UDIENZA DEL 29 SETTEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 30 settembre 2004.

 

PRESIDENTE – Oggi dovrebbe parlare, secondo una lista che mi era stata fornita nell’udienza scorsa, l’Avvocato Zaffalon.

 

AVVOCATO – Ha chiesto di essere spostato, Presidente.

 

PRESIDENTE – A quando? Io non vorrei che questi spostamenti dopo ci spostassero...

 

PARTE CIVILE – Avv. Zabbeo – Presidente, se ritiene, sono l’Avvocato Zabbeo per il Comune di Campagna Lupia e di Mira. Il mio intervento era programmato per domani. Se lei ritiene, posso intervenire oggi.

 

PRESIDENTE – Va bene, tanto così recuperiamo. Lei è l’Avvocato?

 

PARTE CIVILE – Avv. Zabbeo – Alfredo Zabbeo.

 

PRESIDENTE – Va bene. Poi c’era l’Avvocato Dell’Asen, Avvocato Ometto?

 

PARTE CIVILE – Avv. Materazzo – Lo sostituisco io, Presidente.

 

PRESIDENTE – Lei è l’Avvocato?

 

PARTE CIVILE – Avv. Materazzo – Materazzo.

 

PRESIDENTE – Va bene. Avvocato Bonaccorso?

 

PARTE CIVILE – Avv. Bonaccorso – Presente, sì.

 

PRESIDENTE – È lei, e Avvocato Duse.

 

AVVOCATO – Arriverà sulle undici, arriva più tardi.

 

PRESIDENTE – Va bene, allora chi vuole prendere la parola?

 

PARTE CIVILE – Avv. Zabbeo – In realtà il mio intervento, per i Comuni di Mira e di Campagna Lupia, era indicato per la giornata di domani. Ribadisco, se non vi sono, considerata l’assenza di colleghi che hanno chiesto un rinvio ad un dato momento, posso intervenire oggi.

 

PRESIDENTE – Sì, benissimo.

 

PARTE CIVILE – Avv. Zabbeo – Deposito immediatamente le conclusioni ed una memoria, l’una per il Comune di Mira e l’altra per il Comune di Campagna Lupia, che trattano in maniera più ampia quanto oggetto dell’intervento che vado ad esporre. Questo intervento tratta essenzialmente di due punti: l’uno è sul reato di gestione di discarica abusiva, che è il punto 60 dei motivi d’appello; l’altro sulla legittimazione del Comune quale ente territoriale a richiedere il risarcimento del danno e sull’individuazione di carattere storico delle singole discariche. Circa il primo punto, trattiamo di capi di sentenza con cui il Tribunale ha ritenuto di mandare assolti gli imputati anche per le condotte successive alla cessazione dei conferimenti nelle discariche abusive in base alla considerazione della non esistenza di un obbligo di attivarsi in relazione ai siti inquinati da terzi antecessori. Il Tribunale sul punto cita Sezioni Unite 5 ottobre 1994 ed afferma che "il mero mantenere nell’area rifiuti scaricati o fatti scaricare da altri quando ormai la discarica sia stata chiusa, non rientrerebbe nel concetto di gestione di discarica penalmente rilevante". La questione è già stata risolta dalla giurisprudenza successiva all’ottobre 1994, a queste Sezioni Unite, ma già all’epoca della sentenza evidentemente avevamo dei dati normativi insuperabili, che sono essenzialmente tre: il primo, la nozione di gestione di discarica non autorizzata alla luce del dato testuale del D.P.R. 915/82 e del Decreto Legislativo numero 22 del 1997, cioè la problematica relativa alla gestione successiva alla chiusura. Gli Artt. 10 e 16 del D.P.R. 915/82 nel concetto di gestione di discarica hanno ricompresso non solo le fasi di conferimento e deposito di rifiuti, ma anche quelle successive all’esaurimento dell’impianto, necessarie per il controllo e la messa in sicurezza dell’impianto stesso. Infatti l’Art. 16 del D.P.R. citato, che si assume violato nel nostro caso e sanzionato dall’Art. 26 che è stato contestato agli imputati, precisa che "l’autorizzazione allo stoccaggio definitivo in discarica dei rifiuti tossico – nocivi deve contenere, è testuale, le modalità e le cautele da osservare per l’esercizio della discarica controllata anche dopo la sua chiusura". Negli stessi termini, il Decreto Legislativo 22 del 1997 conferma queste prescrizioni laddove, nel fornire la definizione di gestione dei rifiuti, vi include espressamente e sempre cito testualmente "il controllo delle discariche e degli impianti di smaltimento dopo la chiusura", Art. 6 lettera D). Ora, non par dubbio che nel caso di cessione della proprietà e della gestione della discarica dopo la sua chiusura, gli obblighi menzionati connessi alle cautele gestionali della fase post operativa, post mortem, passiva della discarica, si trasferiscano in capo al nuovo proprietario del sito, e cioè da Montedison ad Enichem. Secondo dato normativo: la Delibera Interministeriale 27 luglio 1984 e l’obbligo giuridico di attivarsi per evitare l’inquinamento da percolato, cioè il problema del reato di gestione di discarica abusiva in forma omissiva. La Delibera Interministeriale 27 luglio 1984, che contiene disposizioni per la prima applicazione del D.P.R. 915, stabilisce la disciplina delle discariche, prescrivendo dei requisiti minimi a tutela della salute dell’ambiente, requisiti non derogabili dalla legislazione regionale. Questa delibera, al punto 4-2, con riferimento allo stoccaggio definitivo in discariche, testualmente stabilisce che "i sistemi di drenaggio e captazione del percolato, nonché l’eventuale impianto di trattamento del medesimo, dovranno essere mantenuti in esercizio anche dopo la chiusura della discarica stessa". Quindi la delibera prescrive a carico del gestore della discarica un evidente obbligo positivo di attivarsi per impedire lo sversamento di percolato in discarica pur già esaurita, infatti dice "dopo la chiusura", il che consente di configurare i reati di cui agli Artt. 25 e 26 del D.P.R. 915 come fattispecie omissive improprie, oltre che commissive, in forza della clausola di equivalenza di cui all’Art. 40 capoverso Codice Penale. Terzo dato normativo: questa è la disciplina comunitaria. Questa interpretazione della normativa statale si impone anche alla luce della disciplina comunitaria, che è recepita nel nostro ordinamento sia con il D.P.R. 915/82 in un primo momento e poi con il Decreto Legislativo 22/97. L’Art. 4 di questa direttiva comunitaria, 75442, stabilisce che gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente. Da questa disposizione, la Corte di giustizia ha desunto l’obbligo in capo al detentore di un’area utilizzata in passato come discarica abusiva, di adottare le misure necessarie per impedire la protrazione del preesistente degrado ambientale e la giurisprudenza è citata nei motivi d’appello. Quarto ed ultimo punto di questa prima parte riguarda il profilo giurisprudenziale. La prevalente giurisprudenza di merito e legittimità si è discostata dei principi successivi... all’ottobre 1994, si è discostata dai principi enunciati dalla Sezione Penale posta dal Tribunale a fondamento della propria decisione. Appena un mese dopo, nel novembre del 1994, sentenza della Terza Sezione, 4 novembre 1994, la Suprema Corte è giunta a conclusioni diametralmente opposte, affermando che "il concetto di gestione di discarica abusiva ai sensi dell’Art. 25 del D.P.R. 915/82 deve essere inteso in senso ampio, comprensivo di qualsiasi contributo sia attivo che passivo, diretto a realizzare o anche semplicemente a tollerare e mantenere il grave stato del fatto-reato strutturalmente permanente", Terza Sezione, 4 novembre 1994, ricorrente Zani, Foro Italiano ‘95. Sempre il Supremo Collegio, cito, Cassazione 17 novembre 1996, successivamente ha ribadito che "il concetto di gestione della discarica è comprensivo di qualsiasi contributo, sia attivo che passivo, diretto a tollerare o mantenere il fatto-reato". Ma anche più recentemente, con espresso riferimento alle Sezioni Unite del 5 ottobre 1994, risulta una visione critica di questa sentenza, cito Cassazione Sezione Terza, 11 aprile 1997, che riferisce, che dice che questa pronuncia delle Sezioni Unite del 5 ottobre 1994 risulta "non condivisibile perché riduttiva e contraddittoria, in quanto rende il termine di cessazione della permanenza ondivago, in conseguenza dell’emissione o meno da parte del Sindaco del provvedimento di rimozione dei rifiuti e non include, nella nozione di gestione della discarica, il mantenimento della stessa senza alcun conferimento, ovvero l’obbligo di remissione in pristino". Chiudo. Tutte queste motivazioni inducono a ritenere errata la decisione del Tribunale, laddove ha ritenuto di mandare assolti gli imputati anche per le condotte successive alla cessazione dei conferimenti nelle discariche abusive, in base alla ritenuta considerazione della insussistenza di un obbligo ad attivarsi in relazione ai siti inquinati da terzi antecessori. Insistiamo, chiediamo la riforma della sentenza su questo punto. La seconda ed ultima parte di questo intervento tratta di questi punti: innanzitutto sulla legittimazione dell’ente territoriale Comune a chiedere il risarcimento del danno; in secondo luogo, sull’accertamento dell’esistenza delle discariche – sto parlando delle discariche esterne – sugli interventi che sono stati eseguiti da Montedison ed eventualmente da Enichem, sulla congruità dei profili risarcitori richiesti ed infine sulle fonti di prove relative all’elemento di cui sopra. Primo punto, nel trattare sulla questione relativa alla legittimazione del Comune, nell’ottica delle richieste risarcitorie, cioè della legittimazione ad agire, facciamo solo alcuni brevissimi cenni giurisprudenziali. Iniziamo col dire che il danno ambientale incide sul territorio; il territorio è elemento costitutivo degli Enti e quindi diviene elemento di personalità, Cassazione Penale, 15 giugno 1993, Terza Sezione, che afferma: "Gli Enti territoriali sono legittimati alla costituzione di Parte Civile perché il danno ambientale derivante da reato incide sull’ambiente, come assetto qualificato del territorio, che è elemento costitutivo di questi Enti e perciò oggetto di un loro diritto di personalità". Ne viene, di conseguenza, che questo diritto al risarcimento del danno ambientale spetta sicuramente allo Stato in via primaria, ma di certo non in via esclusiva, perché il concetto di bene ambientale ha natura, con un termine a noi molto caro, ha natura adespota e non consente che di esso possa essere titolare in via esclusiva lo Stato. Di conseguenza, la legittimazione degli Enti territoriali deve ritenersi concorrente con quella statale, e sul punto Sezione Unite 25 gennaio 1989, numero 440, che dice che se è vero che lo Stato accentra in sé nella veste di massimo ente esponenziale della collettività nazionale la titolarità del ristoro o del danno all’ambiente, ciò non priva certamente altri soggetti della legittimazione diretta al risarcimento del danno". Dobbiamo quindi ritenere che il diritto alla tutela ambientale possa essere riferito allo Stato nel senso di Stato – collettività, cioè comprensivo di tutti i soggetti che vi operano, ferma restando una legittimazione attiva concorrente in capo a quei soggetti che abbiano risentito comunque danno. Quanto sopra fa comprendere come la legittimazione del Comune, ribadiamo, concorrente con quella statale, è stata riconosciuta perché il danno ambientale è lesione di un vero e proprio diritto soggettivo dell’Ente territoriale minore, interpretazione questa accolta anche dalla giurisprudenza di merito e locale. In particolare, citiamo la sentenza 975/2003, Tribunale di Venezia del 12 febbraio del 2003 che, decidendo su un caso di responsabilità per l’emissione nell’atmosfera di gas tossici, stabilisce che il danno ambientale incide su un determinato contesto territoriale, il territorio è elemento costitutivo degli Enti e identifica così una legittimazione degli Enti territoriali minori ad agire iure proprio, in via autonoma e separata rispetto alla legittimazione dello Stato stesso, con l’ovvia limitazione dell’ambito territoriale di competenza. In chiusura di questa parte, vogliamo ricordare la recentissima pronuncia 27 aprile 2004, 19505, della Suprema Corte di Cassazione, che riconferma la legittimazione tipica iure propria del Comune in materia di risarcimento danno ambientale. Secondo punto: accertamento delle discariche, interventi eseguiti sulle discariche, congruità dei profili risarcitori. Per quanto riguarda la descrizione e l’accertamento delle discariche, riteniamo che tutti i punti che... anzi, affermiamo che tutti i punti che andiamo ad esporre riguardano in linea di massima tutte le discariche esterne. La loro esistenza risulta da questi elementi. Innanzitutto è accertata in scheda 14, allegata lettera 27 giugno 1991 e inviata da Eni, sottoscritta dall’ingegner Cagliari e da Enichem, sottoscritta dal dottor Porta e inviata a Montedison. In essa, Enichem contesta a Montedison quanto al punto 5 e testualmente questa lettera dice: "Contesta la bonifica di numero 12 discariche esterne allo stabilimento ed afferma trattarsi di terreni di terzi sui quali sono stati depositati rifiuti che hanno creato danno o costituiscono pericolo di danno ambientale". Inoltre, buona parte di queste discariche sono state oggetto dell’arbitrato Enichem – Montedison, di cui ha parlato il teste Spoladori alle udienza del 20 settembre e del 7 novembre 2000. Al teste è stata posta questa domanda: "Quali sono le discariche che vengono in contestazione in questo arbitrato?", il teste così risponde, dice: "Ho acquisito dei fascicoli di una vertenza arbitrale sorta tra Enichem e Montedison nel settembre 1992" e descrive le aree esterne in questo modo: "Per quanto riguarda le aree esterne e cioè le discariche esterne che io ho contestato, si trovano nel fascicolo 33, scheda 14, punto 5". Richiesto poi di specificare quali fossero in concreto, risponde: "Anche qui attorno a Porto Marghera, nelle località Dogaletto, Lugo, Lughetto, Malpaga, Sabbioni, Oriago, esistono diverse discariche non autorizzate, tutte esistenti in terreni di terzi, realizzate, gestite nel periodo 1960 – 1980 da Montedison, che vi ha depositato i rifiuti provenienti dalla produzione dello stabilimento di Porto Marghera. Quanto sopra dimostra sia l’esistenza delle discariche, sia la provenienza di rifiuti da parte degli stabilimenti di Porto Marghera, sia la gestione da parte di Montedison prima che di Enichem poi, anche se le discariche ovviamente fossero state allocate in terreni di terzi". Per quanto riguarda la descrizione dei tipi di interventi eseguiti da Montedison e da Enichem, abbiamo notizia di alcuni interventi, non in tutte le discariche, solo in alcune di esse, ma in relazione alle discariche rispetto alle quali risultano essere stati svolti questi interventi va comunque sempre tenuto presente che mai si può parlare di intervento di bonifica vera e propria. Ricordiamo la testimonianza di Pavanato, udienza del 13 ottobre 2000, che da un lato conferma la presenza di ventiquattro aree in Comune di Venezia, cinque in Comune di Mira, aree tutte adibite a discarica ma rispetto alle quali egli conferma l’assenza di alcuna bonifica. La domanda precisa che gli è stata posta è questa: "Con riferimento a questi siti, permane una necessità e un obbligo di un’attività di verifica e controllo successiva all’intervento di bonifica o di messa in sicurezza?" ed egli risponde: "Premesso che nessun intervento di bonifica vero e proprio è stato finora realizzato, si è trattato solo di interventi al più di messa in sicurezza ed in ogni caso questi interventi di messa in sicurezza richiedono l’imposizione di vincoli urbanistici sull’area e devono essere oggetto di un’attività di monitoraggio e di controllo che si protrae nel tempo per un congruo numero di anni". In sostanza, gli interventi che sono stati eseguiti sulle discariche e per quelle discariche e solo per quelle discariche in cui sono stati eseguiti, non ne esauriscono per definizione il profilo risarcitorio. Pavanato, in sostanza, quando testimonia sembra riferirsi al concetto di messa in sicurezza d’emergenza riferito dal Decreto Ministeriale 25 ottobre 1999 numero 471, come l’intervento, ogni intervento necessario ed urgente per rimuovere le fonti inquinanti, per contenere la diffusione degli inquinanti in attesa degli interventi di bonifica, quella bonifica che egli ha escluso sia mai avvenuta; bonifica che è quell’insieme di interventi che sono atti o ad eliminare le fonti di inquinamento e le sostanze inquinanti, o a ridurre le concentrazioni delle sostanze inquinanti presenti ad un livello eguale o inferiore ai valori di concentrazione limite accettabili stabiliti in questo regolamento. Il terzo punto viene di conseguenza, è la congruità delle pretese risarcitorie. Questa Difesa ha presentato, ha chiesto, ha presentato le proprie richieste risarcitorie in virtù di quanto risulta dal censimento delle discariche non autorizzate ed aree inquinate aggiornate 1999 prodotto dalla Provincia di Venezia. Il dottor Pavanato ha confermato, sia per Mira che per Campagna Lupia all’udienza del 2 ottobre 2000 queste valutazioni economiche e ha affermato testualmente che "si doveva tener presente che di bonifica sono frutto di una stima sulla base dei dati disponibili, che comunque venivano confermati, anche se il livello di precisione non poteva ritenersi assoluto". Quanto sopra trova conferma nel fatto quindi che l’attività al più di sola messa in sicurezza e solo in alcune discariche, ovviamente non è bonifica in senso proprio e quindi che il danno permane nei termini stimati dalla Provincia di Venezia. Passo all’ultima parte, che riguarda l’individuazione concreta delle discariche, cinque nel Comune di Mira, una nel Comune di Campagna Lupia. Le caratteristiche principali delle discariche non autorizzate che sono state individuate nel territorio del Comune di Mira, risultano da questi dati probatori: uno, il censimento delle discariche non autorizzate della provincia, e lo conosciamo; due, la documentazione prodotta da questa Difesa all’udienza del 16 marzo 2001 ed in particolare l’elaborato del dottor Ranzato a cui rimando; tre, le deposizioni testimoniali, fondamentali, dei testi Spoladori che è Ispettore del Corpo Forestale dello Stato, del dottor Pavanato, dirigente del settore politica ambientale della Provincia di Venezia, del dottor Gavagnin, all’epoca dei fatti dipendente di Montedison e, per quanto riguarda Mira, dalla dottoressa Pigozzo, che è funzionario tecnico responsabile del settore di urbanistica e di edilizia del Comune di Mira; infine, l’arbitrato Montedison – Enichem per le discariche in esso individuato e poi in particolare per Dogaletto la consulenza tecnica di Enichem, Francani ed Alberti, del 20 aprile 2004, che citeremo in un brevissimo tratto. Dall’analisi di questi dati probatori, risultano individuate e quindi è stata oggetto di contestazione la presenza di cinque discariche che ricordiamo: via Teramo, frazione Bordiago, Dogaletto, Bastiette, Malpaga, Taglio. Via Teramo, ne parla il teste Gavagnin all’udienza del 16 marzo 2001 in questi termini, dice: "Nel 1993 – 1994, io ho fatto un censimento-mappatura delle discariche abbandonate nella gronda lagunare di immediati dintorni. Tra queste era individuata in Comune di Mira la notissima discarica di via Teramo, dove le analisi dimostravano chiaramente la presenza di fusti e quindi di rifiuti di produzione dell’acido tartarico". Ancora Pavanato, all’udienza del 13 ottobre, individua l’area numero 5, dice: "È in Comune di Mira, anche qui abbiamo fatto una serie di scavi per altri motivi, in realtà, e sono stati rinvenuti dei fusti metallici interrati sino alla profondità di circa tre metri". Sono elementi, da tutti i dati probatori in nostro possesso, risulta quindi che si tratta di discarica di tossico – nocivi, solidi urbani, su una superficie di 71 mila metri quadri; non risulta esistente nessuna bonifica o messa in sicurezza neppure a livello progettuale. Il costo della bonifica è stato stimato in 5 miliardi vecchie lire dal censimento della Provincia di Venezia. Discarica di Dogaletto, ne parlano i testi Spoladori, Pavanato, Pigozzo, Gavagnin e ne fa riferimento il censimento della Provincia. In particolare il teste Spoladori, udienza settembre del 2000, parla della discarica di Dogaletto e dice: "Si trova a Mira, nei terreni di proprietà dell’azienda agricola Alba – qui pare opportuno aprire una piccolissima parentesi: l’azienda agricola Alba, di proprietà Ferruzzi, quindi Montedison – utilizzata per scaricare i rifiuti industriali del Petrolchimico. Scheda tecnica: dimensioni 200 mila metri quadri, quantità un milione di metri cubi, materiali residui scaricati: calce spenta, nero fumo cenere e forgessi, classificazione: rifiuti tossico – nocivi. Ma ecco il punto che avevo anticipato, relativo alla consulenza tecnica di Enichem, di Vincenzo Francani e di Luca Alberti. Nella loro relazione del 20 aprile 2004, parlano anche loro di Dogaletto e dicono: "Quest’area, di proprietà dell’azienda agricola Alba – dicono i consulenti tecnici di Enichem – è una delle discariche non autorizzate realizzate da Montedison su terreni di terzi". Questo da un lato conferma ovviamente la responsabilità Montedison; d’altro lato, nella parte in cui vuole escludere la responsabilità di Enichem, in realtà si contraddice con il fatto che la discarica sia in arbitrato e cioè che l’Enichem ne abbia dichiarato la gestione in proprio, tanto da chiederne i danni a Montedison. Non risulta eseguito in questa discarica, nel senso di compiuto, alcun intervento di bonifica. Passiamo a via Bastiette, ne ha parlato il teste Spoladori. Dice che all’udienza del 13 ottobre 2000, afferma che in essa risultavano scaricate ceneri di pirite in un’area di circa 80 mila metri cubi, di altezza variabile tra i 7 e i 10 metri, parzialmente ricoperta con il terreno vegetale e prosegue affermando che queste coperture realizzate nel passato non hanno impedito la fuoriuscita di materiali inquinanti. Dice, infatti: "La contaminazione dei metalli pesanti contenute nelle ceneri, in particolare dell’arsenico, sono state trovate anche nei corsi d’acqua circostanti". Negli stessi termini ha deposto Pavanato, il quale ha affermato che risulta che sia in corso di esecuzione... che attualmente sia in corso di esecuzione un progetto di bonifica – un progetto di bonifica – che però prevede l’asporto di tutti i materiali presenti nell’area in un tempo estremamente lungo e prosegue affermando che nel corso della campagna di monitoraggio è stato verificato l’inquinamento dei corsi d’acqua, inquinamento da metalli pesanti, inquinanti tipici contenuti nelle ceneri di pirite. Malpaga, è la penultima, e a questa discarica fa riferimento il teste Spoladori all’udienza del 20 settembre 2000, dice che la discarica è ubicata in Comune di Mira, ha dimensioni di 100 mila metri quadri, materiale: rifiuti industriali, classificazione: tossico – nocivi. Dice che questa discarica è stata messa in sicurezza, la fonte è il censimento discariche abusive provincia di Venezia del settembre 1993. Anche Malpaga è in arbitrato Enichem - Montedison, fascicolo 33, scheda 14, punto 5. Inoltre, il teste Gavagnin ci ricostruisce la storia della scoperta di questa discarica avvenuta in modo assolutamente casuale; riferisce che il proprietario dell’area, il famoso problema delle discariche in terreni di proprietà di terzi, tale Tofano, aveva lamentato a lui, al Gavagnin, all’epoca dipendente Montedison, delle presenze delle situazioni di inquinamento. In sostanza questo signore diceva che continuava a seminare ma non nasceva nulla. Gavagnin riferì di questa lamentela, ma dice: "Prima di prendere qualsiasi decisione e sempre d’intesa con i tecnici della Provincia, abbiamo fatto un’indagine ricognitiva per vedere cosa c’era" ed afferma che prima di decidere il tipo di intervento da fare, prima in sostanza di dire sostanzialmente: sì, la responsabilità è di Montedison, "D’accordo con i tecnici della Provincia siamo andati a fare un’indagine ricognitiva. Con l’escavatore abbiamo fatto tre – quattro trincee, dalle quali sono emersi dei fusti, alcuni dei quali contenevano tutte le bolle varie emesse dagli uffici con carta intestata Montedison e quindi era chiaro che il materiale non poteva che provenire dall’ambito del Petrolchimico". Ancora richiesto di quante migliaia di fusti ci fossero, li quantificò in quattro – cinque mila. Sempre in relazione a questa discarica, il teste Pavanato ha confermato da un lato che la discarica conteneva rifiuti qualificabili come tossico – nocivi e che tra il 1990 e il 1993 è stato eseguito solo un intervento di messa in sicurezza. L’ultima discarica di Mira è via Taglio. Si tratta, come da censimento della provincia di Venezia, di un terreno agricolo già utilizzato ad abusiva, contenente rifiuti speciali, ceneri di pirite e fanghi da depurazione, ubicata in via Taglio, in immediata periferia di Marano di Mira e in un’estensione di 6 mila metri quadri. Per quanto riguarda l’individuazione poi delle discariche, anzi della discarica sita nel Comune di Campagna Lupia, l’unica lì esistente, cosiddetta "ex Rasego – Lughetto", risulta descritta da tutte le fonti di prova già citate. In particolare, il teste Spoladori all’udienza del 20 settembre 2000 ha descritto questa discarica con una dimensione di 50 mila metri quadri e una quantità di 3 mila metri cubi; classificazione degli inquinanti è tossico – nocivi e speciali; anche questa discarica è in arbitrato Eni – Montedison, fascicolo 33, scheda 14, punto 5. Risulta che questa discarica risulti solo parzialmente posta in sicurezza, su questo punto ha deposto il teste Pavanato all’udienza del 12 dicembre 2000 e gli interventi, ancora da eseguirsi sino a giungere alla bonifica, risultano descritti nella relazione tecnica del 15 luglio 1993 in atti. Anche quindi per quanto riguarda la discarica ex Rasego, risultano giustificate le richieste risarcitorie del Comune di Campagna Lupia. Deposito una memoria per il Comune di Mira, una memoria per il Comune di Campagna Lupia e le conclusioni per l’uno e per l’altro Ente, che do per lette. Grazie.

 

PARTE CIVILE – Avv. Bonaccorso – Buongiorno Presidente, Avvocato Bonaccorso. Io parlo per i prossimi congiunti del signor Zorzetto Romeo, signori Zorzetto Valter, Zorzetto Giuseppina, Zorzetto Livia, Zorzetto Manuela, Zorzetto Leonilda, Parti Civili costituite per il primo capo, per quanto attiene il primo capo di imputazione e appellanti. In questa fase, naturalmente richiamato quanto in precedenza esposto in atto di appello depositato in data 29 ottobre 2002, si intende assumere e specificare qui di seguito gli elementi da cui trarsi la consistenza del nesso di causalità tra le condotte attive e omissive di cui al capo 1 di imputazione e il decesso del signor Zorzetto Romeo. Lo stesso infatti rientra per patologie e mansioni svolte nell’elenco della lista generale, "soggetti esposti", depositata al Pubblico Ministero all’udienza del 9 maggio 2001. Per quanto attiene la carriera lavorativa, si rileva che il signor Zorzetto, nato il 7 giugno 1947 e deceduto il 24 febbraio 1996, e quindi all’età di soli 49 anni, è stato assunto, come ha accertato la Guardia di Finanza concordemente alle risultanze del libretto di lavoro agli atti del procedimento, in data primo febbraio 1973 presso lo stabilimento Petrolchimico. Il signor Zorzetto ha svolto per tutta la sua carriera lavorativa le mansioni di addetto alla manutenzione: dapprima, dall’1 febbraio 1973 al 31 agosto 1987 presso il reparto SA5 e successivamente, dall’1 aprile 1987 al 30 settembre 195, presso l’Isola Nord. Dei lavoratori addetti alla manutenzione, nel cui novero per inciso rientrano molteplici parti offese, è ampiamente trattato sia nell’appello del Pubblico Ministero interposto, sia nell’atto di appello interposto dalla parte che assisto al capo 63 e naturalmente necessariamente si rinvia a quanto lì esposto. Tuttavia in questa sede, con specifico riferimento alle mansioni svolte dal signor Zorzetto Romeo nei rispettivi reparti di appartenenza, si richiamano per quanto attiene le isole in manutenzione, le dichiarazioni testimoniali dei testi Gianeselle Piergiorgio, udienza 31 marzo 2000, Paolini Tommaso e Bareato Gianfranco, udienza 23 maggio 2000, i quali hanno riferito di provvedere nelle stesse isole di manutenzione al pronto intervento negli impianti di competenza, tra cui gli impianti CV, per il tramite dell’officina di zona. Per quanto invece attiene il reparto SA5, si richiamano le dichiarazioni del teste Dabalà Silvano, udienza 12 maggio 2000, il quale ha riferimento che i lavoratori addetti a questo reparto svolgevano la manutenzione relativa a tutti i reparti CV ed in particolare gli interventi di emergenza nei reparti CV6, CV3, CV14 e CV16. La storia lavorativa quindi del signor Zorzetto Romeo, che io qui assisto, denota una esposizione significativa a sostanze nocive, poiché è di immediato rilievo che lo stesso, operando in officine di manutenzione per ben ventidue anni, è stato esposto alle sostanze cancerogene prodotte e lavorate all’interno dei reparti stessi. Come è risultato infatti dall’istruttoria dibattimentale, la manutenzione ordinaria che veniva eseguita anche quotidianamente e quindi con esposizione quotidiana dei lavoratori addetti alle sostanze e posto in essere dalle officine di zona e dalle squadre di reparto, veniva comunque fatta con gli impianti in esercizio e ciò con conseguente esposizione dei lavoratori addetti alle sostanze ivi lavorate. Inoltre i testi hanno concordemente dichiarato che gli addetti alla manutenzione intervenivano sempre qualora si verificassero fughe di gas nei reparti, senza tuttavia previa bonifica degli stessi e conseguente diretta esposizione ai gas tossici fuoriusciti. Significative al riguardo sono le affermazioni dei lavoratori escussi, di cui si richiama a titolo esemplificativo quelle del teste Vizza Bruno, udienza 12 maggio 2000 e ancora del teste Condotta Natale, udienza 19 aprile 2000, il quale significativamente ha dichiarato: "Se il capo non mi diceva: andate via, cosa facevamo? Andare via noialtri che dopo ci prendevamo una denuncia? Solo una volta sono venuti i pompieri, che si era rotta una guarnizione ad un’autoclave che ha spruzzato fuori anche non so cosa, hanno detto: tutti fuori". Quindi a conferma del fatto che i lavoratori non venivano allontanati e operavano nell’immediatezza della fuga; né i lavoratori addetti alla manutenzione potevano dirsi dotati dei necessari mezzi di prevenzione. I testi sono infatti concordi nel riferire il mancato utilizzo delle maschere, in particolare si ricordano le dichiarazioni del teste Condotta Natale, udienza 19 aprile 2000 e del teste Berto Luigi, udienza del 9 maggio 2000, alcuni precisando la materiale indisponibilità delle stesse all’interno dello stesso reparto, il teste (Ciolin) Primo e (Manzega) Gianni all’udienza del 9 maggio 2000 e ancora Vizza Bruno, udienza 12 maggio 2000, Zagagnin Silverio, Tofano Damello, udienza 17 maggio 2000, menzionando al massimo i testi il "mero uso dell’autoprotettore solo nelle situazioni di estrema pericolosità", teste Zagagnin Silverio, in udienza 10 maggio 2000 e Castellini Luciano, udienza 17 maggio 2000. Si è elencato specificatamente le dichiarazioni escusse proprio per la quantità, perché questo è un dato conclamato e confermato non da uno ma da molteplici testi. I mezzi di prevenzione, pertanto, si riducevano a guanti, elmetti e cinture di sicurezza e si cita, perché è un po’ particolare, anche il teste, cioè la dichiarazione del teste Manzega Gianni all’udienza 9 maggio 2000, il quale ha dichiarato: "I mezzi erano davvero minimi – manutentore questo signore – c’era l’elmetto e qualche cintura di sicurezza insufficiente per essere distribuita a tutti i lavoratori. Non c’era nient’altro, a parte i guanti, anche se si diceva che un buon lavoratore avrebbe lavorato anche senza guanti". Dalle osservazioni che precedono, consegue come inevitabile conclusione l’esposizione a CVM e PVC dei lavoratori addetti alla manutenzione in generale e del signor Zorzetto che io qui assisto in particolare. È di immediata constatazione infatti che, trattandosi di personale adibito agli interventi manutentivi all’interno di tutti i reparti, ivi compresi anche quelli ritenuti ad alto rischio espositivo dallo stesso giudicante di primo grado, senza adeguati mezzi di prevenzione, senza previa sospensione degli impianti e senza infine previa bonifica in caso di intervento a seguito di fughe, è incontestabile l’esposizione dei lavoratori a tutte le sostanze nocive prodotte nei singoli reparti. Da ultimo, perché lo si ritiene rilevante, si evidenzia che comunque queste conclusioni sono altresì conformi alle risultanze delle matrici mansioni esposizioni pubblicate dai dottori (Compa), (Pirastro) ed altri, sulla base come è noto dei dati forniti all’azienda, i quali attestano l’esposizione a CVM e PVC degli addetti alla manutenzione meccanica, elettrica e strumentale, nonché dei tecnici di manutenzione presso i vecchi e nuovi impianti di produzione e lavorazione del monomero e del polimero, nonché la conformità alle risultanze della legenda dei reparti con esposizione addetta o indiretta agli addetti cancerogeni CVM, DCA e PVC, nonché agli altri agenti tossico – nocivi presso il Petrolchimico di Porto Marghera, egualmente agli atti del procedimento; legenda secondo la quale i lavoratori addetti ad interventi manutentivi su impianti e macchinari, nonché agli ambienti di lavoro relativi a tutte le lavorazioni del CVM e PVC, sono soggetti all’esposizione di tutti gli agenti tossico – nocivi presenti nei reparti frequentati. Da ultimo, si rileva che la conclusione è altresì conforme alle indicazioni fornite dall’azienda, che conglobando i detti lavoratori nel cosiddetto gruppo H, comprendente i laboratori di controllo, il parco serbatoi, le manutenzioni e il controllo cromatografi, come risultante dalla lettera datata 12 giugno 1979 a firma dottor Giudice, inviata al dottor Bartalini, discussa all’udienza 5 aprile 2000 e agli atti del presente procedimento, risulta classificare i lavoratori addetti tra gli esposti. Questo per quanto attiene la carriera lavorativa e il conseguente nesso di causalità. Per quanto riguarda in particolare la patologia del signor Zorzetto Romeo, va detto che lo stesso è deceduto a seguito di neoplasia polmonare. Il 19 settembre 1994 è stato ricoverato per la prima volta in ospedale con diagnosi di adeno-carcinoma polmonare ed è deceduto, come già detto, in data 24 febbraio 1996. L’evidenza epidemiologica degli effetti cancerogeni a carico dell’apparato respiratorio per esposizione professionale a cloruro di vinile monomero è stata oggetto della requisitoria del Pubblico Ministero, cui necessariamente si rinvia per brevità espositiva, nonché delle relazioni dei consulenti dell’Accusa e i relativi studi scientifici prodotti agli atti, in questa sede naturalmente ritienesi richiamati. La latenza è di ventuno anni ed è pertanto da ritenersi adeguata, in base alle deposizioni dei consulenti escussi e alle risultanze scientifiche sul punto; il decesso, infine, del signor Zorzetto Romeo è stato sommariamente associato, va detto, come la generalità dei deceduti per tumori polmonari, al tabagismo. Tuttavia si ricorda che il ruolo di concausa del fumo è stato ampiamente trattato dal Pubblico Ministero nella propria requisitoria, nonché dai consulenti dell’Accusa, dottori Vinici, Compa e Pirastro, cui ancora si rinvia. Infine, per quanto riguarda – e qui chiudo – la quantificazione del danno, va sottolineato che la precoce scomparsa del signor Zorzetto Romeo, avvenuta all’età di soli 49 anni, ha sicuramente comportato in capo ai prossimi congiunti, in particolare delle sorelle conviventi, tra cui la signora Zorzetto Leonilda, per inciso interdetta per gravi deficienze psicofisiche, di cui il deceduto era il principale sostegno e conforto, un grave turbamento della vita familiare e della sfera di integrità personale. Per queste ragioni concludo come da nota che mi pare sull’accordo delle parti si dia per letta, deposito conclusioni scritte, nota spese e memoria attinente al mio assistito.

 

PRESIDENTE – Li richiamo: Zaffalon, Dell’Asen, Ometto, Duse?

 

PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Presidente, l’Avvocato Zaffalon aveva anticipato ancora non al Collegio, ma ancora diverso tempo fa, che avrebbe parlato il 6. Quindi l’Avvocato Zaffalon per quanto mi risulta è l’unico che aveva dato comunicazioni. Peraltro, detto questo, chiedo io, chiediamo noi come Pubblici Ministeri che il Collegio inviti gli Avvocati, cominciando da quelli di Parte Civile, a rispettare l’ordine degli interventi per non sforare rispetto ai tempi previsti, perché credo che sia poco accettabile un comportamento di questo tipo.

 

PRESIDENTE – Sì, faccio mia questa osservazione e ad un certo momento ne va della loro possibilità di parlare. Io lo dico chiaramente, perché sennò i tempi si allungano e la sentenza non uscirà mai.

 

PARTE CIVILE – Avv. Materazzi – Presidente, l’Avvocato Materazzi in sostituzione dell’Avvocato Ometto.

 

PRESIDENTE – Benissimo.

 

PARTE CIVILE – Avv. Materazzi – Io parlo per i prossimi congiunti del signor Bertiato Gino e del signor Menozzi Franco. Vi è praticamente coincidenza relativamente alla posizione di questi due lavoratori deceduti rispetto a quanto precedentemente esposto dalla collega Bonaccorsi. Mi riporto quindi in buona parte a quanto da lei affermato in ordine alla tipologia dell’attività prestata e al nesso eziologico che poi ha portato al decesso, limitandomi ad individuare quelli che sono i riferimenti probatori in ordine a quanto sopra detto. Per quanto attiene in particolare al signor Bertiato Gino, questi appartiene al gruppo dei 37 casi che il signor Pubblico Ministero aveva indicato e discusso nel procedimento di primo grado alle udienze del 12 e 18 giugno. Questo Bertiato Gino ha prestato attività lavorativa dal 1974 al 1993 presso la Cooperativa Facchini di Marghera, operante in regime di appalto all’interno del Petrolchimico. Bertiato ha svolto mansioni di insaccatore. Le conseguenze delle mansioni svolte dal signor Bertiato in ambienti assolutamente insalubri quali il CV6, il CV14, il CPV e il magazzino, sono ampiamente risultate nel corso dell’istruttoria a cui ci si richiama. Il teste Zoccarato Ernesto, che per lunghi anni è stato compagno di lavoro del Bertiato, all’udienza del 9 maggio 2000 ha confermato le circostanze sia dell’attività lavorativa, sia delle mansioni, sia delle concrete modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, consistente nell’insaccare, nel mettere il CVM all’interno di sacchi che, oltre a non avere una buona tenuta, frequentemente scoppiavano spandendo il CVM all’intorno, con l’ovvia conseguenza dell’esposizione diretta senza filtri di sorta – in ordine alle inesistenti norme e misure di sicurezza si è già ampiamente dibattuto – e il signor Bertiato, esposto come abbiamo detto a dosi continue di CVM nel corso della propria attività lavorativa, durata all’incirca vent’anni, è deceduto per adeno-carcinoma polmonare. In ordine al nesso eziologico tra l’esposizione e la patologia per la quale è deceduto il signor Bertiato, mi riporto a quanto già ampiamente esposto dai colleghi. Mi limito a rilevare che i vent’anni del periodo di latenza sono perfettamente adeguati alla conoscenza sulla cancerogenesi chimica e ritengo, alla luce dei dati acquisiti all’istruttoria dibattimentale, non vi sia dubbio di sorta in ordine alla sussistenza del nesso eziologico tra l’esposizione al CVM e PVC e l’insorgenza di neoplasie polmonari, quali appunto il signor Bertiato. Per quanto attiene al signor Menozzi, la situazione è sostanzialmente tragicamente analoga. Questi ha prestato attività lavorativa dal 1961 al 1991 presso il Petrolchimico quale manutentore del SA5. All’udienza del 12 maggio 2000, Dabalà Silvano, teste, ha confermato la circostanza della prestazione dell’attività lavorativa ivi da parte del signor Menozzi Franco e ha anche precisato, come anche molti altri testi hanno fatto nel corso dell’istruttoria dibattimentale, le modalità di svolgimento di questa attività, in particolare la necessità che gli operai manutentori intervenissero con urgenza qualora vi fossero delle problematiche che richiedevano un intervento immediato, determinando così un’esposizione a considerevoli immissioni di CVM, ad esempio in seguito a fughe di gas. Pacifico quindi che la tipologia dell’attività lavorativa svolta dal Menozzi ne ha determinato un’esposizione a dosi continuative di CVM, soprattutto laddove si consideri che proprio per la peculiarità delle mansioni dello stesso, il suddetto era chiamato ad intervenire nell’imminenza di fughe, nell’imminenza di fuoriuscite di gas, esponendosi quindi a dosi massicce delle sostanze predette. Anche il signor Menozzi è deceduto a causa di tumore polmonare e il periodo di latenza anche in questo caso di circa trent’anni è adeguato alle conoscenze in tema di cancerogenesi chimica. Quindi, riportandomi integralmente ai motivi di appello, io vado a depositare conclusioni e nota spese.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo in attesa dell’Avvocato Duse.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 10.05.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 10.25.

 

PRESIDENTE – Avvocato Duse, ha la parola.

 

PARTE CIVILE – Avv. Duse – Grazie Presidente, mi scuso per il ritardo. Mi sono costituito Parte Civile per la U.I.L. Camera sindacale e provinciale di Venezia e la U.I.L. Chimici di Venezia; sono organizzazioni territoriali che hanno ritenuto di costituirsi Parti Civili in questo processo data l’importanza che ha avuto anche, data l’importanza nei confronti dei lavoratori che sono stati interessati. L’intervento mio, che segue quello dell’Avvocato Battain, il quale ha esposto in linee generali, lui è costituito per la C.G.I.L., è un intervento mirato a definire quelli che sono i criteri giuridici che la difesa di queste Parti Civili propone alla Corte per quanto riguarda il diritto al risarcimento del danno che le organizzazioni sindacali richiedono. Per quanto riguarda tutto il resto, ovviamente, mi riporto a quanto già esposto dal Procuratore della Repubblica, a quanto già contenuto nei nostri motivi di impugnazione e agli interventi dei colleghi di Parte Civile che mi hanno preceduto. Rientra tra le finalità del sindacato, sicuramente tra le prime, la tutela e il controllo della sicurezza dei lavoratori e del posto di lavoro. Lo Statuto dei lavoratori prevede sul punto una norma specifica, l’Art. 9, che riguarda la sicurezza come interesse collettivo. L’Art. 9 della Legge 300 del 1970 recita: "Tutela della salute e dell’integrità fisica: i lavoratori, mediante le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica. In base a tale norma, le rappresentanze dei lavoratori, che normalmente sono rappresentanze sindacali, sono legittimate a richiedere l’eliminazione del rischio o la rimozione del pericolo che grava sui lavoratori. Laddove il rischio si realizzi e l’evento si verifichi, l’azione risarcitoria spetta al danneggiato, ma è pur sempre vero che se l’evento si è verificato, certamente sul luogo di lavoro non è stata fatta la dovuta prevenzione, ovvero si sono mantenute delle condizioni di lavoro pericolose e nocive. Questo fatto tocca l’immagine del sindacato e della sua funzione. È anche vero che nel caso si verifichino decessi e infortuni di massa, come nel processo che stiamo discutendo, la posizione dell’organizzazione sindacale che, come abbiamo visto, è investita di determinati compiti e diritti dalla legge, ne soffre ancor più fortemente nella credibilità e nell’immagine. Le rappresentanze sindacali dei lavoratori sono legittimate a costituirsi Parte Civile non solo quando sia stato leso il diritto che il legislatore ha conferito ai lavoratori come collettività, ma anche e soprattutto quando sia leso il loro diritto proprio quali associazioni che statutariamente esercitano il controllo e la promozione della salubrità nell’ambiente di lavoro, in quanto enti esponenziali della comunità dei lavoratori interessati, essendo la salubrità del luogo di lavoro un bene collettivo, appartenente alla comunità interessata nell’ambito dello stabilimento e dell’unità produttiva. Nel nostro caso, il dibattimento di primo grado ha ampiamente chiarito come le aziende abbiano agito nei confronti dei lavoratori e delle loro associazioni nei modi tanto esaurientemente illustrati dalla Pubblica Accusa, che ovviamente eviterò di ripetere. In dottrina vi è un dibattito sull’azionabilità delle pretese fondate sull’Art. 9 dello Statuto dei lavoratori. In carenza di mezzi processuali specifici, la soluzione prevalente è nel senso della esperibilità dei mezzi ordinari processuali, ivi compreso il ricorso d’urgenza ex Art. 700 Codice di Procedura Civile, ciò sul presupposto di un obbligo dell’imprenditore a trattare, si sostiene inoltre, l’applicabilità in caso di comportamenti ostativi da parte del datore di lavoro del procedimento di repressione della condotta antisindacale, prevista dall’Art. 28 della Legge 300/70. Effettuate queste brevi premesse, è opportuno esaminare la questione sotto il profilo del danno, che dalla vicenda portata avanti in questa Corte d’Appello, danno che ne sia derivato al sindacato e se vi sono state delle lesioni al diritto patrimoniale delle organizzazioni sindacali costituiti Parti Civili in questo processo. La Cassazione, con la pronuncia 8 ottobre 1998, numero 9.991, ha ribadito il principio della sussistenza di una lesione alla sfera patrimoniale del sindacato qualora il datore di lavoro abbia violato il diritto di informazione e consultazione del sindacato sulla qualità dell’ambiente di lavoro, così incidendo sulla sfera patrimoniale del medesimo, intesa quale comprensiva del diritto dell’immagine e del rispetto della sua funzione. Quindi, sotto il profilo della configurabilità di un danno dal punto di vista delle lesioni delle prerogative proprie del sindacato, quale ente preposto al diritto – dovere di controllo e promozione della salubrità dell’ambiente di lavoro e tutela della salute dei lavoratori, la giurisprudenza ha risposto positivamente. Sotto un altro profilo, la lesione ai diritti patrimoniali del sindacato è stata riconosciuta da dottrina e giurisprudenza in altre due importanti fattispecie, che mi accingo ad esporre e mi accingo ad esporre dell’applicabilità dell’Art. 28 dello Statuto dei lavoratori nelle ipotesi di lesione di diritti o interessi individuali. A scanso di fraintendimenti, desidero porre l’accento sull’importanza e la pertinenza del richiamo alla nota norma di cui all’Art. 28 dello Statuto dei lavoratori, la repressione del comportamento antisindacale. Questa norma è applicabilissima, per analogia di tematiche, alla nostra fattispecie; ha dato origine all’elaborazione di una complessa ed articolata giurisprudenza sul diritto pertinente alle organizzazioni sindacali, alla tutela dell’immagine e al rispetto della funzione del sindacato. Si tratta di una norma ampiamente rodata, in vigore da più di un trentennio, il cui richiamo è perfettamente pertinente per spiegare la natura del danno subito dalle organizzazioni sindacali territoriali veneziane nell’ambito di questa complessa vicenda. Ho accennato che una importante acquisizione è stata quella relativa al riconoscimento dell’applicabilità dell’Art. 28 dello Statuto dei lavoratori, non solo alle ipotesi di lesione dei diritti collettivi, riconosciuti dallo stesso Statuto, ma anche nelle ipotesi di lesione dei diritti o interessi individuali dei singoli lavoratori, anche se protetti da altre norme. Da molto tempo, infatti, si ritiene che l’Art. 28 dello Statuto sia applicabile anche alle ipotesi di lesione di posizioni soggettive individuali; si tratta delle cosiddette azioni plurioffensive. La nozione di plurioffensività concerne i rapporti tra la tutela degli interessi collettivi e la tutela degli interessi individuali. Pertanto, la violazione di diritti individuali può dar luogo a due azioni: una, degli organismi sindacali a protezione del loro diritto alla tutela dell’interesse collettivo; l’altra, del singolo dipendente a tutela del proprio interesse soggettivo. Dottrina e giurisprudenza dominanti ritengono che non si possa parlare di alternatività tra azione del sindacato e azione del lavoratore. Le singole azioni sono distinte per essere diversi i soggetti, la causa, il petendi e il petitum; nei due casi, infatti, la condotta datoriale, esaminata e valutata da angolazioni e con finalità profondamente differenti, dal momento che il Giudice è chiamato a verificare se l’atto o il comportamento del datore di lavoro abbia leso gli interessi collettivi tutelati con l’esercizio dei diritti di cui sono titolari esclusive le associazioni sindacali, mentre dall’altro il Giudice ha il compito di verificare la singola lesione del diritto individuale, derivante dallo specifico rapporto di lavoro. Fatta questa breve premessa, appare evidente come nel processo in questione le azioni oggetto del processo abbiano avuto una precisa valenza plurioffensiva. Da un lato hanno leso il diritto al sindacato al rispetto del proprio prestigio, della propria funzione, della propria immagine, peraltro connesse ai diritti scaturanti dall’Art. 9 dello Stato, nonché al rispetto dei diritti e prerogative di origine contrattuale; dall’altro hanno leso, purtroppo, i diritti individuali dei singoli lavoratori. Come ha illustrato il Pubblico Ministero, i dirigenti responsabili delle ditte che sono in questo processo non hanno prestato la minima osservazione alle pattuizioni derivanti dai contratti collettivi di settore. Mi riferisco, a partire dal 1969, al Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei Chimici di quell’anno, quando ancora le organizzazioni dei lavoratori erano praticamente all’oscuro della problematica. Questo Contratto Collettivo prevede la massima concentrazione di CVM in 500 p.p.m., mentre Montedison manteneva nelle lavorazioni concentrazioni superiori a quelle che abbiamo visto, che sono di 1000 – 2000 p.p.m. Voglio citare anche il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei Chimici del 1972, dove le parti avevano stabilito che non fossero ammesse lavorazioni con concentrazioni superiori a 200 p.p.m., mentre il Pubblico Ministero ha fornito prova documentale che in azienda rimaneva una concentrazione di 500 parti per milione. La questione è stata ripresa anche dal Contratto Collettivo Nazionale dei Chimici del 1976, il quale stabiliva che non vi doveva essere alcun contatto tra i lavoratori e le sostanze cancerogene, e qua entriamo nel vivo della questione, perché abbiamo visto che l’azienda non fornì ai lavoratori alcun mezzo di protezione individuale, mai si videro in uso maschere antigas né rilevatori personali. Anche il Contratto Collettivo successivo del 1979 e il Contratto ancora successivo del 1983 sono stati sostanzialmente elusi, come ha ben spiegato la Pubblica Accusa. Da questa rapida disamina, emerge con chiarezza un altro esempio di plurioffensività dell’azione posta in essere all’interno del Petrolchimico: da una parte la violazione delle norme contrattuali ha leso diritti soggettivi dei singoli lavoratori; dall’altra, la medesima inosservanza o elusione ha leso i diritti delle organizzazioni sindacali, anche con riferimento al già richiamato Art. 9 dello Statuto. È nota la frequente giurisprudenza degli Anni Ottanta in ordine alla violazione del dovere di buona fede nei rapporti sindacali, in particolare quando determinati atti di gestione siano dotati in violazione di precisi accordi sindacali. Tali violazioni sono antisindacali e quindi produttive di danno, in quanto obiettivamente idonee a ledere l’immagine e la credibilità e quindi la forza del sindacato. In altre parole, il mancato rispetto mediante violazioni ripetute delle previsioni del Contratto Collettivo, mette in discussione la credibilità, la funzione del sindacato, vanificandone l’azione e ledendone l’immagine sia nei confronti della controparte imprenditoriale, sia nei confronti della base, soprattutto. Ma anche decisioni della giurisprudenza degli Anni Novanta ribadiscono questo concetto. Cito Pretura di Milano, Giudice del Lavoro del 28 gennaio 1992, che afferma che "costituiscono comportamento antisindacale la condotta di malafede del datore di lavoro e la violazione di accordi contrattuali, con modalità tali da screditare l’immagine del sindacato presso i lavoratori e disconoscere il suo ruolo istituzionale nell’ambito della dinamica contrattuale" e ancora giurisprudenza del 1996, che riconosce "la sussistenza della lesione del diritto all’immagine dell’organizzazione sindacale e al rispetto della sua funzione, intesa anche come capacità del sindacato di aggregazione dei lavoratori". In definitiva, l’ordinamento tutela comunque le associazioni sindacali da lesioni direttamente offensive o plurioffensive, derivanti o no da violazioni contrattuali – e intendo con questo termine violazioni delle pattuizioni collettive – ovvero da atti illeciti, quando tali violazioni si realizzino con modalità tali da ledere l’immagine e la credibilità dell’organizzazione sindacale che opera in azienda. Basta leggere brevemente gli statuti delle associazioni rappresentate da me e dai colleghi Battain e Zaffalon, in particolare, che rappresentano gli altri sindacati confederali, per rendersi conto come gli scopi e le finalità proprie siano state lese dalle condotte incriminate. Lo Statuto della U.I.L. Chimici recita: "Difendere gli interessi morali ed economici dei lavoratori tutti, organizzare i lavoratori contro ogni arbitrio dei datori di lavoro" e queste sono ovviamente le medesime finalità della Camera Sindacale Territoriale U.I.L. C.S.P. di Venezia, che è preposta a realizzare l’unità organizzativa e politica dei lavoratori nelle varie strutture di categoria della provincia di Venezia. Si sta parlando delle organizzazioni sindacali considerate e viste dai singoli lavoratori come custodi a protezione dei loro diritti, organismi cui le maestranze, tramite processi democratici di delega, hanno affidato il compito di rappresentare e tutelare i loro interessi. È chiaro che i delitti, i gravi delitti contestati agli imputati, hanno minato forse in modo irreperabile la fiducia e l’affidamento dei rappresentanti nei loro rappresentati. La domanda che si possono porre i lavoratori, e questo è il succo di tutto il discorso, è: "Come è potuto succedere, cosa facevano i sindacati? – Se forse si fossero battuti di più, qualche persona sarebbe ancora viva". Queste però sono domande a cui il sindacato fornisce una precisa risposta, perché non faccio propaganda delle organizzazioni sindacali, sono tutti dati che sono stati forniti dal dibattimento di primo grado; le organizzazioni sindacali furono attivissime in quel periodo e prova ne sia che furono stilate numerose piattaforme che sono state prodotte dal Pubblico Ministero. Da ricordare, la piattaforma del settembre 1975, in cui viene evidenziata la necessità di avviare immediatamente una contrattazione per il rifacimento degli impianti, per portare la concentrazione dei tossici a "livello 0". Poi ci fu la piattaforma della FULC. La FULC, come è a voi noto, riunisce le tre sigle confederali in un unico sindacato, in un’unica organizzazione, la piattaforma FULC del gennaio 1976, con la quale l’azienda viene specificamente accusata di tenere un atteggiamento dilatorio e di temporeggiare nel rifacimento degli impianti. Segue nel febbraio del 1977 la piattaforma nazionale FULC, con la quale si rivendica il "livello MAC 0" per i reparti CVM. Nell’aprile del 1977, e anche questo è in atti, la FULC chiede la fermata del reparto CV6 e degli altri impianti, vale a dire chiede il blocco degli impianti per il rinnovamento dei medesimi. Purtroppo, nei primi Anni Ottanta, ci fu il fenomeno del terrorismo e questo causò, come ha ben spiegato l’Accusa e come hanno ben spiegato anche i miei colleghi, un empasse terribile che, unito a quello della minaccia costante di chiudere e di far venire l’occupazione, chiaramente portò a delle posizioni che tutti quanti riconoscono. Però questo non sminuisce l’opera del sindacato all’interno di questa vicenda e, soprattutto, non sminuisce il danno che è stato arrecato a livello di immagine alle organizzazioni sindacali. Per cui io concluderei, come ho concluso in primo grado, le organizzazioni sindacali avevano chiesto concordemente delle cifre simboliche, perché all’epoca avevano chiesto circa 250 milioni ciascuna, che attualmente fanno 125 mila euro. Chiaramente la questione, la cifra viene mantenuta e queste cifre, secondo le intenzioni delle organizzazioni sindacali, potrebbero servire a creare un centro di monitoraggio per l’ambiente. Questa è l’intenzione, eventualmente, se si dovesse arrivare ad una pronuncia di responsabilità. Non so se i colleghi hanno letto pedissequamente tutte le conclusioni oppure se sono stati esonerati. Ecco, quindi deposito per U.I.L. C.S.P. e per U.I.L. C.E.R. le conclusioni scritte e la nota delle spese. Poi ho altre tre posizioni private, in particolare la posizione del signor Scaggiante, che si è costituito tramite gli eredi; la posizione del signor Brusegan Carlo, anche lui tramite gli eredi e il terzo è Trabacchin Antonio, che è deceduto nelle more e quindi mi costituisco per gli eredi che ne continuano la costituzione di Parte Civile. Dimetto i documenti, dichiarazione di successione, dichiarazione e certificato di morte. Per le altre tre posizioni, che sono ben note, dico solo poche parole. Il signor Brusegan Carlo ha lavorato al CV14 dal 1974 al 1978 con mansioni di autoclavista, addetto alla pulizia delle autoclavi e quindi ha sopportato il massimo dell’esposizione alle sostanze cancerogene. Nel 1982 ha purtroppo diagnosticato un tumore alla laringe diagnosticato peraltro nel 1982; all’indagine FULC veniva segnalato per avere in atto una epatopatia cronica e purtroppo è morto nel 1987. Il signor Scaggiante Severino era nato nel 1928 ed è deceduto nel 1997 per epatocarcinoma. Ha lavorato nei reparti plastificati nel 1960 come addetto ai catalizzatori del PVC e poi è passato ad altri reparti; dal 1965 al 1982 ha fatto il manutentore. Il signor Trabacchin Antonio ha lavorato dal 1961 al 1981 alle dipendenze della Cooperativa Aurora e alla Cooperativa Facchini - Tessera, come addetto all’insaccaggio ed è purtroppo morto di recente. Per cui, se anche in questi casi mi esonerate dal leggere le conclusioni, io dimetto conclusioni, nota spese e per il signor Trabacchin anche i documenti che ho citato. Grazie.

 

PRESIDENTE – La Corte fa presente che era stato predisposto dalle stesse Parti Civili un calendario per l’udienza di oggi. Diamo atto che sono le 10.50 e l’udienza viene chiusa.

 

 

ORDINANZA

 

LA CORTE dispone il rinvio del procedimento all’udienza del 30 settembre 2004 ore 9.00

 

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