in materia penale. Questo dice la sentenza del Tribunale qui – se posso permettermi – ingiustamente criticata dalle appellanti Accuse. Correttamente la sentenza del Tribunale va a controllare il colore della camicia, quello non è coperto dalla presunzione, è il fatto tipico, è la condotta. Anche se costruita come ipotesi di reato di pericolo presunto la condotta dell’indossare o dell’esporre la camicia o la bandiera devono essere accertate in concreto rispetto a quella determinata situazione; dovrà essere accertata o meglio fatta accertare la quantità delle radiazioni luminose assorbite per decidere se il colore è rosso. E allora vediamo come reagisce tutto questo sul problema dell’avvelenamento e l’adulterazione. Quali sono le condotte tipizzate nelle norme incriminatrici? Come cioè la camicia rossa e indossare la medesima funzionano all’interno degli schemi del 439 e del 440? Ancora un’annotazione generale su queste fattispecie: sono reati di condotta pacifico essendo che le incriminazioni hanno ad oggetto rispettivamente la condotta dell’avvelenare re dell’adulterare/corrompere. Ma sebbene possa apparire formula linguistica e lessicale non può sfuggire che le condotte tipizzate in realtà si articolano in una vera e propria condotta, se vogliamo essere molto precisi, quell’attività dell’infondere, per usare un termine caro a Vanzini, la sostanza idonea ad avvelenare o ad adulterare, insomma l’estremo dell’immissione di alcunché di estraneo. Si articolano dunque in una delle propria condotte e in un evento, che è il risultato di tale condotta: l’acqua o l’altra sostanza destinata all’alimentazione umana divenuta avvelenata o adulterata in modo pericoloso per la salute pubblica. Si tratta di un evento in senso naturalistico, è propriamente l’evento conseguente alla condotta, alla condotta dell’immettere la sostanza avvelenante o adulterante. È questo evento che deve esprimere, perché la fattispecie sia integrata, quel grado di probabilità del verificarsi dell’ulteriore evento dannoso, probabilità del verificarsi dell’ulteriore evento dannoso, cioè il pericolo penalisticamente significativo. La misurazione dell’idoneità lesiva dovrà essere compiuta sull’oggetto materiale sul quale si riversa la condotta dell’infondere. Per quello che riguarda la mia discussione, essenzialmente sul biota, perdonerete questo brutto breviloquio per dire dei molluschi e quant’altro. E allora 439, pericolo astratto, discorre di avvelenamento questa norma, di fatto punibile e realizzato quando una condotta di immissione ha prodotto il sub-evento di rendere la sostanza destinata all’alimentazione umana velenosa. Detto così ci aiuta poco, è un sillogismo della prima categoria, quindi è tautologico, dobbiamo dire cosa significa velenosa nell’economia della fattispecie, cosa dobbiamo intendere per rendere con la formula "rendere velenosa una sostanza destinata all’alimentazione umana". L’avvelenamento esige una modificazione della realtà fenomenica, quindi un elemento oggettivo e autonomo, che sia l’effetto, il risultato empirico della precedente azione materiale, cioè della infusione, per dirla alla Vanzini. In primo approccio possiamo dire che tale effetto esteriore separato dall’azione corrisponde alla trasformazione dell’acqua o della sostanza, da uno stato di innocuità a uno stato di velenosità, quindi questo requisito della velenosità deve essere riferito, deve essere rapportato alla sostanza destinata alla alimentazione, sono le sostanze esogene immesse dall’agente che trasformano quella sostanza destinata alla alimentazione umana rendendola velenosa, quindi abbiamo un problema di dose/esposizione, e l’accertamento di questo passaggio è fondamentale per poter parlare, se mi permettete, di camicia rossa, cioè che si è realizzato quel fatto tipico a cui il legislatore fa conseguire un giudizio di disvalore e di sanzione penale. Siamo in presenza di un reato di pericolo presunto, e quindi dobbiamo necessariamente individuare l’evento dannoso che costituisce la concretizzazione del pericolo. Qui ho già detto, secondo me non vi è dubbio, perché c’è quel secondo comma dell’articolo 439, questo è un esercizio peculiarmente semplice proprio perché il 439 secondo comma lo tipizza. E questo mi permetto di sottolinearlo sotto due profili: siamo sì in presenza di un reato di condotta, che implica realizzazione di un fatto evento naturalistico, che incorpora, diciamo così, la pericolosità, e il pericolo è un giudizio di relazione in un rapporto che ha come altro termine un evento dannoso, e qui è marcatamente, chiaramente detto dalla norma incriminatrice. E ancora, che il bene giuridico protetto dall’articolo 439 è propriamente il bene vita. Il dato letterale qui è inequivoco. E si accompagna anche con il valore semantico del termine "avvelenare", che certamente rimanda alla tutela della vita. Un rilievo sistematico credo che confermi questa ricostruzione: se non fosse la vita l’oggetto del pericolo – passatemi questo breviloquio – assunto a tutela dell’articolo 439 comma primo, quale modulazione potrebbe consentire la coesistenza, anche sul piano dei livelli sanzionatori, dell’articolo 439 e dell’articolo 440, dove non per caso il legislatore, utilizzando i diversi termini di "adulterare" e "corrompere" alluda ad una situazione di messa in pericolo della salute e non già della vita. E ancora, proprio perché nell’uno caso, il 439, il legislatore aveva di mira la tutela del bene massimo, la vita, la previsione normativa non solo fa ricorso ad un termine contenutisticamente pregnante, "avvelenare", ma è strutturata nella forma del reato di pericolo presunto, essendo immediatamente evidente che la realizzazione di una condotta di avvelenamento perciò solo genera l’esposizione a pericolo di quel peculiarissimo bene protetto che è la vita. Quindi occorre necessariamente un accertamento su quel sub-evento conseguente nell’emissione di elementi estranei nella sostanza destinata all’alimentazione, e questo accertamento è riservato al Giudice che dovrà apprezzare se la sostanza destinata all’alimentazione che contiene le materie esogene immesse dalla gente sia idonea ad esporre a pericolo il bene vita. Insomma deve controllare se quella camicia è rossa, per richiamare la mia modesta esemplificazione. Questo controllo, nel caso del presente processo, non può che procedere attraverso l’unico modello, l’unico schema di riferimento ammissibile, che è quello della sussunzione sotto leggi scientifiche. Sull’adulterazione bastano poche parole, quasi per differenza rispetto a quello che si è detto a proposito dell’avvelenamento. Qui dobbiamo controllare non solo che la camicia sia rossa ma che sia rossa in modo da essere pericolosa per l’ordine pubblico, e quindi la nostra sostanza deve essere adulterata, modificata da sostanze esogene immesse dalla gente, in modo tale da esporre a pericolo la salute pubblica, pericolo concreto dunque, quindi medesimi ambiti di accertamento per quello che riguarda il sub-evento e l’unico punto ancora da riprendere è: qual è la nozione da attribuire a salute pubblica? L’ho già detto, non altro se non l’assenza di malattia, non il benessere. Il riferimento qui è legato indefettibilmente alla struttura del sistema penale e ai rapporti interni fra norme in riferimento qui all’evento concreto in cui si concretizza il pericolo agli articoli 582 e 583, cioè la lesione o la malattia, e questo collegamento non è in alcun modo aggirabile. Se queste sono – dette molto malamente – la struttura delle norme, allora io credo proprio che si possa dire tranquillamente che era corretta la sentenza del Tribunale che ha escluso la sussistenza del fatto. Momento centrale dell’accertamento dell’effettiva realizzazione delle condotte tipiche sia di avvelenamento, sia di adulterazione attiene al giudizio di pericolo per la salute pubblica, e nella presente vicenda processuale nulla mostra, anzi al contrario, che la immissione di elementi esogeni abbia determinato una situazione di probabilità lesive per i soggetti portatori del bene giuridico protetto. L’analisi – scrive bene la sentenza – di tutti gli elementi di fatto impongono di escludere il pericolo reale come elemento costitutivo del tipo. Non solo non può dirsi provato un giudizio probabilistico adeguato a sostenere il necessario fondamento, ma va completamente e scientificamente escluso, alla luce proprio dei risultati degli accertamenti tecnici che hanno messo in evidenza classi di esposizioni distanti ordini di grandezze da valori il cui il superamento avrebbe potuto creare, peraltro soltanto in termini astratti, effetti avversi, sicuramente non pericolosi. La soglia del pericolo, l’unica rilevante nel giudizio di tipicità, non è stata neppure lontanamente intaccata. Tutto quello che è stato offerto alla valutazione dei Giudici e che torna adesso alla vostra valutazione sono state analisi di rischio, penso al dottor Raccanelli, al dottor Sesana, all’ingegnere Zapponi, analisi di rischio che nulla dicono rispetto al problema che è al vostro cospetto, che è quello del pericolo, e tuttavia anche queste analisi di rischio sono state confutate all’interno della loro stessa logica, che pure è una logica inespressiva di quanto interessa al diritto penale. Il fatto dunque non sussiste rispetto alle contestazioni d’Accusa, proprio perché manca il substrato materiale richiesto per integrare la norma di incriminazione, perché non vi è stata esposizione al pericolo del bene vita e del bene salute pubblica, in quanto da un lato le quantità delle sostanze rintracciate – perdonatemi il necessario bisticcio – nelle sostanze destinate all’alimentazione, e dall’altro la quantità delle sostanze che possono essere assunte tramite l’alimentazione, escludono radicalmente la possibilità di fondare, secondo leggi scientifiche applicabili al caso concreto, un giudizio ex ante di probabilità razionale in ordine al verificarsi di fatti dannosi. E badate che in questa straordinaria attenzione argomentativa, pure non condividendola i Giudici di primo grado hanno verificato l’impostazione accusatoria del Pubblico Ministero e il programma probatorio che aveva offerto, un programma, ripeto, ribadisco, che muove da premesse infondate in diritto e che, appunto si è basato sull’equazione pericolo = superamento dei limiti di soglia. La sentenza, la sentenza impugnata dall’Accusa, ha però tracciato chiaramente le differenze che intercorrono tra concetto di rischio e quello di pericolo, pericolo penalmente rilevante, pericolo che deve essere provato, che non si può desumere dal superamento dei limiti di soglia. Ecco, la sentenza sul punto è chiarissima: "Il limite di soglia non indica la misura del pericolo reale, che connota l’avvelenamento o l’adulterazione"; eppure l’Accusa insiste e ripropone i propri criteri di accertamento, nonostante ciò la confutazione da parte del Tribunale della tesi d’accusa sviluppata come argomento di coda, perché gli esiti dell’istruttoria dibattimentale non hanno provato neppure, neppure il superamento dei valori di soglia, valori che attengono a quel piano di tutela del livello contravvenzionale, del livello amministrativo, di quei livelli che nulla ci dicono in ordine al pericolo. Qui la sentenza è chiarissima, mi preme soltanto un passaggio, quello di pagina 807, quando ribadisce che "non sarebbe stato obiettivamente possibile fondare valutazioni di pericolosità ex ante e che per coerente definizione normativa, attengono al piano di tutela anticipata a livello contravvenzionale o di illecito amministrativo", eppure questi valori non sono stati superati e su questo punto non c’è replica da parte delle appellanti accuse. Non c’è replica sull’argomento concettuale, viene puramente e semplicemente riproposto: superamento dei limiti = pericolo, come se questo fondamentale passaggio fosse trascorso senza nessun interesse. Il signor Procuratore Generale sul tema dell’avvelenamento del biota ha sviluppato un primo argomento "pericolo insito nell’avvelenamento dell’ittiofauna costituito dal danno genetico rilevato nei mitili e nei pesci", e si fa evocazione della relazione della dottoressa Venier. La dottoressa Venier in primo grado ha parlato di possibilità, possibilità di mutazioni genetiche nei mitili per effetto dell’esposizione ad agenti genotossici, di possibilità ne abbiamo già parlato, già questo confinerebbe il discorso della dottoressa Venier al di fuori di quello che può interessare al Giudice penale, ma il ragionamento è un dipresso il seguente: "nei mitili si sono riscontrate modificazioni che possono avere effetto dannoso; analogo rischio sussiste anche per la collettività esposta alle medesime sostanze tossiche immesse nell’ambiente". Prosegue l’argomento: "c’è dunque pericolo, magari tra qualche generazione, che anche nell’uomo si verifichino gli addotti al DNA". Sbaglia quindi il Tribunale assume il Procuratore Generale, quando afferma che le classi di esposizione ad inquinanti assunti con il biota sono distinti ordini di grandezza da quelle capaci di produrre un qualsivoglia effetto avverso, osservato o sperimentato, e dice il Procuratore Generale: "eccolo l’affetto avverso, ce l’ha detto la Venier". Però la dottoressa Venier, loro verificheranno, perché non è giusto fidarsi di quello che dico, ha esplicitamente riconosciuto che gli addotti non sono un danno, non sono il concretizzarsi di un pericolo, non sono un danno, sono soltanto il segno di una avvenuta esposizione, e badino che questo ribadisce il professor Vineis, consulente tecnico tra i più autorevoli, diciamo così, dell’Accusa, in una memoria di replica della quale tra l’altro ha già parlato il professor Stella, quindi mi astengo da ogni ulteriore commento. Anche di questo punto abbiamo trattato nella memoria del 21 novembre 2003 e a questo punto credo che sia corretto che io faccia un semplice rinvio, perché lì sono diffusamente indicate le ragioni per le quali è impossibile affermare un nesso causale tra i contaminanti misurati e gli effetti riscontrati nei mitili e nei pesci e sulla impossibilità di trasferire tutto questo all’uomo per quello che riguarda, appunto, gli addotti, che ripeto, per ammissione stessa della dottoressa Venier non sono un danno ma il segno di un’esposizione, e non devo ripetere il collegamento strutturale fondamentale tra danno e pericolo. Allora un altro passaggio dell’Accusa sul quale debbo spendere qualche parola è questo tentativo di cercare di sganciare il concetto di pericolo per la salute pubblica da ogni dato quantitativo, confinandolo così in una serie di discorsi evocativi ma che al vaglio critico della ragione scientifica non portano molto. È un po’ il discorso del piatto di spaghetti di cui ci parlò in una delle prime udienze, dedicate a questa parte del processo in primo grado, il dottor Raccanelli. Qui ci sono alcuni concetti forti, non eludibili. Il concetto di dose è un concetto insopprimibile per qualunque valutazione, anche per le valutazioni di rischio; da un punto di vista tossicologico, poi, che è poi l’unico che possa avere una qualche rilevanza in tema di reati contro la salute pubblica, un rischio si esprime solo ed esclusivamente dal punto di vista quantitativo e rappresenta il risultato di una equazione: risk=hazard, cioè la capacità intrinseca di una determinata sostanza di causare un determinato effetto tossico, per l’esposizione. Se l’esposizione, la dose, è insufficiente, il rischio diventa irrilevante. Badate, sto parlando di rischio, non di pericolo. La capacità intrinseca di una qualunque sostanza a produrre un effetto tossico non corrisponde al rischio, che è funzione anche della dose, cioè dell’esposizione. Guardate che queste sono cose di una avvincente banalità: il cianuro di potassio è uno dei veleni più potenti che ci sia ma, se la dose che assumo è inferiore alla dose letale, non è un veleno, non è in grado di avvelenare; se ne metto una dose inferiore alla dose letale nel panino che mi mangerò quest’oggi, quel panino non è avvelenato, a meno che non si voglia usare una terminologia non precisa, non corretta. La sentenza applica questi concetti e si è fatta carico di dimostrare l’enorme distanza fra le quantità di sostanze presenti nei mitili ed assunte con la dieta, problema dose - esposizione, e le quantità in grado di produrre effetti sfavorevoli, e saremmo sempre nell’ambito del rischio, non del pericolo. Invece l’Accusa declina un concetto di rischio sganciato dalla dose – esposizione, che si traduce, per fare un esempio, nell’affermazione che l’acqua potabile, quindi anche la sua disponibilità costituisce un rischio per la pubblica incolumità. In termini giuridici ciò che sembra chiedere l’Accusa è di considerare tipico rispetto alla fattispecie di avvelenamento un pericolo che si identifica con la mera possibilità, magari tra qualche generazione, di mutazioni genetiche del tipo descritto dalla dottoressa Venier sui mitili, che tali si verifichino anche sull’organismo umano. Ma questo non c’entra niente con il concetto di pericolo, non c’entra niente perché gli addotti, la dottoressa Venier ci ha detto che non sono un danno, non c’è nessun canone scientifico che consente il trasferimento tra razze diverse, siamo nell’ambito di un’analisi di rischio, non c’è il pericolo richiesto dalla norma incriminatrice, non è una possibilità di accadimento, richiede la dimostrazione reale, non ipotetica, della pericolosità della condotta tipica. Altro tema evocato dall’appellante Accusa e ripreso dal Procuratore Generale: superamento dei parametri normativi di riferimento, i valori soglia, il solo superamento dei quali determinerebbe di per ciò solo la prova del pericolo. Secondo l’Accusa questo non sarebbe un appiattimento sull’ipotesi contravvenzionale, sarebbe inutile mettersi a discutere di questo, l’abbiamo scritto nelle memorie, è completamente diverso, è proprio così, i reati di pericolo del 439 e del 440 hanno una oggettività giuridica diversa, se fosse vera l’interpretazione che ne suggerisce l’Accusa in realtà queste norme si schiaccerebbero sulle ipotesi contravvenzionali. D’altra parte su questo c’è un responso autorevolissimo della Corte Costituzionale in tema di rapporto e specialità tra il delitto di adulterazione e le fattispecie contravvenzionali della legislazione speciale in tema di alimenti. Ma andiamo per questa strada, il Pubblico Ministero ha cercato di dimostrare il pericolo proprio del reato di avvelenamento concentrandosi su un’unica circostanza inquinante: la diossina e i PCB di dioxin like, né altro poteva fare perché all’udienza del settembre del 2000 il suo consulente Sesana aveva precisato che nel biota erano state riscontrate concentrazioni di metalli e che per il piombo e il mercurio non vengono superati i limiti di edibilità fissati dal legislatore, quindi tutto si concentra sulle diossine. L’approccio dell’Accusa per la prova del pericolo, prova basata sul superamento del limite di soglia di riferimento, ha avuto una impostazione, come dire, casalinga. Il dato di partenza è rappresentato dalle concentrazioni di inquinanti rilevate nel biota da Raccanelli; non tutte però, ma solo quella più elevata, e sull’individuazione di un quantitativo variabile di vongole sganciato da qualunque parametro di riferimento, sempre che non si voglia classificare come tale, cioè come parametro di riferimento un libro di cucina. Così ci accorgiamo, scorrendo le carte, che il superamento della dose minima giornaliera di assunzione proposta dall’OMS secondo Raccanelli si otteneva con un consumo di un piatto di spaghetti con 26 grammi/giorno di vongole; questo è il valore della prima relazione Raccanelli presentata in udienza. La dose diventa poi di 43 grammi al giorno utilizzando i dati rilevati dal dottor Muller nella primissima fase. Sesana aveva proposto per diossine e furani una sorta di analisi di rischio mostrando valori di assunzione di tali contaminanti se si mangiassero tutti i giorni 10, 20, 50, 100 grammi di vongole. Zapponi invece si attesta su un consumo di 50 grammi al giorno. La sentenza, loro sanno, ha motivato puntualmente sulla scorrettezza metodologica di un tale modo di procedere, e ciò ha fatto nonostante avesse già criticato l’impostazione di fondo, per quanto ho parlato di acribia argomentativa. Liquidato l’argomento, la sentenza del Tribunale non l’ha abbandonato, né ha verificato, pure non ritenendolo meritevole dal punto di vista concettuale, lo ha verificato in fatto. Pure avendo accertato, quindi, che non vi era prova alcuna della concreta idoneità di tale sostanza a causare effetti negativi sulla salute umana, dice il Tribunale: "il vizio di origine dell’impostazione concettuale dell’Accusa, poiché non appartiene all’orizzonte concettuale, né a quello dei suoi esperti, l’idea di un confronto tra le classi di esposizione suscettibili di derivare all’ideale consumatore di biota di provenienza dell’area industriale con quelle capaci di produrre qualsivoglia minimo effetto indesiderato per la salute". Malgrado ciò la sentenza verifica puntualmente analiticamente tutte le stime e le valutazioni dei consulenti e le giudica inattendibili per quattro ordini di ragioni sistematicamente richiamate nelle pagine 831 e 832, cioè per utilizzo di dati di consumo abnormi, per calcoli effettuati tenendo conto delle concentrazioni massime relative a ciascun inquinante riscontrate nelle analisi del biota quindi di una indagine metodica, di una indagine scorretta; terzo punto, confronto dei risultati per tale modo ottenuti con esclusivo riguardo al parametro più restrittivo del valore soglia, quel 1 picogrammo stabilito dall’OMS; riferimento costante al concetto di assunzione sporadica piuttosto che a quello corretto di assunzione di lungo periodo. I motivi d’appello del Pubblico Ministero tentano di rispondere alle censure della sentenza e introducono quei due studi Ingram di cui non dobbiamo parlare perché non sono nelle carte di questo processo, non lo furono in primo grado e non lo sono adesso. C’è però un dato, signori della Corte, che a me preme; ometto di ripassare uno per uno tutti i dati analitici di cui abbiamo discusso, tutto mi pare superato ora da un dato inconfutabile: le valutazioni secondo i limiti soglia dell’OMS possono entrare in gioco soltanto qualora ci sia un superamento nelle concentrazioni limite per le edibilità. Siamo di fronte a reati di pericolo, il bene protetto è la salute pubblica, quindi il concetto cruciale è la edibilità. Il regolamento CEE 2375 del 2001 pone oggi dei limiti per l’immissione sul mercato e dunque per la edibilità degli alimenti che si erano contaminati da diossine, cioè il cavallo di battaglia fondamentale dell’Accusa, l’ultimo sul quale si era lanciata. Non devo dire a codesta eccellentissima Corte un regolamento CEE ha valore di legge, non è una direttiva, è munito della clausola del self esecute. I valori fissati da tale regolamento per la diossina espressi in fattori di tossicità equivalente indicano per i prodotti ittici 4 picogrammi grammo di peso fresco, quattro picogrammi per ogni grammo di peso fresco. I valori riscontrati dalle varie indagini analitiche oggetto del nostro processo rientrano tutti indistintamente infinitamente al di sotto di tale valore di edibilità. Questo è quello che vale per i pesci; come dire, il latinello dei giuristi, tutto quello che so, in claris no fit intrapretatio, guardate qualunque di questi numeri, tutti infinitamente inferiori a 4. Se uno pensa alla fatica, al tempo che tutti abbiamo speso su queste cose, c’è da pensare che il regolamento ci ha semplificato quello che sarebbe stato per loro un vero supplizio, perché avrei dovuto parlare per un’oretta circa con tutti i numeretti. Eppure la validità di questo parametro di riferimento è stata contestata dall’Accusa, che ha sostituto che il livello di 4 picogrammi fissato dal regolamento non definisce l’assenza di rischio e quindi di pericolo, persiste: se c’è rischio, quindi pericolo. Ma non è vero, sono due cose assolutamente diverse. In quanto si prende atto di una situazione che è già di per sé gravemente pericolosa e rischiosa per l’esposizione di fondo cui è esposta la maggior parte della popolazione comunitaria. Come dire: sì, hanno detto che va bene il limite di edibilità di 4 picogrammi per grammo di prodotto fresco, però questo non vuole dire che non c’è rischio, che non c’è pericolo, che non c’è rischio e quindi pericolo. Insomma è uno zuzzurellone il legislatore comunitario che fissa limiti per la commerciabilità, per la edibilità dei prodotti che già di per sé espongono a rischio il consumatore. Ma se uno scorre – vi chiederò questo atto di infinita pazienza – i punti del regolamento, si accorge che proprio le ragioni che vengono adesso evocate per dire: "no, forse quei limiti espongono lo stesso a rischio", sono proprio le ragioni che hanno indotto il legislatore comunitario a fissare per la commerciabilità proprio quel limite, considerando quel limite assolutamente rispettoso del limite del rischio che è già ben lontano dal limite del pericolo. Punto 7 del regolamento: "si dà atto che le stime concernenti l’esposizione indicano che una notevole porzione della popolazione comunitaria assume una dose superiore alla dose tollerabile. Nonostante questa presa d’atto si fissa il limite di 4 picogrammi/grammo". Ciò significa due cose: che da un lato l’assunzione di prodotti ittici che contengono 4 picogrammi/grammo di diossine è ammessa nonostante e in aggiunta all’esposizione di fondo; e che questa esposizione determinerà forse un rischio, ma non si è mai determinato un pericolo, non si è mai incardinato un danno. L’articolo 10, sempre del regolamento: "i livelli massimi per le diossine e i PCB diossin like, diossino–simili, rappresentano uno strumento efficace per evitare un’esposizione inammissibilmente elevata della popolazione e impedire la distribuzione di prodotti alimentari caratterizzati da un livello inammissibilmente elevato di contaminazione, per esempio a causa di un inquinamento o di una esposizione accidentale", quindi questo livello di 4 picogrammi /grammo è stato fissato in modo cautelativo, tenendo conto che potrebbero verificarsi eventi anormali e quindi una esposizione accidentale aggiuntiva. La previsione di tale livello di questi 4 picogrammi/grammo serve appunto per evitare che una esposizione inammissibilmente elevata, quindi per implicito, afferma che tale livello non rappresenta una esposizione inammissibilmente elevata. Ancora: "la fissazione di tale valore di concentrazione limite rappresenta l’individuazione di un criterio di facile applicazione per la commerciabilità dei prodotti alimentari e definisce l’assenza di rischio"; a meno che non si voglia sostenere – appunto, come dicevo prima – che il legislatore comunitario scientemente fissa limiti che espongono a rischio la salute umana. Io credo di non dovere aggiungere altro. Avevo ancora qualche appunto ma questo riferimento al regolamento comunitario mi pare sul punto assolutamente decisivo. Ora davvero mi avvio alla conclusione. Alla fine del dibattimento di primo grado, quando ogni porta argomentativa si presentò loro sbarrata, i consulenti del Pubblico Ministero non esitarono a affermare di essere pronti ad abbandonare o che era il caso di abbandonare il canone della legge scientifica tutte le volte che il buonsenso era bastevole a dimostrare ciò che non era possibile dimostrare attraverso le leggi scientifiche. Eppure questo canone non flessibile è l’unico al quale si possa e si debba fare ricorso quando si ha a che fare con fatti della natura, e il fatto di reato, prima ancora di essere inquadrato nelle categorie del diritto penale, è un fatto della realtà fenomenica, è un fatto della natura. Sicché il gettare alle ortiche la scienza per il buon senso si presenta come una retrograda retrocessione ad ambiti francamente pregalileiani. Allora all’esito di quel processo concludendo la mia arringa mi ero permesso di ricordare il processo a Galileo, l’ombra lunga del cardinal Bellarmino trapela sorridendo della sua grande rivincita all’alba del terzo millennio, non diceva forse Bellarmino a Galileo: "non mi importa del tuo metodo scientifico, non mi importa del tuo cannocchiale, per senso comune osservo che è il sole a girare intorno alla terra, questo pretendono la logica e il senso comune". E a questo stesso canone si affida adesso il Procuratore Generale quando scrive nelle righe finali della sua memoria: "nella prospettiva del giudizio che è rivolto al futuro ed a riguardo alla probabilità del verificarsi di un evento temuto, implica quindi necessariamente l’impossibilità di pretendere dalla scienza la predizione certa che ad una determinata situazione di fatto farà seguito inevitabilmente l’evento temuto di cui trattasi e la conseguente limitazione del ruolo della scienza ad una funzione di qualificazione fondata su basi razionali ed empiriche, della situazione di fatto individuata quale base del giudizio di pericolo, senza che ciò comporti l’individuazione in concreto della catena causale idonea a collegare quella situazione di fatto all’evento temuto di volta in volta considerato. Al di là di una più accorta formulazione lessicale, l’argomento è ancora quello dei consulenti del Pubblico Ministero avanti al Tribunale: laddove la scienza non offra conclusioni in grado di sostenere la tesi d’Accusa, allora la scienza sia abbandonata e sia limitata. In questo processo, sul tema del pericolo si è visto come il corretto seguire la ragione critica della scienza implica la confutazione radicale della congetturabilità stessa del pericolo intesa come probabilità del verificarsi di un futuro evento dannoso. Per sostenere l’esistenza di questo pericolo, chiamato variamente rischio si chiede allora di limitare il ruolo della scienza e paradossalmente proprio in quel territorio che della scienza è unicamente tipico, cioè la capacità di formulare enunciati di valore predittivo perché una legge scientifica serve e vale in quanto abbia tra l’altro una forza e un valore predittivo. Ma senza la scienza, o con la scienza confinata in un ruolo limitato e marginale, a cosa ci si affida per fare una razionale valutazione circa la probabilità del verificarsi di un evento futuro? Ci si affida alla cartomanzia, alla stregoneria, al buon senso reclamato da Bellarmino contro Galileo? È unicamente la scienza la garanzia di razionalità dell’accertamento dei fatti della natura, e fra tali fatti si iscrive a pieno titolo anche il giudizio di probabilità circa il verificarsi di un evento futuro. A questo non flessibile canone si è conformata con acribia e rigore la sentenza del Tribunale di Venezia, che vi chiedo di confermare integralmente. Grazie.

 

DIFESA – Avv. Pedrazzi – Presidente, scusi, dovrei soltanto produrre note d’udienza relativamente all’intervento di discussione del professor Alessandri, sono note d’udienza divise in una parte generale e una parte sui casi singoli di patologia e in allegato ci sono le schede dei nostri consulenti sugli 80 casi che il Pubblico Ministero ha discusso nella sua requisitoria.???

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 13.20 RIPRENDE ALLE ORE 14.40.

 

PRESIDENTE – Prego avvocato.

 

DIFESA – Avv. Franchini – Grazie. Signor Presidente, signori della Corte d’Appello di Venezia, il compito che mi è stato assegnato nell’economia del collegio di Difesa Montedison è quello, come del resto in primo grado, di occuparmi del problema delle acque sotterranee, o acque di falda che dir si voglia, in relazione ai delitti di comune pericolo, avvelenamento o adulterazione, e in relazione ai reati contravvenzionali ipotizzati nei capi di imputazione. Ma soprattutto l’arringa del collega Schiesaro mi ha suggerito che prima di trattare l’argomento specifico sia necessaria una premessa di carattere generale, una premessa di carattere generale su questo processo di appello per esternare alla Corte alcuni valori dei quali sono intimamente convinto come avvocato e anche come cittadino. Vedete, signori della Corte, l’atto di appello è solitamente un atto selettivo, che si ripromette cioè di individuare nell’alveo del ragionamento giuridico e fattuale del Giudice di primo grado dei momenti di crisi, per sostituire la propria ricostruzione giuridico–fattuale, sia essa di Accusa o di Difesa, a quella che si suppone erronea del Giudice di primo grado. Solitamente esso è selettivo perché? Perché riconosce dei punti comuni e condivisi, rispetto ai quali si dispiega un ragionamento ricostruttivo delle fattispecie di natura, invece, alternativa. Solitamente, dunque, il Giudice dell’appello è un Giudice che esercita una prova di resistenza rispetto non alle tesi delle Parti contrapposte nel processo, ma rispetto al materiale intellettuale, giuridico e fattuale che gli è proposto dal Giudice di primo grado, come sintesi decisoria delle tesi delle parti processuali. Questo avviene per la banale ma decisiva ragione che il Giudice di primo grado ha dinanzi a sé solo le tesi delle Parti, mentre il Giudice dell’appello ha a che fare con la valutazione delle prove già operata da un Giudice terzo rispetto alle Parti, ed è questa la ragione fondante per la quale il legislatore ha confinato in limiti assai rigorosi le ipotesi di rinnovazione parziale del dibattimento, argomento sul quale tornerò più avanti. Ho usato l’avverbio "solitamente" perché in questo processo l’atto di appello sia della Parte pubblica, sia delle Parti private, ha delle caratteristiche insolite e peculiari, connotate da che cosa? Da un rifiuto generalizzato ed aprioristico di qualsivoglia ragionamento giuridico e fattuale del Giudice di primo grado, perché? Perché gli appellanti lo hanno ritenuto prigioniero di un pregiudizio, quello di avere il Pubblico Ministero voluto celebrare un processo impossibile, un processo popolare e collettivo ad un modello di sviluppo sociale ed industriale, invece che a fattispecie attribuibili a soggetti specifici. Sembra quasi di assistere ad una contrapposizione ideologica risalente fra diritto penale del fatto e diritto penale dell’organizzazione sociale, quando la scelta in ogni Stato liberal democratico è stata compiuta da decenni nel senso della prima di tali opzioni. E la conseguenza di questo pregiudizio di partenza sarebbe stata, secondo gli appellanti, che ogni elemento, ogni prova, ogni ragionamento è stato dal Giudice di primo grado piegato, distorto, adattato a quel pregiudizio di partenza. E che pertanto la sentenza di primo grado va rifiutata in modo totalizzante, respinta al mittente in ogni suo passaggio motivazionale, e dunque di conseguenza il Giudice dell’appello non deve fare il suo solito lavoro, non deve cioè effettuare la consueta prova di resistenza rispetto alla sentenza di primo grado, bollata di pregiudizio, ma deve rifare tutto, riprendere dall’origine le tesi delle Parti, quasi che fosse la prima volta che esse si confrontano, ignorando quindi le valutazioni definite devianti della sentenza di primo grado. Per rendersi conto che questa mia premessa è assolutamente fondata, basta scorrere la discussione in quest’aula dell’Avvocatura dello Stato, che ha voluto con forza sottolineare che "il re è nudo" - queste sono state le parole che egli ha usato – perché la sentenza impugnata ha ritenuto erroneamente che il Pubblico Ministero abbia voluto processare non individui, ma un modello di sviluppo "criminogeno" per l’ambiente e per la salute. E l’avvocato dello Stato a questo proposito ha citato due passi della sentenza del Tribunale di Venezia che, a suo dire, rivelano questo pregiudizio. I due passi sono i seguenti: "Il Tribunale ha inteso contestualizzare – questo è il Tribunale che parla – i fatti di cui all’imputazione perché diversamente non si coglieva il senso del loro essere e del loro divenire. Ad altri il compito di un’analisi e di una interpretazione storico-politica degli avvenimenti per individuare responsabilità collettive di un modello di sviluppo rappresentato dalle imputazioni", e ancora, sempre il Tribunale: "Perché il processo penale non può assumere altri compiti che non siano quelli dell’accertamento delle responsabilità dei soggetti imputati, anche quando insufficienze e ritardi della politica possano sollecitare il Giudice a colmare vuoti di intervento". Ora, chi vi parla è perfettamente e convintamente in linea con le affermazioni della sentenza del Tribunale, non solo e non tanto per la convenienza di questo processo, ma per radicato convincimento, perché quelle affermazioni costituiscono veri e propri valori fondanti del nostro sistema processuale penale, rispetto al quale – come diceva Enrico Ferri – si misura il grado di democrazia di un Paese. Mentre gli appellanti che parlano di pregiudizio non si avvedono che non stanno confrontandosi con una tesi di parte, ma con una sentenza, che perviene a quelle affermazioni di carattere generale non ex ante, in base ad un pregiudizio, ma ex post, e cioè alla fine di tre anni di accurata istruttoria dibattimentale e dopo avere valutato analiticamente e attentamente le prove. Esse – quelle del Tribunale – sono affermazioni non solo condivisibili sul piano astratto, ma pienamente giustificate sul piano concreto di questo processo. Vi faccio due esempi che ritengo siano illuminanti: il Pubblico Ministero in questo processo di appello ha dimesso delle note ove vengono specificate le condotte attribuibili a ciascun imputato. Adesso ditemi, signori della Corte, se si è mai visto, se voi avete mai visto nella vostra esperienza di Giudici che per la prima volta nel Giudizio di Appello l’Accusa specifichi le condotte attribuibili a ciascun imputato. Forse allora le affermazioni sopra riferite della sentenza non sono frutto di un pregiudizio, ma sono le valutazioni doverose per il Giudice quando l’Accusa ha fallito il suo compito, cioè la prova d’Accusa. Ancora, l’Accusa verso il termine del processo di primo grado ha contestato, com’è noto, in via suppletiva una sorta di permanenza universale di tutti i reati contestati fino al 31 dicembre 2000, dando così un inequivoco senso di massificazione indistinta delle condotte, che non può non ricondurre qualsiasi osservatore, anche distratto, all’identificazione quali soggetti del processo delle persone giuridiche, piuttosto che delle persone fisiche, rendendo così, con questa contestazione, fittiziamente attuale ogni elemento storicizzato. Oggi, nel processo d’appello, la Procura Generale opera una sorta di restyling di quella strana e universale permanenza, dichiarando nella propria requisitoria il richiamo al concetto di permanenza in atto, lungi dall’evocare la nozione tecnica di permanenza e di reato permanente che, com’è noto, riguarda la condotta dell’agente, la cui persistenza nel tempo determina una lesione prolungata nel tempo del bene giuridico protetto, dicevo il richiamo al concetto di permanenza, lungi dall’evocare un’azione di reato permanente a riguardo esclusivo all’attualità delle conseguenze, degli effetti. E ancora, sempre il Procuratore Generale: "La permanenza in atto a cui si fa riferimento nel capo d’imputazione aggiornato al 31 dicembre 2000 è una precisazione relativa all’attualità delle conseguenze", lo ha ripetuto perché voleva essere sicuro che avessimo capito bene. E noi prendiamo atto volentieri della precisazione del Procuratore Generale, ci mancherebbe altro, ma osserviamo che non era certamente necessaria una contestazione suppletiva per una integrazione semantica, ed assicuriamo la Corte che nel corso della discussione di primo grado le accuse si riferivano insistentemente proprio al concetto tecnico di permanenza, tanto da depositare sul punto memorie al Tribunale che voi avete nei vostri atti. E allora, anche sotto questo secondo profilo, la sentenza aveva visto e censurato giustamente una impostazione dell’Accusa che tendeva ad una collettivizzazione delle responsabilità per un processo di sistema, impostazione respinta giustamente dal Tribunale. E allora, per concludere questa non breve ma necessaria premessa, il Giudice dell’appello dovrà liberarsi da suggestioni radicali, suggerite ancora oggi dall’avvocato Schiesaro nella sua discussione in aula, e operare la consueta prova di resistenza sulla valutazione delle prove operate dal Giudice di primo grado. E il richiamo alla valutazione delle prove operata dal Tribunale è particolarmente pregnante perché, proprio come vedremo a proposito delle acque sotterranee, abbiamo a che fare con dei dati fattuali sostanzialmente incontroversi, salve alcune questioni marginali avanzate dall’Accusa delle quali ci faremo carico. Trattando l’argomento delle acque sotterranee o acque di falda, in questo processo è sempre necessario distinguere tra area interna al Petrolchimico e discariche ivi esistenti e area esterna al Petrolchimico e discariche ivi esistenti. Perché le due aree vanno tenute distinte e perché la stessa sentenza le tiene distinte? Non è una consuetudine processuale ma una necessità probatoria, in quanto entrambe le aree presentano siti di discarica e conseguentemente percolamento dei rifiuti che interessa il sottosuolo e dunque, in ipotesi, le acque sotterranee. Ma le due aree sono autonome, sono autonome quanto al regime del possibile inquinamento in quanto la falda all’interno dell’area del Petrolchimico, o meglio al di sotto dell’area del Petrolchimico non può influenzare le aree esterne a monte del Petrolchimico a causa di che cosa? Del gradiente della falda, che è un gradiente in discesa verso la laguna, da 1 a 4 metri ogni 1000 metri; cioè a dire l’area 1 non interferisce con l’area 2, per una banale ma decisiva legge della fisica: la forza di gravità. Il Pubblico Ministero ha avanzato in proposito una critica sulla base di una carta isometrica del 1991, portata in udienza dal suo consulente tecnico geologo, che comproverebbe una direzione centrifuga o a raggiera dei flussi sotterranei della falda sotto l’area del Petrolchimico. Bene, l’argomento tra l’altro – ho visto – è stato ripreso nella memoria depositata questa mattina dall’avvocato Schiesaro, che ho potuto scorrere rapidamente. Questa critica è destituita di qualsiasi fondamento, perché? Si tratta di una critica del tutto pretestuosa perché, anche se la prima falda nell’area del Petrolchimico avesse localmente, e aggiungo temporaneamente, dico temporaneamente perché le carte isometriche in diversi anni danno andamenti diversi, verso la laguna localmente centripete, dicevo, anche avesse localmente e temporaneamente direzioni centripete o centrifughe, risulta incontroverso che a monte dell’area del Petrolchimico si rilevano quote di falda più alte e dunque il flusso anche a raggiera localmente sarebbe sempre diretto verso il mare e non mai a nord verso monte. Il Petrolchimico è come una penisola, per tre lati è circondato dal mare, sul lato nord è in comunicazione con la terraferma. Infatti basta prendere una qualsiasi carta idrogeologica, come per esempio le carte idrogeologiche che voi avete allegate all’indagine idrogeologica della Provincia di Venezia, tanto cara al Pubblico Ministero, che più volte la cita nei propri motivi di appello, o anche la carta isofreatica della Regione Veneto che voi avete allegata per stralci alla consulenza tecnica del professor Dal Prà, nostro consulente geologo, per accertare senza nessunissimo problema che le quote freatiche a monte dell’area del Petrolchimico sono più alte delle quote freatiche dell’area del Petrolchimico. È dunque assurdo ipotizzare che il flusso della prima falda sottostante all’area del Petrolchimico possa, vincendo la legge di gravità, andare verso il monte e non andare invece in discesa e sversare poi nella laguna. Dunque è giusto tenere distinte le due aree, area sottostante il Petrolchimico, area esterna al Petrolchimico. Cominciamo allora ad esaminare l’area del Petrolchimico. Dicevo che vi sono alcuni dati assolutamente incontroversi: la prima falda al di sotto dell’area del Petrolchimico e al di sotto in particolare delle antiche aree di discarica che lì vi sono risulta inquinata, questo è un dato pacifico; l’inquinamento decresce mano a mano che ci si sposta verso la laguna, cioè mano a mano che ci si allontana dalle aree di discarica. Questo perché? Perché questa falda ha un moto lentissimo definito quasi stagnante. Il dato, oltre che dai vari consulenti, è certificato dalla relazione tecnica del 2000 del Magistrato alle Acque, pure citata in sentenza, che dice: "il moto della prima falda è talmente contenuto da poterla di fatto ritenere immobile". Dunque vi è un trasferimento orizzontale della falda assolutamente insignificante, parliamo di una falda pressoché stagnante. Ma non basta; il trasferimento degli inquinanti che percolando dalla discarica pervengono alla falda è molto più lento, decine di volte più lento rispetto al moto quasi stagnante dell’acqua, perché? Perché ci hanno spiegato i geologi che l’inquinante ha una sorta di coefficiente di ritardo che rende il suo trasferimento decine di volte più lento rispetto al moto dell’acqua di falda. Nel caso di specie lo spostamento degli inquinanti all’interno della falda è stato calcolato in centimetri/anno. Altro dato incontroverso: la portata della falda è pressoché inesistente, è poverissima. Questo dato, badate, è importantissimo per un ragionamento che faremo un po’ più avanti. Questo dato è certificato nel processo da prove di emungimento della falda, udienza 15/11/2000; i risultati di queste prove di portata della falda in pozzetti all’interno dell’area del Petrolchimico effettuate dal Consorzio Basi dicono che nel giro di qualche minuto, con una pompa da 0,1 litri secondo, i pozzetti si sono prosciugati pescando in prima falda. Cosa vuol dire tradotto in termini diciamo laici? 0,1 litri/secondo è paragonabile alla portata di un tubicino che sversa per qualche minuto prima di prosciugarsi, allora portata inesistente. Altro dato incontroverso: la quasi inesistente acqua presente nella falda dell’area del Petrolchimico è infestata da cloruri di origine naturale, tanto che è paragonabile per salinità all’acqua del mare. Altro dato: nell’area non esistono né sono mai esistiti pozzi al di sotto dei 30 metri di profondità; esistevano vecchissimi pozzi a 200-300 metri di profondità per uso industriale, poi chiusi per evitare il fenomeno cosiddetto della subsidenza. Della seconda falda sottostante all’area del Petrolchimico non ci occupiamo, perché? Perché ci hanno spiegato i geologi che questa seconda falda ha una profondità che la fa passare al di sotto della laguna, senza entrare in comunicazione con la stessa. Su questa seconda falda mi faccio carico di un’osservazione del Pubblico Ministero che afferma che questa seconda falda non ha eccessi di cloruri, non sarebbe cioè salata, e cita dati Acquater-Basi 1996. Se andiamo a vedere la relazione Acquater-Basi ‘96, è vero che alle pagine 39 e 40 i cloruri non vengono citati direttamente, ma avendo la pazienza di esaminare la tabella 6.6/4 allegata, risultano anche per la seconda falda concentrati di cloruro paragonabili alla prima falda. Sulla base di questi dati questa Difesa nel processo di primo grado ha ritenuto del tutto inutile, così come ha ritenuto il Tribunale, che ha accolto questa impostazione della Difesa, discettare nel caso di specie sulla sussistenza dei delitti di comune pericolo, e ha ritenuto del tutto inutile prendere posizione sulla utilizzazione solo potenziale della risorsa o sulla utilizzazione effettiva della risorsa mediante captazione, perché? Perché nel caso che a noi interessa manca che cosa? Manca uno dei requisiti strutturali di entrambe le norme incriminatrici, e cioè la destinazione della risorsa all’alimentazione dell’uomo. Vi risparmio la lettura della giurisprudenza assolutamente pacifica sul punto, cito Cassazione ‘84, Bossi, appello Genova ‘83, Tribunale Tortona ‘92, l’intera dottrina Antolisei, Petrini, Assuma, Fiandaca Musco, Manzini, Bricola. La destinazione all’alimentazione è dunque un requisito strutturale della fattispecie, anche per quanto riguarda l’acqua, come del resto risulta dalla semplice lettura della relazione del guardasigilli alla introduzione del Codice Rocco. Il Procuratore Generale, nella propria requisitoria, ha per così dire tentato di aggirare il problema, pur dando atto dell’esistenza del massiccio orientamento giurisprudenziale e dottrinario che ho ricordato, e ha evocato la nota credo ormai a tutti sentenza n. 7170, Sezione Terza, 22 luglio 1997, sulla quale torneremo, ma che è dal Procuratore Generale impropriamente evocata circa il problema che ci occupa, perché essa - questa sentenza, basta leggere la motivazione e non fermarsi alla massima – non disconosce affatto la necessità del requisito strutturale – e ci mancherebbe altro – della destinazione all’alimentazione umana nella struttura del reato, ma prende posizione solo su un altro tema: sul tema della potenzialità o effettività della utilizzazione della risorsa, purché sempre sia solo potenzialmente, secondo la sentenza, o anche effettivamente, secondo dottrina e giurisprudenza citate, destinata all’alimentazione umana, e del resto la Cassazione, certo, può dire di tutto, ma non può certo eliminare un elemento selettivo della fattispecie, sia del 439, sia del 440, qual è appunto la destinazione alimentare dell’acqua, che segna che cosa? Il confine dell’oggetto materiale della tutela. Nel caso di specie manca, come si è visto, addirittura l’oggetto materiale della tutela penale, e cioè l’acqua sottostante l’area del Petrolchimico non è destinata all’alimentazione dell’uomo, è un rivolo che dura qualche minuto, è fortemente salata, pacificata all’acqua del mare. Ma l’Accusa non se ne dà per intesa e sostiene, a pagina 1212 dei motivi d’appello: "in ogni caso le acque salmastre possono essere utilizzate, all’occorrenza perfino l’uomo può bere senza danno acque salate fino a 2500 milligrammi/litro"; aggiungo io – non lo dice il Pubblico Ministero -: per un giorno o due al massimo. Quindi anche le acque salmastre, senza contare la possibilità di dissalazione, e quindi di resa di acqua dolce, costituiscono una risorsa tutelata ai sensi del 439 e del 440. L’insistenza dell’Accusa ci costringe, io credo, a fare una serie di considerazioni, la prima delle quali è che in tutte le cose umane, e così anche nel processo penale, è necessario usare prima di tutto un criterio di buon senso, e il buon senso ci suggerisce che nella valutazione della utilizzabilità di una risorsa si deve considerare il contesto ambientale, sociale ed economico nel quale il problema si colloca; il buonsenso suggerisce anche un criterio giuridico, che è un criterio giuridico di normalità, come si ricava dalla costante interpretazione dottrinale di queste fattispecie. Ne cito due, Asumma: "si tratta di un requisito essenziale – parlano della destinazione all’alimentazione -, "questo criterio di normalità caratterizza anche la destinazione alimentare dell’acqua", e Mazza: "la destinazione dev’essere apprezzata in riferimento ai casi concreti con riguardo all’uso abituale che si faccia delle acque o delle altre sostanze". Nella pianura veneta, a pochi chilometri a monte del Petrolchimico della zona di Scorzè Treviso, esiste il più grande serbatoio di acqua sotterranea d’Europa, che fornisce alimentazione idropotabile a tutti i grandi acquedotti del Veneto: Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, etc., che fornisce acque di ottima qualità per lo sviluppo sociale e industriale della regione veneta. In questo contesto ambientale generale e applicando quel criterio di buonsenso prima e giuridico dopo, che è quello della normalità, in questo contesto, dicevo, che è caratterizzato da grande ricchezza d’acqua e da una rilevante situazione di benessere, nessuno può sensatamente pensare di costruire pozzi in una zona ove è vietata la trivellazione dei pozzi, vietata dalla legge per limitare il fenomeno della subsidenza, per utilizzare quel rivolo d’acqua salata, desalinizzando poi l’acqua medesima. Ma allora, scusate, perché non dissaliamo direttamente l’acqua del mare e la facciamo finita? Mi pare che la prospettazione della Pubblica Accusa non rientri in quel criterio di normalità in cui deve essere valutata la fattispecie, ma ci proponga un modello ai confini della realtà. Ci sembra quindi, francamente, che l’Accusa sul punto non abbia argomenti da spendere, innanzi ad una situazione di fatto che non può che condurre alla soluzione adottata dal Tribunale, non essendo seriamente sostenibile la destinazione all’alimentazione di quelle quasi inesistenti acque salmastre. Tuttavia, signori della Corte, vorrei brevemente prendere posizione diciamo un po’ per amore dell’arte e un po’ perché l’argomento si ricollega alla seconda parte della mia discussione, vorrei prendere posizione anche sul concetto della cosiddetta utilizzazione potenziale dell’acqua di falda senza necessità che vi siano predisposti mezzi di captazione, concetto fatto proprio dalla già citata sentenza della Terza Sezione del ‘97, che badate bene, nel panorama giurisprudenziale è l’unica, con una motivazione che vi invito a leggere perché è di dieci righe, cioè è un’affermazione del tutto apodittica. L’impostazione di questa sentenza della Terza Sezione è, a mio avviso, del tutto erronea, e suscita numerose perplessità: infatti essa non tiene conto della struttura delle fattispecie di comune pericolo. In particolare non considera che le fattispecie in discussione contengono al loro interno un preciso limite cronologico, prima dell’attingimento, così si esprimono sia il 439, sia il 440. Questo limite cronologico interno segna il momento consumativo ultimo dei delitti, di entrambi, che perciò sono pacificamente a consumazione istantanea. E cioè qual è questo momento? Il momento dell’attingimento. Perché? Per la semplicissima ragione che nel momento in cui vi è l’attingimento cessa il problema della diffusività del pericolo e si avranno i reati contro la persona: la morte, le lesioni o quant’altro. Se nella descrizione della fattispecie è previsto l’attingimento, sia pure come presupposto negativo per la persistenza della diffusività del pericolo, significa che cosa? Che vi è la necessità di strumenti di captazione, nonché l’utilizzazione effettiva e non solo potenziale della risorsa. Ma non basta; in secondo luogo la sentenza della Corte sembra seguire la linea interpretativa dell’utilizzazione potenziale trattando la fattispecie di comune pericolo – si stava occupando del 440 la Corte – quasi si trattasse di una norma penale in bianco, perché? Perché recepisce la sentenza l’indicazione proveniente dall’entrata in vigore della legge 5/1/94 n. 36, è sulle acque sotterranee come è noto, la quale definisce oggetto della protezione legale le acque ancorché non estratte dal sottosuolo. Allora, signori, se – perché non è chiaro leggendo la sentenza, perché ripeto, sono dieci righe – se questo riferimento all’articolo 1 significa un riferimento all’integrazione del precetto del 439 o del 440, io spero che non mi si potrà dire che si applichi a fatti pregressi rispetto al 1994; se invece il riferimento è puramente di natura interpretativa, esso non può rifluire in alcun modo nella struttura dei delitti di comune pericolo che abbiamo prima esaminato e che stamattina – e non mi ripeto – è stata magistralmente tracciata dal professor Mucciarelli. Dunque, al di là delle ragioni tecnico-giuridiche che ho trattato per completezza e perché la questione mi sembrava avesse un qualche interesse, possiamo concludere questa prima parte con l’affermazione conclusiva del Tribunale, che vi perviene dopo un lungo percorso di analisi delle prove: "non sono configurabili pericoli alimentari tipici dell’avvelenamento e dell’adulterazione di acque come possibile risorsa alimentare", affermazione, che come abbiamo visto, è confortata da dati probatori certi e incontrovertibili, quella falda non ha acqua ed è acqua di mare. Avevo poi dedicato una piccola parte della mia discussione al trattamento dei reati contravvenzionali a seguito del percolamento delle discariche sempre nell’area Petrolchimico. La taglio nel senso che, siccome depositerò una memoria il giorno 2, troverete due o tre pagine dedicate a questo argomento; è un problema, come capite subito, di successione di leggi nel tempo, perché la prima tutela delle acque sotterranee è del 1992, poi modificata da una serie... Vi è un problema di successione di leggi penali nel tempo che si conclude con l’affermazione che si vorrebbe che gli imputati rispondessero oggi per fatti di vent’anni fa in seguito a leggi entrate in vigore 15 anni dopo. Ve la risparmio, la troverete nella memoria. Passiamo adesso a trattare il problema delle aree esterne al Petrolchimico. Anche per quanto riguarda le aree esterne al Petrolchimico conviene partire da alcuni dati fattuali, anche questi incontroversi e fatti propri dal Tribunale sotto il profilo della prova. Vi sono siti di discarica nelle aree esterne al Petrolchimico, esattamente 26 siti di discarica; si tratta dunque di verificare se il percolato di queste discariche abbia prodotto o meno inquinamento delle falde acquifere sottostanti, con avvelenamento o adulterazione delle acque di falda. Per tredici di questi siti di discarica mancano totalmente dati relativi alla qualità e allo stato delle acque sotterranee, e credo di non dovere aggiungere altro. Negli altri siti di discarica, i restanti 13, risultano indagini che certificano inquinamento delle cosiddette acque di impregnazione, che – è bene dirlo con grande chiarezza, perché l’Accusa a volte sembra fare confusione su questo punto – non c’entrano assolutamente nulla con le acque di falda. Le acque di impregnazione non hanno alcun flusso, sono la risultante del percolamento, stanno immediatamente sotto l’area di discarica, bene al di sopra del caranto, e non possono e non debbono avere alcuna utilizzazione alimentare di alcun genere per nessuno. Risulta contaminazione della prima falda sotto il caranto, quindi prima falda, in tre casi in tutto il processo, anche se secondo i nostri consulenti – e questa la do come una tesi di parte – si tratta di indicazioni poco attendibili, e il Tribunale puntualmente nella propria motivazione dà atto dell’esistenza di questi tre casi. Ma quello che importa, che è rilevante e decisivo e che il Tribunale pone a supporto della propria decisione è che in nessun caso, neppure in questi tre, dunque, è stato rilevato inquinamento delle acque sotterranee all’esterno delle aree di discarica. Cioè l’inquinamento anche in quei tre casi è confinato, non si trasferisce all’esterno delle aree di discarica, perché? Questo non avviene per caso, non si trasferisce all’esterno perché anche qui abbiamo a che fare con una falda pressoché stagnante, con velocità di deflusso lentissima, più il coefficiente di ritardo per gli inquinanti e anche in questo caso, la valutazione è di centimetri/anno. La conferma della situazione che ho sopra riportato ci viene da due dati, entrambi estremamente significativi. Il primo è un documento, è il piano direttore della Regione Veneto del 2000; il passo che interessa è il seguente: "nel novembre ‘96 è stata eseguita una campagna integrativa di analisi chimiche con lo scopo di meglio caratterizzare il grado di contaminazione del suolo e del sottosuolo – parliamo di aree esterne al Petrolchimico -. Queste ricerche hanno mostrato che non vi è rapporto di acqua tra l’acqua dello strato superficiale, acque di impregnazione e quella delle falde sottostanti, confinate dal caranto. Ciò significa che l’inquinamento superficiale non si propaga alle acque sottostanti, probabilmente per merito della sovrapressione idrica interstiziale esistente nelle falde confinanti. Le risposte analitiche su campioni di terreno prelevati nei sondaggi e sulle acque dei piezometri posti sulle sponde a nord del Canale Industriale Sud lo confermano. L’inquinamento da metalli pesanti e da sostanza alogene organiche si arresta prima del caranto. Sotto si può avvertire solo qualche traccia sostanzialmente poco rilevante di inquinamento". Questo è il documento piano direttore del 2000 della Regione Veneto, peraltro puntualmente citato dalla sentenza del Tribunale di Venezia. E allora, se io debbo applicare una regola di valutazione della prova e effettuare quella prova di resistenza sul ragionamento del Tribunale, manca del tutto la prova in ordine ad un presunto avvelenamento o adulterazione; se nessuno è stato in grado di riferire accertamenti sulle acque di falda di inquinamento delle acque sotterranee all’esterno delle aree di discarica, ma come si può parlare di avvelenamento o adulterazione delle acque di falda? Perché, se anche quello previsto, non parliamo adesso del 440, che è un reato di pericolo concreto, ma il reato del 439, che è un reato di pericolo presunto, astratto, sarà pur sempre necessario che l’evento naturalistico conseguenza della condotta, cioè l’avvelenamento, sia provato attraverso le regole della scienza, perché la pregnanza semantica, così come si esprime il signor Procuratore Generale nella sua requisitoria della parola "avvelenamento" è il limite che confina lo sforamento attraverso il principio di legalità e di tipicità dell’articolo 27 della Costituzione. Ebbene, in questo processo vi è totale, assoluta carenza di dati rispetto all’acqua di falda al di fuori delle aree di discarica, e anche la prova del nove, o controprova, come la vogliamo chiamare, costituita dall’analisi dei vari pozzi privati, siti nell’entroterra alle spalle della zona del Petrolchimico, conferma la assoluta carenza di dati circa la contaminazione, non dico l’avvelenamento o l’adulterazione, circa la contaminazione delle acque di falda dalle quali pescano pozzi privati. Voi sapete, signori della Corte, che in questo processo si è lavorato su alcune relazioni del Corpo Forestale dello Stato, relative a punti di prelievo delle acque di falda nelle frazioni di Malcontenta, Marghera e Chirignago, erano 69 pozzi; di essi solo 39 pescano ad una profondità di 20 metri, 18 sono inattivi e abbandonati, i restanti 21 sono utilizzati saltuariamente per uso irriguo, nessuno per scopo potabile. Bene, manca totalmente la prova che questi pozzi abbiano acqua avvelenata o adulterata, addirittura esiste un principio di prova positiva contraria, perché quattro di questi pozzi vicinissimi al Petrolchimico sono stati analizzati risultando inquinati da diserbanti; nessuna contaminazione – scrive il Corpo Forestale dello Stato in questa relazione, che è del 1996, su delega del Pubblico Ministero – risulta alcuna contaminazione da sostanze derivanti da processi di lavorazione industriale, sono i pozzi di Romeo Convento, Saverio Crepaldi, Fidenzio Lazzaroni e Nadelia Cerbero. Il Pubblico Ministero, in articulo mortis all’ultima udienza del processo di primo grado, produceva 547 moduli di autodenuncia di pozzi, autodenuncia prevista da una legge regionale a fini fiscali. Bene, l’esistenza di questi pozzi non ci dice nulla perché non è stata fatta alcuna analisi su nessuno di questi pozzi, a parte il fatto che risulta che essi sono adoperati ai più svariati scopi; nel processo di primo grado mi ero divertito a vedere queste schede una per una, soprattutto quelle citate dal Pubblico Ministero, ma qui ovviamente risparmio alla Corte questa analisi, che potrete trovare peraltro nella mia discussione orale di primo grado. Quello che si doveva accertare è appurare se vi fosse stato trasferimento orizzontale dell’inquinamento idrico da sotto le discariche ai pozzi e quindi l’acqua dei pozzi, cosa che non è stata fatta, non esiste nessunissima prova di analisi di questi. A fronte di queste emergenze di carattere probatorio il Pubblico Ministero e l’Avvocatura dello Stato fanno alcune osservazioni che io ritengo del tutto infondate, tanto che il Procuratore Generale, nella propria requisitoria orale, ha del tutto abbandonato il tema dell’inquinamento falde su aree esterne al Petrolchimico; controllate la sua requisitoria e vedrete che il dottor Bruni ha abbandonato questo tema. E il Procuratore Generale si è soffermato solo sui dati Acquater ’96 e 2000, dati che però – è bene che ce lo diciamo una volta per sempre – non riguardano le falde su aree esterne al Petrolchimico, ma riguardano le falde all’interno dell’area del Petrolchimico. Il Pubblico Ministero nell’atto di appello insiste moltissimo su uno studio idrogeologico della Provincia di Venezia del 1998, criticando aspramente la sentenza e dicendo: ma come, avevi anche questo studio dal quale risultavano numerosissimi pozzi freatici a uso anche di natura antropica. Bene, qui mi ero preparato una cosa più lunga che taglio, perché taglio? Perché questo studio del Provincia di Venezia, edizione ‘98, quella prodotta dal Pubblico Ministero, in realtà lo studio definitivo è del 2000, della Provincia di Venezia, non si occupa delle falde freatiche superficiali, ma si occupa esclusivamente del sistema artesiano, cioè a dire si occupa delle falde in pressione, che sono nella parte settentrionale del territorio, Scorzè, particolarmente importanti e pregiate, ricordo l’acqua San Benedetto, l’acqua Vera, insomma addirittura abbiamo acque minerali. Infatti a pagina 13 del citato studio si dice: "le falde su cui si è concentrata l’attenzione sono esclusivamente quelle in pressione", e ancora a pagina 20: "va innanzitutto ricordato che lo studio non analizza la falda freatica", questo dice lo studio idrogeologico della Provincia. E allora voi capite che se uno studio finalizzato all’esame delle risorse idriche del territorio della Provincia di Venezia non ha rivolto la sua attenzione alla falda freatica e la esclude volutamente e dichiaratamente da ogni valutazione, significa che la falda freatica non riveste alcun interesse in ordine alla sua utilizzazione o utilizzabilità, e perché? Perché le qualità dell’acqua della falda freatica sono scadenti, eccesso di ferro e ammoniaca; la sua vicinanza al piano campagna – parliamo di falda freatica quando siamo ad 1, 3, 4 metri dal piano campagna – la rende ad altissimo rischio di contaminazione microbiologica, scarichi fognari, spargimenti di liquami zootecnici, letamai, concimazioni, e chimica, prodotti chimici usati in agricoltura e nell’industria. Vi ricordate quei pozzi esaminati dal Corpo Forestale dello Stato? Diserbanti, falda freatica. La prevedibilità è limitatissima perché? Perché i materiali acquiferi sono a bassissima permeabilità, ma soprattutto io non capisco, o forse non riesco a capire cosa serva tutto questo riferimento ai pozzi freatici presenti nella Provincia di Venezia se non ho dati probatori su un possibile inquinamento delle falde acquifere, né sul possibile inquinamento dei pozzi. Perché vedete, signori della Corte, anche la tanto sbandierata sentenza del 22 luglio ‘97 della Sezione Terza di cui abbiamo parlato, partiva, non nella massima, nella motivazione, da un presupposto fattuale, com’è ovvio, che è un presupposto fattuale che nel nostro caso manca completamente, così si esprime la sentenza nel suo incipit: "ripetute analisi eseguite a valle dalla discarica avevano evidenziato l’adulterazione delle acque di falda per l’immissione di sostanze nocive di origine organica e di metalli pesanti". Ma abbiamo noi nel nostro processo ripetute analisi a valle della discarica? No, non le abbiamo, non esistono, non abbiamo dati analitici di nessun genere sulle acque a valle delle discariche, e sui pozzi neppure, che sarebbe la riprova. E allora nel nostro processo la prova di adulterazione delle acque di falda a valle delle discariche è mancata e manca totalmente. A proposito poi dei pozzi, dopo che in primo grado si era tentato da parte del Pubblico Ministero di introdurre delle analisi effettuate con un proprio consulente di parte, acquisizione respinta dal Tribunale per le note ragioni, acquisizione poi respinta da questa Corte con l’ordinanza 22 giugno 2004, improvvisamente l’Accusa, invece di alzare doverosamente bandiera bianca, per bocca dell’Avvocatura dello Stato dice che non ha mica bisogno di quei dati di analisi, e sul finire della propria arringa l’avvocato dello Stato, con un giochetto che potrebbe sfuggire solo a persone disattente, così testualmente si esprime: "non ci interessa altro, bastano i dati degli studi Enichem Acquater ‘96 e 2000. Quelle analisi di cui chiedevamo l’acquisizione, ma non sono mica decisive! Il punto decisivo è sapere che ci sono i pozzi. Non sono indispensabili le analisi sui pozzi, basta la semplice contaminazione della falda. Cosa ci dicono i dati Acquater? I dati Acquater ci parlano di valori di veleni elevatissimi nella falda". Io credo, signori della Corte, a questo punto che l’espressione "dialogo tra sordi" possa essere rinverdita per questo tema: i dati Acquater ‘96 – 2000 riguardano valori di inquinamento nella inesistente e immobile falda sotto le discariche dell’area del Petrolchimico; non riguardano minimamente, in nessuna maniera, le aree esterne al Petrolchimico. Abbiamo ampiamente – io credo – dimostrato che non vi è trasferimento orizzontale verso monte e che non vi sono dati di inquinamento di alcun genere delle falde a valle delle discariche né tanto meno di inquinamento delle acque dei pozzi, perché questa è veramente una cosa curiosa: io non ho più bisogno di avere la prova dell’inquinamento della falda o dell’inquinamento del pozzo, basta che abbia il pozzo, perché questo è quello che tradotto in termini forse provocatori, è stata l’affermazione dell’Avvocatura dello Stato. Conclusivamente, signori della Corte, a me pare che la prova di resistenza della sentenza del Tribunale sia del tutto positiva, perché ancorata a dati probatori onesti e obiettivi. Se da questo piano rigoroso si passa a piani di valutazione diversi, ecco che si passa dal processo penale del fatto e della prova del fatto al processo penale dell’organizzazione sociale. Kurt Dehler nel 1971 scriveva: "Chiediamo alle Corti di difendere le nostre libertà, di allentare le tensioni razziali, di condannare la guerra e l’inquinamento, di proteggerci dagli abusi dei poteri pubblici e dalle nostre tentazioni private, di infliggere pene, di compensare le differenze tra gli individui, di resuscitare l’economia, di accordarci il divorzio e se non proprio di seppellirci, quanto meno di assicurare che le spese del nostro funerale vengano pagate". Questa frase si riferisce alla funzione del Giudice, che tende a diventare una sorta di factotum istituzionale, tende a disegnare quella che è una caratteristica delle democrazie moderne, nelle quali – e non solo in Italia – la diffusività dell’intervento della Magistratura in tutte le sue problematiche che attraversano la società, impone sempre la richiesta ad un Giudice. Questo sarà giusto o non sarà giusto, ma porta ad una domanda ulteriore: chi custodisce il custode? Ci debbono dunque essere limiti e regole, e i limiti sono quelli del diritto penale del fatto e le regole sono quelle non di interpretazioni adeguatrici rispetto ad avvenimenti sociali, sono quelle prima di tutto di valutazione rigorosa della prova sui presupposti di fatto dell’Accusa. Ed è per questo, signori della Corte, che vi chiedo l’integrale conferma della sentenza del Tribunale di Venezia.

 

DIFESA – Avv. Palliero – Signor Presidente, signori Consiglieri, signor Procuratore Generale, signor Pubblico Ministero, l’ora e la mia collocazione nell’ordine delle discussioni mi impone un particolare dovere di sintesi; ho d’altra parte affidato a completezza della mia assicurazione delle note d’udienza che depositerò alla prossima udienza, e quindi cercherò di stingere la discussione sui singoli punti essenziali del mio discorso rinviando alla memoria stessa più diffuse argomentazioni. Nella divisione dei compiti che ci siamo assegnati a me tocca di toccare la fattispecie di disastro, una fattispecie che peraltro costituisce un po’ il perno di tutto questo processo. Il disastro innominato – parto da qui, dal capo d’imputazione – sarebbe stato determinato dal catabolismo industriale di sostanze inquinanti promanate dall’esercizio negli anni dallo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera da parte delle due società che l’hanno gestito e del loro rappresentante, nello specifico concretizzandosi nella sommatoria delle conseguenze derivanti dall’attività di cui sopra protratte nei decenni ai diversi comparti ambientali, sedimenti, acque, suolo, sottosuolo. Nella intera struttura dell’impianto accusatorio questa fattispecie è stata costruita peraltro in modo molto particolare, cioè con una struttura complessa, articolata in quattro componenti essenziali. Innanzitutto la figura centrale, appunto il disastro innominato colposo, è stato inserito nell’ambito di una più ampia fattispecie di reato plurisoggettivo, concorsuale, con ricorso al modello della cooperazione colposa; è stato inserito in una struttura pluralistica di reati come ipotesi di reato continuato, vedremo se continuità di reati o continuità di eventi di disastro, altresì come una fattispecie di reato complesso, cioè composto da una serie di condotte ciascuna delle quali – questo è un profilo su cui non mi soffermerò particolarmente perché è già stato trattato da altri – ma certamente individuato da un sistema, da un insieme di condotte ciascuna delle quali costituivano autonomamente figure di reato. Le figure contravvenzionali sparite dalla scena per motivi prescrizionali di questo processo, le fattispecie di condotta pericolosa quale l’avvelenamento. Infine questa costruzione, questo modello è stato costruito – poi vedremo, con dei mutamenti di rotta nel corso delle due fasi del processo – come reato permanente, come struttura di reato permanente. Ecco, il tema – e passerei proprio al sommario, vorrei dare il sommario della mia discussione – che voglio affrontare è proprio quello dell’analisi di questa fattispecie, essenzialmente dal punto di vista della sua tenuta giuridica, della tenuta della sua qualificazione giuridica nelle sue diverse componenti, per analizzare poi più dettagliatamente il fulcro centrale, quello che ritengo essere il fulcro centrale di questa figura comunque, al di là di queste sovrastrutture, di cui dovremo però in qualche misura dare conto e liberarcene, sottolineo, al nucleo centrale, cioè l’evento; infine, ma sarà la parte solo finale, diciamo, di conclusione, anche perché su questo molto è stato detto, di verifica sul campo, quello che viene definito normalmente il processo o la sintesi di sussunzione, cioè il confronto tra ciò che è emerso a livello fattuale e il modello di fattispecie che così viene costruito. Una premessa di fondo, che dà anche un po’ il senso di questo mio ragionamento: a mio avviso il destino di questo nucleo del processo è stato quello di una sostanziale destrutturazione della figura monosoggettiva del reato di disastro innominato colposo, che è stato da un lato privato di alcuni suoi elementi sostanziali, lo anticipo subito, proprio il nucleo, l’evento di pericolo, arricchendolo surrettiziamente, per altro verso, di elementi o spuri, che non appartengono alla sua naturalezza, o di elementi esterni con il ricorso proprio a quelle figure, a quegli istituti complessi, concorso di persone, la continuazione, che hanno avuto di fatto o hanno veicolato di fatto il tentativo di colmare deficit di tipicità della fattispecie monosoggettiva con elementi esteriori complessi con sovrastrutture che dovevano sostenerlo. Questo discorso è stato a mio avviso colto perfettamente dalla sentenza di primo grado, che ha in qualche misura smascherato questa operazione, diciamo, di impropria ortopedia del tipo delittuoso, e che è arrivata a coerenti conseguenze, attaccata proprio su questo punto dalle accuse, sia in sede di appello, sia in sede di discussione di secondo grado, e questo io cercherei di verificare, cioè controbattere, verificare la tenuta complessiva di questa fattispecie e la sua possibilità di sussumere i fatti di causa, controbattendo alle controdeduzioni dell’Accusa su questi diversi passaggi. Partiamo quindi dalla periferia della struttura tipica data a questa figura, e cioè il suo inserimento all’interno di una pluralità di reati, cioè disastro innominato colposo valutato e costruito in questo processo come fattispecie continuata. Qui non ho molte parole da spendere per sottolineare come il collegamento di questa fattispecie, l’inserimento di questa fattispecie nel modello della continuazione non tenga, non tenga sotto il profilo proprio giuridico in senso stretto, per la radicale incompatibilità tra la continuazione e la struttura della colpa, la struttura colposa che è stata ovviamente individuata come momento tipico di questa figura. È un dato che è stato acquisito già nel primo grado, che si basa su una sentenza della Corte Costituzionale che ha messo, sembrerebbe aver messo la parola fine su questo problema, devo dire che questa prima sola struttura del tipo delittuoso è in fondo contraddittoria già all’interno della struttura, dell’impianto accusatorio, perché sotto il profilo soggettivo, dell’orientamento soggettivo, laddove si pretende di ravvisare, nel momento in cui si dichiara individuata la continuazione, una ideazione e volizione comune, cioè un nucleo forte, intenzionale, che addirittura deve assurgere a livello di identico disegno criminoso e quindi si rafforza al massimo la pregnanza soggettiva su questo fronte, poi si inserisce la stessa figura di reato nell’ambito di una cooperazione colposa che viceversa è reinterpretata, e vedremo perché è reinterpretata in quel modo, impoverendola totalmente del suo requisito soggettivo più forte, cioè la consapevolezza di cooperare, per cui si ha paradossalmente una componente vicina al dolo che dovrebbe unire le condotte di tutti i soggetti che hanno realizzato questo tipo, di cui si predica però contemporaneamente la sostanziale inconsapevolezza addirittura dei rapporti intersoggettivi e dei singoli intersoggettivi contributi. Quindi già contraddittoria all’interno questa impostazione, non tiene sul piano giuridico proprio in quanto questa incompatibilità strutturale tra colpa, anche nel profilo della colpa cosciente e identico disegno criminoso, che evidentemente è profilo strutturalmente doloso, abbiamo detto è stato letteralmente seppellito dalla sentenza della Corte Costituzionale, tra l’altro che porta la firma del professor Vassalli, che era stato uno degli autori che talvolta si cita come sostenitore o comunque aperturista sulla possibilità di combinare questi due momenti, la colpa con l’orientamento dell’unitario disegno criminoso, e su questo ho solo da aggiungere questo: nelle loro lamentele in sede d’appello si dice che i Giudici male hanno fatto, come dire, ad aderire integralmente alla decisione della Corte Costituzionale stravolgendo il principio della soggezione del Giudice soltanto alla legge, trasformando quasi in un sistema di Common law il tipo di orientamento giurisprudenziale che evrebbero aperto. In realtà su questo punto la sentenza della Corte Costituzionale, lo ricordo a me stesso, ha una funzione di "legislazione sostanziale", cioè di interpretazione autentica del tessuto normativo, del nucleo normativo e fa stato su questo punto per lo meno sotto due specifici nuclei normativi: l’affermazione di costituzionalità del vigente sistema attuale della legge relativo a continuazione a reati colposi, secondo, l’argomentazione logico – giuridica su cui la Corte fonda su questo giudizio di legittimità. Questo fa parte "dell’interpretazione autentica" che la Corte Costituzionale come Giudice delle Leggi fa della legge stessa, e quindi evidentemente il fatto di avere espressamente escluso la incompatibilità, cioè la irragionevolezza di questa distinzione, legittima la razionalità della distinzione stessa e quindi la compatibilità, che ha una sua ragione profonda dopo tutto, data dal fatto che la continuazione nasce storicamente, lasciamo perdere la sua parziale dissoluzione o dissolvimento per ragioni politico – criminali contingenti dal ‘74 in poi, ma la sua ragione storica – istituzionale è quella di un temperamento, di una eccessiva severità del carico sanzionatorio che emergeva soprattutto rispetto alla responsabilità ai fatti dolosi, mentre questa esigenza e la ratio diciamo della questione costituzionale puramente di dosaggio politico – criminale rispetto a fatti colposi non si avverte e qui sta la ragionevolezza della distinzione. In breve, la conferma del fatto che questa costruzione era una sovrastruttura di cui rapidamente liberarsi è data dall’atteggiamento delle accuse in questo grado, il discorso sulla continuazione letteralmente scompare dalla dialettica del processo per quanto riguarda la voce che proviene dall’Accusa. Seconda sovrastruttura: cooperazione colposa. Abbiamo una fattispecie complessa, plurisoggettiva, in cui il nucleo monosoggettivo della fattispecie di disastro in questo processo si costruisce pluri soggettivamente per il concorso di più soggetti succedutisi in posizione di responsabilità intorno alle fonti di rischio, alle posizioni di garanzia che sarebbero emerse, tutte contribuendo, tutte cooperando a realizzare insieme la fattispecie monosoggettiva in forma plurima, quindi applicazione dell’articolo 113. Perché si ricorre a questo escamotage? Vorrei sottolinearlo subito, vorrei dare subito la mia interpretazione strategica, perché credo di essere in grado di dimostrarne la strumentalità, la fallacia. Anche questo era un punto che forse non è stato messo in luce totalmente, almeno per quanto ho potuto constatare. Qual è lo scopo di ricorrere all’articolo 113, alla cooperazione? Con un successivo passo indietro del Procuratore Generale di cui dovremo discutere, anche questo è un qualcosa di cui devo dare conto a risposta appunto della modificazione, dell’ammodellamento progressivo dell’Accusa in questo processo, è un’altra caratteristica di questo processo, se vogliamo. L’obiettivo di ricorrere al topos della cooperazione colposa è quello proprio di arricchire con il modello della accessorietà e dell’ampliamento del tipo, arricchimento del tipo attraverso, appunto, l’istituto del concorso di persona, dei deficit strutturali di tipicità della fattispecie monosoggettiva. Cosa voglio dire? Attraverso la soggettivizzazione dell’elemento cooperazione si cerca di by passare la verifica dei singoli contributi causali realizzati, che avrebbero dovuto essere realizzati dai singoli soggetti se la fattispecie fosse stata costruita in termini puramente monosoggettivi, e questo è naturale, noi sappiamo che le norme sul concorso di persone nel reato hanno la funzione di rendere, spesso appunto attraverso un semplice sostegno soggettivo di tipo psichico, pensiamo all’istigazione, in tutt’altro settore ovviamente, rendere tipiche condotte che di per sé sono oggettivamente atipiche. Questa funzione ha svolto l’articolo 113. Ha svolto la funzione di proiettare in avanti nel tempo, quindi aggirando i rischi della prescrizione, il momento consumativo del reato, soprattutto diluire in questo indeterminato soggettivismo la necessaria oggettività dei singoli contributi, che dovrebbero essere contributi alla realizzazione di un fatto di evento colposo, quindi con la verifica di un modello oggettivo di colpa specifico, individuale per ciascuno dei soggetti a cui l’evento si attribuisce. Lo dice lucidamente il Tribunale, mi permetto di fare queste citazioni, ridurrò al minimo ovviamente le citazioni della sentenza perché sono bene conosciute, dice il Tribunale: "comunque sia il problema della rilevanza causale della condotta di ogni singolo imputato o imputati agenti in epoca coeva non può essere eluso tramite ricorso alla fattispecie concorsuale nella forma colposa", cioè è stato colto il nucleo di questa strategia: non siamo in grado, o comunque non vogliamo fare, non abbiamo fatto una verifica puntuale di tutti i singoli elementi soprattutto della fattispecie oggettiva colposa, integriamo con il legame soggettivo appunto di cooperazione che ci consente di by passare questa fondamentale (inc.). Perché anche la sovrastruttura della cooperazione colposa non regge, non tiene? Molto sinteticamente richiamo le ragioni per le quali la dottrina prevalente ritiene non compatibile, non sussistente una cooperazione colposa in assenza di una reciproca consapevolezza, piena consapevolezza del contributo dei concorrenti e della connessione del contributo stesso all’evento o quanto meno, alla condotta pericolosa. Perché questo era un passaggio obbligato che le Accuse dovevano negare, benché tesi dominante? Perché è un dato pacifico, fattuale, che storicamente, proprio alla successione nelle varie posizioni di garanzia per un arco di tempo così ampio e così diffuso, rendeva impossibile de facto la possibilità per l’ultimo soggetto della catena di avere consapevolezza del primo, rendeva difficilissima la consapevolezza per l’ultimo del primo, addirittura impossibile per il primo avere consapevolezza del contributo dell’ultimo, dunque bisognava fare saltare questo paradigma ormai dominante della consapevolezza reciproca come elemento tipizzante e fondamentale dell’istituto di cui all’articolo 113. Su cosa si basava lo ricordo soltanto en passant, perché è noto certamente a questa Corte, i dati sui quali la dottrina dominante fonda appunto questa esigenza, innanzitutto esigenza che ci sia questa consapevolezza; secondo requisito, seconda concezione che appunto deve essere contestata, viene contestata dall’Accusa per superare questo schema, l’articolo 113 avrebbe una sistematica funzione incriminatrice per qualsiasi tipo di fattispecie, perché altrimenti non riesce a legare ciò che non è legabile, laddove appunto la dottrina prevalente ritiene necessaria la cooperazione, ritiene che l’articolo 113 svolga una funzione incriminatrice solo rispetto alle fattispecie a forma vincolata, mentre per le fattispecie a forma libera o causalmente orientata come questa di cui noi parliamo avrebbe una pura funzione di disciplina. Nel suo atto d’appello e nei successivi interventi in questa fase la Pubblica Accusa cerca di rovesciare questo punto d’arrivo, questo punto fermo, che non consente di tenere in piedi questa sovrastruttura, questa struttura complessa mettendo a nudo – e a quello ci dovremo arrivare – la pura e semplice fattispecie monosoggettiva, in quanto dice che si trova in dottrina, sarà discusso, ma comunque è fondato sostenere, potere sostenere che insieme funzione tipizzante e quindi incriminatrice per qualsiasi fattispecie di reato e assenza o non necessità di una consapevolezza, possano sposarsi insieme. Su questo la faccio breve, ho dato i precisi riscontri nelle mie note su questo punto. Qui, come dire, la Pubblica Accusa ricorre ad un escamotage dialettico, cioè è bene vero che vi sono in dottrina tesi che sostengono che non ci sia bisogno di consapevolezza perché si integri la fattispecie di cooperazione ma basti la mera prevedibilità, e teorie che sostengono che la figura abbia una funzione incriminatrice per qualsiasi figura di reato, anche per le figure di reato a forma libera e causalmente orientate. Peccato che queste due tesi abbiano ciascuna, siano perfettamente speculari e antagonistiche, nel senso che la tesi che ritiene applicabile a tutte le figure di reato, anche a quelle causalmente orientate, pretende una massima apertura, una massima densità di atteggiamento soggettivo, quasi ai limiti del dolo eventuale, starei per dire la tesi illustre di La Tagliata che è stato il primo che ha introdotto questa visione soggettivistica anche della cooperazione e quindi ha bisogno di questo massimo contributo di soggettivismo e di rappresentazione nell’ambito della cooperazione colposa per poterla estendere anche ai modelli causalmente orientati, chi viceversa fa meno, retrocede – penso alla Severino, che qui ha discusso pure su altri temi, alla tesi della Severino che appunto retrocede sulla prevedibilità ma fissa una barriera insormontabile nei confronti della fattispecie causalmente orientata. Si può anche prescindere da una consapevolezza reale e basarsi solo su quella potenziale ma purché il reato sia forma vincolata, rispetto al reato di evento causalmente orientato questo discorso non può valere, ma evidentemente le die cose fra loro razionalmente antagonistiche non possono essere mescolate con un pessimo eclettismo, un eclettismo che stravolge la fattispecie e allora bisogna confermare che indubbiamente il modello della cooperazione colposa era una sovrastruttura da abbandonare, su cui non poteva l’Accusa fondarsi per colmare i gap di ticipità, vedremo poi quali saranno, che incontrava nella verifica della fattispecie monosoggettiva, nuda e cruda sarebbe a dire nella serie delle imputazioni monosoggettive ai singoli soggetti eventualmente dotati di posizione di garanzia con cui doveva confrontarsi. Su questo punto c’è una postilla, perché in sede di appello su questo punto, tipicità o meno del fatto come plurisoggettivo piuttosto che come una serialità di fattispecie monosoggettive, l’Accusa, in particolare la Procura Generale, ha in qualche misura cambiato rotta, così come un Difensore di Parte Civile, l’avvocato Picotti, in particolare, i quali entrambi si discostano dal paradigma di partenza, sia pure divergendo nelle soluzioni ma arrivando allo stesso risultato finale; di questo mi sento di dovere dare conto perché è un elemento nuovo che entra nel processo, è entrato in questa fase nel processo e a cui bisogna dare risposta per chiarire ed aprire il campo sul discorso. Qual è il presupposto di questa reinterpretazione del modello? È la presa d’atto sia pure implicita dell’infondatezza – questo mi sento di dirlo – della costruzione di partenza e la necessità di allestire in tutta fretta un intervento ortopedico che sanasse questo problema. Ed ecco però l’effetto: le due ricostruzioni, quella del Procuratore Generale e quella dell’Accusa privata, arriveranno ad un identico risultato: la ricostruzione non più della fattispecie plurisoggettiva, che viene abbandonata, ma una ulteriore rielaborazione della fattispecie monosoggettiva, deprivandola tout court dell’evento. Questo è un punto su cui dovremo tornare ma che già emerge su questo profilo. Il Procuratore Generale cosa dice? "no, non di cooperazione si tratta, si tratta di un concorso colposo di cause indipendenti", che peraltro vanno a confluire in un unico evento, il macroevento di disastro di cui parleremo tra un attimo, dice il procuratore Generale: "non è possibile riconoscere la responsabilità di ciascun imputato sul presupposto della rilevanza causale e il suo apporto anche a prescindere dalla sussistenza in capo a lui dei requisiti soggettivi caratterizzanti la cooperazione nel reato colposo". Questi non ci sono più, non è impossibile raggiungere un accertamento della responsabilità. Ma qui torniamo al punto di partenza, o meglio ci portiamo verso il punto successivo: abbandonato quello schema bisogna passare da un percorso diverso, cioè se qui si evoca il modello delle cause colpose concorrenti, allora bisogna individuare tante fattispecie monosoggettive di disastro provandone la sostanza in tutti i suoi elementi costitutivi, a partire dall’evento ma soprattutto retrocedendo alle singole condotte e ai singoli nessi di causalità, ecco quello che consentiva di by passare la cooperazione, evitare una verifica puntuale dei singoli nessi di causalità tra l’evento e la singola condotta, attraverso il modello della cooperazione, soprattutto tenendo conto che la struttura di queste condotte è prevalentemente omissiva, non avere impedito, addirittura non avere restaurato una situazione di rischio o di approfondimenti di rischio retrocedendolo a livelli meno elevati realizzato dal predecessore, e con questo escamotage in realtà il Procuratore Generale si è trovato al punto di partenza, cioè di dovere dimostrare ciò che nel processo non ha mai dimostrato e che in qualche misura aveva occultato con il modello della cooperazione colposa. La Parte Civile abbandona il topos della cooperazione e a questo punto, però, deve anche questa trovarsi ad individuare un evento a cui raccordare le singole condotte, e l’evento a questo punto è lo stato della laguna; è chiaro che non possiamo imputare macroeventi, fatti giganteschi tutto all’inquinamento della laguna inteso come degrado materiale, fisico, naturale, perché è difficile accertare la causalità, qual è la sua partecipazione, qual è la colpa. Questa è l’aporia in cui si imbatte la Parte Civile quando abbandona il topos della cooperazione e allora come esce visto riconosce che questo macro evento non è imputabile come evento finale in cooperazione di una serie quasi infinita di condotte autonome e indipendenti, l’evento in realtà è la condotta stessa, è ricompreso nella condotta, non c’è più bisogno di nominarlo e quindi di accertare il nesso di causalità, un nesso di causalità che viene addirittura dichiarato impossibile da accertare. Ma la Parte Civile non se ne cura perché dice che non c’è bisogno di accertarlo perché l’evento è già ricompreso nella condotta, questa è la sintesi di questo discorso. Peccato, però, che qui ci troviamo di fronte a un reato di evento, ed è questo di cui voglio discutere adesso. È rimasto difatti, una volta liberata da queste sovrastrutture che sembravano impacciarla, ma in realtà la impacciavano di fatto, erano strutture che dovevano servire, come dire, a fare volare questa accusa, ci troviamo di fronte al modello centrale, la fattispecie monosoggettiva di disastro innominato colposo. Qui ci sono però di questa figura, che ovviamente è notissima, vi rientrerò solo, anche qui per flash, per individuare alcuni nodi fondamentali che possono sviluppare il nostro discorso, di questa figura ci sono due versioni completamente diverse, sono transitate in questo processo due versioni completamente diverse e tra loro antitetiche: una versione dell’Accusa e una versione del Tribunale, delle Difese e poi accolta dal Tribunale. Quali sono le strutture e i contenuti del disastro innominato per l’Accusa? È un reato a condotta plurima, di pura condotta plurima, prevalentemente omissiva – è la versione dell’Accusa -, è un reato permanente, è un reato ad oggettività giuridica vaga e diffusa. Dicevo a condotta plurima perché rappresentato da un fascio indistinto di condotte laddove l’evento – è stato detto assai meglio di me da chi mi ha preceduto – è una sorta di macroevento che svanisce in una entità totalizzante, e anche qui mi permetto di richiamare un passo folgorante, direi, della sentenza, che ha colto benissimo questa manipolazione della figura: "strumento di questa discutibile operazione interpretativa – lo dice la sentenza – è il costante riferimento dell’Accusa a una nozione di disastro ecologico permanente, nel quadro di un modello unitario, concorsuale, nella forma colposa dell’articolo 113 Codice di Procedura Penale, per omissione, che assume la centralità della mancata bonifica di siti contaminati da terzi antecessori in antica data". Questo è veramente, come dire, il nocciolo, il succo della versione, la sintesi tacitiana, starei per dire, che la sentenza fa di tutto l’impianto accusatorio, quindi reato a fascio di condotte, quindi con un evento talmente grande da non potere essere visto o comunque svanito, dissolto nelle condotte, reato permanente, appunto la permanenza nel reato come dimensione diacronica di tutte le condotte, reato ad oggettività giuridica diffusa, diffusa perché l’oggetto giuridico della tutela che si ritiene leso in questo contesto è l’intero ecosistema, l’ecosistema lagunare nel suo complesso, appunto disastro ecologico in cui l’ambiente stesso, quindi una entità diffusa, collettiva, un bene che normalmente viene definito appunto diffuso oppure sovraindividuale, ma diffuso tout court, viene direttamente attinto. La versione del Tribunale – la conoscete benissimo – è viceversa opposta, è un altro reato, un’altra figura: il disastro innominato è un reato d’evento, è un reato istantaneo, è un reato con oggettività giuridica determinata, una oggettività giuridica nella specie che è sovraindividuale, attenzione, non collettiva o diffusa, sovraindividuale in senso stretto, cioè che attinge una collettività di soggetti indeterminati ma determinabili, che poi alla fine andranno determinati perché, se non li si riesce a determinare, manca l’oggettività, manca l’offesa al bene giuridico, questa è la tesi del Tribunale. Chi ha ragione? Proverò a dimostrare, rintuzzando in merito le contro repliche dell’Accusa, che ha ragione la sentenza in questa ricostruzione della figura e torto l’Accusa. Principiando dal connotato per così dire strutturale del fatto, e cioè affrontando il problema della congetturata permanenza, del carattere permanente del reato. Anche qui cercherò di non annoiare la Corte richiamando le tesi, la dogmatica sulla permanenza e sulle caratteristiche della permanenza, ma limitandomi a segnalare e poi dare il giusto valore anche qui ad un mutamento di rotta che è intervenuto nel corso di questo giudizio da parte della pubblica Accusa, in particolare del Procuratore Generale, sottolineando che tra l’altro questo escamotage della permanenza, se forse poteva servire sotto il profilo prescrizionale, non poteva servire affatto rispetto all’obiettivo grosso che a me sembrava perseguito dall’Accusa con questa ulteriore deformazione del tipo, cioè quello di individuare dalla permanenza, quindi dal protrarsi del tempo, fonti di obbligo e trasferimenti di obbligo, le fattispecie contestate hanno struttura essenzialmente omissiva, quindi omissiva d’evento, quindi la posizione di garanzia è un tema delicatissimo su questo fronte, è già stato affrontato, non mi soffermerò ovviamente. Se questo era l’obiettivo, cioè di trarre dalla situazione permanente, quindi che si protraeva in un arco di tempo lunghissimo, quindi si spiegava in un una dimensione diacronica la possibilità di trarre fonti di obbligo tra un prima e un dopo o la possibilità di individuare trasmissività di obbligo proprio per la permanenza in atto che in qualche misura, tenendo viva l’offesa, consentiva questa trasmigrazione della responsabilità da una posizione di garanzia all’altra, se questo era l’obiettivo, e ho il sospetto che fosse questo l’obiettivo principale, è un obiettivo fallito in partenza perché – e non mi soffermo su questo – è assolutamente consolidata l’acquisizione, soprattutto dalla nota sentenza delle Sezioni Unite del ‘94, che anche rispetto ad un reato permanente la fonte dell’obbligo non può derivare dalla permanenza stessa, cioè dal protrarsi dell’offesa, dal provenire dell’offesa da attività precedenti, di altri soggetti, non può essere fonte di trasferimento la responsabilità di una condotta realizzata da altri neppure di fronte ad un’ipotesi di reato realmente permanente. Nell’ipotesi in questione, credo sia stato dimostrato nel modo più chiaro nel primo grado e confermato dalla sentenza, siamo di fronte ad un reato sicuramente istantaneo, e qui appunto dicevo l’aggiornamento, lo riconosce a questo punto anche il Procuratore Generale, l’ha già citato il collega che mi precede, faccio solo una postilla in merito: nella sua memoria il Procuratore Generale sembra ravvedersi di questo equivoco, peraltro perfettamente trasfuso nel capo d’imputazione, e sostiene la permanenza in atto a cui si fa riferimento nel capo d’imputazione aggiornato alla data del 31 dicembre 2000 è una precisazione relativa all’attualità delle conseguenze, quindi degli effetti disastrosi", quindi sembrerebbe dire: attenzione, non ho parlato di reato permanente ma di reato a effetti permanenti, il che vuole dire di reato istantaneo, poi vedremo tra un attimo come i due modelli si combinano come le due facce di una stessa medaglia. Molti reati, le figure più classiche, l’ha ricordato il professor Padovani, nella sua esemplare introduzione a questa parte della discussione, l’omicidio è per definizione un reato istantaneo, per definizione è l’idealtipo del reato istantaneo, è l’idealtipo del reato con effetti permanenti, quindi questo non è niente di strano e di nuovo, potremmo accettarlo come una sorta di ammissione di errore e di proseguire, sennonché il Procuratore Generale fa un passo avanti, fatta questa sostanziale ammissione, questa sorta di errata corrige però prosegue, su questo io devo dire qualcosa, devo ribattere. Proseguo in questi termini, mi scuso di dover citare testualmente, cerco sempre di limitare al massimo le citazioni perché so che interrompono il ritmo del ragionamento, si dice: "la permanenza in atto a cui si fa riferimento – è quello che ho letto prima – negli effetti disastrosi delle condotte colpose contestate agli imputati in linea con l’impostazione accusatoria", allora non è vero che ho riconosciuto l’errore, ritengo che la linea accusatoria continua tale e quale, che postula la possibilità riconosciuta anche dal Tribunale di Venezia di configurare eventi disastrosi che prendono forma anche in ambiti temporali assai dilatati e di ricollegare causalmente quegli eventi a condotte plurime succedutesi nel tempo e riferibili ciascuna a diverso soggetti investiti di una posizione di garanzia anche se operanti in contesti temporali non concomitanti". Confesso che il rilievo non è chiarissimo, ma mi sembra importante in qualche misura decifrarlo proprio per sgombrare il campo anche di quest’ultima concrezione abusiva della fattispecie di disastro innominato, cioè al suo presunto carattere permanente. Io do questa lettura a questa errata corrige dell’errata corrige del Procuratore, sembra formulare questo sillogismo: premessa maggiore tacita: la fisionomia e la struttura dei reati permanenti comportano determinate qualità, atte a fornire un buon cemento agli edifici accusatori pericolanti, questo è un po’ il mio cattivo pensiero, ma che identifico con la strategia accusatoria su questo punto, prima tra tutte la sostanzialmente imprescrivibilità del reato ma soprattutto la creazione artificiale per trasmissione di posizioni di garanzia, ecco perché si citano appunto i vari soggetti investiti di posizione di garanzia che se la passano uno con l’altro, proprio perché durano nel tempo gli "effetti". Premessa minore questa dichiarata: la fisionomia e la struttura degli effetti permanenti dei reati non permanenti, cioè quelli istantanei, è del tutto simile a quella dei reati permanenti, altrimenti non si potrebbe capire come si possa dire che l’impianto accusatorio su questo profilo continua perfettamente. Conclusione: anche gli effetti permanenti dei reati istantanei hanno le stesse qualità cementatrici di cui si accredita il topos immaginario del disastro permanente, altrimenti non si insisterebbe su questa capacità, come dire, tipizzante e radicante responsabilità. Si tratta però di un sillogismo zoppo, se non addirittura di un falso sillogismo, un vecchio modello scolastico che ci propinavano gli apostoli, Pietro è il n. 12. Non tiene questo sillogismo perché innanzitutto è falsa la premessa minore, perché appunto, ed è questa la sottolineatura finale che volevo dare sul punto, reati permanenti e reati ad effetti permanenti, quindi istantanei, ad effetti permanenti e reati permanenti in senso proprio sono sotto questo profilo assolutamente antitetici, non solo non sono simili, non solo non hanno rapporto da genus a species o addirittura non sono tra loro collegabili da nessi di similitudine, ma sono per definizione strutturalmente antitetici, proprio perché i reati istantanei sono nella stragrande maggioranza dei casi ad effetti permanenti, a partire dall’omicidio, fino ai maggiori reati contro il patrimonio di regola, in quanto offendono normalmente beni distruttibili, questo è il punto chiave, la vera distinzione tra i due modelli, è una distinzione orientata sull’oggettività giuridica, tipicamente il reato istantaneo è un reato o può esserlo di regola, non è reciproco ma di regola si connette a beni distruttibili, li lede irrimediabilmente e tendenzialmente istantaneamente, ripeto, il modello della lesione personale, dell’omicidio tornano assai bene e ne producono poi permanenti effetti, perché la lesione non può essere rimarginata. Viceversa strutturalmente il reato permanente in senso stretto, il reato permanente proprio, per definizione, proprio per sua struttura si indirizza a beni indistruttibili, proprio perché la struttura comporta, ma degradabili ovviamente, o suscettibili di una mera compressione che si dilata di nuovo quando – e questo è il nucleo del modello di reato permanente classico – lo stesso soggetto che assume una posizione, lo stesso agente che assume una posizione di garanzia nei confronti del bene giuridico che ha compresso toglie questa compressione, questo è il meccanismo. E il meccanismo, appunto, è un meccanismo che esclude la permanenza degli effetti di un reato permanente – mi si scusi il bisticcio -, in quanto permanente un reato non potrà mai avere effetti permanenti: o cessa la permanenza, e quindi anche gli effetti, o perdura la permanenza ma non gli effetti permanenti, che sono collegabili solo con reato istantaneo. Ecco dunque che la precisazione che era importante decifrare da parte della pubblica Accusa è una precisazione di rinuncia alla qualifica del reato in questione come reato permanente. In breve, il periplo dell’Accusa intorno all’isola che non c’è della permanenza nel disastro innominato si è rivelata veramente per quello che è, un circulus vitiosus che anche questo va accantonato. Veniamo al nucleo della fattispecie monosoggettiva, disastro innominato colposo. Salto un passaggio sull’oggettività giuridica, questa figura, pubblica incolumità, poi ne vedremo meglio la struttura, che ha riferimento all’incolumità delle persone direttamente, non di altri beni in quanto reato di pericolo, che si collega ad altri beni, come vedremo, ma sotto un profilo di danno. Non esiste un disastro ecologico nei limiti in cui l’ambiente non è, non può essere considerato in questo sistema, in questo quadro normativo, come un autonomo, indipendente oggetto di tutela, come vorrebbe la Pubblica Accusa. Ne ricavo una conferma, così, lo dico en passant, del fatto appunto che l’ambiente è fuori di regola dal novero, l’ambiente come tale, quindi come oggetto autonomo, ci intendiamo, dal novero di questa tipologia di reati, da una norma recente, l’articolo 423 bis, introdotto di recente nel nostro ordinamento, all’interno di questo corpo, quindi con una scelta ragionata del legislatore, incendio boschivo, che all’ultimo comma prevede: "le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate della metà se dall’incendio deriva un danno grave, esteso e persistente all’ambiente". Il legislatore ha sentito il bisogno di introdurre ex novo, quindi evidentemente prima mancava una tutela di questo tipo, l’ambiente come autonomo oggetto di tutela di questa categoria di reati, e l’ha introdotto con due caratteristiche, che non sono caratteristiche da poco, si potrebbe dire, ma questa è una rinnovazione, non tocca l’impianto generale, il legislatore del 30 poteva pensarla diversamente; no, evidentemente a questo punto il legislatore ha fatto una scelta sistematica, il sistema va considerato così com’è adesso per una valutazione complessiva, quindi questa innovazione si è inserita ormai in modo definitivo, e con due caratteristiche: viene considerata la tutela dell’ambiente come tale solo in termini di aggravamento di un reato di struttura diversa, orientato ad altri beni giuridici; viene tutelato solo a fronte del danno e non rispetto al pericolo; terzo elemento, viene tutelato – anche questo è un dato ermeneutico di grande importanza – in relazione ad una singola figura di reato, per una evidente scelta legislativa, perché il legislatore intervenendo, se avesse abbandonato nel diritto penale accessorio questa figura senza nessun collegamento con il titolo avremmo potuto pensare a una disattenzione, no, l’ha voluta collocare nel titolo, l’ha riguardato, l’ha ristrutturato e ha limitato questa valorizzazione rispetto un unicum dell’ambiente come un momento autonomo rispetto agli altri beni giuridici già tutelati da questo ordinamento con la sola fattispecie di incendio, il principio di tassatività ci conferma, a ulteriore conferma di ciò che andavamo dicendo, di ciò che si è sempre detto, che semmai questo bene autonomo trova una collocazione esclusivamente limitata in questi termini e all’interno di un disastro innominato particolare, l’incendio, e non altro. La struttura, qui mi preme fare – e spero di non annoiare troppo la Corte perché sono cose note ma che voglio ricapitolare un po’ dal mio punto di vista per aiutare il mio discorso, quindi vi prego di scusare questa sintesi che potrebbe sembrare, come dire, pedante, ma la avverto come necessaria. Perché anche su questo si è innescato un equivoco importante che va sciolto, proprio sulla oggettività materiale, a questo punto, della fattispecie. Nel nostro ordinamento noi abbiamo tre modelli diversi, in realtà sarebbero quattro ma limitiamoci a tre, di disastro innominato: quella che io definisco fattispecie base o figura base, quella del primo comma dell’articolo 434, il fatto diretto a cagionare il crollo; una fattispecie cosiddetta aggravata, dico cosiddetta perché qui, ma lo risparmio assolutamente, c’è dibattito come loro sanno in dottrina, anche in giurisprudenza emerge qualcosa circa la figura autonoma aggravata di questa figura ma ci interessa relativamente, in questo contesto lo metto sicuramente da parte; e infine il terzo modello, quello che ci riguarda, il disastro innominato colposo, cioè la combinazione della figura base dolosa con la punibilità, l’estensione del tipo al modello colposo. Sono tre modelli diversi che hanno delle caratteristiche da non confondere, dico da non confondere perché anche qui, nel percorso dell’Accusa, a mio avviso c’è stata una qualche confusione che va assolutamente dissipata. La figura base è una figura a doppio evento, ovviamente è dolosa, orientata dal dolo, primo comma, a doppio evento ma entrambi eventi di pericolo, cioè un pericolo di danno, cioè pericolo del crollo della costruzione o del disastro, cui deve seguire un pericolo per la pubblica incolumità, due eventi, sono eventi entrambi di pericolo. Va subito sottolineato che il pericolo qui, anche in questa figura base in cui non vi sono elementi di danno, non è un pericolo comune o generico né tanto meno, come dire, non viene neanche posta la questione, su questo la giurisprudenza e la dottrina sono assolutamente unanimi, ma nel senso che non si tratta di un reato, voglio dire, di condotta pericolosa, come certe figure di reato contro l’incolumità pubblica mediante frode, in cui è la condotta pericolosa, anche se anche in qualche altro come giustamente è stato posto in luce oggi dal professor Mucciarelli un evento viene ricavabile, ma lì predomina la componente condotta pericolosa. Qui siamo, anche in questo primo modello, un reato di evento a tutti gli effetti, in cui il fatto diretto a cagionare non coincide con la condotta, ma il risultato di una condotta che produce un fatto, un accadimento esterno che ha la pregnanza, che crea, quella che appunto i teorici del diritto individuano come situazione di pericolo, da cui deriva il pericolo per la pubblica incolumità, ecco perché due eventi di pericolo, il pericolo del danno materiale, quindi il fatto che crea la situazione di pericolo, il danno materiale a cui si collega però necessariamente il pericolo per la pubblica incolumità, per cui una semplice condotta certamente efficientissima a produrre un crollo ma in una situazione in cui da questo fatto creativo di situazione di pericolo non possa derivare un pericolo per la pubblica incolumità non integra il tipo neppure del primo comma. Il secondo comma, sempre nel modello tipico doloso, di delitto doloso, viceversa comporta l’avvenuto crollo o l’avvenuto disastro, qui in maniera più evidente, più materializzata, siamo di fronte ad una figura a due eventi, non è una novità, capita nel diritto penale, una truffa a due eventi, un profitto e un danno, qui abbiamo due eventi. Come per ogni fattispecie a doppio evento, tra condotta ed entrambi gli eventi deve correre un nesso di causalità ininterrotto. In questo caso, diversamente viceversa appunto dalla truffa in cui ci possono essere divergenze dei vari momenti, il nesso di causalità deve essere sequenziale tra i due eventi, perché qui è molto chiara anche su questo la norma: un fatto di disastro o di crollo, quindi danno alle cose, da cui deriva un pericolo per le persone. Qui la sequenzialità, come dire, è in direzione obbligata, unica, e cioè ci possono essere solo due alternative: o c’è una sorta di contestualità tra evento di danno alle cose ed evento di pericolo alle persone, per cui, come dire, si mescolano strutturalmente temporalmente entrambi, o in immediata sequenza dal crollo deriva il pericolo, sempre attraverso un necessario nesso di causalità. Terzo modello, a questo punto, quello colposo. Anche qui bisogna fare un rapido chiaramente, l’ha chiarito benissimo prima di me il professor Stella, quindi mi riporto alle sue sottolineature, ma anche questo bisogna pur dirlo, proprio perché su questo poi l’Accusa ha creato equivoci. La fattispecie di cui discutiamo, cioè che nasce dal combinato disposto è una norma estensiva della punibilità, in definitiva l’articolo 449, quindi il combinato disposto 434 e 449 si aggancia necessariamente al secondo comma del 443 e cioè riguarda la fattispecie, la figura che ho definito aggravata, con due eventi molto netti e distanziati, l’uno di danno alle cose, quindi evento di lesione più evento di pericolo. Si arriva a questa conclusione per una serie di dati assolutamente testuali. Sono un po’ costretto a sottolineare queste cose perché, come vedremo tra un attimo, nella ricostruzione della Pubblica Accusa l’evento di danno si è praticamente volatilizzato, non lo troviamo più, e noi discutiamo su una fattispecie contestata ex 434 più 449 come se viceversa l’imputazione riguardasse l’articolo 450, che è norma che effettivamente prescinde da un evento di danno alle cose, ma si accontenta del pericolo. Si accontenta del pericolo, però, solo rispetto ad un novero nominato e tassativo di disastri, tra i quali non compare il disastro innominato colposo, e qui mettiamo punto, evidentemente, qui è il principio di tassatività che ci guida senza possibilità di fallire il passo, non c’è dubbio che il disastro innominato colposo che si contesta in questo processo, per essere punibile deve vedere integrati in forma colposa entrambi gli eventi tipici della fattispecie aggravata di cui parlavamo: l’evento di danno materiale e l’evento di pericolo personale. Questo è il punto di partenza, anche qui mi scuso di doverlo ricordare e sottolineare, ma uno dei momenti topici di questo processo, uno dei momenti in cui l’Accusa ha manipolato, dopo averla gravata di sovrastrutture che non le pertinevano, ha manipolato la fattispecie monoseggettiva è proprio quella che riguarda anzitutto l’evento di danno che, come dirò tra un attimo, tende a essere dissolto nella fattispecie. Individuato il tipo di cui parliamo, vediamo qual è la morfologia di questo evento, per meglio dire degli eventi di cui dobbiamo parlare. Anche qui è un passaggio che mi sento di dovere fare prima di arrivare alla parte finale, al nucleo centrale del discorso, che appunto riguarderà essenzialmente l’evento di pericolo, in quanto come sappiamo e se ne è parlato molto, siamo di fronte appunto ad un disastro cosiddetto innominato, con tutti i problemi che sono derivati, i sospetti di incostituzionalità che qui non voglio neppure citare lontanamente, che conosciamo tutti, diciamo da questa esperienza, da questa diatriba una sola cosa credo si possa ricavare tranquillamente: è definito innominato ma non deve restare innominabile perché, se rimane innominabile, allora tutti i dubbi di incostituzionalità che, voglio dire, adesso mettiamo tranquillamente da parte, risorgono immediatamente e quindi l’esigenza di tipicizzazione almeno in sede giudiziaria, se non in sede di nozione astratta, non ci ha pensato il legislatore, in altri termini, ma ci deve pensare necessariamente il Giudice a nominarlo, a tipizzarlo questo evento. E per tipizzarlo si passa attraverso tre elementi che vanno individuati in interpretativa: la struttura dell’evento, la classificazione dell’evento, i contenuti dell’evento, in estrema sintesi. La struttura dell’evento – va detto rapidamente – un evento di danno sicuramente per le persone, un evento di pericolo per quanto riguarda l’evento relativo alle persone. Qui voglio sottolineare che c’è un elemento, è un dato quasi acquisito, ma c’è una ragione storica che ci fa dire senza possibilità di equivoco che si tratta di pericolo concreto anzitutto, poi vedremo in che termini, in quali sotto categorie di pericolo concreto possiamo collocarlo, ma è certamente un pericolo concreto. Ce lo dice addirittura il legislatore storico, che certamente non può essere tacciato, come dire, di eccessivo lassismo nella tutela di questi beni abbastanza generosamente tutelati in questo capo, anche guardando le pene, soprattutto nell’ambito doloso ma anche in quello colposo. Per definire il concetto di fatto diretto a cagionare, quindi il modello base di cui parlavamo, la relazione ministeriale dice letteralmente: "in sostanza trattasi di fatti che per la loro direzione e per la loro attitudine materiale ed obiettiva rientrerebbero nella sfera del tentativo rispetto all’evento voluto dalla gente, ma che la legge considera come sufficiente alla percezione di un delitto autonomo. È questo un titolo di pericolo che si perfeziona appunto senza il verificarsi di quell’evento immateriale che costituisce lo scopo della condotta della gente". Perfetto direi, nel senso che proprio che si tratta di un tentativo di danno. Dicevo il tentativo, non c’è dubbio che nel nostro sistema, proprio per la sua caratterizzazione oggettivistica, non soggetivistica, come in altri ordinamenti, nel nostro ordinamento il tentativo è costituito oggettivamente, idoneità e univocità, deve realizzare un pericolo concreto, è un reato di pericolo concreto, un pericolo concreto per il bene giuridico tutelato, altrimenti siamo negli atti preparatori e non c’è punibilità, non c’è dubbio. Sotto questo profilo il dato torna completamente e questa delucidazione relativa alla fattispecie dolosa è sicuramente trasportabile nella parallela fattispecie colposa che certamente non punibile a titolo di tentativo, questo è ovvio, ma quando la relazione delucidava questo profilo del fatto diretto a cagionare ne illuminava la fattispecie oggettiva, non il dato soggettivo del dolo che connette il tentativo. E quindi reato di pericolo concreto. Resta però da vedere come si configura, qual è la morfologia di questo evento, è un disastro innominato e innominabile, che la realtà nella sua complessità, nel suo convulso procedere ci può ogni giorno fare apparire in forme diverse, inusitate, impossibili? No, non è così, non può essere così, bisogna individuare una tipologia, un modello, una classe di eventi simili in cui questo evento si deve collocare, con un procedimento di tipo analogico necessariamente, questo ce lo impone il legislatore, è una analogia come dire doverosa, perché il legislatore inserisce in una determinata categoria qualcosa che non nomina mettendolo a fianco di qualcosa che nomina, sul presupposto evidente, sia pure implicito, che c’è una analogia, che è un procedimento che la giurisprudenza ha conosciuto nei tempi non felici in cui vigeva questa disposizione certamente tacciabile di incostituzionalità e cosiddetti mestieri analoghi dell’articolo 121 TULPS, come faceva il Giudice questa norma a riempirla? Doveva riempirla attraverso un procedimento di analogia che normalmente gli è vietato ma in questo modo gli era in qualche misura autorizzato e imposto dal Giudice, quindi dobbiamo costruire la nostra faccia di disastro innominato analogamente a modelli di disastri innominati, questo è il discorso di fondo. E quindi come lo costruiamo? Con due parametri, uno negativo e l’altro positivo, questo è un onere necessario della giurisprudenza di fronte ad una fattispecie che altrimenti sfuma nella indeterminatezza costituzionalmente non consentita, non si scappa da questo. Allora, in negativo, non potranno essere disastri innominati, cioè non potranno entrare in questa categoria eventi di danno lesivi di altri beni giuridici, cioè di beni giuridici diversi dalle cose, dato focalizzato dal primo evento, ovvero dall’incolumità delle persone, attenzione, viste come collettività di persone, perché questo è un reato di comune pericolo e non un reato contro la vita o la integrità personale dei soggetti singoli. Per cui si dovrà escludere sia la lesione di beni giuridici diversi, tanto è vero che è una conferma del 423 bis, quando ha dovuto il legislatore inserire la protezione di un bene giuridico diverso, cioè l’ambiente, che non è bene patrimoniale come tale, né bene dell’integrità personale, l’ha dovuto scrivere per esteso, ha dovuto prendere la penna e l’ha dovuto scrivere. Quindi non altri beni giuridici, non altri eventi disastrosi già nominati, e mi riferisco qui pacificamente – e questo è chiaro – ai reati di comune pericolo mediante violenza, certamente non si potrà contestare insieme, sarebbe concettualmente anche immaginabile contestare insieme il disastro ferroviario e il disastro innominato, ma logicamente non c’è spazio a livello interpretativo, a meno che appunto di fare del disastro innominato davvero una mina vagante nel sistema che fa saltare tutti i più fondamentali principi, ma questo a mio avviso non vale – qui è un punto di debolezza della costruzione accusatoria – non vale neanche a combinarsi – ed è un tema che sottopongo a questa Corte come un ulteriore elemento, come dire, di chiara debolezza dell’Accusa – neppure con gli altri reati di comune pericolo, quelli mediante frode, come l’avvelenamento e l’adulterazione, etc., proprio perché evidentemente si deve trattare di un dato, un nucleo che si distingua da un lato da tutti quelli nominati, cioè che non coincida con tutti quelli nominati, che dall’altro lato – e qui è il dato positivo – sia analogo, sia simile, abbia una rilevante somiglianza, come ci insegna Bobbio quando ci guida nel lessico del procedimento ermeneutico analogico, con gli eventi che sono nominati. Ed ecco che qui emergono quelle caratteristiche di dato unitario, contestuale, a effetti diffusi, violenti, che Padovani ha scolpito brillantemente. Qui io vorrei solo, proprio sulla morfolologia, perché ci è utile poi per arrivare al punto conclusivo del mio ragionamento, citare un recente contributo che è già stato citato in questo processo, di un magistrato valentissimo, Corbetta, che ha scritto un lavoro trattatistico, quindi basato sulla esperienza della giurisprudenza in senso lato, cioè che congloba la scienza e la giurisprudenza penalistica, la giurisprudenza penalistica in senso alto, cioè delle concezioni che emergono dalla giurisprudenza più avvertita, dal contributo più orientato alla prassi e meno astrale della dottrina, vedendo proprio questo quadro, in qualche misura lo stato dell’arte della categoria, ha individuato una interessante distinzione, una classificazione dei disastri, del modello del disastro, identificando, arrivando a identificare su questa strada proprio, anche alla ricerca di una tipizzazione del disastro innominato, una nozione unitaria di disastro che qui cito letteralmente: "indica come caratteristica del fatto disastro un dissolvimento della cosa tale da produrre effetti straordinari per gravità, complessità e estensione", e qui, lo trae dalla giurisprudenza questo discorso "le caratteristiche comuni si possono cogliere sotto un duplice profilo: in primo luogo vi è un elemento quantitativo o dimensionale che contraddistingue il fatto della soggettività – pur non dovendo rivestire una portata in mano eccezionale, questo lo dice tranquillamente la giurisprudenza, non deve essere necessariamente un cataclisma, ovviamente -, tuttavia si tratta di eventi distruttivi che per rilevare la stregua del disastro devono assumere proporzioni non comuni a cui si accompagnano danni gravi ed estesi e che si manifestano in processi in cui si distinguono due modelli di disastro: disastro statico e disastro dinamico", e ci aiuta molto a entrare nella logica di questo concetto, danni gravi ed estesi che si manifestano in processi o spazialmente e temporalmente delimitati come avviene nei disastri statici, e poi dirò quali sono i disastri statici, ovvero più dilatati, come nei disastri dinamici". Disastri statici: disastro aviatorio, disastro ferroviario, naufragio; più dilatati, disastri dinamici: incendio, inondazione, epidemia. Allora è chiaro il discorso, è che cosa si intenda per i due modelli. Innanzitutto questa categorizzazione esaurisce in chiave tassonomica l’universo dei disastri tipici, al di fuori non se ne possono trovare, e laddove i disastri statici sono pacificamente circoscritti nello spazio e nel tempo, i fenomeni naturalistici dinamici sono suscettibili di espandersi e progredire in maniera incontrollata con il trascorrere del tempo, ma hanno però una caratteristica comune, promanano innanzitutto da una fonte circoscritta di innesco, unica, unitaria, concentrata, in una parola sincronica, è il caso appunto dell’inondazione, un corpo d’acqua che improvvisamente tracima e poi le conseguenze ovviamente non sono immediate, durano nel tempo, ma collegate in una unità più dilatata spazio–temporale, ma sempre in un’unità. Di avere una durata comunque relativa, ben limitata nel tempo e nello spazio, coincidente necessariamente con l’esaurirsi in un tempo e in un luogo puntualmente verificabile, qui è l’esempio dell’inondazione o dell’epidemia, coincidenti di volta in volta con il fronte terminale della frana o della valanga, con il culmine dell’ondata di piena prodotta dall’inondazione, con l’esaurirsi dell’epidemia, una volta che il focolaio è esploso, ovviamente dura, avrà un tempo, dopodiché manzonianamente arriva la pioggia e il morbo si allontana, ma c’è un inizio e una fine bene determinati; soprattutto entrambi devono scaturire direttamente da quel fatto, da quell’evento di pericolo iniziale, da quella situazione di pericolo da cui è partito. Ma soprattutto è importante vedere che in questa catalogazione, che vi propongo per quello che è, ovviamente, il frutto di una elaborazione scientifica, ma tratta direttamente dall’esperienza giurisprudenziale, in questa catalogazione, ed è perfettamente logico che sia così, il disastro innominato, in quanto collegato topograficamente al crollo in costruzioni, di cui evidentemente il paragone più importante, è sicuramente catalogato come disastro statico. Sono alla parte finale del mio ragionamento. Qual è il fulcro, allora, di questa imputazione riportata nell’alveo della sua fisionomia naturale, cioè tolto ogni maquillage che lo sconciava in una maschera grottesca? Mi sia consentita questa immagine. Il fulcro di questa fattispecie io lo vedo in termini proprio ermeneutici, di individuazione del tipo, in quella che potrei definire la ridescrizione dell’evento, cioè il compito che il Giudice rispetto ad una fattispecie d’evento a forma libera, causalmente orientata, per di più collegata ad una fattispecie omissiva colposa, deve seguire per dimostrare la tipicità del fatto, cioè ridescrivere l’evento partendo dalla sua fisionomia hic et nunc, collegandola attraverso leggi di copertura scientifiche alle condotte anch’esse tipizzate secondo un rigoroso metodo, questo è il fulcro della situazione. E qui ci sono dei passaggi obbligati, torno dall’inizio e parto andando molto rapidamente perché voglio arrivare a concentrare il discorso proprio sull’evento in senso stretto. Ovviamente il punto fondamentale, certo, di partenza, sono le condotte, che qui sono condotte omissive colpose, cioè condotte ad alto tasso di normativismo, ad alta necessità di tipicizzazione, le quali, per essere causali, e quindi per produrre l’evento tipico, essere causalmente tipiche, devono avere connotati di tipicità che vanno verificati: la presenza di una posizione di garanzia, la violazione di una singola regola di diligenza, la copertura del rischio tipico integrato dalla violazione della regola di diligenza, tutti passaggi che l’Accusa non ha fatto, non è stata in grado di fare, su questo tema io non mi soffermo, è già stato ampiamente trattato, sotto il profilo soprattutto della colpa, quindi non voglio annoiare su questo fronte. Voglio solo segnalare che le fattispecie cosiddette a forma libera, cioè quelle causalmente orientate, forse non sono davvero così a forma libera, non sono affatto a forma libera tutte le volte in cui la causalità è prodotta da modelli omissivi colposi, cioè modelli che di naturalistico non hanno praticamente nulla, sono densi di paradigmi di tipo normativo, la regola di diligenza, la posizione di garanzia, senza le quali c’è, ci può essere una causalità naturalistica, ma che non interessa minimamente il penalista perché non la riconosce come la sua causalità. In altri termini in un modello di questo genere l’evento è tipico solo nella misura in cui siano dimostrate ricche di tutti gli elementi di tipicità che devono avere le condotte che l’hanno preceduto, e già questo non è stato fatto, ma su questo, ripeto, non mi diffondo, non è il mio tema, lo voglio solo dare come un dato acquisito. Allora come l’Accusa ha provato gli eventi di questa fattispecie, questo è il nucleo e la fine del mio discorso, come e in che misura ha provato o ha tradito la prova dell’evento di danno, come e in che misura ha provato o tradito la prova dell’evento di pericolo, il mio contributo modesto vuole limitarsi essenzialmente a questo. Primo profilo, diciamo inverto solo per un attimo l’ordine che mi sono autoassegnato danno–pericolo, ordine logico, nel senso che nella struttura della fattispecie abbiamo detto siamo in una sequenzialità causale necessitata. Sul pericolo, voglio togliere ogni vostra preoccupazione, sul pericolo è già stato detto splendidamente quanto doveva essere detto stamattina dall’amico e collega Mucciarelli, mi rimetto al suo ragionamento. Più pedantemente, con un tocco di pedanteria, che la sua costruzione assai più elevata non voleva concedersi, voglio solo sottolineare due aspetti categoriali, della categoria del pericolo, per cui sappiamo benissimo che cosa vogliamo dire: innanzitutto che la differenza tra pericolo astratto e pericolo concreto non è ormai più in discussione nel nostro ordinamento, non c’è più fraintendimento, i criteri delineati sono ormai chiari per tutti, cioè la distinzione di un reato di pericolo astratto, cioè come reato di pura condotta, privo di evento, che non merita nessun onere probatorio sulla situazione di probatoria, e non consente neppure, addirittura non merita, ma non consente al Giudice nessuna verifica probatoria sulla situazione di pericolo, sta da una parte. Il pericolo concreto strutturalmente in termini di ricostruzione, di tecnica legislativa, ha una faccia diversa, ha una fisionomia diversa perché ha un elemento in più, due elementi in più, l’evento di pericolo e il nesso di causalità, quindi la distinzione è chiarissima. Le sub distinzioni o eventualmente i dubbi nascono all’interno della categoria del pericolo concreto; all’interno del topos del pericolo concreto sono iniziati alcuni distinguo e alcune differenziazioni, sono state individuate diverse categorie. Qui non è per amore particolare alle classificazioni, non vorrei dare questa impressione, ma in questo caso mi permetto di richiamare, come dire, l’attuale mappa nella dottrina, ma con ampi riscontri nella giurisprudenza, magari, come dire, senza volere utilizzare formule o formulette, ma dando la sostanza di collegamento che ci fa riconoscere i modelli. Sono in effetti distinguibili quattro modelli diversi, poi dirò perché distinti e in che cosa – questo è il dato più importante – cosa li accomuna. Reati di pericolo concreto in senso stretto o concretissimo, reati di pericolo cosiddetto astratto concreto, reati di pericolo generico, reati di pericolo apparentemente astratto. E’ una elencazione che può sembrare oziosa, ma mi limito semplicemente a fare alcune puntualizzazioni dando due notazioni di chiarimento. Che senso ha questa distinzione e questa suddivisione, su che cosa verte? E’ questo il punto che mi interessava sottolineare. Verte non sulla necessità di accertare in concreto, di accertare effettivamente, di provare effettivamente il verificarsi di una situazione di pericolo, cioè di un accadimento esteriore e distinto dalla condotta che abbia realizzato la probabilità – è stato ricordato oggi – di un avvento avverso, di una lesione o di un pericolo più grave, non certo questo, questo è comune a ogni categoria di reato di pericolo. Vertono le distinzioni sulla cosiddetta, quella che è stata ricordata oggi come la base del giudizio, cioè sull’insieme delle circostanze che bisogna tenere presente che entrano in quello che appunto viene definito il giudizio di pericolo, nel senso che in alcuni modelli il Giudice deve provare tutte le circostanze del caso concreto senza potere astrarre da nessuna e verificare che ciascuna puntualmente sia realizzata per avere individuato il pericolo; in altre situazioni il Giudice può fare astrazione dalla prova di singole caratteristiche, di singoli elementi, e darle per così dire per scontate. Per esempio, faccio un esempio del punto estremo, tolti i mediani, prendiamo gli estremi di questi due modelli: pericolo concretissimo e pericolo astratto–concreto. Per esempio nel commercio di sostanze alimentari nocive di cui all’articolo 444, nei limiti in cui la condotta riguardi il prima della effettiva vendita, quindi la detenzione al fine di, si dice: "viene bandita, il Giudice può farne a meno, la considerazione dei connotati individuali delle vittime potenziali". Qui il pericolo continua a essere concreto, però la base di concretizzazione è più limitata, nel senso che non necessariamente si deve andare a verificare come il singolo individuo avrebbe potuto reagire se avesse, che so io, consumato una determinata cosa a quella sostanza stessa. Cosa si vuole dire qui? Che in questa figura la base di verifica del pericolo deve essere fatta semplicemente rispetto a determinate qualità, a determinate circostanze si può andare per generalizzazione, cioè per categorie di soggetti e non per ulteriore individualizzazione, che sarebbe la massima concretizzazione del ragionamento. Pericolo concreto, concreto in senso stretto o concretissimo, e qui siamo nel campo, parlo del crollo di costruzioni, poi arriveremo al disastro innominato. Questo è il modello antitetico rispetto a quello, se vogliamo, che ho fatto prima; nell’esempio che avevamo prima fatto, una determinata situazione è vista in uno stadio pregresso, senza verificare non solo quello che succede dopo, ma eventuali situazioni di pericolo che potrebbero successivamente maggiormente concretizzarsi, cioè la presenza di un soggetto determinato, con sue determinate caratteristiche fisiche che per esempio lo possano rendere più esposto al rischio di un altro soggetto, si prescinde da questa ulteriore concretizzazione e il Giudice si ferma, come dire, a un’astrazione di massima evidentemente piuttosto cautelativa. Nel caso, invece, in cui addirittura la fattispecie sia costruita in modo da dovere verificare anche eventi successivi alla situazione di pericolo, al sorgere del pericolo iniziale, allora il pericolo tende a concretizzarsi al massimo, a diventare iperconcreto e allora il Giudice è tenuto in questo caso a fare una verifica che abbia una base assolutamente totale, di tutte le circostanze presenti da valutare individualmente, individualizzandole e concretizzandole, senza nessuna possibilità di astrazione. È il caso del crollo di costruzioni, la fattispecie base è un atto volto al pericolo di crollo, qui evidentemente sarà una valutazione in cui le circostanze sono di condotte che, come dire, compromettono la statica di un edificio, e quindi hanno in partenza per lo meno un certo tasso di astrattezza o di astraibilità, si ricorrerà all’ingegneristica perché evidentemente non si può fare un’analisi ex post. Se il crollo avviene, evidentemente, la progressione del pericolo addirittura si è concretizzata in un danno e da qui si potrà verificare, si dovrà verificare l’ulteriore pericolo per le persone, che c’era anche prima, ma senza questo passaggio ulteriore e qui addirittura massima concretizzazione, per cui il pericolo è diventato così concreto che si è tradotto in lesione sia pure per beni giuridici diversi. Non so se sono riuscito, come dire, a condensare l’importanza di questa distinzione. Ma l’importanza, a mio avviso, sta nel fatto che – ed qui che appunto volevo arrivare – nell’ipotesi di fattispecie di pericolo concreto in senso stretto o concretissimo il Giudice ha il massimo onere di verifica, ovviamente l’Accusa ha il massimo onere probatorio di verifica della concretizzazione e individualizzazione delle singole offese in termini di pericolo senza potersi concedere nessun tipo di astrazione, e qui a questo punto arrivo e anticipo addirittura il punto finale, anche perché è stato trattato benissimo prima, troverete delle note sulla mia memoria, ma ampiamente superate dal discorso che è stato fatto stamattina: in questa ipotesi, posto che comunque rischio e pericolo sono due modelli antitetici, non sono la stessa cosa ma sono due modelli antitetici, è stato dimostrato benissimo e così è, ma nell’ipotesi di pericolo che io definisco concretissimo, comunque che viene definito di pericolo concreto in senso stretto, mai e poi mai potrà essere utilizzata un tipo di circostanza elaborata in termini "astrattizzati". In questo caso un’idea, un modello di rischio che per definizione astrae totalmente dalla individualità, dalla individualizzazione, dalla concretizzazione, in questo caso è bandito proprio alla radice. Viceversa qui veniamo a come l’Accusa ha affrontato questo onere probatorio, questo onere probatorio, ripeto, fondato su una fattispecie con questo alto tasso di tipicità, ma soprattutto incentrata su due eventi di massima concretezza, uno addirittura di danno, l’altro di pericolo, che ho definito concretissimi nei termini precisati. Muoviamo dall’evento di danno, innanzitutto occorreva dimostrare che c’era stato un danno alle cose, un macro danneggiamento, come definisce ormai comunemente la dottrina abbastanza diffusa che si è occupata di queste vicende, il disastro innominato, come ha gestito, come ha provato, come ha fatto emergere il primo danno, danno che ha concretizzato il pericolo di partenza, pericolo che ha mosso tutta questa catena causale e come l’ha identificato, la risposta è, non l’ha identificato, addirittura l’ha fatto scomparire, si è volatilizzato, e già è un danno per la tipicità della fattispecie. È un danno particolarmente grave perché attraverso – sarà ancora più chiaro nel passaggio successivo – attraverso questa volatilizzazione, come dire, questa volatilizzazione non è stata fine a se stessa, si è portato dietro qualcosa, qualcosa di importante, il nesso di causalità, il nesso di causalità vive nell’evento, se scompare l’evento il nesso di causalità è un ponte gettato verso il vuoto, cade nel vuoto e questo è quello che è successo, questo è quello che si voleva che succedesse. Dicevo, qui su questo profilo c’è stato una sorta di confronto intraorganico, se mi è consentito, tra Pubblico Ministero e Procura Generale, una sorta di dialettica interna, ciascuna mirata forse a un’obbligazione di risultato che non so quanto sia stata raggiunta e a mio avviso non è stata raggiunta affatto, che ha portato anche su questo terreno a delle correzioni di rotta ma che passavano necessariamente attraverso forzature dogmatiche che hanno poi portato a nudo la questione. E qui in effetti si è assistito al passaggio da una prima ad una seconda equazione, la prima equazione è quella del Pubblico Ministero originariamente: disastro innominato colposo uguale pericolo per la pubblica incolumità, c’è un disastro che è prodotto dal pericolo che l’ambiente stesso così trattato, così maltrattato, diciamolo pure, così maltrattato ha prodotto, è l’ambiente stesso il pericolo, in ultima analisi, se noi vogliamo leggere bene fino in fondo la logica accusatoria. L’ambiente è diventato nemico, sono stati gli uomini cattivi che l’hanno fatto diventare tale, ma l’ambiente in sé è il disastro, se vogliamo arrivare alla fine della lettura. La seconda equazione è quella, come dire, su cui ha ripiegato il Procuratore Generale: danno alle cose uguale inquinamento. Ma la prima equazione è una equazione, entrambe le equazioni in realtà non danno soluzioni appartenenti al novero dei numeri razionali, se mi è permessa la metafora, sono equazioni che non si chiudono. Il primo dato, appunto, urta contro quella necessità di tipizzazione che abbiamo prima identificato, in questo modo si elude totalmente la classificazione, la caratterizzazione classificatoria dell’evento nominato come analogo ad eventi nominati, l’ambiente che diventa ostile non ha nessuna parentela, attraverso questa trasformazione diacronica, con un diacronismo eccessivamente dilatato, non ha nessuna parentela fisiognomica con quel numerus clausus di disastri nominati con cui si deve raffrontare. La seconda equazione è fondata sul fatto, cioè sulla necessità di recuperare l’evento di danno, cioè ci si rende conto che in qualche modo la fattispecie a questo punto è zoppa, non si può dissolvere il danno nel pericolo perché altrimenti la fattispecie diventa evanescente, bisogna recuperare un danno, dov’è il danno? Il danno è l’inquinamento. Qui abbiamo un danno materiale alle cose, ma non abbiamo un evento, un evento in senso tecnico, in senso penalistico, in senso tipico, cioè con quelle caratteristiche di, abbiamo detto, evento statico, cioè di accadimento circoscritto dominabile, riconoscibile con una sua fisionomia precisa, che solo può rendere nominabile, se non nominato ma nominabile quell’evento innominato che se innominabile, ci porterebbe dritti alla incostituzionalità della fattispecie. L’inquinamento è uno status, è una situazione che si sa quando inizia forse, non si sa come progredisce, di cui non si è riusciti a dare prova come ecosistema, adesso vediamo anche in termini probatori non tiene il discorso, ma non tiene dal punto di vista soprattutto concettuale, l’inquinamento come tale certo è un danno in senso, come dire, laico, comune, civilistico, non è un evento di danno in senso penalistico, su questo il Pubblico Ministero non potrà mai convincerci che uno status sia un evento. I reati cosiddetti di status, i reati di sospetto, sono tanto sospetti, tra l’altro, anche perché non sono reati di evento, non c’è nessun evento, neppure nessuna condotta, ma il tentativo di salvarli, ho lontani ricordi di questa tematica ormai passata di moda, era parecchio di moda la riflessione su queste fattispecie border line sotto il profilo della legalità e il tentativo di salvare queste fattispecie che non avevano condotte erano quelle di ravvisarvi un evento nello status, ma facilmente l’inganno è stato smascherato da tempo, e quindi non c’è un evento. Nella specie poi, in realtà, anche dal punto di vista probatorio del danno inteso in senso atecnico – lo hanno dimostrato altri – non c’è danno all’ecosistema lagunare perché ha cessato di essere un ecosistema, è diventato un qualcosa di diverso, ab immemori potremmo dire a questo punto, il Procuratore Generale cerca di deviare sui singoli comparti ambientali, ma su questo è la prova del processo che sotto alcuni diversi profili non ha consentito una prova, come dire, che soddisfacesse su questo profilo. Veniamo al secondo e definitivo punto della mia discussione: l’evento di pericolo. Il pericolo per la collettività, non avendo dimostrato il danno, avendo fatto scomparire il danno dalla fattispecie, dove si radica, come si individua? Qui su questo mi resta tutto sommato da dire poco perché c’è stata una discussione del tutto chiarificatrice questa stamattina, anche una parte che io ho definito, come dire, sintetico procedimento di sussunzione finale, cioè di verifica di mancata prova sui singoli fatti, cercherò proprio di ridurla al minimo, ad alcune proposizioni finali, poi troveranno nel dettaglio per iscritto la puntuale verifica anche sulla base di una memoria da noi in precedenza presentata, per quanto riguarda la mancata sussunzione dei dati probatori, la mancata sussumibilità dei dati probatori come sono emersi rispetto agli elementi del tipo così come li abbiamo enucleati. Però, ecco, io voglio concludere proprio su questo aspetto: in che modo l’evento di pericolo che doveva essere individuato, tipizzato e poi provato è stato "trattato" dalle Accuse? È stato trattato anche in questo caso sostanzialmente stravolgendolo, anche in certi passaggi addirittura di nuovo facendolo dissolvere nel nulla, attraverso due passaggi essenziali, diciamo uno concettuale e uno, come dire, epistemologico, paradigmatico, di utilizzo di paradigmi particolari, che citeremo subito. Uno concettuale, è stato ricordato questa mattina, la posizione scettica del Procuratore Generale, il giudizio di pericolo in situazioni del genere può prescindere da valutazioni scientifiche, quando sono difficili può essere facilmente sostituito da valutazioni normative, non nel senso di normologiche, cioè di norme o di leggi scientifiche, ma normative in senso giuridico, cioè le norme per rendere semplice il discorso, le norme che fissano i valori soglia, questo è il discorso. Il modello prima proposto, il modello epistemologico, il paradigma con cui verificare, ridescrivere l’evento, questo era il suo compito, raccontare com’era successo alla luce di un know how di leggi scientifiche, in assenza e comunque prescindendo, dovendo prescindere, devo dire io, perché non le trovavano, da leggi scientifiche accreditate, dotate di durezza, possono bastare le leggi, le norme, le norme giuridiche, quelle fatte non dagli scienziati ma dai legislatori, cioè la fissazione di valori soglia, e questa è una scelta epistemologica se vogliamo, di paradigma. Il secondo discorso, il secondo concetto, il pericolo può essere ricostruito attraverso un’equazione pericolo uguale rischio, questi sono i due passaggi essenziali. Che cosa realizzano, qual è la sintesi di questo discorso? La sintesi, poi torneremo un attimo indietro per vederne rapidamente i passaggi, la sintesi è che si trasformano condotte di pericolo astratto in evento di pericolo concreto, questo è il succo. Attenzione, non è che si utilizzino condotte di pericolo astratto per dimostrare l’integrazione di un evento di pericolo concreto, che potrebbe in astratto essere anche un ragionamento, purché lo si provi ovviamente, per carità, faccio un esempio noto a tutti: violazione di regole cautelari antinfortunistiche ed evento morte del lavoratore; ovviamente la norma, come dire, la norma di pericolo astratto entra nel meccanismo causale, ma certamente non basta a provare l’evento, occorre dimostrare un nesso di causalità tra violazione della norma ed evento tipico, ridescrivere l’evento, individuare quella delicata operazione che viene definita di copertura del rischio tipico, cioè quella connessione causale tra la violazione della regola cautelare e quel tipo particolare di evento che hic et nunc non si sarebbe verificato se la regola cautelare si fosse verificata. Un ragionamento del genere potrebbe essere anche plausibile, poi bisogna farlo ovviamente, ma qui non viene fatto perché l’evento scompare, l’evento diventa superamento della soglia, cioè un reato di pericolo astratto dovrebbe costruire un giudizio di pericolo concreto delle fattispecie contravvenzionali di pericolo astratto integrerebbero il delitto d’evento di pericolo, questo è lo stravolgimento totale del tipo. Secondo passaggio, il pericolo come viene concretizzato, ammesso che lo si individui? Viene concretizzato, viene visto, viene riconosciuto nel puro e semplice rischio. È stato già detto oggi, non mi ripeto. Sottolineo due soli profili dell’attuale situazione del rischio nel diritto penale, sono usciti importanti contributi scientifici e anche penalistici su questo tema, è un tema di moda la sociologia del rischio, come dire, è diventato tema diffuso e ricorrente, l’abbiamo importato da sociologi tedeschi ma si è diffuso anche da noi, ha molte dimensioni, nel diritto penale vive giustamente vita difficile, difficilissima, perché ha avuto due soli momenti di emersione la dogmatica del rischio, che proprio perché così etichettata è il non pericolo è qualcosa di un aliud rispetto al pericolo, altrimenti non c’era bisogno di coniare una nuova formula, neanche da parte dei penalisti, che sono abbastanza attenti, diciamolo pure, a tutti i livelli giuprisprudenziali, dottrinali, il lessico, il penalista tendenzialmente è molto curato nel lessico, è nel suo DNA curare il lessico perché questo vuole dire curare la tassitività che gli sta dentro. Che vita ha avuto, che emersione ha avuto la dogmatica del rischio nel diritto penale? In due soli momenti, appunto, nel nesso di causalità con la teoria dell’aumento del rischio, questo sì, non certo del pericolo, dell’aumento del rischio, cioè di una valorizzazione percentuale anche minimale causalmente indifferente rispetto all’evento, ma che cambiava le prospettive statistiche di un rapporto, si è detto e c’era giurisprudenza anche del 10, del 20 per cento per individuale e per sostituire il nesso di causalità. La sentenza Franzese ha giustiziato definitivamente questo topos, consideriamolo, diceva Padovani, parce sepultis, questo è un topos che non vedremo più fortunatamente, facilmente nella nostra dottrina, nella nostra giurisprudenza, la dottrina forse a volte ha qualche reminiscenza, ma non ne vedo fortuna nella giurisprudenza. Il secondo profilo è quello appunto del rischio come target di legislazioni cautelative, cioè di una legislazione che prescindendo dagli eventi retrocede una tutela anche alla realtà lesiva, ad eventi attesi negativi, scientificamente non provati, la tematica degli OGM piuttosto che delle onde elettromagnetiche e quant’altro; è un problema che riguarda il legislatore, che è visto con estremo sospetto, giustamente, dal ceto penalistico globalmente inteso, che soprattutto, non può avere nessuno spazio nell’ambito dell’applicazione delle normative vigenti, che sono orientate al pericolo e non al rischio, a un pericolo concreto, a un pericolo che va concretizzato, quando è un pericolo concreto attraverso un procedimento rigoroso di verifica, e che nel caso che ci riguarda non può essere minimamente né dissolto in condotte pericolose, né provato surrettiziamente tramutando un pericolo che dev’essere concreto, un giudizio di pericolo che dev’essere concreto e collegato ad un nesso di causalità altrettanto concretizzato, con una mera serie di valutazioni di tipo statistico, di tipo in altri settori, non riguarda questo il nostro, solo marginalmente, epidemiologico, o comunque di grandi categorie di rischi che prescindono per definizione dall’evento, questo è il punto finale, se vogliamo, della riflessione. Diversamente dal pericolo che è annesso, nel caso di specie, addirittura pericolo concretissimo, vive con l’evento, sta tra un evento già realizzato che lo concretizza e un evento che sta dietro l’angolo, che potrebbe venire da un momento all’altro, pericolo per la pubblica incolumità, il pericolo sta agganciato all’evento, vive in quanto l’evento, la sua immagine, la sua radiografia, deve stare dentro al pericolo dell’evento, dev’essere visto in tutti i suoi dettagli. Il rischio per definizione non vede l’evento; vede semmai un conglomerato di eventi avversi che per definizione non sono determinati. Di regola non verranno mai, perché il modello non è quello cautelare ma quello cautelativo, per definizione non sono identificabili. Questa trasposizione pericolo rischio in ultima analisi ha questa aporia invincibile, cioè proprio la impossibilità di tipizzare il rischio strutturalmente per come è congegnato, la possibilità invece inderogabile di concretizzare il pericolo perché rimanga elemento della fattispecie. Allora – ed è la sintesi finale – al banco di prova della verifica probatoria è stata realizzata, è stata verificata la totale assenza di tutti quanti gli elementi costitutivi del tipo, e a mo’ di sommario, ripeto, è proprio un sommario finale, non vi annoio con i dettagli di questo discorso, bisognava individuarlo eventi di danno ed eventi di pericolo: le acque di falda non sono state teatro dell’evento intermedio di danno richiesto dalla fattispecie di disastro innominato colposo, l’ha appena dimostrato valorosamente l’avvocato Franchini; né sono state (veicole) dall’evento finale di pericolo concreto per la pubblica incolumità, idem. I sedimenti non sono stati comunque fonte di pericolo per l’incolumità pubblica, per la scarsa biodegradabilità, anche qui rinvio a cose che vi sono notissime. Il biota non è stato teatro per parte sua dell’evento intermedio di danno richiesto dalla fattispecie di disastro innominato colposo, non è stata raccolta nessuna prova su questo punto, né è stato veicolo dell’evento finale di pericolo concreto per la pubblica incolumità, la prova finale ce l’ha data oggi Francesco Mucciarelli. Conclusione, proprio sul fulcro delle fattispecie cardine di questo processo, vale a dire il giudizio di pericolo, è mancata totalmente la prova da parte dell’Accusa, è mancata, dico io, anche una corretta ricostruzione del tema probandum, cioè gli elementi corretti del tipo. Tutto torna, come talvolta succede la deformazione del tipo e la sua traduzione in una pleonastica e ragionevole complessità da parte dell’Accusa aveva solo lo scopo di by passare insuperabili ostacoli probatori, ma questi sono puntualmente riemersi anche in questo grado di giudizio a confermare l’assunto di partenza della Difesa: non esiste un disastro ecologico, ciò che si è contestato non è un disastro innominato colposo. Chiedo pertanto la totale conferma della sentenza di primo grado. Grazie e mi scuso.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 27 novembre 2004, ore 09.00.

 

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