UDIENZA DEL 27 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 28 ottobre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Per quanto riguarda l’astensione di questa mattina, anche per ragioni tecniche, che bisognerebbe andare alla Corte, mi sembra che sia indetta questa assemblea, noi non la facciamo, quindi questa sospensione a mezzogiorno che era stata indetta dall’Associazione Nazionale Magistrati non viene da noi fatta, quindi proseguiamo nel processo. Poi si pone il problema, invece, dell’astensione da parte degli avvocati i giorni 24 e 25, cioè mercoledì e giovedì, proprio nei giorni in cui è già programmata l’udienza. Io non so quali sono le vostre intenzioni, comunque la Corte sarebbe così intenzionata: se le Parti si mettono d’accordo e non ci sono problemi formali per lo sciopero, magari chi sciopera manda un sostituito, o qualche cosa di questo genere, magari si riempiono le ore che un determinato avvocato pensava di dover parlare, non parla, etc.; se viceversa c’è una formale presa di posizione valuteremo la situazione, ma comunque sappiano fin d’ora che noi slittiamo di due giorni e facciamo il 26 e il 27, cioè venerdì e sabato, udienza. Questo lo diciamo fin da ora, in maniera che i tempi siano abbastanza lunghi per una valutazione. Ovviamente non ci sono tutti quanti i vostri colleghi, però già questa comunicazione penso che in via informale venga praticamente conosciuta e quindi alla prossima udienza magari già ci dite qual è la posizione, o comunque nelle prossime udienze, in tempi sufficienti per una programmazione della discussione possiamo trovare delle soluzioni valide per tutti, senza anche creare problemi difficili sia per noi che per loro, difficili o antipatici, insomma. Comunque oggi riprendiamo, c’è il professor Pulitanò, l’avvocato Santamaria...

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – E’ cambiato il programma, signor Presidente. Io finirò, spero, abbastanza rapidamente, parlerà poi l’avvocato Simoni. Domani parleranno altri colleghi. Oggi, se c’è spazio, anche la collega Palavera, vediamo l’udienza. L’avvocato Santamaria parlerà la prossima settimana.

 

PRESIDENTE – L’importante è che non ci troviamo di fronte a vuoti, perché dopo non è possibile colmarli, altrimenti è antipatico magari stringere, chiudere le possibilità della discussione.

 

DIFESA – Avv. Pulitanò – Vuoti non ce ne saranno di sicuro, anzi l’impegno è di stringere. Anch’io cercherò di essere breve, perché l’essenziale è già stato detto. Mi restava da completare l’esame del prospettazioni in diritto del Pubblico Ministero su articolo 437 e dintorni, avevamo già visto la giurisprudenza citata dal Pubblico Ministero sul 437. Sulla giurisprudenza relativa alle Leggi Speciali ho ben poco da dire; si tratta in gran parte di questioni o pacifiche o non rilevanti rispetto al nostro processo. Il Pubblico Ministero ha citato massime le quali discutono della rilevanza o meno di cose come l’impianto di condizionamento dell’aria, che con il nostro processo non interessano niente, o questioni come responsabilità del gestore che non è esclusa da quella del progettista; mai nessuno si è difeso in questo processo evocando simili linee difensive. Mi interessa anche rilevare come, tra le massime inserite dal Pubblico Ministero nell’elenco delle sentenze relative alle Leggi Speciali e non al 437, affiorano questioni che l’Accusa ha cercato insistentemente di riportare al 437: è nel capitolo delle Leggi Speciali che troviamo le prese di posizione giurisprudenziali relative a problemi come il servizio sanitario, la sorveglianza sanitaria, i mezzi personali di protezione. L’articolo 437 non c’entra. Tutte queste questioni, quelle che già il Tribunale ha ritenuto non correlabili all’articolo 437, stanno nel capitolo delle Leggi Speciali e della giurisprudenza sulle Leggi Speciali. Un rapido cenno alla sentenza Quaini del 1992; è una sentenza che ha avuto una certa risonanza e discussione, relativa alla disciplina del rumore, è una sentenza la quale afferma che le soglie previste dalla normativa sul rumore del ‘91 non hanno significato di discrimine tra il lecito e l’illecito. Mi interessa richiamarla perché il Pubblico Ministero cita una nota del professor Padovani come se Padovani in quell’occasione avesse sostenuto la stessa tesi che qui sostiene il Pubblico Ministero. La citazione che la requisitoria ha fatto è testualmente esatta ma è monca e capovolge il senso del discorso di Padovani, il quale, dopo avere citato la massima giurisprudenziale citata dal Pubblico Ministero, attribuisce alla nuova normativa sul rumore un significato di svolta, diverso dalla versione semplificata sostenuta dal Pubblico Ministero. Nella parte non citata dalla requisitoria Padovani scrive testualmente: "è difficile supporre che l’articolo 41 del decreto del ‘91, richiamando l’attuabilità in concreto delle misure, intenda riferirsi alla semplice possibilità materiale di darvi corso. Contrapponendo l’esigenza della minimizzazione del rischio alla concreta attuabilità delle misure, l’articolo 41 comma primo connota il minimo di rischio in termini non assoluti ma relativi, nel senso che tale minimo deve essere apprezzato secondo un criterio non rigidamente chiuso alle esigenze dell’attività produttiva". Libero il Pubblico Ministero, ovviamente, di condividere o non condividere la tesi di Padovani; sta di fatto che la tesi di Padovani è stata citata all’incontrario. Sempre a proposito di valori soglia, il Pubblico Ministero ha richiamato la sentenza (Hariolf Hangel), già richiamata dallo stesso Pubblico Ministero, richiamata impropriamente nell’elenco di quelle relative all’articolo 437; è una sentenza che non ha nulla a che fare con l’articolo 437, riguarda problemi di responsabilità legati ad esposizione di lavoratori ad amianto con riferimento ad imputazioni di delitti colposi con evento di danno. Si fa questione, nella motivazione della sentenza, della rilevanza o meno del rispetto di limiti di accettabilità e il Pubblico Ministero cerca di valorizzare questa sentenza ed un’altra sentenza, Gianni Trapani, a sostegno della tesi che la previsione di limiti di accettabilità non sarebbe decisiva, essendo obbligo del datore di lavoro quello di ridurre al tecnologicamente fattibile le esposizioni. Il riferimento ai valori limite in queste sentenze è alquanto curioso perché per l’amianto non esiste una normativa del tipo che abbiamo visto per il cloruro di vinile monomero, mancavano quindi le stesse premesse per dare corpo al problema dei valori limite, e le indicazioni desumibili in modo più o meno indiretto dall’ordinamento circa valori limite in realtà erano indicazioni che nella specie, nelle vicende relative all’amianto, non risultavano rispettate. Nel nostro caso, nel processo di cui stiamo discutendo, tutta questa questione, tendente ad invalidare in buona sostanza il valore limite di lunga durata di tre parti per milione come concentrazione di lunga durata annua, è una questione irrilevante, oltre che infondata nella prospettazione d’accusa, irrilevante perché, come attestato dai dati del monitoraggio che abbiamo ampiamente esaminato, l’esigenza posta dal Pubblico Ministero, riduzione al minimo, è un’esigenza soddisfatta in punto di fatto, al di là, ben al di là del riferimento al valore limite, il cui rispetto peraltro sarebbe stato sicuramente di per sé sufficiente ad escludere qualsiasi addebito di colpa. La tesi dell’Accusa, che vorrebbe negare rilevanza a valori limite espressamente stabiliti dal legislatore, finisce per privare di significato questa indicazione, con la quale il legislatore ha espressamente indicato quale soglia egli ritiene come soglia di sicurezza e quindi specificamente, rigorosamente richiesta ai destinatari dell’obbligo. Non credo di dover aggiungere altro al discorso in diritto, se non una notazione d’insieme: vi sono alcuni punti controversi tra le tesi del Pubblico Ministero e quelle della Difesa, ne abbiamo già visto l’irrilevanza nella prospettava dell’articolo 437. I punti controversi consistono sostanzialmente nella abnorme dilatazione interpretativa della fattispecie, una dilatazione che scardina il dettato testuale e travisa la collocazione sistematica della norma penale, per così dire, al vertice quanto a scala di gravità dell’insieme delle figure di reato che fanno parte del sistema di tutela della sicurezza del lavoro. Altri punti sono assolutamente pacifici: laddove dall’interpretazione delle norme penali si passa al richiamo ai principi supremi che reggono il sistema, principi costituzionali tanto sbandierati dall’Accusa, lì non c’è controversia, e ne dà atto la stessa Accusa richiamando retoricamente più volte affermazioni prese in altra sede, in articoli di dottrina, da giuristi che fanno parte in questo processo dello schieramento della Difesa, citazioni da lavori miei o di Alessandri o di Padovani, l’abbiamo sentito ancora nella requisitoria, dice il Pubblico Ministero: "incombe sul lavoratore, come dice un altro Difensore degli imputati, questa volta di Enichem, il professor Pulitanò, incombe sul datore di lavoro il dovere di programmare la sicurezza, come efficacemente aveva scritto alcuni anni fa sul Digesto Penale in UTET"; è il Pubblico Ministero che mi gratifica di questo "efficacemente" ed io lo ringrazio, inserisco questa citazione perché essa dà atto di come i principi generali di inquadramento della vicenda non sono assolutamente controversi. I buoni principi della tutela della sicurezza dei lavoratori non sono patrimonio esclusivo dell’Accusa, sono il terreno condiviso su cui abbiamo discusso le questioni, le ulteriori questioni di diritto e le questioni di fatto che hanno dato corpo al processo, e le abbiamo risolte dimostrando l’infondatezza dell’Accusa dentro il quadro rappresentato dai principi generali di tutela della sicurezza e degli altri principi che l’Accusa ha sistematicamente ignorato, principio di legalità, tipicità delle norme penali, e il principio di personalità della responsabilità. Potrei a questo punto passare a far notare punto per punto quali e quanti addebiti tra quelli contestati dal Pubblico Ministero nel capo 1 non siano correlabili nemmeno in astratto con l’articolo 437 perché fuori della fattispecie. Rapidissimamente, non sono correlabili gli addebiti di omesso blocco impianti; il problema è vedere se negli impianti ci sono situazioni scoperte rispetto a puntuali doveri di collocazione, ma è un problema da reimpostare in altro modo. Lo stesso per l’addebito di omesso risanamento; l’omessa separazione di impianti non è un’omessa collocazione di misure di sicurezza, non è omessa collocazione di apparecchiature, impianti o segnali antinfortunistici tutto ciò che attiene a modalità operative come la sorveglianza sanitaria o come l’informazione dei lavoratori. E’ curioso vedere come l’Accusa abbia cercato di trasformare lessicalmente questi addebiti in qualcosa d’altro, nel tentativo di forzarli dentro uno schema normativo che chiaramente non vi si attaglia. E’ estranea all’articolo 437 la questione dei mezzi di protezione personale; i mezzi di protezione personale non sono qualcosa che va collocato negli impianti, è un problema totalmente diverso. Questioni relative al monitoraggio è da dubitare che rientrino nelle categorie di cui all’articolo 437; sta di fatto che il monitoraggio c’era e ha svolto la sua funzione. Curiosamente sono stati prospettati come questioni rilevanti nella prospettiva dell’articolo 437 punti come la inserzione del famoso selettore on/off; non credo valga la pena insistere sulla assoluta estraneità di questioni del genere alla norma penale, anche a prescindere dal fatto già rilevato che la collocazione di quel selettore rispondeva ad un’esigenza positivamente prevista dalla normativa. Addebito di insufficiente manutenzione; il problema non può porsi autonomamente avendo riguardo alla manutenzione come modalità operativa di gestione; potrebbe porsi eventualmente in questi termini: ma tu obbligato hai omesso di manutenere un determinato congegno che andava riparato perché, non essendo a posto, lasciava scoperta un’esigenza di sicurezza; non l’hai riparato, non l’hai dolosamente, volontariamente non l’hai riparato, consapevole dell’esistenza di quel problema. In questi termini la questione diventerebbe qualcosa d’altro che addebito di insufficiente manutenzione; in questi termini la questione non è mai stata posta dall’Accusa con riferimento a situazioni specifiche in relazione alle quali l’Accusa abbia potuto dire: c’era qui, in quel momento, in quel luogo, un buco scoperto, un problema non risolto di collocazione obbligatoria di apparecchiature di sicurezza e tu, tu imputato chicchessia, consapevolmente e volontariamente l’hai lasciato scoperto. In tutte le migliaia di pagine del processo non si trova una prospettazione, una sola, che vada in questa direzione. Introduco in questo modo anche l’ultimo anello, teoricamente superfluo, della discussione, il problema del dolo. E’ un problema che il Tribunale ha potuto risolvere molto correttamente in poche battute sullo sfondo della dimostrata infondatezza obiettiva delle accuse di omessa collocazione, per cui non sussistono nemmeno le premesse per attribuire un significato al problema del dolo. Ne trattiamo in abbondanza e, con il Tribunale, non ci resta che rilevare la carenza dell’Accusa rispetto alla stessa formulazione del problema. In buona sostanza l’Accusa ha parlato di dolo in puro diritto, senza mai calare il problema sui fatti, e ne ha parlato finendo – non l’ha detto esplicitamente, ma il senso del suo discorso sembra essere quello -, sembra aver identificato il dolo con la consapevolezza dei doveri legali, ma vista come consapevolezza astratta, ed è un discorso assolutamente ridicolo. La consapevolezza dei doveri legali, nella dimensione di doveri legali generali, non è il dolo, è qualche cosa di doveroso, è l’adempimento di un dovere strumentale di conoscenza dei doveri legali finalizzato all’osservanza dei doveri, nella prospettiva sviluppata egregiamente dalla famosa sentenza della Corte Costituzionale sull’articolo 5, la sentenza del 1988. E’ ovvio che il dolo non è questo. Il dolo è conoscenza di situazioni di fatto, il dolo dell’articolo 437 richiede la conoscenza degli specifici presupposti di fatto, delle specifiche situazioni di fatto in relazione alle quali sorge uno specifico obbligo di attivarsi per collocare determinate apparecchiature e, nella conoscenza di quella specifica situazione, la consapevole e volontaria decisione di non attivarsi. Questa sarebbe stata l’impostazione corretta del problema del dolo, questa impostazione non si ritrova in alcun punto dell’Accusa. A questo proposito vale la pena richiamare quelle sentenze veneziane ancora pendenti davanti all’autorità giudiziaria, sentenze di primo grado richiamate dal Pubblico Ministero relative ad addebiti di violazione dell’articolo 437, ne ha parlato il Pubblico Ministero nella requisitoria, non ha detto il Pubblico Ministero una cosa che mi sembra molto rilevante e significativa, proprio ai fini della questione del dolo: in uno di quei due processi non erano imputati soggetti di rilievo apicale, erano imputati soggetti appartenenti ai livelli di gestione tecnica di determinati reparti e l’Accusa in quell’occasione ha fatto specifico riferimento a questioni di conoscenza di puntuali situazioni; poi si poteva discutere – e la cosa qui non interessa – se l’accusa fosse fondata o meno in fatto o in diritto, sta di fatto che il problema del dolo in quelle sedi l’aveva posto con specifico ancoraggio alla questione che interessa dal punto di vista del dolo: conoscenza di specifiche situazioni di fatto. L’Accusa ha avuto successo in quelle vicende con riferimento ad uomini della gestione tecnica più vicini alle situazioni di fatto; là dove, in uno dei due processi che interessano Enichem, ha alzato il tiro e rivolto l’Accusa verso il direttore di stabilimento, verso un soggetto apicale di pari livello degli imputati di questo processo, degli imputati di livello meno elevato, che sono direttori di stabilimento, bene, rispetto ad imputati di questo livello l’accusa di omissione dolosa non è stata accolta. Vale quello che vale, sono altre vicende, ma proprio queste vicende evocate dal Pubblico Ministero bene esemplificano la particolare problematicità della questione del dolo come questione che si aggiunge a tutte quelle relative alla configurabilità in fatto e in diritto di omissioni dolose. In questa sede il problema del dolo è stato totalmente ignorato. Delle accuse, ove mai ve ne siano, astrattamente correlabili con l’articolo 437 non resta da dire nulla perché il quadro generale di infondatezza di tutte le accuse di violazione di doveri di sicurezza non lascia alcuno spazio fattuale per la trasfigurazione di questa o quell’altra accusa nella prospettiva, nell’ipotesi di una omissione dolosa. Poche parole, sempre ad abbondanza e per completezza di discorso, sull’aggravante del disastro. L’accusa è accusa di articolo 437 secondo comma: le asserite omissioni dolose avrebbero provocato un disastro, degli eventi che darebbero corpo a questa ipotesi più grave, l’ipotesi di cui al 437 secondo comma assorbirebbe in sé quella di disastro innominato ex articolo 434, 449 nella forma colposa. Io non tratterò le questioni di fatto che portano dritto dritto a concludere per la inesistenza di qualsiasi evento di danno o di disastro legato alla gestione dei reparti CV, è un argomento già risolto con le considerazioni svolte dal professor Stella in punto di causalità. Non sussiste alcun evento che possa venire in considerazione, vorrei limitarmi ad alcune considerazioni sull’impostazione giuridica nella quale si esaurisce in definitiva il discorso svolto a proposito della aggravante del disastro nei motivi d’appello del Pubblico Ministero. E’ un breve capitolo dei motivi d’appello inserito nella parte relativa al capo d’imputazione ambientale, ma è lì che sta il discorso sul disastro che il Pubblico Ministero ci ha proposto, nella parte terza, paragrafo 2 e 13 dei motivi d’appello, intitolato per l’appunto "alla sussistenza del disastro innominato colposo e suoi rapporti con l’articolo 437 Codice Penale". C’è da fare una premessa, ed è che anche dopo le modifiche del capo d’imputazione, che hanno portato ad un non chiarissimo intreccio tra capo 1 e capo 2 d’imputazione, disastro innominato come risultante dalla confluenza di entrambi i capi, malgrado questa riformulazione c’è comunque nella prospettiva dell’articolo 437 primo e secondo comma da operare, o meglio da recuperare una distinzione che sta iscritta nella struttura complessiva dell’Accusa, ed è questa: che nell’ottica dell’articolo 437 il problema del disastro, la trasposizione del disastro nello schema di cui al 437 secondo comma può essere teoricamente prospettata soltanto per quegli aspetti dell’accusa di disastro che attengono, nell’ipotesi d’accusa, ad ipotizzate conseguenze delle condotte contestate come violazione dell’articolo 437, quello e non altro è il frammento del disastro ipotizzato che astrattamente verrebbe in rilievo nella nostra prospettiva, non le cose ipotizzate nel capo 2, che sono completamente scisse dagli addebiti ex articolo 437, i quali sono tutti compresi nel capo 1 relativo al CVM. E il capo 1, la contestazione in particolare di cui all’articolo 437 primo comma, contenuta nel solo capo 1, mantiene anche dopo le riformulazioni dell’Accusa lo stesso contenuto che aveva in origine e non altro. E’ una specificazione, questa, da tenere teoricamente presente; dico teoricamente perché, stante la infondatezza di tutte le accuse, il discorso attiene soltanto allo schema concettuale, ma di questo discutiamo. Nella impostazione giuridica dell’accusa, delle varie voci d’accusa attorno al problema del disastro, abbiamo sentito cose diverse: vi è un filone d’accusa che introduce nello schema di disastro tutto quanto è materia di discussione, tutti gli eventi che l’accusa ipotizza essersi verificati come conseguenza delle condotte contestate. Altre voci, quella del Pubblico Ministero, quella dell’avvocato Boscolo Rizzo, hanno invece proposto una interpretazione diametralmente opposta: svuotamento radicale della figura del disastro ridotta al mero pericolo. E’ stato detto testualmente sia dal Pubblico Ministero che dall’avvocatessa Boscolo Rizzo: "la valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si deve fermare". E’ uno svuotamento della fattispecie che va al di là di qualsiasi tesi, anche della più riduttiva, che attorno al disastro si possa rinvenire in dottrina e giurisprudenza. Il disastro ha una dimensione chiaramente di delitto di pericolo per la incolumità pubblica – inutile tornare su questo punto -, ma ha un contenuto lesivo che va oltre quello del pericolo di disastro autonomamente sanzionato nell’articolo 440, ne ha parlato l’altra settimana il professor Stella, la specificità del disastro è comunque ancorata ad eventi di danno, di danno a cose e persone, ai quali consegue un ulteriore pericolo concreto per l’incolumità pubblica. La tesi d’Accusa azzera completamente questo momento costitutivo della fattispecie di disastro, un evento di danno, un evento colposo di danno che caratterizza, deve ragionevolmente caratterizzare anche il disastro innominato di cui all’articolo 434, poi trasposto in 437, non diversamente da come un corposo evento di danno caratterizza tutte le figure di disastri nominati rinvenibili negli articoli 423 e seguenti del Codice. La impostazione del Pubblico Ministero, poi attentamente ripresa dall’avvocato Boscolo Rizzo, ha questa caratteristica: svuotamento delle fattispecie. Proprio il discorso così linearmente svolto dall’avvocato Boscolo Rizzo ne ha messo in luce la intrinseca debolezza, inaccettabilità di fronte allo schema legale del disastro come tipo di delitto, come serie di tipi di delitto caratterizzata da questa articolata struttura: eventi di danno a cose e persone con conseguente pericolo concreto per l’incolumità pubblica. Questo svuotamento della figura del disastro era presente nei motivi d’appello, è ancora presente nella discussione finale del Pubblico Ministero e degli altri. Ma volevo – e con questo chiudo l’argomento – soffermarmi su un altro profilo significativo dell’impostazione che il Pubblico Ministero ha dato al problema del disastro. Ridotto, come dicevo, il disastro al pericolo, messo quindi completamente tra parentesi il problema dell’individuazione di eventi di danno correlati, adesso il Pubblico Ministero, nel tentativo di argomentare in fatto sulla sussistenza del disastro, ha fatto uno specifico ed esclusivo riferimento, esclusivo nella parte dedicata al disastro, ha fatto riferimento a che cosa? A quel lontano periodo nel quale il Tribunale ha ritenuto che vi fossero state esposizioni a CVM causali rispetto a determinate patologie, quelle patologie per le quali la assoluzione di alcuni imputati competenti per quel lontano periodo è stata per mancanza di colpa e non per insussistenza del fatto. Che cosa ha detto il Pubblico Ministero nei motivi? Se, come il Tribunale ha riconosciuto, vi sono state esposizioni causali, quelle esposizioni sono chiaramente esposizioni di per sé pericolose e a quelle esposizioni di quel periodo si collega – dice il Pubblico Ministero – la possibilità di ritenere configurato un evento di disastro, un delitto di disastro, il Pubblico Ministero elude il problema dell’evento, ma tant’è. Questa è l’impostazione: l’ipotesi del disastro viene agganciata a quel lontano periodo. Il Pubblico Ministero ha svolto questo discorso agganciato a quelle esposizioni di quel lontano periodo senza introdurre alcuna distinzione circa gli imputati ai quali quel discorso si riferisce. Non l’ha fatto nei motivi d’appello ed è per questo che nella memoria presentata un anno fa avevo introdotto l’osservazione: ma questo discorso, chiaramente, se è riferito a tutti gli imputati non ha senso; è un discorso che può avere senso soltanto per gli imputati ai quali può essere addebitato quel periodo di alte esposizioni, con conseguenti effetti specificamente collegati a quel periodo. Per tutto il periodo successivo nel quale le esposizioni a CVM erano regolari questo discorso del Pubblico Ministero non avrebbe senso, è fuori, parla d’altro, non può essere ritorto contro imputati entrati nella scena del Petrolchimico anni o decenni dopo; sarebbe un invertire la freccia del tempo, uno scardinare il principio di responsabilità personale. Questa osservazione non ha trovato una esplicita risposta o un esplicito chiarimento nella requisitoria del Pubblico Ministero, ma nella sostanza mi sento oggi di poter dire che essa è stata implicitamente accolta, implicitamente dal Pubblico Ministero ed esplicitamente dalla collega Boscolo Rizzo, accolta nel senso che il discorso svolto dal Pubblico Ministero nella requisitoria e dalla collega Boscolo Rizzo, che questo argomento ha approfondito, ha collegato l’insieme delle accuse e specificamente la problematica del disastro a quel periodo lontano e basta, tutto mirato su una questione di ipotizzata responsabilità per disastro in capo agli imputati che hanno gestito l’epoca delle alte esposizioni. E’ in questi termini che l’impostazione del Pubblico Ministero può sottrarsi alla censura di violazione del principio di responsabilità personale con inversione della freccia del tempo, soltanto in questi termini. Debbo dire che una lettura realistica degli argomenti svolti in sede di requisitoria consente al Pubblico Ministero di salvarsi da questa censura perché l’accusa si è drasticamente arretrata sgombrando completamente il campo da qualsiasi rapporto con le situazioni in essere in un periodo successivo. L’accusa sotto questo aspetto, l’accusa di disastro facendo leva su quelle lontane esposizioni ante 1973 si è sostanzialmente arresa con riferimento al periodo successivo. Non dico nulla sulla strage colposa, motivo solidariamente insistito dall’avvocato dello Stato, perché si tratta di un motivo futile; forse questa espressione evoca una circostanza aggravante che ben qualifica la assoluta assurdità del motivo sulla strage colposa, peraltro di nessun interesse per la posizione di imputati che non hanno cagionato alcun evento di danno. Avrei finito qui la parte relativa al capitolo CVM, mi resta da dire qualcosa - ma anche qui cercherò di essere il più possibile sintetico - relativo alla posizione di un altro mio assistito, l’ingegnere Palmieri, che è imputato esclusivamente per il capo 2, quello relativo all’ambiente. Di questa materia, il capo 2, mi occuperò con il taglio specifico della Difesa di un imputato, con riguardo ad una posizione personale, non con riguardo ai problemi del capo 2 nella loro globalità; di ciò ha parlato il professor Stella, parleranno gli altri colleghi che mi seguiranno. Debbo peraltro dire a mo’ di premessa che il compito di impostare una difesa personale di fronte all’accusa contestata è molto e troppo riduttivo; è come costruire un’ultima trincea di retroguardia, un consolidamento della retroguardia quando la battaglia è già stata vinta con lo sfondamento su tutto il fronte, e la Difesa dell’ingegner Palmieri, come di tutti gli altri, sta ovviamente innanzitutto nella radicale e globale infondatezza di tutte le ipotesi d’accusa, inesistenza degli eventi di disastro, avvelenamento, corrompimento, contestati con riguardo alla zona industriale di Porto Marghera, alle acque e al biota. Tutto questo è stato trattato da altri e rappresenta lo sfondo di fatto e di diritto dentro il quale si pongono gli ulteriori problemi relativi alla posizione dei singoli imputati. Rinviando per gli aspetti fattuali a quanto hanno detto il professor Stella e diranno gli altri, vorrei però fare un’osservazione di insieme sulla struttura dell’accusa contestata. L’osservazione è che, come risulta da osservazioni sostanzialmente già introdotte, l’Accusa ha giocato e perso la sua partita su un terreno che aveva cercato di definire in diritto nel modo a lei più favorevole, nel modo più favorevole all’Accusa; un’accusa che, ricordiamo, ha ad oggetto, come ipotesi d’accusa, dei delitti d’evento, delitti gravi, gravissimi alcuni, fino a collocarsi, come l’avvelenamento, ai livelli più elevati della scala di gravità dei delitti contro l’incolumità pubblica; l’avvelenamento è un delitto che nella forma dolosa è punito con la reclusione da 15 anni in su, più del delitto di omicidio. Qui si discute di colpa, ma la fattispecie è quella: stiamo discutendo di delitti che, se realizzati con dolo, stanno nella fascia altissima della criminalità più pesante. Bene, di fronte all’ipotesi di delitti gravi e gravissimi, caratterizzati come tali da un contenuto lesivo particolarmente pregnante che solo spiega la collocazione a livelli elevati della scala di gravità, l’Accusa ha ragionato in diritto praticamente su tutti i punti come se la questione dell’accertamento di delitti così gravi fosse, come dire, una questione di confine tra la sfera del lecito e quella dell’illecito, giocata quindi come confine tra il lecito e l’illecito ai livelli minimi, al livello della minore pregnanza di illecito, quel minimo che basta per superare il confine dell’illecito. Questo l’Accusa ha fatto, cercando di proporre come risolutivi ai fini della configurazione di delitti gravi e gravissimi, cercando di presentare come risolutive delle questioni giocate attorno a criteri presenti nell’ordinamento o supposti esistenti dall’Accusa che nell’ordinamento hanno tutt’altro rilievo, quello appunto di segnare il confine tra il lecito e l’illecito, tra lo scarico consentito e quello che abbia superato un limite di accettabilità. Uno slittamento clamoroso di piani, una bagatelizzazione in diritto di figure di delitti gravi. Contestazione di delitti, come ha insistito nella sua arringa l’avvocato Schiesaro, contestazione di delitti gravi e gravissimi attorno ai quali l’Accusa ha giocato tutto su questioni che tutto al più avrebbero rilievo nella prospettiva di una eventuale responsabilità per contravvenzioni, contravvenzioni di superamento di determinati limiti di accettabilità o relativa all’avere seguito o non seguito determinate procedure. Questo terreno di gioco scelto dall’Accusa, diverso da quello su cui si sarebbe dovuto giocare il confronto attorno ai delitti, questo terreno di gioco è quello su cui la partita processuale si è giocata e l’Accusa ha perso su tutta la linea. Abbiamo giocato la partita su questo terreno proprio per fare risaltare al meglio, nel modo più pieno, la inconsistenza dell’Accusa, dei suoi assunti in fatto e in diritto, anche a giocare la partita sul terreno improprio dei criteri di eventuale configurabilità di illeciti contravvenzionali e bagatellari. Il problema delle caratteristiche costitutive degli eventi di delitto contestati non è stato nemmeno avvicinato nei discorsi d’Accusa. E’ così che gli appellanti, incapaci anche solo di porre correttamente i problemi di ricostruzione, men che meno i problemi di prova, degli eventi, dei delitti imputati, hanno finito gli appellanti per cercare strade diverse, spostando i loro discorsi dal piano degli eventi a quello delle condotte. Il problema delle condotte che è, certo, ineludibile per l’Accusa, ma ovviamente non sufficiente di fronte alla contestazione di delitti gravi caratterizzati da eventi di danno. Emblematico di questo arretramento è l’appello dell’avvocato dello Stato, tutto costruito attorno alla questione dei valori soglia di cui alle normative speciali e alla tesi del suo consulente dottor Cocheo circa la natura dei reflui di taluni reparti CV. Rifiuti tossici e nocivi, dice l’Accusa. Questa tesi, della cui inconsistenza parlerà tra poco l’avvocato Simoni, è una tesi che non fa parte delle originarie premesse d’accusa, ha tratto occasione da acquisizioni dell’ultima ora, nell’ultima fase del dibattimento di primo grado, rappresenta, come dire, un ripiegamento dell’Accusa su qualcosa che sembrava dare un qualche spunto per discorsi relativi alle condotte, lasciando completamente tra parentesi il problema degli eventi. Ho dedicato qualche minuto a questa premessa relativa alla impostazione generale dell’Accusa perché serve, per così dire, da introduzione al discorso sulle posizioni personali, sulla posizione dell’ingegner Palmieri in particolare, una introduzione utile perché, anche con riferimento alle posizioni personali, l’Accusa ha travisato o confuso i termini del problema; anche relativamente alle posizioni personali la stessa impostazione dell’Accusa si caratterizza per insufficienza strutturale, prima ancora che per inconsistenza probatoria, inconsistenza probatoria ovvia: se non ha provato gli eventi nella loro obiettività che cosa resta? Ma anche nella tematizzazione del discorso sulle persone l’Accusa è stata monca nell’impostazione. E di questo dirò brevemente, illustrando ragioni autonome ed autosufficienti dell’Accusa nella sua direzione personale verso l’ingegner Palmieri. Direi addirittura che il segmento d’accusa nei confronti dei singoli, nei confronti di Palmieri in particolare per quanto mi interessa, è un segmento d’accusa del tutto evanescente, invisibile – spero che l’espressione sia chiara – nello stesso orizzonte dei motivi d’appello, i quali hanno totalmente eluso - come già l’Accusa l’aveva eluso nel giudizio di primo grado – il problema delle posizioni personali dei singoli imputati, quanto meno degli imputati che mi interessano. Vengo alla situazione personale. In questo processo l’ingegner Palmieri è una comparsa del tutto marginale, è tra i pochi imputati cui non è contestato il capo 1, quello relativo al CVM, e questa mancata contestazione del capo 1 vale anche per l’imputazione di disastro di cui al capo 2. Gli aspetti, condotte ed eventi del supposto disastro contestati nel capo 1, quelli di cui abbiamo finora parlato sullo sfondo del 437, sono questioni che riguardano ovviamente i soli imputati del capo 1, non dunque l’ingegner Palmieri e gli altri pochi imputati per il solo capo 2. Tra gli imputati del capo 2 l’ingegnere Palmieri è inserito nella seconda lista, per così dire, di imputati destinatari di un’imputazione diversa e più ristretta di quelli della prima lista ai quali è contestato l’insieme dei fatti presi in considerazione dall’Accusa, come l’avere fatto le discariche incontrollate e quant’altro. Non sto per brevità ad indicare i dettagli dell’Accusa così come formulata perché risultano chiaramente dal capo d’imputazione. Una rapida notazione sulle cariche che vengono in rilievo: nell’allegato al capo d’imputazione sono indicate, per quanto concerne Palmieri, diverse cariche, alcune manifestamente irrilevanti rispetto all’Accusa perché si tratta di cariche che non hanno alcuna relazione, nemmeno in astratto, con problemi di gestione del Petrolchimico, e che di fatto non sono state mai prese in considerazione dall’Accusa nei pochi discorsi che sull’ingegner Palmieri ha articolato. L’unica carica che astrattamente viene in rilievo come collegamento della posizione di Palmieri con la vicenda del Petrolchimico di Porto Marghera è la carica di Presidente di Enichem Anic, prima Enimont Anic, poi Enichem Anic, carica di Presidente che l’ingegner Palmieri ha ricoperto dal novembre 1990, quando viene meno la joint venture Eni–Montedison, la società poi diventa Enichem Anic, l’ingegner Palmieri mantiene la carica di Presidente fino all’aprile 1992. Periodo di competenza, dunque, assai breve, meno di un anno e mezzo: dal novembre 1990 all’aprile 1992. Come si è articolata l’Accusa nei confronti dei singoli imputati? Non si è articolata come la direzione personale delle accuse contro uomini in carne ed ossa avrebbe richiesto, questo il Tribunale l’ha rilevato chiaramente. La sentenza, là dove ha preso in discussione l’accusa, ne ha rilevato quella che possiamo tranquillamente definire come insufficienza strutturale dell’ottica d’accusa relativamente ai singoli. Al di là della formale articolazione delle imputazioni che evoca i periodi di competenza di ciascuno, la Accusa ha cercato di svolgere un discorso che collega tutto e tutti dentro lo schema generale di una cooperazione colposa, per cui ciascun cooperante finisce per vedersi addossata l’intera congerie di ciò che è derivato dai decenni di gestione del Petrolchimico. E’ una impostazione inaccettabile, ha motivato la sentenza, è fondata l’obiezione di chi ha opposto che chi gestisce gli impianti negli Anni ‘90 non coopera con l’antecessore; sono situazioni autonome e da autonomamente valutare; nessun imputato potrà essere chiamato a rispondere di fatti anteriori, concomitanti o successivi cagionati da altri, senza alcun rapporto con la sua sfera d’attività, senza relazione con la garanzia dovuta, senza accertamento di un nesso di causa tra la condotta sua propria – non dell’azienda di appartenenza ma sua propria del singolo imputato – ed evento, questo o quest’altro evento, oggetto d’imputazione. Ma – ha osservato il Tribunale – il programma probatorio dell’Accusa ha trascurato del tutto questa esigenza, ha trascurato del tutto di verificare se questo o quell’aspetto ipotizzato dalle accuse di disastro, etc., sia riconducibile, ricollegabile alla condotta attiva o omissiva di questo o quest’altro degli imputati. L’Accusa avrebbe dovuto valutare se alla condotta degli imputati, di ciascun singolo imputato, fosse derivata una qualche forma di aggravamento rispetto al passato di per sé tale da dare corpo all’evento del reato, di uno od altro tra i delitti contestati, ma questo l’Accusa non l’ha fatto, ha livellato tutto. Questo vuoto si ritrova anche nei motivi d’appello, nei quali il Pubblico Ministero ha rivolto al Tribunale delle censure che il Tribunale non merita. E’ arrivato a dire il Pubblico Ministero che il Tribunale, sulla base di una asserita deformazione dell’accusa, sarebbe giunta a dire alla fine che l’aggravamento del preesistente non sarebbe rilevante. Ma questo il Tribunale non l’ha detto, anzi al contrario ha detto che l’Accusa, per poter acquistare consistenza, raggiungere la prova necessaria nei confronti di ciascun imputato, avrebbe dovuto proprio mostrare, dimostrare sul piano probatorio l’aggravamento della situazione legato alla condotta del singolo imputato, un aggravamento tale da integrare il disastro o quant’altro oggetto d’accusa. Questo ha chiaramente detto il Tribunale e questo l’Accusa non l’ha fatto. Non l’ha fatto in primo grado e non l’ha fatto nei motivi d’appello, dove ancora l’Accusa fa un discorso generare, e si ha questo aspetto diciamo paradossale: la richiesta di riforma della sentenza assolutoria non è supportata da alcun motivo che riguardi la posizione personale dell’ingegner Palmieri, e questo vale anche per altri imputati, c’è un discorso generale sui fatti, stavo per dire sugli eventi, in realtà non c’è neanche sugli eventi, c’è su frammenti di condotte qua e là identificate, ma è un discorso generico: i singoli imputati non sono introdotti nel discorso svolto dai motivi, e non si dica che ciò sarebbe stato ultroneo rispetto alla critica della sentenza di primo grado, posto che la sentenza di primo grado ha trattato espressamente il problema della verifica dell’Accusa contestata ai singoli, avendo riguardo ai diversi periodi di competenza e alla questione degli ipotetici effetti di aggravamento ascrivibili ad azioni ed omissioni dei singoli. Ne ha trattato e ha svolto una critica mirata al difetto di impostazione della sentenza. Sotto questo aspetto i motivi di impugnazione sono incompleti, non prendono in considerazione la parte della sentenza relativa alla illustrazione, alla messa in evidenza della incompletezza strutturale dell’accusa relativamente alle posizioni personali. E’ una incompletezza che perdura e che mi sembra valga la pena rilevare perché ci mostra per l’appunto una incompletezza su un punto cruciale nonostante le migliaia e migliaia di pagine che hanno riempito il processo e i motivi d’appello, una incompletezza che è una spia eloquente della incapacità dell’Accusa anche solo di cimentarsi con problemi di ricostruzione di posizione personali, che il Tribunale ha giustamente additato come in ultima analisi decisivi per il destino di singoli imputati, decisivi per il destino delle persone in carne ed ossa contro le quali l’accusa è stata indiscriminatamente lanciata. Di questo non troviamo nulla nei motivi d’appello; e nulla, in sostanza, anche nella discussione finale. Vediamo di distinguere noi dove l’Accusa non l’ha fatto, qual è il frammento della complessiva ipotesi d’accusa del capo 2 che può essere astrattamente ricollegato alla posizione personale dell’ingegner Palmieri, Presidente di Enichem Anic dal novembre 1990 all’aprile 1992, che ha coperto quella carica, ha gestito la società ed è insensato anche solo dire abbia cooperato con chi, sotto altri cappelli, ha gestito il Petrolchimico in epoca precedente o successiva. E’ chiaro che la maggior parte dei fatti descritti nell’atto d’accusa è fuori del raggio dell’accusa contestata all’ingegner Palmieri, non lo riguarda proprio, non fanno parte dell’imputazione contestata all’ingegner Palmieri tutti i fatti avvenuti fino alla fine del 1990. C’è da dire, semmai, che la situazione a fine 1990, con tutto ciò che di buono o di meno buono in quella situazione si può riscontrare, quella situazione costituisce la (deis line), la base di partenza a partire dalla quale va valutata l’ipotesi d’accusa concernente l’ingegner Palmieri, la quale non può che suonare come realizzazione di eventi di disastro, etc., legati all’aggravamento successivo rispetto ad una linea di partenza della quale l’ingegner Palmieri non può ovviamente in alcun modo rispondere. Stanno al di là della linea di partenza, non fanno parte dell’accusa contestata all’ingegner Palmieri tutte le immissioni di sostanze contaminanti in acque o in atmosfera o nel suolo risalenti a prima del novembre ‘90, non solo quelle contestate a Montedison ma qualsiasi altra proveniente da chicchessia. In particolare non fanno parte dell’accusa contestata a Palmieri ma stanno dietro la linea di partenza la realizzazione di discarica, gli abbandoni di rifiuti, i supposti abbandoni cui si riferisce l’accusa, fatti avvenuti tutti, nella stessa prospettazione d’accusa, in epoca anteriore e in ambito Montedison, come tutte le voci sentite nel dibattimento hanno confermato e del resto era stato già riconosciuto fin dalla richiesta di rinvio a giudizio. Fa parte della (deis line) e non dell’accusa contestata l’imbonimento del terreno su cui è stato costruito il Petrolchimico con materiali di risulta della prima zona industriale; ne hanno parlato già altri. La maggior parte delle aree adibite a discarica non sono mai entrate nella disponibilità di Enichem, stanno fuori dell’orizzonte dell’accusa contestata a Palmieri, e stanno ovviamente fuori dell’accusa gli eventuali effetti di degrado ambientale derivati da aree site al di fuori di quelle passate ad Enichem, e sono la maggior parte. Stanno fuori, sta fuori dall’accusa contestata tutto ciò che riguarda imprese terze. Resta ben poco dentro l’accusa, resta la gestione di un anno e mezzo circa di Enichem Anic e il conseguente problema, mai tematizzato dall’Accusa, quali apporti la gestione di Enichem Anic in un anno e mezzo abbia portato rispetto alla situazione ambientale di Porto Marghera. Mai enunciato un problema di questo genere dall’Accusa, e questo sarebbe dovuto essere il problema da discutere relativamente al singolo imputato. Non impostato il problema, la povertà, il vuoto dell’accusa si riflette nei discorsi che sono stati fatti sulle posizioni personali. E infatti inutilmente cercheremmo nei discorsi d’accusa prese di posizioni sul contenuto e sui limiti dell’accusa nei confronti dei singoli imputati. I nomi degli imputati, e tra essi il nome di Palmieri, sono praticamente assenti nel discorso d’accusa, salvo che nelle conclusioni; è un’assenza significativa. Trattando della posizione dei singoli imputati al termine della requisitoria nell’udienza del 13 luglio, il Pubblico Ministero ha dedicato all’ingegner Palmieri poche frasi, meno di due pagine della trascrizione, da pagina 65 in poi, e che cosa ha detto? Ha cominciato a dire: "per lui la situazione è per certi versi analoga a quella del dottor Parillo", altro imputato per il solo capo 2, Presidente di Enichem in quello stesso periodo ‘90–‘93, il Pubblico Ministero ne aveva parlato immediatamente prima, la requisitoria fa rinvio a quanto detto per Parillo e aggiunge soltanto alcuni particolari di cui dirò tra un momento. Curiosamente nella parte della requisitoria dedicata al dottor Parillo, imputato, come dicevo, per il solo capo 2, periodo di competenza sovrapponibile a quello di Palmieri, nella parte dedicata a Parillo e richiamata per Palmieri la requisitoria del Pubblico Ministero tratta pressoché esclusivamente questioni relative ai reparti CV, estranee all’imputazione ad essi contestata. E’ un lapsus del Pubblico Ministero, evidentemente, un difetto di memoria, un lapsus di per sé indicativo dell’assoluta incapacità dell’Accusa di dire qualcosa di accusatorio nei confronti di questi due imputati. Nel capitolo dedicato ad essi, nell’unico capitolo affiorano i nomi, il Pubblico Ministero si è messo a parlare dei reparti CV, che non c’entrano niente. E nei particolari aggiunti relativamente a Palmieri, anche qui il Pubblico Ministero non dice nulla sul contenuto delle accuse contestate, non si preoccupa di precisare quale parte dell’Accusa venga da lui riferita e ritenuta provata nei confronti di Palmieri, non indica basi probatorie dell’accusa riferita a Palmieri. L’argomento trattato è quello delle deleghe, di cui dirò più avanti; è un argomento la cui rilevanza il Pubblico Ministero stesso ha sottolineato là dove nella sua esposizione in diritto ha richiamato la sentenza Icmesa. Ecco l’unico aggancio fattuale che troviamo nella paginetta relativa a Palmieri, ha fatto un cenno fugace, il Pubblico Ministero, alla vicenda American Apprisal, legata alle trattative per la joint venture Eni–Montedison, vicenda che ha costituito per tutto il processo un cavallo di battaglia che il Pubblico Ministero ha cercato di lanciare in tante direzioni, anche, come nel caso di Palmieri, contro persone non coinvolte in nessuno modo in quella vicenda. Come ricorda il Pubblico Ministero, l’ingegner Palmieri ha detto che di American Apprisal non aveva mai saputo nulla, né il Pubblico Ministero ha mai sostenuto che egli sapesse, solita retorica il dire: ha detto che non aveva mai saputo nulla. Ma tu, Pubblico Ministero, hai elementi per dire che egli sapesse di contenuti bene o male desumibili da quella vicenda? No, il Pubblico Ministero si è limitato a dire..., no, non ha detto niente. E’ pacifico che l’ingegner Palmieri è estraneo agli accertamenti effettuati nel corso dell’88 dall’American Apprisal, è una vicenda che si è giocata tra altri protagonisti, risulta da tutte le voci che sulla vicenda sono state sentite, mai i protagonisti della vicenda sentiti nel dibattimento hanno fatto il nome dell’ingegner Palmieri e mai l’Accusa, fino alla requisitoria del Pubblico Ministero in questo processo, ha adombrato sospetti di coinvolgimento dell’ingegner Palmieri in quell’episodio; del contenuto del rapporto American Apprisal e del modo in cui è stato formato l’ingegner Palmieri ha appreso solo dagli atti del processo. Di un altro punto toccato dal Pubblico Ministero dirò tra un momento. Che cosa ha fatto l’ingegner Palmieri come Presidente di Enichem Anic, che cosa in ipotesi non ha fatto che secondo l’Accusa avrebbe dovuto fare? Sono problemi, dicevo, che l’Accusa ha completamente ignorato e che avrebbe dovuto affrontare per poter sostenere le sue tesi. Vediamo che cosa risulta dagli atti sulla base di informazioni e documenti che abbiamo introdotto. Una notazione di sfondo: Enichem Anic, che era la società operativa di Enichem, accorpava all’epoca buona parte degli impianti di chimica di base e contava più di 10.000 dipendenti, aveva stabilimenti a Porto Marghera, a Priolo, a Porto Torres, a (Sevini), Brindisi, Gela, Ravenna, società di grandi dimensioni, è un tipo di società nelle quali si pongono i ben noti problemi di individuazione dei destinatari degli obblighi, eventualmente responsabili per il caso di violazioni. Non mi soffermo sugli aspetti giuridici della questione, che è ampiamente nota, una questione la quale trova la sua ragionevole soluzione, ragionevole e indiscussa, direi, soluzione, per quanto riguarda la posizione dei soggetti al vertice di strutture organizzative complesse, trova soluzione nel senso che la posizione di garanzia del soggetto al vertice di strutture complesse, la cui gestione chiama necessariamente in causa l’attività di una pluralità anche molto ampia di soggetti in luoghi ampi e differenziati, ebbene, in che cosa si riassume il dovere o posizione di garanzia del soggetto al vertice relativamente all’osservanza dei precetti penalmente sanzionati relativi all’attività dell’organizzazione? Ciò che il vertice può fare, ciò in cui si riassume l’obbligo è l’organizzazione della struttura societaria e aziendale, doveri di organizzazione, di ripartizione di funzioni, indicazione di linee generali. Delega di funzioni, dunque, ripartizione di compiti, indicazione di direttive come adempimento legittimo e doveroso per l’efficacia della tutela penale per l’adempimento della garanzia dovuta dal soggetto al vertice dal Presidente della società, ripartizione di funzioni non come un chiamarsi fuori dai problemi ma come adempimento dovuto. Questo e non altro è il senso della delega di funzioni, questo il senso di un istituto la cui pertinenza e rilevanza anche nel capitolo della tutela dell’ambiente è stata richiamata proprio dal Pubblico Ministero laddove ha fatto riferimento alla questione a proposito della sentenza sulla vicenda Icmesa di Seveso, rilevanza pacificamente affermata. Tra le sentenze in materia ambientale mi limito a segnalare una sentenza molto bella, mi pare, della Cassazione 3 agosto 2000, pubblicata in Foro Italiano 2001 – ne darò copia –, parte seconda, pagina 357 e seguenti, molto bella perché, oltre ad avere affermato, come tante altre, la rilevanza della delega in materia ambientale, sottolinea alcuni aspetti non privi di significato, e cioè la distinzione tra il livello di direzione della struttura e il livello della gestione tecnica. Ha chiarito la Cassazione in quella sede che la responsabilità del soggetto in posizione apicale inerisce all’esercizio dell’attività d’impresa in quanto tale e non allo svolgimento di attività che richiedano conoscenze tecniche e scientifiche di tipo specialistico. Queste ultime sono le attività proprie di altri soggetti ai quali dentro l’impresa vengono affidati i compiti di gestione tecnica, ad essi affidati perché si tratta dei soggetti tecnicamente competenti. La posizione del soggetto apicale come il Presidente di Enichem Anic ha altro oggetto, riguarda l’apprestamento della complessiva organizzazione. E questo è quanto l’ingegner Palmieri ha fatto, come documentato dai verbali di Consiglio di Amministrazione o di assemblea e dai documenti di delega dagli ordini di servizio dai quali risulta lo schema organizzativo della società. Sono documenti che risalgono già alla prima fase della Presidenza Palmieri: ordine di servizio del 15 novembre ‘90 con cui vengono definite le strutture organizzative societarie e le linee gerarchiche; vengono anche definite fin dai primi interventi le linee generali per gli adempimenti ai sensi delle vigenti normative ambientali e di sicurezza. Non c’è soltanto una ripartizione di funzioni, una delega ampia in materia ambiente e sicurezza al vice Presidente ingegner Burrai, istituzione di organi tecnici specificamente preposti a questo settore, vi era un responsabile sicurezza e ambiente, ingegner Caltabiano, che è stato sentito come teste davanti al Tribunale; vi sono anche indicazioni di direttive, "la esplicita identificazione nella protezione dell’ambiente e della sicurezza e nella scrupolosa osservanza delle disposizioni di legge e dell’autorità come priorità aziendale di primo livello, cui dedicare la massima cura e risorse adeguate di uomini e di mezzi", così leggiamo nella delibera del Consiglio di Amministrazione adottata nella sua prima riunione con Presidente Palmieri il 19 novembre 1990. Sono indicazioni di principio che hanno trovato concreta attuazione nell’effettivo operare delle persone alle quali l’attività gestionale è stata affidata, come risulta in particolare dalla deposizione dinanzi al Tribunale dell’ingegner Caltabiano. L’adempimento dovuto dal Presidente per quanto riguarda la organizzazione della società è stato fatto. E non è un adempimento fatto il quale il Presidente si sia poi chiamato fuori, lavandosi le mani; laddove la presa in carico di questo o quel problema chiamava in causa responsabilità apicali a livello di Presidenza e Consiglio di Amministrazione, l’attivarsi c’è stato. Ogni volta che un problema ha richiesto delibere del Consiglio di Amministrazione, il Consiglio di Amministrazione presieduto dall’ingegner Palmieri ha attivato le iniziative necessarie. Ci bastino pochi dati d’insieme: nel breve periodo che ci interessa sono stati stanziati non meno di 25 miliardi di lire da Enichem Anic per le sole problematiche ecologiche di Porto Marghera; altri stanziamenti per altre questioni; 25 miliardi per Porto Marghera secondo le proposte e le priorità indicate dalle strutture tecniche a ciò delegate. Rinvio anche su questo alle dichiarazioni e ai documentati allegati alla dichiarazione presentata dall’ingegner Palmieri davanti al Tribunale. Vediamo rapidissimamente il dettaglio sui singoli punti che interessano la accusa. Gestione di rifiuti ricondotta alla normalità, non sono state effettuate discariche abusive o depositi incontrollati di rifiuti; i depositi irregolari di cui si discute erano cessati prima e mai del resto la stessa Accusa ha collegato depositi irregolari di rifiuti in una qualsiasi delle aree sopra indicate al periodo della Presidenza Palmieri. Appartiene alla problematica dei rifiuti il problema, pretestuosamente sollevato dall’avvocato dello Stato e del quale parlerà tra poco l’avvocato Simoni, relativo al trattamento dei reflui dai reparti CV. Al di là della obiettiva infondatezza in fatto e in diritto della prospettazione d’Accusa, mi limito ad osservare che si tratta comunque di problemi concernenti la gestione tecnica che non sono mai stati portati né dovevano essere portati all’attenzione degli organi dirigenti della società. Ma questo è un di più rispetto al discorso cruciale della infondatezza delle prospettazioni d’Accusa. Emissioni atmosferiche, siamo nella fase di attuazione delle disposizioni da poco introdotte con il D.P.R. 203 del 1988 e successive norme di attuazione del 1990; è della Presidenza Palmieri lo stanziamento dei 15 miliardi di lire necessari per l’installazione del forno inceneritore relativo alle emissioni atmosferiche e altri stanziamenti legati al problema emissioni risultano dai verbali del Consiglio di Amministrazione. Scarichi idrici; erano tutti regolarmente autorizzati, erano sottoposti al controllo di organi pubblici che non hanno mai rilevato irregolarità, anche di questo parlerà tra poco l’avvocato Simoni. I superamenti di limiti, i superamenti occasionali di taluni parametri risultano dai bollettini interni acquisiti nel dibattimento di primo grado nell’ultima fase, ma appunto superamenti occasionali, che tutto al più avrebbero potuto porre un problema di eventuale responsabilità contravvenzionale, da vedere poi in capo a chi, in relazione a singoli episodi puntuali di eventuale superamento, ma nulla più che questo. Pochi episodi puntuali e circoscritti che non hanno inciso, come dimostrato in primo grado e ritenuto dal Tribunale, sul complessivo carico inquinante. Siamo mille miglia lontani dai problemi di configurabilità di ipotesi di delitto del tipo di quelle qui configurate. Uno scarico che nel suo complesso si attesta a valori medi inferiori, larghissimamente inferiori ai valori soglia, produce un impatto complessivo corrispondente a quello di uno scarico che sia stato regolare in ogni momento, e così è avvenuto; questa la tesi recepita dal Tribunale sulla base dei documenti in atti, la cui valutazione complessiva è stata prospettata fin nella fase finale del dibattimento davanti al Tribunale dal professor Foraboschi. Lasciando al collega Simoni la trattazione ampia di questo punto nei suoi aspetti di fatto, vado adesso a dire una rapidissima notazione sulla reazione che dai banchi dell’Accusa è venuta anche nell’ultima fase di discussione. Di questa impostazione del professor Foraboschi e del Tribunale gli appellanti hanno finto di essere scandalizzati: come si fa a negare che la normativa degli scarichi fa riferimento a valori puntuali? La normativa sulle contravvenzioni, normativa speciale, siamo ad un livello di discussione totalmente diverso da quello che interessa le accuse qui contestate, e mi piace ricordare, come avevo fatto davanti al Tribunale, che sul profilo giuridico una critica implicita ma inequivoca contro la tesi qui sostenuta dall’avvocato Schiesaro la troviamo tra l’altro in una interessante sentenza del Pretore di Rovigo, Giudice Schiesaro, in data 7 febbraio 1990, Foro Italiano ‘91, parte seconda, 558 e seguenti. Giudice Schiesaro, non è una omonimia, è la stessa persona, come sappiamo tutti, e il Giudice Schiesaro, pur utilizzando il medesimo apparato concettuale o dogmatico dell’avvocato Schiesaro, aveva introdotto nella sentenza del ‘91 degli importanti elementi di distinzione che il discorso d’Accusa dell’avvocato Schiesaro si guarda bene dal fare. Cosa aveva detto la sentenza del Giudice Schiesaro relativa alla materia di erogazione di acque destinate al consumo umano? Una materia vicina a quella di cui qui descriviamo. La sentenza diceva che "la contravvenzione contestata all’imputato – articolo 21 della Legge Speciale sulle acque - è – cito testualmente – norma sussidiaria destinata ad operare nei casi in cui il fatto non costituisca un più grave reato"; in realtà è la norma di portata più ampia, è la norma che prevede il più grave reato che viene ad intervenire, appunto, nei casi più gravi e più limitati, "è una norma residuale e di sbarramento, che ben si concilia con le finalità perseguite anche dalla Direttiva Comunitaria, della quale la normativa interna costituisce atto di adattamento. In vero – dice la sentenza – è proprio l’esigenza di garantire livelli di qualità minimi per l’acqua destinata al consumo umano ai fini della salvaguardia della salute pubblica che impone al legislatore nazionale di sanzionare con rigore, e quindi anche in sede penale, la condotta di chi comunque eroghi acqua con siffatta destinazione sprovvista dei requisiti di qualità richiesti. In questa prospettiva viene ovviamente fatto salvo l’eventuale trattamento di maggiore rigore conseguente alla configurazione di più gravi fatti di reato", configurazione di più gravi fatti di reato che ovviamente, in questo sistema a più livelli, non trova il suo presupposto sufficiente nel semplice superamento di un limite il cui superamento configura la contravvenzione; per configurare il più grave fatto di reato, poniamo un delitto contro l’incolumità pubblica, occorre qualche cosa di più. Questo è il senso inequivoco e ragionevolissimo della sentenza del Giudice Schiesaro, che ben esplicava la costruzione a più livelli di un ordinamento giuridico che appresta un sistema di tutela molto ragionevolmente articolato ad un primo livello, quello delle contravvenzioni, che appresta una tutela più estesa per ampiezza e che si accontenta di elementi di qualificazione dell’illecito i meno gravi, il semplice superamento di un limite prudenziale di accettabilità, prudenzialmente stabilito dalla legge, è questo il confine tra il lecito e l’illecito, il livello minimo nella scala di gravità degli illeciti è il livello che appresta la tutela più ampia, contravvenzionale. Vi sono poi livelli ulteriori che qualificano ipotesi specifiche di più gravi responsabilità in funzione di elementi costitutivi di particolari più gravi fattispecie. E’ la stessa cosa che abbiamo visto poc’anzi con l’articolo 437 in relazione alle contravvenzioni in materia di sicurezza del lavoro: anche qui, sia nel campo della sicurezza del lavoro, sia nel campo della tutela dell’ambiente, dentro l’area dell’illecito, disegnata dal sistema delle norme speciali, dalla rete di reati contravvenzionali, troviamo alcune più profilate e più gravemente sanzionate figure di delitto, più gravi perché caratterizzate dal dolo o perché caratterizzate da particolari eventi lesivi, figure che debbono essere ricostruite in via interpretativa e positivamente accertate. Tutti problemi, questi, che l’Accusa ha sistematicamente eluso riducendo sempre il discorso al livello minimo, quello del confine tra il lecito e l’illecito. La insufficienza radicale di questa impostazione d’Accusa è stata espressamente rilevata dal Tribunale, che ha parlato di retrocessione degli illeciti, di depauperamento totale dei contenuti specifici delle figure di delitto contestate. Ho inserito questo piccolo excursus dentro il discorso sull’ingegner Palmieri perché la materia degli scarichi idrici né dà l’occasione, e gli scarichi idrici del Petrolchimico sono l’unico fatto che possa in via d’ipotesi ricollegare quell’anno e mezzo di gestione di Enichem Anic al castello accusatorio. E’ un fatto di ordinaria gestione che non ha alcun significato rispetto alle ipotesi d’Accusa. Chiudo il discorso rilevando come le iniziative in materia ambientale a Porto Marghera nell’anno e mezzo della Presidenza Palmieri, tra il ‘91 e l’aprile ’92, sono andate anche oltre la ordinaria amministrazione, pure in un momento particolarmente difficile per la vita della società, oltre l’ordinaria amministrazione nel senso che, al di là degli stessi obblighi desumibili dall’ordinamento giuridico, la gestione della società Enichem si è fatta carico di taluni problemi ambientali derivanti dal pregresso e in qualche modo passati nella nuova situazione, mi riferisco alle poche discariche ex Montedison, poche tra quelle indicate nel capo 2 d’imputazione, che si trovano in siti passati ad Enichem. Non vi erano obblighi di bonifica, come altri colleghi spiegheranno; di fatto la conoscenza, gli elementi di conoscenza disponibili all’epoca non erano tali da segnalare situazioni di pericolo, ne ha parlato anche l’ingegner Caltabiano nella sua deposizione del 23 febbraio 2001, ma in quella situazione, pur non esistendo obblighi di bonifica e pur non esistendo situazioni di pericolo ravvicinato, venne ritenuto opportuno effettuare ulteriori approfondimenti, in particolare sull’area 31 e 32, come ha confermato il teste Caltabiano, l’area che più di altre richiedeva attenzione. Il Consiglio di Amministrazione di Enimont Anic, richiesto di deliberare agli stanziamenti occorrenti per farsi carico di queste questioni, li ha deliberati senza ritardo. Già nella riunione del 26 marzo 1991, immediatamente successiva alla riorganizzazione della società, venne deliberato lo stanziamento di 500 milioni di lire per uno studio conoscitivo di impatto ambientale di Porto Marghera, studio conoscitivo, 500 milioni di lire dell’epoca non sono uno stanziamento insignificante, si tratta qui dello stanziamento per uno dei primi studi della società Acquater, in atti, studi che hanno consentito di acquisire le premesse conoscitive necessarie per i lavori di messa in sicurezza; lavori che poi, come risulta agli atti, si sono potuti progettare e realizzare soltanto a seguito di ulteriori approfondimenti che non potevano certo essere completati nella breve fase di Presidenza Palmieri, approfondimenti e realizzazioni che costituiscano il completamento, il portare avanti quell’impegno avviato nel 1991 sotto la Presidenza Palmieri con gli stanziamenti di cui dicevo. Ha già parlato il professor Stella dei tempi lunghi che l’esperienza di tutto il mondo addita necessari per la bonifica di siti inquinati; mi limito a notare che l’esigenza di tempi lunghi risulta in modo esplicito dalla normativa italiana entrata in vigore a proposito della bonifica di siti inquinati successivamente al periodo che qui interessa; mi riferisco all’articolo 17 del Decreto Legislativo 22 del ‘97, anzi più specificamente alla normativa di attuazione di quel Decreto, Decreto Ministeriale 25 ottobre ‘99, numero 471. E’ lì che sta la disciplina anche tecnica degli interventi di bonifica e da quella disciplina risultano termini procedurali molto ampi, si va avanti per anni sulla base dei termini indicati dalla normativa per la realizzazione di cose estremamente complesse, è un orizzonte che va ben al di là del breve periodo che poteva interessare l’ingegner Palmieri, il quale ha fatto, nel periodo in cui era in carica, quanto doveva, deliberando stanziamenti. Si è occupato anche – vengo qui all’unico altro punto indicato dal Pubblico Ministero – del canale Lusore Brentelle; ne ha fatto menzione il Pubblico Ministero nella requisitoria. E’ una questione che proprio poteva essere ignorata da Enichem Anic, il canale Lusore Brentelle è uno dei canali della zona industriale, non è un sito Enichem, perché mai Enichem Anic avrebbe dovuto occuparsi della bonifica del canale Lusore Brentelle, non inquinato da attività ascrivibili a Enichem Anic e non rientrante in nessun modo nei siti di proprietà della società? Non doveva farlo, se ne è occupata lo stesso, risale all’epoca della Presidenza Palmieri uno stanziamento per uno studio di ingegneria di carattere progettuale propedeutico ad eventuali interventi, stanziamento stanziato nel dicembre 1991. Piccolo riferimento, lo faccio perché ne ha parlato il Pubblico Ministero, ma insisto: il capitolo Lusore Brentelle non interessa in nessun modo, nemmeno secondo le interpretazioni più accusatorie della legislazione sugli obblighi di bonifica, non interessa in nessun modo la gestione Enichem Anic. Ho concluso, signori della Corte, credo di non avere alcun bisogno di trarre le conclusioni. Ho concluso considerazioni sulla posizione personale le quali, non strettamente necessarie ai fini della Difesa, vengono a mostrare chiaramente di quali temi avrebbe potuto e dovuto discutere un processo che avesse preso sul serio la dimensione personale di processo nei confronti di uomini in carne ed ossa ai quali si contesta qualcosa che essi hanno fatto o non hanno fatto. Questa dimensione personale del processo, delle imputazioni, del contraddittorio, è mancata completamente. Gli elementi che ho sottoposto all’attenzione della Corte dimostrano come anche a questo livello l’Accusa sarebbe stata perdente su tutta la linea, già perdente, già sconfitta peraltro, come altri hanno detto e diranno, sulle linee fondamentali relative alla insussistenza dei fatti e alla totale inconsistenza, anche giuridica delle tesi d’Accusa così come sono state formulate. Chiedo l’assoluzione dei miei assistiti con la formula più ampia: insussistenza dei fatti.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo un quarto d’ora, poi comincia l’avvocato Simoni.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 11.16.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 11.55.

 

PRESIDENTE – Prego avvocato.

 

DIFESA – Avv. Simoni – Signor Presidente, signori della Corte, io mi occuperò di tre temi che attengono tutti ad aspetti relativi agli scarichi del Petrolchimico, al tema innanzitutto della asserita presenza di CVM negli scarichi del Petrolchimico, quello che io chiamo il tema Cocheo, che è stato rilanciato in modo particolare dall’avvocato dello Stato nel corso della sua discussione, e poi mi occuperò in seguito dei problemi legati all’addebito rivolto dall’Accusa di aver determinato con i superamenti puntuali dei limiti tabellari una condizione peggiorativa allo scarico e dell’addebito del divieto di diluizione. Vedremo che - e qui vorrei aprire un piccolo inciso prima di entrare nel merito del primo aspetto di cui mi occuperò - tutti questi addebiti sono caratterizzati, o meglio tutto il discorso d’Accusa è caratterizzato da un singolare modo di procedere, da un modo di procedere che – e lo vedremo – oblitera sostanzialmente gran parte delle prove acquisite nel giudizio di primo grado, che tace ciò che hanno detto gli stessi consulenti d’Accusa nel giudizio di primo grado, che evita di richiamare atti e documenti che l’Accusa aveva considerato di capitale importanza nel giudizio di primo grado, e che anzi avevano addirittura formato oggetto di richieste istruttorie. E questo è uno sviluppo, per così dire, emblematico soprattutto nel primo degli argomenti, nel primo degli addebiti di cui mi vado ad occupare, quello legato alla asserita qualificabilità dei reflui degli impianti CV come rifiuti in ragione della presenza in questi reflui – ci ha detto l’avvocato dello Stato e ci ha detto anche il Procuratore Generale - di CVM in quantità tali, in quantità eccedenti la concentrazione limite, la CL fissata dalla delibera del Comitato Interministeriale del luglio ‘84, e dunque in quantità tali da determinare la classificazione, la qualificazione di questi reflui come rifiuti. L’argomento è stato rappresentato con una certa enfasi – e lo vedremo – sia nel giudizio di primo grado che anche qui, nel giudizio d’appello. L’avvocato dello Stato ci ha addirittura parlato, nel corso della discussione, di "una – cito le sue parole – condotta che in termini quali/quantitativi comporta una aggressione ambientale straordinaria, uno scarico contra legem di un milione di metri cubi di rifiuti tossico e nocivi". E il cuore della sentenza del Tribunale – ci ha detto l’avvocato dello Stato -, qui il Tribunale avrebbe sostanzialmente sovrapposto una sorta di suo pregiudizio agli atti, anzi si sarebbe posto, per così dire, addirittura al di sopra della legge, banalizzando – ha detto l’avvocato dello Stato – un tema di tanta importanza e di tale delicatezza, e – ci dice l’avvocato dello Stato – il cuore della sentenza sarebbe tutto, riposerebbe tutto nelle tre righe di pagina 745 in cui il Tribunale correttamente ritiene che non si possano trarre conseguenze in ordine alla classificazione dei reflui degli impianti CV sulla sola base della cosiddetta presunzione di tossicità e nocività di cui ci ha parlato l’avvocato dello Stato. E che non si possa trarre queste conclusioni sulla base di principi costituzionali relativi alla distribuzione dell’onere della prova e del principio di non colpevolezza, discorsi però che, a giudizio dell’avvocato dello Stato e forse a dimostrazione anche della cultura garantista a cui appartiene, l’avvocato dello Stato ci ha detto essere civilmente intollerabili per ragioni culturali prima ancora che tecniche. In realtà, come la Corte sa bene, il discorso svolto dal Tribunale sul punto è molto molto più ampio di quello che l’avvocato dello Stato vorrebbe far intendere. Il Tribunale dedica al tema della classificazione, della presunta classificazione di questi reflui come rifiuti tossico e nocivi la bellezza di 26 pagine di sentenza, da 737 a 762, in cui contesta punto per punto gli assunti dell’Accusa pubblica e privata, e dimostra che di qualificare i reflui degli impianti CV come rifiuto tossico e nocivi proprio non è il caso di parlare, per due motivi essenziali, e poi lo vedremo: da una parte perché si tratta di reflui canalizzati, che sono pacificamente soggetti alla disciplina degli scarichi, e dall’altra perché tutto il discorso d’Accusa sulla presunta presenza di CVM in questi scarichi è radicalmente infondato in fatto, perché di CVM in questi scarichi, in queste acque non ce n’è e non ce n’è proprio. Ma ovviamente di tutto questo nel discorso d’Accusa non c’è traccia, né una parola dall’Accusa pubblica, né una parola dall’Accusa privata. E nonostante l’enfasi e la retorica con le quali l’Accusa pubblica e privata ci è venuta riproponendo questi temi anche qui in discussione, in realtà né l’avvocato dello Stato né il Procuratore Generale ci hanno detto qualche cosa di nuovo. I temi che hanno sviluppato sono temi che il giudizio di primo grado – lo vedremo tra poco – aveva già consentito motivatamente di ritenere infondati, e infondati in fatto e in diritto. Infondati, l’ho già accennato, perché si tratta di reflui soggetti alla disciplina degli scarichi e perché di CVM non ce n’è in queste acque, ma anche irrilevanti – e lo vedremo tra pochissimo – perché nessuna delle voci dell’Accusa ha mai saputo andare al di là della formulazione di questo addebito e dirci quale sarebbe la rilevanza sul terreno dei delitti contestati del presunto sversamento del famoso milione di metri cubi di rifiuti tossico e nocivi in quanto contaminati da CVM. E vorrei, signor Presidente, iniziare proprio da qui, perché questo è già, per così dire, un grande buco nero dell’impostazione d’Accusa. Ho detto che l’avvocato dello Stato e l’Accusa pubblica ci presentano questo addebito come un addebito di straordinaria importanza. Ma nessuno, nessuna voce dell’Accusa ci ha mai detto quale sarebbe la rilevanza di questo presunto sversamento, di questo asserito sversamento dei rifiuti tossici e nocivi sul terreno delle imputazioni contestate. Sappiamo che la premessa posta dall’Accusa a fondamento del suo discorso è sostanzialmente questa: si tratta di reflui che provengono dagli impianti CV e quindi, in ragione della loro provenienza, si devono ritenere presuntivamente contaminati da CVM in misura superiore alla concentrazione limite fissata dalla delibera dell’84, cioè in misura superiore a 500 milligrammi/chilo, o 500 milligrammi/litro trattandosi qui di acqua. Su questa premessa l’avvocato dello Stato nel corso del giudizio di primo grado e poi ancora nei motivi – lo vedremo – d’appello ci ha detto che qui staremmo parlando di elementi che qualificano normativamente la colpa dei delitti di pericolo, che la presunta violazione delle norme tecniche che gli imputati Enichem avrebbero realizzato scaricando questi reflui nelle forme degli scarichi anziché avviarli a termodistruzione o a smaltimento di discarica, come vorrebbe l’Accusa pubblica e privata, qualificherebbe normativamente la colpa dei reati di pericolo, e l’ha ribadito anche nel giudizio d’appello. L’avvocato dello Stato, però, e il Procuratore Generale, si sono ben guardati dal dirci quelli sarebbero gli eventi rispetto ai quali abbia un senso o avrebbe senso porre il problema della colpa specifica, cioè della violazione di regole cautelari scritte attinenti a questo presunto sversamento di reflui contaminati da CVM, e non l’ha detto perché sa bene che, nella stessa prospettiva dell’Accusa, il suo intero discorso è pacificamente irrilevante rispetto ai delitti di disastro, di avvelenamento o di adulterazione contestati, e che la supposta dall’Accusa presenza di CVM negli scarichi idrici non è correlabile ad alcun evento rispetto al quale abbia senso porre il problema della violazione di regole a contenuto cautelare o, più in genere, il problema della colpa. E perché non ha senso? E’ presto detto: sulle stesse premesse giuridiche poste dall’Accusa pubblica e privata, dall’avvocato dello Stato, l’addebito di colpa rivolto agli imputati, quello di aver sversato nelle forme degli scarichi i reflui contaminati da CVM che avrebbero dovuto essere smaltiti come rifiuti, potrebbe avere un senso esclusivamente rispetto ad eventi di contaminazione delle matrici ambientali, sedimenti o le acque lagunari, ovvero del biota lagunare, da parte di che cosa? Della sostanza che, in tesi d’Accusa, renderebbe tossico e nocivo questo refluo, cioè da parte del CVM. Ma signori della Corte, nessuno mai, né l’Accusa pubblica né l’Accusa privata, ha anche solo lontanamente prospettato un problema di inquinamento della laguna, dei sedimenti o del biota lagunare da parte del CVM. Anzi un problema di inquinamento di questo tipo è stato espressamente escluso da una delle voci dell’Accusa, dal consulente dell’Accusa che aveva enunciato questo tema: il dottor Cocheo. Signor Presidente, ho ceduto anch’io alla multimedialità. Quando nel giudizio di primo grado, all’udienza del 15 maggio, Cocheo è venuto presentando, o ripresentando, come vedremo poi, questo tema, gli è stato chiesto se era al corrente che i consulenti del Pubblico Ministero avevano cercato, ma senza trovarlo, il CVM in esemplari di pesci e molluschi della laguna, e la risposta di Cocheo è stata: "non lo so, però non mi stupisce che non ci siano nei pesci, non è una sostanza che si accumula". E non è una sostanza che si accumula perché, lo dice ancora poco più sotto, è un gas. Ma non basta. Quando poi l’avvocato dello Stato ha posto a sua volta una domanda, sul tema Cocheo è stato ancora più perentorio: "mi è stato chiesto se si accumula nei sedimenti e nei pesci – parliamo ovviamente del CVM -, ovviamente queste matrici non si accumulano, il CVM è un gas che ha una vita abbastanza breve. Nella stessa acqua in realtà, avendo l’emivita breve, dopo un certo periodo di tempo sparisce, dev’essere acqua aerata, ad esempio l’acqua della laguna. Se entra nella laguna, dopo un po’ dalla laguna evapora perché può evaporare". Dunque il CVM, anche se fossero vere, e non lo sono, in fatto le premesse poste dall’Accusa, di problemi di inquinamento di sedimenti, del biota o delle acque lagunari da parte del CVM comunque non si potrebbe parlare, e questo, signor Presidente e signori del Corte, il Tribunale l’ha detto bene, l’ha detto con grande chiarezza a pagina 760 e 761 della sentenza, voi troverete un discorso molto chiaro del Tribunale sul punto, che dice: a prescindere dall’infondatezza del discorso d’Accusa, la tesi sviluppata dall’Accusa privata secondo la quale questi reflui sarebbero rifiuti, avrebbero dovuto essere smaltiti come tali, è in ogni caso rispetto alle imputazioni irrilevante, ed è irrilevante per la ragioni che abbiamo detto, perché non è correlabile ad alcun evento rispetto al quale abbia senso porre il problema della colpa, non è correlabile ad alcuna delle imputazioni, disastro, avvelenamento o adulterazione, che sono contestate agli imputati. E, dicevo, questo è stato un vero buco nero per l’Accusa, perché l’Accusa a questa obiezione non ha risposto, non ha risposto mai né nel giudizio di primo grado, non ha risposto neppure nei motivi d’appello e non ha risposto qui, lo vedremo fra poco, neppure in discussione. Non ha risposto, in primo grado sul tema della rilevanza non è stata spesa una sola parola, ma non ha risposto neppure nei motivi d’appello, in cui sia il Pubblico Ministero che l’avvocato dello Stato ripropongono la tesi secondo la quale la dimostrata violazione di norme attinenti lo smaltimento dei rifiuti concorre a configurare profili di colpa specifica a carico degli imputati, colpa specifica rispetto a quali eventi? Questo nell’appello dell’avvocato dello Stato. Ma badate, nell’appello, nell’impugnazione del Pubblico Ministero troviamo addirittura un’affermazione ancora più radicale, non solo anche il Pubblico Ministero si guarda bene dal dirci quali sarebbero gli eventi rispetto ai quali questo presunto sversamento avrebbe una qualche rilevanza, ma nell’appello del Pubblico Ministero c’è addirittura una vera e propria aperta confessione di questa irrilevanza, perché dopo aver richiamato i discorsi svolti da Cocheo, il Pubblico Ministero chiede la riforma della sentenza e la condanna degli imputati non per i delitti contro la pubblica incolumità, non per il disastro ambientale, ove mai sussumibile sotto la fattispecie contestata, ma per le contravvenzioni previste dal D.P.R. 915/82, chiede la condanna degli imputati per la violazione delle contravvenzioni in materia di smaltimento dei rifiuti, neppure contestate tra l’altro, così confessando esplicitamente che persino l’Accusa pubblica non è in grado di correlare questo asserito sversamento ad alcun evento attinente all’imputazione. Nel corso della discussione l’Accusa pubblica e privata, specialmente attraverso il Procuratore Generale, ha cercato di in qualche modo ovviare a questo buco nero, e ha cercato di rinvenire una qualche, una qualsiasi rilevanza di queste presunte violazioni. Così il Procuratore Generale ci ha detto che, nell’ambito di una interpretazione teleologicamente orientata della regola cautelare attinente lo smaltimento dei rifiuti, "non si dovrebbe trascurare che l’avere smaltito secondo la disciplina degli scarichi idrici – anziché alla stregua di rifiuti – i reflui contenenti CVM provenienti dai reparti CV22-23 e 24- 25, avrebbe determinato un incremento nel tempo della contaminazione da rame e da diossine delle acque dei canali lagunari", richiamando sul punto la consulenza, chiamiamola in questi termini, la memoria tecnica di Marra e Carrara, quella stessa memoria tecnica sulla base della quale il Procuratore Generale aveva chiesto la riapertura del dibattimento e che evoca, come ricorderete, lo scenario dello sversamento di due chili e mezzo di diossina nelle acque lagunari ad opera degli impianti CV nel periodo tra l’86 e il 2003, attraverso il raffronto con l’impianto finlandese. Come dire che l’Accusa, per trovare una qualsiasi rilevanza a questa presunta violazione delle norme sui rifiuti, non sa fare di meglio che riesumare l’argomento della Finlandia, che dirci che in fondo qui si tratterebbe di scarichi che avrebbero consentito una straordinaria contaminazione da diossine e da rame nelle acque e nei sedimenti lagunari. Solo che, come abbiamo già visto, tutta questa prospettazione, anche a prescindere da manifesta improponibilità di un discorso che pretende di collegare la questione della diossina e del rame alla presunta violazione di regole cautelari attinenti lo smaltimento del CVM, questa prospettazione, come sapete bene, è infondata in fatto, per le ragioni che vi ha già illustrato così bene l’avvocato Santamaria nel corso della discussione sulle richieste di riapertura del dibattimento. Io mi chiedo come faccia la Parte Civile Ministero dell’Ambiente e la Procura Generale a venirci a dire che ci troveremmo in presenza di una condotta che avrebbe consentito di immettere in laguna 2 chili e mezzo di diossina nel periodo dall’86 al 2003 quando il Ministero dell’Ambiente, con il Decreto Ministeriale 26 maggio 1999, ci dice che – badate, un Decreto riferito espressamente alla situazione dell’area di Porto Marghera, quindi alla situazione lagunare, non alla Finlandia – la contaminazione totale, la quota totale di diossine in laguna attraverso gli scarichi del Petrolchimico è nell’ordine della decina di milligrammi l’anno, e che il rapporto complessivo di tutte le fonti di contaminazione per l’intera area di Porto Marghera è nell’ordine della decina di milligrammi l’anno. Allora già questo solo basterebbe per squalificare completamente l’intero discorso d’Accusa; potrei anche fermarmi qui. L’Accusa ha formulato un addebito che è manifestamente sganciato da qualsiasi riferimento con le imputazioni contestate, con i delitti di disastro, di avvelenamento, di adulterazione contestati agli imputati. Neppure l’Accusa è in grado di indicarci un solo evento rispetto al quale abbia senso parlare di violazione delle regole attinenti lo smaltimento dei rifiuti. Ma la Difesa Enichem ha fatto nel giudizio di primo grado e farà qui di più, perché dimostreremo, il giudizio di primo grado ha già dimostrato - e ora lo ribadiremo - che tutto il discorso d’Accusa è in realtà radicalmente infondato in fatto, perché il CVM nei reflui degli impianti CV è assente. Torniamo un passo indietro; vi ho detto che la tesi formulata dall’Accusa privata per bocca dell’avvocato dello Stato è sostanzialmente questa: qui avremmo non dei reflui ma dei rifiuti perché avremmo in queste acque una contaminazione da CVM superiore alla CL della delibera del Comitato Interministeriale 27 luglio ‘84. Anzi il discorso d’Accusa è formulato in termini addirittura presuntivi: poiché questi reflui provengono da impianti CV, si devono ritenere presuntivamente contaminati, in base alla delibera interministeriale 27 luglio ‘84, da CVM in concentrazioni superiori a 500 milligrammi/litro, e quindi si devono presuntivamente ritenere rifiuti tossico e nocivi salva prova contraria. "Una prova che - l’avvocato dello Stato si è affrettato a dire nel corso della discussione, e cito qui le sue testuali parole – non è stata data". Ma l’avvocato dello Stato in realtà ha detto nel corso della sua discussione qualcosa di ancora più pregnante, ha detto che non è mai stata fornita da nessuno, né prima né dopo né durante il processo, la prova che avrebbe consentito lo smaltimento secondo la normativa in materia di acque di questi reflui". E questa è un’ammissione importante perché significa che nello stesso discorso formulato dall’avvocato dello Stato l’avvocato Schiesaro assume che, data la prova che il CVM è presente in concentrazioni inferiori alla CL, quindi inferiori a 500 milligrammi/litro o milligrammi/chilo, il problema della classificazione di questi reflui non si pone neppure più; persino per l’Accusa privata in questo caso si tratterebbe pacificamente di reflui soggetti alla disciplina degli scarichi. Bene, l’avvocato dello Stato ci dice: "guardate, però questa prova nessuno l’ha mai data". E proprio qui l’avvocato dello Stato, diremmo l’Accusa pubblica e privata più in generale, viene colta dalla prima delle sue ricorrenti amnesie e si dimentica improvvisamente sia dei bollettini del faldone 102, di cui parlerò tra poco, sia del suo stesso esperto Cocheo. Signor Presidente e signori della Corte, ricorderete certamente che i bollettini del faldone 102 che erano stati prodotti dal Pubblico Ministero all’udienza dell’8 maggio 2001 ed acquisiti dalla Corte hanno costituito un vero e proprio caposaldo dell’impostazione d’Accusa, al punto che l’avvocato dello Stato è venuto qui nel giudizio d’appello a chiedere a voi la riapertura del dibattimento, leggo testualmente: "per consentire l’esame dei consulenti tecnici professor Nardelli e dottor Mauro Sanna in ordine alla documentazione contenuta nel faldone 102", documentazione che l’avvocato dello Stato ci aveva allora presentato come una documentazione decisiva per il suo discorso sui reflui degli impianti CV. Bollettini di cui poi, nella discussione, non si parla più. E perché sarebbe stata decisiva nella prospettiva dell’Accusa questa documentazione? Beh, con il permesso della Corte io qui dovrei fare un passo indietro e tornare un attimo a quanto era accaduto nel giudizio di primo grado, perché questo consentirà di illustrare il senso della presunta decisività nel discorso d’Accusa di questi bollettini e le ragioni per cui oggi l’Accusa li oblitera completamente. Vedete, signori della Corte, nel giudizio di primo grado l’esperto dell’Accusa, Cocheo, era venuto a presentare il suo discorso sulla presunzione di tossicità e nocività una prima volta già all’udienza del 13 ottobre 2000, svolgendo il discorso sulla presunzione di tossicità e nocività legata alla delibera del Comitato Interministeriale di cui poi vi ha parlato qui anche l’avvocato dello Stato. Solo che, purtroppo per l’esperto dell’Accusa e per l’Accusa privata, il suo discorso era stato per così dire smascherato già in quella sede dal Presidente del Tribunale, il quale aveva chiesto in sostanza al dottor Cocheo: "ma veniamo al concreto, al di là del suo discorso sulla presunzione di tossicità e nocività e sulla classificabilità presuntiva di questi reflui come rifiuti tossico e nocivi, CVM nelle acque di questi reflui ce n’è o no? Lei ha la prova, ha qualche bollettino in mano da cui risulti che questi reflui contengono CVM?", e Cocheo aveva dovuto confessare che no, non aveva in mano nessun prova, che il suo è un discorso totalmente astratto e fondato su un’interpretazione non condivisibile dei dati normativi. Solo che poi, quasi alla chiusura dell’istruzione dibattimentale, all’udienza del 15 maggio 2001 Cocheo aveva riaperto questo tema ed era venuto trionfalmente annunciando in udienza di essere finalmente venuto in possesso dei documenti che gli avrebbero consentito di dimostrare finalmente la presenza di CVM nelle acque degli impianti CV22-23 e CV24-24, ed erano i documenti del faldone 102. Cocheo aveva detto in sostanza – ritroverete, signor Presidente, tutto questo scritto dettagliatamente nella memoria, riportati i passi delle trascrizioni, che io qui ovviamente sunteggio nel loro contenuto – al Tribunale: guardate, abbiamo rinvenuto, sappiamo che sopra le vasche di neutralizzazione dell’impianto S2-SG31, uno degli impianti del Petrolchimico, esiste un gascromatografo che misura, tra l’altro, anche la presenza di CVM in aria, e siccome i reflui degli impianti CV22-23 e 24-25 affluiscono, in tesi d’Accusa, in queste vasche, io sono in grado, vi posso dare la prova sperimentale, a partire dalla concentrazione in aria del CVM, che il CVM è presente anche nelle acque. E’ chiaro che – aveva detto Cocheo – se l’azienda mette un gascromatografo sopra a quelle vasche è perché l’acqua di quelle vasche rilascia cloruro di vinile, e il problema è che, se c’è cloruro di vinile in aria, anche a bassa concentrazione, in acqua ce ne deve essere almeno 10.000 volte tanto; questo a pagina 26 dell’udienza del 15 maggio. Insomma il fatto che non ci siano bollettini che analizzano la presenza o meno di CVM nelle acque dipende dal fatto che nessuno l’ha mai voluto cercare, proprio per paura di trovarlo, ma io sono in grado di darvi la prova, a partire dall’esistenza di questi bollettini che documentano la presenza di CVM in aria, della presenza di CVM nelle acque. E come si può fare questo? Beh, si può fare applicando – diceva Cocheo – la cosiddetta legge di Henry: applicando questa relazione fisica è possibile stabilire che, sulla base dei valori di CVM registrati in aria dal gascromatografo, in almeno dieci occasioni la concentrazione di CVM nelle acque – diceva Cocheo – sarebbe stata superiore al valore massimo, cioè 500 milligrammi/litro, ammesso dalla delibera del Comitato Interministeriale dell’84, quindi abbiamo la prova sperimentale della presenza di CVM nell’acqua. Ecco perché i bollettini del faldone 102 erano stati presentati dall’Accusa come documenti decisivi, sarebbero stati finalmente i documenti che consentivano di provare la presenza di CVM in acqua, di dare sperimentalmente questa prova. Solo che, non appena si è potuto prendere visione, l’esperto della Difesa, Foraboschi, ha potuto prendere visione di come il dottor Cocheo aveva calcolato la concentrazione di CVM in acqua partendo dai dati registrati dal gascromatografo, non appena ha potuto visionare la memoria che il dottor Cocheo depositò il 22 maggio 20001, l’assunto dell’Accusa si è rivelato privo di qualsiasi fondamento; anzi i bollettini del faldone 102 – e lo vedremo tra poco – consentono di dimostrare l’esatto contrario di quanto l’Accusa voleva sostenere. Già devo dire che l’esperto della Difesa, Foraboschi, il professor Foraboschi, aveva manifestato le sue perplessità sulle modalità con le quali Cocheo aveva..., sulle conclusioni, diciamo così, formulate da Cocheo già alla stessa udienza del 15 maggio 2001, prima ancora di vedere la relazione presentata da Cocheo, quindi prima ancora di conoscere come Cocheo aveva determinato, calcolato questi valori, e aveva detto che solo un miracolo poteva spiegare come mai la concentrazione in acqua del CVM, notoriamente un gas con bassissima solubilità in acqua, potesse essere 10.000 volte più alta della concentrazione in aria, come aveva detto Cocheo. "Per le mie conoscenze di termodinamica solo un miracolo può portare a questo, perché bisogna superare il secondo principio della termodinamica", aveva detto Foraboschi. Ma quando poi ha potuto finalmente visionare la relazione di Cocheo, il compianto professor Foraboschi si è trovato di fronte a qualcosa che non si sarebbe mai immaginato, perché, letta la consulenza del dottor Cocheo, il professor Foraboschi ha potuto constatare che non per miracolo Cocheo aveva potuto arrivare a quei valori, ma ci era arrivato perché aveva applicato una relazione fisica diversa da quella enunciata, aveva confuso la legge di Henry con la legge di Raul; troverete tutto questo spiegato in dettaglio anche nella sentenza, dove tra l’altro troverete enunciate anche sul piano scientifico queste leggi, mi sembrerebbe superfluo farlo qui. Ecco cosa aveva detto il professor Foraboschi: "letta la consulenza del dottor Cocheo ho constatato che non si trattava di un miracolo ma di un grossolano errore di termodinamica, errore che in precedenza avevo visto fare solo da qualche studente particolarmente sprovveduto che, a causa delle scarse conoscenze di termodinamica–chimica, confondeva la legge di Henry con quella di Raul. Il punto è che la formula con la quale Cocheo nella sua relazione enuncia la legge di Henry non esprime la legge di Henry, ma una legge diversa, la legge di Raul, pacificamente inapplicabile al caso in esame, e sulla questione non c’è nessun margine di opinabilità. Applicare la relazione presentata da Cocheo per calcolare la solubilità in acqua del CVM rappresenta un grossolano errore di termodinamica", questo sta scritto nella relazione del professor Foraboschi del 19 maggio 2001, la quale è intitolata: "gli errori esiziali della consulenza Cocheo". Al di là dei nomi, quali sono le conseguenze di tutto questo? La conseguenza l’ha spiegata bene una volta ancora l’esperto della Difesa, Foraboschi: in sostanza, se si applica la legge di Raul, o meglio se si applica la relazione fisica che Cocheo aveva presentato come legge di Henry, ma che in realtà enuncia una legge diversa, i valori di CVM, la concentrazione di CVM in acqua è 40.000 volte più alta di quella che risulta applicando correttamente la legge di Henry. E non basta, perché la Corte certamente ricorderà che il professor Foraboschi aveva anche stigmatizzato altri grossolani errori della relazione Cocheo, perché solo per completezza va aggiunto che a Cocheo presentare la legge di Raul come la legge di Henry non sarebbe bastato per superare la CL della delibera del Comitato Interministeriale, persino applicando quell’erronea formula, in corrispondenza del più elevato valore di CVM in aria registrato dal gascromatografo, la concentrazione di CVM in acqua era comunque ancora 20 volte inferiore alla CL. Allora cosa aveva fatto Cocheo? Aveva applicato – lo troverete nella relazione Cocheo - un fattore correttivo, aveva moltiplicato praticamente per 20 o più la concentrazione di CVM ricavabile da quella relazione che aveva presentato come legge di Henry. Solo che una volta che, fatta pulizia di questi errori, si va a vedere davvero cosa dicono i bollettini del faldone 102, beh, la situazione è un po’ diversa da quella che ci vuole rappresentare l’Accusa. Prima di tutto dai bollettini contenuti nel faldone 102 emerge una realtà direi largamente diversa da quella che l’avvocato dello Stato ci è venuto a presentare anche qui parlando in sede di richieste istruttorie di CVM normalmente presente nelle acque. La presenza di CVM nel periodo tra il dicembre ’90, inizio della gestione Enichem del Petrolchimico, e il luglio ‘94, che è il momento finale a cui si riferiscono i bollettini del faldone 102, si riscontra in soli 102 casi su 1.360 giorni, e per una durata totale di 338 ore su 32.640 ore, cioè poco più dell’1% del tempo. Ma il dato cruciale è un altro: se applichiamo la legge di Henry quella vera e non quella presentata da Cocheo, in corrispondenza del più alto valore di CVM registrato dal gascromatografo in aria, presentato da Cocheo nella sua relazione, 25 ppm, abbiamo una concentrazione di CVM in acqua pari a 0,00066 milligrammi/litro, un valore che è, se facciamo la divisione, 757.575 volte inferiore alla CL. Quindi altro che rifiuti tossico e nocivi! E siccome il confronto sui bollettini del faldone 102 si è rivelato devastante per l’Accusa, adesso l’Accusa ci viene a parlare solo di presunzione di tossicità e nocività e di discorsi normativi, cancellando completamente quello che gli stessi documenti prodotti dall’Accusa e il suo stesso consulente avevano detto. Ci si potrebbe obiettare, e mi faccio carico di un’obiezione che ci potrebbe rivolgere l’Accusa: qui però ci troviamo di fronte ad una elaborazione di un esperto della Difesa. E no, non è così, perché l’Accusa a queste valutazioni espresse dall’esperto della Difesa non ha mai replicato. Sapete cos’ha detto il dottor Cocheo e poi cos’ha ribadito l’avvocato dello Stato prima nel giudizio e poi nei motivi d’appello di fronte a questi dati schiaccianti? Beh, innanzitutto devo dare atto che l’avvocato dello Stato ha detto che, di fronte all’obiezione cruciale rivolta dal professor Foraboschi che la legge Henry non era quella enunciata da Cocheo ma un’altra, perché quella di Cocheo era in realtà la legge di Raul, l’avvocato dello Stato ha scritto nei suoi motivi d’appello, bontà sua, che si tratta di un’obiezione pertinente e tale è stata ritenuta dal Collegio, pagina 184 dei motivi d’appello dell’avvocato dello Stato. E a questo punto a tutto il discorso svolto dalla Difesa e dal suo esperto sia il dottor Cocheo che l’avvocato dello Stato hanno replicato che in realtà stabilire quale sia la formula corretta della legge di Henry da applicare, quindi quale sia il vero valore del CVM in acqua è una questione di lana caprina; troverete scritto proprio così sia nella memoria presentata dall’avvocato dello Stato dopo la chiusura del dibattimento che nei motivi d’appello del Pubblico Ministero: "decidere quale sia la forma corretta della legge di Henry da applicare è questione di lana caprina", perché? Perché – dice l’esperto dell’Accusa – ciò che conta non è stabilire quanto CVM ci sia nelle acque, ma ciò che conta è che finalmente abbiamo saputo che al termine del dibattimento nelle acque di queste vasche di neutralizzazione ci sarebbe qualche microgrammo di CVM. Eh no, no davvero, perché è fin troppo chiaro che l’intero discorso d’Accusa non era e non è quello relativo alla presenza negli scarichi del Petrolchimico di qualche microgrammo di CVM. Un discorso di questo genere sarebbe irrilevante perfino per l’Accusa, una prospettiva di questo genere sarebbe dichiaratamente irrilevante perfino per l’Accusa. L’intero discorso svolto dall’Accusa privata e dal suo esperto Cocheo mirava a ben altro, mirava a dimostrare sperimentalmente che c’era CVM nelle acque davvero e che c’era CVM in misura superiore a quei 500 milligrammi/litro, e cioè che quei reflui avrebbero potuto essere davvero classificati in fatto come rifiuti tossico e nocivo, non che c’è un pochino di CVM nelle acque, qualche microgrammo di CVM. Pensate, la quantità di CVM nelle acque, calcolata in base alla legge di Henry, quindi ricalcolata correttamente dal professor Foraboschi, è così bassa che è tre volte inferiore al limite stabilito dall’EPA degli Stati Uniti per l’acqua potabile; l’EPA degli Stati Uniti ci dice che nell’acqua potabile, che si distribuisce ad uso potabile, possiamo avere fino a 2 microgrammi/litro di CVM; qui abbiamo 0,66 microgrammi/litro; sapete che un microgrammo è un millesimo di milligrammo, quindi qui abbiamo un refluo che ha una concentrazione di CVM addirittura inferiore a quella stabilita dalla più nota autorità americana in materia di protezione dell’ambiente per l’acqua potabile. Altro che questione di lana caprina! Ecco la ragione dei silenzi e delle amnesie dell’Accusa pubblica e privata sui bollettini del faldone 102; i bollettini del faldone 102 dimostrano esattamente il contrario di quello che voleva l’Accusa, cioè che di CVM in fatto in questi reflui non si può parlare. E il tentativo di cambiare le carte in tavola, di dire che non è questo che conta e che è altro, non è che l’aperta confessione da parte dell’Accusa della irrilevanza del suo discorso e dell’infondatezza in fatto del suo discorso. Ma a questo punto voglio introdurre anche un altro elemento. Vede, signor Presidente, che in queste acque non ci sia e non ci sia davvero CVM non risulta solo da questi bollettini, risulta anche da un’ordinanza del TAR del Veneto, che io produco alla Corte, si tratta di un’ordinanza dell’aprile 2004 su un ricorso promosso da EVC, la società che attualmente gestisce gli impianti, avverso alcuni provvedimenti emanati dal Magistrato alle Acque, dalla Regione, con cui si ingiungeva di non superare nelle acque di scarico in uscita dagli impianti CVM una concentrazione di un microgrammo/litro di CVM. Bene, a pagina 2 voi troverete, dove si dà atto, e poi ancora a pagina 3 di questa ordinanza, in fondo, dove si dà atto del contenuto del provvedimento impugnato, che il provvedimento emanato dal Magistrato alle Acque e credo anche dalla Giunta Regionale del Veneto imponeva, avrebbe dovuto imporre ad EVC di "non superare il valore medio di CVM allo scarico delle colonie di stripping pari ad 1 microgrammo/litro e il limite di concentrazione di 3,7 microgrammi/litro – leggo testualmente - che risulta essere il valore massimo riscontrato da EVC nel 2003". Cosa vuol dire questo? Vuol dire che abbiamo qui addirittura un provvedimento amministrativo del Magistrato alle Acque e della Giunta Regionale del Veneto in cui si dà atto espressamente che la concentrazione di CVM nelle acque, la concentrazione massima riscontrata da EVC, cioè un soggetto estraneo al processo, nel 2003, in uscita dagli impianti CV, è 3,7 microgrammi/litro; pensate, un valore che è ancora più di 135.000 volte inferiore alla CL. Altro che rifiuti tossici e nocivi! Ma non basta, questa non è mica l’unica amnesia dell’Accusa, perché l’Accusa pubblica e privata si è dimenticata, diciamo così, di parlarvi di un’altra circostanza dirimente. Vedete, signor Presidente e signori della Corte, qui l’avvocato dello Stato è venuto parlando di una condotta di straordinaria importanza sul piano quali/quantitativo di sversamento di un milione di metri cubi di rifiuto tossico e nocivi attraverso gli scarichi, ma si è ben guardato dal dire di cosa stiamo parlando; si è ben guardato dal dire che le acque degli impianti CV22-23 e 24-25 che l’avvocato dello Stato vorrebbe presuntivamente classificare come rifiuti tossico e nocivi sono reflui industriali degli impianti CV inviati direttamente e tramite condotta, cioè in forma canalizzata, allo scarico SM15. Si è dimenticato di dire che qui non stiamo parlando di rifiuti liquidi veicolati in forma extrafognaria, ma di reflui canalizzati che vengono inviati allo scarico tramite condotta e ai quali è pacificamente applicabile la disciplina delle acque e non quella dei rifiuti. Perché neppure l’Accusa può ignorare che l’articolo 2 ultimo comma del D.P.R. 915 dell’82 escludeva dal campo di applicazione della disciplina relativa ai rifiuti gli scarichi, "Le disposizione del presente Decreto non si applicano agli scarichi disciplinati dalla Legge 10 maggio ‘76 n. 319", e neppure l’Accusa può ignorare cosa dice il Decreto Ronchi: "Sono esclusi dal campo di applicazione delle presente Decreto gli effluenti gassosi, nonché, lettera e), le acque di scarico, esclusi i rifiuti allo stato liquido". E neppure l’Accusa può ignorare che la definizione di scarico che è stata data normativamente dal Decreto Legislativo 152/99 è perentoria: "E’ scarico qualsiasi immissione diretta tramite condotta di acque reflue, liquide, semiliquide, comunque convogliabili nelle acque superficiali, nel suolo, nel sottosuolo, nella rete fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante". E allora che cosa fa l’Accusa? Si dimentica di queste norme, queste norme non esistono. E badate che il Decreto Legislativo 152 del ‘99, il nuovo Testo Unico sulle acque, parla in modo chiaro di reflui soggetti alla disciplina degli scarichi come qualsiasi refluo immesso tramite condotta nelle acque superficiali o nella rete fognaria indipendentemente dalla natura dell’inquinante, quindi a prescindere dalla composizione qualitativa del refluo. Nello ius superveniens meriterebbe anche segnare che l’articolo 34 del Decreto Legislativo 152, il quale per le acque di processo contenenti le sostanze pericolose delle tabelle 3A e 5 dell’allegato 5 dice che "l’autorità può richiedere che questi scarichi parziali siano tenuti separati dallo scarico generale e trattati come rifiuti", il che evidentemente è una ulteriore conferma che sul piano normativo scarico e rifiuto sono due entità concettualmente molto ben distinte. Ma l’Accusa privata vi ha obliterato anche la giurisprudenza, dopo aver fatto in lungo e in largo richiami giurisprudenziali per tutto il corso del processo, su questo tema così importante quasi neppure una parola. Signor Presidente, io sono sicuro che la Corte conosce certamente le sentenze che, a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite del ‘95 e poi le sentenze del ‘99 e del 2000 che fissano e delimitano il campo d’applicazione della disciplina degli scarichi e quello della disciplina dei rifiuti, non c’è certo bisogno di ricordarle alla Corte. Voglio solo rammentare che tutta la giurisprudenza che si è formata su questo tema in modo granitico dà atto che i rifiuti liquidi sono esclusivamente quei rifiuti allo stato liquido veicolati in modo non canalizzato: "l’applicabilità della disciplina dei rifiuti presuppone il trasporto non canalizzato delle acque di processo", sentenza Belcari, 24 giugno ’99, richiamata anche dall’Accusa; "sono rifiuti allo stato liquido – dice una sentenza del 2000, Sezione Terza, 4 maggio 2000, numero 1383 – quelli di cui il detentore si disfi senza versamento diretto nei corpi recettori, avviandoli cioè allo smaltimento, al trattamento o alla depurazione a mezzo trasporto su strada o comunque non canalizzato", e qui stiamo parlando pacificamente di rifiuti canalizzati. Poi c’è un’altra conferma sul piano sperimentale della pacifica applicabilità di questa disciplina: signor Presidente, qui si tratta di reflui canalizzati che sono stati sempre regolarmente autorizzati dal Magistrato alle Acque, ci sono le autorizzazioni del Magistrato alle Acque, ne parlerò poi nel corso della mia discussione, il quale conosce perfettamente la composizione e l’assetto degli scarichi e ha autorizzato questi scarichi senza fare mai questione di applicabilità della disciplina dei rifiuti. E poi c’è quell’ordinanza di cui ho parlato poco fa, come se non bastasse, sempre nell’ordinanza del TAR del Veneto, guarda caso proprio di fronte all’Avvocatura dello Stato, che chiedeva di applicare a quegli scarichi la disciplina dei rifiuti, il TAR del Veneto dice in modo tranchant: no, si tratta di reflui canalizzati, qui abbiamo dei reflui che vengono inviati direttamente allo scarico tramite condotte, senza interruzione, dunque si tratta di reflui pacificamente soggetti alla disciplina degli scarichi, prima alla Legge 319 del 1976 e oggi al Decreto Legislativo 152 del ‘99. Mi rimangono a questo punto da affrontare le due obiezioni che, di fronte a questa evidenza schiacciante, l’Accusa pubblica e privata ha mosso nei motivi d’appello, sia il Pubblico Ministero che l’Avvocato dello Stato. Si tratta di motivi che ripercorrono sostanzialmente lo stesso svolgimento argomentativo. Il primo cavallo di battaglia dell’Accusa è: ma qui ci troveremmo di fronte ad uno scarico indiretto, e quindi ci troveremmo di fronte ad uno scarico soggetto alla disciplina dei rifiuti. Perché? Perché – ha detto l’avvocato dello Stato e poi anche il Pubblico Ministero nei motivi d’appello e l’ha ribadito qui il Procuratore Generale nel corso della sua discussione - l’impianto di trattamento a cui affluivano in forma canalizzata questi reflui sarebbe stato gestito all’epoca a cui fanno riferimento i fatti di cui all’imputazione da un soggetto giuridico diverso da Enichem, la società Ambiente S.p.A., che aveva la proprietà e la gestione di questi impianti di trattamento, che era un soggetto giuridico diverso da quello – Enichem - da cui si originavano i reflui, quindi avremmo un’interruzione della continuità dello scarico, hanno detto in sostanza il Pubblico Ministero e l’avvocato dello Stato. Beh, di fronte ad una condotta di questo genere mi viene davvero un po’ da sorridere, perché tutta la giurisprudenza, compresa quella citata dall’avvocato dello Stato e dal Procuratore Generale, dice una cosa molto chiara: che lo scarico indiretto e la conseguente applicabilità della disciplina dei rifiuti e che la disciplina rifiuto liquido presuppone la interruzione funzionale dello scarico, del nesso di collegamento diretto tra la fonte di produzione del refluo ed il corpo ricettore, attraverso il trasporto extrafognario del refluo. E chiaro, se lo carico su una bettolina, su una autobotte o su qualsiasi altro mezzo, c’è una interruzione funzionale del nesso di collegamento. Ma per scarico indiretto soggetto alla disciplina dei rifiuti, tutta la giurisprudenza intende l’ipotesi di veicolazione extrafognaria del refluo, non l’interposizione di un soggetto giuridico diverso. E badate che le applicabilità, che l’assurdità di questa interpretazione viene fuori anche dalle sentenze che l’avvocato dello Stato e il Procuratore Generale anche in parte hanno citato l’uno nei motivi d’appello e l’altro nella sua memoria. Ad esempio nella sentenza Belcari, che l’Accusa ha portato, chissà perché, a sostegno di questa interpretazione. Ora, a prescindere dal fatto che la sentenza Belcari del ‘99 dice in modo chiaro e a chiare lettere: guardate che la disciplina dei rifiuti si applica ai rifiuti liquidi che vengono veicolati in modo extrafognario, quindi trasportati a mezzo autobotte o comunque in modo non canalizzato, ma se andiamo a vedere la vicenda processuale che è alla base della Pronuncia e che è richiamata dall’Avvocato dello Stato anche nei suoi motivi d’appello, beh, non c’è dubbio che si tratti di rifiuti liquidi: "si trattava di immissioni in quel caso – e lo dice l’avvocato dello Stato nei suoi motivi a pagina 152 - di reflui extrafognari prodotti da terzi presso il depuratore della Piaggio–Vespa che venivano conferiti a mezzo autobotte da altri stabilimenti industriali". E ancora più eloquenti sono, se possibile, le altre sentenze che l’avvocato dello Stato cita a sostegno di questa interpretazione, così Cassazione 17 gennaio ‘86 numero 70, citata a pagina 169 dall’avvocato dello Stato nei suoi motivi d’appello; ebbene, questa sentenza fa riferimento, e ne dà atto proprio l’appello dell’avvocato Schiesaro, a due episodi di scarico mediante autobotte dei liquami tossico e nocivi in acque pubbliche. Così la sentenza del 7 ottobre 1987, numero 1708, che l’avvocato dello Stato riporta a pagina 170 dei suoi motivi: altro episodio di smaltimento dei liquami per conto terzi con autospurgo, cioè ancora una volta mediante autobotte. E così anche Cassazione Sezione Terza, 24 novembre ‘87, Nasciutti, che l’avvocato Schiesaro richiama a pagina 172 dei suoi motivi: "abbiamo uno scarico a mezzo autobotte di liquami e sangue di animale in una zona golenale del fiume Po". Tutti episodi pacifici di veicolazione extrafognaria del refluo, tutti episodi pacifici di refluo che sarebbe tranquillamente soggetto alla disciplina dei rifiuti, ma perché viene conferito e scaricato in modo non canalizzato. Ma d’altra parte – mi si permetta un’osservazione che forse è un po’ paradossale – la palese infondatezza della tesi d’Accusa emerge anche, come dire, da un paradosso: se fosse vera la tesi d’Accusa che basta che il titolare dello scarico sia persona fisica o giuridica diversa da chi immette i reflui nello scarico per rendere i reflui rifiuto tossico e nocivi o comunque rifiuti, tutti coloro che si servono di un impianto consortile starebbero violando la legge penale e starebbero smaltendo illecitamente rifiuti. E che si tratti di una tesi stravagante emerge anche dalla constatazione che, a seguire le premesse poste nel discorso d’Accusa, pensate, perfino il Pubblico Ministero, il Procuratore Generale o l’avvocato dello Stato si renderebbero responsabili di uno smaltimento illecito di rifiuti ogni volta che aprono il rubinetto a casa propria, perché certamente la rete fognaria comunale non appartiene al soggetto P.M., P.G. o avvocato dello Stato che genera i reflui, ma appartiene ad un soggetto giuridico diverso, appunto il Comune. E’ ovvio che è un paradosso, signor Presidente, nessuno si sognerebbe mai di dire che ciascuno di noi o che il Procuratore Generale stia violando la legge penale perché sta smaltendo illecitamente rifiuti tossico e nocivi aprendo il rubinetto a casa sua, ma proprio questo paradosso dimostra quanto sia infondata la tesi d’Accusa, che parte da premesse pacificamente inammissibili e giunge a conclusioni palesemente assurde. E veniamo adesso al secondo argomento, anche questo un grande cavallo di battaglia dell’Accusa privata, il secondo argomento con cui, specie l’avvocato Schiesaro, ha cercato di replicare a quanto siamo venuti dicendo fin qui circa l’infondatezza in fatto e in diritto di tutto questo discorso. E’ il tema dei liquami tossico e nocivi che l’avvocato dello Stato ha richiamato anche qui nel corso della discussione e sui quali ha evocato addirittura una fantomatica sentenza Cocheo. Che cosa dice l’avvocato dello Stato? Dice: guardate che qui in realtà non è applicabile la disciplina degli scarichi, si tratta di altro, si tratta di liquami tossico/nocivi che, ai sensi dell’articolo 2... Signor Presidente, io ho qui anche, chiedo scusa, mi sono dimenticato di consegnarli, i riferimenti normativi, sia il D.P.R. 915 che la Legge 319/76, per comodità della Corte. Dicevo, qui l’avvocato dello Stato ci dice: ma qui abbiamo in realtà dei liquami tossico e nocivi, liquami che, in base al sesto comma del D.P.R. 915/82, sarebbero sottratti alla disciplina degli scarichi e soggetti a quella dei rifiuti. E che cosa dice l’articolo 2 sesto comma del D.P.R. 915? Dice: "resta salva la normativa dettata dalla Legge 10 maggio ‘76 numero 319 per quanto concerne la disciplina dello smaltimento nelle acque, nel suolo e nel sottosuolo dei liquami e nei fanghi di cui all’articolo 2, lettera e), punti 2 e 3 della citata legge, purché non tossici e non nocivi. Il ragionamento dell’avvocato dello Stato è chiarissimo: qui abbiamo liquami tossico e nocivi, quindi abbiamo una deroga alla normale applicabilità della disciplina degli scarichi. Solo che se va poi a vedere, signor Presidente, a che cosa fanno riferimento, qui abbiamo due argomenti che l’avvocato dello Stato ha un pochino trascurato. Primo: se si va a vedere a che cosa fanno riferimento l’articolo 2, lettera e), punti 2 e 3 della Legge Merli, che sono l’oggetto della deroga introdotta dal D.P.R. 915/82, beh, vediamo che si tratta di attività che non hanno niente a che vedere con uno scarico di reflui in acque superficiali come quelle del Petrolchimico. L’articolo 2, lettera e), n. 2 della Legge Merli fa riferimento allo smaltimento dei liquami sul suolo anche adibito ad usi agricoli, purché le emissioni siano direttamente utili alla produzione e nel sottosuolo, cioè alle cosiddette pratiche di (inc.) irrigazione; e secondo, la lettera e) n. 3 dell’articolo 2 della Legge Merli fa riferimento allo smaltimento di fanghi residuati dai cicli di lavorazione e dai processi di depurazione. Niente che abbia a che vedere con noi, pacificamente non si tratta di fanghi, nemmeno l’Accusa l’ha mai detto; praticamente non stiamo parlando di pratiche di (inc.) irrigazione. E badate, che si tratti di attività di smaltimento che non hanno niente a che vedere con lo scarico in acque superficiali e che non c’entrano niente con noi lo dice anche una sentenza che l’avvocato dello Stato ha incautamente citato, la sentenza del 13 febbraio ‘98, ricorrente Ciurletti, pubblicata in Giustizia Penale del ‘98, pagine 698 e seguenti. Questa sentenza affronta il problema della delega introdotta dall’articolo 2, sesto comma, del D.P.R., che cosa dice? Beh, leggo testualmente la motivazione: "dall’ambito di applicazione della normativa sui rifiuti, il D.P.R. 915 escludeva espressamente gli scarichi disciplinati dalla Legge 319, facendo salva l’applicazione di questa legge per lo smaltimento dei liquami sparsi nel suolo per fini produttivi e dei fanghi residuati da cicli produttivi, come previsto dall’articolo 2 della stessa Legge 319, purché non tossici o nocivi". E prescindo qui dal fatto che, come abbiamo detto, nello ius superveniens, nel Decreto Legislativo 152/99 si parla di "scarico come qualsiasi immissione diretta, tramite condotta di acque, indipendentemente dalla loro natura inquinante", e dal fatto che il Decreto Ronchi non ha riprodotto la norma del D.P.R. 915/82 ed esclude dal campo di applicazione della disciplina sugli scarichi solo rifiuti allo stato liquido, che, come abbiamo appena detto, sono i rifiuti veicolati in modo extrafognario. Ma c’è un altro argomento che l’avvocato dello Stato trascura, e forse è l’argomento..., ed è anzi certamente l’argomento più importante, ed è chiaro perché nessuno ne parli, nessuna voce dell’Accusa ne parli. Nella stessa prospettiva dell’Accusa, quindi nello stesso discorso che fa l’avvocato dello Stato, questi liquami sarebbero soggetti all’applicazione della disciplina dei rifiuti se tossici o nocivi, ma abbiamo detto prima che i liquami sarebbero tossici e nocivi se contaminati da CVM in misura superiore alla delibera della CL, ma abbiamo detto poco fa che qui abbiamo una concentrazione di CVM in acqua che nella migliore delle ipotesi è 757.000 volte inferiore alla CL o, nel caso della ordinanza e delibera che abbiamo richiamato della Regione Veneto, 135.000 volte inferiore alla CL. Ma allora di che cosa stiamo parlando? Anche nell’infondato discorso d’Accusa, perfino dando per buono l’infondato discorso d’Accusa, si tratterebbe pacificamente in ogni caso di liquami soggetti alla disciplina degli scarichi. Dunque un discorso - e qui chiudo la prima parte, quella dedicata a quello che io chiamo il tema Cocheo - completamente irrilevante, un discorso infondato in fatto e in diritto. Un secondo addebito riguardante la disciplina degli scarichi è quello che l’Accusa ha evocato con riferimento al superamento dei parametri del D.P.R. 962 del ‘73, della Legge Speciale per Venezia. Nel giudizio di primo grado e poi nei motivi d’appello e ancora in discussione l’Accusa pubblica e privata ci ha detto: qui abbiamo un gran numero di superamenti, un gran numero di superamenti dei limiti tabellari fissati dalla tabella allegata alla Legge Speciale per Venezia che avrebbero determinato, in un’ipotesi d’Accusa, una condizione peggiorativa allo scarico. Ed è un tema che l’Accusa ha sviluppato dando rilievo, come vedremo poi, in particolare alle elaborazioni e alle valutazioni presentate dall’esperto dell’Accusa, Carrara, in occasione dell’ultima udienza dibattimentale del 15 maggio 2001. L’intero discorso d’Accusa si è peraltro – e questo è un punto che devo focalizzare da subito – interamente concentrato sulle condotte, sui superamenti dei parametri tabellari della Legge per Venezia. Anche qui abbiamo, in altre parole, un grande buco nero sulla rilevanza, sulla rilevanza di questi superamenti, e meglio ancora sulla supposta condizione peggiorativa allo scarico rispetto agli eventi costitutivi del disastro, dell’avvelenamento, dell’adulterazione, cioè alle imputazioni contestate, nemmeno una parola. E la ragione di questo silenzio dell’Accusa è chiarissima: l’Accusa sa benissimo - e ne ha già parlato il professor Stella, non mi ripeterò - che gli imputati Enichem sono estranei all’inquinamento vero della laguna di Venezia, sa benissimo che le concentrazioni di contaminanti nel biota sono lontane centinaia di migliaia di volte, un milione di volte, dalle classi di dosi/estratti capaci di determinare un qualsiasi effetto, sa benissimo che il biota lagunare è perfettamente edibile. Di qui un ripiegare solo sulle condotte, un focalizzarsi interamente solo sul problema degli stabellamenti, come se tutto si riducesse a questo, come se stessimo parlando di contravvenzioni e non di delitti, e non di eventi. E si badi che l’irrilevanza del discorso d’Accusa è stata apertamente riconosciuta da una delle voci d’Accusa, dall’avvocato Picotti che, nel corso della discussione è venuto qui a parlarvi proprio del problema degli scarichi. "E’ chiaro – ha detto l’avvocato Picotti in corso di discussione all’udienza del 6 ottobre 2004, a pagina 68 della trascrizione - che non possiamo imputare macroeventi, non possiamo imputare fatti giganteschi, tutto l’inquinamento della laguna inteso come degrado materiale e fisico e naturale, perché è difficile accertare la causalità, qual è la partecipazione e qual è la colpa"; una ammissione dichiarata dell’irrilevanza del discorso d’Accusa, l’Accusa confessa di non essere in grado di correlare alcun evento, alcun evento tra quelli che sono oggetto delle imputazioni contestate, ai superamenti che sarebbero documentati dai bollettini d’analisi interni e sui quali l’Accusa ha focalizzato la sua attenzione. Di qui il suo ripiegare solo sui superamenti, ignorando il problema del carico inquinante e ignorando il tema centrale legato all’addebito formulato dall’Accusa. Anche in questo caso, dunque, una irrilevanza radicale, anche in questo caso la Difesa Enichem poteva fermarsi qui, alla constatata impossibilità dell’Accusa di correlare qualsiasi evento ai superamenti che sarebbero, in tesi d’Accusa, documentati dai bollettini. Ma anche qui la Difesa ha fatto e farà di più perché nel giudizio di primo grado ha dimostrato che, nonostante i superamenti documentati dai bollettini d’analisi interni, l’apporto inquinante degli scarichi del Petrolchimico è largamente inferiore a quello che Enichem avrebbe potuto legittimamente riversare se avesse rispettato istante per istante i parametri di concentrazione puntuale fissati dal D.P.R. 962 del ‘73. Prima di passare però, signor Presidente, ad affrontare questo che è il tema centrale – e lo vedremo – del discorso d’Accusa e dello stesso addebito formulato dall’Accusa pubblica e privata, devo e voglio fare un passo per così dire indietro, perché mi preme prima di tutto chiarire come l’Accusa sia venuta a presentare i suoi dati, perché questo non è indifferente, dà uno spaccato emblematico della neutralità dell’esperto dell’Accusa. Perché l’Accusa è venuta presentando qui i suoi dati, e anche per esempio nel corso della discussione, in primo grado l’ingegner Carrara e poi qui i Difensori nel corso della discussione, presentando una serie di tabelle, presentando una serie di dati elaborati con certi criteri che avrebbero dovuto documentare, nella prospettiva d’Accusa, un gran numero di superamenti, una condizione degli scarichi preoccupante. Solo che si tratta, vedremo, di un discorso radicalmente infondato, di un discorso elaborato in modo suggestivo e, mi sia consentita l’espressione, in parte manipolatorio, attraverso l’utilizzo di alcuni espedienti e direi essenzialmente di tre espedienti. Iniziamo dal primo: nel corso del dibattimento, all’ultima udienza dibattimentale, il Pubblico Ministero era venuto a presentare la relazione dell’ingegner Carrara, dell’esperto, come una relazione a tutto campo sugli scarichi del Petrolchimico; in sostanza il Pubblico Ministero aveva detto: noi abbiamo raccolto tutta la documentazione relativa agli scarichi del Petrolchimico, l’abbiamo razionalizzata e poi l’abbiamo affidata all’ingegner Carrara perché la elaborasse, le desse una forma e ne traesse le sue valutazioni. Date queste premesse, allora, viene da chiedersi quale fosse la base informativa su cui l’ingegner Carrara ha elaborato, i dati sulla base dei quali l’ingegner Carrara ha tratto queste valutazioni. Beh, c’erano innanzitutto a sua disposizione i bollettini aziendali interni che il Pubblico Ministero aveva acquisito nelle ultime battute dell’istruzione dibattimentale. Ma accanto ai bollettini d’analisi interni vi era un gran numero, decine, se non centinaia, di bollettini di analisi ufficiali, eseguite sugli scarichi, su tutti gli scarichi del Petrolchimico dal Magistrato alle Acque, che riportavano migliaia di dati analitici riferiti a tutti i parametri di accettabilità. Il Magistrato alle Acque nelle autorizzazioni aveva imposto – e impone tutt’ora, com’è ovvio – che lo scarico venga campionato ed esaminato con una certa periodicità, almeno due volte l’anno, da parte di un laboratorio autorizzato dal Magistrato alle Acque, quindi controlli eseguiti da soggetti terzi. E poi ci sono le campagne di analisi condotte dal Magistrato alle Acque, che periodicamente o saltuariamente effettua campagne di analisi per la verifica del rispetto dei parametri tabellari, in riferimento ad un enorme numero di parametri. Qui avete per esempio uno dei bollettini proiettato, uno dei bollettini ufficiali, non so se l’immagine sia molto chiara, sono due pagine, questa è la prima e questa è la seconda, questa è una delle analisi ufficiali eseguite dal Magistrato alle Acque e ci sono decine di parametri esaminati, tutti quelli che sono oggetto dell’autorizzazione. Quindi migliaia di dati. E migliaia di dati, notiamo per inciso, signor Presidente, acquisiti nel totale rispetto delle metodiche di campionamento ufficiale, quindi in base alle metodiche IRSA, con i campionamenti effettuati a regola d’arte, diciamo così. Quindi un dato di grande importanza, tanto più importante se consideriamo che le analisi aziendali, invece, non erano analisi effettuate a fini fiscali ma analisi, come ha chiarito ripetutamente l’esperto della Difesa, Foraboschi, effettuate a scopo gestionale, ai fini della gestione dello stabilimento, quindi cose che non hanno un riferimento, qualcosa che non ha un riferimento diretto con il rispetto dei parametri normativi e che non viene effettuato, ovviamente, nel rispetto delle metodiche che vengono invece impiegate per il campionamento in caso di analisi ufficiale. Bene, nella relazione dell’ingegner Carrara dei bollettini ufficiali non c’è traccia, nemmeno uno; migliaia di dati completamente ignorati. Possiamo vedere che cosa ha detto l’ingegner Carrara, perché l’ha detto in modo chiaro, non è una nostra valutazione: "ripeto, la nostra analisi è stata condotta esclusivamente sui dati di monitoraggio aziendali, che coprono un arco temporale che va dal ‘73 al ‘99", udienza 15 maggio 2001, a foglio 39. E’ un dato sorprendente, perché l’ingegnere Carrara non ci parla dei bollettini d’analisi ufficiali? La ragione è presto detta: se andiamo a vedere i bollettini d’analisi ufficiali, beh, non c’è neppure un superamento, o meglio c’è un solo superamento dei parametri ufficiali, ma non riferibile al Petrolchimico. Cominciamo dallo scarico SM15, che per l’Accusa e per la Difesa incontrovertibilmente costituisce lo scarico principale del Petrolchimico. Bene, abbiamo 604 dati analitici, e in 604 dati analitici compresi tra l’inizio della gestione Enichem e il 2000 è stato riscontrato un solo superamento dei valori di concentrazione relativo al piombo, ma è un superamento dei parametri di concentrazione neppure riferibile al Petrolchimico perché in quel caso si era riscontrato che alla presa d’attingimento dell’acqua, cioè dove lo stabilimento pesca l’acqua per gli usi industriali, quindi in laguna, la concentrazione del piombo era superiore ai parametri tabellari, quindi potremmo dire un falso positivo, in sostanza. Quindi 604 dati senza, in sostanza, un solo superamento. Abbiamo anche una tabella, tanto per dare una dimensione grafica, che riporta i dati dei controlli. E lo stesso per gli altri scarichi: SM22, 583 dati analitici ufficiali, nessun superamento; scarico SM2, 296 dati ufficiali, nessun superamento; SM8, 208 analisi, nessun superamento; SM9, 182 dati, nessun superamento; SM7, 314 dati analitici e anche qui non viene dichiarato dall’autorità nessun superamento. Complessivamente circa 2.200 dati ufficiali che vengono ignorati dall’Accusa, relativi a campagne di campionamento condotte in 11 anni. Ma non siamo che all’inizio. Abbiamo un altro sistema con il quale l’Accusa pubblica e privata presenta i suoi dati, anche questo è molto interessante. L’ingegner Carrara è venuto presentando, nell’udienza del 15 maggio, la sua relazione presentando delle tabelle; questa, ad esempio, è una delle tabelle presentate dall’ingegner Carrara. Voi vedete, in alto abbiamo l’indicazione di quelli che sarebbero, secondo l’ingegner Carrara, gli scarichi oggetto della sua indagine: SM2, SM8, SM9, SM15, 15/5, 15/7, 15/16, 151, 152, SA9 e C901, e che cosa ha fatto l’ingegner Carrara? Ha detto chiaramente nel corso del suo esame dibattimentale: io ho preso i dati dei bollettini analitici riversati dall’azienda, consegnati dall’azienda e riversati dal Pubblico Ministero in atti e ho valutato scarico per scarico i superamenti dei parametri tabellari, ho dato il dato in questo modo. Si tratta delle stesse tabelle che sono state riproposte poi qui in discussione anche dall’avvocato Picotti nel corso della discussione finale, solo che qui occorre fare un passo indietro e occorre fare una breve digressione su quale fosse in realtà l’assetto degli scarichi del Petrolchimico. L’assetto degli scarichi del Petrolchimico è stato illustrato, sempre all’udienza del 15 maggio 2001, dal professor Foraboschi, che sul punto non è stato controesaminato, un assetto degli scarichi pacifico e incontroverso anche per l’Accusa. Allora vediamo che gli scarichi di acque reflue soggetti ai limiti tabellari sono, soggetti alla Legge Speciale per Venezia l’SM15, l’SM2, 7, 8 e 9, che hanno tutti recapito finale in laguna, diciamo, dei canali industriali, e in più, nell’autorizzazione dello scarico SM15, nell’autorizzazione rilasciata dal Magistrato alle Acque per lo scarico SM15 nel ’93, il Magistrato ha prescritto che la corrente in uscita dall’impianto di depurazione chimico-fisico-biologico SG31 di ambiente, e lo scarico si chiama la canaletta SM22, debba rispettare i limiti del D.P.R. 962 prima della confluenza nello scarico SM15. Poi ci sono due scarichi parziali che, dopo l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 133/92, quello sulle sostanze pericolose, per intenderci, sono soggetti al rispetto dei relativi limiti, sono lo scarico quello che Carrara chiama C901, che è l’SI2, e l’SI1, sono soggetti al rispetto dei limiti del Decreto Legislativo 133 del ’92, l’uno per il mercurio e l’altro per i parametri clorurati, e questa è una situazione degli scarichi incontroversa, sta nelle autorizzazioni, le autorizzazione sono tutte agli atti, potete andarle tranquillamente a verificare. Io tra l’altro le ho qui, che nel discorso d’Accusa sull’SM15 citerò, quindi posso consegnarle anche alla Corte. Questo ha detto il professor Foraboschi sull’assetto degli scarichi: sono questi gli scarichi soggetti al rispetto dei limiti tabellari. Quindi tutta una serie di correnti che non immettono nel corpo ricettore direttamente o per i quali, a differenza dell’SM22, dell’SI2 e SI1, il Magistrato alle Acque non ha imposto il rispetto dei limiti tabellari, sono correnti che non confluiscono nello scarico ma che non sono soggette al rispetto dei parametri, per le quali non si pone nessun problema, dunque, di confronto con i parametri tabellari della Legge per Venezia. E badate – ha detto anche il professor Foraboschi, e anche su questo silenzio dell’Accusa, e questo lo trovate anche nella sentenza intorno a pagina 750 – che quando è stato autorizzato lo scarico, quando sono stati autorizzati gli scarichi, sono state date al Magistrato alle Acque tutte le informazioni necessarie, il Magistrato alle Acque conosce perfettamente l’assetto degli scarichi; niente è stato nascosto e – dice la sentenza correttamente – non risulta né che sia stato occultato qualche dato né che sia stata ingenerata apparenza falsa. Pacificamente il Magistrato alle Acque conosceva l’assetto degli scarichi e ha autorizzato l’assetto degli scarichi in questo modo. Che cosa fa, invece, l’ingegner Carrara? Semplice: applica i parametri del 962 del ‘73, quelli della Legge Speciale per Venezia, a tutte le correnti indistintamente, ignorando completamente le autorizzazioni. Anche questo non lo diciamo noi, lo dice Carrara in modo esplicito: noi diamo per pacifico il concetto che ciascuno di questi scarichi debba rispettare i limiti di legge, che nella fattispecie è la legge citata prima, il D.P.R. 962 del ‘73. Quindi, sia che si tratti di uno scarico terminale, che finisce in un canale, cioè l’SM15, sia che si tratti di scarichi che confluiscono nell’SM15, vale lo stesso ragionamento, per noi si applica sempre la Legge Speciale per Venezia, a prescindere completamente dalle autorizzazioni. Ma non basta, signori della Corte, perché - lo vedremo tra poco - l’ingegnere Carrara non solo applica il D.P.R. 962 del ‘73 a correnti interne che non sono soggette al rispetto di nessun parametro normativo, nessuno, ma addirittura applica il D.P.R. 962 del ‘73 agli scarichi parziali SI1 e SI2 –e lo vedremo poi –, che sono soggetti ai limiti non del D.P.R. 962 del 1973 ma al Decreto Legislativo 183 del 1992, e vedremo poi perché lo fa. Quali le conseguenze? Beh, voglio illustrare due casi davvero emblematici, emblematici della neutralità dell’esperto dell’Accusa. Iniziamo dall’SM15/5; l’SM15/5 è uno scarico non soggetto al rispetto di alcun limite tabellare, l’ha detto il professor Foraboschi, l’SM15/5 non è uno scarico, è una corrente che si immette nello scarico SM15 e non è tenuto a rispettare i limiti della norma del ’73; così per tante altre delle correnti per le quali sono stati resi disponibili i bollettini d’analisi. Invece l’ingegner Carrara ci viene a parlare dell’SM15/5 addirittura come della pecora nera del Petrolchimico, ci dice: abbiamo un impressionante numero di superamento dei clorurati. E badate, che lo scarico non sia soggetto al rispetto di alcun limite normative è un fatto che non viene esclusivamente detto dal professor Foraboschi, peraltro mai controesaminato sul punto, mai contestato, ma viene fuori tranquillamente dalla stessa autorizzazione che vi ho consegnato poco fa allo scarico SM15. La corrente SM15/5 esce dall’impianto di neutralizzazione delle acque acide S2-SG31, e l’autorizzazione ne dà atto: "Lo scarico SM15 – scrive l’autorizzazione – raccoglie senza ulteriore trattamento le acque di raffreddamento dei servizi igienici dopo la fossa biologica e le acque meteoriche, salvo quelle (inc.) segregate, dei reparti degli impianti delle diverse società. Nello scarico SM15 confluiscono inoltre le acque neutralizzate provenienti dall’impianto S2-SG31 di neutralizzazione delle acque acide", è all’inizio della descrizione. Bene, se però poi andiamo a vedere l’articolo 4 della autorizzazione, quello dove il Magistrato fissa, mette i puntini sulle i, per così dire, cioè fissa i paletti, dice: stante questo assetto degli scarichi, tu mi devi rispettare i parametri della 962 del ’73 in questo punto e in quest’altro punto. Bene, il Magistrato alle Acque ci dice semplicemente che i parametri della norma 962 del ’73 vanno rispettati: 1) allo scarico finale, ovviamente; 2) in uscita dall’impianto chimico-fisico-biologico SG31, la famosa corrente SM22, quello scarico parziale interno di cui abbiamo parlato poco fa. L’SM15 pacificamente non è soggetto al rispetto di alcun limite tabellare. Ma c’è poi un altro caso ancora più straordinario, quello della corrente SI2. Signor Presidente e signori della Corte, io vi ho consegnato la autorizzazione allo scarico SI2 proprio perché risulti per tabulas che l’autorizzazione allo scarico viene rilasciata ai sensi del Decreto Legislativo 133 del ’92; lo scarico SI2 – lo si vede tranquillamente a pagina 2 – viene sottoposto al rispetto dei limiti del Decreto Legislativo 133 del ’92 per le sostanze pericolose, l’SI1 clorurati e l’SI2, se non sbaglio, acque mercurose. Forse l’inverso. Quindi questo è un dato pacifico, sta scritto nelle autorizzazioni tranquillamente. Che cosa fa invece l’ingegner Carrara? Beh, l’ingegner Carrara, tanto per cominciare, nella tabella 4R ci presenta – questo è un esempio, una delle tante tabelle -, focalizziamo la nostra attenzione per il momento sulla corrente SI2, la corrente SI2 corrisponde a quella che l’ingegnere Carrara chiama C901, è l’ultima colonna a destra della tabella. Se voi vedete, secondo l’ingegner Carrara avremmo qualcosa come... non leggo bene se 289 o 299 controlli e 294 superamenti, quindi uno scarico, verrebbe da dire, sempre fuori controllo, quasi sempre superiore ai limiti. E l’ingegner Carrara mette lì dei dati che apparentemente sembrano davvero preoccupanti. Questo nel 1993. Nel 1994 100 superamenti su 102 controlli; nel 1995 49 su 53; nel 1996 24 su altrettanti controlli, sempre fuori norma. Solo che, guarda un po’, l’ingegner Carrara non ha applicato i limiti del Decreto Legislativo 133 del ’92 ma ha applicato i limiti del D.P.R. 962 del ’73, cioè i limiti della Legge Speciale per Venezia. Cioè quando fa il raffronto, non fa il raffronto con il limite tabellare prescritte dall’autorità e imposto dalla legge, no, lo confronta con un limite diverso, quello della Legge Speciale per Venezia, e lo dice pacificamente il professor Foraboschi; poi vediamo anche perché, vediamo subito. Questa corrente – ha detto il professor Foraboschi, ma risulta anche dall’autorizzazione – è soggetta ai limiti non della Legge per Venezia ma del Decreto Legislativo 133 del ‘92; bene, e perché li confronta invece, l’ingegner Carrara, con i parametri tabellari della Legge Speciale per Venezia? Non possiamo credere che l’ingegner Carrara abbia ignorato una circostanza tanto pacifica. Facciamo un passaggio indietro; non so se la tabella si legge bene, ma cercando di leggere che cosa viene fuori dal raffronto tra i limiti della 133 e quelli della Legge Speciale per Venezia, beh, il quadro è un po’ inquietante, nel senso che i limiti stabiliti dal Decreto Legislativo 133 del ’92 sono di gran lunga superiori a quelli della Legge Speciale per Venezia, talora anche 200 volte. Ad esempio per il percloroetilene, la penultima casella, abbiamo un limite di 0,05 milligrammi/litro per la Legge Speciale per Venezia e 10 milligrammi/litro per il Decreto Legislativo 133; per gli altri clorurati una differenza che va da 20 a 100 volte, e così via. Guarda un po’, però, se applichiamo i limiti normativi stabiliti dalla legge e stabiliti dall’autorizzazione, sorpresa: non ci sono superamenti, non ci sono superamenti. Se applichiamo alla corrente SI2 i limiti normativi stabiliti dalla legge e stabiliti dalla autorizzazione, quelli veri, non abbiamo un solo superamento in tutti gli anni della gestione Enichem di questo scarico. Foraboschi: "Nella documentazione selezionata dal signor Pubblico Ministero sono compresi i bollettini di analisi della corrente SI2, cioè la corrente C901, prevalentemente in uscita dalla colonna di strippaggio dei clorurati, in qualche caso in ingresso. Questa corrente dal 1994 è soggetta ai limiti del Decreto Legislativo 133 e nei bollettini presenti non si notano superamenti", foglio 104 dell’udienza del 15 maggio 2001. Pensate, si tratta di una circostanza così incontroversa che l’Accusa non ha neppure osato fare una domanda sul punto al professor Foraboschi, non l’ha controesaminato. Ma non è finita qui. Abbiamo anche un terzo strumento, una terza elaborazione dell’Accusa. Torniamo un attimo alla tabella 4R; signor Presidente e signori della Corte, vedete, questa è una delle tabelle presentate dall’ingegner Carrara, prendiamo uno scarico di quelli soggetti ai limiti del D.P.R. 962 del ’73, l’SM2 per comodità, il primo a sinistra. Avremmo, secondo la tabella elaborata dall’ingegnere Carrara, 292 controlli – è scritto così – e 43 superamenti; presentata in questi termini se ne ricaverebbe l’impressione che allo scarico, nel corso del 1993, ci sarebbe stata una percentuale di superamenti pari circa al 15%, e su questa base, sulla base di queste tabelle o di altre relative ad altri anni l’avvocato Picotti, nel corso di questa discussione, è venuto presentandoci un quadro degli scarichi preoccupante, ci ha detto: ma come facciamo a negare il disastro? Qui abbiamo stabellamenti continui, sistematici, uno scarico, o scarichi, meglio, costantemente fuori controllo, con percentuali di superamenti del 15, 20, 35%. E’ questo il disastro, è questo il pericolo per la pubblica incolumità. Bene, solo che, se si vanno a leggere i dati e se si va a leggere che cosa ha detto l’ingegner Carrara nel corso del suo esame del 15 maggio 2001, si vede che quel numero là, il primo in alto, controlli, 292, non è affatto il numero dei controlli analitici eseguiti, è solo il numero dei bollettini di analisi che sono stati esaminati. Solo che, signor Presidente, come tutti sanno, se possiamo tornare ai bollettini, questo è il bollettino che vi ho fatto vedere – lo ripropongo – poco fa, delle analisi ufficiali, vedete quanti parametri sono controllati in ogni bollettino, decine di parametri, questa è pagina 1 e poi pagina 2. Ma lo stesso avviene anche per i bollettini d’analisi aziendali, quelli che aveva guardato l’ingegner Carrara; chiedo scusa, forse la qualità dell’immagine non è buonissima, ma dà una dimensione immediata del numero di parametri controllati, vedete, c’è una lunghissima serie di analiti che vengono sottoposti a campionamento, ad analisi. Ma allora, signor Presidente e signori della Corte, se vogliamo valutare davvero l’efficienza dello scarico e l’incidenza dei superamenti, non possiamo mettere a confronto il numero dei superamenti che si riferiscono ad un singolo analita con il numero dei bollettini, eh no, dobbiamo mettere a confronto dati omogenei tra loro, cioè confrontare quanti superamenti ci sono stati poniamo per i solidi sedimentabili o per i clorurati di primo gruppo sul totale dei controlli effettuati per i clorurati di primo gruppo o per i solidi sedimentabili, solo in questo modo abbiamo una dimensione dell’efficienza dello scarico. Ma la situazione allora è un po’ diversa perché, se torniamo al 1993, e quindi al dato presentato da Carrara, qui non abbiamo 292 controlli, ma proprio per il 1993, come aveva detto l’esperto della Difesa Foraboschi, abbiamo un numero di analisi effettuate, 200 o 300 nel corso di quell’anno, e quindi complessivamente il numero di analisi è pari a circa 9.500. Allora, se mettiamo a confronto il numero dei superamenti totale tra tutti gli scarichi soggetti ai limiti tabellari, che Foraboschi per il 1993 aveva determinato in 94, con il numero dei controlli eseguiti, 94 su 9.500, abbiamo un’incidenza dell’1% di superamenti, non del 15% od altro. Ma se anche prendiamo i dati che ci ha esposto l’ingegner Carrara e consideriamo solo i numeri dei superamenti relativi ad SM2, SM7, 8, 9, SM22 e SM15 avremmo, se ho fatto bene i conti, un totale di 135 superamenti su 9.500 dati analitici per il 1993, cioè sempre circa l’1,4% delle misure. Quindi altro che scarichi costantemente fuori controllo! Altro che sistematicità dei superamenti! La situazione reale degli scarichi e l’incidenza reale dei superamenti è stata illustrata dal professor Foraboschi di nuovo, anche qui mai controesaminato dall’Accusa, nel corso dell’udienza del 15 maggio, e il professor Foraboschi ha poi presentato la relazione, a cui ha allegato una tabella, che adesso io vorrei proiettare, questa è la percentuale dei superamenti, l’incidenza vera dei superamenti. "Nell’allegato fornisco le percentuali, aveva detto Foraboschi – con riferimento ai diversi parametri. Se guardiamo il totale degli scarichi, vediamo che nel ‘90 al 2000 la percentuale dei superamenti scende dal 4,5% all’1%, e vedo già che nel ‘94 siamo intorno all’1%, quindi un netto miglioramento della situazione". E qual è il risultato di questa analisi? Quali sono le conclusioni che possiamo trarre da questi dati? Beh, sono abbastanza eloquenti, un po’ diverse da quelle dell’Accusa: "non ho segnali di un sussistere di malfunzionamenti su lunghi periodi. Il numero dei superamenti è limitato in rapporto al numero delle misure effettuate e mi sembra importante aggiungere che la situazione è andata migliorando nettamente nel corso del tempo". Un dato schiacciante, altro che disastro legato agli stabellamenti sistematici! Altro che pericolo per la pubblica incolumità! Qui abbiamo un numero limitatissimo di superamenti, molto piccolo in rapporto alle misure effettuate, che indica una sostanziale efficienza degli scarichi. Quindi il discorso dell’avvocato Picotti, che voleva fare incredibilmente consistere il disastro nella sistematicità dei superamenti, è completamente infondato in fatto prima ancora che nelle sue basi giuridiche.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo fino alle 14.30.

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO ALLE ORE 13.42.

IL PROCESSO RIPRENDE ALLE ORE 14.47.

 

PRESIDENTE – Prego signor avvocato.

 

DIFESA – Avv. Simoni – Signor Presidente, signori della Corte, esaurita questa illuminante digressione sui metodi con i quali l’Accusa pubblica e privata ha elaborato i suoi dati, veniamo adesso a quello che è il tema centrale per l’addebito di colpa sviluppato dall’Accusa, quello della valutazione vera del carico inquinante riversato attraverso gli scarichi nella laguna. Non dobbiamo dimenticare che – e l’ha detto, come vedremo tra poco, anche l’Accusa pubblica e privata in modo esplicito – qui non ci stiamo occupando di contravvenzioni in materia di scarichi. Qui l’Accusa ha contestato delitti contro la pubblica incolumità ed ha contestato in modo specifico un addebito che guarda, che dice che gli imputati Enichem avrebbero determinato condizioni peggiorative allo scarico. E che non ci stessimo occupando di contravvenzioni non lo diciamo solo noi, l’ha detto in modo esplicito anche l’avvocato Schiesaro, l’avvocato dello Stato, forse la voce d’Accusa che più d’ogni altra ha dato enfasi all’argomento degli scarichi, che nel corso della discussione finale nel giudizio di primo grado, nell’udienza del 20 giugno 2001, aveva detto: "ma guardate che qui non stiamo discutendo di alcuna contravvenzione, parliamo di delitti, e le condotte che sarebbero sussumibili nelle contravvenzioni, i superamenti dei limiti tabellari, sono elementi che qualificano sul piano normativo la violazione della regola cautelare". Ma proprio sul problema cruciale, quindi, della verifica se davvero c’era stata una condizione peggiorativa allo scarico, beh, l’Accusa ha riportato la sua più grande disfatta. Che cosa ha fatto l’Accusa? L’ingegner Carrara l’ha detto in modo chiaro, l’ho già anticipato nella prima parte di questa discussione: nel corso del suo esame del 15 maggio 2001 ha detto in modo chiaro: noi abbiamo preso tutti questi bollettini aziendali d’analisi, li abbiamo guardati uno per uno e abbiamo ritenuto di elaborarli in una forma che potesse dare qualche significato, e per noi il significato era questo: "abbiamo ritenuto che fosse significativo un elemento, il superamento o no del limite di legge del parametro tabellare", pagina 58 della trascrizione dell’udienza del 15 maggio 2001. Notiamo per inciso che questa impostazione dell’Accusa, questa impostazione data all’Accusa dall’ingegner Carrara è tutt’ora l’impostazione dell’Accusa pubblica e privata. Nel discorso del Pubblico Ministero nei motivi d’appello, nel discorso del Procuratore Generale nel corso della sua requisitoria e nel discorso dell’avvocato Picotti all’udienza del 6 ottobre scorso l’Accusa pubblica e privata ha continuato a dire che ciò che conta sono solo i superamenti dei parametri di concentrazione puntuale; ogni altro aspetto è fuori dall’orizzonte che interessa il discorso d’Accusa e che interessa il processo. Sarebbe irrilevante e estranea al processo la valutazione del carico inquinante. Solo che, sottoposta alla verifica dibattimentale, questa impostazione si è rivelata una vera disfatta per l’Accusa, perché quando l’esperto della Difesa, il professor Foraboschi, ha preso in mano questi bollettini e li ha elaborati per guardare davvero quale fosse il carico inquinante riversato in laguna, ebbene, è risultato che questo carico inquinante era di gran lunga inferiore a quello che l’azienda avrebbe potuto riversare rispettando istante per istante i parametri di concentrazione puntuali. Qual è stata l’impostazione che al problema aveva dato il compianto professor Foraboschi? Guardate, ridotta nei suoi minimi termini è semplicissima, il professor Foraboschi ha detto: ma in fondo qui si tratta di valutare qual è il contributo inquinante dello scarico alla laguna, vediamo di verificare davvero se c’è stata una condizione peggiorativa allo scarico. Ma come valuto se c’è una condizione peggiorativa allo scarico? Non sulla base dei superamenti puntuali; devo valutare quanto è la quantità di inquinante davvero riversata in laguna. Notiamo per inciso, signor Presidente e signori Consiglieri, che nel discorso dell’ingegner Carrara è presente solo un riferimento al dato numerico dei superamenti puntuali; tutto l’orizzonte che appartiene, per così dire, al quantum dell’inquinamento di sostanze contaminanti che sarebbero state riversate nella laguna non fa parte del discorso d’Accusa, è estraneo al discorso d’Accusa, mentre questo è il tema centrale del processo, è questo che si deve verificare per valutare se ci sia stata davvero un condizione peggiorativa allo scarico. Perché in definitiva, se vogliamo calcolare qual è il contributo che lo scarico dà, qual è la quantità di inquinanti riversati attraverso lo scarico in laguna dobbiamo fare nient’altro che valutare e moltiplicare la concentrazione per la portata, questo ci dà una dimensione delle quantità di inquinanti riversate nello scarico. Allora che cosa ha fatto il professor Foraboschi? Assurte le portate ha sostanzialmente determinato e svolto un diverso di questo tipo: valuto qual è la concentrazione media che esce dallo scarico, valuto questa concentrazione media e, se questa concentrazione media è inferiore al limite di legge, vuole dire che ho riversato meno di quanto avrei potuto riversare rispettando in ogni istante la concentrazione puntuale. Qui il problema è quello di vedere, insomma, se alla fine lo scarico di inquinanti in laguna è risultato alterato, anomalo in rapporto alla presenza di questi superamenti, e per valutare l’impatto reale di questo scarico è necessario fare una media, valutare il quantum, quanto proviene dallo scarico, e confrontare questo valore medio con il limite relativo del parametro di legge. E allora qui, nonostante i tempi brevissimi che l’istruttoria dibattimentale aveva concesso al professor Foraboschi, non dimentichiamoci che in definitiva i bollettini sono stati acquisiti all’udienza dell’8 maggio 2001, il professor Foraboschi ha fatto un lavoro straordinario, ha preso i bollettini, ha informatizzato i dati per cinque anni, ‘94, ‘97, ‘98, ‘99 e 2000, calcolando scarico per scarico quali erano i parametri per i quali si erano verificati superamenti ai limiti tabellari. Dopodiché, rispetto a ciascuno degli scarichi e rispetto a ciascuno dei parametri per i quali erano stati riscontrati superamenti dei parametri tabellari, ha fatto la media della concentrazione inquinante risultante dai bollettini, quindi valutando bollettino per bollettino quanto era la concentrazione riversata in laguna e facendo poi la media. E il risultato di questa analisi è stato devastante per l’Accusa: abbiamo un’evidenza schiacciante, abbiamo una serie di scarichi che in tutti gli anni considerati indicano che per tutti i parametri per i quali si è verificato un superamento e per tutti gli scarichi non si è mai avuto un valore medio di concentrazione superiore al limite, anzi i valori di concentrazione medi sono di gran lunga inferiori al limite di legge, in alcuni casi addirittura di qualche ordine di grandezza: "Per nessuno dei parametri mi risulta un superamento dei limiti, anzi il valore spesso è molto inferiore ai limiti". Qui abbiamo per esempio l’indicazione dell’SM15, poi la corrente SM2, lo scarico SM2, l’SM7, l’SM8 e l’SM9, quindi per tutti gli scarichi per i quali era previsto il rispetto dei parametri di concentrazione puntuale è stata fatta questa valutazione della concentrazione media, che è risultata di gran lunga inferiore al limite di legge. E che cosa significa questo? Notiamo che non compaiono gli scarichi SI1 e SI2 perché, come avevo detto, non sono stati riscontrati superamenti, quindi per gli scarichi parziali sottoposti alla disciplina del Decreto Legislativo 133 del ‘92 il problema non si è neppure posto perché erano sempre regolari. E allora che cosa significa? Significa che in sostanza è stato riversato di gran lunga meno di quanto si poteva e che tutti gli scarichi del Petrolchimico si attestano a valori medi inferiori al limite e quindi producono un impatto complessivo che è corrispondente a quello di uno scarico che in ogni istante sia stato regolare. Se supponiamo che in ogni istante lo scarico avesse rispettato i parametri puntuali fissati dalla legge avremmo avuto una concentrazione e una quantità assoluta di inquinanti riversati di gran lunga superiore a questa, e quindi un impatto, pur legalmente consentito, di gran lunga superiore a quello effettivamente scaricato. Ebbene, e a questo l’Accusa che cosa ha risposto? Beh, non ha saputo rispondere, si è semplicemente rifiutata di accettare il confronto. All’obiezione decisiva del professor Foraboschi che è uno scarico che sostanzialmente riversa una quantità di inquinanti di gran lunga inferiore ai limiti, la cui concentrazione media è di gran lunga inferiore a quella fissata dalla legge, l’Accusa non ha saputo replicare assolutamente nulla, si è semplicemente rifiutata di accettare il confronto, ha detto – poi lo vedremo -: ma qui la legge non parla di media, non le prevede, nessuno ha mai fatto questione nella legge di carico inquinante. Che tra l’altro non è vero. Solo che su questo punto l’Accusa è stata inchiodata da una domanda del Presidente che ad un certo punto, nel corso della discussione, nel corso dell’esame, del controesame, dell’esame incrociato dell’ingegner Carrara e del professor Foraboschi, ha voluto davvero capire come stessero le cose e ha detto: insomma veniamo al punto, qui per terminare l’ingegner Foraboschi e il professor Pasquon - che era il consulente di Montedison hanno affermato che comunque questi superamenti non avrebbero determinato il peggioramento delle condizioni delle acque lagunari complessivamente considerati in tutto questo arco di tempo, sia per la natura delle sostanze a cui si riferiscono, sia per l’entità quantitativa e numerica di questi superamenti", e ha chiesto all’ingegner Carrara: "bene, rispetto a questa affermazione perentoria degli esperti della Difesa lei cos’ha da dire?", ed ecco cos’ha risposto l’ingegnere Carrara, non ha risposto: "alla sua domanda io potrei rispondere che qualunque contributo di sostanze, perfino sostanze di tipo biodegradabile, ma ovviamente a maggior ragione sostanze poco degradabili, che si accumulano nel ciclo sono pericolose. Il problema non è irrilevante, proprio l’altra sera mi è stato comunicato che indagini recenti hanno evidenziato fortissime concentrazioni di un inquinante che si chiama PCB nel pesce del Lago d’Iseo", e così via, e va avanti a commentare la quantità di PCB nel burro, nel latte. Alla domanda cruciale del Presidente: "Ma insomma, vediamo di capire, qui rispetto all’argomento cruciale, al dato schiacciante presentato dagli esperti della Difesa lei ha qualcosa da dire?", l’ingegnere Carrara ha eluso il discorso, si è messo a parlare del Lago d’Iseo o del burro e del latte e dei PCB negli alimenti. Ma la mancata risposta dell’ingegner Carrara è proprio la dimostrazione più evidente della infondatezza della impostazione assunta dall’Accusa: di fronte ad un metodo che imposta realmente il problema del carico inquinante e della valutazione dell’impatto reale degli scarichi sulla laguna, che guarda quante sostanze inquinanti sono state davvero riversate nella laguna, l’Accusa non sa contrapporre che o affermazioni di rifiuto: "questo non ci interessa, contano solo i superamenti", oppure affermazioni che eludono completamente il problema, che parlano d’altro e che, soprattutto, sviano dal tema cruciale della rilevanza dei superamenti rispetto all’addebito formulato dall’Accusa, quel grande buco nero di cui vi ho parlato al principio. Nei motivi d’appello e poi nel corso della discussione, sia dell’Accusa pubblica che dell’Accusa privata, di fronte a queste evidenze schiaccianti il Pubblico Ministero, l’avvocato dello Stato e poi l’avvocato Picotti ci hanno detto: ma in fondo noi ci rifiutiamo di seguire un discorso di questo genere; ciò che conta sono – di nuovo – solo i superamenti dei valori puntuali, perché quello è il parametro stabilito dalla legge, quando la legge fa riferimento ad altri parametri lo dice espressamente, e nelle norme non c’è scritto niente di tutto questo. Non solo, ma è stata poi avanzata un’altra obiezione, si è detto: ma in fondo considerare le medie è una valutazione strumentale perché questo consentirebbe in sostanza ad un’impresa di superare in moltissime occasioni i limiti tabellari, compensando poi questi stabellamenti numerosi e ripetuti con altrettante riduzioni del carico inquinante stando al di sotto dei parametri tabellari, quindi una media che sta al di sotto del limite di concentrazione stabilito dalla legge non è di per sé indicativa dell’andamento di uno scarico e del fatto che non ci sia un impatto dello scarico sulla laguna. Si tratta di argomenti infondati e di risposte anche questa volta non pertinenti ed elusive. Vedremo poi sul piano normativo, perché questo è un argomento che in qualche modo mi interessa meno; ciò che mi interessa di più, invece, è mostrare come l’affermazione - su cui tanto si è battuta l’Accusa privata e pubblica - che le medie consentirebbero larghi stabellamenti e poi compensati da altrettante riduzioni del carico inquinante, sia infondata in fatto. Questi sono alcuni esempi di andamenti della concentrazione nel tempo di alcuni analiti per lo scarico SM15, lo scarico più importante del Petrolchimico. Qui abbiamo preparato dei grafici, abbiamo chiesto di preparare dei grafici in cui sono presentate, la linea violetta in alto è il limite puntuale fissato dalla legge parametro per parametro; la linea azzurrina è la media; e i punti sono i valori risultanti dai bollettini, o dai quaderni di laboratorio, comunque dai dati agli atti nei vari anni. Iniziamo dal 1990, solventi organici aromatici, abbiamo selezionato alcuni parametri specifici, quelli su cui si è soffermata anche di più l’attenzione dell’Accusa; vedete che qui per esempio abbiamo un solo valore superiore nel ‘90 al limite di legge e la maggior parte degli altri valori si assesta di gran lunga al di sotto della media. Andiamo oltre, questi sono i clorurati primo gruppo, tutti valori sulla media. Clorurati di secondo gruppo; qui abbiamo un valore notevolmente superiore al limite di legge e vedete che la media è prossima al limite di legge. Questa è una diapositiva a scala ingrandita; se togliamo però il valore di picco, quell’unico caso in cui si è verificato un largo superamento del parametro di concentrazione stabilito dal D.P.R. 962 del ‘73, guardate dove va la media, a dimostrazione che è vero proprio l’inverso di quanto ci viene a dire l’Accusa, cioè che la media è influenzata al contrario dai superamenti dei valori di picco, che un unico episodio, un unico stabellamento, che non è certo rappresentativo dell’andamento dello scarico, fa salire la media fino a farla arrivare - l’abbiamo visto nella diapositiva precedente - in prossimità del valore di concentrazione fissato dalla legge. Ma se prescindiamo da quell’unico stabellamento, un unico stabellamento in un anno, guardate dov’è la media, guardate dove sono i valori relativi: abbiamo solamente altri tre stabellamenti, e guardate soprattutto però dove si distribuiscono i valori relativi al parametro clorurati di secondo gruppo: tutti a cavallo o largamente al di sotto della media. Questo è il 1990. Questo è il ‘91 per l’azoto nitrico, anche qui due superamenti dei valori puntuali, questo è l’azoto nitrico, i clorurati di primo gruppo, i clorurati di secondo gruppo, ancora una volta tutti valori assestati, salvo un paio, in corrispondenza della media, solventi organici aromatici, azoto nitrico, clorurati di secondo gruppo. Anche qui, clorurati di secondo gruppo, eliminando l’unico stabellamento significativo, vedete, la media si situa immediatamente a ridosso del valore praticamente di decine se non centinaia di analisi effettuate dall’azienda, quindi qui la media è assolutamente rappresentativa, come nei casi che abbiamo visto precedentemente, dell’effettivo andamento dello scarico. Azoto ammoniacale, neppure un superamento; azoto nitroso, due soli valori e tutti gli altri praticamente ai limiti di rilevabilità; clorurati di primo gruppo per il ‘93; clorurati di secondo gruppo, anche qui tutti i valori praticamente a cavallo della media; solventi organici aromatici; azoto nitrico, e così via. Possiamo farli passare un po’ tutti. Guardate, solidi sospesi, tutti valori sulla media; clorurati di secondo gruppo; azoto nitroso; e così via. Tutte queste diapositive dimostrano un fatto, danno un’evidenza schiacciante: al di là dei discorsi strumentali e pretestuosi dell’Accusa sulle medie, qui abbiamo l’evidenza sperimentale e la dimostrazione visiva che le medie sono effettivamente rappresentative dell’andamento dello scarico. Altro che medie che poi consentirebbero all’azienda di compensare numerosi stabellamenti con altrettanta riduzione del carico inquinante! Abbiamo, certo, qualche valore di picco, qualche stabellamento, ma proprio questi pochi, pochissimi stabellamenti fanno salire la media, e tutti i valori si assestano o immediatamente, come in questo caso per esempio, sulla media, o addirittura al di sotto di questa, e l’andamento sistematico dello scarico nel corso degli anni, e notate che qui vi abbiamo rappresentato l’andamento dello scarico SM15 dal ‘90 al ‘99 o addirittura forse nel 2000, quindi nell’arco di dieci anni, è sempre questo. Tutti i valori di concentrazione sono assestati sostanzialmente sulla media. Altro che medie non rappresentative! C’è poi il discorso, l’ultimo cavallo di battaglia dell’Accusa, il discorso normativo: ma che cosa ci venite a raccontare? Le medie non contano, le medie non sono espresse dell’impatto dello scarico sulla laguna. Non solo non sono espressive dell’impatto dello scarico sulla laguna, ma non sono previste dalla legge, la legge non dice da nessuna parte che si debba tenere conto del carico inquinante. Beh, questo non è vero, ne ha già accennato il professor Stella nel corso della sua discussione, io qui ho citato nella mia memoria, che poi produrrò alla Corte, tutta una serie di riferimenti normativi puntuali che fanno riferimento al carico inquinante. Di tutti questi riferimenti ve ne voglio dare, per evitare di annoiare la Corte, solamente due, ma sono due riferimenti importanti, che stanno proprio nella legge, nel Decreto Legislativo 152 del ‘99. Il primo è quello dell’articolo 28 commi 1 e 2 del Decreto Legislativo 152 del ’99; anche qui per comodità della Corte ho il testo delle norme. L’articolo 28, che è intitolato non a caso "criteri generali degli scarichi", dopo aver precisato che tutti gli scarichi sono disciplinati in funzione degli obiettivi di qualità dei corpi idrici e devono rispettare i valori limite di emissione previsti nell’allegato 5, stabilisce che ai fini di cui al comma 1, cioè ai fini dei valori limite da fissare, le Regioni, nell’esercizio della loro autonomia, tenendo conto dei carichi massimi ammissibili, delle migliori tecniche disponibili, definiscono i valori limite di emissione diversi da quelli di cui all’allegato 5 sia in concentrazione massima ammissibile, sia in quantità massima per unità di tempo. Il che è come dire che – chiedo scusa del gioco di parole – la stessa norma chiave del Decreto Legislativo 152 del ‘99 attribuisce alle Regioni la facoltà di stabilire il limite di concentrazione in funzione del carico inquinante massimo ammissibile e della quantità massima per unità di tempo degli inquinanti da riversare nel corpo idrico ricettore, ovvero che il Decreto Legislativo 152 del ‘99 consente espressamente alle Regioni di modulare i valori di concentrazione in funzione degli obiettivi di tutela di qualità dei corpi idrici, ma tenendo conto essenzialmente del carico inquinante massimo ammissibile che si ritiene possa essere riversato in quel determinato corpo idrico o nei corpi idrici regionali. Insomma ciò che conta ai fini della tutela delle acque è il quantitativo di inquinante scaricato nel lungo periodo, e quindi per uno scarico continuo come quello del Petrolchimico ciò che conta è la concentrazione media dell’inquinante sul lungo periodo, non quella istantanea o puntale. Ma la conferma definitiva della rilevanza cruciale delle medie ai fini della tutela del corpo idrico emerge sul piano normativo anche da un altro punto cruciale del Decreto Legislativo. Sappiamo che il Decreto Legislativo 152 del ‘99 ha abrogato e assorbito la disciplina del Decreto Legislativo 133 del ‘92, delle sostanze pericolose, anzi nel decreto legislativo, gli articoli 34 e seguenti del Decreto Legislativo 152 del ‘99 dettano una disciplina ancora più rigorosa degli scarichi delle sostanze pericolose. Ebbene, per gli scarichi contenenti le sostanze pericolose di cui alle tabelle 3A e 5 dell’allegato 5, il Decreto Legislativo 152 prevede limiti di emissione che fanno espressamente riferimento non a concentrazioni puntuali ma alla media mensile e alla media giornaliera della sostanza inquinante scaricata, parametro per parametro. Quindi per le sostanze pericolose, cioè per le sostanze che normativamente sono considerate più inquinanti, per le sostanze che sono indicate dal legislatore come sostanze suscettibili di determinare un maggiore inquinamento del corpo ricettore, il Decreto Legislativo 152 fissa il limite di emissione non sulla concentrazione puntale, ma sulle quantità di sostanze scaricate per unità di tempo, media giornaliera e media mensile. Ci sono poi – e ne ha già parlato il professor Stella, quindi mi limito a richiamare, i riferimenti normativi saranno poi nella mia memoria – tanti altri riferimenti normativi, il quaderno 100 dell’IRSA, cioè dell’Istituto di Ricerca sulle Acque del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che parla espressamente di una valutazione del contributo all’inquinamento del corpo idrico; il Decreto Ministeriale 23 aprile ‘88, che si esprime proprio per la tutela della laguna di Venezia in termini di carichi massimi ammissibili, e cioè di quantitativo totale di inquinante riversato in laguna; il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 27 dicembre ‘88, che parla di stima del carico inquinante. Insomma il Testo Unico della disciplina sugli scarichi e poi altri riferimenti normativi ci dicono che, e ci dicono in modo inespresso che ciò che conta è la valutazione della stima del carico inquinante riversato in laguna, del carico inquinante riversato nel corpo ricettore e in questo caso in laguna, indicazione inequivoca e emblematica che l’intero discorso d’Accusa non ha alcun pregio e che ciò che conta è davvero, come aveva detto il professor Foraboschi, la valutazione della concentrazione media dell’inquinante scaricato, ai fini della stima del contributo dello scarico all’inquinamento del corpo ricettore. Una concentrazione media che, come ha detto Foraboschi, che su questo non è mai stato controesaminato né contraddetto dall’Accusa, è di gran lunga inferiore ai parametri fissati dalla Legge Speciale per Venezia, quindi si assesta largamente al di sotto di quello che l’azienda avrebbe potuto riversare se avesse rispettato istante per istante i limiti puntuali stabiliti dalla Legge Speciale per Venezia. Vengo a questo punto a trattare dell’ultimo addebito che l’Accusa ha rivolto agli imputati Enichem in riferimento ai temi degli scarichi: il problema della diluizione, l’addebito residuale, che ha trovato però ancora espressione nelle parole del Procuratore Generale e dell’avvocato Picotti. Si è parlato di violazione del diritto di diluizione, e il discorso svolto dall’Accusa pubblica, ridotto in sostanza nei suoi termini essenziali, è il seguente: presupposto dell’addebito è l’incontroversa confluenza nello scarico SM15..., diciamo che l’Accusa sviluppa questo tema con riferimento specifico allo scarico SM15, ne troviamo riferimento anche nelle parole del Procuratore Generale, che all’udienza del 6 luglio 2004 parla di violazione del divieto di diluizione, scarico SM15 punto nodale. Bene, a partire dalla incontroversa confluenza di varie correnti nello scarico SM15 e di acque di raffreddamento e di lavaggio recapitate da scarichi parziali, l’Accusa sostiene che il confluire di queste correnti nello scarico finale con recapito in laguna costituirebbe una violazione del divieto di diluizione. Vorrei tornare un attimo a mostrare quale era l’assetto degli scarichi nel periodo Enichem, così come ricostruito in modo incontroverso dall’esperto della Difesa, Foraboschi. Vi ho già detto che l’assetto degli scarichi soggetti a limiti tabellari nel periodo Enichem era questo: SM15, SM22, SM2, 7, 8 e 9, soggetti alla disciplina del D.P.R. 962 del ‘73, e scarichi parziali SI1 e SI2 soggetti ai limiti del Decreto Legislativo 133 del ‘92. Questi e solo questi sono gli scarichi rispetto ai quali avesse un senso porre il problema del rispetto dei limiti tabellari. Ebbene, l’Accusa ci dice: sì, ma in definitiva negli scarichi del Petrolchimico e in modo specifico nell’SM15 confluiscono varie correnti, l’SM15 è formato da varie correnti provenienti dai distinti impianti del Petrolchimico, in cui si miscelano, tra l’altro, acque di raffreddamento e di lavaggio con le acque del processo e questo, la confluenza di questi scarichi nell’SM15 e la miscelazione comunque delle acque di processo con le acque di lavaggio e di raffreddamento costituisce violazione del divieto di diluizione. Solo che, come aveva spiegato bene il professor Foraboschi, il confluire di queste correnti nello scarico e la miscelazione di acque di raffreddamento e di lavaggio con acque di processo non è diluizione. Diluizione è prendere acqua appositamente allo scopo per diluire uno scarico, per ridurre la concentrazione di inquinanti. Non è una diluizione la miscelazione di correnti diverse. E questo trova conferma in modo pacifico nelle norme, sia nella disciplina della Legge Merli, sia nella disciplina in seguito del Decreto Legislativo 152 del ‘99. Iniziamo dalla Legge Merli. La norma fondamentale della Legge Merli è quella dell’articolo 9, quarto comma mi sembra: "I limiti di accettabilità non potranno in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo", cioè con acque attinte esclusivamente al fine di diluire la concentrazione degli inquinanti. Ma l’articolo 9 della Legge Merli diceva ben di più: "L’autorità competente per il controllo è autorizzata...", va beh, dopo avere statuito che l’autorità competente per il controllo è autorizzata ad effettuare tutte le ispezioni che essa ritenga necessarie per l’accertamento delle condizioni che danno luogo alla formazione degli scarichi, stabiliva che: "l’autorità competente può richiedere che scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al punto 10 delle tabelle A e C – cioè i metalli e non metalli tossici - subiscano un trattamento particolare prima dello loro confluenza nello scarico generale", norma da cui si ricava con assoluta tranquillità che nella stessa Legge Merli la confluenza nello scarico generale di diverse correnti è ritenuta pacificamente legittima e consentita. L’autorità può richiedere che gli scarichi parziali contenenti quelle sostanze subiscano un trattamento particolare prima della loro confluenza nello scarico generale, di cui non fa affatto divieto. Ma non è finita, il comma successivo dice, e sappiamo che è stato introdotto nel 1979: "Non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento e di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo gli scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al numero 10 delle tabelle A e C prima del trattamento per adeguare ai limiti previsti dalla presente legge". Quindi solo per gli scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al numero 10 delle tabelle A e C, metalli e non metalli, la norma fa divieto di miscelare le acque di processo contenenti quelle sostanze con le acque di raffreddamento e di lavaggio. Ma proprio il carattere eccezionale e derogatorio di questa norma ci dice che in ogni altro caso, cioè fuori dai casi indicati dal settimo comma dell’articolo 9, cioè quando non si tratti di scarichi contenenti le sostanze di cui al punto 10 delle tabelle A e C, la miscelazione di acque di raffreddamento e di lavaggio con le acque di processo è perfettamente consentita e che comunque è tranquillamente consentita la confluenza di più scarichi in uno scarico generale; ed è quello che ha detto il Tribunale. Andiamo al Decreto Legislativo 152 del ‘99, la disciplina oggi vigente, criteri generali degli scarichi, l’articolo 28. Notiamo per inciso, non ci sarebbe quasi bisogno di dirlo, che la disciplina del Decreto Legislativo 152 del ‘99 è notoriamente più rigida di quella della Legge Merli, non fosse altro per il fatto dei maggiori vincoli che la Legge Merli ha imposto per lo scarico di sostanze pericolose o per l’allargamento del novero delle sostanze pericolose esplicitamente disciplinate dall’articolo 34. Bene, il Decreto Legislativo 152 del ‘99 riproduce nella sostanza la normativa dettata dalla Legge Merli, comma 5, norma di carattere generale: "I valori limite di emissione non possono in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo". Anche qui troviamo però, al comma precedente, comma 4, una norma che indica senza alcuna possibilità di equivoco che il Testo Unico della disciplina sulle acque considera perfettamente legittima e consentita la confluenza di più correnti in uno scarico generale. Di nuovo il comma 4, in modo assolutamente identico nella sostanza alla Legge Merli, stabilisce che, dopo aver statuito che l’autorità competente, che in questo caso può effettuare tutte le ispezioni necessarie all’accertamento delle condizioni che danno luogo alla formazione degli scarichi, stabilisce che l’autorità, in questo caso sarebbe il Magistrato alle Acque, può richiedere che scarichi parziali contenenti talune sostanze, quelle di cui dai numeri da 1 a 10, 12, 15, 16, 17 e 18 della tabella 5 dell’allegato 5, subiscano un trattamento particolare prima della confluenza nello scarico generale. Poi troviamo al comma 5, dopo quindi l’inciso generale "i valori limite non possono essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo", una norma che riproduce, per gli scarichi contenenti sostanze pericolose, quelle del settimo comma della Legge Merli: "non è consentito diluire con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo gli scarichi parziali di cui al comma 4 - cioè gli scarichi contenenti le sostanze pericolose – prima del trattamento degli scarichi parziali stessi, per adeguarli ai limiti tabellari", quindi una disciplina che è in tutto e per tutto identica a quella della legge del ‘76. Solo che qui il Decreto Legislativo numero 152 del ‘99 introduce anche una norma ulteriore che funziona da norma esplicativa della legge del 1976 e che chiarisce qualsiasi possibile equivoco circa la legittimità della confluenza della miscelazione di acque di raffreddamento e di lavaggio con le acque di processo. Dice l’ultima parte del comma 5: "l’autorità competente, in sede di autorizzazione, può prescrivere che lo scarico delle acque di raffreddamento, di lavaggio, ovvero impiegate per la produzione di energia elettrica, sia separato dallo scarico terminale di ciascun stabilimento". Questo è come dire che, salvo che si tratti di acque contenenti sostanze pericolose, nel qual caso il comma 5 seconda parte vieta la miscelazione degli scarichi contenenti sostanze pericolose con le acque di raffreddamento o di lavaggio, o salvo specifico provvedimento dell’autorità, la miscelazione delle acque di processo con le acque di raffreddamento o di lavaggio è perfettamente consentita. E’ vietata solo se si tratta di scarichi parziali contenenti le sostanze pericolose di cui al comma 4 oppure se c’è un provvedimento specifico esplicito dell’autorità, ma fuori di questi casi la miscelazione delle acque di lavaggio e di raffreddamento con le acque di processo e la confluenza dei vari scarichi, delle varie correnti nello scarico generale è assolutamente legittima e consentita. Ma non è finita qui. Ad ulteriore conferma di quanto abbiamo detto e del fatto che la miscelazione delle varie correnti e la miscelazione di acque di raffreddamento e di lavaggio con acque di processo è, salvo i casi che abbiamo indicato, consentita, troviamo anche altre norme del Decreto Legislativo 152, e troviamo altre norme dell’ordinamento. Allora, tanto per cominciare va precisato, per sgomberare campo da ogni equivoco e soprattutto per mettere una pietra tombale definitiva sul discorso d’Accusa secondo il quale il divieto di diluizione importerebbe un obbligo per l’azienda di separare tra di loro gli scarichi e di separare, di scaricare in modo distinto acque di raffreddamento, acque di raffreddamento e di lavaggio e acque di processo, va precisato che: 1) un obbligo di questo genere non esisteva nella Legge Merli e abbiamo viso non esiste nel Decreto Legislativo 152, a meno che si tratti di acque contenenti sostanze pericolose o che vi sia un provvedimento esplicito dell’autorità; ma c’è di più: la separazione delle acque di processo dalle acque di raffreddamento è stata imposta in via generale per gli scarichi in laguna solo dal Decreto Ministeriale Ronchi-Costa del 30 luglio dell’99, cioè ci è voluto un Decreto Ministeriale del Ministero dell’Ambiente 30 luglio ‘99 per imporre la separazione degli scarichi di processo contenenti sostanze rinvenienti dalle attività produttive dalle acque di raffreddamento, e solo più recentemente questo obbligo è stato poi generalizzato per le acque contenenti alcune sostanze pericolose. Il Decreto Ministeriale 6 novembre 2003, numero 367, prevede in via generale che le sostanze pericolose di cui all’allegato A, prevede per queste sostanze che gli scarichi di processo debbano essere separati dagli scarichi di acque di raffreddamento, quindi ha generalizzato l’obbligo. Ma proprio il fatto che siano state necessarie disposizioni normative esplicite sul punto e che siano stati necessari due Decreti Ministeriali ci dice in modo chiaro che, fino al Decreto Ministeriale Ronchi–Costa, per lo meno, la confluenza di diverse correnti e di acque di raffreddamento o di lavaggio con acque di processo era assolutamente legittima. Signor Presidente, tutto questo discorso sarebbe poi in fondo anche superfluo perché questo esame della disciplina normativa, della Legge Merli e poi del Decreto Legislativo numero 152 è certamente tranchant, ma molto più risolutivo e dirimente è andare a vedere che cosa dicono le autorizzazioni, e sarebbe bastato guardare le autorizzazioni per rendersi conto di questa elementare verità: che non c’è stata violazione del divieto di diluizione. Io vi ho consegnato l’autorizzazione allo scarico SM15, che è la pietra dello scandalo, credo, dell’Accusa privata e privata. Che cosa dice l’autorizzazione allo scarico SM15? Se voi scorrete l’autorizzazione, c’è una discrezione analitica e puntuale della composizione degli scarichi: "lo scarico SM15 raccoglie senza ulteriore trattamento le acque di raffreddamento dei servizi igienici e le acque meteoriche dei reparti e degli impianti delle diverse società". L’autorizzazione poi prosegue dando atto che "nello scarico confluiscono le acque neutralizzate provenienti dall’impianto S2-SG31, le acque depurate provenienti dall’impianto SG31 chimico-fisico-biologico che costituiscono lo scarico SM22, le acque depurate provenienti dall’impianto CS30 di trattamento delle acque clorurate". E non è mica finita qui, perché se poi andiamo oltre a leggere - ma sinceramente mi sembra superfluo leggervi qualcosa che avete sottomano - abbiamo una descrizione analitica della composizione anche dei singoli scarichi parziali. Per esempio, per l’impianto di neutralizzazione delle acque acide si dice: "l’impianto tratta le acque provenienti dalla fognatura acida del nuovo stabilimento Petrolchimico originate dalle ditte Enichem Anic, Enichem Polimeri, la capacità di trattamento dell’impianto è x, la portata delle acque neutralizzate che vanno ad alimentare la canaletta interna dello scarico SM15 è 4.900.000 metri cubi annui". Poi si parla dell’impianto di depurazione chimico-fisico-biologico SG31, e anche qui si dà una descrizione analitica della composizione dello scarico, e via via con tutte le altre correnti e per tutte le altre correnti che costituiscono lo scarico SM15. E poi arriviamo al punto cruciale: nel prescrivere il limite di concentrazione da osservare allo scarico l’articolo 4 dell’autorizzazione, ma l’abbiamo già visto, dice in modo chiaro che i valori di concentrazione degli inquinanti vanno rispettati allo scarico SM15, cioè allo scarico con recapito finale in laguna, e negli effluenti dell’impianto di depurazione chimico-fisico- biologico, cioè allo scarico SM22. Ma poi questo articolo 4 dice anche una cosa in più, molto interessante: dopo avere dato la rappresentazione complessiva dell’assetto dello scarico, avere descritto in modo puntuale com’è composto lo scarico SM15 e avere dato atto in modo incontroverso che nello scarico confluiscono acque di raffreddamento, di lavaggio, di processo, meteoriche, dice: "i valori limite di cui sopra non potranno in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acqua prelevata esclusivamente allo scopo". Allora tiriamo un attimo le somme: con l’autorizzazione allo scarico SM15 il Magistrato alle Acque dà atto che nello scarico confluiscono acque di raffreddamento, di lavaggio, meteoriche e acque ovviamente di processo; autorizza lo scarico prescrivendo il rispetto dei limiti della Legge Speciale per Venezia esclusivamente allo scarico finale con recapito in laguna e alla corrente SM22 all’uscita dell’impianto di depurazione chimico-fisico-biologico, e vieta il conseguimento dei limiti di accettabilità di cui sopra mediante diluizione con acqua prelevata esclusivamente allo scopo. Ma questo cosa vuole dire? Vuole dire che: 1) il Magistrato alle Acque è perfettamente a conoscenza dell’assetto dello scarico, della sua ubicazione, delle portate, delle caratteristiche, e soprattutto del fatto che vi confluiscono varie correnti; 2) vuol dire che ritiene perfettamente legittima la confluenza di varie correnti nello scarico SM15, e la confluenza nelle varie correnti eventualmente di acque di raffreddamento meteoriche e di lavaggio che poi si riversano nella canala, chiamiamola così, dello scarico SM15. E quando, dopo avere detto tutto questo, vieta che i limiti tabellari possano essere conseguiti mediante diluizioni con acque prelevate esclusivamente allo scopo, evidentemente esclude che le acque di raffreddamento, di lavaggio o meteoriche possano essere considerate acque di diluizione. Proprio il fatto che l’autorità di controllo rilascia un’autorizzazione nella quale da una parte si dà atto che vi confluiscono queste acque, acque di raffreddamento, di lavaggio e meteoriche, e nella quale dall’altra parte si vieta il conseguimento dei limiti tabellari mediante diluizione con acque prelevate allo scopo, è un chiaro indice, inequivocabile, del fatto che il Magistrato non ritiene che le acque di raffreddamento, di lavaggio o meteoriche costituiscano acque di diluizione, altrimenti ovviamente avrebbe disposto diversamente. Come ha disposto diversamente ad esempio per lo scarico parziale interno all’SM15, SM22; per l’SM22 in uscita dall’impianto di depurazione ha prescritto che i limiti fossero rispettati a piè di impianto, all’uscita dall’impianto di depurazione, o come ha fatto per esempio ai sensi del Decreto Legislativo 133 del ‘92 per gli scarichi SI1 e SI2, per i quali ha prescritto il rispetto dei parametri del Decreto Legislativo 133 del ‘92 a piè impianto. Mi rimane, a questo punto, di farmi carico dell’ultimissimo argomento dell’Accusa, e cioè dei riferimenti giurisprudenziali che l’Accusa ha evocato nel corso della sua discussione a sostegno della presunta natura assoluta del divieto di diluizione. Il Procuratore Generale e l’avvocato Picotti hanno detto, in sostanza: ma no, il divieto di diluizione ha un carattere assoluto, un carattere assolutamente inderogabile e divieto di diluizione significa divieto di miscelazione di acque di raffreddamento e di lavaggio con le acque di processo, più in genere divieto di miscelazione di varie correnti. Un’interpretazione contra legem, come abbiamo visto, a sostegno della quale hanno richiamato alcuni precedenti giurisprudenziali, presentandoli come la conferma definitiva del loro assunto. Bene, si tratta di, come sapete, qualche sentenza, peraltro molto risalente, in cui era stata fatta un’affermazione circa appunto il carattere assoluto del divieto di diluizione, ma se poi andiamo a vedere e andiamo al di là delle massime e andiamo a vedere che cosa dicono davvero queste sentenze e quali sono i casi, le vicende processuali a cui fanno riferimento, beh, vediamo che sono vicende processuali che non hanno niente a che fare con la realtà del Petrolchimico. Il caposaldo dell’interpretazione data dall’Accusa, o meglio a sostegno della propria interpretazione l’Accusa richiama come precedente esemplare, emblematico, la sentenza Mattiuzzi, che è 19 gennaio ‘94, numero 439, che è anche pubblicata in Rivista Giuridica dell’Ambiente del ‘95. Ora, se però leggiamo la motivazione della sentenza, tra l’altro nella rivista è pubblicata anche la sentenza della Corte d’Appello, quindi la sentenza alla quale fa riferimento la pronuncia della Cassazione, beh, non è difficile accorgersi, dicevo, se leggiamo la sentenza, che alla base della pronuncia della Corte, quindi dell’affermazione di un principio così perentorio, "è vietato miscelare acque di raffreddamento ed acque di lavaggio con le acque di processo", vi è la preoccupazione di (inc.) che l’imprenditore potesse, sotto il nomen iuris di acque di raffreddamento o di lavaggio, realizzare diluizioni davvero fraudolente, prelevando acque non in funzione delle effettive esigenze produttive dell’impianto, ma apposta per poter diluire il refluo. Questa preoccupazione la si legge chiaramente in un inciso della sentenza, dove si dice, quando si giustifica il presunto carattere assoluto del divieto di diluizione si dice: guardate che se noi la interpretassimo così, se ci fermassimo, se la interpretassimo nel modo in cui dovremmo interpretarla in base al tenore letterale della Legge Merli, ebbene, questa interpretazione priverebbe di ogni significato il divieto di diluizione, perché? Perché l’imprenditore potrebbe aumentare la massa dei liquidi di raffreddamento o di lavaggio per vanificare il divieto di diluizione, potrebbe prelevare dieci volte più acqua di quanto gli serve per riversarla e diluire. Ma proprio la vicenda processuale alla quale fa riferimento la sentenza dimostra che non c’era bisogno di forzare la lettera della legge per arrivare ad una affermazione circa la violazione del divieto di diluizione. Nel caso di specie che cosa era successo? C’era un’impresa che prelevava enormi volumi d’acqua dal Mincio, addirittura nella sentenza di merito si dà atto che "l’imprenditore prelevava – è scritto testualmente – acque a piacimento dal Mincio – prelevavi volumi d’acqua enormi – sottraendosi ad ogni controllo, e che queste acque venivano in parte utilizzate nel ciclo produttivo e altre in notevole quantità servivano per il raffreddamento, mentre altre ancora venivano raccolte in vasche senza una destinazione specifica, venivano allocate in vasche", evidentemente a scopo di diluizione. Ma è chiaro, signor Presidente e signori Consiglieri, che se un imprenditore preleva acque in misura superiore alle effettive esigenze dell’impresa, alle effettive esigenze di raffreddamento degli impianti o alle effettive esigenze produttive, quelle acque non sono mai state acque di raffreddamento o acque di processo; sono fin dal primo momento acque attinte allo scopo di diluizione. Non c’è bisogno di forzare la lettera della legge per arrivare in questo caso ad una affermazione circa la violazione del diritto di diluizione. L’acqua prelevata al di là delle effettive esigenze dell’impresa è fin dal principio acqua attinta a scopo di diluizione, e quindi qui sì c’è una pacifica violazione dell’articolo 9 quarto comma, ci sarebbe una violazione pacifica dell’articolo 9 quarto comma della Legge Merli, si tratterebbe di acque prelevate esclusivamente allo scopo. Ma badate, questo non è l’unico precedente in cui la Corte si pronuncia in questo modo forzando la lettera della legge per tutelare, come dire, presunte o ritenute esigenze di protezione dei corpi idrici. Abbiamo per esempio anche un’altra sentenza dell’aprile ‘88, ricorrente Gremmo, tra l’altro una sentenza cui aveva fatto riferimento il professor Foraboschi quando, nel corso dell’istruttoria dibattimentale, gli era stata contestata per così dire, gli era stata fatta presente l’esistenza di questi orientamenti giurisprudenziali, e fin da allora il professor Foraboschi aveva detto all’avvocato dello Stato che gli rivolgeva la domanda: so benissimo che esistono questi precedenti giurisprudenziali, ma si tratta in realtà di casi limite. L’articolo 9 della Merli è molto preciso, dice che non si può immettere acqua di raffreddamento o di lavaggio quando ci sono le sostanze di cui al punto 10 delle tabelle A e C. I casi in cui la giurisprudenza è andata al di là della norma sono casi e situazioni veramente al limite. E quale era la situazione al limite? Beh, avevamo un lanificio che prelevava anche in questo caso enormi volumi d’acqua per alimentare una turbina elettrica, c’era autoproduzione energetica all’interno dell’insediamento produttivo, e queste acque destinate alla turbina elettrica venivano poi fatte confluire in vasche di omogeneizzazione insieme alle acque di processo allo scopo di diluire le concentrazioni inquinanti. Oppure ci sono situazioni nelle quali la Corte fa affermazioni legate al divieto di diluizione che davvero risultano, restano un obiter dictum, così per esempio la sentenza del 6 luglio ‘99, ricorrente Vichi. Qui si tratta di un caso nel quale i reflui erano pacificamente contaminati da una delle sostanze di cui alle tabelle A e C della Legge Merli, punto 10; e qui che l’imprenditore non potesse miscelare, ovviamente, acque di raffreddamento e di lavaggio stava già e sta già nella legge, anche qui non c’era alcun bisogno di andare oltre il tenore letterario. Ma in realtà, vedete, che questa interpretazione forzasse la lettera della legge e che si trattasse davvero di situazioni riferite a casi limite viene fuori da una pronuncia interessante dei Giudici di merito e proprio da una pronuncia che ho rinvenuto di questa stessa Sezione della Corte d’Appello, una sentenza – io chiedo scusa alla Corte, purtroppo ho dimenticato di fare la copia della sentenza, quindi non posso produrla ora, ma mi riservo ovviamente di farla avere al signor Presidente e ai signori Consiglieri alla prossima udienza o appena ne avrò l’occasione – della Corte d’Appello di Venezia del 9 gennaio ‘96. Si trattava di una vicenda che vedeva coinvolti vari funzionari Enel in relazione a scarichi di acque reflue effettuati in un canale di adduzione al fiume Po dalla centrale elettrica di Porto Tolle. Il Pretore di Adria aveva ritenuto la violazione del divieto di diluizione sostenendo che il responsabile della centrale avrebbe dovuto scaricare separatamente ciascun flusso d’acqua. Bene, sentite cos’ha detto la Corte: "L’interpretazione del primo Giudice risulta basata su un assunto di diritto errato, quello cioè dell’esistenza di un obbligo legislativo di carattere generale di conformità alla tabella degli scarichi parziali prima della loro immissione nella condotta generale, mentre occorre precisare che l’obbligo di conformità alla tabella degli scarichi parziali sussiste solo nei limiti di cui all’articolo 9 della Legge 319 del ‘76. Tale norma stabilisce il generale divieto di diluire qualsiasi scarico mediante acque prelevate esclusivamente allo scopo, normativa che non si rileva nel caso di specie. In secondo luogo è vietata la diluizione effettuata con l’acqua di raffreddamento o di lavaggio ove lo scarico parziale contenga sostanze di cui al numero 10 delle tabelle A e C. A ben vedere non si tratta nemmeno di un divieto di miscelazione degli scarichi parziali, bensì dell’indicazione di un diverso punto di controllo. Dal che si ricava pacificamente che ben può il titolare dell’insediamento far confluire tutti gli scarichi parziali in una comune condotta, che li convogli al punto di immissione nel corpo ricettore. Si ricava ancora che l’obbligo di rispetto tabellare da parte dello scarico parziale imposto dall’articolo 9 quando fa riferimento alle sostanze pericolose comporta l’individuazione di un diverso punto di controllo, ma certamente non l’individuazione di un diverso punto di scarico, che resterà quello proprio della condotta comune, ovvero quello di immissione nel corpo ricettore dei reflui dello scarico parziale se separatamente convogliati al corpo ricettore". E non basta, la Corte d’Appello di Venezia si è fatta carico anche di affrontare il problema delle sentenze richiamate dall’Accusa. E che cosa dice? La Corte dice: sappiamo perfettamente che ci sono questi precedenti. "Va rilevato che in due recenti sentenze della Suprema Corte si afferma l’esistenza di un divieto generale di diluizione degli scarichi, anche se la diluizione stessa non viene effettuata con acque prelevate esclusivamente allo scopo. Tale tesi, alla luce del chiaro disposto dell’articolo 9 della Legge 319 del ‘76, non ha riscosso consensi nemmeno da parte dei Giudici di merito, più puntuali nell’applicazione della normativa antinquinamento", e cita un Giudice che certo non può essere sospetto di essere tenero rispetto all’applicazione delle norme ambientali, il Pretore Amendola, poi autore di un gran numero di saggi in materia di inquinamento idrico, scrivendo che "il Pretore Amendola ha ritenuto che la Suprema Corte, con l’affermare un divieto generale di diluizione, avrebbe operato un netto superamento dell’ambito letterale della norma". Dunque anche i precedenti richiamati dall’Accusa sono o precedenti per così dire, se mi si scusa l’espressione, fuori sacco, che nulla hanno a che vedere con il caso che ci interessa, o comunque precedenti riferiti a casi limiti, in cui la Corte Suprema si è sentita per così dire indotta a travalicare i limiti normativi da esigenze di tutela dei corpi ricettori, ma non c’era bisogno, come abbiamo visto, di arrivare a tanto, perché la violazione del divieto di diluizione poteva essere fatta valere senza necessità di arrivare ad affermare un presunto divieto assoluto di miscelazione delle acque. Mi rimane anche da dire una cosa, naturalmente: che per quanto riguarda il Petrolchimico, ovviamente nessuno, né l’Accusa pubblica né l’Accusa privata, ha mai fatto questione di un utilizzo meno che corretto delle acque, di prelievi di acque fraudolenti o di violazione del divieto di diluizione mediante prelevamento di acque allo scopo di diluizione, quindi su questo neppure l’Accusa ha mai formulato alcun addebito. Dunque, a questo punto, non rimane che tirare le somme per quanto riguarda la disciplina degli scarichi e gli addebiti relativi agli scarichi. Abbiamo visto che gli addebiti relativi agli scarichi sono complessivamente irrilevanti, e direi che sono irrilevanti prima ancora che infondati, perché l’Accusa si è limitata a parlare sempre e solo di condotte, sversamento illecito di rifiuti contrabbandati, disse l’avvocato dello Stato, come reflui, superamenti puntuali, ma senza mai fare riferimento ad alcun evento rispetto al quale abbia un senso porre il problema della presunta violazione di norme o di contravvenzioni in materia di rifiuti o di scarichi idrici. Non c’è un solo evento che sia correlabile - un solo evento di quelli, ovviamente, che fanno parte delle imputazioni contestate - alle asserite violazioni della normativa in materia di scarichi o di rifiuti contestate dall’Accusa, addebitate dall’Accusa. E, come e se non bastasse, oltre all’irrilevanza tutti questi addebiti sono radicalmente infondati, infondati in fatto e infondati in diritto, e quindi non mi rimane che chiedere una conferma davvero integrale della sentenza di primo grado, che così bene ha affrontato il tema, con tanta dovizia di argomenti, e concludo chiedendo il proscioglimento dei miei assistiti e la conferma della sentenza impugnata.

 

DIFESA – Avv. Palavera – Il tema di cui mi accingo a parlare sono le posizioni di singoli lavoratori discusse dalle Parti Civili, e premetto che sarà un intervento breve perché dei casi trattati dalle Parti Civili, 22 casi sono relativi a lavoratori che non sono stati esposti durante la gestione Enichem e, non avendo le Parti Civili discusso della posizione del loro assistito durante la discussione orale, le ragioni di esclusione emergono già nella ricostruzione della Pubblica Accusa. Altri 19 casi sono lavoratori non esposti, di cui le ragioni di esclusione sono state confermate dalle Parti Civili durante la discussione, per un totale così di 41 casi che non sarà necessario trattare. Restano 17 casi solo, che tratterò nell’ordine in cui si sono avvicendate le Parti Civili, in ordine cronologico, iniziando quindi dall’avvocato Manderino, udienza 16 settembre, per la posizione di Simion Maurizio. Simion Maurizio, due patologie, un fenomeno di Raynaud ed una epatopatia. Nessuna considerazione è stata svolta sul nesso di condizionamento per quanto riguarda la causalità individuale, ma nemmeno riguardo alla causalità generale, e poi vedremo perché. Il fenomeno di Raynaud di Simion Maurizio non è stato incluso nell’elenco dei 260 casi che il Pubblico Ministero ha presentato al termine del processo di primo grado. Ciò nonostante, nel processo d’appello il fenomeno di Raynaud di Simion è stato inserito - ed è per questo interessante - nei casi dimenticati dal Tribunale. La ragione per cui il Tribunale può aver escluso il caso di Simion è duplice: innanzitutto il Pubblico Ministero non l’aveva incluso nei casi di fenomeno di Raynaud; ma si aggiunge a questo che manca il riscontro di esami strumentali, e questa è una ragione che il Tribunale aveva espresso in termini generali come ragione di esclusione. Per quanto riguarda l’epatopatia la posizione è inversa, perché l’epatopatia era stata inserita nell’elenco delle epatopatie regredite dal Pubblico Ministero al termine del processo di primo grado, ma ora, nel processo di secondo grado, non è stata inclusa tra le epatopatie da ammettersi secondo i criteri del Tribunale, e questo si spiega perché manca il riscontro della biopsia. E il Pubblico Ministero ha escluso altri casi, per esempio Penzo Ezio, perché mancava il riscontro bioptico. E sono altresì presenti per Simion dei fattori alternativi riconosciuti dal Tribunale, come il diabete e il consumo di alcol. In questa situazione l’avvocato Manderino insiste sulla presenza di tutte e due le patologie e quindi prende atto, diciamo, che una delle due è regredita, l’epatopatia, e sostiene che l’epatopatia sia regredita per effetto della cessazione del rapporto di lavoro avvenuta nel ‘90. In realtà entrambe le patologie sono regredite, è regredite il fenomeno di Raynaud, e lo dice Bracci, che è un consulente dell’Accusa. Secondo l’avvocato Manderino il fenomeno di Raynaud è tutt’ora presente, ma c’è solo la parola dell’avvocato Manderino, che probabilmente ha raccolto personalmente una anamnesi del proprio assistito, una sintomatologia soggettiva, ma non ci sono esami che la confermano. Per quanto riguarda l’epatopatia, l’avvocato Manderino sostiene che il miglioramento è conseguito alla cessazione del rapporto di lavoro, ma in realtà noi abbiamo un riscontro diagnostico nell’82 dell’epatopatia. Poi nell’88 c’è una diagnosi INAIL relativa a disturbi, che già prende atto di un miglioramento del quadro complessivo clinico, e nel ’98 il fegato è normale. In entrambe le patologie, quindi, non sappiamo che cosa è successo, dal ‘75 per il fenomeno di Raynaud, dall’82 per l’epatopatia, non sappiamo i tempi in cui queste due patologie sono andate verso il miglioramento, non sappiamo se sono presenti ora per quanto riguarda il fenomeno di Raynaud, è sicuramente assente l’epatopatia, e non sappiamo cosa sia successo di queste due patologie dall’86 in poi. Perché prendo come scrimine questa data? Perché nel 1986 Simion Maurizio, che aveva lavorato precedentemente fino dal 1970 nei reparti CV10 e CV11, viene spostato al reparto BC1, che era un reparto di produzione di cloruro di benzile. Secondo l’avvocato di Parte Civile proprio l’esposizione a questa sostanza fonderebbe legittimamente la costituzione di Parte Civile nei confronti di tutti gli imputati Enichem, e questo alla luce dell’integrazione del capo d’imputazione relativo ai componenti additivi. Ma nessuna prova è stata fornita, né dal Pubblico Ministero né dall’avvocato di Parte Civile, sulla tossicità del cloruro di benzile, che è rimasto come sostanza completamente estranea al processo, né tanto meno sulle condizioni di esposizione al cloruro di benzile dei lavoratori che operavano al BC1. Devo aggiungere che sono state richiamate delle testimonianze dall’avvocato Manderino, ma la testimonianza di Casagrande non è pertinente al periodo di gestione Enichem, essendo il Casagrande cessato nell’84; e la testimonianza di Giancarlo Artuso è anch’essa non relativa al periodo di gestione Enichem. L’Artuso ha lavorato con Simion fino all’85; la cosa interessante è che successivamente è passato anche l’Artuso al BC1, ma quando è stato sentito come teste non ha dichiarato nulla su questo reparto e non gli sono state fatte domande su questo reparto. Passando al secondo caso che ha continuato a lavorare dopo l’87, trattato dall’avvocato Manderino in aula, si tratta di Cappelletto Vincenzo; Cappelletto Vincenzo ha un melanoma. Non viene svolta nessuna considerazione per la causalità individuale. Per quello che riguarda la causalità generale, la non correlabilità tra melanoma ed esposizione a CVM, rinvio ai rilievi del professor Stella, ma solo su due punti che sono stati richiamati dalla Parte Civile voglio precisare che lo studio su Porto Marghera che ha riscontrato un eccesso, si tratta di un eccesso non statisticamente significativo: 2 casi contro 1,2 casi di attesi. La Parte Civile poi richiama lo studio di Colombatti e Berrino, dicendo che questo studio concluderebbe per la correlabilità del melanoma fondandosi anche sugli aspetti genetici. Questo aspetto non corrisponde a verità. Nella loro deposizione in aula Colombatti e Berrino, esperti dell’Accusa, non hanno mai parlato del melanoma, e anche nella relazione non parlano di melanoma. Addirittura nella relazione c’è una tabella che viene richiamata in due punti diversi della relazione, identica, a pagina 24 e a pagina 33, in conclusione: in questa tabella vengono elencate le neoplasie correlabili nell’uomo secondo gli esperti dell’Accusa Colombatti e Berrino, e il melanoma non rientra in questo elenco. La seconda neoplasia per cui Cappelletto Vincenzo è in questo processo è un tumore al polmone; e anche qui non si parla della causalità individuale, nessuna considerazione sul nesso di condizionamento, e anche qui, per quanto riguarda la causalità generale, la non correlabilità del tumore al polmone all’esposizione a CVM, in particolare per gli insaccatori, rinvio ai rilievi del professor Stella. Vediamo quella che è stata l’esposizione di Cappelletto Vincenzo: dal 1957 quadrista destinato al CV10, esposto, secondo le matrici Comba-Pirastu, fino a 200 ppm, poi addetto all’infossamento del prodotto al PA1 e poi dal ‘71 al ‘75 analisti presso il laboratorio del CV5 e 15. Dal 1975 diventa addetto a sviluppo misurazioni al reparto (Licu). Nelle schede presentate dal Pubblico Ministero al termine del processo di primo grado non c’è nulla sull’esposizione; nelle schede proiettate in aula durante il secondo grado per il Cappelletto risulta cessata la sua esposizione nel 1961. Per le schede del Guardia di Finanza il trasferimento al (Licu) risale al 1975 e anche l’esperto dell’Accusa si riferisce solo al periodo pre ’87 per quanto riguarda l’esposizione rilevante. E’ considerato da allontanarsi per l’indagine FULC, ha deposto in aula come teste e gli viene chiesto: "In seguito a questa indicazione di allontanamento venne spostato?", risposta: "sì, sono andato al parco serbatoi appunto nel ‘77". Quindi sembrerebbe allontanato per quello che riguarda il periodo di gestione Enichem, ma per l’avvocato Manderino è esposto fino al 1989. Per sostenere il perdurare dell’esposizione l’avvocato Manderino richiama quattro testimoni: i primi due, Prosperi e Giacomello, sono entrambi relativi al periodo precedente al 1977, quello al laboratorio del CV5 e 15; il terzo testimone, Vianello, è cessato nel 1984. Rimane un solo testimone che può deporre sul parco serbatoi nelle vicinanze del quale ha lavorato nel periodo di gestione Enichem. Vale la pena di vedere cosa dichiara questo testimone; questo testimone è stato sentito nell’udienza del 7 luglio 2000 ed è stato interrogato da un avvocato di Parte Civile che ha fatto anche delle domande piuttosto suggestive. Ricordiamo che il Cappelletto aveva dichiarato in aula che il suo ufficio era presso una pesa, che da quella pesa passavano autobotti con tutti i tipi di prodotti, compreso il CVM; che le autobotti tornavano con il boccaporto aperto e che quindi "l’odore che era nell’autobotte – letterale questa citazione – entrava benissimo in ufficio, era sempre in ufficio". Adesso vediamo il teste Falcilia, richiamato a sostegno di questi tesi dall’avvocato di Parte Civile. Gli viene fatta questa domanda: "come avveniva con le cisterne, come avveniva lo scarico del prodotto, le cisterne venivano svuotate, rimanevano con il boccaporto aperto, poi si passava alla pesa, vero?", il teste risponde: "non si poteva aprire il boccaporto", "il boccaporto restava quindi chiuso?", "il boccaporto è sempre completamente chiuso, viene aperto solo per una visita interna ogni dieci anni, credo". E insiste questo avvocato nelle domande: "le chiedo questo, perché uno dei lavoratori che ha lavorato al parco serbatoi, probabilmente l’ha conosciuto, è il signor Cappelletto Vincenzo", "non ha mai lavorato al parco serbatoi ovest, Cappelletto Vincenzo lo conosco come impiegato", insiste l’avvocato: "sì, stavo dicendo che era addetto all’ufficio presso il parco serbatoi, l’ufficio era proprio di fronte alla pesa, giusto?", risposta: "no", il signor Cappelletto ha lavorato al parco serbatoi come impiegato e stava su una pesa di prodotti liquidi, dove si pesavano prodotti non CVM. Il CVM veniva pesato al parco serbatoi ovest, invece lì si pesavano altri prodotti liquidi, e Cappelletto non ha mai lavorato al reparto ovest". E’ molto curioso che l’avvocato Manderino richiami questa testimonianza senza ricordarla, perché l’avvocato di Parte Civile che ha fatto queste domande suggestive al teste Falcilia è l’avvocato Manderino. Passiamo a un’altra Parte Civile, l’avvocato Pozzan per Faggian Tullio. Si tratta di un caso di angiosarcoma. Anche qui non viene fatta nessuna considerazione relativamente al nesso di condizionamento per la causalità individuale. E, per quanto riguarda la causalità generale, rinvio ai rilievi svolti dal professor Stella, in particolare per la relazione tra angiosarcoma e basse dosi e basse dosi successive alle alte esposizioni. Per quanto riguarda l’esposizione, Faggian Tullio è stato autoclavista dal 1967 all’85. Secondo le matrici preparate, stimate dai consulenti dell’Accusa, è esposto fino a 500 ppm, poi passa al controllo delle acque azotate al consortile, e ha una mansione che è quella che ha poi svolto nel periodo di gestione Enichem, dopo l’87, che non comportava esposizione. Qui c’è un errore da parte del Pubblico Ministero, che lo considera non allontanato fino al ‘94, anno di cessazione. In realtà nelle stesse schede che il Pubblico Ministero ha depositato nel primo grado, l’esposizione viene considerata di durata di 9 anni, quindi iniziando dal ‘67 dovrebbe terminare ben prima del ‘94. L’avvocato Pozzan, per essere sincera, non dice che è esposto nel periodo Enichem, però si deve ribadire che l’esposizione era cessata perché l’avvocato Manderino ha seguito nel suo errore il Pubblico Ministero dicendo: "non verrà mai spostato, la sua scheda personale segnala dall’83 la assoluta necessità di spostarlo dal reparto, è stato utilizzato – un’espressione anche un po’ brutta – ugualmente altri 11 anni dall’azienda". Questo non è vero. E il trasferimento risulta peraltro confermato dalle schede della Guardia di Finanza, dall’esperto della Difesa, Grandi, ma anche dell’esperto dell’Accusa, Bracci, nell’udienza 17 novembre ‘99. Passiamo ad un’altra posizione, sempre per l’avvocato Pozzan, Cecchin Bruno. E un tumore al polmone, non vengono svolte considerazioni sulla causalità individuale. Per quello che riguarda la causalità generale si rinvia ai rilievi del professor Stella, soprattutto per quanto riguarda gli insaccatori delle cooperative. Infatti Cecchin Bruno è entrato a Marghera nel 1956 come addetto alle opere idrauliche e alle linee in genere, poi altri lavori fino al ’75, e dal ’75 alla Cooperativa Facchini Tessera; per Bracci, esperto dell’Accusa, verosimilmente addetto all’insacco. Non è compreso nella relazione Mastrangelo e, non essendo indicato il reparto, non è possibile ricostruire l’esposizione. Richiamiamo comunque le relazioni di Fuà e Foraboschi sulle condizioni di esposizione alla polverosità e precisiamo che la deposizione del teste Bruno Tavella, che a detta dell’avvocato di Parte Civile prova il mancato utilizzo di mezzi di protezione, non è chiaramente riferita al periodo di gestione Enichem. Vediamo questa deposizione: "può dirci se il signor Cecchin Bruno, nell’attività d’insacco, portasse mezzi di protezione: guanti, maschere, stivali?", "Guanti, quelle cose, sono venute dopo l’80", l’avvocato insiste: "dopo l’80 o il ‘90?", "no, l’80, quasi l’85, non so di preciso", "ma prima non si portava nulla?", "prima niente". Sempre per l’avvocato Pozzan passiamo alla posizione di Giacomello Ottavio; è un tumore laringeo, non viene detto nulla causalità individuale. Per quanto riguarda la causalità generale il problema è risolto dall’esperto dell’Accusa, Bracci, che nell’udienza del 17 novembre ‘99 dichiara questo tumore non correlabile all’esposizione a CVM. Questa non correlabilità è ribadita da Bracci su espressa domanda del Presidente. Per quanto riguarda l’esposizione, Giacomello Ottavio ha lavorato dal 1961 al ‘72 presso un calzaturificio, nell’72 è entrato in una cooperativa all’interno del Petrolchimico ed era addetto a diverse mansioni: insacco, produzione, pulizie, facchinaggio. Non è compreso nella relazione Mastrangelo, non è indicato al reparto. Non è possibile quindi ricostruire la esposizione, ma lo stesso Giacomello Ottavio, sentito come teste, ha dichiarato di non aver svolto la mansione di insaccatore in via esclusiva, bensì a rotazione: "Quindi lei era al CV6 due o tre mesi all’anno?", risposta: "sì", "ogni anno?", "dipendeva dalle esigenze del lavoro", ma sulla media che ho detto io, due o tre mesi all’anno. C’erano degli insaccatori fissi, ma Giacomello non era tra di loro. Passiamo adesso alle posizioni trattate dall’avvocato Garbin. Iniziamo con Miglioranza Bruno, un carcinoma polmonare, un forte fumatore, 20–30 sigarette al giorno è il dato riportato dalle schede del Pubblico Ministero. Per quello che riguarda la causalità individuale, nessuna considerazione è stata svolta dall’avvocato di Parte Civile. Per quello che riguarda la causalità generale, qui ci richiamiamo ai rilievi del professor Stella per quanto riguarda la non correlabilità tra il tumore del polmone e l’esposizione a CVM, in particolare per i non insaccatori. Miglioranza Bruno, per quello che riguarda l’esposizione, fino al 1965 è stato dipendente di una ditta di isolazioni termiche e poi, dal 1965, è stato dipendente della cooperativa Sital, non insaccatori, una cooperativa non addetta agli insaccatori. La Parte Civile sostiene che Miglioranza svolgesse mansioni di operaio specializzato addetto alla coibentazione delle tubazioni presso tutti i reparti CV. L’unico teste che viene chiamato a sostegno di questa affermazione è il teste Gianni Manziega; la sua deposizione non si può riferire al periodo di gestione Enichem, perché il teste Gianni Manziega ha lavorato solo fino al 1975 nel Petrolchimico, successivamente ha continuato a lavorare per la cooperativa Sital, ma non più presso il Petrolchimico. Passiamo alla posizione di Tommasella Sergio, è l’avvocato Farinea, udienza 22 settembre. Si tratta di una neoplasia polmonare, anche qua 10 sigarette al giorno e un episodio di intossicazione acuta da fosgene. Nessuna considerazione è stata svolta dalla Parte Civile per quello che riguarda la causalità individuale. Per quanto riguarda la causalità generale rinvio ai rilievi del professor Stella sulla non correlabilità delle neoplasie polmonari all’esposizione al CVM, in particolare per i non insaccatori. Per quello che riguarda l’esposizione, precedentemente al 1987, fino dal 1959, era addetto alla revisione della pulizia degli apparecchi del cracking, dall’83 carpentiere e tubista, dal 1986 addetto all’isola (bis). Riferisce di avere lavorato come meccanico addetto alla manutenzione, entrando almeno due o tre alla settimana nei reparti CV. Su questa circostanza l’avvocato Farinea richiama due testimoni: il teste Guglielmi e il teste Moro. Il teste Moro parla di manutentori in generale, non di Tommasella Sergio in particolare; il teste Guglielmi dichiara proprio di Tommasella Sergio che entrava nei reparti CV. Per quello che riguarda il periodo di gestione Enichem, però, questa circostanza è smentita dallo stesso Tommasella, che viene sentito in sede di visita dal consulente dell’Accusa, Bracci, e il consulente dell’Accusa, Bracci, riferisce poi in aula su queste circostanze. Nel 1973, per motivi che lui non sa riferisce, gli viene consigliato di non andare più nei reparti, ma di restare in officina centrale, dove resta fino al 1994, anno del pensionamento. Quindi non più esposto, non più nei reparti CV dal 1973, per dichiarazione dello stesso Tommasella. Passiamo all’avvocato Battain, per tutte le posizioni trattate dall’avvocato Battain devo precisare che non ha aggiunto nulla sulle singole posizioni in udienza, quindi ribadisco, non contestate dalla Parte Civile, le osservazioni che erano già state fatte in occasione della discussione del 10 luglio 2001 e poi nelle varie memorie. Guerrin Pietro, Raynaud; una sintomatologia di tipo Raynaud descritta dal lavoratore, l’anno successivo alla diagnosi, che è del ’98, la U.S.L. di Padova compie una diagnosi di sindrome dello stretto toracico; nel 2000 c’è di nuovo una diagnosi di morbo di Raynaud, una capillaroscopia di cui riporta il consulente dell’Accusa, Bracci. La prima diagnosi quindi è del 1998, molto tempo dopo la prima esposizione. Per quanto riguarda la causalità individuale, non è stata svolta alcuna considerazione sul nesso di condizionamento. Per quanto riguarda la causalità generale, ricordiamo i rilievi già svolti dal professor Stella, in particolare per la non correlabilità tra fenomeno di Raynaud e basse dosi, e qui richiamo il Pubblico Ministero, che ha fissato per gli effetti non cancerogeni, tra cui il fenomeno di Raynaud, la soglia di 3 ppm come soglia sicura al di sotto della quale non si verificano effetti. E questo mette in luce quali sono state le esposizioni. Guerrin Pietro dal 1965 presso varie società addetto all’impianto pilota, poi preparatore sali all’SA5, poi dal 1986 al reparto MAN. Al reparto MAN dal 1986, quindi per tutto il periodo di gestione Enichem, Guerrin Pietro lavorava come addetto efficienza e controllo di CM, controllo imprese. Né la Parte Civile né la Pubblica Accusa spiegano come mai questa persona addetta al controllo imprese fosse considerata esposta. Passiamo alla posizione di Gargiulo Guido, una cirrosi. Anche qua nessuna condizione sul nesso di condizionamento. Sulla causalità generale si rinvia ai rilievi del professor Stella. Per quanto riguarda l’esposizione, successivamente al 1987 c’è la deposizione di Bracci, consulente dell’Accusa, che sostiene che il Gargiulo abbia lavorato al CV14 fino al 1989. Questo dato non può corrispondere a verità, perché il CV14 è stato chiuso prima dell’87, non può aver lavorato al CV14 durante il periodo di gestione Enichem. La verità è che dall’87 al ‘92 il Gargiulo ha lavorato all’impianto pilota, e l’impianto pilota è stato trasferito all’EVC nell’86, quindi Gargiulo non ha lavorato alle dipendenze di Enichem. E il dato di trasferimento all’impianto pilota, riportato in udienza dall’esperto della Difesa Grandi, risulta anche dalle schede della Guardia di Finanza. Passiamo alla posizione di Spolaor Benito, un carcinoma polmonare, 15 sigarette al giorno, nessuna considerazione sulla causalità individuale e nesso di condizionamento. Per quello che riguarda la causalità generale si richiamano i rilievi del professor Stella e in particolare la non correlabilità dei tumori del polmone con l’esposizione a CVM, in particolare per i non insaccatori. Spolaor Benito ha lavorato dal 1953 al 1960 come tornitore di metalli ai Cantieri Celli, poi un altro anno ai Cantieri Navali. Ha avuto potenzialmente un rischio di esposizione a oli minerali; su questo rischio di esposizione ci ha riferito l’esperto dell’Accusa, Bracci. Successivamente ha lavoravo come tornitore 9 anni alla Fonderia Boato, anche qui con rischi lavorativi e anche qui è Bracci a dirlo. Nel 1970 entra alla Montedison come operatore esterno all’impianto CV11, dopo qualche mese è trasferito all’impianto CV23. Complessivamente ha lavorato 12 anni, di cui 7 come operatore interno. Facendo i conti, sembrerebbe per Bracci essere cessato nel 1982, 12 anni dal 1970. Per la scheda del Pubblico Ministero, invece, resta al CV23 fino al 1990 come operatore esterno con accesso al quadro, quadrista OXI. Non è compreso nel registro degli esposti, il Pubblico Ministero non dice come mai lo considera fino al ‘90 al CV23, comunque i quadristi rimanevano peraltro tutta la giornata lavorativa in sala quadri e in ogni caso le concentrazioni medie misurate negli anni dal 1987 in poi oscillano tra 0,01 e 0,25. Questi dati sono riportati nella relazione Foraboschi. Passiamo al caso di Fornaron Bruno, trattato dall’avvocato Salzer. Si tratta di un tumore al laringe, nessuna considerazione è stata svolta sulla causalità individuale. Sulla causalità generale per i tumori alla laringe abbiamo già detto e si rinvia ai rilievi del professor Stella. Precisiamo solo che secondo l’avvocato Manderino gli studi che vanno considerati non sono quelli di mortalità ma quelli di morbilità. L’avvocato Manderino, nel richiamare questo concetto, dimentica di parlare del rapporto Ward 2000, che compie un’analisi di incidenza di morbilità, non di mortalità, cioè anche di incidenza, su 12.706 soggetti della coorte europea, è lo studio più grosso di quelli di incidenza, enormemente più grosso di quelli richiamati dall’avvocato di Parte Civile, e questo studio non riscontra alcun eccesso: 14 osservati contro 14 attesi per il tumore al laringe. Per quanto riguarda l’esposizione di Fornaron Bruno, Fornaron Bruno, che ha questo tumore non correlabile, non è esposto. Dall’84 in poi risulta aver svolto attività di gruista, carropontista, addetto allo scarico navi nel reparto DIS, che peraltro era dipendente da Montedipe fino al ‘90. La Parte Civile non ha spiegato perché lo consideri esposto. Passiamo al caso di Bolzonella Carlo, un epatocarcinoma con cirrosi. Nessuna considerazione è svolta sul nesso di condizionamento con la causalità individuale e, pertanto, riguardo alla causalità generale rinvio ai rilievi del professor Stella sulla non correlabilità dell’epatocarcinoma all’esposizione a CVM. Il caso di Bolzonella Carlo è un caso di un lavoratore assunto nel ‘74, ha svolto varie mansioni e poi dall’81 è andato a lavorare al reparto CV5–15, secondo il consulente dell’Accusa Bartolucci addetto all’insacco e alla pulizie delle linee. Questo dato è richiamato nella scheda del Pubblico Ministero. L’Accusa però non dice dove tragga questo dato. Non sono riportati i dati della Guardia di Finanza e l’Accusa non sa dire cosa insaccasse, se granuli, se polveri, perché Bolzonella non è considerato insaccatore né da Comba né da Mastrangelo, che sono i due consulenti dell’Accusa che hanno svolto gli studi sugli insaccatori. Per di più il CV5 è stato chiuso nel ‘77. Nell’87-88 funzionavano le linee buss e bambury erano state ridotte, nell’88 funzionavano solo quattro linee buss, due linee bambury e la linea per l’omogeneizzazione delle polveri. In ogni caso per Mastrangelo, per questo tipo di mansioni il periodo eziologicamente rilevante sarebbe fino al 1975. Dal 1976 in poi nessun dato di analisi supera il limite di 3 ppm per quanto riguarda il reparto CV5-15. Passiamo al caso di Zorzetto Romeo, avvocato Bonaccorso, udienza del 29 settembre, è una neoplasia polmonare, fumava un pacchetto di sigarette al giorno. Nessuna considerazione sulla causalità individuale e nesso di condizionamento. Per quello che riguarda la causalità generale si rinvia ai rilievi del professor Stella, in particolare la non correlabilità dei tumori al polmone con l’esposizione a CVM per i casi di non insaccatori. Per quello che riguarda l’esposizione di questo lavoratore, è compreso nella relazione Mastrangelo, quindi lo stesso esperto dell’Accusa, Mastrangelo, considera il periodo eziologicamente rilevante fino al 1975. E’ compreso come codice 21 della tabella Mastrangelo. Nel periodo successivo al 1987 è manutentore all’Isola Nord, è compreso nel registro degli esposti e l’esposizione cumulativa per il periodo di gestione Enichem, per tutti gli anni di gestione Enichem è di 0,15 ppm. L’avvocato Bonaccorso, forse ignorando che era compreso nel registro degli esposti, richiama una lettera del ‘79 e poi le matrici utilizzate dagli esperti Comba e Pirastu dicendo: vedete, nelle matrici i manutentori sono considerati esposti. L’avvocato Bonaccorso dimentica di precisare quali sono le stime di esposizioni contenute in queste matrici per quelle mansioni ed in questo periodo, inferiori a 5 ppm, e questo valore è fortemente cautelativo, perché gli stessi autori delle matrici precisano, nella pubblicazione dello studio, che alla metà degli Anni Settanta sono state adottate misure di controllo più efficaci che hanno portato all’esposizione a livelli solitamente inferiori ad 1 ppm. Questo è lo studio di Pirastu del ‘91, valori inferiori ad 1 ppm confermati in questo caso dalla gestione degli esposti, 0,15 ppm cumulativi per tutto il periodo di gestione Enichem. L’avvocato Bonaccorso richiama anche delle testimonianze, ne richiama molte. Non possono riferirsi al periodo di gestione Enichem i testi Vizza, Berto e Manziega, che hanno cessato la loro attività rispettivamente nell’81, nell’86 e nel ‘75. Non sono riferiti ai reparti CV6 e CV24, presso i quali prestava la sua attività lo Zorzetto, i testi Castellini, che è stato trasferito al CV22-23 nel ’71, Zagagnin, che è stato trasferito al reparto PA3 nell’85, Toffano, che è stato trasferito al reparto cianuri nel ‘78. Restano le dichiarazioni di due testimoni: Condotta Natale e Ceolin Primo. Condotta e Ceolin sostengono entrambi il mancato allontanamento e il mancato utilizzo dei mezzi di protezione in occasione delle fughe. Le dichiarazioni di questi due soli testi sono smentite da tre testimoni di cui si è già parlato, che sono Gasparini Danilo... Voglio dire anche la carriera lavorativa di questi testimoni: Gasparini Danilo dal ‘67 in poi ha lavorato al Petrolchimico e al CV6, prima come autoclavista, poi come capoturno, assistente di turno, assistente di giornata, fino a che è andato in pensione come assistente di sicurezza ambientale al reparto CV24. Cosa dichiara il teste Gasparini? Si sta parlando del comportamento tenuto in occasione delle anomalie: "il personale ovviamente veniva allontanato se ci dovesse essere presente in quel punto, questa sicuramente era la prima cosa da fare e si procedeva, quindi, alla messa in sicurezza di quella anomalia. Ovviamente, mi ero dimenticato di dire, non esce l’assistente di turno così tanto per uscire, si prende i suoi mezzi di protezione e va sul posto", "quali mezzi di protezione?", "l’autorespiratore, altrimenti la maschera con il filtro per vapori organici era prevista ed era in dotazione a tutto il personale". Un altro testimone, Rossetti Renato, dal ‘71 al CV6 come servizio tecnico e poi dal 1984 come capo reparto. Dall’88 al ‘92 caporeparto al CV24, quindi testimone su tutti e due i reparti in cui ha lavorato lo Zorzetto, ecco cosa dichiara: "cosa succede nei casi di anomalia?", "opera sul posto l’operatore esterno con la maschera facciale, le maschere per i vapori organici, se non addirittura abbia usato l’autoprotettore, e generalmente, in casi come questo, non è escluso, anzi sicuramente è così. Poi c’è l’assistente di turno con i mezzi adeguati, e stanno lì sicuramente anche per non fare avvicinare nessuno che casualmente non aveva recepito, o magari un esterno stesso, che gli sarebbe stato impedito di avvicinarsi a quella zona". Un’altra testimonianza ancora, il teste Corò Dino, un semplice operatore al CV6 dal ‘64 all’88 e poi al CV24 fino al ‘93, ecco cosa dichiara il teste Corò Dino: "Quando suonava la sirena dell’allarme cosa succedeva materialmente, che cosa si faceva?", "si doveva andare fuori ed allontanarsi", "anche se eravate fuori dall’autoclave?", "noi addetti al CV24 venivamo fuori dall’autoclave e ci allontanavamo, mentre gli altri facevano le operazioni di pronto intervento", "gli altri stavano lì?", "a volte succedeva che dovevano restare", "si mettevano le maschere?", "sì, la maschera era d’obbligo, sempre a portata di mano, specialmente dall’80 in poi". C’è un ultimo documento che smentisce le dichiarazioni dei testi Ceolin e Condotta, ed è l’allegato A20 alla consulenza tecnica per il Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Ambiente, consulenza tecnica di Maccari, quindi un documento che è stato prodotto dall’avvocato dello Stato. In questo documento si parla di una fuga avvenuta nel 1989 ed è l’unico documento agli atti relativo ad una fuga nel periodo di gestione Enichem. Viene descritto cosa succede dopo questa fuga, dopo che viene segnalata con l’allarme questa fuga: "immediatamente tutto il personale non interessato alle manovre indossava il dispositivo di emergenza, si portava in strada in posizione sopra vento. Nel contempo il personale addetto alle manovre di emergenza, previo indossamento dell’autoprotettore, poneva in sicurezza le autoclavi come da manuale, mentre l’operatore Canton Luciano rimaneva in sala quadri centralizzata a presiedere l’impianto insaccamento perché non era interessato dall’emergenza". Passiamo al caso di Bertiato Gino, un tumore al polmone, anche qua nessuna considerazione sulla causalità individuale è stata svolta dall’avvocato di Parte Civile e, per quanto riguarda la causalità generale, si rinvia ai rilievi del professor Stella sulla non correlabilità del tumore al polmone con l’esposizione a CVM, in particolare in questo caso in un insaccatore delle cooperative. Bertiato Gino dal 1952 al ‘62 ha lavorato presso varie imprese edili; dal ‘62 al ‘73 alla Carovana Caricatori e Scaricatori Marghera e dal 1974 alla Cooperativa Facchini Marghera. Successivamente al 1987, quindi, Cooperativa Facchini Marghera, che era una delle cooperative addette all’insacco, e poi verrà precisato durante le testimonianze che Bertiato Gino, secondo il teste Giacomello Ottavio, era uno degli insaccatori fissi al CV6, però non si dice da quando, quindi non sappiamo se abbia svolto esclusivamente la mansione di insaccatore ovvero no. Precisiamo poi che nel reparto CV6 non si insaccava più CVM. Questo lo devo dire perché l’avvocato Materazzi, che ha trattato il caso, parlava delle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa consistente nell’insaccare, nel mettere il CVM all’interno dei sacchi, udienza 29 settembre 2004. E nello stesso credo lapsus è caduto un altro avvocato di Parte Civile, l’avvocato Battain, udienza 22 settembre, che ha detto: "è abbastanza evidente che quelli che stavano ad insaccare il cloruro di vinile non potevano che darsi delle annusate di parte per milione di livelli addirittura incredibili". Allora vogliamo ribadire che il CVM è un gas e non si può insaccare; e che nel PVC il CVM residuo nel prodotto in emulsione era praticamente assente, e questo non lo dice solo la relazione Foraboschi-Foà, che sono consulenti della Difesa, ma questa circostanza è confermata da un teste, il teste Magri, che era responsabile del controllo di qualità del PVC dal ‘78 fino all’89, è stato sentito all’udienza 23 giugno 2000, e il teste Magri dichiara: "il CVM, per quanto riguarda l’emulsione, era un problema che praticamente non esisteva, perché dalle modalità di ottenimento del prodotto era pressoché impossibile che ci potesse essere il CVM residuo. Il CVM residuo nei capitolati risulta dichiarato inferiore ad una parte per milione, ma nei controlli spot siamo senz’altro bene al di sotto di quel livello"; quindi questa testimonianza conferma quello che è sostenuto nelle relazioni Fuà e Foraboschi, consulenti della Difesa. Passiamo ad un altro caso, Menozzi Franco, questo è un non insaccatore, un carcinoma polmonare insorto in una persona che fumava 30–50 sigarette al giorno. Nessuna considerazione è stata svolta sulla causalità individuale e nesso di condizionamento. Per quanto riguarda la causalità generale, si rinvia ancora ai rilievi del professor Stella. Per quanto riguarda l’esposizione, Menozzi Franco è stato elettricista fino dal 1961 presso il reparto SA5. Non è compreso nella relazione Mastrangelo. Per due anni nel periodo di gestione Enichem era manutentore all’isola florurati, quindi non esposto al CVM. Le dichiarazioni relative alle condizioni di esposizione rese da Dabbalà Silvano, che è l’unico teste espressamente richiamato dall’avvocato Materazzi, non possono riferirsi al periodo di gestione Enichem, perché Dabbalà Silvano ha cessato la sua attività presso il Petrolchimico nel 1971. Passiamo al caso di Terrin Ferruccio, trattato dall’avvocato Picotti. Il caso di Terrin Ferruccio è un caso di fenomeno di Rynaud diagnosticato nel 1995, quindi dopo vent’anni di silenzio sintomatologico, in una patologia che, sostengono tutti, si sviluppi con l’esposizione e poi regredisca appena l’esposizione cessi. Dopo vent’anni di silenzio sintomatologico Terrin, che è anche un forte fumatore, comincia a lamentare dei disturbi Raynaud/simili. Successivamente l’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova evidenzia una sindrome dello stretto toracico; come sappiamo, sia la sindrome dello stretto toracico, sia il fumo di sigaretta, sono delle spiegazioni alternative del fenomeno di Raynaud, tra le molte riconosciute al fenomeno di Raynaud, e sono anche tra le cause alternative riconosciute dalla sentenza, che quindi in linea generale, anche se non entra nel caso specifico, dichiara le ragioni di esclusione di questo caso: la presenza della sindrome dello stretto toracico. Quando tratta di questo caso, l’avvocato Picotti, che parla del caso, non spreca una parola per contestare questi fattori alternativi, non spreca una parola sul fatto che sulla genesi del fenomeno di Raynaud dicono all’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova può aver influito l’esposizione a CVM, non dice una sola parola neanche sul fatto che nel periodo successivo al 1987 Terrin Ferruccio, operatore esterno al CV22-23, e quindi compreso nel registro degli esposti, ha una esposizione cumulativa per tutti gli anni di gestione Enichem di 0,22 ppm, estremamente al di sotto della soglia di 3 ppm identificata dal Pubblico Ministero come soglia sotto la quale non si sviluppano effetti non cancerogeni. Nemmeno una parola su tutto questo e, dopo questo silenzio, commenta così il fatto che il Tribunale non abbia ritenuto sussistente il nesso causale: "una posizione che è emblematica dell’atteggiamento purtroppo del Tribunale, questa posizione viene ignorata", l’unica spiegazione per l’avvocato Picotti è che il 2 marzo 2001, data della sentenza, non era ancora prescritta. "Avrebbe rotto il bel quadro". L’avvocato Picotti è l’unico in quest’aula che attribuisce ai Giudici del Tribunale di Venezia che hanno pronunciato la sentenza di primo grado un’omissione dolosa di una posizione che viene ignorata perché non prescritta. Aggiungerò ancora una cosa: che il lavoratore Terrin Ferruccio ha fatto una deposizione in aula in cui parla di contatto diretto con la sostanza al CV22-23. Questa è una deposizione originale, non confermata da nessun’altra, ma anzi al contrario è smentita, c’è una testimonianza proprio relativa al CV22, resa dall’ingegner Bortolato, che ha deposto come teste ed è stato capo reparto al CV22 dal giugno 1983 all’85 e poi responsabile degli ingegneri tecnici di processo. E’ interessante per capire se c’era contatto diretto o no. L’ingegner Bortolato dichiara: "è un processo continuo, in quanto sia l’alimentazione delle materie che i prodotti finiti fuoriescono continuamente, c’è una alimentazione continua, una produzione continua, non ci sono interruzioni, non ci sono quindi aperture. E’ un ciclo chiuso in quanto tutte le sostanze, dalle materie prime ai prodotti finiti, sono sempre all’interno di apparecchiature, o di tubi, o di pompe, cioè in questo senso sono sempre dentro gli apparecchi dell’impianto". E poi viene interrogato su quali erano le mansioni proprio degli operatori esterni, come era Terrin Ferruccio. "Gli operatori d’impianto, gli esterni, come venivano chiamati comunemente, per la maggior parte del tempo lavoravano in sala quadri, stavano dentro nella sala quadri. Ogni due ore mediamente dovevano fare un giro nella loro zona". Terrin ha parlato di controlli, vediamo che controlli sono: "fare la verifica che l’impianto marciasse in maniera regolare, facendo dei controlli visivi sugli strumenti che indicavano pressione, temperatura e portate", e poi aggiunge: "rendersi conto se potevano esserci delle piccole perdite, se si potevano avere dei rumori un po’ diversi dalla normalità. Se riscontravano secondo loro delle anomalie, dovevano avvisare l’assistente di turno". Passo all’ultimo caso, Zaninello Silvio, portato dall’avvocato Zaffalon nell’udienza del 6 ottobre 2004, un caso di epatocarcinoma con cirrosi, anche qua nessuna considerazione sul nesso di condizionamento e causalità individuale. Per la causalità generale, la non correlabilità dell’epatocarcinoma all’esposizione a CVM, in particolare sull’esposizione a basse dosi richiamerei i rilievi del professor Stella. Ed ecco l’esposizione di Zaninello Silvio, un confronto tra le esposizioni precedenti al 1987, è stato autoclavista dal 1961 fino al ‘74 al CV6, CV23, CV14–16, poi dal 1974 analista al laboratorio di controllo. Nelle prime fasi della sua carriera è stato esposto anche a dosi superiori a 500 ppm. E’ compreso dall’esperto dell’Accusa, Martinez, nei tredici lavoratori in cui l’esposizione superava i 1.600 ppm/anni, e in questa relazione Martinez precisa che in tutti i pazienti la prossima esposizione si è verificata tra il 1952 e il ‘62 e l’esposizione a dosi di CVM superiori a 1.650 ha giocato un ruolo concausale con l’alcol. A cosa è stato esposto dopo il 1987? Fino al 1994 è stato analista al laboratorio di controllo. Come tale era compreso nel registro degli esposti, e l’esposizione cumulativa per tutti gli anni di gestione Enichem è stata di 0,16 ppm. Per completezza, nelle schede del Pubblico Ministero la durata di esposizione rilevante è considerata di 19 anni, quindi iniziandola al ‘61 è cessata prima del periodo di gestione Enichem. E con questo ho concluso sulle Parti Civili.

 

DIFESA – Avv. Simoni – Signor Presidente, rispetto al programma che era stato consegnato ci sono state delle variazioni. Domani mattina dovrebbero parlare il professor Fornari, il professor Zanchetti e Carboni, a seguire il professor Bettiol e l’avvocato Cesari, quindi domani il programma è questo. Il 3 novembre è previsto per l’intera giornata l’intervento dell’avvocato Santamaria, con una eventuale coda all’udienza del 4 novembre, e poi gli altri a seguire, con interventi molto più contenuti il professor Schlessinger, l’avvocato Mitone, l’avvocato Balducci, la professoressa Severino e il professor Dominioni. Signor Presidente, volevo dare atto che ovviamente mi riservo di consegnare una memoria completa con tutte le slide e i documenti che ho citato nel corso della mia discussione, non appena graficamente pronta. Grazie.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia all’udienza del 28 ottobre 2004, ore 09.00.

 

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