UDIENZA DEL 28 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 03 novembre 2004.

 

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

DIFESA – Avv. Fornari – Signor Presidente, comincio io, sono l’Avvocato Fornari, difendo il dottor Parrillo, che è imputato soltanto dei reati di cui al capo B. Dopo di me parleranno oggi l’Avvocato Zanchetti, gli Avvocati Cesari e Bettiol. Dunque, il mio intervento, che spero di contenere non oltre che le due ore, un’altra e mezza – due, riguarderà tre filoni di temi: il primo è la questione relativa all’esistenza di un obbligo di bonifica in capo a colui che subentra nel possesso, nella titolarità di un sito contaminato. Il mio intervento nella seconda parte riguarderà l’istituto della continuazione della cooperazione colposa e la questione della permanenza in atto, che è stata contestata nel processo di primo grado nella fine dell’anno 2000, mentre la terza parte riguarderà, dirò qualcosa anche per quanto riguarda il mio assistito, assistito che difendo insieme all’Avvocato Cesari, il dottor Giovanni Parrillo. Dunque, inizierei dalla questione che è stata più volte evocata anche durante la discussione sia dalla Procura Generale che dalle Parti Civili, dell’esistenza o meno di un obbligo di bonifica in capo all’acquirente del sito inquinato. La questione riguarda in particolare gli imputati Enichem, che qui come sappiamo hanno acquisito alcuni siti, alcuni terreni, che erano stati oggetto in precedenza, negli anni precedenti all’acquisto, di attività di discarica incontrollata. Ora, sulla questione ha già parlato in tema di fatto il professor Stella, ne parlano le memorie già depositate, quelle che saranno depositate, qui soltanto per richiamare il fatto che in ogni caso un’attività di messa in sicurezza e bonifica di questi terreni acquistati da Enichem è stata effettuata, quindi la questione potrebbe chiudersi per quanto ci riguarda con un richiamo al fatto e non solo è stata effettuata l’attività di bonifica, ma è stata effettuata, e questo è documentato, è documentato anche nelle relazioni del professor Francani, è stata effettuata a tempo di record, ci sono state delle attività che si sono svolte in particolare nel corso degli Anni Novanta e che hanno portato al ripristino ambientale dei terreni acquisiti. Sul punto però ovviamente non mi soffermo, perché è già stato trattato, mentre mi soffermo invece sulla questione prettamente giuridica dell’esistenza o meno di questo obbligo del subentrante nel possesso di terreni contaminati, i terreni di discarica. Per inquadrare un attimo la rilevanza che ha per noi la questione, vorrei dire che si tratta di una difesa estremamente arretrata, estremamente preliminare rispetto al merito, in quanto anche ove si concludesse – e vedremo che non è così – si concludesse nel senso che questo obbligo di bonifica esiste, ovviamente poi ci sarebbero ulteriori passaggi; evidentemente occorrerebbe poi verificare se le sostanze veicolate in falda possano aver effettivamente effettuato questa trasmigrazione orizzontale in laguna, che rilevanza ha avuto questa trasmigrazione orizzontale, che abbiamo visto nelle discussioni precedenti è assolutamente irrilevante, dopo di che dovremmo andare ancora a vedere se in seguito a questo passaggio di sostanze inquinanti, si è verificato effettivamente un disastro, e già abbiamo visto che il disastro, criterio di qualità alla mano, non si è verificato e poi se questo disastro eventualmente verificatosi è da imputare, è possibile imputarlo o meno a soggetti coinvolti in questo processo di Enichem e a quali. Quindi stiamo, sto parlando di cose estremamente preliminari rispetto diciamo al merito ultimo delle questioni, però l’accusa sia pubblica che privata ne ha parlato e quindi, nell’ottica di una risposta completa, è il caso di dire qualcosa sulla questione. Nei motivi d’appello del Pubblico Ministero c’è stato il ricorso ad un’interpretazione molto estensiva, molto particolare dell’Art. 25 del D.P.R. 915/82 relativo alla gestione di discarica abusiva. Dicono i motivi d’appello, dice il Pubblico Ministero che anche il mero mantenimento consapevole della discarica, anche l’inerzia consapevole, rappresenta una forma di gestione, lo dice nei motivi, nella parte relativa al capo ambientale e a supporto di questa interpretazione che direi scardina decisamente la portata letterale dell’Art. 25, viene evocata dal Pubblico Ministero, come fonte dell’obbligo, come fonte ispiratore dell’obbligo, la funzione sociale della proprietà, che già questo effettivamente orienta, già la vaghezza di questo riferimento orienta sull’attendibilità di questa interpretazione. Oltretutto, questa interpretazione proposta dall’accusa nei motivi d’appello è sconfessata in maniera palese, in maniera diretta, da una sentenza molto nota delle Sezioni Unite del 1994, la sentenza Zaccarelli, che parla un linguaggio opposto a quello del Pubblico Ministero nei motivi. Solo per citare brevemente alcune affermazioni fondamentali della sentenza Zaccarelli, la definizione di discarica senza autorizzazione presuppone l’apprestamento di un’area per raccogliere rifiuti, consiste nell’attivazione di un’organizzazione, articolata o rudimentale non importa, di persone, cose e macchine dirette al funzionamento della discarica. Il reato è permanente, permanente per tutto il tempo in cui l’organizzazione – cioè qualcosa di attivo, di fattuale – è presente e attiva. La conseguenza è che è estraneo al reato chi sia subentrato e si ritrovi l’area con i rifiuti ammassativi da quelli che in precedenza ivi aveva gestito la discarica. Conclude la sentenza Zaccarelli, Sezioni Unite: "All’attuale detentore non è fatto alcun obbligo di controagire, e cioè di intervenire per la rimozione dei rifiuti dal terreno entrato nella sua disponibilità". Insomma, dicono le Sezioni Unite, se un nuovo proprietario trova il loco dei rifiuti scaricati da altri e non pone in essere alcuna condotta attiva, non può essere ritenuto responsabile della contravvenzione di cui all’Art. 25 D.P.R. 915. Nei motivi d’appello il Pubblico Ministero evoca una sorta di ribellione della giurisprudenza successiva alla sentenza Zaccarelli rispetto alla conclusione di quest’ultima, cioè dice il Pubblico Ministero manca l’avvallo a questa soluzione della giurisprudenza successiva. A dire il vero, questa affermazione è assolutamente non vera, nel senso che non soltanto le Sezioni Unite hanno ripreso peraltro una linea interpretativa già proposta in precedenza, ma anche la giurisprudenza successiva che si è occupata dell’interpretazione dell’Art. 25 e quindi su questa presunta possibilità di utilizzare il termine gestione anche per il mantenimento consapevole dei rifiuti, questa giurisprudenza ha confermato, ha confermato in maniera continua, spesso in termini addirittura letterali, quello che ha detto la sentenza Zaccarelli. Io potrei citare alcune sentenze, che poi verranno prodotte in seguito, ad esempio la Cassazione 17 novembre 1995 nella causa (Insin), la sentenza (Gangemi) del 1995. Sono tutte sentenze in cui si ripete sul carattere permanente del reato di discarica abusiva, ma una permanenza che cessa quando cessa una condotta attiva. Quindi non rientra nel concetto di gestione il mantenimento dei rifiuti. Su questo, ripeto, la giurisprudenza di legittimità ma anche di merito è assolutamente concorde, salvo qualche commento che vedremo fra un attimo di alcune di queste sentenze. Anche la dottrina non ha manifestato alcuna avversione nei confronti di questa interpretazione ed io ricordo un articolo di Paone che diceva che questa sentenza sul tema di discarica abusiva costituisce un punto fermo nel diritto penale dei rifiuti. Le sentenze che cita il Pubblico Ministero come contrarie all’orientamento delle Sezioni Unite sembrano essere due: la sentenza Zagni del 1994 e la sentenza Vasco del 1997. Ora, a parte che la sentenza Zagni, cioè la prima di queste due sentenze citate, è stata pronunciata prima del deposito della sentenza delle Sezioni Unite, quindi qualunque cosa dica non è in ogni caso una ribellione consapevole ad un indirizzo e comunque la portata di questa sentenza è molto più modesta di quello che fa apparire il Pubblico Ministero nei suoi motivi d’appello. Non si muove infatti sul piano del concetto di gestione della discarica abusiva, di cui non propone assolutamente una ricostruzione estensiva, ma si limita ad evocare una questione diversa da quella della posizione dell’acquirente che non ha gestito la discarica, cioè evoca la questione se sia configurabile o meno un concorso omissivo da parte del proprietario dell’area nell’altrui attività di gestione attiva, finché però la gestione attiva è in corso, cioè il proprietario e il gestore si muovono contemporaneamente, il proprietario fa qualcosa di collaborativo rispetto all’attività di gestione, allora in questo caso evidentemente si può configurare astrattamente un concorso del proprietario col gestore. Lo stesso dicasi per l’altra sentenza citata nei motivi, la sentenza Vasco del 1997, anche questa la produrrò in seguito. La sentenza Vasco riprende, riprende in termini letterali la portata della sentenza Zaccarelli e contiene un rilievo estremamente limitato rispetto alla soluzione della sentenza Zaccarelli, che è stato colto anche nella sentenza impugnata dalla sentenza del Tribunale di Venezia. La sentenza Vasco esprime una critica verso la sentenza delle Sezioni Unite, opinando che essa renderebbe ondivago il termine di cessazione della permanenza, ma lo fa semplicemente perché siccome la sentenza Zaccarelli fissa come possibile momento di chiusura della permanenza un’ordinanza del sindaco di rimozione dei rifiuti e siccome questa circostanza è puramente eventuale, questo secondo l’estensore della sentenza Vasco configurerebbe una qualche imprecisione della soluzione delle Sezioni Unite. Ma, ripeto, per quanto riguarda la fattispecie concreta che viene in considerazione, è sia nella sentenza Zagni che nella sentenza Vasco diversa da quella dell’ipotesi che dobbiamo prendere in considerazione. Non si parlava in queste sentenze di proprietario subentrante, ma di gestione e proprietà contemporanee, coeve. In effetti nei motivi d’appello il Pubblico Ministero utilizza un altro argomento e cerca di fondare l’obbligo di garanzia gravante sul proprietario su una norma specifica del D.P.R. 915, cioè sull’Art. 16. La questione qua dell’imputazione è quella – lo ricordiamo – di disastro mediamente omissione, almeno per alcuni degli imputati; reato di omissione vuole dire che ci deve essere stata la violazione di un qualche obbligo di garanzia. Dov’è l’obbligo di garanzia? Dove ci sarebbe stata una violazione di leggi che abbia causato l’inquinamento o l’aggravamento dell’inquinamento? Viene appunto ravvisata questa violazione dell’Art. 16 D.P.R. 915, che sappiamo è una norma che riguarda la fase della gestione di discarica successiva alla chiusura, cioè la cosiddetta gestione post mortem. Effettivamente è vero, l’Art. 16 si preoccupa, e direi si preoccupa giustamente e legittimamente, che le autorizzazioni alla gestione di discarica contengano anche delle prescrizioni relative alla fase successiva alla gestione effettiva, operativa, organizzata della discarica e questo avviene appunto nell’Art. 16. Secondo il Pubblico Ministero questa norma avrebbe una portata più generale, nel senso si fa una sorta di ragionamento a forzieri, cioè dice il dottor Casson, mi sembra di capire che così dica: se è tenuto a svolgere attività chiamiamola post mortem rispetto alla discarica il gestore autorizzato, se quindi si parla di discarica autorizzata e nella discarica autorizzata è prescrizione necessaria quella inerente al prevenire il percolamento del rifiuto in falda, per concretizzare, a maggior ragione – dice il dottor Casson – questo obbligo deve esistere anche per chi subentri nel possesso di una discarica incontrollata e si trovi appunto dei rifiuti che rimangono lì in sito e che possono provocare dei pericoli per la falda e richiama nei motivi d’appello anche il punto 4.2 del Decreto Interministeriale del 1984, che riguarda l’obbligo, da imporre in sede autorizzativa, di mantenere i sistemi di drenaggio e di captazione del percolato per quanto riguarda i rifiuti speciali, anche dopo la chiusura della discarica. Ora la questione, questione prettamente e puramente giuridica, è: questo Art. 16 è effettivamente una norma che è in grado di fondare un obbligo a carico anche di colui che sia subentrato nel possesso della discarica, senza averla mai gestita, una discarica peraltro incontrollata da sempre e sarebbe veramente clamoroso se le Sezioni Unite che, si capisce dalla motivazione, conoscevano l’Art. 16 evidentemente, non avessero colto questo profilo, questo profilo che diventerebbe nell’ottica del Pubblico Ministero fondamentale? La risposta è ovviamente una risposta negativa, cioè la pretesa di fondare l’obbligo di bonifica, l’obbligo di messa in sicurezza e bonifica, diciamo l’obbligo di evitare l’inquinamento o l’aggravamento dell’inquinamento in capo al subentrante, da una norma che riguarda un soggetto diverso e una situazione diversa, cioè riguarda il gestore autorizzato, riguarda la discarica controllata, è una pretesa assolutamente inaccoglibile, perché? Perché sappiamo tutti che perché si parli di una posizione di garanzia vincolante, quindi un obbligo giuridico ex Art. 40 secondo comma e quindi rilevamento ai fini dell’obbligo di impedimento dell’evento, occorre che siamo di fronte ad una norma precisa, una norma specifica, una norma tassativa, che imponga ad un certo soggetto di effettuare un certo comportamento tendente ad evitare l’evento. Le norme che ho citato prima, in particolare l’Art. 16 del D.P.R. 915, sono dirette a regolare un ambito ben definito, riguardano la tipologia, l’estensione temporale degli obblighi inerenti alla gestione di una discarica autorizzata e sicuramente siamo d’accordo con il Pubblico Ministero sull’importanza di questa attività di gestione post mortem, però il problema è che un discorso è quello che prevede la norma all’Art. 16, altro discorso invece è vincolare a quegli stessi obblighi chi sia subentrato nella proprietà dei terreni occupati da una discarica non sottoposta a controllo e senza averla mai gestita, cioè utilizzare quella norma, l’Art. 16 per fondare una posizione di garanzia costituirebbe – e mi sembra una cosa estremamente evidente – una violazione enorme, clamorosa del principio di legalità; una norma tributiva dell’obbligo dovrebbe riguardare quella specifica situazione. Stiamo parlando di reati, stiamo parlando quindi di necessaria tassatività della fattispecie e non un’altra situazione. Ben diversa è la differenza fra gestione autorizzata oltretutto e mera proprietà di un bene. Quindi non esiste, non esiste una norma giuridica che preveda espressamente che chi acquista un sito inquinato da altri debba provvedere alla relativa bonifica e, se non esiste espressamente, questo non può essere un obbligo di garanzia, una posizione di garanzia rilevante per il diritto penale, in cui domina un principio di legalità; né ovviamente l’obbligo giuridico rilevante, ai sensi dell’Art. 40 secondo comma, può essere desunto dallo spirito di altre norme. Si può sostenere, si potrebbe sostenere, ma vediamo che non è neppure sostenibile questo alla luce della normativa successiva, si potrebbe sostenere che siamo di fronte ad una lacuna nella normativa in tema di prevenzione di inquinamento da rifiuti ed effettivamente è vero, non tutti gli imprenditori fanno come Enichem, che ha sostenuto delle spese ingenti pur bonificare, senza averne l’obbligo; ma si tratterebbe comunque per l’appunto di una lacuna, una lacuna che evidentemente non può essere colmata con un procedimento analogico del tipo di quello che ha proposto nei motivi d’appello il dottor Casson. La verità è che chi acquistava consapevolmente o meno negli anni a cui si riferisce il Capo 2 ambientale un sito contaminato, non trovava scritto da nessuna parte che lo doveva bonificare, quindi, se non l’ha fatto, evidentemente non può risponderne, tanto meno penalmente, altrimenti violiamo il principio di legalità. Non esiste la norma attributiva dell’obbligo, né evidentemente la si può costruire interpretativamente, con un’interpretazione che oltretutto è palesemente un’interpretazione di tipo analogico. Con queste premesse, quindi, va respinto anche un altro tentativo fatto dal Pubblico Ministero nei motivi d’appello, che è quello di trarre argomenti dall’obbligo, relativi a questo presunto obbligo di bonifica, dall’Art. 4 della Direttiva Comunitaria numero 442 del 1975. L’Art. 4 prevede una norma meramente programmatica: "Gli Stati Membri devono adottare le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati, smaltiti senza il pericolo per la salute e senza usare metodi che potrebbero recare pregiudizio all’acqua e all’aria", classica norma programmatica, estremamente ampia. In particolare, il Pubblico Ministero cerca di trarre argomenti favorevoli alla sua tesi da una giurisprudenza della Corte di Giustizia, la sentenza del 1999 pubblicata sul Foro Italiano del 2000. La questione è quella relativa al torrente San Rocco nei pressi di Napoli, che era un sito estremamente contaminato dallo scarico continuativo di materiali biologici e chimici provenienti da strutture ospedaliere. In sede di ricorso, la Commissione aveva osservato che le autorità italiane, perché il ricorso evidentemente non si effettua nei confronti di soggetti peculiari, ma nei confronti dello Stato, l’autorità italiana non avesse adottato tutte le misure necessarie per obbligare – attenzione – il gestore della discarica abusiva a consegnare il rifiuto al raccoglitore privato, cioè in sostanza la Commissione imputava allo Stato italiano di non avere impedito che questa enorme quantità di rifiuti nel largo del torrente San Rocco si accumulasse, dicendo che non ci sono stati provvedimenti né amministrativi né legislativi che abbiano impedito questa situazione. Ma questa sentenza non c’entra assolutamente nulla con il nostro problema, perché a parte la impossibilità di trarre degli argomenti interpretativi da una sentenza della Corte di Giustizia in un caso di questo genere, che valuta il caso rispetto alla rispondenza e ai principi di Diritto Europeo, principi consacrati in una direttiva estremamente generica, se si legge la motivazione – e anche questa sentenza verrà prodotta – non si trova nessun riferimento utile per la questione di cui sto parlando, cioè della questione dell’obbligo di bonifica del proprietario subentrante, cioè si parla, il soggetto protagonista di questo accumulo di rifiuti è il gestore e detentore dei rifiuti stessi, che non ha provveduto ad uno smaltimento soddisfacente di questi rifiuti. Ma non c’è una questione di subentro di un altro soggetto rispetto ad un gestore precedente. No, anche in questo caso abbiamo una coesistenza del ruolo di gestore e detentore nella stessa persona. La sentenza riguarda un caso diverso da quello del presunto obbligo di bonifica. Rimane da vedere, e mi avvio alla conclusione su questo punto, rimane da vedere se questo obbligo di messa in sicurezza, bonifica di siti contaminati, non possa per caso essere individuato in altre norme e la sentenza, la sentenza del Tribunale di Venezia, si diffonde molto nella ricerca, setaccia direi tutta la normativa ambientale alla ricerca di una qualche norma che possa fondare un obbligo di garanzia di questo tipo, ma non lo trova, nonostante lo sforzo fatto, che occupa, che si esprime in alcune pagine di sentenza, la fonte dell’obbligo di garanzia proprio non viene trovata; non viene trovata in norme che prevedono dei divieti inerenti la salvaguardia ambientale, sulla falsariga dell’Art. 25 D.P.R. 915, quindi in particolare la normativa per gli interventi per la salvaguardia di Venezia, la Legge 366 del 1963 ed altre, sono tutte citate nella sentenza abbondantemente, le pagine sono le pagine 553 e seguenti, anche qui dice il Tribunale di Venezia si ritorna comunque ad una questione simile a quella che avevo esposto all’inizio sull’interpretazione del concetto di gestione. Il concetto di gestione non può essere esteso fino al punto di farvi rientrare il mantenimento dei rifiuti, neppure possono essere fonti di obblighi di garanzia altre norme che contengono delle mere enunciazioni di principio, tipo l’Art. 1 della Legge 171 del 1973 sulla salvaguardia di Venezia, per cui la Repubblica preserva l’ambiente dall’inquinamento atmosferico e delle acque. È chiaro, qui manca la specificità minima per potersi parlare di una posizione di garanzia. Oppure norme che, al contrario, prevedono la possibilità che degli obblighi di intervento, di rimozione, messa in sicurezza e bonifica possano essere imposti in maniera specifica, puntuale, da provvedimenti individuali nella pubblica autorità. Anzi, il fatto che ci siano norme di questo genere, che prevedano un obbligo di provvedere sulla base di una prescrizione individuale, dimostrano che evidentemente non c’è una norma generale astratta che consenta di fondare l’obbligo di garanzia, perché è chiaro che dovrebbe esserci questo carattere di generalità dell’obbligo. Così come, e non mi dilungo su questo, il Tribunale sottolinea che non si rilevano altre norme, in particolare la disciplina transitoria della legge sulla protezione delle acque sotterranee. C’è tutto un ragionamento molto articolato che fa il Tribunale di Venezia, rimando evidentemente per questo alla sentenza, anche perché tutti i riferimenti a queste normative chiamiamole minori sono stati abbandonati nei motivi d’appello; non si parla più di queste, né tanto meno se ne è parlato in discussione. Un elemento importante sempre sulla esistenza o meno di quest’obbligo di provvedere in capo al proprietario a messa in sicurezza e bonifica dei siti inquinati, ci viene dalla normativa più recente, cioè dalla normativa del Decreto Ronchi del 1997 e dal Decreto Ministeriale, il 471/99, che si occupano, in particolare il Decreto Ministeriale si occupa specificamente della messa in sicurezza, della bonifica e del ripristino delle aree inquinate. Qui si parla, effettivamente nell’Art. 17 si parla, per la prima volta nell’ordinamento italiano, parlo del Decreto Ronchi, della materia degli obblighi di bonifica e di ripristino ambientale nel caso in cui siano superati, sappiamo, certi limiti di accettabilità della contaminazione. Questo (ius super venies) che risale al 1997 è evidentemente irrilevante per le nostre posizioni, ma ha però un significato indiretto, significato indiretto perché ci dice molto sull’evoluzione dell’ordinamento sul problema della bonifica dei siti e ci dice molto il fatto che neppure il Decreto Ronchi del 1997 prevede degli obblighi di bonifica a carico del proprietario in quanto tale, evidentemente, cioè al di fuori dell’ipotesi di concorso nel fatto di inquinamento imputabile ad altri. Ora, se neppure il Decreto Ronchi, e vediamo fra un attimo qui nello specifico il punto, dice nulla sull’obbligo del proprietario in quanto tale, in quanto proprietario, di provvedere a bonifica, allora possiamo cominciare a dire che il Pubblico Ministero non aveva ragione neanche quando parlava di una lacuna nella normativa precedente, perché questa lacuna viene riconfermata allora nel Decreto del 1997; evidentemente si tratta di una lacuna intenzionale, per cui c’è e ci deve essere alla base di questa scelta di non prevedere obblighi specifici del proprietario in questo settore una valutazione legislativa ben precisa. La sentenza impugnata si è occupata, si è occupata di interpretare, di valutare il Decreto Ronchi del 1997 in rapporto alle prescrizioni più specifiche del Decreto 471 e l’ha fatto facendo riferimento in particolare ad una norma, l’Art. 8 del Decreto 471, che riguarda, parla effettivamente del proprietario del sito. Ma vediamo in che contesto ne parla. L’Art. 8 riguarda il caso, l’ipotesi in cui il Comune, ricevuta la comunicazione di cui al comma 1, cioè da parte di soggetti preposti al controllo sull’inquinamento, il Comune diffida il responsabile dell’inquinamento ad adottare i necessari interventi di messa in sicurezza, di emergenza, bonifica etc. L’ordinanza di cui al comma 2, cioè la diffida del Comune nei confronti del responsabile dell’inquinamento, cioè del soggetto a cui è addebitabile eventualmente la conseguenza dannosa, quest’ordinanza è comunque notificata anche al proprietario del sito, dice il terzo comma dell’Art. 8, ai sensi e per gli effetti dell’Art. 17 commi 10 e 11. Quali sono i sensi e gli effetti dell’Art. 17 commi 10 e 11 del Decreto Ronchi del 1997? Sono esclusivamente l’imposizione di oneri reali sulle aree contaminate che diventano oggetto di bonifica. Il riferimento ai commi 10 e 11 dell’Art. 17 e non invece al comma 2 dell’Art. 17 del Ronchi, che prevede che è tenuto a procedere agli interventi di bonifica chi cagiona il superamento dei limiti di accettabilità, è molto indicativo nel senso che la posizione di proprietario, una volta che riceve la notifica da parte del Comune, riceve la notifica della diffida da parte del Comune, riguarda esclusivamente la posizione degli oneri reali, non riguarda invece gli obblighi di bonifica; gli obblighi di bonifica spettano, nel sistema del Decreto Ronchi e dell’Art. 8 del Decreto Ministeriale 471, esclusivamente al responsabile dell’inquinamento, il che evidentemente non esclude che anche il proprietario possa rispondere, possa essere destinatario di questi obblighi nel momento in cui però ha concorso, ha cooperato nell’inquinamento. Siamo quindi al di fuori dell’ipotesi di un subentro di chi non abbia minimamente in passato collaborato nella gestione della discarica e su questo punto la sentenza del Tribunale di Venezia è estremamente chiara e, oltretutto, nota il Tribunale di Venezia che persino in materia di abbandono, nella più limitata diciamo materia dell’abbandono di cui parla l’Art. 14 dal Decreto 22/97, viene posto a carico del soggetto responsabile l’obbligo di provvedere alla rimozione, al recupero e al ripristino dello stato dei luoghi e solo se il fatto sia obiettivamente imputabile, nel senso di dolo o colpa, anche al proprietario, anche il proprietario può essere coinvolto nell’obbligo dalla rimozione, dell’avvio al recupero, etc. Ne deriva, dice il Tribunale, che il proprietario di un’area non può essere destinatario di ordinanza di rimozione o ripristino, neppure in relazione ai fatti di semplice abbandono, se alla situazione di fatto così qualificata non abbia recato qualche apporto. Vorrei richiamare qual è a questo punto la conclusione del Tribunale, che è una conclusione a cui si arriva dopo molte pagine di motivazione molto serrata: "Ne deriva che mentre in caso di cooperazione colposa la determinazione del superamento dei valori limiti, sul proprietario del sito gravano gli obblighi di bonifica previsti dall’Art. 17, rimane escluso che un obbligo generale di bonifica di un sito contaminato da terzi, antecessori a quella data, possa gravare incondizionatamente in capo a chi sia succeduto nella titolarità dello stesso, anche – dice il Tribunale – alla stregua della nuova disciplina". Richiamo semplicemente due, qualche sentenza pure emessa in vigenza del Decreto Ronchi, che confermano questo orientamento del Tribunale di Venezia. La sentenza del 1997, del 02/07/1997, è poi una sentenza molto interessante, pure citata dal Tribunale di Venezia, Cassazione 28 aprile 2000, Cassazione Penale del 2002, che con riferimento all’Art. 51 bis del Decreto Ronchi ha stabilito che "la norma non è applicabile a chi riveste la qualità di proprietario senza avere posto in essere alcuna condotta incidente sul pericolo di inquinamento del sito". Quindi l’inesistenza dell’obbligo di garanzia permane addirittura anche, a carico del proprietario, permane anche dopo l’emanazione del Decreto Ronchi e del decreto attuativo 471. Tutto questo significa, per concludere questo capitolo, che tutta l’attività di messa in sicurezza delle discariche divenute di proprietà di Enichem, è stata svolta da questa società in assenza di qualsivoglia obbligo giuridico. Passo alla seconda parte della discussione, che riguarda alcuni istituti che sono stati utilizzati dall’accusa pubblica e privata per, diciamo così, cementare le varie imputazioni: sono la cooperazione colposa, la continuazione e poi cercherò di dire qualcosa anche sulla questione della permanenza in atto di questo mutamento del capo di imputazione avvenuto alla fine del 2000. Su questa questione già la difesa Enichem aveva prodotto una memoria prima dell’inizio del processo d’appello, nel novembre 2003, il 14 novembre 2003, al quale faccio ovviamente largo rinvio e faccio presente che questa memoria riguardava anche la questione della prescrizione e, in particolare, riguardava, riguarda la... costituiva una risposta a quelle tesi che poi sono state ribadite dall’Avvocato Zaffalon in tema di momento consumativo di reato di disastro, disastro progressivo etc. Non le ripeto, rifaccio rimando a questo, perché in effetti nella discussione non sono stati portati argomenti ulteriori ai quali non avessimo già risposto ed anche perché la questione riguarda esclusivamente il Capo 1 del capo di imputazione, al quale il mio assistito dottor Parrillo è estraneo. Invece è il caso di dire, visto che se ne è parlato in discussione e se ne è parlato in maniera un po’ diversa a seconda dei soggetti dell’accusa che hanno evocato le questioni, parlo appunto degli altri argomenti trattati in questa memoria. È chiaro, due parole per scoprire la rilevanza di questi istituti. Le imputazioni riguardano trent’anni di gestione di un complesso industriale enorme, una gestione che ha visto succedersi società appartenenti a diversi gruppi; ci sono una trentina di imputati, imputazioni varie che si spiegano lungo due capi di imputazione e il rischio evidentemente è quello, rischio che non è stato sventato dall’accusa, è quello poi di una polverizzazione dei contributi a questi reati, alla difficoltà, all’impossibilità di individuare gli effettivi apporti individuali. Si trattava quindi di individuare dei collanti, delle norme, degli istituti che tenessero insieme questo enorme materiale e i collanti si sono sviluppati in due direzioni: orizzontalmente diciamo si è ipotizzata un’immane cooperazione colposa tra trenta persone nell’arco di una trentina d’anni, che consentisse quindi a chiunque di rispondere del fatto di chiunque altro, in due parole, e in senso diciamo invece verticale, cioè nel senso dello sviluppo nel tempo delle imputazioni, questo compito, il compito di cementarle, è stato affidato all’istituto della continuazione; una continuazione che poi, tramite quella acrobatica unificazione del disastro avvenuta in extremis nel processo di primo grado, continuazione che poi va a cogliere sia i reati del Capo 1 sia i reati del Capo 2. Comunque sul punto poi tornerò rapidamente in seguito. Chiaro, evidente, solare e anche ricociuto qual è l’obiettivo del richiamo alla continuazione e alla permanenza, l’obiettivo è quello di spostare il più possibile in avanti il termine di consumazione dei reati e quindi il termine di inizio della prescrizione. Tutte le molte considerazioni proposte anche nei motivi d’appello su questi istituti sono da ritenersi infondati; sono infondate in quanto costituiscono generalmente una forzatura assolutamente inaccettabile dei confini normalmente riconosciuti da una giurisprudenza spesso scontatissima a questi istituti. La cosa è chiara già nella cooperazione colposa. Qui cerco di intrattenermi veramente pochissimo. Perché mi intrattengo poco? Perché in sostanza abbiamo sentito tutti nella requisitoria della Procura Generale la cooperazione colposa è stata sostanzialmente abbandonata, perché? Perché ci si è resi conto ad un certo punto che non era possibile continuare a sostenere un’accusa per cui trenta persone nell’arco di trent’anni avrebbero avuto, come vuole la giurisprudenza assolutamente unanime e scontata, avrebbero avuto reciproca consapevolezza non soltanto di chi è intervenuto dopo rispetto a quello che aveva fatto e agli effetti di quello fatto da chi aveva agito prima nel Petrolchimico, ma anche la consapevolezza di chi avesse agito negli Anni Settanta di quello che sarebbe stato fatto nel 2000. Questo è assolutamente assurdo, è assurdo e il Tribunale, che pure ha avuto un atteggiamento diciamo molto attendista, molto paziente su questa costruzione, il Tribunale ad un certo punto intanto dice: ma, va bene, ipotizzate la cooperazione colposa, ma come fate a provarla, come fate a dimostrare che c’è stata questa consapevolezza di ognuno su quello che faceva ognuno degli altri imputati, a distanza di decenni magari? Nei motivi d’appello il Pubblico Ministero ovviamente non può ignorare questi ovvi rilievi della sentenza e quindi propone una ricostruzione un po’ semplificata dell’istituto della cooperazione colposa; prima però deve evidentemente liberarsi di questo macigno che è costituito dalla giurisprudenza, che richiede, ripeto, unanimemente, la consapevolezza reciproca tra i contributi degli imputati. Per fare questo, il Pubblico Ministero cerca di convincerci che la sentenza delle Sezioni Unite, anche qui c’è una sentenza delle Sezioni Unite, che però riguardava questioni processuali, non è che fosse in qualche modo non scontato il problema, le Sezioni Unite erano intervenute ad altri propositi in quanto Sezioni Unite. Ci vuole convincere il Pubblico Ministero che questa sentenza (Loparco) che ho citato solo apparentemente avrebbe ribadito l’orientamento dominante; in realtà la sentenza Loparco svalutava i requisiti della cooperazione colposa. Sarebbe stato il redattore della massima della sentenza a non capire che questa sentenza in realtà segnava, dice il Pubblico Ministero, una rottura rispetto alla giurisprudenza precedente. Quindi si trova un facile capo espiatorio, il redattore della massima, e gli si dice: non ha capito niente lui, andiamoci a leggere la sentenza. In effetti abbiamo letto la sentenza, la motivazione, ma abbiamo visto che questa motivazione della sentenza Loparco, Sezioni Unite, parla, parla espressamente, non solo la massima ma proprio la motivazione parla di reciproca consapevolezza. "La cooperazione di delitto colposo – dicono le Sezioni Unite – come più volte affermato dalla Corte, si verifica quando più persone pongono in essere una data autonoma condotta nella reciproca consapevolezza di contribuire all’azione od omissione altrui, che sfocia nella produzione dell’evento non voluto". Quindi assolutamente anche nella motivazione il requisito della consapevolezza reciproca viene come al solito confermato. Ma torniamo alla lettura alternativa che propone il Pubblico Ministero nel momento in cui non ritiene necessaria la consapevolezza reciproca. Dice il dottor Casson: è sufficiente, conformemente ai requisiti della colpa, la prevedibilità della condotta altrui concorrente con la propria, cioè si sostituisce alla consapevolezza, cioè ad un atteggiamento mentale effettivo, reale, si sostituisce la prevedibilità, cioè un atteggiamento meramente astratto, ipotetico. Quindi sembra di capire, per effetto di questo mutamento del concetto di cooperazione colposa, che per quanto riguarda gli imputati Enichem, che sarebbero quelli consapevoli, occorrerebbe si dia per scontato che la loro gestione degli impianti del Petrolchimico si sarebbe innestata su azioni ed omissioni pregresse, risalanti a molti anni prima, di cui ognuno di questi imputati sarebbe stato consapevole. Inoltre ogni imputato, quelli prima, i cosiddetti antecessori, avrebbe dovuto prefigurarsi in quest’ottica l’inerzia di tutti coloro che operavano e avrebbero operato contestualmente e dopo di lui. Ora, possiamo anche supporre che la Cassazione abbia sempre sbagliato ad interpretare l’Art. 113, cioè abbia preso delle cantonate continue quando ha chiesto il requisito della consapevolezza reciproca, ma il compito probatorio del Pubblico Ministero rimane comunque immane, comunque rimane non adempiuto in questo processo. Da dove è stata desunta per ognuno degli imputati, attenzione, la necessaria consapevolezza delle inadempienze e dei danni addebitabili agli antecessori e quale potrebbe essere la base logica e conoscitiva di un giudizio di prevedibilità in capo agli antecessori proiettato sull’ignoto? Perché qui si deve ipotizzare che chi agiva nei primi Anni Settanta avrebbe previsto, avrebbe comunque dovuto prevedere che trent’anni dopo esponenti di un altro gruppo industriale avrebbero continuato a violare la legge. È chiaro che siamo di fronte a delle prove impossibili, a prove assolutamente non ottenibili in questo processo e comunque neanche cercate da parte dell’accusa, che si è limitata a contestare una colpa con previsione, ma la consapevolezza non è mai stata resa concreta come realtà procussualmente verificata. Sulla continuazione, anche sulla continuazione ci sono delle affermazioni estremamente ardite da parte dell’accusa. Attenzione, questi sono degli istituti fondamentali per l’accusa. Se non c’è cooperazione, se non c’è continuazione, tutto crolla e quindi bisogna in qualche modo salvarla questa continuazione; salvarla nonostante che la sentenza abbia – cito pagina 494 – abbia, nel solco assolutamente scontato della giurisprudenza precedente, abbia chiuso totalmente la porta alla possibilità di continuazione fra reati dolosi e anche fra reati colposi e reati dolosi. Nei motivi d’appello invece sappiamo, si è parlato di continuazione anche da parte di qualcuna delle Parti Civili, qualcosa ha accennato anche l’Avvocato Picotti, per esempio, nei motivi d’appello si dice: no, la continuazione può essere, può esistere anche per reati colposi, perché? Perché quello che conta ai fini della continuazione non è tanto il reato, il reato inteso quindi come comprensivo dell’evento riguardo alle imputazioni che ci interessano, ma rileva l’azione o l’omissione. Quindi nulla impedisce che un imprenditore persegua un disegno criminoso di minimizzazione dei costi e massimizzazione dei profitti, ponendo in essere delle condizioni pericolose dalle quali poi possono scaturire anche degli eventi tipici. È chiaro che però questa ricostruzione del Pubblico Ministero, che si improvvisa finalista, richiama (Mensel), (Caufman), quindi fa delle citazioni ormai insomma un po’ desuete quanto meno nelle aule di giustizia, ma non solo, il Pubblico Ministero si improvvisa finalista, ma anche in questo caso non coglie assolutamente la natura del reato continuato, quindi l’impossibilità di utilizzare questa figura per i reati colposi, perché? Perché la pretesa di eliminare l’evento che è quello che qualifica la gravità di un reato, evidentemente, dalla considerazione di un istituto che è diretto a fissare il trattamento sanzionatorio sul quale l’evento influisce in maniera assolutamente primaria, è una pretesa assolutamente inaccettabile, è una pretesa che la giurisprudenza ha sempre negato. Nessuno può negare che la funzione del reato continuato sia quella di determinare il trattamento sanzionatorio, ma come si può pensare che nell’accertamento dell’unità del disegno criminoso non rilevi l’evento, cioè quello che segna la quantità del trattamento sanzionatorio per i singoli reati? È chiaro, questo lo dice, lo dicono tutti, lo dice tutta la giurisprudenza quanto meno, sul punto tornerò tra un attimo, che la continuazione può esistere solo tra reati dolosi, posto che la mancanza dell’evento che caratterizza tutti i reati colposi è incompatibile con la presenza di un disegno criminoso unitario e in effetti la giurisprudenza ha sempre detto questo, a cominciare dalla Corte Costituzionale. Un’ordinanza del 1997, la numero 186, anche questa verrà prodotta, ha negato l’ipotizzabilità di un’identità di disegno criminoso nei reati colposi. Il Pubblico Ministero cerca di svalutare la rilevanza di questa ordinanza dicendo: sì, però è una ordinanza di manifesta infondatezza. È vero, è una ordinanza di manifesta infondatezza, è motivata succintamente, ma è motivata succintamente anche perché la questione probabilmente non meritava una motivazione particolarmente diffusa. Dice la Consulta: non è ipotizzabile, in materia di reati colposi, l’identità di un disegno criminoso che costituisce l’elemento unificatore delle singole violazioni e che quindi giustifica l’applicabilità del cumulo giuridico. In giurisprudenza, la giurisprudenza di merito e di legittimità, questo fa parte di un indirizzo assolutamente univoco. I motivi d’appello richiamano, ed io mi soffermo brevemente solo su queste, due sentenze di Cassazione, la sentenza Avena e poi la sentenza Sicchiero. La sentenza Avena è una sentenza che riguarda la continuazione tra reati colposi ed è chiarissima nel dire, cito anche qui, che "il reato continuato sul piano soggettivo non è costituito solo dall’elemento intellettivo ma anche dall’elemento volitivo" e quindi prosegue poi la sentenza dicendo: "La prima caratteristica che ai fini del processo qui interessa è esclusa – cioè la caratteristica della votilività dell’elemento – è esclusa nei reati in cui manchi l’elemento dell’intenzionalità e quindi nei reati colposi, non in quelli in cui la colpa è considerata solo agli effetti sanzionatori, cosiddetta colpa impropria". Quindi qui c’è, nella sentenza Avena, c’è sul piano di principio una negazione della possibilità di ipotizzare continuazione tra reati colposi, c’è un obiter dictum in cui si dice che quando la colpa è impropria, cioè l’ipotesi ad esempio dell’Art. 586, allora si può ipotizzare teoricamente; ma è un l’obiter dictum, non c’entra nulla con il resto della sentenza, che riguardava un concorso tra furto aggravato e detenzione di stupefacenti. Lo stesso discorso vale nel rapporto tra atti dolosi e colposi ai fini della continuazione. Dice il Pubblico Ministero: attenzione, qui non si pone una questione di rapporti tra reati colposi, ma tra un reato doloso, cioè quello ex Art. 437, e altri reati colposi. A parte che, va bene, la questione non riguarda il mio assistito, ma giusto per dire, perché il dottor Parrillo risponde solo del Capo B, ma giusto per completezza faccio presente che anche rispetto alla continuazione tra reati colposi e dolosi, il problema dell’incompatibilità del disegno criminoso unitario rispetto a reati in cui almeno qualcuno di quelli che entrano in continuazione presentano un evento non voluto, si pone in termini esattamente identici al rapporto tra reati colposi. Anche qui c’è, a proposito della questione, c’è un riferimento ad un’altra sentenza, la sentenza Sicchiero, Cassazione del 1985; anche qui c’è un obiter dictum che segue un riconoscimento iniziale della necessità della volontà dell’evento, un obiter dictum in cui la sentenza Sicchiero dice: ma anche nell’ipotesi in cui ci sia previsione dell’evento, ci potrebbe essere continuazione. Ma a parte che è incompatibile, è intrinsecamente incompatibile dire "ci vuole, occorre l’elemento volitivo" e poi dire "possono rientrare i reati colposi a colpa cosciente". Anche i reati colposi a colpa cosciente in effetti non richiedono una volontà dell’evento, ma in ogni caso si tratta pure nella sentenza Sicchiero di una questione che non c’entra nulla con le cose di cui si parla in questo processo, perché qui riguardava la continuazione tra lo spaccio di stupefacenti e la morte dell’assuntore, quindi Art. 586; non era una questione di quelle che interesserebbero il Pubblico Ministero, non si parlava di imprenditori finalistici che omettono determinate cautele e causano degli eventi. No, si tratta di sentenze che non possono assolutamente portare acqua al mulino dell’accusa. Sorvolo la questione della continuazione della dottrina, che è assolutamente, almeno per una larghissima maggioranza, orientata nel senso della incompatibilità della continuazione tra reati colposi, a parte effettivamente qualche manuale in cui si ipotizza questa possibilità, ma se andiamo a vederci le opere come quelle di (Zagarebeschi) diciamo più complete in tema di reato continuato, non c’è nessun dubbio sull’impossibilità di utilizzare questa figura per i reati colposi, opinione condivisa da Leoni, Romani e tantissimi altri. Passo alla questione della permanenza in atto, la questione a quella modifica del capo di imputazione, del Capo B di imputazione, del 13 dicembre 2000, sulla quale è bene fare un po’ di ordine iniziale, anche se come il discorso della cooperazione colposa anche quello della permanenza, poi vedremo, è stato sostanzialmente abbandonato durante la discussione in questo appello. Il secondo capo di imputazione riguarda la contestazione di una serie di delitti: avvelenamento, adulterazione e disastro. All’interno del secondo capo di imputazione sono presenti numerosi riferimenti normativi che evocano, alcuni di loro, delle fattispecie di tipo contravvenzionale, per esempio in tema di tutela delle acque. Ad alcuna di queste indicazioni normative che non contengono praticamente mai una descrizione specifica di condotte corrispondenti alle contravvenzioni, c’è qualche minimo riferimento a condotte sempre peraltro in forma non circostanziata, senza un’indicazione temporale. Il Capo B appare abbastanza evidentemente, è sempre apparso in questo processo abbastanza chiaramente, come un capo che evoca responsabilità per delitti in cui la violazione di leggi, necessaria per integrare la colpa, è costituita dalle violazioni di certe norme, alcune delle quali dotate di una sanzione delle norme di tipo contravvenzionale. Originariamente, ma anche tuttora, il riferimento temporale per i reati di cui al Capo B è fino all’autunno del 1995, il che precludeva evidentemente ogni possibile rilievo autonomo dell’ipotesi contravvenzionale, perché se le ipotesi contravvenzionali si sono esaurite alla fine, nell’autunno del 1995, è chiaro che si sono prescritte durante l’anno 2000. All’udienza del 13 dicembre 2000 il Pubblico Ministero chiede al Tribunale di integrare il Capo 2 di imputazione con una ulteriore elencazione di norme violate che il Pubblico Ministero definiva come contestazione di colpa specifica, quindi una nuova indicazione di profili di colpa. Emergeva quindi con chiarezza che questa aggiunta "permanenza in atto dopo fino all’autunno del 1995" non si riferiva alle contravvenzioni, che in quel momento erano prescritte, perché c’è un termine di prescrizione ben preciso delle contravvenzioni, bensì si riferiva ad una irrilevante peraltro permanenza dei loro effetti o, in alternativa, un inquadramento dei delitti contestati come delitti permanenti. Sul punto abbiamo anche l’interpretazione autentica del Pubblico Ministero, che diceva in sede di replica che la fattispecie di disastro è stata contestata in questo processo con permanenza, il disastro quindi, con permanenza fino al dicembre 2000, vedi la contestazione del 13 dicembre 2000 e la questione sembrava evidentemente finita lì. È stato contestato un reato permanente, se la vedrà e se l’è vista effettivamente il Tribunale, a fare le sue valutazioni. In appello il Pubblico Ministero abbandona la figura del disastro permanente, dice che il Tribunale non aveva evidentemente ben capito il senso del cambio nel capo di imputazione e dice che in realtà egli, il Pubblico Ministero, voleva riferirsi agli effetti dei delitti e alle contravvenzioni in materia ambientale contestata ed evidenziava appunto che la consumazione delle contravvenzioni sarebbe stata in corso anche alla data del 13 dicembre 2000. Cosa stava dietro questa rivisitazione del Pubblico Ministero, della sua stessa richiesta di modifica del capo di imputazione? Stava la presa di coscienza dell’impossibilità di fare ricorso alla figura del disastro permanente e stava il tentativo di recuperare quanto meno le contestazioni delle contravvenzionali, in realtà mai coltivate in maniera determinata durante il processo. Ora, questo tentativo però è un tentativo che assolutamente non è accoglibile, non solo e non tanto perché difforme dalla precedente interpretazione autentica del Pubblico Ministero, che aveva detto: no, qui contesto un disastro permanente, ma perché non è compatibile la tecnica di contestazione utilizzata all’udienza del 13 dicembre 2000 con l’ipotesi di evocare delle fattispecie nuove. Infatti la contestazione, qui veramente due parole, perché poi comunque sono questioni su cui torneremo nel testo scritto, la contestazione fatta a norma dell’Art. 517 del Codice di Procedura Penale, che riguarda la contestazione di fatti ulteriori a quelli del capo di imputazione. Se il Pubblico Ministero avesse invece voluto fare una contestazione di fatti diversi – ed evidentemente una permanenza che viene spostata in avanti di cinque anni configura una diversità del fatto già contestato – se il Pubblico Ministero avesse contestato invece dei fatti diversi, avrebbe fatto la contestazione non ai sensi dell’Art. 517, ma ai sensi dell’Art. 516. Quindi abbiamo un ulteriore elemento che evidentemente dimostra oggettivamente, a prescindere anche da quella che può essere poi l’intenzione diciamo del Pubblico Ministero storico, diciamo così, dimostra obiettivamente che questa era una contestazione relativa a dei fatti ulteriori tutt’al più, perché 517 vuol dire fatti ulteriori, distinti, rispetto a quelli già confessati; peraltro rimasti indistinguibili, ma non importa, quello era evidentemente l’intenzione del Pubblico Ministero. Oltretutto c’è un’altra questione, su cui mi soffermo molto ma molto rapidamente, cioè in termini generali se il Pubblico Ministero possa effettivamente utilizzare, o meglio strumentalizzare l’istituto delle nuove contestazioni per, diciamo così, risuscitare a proprio piacimento dei reati prescritti. Qui siamo alla fine del 2000, ho contestato, dico di aver contestato delle contravvenzioni consumate, esaurite nell’autunno del 1995, sono prescritte evidentemente, perché sono passati più di quattro anni e mezzo dal momento di cessazione della consumazione delle contravvenzioni al momento della nuova contestazione. La questione è: può un Pubblico Ministero far rivivere queste contravvenzioni ai fini di uno spostamento dei termini di prescrizione contestando un’aggravante, un’aggravante o contestando delle caratteristiche diverse del fatto, cosa che non è successa, ma poniamoci comunque la questione. La giurisprudenza sul punto ha dato delle risposte, ha dato delle risposte ovviamente direi negative e l’ha fatto quando doveva stabilire se a fronte di un’imputazione descritta nel decreto di citazione per un reato prescrittosi nel corso del dibattimento, la contestazione in udienza della recidiva poteva, ai sensi appunto dell’Art. 517, rilevare o meno ai fini dell’allungamento dei termini della prescrizione, cioè doveva decidere la Cassazione, e l’ha deciso in queste due sentenze, se può essere o meno configurato un potere dell’accusa di influire tramite contestazione suppletiva sul termine di prescrizione di un reato che, alla stregua dell’imputazione originaria, risulti oramai prescritto. Cosa ha risposto la Cassazione? Già l’ho anticipato, ha risposto evidentemente di no. La Cassazione, univocamente, ritiene che l’accusa non ha questo potere di far rivivere tramite contestazioni nuove un reato prescritto e dice la Cassazione una cosa ovvia: ritenere diversamente significherebbe non tenere conto della natura costitutiva della contestazione dell’accusa quale espressione della volontà punitiva dello Stato. La conclusione qual è, anche pur superfluamente alla stregua di questa giurisprudenza di Cassazione? Tutti gli – attenzione – ipotetici reati suscettibili di rientrare nelle figure contravvenzionali del Capo 2 originario devono ritenersi prescritti, in quanto si sono esauriti, istantanei o permanenti che fossero, prima dell’autunno del 1995 e quindi erano già prescritti quando il Pubblico Ministero ha fatto questa contestazione. Ripeto, senza entrare nel merito neppure del fatto che queste sono condotte, queste norme contravvenzionali non sono neanche descritte nel capo di imputazione, quindi proprio riesce impossibile anche identificarle eventualmente, ipoteticamente, come contestazioni. Cosa succede nel processo d’appello rispetto all’utilizzazione di questi strumenti di cui ho parlato finora? Nel processo d’appello, abbiamo sentito, si è parlato ancora, si è parlato poco, si è parlato di continuazione, l’hanno fatto peraltro solo le Parti Civili, Avvocato Picotti e Avvocato Zaffalon, anche loro si sono appellati a queste sentenze Avena e Sicchiero, che abbiamo visto non danno nessuna indicazione utile all’accusa e hanno fatto, hanno proposto il solito esempio dell’imprenditore che risparmia sui sistemi di sicurezza etc., quindi non è stato detto sostanzialmente nulla di nuovo. Riguardo alla cooperazione colposa, la Procura Generale, abbiamo sentito, riguardo parlo sempre del capo ambientale ovviamente, ha parlato molto poco e ne ha parlato solo per prendere le distanze dalle affermazioni del Pubblico Ministero. Vorrei citare il dottor Bruni, la memoria dottor Bruni del 6 luglio 2004, quando ha detto che la cooperazione tra più persone nel delitto colposo si caratterizza sotto il profilo soggettivo per la reciproca consapevolezza, per cui si può al massimo configurare tra persone coeve, contemporanee tra di loro e quindi la costruzione della cooperazione colposa è stata sostanzialmente abbandonata, in maniera opportuna direi. Sulla permanenza in atto, il dottor Bruni ha negato ogni significato, nella sua memoria citata, alla correzione del capo di imputazione del 13 dicembre. "La permanenza in atto – dice il dottor Bruni, cito – sarebbe nulla più che una precisazioni relativa all’attualità delle conseguenze, quindi degli effetti disastrosi delle condotte colpose contestate agli imputati, quindi non un disastro permanente, non contravvenzioni, ma semplicemente un richiamo agli effetti, ai presunti effetti permanenti dei reati ipotizzati". Abbiamo visto che questa ricostruzione non è fedele alla finalità effettiva della modifica del 13 dicembre 2000, ma comunque in ogni caso il rilievo della contestazione della permanenza in atto viene completamente vanificato durante questo processo d’appello. Parlando di disastro, si proponeva però a quel punto un problema, un problema enorme per l’accusa, con particolare riferimento appunto al disastro di cui al Capo B, ripeto, l’unico di cui dovrebbe rispondere il dottor Parrini. Come riferire l’evento di danno, che abbiamo visto essere inesistente, per carità, ma parliamo in astratto, e il connesso pericolo per la pubblica incolumità al contributo attivo e/o omissivo degli imputati, un contributo protrattosi per una trentina d’anni? Cioè qui abbiamo un evento, perché il dottor Bruni dissente dall’opinione del collega della Procura del Tribunale anche sul fatto che non occorre il danno alle cose nel disastro; il dottor Bruni dice che il danno alle cose nel disastro occorre eccome, mentre nei motivi d’appello si parlava di un evento di mero pericolo. Quindi un altro punto di dissidio all’interno dell’accusa, ma rimaniamo alla prospettazione del dottor Bruni. Qui questo evento, per quanto descritto in maniera generica, inaccettabile, ne ha parlato ampiamente il professor Stella nelle udienze precedenti, questo evento descritto come inquinamento, occorreva in qualche modo collegarlo al contributo degli imputati e, venuti meno cooperazione colposa e permanenza, è chiaro che il problema si ingigantiva. Ora qui non vorrei soffermarmi sul modo con cui l’accusa durante il processo ha utilizzato la fattispecie di disastro, anche perché abbiamo visto che sul piano fattuale il disastro non esiste e quindi andare a ripercorrere adesso tutte queste figure al disastro permanente, progressivo, il disastro senza danno, senza pericolo, sarebbe sicuramente una perdita di tempo, perché per l’appunto abbiamo visto che il disastro non esiste perché non c’è il danno alle cose, abbiamo visto la conformità della qualità dei sedimenti ai criteri internazionalmente riconosciuti, l’abbiamo visto nella discussione del professor Stella; abbiamo visto che non esiste il pericolo per la pubblica incolumità, perché il pericolo per la pubblica incolumità nel disastro non può che coincidere con quello dell’avvelenamento e adulterazione; esclusi quelli viene meno automaticamente un pericolo per la pubblica incolumità riguardante il disastro; evidentemente ovviamente non esiste neanche il danno alle persone, pure evocato da una delle Parti Civili, l’Avvocato Zaffalon, come elemento costitutivo del disastro, altro punto di scarsa chiarezza nell’impostazione di base dell’accusa pubblica e privata. Su questi punti però ci sono delle memorie, ci sono delle discussioni precedenti, quindi rinvio senz’altro a questo. Mentre volevo, per chiudere questa parte generale, per poi parlare molto brevemente del dottor Parrillo, vedere come la Procura Generale ha cercato di sopperire a questi collanti – continuazione e permanenza – ai fini dell’imputazione del disastro. Il dottor Bruni nella sua memoria del 6 luglio ha ammesso, in difformità dei motivi d’appello, che nel disastro l’evento di danno ci vuole, ma ha proposto una nozione molto mutevole, cangiante di evento disastroso, che ha identificato molto genericamente con l’inquinamento, ma un inquinamento in continua evoluzione, che costituisce il frutto di molteplici contributi accumulatisi e stratificatisi nel tempo, tutti rilevanti secondo il dottor Bruni a prescindere dalla loro caratura, dal loro peso effettivo, dal peso specifico rispetto all’evento. Nel disastro, e questo è il punto centrale credo della ricostruzione del dottor Bruni, non è necessaria la realizzazione contestuale, potendo il disastro prendere corpo nel tempo in virtù dell’accumularsi di singoli eventi non qualificabili per se stessi come disastrosi, cioè un disastro per alcuni. Prosegue il dottor Bruni che, quindi, la data del 13 dicembre 2000 sarebbe semplicemente quella in cui si è fissata la conformazione di un danno a cose, cioè l’inquinamento genericamente inteso della falda, delle acque di canale, di sedimenti etc., cui avrebbero colposamente contribuito in vari tempi e modi e con diversi gradi di consapevolezza tutti gli imputati, secondo un meccanismo accumulo in cui è rilevante ricercare il livello di incidenza. In questa ricostruzione del disastro, la Procura Generale ritiene di trovare un qualche conforto nella sentenza del Tribunale di Venezia, laddove questa ha riconosciuto che "la rilevanza – cito la sentenza – dell’apporto del singolo imputato o di imputati agenti in epoca coeva, può essere pensata anche in termini di efficienza causale, avuto riguardo a condizioni di aggravamento di un evento di danno già prodottosi". Il Tribunale però aggiunge qualcosa evidentemente, aggiunge che deve essere il danno adeguato, cioè "il contributo deve essere adeguato – cito – alla gravità e alla complessità del danno alle cose e al dato di pericola per l’incolumità pubblica che il disastro porta con sé e che non può mancare". Quindi, in sostanza, la sentenza dice che si può contribuire evidentemente anche nel senso di un aggravamento di un disastro già avvenuto ma, attenzione, di un aggravamento – prosegue il Tribunale – che deve essere pesante, deve essere adeguato a pericolo per la pubblica incolumità, deve consentire un rinnovavo giudizio di pericolo per la pubblica incolumità, non basta evidentemente un contributo minimo, come invece sembra aver inteso il dottor Bruni laddove non distingue rispetto alla caratura del contributo. Cosa dire di questa ricostruzione che la Procura Generale ha proposto del disastro e dell’evento nel reato di disastro? Ripeto, ne parlo esclusivamente sotto il profilo giuridico. È chiaro che il disastro non sussiste, non soltanto non è addebitabile a nessuno degli imputati, non soltanto deriva l’inquinamento evocato dal dottor Bruni da contributi molto ma molto precedenti all’attività del Petrolchimico degli anni Settanta e seguenti, quindi questi qua sono profili che teniamo sullo sfondo, lo sappiamo, però merita un qualche commento la ricostruzione fatta e devo dire che, rimanendo quindi proprio sul piano esclusivo delle prospettazioni di diritto, tutti abbiamo avuto un moto di sorpresa quando abbiamo ascoltato il tentativo della Procura Generale di introdurre questa responsabilità per l’evento inquinamento in capo a ciascuno degli imputati, senza assolutamente provare programmaticamente a tarare il contributo del singolo imputato. Dice il dottor Bruni: tanto è sufficiente contribuire in questo inquinamento solidificatosi nel dicembre del 2000, perché quella è la data in cui è stata fatta la contestazione. La sorpresa nasceva dal fatto che tutti ci siamo chiesti: ma allora che senso ha avuto negli ultimi trenta, quarant’anni, predisporre una legislazione penale ambientale estremamente complessa, minuziosa, tesa a disciplinare i limiti di accettabilità dell’inquinamento connesso all’attività industriale, quando comunque esisteva la fattispecie del disastro? Se c’è una fattispecie che consente di punire in maniera oltre tutto consistente chiunque influisca sull’inquinamento con qualsiasi condotta, che bisogno c’era di scrivere la Legge Merli, di scrivere il D.P.R. 915 del 1982? Bastava il disastro, basta e avanza; con il disastro evidentemente si può fare tutto. Infatti è noto a tutti che la pretesa di tutelare l’ambiente tramite delle fattispecie di evento come il disastro si è sempre scontrata con una considerazione scontata, cioè l’impossibilità di misurare i contributi dei singoli rispetto a fattispecie caratterizzate da cosiddetti macroeventi come il disastro, almeno quando il degrado ambientale sia il frutto – come è evidentemente nel nostro caso – di attività seriali, che possono essere ricondotte ad una pluralità di imprese, i cui effetti oltretutto si sono accumulati a partire da tempi molto precedenti, quelli che interessano questo processo. Vorrei fare semplicemente qualche rapidissimo flash, mi avvio alla conclusione, sul dibattito che ha preceduto e accompagnato i momenti più importanti della legislazione penale ambientale, in cui è sempre stata presente questa preoccupazione, cioè di costruire una tutela penale dell’ambiente che prescindesse da reati di evento, perché i reati di evento hanno questo problema riconosciuto da tutti, che è estremamente difficile, se non impossibile, riconoscere e ricostruire i contributi rilevanti. Vorrei citare un articolo di Sgubbi dei primi Anni Settanta, quindi quando ancora non c’era neppure la Legge Merli, in cui l’autore prendeva in considerazione la possibilità di ricorrere, nei limiti di ricorribilità, alle fattispecie di parte speciale del Codice, come appunto l’avvelenamento, l’adulterazione e il danneggiamento. Non parla di disastro Sgubbi e questo è molto significativo, e vorrei proprio citare quello che dice questo autore, che evidentemente era preoccupato, come tutti lo sono ancora, tuttora, del degrado ambientale e si domandava cosa potesse offrire il diritto penale per fronteggiare la situazione. Dice Sgubbi: "La costruzione ad evento naturalistico, seppure di pericolo e non di danno delle fattispecie criminose in tema di inquinamenti, costituisce una scelta legislativa tralucentesi notoriamente in un ostacolo all’accertamento del reato alla sua imputazione. Cagiona un’assoluta incertezza – dice Sgubbi – in ordine all’individuazione sperimentale degli eventi tipici di avvelenamento, adulterazione e corrompimento, deterioramento, etc. e in ordine soprattutto alla ricerca della condotta alla quale attribuire causalmente l’accertamento esteriore accertato", cioè Sgubbi dice: abbiamo soltanto queste fattispecie di evento, delitti, delitti gravi, ma il problema è che la tutela è carente perché queste norme non le possiamo applicare, specialmente quando il degrado ambientale è molto accentuato ed è stratificato nel tempo. Vediamo cosa dice qualche anno dopo Pedrazzi. Quali fatti si puniscono, in tema ovviamente di tutela dell’ambiente? Verrebbe spontaneo rispondere: puniamo i fatti di inquinamento, puniamo gli inquinatori, ma questa soluzione – dice Pedrazzi – si presenta difficilmente praticabile; è un articolo del 1991 che ora è riprodotto negli scritti di Pedrazzi usciti l’anno scorso: "Un evento inquinamento – dice Pedrazzi – sfuggirebbe ad una definizione precisa – e l’abbiamo ben visto in questo processo – diventerebbe inoltre estremamente problematico rintracciare in concreto in esso un nesso di causalità tra la singola condotta di scarico, immissione o altro e il risultato globale in termini di inquinamento. Si tratterebbe di punire non il risultato in sé, ma il singolo contributo all’inquinamento, contributo peraltro – dice Pedrazzi – difficilmente accertabile in condizioni ambientali complesse. Si pensi alla differenza di scala che non di rado può riscontrarsi tra il fatto singolo e il deterioramento ambientale, spesso effetto di fenomeni cumulativi, specie nelle zone ad alta industrializzazione. È quindi inevitabile che la repressione penale si concentri sulla condotta anziché sui relativi risultati, spesso mal decifrabili nella pratica, tanto più che la disciplina penale dell’ambiente si è innestata in una situazione ambientale già gravemente compromessa, caratterizzata da fenomeni diffusi e massicci in inquinamento". Vediamo cosa dice un altro studioso di diritto penale dell’ambiente, Catenacci, che ha scritto una monografia nel 1996: "Sono i problemi connessi con l’accertamento del nesso causale a rendere improponibile – improponibile dice Catenacci, esperto di tutela dell’ambiente – una tutela dell’ambiente attraverso fattispecie di evento coincidente con l’inquinamento, per grave che possa essere, e a fare del ricorso a fattispecie di pericolo presunto una tecnica irrinunciabile del diritto penale dell’ambiente", opinione condivisa in un libro molto recente di Piero Gallini. Cosa dire? Che il legislatore nazionale ha recepito queste e molte altre indicazioni di questo genere e ha impostato, non a caso, la tutela dei valori ambientali sugli strumenti del diritto penale del comportamento, cioè del diritto penale della condotta, attiva od omissiva che sia ed è per questi motivi, per la sostanziale impossibilità di questi contesti di provare la causalità rispetto al danno, che i tentativi di introdurre nel sistema penale delle fattispecie di evento ambientale non hanno mai avuto successo, quindi è sorprendente che oggi invece si evochi una responsabilità per l’evento rispetto al disastro. In effetti qualche anno fa era stata progettata, in sede di uno dei tanti progetti di riforma del Codice Penale, quello di Pagliaro del 1991, l’introduzione del delitto di alterazione dell’ecosistema, che doveva consistere secondo i proponenti nel fatto di chi, effettuando scarichi od immissioni di sostanze o energie o emissioni di suoni e rumori in violazione dei limiti di accettabilità fissati secondo la legge, cioè in sostanza in due parole in violazione di legge e di regolamento, costituisce a determinare un’alterazione della composizione o dello stato fisico dell’ambiente. L’ipotesi di introdurre un reato di questo genere è stata accolta in maniera estremamente fredda e riprendiamo quello che dice Catenacci e lo ridice proprio in quel libro che ho citato prima, "Tutela penale dell’ambiente" del 1996 e vorrei leggere questa citazione perché sembra scritta proprio per questo processo. "L’alterazione dell’ecosistema è un evento molto grave, non solo ricollegabile al concorso di più fattori causali, ma anche assai differito nel tempo. Esso infatti, l’alterazione dell’ecosistema, almeno in genere è il punto finale di un processo degenerativo che può durare diversi anni, se non addirittura nei casi più gravi alcuni decenni, così che particolarmente difficile e complessa risulta la sua ricostruzione sotto il profilo causale una volta che si sia verificato. Nell’acclarare infatti se una certa condotta, ad esempio di superamento dei limiti, magari piuttosto lontana temporalmente dall’evento, abbia effettivamente contribuito al verificarsi dello stesso o se invece si sia semplicemente inserita in un processo di degrado ambientale già irreversibile, non fornendo quindi alcun contributo in senso stretto, l’interprete dovrà pur sempre porsi la fatidica domanda: ha quella condotta contribuito, inserendosi nel processo causale, a determinare l’evento, così che senza di esso lo stesso non si sarebbe verificato in quel momento, in quel luogo e in quelle dimensioni? Si parla di immediata evidenza l’inconveniente di fronte al quale, se venisse inserita una fattispecie tipo alterazione dell’ecosistema, l’interprete finirebbe col trovarsi, si troverebbe costretto a condurre un’indagine storica di portata e dimensioni temporali enormi, bisognosa fra l’altro di una quantità di dati che, visto lo sviluppo solo recente di strutture ed attrezzature di monitoraggio ambientale sul territorio, verrebbe probabilmente in gran parte a mancare". Qui in questo processo a dire il vero lo studio storico è stato fatto, ma ha dato dei risultati opposti a quelli desiderati nell’accusa, ne ha parlato il professor Stella la settimana scorsa. Torniamo a Catenacci: "Detto altrimenti, la previsione di un evento di danno quale elemento costitutivo del reato ambientale reintrodurrebbe nella fase di accertamento proprio quei problemi di probativo diabolica che la descrizione della condotta punibile in termini di mero contributo causale vorrebbe evitare", quindi una sconfessione totale di ogni tentativo di provare una responsabilità per reato ambientale tramite delle fattispecie di evento, come invece vorrebbe il Procuratore Generale con la sua ricostruzione del disastro. Direi che sul punto non c’è da aggiungere altro, se non rimarcare che per gli stessi motivi per cui non è accettabile – abbiamo visto – la situazione di Catenacci, non è accettabile un ricorso a fattispecie strutturate come questa solo progettata ma introdotta evidentemente alterazione dell’ecosistema, direi a maggior ragione non si può utilizzare o meglio manipolare una fattispecie molto più complessa come quella di disastro colposo, che non richiede soltanto la verifica di un evento materiale, il famoso danno alle cose, ma ne pretende anche una valutazione in chiave prognostica, nella prospettiva, che è una prospettiva certamente impegnativa dal punto di vista probatorio, e l’abbiamo visto, del pericolo per la pubblica incolumità, elemento rispetto al quale, come ha detto chiaramente la sentenza del Tribunale di Venezia andrebbe commisurata la consistenza dei contributi causali. Quindi la semplificazione, così possiamo definirla, del disastro ambientale che la Procura Generale ha tentato nella requisitoria per sopperire ai limiti della permanenza della cooperazione colposa e quindi per sostenere direi l’accusa nei confronti degli imputati Enichem, innanzitutto abbiamo visto sul piano del fatto non regge minimamente alle dure repliche delle evidenze processuali, l’assenza di danno all’ecosistema, la rilevanza che hanno avuto in decenni gli imbonimenti e le discariche incontrollate, la non apprezzabilità del trasferimento orizzontale dei contaminanti dalla falda alla laguna, il gradiente di contaminazione in diminuzione dalla prima alla seconda zona industriale, sono tutti macigni che si oppongono in termini generali alla possibilità di individuare la realizzazione del disastro, ma si rivela anche questo tentativo di semplificare il disastro ambientale come ha cercato di fare la Procura Generale nell’udienza e nella memoria del 6 luglio, si rileva completamente anacronistica nel momento in cui ignora, abbiamo visto, le profonde ragioni della scelta del nostro ordinamento penale in materia di tutela ambientale, che repelle il ricorso a fattispecie di evento. Tanto è vero, tanto è vero questo che ancora una volta su questo punto c’è stata una scissione all’interno dell’accusa. Abbiamo sentito l’Avvocato Picotti nella sua discussione orale, quando ha concluso per Medicina Democratica e (Alca), l’Avvocato Picotti ha proposto un intervento che sconfessa completamente queste tesi della Procura Generale sul disastro. Dice infatti, differenziandosi dal rappresentante della Procura Generale l’Avvocato Picotti: "È chiaro che non possiamo imputare macroeventi, fatti giganteschi, tutto l’inquinamento della laguna inteso come degrado ambientale, fisico e naturale, perché è difficile accertare la causalità, qual è la partecipazione, qual è la colpa", udienza del 6 luglio 2004, pagina 68. Quindi il difensore di Parte Civile segnala il problema che abbiamo visto, segnala il problema dell’impossibilità di ricondurre l’evento comunque ricostruito, lasciamo perdere, perché se ne è già parlato, come sia inaccettabile il riferimento all’inquinamento tout court, comunque rimane l’impossibilità di individuare contributi rilevanti a questo evento e lo segnala un Avvocato di Parte Civile, tanto è vero che nella fase successiva della sua discussione l’Avvocato Picotti cerca di individuare gli elementi del disastro in maniera completamente peraltro estemporanea, nella sistematicità dei superamenti dei dati tabellari, su cui si impernia il sistema di controllo e sicurezza, etc. etc. Dice questo qua sarebbe un fenomeno sistematico enorme di superamento dei limiti tabellari, abbiamo visto ieri che assolutamente non è così, comunque Picotti dice semplicemente: non andiamo a cercare eventi, perché non si possono trovare, non si può ricostruire il rapporto causale e quindi il disastro sta nell’enormità delle violazioni delle norme che regolano la condotta, cosa che evidentemente non è per nulla compatibile con l’assetto normativo giurisprudenziale del disastro, che è palesemente un reato di evento che richiede la dimostrazione di un danno alle cose. Io avrei ancora un quarto d’ora al massimo, se posso arrivare alla conclusione.

 

PRESIDENTE – Sì, direi di sì.

 

DIFESA – Avv. Fornari – Rilevata questa lacuna assolutamente fondamentale dell’accusa di disastro, vediamo allora di riprendere qualche indicazione della sentenza e vediamo come quindi tutti quei problemi segnalati in tanti punti della sentenza sull’assenza di individuazione dei contributi causali dei singoli imputati siano rimasti assolutamente inalterati nel corso del processo d’appello, cioè manca completamente, anche volendo stare nell’ottica prescelta dall’accusa, manca completamente ogni tentativo di individuare la datazione delle fasi dello sviluppo dell’accadimento disastroso, dell’evento disastroso e soltanto una datazione di questo genere avrebbe consentito di verificare l’impatto del contributo del singolo. Se invece, come in questo caso, manca completamente l’individuazione di quando il disastro, il supposto disastro, si sarebbe verificato, è chiaro che non avrebbe e non ha senso neanche andare a cercare i contributi causali. Noi non sappiamo rispetto a questo reato, che non è permanente, ce l’ha detto la Procura Generale, quindi evidentemente è istantaneo ed è istantaneo per tutti il disastro, non abbiamo una datazione minima dell’evento, cioè del momento in cui si fissa l’esistenza del disastro. Quand’è che si è verificato questo reato e quindi quando si è verificato il pericolo per la pubblica incolumità? Sono domande che richiedevano ineludibilmente delle risposte, non si è mai vista una causa successiva all’evento e quindi non è stato possibile, nel momento in cui non si è risposto a queste domande, selezionare gli apporti rilevanti dei singoli imputati. Chi fosse intervenuto in fatti a disastro avvenuto, cioè se noi avessimo individuato il momento consumativo – ovviamente con l’approssimazione del caso, è chiaro – del disastro, chi fosse intervenuto successivamente a questa data rimasta misteriosa con attività inquinanti successive, potrebbe, dice il Tribunale, rispondere di disastro, ma di un disastro diverso, di un disastro innestato sullo stesso inquinamento ma caratterizzato dal fatto di aggravarne gli effetti di pericolo per la pubblica incolumità, altrimenti viene meno evidentemente il nesso necessario secondo la sentenza impugnata tra danno alle cose e pericolo. La datazione quindi è assolutamente indispensabile. Il contributo dei successori può essere apprezzato, parlo sempre in teoria ovviamente, come disastroso, solo se l’aggravamento è misurabile rispetto ad uno stato iniziale, ad uno stato preesistente. Il problema è che l’indagine, problema per l’accusa, è che le indagini del Pubblico Ministero hanno sempre ignorato questo profilo; continua a mancare, anche in questa fase del processo, qualsiasi ricostruzione temporale dell’impatto dannoso delle condotte o delle omissioni degli imputati sul degrado della laguna e sul pericolo per la pubblica incolumità. Sotto questo aspetto non è cambiato nulla nel corso del processo d’appello, salvo un tentativo di specificare maggiormente, ma in termini estremamente generici, le singole posizioni personali per quanto riguarda i ruoli all’interno degli assetti societari, ma mai con un riferimento agli eventi che si sarebbero verificati durante questi periodi. Le parole, le parole spesso dure pronunciate dal Tribunale nella sentenza sull’assenza di selezione delle condotte, dei contributi rilevanti rispetto agli eventi contestati, rimangono assolutamente attuali ed io indubbiamente non voglio assolutamente citare queste parti della sentenza, per esempio pagina 489 e seguenti, dove il Tribunale giunge alla conclusione che la mancata individuazione dei contributi almeno aggravanti, aggravanti però in senso pericoloso del presunto, presuntissimo disastro, sono rimasti assolutamente non esplorati durante il processo, tanto che la conclusione è molto dura del Tribunale di Venezia, che dice: "La scelta massificante dell’accusa ha irrimediabilmente comportato una spersonalizzazione incompatibile con il principio costituzionale dell’Art. 27", non sotto l’aspetto del principio di colpevolezza, ma sotto la portata minima dell’Art. 27, cioè il divieto di responsabilità per fatti altrui. Qui si è cercato di far rispondere tutti di tutto. D’altra parte, per concludere, non è difficile individuare quali sono i veri motivi di questa ritrosia perdurante dell’accusa di precisare i tempi del disastro ambientale e consentire quindi la riferibilità ai singoli imputati. Nel processo di primo grado l’istruttoria dibattimentale ha rivelato, e l’hanno riconosciuto i testi e i consulenti dell’accusa, che la contaminazione dei canali industriali ha origini molteplici e lontane nel tempo e che le più imponenti immissioni inquinanti risalgono a ben prima degli Anni Settanta, quindi ben prima degli anni rilevanti in questo processo. Se disastro vi è stato, se ci fosse stato, e però abbiamo visto come hanno dimostrato gli studi sui criteri di qualità del professor (Vighi), il disastro non c’è stato, la sua consumazione sarebbe comunque avvenuta precedentemente all’entrata in scena degli imputati Enichem, ad opera quindi di altri soggetti e su questo punto non mi soffermo ovviamente, le risultanze processuali sono assolutamente imponenti e faccio riferimento alla discussione del professor Stella e alle memorie citate, evocate in quella discussione. Due parole, per concludere, sulla posizione personale del dottor Parrillo, di cui si è parlato, e peraltro non è l’unico imputato, si è parlato pochissimo, per nulla durante il processo; ne ha parlato molto poco il dottor Casson anche durante la requisitoria del 13 luglio 2004, oltretutto ne ha parlato anche con riferimento a problematiche che sono estranee al dottor Parrillo, che risponde soltanto dell’imputazione di cui al Capo 2 e in sostanza quello che viene rimproverato al dottor Garrillo è di essere rimasto inerte, di non aver fatto nulla etc. Ma chiediamoci però chi è il dottor Parrillo, come mai è stato inserito in questo processo? Si può suddividere molto schematicamente la carriera, ovviamente nelle fasi richiamate nel capo di imputazione, del dottor Parrillo in tre parti: c’è una prima fase molto breve in cui il dottor Parrillo è stato il Direttore Generale di Enimont, verso il 1989. In questo periodo il dottor Parrillo era il Direttore Generale risorse e rapporti esterni di una holding, peraltro, incarico esterno al Consiglio di amministrazione. È inutile dire che il dottor Parrillo è completamente estraneo agli accertamenti effettuati nel 1988 dall’American (Uprisal) sullo stato degli impianti; proprietà e gestione dei siti industriali erano di pertinenza di società figlie, di società operative, il dottor Parrillo invece faceva tutt’altro presso la holding, quindi non vi era nessuna competenza gestionale di nessun tipo che possa in qualche modo agganciare il dottor Parrillo agli eventi contestati nel Capo 2 di imputazione. Del tutto irrilevante è pure, con assoluta evidenza, la carica che il dottor Parrillo ha tenuto in Eni in alcuni mesi del 1990 come direttore del personale dell’organizzazione. Qui addirittura la lontananza del dottor Parrillo dalla gestione dei siti industriali se è possibile aumenta addirittura: si parla dalla holding del settore chimico alla holding dell’intero gruppo e sempre peraltro all’interno delle politiche del personale quindi siamo. L’altro periodo rilevante secondo il capo di imputazione è quello in cui il dottor Parrillo è stato amministratore delegato di Enichem, quando Enichem però, dal 1991 al 1993, non al 1994 come è scritto nel capo di imputazione, ma tutto questo è comunque documentato agli atti, quando Enichem era holding di partecipazione, quindi non era holding operativa. Quindi Parrillo è stato amministratore delegato di una holding di partecipazioni, come era precedentemente Enichem e Enimont. La trasformazione di Enichem in società operativa, in holding operativa avviene successivamente con l’atto di fusione del 9 luglio del 1993. Ora, anche con riferimento al periodo in cui il dottor Parrillo è stato amministratore delegato della holding di partecipazione, l’accusa va a colpire un soggetto del tutto estraneo ai fatti contestati. Abbiamo visto che non gli è stato contestato il Capo 1, quindi rimangono contestati, rimangono di teorico interesse del dottor Parrillo la maggior parte... cioè non sono di interesse la maggior parte dei fatti descritti in qualche modo nel Capo 2. Nelle conclusioni l’accusa non ha peraltro distinto, nel coacervo dei fatti del capo ambientale, la parte che costituisce oggetto di contestazione nei confronti del dottor Parrillo. La questione che emerge, che è stata evocata anche da alcune delle Parti Civili, anche nei motivi d’appello dell’Avvocato (Scatturin), non con particolare riferimento a Parrillo, ma comunque che può interessarlo, è la questione dell’esistenza o meno di una posizione di garanzia dell’amministratore, della società controllante qual era Enichem, oltre che tra l’altro di partecipazione, ma comunque controllante rispetto alle società operative, rispetto ai reati posti in essere da soggetti che amministrano la controllata e dicono le Parti Civili, e la faccio molto breve perché non voglio togliere spazio ulteriore ai colleghi che mi seguiranno, dicono le Parti Civili che in sostanza l’amministratore della controllante ha un obbligo di garanzia, fanno riferimento al fatto che il gruppo va considerato come un soggetto, come un imprenditore unitario, che specialmente quando c’è una direzione unitaria di gruppo l’amministratore della controllante deve quindi impedire reati da parte degli amministratori delle controllate. È questa una posizione assolutamente non conosciuta dalla giurisprudenza, nel senso che tutta la giurisprudenza sulla responsabilità di amministratori, di società controllanti e di rapporti con la responsabilità e della gestione delle società controllate, fa riferimento al principio fondamentale ed unico relativo all’autonomia delle singole persone giuridiche: autonoma è la holding, autonome sono le società operative, ognuna di queste società ha i suoi amministratori, che rispondono eventualmente per omissione di quello che hanno l’obbligo di impedire ma che non impediscono. Anche laddove ci sono direzioni unitarie di gruppo, e qui non è stata data alcuna prova dell’esistenza delle direzioni unitarie di gruppo all’interno del gruppo Enichem, quando ancora Enichem peraltro non era nemmeno società operativa, anche qualora ci sia una direzione unitaria di gruppo non esiste alcuna norma che possa agganciare una posizione di garanzia di questo tipo. Altro discorso ovviamente è se l’amministratore della capogruppo e/o controllante sia un soggetto che si ingerisce nella gestione della società controllata, che dà delle direttive, dà dalle indicazioni, istiga eventualmente a commettere dei reati, ma allora qui siamo nel campo dell’amministrazione del concorso attivo, del concorso mediante commissione di reati, cosa che non è mai stata contestata al dottor Parrillo e che il dottor Parrillo peraltro non può neanche aver compiuto, perché si occupava di tutt’altro all’interno della holding. Pertanto direi che anche sotto questo profilo non esiste alcun modo di agganciare la responsabilità del dottor Parrillo agli eventi contestati nel capo ambientale. Non rimane che dire proprio due parole su quello che ha fatto, non rimarrebbe che dire due parole su quello che ha fatto il dottor Parrillo nella sua attività di coordinamento a livello di holding, fatto tutto riportato poi in memorie precedenti, che verranno poi recepite nelle nuove memorie, sul fatto che costituì una direzione ambientale e sicurezza, che fece redigere a livello di holding un documento sulla politica di Enichem in materia di sicurezza, salute e ambiente, tutte attività che rientrano nell’attività di coordinamento dell’amministratore della capogruppo, che peraltro non significano minimamente ingerenze nell’attività delle società operative, ma ripeto su questi aspetti non voglio assolutamente dilungarmi perché ritengo che le ragioni che impongono la conferma dell’assoluzione del dottor Parrillo, parlo ovviamente anche a nome del collega Avvocato Cesari, passano abbondantemente a monte rispetto alle questioni inerenti alla sua posizione all’interno della società controllante. Ho terminato.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo un quarto d’ora, non di più, e dopo riprendiamo.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.05.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.30.

 

DIFESA – Avv. Zanchetti – Sono l’Avvocato Zanchetti e parlo nell’interesse di Cirillo Presotto e di Alberto Burrai. La parte che mi è stata riservata nella discussione è quella che riguarda la successione delle diverse società nella proprietà e nella gestione degli impianti di Porto Marghera, poi seguiranno alcune note sulle responsabilità personali dei miei assistiti. Questa parte di cui mi devo occupare è chiaro che la affronterò con particolare attenzione al periodo che precede il giugno del 1987, che è un tema che il Pubblico Ministero e alcune Parti Civili hanno sollevato e che non meriterebbe una approfondita trattazione, non meriterebbe una approfondita trattazione perché, come vedremo, non c’è di fatto alcun imputato nel gruppo Enichem a cui sia stata contestata una posizione operativa, una posizione gestionale in società che si occupavano degli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera prima del 1987. Queste Responsabilità non sono state contestate ad alcun imputato del gruppo Enichem, perché non potevano essere contestate ovviamente, non esisteva nessun imputato del gruppo Enichem che avesse un ruolo gestionale degli impianti antecedenti al giugno del 1987, proprio perché prima di quella data la gestione di quegli impianti non era affidata a società del gruppo Eni o Enichem. Comunque, nel corso del procedimento di primo grado, la complessa storia delle società che si sono succedute nella proprietà e nella gestione degli impianti della cosiddetta azienda CVM e PVC di Porto Marghera, è stata oggetto di discussione in numerose occasioni. Ne hanno parlato diversi imputati nelle loro dichiarazioni dibattimentali, già in quelle istruttorie di fronte al Pubblico Ministero o alla Polizia giudiziaria, ne hanno parlato numerosi difensori degli imputati, Parti Civili e il Pubblico Ministero. Il quadro che è uscito, riassumendolo prima di affrontarlo in dettaglio, è quello del passaggio della proprietà degli impianti da una società del gruppo Montedison ad una del gruppo Enichem nel 1983 con mantenimento della gestione in capo alla Montedison almeno sino al giugno del 1987 e poi un successivo passaggio della proprietà degli impianti alla E.V.C. nel 1990, con l’acquisizione completa della gestione da parte di quest’ultima società nel 1993. Questa storia del Petrolchimico è stata ben compresa dal Tribunale ed è un presupposto implicito e indiscusso di tutta la sentenza di primo grado, sentenza che pure non vi dedica una trattazione specifica. Il cardine della storia è che la responsabilità per la sicurezza e per l’ambiente si accompagna alla gestione degli impianti e non alla nuda proprietà delle strutture, un dato di fatto questo che dovrebbe essere ed è assolutamente ovvio. Eppure il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria di fronte alla Corte d’Appello, cerca, senza ovviamente riuscirvi, di compiere una parziale svolta, dichiarando che a suo dire la responsabilità, la posizione di garanzia starebbe in capo anche al proprietario, quindi anche all’Enichem per gli anni dal marzo 1983 al giugno 1987. Una presa di posizione infondata e difatti il Pubblico Ministero non riesce a presentare alcun appoggio né in fatto né in diritto in questa sua ipotesi. Una presa di posizione, mi sia consentito di dirlo, oltretutto preconcetta, come salta all’occhio confrontando la posizione del Pubblico Ministero riguardo ad Enichem e riguardo ad E.V.C. I dirigenti delle società Enichem, inclusi alti dirigenti della holding, privi già (ictu oculi) di qualsiasi competenza operativa, sono per l’accusa sempre responsabili, sono responsabili persino per il periodo in cui la società aveva la proprietà ma non la gestione degli impianti. I dirigenti della E.V.C. non sono invece mai coinvolti nell’imputazione, né quando sono proprietari dell’impianti lasciando la gestione, neanche attività, ad Enichem, 1990 – 1993, né quando hanno acquisito proprietà e gestione assieme dopo il 1993. E.V.C. scompare e se l’accusa ha qualcosa da dire sul periodo di competenza di quest’ultima società, lo attribuisce implicitamente ad Enichem. Non dice mai il Pubblico Ministero quando fa riferimento ad episodi verificatisi dopo il 1993: attenzione, Enichem non ha nulla a che fare con la gestione degli impianti, siamo in periodo E.V.C., non dice chiaramente neanche il contrario, non dice nulla, cercando di indurre l’interlocutore in inganno rispetto alla competenza sugli impianti e quindi rispetto alla mera rilevanza processuale di questi esplodi. Faccio un solo esempio. Un passaggio dei motivi d’appello che è già stato citato dal professor Pulitane nella sua discussione del 14 ottobre, un passaggio dei motivi d’appello a pagina 404 dove il Pubblico Ministero dice: "Il sistema di monitoraggio gas-cromatografico in uso nei reparti durante la gestione Enichem non era in grado di rilevare fatti anomali di gestione, perdite che il sistema di monitoraggio spettrometrico invece rileverebbe. In particolare nella giornata del 26 giugno 1998 sono stati registrati valori" e poi non ci interessa quali. In un altro passaggio, immediatamente poche righe dopo: "È stato effettuato un altro confronto tra i due sistemi riguardante la settimana 26 agosto – primo settembre 1997". Insomma quello che il Pubblico Ministero si dimentica di ricordare è che nel giugno del 1998 gli odierni imputati del gruppo Enichem non gestivano gli impianti, semmai erano impegnati nelle udienze dibattimentali di questo procedimento che erano già in corso in quel momento. D’altra parte questa contrarietà, anzi questa contraddizione da parte del Pubblico Ministero è perfettamente rispecchiata anche nelle argomentazioni dell’Avvocato dello Stato, il quale ha intrattenuto a lungo la Corte su fughe di CVM avvenute addirittura nel 1999, udienza del 7 ottobre, pagina 27 e seguenti, senza naturalmente far cenno al fatto che a quell’epoca Enichem non aveva nulla a che fare con gli impianti ceduti ad E.V.C. già da diversi anni. Naturalmente non è ché l’Avvocato dello Stato dica positivamente che in quel periodo gli impianti erano di gestione Enichem, anche lui non dice nulla; non dice che questi episodi sono irrilevanti per questo processo, escono dall’imputazione, non riguardano gli imputati di questo processo. Partiamo adesso, e ho preparato qualche slide, sulla storia degli impianti. Cominciamo col dire, la prima fase, che fino al 17 marzo del 1983 Eni, proprio il gruppo Eni, non ha nulla a che fare con la produzione CVM e PVC di Porto Marghera. Tutto ciò che è avvenuto prima del 17 marzo 1983 è completamente irrilevante, e poi vedremo che è irrilevante anche ciò che è avvenuto prima del giugno del 1987, però per questa prima fase è evidente la società, il gruppo non aveva nulla a che fare ad alcun titolo con gli impianti di Porto Marghera. Ricordo questo solamente perché i miei due assistiti, Presotto e Burrai, si trovano nei capi di imputazione contestate posizioni, periodi di supposta rilevanza che partono dal 1979 per Presotto e dal 1982 per Burrai, posizioni che ovviamente, come vedremo tra poco, non avevano nulla a che fare non dico con il CVM e PVC, non avevano nulla a che fare con Porto Marghera, perché questi impianti non erano nell’orbita del gruppo Eni. Allora partiamo, facciamo un passo indietro. Il 31 dicembre 1980 Montedison si costituisce in holding, conferenza a società controllate gli (assets). A Montepolimeri viene conferita l’azienda per la produzione delle materie plastiche, nella quale rientrano gli impianti CVM e PVC di Porto Marghera; contestualmente viene affidata alla Montedipe la fornitura di diversi servizi a Montepolimeri con un contratto di somministrazione di servizi – mi dispiace che non si vedano bene queste slide – di durata dal 1981 alla fine del 1982, poi prorogatosi nel subentro di Riveda. Tra i servizi conferiti da Montedipe c’è la direzione, questa si vede meglio, c’è il servizio inerente alla direzione, oltre al potere di fornire indirizzi in materia di igiene ambientale, sicurezza, etc., "per tutte le attività connesse ai servizi sanitari, protezione ambientale e sicurezza Montedipe potrà indirizzare a Montepolimeri raccomandazioni ed osservazioni a cui l’utente, pur nel rispetto della propria autonomia ed organizzazione d’impresa, dovrà uniformarsi". Questa situazione permane invariata sino al 16 marzo 1983, quando Montepolimetri e Montedire conferiscono l’azienda CVM – PVC a Riveda S.r.l. Riveda sarà ceduta al gruppo Eni il giorno dopo. È dunque del tutto irrilevante la vicenda che aveva portato ad un accordo tra l’Eni e la società statunitense (Occidental Petrolium) con la costituzione di una società mista denominata (Enoxi) Incorporated. La costituzione di Enoxi è infatti del 29 dicembre 1981. Ad Enoxi Incorporated, Eni ha conferito la Enoxi Chimica, che era la nuova denominazione della ex società Chimica Ravenna, società che Eni aveva acquistato il giorno prima dalla controllata Anic. Nella Enoxi Chimica venivano riversate, oltre alle produzioni CVM e PVC di Ravenna, anche quelle di (Assemini) e di Porto Torres, non gli impianti di Marghera. Gli impianti di Marghera erano completamente estranei al gruppo in quel momento. Poi nella primavera del 1983 salta la joint-venture tra Eni e Occidental, Eni rileva la parte non sua di Enoxi e in questo modo Eni viene ad essere proprietaria al cento per cento sia di Enoxi che della neo-acquistata Riveda, ma è la vicenda Riveda che ci interessa, non quella di Enoxi, che non ha avuto mai realmente a che fare con la gestione di questi impianti o con la proprietà di questi impianti. Passiamo ad una fase successiva, la fase 29 luglio 1982 – 17 marzo 1983, gli accordi preliminari alla cessione della proprietà degli impianti CVM di Porto Marghera a Riveda e all’ingresso di questa nel gruppo Eni. Facciamo un salto al 29 luglio 1982 quindi. In questa data il (C.P.) emette una deliberazione dal titolo: "Approvazione delle linee di realizzazione del ciclo degli oleofini e dei coprodotti del cracking". Con questa deliberazione impone ad Eni e a Montedison di scambiarsi alcuni impianti per la razionalizzazione complessiva delle due società. Tra gli impianti da scambiare c’è il complesso CVM e PVC di Porto Marghera, che all’epoca era Montedison. Il 28 ottobre 1982 vengono sottoscritti da Eni e da Montedison dei punti di accordo sulla razionalizzazione della struttura industriale. Faccio cenno a questo documento perché è l’unico documento che il Pubblico Ministero ha citato durante la sua requisitoria, dicendo quanto segue, cito il Pubblico Ministero dall’udienza del 6 luglio 2004 pagina 48: "Su questa vicenda societaria accenno soltanto ad un documento e lo faccio vedere, è quel documento del 1982 di cui dicevo prima che riguarda un accordo, i punti di accordo tra Montedison ed Eni del 28 ottobre 1982 per la razionalizzazione della struttura industriale. Lo mostro subito per il significato che assume anche da un punto di vista penale in ordine all’assunzione delle relative responsabilità da parte degli uomini di Eni ed Eni Chimica fin dal 1982 e 1983 – dice il Pubblico Ministero, non dal 1987 come sostengono i difensori di Enichem – relativamente agli impianti CVM e PVC acquistati in quel periodo ma lasciati gestire a Montedison, in conto lavorazione fino al 1987 su direttiva Eni, perché se guardiamo già quella prima pagina – continua il Pubblico Ministero – vediamo innanzitutto su Porto Marghera quali sono gli impianti che verranno acquisiti, ma vediamo soprattutto il punto 2.5 – poi lo vedremo – che viene scritto: prima del closing, dell’accordo finale, verranno definiti gli strumenti che assicurano ad Eni l’effettivo controllo della gestione". Il punto è talmente chiaro che credo di non dovermi dilungare. Anche sulla questione relativa al personale, andiamo al punto 1.15, il personale di Porto Marghera conserverà contratto Montedison e viene detto: "Gli impianti verranno gestiti da Montedison su direttive Eni, secondo modalità da definire prima del 30 novembre 1982. Il prodotto finito sarà di Eni. Enichem dovrà pensare alla commercializzazione di questo prodotto". Questo è quello che dice il Pubblico Ministero. Quello che dice il Pubblico Ministero, però, non è corretto. In primo luogo va sottolineato come questo documento non sia un contratto di compravendita: non è il contratto attraverso il quale Eni acquisisce la proprietà di impianti industriali, è un accordo preliminare, che stabilisce alcuni punti sui quali le società convengono in relazione ad uno scambio di aziende che avverrà in un tempo successivo, con contratti definitivi che saranno stipulati nel corso del 1983. Chiarissimo a tal proposito l’Art. 2 di questo documento citato dal Pubblico Ministero, che dice: "Eni acquisterà i seguenti impianti", li acquisterà, successivamente, in un momento successivo e sono tutti gli impianti di cui si parla in questo processo. Proprio le due clausole citate dal Pubblico Ministero fanno espressamente riferimento al closing e alle modalità da definire ed è solo questi contratti definitivi, quelli del 1983 che dobbiamo guardare per verificare chi avesse l’effettiva gestione degli impianti. "Parlare dunque di assunzione delle relative responsabilità da parte degli uomini di Eni – sto di nuovo citando il Pubblico Ministero – fin dal 1982, è un tentativo di stravolgere la storia del Petrolchimico, una storia complessa, ma che ha alcuni punti fermi, uno dei quali è che la Montedison ha mantenuto la gestione degli impianti sino al 1987". "Infatti l’accordo preliminare prevede senza ombra di dubbio che la gestione del complesso CVM e PVC di Porto Marghera rimanga alla Montepolimeri del gruppo Montedison", così afferma proprio la clausola 2.5 che il Pubblico Ministero cita e cita in modo ovviamente parziale. Leggiamola tutta questa clausola: "Gli impianti Eni di cui al presente articolo saranno gestiti da parte di Montedison per conto Eni", questa è la frase che il Pubblico Ministero non ha citato. Poi la frase che il Pubblico Ministero invece ha letto: "Prima del closing saranno definiti gli strumenti che assicurino ad Eni l’effettivo controllo della gestione", dove il controllo è il controllo sui conti economici, che siccome Eni paga, Riveda paga, dovrà controllare, ma come vedremo a posteriori, i conti economici della gestione. Che questo sia il cardine della proposta di accordo tra i due gruppi è talmente poco dubbio che lo riconoscono anche le Parti Civili, che evidentemente non intendono seguire il Pubblico Ministero sulla strada dello stravolgimento della storia del Petrolchimico. Leggo tre righe da una memoria depositata dall’Avvocato Garbin all’udienza del 16 settembre 2004 e poi letta testualmente nell’esposizione orale dello stesso giorno, pagina 89: "I principi di accordo per la razionalizzazione della chimica italiana dopo la ratifica governativa in data 22 dicembre 1982 costituiranno i cardini della proposta di accordo formulata da Eni a Montedison in data 31 dicembre 1982". L’accordo, che trova puntuale riscontro nelle vicende societarie, prevedeva il passaggio di proprietà degli impianti da Montedison ad Eni e contestualmente il mantenimento della loro gestione in capo alla prima. Quello che ha detto l’Avvocato Garbin è assolutamente esatto, con la precisazione che il difensore di Parte Civile fa riferimento ad un documento diverso da quello citato dal Pubblico Ministero, benché contestuale, cioè ai principi di accordo per l’attuazione del programma di razionalizzazione dell’industria chimica italiana del 29 ottobre del 1982, quindi preparati il giorno dopo rispetto ai punti d’accordo di cui abbiamo visto prima. I principi d’accordo, come riferisce l’Avvocato Garbin, sono stati ratificati dal governo il 22 dicembre 1982 e poi confluiti nella proposta di accordo del 31 dicembre 1982, proposto - lo ribadiamo – sulla cui base sono stati redatti i contratti conclusi l’anno successivo. Ovviamente non c’è nessuna incongruenza tra i principi di accordo del 29 di ottobre e i punti d’accordo del giorno prima. I punti d’accordo sono infatti espressamente recepiti ed allegati ai principi che stiamo vedendo adesso. Nessuna differenza sostanziale vi è poi tra questi due documenti e la proposta di accordo finalmente firmata dicembre del 1982. Non occorre che mi dilunghi sul punto, salvo per far notare l’Art. 18.3 di questi principi di accordo, dove si dice che "Eni e Montedison, ciascuna per quanto di propria competenza, garantiscono inoltre – il punto purtroppo non è venuto bene nella fotocopia, è il punto C – la conformità degli impianti e delle strutture industriali conferiti alle normalità in materia di tutela dell’ambiente, di sicurezza e di igiene del lavoro". Passiamo ad una fase successiva, cioè dal 17 marzo 1983 al 31 maggio 1987. Riveda, che è una controllata al cento per cento da Eni, poi incorporata in Enichem Polimeri e che poi si chiamerà Enichem Base, è solo nuda proprietaria degli impianti, la cui gestione è totalmente affidata alle società del gruppo Montedison, in parte Montepolimeri e in parte Montedipe, secondo le rispettive responsabilità. Lasciando da parte l’esame dei documenti preliminari del 1982, vediamo i documenti del 1983 quindi. Il 16 marzo 1983 Montepolimeri, nel più ampio quadro delle razionalizzazioni dell’industria chimica italiana, ha deciso di addivenire al conferimento di una diversa società delle aziende, tra le altre le aziende di Porto Marghera. Tra gli impianti ceduti, che si decide di cedere il 16 marzo 1983, c’è appunto, sono compresi gli impianti di Porto Marghera a Venezia. Montepolimeri in questo atto accorda a Riveda una specifica garanzia di conformità degli impianti e delle strutture industriali conferite alle normative in materia di tutela dell’ambiente, di sicurezza e di igiene del lavoro. È l’Art. 7.3 lettera C; garantisce nella lettera B l’operatività e la normale funzionalità degli impianti conferiti secondo le specifiche, al punto C la conformità degli impianti alle normative in materia di tutela dell’ambiente, sicurezza ed igiene del lavoro. Lo stesso giorno, sempre 16 marzo 1983, Montedipe invece, questa era Montepolimeri, Montedipe cede a Riveda un altro pezzo degli impianti, sempre nel contesto della razionalizzazione della produzione chimica italiana. Tra questi ci sono alcune attrezzature di stoccaggio, di prodotti e intermedi. Insomma, un pezzo, un pezzo grosso lo conferisce Montepolimeri a Riveda, un altro pezzo Montedipe. Il giorno dopo, il 17 marzo del 1983, Montepolimeri e Montedipe cedono ad Eni Chimica S.p.A. il cento per cento delle quote di Riveda S.r.l., perfezionando così il passaggio al gruppo Enichem, a sua volta parte di Eni, della proprietà dello stabilimento di Porto Marghera. La proprietà, come vedremo immediatamente, non la gestione. Perché solo la proprietà? Perché nello stesso giorno, 17 marzo del 1983, vengono siglati una serie di altri contratti. Il più importante è un contratto di affitto di azienda, un contratto di affitto di azienda stipulato lo stesso giorno, 17 marzo 1983, vedono la società Riveda come locatrice e la società Montepolimeri come affittuaria. È un contratto di affitto di azienda e nelle premesse leggiamo: "Montepolimeri, in data odierna, ha conferito a Riveda la proprietà degli impianti costituenti nel loro insieme quella che qui di seguito verrà definita Azienda PVC sita nell’insediamento industriale di Porto Marghera", gli impianti sono definiti poi da una relazione giurata del professor Superti Fuga. Questi impianti vengono appunto ceduti in affitto. Riveda concede in affitto l’Azienda PVC a Montepolimeri, che accetta. L’Azienda PVC è composta principalmente da, e vediamo tutti gli impianti e i reparti che conosciamo bene in questo processo. Si noti che è un contratto d’affitto molto particolare da alcuni punti di vista: uno è che, guardate la clausola numero 4, contrariamente a quello che avviene normalmente nei contratti di affitto, dove di solito è il proprietario del bene che garantisce l’idoneità del bene all’affittuario, qui è l’affittuaria, cioè Montepolimeri, che riconosce che l’Azienda PVC è sotto ogni aspetto in stato di servire la produzione all’uso a cui essa attualmente è destinata. Ma è inevitabile questo, perché Montepolimeri era stato il proprietario e il gestore fino al giorno prima. Non poteva che essere Montepolimeri a garantire a Riveda, alla nuova proprietà di Riveda, l’idoneità sotto ogni aspetto dell’azienda a servire al fine. Nessuna sorpresa desta quindi il fatto che sia l’affittuaria a farsi carico per intero della gestione, questo è d’altra parte insito in un contratto di affitto di azienda. A norma dell’Art. 8 del contratto: "L’affittuaria si impegna a gestire l’Azienda PVC con la diligenza del buon imprenditore. In particolare, essa si impegna a non modificare la destinazione produttiva dell’Azienda PVC senza il consenso della locatrice a conservare l’efficienza dell’Azienda PVC e dei suoi componenti, compresi accessori e pertinenze". Vorrei farvi notare che ho messo sotto un altro pezzettino di questo contratto, l’Art. 6, che stabilisce il canone di affitto. Il canone di affitto è di 10 milioni all’anno, il canone di affitto è totalmente simbolico, perché il rapporto era che Montepolimeri gestiva integralmente e produceva in conto di Riveda. "La gestione degli impianti è integralmente affidata a Montepolimeri, che produce per conto di Riveda; Riveda è poi proprietaria del prodotto finito". L’unica cosa quindi che compete a Riveda come proprietaria degli impianti è pagare, pagare a posteriori, dopo che il lavoro è stato fatto. Valga per tutti l’esempio della manutenzione, che è interessante, l’Art. 12 di questo contratto d’affitto: "La manutenzione e le riparazioni di qualsiasi genere per mantenere in efficienza le immobilizzazioni tecniche tutte dell’Azienda PVC saranno effettuate a spese della locatrice, alla quale verranno intestate le fatture". A spese, non ad opera di Riveda. Infatti lo stesso articolo chiarisce come la manutenzione vada effettuata servendosi, come era avvenuto sino a quel momento, delle forze del gruppo Montedison. La locatrice si avvarrà, per quanto possibile, delle prestazioni di società facenti parte del gruppo Montedison operanti all’interno del complesso Petrolchimico di Porto Marghera. Difatti vedremo tra poco che contestualmente Riveda e Montedipe hanno stipulato una convenzione che affida a Montedipe la gestione della manutenzione. "Le fatture sono poi inviate a Riveda per il pagamento", questo è un contratto separato che vedremo tra poco. Con un altro contratto, ma un altro contratto datato sempre 17 marzo 1983, quindi nel pacchetto dei contratti che stabiliscono il passaggio della società, ma non della gestione degli impianti, ad Enichem, abbiamo il contratto di "lavorazione per conto" tra le società Montepolimeri e Riveda. La premessa di questo contratto è chiarissima: "Montepolimeri è proprietario di un’unità produttiva a Porto Marghera per la produzione di intermedi chimici e materie plastiche. Tale unità è ubicata all’interno dello stabilimento di proprietà di Montedipe, facente parte così come Montepolimeri del gruppo Montedison". In questo contesto industriale, si situa il complesso produttivo denominato Azienda PVC, che la Montepolimeri ha preso in affitto quello stesso giorno da Riveda. "Riveda – proseguendo nella lettera di questo contratto di conto lavorazione – ha interesse a disporre delle produzioni che seguono e che saranno effettuate negli impianti elencati in precedenza, ma non dispone di una propria struttura tecnica aziendale atta a far funzionare i predetti impianti per ottenere le produzioni che le necessitano. Invece Montepolimeri dispone di una propria struttura tecnica aziendale esperta e qualificata, atta a far funzionare i predetti impianti per ottenere le produzioni che necessitano a Riveda, per cui – si conviene in questo contratto – per cui Riveda commette a Montepolimeri, che accetta, l’incarico di effettuare le produzioni di cui sopra negli impianti in premessa in quantità e tipi da concordare annualmente fra le parti con alcuni seguenti vincoli. I rapporti, d’altra parte, non potevano che essere questi, visto che la produzione si appoggiava su tutto il complesso industriale di Montedison a Porto Marghera. Riveda si mette d’accordo con Montepolimeri sulle quantità di prodotto, visto che il prodotto è di Riveda, ma nulla può fare rispetto al ciclo di produzione. "Le materie prime vengono fornite e gestite da Montedipe e i fabbisogni sono indicati da Montepolimeri", Art. 3.1. "A Montepolimeri spetta il controllo di qualità e le analisi sulle materie prime", Art. 3.4, "E sui prodotti finiti", Art. 5.1. Riveda paga perché il prodotto è suo. Gli obblighi e le responsabilità di Montepolimeri vengono definiti all’Art. 16.1 di questo contratto: "Montepolimeri eseguirà le lavorazioni di cui al precedente Art. 1 a proprio rischio, con propri mezzi tecnici, con proprio staff e con proprio personale qualificato, organizzando e provvedendosi di tutti i mezzi e servizi necessari, garantendo fin d’ora di possedere le conoscenze tecniche e l’organizzazione adeguata per l’esecuzione delle lavorazioni oggetto del presente contratto". La manutenzione è a cura di Montepolimeri sulla base di un programma annuale concordato con Riveda, ma la manutenzione la cura Montepolimeri. Sempre alla società del gruppo Montedison spettano, per disposizione di questo contratto, le responsabilità in materia ambientale, Art. 10 "Trattamento degli effluenti". Art. 10.1: "Gli effluenti liquidi provenienti dagli impianti di cui in premessa vengono trattati in appositi impianti centralizzati di chiariflocculazione e biologico di proprietà e gestione Montedipe, per essere portati a norma secondo le leggi vigenti. Ancora, Art. 10.2: "Gli effluenti liquidi clorurati provenienti dagli impianti CV11, 22, 23 e DC1 vengono trattati nell’apposito impianto centralizzato di strippaggio di proprietà e di gestione Montedipe". Tutte cose che sappiamo, che in questo processo sono state dette mille volte, le sto solo chiarendo e riassumendo in questo momento. Vi è poi l’allegato 7 di questo stesso contratto di conto lavorazione stipulato tra Riveda e Montepolimeri, che chiarisce qualche aspetto ulteriore rispetto alla depurazione delle acque di scarico. In questo allegato si premette che lo stabilimento di Porto Marghera di proprietà di Montedipe, citato nella premessa, dispone di impianti centralizzati per la depurazione di acque di scarico, per renderle idonee alle normative vigenti e precisamente poi dice i vari impianti. "Montedipe effettuerà in detti impianti il trattamento delle acque reflue proveniente dagli impianti di cui alla premessa di questo contratto". Un altro pezzettino a poche righe dopo, che io qui ho aggiunto in fondo alla pagina: "Montedipe effettuerà il controllo delle acque a spese di Montepolimeri, secondo un programma di analisi che verrà concordato annualmente entro il 31 ottobre dell’anno precedente". Per i servizi di igiene industriale e ambientale, Art. 11.2 e di protezione e sicurezza 11.3, ecologia 11.4, vengono specificate ancora una volta tutte le prestazioni e i controlli a carico di Montepolimeri. Il primo servizio, igiene industriale e ambientale, implica tra l’altro, si estrinseca nelle seguenti prestazioni: controlli delle emissioni in atmosfera ed immissioni al suolo, controlli degli ambienti di lavoro per agenti chimici e fisici, controlli in ambienti confinati per il rilascio dei permessi di inabilità. L’11.3, servizio protezione e sicurezza ambiente: "Il servizio consiste nell’esercizio delle reti di monitoraggio ambientale e nella relativa manutenzione, unitamente a quella che viene eseguita sugli strumenti per il controllo continuo degli effluenti". L’11.4, ecologia, ricerca e controllo: "Il servizio si esplica nel controllo delle acque reflue in vari punti degli impianti di cui in premessa, secondo un programma stabilito". Tutte competenze che sono di Montepolimeri. A questi obblighi operativi fa lo specchio l’obbligo di Riveda di pagare, l’obbligo di Riveda di prestare i compensi. Riveda si impegna contrattualmente a riconoscere a Montepolimeri tutti i costi fissi, diretti e indiretti, afferenti alle lavorazioni oggetto del contratto, tenendo conto anche della quota di compenso corrispondente alle forniture di servizi ausiliari e generali approvvigionate da Montepolimeri presso Montedipe, sempre nello stesso rapporto: Montepolimeri e Montedipe gestiscono, Riveda paga a piè di lista, in fondo. Terza delle scritture private redatte in data 17 marzo 1983 è la convenzione per la somministrazione di servizi, stipulata tra Montedipe in questo caso e Riveda. In questa convenzione la società Monpedipe si impegna a fornire alla società Riveda i servizi elencati nella parte seconda di questa convenzione – sono tanti, come vedremo – avvalendosi di personale qualificato, predisponendo ed organizzando con i criteri di migliore economicità ed efficienza tutti i mezzi tecnici e finanziari ed i servizi necessari allo scopo, garantendo sin d’ora di possedere conoscenze tecniche ed organizzative adeguate per lo svolgimento dei servizi stessi a regola d’arte ed assumendone la responsabilità a norma di questa convenzione. La parte seconda della convenzione, come abbiamo visto adesso, elenca i vari servizi evidenziati. Manutenzione per lo stabilimento di Porto Marghera: "Nei servizi di manutenzione si intendono compresi: compilazione del budget, esecuzione della manutenzione ordinaria, esecuzione di episodi particolari di manutenzione normale o straordinarie, studio degli interventi manutentivi. Sempre in questo capitolo sulla manutenzione, all’Art. 5 si specifica: "Obblighi e responsabilità di Montedipe: la società Montedipe eseguirà le prestazioni oggetto del presente capitolo con personale qualificato e con attrezzature e mezzi idonei, assicurandone la corretta esecuzione nel rispetto dei tempi, dei costi programmati e delle disposizioni ricevute nel permesso di abitualità delle norme di legge. A tal fine curerà la gestione organizzativa delle risorse proprie e di quelle delle imprese esterne incaricate, come previsto dal successivo Art. 7, nonché l’approvvigionamento di materiali etc., che saranno acquistati in nome e per conto di Riveda, la quale provvederà al pagamento delle relative fatture" e questo riguarda la manutenzione. Lo schema è sempre lo stesso: Montedison gestisce, Riveda paga. Mi limito ad elencare una serie di altri contratti stipulati sempre lo stesso giorno, 17 marzo 1983, sennò porteremo via troppo tempo. Stesso giorno dell’acquisto, stesso giorno dell’affitto, del contratto di conto lavorazione e del contratto di somministrazione di servizi, vengono fatti altri uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette contratti, li faccio soltanto vedere. Contratto di deposito e appalto di servizi tra Montedipe e Riveda, l’affitto da parte di Montedipe e Riveda di magazzini e deposito merci; contratto di ricevimento gestione M.P. Chemicals e imballaggi tra Montedipe e Riveda, in cui la prima si impegna a consentire scarico, conservazione, gestione, distribuzione di materie prime, etc., impegnandosi a garantire una diligente custodia sia dal punto di vista delle norme di sicurezza, igiene, ambiente ed ecologia, che di conservazione della qualità e quantità del prodotto. Mi servono ancora una volta a dimostrare come tutti questi contratti tra Montedipe e Riveda lasciano sempre a Montedipe il controllo ambiente e sicurezza. Scrittura privata tra Montedipe e Riveda, con la quale Montedipe si impegna a svolgere ogni servizio necessario per operazioni di ricevimento, stoccaggio in promiscuo e spedizione di dicloroetano, anche qui con proprio personale qualificato, con propri mezzi tecnici, predisponendo tutti i mezzi e i servizi necessari etc. etc., in particolare si prevede a carico di Montedipe l’osservanza di tutte le disposizioni di legge in materia amministrativa, fiscale, sicurezza ed ecologia relative al deposito e alla movimentazione di prodotti. Contratto di comodato CVM etc., con il quale Riveda concede in comodato a Montedipe i serbatoi per il CVM siti nello stabilimento Montedipe, per l’impegno di utilizzarli per l’uso esclusivo di deposito e relative operazioni ausiliarie al CVM etc. di quegli impianti; Montedipe si impegna a mantenere i serbatoi ricevuti in comodato in buono stato di conservazione e di funzionamento, obbligandosi ad esercitare gli impianti in conformità alle norme di sicurezza e disposizioni vigenti. Scrittura privata tra Montedipe e Riveda, questa riguarda il contratto di comodato dei serbatoi. Montedipe, avendo ricevuto i serbatoi in comodato, si impegna a tenerli a disposizione di Riveda e fornire altre prestazioni accessorie, sempre con proprio personale qualificato, utilizzando i mezzi e i servizi necessari, e sempre con osservanza in capo a Montedipe di tutte le disposizioni di legge in materia amministrativa, fiscale, sicurezza ed ecologia. Scrittura privata per il transito di alcool butilico, isobutilico, sempre ancora un impegno di Montedipe a svolgere servizi paralleli e sempre con personale qualificato, propri mezzi tecnici, etc. etc. Da ultima questa è diversa perché è con Montepolimeri: Riveda fa una scrittura privata con Montepolimeri, con la quale Montepolimeri riceve – cioè la società che gestisce l’impianto – riceve il mandato di controllare l’esecuzione dei contratti che abbiamo appena elencato da parte di Montedipe e di impartire a quest’ultima le opportune indicazioni a richiedere i necessari interventi affinché tale esecuzione avvenga conformemente alle finalità dei rispettivi contratti. Questo era importante per Riveda, perché in questo modo Montepolimeri si faceva garante per la buona esecuzione dei contratti da parte di Montedipe. Riveda ottiene così una garanzia in solido da parte delle due società del gruppo Montedison. Poi, negli anni seguenti, 1985 – 1986, c’è qualche variazione societaria che non incide sulla gestione. Le due società di Montedison dal primo gennaio 1985 diventano una sola, con l’incorporazione di Montepolimeri in Montedipe e il subentro di Montedipe anche nei contratti di Montepolimeri. Il primo gennaio 1985 è Riveda che è incorporata in Enichem Polimeri S.p.A. e i contratti passano tutti ad Enichem Polimeri. A decorrere dal primo ottobre 1986, Enichem Base S.p.A. subentra ad Enichem Polimeri, sempre nella stessa posizione che prima era stata di Riveda. Come si vede, sulla base dei rapporti contrattuali sopra descritte, non ci può essere dubbio sul fatto che le società, nude proprietarie degli impianti, Riveda e le sue subentranti, non potevano e non potevano avere alcun controllo sulla gestione, salvo che l’obbligo di pagare a piè di lista i prodotti e i servizi forniti da Montepolimeri e Montedipe. Ma se passiamo dai contratti ai fatti, possiamo vedere anche qualche prova documentale del fatto che è stata propria Montedison, con competenze suddivise tra Montepolimeri e Montedipe a gestire gli impianti dell’azienda CVM. Vediamo per esempio questa lettera. È una lettera del 24 agosto 1983, è agli atti, che è di Riveda a Montepolimeri e per conoscenza a Monpedipe, che dice: guardate, Riveda protesta, non possono fare niente, solo quattro persone di Riveda hanno libero accesso agli impianti Riveda, che occupano circa 600 persone Montedison, per cui non c’è alcuna possibilità da parte di Riveda di azioni tendenti al controllo previsionale o alla modifica del fenomeno manutentivo, salvo un esame preventivo del budget annuale che comunque non è vincolante per Montedison. Montepolimeri non è interessato a verificare l’adeguatezza degli addebiti e dei costi manutentivi, in quanto la manutenzione è fatta da Montedipe. Ne deriva che i costi sono pagati a consuntivo senza alcuna possibilità di verifica preventiva. "Non esiste possibilità di verifica e di intervento sui parametri operativi, per cui siamo esclusi dalla possibilità di intervenire nelle azioni di ottimizzazione sull’immediato". Poi avevo anche una comunicazione di servizio del 30 maggio 1983, ma non ho la slide, in cui si vede, è una comunicazione di servizio interna di Montepolimeri, in cui si specificano i compiti attinenti al mandato per la gestione dei conti lavorazione e si vede che il mandatario, il funzionario di Montepolimeri deve concorrere alla definizione dell’assetto impiantistico ottimale, a fronte di ogni rilevante esigenza di cambiamento e coordina le esigenze emergenti relative ai servizi, tra i quali manutenzione, igiene ambientale, sicurezza, etc. Arriviamo adesso ad una fase successiva, alla quarta fase: primo giugno 1987 primo novembre 1990. Enichem Base, poi Enichem Anic, subentra nella gestione degli impianti ma sottoscrive contestualmente una convenzione di somministrazione di servizi con Montedipe. Il 27 maggio 1987 abbiamo un memorandum congiunto di Enichem Base S.p.A., che abbiamo visto è la società che è subentrata ad Enichem Polimeri nella posizione originaria di Riveda, e Montedipe, che è subentrata nella posizione anche di Montepolimeri. Le due società, Enichem Base e Montedipe, che cosa dicono? Manifestano il proprio assenso a risolvere anticipatamente i contratti elencati nel punto A, sono quelli che abbiamo visto prima, i noti contratti di affitto di azienda, lavorazione per conto e somministrazione di servizi, a far data dal primo giugno 1987. La cessazione dei contratti di affitto e lavorazione per conto implicava il passaggio della gestione al proprietario degli impianti, Enichem Base, che tuttavia non aveva i personale. Abbiamo visto prima che il personale era tutto Montedison. Ecco perché si prevede, sempre in concomitanza con il subentro di Enichem Base a Montedipe nella gestione degli impianti di produzione dell’Azienda PVC, ciò a seguito della registrazione dei contratti, verrà perfezionato il passaggio ad Enichem Base delle persone operative, produzione e laboratori, pari a circa 500 unità attualmente a libro matricola Montedipe. Quindi del magazzino passeranno un anno dopo, del magazzino PVC. Fino a quel momento Riveda e poi Enichem Base non avevano nessuna possibilità di gestione; il personale operativo era tutto Montedipe e Montepolimeri. Contestualmente, sempre 28 maggio 1987, viene stipulata una convenzione per la somministrazione di servizi tra Montedipe, somministrante, e Enichem, che è Enichem Base in questo caso, Enichem Base S.p.A., come somministrante. Nelle premesse della convenzione per la somministrazione di servizi del 28 maggio 1987, leggiamo che "il complesso produttivo sito in Porto Marghera, originariamente destinato ad operare quale unico complesso petrolchimico integrato comprende, alla data di sottoscrizione di questa convenzione, impianti produttivi, aree e servizi di proprietà di Montedipe, successore di Montepolimeri S.p.A. a far data dal primo gennaio 1985, e di alcuni impianti produttivi, aree e servizi di proprietà di Enichem, successore di Enichem Polimeri a far data dal primo ottobre 1986. Enichem Base è dunque proprietaria degli impianti, ma non possiede i servizi generali e ausiliari per farli funzionarie, che sono ancora di Montedipe e abbiamo sempre tra le premesse, primo pezzettino in alto, che Montedipe è in grado di fornire agli impianti di Enichem i servizi di cui ai successivi capitoli di questo atto, necessari per la gestione degli impianti stessi e si impegna a fornire questi servizi", Art. 1 in oggetto: "Montedipe si impegna a fornire ad Enichem ed Enichem si impegna ad usufruirne, alle condizioni e con le modalità di seguito specificate, insomma tutti i servizi elencati nella parte seconda della convenzione, che come vedremo sono tantissimi, avvalendosi di personale qualificato, predisponendo e organizzando con i criteri della migliore economicità ed efficienza tutti i mezzi tecnici e finanziari necessari allo scopo, garantendo sin da ora di possedere conoscenze tecniche e organizzative adeguate per lo svolgimento dei servizi stessi a regola d’arte ed assumendone le responsabilità a norma della convenzione". Questo è l’Art. 1. "Gli impianti, le attrezzature e gli apparecchi necessari per svolgere questi servizi sono tipicamente di proprietà di Montedipe, come è evidente dalla regolamentazione stabilita tra le Parti in materia di investimenti necessari", Art. 7.1. "Qualora per disposizione di legge, regolamenti o provvedimenti di autorità o cause attinenti all’igiene del lavoro, alla sicurezza degli impianti o all’ecologia, si rendesse necessario installare nuove apparecchiature o in genere effettuare investimenti relativamente alle attrezzature, impianti o strutture di proprietà della somministrante – cioè di Montedipe – concernenti i servizi oggetto della convenzione, gli stessi saranno effettuati dalla somministrante – cioè da Montedipe – la quale fornirà tempestivamente e per iscritto alla somministrata tutte le debiti informazioni, al fine di valutare concordemente le possibili soluzioni". Nella parte seconda della convenzione sono elencati i servizi forniti da Montedipe e ne facciamo vedere alcuni. Parte seconda, capitolo 1: "Fornitura di prestazioni di ingegneria per lo stabilimento di Porto Marghera. Costituiscono oggetto di somministrazione le seguenti prestazioni di assistenza tecnica e di ingegneria relative ad esecuzione di modifiche sugli impianti", vedete? Quindi anche l’esecuzione di modifiche sugli impianti gestiti da Enichem Base. Facciamo un altro esempio, nella parte seconda, capitolo 4: "Prestazioni di laboratorio dello stabilimento di Porto Marghera, che includono analisi chimiche, chimico – fisiche, fisiche a tipo volumetrico e spettro-fotometrico, cromatografiche etc., riferite le materie prime a intermedi, processo, prodotti, analisi di vario tipo riferite al controllo ecologico ed ambientale", tutte le analisi. Ancora, e veniamo alla parte più importante: "I servizi forniti da Montedipe includevano il trattamento e lo smaltimento di effluenti per lo stabilimento di Porto Marghera e cioè, in particolare, il trattamento effluenti liquidi e la combustione residui liquidi e semiliquidi in forno di incenerimento e lo smaltimento residui solidi in discarica controllata". Nelle premesse del capitolo, che è l’articolo quinto della parte seconda di questo contratto, di questa convenzione di somministrazione di servizi del 1987, leggiamo infatti: "Premesso che lo stabilimento della somministrante – cioè di Montedipe – a Porto Marghera dispone di un impianto biologico centralizzato per la depurazione di acque di scarico con annessi forni di incenerimento, fanghi e residui liquidi, di impianti di neutralizzazione acque acide e alcaline, di un impianto di trattamento acque con presenza di clorurati organici e forni di incenerimento sottoprodotti organici clorurati, PCB compreso e che la somministrante effettuerà in detti impianti il trattamento delle acque reflue provenienti dai reparti della somministrata – qual è la conclusione? – la somministrante Montedipe garantirà che lo smaltimento delle acque trattate sarà effettuato conformemente alle norme vigenti in campo ecologico e ambientale". Stesso discorso per i residui, lo smaltimento dei residui. Qual è l’oggetto della prestazione? "Montedipe garantisce di disporre dei sistemi centralizzati quali inceneritori, discariche controllate per il trattamento e lo smaltimento di residui solidi, fangosi e liquidi, secondo le normative vigenti, per cui Enichem Base invierà a detti sistemi i propri residui della tipologia compatibile con le autorizzazioni in possesso della somministrante". La somministrante Montedipe garantisce anche che avrebbe assistito Enichem Base in tutte le fasi di smaltimento, come definite dall’Art. 1 del D.P.R. 915/82, dei rifiuti tossici e nocivi e di quelli speciali non compatibili con le autorizzazioni. Fra le altre cose, Montedipe si obbligava al trattamento di acque reflue con presenza di idrocarburi clorurati, destinati al proprio impianto che si chiamava il "TAC CS30". La somministrante è dotata di questo impianto e in questo impianto saranno trattate queste acque. Un altro aspetto importante, un servizio importante fornito da Montedipe ad Enichem riguardava la protezione ambientale e sicurezza, ancora una volta questo servizio, protezione ambientale e sicurezza, cui è dedicato l’Art. 6 di questa parte della convenzione: "Premesso che Montedipe dispone di personale ed attrezzature qualificate per fornire il servizio di protezione ambientale e sicurezza, la società del gruppo Montedison si impegna a fornire ad Enichem Base una serie di prestazioni consistenti in: individuazione e misura dei fattori di rischio chimici, fisici e biologici presenti nell’attività industriale; controllo e valutazione della quantità degli ambienti di lavoro e degli effluenti solidi liquidi e gassosi nel rispetto delle normative vigenti; individuazione delle metodiche di campionamento e analisi per gli effluenti solidi, liquidi e gassosi e gli ambienti di lavoro; assistenza per la scelta, la progettazione, la messa a punto, l’esercizio e la manutenzione degli analizzatori relativi alle analisi ambientali, aria e acqua. Montedipe si impegna anche a fornire il servizio ispezioni e collaudi consistente in: tenuta della documentazione ufficiale relativa ai vari controlli di legge; tenuta dello scadenzario delle verifiche di legge; assistenza nel formulare i piani di ispezione; assistenza per la programmazione e il rispetto delle verifiche di legge; verifica preventiva delle apparecchiature da sottoporre a controllo; assistenza ai funzionari pubblici; ispezione delle apparecchiature, tubazioni, carpenteria ed altri manufatti e compilazione delle relative schede, ispezioni programmate su impianti durante l’esercizio controllo di routine su apparecchiatura, tubazioni", etc. In materia di prevenzione infortuni e sicurezza impianti, Art. 3 sempre di questo capitolo, Montedipe si prestava a fornire prestazioni in tema di sicurezza quali l’assistenza tecnologica, consulenza specifica, informativa, addestramento, secondo i criteri ed in conformità delle modalità operative in vigore in materia antinfortunistica. In questo contesto Montedipe si impegnava perfino ad assicurare la costante informazione sull’evoluzione delle leggi vigenti in materia di ecologia, ambiente, sicurezza impianti e prevenzione infortuni, con eventuale preparazione ed aggiornamento di relative norme o procedure interne di stabilimento. Anche questo servizio forniva Montedipe. Gli ultimi due capitoli della convenzione riguardano i sistemi informativi, per esempio, che includono l’elaborazione statistica dei dati del CVM ambientale, altra competenza che serve Montedipe, non è di competenza di Enichem. Per ciascuno dei servizi forniti da Montedipe questa convenzione specificamente prevede un compenso e anche l’algoritmo con cui calcolare a piè di lista il compenso per questi servizi. Insomma sembra molto chiaro dai contratti che era esclusivamente Montedipe ad occuparsi di manutenzione e sicurezza degli operai addetti a questi servizi. Possiamo far vedere un documento, se vogliamo far vedere un esempio. Questa è un documento interno di Montedipe, una comunicazione interna che parla di un sopralluogo effettuato in occasione di lavori manutentivi presso il reparto PSO, dove si riscontra un problema ad una passerella di sicurezza. A me non interessa vedere questo profilo specifico, il punto è far vedere che si tratta di una comunicazione interna a Montedipe, non si tratta di una comunicazione Enichem. La situazione sopra descritta rimane in opera dal primo giugno 1987 sino al primo novembre 1990. In questo periodo, tuttavia, sono avvenute diverse modificazioni nei soggetti in gioco. Il primo novembre 1987 Enichem Anic S.p.A. subentra ad Enichem Base, ma resta nelle stesse posizioni. Il 2 giugno 1989 Montedison S.p.A. diviene Montedipe S.r.l. Poi c’è una fase in cui i nomi delle società sono complicatissimi da seguire. Il 31 luglio 1990 Enichem Anic S.p.A. è fusa per incorporazione in Enimont Anic, nel quadro della riorganizzazione del gruppo Enimont, con decorrenza alle ore 24 del 31 luglio 1990, Enichem Anic viene fusa per incorporazione in Enimont Anic, e cosa succede? Il 23 ottobre del 1990 Ausidet S.r.l. modifica la ragione sociale in Enimont Anic S.r.l., per pochi giorni abbiamo due società Enimont Anic con lo stesso nome, poi si richiariscono i ruoli. Il 29 ottobre 1990 Enimont Anic S.r.l., quella dove è stata incorporata Enichem Anic, non quella diversa, ex Ausidet, modifica la ragione sociale in Anic Partecipazioni S.r.l. Il 31 ottobre 1990 Enimont Anic S.r.l., quella ex Ausidet S.r.l., riceve in conferimento da Anic Partecipazioni S.r.l., quella che già prima si chiamava Enimont Anic S.r.l., vari rami d’azienda, fra cui l’azienda Cloruro di Vinile Monomero e Polivinilcloruro, localizzata in Porto Marghera. Nello stesso giorno riceve in conferimento da Montedipe i rami d’azienda cracker intermedia e servizi industriali a Porto Marghera. Sono tutti citati in questa pagina che sto proiettando. Pertanto, in buona sostanza, dal primo novembre 1990 è riunita presso la stessa società Enimont Anic S.r.l. la proprietà e la gestione di tutti gli impianti dell’azienda CVM e PVC e dei relativi servizi, che prima erano ancora in parte divisi tra le società diverse. Veniamo quindi alla quinta ed ultima fase, dal primo novembre 1990 al primo agosto 1993, la cessione ad E.V.C. La riunione della proprietà e della gestione degli impianti presso un unico soggetto dura solo due mesi: dal primo novembre 1990 al 31 dicembre 1990. In data 31 dicembre 1990, infatti, Enimont Anic S.r.l., come innanzi rappresentata, conferisce nella European Vinyls Corporation, l’E.V.C. Italia S.p.A., il complesso aziendale facente capo attualmente alla conferente, comprendente costruzioni e impianti industriali tra cui ci sono gli impianti di produzione, ricerca e stoccaggio, il parco serbatoi, insomma tutti gli impianti di cui si parla in questo processo. E.V.C. subentra in tutti i rapporti giuridici attivi e passivi, quali risultano dalla citata perizia e in quelli posti in essere successivamente, così dice il secondo comma dell’Art. 3 di questo contratto. Tuttavia, bisogna notare, E.V.C. non appare in grado di acquisire immediatamente la piena gestione degli impianti e del personale. "Pertanto, prosegue questo Art. 3, si conviene che in attesa dell’espletamento di tutte le modalità e degli adempimenti occorrenti per consentire alla conferitaria di assumerne direttamente l’esercizio, la conferente manterrà la detenzione del complesso aziendale medesimo, provvedendo alla sua gestione per conto della conferitaria, in virtù di un separato accordo di gestione di mandato denominato Production Service Agreement. Per riassumere in una sola slide il Production Service Agreement, il contenuto importante è questo: "A norma dell’Art. 5.2, E.V.C. sarà responsabile di alcuni aspetti relativi all’impianto e dovrà, tra le altre cose, assicurare in materia di sicutrezza e salute, e nella misura in cui il sito, diverso dagli impianti, ne sia in toto o in parte influenzato in materia di igiene ambientale, che l’impianto rispetti tutti i regolamenti vigenti nel sito ed effettuare fra l’altro gli interventi manutentivi e le modifiche che si possono rendere necessarie per il rispetto di quanto sopra. Di contro leggiamo che, nonostante i diritti di E.V.C., questo è l’Art. 6.2, riportati nella clausola 5 o in altre parti del presente accordo, Enimont si assumerà tutti quei diritti e responsabilità nei confronti degli impianti che riterrà necessari e congruenti con la gestione degli stessi, con l’impiego di personale nella conduzione degli impianti, la proprietà, la gestione e la conduzione degli impianti collegati e dei servizi e con la sua primaria responsabilità per quanto concerne la sicurezza, la salute e nella misura in cui il sito, escluso l’impianto, possa essere in toto o in parte interessato, le questioni ambientali pertinenti agli impianti, al sito e agli impianti collegati ai servizi. Quindi sembra che sia il sito di interesse, non l’impianto, in questa norma. Il 27 giugno 1991 Enimont Anic S.r.l. modifica la ragione sociale in Enichem Anic S.r.l., senza che vengano modificate le posizioni contrattuali rispetto ad E.V.C. Il primo agosto 1993 Enichem Anic S.r.l. viene fusa per incorporazione in Enichem S.p.A. Lo stesso giorno, primo agosto 1993, si conclude la storia di Enichem rispetto a questi impianti. Il primo agosto 1993 E.V.C. assume la gestione diretta degli impianti e tutto il personale operante sugli impianti e sui servizi viene trasferito al gruppo di società del gruppo E.V.C. Qualsiasi episodio, qualsiasi cosa che sia avvenuta dopo il primo agosto del 1993 è inconferente con questo processo, perché inconferente con le ultime persone che hanno gestito in qualsiasi modo o avuto qualsiasi legame con gli impianti di cui stiamo discutendo. Con questo io ho completato la proiezione delle slide e la prima parte della mia relazione, della mia discussione, relativa alla successione nelle diverse società. Avrei ancora un’altra mezz’oretta al massimo riguardante le posizioni personali di Cirillo Presotto e di Alberto Burrai. Partiamo dall’ingegner Cirillo Presotto. Cirillo Presotto è nel capo di imputazione per un periodo lunghissimo che va dal giugno 1979 al maggio 1991, con una serie di qualifiche differenti. Io ho cercato di scindere i vari periodi di responsabilità, per cercare di chiarire quali periodi sono conferenti con questo processo e quali non lo sono affatto e per cercare di dimostrare che in nessuno di questi periodi Cirillo Presotto ha avuto una responsabilità operativa gestionale rispetto agli impianti del ciclo CVM e PVC di Porto Marghera. Prima fase delle competenze dell’ingegner Presotto così come descritte nel capo di imputazione: responsabile di produzione della divisione chimica di base della società Anic dal gennaio 1979 al dicembre 1980. Quindi gennaio 1979 – dicembre 1980, responsabile di produzione divisione chimica di base di Anic. In questo periodo Anic è una capogruppo che dipende dall’Eni; Presotto dipende dal capo della divisione chimica di base, è il responsabile della produzione, ma la chimica di base non ha la gestione del CVM in nessuna parte d’Italia. Il CVM all’epoca veniva prodotto in questa società a Ravenna, non a Porto Marghera ma a Ravenna, ma la divisione di cui si occupava Presotto non aveva a che fare nemmeno con il CVM di Ravenna, figurarsi con il CVM di Porto Marghera. La società di Ravenna dipendeva infatti dalla divisione materie plastiche, non dalla divisione chimica di base, altra divisione. Seconda fase, descritta così nel capo di imputazione: direttore della divisione chimica di base della società Anic dal gennaio 1981 al febbraio 1985. Quindi in questa seconda fase Presotto è stato promosso da responsabile di produzione a direttore sempre della divisione chimica di base dell’Anic, divisione che continua a non occuparsi di CVM. A capo della divisione materie plastiche, da cui dipendeva la società chimica di Ravenna e quindi il CVM di Ravenna, per carità, è stato chiamato l’ingegner Bianchi, non l’ingegner Presotto. Nel frattempo la società Chimica Ravenna, perché è importante per noi? Perché è quella che diventa Enoxi Chimica. Enoxi Chimica si irrobustisce e acquisisce gli impianti CVM e PVC di Porto Torres e di Assemini, non di Porto Marghera. Il Petrolchimico di Marghera non faceva neanche parte del gruppo, a nessun titolo. Presotto comunque non ha mai avuto nessun ruolo nell’Enoxi. Il 28 dicembre 1981 l’Eni acquista dall’Anic la Enoxi Chimica, che quindi non è più neanche Anic. Il 29 dicembre 1981 c’è la società paritetica Enoxi tra Eni e Occidental, di cui abbiamo parlato prima ed Eni cede Enoxi Chimica ad Enoxi. Come abbiamo ricordato, il 17 marzo del 1983 Montepolimeri e Montedipe vendono Riveda all’Eni – all’Eni, non all’Anic – e contestualmente Riveda firma tutti quei contratti di affitto che abbiamo visto. L’amministratore delegato di Riveda è il dottor Autori, che firma tutti i contratti. Presotto è completamente estraneo a Riveda, non ha carichi in nessuna società che riguardi nemmeno lontanamente Riveda in questa fase. L’11 marzo 1983 Anic cede alcune divisioni all’Eni Chimica e queste divisioni divengono società a se stanti: Eni Chimica Fibre, Eni Chimica Agricoltura, Eni Chimica Secondaria, etc. Anic a questo punto resta una capogruppo dipendente dall’Eni, ma rimane con la sola chimica di base, il cemento, non con il CVM. In questo momento si rompe la joint-venture tra Occidental ed Eni; Eni riscatta la parte non sua di Enoxi, Eni a questo punto controlla Enoxi, Riveda ed Anic, tre società separate. Anic e Riveda non c’entrano niente l’una con l’altra in questa fase. Il 28 ottobre 1983 Eni cede a Eni Chimica sia Riveda che Enoxi. Nel corso del 1984 Eni Chimica cambia il nome in Enichem Polimeri. Riveda si fonda in Enichem Polimeri il primo gennaio 1985. Passiamo alla terza fase della carriera dell’ingegner Presotto così come contestata nel capo di imputazione: direttore generale delle attività chimiche della società Anic dal marzo 1985 all’aprile 1986. È in questa fase infatti che Cirillo Presotto viene nominato direttore generale delle attività chimiche di Anic, ma Anic in questo periodo non c’entra nulla con il Petrolchimico di Porto Marghera. La nomina a direttore generale dipende dalla nuova organizzazione interna di Anic, che ha tre direzioni generali: attività chimiche, Presotto, servizi, ingegneria e approvvigionamenti, che resta a Bianchi. Dalla direzione generale attività chimiche, quella di Presotto, dipendono gli stabilimenti di Gela, Porto Torres, Ravenna, Sarrox, Saline e Narderello, un sacco di lavoro, ma non Porto Marghera. Dalla stessa direzione dipendono le divisioni raffinazione, (steam cracker), intermedi organici, clorosoda, borici, poi c’è una divisione cemento. Nel frattempo Enichem diviene una capogruppo di Eni per la chimica; Anic diventa Enichem Anic, società di terzo livello alle dipendenze di Enichem. Tra le molte società sorelle dipendenti da Enichem, troviamo Enichem Fibre, Agricoltura, Gomme. Enichem Polimeri è una società sorella, staccata; dipende sempre dall’Enichem, non c’entra niente con l’Enichem Anic dove lavora l’ingegner Presotto. Fra l’altro, a tutte queste operazioni societarie, ovviamente, Presotto è rimasto sempre estraneo. In tutte queste fasi descritte fin qui, dal 1979 al marzo 1986, le qualifiche e le cariche ricoperte dall’ingegner Presotto sono del tutto estranee all’oggetto del processo. Non si comprende affatto perché il Pubblico Ministero abbia incluso nel capo di imputazione l’ingegner Presotto per questo periodo. Si comprende invece benissimo perché il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, qui in giudizio di appello, abbia rinunciato a discutere tutte le fasi iniziali della carriera lavorativa del mio assistito. Quando nell’udienza del 13 luglio, pagina 54 del verbale, il Pubblico Ministero parla di Presotto, dice: "Noi vediamo che Presotto ha attraversato praticamente tutte le società fondamentali del Enichem dal 1986 in poi", dal 1986 in poi, ha cambiato idea rispetto al capo di imputazione iniziale, "nel ruolo di amministratore delegato, dirigente assoluto, etc., fino ad arrivare nel periodo in cui c’è stato il passaggio ad E.V.C.". Quindi lo sa il Pubblico Ministero che c’è stato ad un certo punto un passaggio ad E.V.C. Non è dunque assolutamente accettabile che l’Avvocato Manderino cerchi di coinvolgere l’ingegner Presotto nella responsabilità relativamente ai casi di Maurizio Simion, la cui esposizione a CVM è cessata nel 1986, Gastone Bonigolo cessata nel 1983 ed ancora più Vincenzo Cappelletto, che a noi risulta non più esposto al massimo dal 1977. Passiamo alla quarta fase della carriera lavorativa dell’ingegner Presotto, amministratore delegato della società Enichem Polimeri ed Enichem Base dal marzo 1986 all’ottobre 1987. Nel marzo 1986 l’ingegner Presotto viene nominato amministratore delegato di Enichem Polimeri e poi di Enichem Base, e resta in questa funzione fino all’ottobre 1987. Come abbiamo visto poco sopra, infatti, il primo gennaio 1985 Riveda è stato incorporato in Enichem Polimeri e dal primo ottobre 1996 Enichem Base S.p.A. è subentrata ad Enichem Polimeri S.p.A. In questo periodo, quindi fino al primo giugno 1987, dal primo marzo 1986 al primo giugno 1987, l’ingegner Presotto è amministratore delegato della società che come abbiamo visto è proprietaria degli impianti CVM e PVC di Porto Marghera, ma non li gestisce. Dal primo giugno 1987 Enichem Base acquisisce la gestione degli impianti CVM e PVC, ma tre giorni prima, come abbiamo già visto, ha stipulato, il 28 maggio 1987, la convenzione per la somministrazione di servizi di cui abbiamo già parlato. In questa posizione di amministratore delegato della società che gestisce gli impianti CVM e PVC, seppure nel contesto della convenzione che abbiamo visto prima, l’ingegner Presotto resta la bellezza di cinque mesi, dal primo giugno 1987 del 31 ottobre 1987. Si passa alla quinta fase come contestata nel capo di imputazione: direttore generale attività chimiche della società Anic dal novembre 1987 al dicembre 1989. Il primo novembre 1987, come detto sempre, Enichem Base viene assorbita da Enichem Anic. Quest’ultima società subentra in tutte le posizioni contrattuali della precedente, anche rispetto ai contratti di somministrazione di servizi con Montedipe. Dallo stesso novembre 1987 Presotto non è più amministratore delegato, scala di livello e torna ad essere direttore generale di Enichem Anic, società controllata da Enichem, carica in cui resterà due anni, fino al dicembre 1989. Come ha avuto modo di spiegare al Tribunale in primo grado in dibattimento lo stesso ingegner Presotto nella sua deposizione del 28 marzo 2001, l’Enichem Anic, che è una grossa società, ha in questi anni un Presidente e un Vice Presidente operativo. Quest’ultimo è lo stesso dottor Autori, già amministratore delegato di Riveda ed Enichem Polimeri, che manterrà in questi anni la cura di tutti i rapporti con Montedipe e il gruppo Montedison. La società ha poi un amministratore delegato, dal quale dipende l’ingegner Presotto come direttore generale attività chimiche. Così descrive le proprie mansioni lo stesso ingegner Presotto all’udienza del 28 marzo 2001, pagina 149: "Io dovevo curare sostanzialmente la programmazione delle lavorazioni, l’acquisto delle materie prime, l’esercizio, il marketing, le vendite e anche la ricerca di sei divisioni, perché sei divisioni erano sotto di me, circa 120 impianti, che erano distribuiti in stabilimenti a Porto Torres, a Semini, a Sarroc in Sardegna, a Gela, Ragusa, a Priolo in Sicilia, Brindisi, Saline, Larderello, Ravenna e Ferrara del continente, oltre che qua". Non aveva nessuna competenza o funzione specifica l’ingegner Presotto rispetto alla gestione degli impianti CVM e PVC di Porto Marghera, nessuna responsabilità rispetto alla situazione ambientale degli impianti, rispetto all’esposizione dei lavoratori, che comunque all’epoca era ormai bassissima, rispetto agli scarichi, alle discariche e così via. A conferma di ciò, quando si decise in questi anni di verificare la situazione degli impianti per il conferimento nella procedura, per il conferimento in Enimont, l’ingegner Presotto non fu assolutamente coinvolto in questa procedura di valutazione. In questo periodo, infatti, ha luogo la famosa verifica di American Uprisal. Come ha avuto modo di spiegare in dibattimento sempre all’udienza del 28 marzo 200, l’ingegner Presotto non ha avuto nulla a che fare con questa verifica. Dice l’ingegner Presotto: "Non ho mai conosciuto persone dell’American Uprisal, non ho visto riunioni, mai presenziato a riunioni, ricevuto o visto lettere, schede o relazioni". La gestione dei rapporti con l’American Uprisal è infatti affidata alla controllante Enichem, non ad Enichem Anic. Questo è confermato da tutti i documenti e da tutti i testimoni, incluso l’ingegner Caltabiano, che il Pubblico Ministero cita più volte nei pochi minuti della sua requisitoria dedicata all’ingegner Presotto. Cita più volte, ma mai a proposito. L’ingegner Caltabiano ha confermato che ad occuparsi delle verifiche American Uprisal era l’Enichem S.p.A. e non l’Enichem Anic, nella persona dell’ingegner Bianchi, udienza 23 febbraio 2001, pagina 73, domanda del Pubblico Ministero: "Quindi era l’ingegner Bianchi che seguiva tutto?", risposta dell’ingegner Caltabiano: "Sì, con cui io e la mia funzione non avevamo un rapporto di lavoro. Per quello che ho saputo, era un incarico dato ad personam a lui". Anche l’ingegner Sernia, pure citato non troppo a proposito dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria, conferma che Presotto era direttore generale per le attività chimiche di Enichem Anic, certo che lo era, con competenze estese anche agli impianti di Porto Marghera, ma non dice affatto che la verifica American Uprisal sia stata seguita nel gruppo Eni da Enichem Anic, anzi ribadisce quello che hanno detto tutti gli altri e cioè che la verifica era seguita direttamente, con proprio personale, dalla capogruppo con il supporto esclusivamente dei tecnici dell’impianto. Interrogatorio 15 settembre 1996, pagina 3. Veniamo all’ultima fase in cui nel capo di imputazione si solleva l’imputazione per la competenza dell’ingegner Presotto: direttore dell’ambiente della società Enimont dal dicembre 1989 al maggio 1991. Qui non posso far altro che citare quello che dice l’ingegner Presotto quando descrive con parole molto vivide quella che è stata l’ultima fase della sua carriera, prima del passaggio ad altra società che non aveva nulla a che fare con questi impianti; una fase della carriera definita da lui stesso nera, perché era privato di qualsiasi responsabilità operativa. Nel verbale della sua deposizione già citata prima, troviamo qualche pagina dedicata a questo periodo, udienza 28 marzo 2001 pagina 162 e seguenti: "Io ero direttore generale per l’attività chimica dell’Enichem Anic – dice Presotto – arriva l’Enimont ed io come altri sono stato senza tanti complimenti accantonato, esautorato, silurato, come volete, sono stato estromesso e nessuno mi ha dato una spiegazione e mi viene data questa posizione di direttore ambiente a livello della holding. Qui devo spiegare, nel periodo Enichem Anic, quando l’Enichem Anic era capogruppo, aveva un servizio di sicurezza centralizzato, però si trattava di divisione. Questo servizio sicurezza centralizzato serviva alle divisioni. Dopo che è stata costituita Eni Chimica, poi diventava Enichem, che era capogruppo, sotto l’Enichem si sono formate tutte quelle società che abbiamo visto prima e tutte le società si sono date un proprio servizio di sicurezza ambiente. Quando ci siamo uniti con l’Enimont, anche l’Enimont aveva la stessa organizzazione: c’erano quaranta o quarantuno stabilimenti, non ricordo bene quanti, che avevano ognuno un proprio pass, cioè servizio protezione ambientale e sicurezza. Ogni società dell’Enimont, erano circa dodici, aveva un proprio pass, quindi cosa ci stava a fare la direzione ambiente quando i pass operativi erano quelli sotto? Era difficile trovare uno spazio, che cosa fare, come fare, con chi interagire. Tanto è vero che nei primi mesi sono andato in cerca di piazzarmi da qualche altra parte, non riuscivo a mandare giù questa cosa. Poi verso la fine dell’anno, visto che l’Enimont andava sciogliendosi e tornava all’Enichem, mi è stato detto: "Stai buono, che poi vedrai che ti sistemeremo", come in effetti è successo. Nel frattempo però avevo uno stipendio, dovevo corrispondere qualcosa alla società. Mi erano arrivati alcuni collaboratori, alcuni significa quattro, poi uno è stato portato via e quindi sono rimasto con tre collaboratori. Cosa volete che avessi competenze operative, per un gruppo da quaranta stabilimenti, con tre collaboratori. Cosa dobbiamo fare, che spazio dobbiamo, come può rendersi utile questa direzione?" e si sono messi ad occuparsi di convegni, incontri, ha ricevuto gente, è andato negli Stati Uniti, ha fatto un convegno a Ravenna, ha incontrato l’Epa, potrete leggerli tutti nel verbale, non ve lo sto a leggere tutto, si sono messi ad occuparsi in sostanza di creare, di studiare delle linee guida generali per la protezione ambiente e sicurezza, nulla che avesse a che fare neanche minimamente con la gestione operativa dell’ambiente sicurezza delle società o con gli impianti di Porto Marghera. Una sola parola aggiuntiva merita il pochissimo che il Pubblico Ministero ha detto nella sua requisitoria rispetto alla posizione dell’ingegner Presotto. Per sostenere la responsabilità dell’ingegner Presotto, il Pubblico Ministero non riesce a produrre documenti perché non ne ha, non riesce a mostrare nulla, salvo il riferimento a qualche dichiarazione resa durante le indagini preliminari e alla deposizione dibattimentale del teste Caltabiano. Ecco cosa dice il Pubblico Ministero, che è pochissimo e quindi posso citarlo, udienza 13 luglio pagina 56: "Ricordo su Presotto l’interrogatorio dell’ingegner Pisani acquisito il 18 settembre 1996, per dire come l’ingegner Presotto fosse il diretto superiore del direttore di stabilimento Pisani e quindi fosse in rapporto diretto per tutto quanto era di competenza degli impianti CVM e PVC di Porto Marghera. Ricordo soltanto questo punto, per dire come proprio l’ingegner Presotto fosse il punto di riferimento dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso delle direttive, delle indicazioni e degli interventi", questo dice il Pubblico Ministero, come dice anche l’ingegner Caltabiano. Ma andiamo a vedere. La frase del Pubblico Ministero, che fra l’altro crea un po’ di confusione, si riferisce probabilmente al periodo che abbiamo detto prima, al numero 5, in cui Presotto era direttore generale dell’attività chimica dell’Anic, 1987 – 1989, farebbe supporre che l’ingegner Presotto avesse specifiche competenze in materia ambientale, discariche o bonifiche come superiore dell’ingegner Pisani, ma non è assolutamente così, non è questo che emerge dalle deposizioni citate. Nella sua deposizione avanti al Pubblico Ministero è stato chiarito benissimo, quella dell’ingegner Pisani, è stato chiarito benissimo tutte le modifiche impiantistiche approvate durante la gestione dell’ingegner Pisani degli stabilimenti e degli impianti e l’ingegner Pisani ha sottolineato come l’esposizione a CVM negli ambienti di lavoro negli anni 1988 – 1990 presentava valori largamente inferiori ai limiti di legge e risponde poi l’ingegner Pisani: "Durante il periodo di direzione, riferivo in termini generali al mio superiore diretto ingegner Presotto l’andamento di tutta l’attività, riportandomi in sostanza a quanto detto in precedenza, riportandogli che l’esposizione a CVM negli ambienti di lavoro presentava valori largamente inferiori ai limiti di legge". L’ingegner Caltabiano fa invece un po’ di confusione e in un contesto in cui sta rispondendo a domande sulla gestione ambientale e sulle bonifiche Enichem, dice che in quegli anni l’ingegner Presotto era stato nominato direttore in Enichem della nuova funzione sicurezza e ambiente. Qui si sbaglia Caltabiano, perché in realtà la direzione della funzione sicurezza e ambiente è del periodo Enimont, non di quello Enichem e poi si corregge però l’ingegner Caltabiano e correttamente, udienza 23 febbraio 2001, pagina 77, attribuisce questa qualifica all’ingegner Presotto solo per il periodo Enimont. Questo è tutto quanto emerge dalla requisitoria del Pubblico Ministero, nulla. Qualche parola, molto brevemente, dieci minuti al massimo, sulla posizione del mio secondo assistito, Alberto Burrai, su cui forse spenderà qualche parola anche il collega professor Carboni la prossima volta. Anche l’ingegner Burrai è accusato rispetto a competenze che vanno dal 1982 al 1992. Prima fase: vice direttore tecnico della società Anic dall’aprile 1982 al luglio 1983. In questa prima fase, come abbiamo già visto, l’azienda CVM e PVC di Porto Marghera è estranea all’Eni e quindi non c’entra niente. Seconda fase: amministratore delegato di Enichem Anic dal luglio 1983 all’ottobre 1987. Abbiamo pure già rilevato, parlando dell’ingegner Presotto, che Enichem Anic era una società del tutto estranea al Petrolchimico di Porto Marghera, era una delle molte società controllate da Enichem, capogruppo per la chimica del gruppo Eni. Tra le altre società controllate da Enichem, c’era Enichem Polimeri che aveva incorporato Riveda, ma è un’altra società. D’altra parte lo stesso Pubblico Ministero, nella sua requisitoria del 13 luglio 2004, ignora completamente la posizione dell’ingegner Burrai per tutto il periodo antecedente al novembre 1987, e fa benissimo. Ecco dunque che Presotto e Burrai, che dovrebbero essere per l’accusa i responsabili del gruppo diciamo così Enichem per il periodo antecedente al giugno 1987, scopriamo che scompaiono, non c’erano, si occupavano d’altro in questo periodo e torna quello che dicevo all’inizio. Fino al giugno del 1987 nessuna società del gruppo Enichem ha responsabilità gestionali e nessun imputato del gruppo Enichem vede attribuite a sé responsabilità per la gestione di questi impianti. Basterebbe questo a chiudere il discorso per tutta la fase antecedente a questo periodo. Passiamo alla terza fase delle competenze dell’ingegner Burrai, amministratore delegato e Presidente di Enichem Anic dall’ottobre 1987 all’agosto 1990. Il primo novembre 1987 Enichem Base, nella quale era stata in precedenza incorporata Riveda, viene assorbita da Enichem Anic, società di cui l’ingegner Burrai è Presidente e amministratore delegato. Come ha potuto chiarire Burrai nel suo interrogatorio di fronte al Pubblico Ministero il 12 ottobre 1996 e poi nelle dichiarazioni spontanee acquisite a dibattimento l’8 maggio 2001, Enichem Anic a quell’epoca gestiva una decina di siti in varie parti d’Italia, centinaia di impianti e circa dieci mila dipendenti. In ogni stabilimento c’era un direttore di stabilimento, sopra il quale stava un direttore di divisione, cui era sovraordinato il direttore generale attività chimiche, che rispondeva all’amministratore delegato, cioè all’ingegner Burrai. È perfettamente consequenziale che una catena gerarchica così lunga ed una società così grossa comportassero che gli specifici problemi eventualmente riscontratisi negli impianti di Porto Marghera non venissero rappresentati all’amministratore delegato. Non c’è nessun elemento, né documentale né testimoniale, a prova del contrario. Burrai non ha mai avuto alcuna responsabilità per le condizioni ambientali negli impianti CVM e PVC di Porto Marghera, condizioni che comunque erano perfettamente a norma di legge – ma non spetta al difensore di Burrai dirlo – e non ha mai avuto modo o competenza per occuparsi di scarico e discariche. Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, che è poi l’unico momento in cui si è degnato di dedicare qualche minuto di attenzione all’ingegner Burrai, non riesce a produrre un solo documento o a citare una sola deposizione testimoniale a prova del contrario, infatti non cita altro che la deposizione istruttoria dell’ingegner Sernia che nel 1987 era superiore diretto di Burrai in quanto Presidente di Enichem Anic. Dice il Pubblico Ministero, udienza 13 luglio 2004, pagina 57: "L’ingegner Burrai viene smentito sul fatto di non essersi interessato delle vicende di Porto Marghera proprio dall’ingegner Sernia – come dicevamo poco fa – perché proprio dall’ingegner Sernia lui ha avuto la delega per la chimica di base. Ce l’ha detto il Sernia il 15 ottobre del 1996 e ha avuto l’indicazione proprio di seguire direttamente la vicenda American Uprisal. Sernia ripetutamente dice che i responsabili tecnici erano Burrai, Presotto e poi più in basso Caltabiano". Ma Sernia, come ormai sappiamo benissimo, perché lo abbiamo ricordato anche a proposito dell’ingegner Presotto, non dice affatto che Burrai o chiunque altro ai vertici di Enichem Anic si sia occupato della valutazione American Uprisal, dice proprio il contrario, interrogatorio 15 ottobre 1996, pagina 3: "Mi ricordo che prima della costituzione di Enimont - dice Sernia – i vertici Eni ed Enichem decisero d’intesa con i vertici di Montedison di provvedere ad una valutazione degli impianti che sarebbero confluiti in Enimont. Tale questione venne gestita a livello del vertice Eni ed Enichem: per l’Enichem se ne è interessato l’allora Presidente, a livello di Eni il responsabile per la programmazione di cui non ricordo il nome. Per quanto riguarda l’Enichem, tutti i rapporti con la American Uprisal vengono curati dal ragionier Riva", cioè non parla mai di Enichem Anic. Queste dichiarazioni sono in totale sintonia con quanto detto dall’ingegner Burrai nelle dichiarazioni spontanee. Burrai ha detto, anzi ha scritto, perché sono depositate: "L’indagine American Uprisal era gestita da Enichem, in quanto finalizzata alla costituzione di Enimont. I documenti prodotti erano destinati ad essere utilizzati in quella sede e non mi risulta che siano stati trasmessi alle società operative, tra cui Enichem Anic. Io, in particolare, non sono stato coinvolto né nella definizione dello scopo dell’indagine stessa, né nello svolgimento dell’indagine, né nella preparazione e stesura del rapporto, di cui non sono stato né destinatario né utente". Non ci vuole altro per dimostrare che le competenze dell’ingegner Burrai, nel suo periodo di amministrazione di Enichem Anic, non aveva nulla a che fare con la gestione delle problematiche ambientali degli impianti di Porto Marghera. Chiudo in un secondo, sono gli ultimi due periodi di competenza dell’ingegner Burrai, vice Presidente di Enimont Anic dal novembre 1990 al giugno 1991 e Vice Presidente di Enichem Anic, che poi è la stessa società che ha cambiato nome, dal giugno 1991 al maggio 1992. Nelle ultime due fasi della sua carriera nel gruppo, l’ingegner Burrai ha ricoperto la carica di Vice Presidente prima di Enimont Anic e poi di Enichem Anic. Ma questa funzione non comportava alcuna funzione di tipo gestionale operativa, ma solo di coordinamento e riferimento tecnico ad alto livello. Enimont Anic era una società enorme e che possedeva una propria unità tecnica sicurezza e ambiente, ma soprattutto, come abbiamo detto prima parlando, citando l’ingegner Presotto, una specifica unità tecnica pass per sicurezza e ambiente era presente in ognuna delle molte società che componevano la galassia Enimont che, come lo ricordiamo, era un gruppo sparso in sette siti sul territorio nazionale, con più di dieci mila dipendenti. Anzi, la responsabilità specifica affidata dal Consiglio di amministrazione di Enimont all’ingegner Burrai, è stata proprio quella di garantire che in ciascuna struttura dell’organizzazione aziendale fossero definite ed assegnate chiare ed appropriate responsabilità relative alle problematiche ambientali. Chiudo, cinque minuti ancora e poi ho finito, con un argomento che non dovrei neanche presentare come difensore di Burrai e di Presotto, ma che presento solo come completezza argomentativi, per dire che in ogni caso, pur avendo già detto che fino al 1987 non c’è nessuna responsabilità per il gruppo Enichem e quindi non c’è nessuna responsabilità per nessuno degli imputati di questo gruppo, in ogni caso nel periodo in cui Enichem ha avuto la proprietà degli impianti tra il 1983 e il 1987, gli impianti erano perfettamente a norma dal punto di vista ambiente e sicurezza. Uno sguardo di insieme alle condizioni di lavoro nei reparti dimostra infatti ancora una volta come l’accusa sposti su un piano giuridico, cercando di farlo apparire controverso, una questione che è già incontrovertibilmente risolta in fatto, e il fatto è questo: anche nel periodo precedente a quello in cui Enichem assume la gestione degli impianti, le dosi di CVM a cui erano esposti gli operai erano bassissime, insignificanti, lontane ordini di grandezza perfino dalle basse dosi della cui idoneità causale pure si discute. Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria ha dato largo spazio al supposto ritardo nel completamento delle principali commesse che avrebbero permesso il miglioramento della situazione ambientale degli impianti rispetto al biennio 1974 – 975. Non è vero, ma non ci interessa in questa sede, perché è del tutto ovvio comunque che gli interventi principali sono stati realizzati in data molto anteriore al 1983. Per quanto riguarda l’esposizione al CVM, gli interventi tecnologici più importanti riguardano gli Anni Settanta: la sostituzione delle valvole delle ritenute, lo spurgo delle autoclavi con vapore dopo lo scarico di lattice, il lavaggio con acqua ad alta pressione, lo (stripting) del lattice, il raddoppio delle linee di degasaggio, le modifiche al sistema di scarico del lattice, l’installazione di nuovi filtri, la chiusura dei serbatoi di stoccaggio, la polmonazione con azoto, la modifica della procedura di carico e dei catalizzatori additivi, la filtrazione e lo stripting al CV24 e 25... È inutile fare un elenco completo, sono tutte modifiche degli Anni Settanta, non certo posteriori al 1983. Anche per quanto riguarda la polverosità dei reparti di insacco, la situazione non cambia. Risalgono agli Anni Settanta l’installazione del sistema di trasporto pneumatico degli oversides precedentemente recuperati manualmente, dei setacci e automatizzazione della carica dei (blander), costruzione della sala quadri e delle cabine fonoassorbenti nel CV5 e 15, allestimento di una sala peso per gli additivi separata dalla sala dei mescolatori, installazione del sistema di abbattimento delle polveri al CV5 e 15, insolazione dell’insacco dalle altre fasi produttive. Sono del 1980, non del 1983, l’installazione dell’impianto di captazione delle polveri al CV6, l’innalzamento del camino dalla prima linea di essiccamento e l’installazione del nuovo sistema di insaccamento cronos, nonché la sostituzione dei sacchi e delle linee bus e la costruzione del trasporto pneumatico CV5 e 15. In sostanza l’istruttoria dibattimentale di primo grado ha messo in luce in modo inoppugnabile una situazione modificata molto presto rispetto a quella dell’inizio degli Anni Settanta, una situazione che non perdurava certo all’inizio degli Anni Ottanta. Il monitoraggio sequenziale continuo in funzione dal 1975 attesta che la riduzione delle concentrazioni del CVM era stata di almeno un ordine di grandezza. Io non cito gli esperti della difesa, che sarebbero considerati inaffidabili dall’accusa, mi bastano gli affidabili e neutrali esperti dell’accusa. Basta leggere cosa ha detto, non so, l’ingegner Nano all’udienza del 16 giugno 1999. "Quindi - dice l’ingegner Nano – quello che lei mi chiede non posso dirle di quanto è sceso. Le dico che questi tipi di interventi sicuramente hanno ridotto di almeno un ordine di grandezza il livello espositivo nei reparti", e questi dati non sono riconosciuti solo da alcuni ma sono riconosciuti da tutti i consulenti dell’accusa. Le matrici di Comba e Pirastu, per esempio, pubblicate nel 1991 da Pirastu ed altri, utilizzati da Colosio ma anche da Martinez, per la compilazione delle storie lavorative personale dei soggetti entrati nel dibattimento, utilizzano un valore minore di 5 p.p.m. come valore più basso dell’esposizione media giornaliera, ma a tale cifra è chiaramente anche per loro l’argomento errato in eccesso, tanto che gli stessi estensori della matrice hanno dichiarato, cito da un articolo Pirastu più altri, "La mortalità dei produttori di cloruro di vinile in Italia", Medicina del Lavoro 1991, pagina 388: "Alla metà degli Anni Settanta sono state adottate misure di controllo più efficaci che hanno portato l’esposizione a livelli solitamente inferiori ad un p.p.m.". Non proseguo perché ha già detto tutto il professor Pulitanò a questo proposito e non occorre neanche citare i consulenti della difesa. Basta questo detto per chiarire una volta per tutte l’assoluta inconsistenza delle tesi dell’accusa per tutto il periodo di competenza Enichem e persino per il periodo dal 1983 al 1987 che di competenza Enichem non è, se non nella prospettazione accusatoria. Concludo quindi chiedendo la conferma della sentenza di proscioglimento con formula piena per i miei assistiti. Grazie.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo adesso e riprendiamo verso le due.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.05.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 14.05.

 

DIFESA – Avv. Cesari – Signor Presidente, se permette, io comincio dicendo soltanto due parole per la difesa del dottor Giovanni Parrillo, che io assisto assieme all’Avvocato Fornari che ha parlato questa mattina. Fornari stamattina evidenziava giustamente che non può essere attribuita al dottor Parrillo una qualsiasi posizione di garanzia in ragione della sua collocazione nelle società di cui era amministratore delegato, società contrariamente erano le holding rispetto alle società operative, tipo Enichem o Enichem Anic che fosse, che gestiva lo stabilimento di Porto Marghera. Tutto questo è molto giusto ed è vero, c’è questa cesura che impedisce di ritenere una responsabilità di Parrillo in questo senso, ma io voglio solo sottolineare che per quello che andrò a dire tra poco per la posizione dell’ingegner Zerbo, che viceversa era direttore dello stabilimento al Petrolchimico di Porto Marghera, tutte le cose che vanno a sollievo della responsabilità di Zerbo valgono a maggior ragione anche per Parrillo, che da Porto Marghera era effettivamente abbastanza distante per organigramma e per ruoli societari. Detto questo, appunto, vengo alla difesa di Federico Zerbo, direttore dello stabilimento Petrolchimico. I colleghi illustri che mi hanno preceduto fin qui hanno trattato tutti i grandi temi di fondo di questo procedimento, di questo processo: la causalità, i reati di danno e di pericolo, la colpa specifica, la colpa generica, l’avvelenamento, l’adulterazione e quindi io a questo punto non ho altro che da associarmi alle argomentazioni che sono state svolte così bene, del resto, e associarmi anche alle conclusioni che si possono trarre per quello che riguarda l’insussistenza dei fatti reato, di tutti i fatti reato. Venendo più propriamente alla posizione dell’ingegner Zerbo, alla difesa di Zerbo, difesa che sarà completata e irrobustita dal professor Bettiol, che interverrà subito dopo di me, vorrei osservare che io mi propongo di dimostrare l’evidenza, e cioè che a Zerbo in nessun caso e in nessun modo possono essere attribuire delle condotte, quelle condotte che figurano nel capo di imputazione e che, secondo il Pubblico Ministero, dovrebbero definirne la responsabilità. In altre parole cerco di arrivare alla conclusione che Zerbo deve comunque essere assolto per non aver commesso il fatto, anche nell’ipotesi in cui la sentenza di Tribunale subisse una leggera modifica nella formula assolutoria. Ma non è questo, è un’ipotesi, mi sembra l’ipotesi della irrealtà. In ogni caso pertiene a questa difesa difendere Zerbo anche da questo punto di vista. Allora, per entrare subito nel merito delle accuse che vengono rivolte al mio assistito, io vorrei far subito riferimento a due specifici profili di responsabilità che il Pubblico Ministero nella sua requisitoria del 13 luglio ultimo scorso ha rivolto a Zerbo. Il primo riguarda, lo accusa e dice: ma tu, Zerbo, che ti sei detto esperto di strumentazione industriale, ciò non di meno hai mantenuto in esercizio il gas-cromatografo per controllare l’esposizione dei reparti CVM, quando le nozioni di tecnologia diffusa, la tecnologia più diffusa diceva che era meglio usare lo spettrometro di massa. È evidente che sotto questo profilo il Pubblico Ministero intende attribuire a Zerbo un profilo di colpa generica, anche se non l’ha detto, ma mi sembra del tutto evidente, dice: non hai adottato la migliore tecnologia disponibile e quindi devi rispondere di tutto quello che può conseguire a questa mancata adozione. Signori della Corte, rispetto a questa argomentazione, che mi sembra rivelare sostanzialmente ancora una volta una sostanziale fragilità di tutte le accuse che ha rivolto il Pubblico Ministero a tutti gli imputati, in questo caso di Zerbo è facile osservare che l’adozione del gas-cromatografo non dipende da un’iniziativa anomala dell’ingegner Zerbo, ma è assolutamente conforme a quello che dice il famoso decreto del Presidente della Repubblica 962 del 1982, quello che dispone appunto che ci sia un sistema di controllo di concentrazione negli ambienti dove si lavora il CVM e quello che dice che il sistema di rilevazione viene fatto mediante gas-cromatografo oppure con altri sistemi equivalenti. Quindi in nessuna maniera si può rimproverare a Zerbo e comunque a chiunque abbia tenuto in funzione per questo tipo di funzione un gas-cromatografo, non si può rimproverare di averlo fatto e di non averlo sostituito con qualche altra cosa e poi oltre tutto, risulta anche questo dagli atti, è pur vero che lo spettrometro di massa, se è vero che è uno strumento non più preciso ma più rapido, il confronto dei dati assunti proprio in occasione di un evento che riguarda E.V.C., che è quella società che è succeduta alla gestione dei reparti CVM, dimostra che i dati del gas-cromatografo e quelli dello spettrometro sono sostanzialmente sovrapponibili. L’unica differenza è che quelli dello spettrometro di massa sono più frequenti rispetto a quelli del gas-cromatografo, ma non è questo che importa. Il secondo profilo di responsabilità che il Pubblico Ministero ha rimproverato a Zerbo nella requisitoria sempre del 13 luglio è relativo al fatto che Zerbo sostanzialmente si sarebbe disinteressato dei problemi ambientali dello stabilimento da lui diretto, ritenendo che appartenessero ad una funzione superiore alle funzioni di sede e la prova di questo starebbe in due lettere che sono del 1991, a cavallo mi sembra tra il marzo e l’aprile del 1991, ma comunque mi permetterò di esibirle in copia alla Corte al termine di questo mio intervento, queste due lettere da cui peraltro risulta tutto il contrario. Il Pubblico Ministero dice: ah, guarda che in quelle lettere che sono firmate dall’ingegner Caltabiano e dirette all’ingegner Gavagnin, si dà l’ordine a Gavagnin di astenersi da certe iniziative in materia ambientale e siccome quest’ordine è dato anche a Zerbo, effettivamente Zerbo risponde anche lui: ma mi sembra una strana argomentazione, perché casomai, se da queste lettere risulta qualcosa, risulta per iscritto, risulta de plano che la competenza a decidere gli interventi in materia ambientale apparteneva alla sede, alla S.I.A., alla sicurezza ambiente di sede e cioè a quell’ingegner Caltabiano che le firma e quindi obiettivamente non si può dire che Zerbo fosse indifferente alle responsabilità ambientali e vedremo poi che indifferente ai problemi ambientali e alle relative responsabilità non era stato, perché dirò tra pochi minuti tutti i casi in cui Zerbo effettivamente è intervenuto ed è attivamente intervenuto e proficuamente intervenuto per risolvere quei problemi ambientali che erano presenti nello stabilimento e che erano conosciuti soprattutto, perché si tratta anche di una conoscenza di problemi ambientali, non si trattava soltanto di immaginarli; bisognava andare a vedere se effettivamente erano in che situazioni, in che condizioni. Quindi mi sembra che questi due profili di responsabilità, che sono poi gli unici che il Pubblico Ministero ha specificatamente addebitato a Zerbo, siano destinati a non aver nessun rilievo ai fini di poter in qualche modo attribuire una qualche colpa a questo mio assistito. Detto questo e venendo al merito più proprio della difesa dello stesso ingegner Zerbo, ritengo che sia opportuno collocare lo stesso ingegnere nel tempo e nelle competenze, perché? Perché Zerbo compare sulla scena di questo processo, vi compare quando diventa direttore dello stabilimento l’8 febbraio 1988. In quel momento Zerbo è dipendente della società Montedipe che gestisce l’intero stabilimento, eccezion fatta per i reparti CVM, che sono viceversa di proprietà e sono gestiti dalla società Enichem Anic, altra cosa rispetto alla società di cui Zerbo in quel momento era dipendente. Questa situazione dell’ingegner Zerbo e le sue competenze permangono tali e quali fino al 16 novembre 1990, quando Enichem Anic rileva da Montedison tutti i reparti, tutto lo stabilimento e quindi anche tutti i reparti CVM e mantiene Zerbo come direttore dello stabilimento. Quindi dal 16 novembre 1990 al 31 maggio 1993, quando Zerbo passa a dirigere lo stabilimento di Ravenna, la responsabilità di Zerbo è riferibile anche ai reparti CV. Però attenzione, signori della Corte, i reparti CV che sono transitati nelle mani dell’ingegner Zerbo che ha diretto tutto lo stabilimento e quei reparti, sono soltanto i reparti CV22 - 23 e CV24 - 25. Gli altri reparti, quelli che sono stati più sospettati di essere nocivi diciamo alle persone e all’ambiente, erano da tanto chiusi. Il reparto CV6, il famigerato reparto CV6, quello che è stato oggetto di tante attenzioni dell’accusa, era chiuso fin dal 1986, il reparto CV14 altrettanto era chiuso, il reparto CV5 e 15 era transitato in proprietà e in gestione alla società European Vinyls Corporation e quindi non è mai stato un reparto di cui Zerbo abbia assunto la responsabilità. A proposito di competenze, quindi i tempi li ho detti, vanno dal 1988 al 1993, le competenze sono queste, per i reparti CVM sono queste che vanno dal 16 novembre 1990 al 31 maggio 1993, ma a proposito di competenze va anche detto di quelle che risultavano competenze in un altro senso, ma competenze anche quelle gestionali, dalle procure che erano state conferite all’ingegner Zerbo. Queste procure prevedevano puntualmente dei limiti di spesa, per cui quando Zerbo era direttore della Montedipe poteva spendere fino ad un massimo di 300 milioni di allora per ogni singolo affare; quando poi è diventato dipendente di Enichem, la competenza di spesa è scesa: 100 milioni soltanto per ogni singolo affare. Questo ha un significato, perché come vedremo più avanti dimostra anche che certi tipi di interventi massicci, significativi, pesanti dal punto di vista finanziario ed economico, non potevano essere né decisi da lui, né neanche tutto sommato immaginati, ma partivano dalla sede centrale e questo ha il suo significato per quanto andrò a dire più oltre. La collocazione di Zerbo che ho appena fatto nel tempo, dal 1988 al 1993, vale immediatamente a dimostrare quell’evidenza di cui parlavo all’inizio. È evidente che Zerbo non può assolutamente rispondere di fatti, per fatti, per eventi e per condotte che siano riferibili a prima di quegli anni e quindi viene a cadere tutta una serie di accuse, quelle che sono indicate nel capo di imputazione, che sono puntualmente riferite agli Anni Settanta. Così l’accusa, per essere un momento preciso sui tempi, l’accusa di non aver spostato i lavoratori dopo che venne fatta la famosa indagine Fulc, quella che evidenziava un certo numero di persone affette da Morbo di Reynaud o epatotapie varie, ma è un’indagine che riguarda il 1977, quando Zerbo non c’era neppure a Marghera, perché era a Mantova che lavorava. Il mancato spostamento dei lavoratori, ad un certo momento l’indagine Fulc è del 1977, l’insufficienza dei budget di manutenzione agli anni 1973 - 1975, lo dice il capo di imputazione, contesta che fossero insufficienti i budget di manutenzione degli impianti negli anni 1973 – 1975, ma ancora una volta Zerbo non c’era. Il ritardo nell’installazione del monitoraggio, anni 1975 – 1978, ma Zerbo è arrivato nel 1988, la gestione, il metodo di controllo dell’esposizione tramite il monitoraggio ad esposizioni nei reparti era già da tempo attuato secondo quel sistema gas–cromatografico di cui ho detto. La mancata informazione dei lavoratori, anche questa il capo di imputazione la riferisce agli Anni Settanta – Ottanta. Quindi è del tutto evidente che tutte queste accuse che sono puntualmente riportate nel capo di imputazione e riferite anche all’ingegner Federico Zerbo, sono destinate a cadere per una questione evidente, perché altrimenti si verrebbe a violare quella consecutio logica tra condotte ed evento, che costituisce uno dei cardini della responsabilità penale. In questo caso non si può certo imputare a Zerbo un qualcosa che lui non ha mai commesso e non si è mai neanche per omissione per il passato. Ma vorrei dire che non riguarda l’ingegner Zerbo neanche quello che poi sostanzialmente costituisce in fatto il nucleo centrale dell’accusa e cioè il fatto di aver mantenuto in esercizio dei reparti che denunziavano gravi carenze strutturali, gravi carenze manutentive e sostanzialmente addirittura gravi carenze nella loro concezione di fondo, perché anche tutte queste carenze, ammesso che vi fossero state, erano state completamente ovviate negli anni successivi, ma sempre prima che Zerbo assumesse la direzione. La prova è nelle consulenze Foraboschi ma direi anche nella consulenza Nano e anche nelle stesse dichiarazioni di quel tale Gabriele Bortolozzo, che un momento è stato l’anima di questo processo, perché è stato lui con le sue denunce ad instaurarlo, ma Gabriele Bortolozzo riconosce al Pubblico Ministero che nel 1986 già il reparto CV6 era sostanzialmente violato e la situazione non era quella di allora, non era quella risalente agli Anni Settanta, quando forse ci poteva essere effettivamente qualche rischio in più rispetto agli anni in cui poi il CV6 è stato chiuso. Direi che le consulenze Foraboschi ma, ripeto, anche quelle del consulente del Pubblico Ministero, professor Nano, accertano che nei reparti sono state sostituite le tenute e le guarnizioni, le colonne di strippaggio, sono state sostituite le valvole con i rubinetti tufi, quelli a tre vie che impediscono le fughe e degli altri interventi che hanno ridotto a livelli insignificanti la concentrazione. Questi interventi, lo sottolineo, riguardano tutte quelle posizioni impiantistiche dalle quali poteva in ipotesi fuoriuscire impropriamente il CVM. Tutto questo è stato ovviato ben prima che Zerbo assumesse la direzione di questi reparti. Di tal che, nel 1990, il 16 novembre, quando assume anche la direzione dei reparti CV22 – 23 e CV 24 – 25, quegli impianti erano tecnologicamente aggiornati al meglio e non si poteva verificare nessuna di quelle situazioni di rischio che era rimproverata in passato. Lo testimonia la relazione Foraboschi, lo ripeto ancora una volta, lo rileva anche la stessa relazione del professor Nano, che dà atto di queste circostanze e di questi interventi, per non parlare della deposizione dell’ingegner Paolini, che aveva seguito questi interventi durante la loro esecuzione e che ha confermato in udienza appunto che tutto era risolto, per cui quelle fughe, quelle perdite che in ipotesi ci potevano essere state nel passato non si sarebbero più verificate e non si potevano più verificare soprattutto. Tornando alle competenze di Zerbo, che ripeto e sottolineo ancora una volta, a costo di annoiarvi, per quello che riguarda i reparti CVM riguardano soltanto dal 16 novembre del 1990 in poi e soltanto due reparti, gli altri non esistevano più, non funzionavano più, oppure uno soltanto, il CV15, era stato trasferito ad altra società e quindi non diretto da Zerbo, devo parlare un momento di quei servizi che la Montedipe e quindi in allora Zerbo per un certo periodo, dall’8 febbraio del 1988 al 16 novembre del 1990, la Montedipe ha fornito alcuni servizi ai reparti CVM perché erano servizi in qualche modo correlati agli stessi reparti: si tratta del servizio sanitario, si tratta del monitoraggio, si tratta della distribuzione, si tratta del laboratorio centrale e si tratta della manutenzione e c’è anche un reparto che non deve ingannare, perché è il reparto CV7, ma questo reparto CV7, attenzione signori, non è un reparto di produzione, è un reparto magazzino, dove veniva stoccato il prodotto proveniente dal CV24, che è il CVM in emulsione. Questo reparto quindi non aveva problemi di esposizione a concentrazioni di CVM nell’atmosfera, aveva casomai qualche problema di polverosità, ma le dico subito per sottolineare che dalla consulenza Galli – Foraboschi, versata in atti in primo grado, risulta che questa polverosità era assolutamente ridotta al minimo; risulta anche che il trasferimento del prodotto dal reparto di produzione al magazzino CV7 avveniva mediante un sistema di tubazioni a circuito chiuso per la maggior parte del prodotto e che il prodotto residuo veniva insaccato da un operatore che però era protetto da un box di plexiglas e disponeva di certi sacchi fatti a valvola automatica, lo dico così, ma non l’ho mai potuto constatare come fosse fatta questa valvola automatica, che evitavano la dispersione di polveri. Ma in ogni caso, sempre a proposito delle polveri che ci fossero in questo reparto, risulta anche dalla consulenza del dottor Magri che le polveri avevano una granulometria tale che era irrespirabile, irrespirabile in senso positivo, nel senso che era una glanulometria particolarmente grossa, che non sarebbe mai potuta penetrare nei polmoni e nei bronchi di chi si fosse trovato a transitare o a sostare nel reparto. Lo dice al di là di ogni possibile dubbio un teste, Cecconello, che era addetto al reparto e che poi oltretutto è un teste dell’accusa, il quale che dice: "Ma la polvere, la polvere era come farina di granturco" e lui sta a dimostrare de plano che appunto la polvere non era respirabile e quindi in reparto CV7, che non era un reparto di produzione, era un reparto di magazzino, rischi di intossicazione o rischi di inalare polveri sostanzialmente non ce ne erano, al di là del fatto che lo stesso professor Nano, consulente del Pubblico Ministero, ha riconosciuto che nel PVC, che cioè è la polvere, la granulometria prodotta dal CVM, il polimero prodotto dal CVM, la presenza del CVM dentro questo polimero era ridotta allo 0,1%. Quindi questo per il reparto CV7. Gli altri servizi che lo stabilimento rendeva ai reparti CV7, allora di Enichem Anic, erano il servizio sanitario. Orbene, il servizio sanitario l’accusa, il Pubblico Ministero, dice che era un servizio sanitario carente; ma lo dice e basta, ma non prova che fosse un servizio sanitario carente, almeno negli anni che si riferiscono al mio assistito, perché non risulta che da nessuna parte vi sia stata una qualche denuncia di queste carenze del servizio sanitario, nessun risulta che le autorità sanitarie, in particolare si vedano le deposizioni del dottor Magarotto che era un funzionario dell’A.S.L. che controllava, non risulta che ci fossero segnalate in alcun modo carenze, né d’altra parte queste carenze venivano segnalate dai sindacati di fabbrica, così attenti alle questioni appunto che riguardano la salute dei lavoratori. Di tal che, le asserite carenze del servizio sanitario nel periodo Zerbo, non parlo di altri, forse c’erano, forse non c’erano, forse ci saranno in futuro, nel periodo Zerbo non c’erano, manca assolutamente la prova che si possa parlare di carenze. Poi, oltretutto, sempre a proposito del servizio sanitario, debbo sottolineare che nel periodo della direzione Zerbo circolavano delle pubblicazioni di medicina del lavoro, delle pubblicazioni di studi di Comba e Pirastu, che sono quei consulenti epidemiologi che sono stati sentiti anche qui al processo, i quali dicevano intanto che la mortalità per rischio CVM era inferiore alle attese e altre pubblicazioni dicevano effettivamente che non si constatavano casi di affezioni dovuti ad esposizioni anomale a CVM. Questa è la situazione che veniva riferita all’ingegner Zerbo dal capo del servizio sanitario, il dottor Salvatore Giudice, e questa è la riprova che effettivamente l’accusa per questo versante è destinata a cadere. Ci sono altri servizi che venivano riferiti, venivano prestati da Montedipe ad Enichem Anic ed era quello della distribuzione; distribuzione è il parco serbatoi, parco serbatoi che era distinto in due grandi aree, che è il parco serbatoi sud e il parco serbatoi ovest. Sono reparti assolutamente all’aperto, basterebbe passare per vedere che sono questi serbatoi assolutamente all’aperto, dove le concentrazioni di CVM in atmosfera sono assolutamente minime, assolutamente insignificanti, perché? Perché il prodotto dai reparti di produzione veniva versato nei serbatoi e da questi eventualmente nelle feroci esterne o sulle navi o dove dovesse essere versato per le spedizioni, avveniva mediante sistemi a circuito chiuso che non consentivano alcuna dispersione di questo gas nell’atmosfera. A questo riguardo il teste (Falcidia), che era il responsabile del parco serbatoi nell’epoca Zerbo, testimonia che effettivamente venivano effettuate analisi ambientali ogni dieci giorni, che le analisi ambientali rilevavano delle concentrazioni assolutamente infinitesimali e che quindi, sotto questo punto di vista, non si può in alcun modo sostenere che per questa gestione del parco serbatoi da parte del dottor Zerbo ci possa essere stata una qualsiasi condotta che possa aver portato ad esposizioni anomale, una condotta omissiva che potesse portare ad esposizioni anomale. C’è da dire ancora qualcosa della manutenzione. La manutenzione dei reparti veniva sì effettuata dalla Montedipe attraverso il suo servizio di manutenzione, attraverso i manutentori di area, che erano anche loro nel registro degli esposti e quindi sottoposti al controllo sanitario, ma anche per loro non c’è mai stato nessun allarme specifico che dicesse: ma guarda che in quel periodo hanno contratto una malattia, nulla di tutto questo, e la manutenzione veniva effettuata secondo procedure rigide e standardizzate che prevedevano innanzitutto che l’intervento manutentivo avvenisse ogni volta che: a, venisse richiesto dai reparti per la necessità di reparto; b, che i reparti stessi ponessero in sicurezza gli impianti in modo che i manutentori potevano intervenire senza affrontare nessun rischio, che fosse di CVM, che fosse di qualcos’altro, questa doveva essere la condizione standard perché intervenissero i manutentori. Quindi anche per questo punto di vista non si può dire che Zerbo sia venuto meno ad un qualche dovere per quello che riguarda l’esercizio di questa manutenzione. Uno dei servizi che veniva prestato, ed è importante, mi ci fermo un momento, dalla Montedipe ai reparti CV, era il servizio di monitoraggio, un servizio che era obbligatorio in forza della famosa legge 962 del 1982, ma ancor prima per una direttiva europea che stabiliva l’opportunità se non la necessità di stabilire un servizio di monitoraggio e questo servizio veniva prestato da Montedipe ad Enichem per quei reparti ed era il servizio appunto che dipendeva da Zerbo attraverso la funzione S.I.A., sicurezza ambiente. Il monitoraggio merita qualche parola di più, perché effettivamente è stato oggetto di molteplici attacchi, di molteplici osservazioni da parte dell’accusa, che tendeva a sottolineare ed evidenziale al massimo come questo servizio sì c’era, ma non funzionava, funzionava male e comunque era stato predisposto in maniera insufficiente. Io mi limito a pochissime annotazioni, perché ne ha già parlato ampiamente il professor Pulitanò confutando ogni argomentazione avversaria. Ma voglio sottolineare anch’io che il sistema era conforme al dettato della legge D.P.R. 962 del 1982 e lo confermano all’udienza del 18 aprile 2000 i testi ingegner Pier Maria Iager e dottoressa Maria Greggio dell’Azienda Sanitaria Locale e aggiungo: la legge all’Art. 3 vuole che sia controllato il valore rappresentativo dell’esposizione media in una zona di lavoro, basta leggere la legge all’Art. 3, cioè che cosa? L’area che respirano tutti i lavoratori tutto l’anno e cioè è il cosiddetto limite tecnico di lunga durata fissato dalla legge in 3 parti per milione e dal significato naturale che il Decreto Legislativo 22 febbraio 2000 numero 66, che attua le Direttive CEE in materia di protezione dei lavoratori da rischio cancerogeno e sostituisce la 962, stabilisce che il valore limite della concentrazione media di un agente cancerogeno, e quindi anche del CVM, sia rilevato entro la zona di respirazione di un lavoratore, calcolato in relazione ad un periodo di riferimento di otto ore, quindi ancora una volta siamo in un valore medio di un limite di media, di lunga durata, otto ore, e questo contrasta con la pretesa dell’accusa che si dovesse campionare e calcolare l’esposizione puntuale in quel posto, in quel momento in cui questa esposizione si verificasse. Non è questo che vuole la legge. La legge vuole sapere che cosa respira un lavoratore tutto l’anno, che cosa respira un lavoratore per otto ore al giorno, non che cosa può respirare in quel momento dove si verifica la fuga. Questo perché? Perché è del tutto evidente che in quel momento dove si verifica una fuga intanto è tutto da dimostrare che sia presente lì in quel posto un lavoratore e poi, quando anche fosse dannatamente presente, che vi si trattenga e poi soprattutto, considerando sempre il concetto il valore medio di lunga durata, se anche ci fosse una concentrazione anomala abbastanza alta o addirittura molto alta, è anche vero, perché la legge di diffusione dei gas nell’atmosfera vuole che questo gas si diffonda rapidamente nell’intero ambiente e quindi vada ad essere rilevato dal sistema di rilevamento generale e quindi è quello che riconosce la concentrazione media del posto, quindi non quella puntuale ma quella media e rientra nel calcolo che è stato fatto del valore del termine di lunga durata inferiore a 3 parti per milione. Nel caso poi delle consulenze in atti risulta che questo lavoro era addirittura più basso, era 0,6 parti per milioni e quindi eravamo sempre in limiti assolutamente insignificanti per quello che riguarda il rischio di esposizione. Tutto questo risulta dai tabulati del monitoraggio. Ma proprio perché questi tabulati smentiscono le tesi dell’accusa, è evidente che l’accusa ha voluto attaccarli in tutti i modi, dicendo: beh, non tanto, non è il sistema che fosse mal strutturato, è che funzionava male e forse veniva anche fatto funzionare male. A questo proposito, a parte che non so come l’ipotesi di cattivo funzionamento di sistema doloso possa essere riferito al direttore, che sapeva che questo sistema funzionava bene e che vedeva i tabulati, controllava che i limiti di concentrazione erano inferiori a quelli voluti dalla legge e quindi lui poteva essere assolutamente tranquillo e casomai bisognerebbe andare a ricercare la responsabilità di chi lo faceva funzionare male. Ma non è vero che funzionasse male il sistema. Anche quel consulente dell’accusa, dell’accusa privata, il professor Nardelli, che tanto si è adoperato con molta pazienza e anche con capacità per andare ad esaminare tutta una serie di tabulati lungo gli anni, per vedere quante volte si potesse avere traccia di un cattivo funzionamento di sistema, anche questo consulente, il professor Nardelli, riesce ad individuare una serie di pretesi superamenti anche gravi dei limiti di concentrazione, però se andiamo a vedere quanti casi riesce ad individuare rispetto al numero delle rilevazioni troviamo che siamo a livello assolutamente insignificante. Il professor Nardelli va a calcolare una serie di allarmi, cioè di superamenti, che è per esempio per l’anno 1991, 73 allarmi in un insieme di circa 222 mila 616 misurazioni eseguite dal sistema. Ma allora vi sembra che si possa dire che ci sia un cattivo funzionamento del sistema in questo numero di 222.616, 73 allarmi soltanto? Che cosa significa? Significa forse un deficit assolutamente normale in qualsiasi sistema che debba riferire, che debba controllare in continuo certe concentrazioni, ma significa altresì dire che comunque le concentrazioni per questi allarmi non raggiungevano mai livelli significativamente apprezzabili che potessero in qualche modo denotare una situazione di rischio nei reparti di cui si parla. Nel 1992 lo stesso gli allarmi non sono di più e ancora una volta sono pochi rispetto alla massa dei rilevamenti effettuati e registrati dal sistema dei tabulati e sottolineo che il professor Foraboschi, tante volte nominato in questa udienza per la sua grande capacità dimostrativa e grande capacità scientifica, esaminando quelli che erano i risultati delle relazioni Nardelli, dice: beh, anche a dare per vere tutte queste relazioni, fatto si è che il limite che ne risulterebbe aumentava, non so, dallo 0,6 allo 0,7%, nulla di più e quindi siamo ancora una volta a livelli insignificanti. Voglio dire che a questo punto il sistema di monitoraggio, sia quando Zerbo lo forniva come Montedipe ad Enichem, sia quando lo gestiva in proprio come Enichem, resiste vittoriosamente a tutti gli attacchi che sono stati condotti e quindi costituisce, la bontà di questo sistema e il suo funzionamento, costituisce la conferma della validità dei dati che risultavano dai tabulati. Quindi, andando a parlare del secondo capo di imputazione, su cui forse dovrò intrattenermi un momento di più, al termine di questo esame della situazione impiantistica, debbo sottolineare che non risulta alcun elemento da cui possa evincersi una qualsiasi responsabilità dell’ingegner Zerbo. Il secondo capo di imputazione è quello cosiddetto ambientale. Si contesta a tutti gli imputati una serie di addebiti, cioè la realizzazione di discariche abusive, lo stoccaggio e l’abbandono di rifiuti tossico nocivi in discariche incontrollate, lo scarico di fanghi ed altri sottoprodotti di risulta dall’SM2 all’SM15, l’avvelenamento delle acque di falda, l’inquinamento grave della laguna e l’avvelenamento di fauna. Cominciamo dalla realizzazione di discariche abusive e dal conferimento di rifiuti abusivi. Esiste in atti ed è importante leggerla un momento, permettetemi di leggerla un momento, la relazione dell’Ispettore Spoladori, che è il consulente tecnico del Pubblico Ministero nominato proprio per verificare quale fosse la situazione delle discariche abusive e non abusive. L’Ispettore Spoladori dice che le fasi di smaltimento di rifiuti all’interno dello stabilimento avvennero tra gli anni 1979 – 1981 circa, quindi nulla che possa riguardare il periodo di competenza dell’ingegner Zerbo. Il conferimento di rifiuti all’esterno dello stabilimento avvenne intorno agli anni 1977 – 1979 e quindi ancora una volta è avvenuto quando Zerbo non era ancora presente in stabilimento, altrettanto dicasi, perché termina nel 1983, per la realizzazione di discariche abusive e quindi perché dovrebbe rispondere mai il mio assistito se lui arriva cinque anni dopo e non ha mai realizzato una discarica e non ha mai realizzato, non ha mai conferito rifiuti al di fuori di quelli che poteva conferire alle discariche all’agricoltura, che erano sì debitamente autorizzate dalla Provincia e che quindi costituivano attività di conferimento assolutamente lecita. Stamattina il collega Fornari ha fatto preciso riferimento alla circostanza che in virtù di quella famosa sentenza delle Sezioni Unite del 1994 in allora si riteneva che, e si ritiene tuttora del resto, che non vi sia nessun obbligo da parte di chi succede ad un precedente soggetto che abbia realizzato discariche, nessun obbligo di intervenire per eliminarle e quindi questo vale anche per Zerbo, nel senso che non aveva nessun obbligo di intervenire per eliminare discariche che fossero state realizzate abusivamente. Vero è che però interventi ci sono stati da parte di Zerbo e qualcosa dirò subito dopo, ma voglio dire che il fatto che Zerbo non abbia realizzato discariche e non abbia conferito rifiuti in discarica durante il periodo della sua direzione, non siano stati conferiti da nessuno rifiuti in modo anomalo, sta a significare anche che Zerbo non potrà mai essere ritenuto responsabile dell’inquinamento delle acque di falda, perché casomai questo inquinamento, ammesso che di inquinamento si tratti, ammesso che abbia quelle connotazioni di pericolo che sono state escluse dagli interventi ad esempio del professor Stella, che diceva appunto qual è l’inquinamento, a che livello si pone, qual è la velocità di trasmigrazione dell’acqua verso la laguna etc., ammesso tutto questo in ogni caso non dipende da una condotta che possa in nessun modo essere riferibile all’imputato Zerbo. Le discariche, ancora. Zerbo non è rimasto con le mani in mano nel momento in cui ha assunto la direzione dello stabilimento, perché già si avvertiva l’esistenza di problemi significativi, e allora? Allora è intervenuto, ma voglio sottolineare che è intervenuto come? È intervenuto non per sua iniziativa e non... casomai poteva essere un’iniziativa di suggerimento, ma ogni decisione in materia anche e soprattutto in ragione delle dimensioni di spesa e dell’entità dell’impegno che veniva richiesto, avveniva in via esecutiva di decisioni prese, così come è intervenuto e ha realizzato due importantissimi interventi su discariche esterne, le famose discariche di Malpaga e Dogaletto, che sono nel Comune di Mira, dove la Montedison, già la Montedison e poi il discorso è stato portato avanti da Enichem e seguito passo per passo dall’ingegner Zerbo per Montedison, discarica di Dogaletto e discarica di Malpaga, sono state messe in sicurezza proprio da Zerbo, che ha realizzato questi interventi che sono tra i primissimi in Italia e sono interventi di lungo respiro perché, come hanno evidenziato i nostri consulenti, ma come del resto è intuitiva verità, una realizzazione di questo tipo richiede i tempi di indagine, i tempi di progettazione e i tempi di esecuzione e quindi non sono cose che si risolvono nel giro di pochi mesi; ci vogliono degli anni per realizzare qualcosa di effettivamente efficiente. Quindi ci sono questi due interventi assolutamente significativi che sono stati fatti durante il periodo Zerbo. Ma non soltanto questo, ma Zerbo, sempre in materia di discariche e di rifiuti, è intervenuto in modo assolutamente significativo per realizzare tutta una serie di interventi. Intanto le indagini sulle famose aree interne dello stabilimento, le aree 31, 32 e 35, che erano sospettate di essere state quelle nelle quali venivano abusivamente conferiti, negli anni precedenti agli Anni Ottanta, tutti i rifiuti dello stabilimento. Zerbo ha avviato, non appena divenuto direttore, delle indagini tramite la Snam, tramite la (Insurtec), per vedere se effettivamente queste aree erano state inquinate da rifiuti, quale fosse la contaminazione di queste aree inquinate, per vedere quale la dimensione degli interventi da effettuare e che cosa andava fatto, quale fosse la caratterizzazione di rifiuti allora esistenti. Lo ha fatto, dopo di che sono intervenuti i progetti di bonifica che sono stati anche questi portati avanti dall’ingegner Zerbo. Vado a trovare un momento l’indicazione partita di questi interventi sulle discariche e sui rifiuti che ad un certo momento, oltre all’analisi delle aree 31 e 32 ha effettuato tramite la società Acquater anche la progettazione degli interventi sulle aree 31 e 32, ha fatto progettare nel 1989 dalla Geotecnica ulteriori interventi sull’area 31, ha in sostanza avviato quello che è un processo di risanamento che è stato portato avanti dai suoi successori e che è tuttora in corso, perché si tratta di interventi cospicui, di interventi di grande significato. Ma, ancora una volta, non si può dire certo, non si può accogliere l’accusa del Pubblico Ministero che dice: Zerbo se ne infischiava di quello che succedeva in stabilimento. Non è vero. Zerbo, quante volte la società ha deciso di intervenire, tante volte ha portato avanti e ha portato avanti diligentemente e proficuamente gli interventi che venivano decisi altrove. Sottolineo ancora una volta che non poteva essere altrimenti, perché interventi di questo respiro, di queste dimensioni finanziarie, non potevano certo essere presi e portati avanti di sua iniziativa, avuto riguardo ai limiti di spesa a cui poteva autonomamente disporre. Analogo discorso sempre a proposito di rifiuti e di discariche va detto per quello che riguarda cosa ha fatto Zerbo a proposito dei rifiuti che si ritrovavano abbandonati all’interno dello stabilimento. Lui ha provveduto a reinfustare circa 8 mila tonnellate di peci clorurate che erano abbandonate nello stabilimento, le ha reinfustate perché i fusti dove erano ricoverati si erano corrosi ed erano divenuti carenti e li ha ricoverati in un capannone che ha la sigla GYV1, che poteva opportunamente coprire e proteggere questi rifiuti, che man mano venivano avviati al termodistruzione per lo stabilimento di Ravenna, ovvero addirittura per certi tipi più significativi in Francia, al forno della "TreD", in Francia, cosa che ha fatto appunto Zerbo. Zerbo poi ha anche attuato un impianto di distillazione, è sempre in materia ambientale questo, è sempre per migliorare quello che poteva essere lo standard di sicurezza dello stabilimento dal punto di vista ambientale; ha realizzato negli anni 1989 – 1992 l’impianto di instillazione del mercurio, che smaltisce 110 tonnellate – anno di fanghi mercuriosi, è costato un miliardo e 600 milioni; ha infustato altri 8 mila fusti di moli oliose per termodistruzione; ha messo in marcia l’impianto di concentrazione dell’acido solforico, eliminando così i cosiddetti fosfo-oggetti che ne consentivano la risulta e ha risolto un grosso problema ambientale. Tutti questi interventi sono documentati ed allegati in una memoria che abbiamo depositata l’11 maggio del 1988, dove ci sono gli atti di incarico a queste società, dove ci sono i contratti e dove c’è la prova dell’effettuazione di tutte queste operazioni da parte dell’ingegner Federico Zerbo. Terminata la parte delle discariche, va ricordato, seguendo sempre la traccia del capo di imputazione, che a Zerbo si contesta anche di aver mantenuto in essere degli scarichi idrici, che avrebbero contribuito in modo estremamente significativo all’inquinamento della laguna. È un discorso di cui hanno già parlato i colleghi, è un discorso che prende le mosse da quella famosa deposizione e consulenza del dottor Cocheo, il quale dice: ah, ma guardate che tutto quello che veniva fuori, tutte le acque reflue che venivano fuori dagli scarichi di stabilimento ed in particolare dallo scarico SM15, vanno considerati rifiuti ai sensi di quella famosa Delibera del Comitato Interministeriale del 1984, che dice che sono rifiuti tutte quelle sostanze che siano in qualche modo tossiche e nocive, tutti quei rifiuti che contengono sostanze tossiche nocive. I colleghi hanno già confutato funditus questa tesi del dottor Cocheo e d’altra parte mi sembra che rispetto a questa si possa fare un’osservazione di base. Ma, signori, esiste una legge, la Legge Merli, oggi la 152 per tutto il territorio nazionale, esiste la 963 del 1972 per quello che riguarda la Laguna di Venezia, che consente lo scarico di acque che contengono sostanze tossiche, tutte quelle che sono indicate nelle tabelle allegate alla legge stessa, volte purché queste sostanze tossiche siano contenute nei limiti tabellari. Ed allora, dal momento che non esiste in atti nessuna prova che vi fosse un supero di questi limiti tabellari, le attestazioni del Magistrato alle Acque che controllava gli scarichi nel punto di prelievo fiscale, tutti i bollettini che Enichem inviava allo stesso Magistrato alle Acque per dimostrare quali erano i limiti mantenuti, una volta che nessuna prova esiste al di sopra di questi limiti tabellari, tranne qualche volta, ma mai in relazione a sostanze, ma per esempio io ricordo per esperienza professionale che ci sono stati due o tre casi in cui è stato accertato il supero della temperatura delle acque, non delle sostanze, ma perché c’era un limite che non si potevano sversare in laguna acque che superassero i 30 gradi centigradi. Ecco, qualche volta sono diventati 32 o 33 in relazione alle circostanze di tempo, è vero, ma di sostanze tossiche non c’è uno, non c’è un bollettino che dica: ecco, queste sono sostanze tossiche. Allora torno al discorso che stavo facendo, che mi sembra sia assolutamente risolutivo di quella che è la tesi Cocheo: ma se la legge consente di sversare delle sostanze tossiche volte che siano inferiori ai limiti messi nelle tabelle, come si può parlare di rifiuti? Vuol dire che la legge non li considera rifiuti, o ammesso che li consideri rifiuti così in linea assolutamente teorica, non li sottopone al trattamento dei rifiuti, cioè a quel trattamento di termodistruzione che il dottor Cocheo vorrebbe assicurare, pretenderebbe che fosse effettuato per tutti i milioni di metri cubi di acque che negli anni sono versati e sversati in laguna. Mi sembra davvero una tesi aberrante, la cui infondatezza viene dimostrata con assoluta chiarezza da queste poche considerazioni, per non dire da quelle che sono già state svolte. Ma sul punto degli scarichi idrici voglio aggiungere ancora una cosa, che non si può neppure parlare di violazione del diritto di diluizione. I disciplinare delle concessioni del Magistrato alle Acque per tutti gli scarichi e anche per lo scarico SM15, che è quello più incriminato, diciamo così, perché è lo scarico più abbondante, è un canale nel quale confluiscono tutti gli scarichi dello stabilimento e che quindi viene considerato con particolare attenzioni, ma viene considerato anche con particolare attenzione dal Magistrato alle Acque che l’ha autorizzato e ha autorizzato esattamente che nello scarico si possano versare, assieme alle acque provenienti dai processi produttivi, anche le acque civili, le acque di prima pioggia, ma anche e soprattutto le acque di raffreddamento degli impianti, che sono la massima parte delle acque che andrebbero prelevate dal canale industriale sud, che attraversavano tutti gli impianti a seconda delle necessità e poi rifluivano nell’SM15 e poi finivano in laguna. Ora, non si può parlare di diluizione, perché se è vero che in tesi generale la Legge Merli vietava la diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo, è anche vero che l’Art. 9 della stessa legge dice che possono essere convogliati assieme i reflui di processo con le acque di raffreddamento, purché non vi siano i metalli o i non metalli tossici di cui alle tabelle allegate alla legge stessa. Sempre dai bollettini di analisi del Magistrato alle Acque non risulta che nelle acque di raffreddamento, in quel processo che veniva convogliato attraverso l’SM15, vi fossero i metalli o non metalli tossici, almeno nelle misure di cui alla tabella, ma comunque non c’erano quei metalli indicati dalla tabella e quindi il convogliamento simultaneo delle acque di raffreddamento, come quelle di processo, era operazione assolutamente normale. Una riprova ulteriore, al di là di quello che ho appena detto, che ha la sua radice nella disposizione dell’Art. 9 della Legge Merli, che è poi ripetuta anche nell’Art. 34 del Decreto Legislativo 152, la riprova è in un Decreto Ministeriale del 1999, fatto in attuazione della Legge 471, che impone alle aziende di, come dire, separare le acque di raffreddamento nelle acque di processo in condotte diverse e in scarichi diversi ma, attenzione, impone che vengano separati da quando? Dal 31 dicembre 2001, cioè da parecchi anni dopo che la direzione Zerbo aveva avuto termine, sono otto anni dopo che la direzione Zerbo aveva avuto termine e quindi fino al 31 dicembre del 2001 in teoria le acque potevano continuare a refluire insieme, unitamente, attraverso lo scarico SM15, nel corpo ricettore che era la Laguna di Venezia. Io, signori della Corte, ho terminato il mio dire forse un po’ troppo affrettato, spero non tanto confuso, ma casomai mi vorrete scusare. I nodi centrali mi sembra di averli esposti sufficientemente, in modo sufficientemente chiaro e la mia conclusione, ma poi adesso parlerà il professor Bettiol, la mia conclusione è che qualora la Corte non confermi in ogni sua parte la sentenza, e questa è la conclusione principale, in ogni sua parte la sentenza del Tribunale di Venezia, voglia in ogni caso mandare assolto Zerbo per non aver commesso il fatto o, in via ulteriormente subordinata, perché il fatto non costituisce reato. Grazie.

 

PRESIDENTE – Prego professore.

 

DIFESA – Avv. Bettiol – Signori della Corte, le mie considerazioni hanno sicuramente un carattere del tutto subordinato ed ipotetico; subordinato perché ovviamente tutto si ancora fondamentalmente a quello che è stato già accertato nella sentenza e cioè l’insussistenza del fatto. Direi qualche cosa di più. Il fatto non solo non sussiste, ma alcuni fatti non erano neppure configurabili in astratto come reato, pensiamo alla strage, o alcune ipotesi accusatorie non erano certamente configurabili in ipotesi che qui ci interessano e faccio l’esempio appunto del disastro che è un reato istantaneo con grave danno che genera un pericolo per la pubblica incolumità e faccio riferimento all’Art. 437 che riguarda gli infortuni sul lavoro e non certo le malattie professionali, che è la materia di questo processo. Ma, dicevamo, discorso quindi subordinato a quanto già hanno riferito i difensori del gruppo che fa riferimento all’Enichem e anche ipotetico, perché avendo la sentenza di primo grado dichiarato l’insussistenza del fatto, io debbo ragionare in termini per così dire ipotetici, cioè che in qualche modo la verità processuale accertata nella sentenza del Tribunale di Venezia abbia delle fessure, sicché oltre a chiedere la conferma dell’impugnata sentenza per le ragioni che sono già state esposte da altri, comunque formulo unitamente all’Avvocato Cesari per quanto riguarda Zerbo la conclusione di comunque assoluzione perché lo stesso non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Quali sono le ragioni di queste ulteriori considerazioni? L’Avvocato Cesari ha già enunciato in fatto quelli che sono i motivi che comunque giustificano l’assoluzione dell’ingegner Zerbo, ma voglio fare qualche passo in più proprio perché amiamo essere esaustivi e sia pure concisi. La condanna dell’ingegner Zerbo sostanzialmente è richiesta sulla base del fatto che lo stesso, ad un certo punto della sua vita, è stato direttore del Petrolchimico di Marghera. Da qui la richiesta di condanna, in quanto ritenuto responsabile di asseriti eventi colposi. Io a questo punto lancio però un campanello di allarme: attenzione, perché non basta la qualifica di direttore dello stabilimento per affermare la responsabilità dell’imputato, in modo particolare di Zerbo, ma occorre, sempre in quella denegata ipotesi subordinata, che si faccia attenzione ad un’operazione che può chiamarsi la sovraesposizione della responsabilità di Zerbo e verso l’alto e verso il basso e sicuramente il direttore in quanto tale, il direttore dello stabilimento ovviamente, in quanto tale ha una funzione di garanzia, ma stiamo attenti a non sovresporre questa condizione, situazione di garanzia. Dobbiamo subito partire da una contestazione di fatto. Il Petrolchimico non è un’azienda, o meglio una società o un qualche cosa di questo genere, un’impresa; è semplicemente una unità produttiva, unità produttiva che appartiene prima alla realtà Montedipe e poi Enichem, forse bisognerebbe specificare Enimont, Eni, ma per semplificare facciamo riferimento al nome terminale, quindi abbiamo a che fare con le società Montedipe, o se vogliamo Montedison, ma il contratto di Zerbo è con la Montedipe e poi l’Enichem. Allora, in primo luogo, va subito detto che, ove si ritenga la produzione del cloruro di vinile monomero in quanto tale, perché questo è un fondamento sostanziale dell’ipotesi accusatoria, si ritenga questa produzione una produzione illecita in quanto causatrice di eventi dannosi e pericolosi, dobbiamo dire che nessuna responsabilità può essere iscritta a Zerbo per il modo di produzione e per il tipo di produzione, né per la gestione che non sia la gestione ordinaria e in realtà la struttura di questi enti è una struttura verdicistica e il padrone del vapore non è Zerbo. Allora dobbiamo subito dirci, non vi potrà essere una responsabilità in via principale, ma può configurarsi una responsabilità di Zerbo quale direttore per una cooperazione colposa ad un’attività di terzi, cioè con riferimento in modo particolare al modo e al tipo di produzione. La questione in astratto può essere abbastanza complicata, perché in materia di cooperazione colposa la dottrina ha recentemente avanzato alcune posizioni per cui occorrerebbe addirittura che non vi fosse una sola condotta colposa, cioè una condotta in violazione di regole di diligenza diretta a prevenire infortuni, ma perché vi sia cooperazione colposa occorrerebbe il cumulo addirittura di due condotte inosservanti, con il che avrei anche liquidato l’argomento, poiché finora abbiamo ravvisato casomai una condotta inosservante che non appartiene a Zerbo, ma fa capo ai vertici, dovremmo già escludere ogni forma di cooperazione colposa, quanto meno con riferimento al tipo e al modo della produzione stessa. Ma voglio essere anche più semplice e dire che facciamo l’ipotesi invece che la violazione di cautele doverose sia una violazione ascrivibile esclusivamente ai vertici e in qualche modo l’attività di Zerbo in quanto coadiuvante questa attività vada ad inserirsi come momento cooperativo, contributivo di una condotta colposa e degli eventi che ne hanno conseguito. Ma attenzione tipo al modo della produzione, non possono in nessun modo al contrario qualificarsi come illecito, come attività in violazione di una norma di diligenza che è intesa a prevenire eventi dannosi o pericolosi. Attenzione, perché in realtà l’attività di produzione del cloruro di vinile monomero, o meglio l’utilizzo del cloruro di vinile monomero per produrre il PVC è in realtà, attenzione, un’attività autorizzata dalla legge, che la autorizza descrivendone i limiti con il decreto più volte richiamato del 1982. Questo è un punto su cui bisogna fare molta attenzione, che spesso è stato completamente negletto dall’accusa delle Parti Civili, cioè qui ci troviamo di fronte a quell’ipotesi che si chiama il cosiddetto "rischio consentito", cioè di fronte ad attività che sono possibili fonti di danno o di pericolo che, peraltro, vengono autorizzate dalla legge per la loro utilità sociale e questa è una di queste. Certo c’è un’attività quotidiana che potremmo dire di rischio consentito, la guida automobilistica, cioè arrivare poi in particolare qui in Via delle Messi da fuori, con la questione della tangenziale che tutti conosciamo, potremmo dire è un’attività di rischio doppiamente consentito. Ora, nel caso di specie, ci troviamo di fronte ad un’attività produttiva che è autorizzata in quanto regolata dalla legge, che ne detta i modi e soprattutto i limiti affinché le esposizioni non siano a danno dei lavoratori stessi. In realtà che cosa si svolge? Si svolge un bilanciamento degli interessi tra il rischio che deriva dall’attività e l’utilità sociale che deriva invece dall’attività stessa. Se esiste un’autorizzazione al compimento di una determinata attività nel rispetto di determinate regole, e questa attività viene esercitata, il coordinamento entrerebbe in contraddizione con se stesso laddove invece imponesse addirittura un obbligo di astensione da un’attività che invece viene riconosciuta e regolata. Io voglio ricordare che per quanto si tenti e si voglia misconoscere questa attività del cosiddetto rischio consentito, ancora con il Decreto 9 agosto 2000 il Ministero dell’Ambiente appunto emette un decreto che si intitolo così: "Individuazione delle modificazioni di impianti e di depositi di processi industriali della natura e dei quantitativi di sostanze pericolose che potrebbero costituire aggravio del preesistente livello di rischio". Ecco, quindi questo credo che sia l’inquadramento di fondo che va fatto e cioè che ci si trovi di fronte innanzitutto ad un’attività lecita che non può essere qualificata di per sé in violazione di norme di diligenza, proprio perché l’ordinamento la autorizza e non potrebbe farne a meno. È, in sostanza, un bilanciamento degli interessi in conflitto, che autorizza un’attività ad essere svolta. È solo allorquando si vada oltre quel bilanciamento, che sorgono i problemi; problemi che comincio subito col richiamare una sentenza che è la sentenza 7 luglio 2000 della Cassazione in materia di Art. 674. Ai fini della configurabilità del reato previsto dalla seconda parte dell’Art. 674 Codice Penale, emissioni di gas, vapori o fumi atti a molestare le persone, l’espressione "nei casi non consentiti dalla legge" costituisce una precisa indicazione circa la necessità che tale emissione avvenga in violazione delle norme che regolano l’inquinamento atmosferico, nella specie il D.P.R. 203 del 1988. Ne consegue che, poiché la legge contiene una sorta di presunzione di legittimità delle emissioni di fumi, vapori o gas, che non superino la soglia fissata dalla legge speciale in materia, ai fini dell’affermazione di responsabilità per il reato indicato non basta l’affermazione che le emissioni stesse siano astrattamente idonee ad arrecare fastidio, ma è indispensabile la puntuale e specifica dimostrazione che si superano gli standard fissati dalla legge. Quindi nel caso di specie gli standard fissati dalla legge non sono mai stati superati, non richiamo quanto è già stato detto. Il problema che mi pongo attiene invece a quello che può essere il significato del termine "presunzione" che la Cassazione adopera. Per la verità nel testo di questa sentenza, e questa è anche l’ipotesi certamente più favorevole dal punto di vista della difesa, la presunzione qui avrebbe carattere di assolutezza, perché si dice: beh, se proprio poi senti fastidio, a questo punto rivolgiti al Giudice civile, ma non pretendere che il Giudice penale si occupi del fastidio che queste emissioni gassose ti danno. Peraltro dobbiamo anche dire, e voglio essere generoso anche rispetto a quelle che possono essere le impostazioni diverse, che questo rigoroso richiamo normativo può essere anche superato, nel senso – attenzione – che la legge contiene un bilanciamento degli interessi, il bilanciamento degli interessi viene fatto dalla legge sulla base di determinate circostanze conosciute e, allorquando sopravvengano nuove conoscenze, questo bilanciamento non regge più, sicché la norma speciale che mi autorizza ad una determinata attività viene per così dire sopravanzata dalla norma di carattere generale che mi vieta di portare danno alla salute o alla vita delle persone. Lo dico questo in un’ottica di concessione ovviamente ad un sistema normativo che guardi il complesso delle norme dell’ordinamento, perché in realtà la lettera della legge, così come interpretata, comporterebbe il blocco al Giudice dell’andare avanti. Ma facciamo anche l’ipotesi di come in realtà questa impostazione, per cui allorquando il bilanciamento degli interessi che la legge pone, che una legge speciale pone, venga superato, cioè non regga più di fronte a nuove conoscenze, perché si verificano danni nella misura non prevedibili, perché il pericolo è più grosso diciamo di quello che poteva sembrare, va bene, diamo pure per scontato che allora a questo punto l’autorizzazione legale non valga a scriminare il fatto. Sì, ma in che cosa nel caso di specie vi sarebbe un superamento di quel bilanciamento degli interessi che la legge pone? Il Pubblico Ministero ha cercato, nel corso del primo grado, di affermare, di convincere, non di provare, perché la prova è assolutamente carente, di affermare che le bassi dosi qualunque siano di CVM sono causa di tumori; per la verità poi, nei motivi d’appello, si è reso conto che arrivare fin qua era un po’ troppo, ha cercato di mediare e ha detto: ma no, le basse dosi, cioè quelle molte al di sotto dei limiti soglia, aggravano i tumori che sono già iniziati. Su questo la sentenza del Tribunale di Venezia ha fatto anche giustizia, dicendo appunto che si tratta di mere congetture che sono sfornite di qualunque riferimento scientifico. Certo è che queste affermazioni però ci pongono una qualche riflessione, cioè il centro forse di questo processo indubbiamente è stato dominato dal problema della causalità, o meglio non tanto dal problema della causalità, perché tutti conveniamo su cosa sia causa, ma sul problema dell’accertamento della causalità stessa e in sostanza si sono contrastate due posizioni che a livello di docenti sono quelle del professor Stella, che è quella del sostenitore del criterio nomologico – deduttivo e il professor Gallo, che è quella che invece fa proprio il criterio per così dire induttivo con riferimento al rapporto di causalità. Dovremmo dire forse una cosa a proposito di questa divergenza di opinioni, che in realtà il professor Conso potrebbe dire che come docente, ma ovviamente qui si trattava degli Avvocati, entrambi hanno superato i limiti delle loro competenze, cioè perché? Perché la disciplina delle cause appartiene allo studio del diritto penale sostanziale, l’accertamento della causa e il valore probatorio appartiene alla dottrina processualistica penale, non alla dottrina sostanzialistica. Ma ovviamente forse si potrebbe ribaltare questa critica del professor Conso che ha così distinto severatamente le discipline, dicendo: forse ti sbagli tu, cioè nel senso che hai voluto staccare due discipline che tradizionalmente andavano unite e non potevano essere accademicamente neppure divise. Ma il problema allorquando ci si trovi a dover affrontare una questione che poi è anche una questione pratica nel processo, è questa: cambia molto se in luogo di un criterio nomologico – deduttivo in questo processo si passi poi invece ad un criterio induttivo come è rappresentato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione? Io ho a lungo meditato e cercato di leggere questa sentenza. C’è una certa dose di ambiguità. In un primo tempo uno si può leggere l’accoglimento di una tesi, l’accoglimento della tesi del criterio nomologico, per cui l’antecedente è solo quello che ha una legge di copertura scientifica o una legge statistica prossima al cento per cento altrimenti non può parlarsi di causa, oppure invece laddove si parla di possibilità di accertare induttivamente il rapporto di causalità anche sulla base di coefficienti medio bassi di probabilità, cosiddetta frequentistica, rivelati dalla legge statistica, purché naturalmente – dice appunto la sentenza delle Sezioni Unite – siano effettuate verifiche attente e puntuali sia della fondatezza scientifica che della specifica applicabilità della fattispecie concreta e in modo particolare richiama la Suprema Corte, nella sentenza delle Sezioni Unite, la necessità che il Giudice vagli che non vi siano invece condizioni alternative dell’evento. Ora, anche se in modo particolare afferma la Corte che appunto comunque la deduzione, la conclusione del Giudice deve comunque essere però fondata sul sapere scientifico e questo lo ripetono anche le successive sentenze che vengono indicate dal Pubblico Ministero. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che in sostanza il ragionamento scientifico forse lo possiamo in ipotesi escludere dalla porta principale, ma lo dobbiamo comunque riammettere a pieno titolo dalla finestra, cioè nel senso che qualunque affermazione del rapporto di causalità non può essere fondata su quelli che sono elementi meramente congetturali, cioè ipotesi che non presentino i requisiti della verifica, della verificabilità e della falsificazione; cioè, quando poi andiamo all’atto pratico negli accertamenti concreti, la contrapposizione tra teorie astratte si riduce a casi limite, ma si può già fin d’ora dire che quanto esprime il Pubblico Ministero è in realtà un’affermazione meramente congetturale, che non è accettabile sicuramente sotto un profilo di un criterio nomologico – deduttivo, ma neppure è accettabile sotto un criterio induttivo qual è quello segnato dalla sentenza delle Sezioni Unite, disancorato com’è da qualunque fondamento che si abbia in carattere scientifico dai requisiti della verificabilità e della falsità. Vorrei richiamare quanto scrive il Cordero, cioè che nell’ambito del nostro ordinamento è escluso il Pubblico Ministero occultista, cioè il Pubblico Ministero che ad esempio volesse provare che l’incendio di un determinato campo è conseguenza dell’accordo dell’imputato con il demonio. Questo sarebbe escluso, ma non lo sarebbe stato escluso in passato, com’è ovvio, perché i criteri epistemologici comunque che devono condurci all’affermazione di un evento, e in modo particolare del nesso di causalità, ma qualunque diciamo fatto processuale, qualunque evento che venga sotto processo, cada sotto il processo e deve essere valutato sulla base di criteri scientifici accertati oggi; cioè l’irrazionale, l’emotivo, il congetturale, non hanno la porta nell’ambito del processo mentale. Certo è che la congettura che basse dosi siano in qualche modo nocive, qui sono poi bassissime in realtà le dosi, è necessaria al Pubblico Ministero perché altrimenti in realtà tutta la materia del contendere si ridurrebbe a ben poco; si ridurrebbe a ben poco, si ridurrebbe a discutere in realtà in relazione ai primi Anni Settanta e ci si troverebbe in realtà di fronte al fatto comunque sia di dover più o meno dichiarare la prescrizione di quanto avvenuto. È in fondo questa stessa logica poi di evitare quello che comunque sia avvenuto nel presente illecito non sia prescritto, che comporta a configurare l’inconfigurabile in riferimento alla materia in concreto e cioè l’Art. 437 del Codice Penale e il disastro. Dicevamo che questo in realtà, torno ad un discorso che faceva il professor Stella, che dice categoricamente: questo è un processo che non si ha da fare, che non si aveva da fare. Io vorrei essere più generoso: forse era un processo che andava fatto, ma andava fatto vent’anni fa, cioè non si può fare un processo oggi con un tentativo di attualizzare il passato e omologando passato e presente. In realtà basta la semplice osservazione che le malattie di cui si parla risalgono ad esposizioni risalenti agli Anni Cinquanta e ai primi Anni Sessanta. Arriviamo dunque allora, sulla base di queste considerazioni, ad una prima conclusione: va esclusa una responsabilità per cooperazione colposa con i vertici della società dell’ingegner Zerbo. L’ingegner Zerbo ha cooperato, sì, ma ha cooperato per un’attività lecita, riconosciuta dall’ordinamento giuridico. Una seconda ipotesi di responsabilità sarebbe quella dei poteri di responsabilità per omessi investimenti impiantistici, omessi risanamenti siti. Qui la problematica è più grossa, anche perché investe anche problemi che riguardano se sia sussistente o meno la responsabilità di terzi, ma io qui parlo sempre in termini di subordinata e faccio subito presente una realtà, cioè la struttura verticistica della gestione del Petrolchimico e questo soltanto nell’ipotesi della gestione Montedipe quanto nella successiva ipotesi della gestione Enichem, chiamiamola Enichem per comodità, attraverso tutta la serie dei nomi diventa quasi impossibile. Oggi dovremmo dire (Simpia) se non sbaglio. Ma qual è la gestione poi in concreto della società con riferimento ad investimenti importanti? Sul punto, innanzitutto, vi sono delle deposizioni testimoniali, la deposizione Gavagnin, udienza del 16 marzo 2001, la deposizione Raffaelli, udienza del 5 maggio 2000. Ora, in realtà che cosa dicono queste deposizioni? Afferma il Gavagnin, a proposito dell’ordinanza che imponeva la bonifica dell’azienda agricola di Alba: beh, dice Gavagnin, a me hanno dato la disposizione prima di guardare, cioè teniamo presente che allora la proprietà Montedison era di Gardini, quindi era della famiglia Ferruzzi, questo è un particolare secondo me fondamentale. "Sono stato incaricato di fare una ricognizione della situazione, ho esaminato i dati fino a quel momento acquisiti in maniera non sistematica, ho fatto una nota tecnica, sono andato a Milano", cioè mi pare che Gavagnin dà atto a verbale che con l’ingegner Zerbo si parlava del problema ambientale e anzi ne apprezzava l’attivismo. "L’ho portato, mi ricordo benissimo, all’Avvocato Pasini, il quale una volta esaminata la nota tecnica ha detto: sì, proceda. Io ho avuto il mandato dalla direzione di Milano, con il consenso della direzione di stabilimento, di mettere in atto la prima campagna di monitoraggio, cioè di prelievi, analisi, piezometri relativi alle acque, quelli che poi hanno portato alla caratterizzazione del sito e all’avvio del processo di bonifica e messa in sicurezza". Ed ancora si chiede: "Ma con chi ha parlato?", qui a questo punto interviene lo stesso Presidente, "Chi era l’Avvocato Pasini?", "Lui era il responsabile della funzione legale di sede di Montedipe", "Della sede centrale?", "Sì". "Lei ha parlato con qualcun altro oltre che con il responsabile?", "Certo, io ho parlato con il dottor Di Giorgi, che era il mio referente diretto, con il dottor Matiussi che era il Presidente della società" e dice ancora con il cambio della gestione che appunto Gavagnin sta a cavallo come Zerbo nell’ambito di gestione Montedipe ed Enichem: "È poi successo che la società è stata acquisita da Enichem, è arrivata una lettera, mi ricordo che nel marzo del 1991 l’allora Assessore Provinciale ingegner Bianchi ha scritto una lettera di sollecito alla società, quindi al Petrolchimico, chiedendo di procedere con quanto inoltrato ancora nel giugno e nel settembre dell’anno precedente. Io ho ovviamente girato la lettera, perché le decisioni venivano prese nella sede milanese". Ora, se teniamo presente, perché in definitiva poi i processi vanno sempre al di là delle enfatizzazioni inevitabili che hanno per il numero degli interessati, ma vanno poi riportati alla loro realtà strutturale, che in primo luogo si tratta di un processo per malattie professionali e per inquinamenti ambientali e quindi che in tutta questa materia vale il principio della correlazione potere e dovere, guardiamo poi quelli che erano i poteri effettivi dell’ingegner Zerbo in ordine alla possibilità di spendite di denari per varie iniziative. Qui c’è, richiamo, è tutto prodotto per la verità, la procura Montedipe: "Io sottoscritto dottor Matiussi etc., nella sua qualità di Presidente della Montedipe S.r.l., con sede in Milano, conferisce all’ingegner Zerbo Federico dello Stabilimento di Porto Marghera, nato a Venezia etc., i seguenti poteri". Si indicano alcuni atti ovviamente, quelli tipici di stipulare, modificare e risolvere contratti di lavoro, accordi con le rappresentanze sindacali, acquistare, permutare beni, concludere contratti di trasporto e via dicendo: "Il potere di cui sopra è limitato a singoli atti il cui contenuto economico non superi i 150 milioni". Si arriva a 300 milioni nell’ambito della procura Montedipe solo per convenzioni di noleggio, trasporto, appalto, comodato, somministrazione opera aventi per oggetto prestazioni di servizi in generale e assicurazioni, spedizione, deposito con l’amministrazione dello Stato con enti pubblici e con privati, in particolare con l’amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Molto analitica questa precisazione, ma è soprattutto dato da rilevare come si ponga un limite di spesa che è largamente inferiore a quella che è la necessità economica per interventi all’epoca miliardari, oggi con l’euro tornano ad essere di nuovo milionari, per risanamento di siti, bonifiche degli impianti e via dicendo. Certo che quello che è caratteristico è che la gestione dello stabilimento in quanto tale resta centralizzata, cioè tutto il grosso investimento la cui mancanza si vorrebbe addossare all’ingegner Zerbo, in realtà non poteva essere fatta dall’ingegner Zerbo, né gli può essere rimproverata per la correlazione potere – dovere che è fondamento della responsabilità stessa. Quanto alle procure poi Enimont Anic S.r.l. si ripetono sostanzialmente le stesse cose. Il dottor Palmieri conferisce in qualità di Presidente e legale rappresentante la procura e il limite è fissato in atti che non superino le lire 100 milioni. Quindi anche qui, in questo caso, la disponibilità di spesa e quindi anche il potere di azione era limitato, non si può ancora una volta dire: ti rimproveriamo per non aver fatto questo, quello e quell’altro. Certo che invece è vero che l’ingegner Zerbo si è attivato come ha dimostrato l’Avvocato Cesari, qui non mi voglio dilungare richiamandomi un’altra volta, ricordiamo che poi abbiamo prodotto memorie e ne produrremo un’altra conclusiva. Il tutto, quanto diciamo, è documentato. Ma attenzione, abbiamo detto non sovraesposizione verso l’alto, ma neppure va fatta una sovraesposizione della responsabilità verso il basso, cioè Zerbo non è il padrone del vapore, ma non è neanche un mero impiegato di concetto; ha a che fare con un’unità produttiva con migliaia di dipendenti, è necessaria l’organizzazione del lavoro. Sul punto non mi voglio dilungare con citazioni della giurisprudenza per rispetto al tempo, le richiamerò poi nella memoria, la Corte potrà consultare la correttezza di quanto diciamo, ma ecco in sostanza che cosa si afferma da parte della giurisprudenza più recente e più aggiornata con il mondo produttivo? Si afferma un criterio funzionalistico della responsabilità nell’ambito dell’esercizio delle attività economiche, cioè in sostanza non è che bisogna fare riferimento tanto ad atti scritti, quanto occorre fare riferimento nell’ambito di un organismo complesso a quelli che sono gli effettivi poteri e doveri e l’esercizio effettivo delle funzioni che vengono mosse. Ma di tal che assume anche rilevanza quella che è l’organizzazione che viene a darsi l’impresa per l’adempimento dei propri compiti e in modo particolare l’organizzazione che ci interessa è quella relativa al Petrolchimico. Nelle sue spontanee dichiarazioni, nelle memorie che abbiamo documentato, risulta provato che l’ingegner Zerbo si è dato un’organizzazione ed in modo particolare in ordine a questo aspetto ricordiamo la comunicazione di servizio numero 336 del 12 maggio 1989 con cui si disciplina la struttura protezione ambientale e sicurezza. Al responsabile di protezione ambientale e sicurezza competono le seguenti funzioni: assicurare la corretta interpretazione di fusione delle leggi, dei regolamenti in materia di sicurezza impianti, prevenzione infortuni e protezione ambientale; provvedere all’elaborazione delle relative norme di attuazione ed assistere le funzioni operative per l’applicazione delle norme stesse; promuovere l’esecuzione dei collaudi di legge, dell’ispezione dell’impianto, nel rispetto delle normative vigenti e delle procedure di stabilimento; assicurare con le risorse e le attrezzature di proprio intervento efficaci e tempestive azioni di assistenza ed emergenza. Al responsabile di protezione ambientale e sicurezza, attenzione, conferiscono l’assistente, il responsabile di tecnologia, il responsabile di ecologia e ambiente, il responsabile di pronto intervento ed emergenza, il responsabile di ispezioni e collaudi, il responsabile di laboratorio chimico. Da tutto ciò che cosa ne deriva? L’inconfigurabilità di una responsabilità diciamo verso il basso per singoli fatti, come può essere quello di un ipotetico mancato uso di sporadico... mancato uso di maschere protettive pur fornite, superamento accidentale di limiti tabellari in materia di inquinamento, fatti che casomai comporterebbero allora un’indagine su quella che è la responsabilità dei preposti. Un punto che mi costringe a portare via un po’ di tempo, ma cercherò di essere sintetico, signori della Corte, ma lo devo fare perché è un tema che torna in continuazione, che è quello relativo al problema dell’insacco del CV7. Ne ha già parlato, ha introdotto l’argomento l’Avvocato Cesari, ma occorre farvi riferimento perché è un punto su cui si torna con una particolare insistenza, abbia pazienza ma è pervicace, cioè è il discorso che vi sarebbe nell’ambito di questo contratto d’appalto che intercorre tra esattamente le parti e l’Enichem sostanzialmente, voglio vedere se la denominazione è quella corretta, e la Socom, che poi lo trasferisce per l’esecuzione alla (Trasbet), intercorre, diciamo così, un contratto che è chiamato di deposito in conto custodia con prestazioni di servizio. In base a questo contratto, la Enichem Anic S.p.A. conclude un contratto con la Socom; nell’ambito di questo contratto si prevede il deposito dei materiali, delle materie prime prodotte dalla Enichem e si riceve, quindi il ricevimento e la custodia dei prodotti affidati, nonché il confezionamento dei prodotti nei tipi e negli imballi che poi vengono precisati. È un classico appalto di servizi nel quale quindi l’appaltatore, il datore di lavoro e quindi il responsabile della sicurezza, è a tutti gli effetti la cooperativa. È noto che fra l’altro è un contratto concluso prima dell’entrata in vigore della 626 del 1994, anche perché poi in realtà non è che la 626 del 1994 modifichi sostanzialmente le cose. In sostanza, quindi, è un appalto con il quale eventuali, in seguito al quale le osservanze di modalità esecutive antinfortunistiche o di malattie ricadono sotto la responsabilità della società che ha assunto l’appalto stesso. Se non che, sì, questo è importante perché appunto è il periodo pienamente di Zerbo, che gestì solo per poco tempo, per pochi mesi, il diretto all’insacco. Su questo punto che cosa invece sostengono, hanno sostenuto in primo grado le Parti Civili? Vi sarebbe sempre una responsabilità dell’Enichem, poi l’effettiva come responsabilità penale sarebbe poi quella di Zerbo, perché vi è il cosiddetto fenomeno dell’ingerenza. In che cosa sia consistita questa ingerenza non è dato capire. Credo che qui si voglia semplicemente alludere al fatto che ovviamente l’Enichem consegnava il materiale e controllava l’esecuzione del contratto; esecuzione del contratto, si badi bene, che prevedeva espressamente l’osservanza di tutte le cautele dirette appunto a prevenire malattie di varia natura e sul punto vorrei anche ricordare la testimonianza di (Denale), che appunto ricorda come ci fosse uno stretto controllo, una stretta sorveglianza perché fossero usate le maschere protettive e perché quindi fossero osservate le norme sulla disciplina e la tutela del lavoro. Ma si dice non vi è l’ingerenza, quindi evidentemente si qualifica l’ingerenza come qualunque contatto tra il committente e l’appaltatore, sicché il committente diverrebbe responsabile anche dei fatti che eventualmente abbia commesso colui che invece ha ricevuto l’appalto. Finalmente, però, dobbiamo dire che sul punto la Cassazione ha dato una sentenza che credo sia definitivamente chiarificatrice. Corte di Cassazione Penale Sezione IV 30 gennaio 2001 numero 2249. La riporto per esteso semplicemente perché con ciò risparmiamo assolutamente tempo e risparmiamo ancora magari ulteriori speculazioni in replica, visto che questo è un argomento che è sempre stato riportato. Cosa dice la Cassazione? "Quando nella giurisprudenza della Corte si parla di ingerenza del committente nell’esecuzione del lavoro appaltato, confronta tra le ultime Sezione IV 15 dicembre 1998, Sezione IV 17 novembre 1995, si allude ad un comportamento del datore di appalto che inclini verso una condotta di inosservanza delle disposizioni di tutela dei lavoratori, ovvero solleciti l’esecuzione di un’operazione in assenza o al di fuori dell’osservanza della normativa presidiaria. L’ingerenza cioè deve portare in sé la stima della causazione del concorrere e anche ed eventualmente di altri fattori tra i quali pure la condotta illegittima dell’appaltatore dell’evento di danno. Si risolve quindi nel determinare o istigare alla condotta illecita. In definitiva, si concretizza in un’ipotesi di concorso di reato. Questa è l’ingerenza, cioè occorre un’istigazione all’inosservanza delle prescrizioni del lavoro. Ora non mi direte che vi sia un solo fatto, una sola circostanza che possa dare la prova di tutto ciò. Evidentemente questo non sussiste e non sussiste quindi una responsabilità dell’ingegner Zerbo per qualche modo in quanto direttore si sarebbe ingerito nella gestione dell’insacco gestito dal Transpet stessa. Sull’attivismo dell’ingegner Zerbo per la tutela dell’ambiente se ne è già parlato, vorrei solo ricordare, con riferimento al parco serbatoi, delle dichiarazioni, e non vado per esteso come forse in un primo tempo mi ero ripromesso, ma per rispetto del tempo della Corte, comunque siamo all’udienza del 7 luglio 2000 davanti al Tribunale; si descrivono appunto quelle che sono le strutture del parco serbatoi ovest, strutture all’aperto, sistema il circuito chiuso, ma per quanto a noi interessa volevo far rilevare come vi sia una precisa indicazione, ma ce ne sono altre, basti pensare alla testimonianza di Cecconello, teste dell’accusa, circa l’osservanza all’epoca dei doveri di diligenza da parte del direttore e in modo particolare si richiede al teste quello che interessava in modo specifico quello che riguardava i rischi specifici del CVM e l’istruzione ricevuta. Risposta: "La parte riguardante il deposito di CVM consistente in due sfere in una sala, essenzialmente completamente diciamo, cioè ci sono delle catenelle di recinzione, in modo che qualsiasi persona che entra sa che quando entra lì dentro entra in una zona con possibile CVM e ci sono dei cartelli che dicono: possibile presenza di CVM. In più su questi serbatoi ci sono dei cartelli dove c’è scritto: CVM, con tutte le caratteristiche di tossicità del prodotto e in più con tutti i mezzi protettivi che devono essere usati quando si entra nell’area con possibile presenza di CVM". Questo nell’area di stoccaggio. "Dopo naturalmente ci sono i manuali operativi che, per dedicarci specificamente per il prodotto CVM, è stato fatto a suo tempo un manuale operativo dedicato al CVM, con descritto il prodotto, descritte le attrezzature, descritte le movimentazioni, tutti i mezzi protettivi che debbono essere usati, tutte le operazioni che debbono essere effettuate, come devono essere effettuate in maniera puntuale e specifica, in modo che l’operatore sa perfettamente cosa deve fare" e in modo particolare ricordiamo appunto che il teste Cecconello, a cui lo stesso proprio difensore ha cercato addirittura di scagliarsi, ci ha confermato l’osservanza di questa situazione nel rispetto delle modalità operative. Ma è illuminante anche il fatto che si chiede, oltre al fatto che naturalmente in esse venivano effettuate le analisi e via dicendo, ma vi è una formazione sulle metodologie operative, una volta che ce ne fossero di nuove, sia a proposito della sicurezza, risponde appunto il teste Falcidia: "Tutto il mio personale era sempre, tutto il personale era in possesso di patentino gas tossici, per cui noi avevamo l’ammoniaca che è considerata per legge un tossico e quindi obbligatoriamente per legge noi facevamo corsi di formazione per tutti i prodotti e per l’ammoniaca addirittura si pretendeva un patentino specifico rilasciato dall’autorità. Quindi tutto il personale era completamente addestrato, non solo per il CVM, ma anche per tutti gli altri prodotti, perché ripeto anche l’ammoniaca era considerata un prodotto pericoloso alla stregua del CVM". "Utilizzava le maschere giornalmente?", "Gli autoprotettori saltuariamente comunque venivano utilizzati, specialmente quando si facevano le prove, che erano almeno semestrali, per le prove di emergenza. In questo reparto c’è lo scafandro completo in caso di guasto, c’era tutto quello che era possibile immaginare in quel periodo per la sicurezza del personale e la gente che ne utilizzava regolarmente le maschere praticamente le portava tutte le volte che usciva per andare in reparto, gli autoprotettori li utilizzava durante le prove di emergenza. Venivano fatte delle prove, si registravano i tempi, sempre utilizzando l’autoprotettore". Ma si chiede: "Ma faceva dei corsi poi l’azienda?", "L’azienda predisponeva dei corsi a cui noi mandavamo a seconda della disponibilità del personale". "Questi corsi, queste riunioni di sicurezza di cui parla il teste erano seguiti solo dal suo reparto?", aggiunge Falcidia: "Diciamo che quando si facevano questi corsi, si facevano a livello di stabilimento, non era un’esigenza del mio reparto, era un’esigenza di tutta la fabbrica" e questo è quanto appunto ci dice un testimone in materia di sicurezza, sia con riferimento appunto al parco serbatoi ovest, ma anche con riferimento all’intero stabilimento stesso. Allora, in conclusione, dobbiamo subito dire, sempre con riferimento alle ipotesi subordinate, che garanzia non significa responsabilità oggettiva per evento, ma significa violazione di un dovere da cui al rapporto di causa – effetto deriva un evento stesso, cioè la garanzia è una fonte di doveri, fonte di responsabilità è la violazione di un dovere causalmente connesso con l’evento verificato. In realtà vi è uno stretto legame tra colpa e causa. Zerbo, per quanto abbiamo finora detto, non è responsabile di nulla di quello che abbiamo finora detto. Un’ultima battuta, ma qui mi sembra proprio però che siamo a livello di battute, perché si addebita come discarica il fatto che per incarico dell’allora Presidente Gardini sia stato realizzato un eliporto nella zona 31 e 32. In realtà cos’è questo famoso eliporto? Nella zona 31 – 32 a suo tempo c’era una discarica che risaliva a molto tempo addietro, vi era uno spazio erboso, zona di 128 mila metri quadri, su 400 metri quadrati è stata buttata una gettata di cemento. Ora eseguire discariche significa conferire rifiuti, non certo buttare una modesta quantità di cemento per permettere al padrone del vapore di scendere in elicottero. Credo a questo punto di aver detto quasi tutto quello che era nei programmi. Faccio ancora un’ultimissima osservazione, cioè in definitiva Zerbo va assolto per non aver commesso il fatto, ove si ritenga in qualche modo qualche fatto sussistente. Faccio un esempio però estremo. Mettiamo che voi doveste ritenere che in realtà anche dosi minime di CVM facciano male alla salute, mettiamo che nel corso di questa udienza dobbiamo annunciare la dipartita del professor Pulitanò per eccesso di vongole così, secondo l’esempio, ecco, cioè ovviamente per semplificare questo. Ecco, se ciò si verificasse comunque, badate bene, ci troveremmo pur sempre di fronte a quello che è un evento con il carattere della imprevedibilità, cioè in carenza di violazione di norme specifiche, in carenza di una prevedibilità di un evento per le considerazioni che sono state svolte, comunque il risultato sarebbe pur sempre quello di dichiarare il fatto non costituisce reato. L’ultimo richiamo è anche sotto questo profilo ad una pubblicazione che abbiamo redatto, "Ambiente di lavoro e salute", dove si dice: "Tutti gli aspetti considerati mettono in evidenza che nelle industrie di processo del comparto chimico, petrolchimico e della produzione di energia elettrica, lo stato di salute delle popolazioni lavorative risulta nel complesso soddisfacente e questo dato è confermato dai primi risultati della mortalità". Allora, come vedete, quando dice l’ingegner Zerbo ho assunto la direzione del Petrolchimico, proprio mi sono informato per prima cosa della salute dei lavoratori e quello che gli è stato detto, quello che gli è stato affermato è che la condizione in quel momento erano condizioni buone. Quindi anche sotto questo profilo, il profilo della diligenza, del rispetto del lavoro altrui, nulla vi è da dire con riferimento all’ingegner Zerbo. Insistiamo pertanto per la conferma per l’impugnata sentenza; in subordine, ove vi fossero delle modifiche, per l’assoluzione di Zerbo per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Grazie.

 

PRESIDENTE – Se non c’è nessun altro che intende intervenire, chiudiamo l’udienza e ci vediamo mercoledì prossimo.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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