UDIENZA DEL 27 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 01 dicembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Possiamo cominciare.

 

DIFESA – Avv. Carboni – Eccellentissimo signor Presidente e illustrissimi signori Consiglieri, nella mia qualità di Difensore di fiducia, unitamente al collega Baccaredda, del dottor Gianluigi Diaz, cercherò di sintetizzare la linea difensiva che unitamente Baccaredda ed io abbiamo delineato per il nostro assistito, al fine di chiarire il ruolo e la posizione del dottor Diaz in relazione ai fatti di cui ai capi d’imputazione. Tra le varie critiche che la sentenza di primo grado ha mosso all’impostazione accusatoria del Pubblico Ministero, come già avevo evidenziato a questa eccellentissima Corte nella discussione da me svolta in difesa dell’altro mio assistito, l’ingegner Burrai, quindi l’eccezione rivolta alle contestazioni del Pubblico Ministero di aver operato un’indistinta massificazione delle accuse, ossia di aver impostato il processo facendo sempre riferimento al solo aspetto della responsabilità societaria, o meglio dei gruppi di società, Montedison da una parte ed Enichem dall’altra, dimenticandosi in tal modo di quelli che sono o che dovrebbero essere i principali attori in un processo penale, e cioè i singoli imputati. Mai, infatti, il Pubblico Ministero ha evidenziato una prova degna di questo nome a carico degli imputati e quindi anche del dottor Diaz, e soprattutto non ha mai offerto, sia in primo che in secondo grado, una indicazione precisa di quali comportamenti omissivi o positivi - ma il problema riguarda probabilmente più i comportamenti omissivi – si sarebbe reso responsabile ciascuno dei dirigenti attualmente imputati. In risposta a tale appunto fattogli dai Giudici di primo grado il Pubblico Ministero ha pensato bene di dedicare soltanto una piccola parte della sua requisitoria finale ai profili di responsabilità dei singoli imputati. In merito alla posizione del dottor Gianluigi Diaz il dottor Casson si è pero soltanto limitato, per giunta, a rileggere le dichiarazioni dello stesso rese nel corso dell’interrogatorio tenutosi in data 7 marzo 1996, ove lo stesso Diaz riepiloga - o riepilogava - al Pubblico Ministero le cariche da lui ricoperte all’interno del Gruppo Montedison, aggiungendo a queste il Pubblico Ministero unicamente la frase "viene contestato il fatto che in materia ambientale non sapesse assolutamente nulla, non avesse nessuna responsabilità, e invece faccio rilevare – diceva il Pubblico Ministero – semplicemente e rapidamente come nel periodo di sua competenza il suo ruolo fino al 1982 gli consentiva proprio degli interventi precisi e forti, significativi, proprio perché amministratore delegato fino al 1982 e poi inserito nel Consiglio di Amministrazione della Montepolimeri", tutto ciò all’udienza, lo fece, del 13 luglio scorso. Tutto qui quello che ha detto il dottor Casson in ordine alla posizione del dottor Diaz. Il Pubblico Ministero cioè, nonostante le censure operate nei suoi confronti dal Tribunale di primo grado, è ricaduto nuovamente nell’errore di non offrire alcuna indicazione circa od in ordine alle specifiche condotte oppure omissioni che potevano ritenersi imputabili nel concreto al nostro difeso, come pure ha fatto per gli altri imputati, non ha fatto. Il dottor Casson, infatti, con riferimento alla posizione Diaz non ha fatto altro che genericamente riferirsi al fatto che il ruolo da lui ricoperto fino al 1982 poteva consentirgli di realizzare interventi precisi e forti, senza tuttavia precisare da un lato in cosa si sarebbero dovuti estrinsecare tali interventi e dall’altro presso quali impianti del Petrolchimico di Porto Marghera si sarebbero dovuti promuovere. Il Pubblico Ministero, cioè, sembra, o fa finta di dimenticare che un comportamento colposo di carattere omissivo per poter essere utilmente contestato ai fini processuali necessita di una indicazione chiara e precisa dell’obbligo giuridico omesso e della necessità di una chiara attribuzione di questo obbligo in capo al soggetto ritenuto responsabile del suo adempimento. Del resto lo stesso Pubblico Ministero ha riconosciuto nel corso della sua requisitoria finale di non essere stato in grado di comprendere "chi dovesse essere veramente il responsabile", naturalmente delle omissioni indicate nei capi d’imputazione. "Tuttavia, poiché – sono parole del Pubblico Ministero – tutti questi personaggi – cioè gli imputati – rivestono posizioni di garanzia, può perciò solo formularsi una responsabilità globale ed indistinta nei confronti di costoro, ivi compreso quindi il dottor Diaz". Avevo già sottolineato a questa Corte che non basta la configurazione a carico dell’imputato di una posizione di garanzia nell’ambito di un diritto penale del lavoro e di diritto penale ambientale, giacché questa può essere soltanto una premessa; dev’essere peraltro contestato in termini specifici in che modo la posizione di garanzia è stata diciamo messa in (noncale), quindi le omissioni che si sono verificate, su quali punti, in quale periodo, su quali impianti e così via. A noi sembra, come ha ritenuto il Tribunale, che tale ragionamento non possa essere ritenuto sufficiente per chiedere la condanna di tutti gli imputati di questo processo e, per ciò che interessa questa Difesa, del dottor Gianluigi Diaz. Non può infatti ritenersi sufficiente la circostanza che un determinato soggetto ricopra la carica di amministratore delegato, di Presidente o di direttore generale per ritenere costui automaticamente responsabile di tutto ciò che teoricamente possa essere in astratto riconducibile all’azienda per la quale lavora, soprattutto quando, com’è avvenuto nel nostro caso, vi siano problemi relativi alla esigenza di ripartizione di responsabilità all’interno di una società, o quando, in concreto, vi sia un problema di ripartizione di responsabilità data la presenza di più società facenti parte di un unico gruppo industriale, come accadeva nell’ambito della gestione Montedison. Ciò premesso, il Pubblico Ministero ha poi esaminato la posizione del dottor Diaz con riferimento alle sue cariche di dirigente della società Montedison relativamente a tre periodi, e ciascuno di tali periodi in relazione a tre differenti cariche dirigenziali a lui nel tempo affidate. Elenco la progressione di tali cariche ricoperte dal dottor Diaz: 1) dall’agosto del ‘76 al gennaio del ‘79 quale vice direttore della Divisione Materie Plastiche; 2) da gennaio ‘79 al febbraio ‘82 quale direttore generale ed amministratore delegato della Divisione Materie Plastiche, poi divenuta Montepolimeri S.p.A.; 3) dal dicembre 1982 al dicembre 1983 quale membro del Consiglio di Amministrazione della Montepolimeri S.p.A.. Orbene, quanto alla prima carica direttiva contestata – o messa in evidenza, meglio –, il Pubblico Ministero fa riferimento alla funzione di vice direttore della Divisione Materie Plastiche, DIMP, senza peraltro specificare che in realtà la vice direzione affidata al dottor Diaz era denominata "Gestione Prodotti", alla quale era affidato il compito di occuparsi esclusivamente delle questioni commerciali inerenti la vendita dei prodotti sul mercato. La carica di vice direttore Gestione Prodotti non comportava quindi alcun ruolo o alcuna responsabilità circa la gestione degli stabilimenti o in relazione alla produzione delle materie plastiche; ne è conferma il fatto che a fianco della vice direzione Gestione Prodotti, con a capo il dottor Diaz, vi era una vice direzione tecnica, presieduta dall’ingegner Bianchi e poi dall’ingegner Reichenbach, la quale aveva proprio il preciso compito di gestire e seguire la produzione e quello di garantire la sicurezza degli ambienti di lavoro. Semplificando, lo schema della Direzione Centrale Impianti di Milano relativamente all’agosto 1976 può essere riassunto in questo modo: vi era la DIMP, di cui abbiamo parlato, il cui direttore generale era il dottor Trapasso; dipendevano dal dottor Trapasso, come ho detto, due vice direzioni generali, quella di natura tecnica, il dottor Reichenbach, e quella della gestione dei prodotti del dottor Diaz. Con riferimento alla vice direzione tecnica, le attività che comunque venivano riportate alla responsabilità di questa vice direzione erano quelle della produzione, gli stabilimenti e le unità che erano ospitate nell’ambito di questi stabilimenti, ad esempio il PVC di Marghera. Con riferimento, invece, alla carica di vice direttore, quella occupata dal dottor Diaz, vi era un aspetto di marketing, una responsabilità in ordine alle vendite e una relativa all’assistenza tecnica in ordine ai rapporti con la clientela, quindi sempre con riferimento alla parte commerciale. È dunque dal vice direttore tecnico della DIMP e non dal vice direttore generale Gestione Prodotti che dipendevano gli stabilimenti e le unità operative, tra cui la CVM–PVC di Porto Marghera, ed è allo stesso che competevano di conseguenza i relativi problemi di sicurezza e di igiene ambientale. Pertanto, indipendentemente da ogni discorso sul merito – che faremo, perché non vogliamo nasconderci dietro ad un dito, né addebitare responsabilità ad altri colleghi del dottor Diaz – circa le reali condizioni degli impianti CVM presenti all’interno del sito di Porto Marghera, il dottor Diaz non aveva in quel periodo alcuna possibilità, per lo meno fino al 1979, di espletare quegli interventi precisi e forti citati genericamente dal Pubblico Ministero, dal momento che gli impianti predetti non erano in alcun modo sotto la sua responsabilità di vice direttore relative alla Gestione Prodotti della Divisione Materie Plastiche della Montedison. Nel 1979 Diaz viene promosso alla carica di direttore generale della Divisione Materie Plastiche, incarico che ha mantenuto anche poi in qualità di amministratore delegato della Montepolimeri. Non ci, dicevo, nascondiamo dietro un dito perché, assumendo questa carica, il dottor Diaz evidentemente assume anche una posizione di garanzia con riferimento alla parte gestionale. A tal riguardo siamo però obbligati a ricordare, visto che il Pubblico Ministero anche nel presente grado di giudizio non ha ritenuto di compiere sul punto alcuna precisazione, oltre alla semplice indicazione delle qualifiche e delle cariche ricoperte, in ordine ai ruoli e alle competenze dei singoli imputati, che la Divisione Materie Plastiche prima e la Montepolimeri poi non erano – questo è il punto che voglio mettere in evidenza – proprietari dello stabilimento, né tanto meno degli impianti CVM–PVC di Porto Marghera. Questi impianti, infatti, erano di proprietà della Divisione Petrolchimica DIPE, poi divenuta Montedipe, e ne derivava che Montepolimeri aveva la responsabilità della gestione degli impianti CVM–PVC e quindi della sicurezza dei lavoratori che ivi operavano, ma nulla di più, mentre gli interventi ambientali inerenti all’attività produttiva - smaltimento di rifiuti, trattamento acque, effluenti e così via - spettavano alla Montedipe, società quest’ultima nella quale il dottor Diaz non ricopriva alcuna carica e responsabilità. Basta ricordare sul punto l’articolo 15 della convenzione per la somministrazione di utilities, prestazioni di servizio ausiliare agli impianti e servizi generali, firmata da Montedipe e Montepolimeri il 5/1/1981, ove si prevede che Montedipe si impegna a prestare a Montepolimeri in via continuativa, per tutta la durata della presente convenzione, e Montepolimeri si impegna ad usufruirne, i servizi ausiliari di seguito precisati, avvalendosi di personale qualificato, predisponendo ed organizzando tutti i mezzi tecnici e servizi necessari allo scopo, garantendo sin da ora di possedere conoscenze tecniche ed organizzative adeguate per il perfetto svolgimento dei servizi stessi, assumendosene la responsabilità; e questi incarichi erano relativi alla manutenzione, alla prestazione dell’ufficio tecnico dei lavori, al trattamento effluenti, allo smaltimento dei solidi, all’assistenza e controllo di ecologia, ma non vi era, diciamo, una responsabilità inerente ad esempio alla modifica degli impianti con riferimento alle contestazioni che ci sono state fatte relative a quelle sostanze, la cui produzione era l’oggetto dell’impiantistica. Montepolimeri, e di conseguenza il suo amministratore delegato, non avevano dunque né potevano avere alcun ruolo circa lo smaltimento dei rifiuti e in genere la gestione della parte ambientale del sito di Porto Marghera, ovvero di tutte quelle attività che costituiscono la contestazione operata dal Pubblico Ministero nel secondo capo d’imputazione. Sulla base di tali considerazioni appare pertanto ancora più sbagliata e superficiale l’accusa rivolta dal dottor Casson al nostro assistito nel corso dell’udienza del 13 luglio 2004, quando ha affermato: "in materia ambientale il ruolo ricoperto da Diaz fino al 1982 gli consentiva interventi precisi e forti". Come si è visto, la carica di direttore generale e amministratore delegato di Montepolimeri non solo non conferiva al dottor Diaz alcuna responsabilità in materia, ma neppure gli dava modo di potersi intromettere nelle scelte attinenti alla gestione dello smaltimento dei rifiuti e degli scarichi, che erano di pertinenza esclusiva della Montedipe, sia quale proprietaria degli impianti, sia quale responsabile ex contracto delle attività ambientali. Ora, non vi è dubbio che una seria ed attenta analisi degli ordini di servizio e della documentazione societaria avrebbe dovuto spingere il Pubblico Ministero, indipendentemente da ogni valutazione sulla fondatezza dei fatti attinenti alla parte ambientale, ad evitare fin da subito il coinvolgimento del dottor Diaz per i fatti di cui al secondo capo d’imputazione, dal momento che lo stesso non ricopriva alcuna posizione di garanzia in relazione a tali fatti, fondatezza peraltro smentita alla radice dalla stessa sentenza di primo grado e dalle numerose consulenze di parte. Si ha così l’ulteriore conferma che la scelta operata dal Pubblico Ministero sin dalle prime indagini, reiterata poi nel corso dei due gradi di giudizio, è stata quella di non volersi minimamente occupare in concreto dei ruoli e delle qualifiche ricoperte dai vari imputati, bensì quella di concentrarsi unicamente sugli aspetti sociali e politico–economici inerenti il Petrolchimico negli Anni Settanta e Ottanta, dimenticando in tal modo che il processo penale, per sua costituzione, non può avere ad oggetto il comportamento tenuto da imprecisati gruppi di soggetti economici in un certo contesto, ma deve limitarsi a giudicare fatti specifici attribuibili a determinati individui. Quanto invece al primo capo d’imputazione, senza volersi dilungare e richiamando quanto sull’argomento è già stato affermato in modo esaustivo e dettagliato dal collega Baccaredda, si fa presente che nel 1976, o meglio nel 1979, allorché il dottor Diaz assume in relazione alla gestione degli impianti CVM e PVC una effettiva posizione di garanzia quale direttore generale della Divisione Materie Plastiche, il problema dell’esposizione al CVM–PVC, e questa poi è la sostanza del processo, anche con riferimento alla posizione del dottor Diaz, perché non sono state soltanto le considerazioni che abbiamo fatto in ordine alla sua posizione di garanzia e ai suoi incarichi che la costituivano. Il problema dell’esposizione a CVM–PVC poteva ritenersi risolto, come peraltro è emerso nell’istruttoria dibattimentale del processo di primo grado e confermato nella relativa sentenza, quindi non vogliamo neanche soffermarci, diciamo, a delucidare come neanche nei confronti di quegli altri personaggi a cui abbiamo fatto riferimento per quanto riguardava la posizione fino al 1979, cioè del dottor Reichenbach, per esempio, che aveva la responsabilità precipua degli impianti, giacché tutto quello che si doveva fare in quel periodo era stato fatto. Si noti che il vice direttore tecnico responsabile della produzione e degli impianti ha continuato in tali anni ad essere il dottor Reichenbach, il quale conformemente agli indirizzi impartiti dalla società ha provveduto ad effettuare con costanza e continuità tutta una serie di importanti interventi di miglioramento degli impianti CVM-PVC di Porto Marghera. È opportuno a questo punto ricordare che già prima del 1976, quando ancora il dottor Diaz non aveva assunto questa responsabilità, erano stati installati i gascromatografi, erano state perfezionate le procedure di apertura dell’autoclave e di ingresso nell’autoclave per la pulizia, erano stati installati gli eiettori a vapore ed erano state polmonate le torbide delle autoclavi, erano stati cambiati gli organi di intercettazione degli impianti, delle valvole, dei rubinetti e delle tenute. Ma è proprio tra il 1976 e il 1977, quindi nel periodo diciamo Diaz, che gli impianti più a rischio subiscono un ulteriore ed importante miglioramento nella riduzione delle emissioni di monomero: vengono infatti installate le colonne di strippaggio del CVM degli impianti di produzione di PVC in sospensione e viene perfezionato lo strippaggio interno alle autoclavi nell’emulsione del CV6. È ancora in quel periodo che si risolve il problema dell’entrata in autoclave del CV6, cominciando a sperimentare e poi ad utilizzare il cicloesanone per limitare l’ingresso nelle autoclavi degli impianti in sospensione e che vengono infine completate le sostituzioni delle valvole e delle tenute delle rubinetterie in tutti i reparti. A ciò si deve poi aggiungere, proprio negli anni in cui il dottor Diaz ricopriva la carica di direttore generale DIMP, l’adozione di un nuovo piano di risanamento degli impianti di CVM e PVC, riguardante la rumorosità e polverosità dell’ambiente di lavoro. A conferma di ciò basta ricordare quanto affermato dal sindacalista Francini, trascrizione dell’udienza 16/6/2000, pagina 165: "sul piano impiantistico partì una seconda serie di risanamento – è un sindacalista che parla – e ho ritrovato gli appunti che avevo scritto all’epoca, lamentavo che fosse caduta l’attenzione sui problemi di una certa situazione perché ci eravamo ritenuti soddisfatti di aver risolto quella del CVM". Sempre lo stesso Francini ha poi confermato la effettuazione di lavori di automazione delle autoclavi, di costruzione di sale quadri, di trasferimento dell’insaccamento in altri locali e così via. E a proposito delle condizioni del CV6, considerate ancora critiche dal dottor Casson nel periodo in cui il dottor Diaz era direttore della DIMP, si richiama la testimonianza del signor Dellantone, il quale ha ampiamente dato atto delle modifiche tecniche che vennero fatte in questo reparto per combattere la polverosità, degli accorgimenti tecnici realizzati per eliminare il fenomeno delle valanghe nella camera di essiccamento, dell’introduzione di paiolati, dove si intervenire per fare il cambio delle maniche, al fine di evitare la dispersione della polvere ai piani inferiori; dell’installazione di un silos a 150–200 metri dall’impianto dove svolgere l’attività di dell’insaccamento; della costruzione intorno all’operatore di una cabina sotto aspirazione; della realizzazione di una insaccatrice di nuova concezione, quale la Cronos; ed infine della realizzazione di dispositivi per ridurre la polverosità dell’insaccatrice Natros. E’ la trascrizione, questa, dell’udienza 7/6/2000, pagina 36 e seguenti. Si tratta di concrete e precise modifiche procedurali ed impiantistiche che hanno decisamente abbattuto le condizioni di polverosità del reparto, come peraltro confermato, giusto a titolo di esempio, dal bollettino in data 18/8/1980 allegato al verbale del 7/6/2000. In conclusione, il periodo in cui il dottor Diaz ha ricoperto la carica di direttore generale e amministratore delegato della DIMP in Montepolimeri è stato contraddistinto, contrariamente a quanto affermato dal Pubblico Ministero, da un concreto e reale impegno dei vertici societari, in interlocuzione con i sindacati, al fine di migliorare il problema dell’ambiente di lavoro, impegno che peraltro viene confermato dai risultati riscontrati nei bollettini di analisi che sono stati depositati in atti. Se dunque da un lato il dottor Diaz non ricopriva alcuna posizione di garanzia in merito alle problematiche ambientali, e ciò indipendentemente - lo si ribadisce - da ogni valutazione sul merito, e a tal riguardo non possiamo che fare nostre le considerazioni espresse dal collega Mucciarelli e dall’avvocato Lanfranconi, dall’altro non c’è dubbio che alcun addebito possa essere contestato allo stesso Diaz in relazione ai fatti di cui al primo capo d’imputazione, essendo dimostrato dai documenti e dalle testimonianze che tutta la struttura dirigenziale della Montepolimeri si è concretamente e costantemente adoperata per migliorare le condizioni degli ambienti di lavoro nel rispetto della normativa e delle regole cautelari dell’epoca.

Da ultimo il Pubblico Ministero contesta al dottor Diaz i fatti di cui ai due capi di imputazione anche facendo riferimento alla sua qualità di membro del Consiglio di Amministrazione Montepolimeri. A tal riguardo si precisa che da gennaio 1982 fino al marzo 1984 il dottor Diaz entra a far parte dello staff della Presidenza Montedison con la qualifica di responsabile dei rapporti con l’estero. Nel febbraio ‘82 lascia la carica di amministratore delegato di Montepolimeri e con essa ogni responsabilità operativa. Ne deriva che da tale data il dottor Diaz non ha più un ruolo direttivo e gestionale e dunque non ricopre più alcuna posizione di garanzia circa la sicurezza degli impianti CVM–PVC di Porto Marghera. Per quanto riguarda gli aspetti ambientali, si è detto come questi non fossero comunque mai stati di sua competenza. Non si riesce a capire, pertanto, come l’Accusa abbia potuto ritenere il dottor Diaz responsabile dei fatti di cui ai due capi d’imputazione anche sulla base della sua semplice appartenenza al Consiglio di Amministrazione, appartenenza che, come ben la Corte sa, non comporta di per sé alcun ruolo operativo o posizione di garanzia, così come invece ritenuto dal Pubblico Ministero, quindi un semplice Consigliere di Amministrazione. Tutto ciò premesso, appare evidente che la piena assoluzione del dottor Gianluigi Diaz statuita nel giudizio di primo grado dev’essere - indipendentemente da ogni giudizio circa la sussistenza dei fatti indicati nei due capi d’imputazione contestati a tutti gli imputati - confermata anche nel presente giudizio di appello. Uno, perché nel periodo 1976–‘79, allorché ricopriva la carica di vice direttore gestione prodotti, non aveva all’interno della DIMP compiti e responsabilità in merito alla gestione dei reparti CVM–PVC di Porto Marghera; due, perché nel periodo ‘79–‘82, allorché ha ricoperto la carica di direttore generale, amministratore delegato, non aveva all’interno dello stabilimento di Porto Marghera compiti e responsabilità in materia di scarichi, rifiuti ed emissioni e, più in generale, in materia di ecologia. Tre, perché nel periodo in cui ha ricoperto la carica di direttore amministrativo delegato della Montepolimeri, se è vero che conservava una posizione di garanzia e responsabilità relativa all’ambiente di lavoro dei reparti CVM-PVC di Porto Marghera, non si può ritenere che il suo comportamento di dirigente sia risultato penalmente riprovevole. È stata infatti raggiunta nel dibattimento di primo grado la prova, come peraltro ribadito nella stessa sentenza del Tribunale, che la sua Divisione aveva attuato già negli anni precedenti e con risultati decisivi gli interventi necessari ad eliminare in ossequio alla tecnologia più evoluta il problema ambientale della presenza del CVM nei reparti di lavoro. E perché proprio negli anni ’79–‘82 si è realizzato e completato il piano di risanamento per risolvere i problemi della polverosità e della rumorosità, continuando a presidiare efficacemente la salute dei lavoratori esposti a CVM, con interventi tecnologicamente sempre più evoluti, con monitoraggi dell’ambiente sempre più accurati e con controlli medici sempre più precisi.

Quindi si insiste per la conferma dell’appellata sentenza del Tribunale anche con riferimento alla posizione del dottor Gianluigi Diaz. Eccellentissimi signori, io mi riservo quanto prima di presentare una memoria dove vengono precisate per iscritto le considerazioni che vi ho svolto oralmente. Vi ringrazio.

 

PRESIDENTE – Grazie a lei.

 

DIFESA – Avv. Gilli – Signor Presidente, signori della Corte e signori Pubblici Ministeri, in queste condizioni di gestione del processo il mio dovere di brevità è un dovere scritto ed assoluto, a cui cercherò di tenere fede. Dovrò parlare poco proprio perché gli argomenti principali, tutti quelli esaurienti, sono stati prospettati alla loro attenzione, sono stati prospettati con l’autorevolezza e la precisione dei colleghi che mi hanno preceduto. È fuor di dubbio che il mio intervento farà riferimento continuo e costante, sia pur per sommi capi, al contenuto di una memoria puntuale ed esauriente sul punto che è stata depositata esattamente un anno fa a firma del professor Mucciarelli, del professor Palliero, del professor Padovani e dell’avvocato Marta Lanfranconi, quello è il punto di riferimento della Difesa che io intendo sottoporre alla loro attenzione per tutti i contenuti di quell’atto difensivo. Devo dire che, per la verità non da giurista ma da operatore del diritto, chi prende la parola in un processo con queste caratteristiche, cioè un processo che ha visto una sentenza di primo grado di assoluzione piena e completa e motivata in modo granitico, come noi riteniamo, deve comunque denunciare o dichiarare il suo disagio, e cioè il disagio in cui si trova il Difensore a fronte di una sentenza di assoluzione di primo grado e in relazione ad un procedimento di primo grado in cui la Difesa comunque, al di là di tutte le prospettazioni di merito al Giudice del Tribunale, abbia comunque cercato di contrastare fino in fondo e in modo radicale l’attività del Pubblico Ministero, soprattutto con riferimento alle modalità di introduzione della prova e soprattutto con riferimento allo schema che il Pubblico Ministero ha adottato perché il Giudice potesse formarsi un libero convincimento in ordine al fondamento dell’ipotesi accusatoria. Non intendo certo tornare, né posso farlo, né potrei anche volendo, sui temi che sono stati prospettati alla loro attenzione all’inizio di questo processo sotto il profilo della prospettata illegittimità costituzionale dell’appello del Pubblico Ministero. Non lo voglio fare e non lo posso fare, un po’ perché loro l’hanno deciso e un po’ perché quegli argomenti non sono alla mia portata. Ma volevo portare il disagio del Difensore, cioè dell’operatore del diritto che si trova a fronte di una operazione di questo genere. Volevo richiamare a me stesso una sentenza massimata dappertutto, su tutte le riviste in uso agli operatori della Corte di Cassazione, che poi è una massima che si riferisce al processo Andreotti, quindi ad una decisione particolarmente nota non solo agli operatori del diritto ma a tutta l’opinione pubblica italiana, e la decisione di per sé evidenzia i fondamenti e le ragioni del disagio che questo Difensore molto pacatamente sta denunciando alla loro attenzione. Dice la massima: "il ricorso per Cassazione avverso sentenza di condanna in appello di imputato prosciolto in primo grado con la formula ampiamente liberatoria per non avere commesso il fatto, può essere proposto anche per violazioni di legge non dedotte perché non deducibili per carenza d’interesse all’impugnazione in appello". Allora per la Cassazione il problema rimane, e cioè rimane il problema di come sia monca per definizione un’attività del Difensore quando per fortuna e per meriti del fatto il giudizio di primo grado si sia risolto con una assoluzione, il che significa che quando si risolve con una assoluzione tutte quelle critiche e quelle dichiarazioni di irregolarità, mi passino il termine generico, che erano state prospettate dinanzi al Giudice di primo grado, non sono proponibili dinanzi al Giudice di secondo grado. Noi ci siamo trovati a contrastare, lo ripeto, fino a che abbiamo potuto farlo e fino a che abbiamo ritenuto opportuno farlo, alcune iniziative del Pubblico Ministero, e abbiamo trovato poi una risposta del Giudice di merito che ha fatto prevalere il merito, con quelle motivazioni forti che loro ben conoscono, su tutte quelle argomentazioni che noi abbiamo proposto, ma erano argomentazioni molto forti ed erano argomentazioni che in qualche modo prospettavano al Giudice la impossibilità di acquisire tutta una serie di elementi sui quali poi avrebbe dovuto formarsi il suo convincimento. Faccio riferimento ad una sola, ad una sola tematica che oggi non può essere presa in considerazione ma che aleggia all’interno del processo; è una sola tematica che, proprio perché non più prendibile in considerazione, impone per ragioni anche di equità sostanziale di confermare la sentenza di primo grado e cioè la scelta di tipo generale che legittimamente e doverosamente il Tribunale ha adottato. Nel corso del processo di primo grado noi abbiamo provato a prospettare la irregolarità della prospettazione del Pubblico Ministero in ordine al fatto che potesse essere assunta la testimonianza di un ufficiale di Polizia giudiziaria che non era stato delegato a compiere singole indagini ma che era stato delegato a compiere indagini nel suo complesso, e cioè il tema è quello molto forte e molto grande del Pubblico Ministero che agisce non direttamente ma che delega un ufficiale di Polizia giudiziaria a compiere l’intero accertamento che poi porterà alla celebrazione del processo e quindi, in buona sostanza, duplica se stesso e porta nel fascicolo per il dibattimento, attraverso una testimonianza giurata, l’intero contenuto del fascicolo del Pubblico Ministero. È un tema di fondo, è un tema generale molto grande che andrà affrontato, che non deve essere affrontato ora ma che, proprio perché non può essere affrontato, deve essere risolto con la conferma della sentenza di primo grado di cui si è detto. Noi oggi difendiamo questa sentenza e difendiamo una sentenza, siamo lì, non possiamo che difendere la sentenza e non dobbiamo che difendere la sentenza perché questi sono gli strumenti e i meccanismi procedimentali che il Codice ci mette a disposizione per le ragioni che ho testé indicato, ma abbiamo la possibilità, e per fortuna e per giustizia sostanziale, di difendere una sentenza che non ha fatto nessuna affermazione apodittica, che non ha fatto nessuna affermazione che fosse il prodotto della formazione di un convincimento intimo del Giudice, ma che ha fatto del principio del libero convincimento del Giudice un manifesto e un proclama, una sentenza che manifesta fino in fondo e in modo del tutto argomentato e comprensibile e condivisibile il meccanismo di formazione del Giudice di merito. I temi di cui io mi devo occupare sono residuali e sono i temi dei reati contravvenzionali e delle discariche. Come loro ricorderanno, il tema è quello della individuazione, ed è il tema poi prospettato alla loro attenzione nell’atto di impugnazione ed è quello di cui stiamo discutendo in questo momento ed è quello in relazione al quale cerchiamo di creare il massimo di contraddittorio possibile con l’Accusa privata e con l’Accusa pubblica, il tema è quello di un’esistenza di un obbligo giuridico in capo ai soggetti che materialmente e personalmente hanno agito prima dell’introduzione della normativa specifica in materia, e il tema è l’obbligo che sorge in capo al soggetto che subentra nella posizione giuridica e di fatto di chi aveva precedentemente gestito quella determinata situazione che poi viene definita come discarica, abbandono di rifiuti, quale che sia la qualificazione giuridica. Ebbene, la sentenza di primo grado contiene due o tre punti di riferimento e due o tre passaggi che, senza trattenere troppo la loro attenzione, vale la pena di ricordare proprio perché sono i più significativi e le spie del meccanismo di formazione del convincimento della decisione che è stata assunta. Mi permetto di leggerla perché è veramente qualche riga, senza dilungarmi troppo. A pagina 568 della sentenza di primo grado così argomenta il Tribunale: "non è precisato da parte della prospettazione dell’Accusa – secondo il Tribunale – in nessun modo quale misura, quale mezzo disponibile in capo ad esercenti il medesimo tipo di attività svolta dagli imputati essi avrebbero potuto e perciò solo dovuto impiegare utilmente per riconoscere e gestire il rischio di cui si parla". La sentenza precisa che "non è individuata – devo saltare qualche passaggio perché non vi è un coordinamento tra la prima e la seconda fase che sto leggendo – nella prospettazione dell’Accusa la norma agendi, quale norma agendi avrebbe potuto essere individuata teoricamente in acquisizioni allora generalmente accettate e impiegate dall’agente modello, in tecnologie che, avendo superato la fase sperimentale, si sarebbe potuto dire utili a valutare le condizioni inizialmente rilevanti del pericolo di efficacia in termini di prevenibilità dell’evento", è la sentenza di primo grado a pagina 568. Conclude ancora la sentenza: "l’evidenza probatoria non dimostra che le modalità di gestione da parte degli imputati agenti in epoca compresa tra la fine degli Anni Sessanta e la fine degli Anni Settanta furono difformi da quelle proprie di chi andava svolgendo il medesimo tipo di attività". La logica conseguenza di queste premesse si trova qualche pagina dopo nella sentenza ed è così: "non è quindi suscettibile di smentita l’assunto delle Difese degli imputati che operarono all’epoca, secondo cui in materia di gestione dei rifiuti, accanto a norme di smaltimento in discarica come d’uso allora, furono impiegate tecnologie avanzate", è la pagina 570 della sentenza di primo grado. Il riferimento - è inutile che io lo sottolinei, ma lo farò veramente in qualche secondo - ad un concetto centrale e sostanziale decisivo è quello della esigibilità della condotta da parte dell’agente modello. Ovviamente è un meccanismo ed è una figura che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha messo a punto negli ultimi vent’anni, forse, dopo che è avvenuto il superamento, naturalmente, dei criteri non più accettabili, quello dell’uomo più esperto o quello dell’uomo meno esperto; si fa riferimento in astratto all’agente modello e non necessariamente al signor Mario Rossi che quella funzione concretamente svolge. Il criterio da adottare per la prevedibilità e per la prevenibilità dell’evento è un criterio di tipo astratto e relativo, è cioè il criterio dell’agente modello, quello che la Corte di Cassazione definisce (ius dem condicionis et professionis), e cioè quella condotta che ragionevolmente gli associati pretendono che quel soggetto con quelle caratteristiche, proprio perché è andato a svolgere quella funzione di garanzia, debba tenere. È un criterio di tipo principale, di tipo interpretativo, che non prevede l’impiego, se non in casi eccezionali, di un criterio residuale, cioè sull’individuazione della condotta specifica che doveva tenere quel signore con quelle caratteristiche specifiche. L’adozione di un criterio di tipo residuale – ci dice in tante sentenze la Corte di Cassazione – è del tutto eventuale ed è da adottarsi solo ed esclusivamente quando il criterio di tipo principale, cioè quello che si riferisce in astratto all’agente modello, è un criterio che nel caso in concreto fornisce elementi insufficienti per risolvere il caso; ma bisogna che il Giudice dica che l’adozione del secondo criterio, cioè quello di tipo residuale, che riguarda esattamente le condizioni materiali in cui ha operato quel signore, quindi un criterio assolutamente del tutto specifico e relativo, deve essere adottato perché quello principale fornisce i criteri di tipo insufficiente. Non c’è alcuna ragione perché nella nostra vicenda si debba passare dal primo obbligatorio criterio di interpretazione delle vicende al secondo in via del tutto eventuale. Occorre fare riferimento al soggetto, (ius dem condicionis et professionis), (del possessionis) qualche volta la Cassazione aggiunge, perché questo è un criterio che da solo risolve la situazione: se quello era l’uomo più esperto, più esperto dell’agente modello, buon per lui; se era l’uomo meno esperto e non corrispondevano le sue cognizioni a quelle dell’agente modello, peggio per lui perché, chiunque deve svolgere una funzione all’interno di un sistema di relazioni interpersonali e svolge una funzione di garanzia ha l’obbligo di adeguarsi allo standard dell’agente modello, e quindi allo standard dell’agente modello occorre fare riferimento.

Beh, in quelle condizioni non c’è alcuna possibilità di ritenere che vi fosse un diverso obbligo di attivazione rispetto a quello che è stato individuato. Il Pubblico Ministero compie uno sforzo doveroso, puntuale e rispettabile nell’atto di impugnazione, e compie uno sforzo alla ricerca di diverse norme, rispetto a quelle che erano in vigore, a tutta la normativa precedente, per andare ad individuare dei criteri che imponessero un’attivazione diversa rispetto a quella che è stata poi concretamente attuata, ed è alla ricerca di questi criteri all’interno dell’ordinamento con l’individuazione di obblighi che deriverebbero in via del tutto indiretta da norme di tipo generale. Le norme citate nei motivi di impugnazione, a nostro modo di vedere, contengono delle prescrizioni assolutamente generiche ed assolutamente indirette, che non possono essere poste a fondamento di un obbligo giuridico di attivarsi, perché la genericità dei richiami che il Pubblico Ministero fa a situazioni normative che potrebbero riferirsi a quelle situazioni precise non possono che andare al di là di un principio generale di (nemin en ledere), ma niente di più, e che non impongono certamente una condotta specifica. Sul punto la sentenza di primo grado è stata di una precisione e di una capacità di articolazione su tutti i punti veramente insuperabile dalla capacità di un Difensore di intervenire oralmente nella discussione in secondo grado, e sul punto vi è l’intervento della memoria cui prima ho fatto riferimento che esaurisce ogni possibile riflessione anche su tutte le prospettazioni che il Pubblico Ministero si sforza di compiere con uno sforzo decisamente enorme nell’atto di impugnazione.

Il secondo nodo, o secondo corno del problema delle discariche dal punto di vista tecnico–giuridico – e vado rapidamente a concludere il mio breve intervento – nella prospettazione del Pubblico Ministero è quello, ed è interessantissimo dal punto di vista giuridico, ma anche questo è un tema che noi crediamo di poter risolvere veramente solo con qualche considerazione al limite della battuta sintetica, è quello dell’individuazione di un obbligo giuridico di attivazione del soggetto che subentra nella posizione materiale e giuridica di chi l’abbia preceduto. Il Pubblico Ministero articola in modo apparentemente conferente una serie di argomentazioni che, a nostro modo di vedere, non sono invece condivisibili. La giurisprudenza citata dal Pubblico Ministero a sostegno della sua posizione a ben vedere, ma a vedere in modo immediato, senza per la verità la necessità di ricorrere ad interpretazioni particolarmente complesse, perché quelle massime citate sono in grado di rendere esattamente e in maniera perfettamente evidente il pensiero della Corte di Cassazione, tutte quelle sentenze depongono, secondo noi, nettamente in favore della nostra tesi, cioè della tesi poi sposata dal Tribunale, prima sposata dal Tribunale e poi oggi da noi sostenuta, e cioè di una tesi che milita in favore dell’insussistenza di questo obbligo giuridico. Bisogna che ci intendiamo, perché altrimenti rischiamo di creare un equivoco e rischiamo di non creare contraddittorio con il Pubblico Ministero e rischiamo di non rispondere su punti che astrattamente, invece, sono dignitosissimi e meritano una risposta adeguata a livello della prospettazione avanzata: nessuno di noi mette in discussione – e credo che non lo si possa fare e non lo vogliamo fare – che anche comportamenti di tipo omissivo possono essere penalmente rilevanti, naturalmente con riferimento a quanto previsto dall’articolo 40 capoverso del Codice, in presenza di una condotta commissiva. Tutti i comportamenti omissivi, anche in tema di gestione delle discariche, possono essere penalmente rilevanti e possono concorrere nell’integrazione della fattispecie astratta, ma a condizione che si realizzi un presupposto, e questo presupposto non si è realizzato e questo presupposto come necessario è individuato anche da tutte quelle sentenze che il Pubblico Ministero pone a fondamento della sua impugnazione, e qual è il presupposto? Che la condotta che viene presa in considerazione e che in ipotesi, quell’ipotesi che il Pubblico Ministero sposa, è penalmente rilevante, quella condotta venga presa in considerazione quando la permanenza del reato principale, cioè del reato di cui si discute non sia cessata; se la permanenza del reato di cui si discute, e cioè della condotta precedente è cessata, tutto ciò che avviene dopo è penalmente irrilevante perché non viene nessun obbligo da parte del soggetto che interviene di tenere qualsiasi tipo di condotta. L’obbligo di attivazione, caso mai, è possibile, come tale può essere preso in considerazione solo ed in quanto la permanenza del reato principale, del reato originario sia tutt’ora in essere. E allora forse il tema è risolto o si risolve andando a cercare nella giurisprudenza della Corte di Cassazione - ed è giurisprudenza ricca, articolata e puntuale - quali sono gli elementi in forza dei quali si possa e si debba ritenere che la permanenza è cessata o non è cessata. Quali sono i criteri? Forse una sola sentenza più di tutte è in grado di dare una definizione esauriente e che è in grado di chiudere il tema: nel reato di discarica abusiva è permanente per tutto il tempo in cui vi siano altri conferimenti o un minimo di organizzazione per il trattamento dei rifiuti. Quando altri conferimenti o una organizzazione in atto per il trattamento dei rifiuti non vi sia, la permanenza è cessata". Tutto ciò che viene dopo è penalmente irrilevante. Credo che sul punto non si debba trattenere oltre la loro attenzione perché a noi paiono considerazioni lampanti ed evidenti e che non possono dar luogo a dubbi di sorta.

Un ultimo punto, veramente un ultimissimo, ed è un tema che questo Difensore insieme ad altri ha trattato nel corso del giudizio di primo grado e anche all’esito del giudizio di primo grado, ed è una subordinata, è una subordinata relativa al fatto che i reati contravvenzionali contestati siano prescritti, o meglio i reati contravvenzionali contestati erano prescritti prima della sentenza di primo grado o, meglio ancora, i reati contravvenzionali contestati erano prescritti prima che intervenisse la modifica del capo d’imputazione. Mi spiego molto semplicemente: se loro avranno modo di vedere, se lo riterranno rilevante andare a controllare in termini puntuali che cosa è avvenuto nel dicembre del 2000, ad un certo punto il Pubblico Ministero assunse una iniziativa che era conseguente ad una sollecitazione che il Presidente del Tribunale fece, ed era una sollecitazione che si rendeva necessaria per la prosecuzione, se non dico per la costituzione, perché era già formato, ma per la prosecuzione di un valido contraddittorio procedimentale. La contestazione originaria del reato contenuta nel decreto che dispone il giudizio, che naturalmente recepiva integralmente, senza alcuna modificazione, la richiesta di rinvio a giudizio, prevedeva un tempo del commesso reato così descritto: permanenza sino all’autunno del 1995. Ebbene, ad un certo punto il Pubblico Ministero ritenne opportuno puntualizzare e precisare quali erano i termini relativi al tempo del commesso reato così come, a suo modo di vedere, erano emersi dagli atti dell’istruttoria dibattimentale, dagli elementi dell’istruttoria dibattimentale, e proprio su sollecitazione del Presidente, che chiedeva una puntualizzazione su questo elemento, il Pubblico Ministero intese modificare il capo d’imputazione, lo fece ai sensi dell’articolo 516 del Codice di Procedura Penale, precisando che la permanenza, che nell’originario capo d’imputazione doveva intendersi fino all’autunno del 1995, anzi alla primavera del 1995, chiedo scusa, mi sto confondendo io, doveva invece ritenersi attuale, e cioè la permanenza del reato, in forza di elementi che erano emersi nel corso dell’istruttoria dibattimentale in udienze di settembre, ottobre e novembre dell’anno 2000, doveva ritenersi attuale fino al dicembre del 2000, cioè nel momento in cui veniva operata questa modificazione del capo d’imputazione ex articolo 516 del Codice di Procedura Penale. Ci trovammo a prospettare in primo grado, signor Presidente e signori della Corte, e ci troviamo a riprospettare oggi in via subordinata, evidentemente, perché la nostra prima richiesta e qua di conferma della sentenza di primo grado di merito di insussistenza del fatto, una subordinata sotto il profilo della possibilità di pronuncia di sentenza di non doversi procedere perché l’azione penale non poteva essere proseguita, addirittura prima della pronuncia di sentenza di primo grado, perché i reati erano estinti per intervenuta prescrizione. Mi spiego: se è vero, com’è processualmente vero – e ho concluso – che la contestazione originaria prevedeva una permanenza fino al 1995, è vero che, senza atti interruttivi della prescrizione, che nel corso del processo non si sono certo verificati, la prescrizione stessa era intervenuta, era intervenuta perché erano decorsi dalla cessazione della permanenza così come indicato nel decreto che dispone il giudizio, non certo per interpretazione arbitraria dei Difensori, erano trascorsi i termini prescrizionali dal momento in cui il reato era consumato, e quando si consuma il reato nei reati permanenti? Quando la permanenza cessa, e la permanenza cessa quando è indicata come tale nel suo momento di cessazione nel decreto che dispone il giudizio o quando, invece, viene pronunciata una sentenza di primo grado se il termine di cessazione della permanenza non viene indicato. Nel nostro caso noi facemmo i conti con un’ipotesi accusatoria che indicava la cessazione della permanenza in una certa data, quindi da lì certamente senza alcun dubbio andava a decorrere il termine di prescrizione. Ebbene, nel momento e nell’epoca in cui il Pubblico Ministero ha inteso operare quella modifica del capo d’imputazione, e cioè ha inteso indicare un diverso tempo del commesso reato, il reato era già estinto, era già estinto per intervenuta prescrizione, e a noi è parso, e l’abbiamo scritto anche in una memoria che abbiamo depositato prima del giudizio di primo grado, e cioè all’esito della discussione dei Difensori, a noi era parso che ogni iniziativa del Pubblico Ministero diretta a modificare le caratteristiche dell’azione, ovvero a contestare un reato concorrente, le due ipotesi del 516 e del 517 sono molto simili e presuppongono l’esistenza di presupposti simili, ebbene, a noi pare che intanto il Pubblico Ministero possa procedere a modificare le caratteristiche dell’azione e magari a contestare un reato concorrente oppure a modificare la descrizione del fatto, in quanto l’azione sia proseguibile; nel momento in cui il Pubblico Ministero ha assunto la sua iniziativa, doverosa, che fa parte dell’obbligatorietà dell’azione penale, l’azione non era proseguibile, perché il reato in relazione al quale l’azione era stata esercitata e che il Pubblico Ministero intendeva modificare era estinto per intervenuta conclusione. Mi spiego – e ho veramente concluso -: perché abbiamo provato a fare quella prospettazione, perché ci crediamo e insistiamo anche in secondo grado? Perché quel tipo di estinzione del reato che noi abbiamo provato a ricostruire e a prospettare all’attenzione dei Giudici di merito di primo e di secondo grado è uno di quei tipi di estinzione del reato in relazione al quale il Giudice è chiamato a pronunciare sentenza di natura dichiarativa, non di natura di tipo costitutivo. Mi spiego, loro insegnano a me, non ho proprio bisogno di spiegarmi, lo ricordo per me stesso: ci sono dei casi in cui il Giudice va a determinare una causa estintiva del reato a seguito di una circostanziazione, cioè della creazione di un regime giuridico nuovo, per esempio concedendo le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti o equivalenti. Bene, in quel momento il Giudice interviene e la causa estintiva del reato viene ad integrarsi a seguito di una decisione costitutiva, che va a creare un regime giuridico in forza del quale poi deriva l’estinzione. Quando poi la causa estintiva del reato si determina per esempio per amnistia, per morte del reo, per remissione della querela, per oblazione, le quattro cause estintive diverse dalla prescrizione, il Giudice è tenuto a prendere atto della situazione che si è determinata e a pronunciare oggi per allora l’intervento di una causa estintiva; se si dovesse pronunciare oggi una causa estintiva legata all’amnistia si direbbe che il reato è estinto dalla data di pubblicazione del decreto di amnistia sulla Gazzetta Ufficiale, e così sulle prescrizioni che si determinano naturalmente, senza bisogno che il Giudice faccia intervenire un diverso regime giuridico in forza del quale poi possa derivare la prescrizione. Quella prescrizione che noi abbiamo prospettato all’attenzione del Giudice di merito e che oggi ci permettiamo di risottolineare un’altra volta era una causa estintiva del reato che si era maturata e realizzata da sola nel tempo per il solo decorso del tempo, per il solo decorso dei tre anni più uno e mezzo, perché era intervenuta una causa interruttiva del reato costituita dalla richiesta di rinvio a giudizio o dal decreto che dispone il giudizio. Realizzatasi questa condizione il Giudice non poteva che prendere atto del fatto che in allora il reato si era estinto e quindi tutto ciò che il Pubblico Ministero poteva poi fare in relazione a quel reato era inesistente perché mancava il presupposto dell’azione e cioè la proseguibilità dell’azione medesima.

Grazie dell’attenzione, insisto per la conferma della sentenza di primo grado.

 

PRESIDENTE – Prego, avvocato Benedini.

 

DIFESA – Avv. Benedini – Signor Presidente, signori della Corte, signori dell’ufficio del Pubblico Ministero, io assisto qui Giancarlo Reichenbach, per il quale anticipo subito le conclusioni: chiedo che sia confermata in toto la sentenza di primo grado e che pertanto sia confermata la assoluzione dal primo capo d’imputazione per non aver commesso il fatto e, per quanto concerne il secondo capo d’imputazione, perché il fatto non sussiste. Signori, questa è, credo, la giornata degli interventi brevi, e in genere la brevità corrisponde ad una consapevolezza, che è quella della superfluità. La superfluità è una categoria dell’esistenza abbastanza sgradevole, con la quale si convive non certo con facilità, ma questo è il compito che ci siamo dati, cioè di scegliere la strada meno superflua per l’assistenza degli imputati. È una superfluità che è data anche dalle carte del processo, dallo svolgimento del processo, dalla sentenza stessa, che è un caposaldo insuperabile e tale rimane. Perché dico questo? Perché affrontare i temi del processo significa affrontare i fatti e lì risolvere il processo prima ancora di affrontare le posizioni soggettive, questo è stato il compito del Giudicante in primo grado e qui si riconferma il compito del Giudicante in secondo grado, quindi non si potrà - perché è già stato fatto e sarebbe inutile farlo – toccare il tema della oncogenicità del cloruro di vinile monomero, dell’insorgenza del problema, di come e quando si manifestò il problema, non toccherà trattare i temi di come fu apprestata la sicurezza ambientale nei luoghi di lavoro, ancorché naturalmente si passerà anche a trattare questo aspetto per quanto riguarda la posizione soggettiva di Reichenbach. Non si potrà trattare dei problemi ambientali, che non sono stati creati nella laguna di Venezia – l’abbiamo visto – dall’insediamento del Petrolchimico, che comunque è stato provato nel processo sono stati risolti ed adeguati a canoni normativi prima ancora che le stesse norme in materia entrassero in vigore. Non saranno questi i temi del mio intervento; saranno piuttosto specificati alla posizione di Giancarlo Reichenbach, anche se tuttavia qualche passaggio, come dire, di carattere generale mi pare che mi possa essere consentito. E i passaggi di carattere generale che mi voglio consentire, sia pure brevemente, sono due, perché sono di riflesso critico fondamentale, direi, alla accusa e al suo impianto. Già nel primo grado ricordo che parlai di crisi dell’accusa, crisi dei fondamenti dell’accusa, non mi tocca che ribadirli anche in questa seconda tornata di giudizio. E quali sono i due aspetti che rivelano la crisi dell’accusa? Uno è il problema della cooperazione colposa; voi sapete che il primo capo d’imputazione contiene l’enunciazione, non solo formale ma anche nel lessico, della norma di cui all’articolo 113 del Codice Penale. Questa formulazione d’accusa che è soltanto contenuta nel primo capo d’imputazione in realtà ridonda anche nel secondo capo, se vogliamo, per effetto di quella unione ellittica che viene fatta attraverso la contestazione del disastro, che riguarda e l’uno e l’altro aspetto dei problemi di causa. Ebbene, la cooperazione colposa – non lo sto a ripetere io perché lo leggiamo in dottrina, ma l’abbiamo visto soprattutto in giurisprudenza – è una creazione di questo nostro ultimo Codice, non sappiamo se rimarrà nel prossimo Codice, ma che sta ad enunciare un tipo di colpa che forse il legislatore temeva che potesse essere escluso, temeva a torto che potesse essere escluso, dalla previsione generale del reato colposo. Si è detto in realtà che se ne poteva fare a meno, che bastavano l’articolo 40 e l’articolo 43. Però, a dire il vero, non è una norma così superflua come si crede, perché in realtà sta a significare tutti quei casi nei quali vi è una mutua consapevolezza di una condotta comune, sia pure frazionata anche nel tempo e scaglionata in diverse fasi e in diversi gradi di responsabilità, che può accomunare tutti quanti in un piano criminoso che, seppure non vuole l’evento, lo può rendere prevedibile. Già il Tribunale ci ha pensato, e l’ha scritto, che questo è un aspetto della Accusa che è molto molto criticabile, perché poi l’enunciazione della cooperazione colposa non solo non esiste nel capo d’imputazione stesso, ma si è assolutamente vanificato, si è disperso nel nulla per quanto concerne lo svolgersi del dibattimento e quindi l’enucleazione concreta dei fatti d’accusa a livello di prove. Non c’è prova di una cooperazione colposa, cioè di una mutua consapevolezza di versare, sia pure a livello di solo avvertimento, a livello di solo sospetto, in un grado di illiceità. Come fa allora il Pubblico Ministero, persona avveduta, nella formulazione dei capi d’accusa a superare questo impasse? E qui è la crisi dell’Accusa fondamentale, come fa a superarlo? Ci sono dei dati che vengono messi in sospensione, ma comunque inseriti nel capo d’imputazione, che fanno ridondare questa cooperazione colposa in una fattispecie che va più sul doloso che non sul colposo. Sappiamo benissimo che uno dei (leit motiv) dell’Accusa in primo grado fu quello del complotto della segretezza o del patto di segretezza che in realtà, appunto, per come è enunciato, dovrebbe essere un complotto; sappiamo che un altro dei temi dell’Accusa è quello di non aver voluto, non di non aver saputo ma di non aver voluto prevedere erogazioni di spesa adeguate alle necessità di intervento determinate dalla emissione di CVM, di non aver voluto. Ora, dicevo, credo che questo tema sia già stato trattato - anzi ne sono certo - dai colleghi, ed è per questo che ci passo soltanto incidenter tantum. L’esistenza di un patto di segretezza o di una congiura della segretezza è smentita nel procedimento da quello che originariamente doveva essere – e non fu – il massimo teste d’accusa, che si rivelò invece essere il baluardo tra le testimonianze della Difesa, ed è il professor Maltoni, perché è in reipsa ormai che l’affidamento dell’incarico al professor Maltoni costitutiva in partenza, non alla risulta, costitutiva in partenza nelle intenzioni dell’azienda l’affrontare un problema non per non risolverlo, non per tenerlo fantascientificamente aggregato tra le cose da tenere nascoste; si trattava di un incarico dato ad uno scienziato laborioso, onesto, ma anche desideroso di far conoscere i risultati della propria attività scientifica, non certamente di un servo della scienza asservito altresì al potere. L’abbiamo visto, l’avete letto che cosa ha detto il professor Maltoni a riguardo della riservatezza: non c’era. C’era, al contrario, un’esigenza di rendere pubblica e manifesta a qualunque soggetto e in primis agli operatori quali fossero i risultati e come si potesse e si dovesse intervenire di conseguenza. Questo è il primo aspetto, dicevo, della crisi dell’Accusa, che parte da un concetto di cooperazione colposa che non esiste e che, per essere tenuto in piedi, viene fatto ridondare con enunciazioni penalistiche che hanno riferimento soltanto al dolo e non alla colpa. Il secondo aspetto della cooperazione colposa, che è assolutamente critico, è quello relativo alla presunta pretesa violazione dell’articolo 437 del Codice Penale, cioè l’omessa, la dolosa omissione di cautele a presidio della sicurezza e della salute dei lavoratori. Anche qui il problema è lampante, il problema dell’Accusa, ed è un problema che, come vedrete, tocca l’operato di Reichenbach in un modo che è evidente, e vedremo poi il perché. Il nostro ordinamento riguardo all’omissione di cautele a presidio della sicurezza e della salute ha una forchetta che è di una larghezza strabiliante, cioè si passa dalla violazione di cui all’articolo 437 Codice Penale, dall’altra parte le violazioni che hanno un contenuto oggettivo analogo, ma che sono assolutamente di diversa natura, sono quelle contenute appunto nel decreto del ‘56, norme antinfortunistiche. Ebbene, se poniamo mente, se facciamo attenzione a questi due tipi di norme noi ci rendiamo conto che da un punto di vista oggettivo la tutela è la stessa, salvo che per un fatto si risponde di un delitto doloso, per l’altro verso, cioè per la stessa omissione di cautele, per altro prescritte normativamente, si risponde di una contravvenzione che nella maggior parte dei casi è oblabile. Ora, ripeto, anche questo è uno degli aspetti del processo che permangono irrisolti o, per meglio dire, che permangono irrisolti per quanto concerne l’Accusa. Qui non posso che richiamarmi a quanto dice il Tribunale, perché non ci sono parole diverse da quelle che ha usato il Tribunale e io nel processo non posso cercare altri spunti per avere una originalità superiore a questa. Dice – peraltro anche molto sinteticamente – il Tribunale, risolvendo in nuce il problema dell’applicazione dell’articolo 437, che si tratta di una violazione che concerne la dolosa omissione di cautele che siano tassativamente prescritte per una precisa procedura di lavoro, per un preciso apparecchio, per un preciso processo di produzione industriale di fronte al quale la tecnica e/o la scienza prevedano con millimetrica precisione quali possono essere i rischi. Ma badiamo bene che tutto questo non basta perché ancora una volta, anche in questo caso, quando abbiamo definito in questo modo la violazione dell’articolo 437, dobbiamo comunque rifarci ad una visione di un reato che ha una sorta di meditazione dolosa su quanto debba, anzi meglio, possa essere messo e di conseguenza omesso, e di conseguenza omesso. Questi sono i due capisaldi di crisi dell’Accusa, che permangono in tutta la loro gravità. Questo è un processo che taluni colleghi, se non sbaglio, sia in primo grado che in secondo grado hanno definito inutile, qualcuno ha detto: questo è un processo che non s’aveva da fare, poteva rimanere ai tempi del vecchio processo in Pretura e lì risolversi, forse con qualche contravvenzione. Da un punto di vista formale e giudiziario noi possiamo essere forse d’accordo su questa soluzione, ma io non sono convinto di ciò, non sono convinto di ciò, perché questo è un processo che invece dà rango ad un Codice di Procedura Penale che per tanti versi è stato anche forse giustamente maltrattato e anche un pochino ingiustamente bistrattato, e poi soprattutto perché dà rango ad un aspetto del processo che è quello della formazione nel dibattimento della prova. Mai come in questo processo si è dato luogo ad una corretta, puntuale applicazione del principio di prova: nella terzietà, nella contestazione costante, nel dibattimento insomma. Se voi avete presente lo svolgimento del dibattimento di primo grado in tre anni non potete che convenire su questo: finalmente si è dibattuto su fatti che hanno dato luogo ad una soluzione che è di incontrovertibile verità; per quello che concerne la posizione che sto trattando non mi dilungo, quindi, su tutto ciò che avete già udito nelle scorse udienze e che probabilmente udirete nelle prossime, qui mi fermo a dati di evidenza.

E vengo al caso di Reichenbach. Credo che ci sia, non so quanto sviluppato, perché in realtà poi non si è precisato esattamente l’inizio delle assunzioni di responsabilità del dottor Reichenbach, non si è precisato nell’accusa, in termini verbali voglio dire, ma quello che si può presumere per quanto concerne il mio assistito è che egli prenda capo e visione, visibilità in questo processo a partire dal 1973, esattamente dal maggio 1973, perché da quell’epoca, cioè da quella data, egli diviene responsabile del gruppo di produzione Oli Fini e Acetilene nello stabilimento di Porto Marghera e dal novembre ‘73 è vice produzione di Produzione 1 nello stesso stabilimento di Porto Marghera. Arrivo subito alla conclusione, per essere breve e perché ci sono poche da parole da dire: in realtà il periodo che va dal 1973, maggio, al settembre 1975 non vede, non dovrebbe vedere assolutamente Giancarlo Reichenbach interessato a questo processo, per la semplice ragione che – io poi vi farò avere, signori della Corte, una nota di allegazione che porta ovviamente soltanto documenti che sono già inseriti addirittura nelle indagini preliminari e poi riversati nel dibattimento, non c’è nulla di nuovo ma è una mera comodità di lettura – in realtà le prime due responsabilità di Reichenbach nell’ambito di Porto Marghera, prima non se ne parla nemmeno, non c’era nessun luogo in cui svolgesse direzione, etc., hanno a che fare con processi produttivi, processi di produzione che non interessano le zone cosiddette di rischio, perché voi sapete, signori della Corte, scusate se ve lo ripeto, che le zone di rischio non sono quelle della produzione del cloruro di vinile monomero, ma sono quelle della sua trasformazione nel polimero, Reichenbach in realtà è responsabile di zone di produzione del cloruro di vinile monomero, è un dato accertato nel processo, e noi sappiamo che le zone di produzione di cloruro di monomero non recano pericoli per la semplice ragione che la produzione del monomero è chiusa, è fatta al chiuso; il Consigliere ne sa più di me di queste cose, a questo punto. L’assunzione di responsabilità, cioè il luogo temporale da cui il dottor Reichenbach è visibile nel processo e diviene pertanto una figura di garanzia, così come tecnicamente e giuridicamente viene definita, è quindi dal settembre 1975, da quando cioè egli diviene responsabile di produzione nell’ambito della vice direzione generale. Ancor più, se vogliamo accentuale una dose di visibilità che comunque è superflua, dall’aprile 1976 vice direttore generale tecnico della Divisione Materie Plastiche in sede, cioè in sede vuol dire a Milano. Da qui in poi la sua attività può essere presa in considerazione, lo faccio io, a dire la verità non l’ha mai fatto l’Accusa ma lo faccio io, mi sono preso questa briga qui, in relazione ai due capo d’imputazione. Un collega della Difesa – adesso mi sto dedicando solo un momento al secondo capo d’imputazione – ha fatto un elenco, e credo che sia allegato, sennò mi riservo di farlo in una memoria per la prossima udienza, ha fatto un elenco di quanto riguardo all’ambiente, cioè agli scarichi, è stato fatto dall'azienda, a prescindere quindi adesso da una riferibilità specifica al dottor Reichenbach, a partire dagli anni 1972 fino – per quanto ci possa interessare – al 1983; se ve lo leggo tutto vi faccio perdere tempo e vi annoio già più di quanto non stia facendo adesso. Il riassunto, comunque - basta la lettura - compendia una attività di adattamento e di depurazione che precorre abbondantemente l’applicazione delle normative sull’inquinamento e sui rifiuti. Noi sappiamo – ve lo ricordo adesso, credo che il professor Palliero e il professor Mucciarelli ieri ve ne abbiamo parlato abbondantemente – che per quanto le leggi, possiamo partire addirittura dal 1956, ma per quanto riguarda invece l’attuazione di leggi, e non da poco, come la legge su Venezia del ‘73, la prima legge di carattere nazionale integrale sull’inquinamento del ‘76, quella del ‘79, ebbene, hanno attuazione, entrano in esecuzione nel 1980, a tacere del fatto che, come già è stato evidenziato – e non ci vado oltre – l’inquinamento della laguna di Venezia non è stato provocato da questa azienda che noi stiamo qui difendendo, e qui mi fermo. Per quanto concerne invece l’aspetto interno aziendale c’è qualcosa di, se è possibile, ancora più interessante: io ho elencato qui, ma è un dato comunque endoprocessuale, non l’ho creato io, non è una mia creazione ma è una creazione del processo stesso, c’è l’elenco - nella memoria che potrete vedere – delle commesse; il Tribunale su questo tipo di attività si è dilungato in modo specifico e analitico, quindi non intendo ritornare, ma sappiamo benissimo di come questa azienda abbia strutturato in modo sintetico ma altrettanto organizzato l’intervento, l’organizzazione dell’intervento, il responsabile dell’intervento, il responsabile della procedura, l’apertura della commessa e quant’altro. Devo dire che, trovandoci in collocazione temporale nella seconda metà degli Anni Settanta, anzi prima ancora, a partire dal ‘73–‘74, c’è in questa azienda una creatività che poi verrà ripetuta, omologata in testi normativi di ben lunga successivi. C’è la creazione del responsabile del procedimento, che addirittura adesso è ricalcata, dal 1990, anche in ambito amministrativo, e così via. Ebbene, per quanto riguarda queste commesse, che sono indefettibili perché non c’è solo la documentazione ma c’è la prova nei fatti di quanto è avvenuto, il dottor Reichenbach compare nelle firme come colui che autorizza l’attività di commessa e quindi i ripari dal 1966, lo potete vedere, il che ribadisce la mia constatazione, che però ripeto è soltanto una contestazione, e che cioè il dottor Reichenbach è figura visibile nel processo come figura di garanzia a partire, se volete, dalla fine del 1975, ma comunque in ogni caso dal 1976, tanto vero che le sue firme compaiono in quell’epoca e si protraggono per cinque – sei anni, fino al 1982. Anche qui la mia elencazione sarebbe superflua. Quello che invece vi voglio fare constatare subito, signori della Corte, è che tutti quanti gli interventi che riguardano i reparti di produzione sia del monomero, che sarebbe anche abbastanza indifferente, sia del polimero, cioè del PVC, e poi anche dell’insaccamento, quindi abbattimento polveri, etc., sono attività di completamento, sono attività complementari, aggregative, lavoro di apprestamento sopra attività che già erano state fatte nel 1972–‘73–‘74–‘75. C’è un aspetto che è peculiare di quello che sono le commesse a partire dal 1975: non c’è più un intervento sulla procedura, ci sono interventi sulle apparecchiature e sul processo. Faccio questa distinzione perché si cura di farla questa distinzione il Tribunale, e mi pare una distinzione fondamentale per la conoscenza dei fatti di causa. Che cosa sono gli interventi sulla procedura, che cosa sono gli interventi sulle apparecchiature e sul processo? L’intervento sulla procedura è quello più urgente, istantaneo, che prescinde anche da una scelta tecnologica sofisticata, ma che va diritta verso la soluzione del problema immediato: che s’ha da fare per diminuire le emissioni? Questi sono gli interventi sulla procedura, e quindi si tratta per lo più di provvedimenti che riguardano l’eliminazione di un degasaggio che può essere nocivo ai lavoratori, si guarda all’eliminazione del contatto vicino, del contatto e della vicinanza del lavoratore allo scarto, al CVM, e così via. Questi sono i provvedimenti sulla procedura. Reichenbach interviene in un momento successivo a perfezionare quello che è stato svolto prima, si tratta di interventi sulle apparecchiature e sul processo; che cosa vuol dire lo capite benissimo anche voi, sono provvedimenti di commessa innovativi, una volta risolto il problema primordiale si passa a quello successivo, cioè al problema da risolvere in radice e per il futuro, perché comunque non ci sia più l’impiccio di un intervento sulla procedura che, come voi sapete, è sempre empirico e non più soltanto tecnico, non già tecnico, ma può essere empirico, è un intervento sugli apparecchi, è un intervento sugli apparecchi. Non ve ne elenco neanche uno perché sarebbe superfluo ma ne faccio tesoro proprio in questa nota di allegazione. Che cosa significa questa constatazione? Ripeto, è soltanto una constatazione. Significa che nel 1973–‘74 i problemi erano stati affrontati e risolti nella loro gravità; significa che in quegli anni si era dato retta, prima ancora di conclamazioni scientifiche che, come sappiamo, risalgono alla primavera del 1974, a quanto aveva detto Maltoni. Dal 1975–‘76 l’apparato industriale viene via via modificato, con interventi che non possono non riguardare la spesa, che non possono non riguardare un pieno, consapevole onere assunto dall’azienda. Se lo vedete quell’elenco lo potete intuire proprio dalla qualità e dal tipo radicale di interventi che vengono fatti a partire proprio da quell’epoca. I testi queste cose le hanno dette, e questa è la ragione per cui io prima ho difeso e questo processo, e una sua necessità quanto meno storica, se non giudiziaria, è la ragione per cui adesso arrivo alle conclusioni. I testi io cito, non li sto a ripetere per non annoiarvi, parlo di Cecconello, che era l’addetto alle autoclavi, parlo dell’ingegner Gianeselli e di altri ancora; ebbene, se voi osservate si tratta di persone che avevano la visione quotidiana dei problemi della vita dell’azienda. L’ho già detto in primo grado, mi riferisco anche a Basei, per esempio: questa azienda ha risolto i problemi non appena si sono manifestati, e sappiamo quando, non attraverso una utilizzazione di sofisticate apparecchiature tecnologiche, questo sarebbe stato impossibile perché la realtà vuole altre esigenze. Si tratta di affrontare il problema ic et nunc, qui e subito. Ebbene, sono stati questi tecnici, che evidentemente conoscevano il problema, ad affrontare e a risolverli i primi guai, ed erano appunto gli interventi sulle procedure, cioè su quelle situazioni dalle quali poteva emergere un primo istantaneo pericolo per i lavoratori.

Questi sono i concetti che io vi affido e per i quali, appunto, io riconfermo senz’altro le mie conclusioni, sia per quanto riguarda il primo che il secondo capo d’imputazione. Grazie.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo e poi riprendiamo con l’ultimo intervento.

 

L’UDIENZA SOSPESA ALLE ORE 10.51 RIPRENDE ALLE ORE 11.28.

 

PRESIDENTE - Prego avvocato Giarda.

 

DIFESA – Avv. Giarda – Grazie. Signor Presidente, signori della Corte, signori del Pubblico Ministero, oggi intervengo nell'interesse dei miei assistiti: ingegner Calvi, ingegner D’Arminio Monforte e ingegner Luciano Fedato. Il mio intervento deve considerarsi come complementare rispetto agli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto quali codifensori, quindi do per presupposto l’intervento dell’avvocato Acinni nell’interesse dell’ingegner D’Arminio Monforte, l’intervento dell’avvocato Sassi nell’interesse dell’ingegner Calvi e dell’avvocato Franchini nell’interesse dell’ingegner Fedato. Cercherò di puntare all’essenziale per trasferire alla sensibilità delle Signorie Vostre ciò che ho già fatto davanti al Giudice di primo grado all’udienza del 2 ottobre 2001. Sarà inevitabile che ripeta cose già dette per una considerazione abbastanza semplice: perché di quelle cose non vi è una traccia particolarmente significativa nella sentenza di primo grado, non vi è una traccia particolarmente significativa nella sentenza di appello proposta dal signor Procuratore della Repubblica, vi è soltanto un intervento, da un certo punto di vista singolare sul piano della ammissibilità processuale, nella trattazione orale dei motivi d’appello fatta dal signor Pubblico Ministero davanti a lor signori nelle udienze di quest’anno e segnatamente nelle udienze dell’8 e 13 luglio 2004. Perché dico che devo in qualche misura ripetere cose che sono già nella disponibilità delle Signorie Vostre? Perché questo processo è stato caratterizzato – e l’avevo già detto in primo grado – dalla problematica oggettiva dei fatti di reato ed è stato caratterizzato altresì da una sorta di contrazione fisiologica delle posizioni soggettive delle Parti. Forse è naturale che dovesse avvenire così, forse è nella logica stessa del momento storico che stiamo vivendo che i processi debbano caratterizzarsi per questa contrazione soggettiva delle Parti, forse non è stato indifferente che nel settembre del 2000 lo Stato italiano abbia varato quella legge n. 300 che porterà, inevitabilmente e per fortuna, il sistema penale su lidi che finora erano sconosciuti. Finora bisognava arrivare ai grandi gruppi industriali attraverso necessariamente le persone fisiche, forse con le modifiche introdotte con la legge n. 300, attuata in parte con il decreto legislativo 231 del 2001, forse cambieranno le cose, ma questo processo si colloca in un momento di transizione, quindi era giusto forse che si discutesse sull’esistenza oggettiva dei fatti di reato e che le posizioni soggettive fossero lasciate in un secondo piano. D’altra parte questa che è una caratteristica di tutti questi grandi processi ad un momento dell’evoluzione industriale del nostro Paese è una caratteristica che dovrà scomparire, in un futuro magari non lontano, ma che al momento storico attuale vede ancora la necessità di discutere sulla responsabilità soggettiva delle persone evocate quali ipotetici autori dei fatti di reato oggettivamente affrontati per gran parte del dibattimento di primo grado. E in questa logica, proprio nella logica della valutazione delle posizioni soggettive, signori della Corte, mi sembra che un passaggio estremamente significativo della sentenza di primo grado debba essere tenuto in considerazione quale canone metodologico assolutamente accettabile e indefettibile anche per la valutazione del materiale che è stato portato alla vostra sensibilità. A pagina 175 della sentenza di primo grado si dice: "non è compito del Giudice fare processi alla storia della industrializzazione, ma semmai è compito del Giudice di contestualizzare i fatti per trarne le debite conseguenze sotto il profilo giuridico". E a questo canone di metodo la sentenza di primo grado è rimasta fedele, ed è rimasta fedele sotto tanti profili, soprattutto per quanto riguarda l’identificazione degli elementi costitutivi del grado o della qualità della colpa attribuita alle persone fisiche evocate in questo processo. Ora, a me pare che tutto l’impegno - molto rispettabile e davanti al quale tutte le Difese si sono sempre inchinate con un doveroso riguardo - del Pubblico Ministero sia di primo grado che del Giudice dell’appello nel proporre nuovamente i motivi d’appello non tenga conto – e lo dico con il rispetto a chi ha svolto, invece, questa funzione accusatoria – di questo canone metodologico preciso che il Tribunale ha segnato: "non è compito del Giudice fare processi alla storia della industrializzazione ma semmai di contestualizzare i fatti per trarne le debite conseguenze sotto il profilo giuridico". Perché dico questo? Perché attraverso la lettura anche dell’ampio materiale che è stato elaborato dagli organi del Pubblico Ministero che cosa emerge? Emerge anzitutto la impostazione di un capo d’imputazione che non ha consentito alle Difese di capire esattamente quali erano gli addebiti mossi alle singole persone fisiche; da questo punto di vista la storia del processo registra una nostra eccezione svolta in sede di udienza preliminare e poi ripresa in sede di questioni preliminari davanti al dibattimento di primo grado in cui si diceva: con questo capo d’imputazione noi persone fisiche non siamo in grado di capire da quali addebiti dobbiamo rispondere. E questo cosa significa? Significa che, più che un processo alle singole posizioni soggettive, si è voluto fare un processo a quel momento particolare della storia dell’industrializzazione d’Italia. Non solo, ma si sarebbero dovuti specificare anche, nell’ordine, i tempi delle posizioni di garanzia, cioè per quanto riguarda l’ingegner Calvi, l’ingegner D’Arminio Monforte e l’ingegner Fedato ci saremmo aspettati che il Pubblico Ministero identificasse esattamente i tempi entro i quali i tre imputati che io difendo dovevano considerarsi posti in posizione di garanzia, con funzioni e ruoli che avrebbero potuto entrare nella seriazione causale dei fatti per impedirli. Ma anche questo è stato in qualche misura tentato nell’esposizione orale dei motivi d’appello davanti a lor signori ma non vi è traccia in atti precedenti. Bisognava poi identificare non solo i tempi ma anche i ruoli e le eventuali omissioni, quindi una identificazione precisa dei poteri, e dei poteri decisori delle persone chiamate a rispondere di così gravi reati. Infine si sarebbe dovuto fare quello che abbiamo auspicato più volte senza trovare una adeguata risposta, identificare una correlazione causale specifica tra gli eventi dei decessi e gli eventi delle malattie e le omissioni addebitate alle persone che io ho avuto incarico di difendere. Ora, tutte queste cose che cosa dimostrano, signori della Corte? Dimostrano sostanzialmente una carenza di indagine da parte dell’organo dell’Accusa, ma una carenza di indagine che verosimilmente è una carenza legata ad una realtà storica della vicenda, non ad una insufficienza dei poteri e della diligenza d’indagine. Quando diciamo di una carenza d’indagine non vogliamo alludere al fatto che gli organi dell’Accusa non abbiano fatto fino in fondo la loro attività d’indagine, anzi, ma che il risultato di quell’attività d’indagine non ha prodotto nessun altro elemento probatorio utile ai fini di questi tre momenti fondamentali: i tempi delle posizioni di garanzia, i ruoli delle posizioni di garanzia, la correlazione causale tra le omissioni contestate e gli eventi che sono oggetto del procedimento penale. Allora, fatta questa premessa di carattere generale, si sarebbe dovuto anche dare risalto – almeno secondo il nostro punto di vista – a due profili che sono stati evocati ampiamente dai colleghi che mi hanno preceduto, sui quali evidentemente non voglio nemmeno per sintesi ritornare, vale a dire il grado di consapevolezza e di capacità di consapevolezza operativa, quali ricadute professionali dell’elaborazione scientifica in questo particolare settore da un lato, e dall’altro bisognava anche dare conto di tutti gli interventi che erano stati fatti, di tutte le decisioni che erano state prese, nei limiti in cui i tre imputati che io difendo avevano dei poteri decisori, soprattutto per quanto riguarda poteri decisori in ordine alle disposizioni patrimoniali. Tutti questi itinerari si sarebbero dovuti fare, ma mi rendo ben conto che data l’ampiezza e la complessità di questo procedimento sarebbe stato un lavoro molto impegnativo, ma non sono state fatte, e dunque, se non sono state fatte, il risultato a cui si deve arrivare ad opera delle Signorie Vostre, al di là dei risultati cui giungeranno certamente in ordine alla configurabilità oggettiva dei fatti di reato, utilizzando i preziosissimi contributi dei colleghi che mi hanno preceduto, dev’essere in qualche misura affrontato, ed è il compito che mi ripropongo oggi, trasferendo, ripeto, alle Signorie Vostre cose che già ho detto in primo grado e che sono rimaste sostanzialmente tra le pieghe della motivazione della sentenza di primo grado stesso.

Cominciamo dall’ingegner Calvi, il quale ingegner Calvi è persona che ha vissuto in modo drammatico questa situazione del processo, per incidens porto a conoscenza delle Signorie Vostre, ma soltanto per giustificare la sua assenza, l’ingegnere è stato colpito qualche tempo fa da un ictus cerebrale, non è in condizioni di capire bene quello che succede, quindi lo dico non per chiedere la sospensione del procedimento ma solo per giustificare la sua assenza, ha vissuto in maniera drammatica questo processo perché l’ingegner Calvi è stato, credo, tra i primi all’interno della struttura Montedison ad occuparsi della problematica relativa alla cancerogenicità del CVM; è stato tra i primi per quale ragione? E qui entra in considerazione il primo dei profili a cui alludevo, e cioè dobbiamo identificare esattamente i tempi delle posizioni di garanzia. L’ingegner Calvi viene nominato vice direttore generale tecnico - perché anche la qualifica è importante da questo punto di vista - della DIPE nel gennaio 1973, e viene nominato con l’ordine di servizio n. 367 del 15 gennaio del ‘73; resta a rispondere quale vice direttore generale tecnico della DIPE fino al dicembre del 1975, perché con l’ordine n. 932 del settembre 1975 viene nominato direttore generale della Divisione. Al suo posto viene nominato un altro vice direttore tecnico, esattamente nella persona dell’ingegner Fogagnolo, e cessano dunque a partire dal dicembre 1975 i suoi poteri di controllo sull’attuazione degli investimenti, compresi quelli che riguardano il CVM. La riprova di questo particolare momento operativo dell’ingegner Calvi è data proprio dall’intervento del signor Pubblico Ministero in sede di udienza davanti alle Signorie Vostre. Nella trattazione orale dei motivi d’appello il signor Pubblico Ministero, nell’udienza dell’8 luglio 2004, richiama una serie di documenti che sarebbero riferibili all’ingegner Calvi e sui quali ovviamente il signor Pubblico Ministero elabora una serie di considerazioni come a dire che vi doveva essere un coinvolgimento diretto dell’ingegnere Calvi nella problematica concernente la seriazione causale degli eventi di cui si discute, citando un documento del 22 novembre 1973, un altro documento dell’11 dicembre del 1973, un documento del 5 aprile ‘74, un riferimento ad un documento della Regione Veneto dell’agosto 1975, per concludere con un documento relativo ad una riunione tenutasi il 21 giugno 1975. Dunque lo stesso Pubblico Ministero, nel momento in cui, passando da una valutazione di carattere generale si impegna, come del resto ha fatto in altre occasioni, ma in questa occasione soprattutto con riferimento alla posizione dei singoli, ad identificare elementi documentali che possono in qualche misura coinvolgere la posizione dell’ingegner Calvi, cita documenti che vanno dal ‘73 al ‘75, esattamente come si è detto, e cioè sono fatti riferibili al momento in cui l’ingegner Calvi assume e svolge il ruolo di vice direttore generale della Direzione Tecnica, e sono questi solo gli anni a cui bisogna fare riferimento, perché solo con quel ruolo e solo con quella funzione l’ingegner Calvi era in condizioni di poter interloquire - aggiungerò tra poco, senza poteri di spesa - sulle problematiche che derivavano dagli impianti di produzione del PVC e cioè dell’utilizzazione del CVM prodotto in altri settori, com’è stato giustamente puntualizzato questa mattina anche dall’avvocato Benedini. Dunque non in generale la posizione dell’ingegner Calvi all’interno della struttura Montedison, ma soltanto con riferimento a questo particolare periodo storico, perché solo questo particolare periodo storico vede l’ingegner Calvi dotato di poteri valutativi che in qualche misura possono incidere sulla problematica del CVM. E se questo è vero, allora il primo dei tre aspetti che dovevamo prendere in considerazione, vale a dire i tempi della posizione di garanzia, per quanto riguarda l’ingegnere Calvi vanno dal gennaio del 1973 al dicembre del 1975. In quel periodo, signori della Corte, ciò che succede all’interno della struttura Montedison è a tutti noto, non voglio ripetere cose dette già da altri sicuramente in modo più articolato e ordinato, però una cosa è sicura: che in quel periodo la Montedison e nessun altro, la Montedison si preoccupa, sulla base dei risultati che ormai sono il punto di riferimento fondamentale per quanto riguarda la storia di questo processo, al di là di tutte le grandi citazioni del Pubblico Ministero, sulle quali è intervenuto già l’avvocato Acinni, la Montedison, preoccupata dal messaggio drammatico che poteva venire dagli studi del dottor Viola della Solvay, affida al professor Maltoni, garantendogli addirittura un laboratorio specifico, l’esame di tutta questa problematica, e non è vero che non ci sono stati degli investimenti a tale proposito, perché già la stessa costituzione di una struttura ad hoc per il professor Maltoni per le sue ricerche per quei tempi, è facile poi vedere secondo l’occhio del dopo quello che poteva essere fatto, ma bisogna riportarsi al 1973, signori della Corte, trent’anni fa, è un periodo lunghissimo dal punto di vista della maturazione della sensibilità per questi problemi. Ebbene, viene affidato al professor Maltoni l’incarico, lo stesso ingegner Calvi si reca negli Stati Uniti per acquisire delle schede tecniche da sottoporre al professor Maltoni, ha un continuo contatto con il professor Maltoni, un contatto direi legato alla sua posizione, quindi non c’è da meravigliarsi che nei documenti che il Pubblico Ministero produce ci sia la presenza dell’ingegner Calvi, perché proprio il suo ruolo in quel periodo cronologico ben preciso lo portava ad occuparsi di questa problematica. Ma allora, se è così, dove starebbe l’omissione causalmente orientata alla produzione degli eventi per cui è causa? Dove starebbe il suo grado di colpa, generica o specifica che sia, nella determinazione in cooperazione con altri degli eventi che si sono qui evocati? Dove starebbe la sua omissione continuativa? A fronte delle quali, signori della Corte, sta quel suggestivo argomento che il signor Pubblico Ministero dal suo punto di vista, giustamente intendo dire, ha rassegnato prima al Giudice di primo grado e poi alla sensibilità di lor signori, del cosiddetto patto di segretezza: non diffondiamo i risultati di queste indagini perché altrimenti potrebbero determinare un panico e creare delle aspettative soprattutto in seno alle organizzazioni sindacali. Può essere, nessuno di noi era presente, può essere che di fronte ai primi risultati del professor Maltoni ci sia stato un minimo di presa di coscienza, però dalla sorpresa che poteva essere venuta al patto di segretezza il passo è lungo. Ma che senso avrebbe avuto, signori della Corte, che la Montedison affidasse ad una struttura pubblica, ad una persona come il professor Maltoni, che era il più grosso scienziato che si occupava di oncologia di quel periodo, che senso aveva affidare ad una struttura pubblica, a quello scienziato, a predisporre addirittura un laboratorio specifico se poi i risultati dovevano essere tenuti segreti? O veramente eravamo di fronte a personaggi di uno squallore morale assoluto, ma non credo proprio, perché tutti costoro avevano agito in un senso e nell’altro non certo per un interesse personale ma per un interesse funzionale al loro ruolo, oppure ciò che poteva in qualche misura avere creato un minimo di sconcerto erano i risultati che avrebbero necessariamente comportato degli interventi, degli interventi immediati, degli interventi anche massicci, perché, signor Pubblico Ministero, mi consenta, non è proprio come l’ha ricostruito lei il fatto. Basti leggere la consulenza tecnica che era stata prodotta in primo grado sulla base dell’elaborato del professor Pasquon per rendersi conto che l’ammontare degli impegni economici della Montedison per quegli anni è stato particolarmente elevato, non è stato un impegno di secondo piano. Allora, se questo è vero, se dunque l’ingegner Calvi si è dato da fare nei limiti in cui era possibile allora e che quindi nessun rimprovero potrebbe essere portato nei suoi confronti, vediamo se ha agito bene anche da un altro punto di vista, e se cioè ha agito bene in funzione di quelle che erano le conoscenze tecniche del tempo. Signori della Corte, io credo di dire delle cose anche abbastanza scontate se trasferisco loro un’osservazione che spesso ci viene di fare in altri contesti: l’elaborazione scientifica, qualunque tipo di elaborazione scientifica non può diventare automaticamente un canone operativo in una struttura industriale, per mille ragioni. Prima di tutto perché l’elaborazione scientifica è sempre una elaborazione fatta in vitro, fatta da chi vede più lontano degli altri, e in secondo luogo perché certamente ci troviamo di fronte a delle situazioni che sono di grossa difficoltà operativa e, prima che si trasferiscano in canoni di operatività quotidiana passa del tempo, ma questo vale anche per tutte le altre nostre situazioni. Quanti di noi, proprio nel nostro piccolo mondo giuridico, quanti di noi sono oggi in condizioni di sapere operativamente, nella quotidianità del caso, ciò che per esempio si sta elaborando in vitro in qualche nascosta Università italiana? Pochi, quei pochi che forse sono a contatto con questa elaborazione. Ma quando diventeranno operative? Noi a Milano stiamo gestendo una serie di processi dai quali sta emergendo la complessa problematica che nasce, che nascerà a proposito del decreto legislativo 231 del 2001; certo, se noi andiamo a vedere la dottrina che si è occupata di questo argomento troviamo che alcuni problemi sono già stati esaminati, ma per il fatto che adesso quelle norme non vengono applicate secondo quell’interpretazione dottrinale, dobbiamo far carico a chi non le applica di una deficienza operativa? Non credo proprio! Allora anche qui come si fa a ritenere che, se erano già state fatte delle valutazioni, delle indagini scientifiche in anni lontani, come si fa a ritenere che negli anni ‘73–‘74–‘75 l’ingegnere Calvi dovesse sapere sul piano della operatività sua, come ingegnere addetto alla vice direzione tecnica della DIPE, quello che si sarebbe dovuto fare in funzione di quei lontani elaborati del tempo? Solo quando la comunità scientifica traduce in norme agenti specifiche si può fare un giudizio, si può dare un giudizio negativo, si può attribuire una responsabilità a titolo di colpa per omissione. Ed era questo il momento principale, perché quali erano i dati di riferimento che muovevano allora gli organi delle società? Noi abbiamo prodotto, signori della Corte, tutta una serie di documenti che erano elaborati dalla società degli igienisti industriali nordamericani, dai quali risultavano i limiti dei TLV, quelli erano i punti di riferimento, e i limiti sono quelli che già conosciamo, è inutile ripeterli, si passava dai 500 ppm, fino ai 200, fino ai 10, fino ai 3. Ma quando si arriva a 3? A 3 si arriva soltanto attraverso una legge, che è quella che tutti conosciamo del 1982, preceduta da un documento del Consiglio delle comunità europee che risale al 29 giugno del 1978. Ma allora Calvi opera ed agisce secondo quei criteri che abbiamo detto di ruolo e di funzione operative solo negli anni ‘72–‘73 e ‘74; lo stato dell’arte in quel momento, dell’arte operativa, signori della Corte, non dell’arte scientifica, perché occorre vedere in che misura questa arte scientifica sia diventata norma agenti per l’imprenditore; agiva secondo quei criteri che abbiamo visto e, segnatamente, secondo quei livelli di esposizione che erano elaborati dalla società, dall’ACGIH. E allora, se questo è vero, anche il canone dell’imperizia, che in qualche misura viene evocato quale elemento costitutivo di una responsabilità a titolo colposo, non dovrebbe sussistere, non dovrebbe essere evocato. Ripeto qui tutte le cose che sono già state dette e molto meglio di quanto le stia dicendo io da parte dell’avvocato Acinni e dell’avvocato Sassi, che sono i due codifensori che interessano direttamente la posizione di Calvi e di D’Arminio Monforte. Ma, al di là di queste considerazioni di carattere più generale, abbiamo voluto ripetere e riprendere tutto quello che era stato fatto dall’ingegner Calvi e tutto quello che l’ingegner Calvi aveva predisposto. Mi riferisco per esempio a tutte le commesse firmate direttamente dall’ingegner Calvi: del 5 gennaio ‘73, del 26 settembre ‘75, cioè del periodo in cui era vice direttore tecnico, il 7 giugno del ‘73 l’ingegner Calvi autorizza un intervento per 23 milioni; certo, uno dice: ma cosa sono? Ma riportiamoci al 1973. Il 24 aprile ‘74 autorizza un intervento per 145 milioni; il 15 novembre ‘73 autorizza un intervento per 33 milioni; il 15 novembre ‘73 autorizza un altro intervento per 26 milioni; l’1 febbraio ‘74 un intervento per 94 milioni; l’11 febbraio ‘74 un intervento per 80 milioni; il 5 marzo ‘74 autorizza un intervento per 600 milioni: il lavoro comprende la nuova sistemazione dello scarico autoclavi e stoccaggio lattici consistente in una serie di installazioni particolarmente importanti. Questi interventi continuano perché anche l’8 agosto ‘74 autorizza un intervento di 127 milioni, il 28 maggio ‘75 un intervento per 195 milioni e il 28 maggio sempre un intervento della stessa natura e dello stesso ammontare. Finisce qui l’intervento dell’ingegner Calvi, ma non perché, signori della Corte, si sia disinteressato; perché passa ad un’altra funzione, esattamente a quella della Direzione Generale, e nell’ambito della Direzione Generale gli interventi diretti sulle problematiche relative alla attuazione degli investimenti prende un altro contenuto, prende un altro aspetto, che vedremo essere parallelo a quello che riguarderà la posizione di D’Arminio Monforte, cioè è una posizione che si allontana sempre di più dalla fase attuativa di questi investimenti. Con il dicembre del 1975 l’ingegner Calvi cessa ogni tipo di rapporto con questa problematica, perché diventa vice direttore generale tecnico l’ingegner Fogagnoli. L’ingegner Fogagnoli non è più qui a rispondere eventualmente delle problematiche relative al CVM perché la divina provvidenza ha pensato diversamente per lui. È chiaro che quando il signor Pubblico Ministero scrive o dice, perché è stato ripreso evidentemente nell’ambito dell’intervento orale, che l’ingegner Calvi era sempre presente, lui, Gaiba, D’Arminio Monforte, è vero, non è la solita compagnia, è la compagnia che si occupa di queste cose, ma in quali anni? Nei due anni che abbiamo indicato. Allora da un lato l’ingegner Calvi è colui che si impegna in maniera particolarmente incisiva per dare corpo all’incarico dato al professor Maltoni perché faccia le ricerche sviluppando le ricerche sull’uomo, quelle ricerche che il dottor Viola aveva sviluppato sui ratti; è colui che dà attuazione alle direttive dell’ingegner Maltoni in quanto soggetto che si deve preoccupare e occupare dell’attuazione degli investimenti; è colui che dà attuazione a quelle commesse, alcune delle quali abbiamo rassegnato alla vostra sensibilità; è colui che opera ed agisce in funzione di livelli di esposizione che la scienza di quel momento consegnava alla operatività quotidiana. Deve ritenersi responsabile di qualche evento che possa essere riferito a quegli anni? Noi riteniamo di no, riteniamo di no in piena consapevolezza e in piena coscienza, pur rendendoci conto, signori della Corte, che i temi di questo procedimento vedono pur sempre dei grossi problemi, dei grandi patemi, delle grandi pene per gli operai che sono stati coinvolti in questa vicenda, ma come ho detto già in apertura dell’intervento in primo grado, se dobbiamo avere un grandissimo rispetto per tutti quegli operai e le loro famiglie, dobbiamo anche evitare di trovare a tutti i costi un responsabile di quella situazione, perché probabilmente quello è il frutto di un periodo dell’industrializzazione dentro il quale tante cose non sono andate per il verso giusto ma per la chiamiamola ignoranza dei tempi e non per la incuria degli uomini. Dunque ci sembra che da questo punto di vista, dal punto di vista che ci interessa, la posizione dell’ingegner Calvi debba essere ribadita nei termini che ha voluto il Tribunale, il quale Tribunale ha provveduto in qualche misura a quella opera di selezione che noi avevamo auspicato e che il Pubblico Ministero, per una serie di ragioni, non ha mai ritenuto di dover fare, forse per la complessità di quello che chiedevamo. E cioè il Tribunale – loro hanno visto dal dispositivo – distingue le posizioni di una ipotetica responsabilità dell’ingegner Calvi, così come dell’ingegner D’Arminio Monforte, in funzione di tempi e di forme. Ora, può essere che la sentenza del Tribunale possa essere ancora più affinata o raffinata, perché è evidente che se noi dobbiamo considerare solo quel periodo particolare della posizione di garanzia dell’ingegner Calvi, dobbiamo allora identificare, sia per le prescrizioni che per l’eventuale formula diversa della non sussistenza del fatto, dovremmo identificare una correlazione causale tra le omissioni di quel periodo e la verificazione degli eventi, cosa che non è stata fatta, noi abbiamo cercato di farla attraverso una allegazione nel giudizio di primo grado in cui identificavamo almeno gli operai che in quel periodo erano addetti alle funzioni, alle loro attività presso i reparti incriminati del CVM. Però, signori della Corte, mi rendo conto che una valutazione di questo genere potrebbe davvero diventare ipertrofica sotto tanti profili e la Difesa dell’ingegner Calvi conclude da questo punto di vista nel ribadire la totale insussistenza di ogni forma di colpa, sia per quanto riguarda il capo a) e sia per quanto riguarda il capo b) - sul quale francamente devo dire non so come mai sia stata fatta una contestazione anche a loro perché non si sono mai occupati di problemi ambientali, si sono sempre occupati di problemi impiantistici - nei termini che sono già stati fissati dalla sentenza di primo grado.

Una serie di valutazioni praticamente parallele si possono fare a proposito dell’ingegner D’Arminio Monforte, il quale ingegner D’Arminio Monforte viene chiamato a rispondere nelle sue diverse qualità e nelle sue diverse espressioni operative, ma anche per l’ingegner D’Arminio Monforte sostanzialmente si può ribadire che il termine temporale di identificazione del suo ruolo è coincidente con quello dell’ingegner Calvi. La riprova non viene data soltanto dal contenuto dell’interrogatorio dell’ingegner Monforte prestato davanti al Pubblico Ministero dottor Casson e dalle considerazioni che faremo tra poco, ma anche proprio dalla analisi della posizione di D’Arminio Monforte operata dal Pubblico Ministero all’udienza dell’8 luglio 2004. Se noi consideriamo i documenti che sono evocati dal Pubblico Ministero con riferimento alla posizione dell’ingegner D’Arminio Monforte scopriamo che un primo documento è quello del 13/12/2003 relativo alla salute, alla competenza per la salute dei lavoratori e in questo documento viene in qualche misura evocato anche l’ingegner D’Arminio Monforte; così dopo la vicenda Goodrich del gennaio 1974 si dice da parte del Pubblico Ministero: "l’ingegner D’Arminio Monforte cerca di correre ai ripari in relazione alla tossicità del CVM". Ma signor Pubblico Ministero, non è che cercasse di porre riparo a questa situazione semplicemente per una sua alzata di testa, ma corre ai ripari nella sua qualità di direttore generale in quanto interviene per dare attuazione alle direttive, che provenivano naturalmente dal Consiglio di Amministrazione, a seguito delle informazioni che sono fornite dall’ingegner Maltoni, e l’ingegner Maltoni non è stato incaricato dalla divina provvidenza, ma è stato incaricato dalla Montedison, la quale Montedison ha dimostrato da subito una preoccupazione per questa problematica. Ancora si cita un documento del 24 novembre ‘74 in cui si fa presente la situazione critica di alcuni lavoratori al reparto CV5-15, poi si cita un documento del gennaio-febbraio 1975, si cita ancora un documento del novembre ‘75, si cita ancora un documento dell’aprile del ‘75 e del 24 novembre del ‘75, nella lettera scritta alla Direzione di Porto Marghera e di Brindisi. Orbene, si fa ancora riferimento ad un elaborato alla riunione di Brindisi del 9 ottobre 1974 e con questo si conclude chiedendo per l’ingegner D’Arminio Monforte una pena alla reclusione di anni 9. A parte le considerazioni che si possono fare sul piano strettamente generale circa questa richiesta, che da un certo punto di vista appare non motivata, insomma, dobbiamo pur sempre identificare quali sono gli eventi lesioni personali, gli eventi decessi che sono riferibili all’ingegner D’Arminio Monforte, sta di fatto però che proprio l’intervento del Pubblico Ministero dimostra che il periodo di tempo cronologico per il quale l’ingegner D’Arminio Monforte può essere chiamato a rispondere eventualmente è soltanto quello degli anni ‘73–‘74 e ‘75, in parallelo quindi alla posizione dell’ingegner Calvi, e questo perché? Perché se noi andiamo a rileggere la carriera dell’ingegner D’Arminio Monforte troviamo, l’ha detto lui stesso allegandolo all’interrogatorio reso davanti al Pubblico Ministero il 10 febbraio 1996, l’ingegner D’Arminio Monforte dal 1973 al 1975 è stato direttore generale della Divisione Petrolchimica della Montedison, con i cicli di produzione della Divisione Petrolchimica andavano a quei tempi dalle raffinerie di petrolio, ai principali interventi chimici e a tutte le principali materie plastiche e loro trasformazione. Dal ‘76 fino a quando è stato nell’operatività della Montedison ha svolto attività che assolutamente non erano riconducibili alle problematiche del CVM, e infatti è stato dal ‘76 al ‘77 direttore di pianificazione e controllo gestione del Gruppo Montedison, dal ‘77 al ’79 amministratore delegato della Montedison, ma non con un qualunque tipo di delega, ma per le attività diversificate, e queste attività diversificate non ricomprendevano le problematiche concernenti il CVM, si passava dalle società metallurgiche alle società non chimiche, quali quelle del vetro, (Fidenze Vetrarie), di ingegneria generale, Italconsult, di elettronica, Officine Galileo, della grande distribuzione, Gruppo Standa, che per un certo periodo è stata controllata dal Gruppo Montedison. Dunque anche per il direttore generale D’Arminio Monforte il periodo di riferimento ed i ruoli eventualmente tenuti o le omissioni attribuibili sono da riferirsi soltanto al periodo 1973–1975. Orbene, che cosa ha fatto in quel periodo l’ingegner D’Arminio Monforte? Quando era direttore di pianificazione aveva delle funzioni che non erano collegate; per questo periodo, ripeto, valgono le stesse considerazioni che abbiamo fatto per l’ingegner Calvi, vale a dire il tasso di consapevolezza scientifica che si era tradotto in canoni di operatività quotidiana erano quelli dell’ingegner Calvi, vale a dire si tenevano in considerazione soprattutto i livelli di esposizione, quei TLV di cui si è parlato in tante occasioni e sui quali evidentemente non torno. Rimando a tutte le considerazioni fatte dal professor Alessandri con la sua maestria e dall’avvocato Acinni per quanto riguarda la posizione proprio D’Arminio Monforte. Ebbene, nel momento in cui l’ingegnere era direttore di divisione si era occupato esplicitamente dell’attuazione degli investimenti attraverso l’ingegner Calvi, che era il vice direttore tecnico, quindi era il suo un intervento, come potremmo dire, di controllo più che un intervento operativo vero e proprio. Lo stesso dice: "Sentii parlare per la prima volta della pericolosità del CVM all’inizio del 1973, allorché venni nominato direttore generale della DIPE. In precedenza non ne avevo mai sentito parlare. Ricordo in particolare che furono l’ingegner Calvi e il professor Bartalini a dirmi degli esperimenti in corso nell’Istituto del professor Maltoni nel castello di Bentivoglio, se non ricordo male. Mi recai al castello nel ‘73 per inaugurare questo laboratorio che era stato instaurato e che era sistemato in questo castello". Ho fatto un’analisi personale – sto parlando io come Difensore – di tutte le commesse, ebbene, il nome dell’ingegner D’Arminio Monforte figura solo una volta con riferimento alla commessa 13 agosto ‘74: autorizza un importo di 183 milioni. Vuole dire che si è disinteressato? No, vuole dire che non era suo compito occuparsi delle commesse, ma era suo compito sovrintendere all’attività del suo dipendente, potremo dire, gerarchico, che era l’ingegner Calvi. E se la posizione dell’ingegner Calvi, come io credo, deve portare ad una conferma della sentenza di assoluzione e di proscioglimento di primo grado, anche quella dell’ingegner D’Arminio Monforte deve condurre allo stesso risultato. Si tratta di posizioni parallele dal punto di vista cronologico e di posizioni complementari dal punto di vista funzionale.

E arriviamo alla posizione dell’ingegner Fedato. Che la posizione dell’ingegner Fedato sia una posizione marginale rispetto alla problematica del CVM lo dimostra lo stesso Pubblico Ministero dal momento che nelle richieste finali del suo intervento, avendo identificato, avendo secondo il suo punto di vista commisurato la pena per D’Arminio Monforte e per l’ingegner Calvi in 9 anni, ha "limitato" la richiesta per l’ingegner Fedato ad anni 3 di reclusione. Ma la posizione dell’ingegner Fedato, a nostro avviso, forse non meritava nemmeno di entrare in questo procedimento; non meritava di entrare in questo procedimento perché non si colloca negli anni "caldi" della problematica CVM, ma in anni ben lontani. Abbiamo prodotto, signori della Corte, al Giudice di primo grado una memoria in data 2 ottobre 2001, che è allegata ovviamente al verbale di udienza dello stesso giorno; sarebbe certamente un fuor d’opera che io davanti a Lor Signori, che hanno avuto la disponibilità di tutti gli atti processuali, ripeta pedissequamente il contenuto di quella memoria molto analitica, però non posso esimermi dal fissare alcuni punti fondamentali per trasferire loro, alla loro sensibilità il nostro punto di vista, che è estremamente chiaro: vi è un errore di fondo nella impostazione del capo d’imputazione e vi è un errore di fondo che è ripetuto ancora per quanto riguarda l'intervento fatto dal signor Pubblico Ministero in data 13 luglio 2004; l’errore di fondo sta proprio nella impostazione del capo d’imputazione. L’ingegner Fedato viene trasferito a Porto Marghera da un precedente incarico nell’aprile del 1981, e viene trasferito – questo è un punto molto importante – quale responsabilità dell’Unità Produttiva Montepolimeri di Porto Marghera, quindi questa è la qualificazione con la quale entra nella struttura di Porto Marghera nell’aprile del 1981: responsabile dell’Unità Produttiva Montepolimeri di Porto Marghera, in sostituzione del dimissionario ingegner Sellan. Dove sta l’errore, signori della Corte? È un errore che noi abbiamo già fatto presente al Giudice di primo grado, che non ne ha trattato, ovviamente, per quell’impostazione che si è detto circa la preminenza, la prevalenza della problematica oggettiva per tutti questi fatti di reato. L’errore sta nella identificazione che viene fatta nel decreto che disponeva il giudizio dell’ingegner Fedato quale responsabilità dell’Unità Produttiva DIMP e dell’Unità Montepolimeri a Porto Marghera. Perché è un errore? Perché l’ingegner Fedato era responsabile della Unità Produttiva Montepolimeri di Porto Marghera, non di tutta la Unità Montepolimeri di Porto Marghera; non solo, ma non era responsabile dell’Unità DIMP. L’Unità Montepolimeri di Porto Marghera, costituita nel gennaio del 1981, e quindi poco prima che fosse affidato allo stesso ingegner Fedato la responsabilità, era situata all’interno dello stabilimento Petrolchimico, che però era di proprietà della consociata Montedipe, quindi va tenuto presente questo fatto: c’era un’unità operativa, e vedremo con quale funzione, che si chiamava Unità Montepolimeri, collocata all’interno di uno stabilimento dove operava, perché proprietaria, la Montedipe. Ora, la Unità Montepolimeri era suddivisa in alcune sezioni: da un lato vi era un’unità produttiva in senso stretto, con la competenza sul complesso di impianti per la lavorazione di prodotti per materie plastiche, oltre a poche strutture legate, poche strutture legate alla produzione vera e propria. Ma poi vi era un’unità di ricerca, con obiettivi volti al miglioramento e allo sviluppo dei prodotti per materie plastiche, con annesso impianto pilota PVC, quindi era solo un impianto pilota per le ricerche, non c’era un collegamento diretto con gli impianti, perché, signori della Corte? L’abbiamo detto altre volte, ma è opportuno ribadire almeno questo concetto di base che poi tiene tutto il resto delle nostre considerazioni difensive nell’interesse dell’ingegner Fedato, il responsabile dell’unità di ricerca era dipendente dal vice direttore generale della ricerca e non aveva nessun rapporto gerarchico con il responsabile dell’unità produttiva, predisponendo autonomamente programmi di ricerca, piani di sviluppo del personale, norme di sicurezza, igiene e protezione. Ma ciò che è importante tener presente, che per la gestione di questi impianti l’ingegner Fedato si avvaleva di personale e organizzazione propri della società Montepolimeri, per la sola attività di produzione e di sviluppo tecnologico, con una struttura organizzativa di tipo tradizionale, di linea piramidale, e ai vertici vi erano responsabili dei gruppi di produzione, responsabile dei servizi. Ma la cosa più importante, signori della Corte, che è da tenere nella precisa considerazione, perché altrimenti corriamo il rischio di non distinguere nettamente tempi e ruoli e funzioni, come ho detto all’inizio identificando dei canoni di metodologia espositiva forse utili per la loro sensibilità, che a supporto dell’Unità Operativa Montepolimeri, quindi a supporto lo stabilimento Petrolchimico afferente a Montedipe era contrattualmente impegnato, a fronte di apposita convenzione, a fornire alcune utilities, nonché avvalendosi di proprio personale qualificato e dei necessari mezzi tecnici, assumendosene espressamente la responsabilità, a prestare – era una convenzione tra l’Unità Montepolimeri e la società Montedipe, attraverso lo stabilimento del Petrolchimico di Porto Marghera - tutti quei servizi ausiliari e generali indispensabili per una corretta gestione degli impianti. Li leggo rapidamente e non voglio andare oltre nell’analisi di questa memoria: 1) era Montedipe, attraverso questo contratto che aveva stipulato con l’Unità Operativa Montepolimeri, che doveva fornire i servizi ausiliari quali la manutenzione, somministrazione di materiali tecnici, ufficio tecnico, lavori di ingegneria, laboratori di analisi, assistenza e controllo ecologia, trattamento effluenti, prestazione (inc.) compresi i deposito in conto custodia presso parchi serbatoi per alcune materie, parco serbatoi ovest per CVM, parco serbatoi sud per dicloroetano, servizi generali, servizio personale, servizio sanitario, sicurezza impianti, prevenzione antincendio, ispezione con audio-apparecchi, igiene industriale e ambientale, protezione ambientale e sicurezza, reti controllo atmosferico. Anche le attività delle imprese impiegate per i servizi forniti da Montedipe erano programmate, dirette e coordinate da Montedipe, nulla a che fare con il responsabile dell’Unità Montepolimeri all’interno della struttura. Non solo, ma il responsabile proprio dell’Unità Produttiva Montepolimeri, cioè l’ingegner Fedato, non aveva un rapporto gerarchico con il direttore dello stabilimento del Petrolchimico. Dunque questa convenzione - che noi abbiamo rassegnato e che si trova allegata agli atti del dibattimento di primo grado, era stata prodotta in limine - dà la misura del fatto che l’ingegnere Fedato non aveva una diretta responsabilità in ordine all’andamento e all’attività degli impianti del CVM. Ciò nonostante, noi abbiamo ribadito nella nostra memoria, ed evidentemente non vogliamo qui, signori della Corte, riprendere tutta la problematica che è stata già evocata, dal 1981 al 1983, perché poi l’ingegner Fedato viene trasferito in sede, quindi lascia lo stabilimento, l’Unità Montepolimeri all’interno della struttura Montedipe, si potrebbe dire che tutti gli interventi di tipo impiantistico erano già stati fatti per la maggior parte, l’abbattimento era avvenuto secondo quello che sostanzialmente richiedeva il provvedimento legislativo del 1982, era stato fatto un monitoraggio gascromatografico del CVM; addirittura l’ingegner Fedato in qualche modo, di fronte ad un divieto di ingresso in alcuni reparti, qualche volta gli è capitato di intervenire personalmente a fare uscire operai che avevano in qualche misura violato questo divieto. In sostanza l’ingegner Fedato in tutti quegli anni aveva sempre cercato di rendere attuabile tutto quello che si poteva attuare, rendere concreto tutto quello che era derivato dalla presenza di eventuali altri dati normativi. In particolare dobbiamo tener presente, signori della Corte, che proprio in attuazione degli obblighi previsti dal D.P.R. 962 dell’82 erano state avviate nell’aprile dell’83, con il supporto del servizio PAS di stabilimento, l’istituzione del registro del personale esposto al rischio CVM, la stesura di norme di protezione dal rischio CVM da consegnare ad ogni lavoratore addetto, la predisposizione di programmi di istruzione e formazione per gli addetti, l’informativa da dare ai preposti delle imprese, e l’ingegner Fedato si è sempre dimostrato estremamente disponibile a dare attuazione a tutte queste norme. Non solo, ma anche per il controllo sanitario degli operai, naturalmente sempre curato per quel principio che ho detto prima in attuazione della convenzione del servizio sanitario Montedipe, si è sempre dato carico e cura di intervenire con la massima tempestività e idoneità operativa. Questo punto fondamentale va completato, questo atteggiamento di assoluta dedizione e diligenza va completato con una considerazione che ha il valore che ha, ci rendiamo conto, signori della Corte, ma è un valore importante, almeno dal punto di vista della valutazione del grado di diligenza dell’ingegner Fedato: si era fatto carico di provvedere allo spostamento dei lavoratori tutte le volte in cui vi era stata questa indicazione, ma all’ingegner Fedato non è mai giunta – e ci rendiamo conto che la considerazione che sto per fare vale soprattutto per la posizione dell’ingegner Fedato, non può valere in senso oggettivo, in senso assoluto - nessuna segnalazione circa il mancato spostamento di lavoratori da altri capigruppo produzione o responsabili di servizi; né si può segnalare in relazione agli spostamenti consigliati alcun riscontro negativo per sollecitazioni o richiami da parte del servizio sanitario, per tutta la durata dell’ingegner Fedato fino alla fine del 1983. Tutto questo cosa significa? Significa che, proprio in funzione della situazione che si era creata tra l’Unità Montepolimeri e la Montedipe, l’ingegner Fedato non era direttamente responsabile degli impianti CVM, ma nei limiti in cui gli era stato consentito aveva fatto di tutto perché le direttive, soprattutto nascenti dal decreto legislativo del 1982, fossero attuate, sia in ordine al monitoraggio degli impianti, sia in ordine alle visite degli operai, sia in ordine all’attuazione delle direttive, sia in ordine agli spostamenti dei lavoratori qualora fossero risultati inidonei alla singola collocazione operativa.

Credo che tutto questo basti per concludere anche per l’ingegner Fedato la via senza possibilità di alternative: dev’essere assolto perché i fatti che gli sono stati attribuiti o non costituiscono reato oppure addirittura, da un punto di vista strettamente penalistico, non sussistono.

La Difesa dell’ingegner D’Arminio Monforte e dell’ingegner Calvi rassegna queste conclusioni sostanzialmente chiedendo la conferma in toto della sentenza di primo grado. Ci permettiamo, Signori della Corte, di riprendere un concetto che abbiamo già sviluppato all’inizio del nostro intervento: non è compito del Giudice fare processi alla storia dell’industrializzazione ma, semmai, di contestualizzare i fatti per trarne le debite conseguenze sotto il profilo giuridico, che per noi sono segnate nel dispositivo di sentenza letto dal Giudice di primo grado in data 2 novembre 2001. Grazie.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia all’udienza dell’1 dicembre 2004, ore 09.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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