UDIENZA DEL 30 SETTEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 06 ottobre 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PARTE CIVILE – Avv. Boscolo Rizzo – Presidente, comincio io, Boscolo Rizzo per Legambiente, Comitato Regionale del Veneto. Prima di tutto deposito le conclusioni, perché poi alla fine me ne dimentico, le conclusioni che vengono formulate nei confronti di tutti gli imputati per entrambi i capi di imputazione, perché Legambiente è costituita sia sul primo quanto sul secondo capo, nonché nei confronti dei responsabili civili Enichem, Montedison, Montefibre ed Eni, chiedendo che in riforma della sentenza appellata venga disposta la condanna degli imputati in solido con i responsabili civili Montedison, ora Edison S.p.A., Enichem ora (Singar), Montefibre ed Eni S.p.A, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della Parte Civile Legambiente, Associazione Nazionale di Protezione Ambientale, Comitato Regionale del Veneto, che complessivamente si indicano nella somma di euro 750 mila o in quella che verrà ritenuta di giustizia; subordinarsi l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento delle somme liquidate a titolo di risarcimento dei danni in favore delle Parti Civili, ex Art. 165 del Codice Penale e, per l’ipotesi che la Corte d’Appello ritenga che le prove acquisite non consentano l’esatta quantificazione del danno patrimoniale, si chiede che nel pronunciare condanna generica al risarcimento dei danni patrimoniali ex Art. 539 del Codice di Procedura Penale gli imputati e i responsabili civili Montedison, Montefibre, Eni ed Enichem, in solido tra loro, vengano condannati al pagamento di una provvisionale esecutiva ai sensi dell’Art. 605 e 540 di euro 250 mila; condannarsi infine sempre in solido tra loro imputati e responsabili civili alla rifusione delle spese processuali di costituzione di Parte Civile, come da nota separata. Intanto buongiorno alla Corte. Io, prima di cominciare ad affrontare il tema che affronterò, prima di affrontare appunto il tema che mi sono data, ho bisogno di dare delle spiegazioni ai miei colleghi anche di Parte Civile e anche al Pubblico Ministero della ragione per cui, nonostante le loro perplessità, ho deciso di concentrare l’attenzione su un capo della sentenza, sostanzialmente abbassando il livello della discussione che finora è stata fatta sia dal Pubblico Ministero che dalle Parti Civili. Io in primo grado mi ero occupata soprattutto di causalità generale ed in particolare avevo approfondito il tema della correlazione degli epatocarcinomi con l’esposizione a cloruro di vinile. Avevo cercato di mostrare, e sono persuasa di averlo fatto ma il Tribunale non mi ha dato credito, che l’azione del cloruro di vinile non aggredisca soltanto l’endotelio, ma anche l’epatocita e quindi sicuramente ci sia correlazione con altri tumori del fegato diversi dall’angiosarcoma all’esposizione a cloruro di vinile. Tutto sommato i colleghi si aspettavano che approfondissi questo argomento, che continuassi su questa strada, che non ho abbandonato perché mi sia venuta a mancare la certezza di quanto sostenuto in primo grado; lo faccio perché ho preferito un sesto senso, seguire un sesto senso, un’evidenza intima, che mi ha costretto proprio per un’attenzione personale a guardare ad un capo della sentenza che, e scusate l’affermazione, l’espressione un po’ forte, a mio avviso manca di principi etici prima che di principi giuridici. Per fortuna l’appello è ancora purtroppo l’ultimo momento in cui prima che principi giuridici è l’etica che deve muovere allo sviluppo dell’indagine, allo sviluppo delle argomentazioni. Poi l’uomo, imputato, vittima, in Cassazione non esistono più, c’è il diritto, e allora è su quell’aspetto di etica che voglio concentrare i miei sforzi. Io tratterò dell’insussistenza degli addebiti di colpa che ha portato il Tribunale ad assolvere per difetto dell’elemento psicologico gli imputati Montedison dalle morti per angiosarcomi ed epatopatie e a trarne le conseguenze sul tema di disastro colposo per difetto di imputabilità degli eventi angiosarcomi ed epatopatie, quindi con tutte le conseguenze anche in tema di disastro innominato. Leggo da pagina 249, mi scuso ma la numerazione come diceva il Pubblico Ministero è sempre molto approssimativa perché dipende dalla stampa che è stata fatta, per me è pagina 249. Dice il Tribunale: "Trovano spiegazione causale con riferimento alle elevate esposizioni a CVM solo gli angiosarcomi e, tra le patologie non neoplastiche, le epatopatie caratterizzate da lesioni tipiche dell’endopotelie, le Sindrome di Reynaud e le acrosteolisi. Quindi, risolta positivamente l’indagine sull’efficienza causale del cloruro di vinile nell’insorgenza appunto degli angiosarcomi e delle epatopatie, il Tribunale invece poi è passato all’esame dell’elemento psicologico e ha assolto tutti quegli imputati cui quelle morti e quelle malattie andavano riferite, a dire i dirigenti che coprivano posizioni di garanzia nel periodo 1969 – 1973 per difetto dell’imputabilità degli eventi a titolo di colpa. Ne è derivata, a catena, la soluzione dal disastro contestato al capo primo, perché il Tribunale dice a proposito del disastro: "Nel caso che ci occupa, il rischio costituito dall’esposizione al cloruro di vinile ha causato gli otto angiosarcomi contestati, le cinque epatopatie ad essa correlabili, le dieci sindromi di Reynaud – acrosteolisi, in tal modo dimostrando di avere idoneità lesiva dell’integrità fisica e di avere efficienza diffusiva nell’ambito della comunità dei lavoratori esposti; idoneità lesiva venuta meno – asseritamene venuta meno, aggiungo io – con la riduzione delle esposizioni nel 1974, con la conseguenza che il disastro è causalmente riferibile a tutti quegli imputati che ricoprivano, all’epoca in considerazione, posizioni di garanzia. Peraltro, la riferibilità causale di tale reato non è accompagnata anche dall’imputabilità degli eventi a titolo di colpa". Allora io guarderò alla sentenza diciamo da una posizione difensiva, di retroguardia, dandomi degli obiettivi di più basso profilo rispetto a quelli sviluppati dal Pubblico Ministero e dai miei colleghi, quindi stringo, stringo, arrivo già alle conclusioni, il mio obiettivo è la riforma dell’assoluzione per gli imputati Montedison per la morte di angiosarcomi e malattie consistite in epatopatie e per il disastro innominato colposo. Io sono assolutamente persuasa, lo dico proprio, che quel capo della sentenza non possa resistere alle critiche che sono state fatte con i motivi di appello, che si sostanziano in questo. Ovvero, cosa ha fatto il Tribunale? Ha appiattato i criteri di accertamento della colpa specifica sui criteri di accertamento della colpa generica. In buona sostanza, ha introdotto all’interno della colpa specifica, l’indagine sulla prevedibilità che attiene invece la colpa generica. Non ha fatto nessun distinguo tra rilievi di colpa specifica e rilievi di colpa generica. Li ha appiattiti, però anche per la colpa specifica richiedendo la prevedibilità dell’evento. Il Tribunale colloca nel 1974, ed esattamente nel febbraio del 1974, quando vengono pubblicati i famosi dati dello studio Maltoni, la conoscenza in ambito aziendale degli effetti cancerogeni del cloruro di vinile, sottolineo cancerogeni, in quanto precisa il Tribunale: "Solo da quel momento la conoscenza scientifica sugli effetti della sostanza aveva raggiunto quel grado adeguato di consistenza e di solidità, cioè allorquando si conseguì un patrimonio scientifico sufficientemente consolidato. Prima del 1974, perciò, non era prevedibile non solo da Montedison ma l’intero ambito internazionale, chiedo scusa, che il cloruro di vinile potesse provocare altri effetti, oltre a quelli noti, cioè effetti cancerogeni; sicché solo dal 1974, conosciuta l’efficacia cancerogena, gli effetti cancerogeni del cloruro di vinile, sono esigibili quelle condotte, quei comportamenti cautelari imposti dalla normativa antinfortunistica. Ora, il problema della colpa. Nessuno ignora che la colpa è soggetta a rischio di regressione verso forme di responsabilità oggettiva occulta, ma il rischio opposto, che è esattamente quello in cui è incorso il Tribunale, è di soggettivizzarla talmente tanto da renderla in concreto inapplicabile, da svuotarla di contenuto, sicché ne sono derivate delle assoluzioni generalizzate sulle quali bisognerà fare una riflessione molto attenta. Quindi direi che il problema in ambito di colpa è trovare un giusto equilibrio tra chi, e certa giurisprudenza va in questo senso, tende a prescindere dall’accertamento della prevedibilità anche in ambito di colpa generica e chi invece, come il Tribunale, esige per la colpa specifica la prevedibilità di un evento tipo. L’incipit, Giudici, della sentenza in tema di addebito di colpa è estremamente significativo. Tra tutti gli elementi che costituiscono la colpa, il Tribunale aggredisce il problema esattamente dalla prevedibilità dell’evento, e afferma: "La misura della diligenza dovuta è correlata alla prevedibilità dell’evento e la prevedibilità dell’evento deve riguardare un evento concretamente verificatosi e non già un evento di contenuto generico o realizzabile in via di mere ipotesi". Qui, se si stesse discutendo di colpa generica, tutto sommato potremmo fargliela passare, però il Tribunale precisa questo: "Il dovere di sicurezza del datore di lavoro, derivante da norme cautelari, non potrebbe operare per qualificare la colpa specifica in un giudizio di responsabilità che concernesse malattie di cui non fosse sufficientemente nota, al momento in cui la norma di igiene deve essere applicata, la correlabilità con la sostanza in questione e, conseguentemente, non potesse essere nemmeno previsto dal datore di lavoro il rischio derivante dall’esposizione", a dire che per il Tribunale la responsabilità per colpa specifica esige la prevedibilità di eventi tipici, ma non basta, tali essendo soltanto quelli la cui possibilità di verificazione fosse nota sulla base di conoscenze scientifiche consolidate e quindi il carattere cogente della norma cautelare è subordinato ad una legge scientifica di copertura. Neanche per idea. Neanche per idea. Scusate se mi permetto questa disinvoltura, ma pretendere in ambito di colpa che ci sia una legge scientifica di copertura che mi spiega i meccanismi di azione di una determinata sostanza e i meccanismi di determinazione di una certa malattia, significa non capire che stiamo argomentando in tema di sicurezza sul lavoro. Il legislatore della norma antinfortunistica non può, non deve aspettare che ci sia una legge di copertura scientifica, perché altrimenti viene meno la ratio stessa della norma antinfortunistica, che ha al riguardo la prevenzione di un rischio di lesioni. Quindi ecco l’errore fondamentale che ha fatto il Tribunale: inserire il criterio di accertamento del nesso, la legge scientifica, in tema di accertamento di colpa. Mai più il legislatore deve aspettare una legge scientifica di copertura per muoversi ed orientare la condotta preventiva che incombe al datore di lavoro e peraltro, così argomentando come ha fatto il Tribunale, esigere una legge scientifica di copertura significa non individuare più il confine netto tra prevedibilità e previsione dell’evento. Il confine sfuma talmente tanto che quella prevedibilità assume carattere di previsione e, per altro verso, esigere in ambito di colpa specifica una legge scientifica di copertura, cioè la conoscenza sui meccanismi causali della sostanza, significa gravare la colpa specifica di connotati di prevedibilità che neppure per la colpa generica possono essere richiesti, santo Iddio. Allora, come vi ha detto il Pubblico Ministero, se è vero che la colpa va accertata con riferimento alle nozioni conosciute all’epoca in cui è stata posta in essere la violazione della norma cautelare antinfortunistica, mentre invece per il nesso debbo, posso far ricorso anche a leggi scientifiche scoperte successivamente, questo non vuol assolutamente dire che in ambito di colpa io non possa far riferimento a tutte le conoscenze che concorrono a qualificare il rischio insito nella norma cautelare; tutte le conoscenze, anche di semplice esperienza, anche di buon senso. La Cassazione si è espressa anche in termini di "buon senso". Quindi dicevo che bisogna fare chiarezza su questo, tenere distinti i campi di accertamento, gli ambiti di accertamento e gli strumenti di accertamento del nesso da quelli di accertamento della colpa. In ambito di colpa, che già presuppone un giudizio positivo di causalità, i contenuti di prevedibilità vanno attinti da qualsiasi conoscenza che mi dia indicazioni sul rischio – rischio – per la salute che l’esposizione ad una certa sostanza comporta, cioè proprio sono due situazioni completamente diverse: nesso, certezza, alta probabilità, logica frequentista, adesso di questo non discuto; in ambito di colpa, rischio, che non implica affatto certezze. Mi permetto di fare uso di un termine con cui non ho tanta familiarità, ma che secondo me ben esprime il concetto di rischio, (defaulting cult), cioè quella situazione di pericolo che impone, quell’allarme che impone al legislatore di formulare condotte cautelari che il datore di lavoro deve rispettare. La questione della prevedibilità dell’evento che il Tribunale ha richiesto anche per la colpa specifica, credo che fin troppo agevolmente potrebbe essere risolto se solo facessimo applicazione di tutte quelle sentenze di cui vi ha diffusamente parlato il Pubblico Ministero in tema di amianto. Sintetizzo. In tema di colpa specifica per la violazione di legge, in specie antinfortunistica, il criterio della prevedibilità non ha alcuna rilevanza, in quanto la valutazione è già stata fatta a monte dal legislatore e l’unico dovere del datore di lavoro è adeguarsi alla condotta cautelare. In questi termini si è espressa la sentenza, ma ancora più volte che richiamata in questo processo, e ciò per la ragione che le norme di prevenzione non sono destinate solo ad evitare eventi tipici, ma anche e soprattutto ad evitare eventi non facilmente prevedibili. Io ho sintetizzato, così, la rappresentazione, cioè ho sintetizzato le sentenze che ormai continuano a ricorrere; non è necessaria la rappresentazione ex ante di uno specifico evento lesivo; è necessario che il datore di lavoro si sia rappresentato la possibilità della condotta a dar vita ad una situazione di danno, però non vi nascondo che questa soluzione che è offerta dalle sentenze in tema di amianto potrebbe ancora prestare il fianco a delle critiche e allora mi scuserà la Corte ma ho necessità di richiamarne due, almeno due, porterà pazienza perché se ne è discusso tanto, però vorrei proporre, per quanto è possibile, un’ottica particolare di lettura di quelle due sentenze. Mi riferisco alla Camposano e alla Barbotto – Berò: "Nel delitto di omicidio colposo consistito in tumore, qualora il datore di lavoro abbia omesso di controllare le polveri, mediante il comune buon senso e dalle acquisizioni tecniche dell’epoca, non può negarsi la esigibilità della condotta né la prevedibilità dell’evento, prevedibilità che è la rappresentazione della potenziale idoneità" etc. etc. Cosa si nota in questa sentenza? Che non c’è nessun riferimento specifico a violazione di colpa generica o di violazione di colpa specifica. Si può soltanto intuire che, nel momento in cui fa riferimento alle misure indicate dal buon senso, abbia anche a mente delle regole prudenziali generiche. La Barbotto - Berò invece, indifferentemente, fa riferimento sia alla colpa specifica quanto alla colpa generica, ma senza distinguo e dice: "Nel campo della responsabilità colposa, generica e specifica, per la morte di un lavoratore, non occorre che il soggetto si sia potuto rappresentare in modo specifico l’evento morte o addirittura il decorso causale attraverso cui si può giungere, è necessario e sufficiente che il soggetto agente abbia potuto prevedere di adottare le misure" etc. etc. Così si esprime anche la sentenza Eternit della Corte d’Appello di Torino del 9 novembre del 1995. Allora, cosa ho creduto di poter cogliere da queste sentenze? Ho creduto di poter cogliere un superamento netto del riferimento alla colpa specifica e colpa generica; cioè c’è quasi, si può cogliere quasi una commistione dei criteri di accertamento; c’è una certa omogeneità, che mi pare debba imporre una riflessione, prima ancora che sulla determinatezza dell’evento tipo oggetto di prevedibilità, il problema della determinazione della condotta. Accanto a norme positive di contenuto rigido caratterizzate da un elevato grado di determinatezza, sempre in ambito antinfortunistico ci sono anche norme dal carattere più fluido, quindi la positività o meno della norma non sembra così decisiva nel qualificare la natura generica o specifica della colpa. Piuttosto quello che mi sembra più decisivo è il contesto nel quale devo svolgere l’indagine sulla colpa. Intendo dire, signori Giudici, che non stiamo parlando di colpa generica e specifica di una qualsiasi situazione, stiamo parlando di colpa in ambito di sicurezza nell’ambiente di lavoro e di omicidi e lesioni commessi in violazione di norme antinfortunistiche, cioè c’è una specificità del contesto che deve far assumere anche alla colpa specifica e alla colpa generica delle caratteristiche peculiari che a quel contesto si riferiscono. Allora, quali sono? In queste due sentenze, Camposano, Barbotto – Berò e anche la Eternit, mi pare di poter cogliere un comune denominatore che si sviluppa lungo tre elementi costanti. Elementi costanti di queste sentenze sono: l’evento morte che attinge non un qualsiasi soggetto, ma un soggetto altamente qualificato, il lavoratore; la condotta di un soggetto altamente qualificato, pure altamente qualificato, che è il datore di lavoro e la fonte di pericolo nociva per la salute. Quindi, se mi è consentito dire, nell’ambito di cui stiamo discutendo viene fuori il primato dell’ambito peculiare di indagine, che è delimitato appunto dal soggetto passivo - lavoratore, soggetto attivo - datore di lavoro, sostanza pericolosa. Il soggetto passivo - lavoratore è destinatario di una particolare cautela, perché è soggetto di un rapporto di lavoro, soggetto di una prestazione di attività lavorativa in condizioni di subordinazione e, come dice il professor Padovani, questo rapporto di subordinazione rappresenta una particolare fonte di situazione di rischio per il lavoratore. Il soggetto attivo, invece, è il datore di lavoro e quindi le norme cautelari vanno valorizzate per rafforzare il ruolo della posizione di garanzia che compete al datore di lavoro in funzione della tutela dei lavoratori e, una volta contestualizzato l’ambito su cui l’indagine si svolge, mi sembra che sia più agevole l’accertamento della colpa. Per semplicità e senza voler creare occasioni di scandalo giuridico, per carità di Dio, non voglio introdurre una terza categoria, ma mi permetto di parlare di colpa del datore di lavoro; per altro verso, anche in ambito civilistico adesso si configura una particolare responsabilità che è quella del medico, che ha delle qualificazioni un po’ particolari rispetto alle generali responsabilità civili. Allora questa colpa del datore di lavoro, che non è una terza categoria, è semplicemente una colpa che va accertata con riguardo sia alla normativa antinfortunistica, quindi nel nostro caso abbattimento di polveri e di gas – nello specifico ma non solo – quanto ai delitti di evento di danno che quella violazione ha provocato e dicevo prima appunto di norme fluide e di norme più rigide. L’Art. 2087 è una norma fluida. Si discute moltissimo se la violazione della colpa dell’Art. 2087 configuri colpa generica o configuri colpa specifica. Per il contesto che sto esaminando qua a me interessa poco stabilire se il 2087 configura colpa specifica o colpa generica; parto da un dato certo, sicuro, incontestabile, che l’Art. 2087 fa pienamente parte delle norme di materia di sicurezza sul lavoro, tant’è che costituisce l’aggravante dell’omicidio e delle lesioni commesse in relazione etc. etc. e che a pieno titolo rientra nell’applicabilità del campo penale. Tuttavia, dicevo, il rilievo di indeterminatezza dell’Art. 2087 ha attinto anche alcune norme antinfortunistiche e pure la sentenza del Tribunale muove in un qualche modo un rilievo di indeterminatezza della norma cautelare. A pagina 452: "La regola disciplinante l’esercizio dell’attività da parte del soggetto agente può limitarsi a descrivere genericamente il comportamento diretto all’eliminazione del rischio, con riferimento all’affermazione "per quanto possibile" contenuta negli Artt. 20 e 21", e dice il Tribunale: "In tali situazioni, la colpa non può essere individuata nella mera violazione della regola, la quale per l’appunto non descrive la condotta prescritta. Del resto il rischiamo al concetto di possibilità consentirebbe un’imputazione obiettiva dell’evento, che renderebbe del tutto superflua l’indagine sulla colpa". Tutto sommato il rilievo di indeterminatezza della condotta mi pare di poco momento. La Corte Costituzionale è intervenuta almeno credo un tre volte su norme di contenuto analogo a quelle degli Artt. 20 e 21, si trattava dell’Art. 24 in materia di rumore e anche dell’Art. 41 del Decreto Legislativo 227, non mi ricordo più, del 1991, che erano stati posti all’attenzione della Corte Costituzionale per violazione del principio, anche per violazione del principio di illegalità per indeterminatezza della norma. Ma la Corte ha detto: non si tratta assolutamente di norme cautelari, norme penali in bianco, e ha spiegato bene come quelle norme si riempiano di contenuto ed è questo che cercherò di spiegare, per superare questo rilievo anche, perché stavo discutendo della determinatezza della condotta prima ancora che della determinatezza dell’evento tipo. Di quale evento sta parlando il Tribunale quando dice che quell’evento non sarebbe imputato a titolo obiettivo? Anche qua secondo me c’è una confusione, o io non capisco, posso averla fatta io la confusione, per carità di Dio. Secondo me c’è una confusione dei piani tra quello dell’accertamento della configurabilità della condotta della contravvenzione da quello di accertamento del reato di omicidio, di lesioni colpose commesse in violazione della norma cautelare. I piani sono ben distinti. Ai fini della contravvenzione mica si discute più, spero che non ci sia questione da discutere sul fatto che non è richiesto nessunissimo evento, perché la norma è una norma di pericolo. Il professor Pulitanò lo ha sempre sostenuto, è pacificamente una norma di pericolo, in cui non serve né un evento né un danno perché si configuri. Diverso è il discorso se devo guardare ad omicidi e lesioni colpose che sono la conseguenza di quella violazione. Allora, è vero, cioè per forza la prevedibilità in quel contesto assume un connotato particolare, anche ai fini della configurabilità della violazione cautelare come elemento caratterizzante un profilo di colpa specifica. Quindi i piani qui sono proprio due. Sulla condotta esigibile, signori della Corte, non si può prescindere dal contesto in cui sono inseriti gli Artt. 20 e 21 e bisogna guardare la tecnica legislativa del D.P.R. 303 del 1956, che è per un verso caratterizzata da norme di contenuto rigido, da prescrizioni puntuali, dettagliate; per altro invece da previsioni generali che sono caratterizzate più dalla predeterminazione dei fini che il datore di lavoro deve raggiungere piuttosto che dalla individuazione dei comportamenti che è tenuto ad osservare. Ma la maggiore o minor determinatezza della norma cautelare non è casuale, è necessitata; è necessitata dalla natura del fattore di rischio che il legislatore prende in considerazione; è necessitata dalle azioni lesive che da quel fattore di rischio derivano e le azioni lesive sono due, le classi di evento ripetibili nell’ambito della materia infortunistica sono due: infortunio, che è il prodotto di un’azione lesiva concentrata in un breve lasso di tempo, traumatica, che costituisce aggressione all’integrità fisica; la malattia professionale, invece, è il prodotto di un’azione lesiva caratterizzata da un processo evolutivo e costituisce aggressione alla salute. Si discute di quali siano i beni giuridici oggetto di tutela antinfortunistica, anche su questo il professor Pulitanò ha detto molto, però sicuramente due sono i beni giuridici: integrità fisica e salute, che vanno tenuti ben distinti. Ed allora, dicevo, la rigidità o la flessibilità della norma è esattamente provocata dalla natura del fattore di rischio e dalle azioni che ad esso possono derivare e quindi, laddove il fattore di rischio è lesivo dell’integrità fisica, sto parlando, non so, la famosa sega circolare con lo schermo e il cruscotto protettivo; è chiaro che la norma cautelare è e deve essere rigida, perché conosciamo il meccanismo, perché conosciamo perfettamente il meccanismo di azione di quel fattore nocivo. Quando invece il fattore di rischio è nocivo per la salute ci sono talmente tante variabili, parliamo di rischio chimico, ci sono talmente tante variabili in gioco: la riattibità soggettiva, la durata, il livello di esposizione, che la norma deve essere flessibile, deve essere... Flessibile non vuol dire meno cogente, vuol dire che deve essere in grado di far fronte a rischi non facilmente prevedibili. Peraltro ci sono anche dei fattori di rischio che contemporaneamente possono aggredire l’integrità fisica e anche la salute. Faccio l’esempio della benzina. La benzina è infiammabile ed esplosiva, quindi in caso di combustione può provocare lesioni da esplosione, evento traumatico, lesione all’integrità fisica; ma la benzina ha anche un carattere di lesività per la salute perché sono nocivi i suoi vapori ed è esattamente il caso del cloruro di vinile. Il cloruro di vinile è nocivo, pericoloso per l’integrità, perché è esplosivo; ma è nocivo per la salute perché è sostanza tossica nociva. Dico, e mi limito a dire sostanza tossica nociva, non dico oncogena, perché sto guardando ad una situazione, sto parlando dal periodo 1969 – 1973, questo dico. Allora la domanda cruciale è questa: il legislatore del 1956, quando ha posto le norme cautelari, ha considerato il cloruro di vinile soltanto quale fattore di rischio per l’incolumità fisica? Ma neanche per idea. Il legislatore del 1956 aveva a mente che il cloruro di vinile, quale derivato degli idrocarburi alifatici, sicuramente incontestabilmente tossici, era la sostanza lesiva anche per la salute. Tant’è che il D.P.R. 303 del 1956, al punto 1, mi pare numero 38, impone delle visite trimestrali, che è il minimo, perché? Perché il fattore di rischio è tossico e quindi la frequenza con cui sono state previste le visite mediche tiene appunto conto di quella particolare pericolosità per la salute e quindi l’evento che la norma antinfortunistica tende a prevenire non è un pericolo generico da CVM. Dal 1956 c’è la conoscenza normativa della pericolosità del cloruro di vinile per la salute, anche in quanto epatotossico. Quindi, tornando a quel rilievo di indeterminatezza della norma cautelare, di quella condotta che sarebbe generica perché dice "ma il più possibile", ma cosa vuol dire "il più possibile"? La funzione di quella norma è una funzione accrescitiva della cautela a cui il datore di lavoro è tenuto, non una facoltà del datore di lavoro di fare per quanto possibile. La massima sicurezza, questo è il contenuto. Ma la norma, se qualche dubbio può esserci sulla determinatezza degli Artt. 20 e 21, se ne va via il dubbio, se ne sparisce perché quella norma è riempita di contenuti dalla conoscenza normativa della pericolosità. Non può dire il datore di lavoro: ma io non sapevo cosa fare. Lo sapeva, perché deve tenere conto della: a, conoscenza normativa della pericolosità; b, di quella particolare lavorazione, di quella sostanza nociva, di quelle potenzialità lesive, non di nocività, al fine di prevenire non un pericolo generico, ma una lesione alla salute. Io credo e spero di essere stata chiara, forse sto parlando anche troppo, fatemelo capire semmai, ma io ho bisogno di tirare fuori i miei rospi e questa è l’unica occasione che ho. Io ho bisogno di fare una breve digressione sulla tossicità del cloruro di vinile. Ne ha parlato diffusamente il Pubblico Ministero, per cui non è necessario dire una parola di più, però devo dirla una piccola parola di più. Nel capitolo dedicato agli addebiti di colpa, il Tribunale non ha dedicato una riga, una sola parola, non ha fatto la minima riflessione sulle conseguenze che la conoscenza normativa della tossicità del cloruro di vinile doveva... le conseguenze che dovevano derivare da quella conoscenza, si è guardato ai soli effetti cancerogeni per escludere poi l’imputabilità degli eventi, perché non sapevamo che. Ma stiamo scherzando? Il Tribunale peraltro ha detto qualche altra cosa, non nel capitolo degli addebiti di colpa, ma in qualche altra pagina sparsa. Il Tribunale ha dato atto che gli studi di (Tolkenson) del 1961 provavano una tossicità del cloruro di vinile anche a dosi non elevate e ha dato atto che già sul finire degli Anni Cinquanta i documenti aziendali di Montedison contenevano specifiche precauzioni di sicurezza sull’utilizzo del cloruro di vinile, proprio in ragione della sua nota epato-tossicità. Quel che a me interessa sottolineare è che la conoscenza normativa della tossicità trova riscontro – non era necessario, perché quello è sufficiente – ma trova riscontro anche in ambito aziendale. Il dottor Giudice, medico di fabbrica per un lungo periodo di tempo, sentito non mi ricordo più a quale udienza, ma per la Corte sarà facile recuperarla, ha parlato di sicura epatotossicità del cloruro di vinile, personalmente nota per averlo appreso durante gli studi universitari dai testi di Medicina del Lavoro; si è laureato mi pare nel 1956 il dottor Giudice, quindi all’epoca degli studi i testi universitari parlavano di epatotossicità del cloruro di vinile. Nello stesso senso, nella stessa direzione vanno le dichiarazioni dell’imputato Bartalini, il quale ha riferito la conoscenza della epatotossicità del cloruro di vinile all’epoca dei suoi studi universitari e Bartalini si è laureato ben prima del 1965, perché è dal 1965 che è direttore del servizio centrale di Montedison. Non solo, ma al dottor Giudice il Pubblico Ministero, all’udienza dell’11 aprile del 2000, chiese ragione di un’affermazione fatta nella relazione che egli ebbe ad inviare nel 1971 alla direzione sanitaria. Questa relazione aveva ad oggetto "indagine CVM" e il dottor Giudice parlava di "rischio tecnopatico". Il dottor Casson ha approfondito e dice: "Dottor Giudice, cosa si intendeva per rischio tecnopatico?", "Effetti epatotossici del cloruro di vinile". Allora, fatto questo inciso sulla tossicità, una volta che sono noti gli eventi lesivi, gli effetti lesivi anche epatotossici, diventa più facile individuare qual è l’evento oggetto di prevedibilità o, più esattamente, della tipologia di evento che viene a rilevanza per l’imputabilità di omicidi e lesioni aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica. Tutte le sentenze che abbiamo visto, salvo forse solo la (Macola), se non vado errata, prescindono dalla prevedibilità dello specifico evento morte e, a maggior ragione, dal meccanismo di determinazione causale di una certa malattia e non fanno riferimento ad una specificità, alla specificità della lesione, piuttosto ad un grave danno alla salute o alla vita, il che potrebbe ancora dare adito ad obiezioni di indeterminatezza dell’evento oggetto di prevedibilità, se proprio volessimo essere particolarmente pignoli come sono i nostri avversari, nostri di noi tutte Parti Civili. Dicevo prima che le classi di eventi ripetibili nell’ambito della sicurezza sono infortunio e lesioni, quindi la lesione personale strettamente intesa così come elaborata dalla giurisprudenza in tema di 582, con riguardo all’Art. 582 del Codice Penale, è un fenomeno a carattere evolutivo o traumatico, che produce apprezzabile perturbamento dell’organismo per modificazioni anatomiche o funzionali, ovvero ancora parlo di malattia penalmente intesa. Quindi, se io faccio un’operazione che non è mica da giocoliera, ma do un contenuto più qualificato a quel concetto di grave danno che esprime la giurisprudenza in materia di amianto e sostituisco il termine "grave danno" con "lesione personale", mi pare che non ci sia più possibilità di discutere di quale evento, qual è l’evento oggetto di prevedibilità. L’oggetto evento di prevedibilità è una malattia a carico del fegato, perché? Perché è epatotossico. Io, dico, sto parlando di fegato non perché escluda altri organi bersaglio, questo è l’argomento – non vorrei che il Pubblico Ministero mi togliesse il saluto perché sto puntando troppo l’attenzione sugli aspetti sul fegato – ma di questo si discute nel capitolo sugli addebiti di colpa. Quindi dicevo che l’evento tipo da malattia è una malattia da cloruro di vinile, anzi nello specifico a carico del fegato e, a questo punto, non si può sostenere che angiosarcomi ed epatopatie siano malattie del tutto diverse da quello che il datore di lavoro poteva prevedere, perché non sono affatto estranee alla gamma degli sviluppi causali prevedibili; non sono estranei alla valutazione di prevedibilità che aveva fatto il legislatore. Ma non solo la malattia del fegato è un evento prevedibile, è anche un evento prevenibile e se Montedison avesse adempiuto ai tre obblighi che incombono al datore di lavoro – informazione, prevenzione tecnica o collettiva e personale, controllo, controllo sanitario - e quindi se avesse istruito ed allertato i lavoratori sui rischi epatotossici, se avesse ridotto le polveri e il gas, se avesse fornito mezzi di protezione adeguati, se avesse concordato visite trimestrali mirate ad individuare tipiche patologie del fegato, quindi non soltanto gli esami strettamente necessari, ma tutti quelli opportuni, se avesse ridotto l’esposizione, se avesse disposto le turnazioni, riducendo quindi il livello di esposizione personale, si sarebbe avuta una contrazione dell’esposizione in modo tale da prevenire sia l’insorgenza dell’epatopatia quanto dell’angiosarcoma. Tuttavia, gli addebiti di colpa per gli angiosarcomi sussistono anche per altra via. La chiave di volta che regge l’architettura delle assoluzioni, come più volte detto, è l’epoca della conoscenza in cui il Tribunale colloca... il 1974, Maltoni per intenderci. Se anche fosse vero, ma vero non è, che gli effetti cancerogeni siano diventati noti solo dal 1974, quanto ovviamente non riguarda più le epatopatie, quindi la questione non tanto – scusate – dell’epoca, ma della consistenza della conoscenza che il Tribunale richiede perché ci possa essere prevedibilità di angiosarcomi. Il Tribunale ha parlato di leggi scientifiche, di acquisizione di organismi internazionali. Ho cercato di dire prima che questo è estraneo dalle indagini della colpa, via. Il Tribunale, sempre in ambito di, sempre nel capitolo degli addebiti di colpa, dice, fa un’altra affermazione che è un macigno e la Corte non potrà ignorarla, far finta che non sia stata detta. Il Tribunale cosa dice? Testualmente, a proposito degli studi del professor Viola: "Prima del 1969, come implicitamente riconosciuto dall’Accusa, che ha formulato contestazione a partire da tale anno con riferimento agli studi Viola, non esisteva un fondamento scientifico, fondamento scientifico che presuppone un conseguimento di risultati probanti e non di semplici ed opinabili studi riguardo all’ipotesi che il cloruro di vinile potesse qualificarsi come sostanza capace di provocare effetti cancerogeni". Quindi incontestabilmente il Tribunale ritiene che dal 1969, con riguardo agli studi del professor Viola, la conoscenza sugli effetti cancerogeni fosse fondata, fosse dotata di un fondamento scientifico. Viola non è mica un ricercatore universitario, giovane, isolato, da laboratorio. Il professor Viola è il medico di fabbrica della Solvay. Quando a Tokyo discute il suo primo lavoro, lo fa in un ambito di un congresso di medici del lavoro; l’anno dopo a Houston lo fa nell’ambito di un congresso di oncologia, tant’è che il professor Carnevale dirà anche: "Poi quegli studi del 1970 di Houston vennero pubblicati nella rivista "Cancer and Research", che quindi è la prova provata della conoscenza all’interno della comunità scientifica. Non solo Viola è un medico di fabbrica della Solvay di Rosignano, non solo pubblica i suoi studi, ma quello che più rileva è che Bartalini conosce Viola; conosce gli studi di Viola, li conosce talmente bene che è esattamente l’imputato Bartalini, direttore del servizio centrale del servizio sanitario, che presenta Viola a Maltoni, a dire che nel 1969 non è possibile negare che Montedison avesse la conoscenza che il cloruro di vinile costituiva fattore di rischio anche, anche, non solo epatotossico, ma anche oncogeno. Ma il Tribunale, chiamiamolo questo grado di prevedibilità che deriverebbe unicamente da una legge scientifica di copertura, cioè questo grado di prevedibilità non basta perché serve la legge scientifica di copertura. Ma la normativa antinfortunistica, io lo ridico fino all’esasperazione, gira attorno al concetto di rischio di lesioni ed è la conoscenza del rischio che fonda la responsabilità per colpa. Giudici, un formidabilissimo argomento metodologico di indagine sulla colpa l’ha fornito proprio un consulente Montedison, il professor Lotti. Io invito caldamente la Corte a leggere la deposizione del professor Lotti resa all’udienza mi pare del 27 novembre 1998. A quell’udienza il professor Lotti ha spiegato qual è la differenza tra i criteri di prevenzione del rischio da una certa malattia, valutazione e prevenzione del rischio, e i criteri di diagnosi causale di una certa malattia e il professor Lotti ha spiegato benissimo che le diagnosi causali appartengono alla scienza medica, mentre invece la valutazione e la gestione del rischio appartiene al datore di lavoro, il quale – spiega il dottor Lotti – si deve muovere, deve attestarsi sulle cosiddette "default opinion", a dire quell’opzione – spiega Lotti – scelta sulla base di una politica di valutazione del rischio che sembra essere la migliore in assenza di dati che dimostrino il contrario, dati che dimostrino il contrario: default opinion. Cosa vuol dire? Che il rapporto di accertamento nesso – colpa, esattamente, che il rapporto tra nesso e colpa è esattamente invertito. Muoversi sulle default opinion significa che sino a quando non ho la prova che il cloruro di vinile non sia cancerogeno, io datore di lavoro devo comportarmi esattamente come se lo fosse. Questo è default opinion, e il professor Lotti ha anche spiegato cos’è il criterio operativo del paradosso di Cassandra. Dice, Cassandra predisse al padre la caduta di Troia, Cassandra non venne creduta, Troia cadde. Ebbene, il datore di lavoro deve credere a Cassandra, cioè deve agire sull’ipotesi di rischio e in questo caso la minima valenza che possiamo attribuire agli studi di Viola è proprio la conoscenza del rischio. Bisognava credere a Viola, bisognava comportarsi come se il cloruro di vinile fosse cancerogeno e aspettare la prova contraria. Che cosa ha fatto invece Montedison di fonte alla conoscenza del rischio, che nessuno può negare, nessuno può negare. Poi si stabilità, dovrà stabilirsi che grado di conoscenza. Montedison cosa ha fatto? Anziché intervenire nell’ambiente di lavoro, abbattere i livelli di esposizione, investire in nuove tecnologie, ha preferito investire più a basso costo nella ricerca. Il Tribunale ha attribuito all’impulso che ha dato Montedison agli studi di Maltoni una valenza assolutamente positiva, senza rendersi conto che è un’arma a doppio taglio. Ma cos’è che ha mosso l’azienda a rimborsare gli studi Maltoni, se non la conoscenza del rischio cancerogeno? Perché mai avrebbe dovuto buttare via i suoi denari? Questa è la valenza da attribuire all’impulso che Montedison ha dato agli studi di Maltoni perché, signori Giudici, questa è la filosofia dell’azienda. Io va leggo una nota, una qualsiasi, ma questa filosofia ricorre in tutte le note dei budget di manutenzione dal 1972 in poi. Io purtroppo ho trovato solo quella del 1978, ma il discorso vale paro paro: "L’obiettivo primario e costante di tutta la divisione è la competitività. È necessario cambiare l’ottica di fronte alla necessità di far quadrare il bilancio. Bisogna impostare i propri programmi al rigido criterio di spendere solo quanto è assolutamente e comprovatamene indispensabile. Negli altri casi – dice Montedison – bisogna correre dei ragionevoli rischi. Non ha senso infatti affrontare perdite di prodotto e costi sicuri, per evitare conseguenze possibili in futuro, se non si è prima accuratamente verificato che la loro gravità e probabilità con cui si verificano siano tali da non lasciare dubbi". Questa è la filosofia di Montedison, questa è la ragion per cui prima di intervenire sull’ambiente di lavoro ha aspettato gli studi di Maltoni. Quindi, nel caso del CVM, c’è uno scarto temporale di circa cinque anni tra la conoscenza dei rischi oncogeni in ambito aziendale di medicina del lavoro, di comunità scientifica, 1969, e quello della reazione degli organismi internazionali, perché proprio il Tribunale dice questo: legge scientifica e timbro degli organismi internazionali. Ma il Pubblico Ministero vi ha spiegato perfettamente come operano, quali sono i criteri con cui si muovono gli organismi internazionali. Hanno, c’è la necessità di elaborare alcune conoscenze scientifiche pur già consolidate prima che vengano acquisite agli organismi internazionali, quindi dal 1969 al 1974 c’è uno sviluppo, un processo conoscitivo che acquisisce sempre nuovi elementi. Ma una cosa è discutere di "annun respondeatur", altro di "quantum respudeatur". Questo è esattamente il rapporto che intercorre tra le conoscenze scientifiche del 1969 e le conoscenze scientifiche del 1974. La rappresentazione ai fini degli Artt. 43 e 61 numero tre, la rappresentazione dell’evento in termini di previsione piuttosto che di prevedibilità, rileva sul grado della colpa perché la colpa cosciente non configura una figura autonoma di reato, è un grado della colpa. Io adesso non voglio sostenere che nel 1969 c’era prevedibilità e nel 1974 c’era previsione, anche se potrei farlo, perché la previsione che qualifica la colpa... cioè la previsione qualifica la colpa di chi agisce nella convinzione che l’evento non si verificherà, cioè è una previsione negativa e quindi potrei anche sostenere questo, ma non oso far tanto. Però anche per la colpa incosciente, come per quella cosciente, si può parlare di graduazione e un evento può essere scarsamente, mediamente, altamente prevedibile. Ma "scarsamente prevedibile" è già prevedibile. Quindi io direi che il problema del rapporto conoscenze 1969 – conoscenze 1974 attinge non tanto alla sussistenza della colpa, ma al grado della colpa. Peraltro, nel digesto alle discipline penalistiche voce "colpa", il Mantovani afferma che nella colpa specifica la prevedibilità non rileva ai fini dell’annum, ma del quantum respondeatur e quindi tiro le conclusioni, non ho finito, solo le conclusioni in ambito di colpa. La condotta cautelare richiesta dalle norme anche dagli Artt. 20 e 21 non è indeterminata, perché viene riempita di contenuti dalla conoscenza normativa di pericolosità, dalla specificità del fattore di rischio che viene in considerazione; l’evento che doveva e poteva essere previsto non è un generico danno, ma è una lesione alla salute, una malattia al fegato da cloruro di vinile e i rimedi che Montedison poteva adottare erano idonei a prevenire malattie del fegato e quindi a prevenire epatotapie ed angiosarcomi o quanto meno, come ha detto il Pubblico Ministero, ad allungare il periodo di latenza e a posticipare l’evento morte. Quindi su questo punto, ma non ho concluso, perché devo affrontare un altro argomento, io credo che si giustifichi ampiamente la riforma della sentenza in punto assoluzione degli imputati Montedison, anche ovviamente per tutte le conseguenze in tema di disastro colposo. Io chiederei un minuto di sospensione, se è possibile.

 

PRESIDENTE – Va bene, prego.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 10.50.

SI RIPRENDE ALLE ORE 11.05.

 

PRESIDENTE – Prego, riprendiamo.

 

PARTE CIVILE – Avv. Boscolo Rizzo – Ho concluso l’aspetto degli addebiti di colpa richiamando l’attenzione della Corte sulla conseguenza che ne deriva in tema proprio di disastro innominato colposo per le ragioni per le quali il Tribunale ha ritenuto di assolvere dal disastro colposo per difetto di imputabilità degli eventi a titolo di colpa. Però il vero problema che pone il disastro innominato colposo è quello di individuare gli elementi costitutivi della fattispecie di disastro e di tenerli ben distinti da quelle circostanze estrinseche, accidentali, specificative, che semmai possono configurare condizioni di maggior punibilità o condizioni obiettive di punibilità, ma che sicuramente non sono investite dall’indagine sull’elemento psicologico. In primo grado il professor Stella ha prospettato una tesi direi, mi permetto, il professor Stella non è in aula, alquanto originale e aveva richiamato l’attenzione del Tribunale su una certa dottrina, in particolare (Mariluci) e (Fiandaca Musco), che commentando la rubrica dell’Art. 449 "delitti colposi di danno" e l’Art. 450 "delitti colposi di pericolo", spiegano che danno e pericolo non rappresentano gradi diversi di offesa all’incolumità, la quale in entrambi i casi è soltanto e solo esposta a pericolo. Piuttosto, dicono Fiandaca Musco, nel caso dell’Art. 449 la messa in pericolo colposa dell’incolumità, per assumere rilevanza penale, deve anche concretizzarsi in rilevante lesione di beni personali o patrimoniali, mentre invece per l’Art. 450 è sufficiente il semplice pericolo del verificarsi di risultati dannosi e il professor Stella ha ricordato anche la giurisprudenza che ha affermato che per disastro si deve intendere un evento di danno che espone a pericolo collettivamente – l’evento di danno che espone a pericolo collettivamente – un numero indeterminato di persone. Ecco qua la forzatura che è stata fatta. Ha derivato, a mio avviso indebitamente, da questa dottrina e da questa giurisprudenza, la conseguenza che il disastro colposo sussiste soltanto se: a) vi è esposizione a pericolo della pubblica incolumità, b), e questa è la nota più importante, se l’esposizione al pericolo prende corpo – prende corpo – da un evento di danno per cose o persone, per evento di danno a cose o persone intendendo il professor Stella morte e lesioni. Quindi quel danno dovrebbe essere un danno tautologico, un danno biologico, escluso qualsiasi altro danno alla persona, tra l’altro. Quindi elemento costitutivo del disastro colposo, ha detto il professor Stella, è l’evento morte e lesioni. La tesi è contestatissima anche dai colleghi della Difesa. Il professor Padovani ha spiegato in maniera lucidissima cos’è il disastro; lo ha spiegato benissimo anche il professor Gallo, ma non mi richiamo al professor Gallo che, siccome è Parte Civile, si potrebbe dire che sto tirando acqua al mio mulino. Parlo del professor Padovani perché è l’avversario, che dice esattamente il contrario di quanto ha sostenuto il professor Stella. Tuttavia quello che il professor Stella non ha detto è se la morte e le lesioni asseritamene costitutive del disastro siano da intendere come evento naturalisticamente inteso o abbiano una valenza in più. Io l’ho inteso come evento naturalistico, e mi pareva già abbastanza; invece il Tribunale ha fatto un salto di qualità e ha preteso qualcosa che neppure l’esigentissimo professor Stella aveva osato esigere, ovvero il Tribunale dice – non lo dice, ma questa è la conseguenza che ha tratto in tema di disastro colposo – che l’evento costitutivo del disastro colposo è il reato di omicidio e di lesioni personali. Ha detto molto efficacemente il professor Padovani che, se il disastro includesse le morti e le lesioni, sarebbe una manna per la gente del fatto, perché gli verrebbero abbonate tutte le conseguenze lesive: si paga una volta sola, si paga con il disastro. Dice, magari fosse così. E ha detto il professor Padovani: la valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si ferma, tutto ciò che va oltre il pericolo è campo di valutazione di fattispecie autonome di reato. Io dirò anche una cosa banalissima, così, nel mio buon senso, ma dico: ma se per la configurabilità del disastro dovessimo esigere morti e lesioni, ma verrebbe meno la ratio dell’incriminazione che è comune a tutti i reati di pericolo contro l’incolumità, scusate, che è comune a tutti i reati contro l’incolumità pubblica e cioè la prevenzione di taluni pericoli prima che si dirigano verso oggetti, verso soggetti determinati, prima. Se aspetto le morti e le lesioni viene meno la ratio stessa dei delitti contro l’incolumità pubblica. Altro problema invece è quello di stabilire gli elementi costitutivi della fattispecie colposa di disastro innominato. L’evento materiale dell’Art. 449 altro non è che quello richiesto dal secondo comma dell’Art. 434, cioè l’evento di crollo, l’evento di disastro, ed ecco la considerazione ancora più banale che faccio: perché per il crollo è sufficiente l’evento del crollo e i morti sono altra cosa e invece per il disastro colposo devo pretendere eventi, devo pretendere conseguenze? Allora mi pare che è proprio la struttura che viene messa in discussione. C’è un innesto dei delitti contro la persona, si viene a fare un innesto atipico dei delitti contro la persona all’interno del titolo dei delitti contro l’incolumità personale, se richiedo morti e lesioni. Battalini Bruno, alla voce "delitti contro l’incolumità pubblica nel nuovissimo digesto", precisa che gli elementi costitutivi del disastro colposo di cui all’Art. 449 sono: la condotta colposa dell’agente, un evento di disastro – non il danno cagionato dal disastro – e il nesso causale tra la condotta e l’evento di disastro. Perciò l’evento di disastro altro non è, ripeto, che quello innominato previsto dal secondo comma dell’Art. 434. La prevedibilità del disastro non attinge le conseguenze più o meno gravi che siano derivate o possano derivare dal disastro. Qui l’importante è stabilire che ruolo gioca il pericolo nell’ambito dei delitti come il disastro colposo, che è un reato di pericolo concreto. Il pericolo assume dei ruoli diversi a seconda che si discuta di pericolo astratto o di pericolo concreto. Nel disastro, nei reati di pericolo concreto, il pericolo è elemento costitutivo della fattispecie che qualifica non le conseguenze del danno, ma che qualifica la condotta; è l’evento stesso, è quello che la condotta ha realizzato. Se il pericolo è l’elemento costitutivo della fattispecie, il Giudice dovrà accertarlo in concreto; ma questo è l’unico limite, l’unico limite del disastro colposo. Allora come si deve articolare questo giudizio di accertamento del pericolo? Ripeto, minimamente giudizio attiene il danno cagionato dal disastro, le conseguenze cagionate dal disastro, ma proprio il pericolo determinato dall’evento di disastro. Quindi, eliminate le conseguenze del disastro, è necessaria una limitazione della base del giudizio, perché se tenessimo conto di tutte le conseguenze, di tutte le circostanze rivelatesi causali o impeditive del disastro, non sarebbe più un giudizio di pericolo, sarebbe una constatazione: l’evento si è verificato, l’evento non si è verificato. No. Quindi è fuori dal giudizio di pericolo il danno cagionato dal disastro e quel giudizio andrà formulato con una prognosi su avvenimenti futuri ed incerti ed è un giudizio che dalla dottrina viene definito retrospettivo, concreto e prognostico. Sul retrospettivo non c’è problema. Concreto e prognostico significa che si fonda su tutte le circostanze esistenti al momento della condotta ancorché conosciute successivamente; prognostico perché ha ad oggetto avvenimenti futuri. Dunque... collega Santamaria, se lei parlasse un po’ più a voce bassa le sarei molto grata, grazie. Dunque, dicevo, giudizio concreto e prognostico e ciò implica che la previsione sugli avvenimenti futuri ed incerti che realizzano o potrebbero realizzare il danno cagionato da disastro, deve essere formulata, può essere formulata sulla base di conoscenze scientifiche acquisite anche successivamente, leggi scientifiche di copertura, a dire che le leggi scientifiche di copertura sugli effetti cancerogeni, anche cancerogeni, del cloruro di vinile, che il Tribunale assume acquisiti soltanto nel 1974, possono e debbono spiegare effetti per formulare un giudizio di pericolosità che risale al 1969. Non so se sono stata abbastanza chiara. Quindi il pericolo non è il pericolo che poteva essere previsto, ma il pericolo che sappiamo certamente correlato all’esposizione alla sostanza di cloruro di vinile, quella certezza che ci danno le leggi scientifiche di copertura, magari non conosciute nel 1969 ma conosciute ora. Ma capisco cos’è il pericolo e non soltanto le leggi scientifiche di copertura, ma tutte le circostanze presenti al momento della formulazione del giudizio di pericolo e quindi anche eventualmente delle conseguenze che effettivamente siano derivate, a dire che, se un evento di lesione si è verificato, devo derivarne l’esistenza del pericolo, perché quelle morti e quelle lesioni implicano, sono un gradino precedente, implicano la pericolosità. Quindi certi versi nel nostro caso è più semplice, perché posso fare anche una constatazione. Ed in effetti il Tribunale parla sempre di rischio grave e diffuso, quando parla di disastro, rischio grave e diffuso costituito dall’esposizione dei lavoratori al cloruro di vinile, e cos’è il rischio? Il rischio è la minaccia di un male ed è esattamente una relazione di probabilità tra un fatto antecedente, l’evento di disastro cagionato da cloruro di vinile, con un fatto successivo che è solo probabile che si verifichi, la lesione futura ed incerta. Quindi la lesione futura ed incerta, ripeto, è fuori dalla figura incriminatrice dell’Art. 449 e gli eventi lesivi sono sottratti alla copertura dell’elemento psicologico. Quindi se gli omicidi colposi, le lesioni, sono imputabili a titolo di colpa, benissimo, si avrà concorso dell’omicidio con il reato di disastro; non possiamo imputare gli eventi, meno bene, ma il disastro c’è comunque. Tuttavia il Tribunale ha commesso un altro errore, che è quello di inferire la diffusività lesiva del cloruro di vinile esclusivamente dalle patologie per le quali ha ritenuto la correlazione. Io richiamo l’attenzione della Corte a questo punto sull’indagine FULC di cui vi ha parlato il Pubblico Ministero ed in particolare al verbale di udienza del 18 aprile 2000 è stato sentito il teste professor Bruno Saia, che ha spiegato da un punto di vista particolarmente titolato, perché era responsabile dell’indagine FULC per Porto Marghera, ha spiegato il contesto in cui nacque l’indagine, gli organi bersaglio oggetto di accertamenti specifici, le metodiche investigative che consentirono di porre diagnosi causale di alcune malattie e ha spiegato che ciascun operaio venne sottoposto ad accertamenti specifici, anamnesi, prima l’anamnesi ovviamente, esame clinico, esami di funzionalità epatica, biriubinemia, radiografia al torace, spirometria, esame citologico dell’escreato, fotopletismografia e l’indagine FULC fu seguita da specialisti di organi: il professor Piazza per le pneumocumiosi, il professor Signorini per il servizio di angiologia, Malcalato per le patologie del fegato, Maltoni per l’esame citologico dell’escreato. Quindi, da questo complesso organico ed articolato, è stato possibile porre diagnosi di malattie causali e dare indicazioni sull’inidoneità dei soggetti, l’inidoneità dei soggetti alle mansioni che comportavano l’esposizione a rischio. La relazione conclusiva dell’indagine FULC segnala questo: tre quarti dei lavoratori esposti presentavano alterazioni degli indici di funzionalità epatica, con più forte e significativa incidenza nei reparti CV6, CV24 – 25, CV5 e 15 e Montefibre; ha rilevato inoltre venti soggetti affetti di pneumocumiosi. Il 20% della popolazione esaminata era affetta da bronchite cronica, associata ad alterazioni di funzionalità respiratoria. Nel reparto CV6, con un’incidenza del 36% sugli altri reparti, l’esame dell’escreato aveva evidenziato alterazioni di tipo "classe seconda maggiorata", che è quella classe che aveva individuato il professor Maltoni nell’esame degli Ispettorati di Terni, che andava classificata come "displasia di classe intermedia a rischio di evoluzione cancerogena". Quindi la relazione FULC poi indicò nominativamente 200 operai inidonei alle mansioni a cui erano adibiti, di cui 102 per rischio epatotossico. Di questi 102 segnalati, 42 sono morti per patologie del fegato. Allora, ammesso e non concesso che appunto, come hanno detto i consulenti Montedison, l’indagine FULC non potesse in effetti porre diagnosi di malattia professionale, dico ammesso e non concesso, sicuramente la Corte potrà trarre da quella relazione conclusiva elementi di qualificazione dell’entità del disastro, di una diffusa insorgenza di patologie provocate dall’esposizione al cloruro di vinile monomero, ovvero di pericolosità diffusa e di idoneità lesiva. Perché limitarla soltanto agli angiosarcomi e alle epatopatie è un errore, per questa ragione: è vero che sono state contestate dal Pubblico Ministero delle categorie nosologiche tipiche, asseritamene, pretesamene, dico, quando si parlava all’inizio dell’accusa, correlate al cloruro di vinile. Il Pubblico Ministero non ha ritenuto di contestare, ma anche per questioni di prescrizione, malattie che sicuramente hanno attinto tutti, la grande maggioranza della comunità degli operai del Petrolchimico. Qui mi richiamo al trattato di medicina legale e scienze affini, volume 5, "Malattia da CVM riconosciute come malattie professionali" del Bernardini: steatosi è malattia, difficoltà respiratoria è malattia, epatomegalia è malattia, induzione enzimatica è malattia. Allora queste malattie non devono finire nella terra di nessuno solo perché non sono state contestate come malattie tipiche, come categorie nosologiche, perché offrono il quadro della particolare pericolosità connessa all’esposizione al cloruro di vinile. Questo è il disastro, non soltanto angiosarcomi, perché ho detto che le conseguenze sono fuori, ma il quadro può essere ben rappresentato da tutte queste malattie di cui troverete riscontro nelle cartelle cliniche e nei libretti. Bisogna guardarli quei libretti sanitari e bisogna guardare con quale frequenza si sono verificate malattie, ancorché risoltesi in breve tempo, ma che servono sicuramente a rappresentare, sotto il profilo della diffusività, la dimensione del disastro. Io, Giudici, ho concluso. In verità, dovrei trattare anche una parte che riguarda l’aspetto ambientale; o porterò via cinque minuti in un altro giorno o comunque, per evitare di concentrare troppi interventi, un collega che segue le associazioni mi sostituirà a quell’udienza per affrontare temi che riguardano il secondo capo di imputazione. Io vi ringrazio per l’attenzione.

 

PARTE CIVILE – Avv. Chinaglia – Sono l’Avvocato Chinaglia per conto della Provincia di Venezia, signor Presidente. Ecco, parleremo noi adesso. Io dovrei trattare, Presidente, un argomento che riguarda l’inquinamento di diverse aree all’interno e all’esterno del Petrolchimico, che hanno comportato dei danni notevoli, quelle che vengono comunemente chiamate le discariche abusive. Il Pubblico Ministero nel giudizio di primo grado aveva contestato, per quanto riguarda il secondo capo di imputazione, anche la realizzazione di alcune discariche non solo all’interno e all’esterno, in particolare la contestazione atteneva alla realizzazione di scarichi di cui all’allegato B dell’originario capo di imputazione, nonché a seguito alla modifica del capo di imputazione effettuata all’udienza del 13 dicembre 2000, di quelle allegate, di quelle iscritte allegato C), con particolare riferimento alle discariche di cui ai punti 19 e 26. La contestazione dunque atteneva alla realizzazione di queste discariche in modo abusivo a partire dal 1970. Nella stessa modifica del capo di imputazione, il Pubblico Ministero faceva riferimento, rispetto alle discariche di cui all’allegato C), alle deposizioni dei testi Spoladori, l’Ispettore Spalatori, il dottor Pavanato, dirigente dell’amministrazione provinciale, sentiti rispettivamente alle udienze del 20 settembre 2000, del 3 settembre 2000, poi questi è stato anche sentito all’udienza del 4 ottobre 2000 e successivamente all’udienza del 13 ottobre e 12 ottobre. Voglio dire due parole riguardo al problema di questa, della decisione di primo grado riguardo a questo punto. La sentenza sul merito dice: "Nessuna delle discariche – pagine 513 e 40 – nessuna delle discariche in contestazione risulta essere stata materialmente realizzata, gestita o comunque autorizzata senza titolo o in violazione di norme di protezione ambientale vigenti all’epoca del loro esercizio", cioè la sentenza, nel prosciogliere gli imputati, ha ritenuto che in realtà prima del famoso D.P.R. 915/82 non esistesse una normativa, quanto meno una normativa di riferimento certo e dopo il D.P.R. 915/82 li proscioglie invece per un altro punto di vista e cioè che in realtà i comportamenti tenuti fossero leciti. La decisione di prime cure su questo punto va riformata senz’altro, perché cozza tra l’altro per quanto riguarda nella sua prima parte quello di sostenere che ante 1982 non ci fosse una normativa, perché questa normativa c’era, è puntuale, precisa, e sarà l’oggetto, mi scuserete la pedanterie forse di leggere alcuni articoli di norme, ma era oggetto di precise responsabilità per chi la violava. Voglio immediatamente riportarmi a questa normativa, cioè il concetto è questo, della decisione: manca una norma agendi. Quando la norma c’è, va interpretata secondo un detto latino, quod prolunque accidit, l’agente medio, il comportamento medio. Poi parla anche di agente modello, che qui effettivamente cozzerebbe con questa prima dizione, proprio perché non esiste norma a cui far riferimento. Allora, la prima norma che vorrei commentare è il Regio Decreto 1.604 dell’8 ottobre del 1931. Tale decreto ha questo titolo: "Approvazione del Testo Unico delle leggi sulla pesca". Art. 9: "Gli stabilimenti industriali, prima di versare i rifiuti nelle acque pubbliche, debbono ottenere il permesso del Presidente della Giunta Provinciale, il quale prescriverà gli eventuali provvedimenti atti ad impedire danni all’industria e alla pesca. Il Presidente della Giunta Provinciale ha facoltà di ordinare le modificazioni e le disposizioni nei contenuti dei permessi già rilasciati e obbligare in casi speciali chi è causa di inquinamenti ad eseguire opere di ripopolamento ittico. Per le zone di mare provvede la Capitaneria di Porto". La norma è perfetta. Prima del commento leggo anche l’Art. 36, breve: "In caso di scarico di rifiuti nelle acque pubbliche, eseguito senza l’autorizzazione prefettizia prevista dall’Art. 9, si applica la sanzione amministrativa da 20 mila a un milione", cioè si applica una sanzione che se viene permutata adesso è enorme. Voglio dire di più. È vero che la norma del Testo Unico è sulla legge della pesca, ma parla proprio dell’inquinamento che è possibile attraverso i reflui nelle acque pubbliche e voglio dire una cosa sola: noi sappiamo che uno dei siti maggiormente inquinati è il canale (Lusorio), oggetto di profonde disquisizioni anche di altri colleghi e del Pubblico Ministero in particolare. Ma basti solo una considerazione, che il deposito, l’interramento di prodotti di lavorazione altamente tossici, proprio per l’ubicazione del Petrolchimico che, ricordiamoci, è in riva alla laguna, evidentemente provoca quello che questa norma tenderebbe a vietare: non occorre che siano liquidi ma anche solidi, le piogge e via dicendo. Seconda norma, Legge 23/41, 366: "Detta esposizione di carattere generale in tema di smaltimento di rifiuti solidi urbani". L’Art. 17 dice: "E’ vietato in modo assoluto il gettito di rifiuti e temporaneo deposito di essi nelle pubbliche vie e piazze e nei terreni pubblici e privati", al che uno potrebbe dire: ma si tratta di rifiuti urbani. L’Art. 1 però subito precisa: "I rifiuti solido urbani vengono classificati in rifiuti esterni ed interni". Il testo normativo in esame contiene tanto disposizioni che riguardano la categoria generale di rifiuti solidi urbani, Art. 9, 13, 20, quanto disposizioni specifiche attinenti a rifiuti interni così come definiti dall’Art. 1, esempio l’Art. 15. Alla luce di questa precisazione dello stesso legislatore dell’epoca, torniamo all’Art. 17 in base al quale il gettito di rifiuti nonché il loro temporaneo deposito sono del tutto vietati, del tutto vietati. Qui il termine rifiuti viene volutamente utilizzato in modo generico, senza precisazioni o limitazioni. Ovviamente ci si riferisce ai rifiuti solido urbani, ai rifiuti interni e ai rifiuti esterni. Ciò dimostra chiaramente come il legislatore dell’epoca fosse ben consapevole della pericolosità e del disvalore di tali condotte, a prescindere dalla natura e provenienza del rifiuto stesso. L’obiezione che può essere fatta è che non si tratta di rifiuti prodotti da fabbriche. In ragione di ciò, aggiungeva, vietare determinati comportamenti senza distinzioni in ordine alla natura e in ordine alla provenienza dei rifiuti. Nella mia memoria, che depositerò, vi sarà una descrizione puntuale di questo, evito tutto l’elenco; né si potrebbe sostenere un’interpretazione diversa, poiché si giungerebbe ad un assunto irragionevole: per i rifiuti solido urbani, quelli provenienti dalle abitazioni, c’è un preciso divieto; per quelli di provenienza industriale, che naturalmente presentano caratteristiche di pericolosità ben diverse e maggiori, vi sarebbe una completa libertà, per non dire anarchia, di smaltimento. In ogni caso, anche prescindendo dalla natura del rifiuto oggetto della normativa dell’esame, è innegabile che la stessa costitutiva esempio di quella norma agendi erroneamente ritenuta inesistente nell’ordinamento della sentenza di primo grado. Si osservi peraltro che tale legge non è stata del tutto abrogata, questa che sto dicendo – e che cioè è esattamente quella del 1941 – nemmeno dal D.P.R. 915/82, posto che compare in testa alle disposizioni che vengono abrogate invece dal famoso Decreto Ronchi 5 febbraio 1997, numero 22, e avendolo abrogato questo decreto è evidente che era ancora vigente fino al 5 febbraio 1997 e che la corretta impostazione di tale legge ha così consentito alla stessa di rimanere in vigore fino al Decreto Ronchi. Già solo da queste poche considerazioni svolte, si vede come l’ordinamento prevedesse in effetti dei precisi divieti che non consentivano la realizzazione delle discariche oggetto di imputazione e quindi, come non essendo queste in alcun modo autorizzate, come ricorda la stessa sentenza richiamata dal dottor Pavanato del 13 ottobre 2000, dette discariche e la gestione dei rifiuti ad essa correlata erano da considerarsi del tutto contra–legge. Cito un’altra disposizione legislativa, la 5 marzo 1963 numero 866, che detta: "Nuove norme relative alla Laguna di Venezia e di Marano Grado". Strano che queste disposizioni, sapendo, pare che qui il Petrolchimico sia a Cortina, sapendo che è in riva alla laguna, in riva e che c’è addirittura un continuo flusso e riflusso, non solo col canale Lusorio, non si citano neppure nella sentenza di primo grado. Art. 10: "Costituisce reato – Art. 10 – scaricare e disperdere in qualsiasi modo rifiuti o sostanze che possano inquinare le acque della laguna e che entro l’attività lagunare non possano esercitarsi industrie che refluiscano in laguna rifiuti atti ad inquinare e intossicare le acque". Norma del 1963, vent’anni prima del 1982. Si tratta di una norma di legge in vigore, completamente in vigore, ignorata dalla sentenza. Già qui vediamo un altro errore di esposizione normative, ma voglio, non posso tralasciare anche la 397 del 1963: "Nuovo ampliamento del Porto in zona industriale di Venezia e Marghera". Il criterio, qui, senza citare tutta questa legge – che poi io, ripeto, depositerò la mia memoria – il criterio è: "Preservare, tutelare le esigenze di sicurezza e di igiene pubblica e di incolumità degli abitanti", Art. 8 lettera B. Nuova legge, la 13 luglio 1966, 615: "Provvedimenti contro l’inquinamento atmosferico", tralascio di citare tutto l’articolato; D.P.R. 15 aprile 1961 numero 322: "Esecutivo della legge menzionata", legge 161 del 1963, prima legge per Venezia, chi se la ricorda, è titolata infatti: "Per la salvaguardia di Venezia", che all’Art. 1 pone tra i propri obiettivi come primario la salvaguardia dell’ambiente dall’inquinamento. D.P.R. 962/63 sulla "Tutela della città di Venezia e suo territorio dagli inquinanti dalle acque", Legge 319 del ’66: "Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento", che pone tra le sue principali finalità la disciplina di discariche di qualsiasi tipo, Art. 1A. Il quadro normativo, dunque, esisteva. Dire che non c’era un quadro normativo, è dire una falsità ed emerge da quanto sin qui descritto. Si tratta di un articolato normativo improntato alla tutela, alla salvaguardia, preciso e puntuale. Io potrei fare una disquisizione su questo, perché ho potuto leggermele tutte di due giorni, ma non sono l’Avvocato dello Stato, che ha questa possibilità, ma se voi leggete queste piccole norme vedrete la puntualità come ogni comportamento non solo è previsto, tutelato e sanzionato; dimenticare questo vuol dire che dal 1982, ante, non so cosa dovrebbe essere successo, cioè uno Stato senza norme in questa materia. Andiamo ai regolamenti, ultima legge che cito è la Legge del 1980, perché è precedente all’1982, è della Regione Veneto: "Norma per la disciplina e per lo smaltimento dei rifiuti solidi e semisolidi". Dico solo una norma, l’Art. 38, che è sempre precedente e mi rifaccio al punto proprio che non si comprende perché si dica che non esiste norma prima del 1982: "Divieto di abbandonare o depositare rifiuti di qualsiasi genere – questo che cito è l’Art. 38 – su aree pubbliche e private, nonché scaricare e gettare rifiuti nei corsi d’acqua, canali, laghi, lagune e in mare" e qui sono le norme di ordine primario, ma noi sappiamo che siamo tenuti anche all’ottemperanza dei regolamenti. Allora il regolamento del Comune di Venezia, un regolamento di igiene, all’Art. 74, regolamento che risale al 1928, 16 febbraio 1928, e poi ci sono le determinazioni esecutive dell’8 giugno 1929, Art. 74: "I prodotti, i rifiuti che abbiano le proprietà tossiche e caustiche specie sullo stato liquido o facilmente solubili o volatili, devono essere custoditi in recipienti a tenuta e muniti di buona chiusura, l’importante è la scritta veleno e il segno del teschio", cioè assolutamente non si possono abbandonare, non si possono interrare, non si possono trasportare; sono stati trasportati senza cautele e avanti di questo passo. Comune di Mira, regolamento del 1954: "E’ vietato spargere o accumulare sul suolo pubblico qualsiasi materiale di rifiuto lurido o nocivo", Art. 50: "I depositi di immondizie, in particolare i prodotti chimici che vengano lasciati potranno – ecco la norma – farsi soltanto in luoghi determinati dalle autorità comunali, sentito l’ufficiale sanitario e sempre a distanza di almeno metri 500 da abitato o agglomerato e a metri 200 da un’abitazione". Art. 1999, "depositi di residui", sentite la norma: "I luoghi di deposito dei residui, i cascami delle industrie nonché gli scoli delle acque industriali – qui proprio non ci si scappa – devono costruirsi opportunamente con materiale impermeabile in modo di evitare qualsiasi inquinamento del sottosuolo". Io penso che esaminando, ripeto, poi depositerò anche un commento più appropriato, più preciso a questa normativa, in modo che uno veda come ad un certo momento effettivamente c’è tutta una normativa puntuale e precisa di tutela. Voglio dire una cosa sola, queste norme vengono poi rafforzate dalla direttiva comunitaria. La direttiva comunitaria, che è la 75/442 del 1975, quindi anche qui sette anni prima del D.P.R. del 1982, diceva così: "Le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente ed in particolare senza creare rischi per l’area, l’acqua, l’aria e il suolo, sono disposizioni che ciascuno Stato deve adottare" e qui c’è un’illustre sentenza purtroppo contro il nostro Stato, della Corte di Giustizia, la quale nel 1997 riconferma l’obbligatorietà per quanto riguarda l’adeguarsi alla disciplina europea. Con questo, la cito perché il fatto di rincarare la dose, sentimento che nell’ambiente europeo è molto più ampio di quello che sia nella nostra mentalità, presupponeva tutta una normativa precedente di cui questa direttiva e questa decisione vengono richiamate al fine di coordinare anche quella che era la normativa europea e dare addirittura una uniformità agli Stati, ripeto, in un elemento che è molto sentito ma che nel richiamo faceva presente l’esistenza già di tutta una serie di disposizioni, norme e regolamenti che tutelavano l’ambiente e soprattutto questo problema dei reflui e dei residui di lavorazione industriale e l’inquinamento appunto del terreno, l’inquinamento del sottosuolo, l’inquinamento delle acque, l’inquinamento atmosferico. Voglio affrontare adesso un punto della decisione, che è molto interessante. Posto che ritengo che su questo argomento leggere le norme sia la cosa più importante, che quelle che io ho citato solo in parte, ripeto, per non tediare il Collegio, mi rifaccio adesso alla sentenza in un punto solo, leggo pochissime righe. La decisione a pagina 514 di prime cure dice così: "Quanto alle attività di gestione di rifiuti svoltesi prima dell’epoca di entrata in vigore del D.P.R. 915/82 vale a richiamare che esse si collocavano in un contesto normativo e culturale di cui è espressione l’Art. 216 Testo Unico delle Leggi Sanitarie. La prescrizione di isolare le lavorazioni insalubri sin però nelle (allora vigenti previsioni di piano): le norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore Generale di Venezia del 1956, che fornivano la seguente indicazione" e qui mette l’Art. 15, cioè questo Art. del 216 che era sul Testo Unico delle Leggi Sanitarie trovò, parafrasando la sentenza, completa attuazione – si noti che qui siamo proprio nel campo mio, diritto amministrativo, puro, pubblico – trovò disattuazione nelle N.D.A. del 1956 e questo Articolo dice così: "Nella zona industriale troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere, esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori". Vi leggo ancora tre righe della sentenza: "Variante Art. 15 N.D.A. del P.R.G. sono state adottate dal Comune di Venezia nel marzo 1990" e quindi dice: "Fino al 1990 vale questo Art. 15 della N.D.A.". Sentite la conclusione: "Coerentemente a tale quadro di riferimento normativo e alle valutazioni tecniche di disciplina correnti tra la fine degli Anni Sessanta e la fine degli Anni Settanta, la pubblica amministrazione ha di fatto consentito che le aree finitime alla zona industriale di Porto Marghera fossero destinate ad attività di gestione di rifiuti... ad attività, scusi, gestione di rifiuti compresa, risultate a rilevante impatto ambientale". Ma, insomma, questo si direbbe proprio uno svarione macroscopico. Vi traduco anche questo, dice. In realtà tutta la mia normativa che ho citato prima va inquadrato, da quello che si capisce qua, in questo Art 216 che vorrei un attimo leggervi. Questo Art., ne leggo poche righe sole, l’Art. 216, vecchio testo Legge Sanitarie, dice così: "Le manifatture o fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possano riuscire in altro modo pericolose alla salute degli abitanti, sono indicate in un elenco diviso in due classi: la prima classe comprende quelle che devono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni; la seconda classe quelle che esigono speciali cautele per l’incolumità del vicinato", cioè alcune le dobbiamo mettere a 500 metri, altre possono stare nel vicinato, ma con alcune cautele. Qui poi c’è tutto l’articolato, c’è anche l’elenco di quali a 500 metri, di quali invece possono stare nel centro abitato con cautele e finisce: "Chiunque intende attivare una fabbrica o manifattura compresa nel sopraindicato elenco, deve, dando avviso per iscritto al Sindaco" e avanti fa tutta la procedura. Che ha fatto questa sentenza? Ha collegato questa norma, che è in materia sanitaria, con il fatto della previsione di piano dell’Art. 15. Ma ci vorrebbe altro che un piano regolatore non prevedesse le zone per il P.E.P., le zone per il P.I.P., le zone per le scuole, le zone pericolose; e lui dice anzi: "Col fatto che ha detto che tutto sommato in quest’area – e qui si capisce che è l’area dei 584, mi sembra, ettari del Petrolchimico – per il fatto che quest’area era prevista dalla N.D.A. come la zona in cui si potesse – qui notate che dire – attivare", cioè costruire, localizzare fabbriche: "Beh, dice, in quest’area si poteva fare tutto". Una conseguenza di questo genere mi sembra aberrante, ma del tutto aberrante. Il fatto che in un carcere ci siano i delinquenti ovviamente non vuol dire che praticamente se in questo carcere ci sono dei delinquenti o i killer, ad un certo momento... va bene, le conseguenze le lascio, non voglio neanche fare la battuta. Voglio dire solamente una cosa, che qui c’è un travisamento completo e totale di interpretazione per le singole norme non solo di quelle che erano le previsioni, ma al problema in cui si è scoperto decine e decine di siti pericolosissimi etc., liquidato come la connessione di queste due disposizioni e addirittura portarne una, quella del Testo Unico sulle Leggi Sanitarie, la quale giustamente prevede tutti questi adempimenti, con il fatto che il Piano Regolatore consentisse in una certa area di costruire, in queste aree di costruire queste fabbriche, motivo per il quale "in fondo che hanno fatto", "che male c’era?", "potevano benissimo comportarsi in questo modo"? Beh, insomma, mi sembra una cosa insostenibile ma a parte dal punto di vista diciamo razionale, ma altamente dal punto di vista giuridico. Su questo punto, poi, ho pensato di fare tutta una serie di considerazioni giuridiche. Andiamo alle testimonianze, sulla realizzazione di discariche prima del D.P.R. 915/82. Bisogna ricordare che alcuni elementi dell’istruttoria dibattimentale hanno consentito di ritenere provata questa realizzazione delle discariche in epoca antecedente al 1982, cioè luoghi, siti in cui realmente è stato usato un comportamento direi criminoso, senza distinzione di tutele, cautele, assolutamente; bisognava smaltire, ecco, questo è il punto, bisognava smaltire questi, che fossero rifiuti tossici lo sappiamo già, non voglio intrattenervi, che fossero altamente nocivi, lo stesso. I quantitativi sono enormi, qui parliamo di anni e anni e anni di lavorazioni; parliamo di siti – scusate un secondo solo – di siti che Lusorio, Brentella, periodo di utilizzo dal 1960 al 1965, discarica San Giuliano, utilizzo come discarica a cielo aperta e interrata, 1965 – 1975, discarica (Pini) periodo di utilizzo Anni Cinquanta e Sessanta, discarica Dogaletto, utilizzata dal 1969 al 1975, discarica 40 ettari, 1965 – 1975, discarica (Sordon), periodo di utilizzo fino agli Anni Ottanta, discarica (Moranzano), 1965 – 1978, discarica ex Rasego, 1980 – 1985, discarica (Ausimont) e sulla discarica Ausimont si potrebbe fare addirittura un poema, 1965 – 1975. Quindi non è che diciamo di, come posso dire, qualche sito, qualche scappatoia, qualcosa che è sfuggito, no? Testimonianza dell’Ispettore Spoladori, udienza 20 settembre 2000. Secondo il teste, alla luce delle indagini volte attraverso anche acquisizione di rilievi aero-fotogrammetrici, le fasi di smaltimento, cioè di inquinamento in poche parole, presero avvio nel 1976. L’Ispettore Spoladori è stato poi sentito all’udienza del 7 novembre 2000, con riferimento in particolare alle discariche poste all’interno dello stabilimento di Porto Marghera, il teste ricorda che la realizzazione della discarica (Ecormed), punto 2 allegato B del capo di imputazione, è stata datata all’inizio del 1976. Per quanto riguarda i comparti 59, punto 21 dell’allegato C del capo di imputazione, e 61, punto 3 dell’allegato B del capo di imputazione, il teste afferma che le operazioni di smaltimento sarebbero terminate intorno agli anni 1979 – 1980 con la messa in funzione dell’inceneritore del T.D.I. "In precedenza i rifiuti prodotti venivano smaltiti – parole del teste – in modo illecito". Sempre con riferimento ai comparti 59 e 61, nonché al comparto 60, punto 21 dell’allegato C del capo di imputazione, nella relazione depositata all’udienza del 13 dicembre 2000, l’Ispettore Spoladori precisa che questi furono destinatari del deposito dei rifiuti a partire dalla metà degli Anni Sessanta. Anni e anni e anni di inquinamento. Per quanto riguarda la discarica Ausimont, eccola qui, punto 17 allegato B del capo di imputazione, il teste ricorda, cito le sue parole: "Tra gli anni 1965 e 1975 Montedison ha portato rifiuti provenienti dalla produzione dell’acetilene e dell’acido floridrico", tale dato è confermato anche dalla sua relazione depositata il 13 dicembre 2000. In ordine infine al reato di discariche, il teste osserva che gli sversamenti di rifiuti avvennero dal momento dell’avvio degli impianti di produzione da cui si originarono appunto i rifiuti da smaltire al momento di chiusura dell’impianto di produzione e di avvio degli inceneritori, parliamo fino al 1990. Sempre nel corso della deposizione, passando ad analizzare le discariche realizzate all’esterno dello stabilimento, adesso parliamo di quelle all’esterno, teste sempre Spoladori ricorda che, l’Ispettore Spoladori, che la discarica Dogaletto, punto 11 allegato B del capo di imputazione – io sono un po’ noioso, scusate, ma questi sono elementi che devo assolutamente farvi presenti – è stata utilizzata dal 1965 a metà Anni Settanta per scaricare i rifiuti Montedison. Tale circostanza è confermata anche dalla relazione depositata all’udienza del 13 dicembre 2000. Per quanto poi riguarda la discarica sita nella zona di Malpaga, punto 18 allegato B del capo di imputazione, il teste rammenta che tra gli Anni Settanta e Ottanta venne utilizzata per lo smaltimento dei rifiuti industriali, anche questo lo comprova con la relazione depositata il 13 dicembre 2000. Discarica San Giuliano, punto 9 allegato B capo di imputazione, secondo quanto emerge dalla relazione depositato anche qui all’udienza del 13 dicembre 2000, risulta essere stata utilizzata fino alla metà degli Anni Settanta per lo sversamento di rifiuti industriali, addirittura liquidi. La discarica Pini, punto 10 allegato B, risulta invece essere stata utilizzata agli Anni Cinquanta e Sessanta per il deposito di rifiuti. Discarica 47, punto 12 allegato B del capo di imputazione, colmata, venne colmata dal 1965 al 1975 da Montedison con rifiuti dell’industria chimica, parole di Spoladori: "Mediante apporto di residui della produzione dell’acetilene, del calcio ciannammide, dell’acido floridrico, quali nero fumo, calce spenta, gessi mescolati a ceneri di pirite", relazione 13 dicembre 2000. Discarica Moranzani, punto 15 B del capo di imputazione, ricordiamo che è all’esame di una nota di provenienza di Montedison, nota che proviene questa qua dagli imputati, contenuta nel falcone 39, si rileva tra l’altro che i residui solidi della combustione da forno, venivano ogni mese trasportati con autocarro per essere poi interrati nella predetta discarica, la Moranzani. Agli atti, in particolare nel falcone 44, vi è poi documentazione che testimonia lo scarico dei rifiuti della discarica Moranzani. Ricordiamo ad esempio la scrittura privata tra Montedison e l’impresa Quartiero Fratelli Oriago di Mira, avente ad oggetto tra l’altro il carico e il trasporto di ceneri di pirite dalla discarica Moranzani. Tale scrittura privata aveva validità fino alla data presunta, la data presunta di fine dei lavori, cioè fino al 29 febbraio 1976. Agli atti inoltre si rinvia per un ordine di lavoro della Montedison datato 6 novembre 1979 per la rimozione delle peci, ordine di lavoro che individua nella ditta Micheletto l’esecutore; esecutore che doveva prendere questi residui e portarli, interrarli. Comunicazione interna 5 novembre 1979, si fa presente che il giorno 7 novembre 1979 la ditta Micheletto avrebbe iniziato caricamento e trasporto di rifiuti da scaricare nella Moranzani. Vi è inoltre un’altra autorizzazione all’esecuzione dei lavori, 5 novembre 1979, avente ad oggetto il trasporto in discarica di peci con tracce di polveri di socianato. Nel predetto faldone poi si rinvengono numerosi programmi di lavoro Montedison nel mese di novembre 1979 in ordine allo spendimento da parte detta Micheletto di terra, sopra le peci dei reparti, sempre in questa discarica Moranzani. Cioè dire come fa la dizione prime cure che se la cava con una connessione di due norme, come dicevamo prima, poi dice il comportamento era quello normale, c’è un parametro di riferimento. Qual è? Tutti facevano così? Sempre per quanto riguarda la discarica Moranzani, noi vediamo che nell’ambito della relazione trattamento e fumenti rifiuti solidi, dell’ingegner Giovanni Zanco, datata 31 gennaio 1973 per la Montecatini Edison S.p.A., viene presa in considerazione la situazione di uno stabilimento in Porto Marghera, con particolare riferimento in questa relazione ai rifiuti prodotti periodicamente dai singoli reparti e i relativi siti di smaltimento, faldone 44. Nell’ambito di gruppo, del gruppo di produzione polivinilici e precisamente per quanto riguarda i reparti CV4, 14, 16, 24 e 25, si legge che lo smaltimento di fanghi di flocculazione avveniva appunto a Moranzano a mezzo di tubazione per i reparti 24 e 25. Nell’ambito del gruppo di produzione Tolendi, socianati, cianuri e acetati, precisamente per quanto riguarda il reparto TD5, le peci nere venivano smaltite tramite accumulo in zona est del reparto T.D.I. Leggo alcuni punti, Presidente e Collegio, di questa relazione di questo Giovanni Zanco, che lui non la fa certo per il Tribunale, ma nella sua relazione agli organi Montedison imputati dice: "Ecco, si fa così, così, così e così". Nell’ambito del gruppo servizio ausiliario della produzione e precisamente, ho quasi finito su questo punto, e precisamente per quanto riguarda il reparto SA9, i fanghi dello scarico del flocculatore vengono smaltiti seppure eccezionalmente a Moranzano, dove vengono smaltiti. Analizzando poi il progetto generale degli interventi di arresto e inversione del degrado dalla laguna, elaborato dal Magistrato alle acque di Venezia, faldone 39, si osserva come lo stesso prenda in esame, alla luce della documentazione esistente presso le autorità pubbliche, giudiziarie e amministrative, alcune delle discariche oggetto di imputazione in questo processo, che sono esattamente quelle che vi ho citato e che non tornerò a citare più. Ancora un momento. Questo diciamo è prima 1982. La sentenza poi fa un altro colpo di mano e dice: beh, prima 1982 non c’erano in fondo norme, si faceva così, c’era un po’ questo problema di interpretazione che in fondo nelle N.T.A. era previsto questo sito diciamo in cui si poteva sì produrre e ovviamente conseguenza di questa produzione erano anche i residui della lavorazione, ma era previsto e avanti di questo passo. Però altro grosso problema, dopo l’82 dice, ma la sentenza è molto chiara, ho letto il punto: non è stato fatto nessun comportamento lesivo, né delle norme ambientali, né delle norme penali e perché prendersela con queste care persone? Nessun motivo. Anche perché, discariche? Ma neanche per idea, non c’erano, sarà stata qualche disattenzione. E allora, anche qua, bisogna che ci rifacciamo, dopo l’82, a testimonianze ben chiare. Voglio dire di più. Il lavoro che ho fatto, non lo dico perché cicero prodromo sum, ma che ha fatto il settore "ecologia" della Provincia di Venezia è stato un lavoro puntuale di ricostruzione. L’Ispettore, questo Ispettore Spoladori come Ente Pubblico ha potuto vedere questo materiale, andare a fondo e ovviamente il suo lavoro è nelle mani del Pubblico Ministero, ma poi nella testimonianza ha riconfermato, udienza 20 settembre 2000, che le indagini svolte in ordine alle discariche – parliamo adesso dopo 1982 – quando dopo 82 non ci sarebbe stato niente che possa assimilarsi ad inquinamento, interramento, scarico di reflui, non ci sarebbe, decisione... Spoladori dice invece: "Nella zona che ricomprende anche le zone 31 e 32, cosiddetta Catanda, punto 1 dell’allegato B del capo di imputazione, illustra quanto emergeva dal rilievo dei rilievi aero-fotogrammetrici acquisiti ed in particolare questi dimostrano come l’area da zona agricola successivamente sia stata riempita con rifiuti per procedere all’intorno dell’anno 1987, quindi cinque anni dopo, ad una messa in sicurezza e ripristino che si andava a concludere nel 1991 e cioè dice dal 1982 fino al 1987 disastro, 1987 – 1991 si comincia a mettere la testa a posto e a fare qualche cosa per la messa in sicurezza. A comprova di ciò, il teste fa riferimento a fatture afferenti a lavori di quest’area, fatture che risalgono agli Anni 1988 e 1989 e che furono sequestrate dalla Guardia di Finanza. Nel corso della deposizione resa qui in udienza, il teste ritorna a parlare della discarica sita nelle isole 31 e 32 per chiarire appunto che quest’area all’origine era agricola; successivamente, dopo il prelievo di materiale vegetale, la stessa venne riempita con rifiuti provenienti da impianti chimici che sono stati indicati nel capo di imputazione e il teste conclude sul punto rilevando che, frase sua: "Le fasi sono terminate nel 1989 a seguito sequestro da parte della Guardia di Finanza della fatturazione relativa ai lavori in tale area per la ricomposizione dell’area stessa". Qui abbiamo la prova provata di quanto sostenuto da questa Parte Civile e dall’Amministrazione Provinciale, da questo settore. Alla luce di tali elementi è possibile dunque rilevare che la condotta di realizzazione e gestione delle discariche, quanto meno per quanto riguarda l’area di Catanda, si protrasse anche dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 915/82. Dall’esame della deposizione del teste si può inoltre considerare che nel Catanda, dopo la fase di deposito dei rifiuti, che si protrasse fino al 1987 – 1989, qui l’89 è il sequestro da parte della Guardia di Finanza della documentazione e qui si fermano, è chiaro, la Guardia di Finanza adesso c’ha la verifica etc. Dopo l’89 si progetta una messa in sicurezza dell’area, dopo il 1990 dico io. Sotto questo profilo occorre considerare che il reato di gestione di discarica non autorizzata si configura nella organizzazione articolata e rudimentale di persone, cose o macchine, diretta al funzionamento della discarica. Il funzionamento della discarica però non si limita alla fase di conferimenti dei rifiuti, atteso... perché qui io credo che il grosso problema che non è stato esaminato è le conseguenze; quando si parla di discarica, chissà, forse nella mentalità comune ognuno pensa all’abbandono di cose che in un certo qual senso trovano poi una loro soluzione, un loro... mah. Ma qui invece il discorso è molto grosso e consentitemi che vado a fondo un attimo. Voglio proprio dire questo, il funzionamento della discarica non si limita alla fase di conferimenti dei rifiuti. L’ordinamento, infatti, prevede in disciplina anche la fase successiva alla cessazione del conferimento di rifiuti, intendendo dunque ricomprendere ogni effetto anche a questa specifica fase nell’ambito della gestione e dunque del funzionamento della discarica ed invero nel concetto di gestione del rifiuto si deve considerare non solo la raccolta, il trasporto, lo smaltimento dello stesso, ma anche e soprattutto il controllo di questa operazione, nonché il controllo delle discariche dopo la chiusura. Basta vedere a questo appunto è una norma che cito, Art. 6 primo comma lettera D, Decreto Legislativo 22/97, alias ritenuto e chiamato come Ronchi. In altri termini, è indubbio che la gestione disciplinata di rifiuti in discarica non cessi con la fine dei conferimenti ma continui, nell’ottica di garantire l’ambiente da possibili inquinamenti anche successivi. Non a caso, anche prima del Decreto Legislativo 22/97, quindi quando era ancora in vigore ancora il 915 del 1982, abrogato dal 22/97, l’autorizzazione allo smaltimento in discarica prevedeva tra l’altro, ecco la norma, le modalità, le cautele da osservare per l’esercizio della discarica controllata anche dopo la sua chiusura, le modalità di ricopertura delle discariche esaurite, le possibili destinazioni delle aree dopo l’esaurimento e la ricopertura delle discariche, l’intervento di tempo minimo intercorrente tra la copertura della discarica e il riutilizzo delle aree da esso interessate, Art. 16 D.P.R. Mentre all’Art. 28 primo comma lettera G, Decreto Legislativo sempre 22/97 richiede che l’autorizzazione individui le prescrizioni per le operazioni di messa in sicurezza della chiusura dell’impianto e ripristino del sito. In ultima analisi, la cessazione del conferimento di rifiuti non fa venir meno la necessaria organizzazione che il soggetto, in base all’autorizzazione amministrativa, deve garantire per la gestione a norma della discarica, tant’è che la violazione delle prescrizioni e delle autorizzazioni, ivi comprese dunque quelle afferenti la gestione e successivi conferimenti, sono sanzionate dall’ordinamento all’Art. 26 della 915/82 , ora 51 quarto comma della 22/97. Occorre a questo punto chiedersi se, qualora invece l’autorizzazione non sia mai stata conseguita, come nel caso in specie, in ordine alla fase di conferimento di rifiuti in discarica, sia possibile ritenere che il gestore della stessa, nel momento in cui svolga anche solo operazioni attinenti alla fase successiva alla cessazione dei conferimenti, si possa considerare del tutto svincolata da queste previsioni di legge, da queste autorizzazioni e dai controlli previsti dalla legge. A nostro avviso questo è facilmente comprensibile come non sia assolutamente ammissibile e corretto, posto che in questo caso il controllo preventivo dell’autorizzazione e successivo dell’autorità pubblica garantisse che non vi siano rischi di diffusione degli inquinanti, che non è un rischio da poco. Mi ricordo qui solamente una grossissima causa al Tribunale amministrativo, al Consiglio di Stato, che riguardava le famose bettoline che trasportano diciamo i reflui delle case, dove si sosteneva che con una certa operazione in realtà si poteva garantire l’incolumità dell’operazione. Ma è stato provato, viceversa, che proprio questo metodo di prendere da casa in casa, da edifici, nella stessa bettolina, la quale non sia e lavata e addirittura a rendere chimicamente etc., addirittura opera in questo la diffusione del contagio, di quello che è il danno, di quella che potrebbe essere la malattia, di quello che potrebbe essere comunque l’agente perturbatore. Quindi non è una cosa da poco questa di mettere in sicurezza la discarica con gli adempimenti post, non è una cosa da poco. Da qui, ecco la novità, la sentenza mirata ad assolvere tutti gli imputati nel merito dalle contestazioni. Da ultimo voglio ricordare che il teste Spoladori, risentito all’udienza del 7 novembre 2000, disse in tale deposizione che lo sversamento di rifiuti avvenne dall’inizio dell’avvio degli impianti di produzione fino a quando non iniziarono ad essere attivi gli inceneritori relativi ai rifiuti prodotti dai singoli reparti. In particolare, il teste riferisce la data dell’avvio dei vari impianti di incenerimento tra i quali vi è quello relativo alla produzione del toluendissocianato, che prese il via solamente nel 1990. Solo in questa data infatti il forno poteva trattare le peci solide cristalline derivanti dalla produzione sopra indicata, il che ci dice che dal 1982 al 1990 anche post tutte queste tonnellate di rifiuti trovarono la soluzione che noi ben sappiamo. Ulteriori elementi di interesse provengono anche da un altro teste che desidero illustrare, testimonianza dell’ingengner Giampietro Gavagnin, dipendente del gruppo Montedison, quindi diciamo la talpa potremmo definirla, testimonianza resa all’udienza 16 marzo 2001. In particolare questi si soffermano sulle aree del Catanda, che secondo il Tribunale verrebbe chiusa come discarica nel 1983, e questo è il motivo per cui poi li assolve. Sentite cosa dice Gavagnin: "Il Catanda era il luogo storicamente di deposizione di tutti i reflui, oltre che diciamo materiale imbonimento anche di tutti i reflui liquidi che non potevano essere comunque trattati, per esempio nell’impianto biologico in quanto non compatibili con il biologico. Di fatto il Catanda io me lo ricordo ancora – cito le sue parole – appena arrivato in fabbrica"... scusate, perché qui la frase è talmente chiara che va detta come la dice lui: "Di fatto il Catanda, io me lo ricordo ancora appena arrivato in fabbrica, come un vasto stagno con nel fondo le colonne, le torbidi reazioni degli impianti, cioè vedeva queste colonne di acqua che erano frutto delle torbide reazioni degli impianti; il Catanga è stato poi progressivamente imbonito sia con materiali vari di risulta e di scavi, che con ceneri di carbone provenienti dal... Questo è uno che ha vissuto questa storia e che era presente. Sempre nella medesima udienza il teste riferisce che nell’area 32 facente parte del sito discarica indicato al punto 1 allegato B del capo di imputazione, consulto appunto il famoso Catanda, vi erano due persone non dipendenti della Montedison che con delle bonzette, contenitori di piccoli automezzi, scaricavano acque amminiche e questo avveniva non solo fino a quando entrò in funzione il forno (Pigodi), ma anche successivamente, sia pure con meno frequenza, ovvero tutte le volte e per tutto il periodo in cui il forno non poteva funzionare e, se non vado errato, mi pare che il forno abbia cominciato a funzionare dal 1990. Anche in questo caso il Tribunale non considera affatto tale parte di testimonianza, richiamando per converso, quando ciò conviene, fonti di prova che ad una più attenta lettura portano ad esiti interpretativi del tutto diversi. Io avrei finito il mio compito per quanto riguarda il problema discariche. Vorrei dire due parole sulla titolarità di danno ambientale, un piccolo problemino che ogni tanto sorge con l’Avvocatura di Stato, ma che mi pare sia molto giusto mettere in luce e che riguarda la titolarità. L’amministrazione con la Legge 142 del 1990 è titolare in primis di un diritto e di un dovere in merito all’ambiente. Devo dire queste due parole perché, pur confortato dalla decisione del Giudice Marchiori, da tantissime decisioni dei Giudici Monocratici, sussiste ancora qualche dubbio nel mio collega. La disposizione di cui all’Art. 18 della Legge 349/86, lettera alla luce di quanto previsto dal dettato, porta ad affermare la titolarità ad esaurimento del danno ambientale anche in favore della Parte Civile - Provincia di Venezia. Sono significative le previsioni di cui agli Artt. 5, 114 comma uno e due, 117 comma tre, laddove individuano quale materia di legislazione concorrente, la tutela della salute, il governo del territorio, la lavorazione dei beni ambientali, 119 e 119 Costituzione. La tutela ambientale non può essere considerata materia in senso tecnico circoscritta e delimitata, rispetto alla quale si possa individuare una rigorosa competenza legislativa statale, quanto piuttosto un valore trasversale in relazione alle quali sono presenti competenze diverse e anche locali, spettando – e qui cito la Corte Costituzionale allo Stato – Corte Costituzionale 26 luglio 2002, 407, dopo questa decisione dire che solo il danno ambientale spetta allo Stato è inammissibile, ma è necessaria questa mia precisazione: spettando allo stato solo determinazioni che rispondano ad esigenze in materia di disciplina uniformi all’interno del territorio nazionale e non tanto per quanto riguarda anche gli aspetti territoriali e locali. In particolare si consideri come in seguito alla modifica del Titolo V della Costituzione riguardo alla riproduzione dell’ambiente, l’orientamento interpretativo dominante è che la legittimazione ad agire per il procedimento del danno ambientale spetta allo Stato in via non esclusiva, in considerazione della natura stessa dell’ambiente che, come accennato, non consente di riferire la titolarità unicamente allo Stato. Peraltro, se lo Stato fosse titolare di un diritto soggettivo pubblico esclusivo sul bene ambiente, sarebbe incomprensibile l’attribuzione agli Enti Locali della legittimazione all’esercizio dell’azione risarcitoria prevista dal medesimo Art. 18. D’altro canto, se si riservasse al solo Stato il diritto al risarcimento, l’Ente Territoriale minore sarebbe non solo fortemente disincentivato a promuovere le azioni risarcitorie, ma non avrebbe neppure senso, perché l’avvenuto risarcimento in favore esclusivamente dello Stato non garantirebbe ex se sia che le somme disposte fossero destinate effettivamente di quanto già oggetto di lesione ambientale, sia che venissero tutelate le comunità locali. Tuttavia non può non considerarsi che gli enti territoriali sono comunque tenuti, in esecuzione dei loro compiti istituzionali, a sostenere immediatamente una serie di costi e di conseguenza del degrado ambientale prodotto dal fatto dannoso e la Cassazione penale 31 luglio 1990, Sezione Terza, esattamente dice che è fondato il rimborso dal danno ambientale agli Enti Locali. Tralascio tutta una serie di diciamo disquisizioni, che però nella mia memoria sarei molto felice che qualcuno le approfondisse e leggesse, e vado alla Corte Costituzionale 30 dicembre 1987, 641: la legittimazione ad agiare che è stata attribuita allo Stato e agli Enti Locali, non trova fondamento nel fatto che essi hanno affrontato spese, neppure quello è il fondamento o danno, ma nel fatto che abbiano... neanche, dice, che abbiano subito una perdita economica, ma nella loro funzione a tutela della collettività e delle comunità nel proprio ambito territoriale e degli interessi all’equilibrio ecologico, biologico, sociologico del territorio, che ad essi fanno capo. C’è dunque una concorrente in situazione ad agire, che per quanto riguarda gli Enti come la Provincia ha probabilmente quello che la condotta lesiva del bene ambiente deve avere interessato il proprio territorio, come è il nostro caso. Inoltre, l’attuale formulazione dei primi due commi dell’Art. 114 della Costituzione preclude ogni subordinazione degli Enti Locali nei confronti dello Stato, essendo tanto i primi quanto il secondo entità tutte costitutive della Repubblica e significativamente in piena lesione del principio di sussidiarietà nell’indicazione di detti soggetti costitutivi un’unica Repubblica e di cui al primo comma dell’Art. 114, parte dai Comuni, passa dagli Enti Locali e si conclude con lo Stato. Una diversa interpretazione, del resto, costituirebbe un passo indietro rispetto ad un passaggio in cui la giurisprudenza aveva ammesso la legittimazione degli Enti locali, già prima di questa titolazione del 114, già prima di questa Corte Costituzionale, per esempio che ho citato Sezioni Unite Penali 21 aprile 1979. Il danno ambiente è dunque da intendersi come un danno di un bene unitario appartenente alla collettività e di carattere dichiaratamente pubblico. Si aggiunge che nell’ordinamento giuridico la protezione dell’ambiente, bene che assurge a valore primario e assoluto, è imposta proprio dal precetto costituzionale, Artt. 2, 3, 9, 32, 41, 42, mentre l’Art. 18 della Legge 349/86 può considerarsi solo come funzione ricognitiva. Pertanto la configurabilità dell’ambiente come bene giuridico e il diritto al pieno risarcimento del danno per la sua lesione in capo agli Enti Pubblici territoriali trova la sua fonte genetica non tanto nella Legge 349/86, bensì nella stessa Carta Costituzionale e qui, tra le varie, cito l’ultima Cassazione 1.087, recentissima. Vado alle conclusioni per la Parte Civile - Provincia di Venezia. Le conclusioni, Presidente, se vuole le do per lette o se vuole le leggo.

 

PRESIDENTE – Tutti le hanno date per lette e sono state allegate.

 

PARTE CIVILE – Avv. Chinaglia – Ecco, benissimo. Allora voglio citare solo due punti e dopo le do tutte per lette, perché sono un po’ articolate. "Voglia l’Illustrissima Corte d’Appello, in riforma integrale della sentenza del Tribunale, condannare ciascuno degli imputati, specificatamente indicati nel capo di imputazione, condannare in solido gli imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., Montefibre, Eni, Enichem etc., condannare al solido tra loro gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno che questa amministrazione ha calcolato – e ci tengo a dire in misura equa, non ha fatto speculazioni, ma è un danno che vedrà verificato nei sui minimi puntuali elementi – che sono 3 milioni e 862.665 euro.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 12.40.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.00.

 

PRESIDENTE – A lei, professore.

 

PARTE CIVILE – Avv. Gallo – Signor Presidente, ho già preannunciato che il mio sarà un intervento conciso, breve e ritengo che promissio boni viri, mi illudo di essere un discreto vir, sia obbligatio. Pertanto dico subito che concentrerò il mio discorso, il mio dire, il mio intervento, su un tema centrale, fondamentale di questo processo, che è quello del rapporto di causalità, o meglio dei criteri di accertamento sul rapporto di causalità che, come dimostra anche un provvedimento che le loro eccellenze hanno avuto occasione di emanare nel corso di questa udienza, rappresenta uno degli argomenti importanti intorno ai quali ruota tutta la problematica che qui si discute. Mi occuperò anche e brevemente di alcuni profili della colpa, con particolare riferimento alla colpa specifica e alla rilevanza che il criterio di prevedibilità o rappresentabilità, come preferisco dire, gioca, svolge in tema di colpa specifica. Due parole, finalmente, sulla fattispecie nascente dall’incontro dell’Art. 449 del Codice Penale con l’Art. 422, la questione della cosiddetta "strage colposa" e comincio subito dalla materia concernente i modi, i criteri di accertamento nel rapporto causale. Insisterò molto, eccellenze della Corte, su questo profilo di accertamento perché sono profondamente convinto che i fatti giuridicamente rilevanti posseggono una loro pregnanza, una loro capacità di fungere da criteri sotto i quali vanno sussunti gli episodi concreti, i fatti storicamente verificatisi, nella misura in cui ciò che essi esprimono sia suscettibile di una concreta verifica probatoria. Non arrivo alla posizione del primo (kelsen), quello di aut-probleme, dei problemi fondamentali dello stato della norma giuridica, che sosteneva direttamente che elementi costitutivi di una norma, di una fattispecie di norma giuridica non fossero tanto i fatti espressamente declinati dalla dizione legislativa o normativa che fosse, ma ciò che potesse essere realmente provato. Non arrivo a questo, però non posso negare che il modo e soprattutto la possibilità di accertamento concreto, pragmatico, della verificazione o meno di un fatto giuridicamente rilevante, svolge un ruolo assolutamente importante nella nostra esperienza giuridica, altrimenti rischiamo, e questo lo dico per il legislatore, lo dico per chi fa professione di cultore del diritto come docente e lo dico per loro, signori Giudici, in quanto soggetti qui vorrei dire passivi di una cattiva metodologia, rischiamo di costruire delle norme le quali possono funzionare magnificamente nero su bianco, ma poi risultano alla prassi impraticabili, insuscettibili come sono di una verifica concreta. E vengo allora a quello che ho detto, il tema dell’accertamento del nesso causale rilevante in diritto penale; dico in diritto penale, perché di questo ci stiamo oggi occupando, ma sono profondamente convinto che quello che vale per il diritto penale vale anche per tutta la materia dei fatti illeciti così come sono regolati, disciplinati dal Codice Civile, stante le norme di collegamento tra Codice di Procedura Penale e Codice Civile e di Procedura Civile, che sono norme che hanno una loro fondatezza e una loro lucidità che risale niente di meno che ad uno dei maggiori, per me forse il maggiore giurista del primo ‘900 italiano, cioè Ludovico Mortara. Ma, detto questo, su che cosa si impernia la discussione che oggi ci riguarda? Prendiamo le mosse da quello che è il primo comma dell’Art. 40 del Codice Penale, a mente del quale nessuno può essere ritenuto responsabile se l’evento dannoso o pericoloso proibito dalla legge non è conseguenza dell’azione od omissione. Tralascio per il momento la parificazione che in questo primo comma parrebbe fatta tra causazione tra condotta attiva ed evento e condotta omissiva ed evento. Mi limito ad evidenziare immediatamente la necessità che il legislatore pone di questo collegamento; collegamento che è stato letto in due fondamentali maniere e qui ovviamente mi limite ad esemplificare in modo rozzo, ma so che parlo a giuristi che hanno una conoscenza profonda della materia che stiamo trattando e che quindi possono subito riandare ai risvolti, alle pieghe, alle diramazioni, alle ramificazioni di quelli che sono i due modi centrali con cui la materia è stata intesa: conseguenza della condotta attiva od omissiva. Qui nasce la prima fondamentale opzione che si è posta al lettore di questo e di consimili testi, proposizioni normative facenti parte appunto della codificazione di questo o di quel Paese continentale. È un processo causale puramente e semplicemente accertabile attraverso quelle che sono regole logico – scientifiche o è un processo causale, un nesso, che deve tenere principalmente conto della ratio che lo sottende, che ne sottende più esattamente la previsione, cioè permettere un’imputazione di un evento ad un determinato soggetto in modo da corrispondere a quelle che sono le esigenze della ordinaria, corretta conduzione del magistero penale. Su questa via, abbiamo avuto da un lato, nel secondo senso dell’alternativa, la teoria della causalità adeguata; teoria che, muovendo dalla premessa che la condotta dovesse costituire un precedente necessario del risultato, aggiungeva però in via logica, perché non risultante dal testo, una connotazione imperniata sulla adeguatezza esistente tra condizionante e condizionato. In ultima analisi, si esigeva la proporzione o si esige, alla stregua di questo ordine di idee, la proporzione tra ciò che è l’antecedente che funziona da condizionante e l’evento che funziona da condizionato. Proporzione, proporzione la quale però, oltre a non trovare un riscontro nel dettato normativo in cui come abbiamo visto dal primo comma dell’Art. 40 non risulta minimamente, va incontro anche a notevoli difficoltà applicative, anzi impossibilità applicative. Per esempio, e ciò è contrastato e giustamente da tutta la giurisprudenza loro e della Corte di legittimità più recente, per esempio in base alla proporzione si dovrebbe negare che vi sia interruzione del rapporto causale quando l’evento, sia pure anticipato rispetto a quello che sarebbe stato in base e in conseguenza di una certa condotta umana, si sarebbe ugualmente verificato e si sarebbe verificato senza un divario temporale apprezzabile. Così il caso di scuola, ripetuto tante e tante volte, del padre che qualche secondo prima dell’uccisione, nei Paesi in cui malauguratamente vige ancora la condanna a morte, giustizia, assassina l’omicida del figlio; si dice in questo caso la proporzione non viene meno, perché comunque l’evento si sarebbe verificato ugualmente, conclusione che – ripeto – la nostra giurisprudenza contrasta nel modo più fermo e dice che malgrado non vi sia sproporzione tra ciò che si è effettivamente verificato e quello che si sarebbe verificato senza l’azione del soggetto agente, malgrado questa sproporzione, il rapporto di causalità esiste, esiste perché ciò che conta è che è stato anticipato il risultato rispetto a quello che sarebbe stato il complesso di connotazioni giuridicamente rilevanti dell’evento prodotto, evento prodotto che va considerato alla stregua di tutte le modalità anche cronologiche che lo contraddistinguono. Dunque il criterio di lettura della relazione causale tra condotta antecedente ed evento, basato sulla cosiddetta causalità adeguata, che pure ha delle tradizioni illustri, si può considerare oggi come oggi scartato dalla nostra prevalente giurisprudenza, che è concorde nell’affermare che il nostro legislatore si è basato sul criterio cosiddetto della conditio sine qua non; criterio della conditio sine qua non che in parte è comune anche alla teorica della causalità adeguata, ma che si limita puramente e semplicemente all’affermazione che il nesso rilevante va accertato e quindi affermato tutte le volte che, compiuta quell’operazione mentale di esclusione dell’antecedente, cade anche l’evento che se ne deve considerare conseguenza, a norma appunto del primo comma dell’Art. 40; dove, eccellenze della Corte, è importante rilevare che almeno formalmente, vedremo poi che sotto pelle questa idea continua ad esercitare una certa influenza, almeno formalmente non si richiede la spiegazione del perché ad A succeda B, ma ci si limiti a constatare una successione, la necessità di una successione regolare tra A e B, sì che, eliminato A, anche B venga a causare. Dunque nesso di condizionalità rigida che viene completato da alcune osservazioni, alcuni corollari che fanno capo alla tassatività della norma penale, al suo carattere di determinatezza e qualcuno afferma anche alla natura personale della responsabilità penale, già presente nel nostro sistema penale prima della Costituzione, ma oggi solennemente proclamata dalla Carta Costituzionale. Dunque, tutte le volte in cui questa successione non può essere acclarata perché all’operazione di eliminazione mentale dell’antecedente non si può dire che subentri l’eliminazione dell’evento, cioè di ciò che è dato successivo all’antecedente condotta umana, tutte le volte che questo accade, si dice: dobbiamo escludere il rapporto causale; rapporto causale che, incominciamo ad osservare, si afferma in una dizione dell’Art. 40 e per quanto interessa le nostre particolari esigenze di giuristi, di cultori della legge, di persone che fanno il mestiere delle leggi, dovrebbe realizzarsi tale relazione tra la condotta e l’evento. In realtà questa è una finzione. Sappiamo tutti, e questo vale anche se non se ne traggono tutte le dovute conseguenze, che la causa non è mai soltanto la condotta umana. Vedremo che questo rileva moltissimo proprio sul piano dei profili di accertamento del nesso causale. La condotta umana può essere soltanto una condizione necessaria. La sufficienza alla produzione di un certo risultato si ricava e si ottiene attraverso tutto un coacervo di elementi che concorrono alla produzione dell’evento; anche nel caso in cui il rapporto può sembrare più rozzo, più brutale, come può essere quello del colpo di accetta che spacca la testa o del colpo di pistola che raggiunge il cuore, in realtà tra la condotta umana e il risultato si interpone tutta una serie di eventi successivi, ciascuno dei quali, se venisse meno, verrebbe a far cadere l’evento successivo. Quindi la condotta umana è una delle condizioni, condizione che ha il predicato della necessarietà, ma non quello della sufficienza, che appartiene all’insieme delle condizioni. Va da sé che ogni settore di ricerca o di conoscenza umana, proprio per i motivi pratici che lo ispirano, elegge come causa quella particolare condizione che più interessa il settore stesso. Nel caso nostro, e soprattutto in diritto penale, ci muoviamo prevalentemente facendo riferimento alla condotta umana. Quindi condotta umana eliminata la quale verrebbe etc. etc. Allora bisogna chiedersi se questo criterio di rigido condizionamento sine qua non sia quello seguito dal nostro sistema normativo. Abbiaom una prima norma che molto lucidamente e molto chiaramente pone in risalto una sorta di allontanamento dalla pura e semplice applicazione della condizionalità sine qua non; anzi, che conduce a risultati che sono contrari ad un accertato rapporto di condizione sine qua non. È la norma del secondo comma dell’Art. 41 del Codice Penale, che dispone che le cause successive che sono state, mi permetto di sottolineare che non si parla puramente e semplicemente di cause da sole sufficienti a cagionare l’evento, ma si afferma che sono state sufficienti da sole a cagionare l’evento, interrompe, esclude il rapporto di causalità rispetto alla condotta umana, tra condotta umana ed evento. Perché questa norma è particolarmente significativa, nel senso che segna un allontanamento da quelli che sarebbero gli effetti e le conseguenze dell’applicazione di un criterio di rigida condizionalità sine qua non? Perché questa norma si applica in fattispecie che sono segnate proprio dalla constatazione che la condotta umana rappresenta una conditio sine qua non dell’evento; però, se sopravviene una di quelle cause che il legislatore dice essere state da sole sufficienti a determinare l’evento, il rapporto causale è interrotto. So benissimo, eccellenze della Corte, che la lettera della legge parrebbe contraria all’affermazione che or ora ho fatto, perché quando si parla di cause che sono state da sole sufficienti a determinare cause sopravvenute, che sono state da sole sufficienti a determinare l’evento, evidentemente si profila alla lettera una serie causale del tutto autonoma, che non ha nulla a che fare con la condotta del prevenuto, condotta che per il momento possiamo considerare tanto attiva che omissiva. Le cause infatti sopravvenute possono essere considerate tali da essere state da sole sufficienti etc. etc., quando fanno parte di una serie causale completamente distinta da quella messa in atto dalla condotta del soggetto cui è mossa una certa imputazione. Però viene subito da osservare che, se dovessimo dare questa interpretazione, il capoverso dell’Art. 41 sarebbe assolutamente inutile, sarebbe assolutamente superfluo, perché in casi del genere non c’è dubbio che la condotta del soggetto agente non potrebbe mai essere riportata a quella previsione che è fatta dal primo comma dell’Art. 40. Ci troveremmo di fronte ad una serie causale che non ha nulla a che fare con questa condotta e che quindi interrompe, taglia quella che sarebbe la relazione causale tra la condotta umana e l’evento. Immaginiamo Tizio che propini a Caio un veleno ad azione molto, molto, molto lenta, che si svilupperà da lì a qualche ora e ben prima che l’azione del tossico incominci a svilupparsi, per un crollo dell’edificio in cui Tizio si trova, questi viene a morire. È chiaro che abbiamo una causa sopravvenuta, causa sopravvenuta che è stata la sola sufficiente a determinare l’evento, ma si tratta ovviamente di un falso problema, che non avrebbe sollevato nessuna difficoltà nell’opera di interpretazione dei fatti e quindi di sussunzione, che in questo caso avrebbe portato ad un risultato negativo, sotto lo schema di incriminazione normativa. Quindi, innanzitutto, inutilità, superfluità di questo comma, del quale si potrebbe tranquillamente fare, se lo prendessimo alla lettera, un’interpretazione abrogante e c’è qualche cosa di più che ci fa capire come il pensiero del legislatore è stato travisato dallo stesso legislatore che si è espresso non con perfetta rispondenza a quelli che erano i suoi intenti. Quando nei lavori preparatori, e i lavori preparatori del Codice del 1930 sono particolarmente importanti e chiarificatori, si vuole dare un esempio di quella che è l’area di applicabilità di questo comma del quale sto parlando, si danno degli esempi che non hanno niente a che fare con una serie causale autonoma, completamente distinta, diversa, parallela vorrei dire alla condotta del prevenuto. Si fa il caso di scuola del soggetto lievemente ferito che è condotto in un ospedale e, mentre sale nell’ascensore, questo precipita e il soggetto muore. Badiamo, qui non si può negare che la condotta del soggetto agente sia condizione sine qua non, perché, se non fosse stato ferito dall’agente, il defunto non si sarebbe trovato nei locali di quell’ospedale, non si sarebbe trovato su quell’ascensore e non avrebbe trovato la morte per la caduta, il crollo dell’ascensore stesso. Quindi c’è una serie causale e, attenzione, se qui volessimo ragionare attraverso tutti quelli che sono i criteri generali del nostro diritto penale, dovremmo arrivare ad una conclusione di piena responsabilità, perché vero è si dice che la conditio sine qua non è corretta dalla rilevanza dell’elemento soggettivo, dolo o colpa, ma qui il dolo c’è, perché noi presupponiamo com’è presupposto nell’esempio che viene fatto nei lavori preparatori, che il feritore, quello che ha cagionato una lesione anche particolarmente lieve, per effetto della quale la vittima è stata portata in ospedale per un intervento di pronto soccorso di prima emergenza. Bene, noi presupponiamo che questo feritore avesse agito con intento omicida. Quindi c’è il dolo, ci sarebbe un rapporto di causalità, se questo si basasse puramente e semplicemente sulla condizionalità sine qua non e bisognerebbe arrivare alla emanazione di una condanna per omicidio consumato. Conclusione questa che viene contestata già nei lavori preparatori, il che vuol dire che i lavori preparatori ci mettono davanti agli occhi una realtà di propositi, di intenti, di realizzazione normativa, ben diversa da quella che poi la lettera della legge realizza; lettera della legge che, come dicevo, condurrebbe, presa – mi si scusi il bisticcio – alla lettera, alla sua interpretazione abrogativa. Quindi fattore sopravvenuto particolarmente rilevante nel senso della eccezionalità, che fa sì che quella che sarebbe stata una conditio sine qua non, perde il carattere causale che altrimenti le sarebbe spettato e questo è un primo, significativo, importantissimo allontanamento dalla pura e semplice schematica della condizionalità, attuato dallo stesso legislatore in una norma che, altrimenti, non trova alcuna spiegazione coerente. E questo è un primo dato che ci porta a chiederci: siamo sicuri che quella relazione che, badiamo bene, è espressa in termini estremamente ellittici nel primo comma dell’Art. 40, conseguenza della condotta attiva od omissiva, si esaurisca in tutto e per tutto nella condizionalità sine qua non, o che non ci possano essere criteri che non dico sostituiscono la condizionalità sine qua non, ma, come nel caso del secondo comma dell’Art. 42, la affianchino o che aiutino a leggere che cosa il legislatore, che cosa la legge – spersonalizziamo, per favore, i termini – che cosa la legge intende per conditio sine qua non. Mi permetto di sottolineare e di insistere su questo profilo: criterio che aiuta a leggere che cosa si intende per conditio sine qua non, che non è un abbandono nel concetto, ma è una sua lettura alla stregua di quelli che sono gli scopi, i fini che qualunque ordinamento normativo, giuridico o etico che sia, si propone. Qui, eccellenze della Corte, possiamo fare riferimento a situazioni come quella della cosiddetta causalità cumulativa o additiva o come quella della cosiddetta causalità alternativa. La causalità cumulativa o additiva si presenta, in alcuni casi, come un tipico esempio di fattispecie che dà luogo ad una situazione di, e mi riferisco ad un libro bellissimo, uno dei più bei libri della Procedura Penale italiana, quello di Saraceno, "La decisione sul fatto incerto", che dà luogo ad una situazione di incertezza tra A o B, ma di incertezza in termini di assoluta – se così posso esprimermi – identità, quando cioè è sicuro che un certo evento, proprio nei modi, nelle forme in cui si è realizzato, è attribuibile o ad A o a B; da qui non si esce, non c’è scampo, però non si sa se sia A o se sia B. In questo caso, causalità cosiddetta cumulativa dobbiamo arrivare, ci piaccia o non ci piaccia, a ritenere di trovarci di fronte ad una di quelle situazioni che ancora oggi sono previste nel secondo comma dell’Art. 530 del Codice di Procedura Penale e, ci piaccia o non ci piaccia, si deve arrivare, perché qui mancherebbe il fondamento razionale per una condanna di A o di B, e non si possono condannare tutt’e due quando sappiamo che uno – e lo sappiamo, non lo supponiamo – che uno dei due, ma non sappiamo quale, questo è il punto, non è colpevole, non possiamo arrivare ad una condotta di entrambi. Ma dico subito, eccellenze, che questa è un’ipotesi che sta bene in quella che altre volte ho definito la precisa geometria dei concetti giuridici espressi nero su bianco sulla carta, perché il teorico, chi costruisce una fattispecie concreta ancorché non reale, ma pensata come reale, è come un romanziere, è libero di crearsi tutte le condizioni che vuole e quindi può ipotizzare l’azione di due fattori che si pongano nei modi che ho poc’anzi detto. Però il teorico, a differenza del romanziere, è sottoposto, è soggetto alla verifica. Il romanziere no, il teorico sì, il teorico è soggetto alla verifica e la verifica ci dice che nella stragrande maggioranza dei casi l’evento presenta sempre delle note che, a seconda che lo riportiamo all’una o all’altra delle due condotte che vengono in gioco, presenta delle caratteristiche diverse, non è più lo stesso evento. Ed allora ecco che nel concreto l’apparente alternativa, con conseguente incertezza e con conseguente ricorso a 530 secondo comma, si scioglie e possiamo arrivare ad imputare l’evento così come in quel modo e in quel momento, il dato cronologico conta moltissimo, si è verificato. Qui abbiamo una soluzione che non ci permette di ricorrere all’incertezza quando, ripeto, non ci rifacciamo ad un evento tipo, ma teniamo conto dell’evento concreto; evento concreto che, faccio subito una sottolineatura, non è futuro, non è oggetto di un rischio, ma è un dato che si è già verificato e rispetto al quale possiamo compiere l’accertamento con perfetta aderenza al dato storico. Altre ipotesi invece di causalità cumulativa o additiva ci dimostrano che è necessario prescindere dalla rigida applicazione, dal ricorso rigido alla conditio sine qua non; è l’ipotesi in cui A e B, l’uno all’insaputa dell’altro – se ci fosse concorso di persone il problema non sorgerebbe – l’uno all’insaputa dell’altro, versino del tossico con un liquido destinato alla vittima designata, ma in dosi che per quanto riguarda A e per quanto riguarda B non sarebbero sufficienti a provocarne la morte; è soltanto la somma, la combinazione tra queste due dosi, che determina l’effetto letale. Qui, se ragionassimo in chiave di rigida necessità di conditio sine qua non, a quale conclusione dovremmo arrivare? Che nessuno dei due è colpevole, che potremmo parlare nei confronti di ciascuno dei due, a tutto concedere, e lo dobbiamo concedere perché sarebbe lapalissiano, di tentativo di omicidio. Infatti, eliminata la condotta di A verrebbe meno l’evento e lo stesso deve dirsi eliminata la condotta di B, posto che A e B, come dicevo, non hanno agito in concorso di persone, sì che l’evento si possa riportare senza dubbi di sorta ad entrambi. Ma in un caso del genere tutti rifuggiremmo da una soluzione riduttiva nel senso di una responsabilità soltanto per tentativo di omicidio. Noi sentiamo, e la conclusione non può essere che questa, che sia A che B debbono rispondere per l’azione concentrica, vorrei dire, che hanno posto in essere, di omicidio consumato, così come deve rispondere di incendio consumato chi appicca un fuoco che trova poi alimento da un incendio che si sviluppa per condizioni naturali, per esempio combustione per altissimo livello del calore, aggiungendo i propri effetti a quelli dell’azione del prevenuto, tutti casi nei quali vediamo che il criterio della conditio sine qua non, non è che venga abbandonato, ma viene letto in un senso che tiene conto della ratio preventiva e di attribuzione a fini sanzionatori di ogni ordinamento normativo, cioè è conditio sine qua non quella eliminata la quale viene meno anche il risultato di cui è questione, non tenendo conto di altra e simmetrica serie causale che, indipendentemente dalla condotta del soggetto prevenuto, è concorsa alla causazione di quel certo evento, dove quest’altra serie causale può essere un’altra condotta umana, come nel primo caso che ho fatto, e può essere invece anche un evento, una forza di natura, come è nel caso dell’incendio che si sviluppa per combustione, per alto grado di calore. Quindi una lettura della condizionalità sine qua non, che è senza dubbio rilevante ai fini della lettura del primo comma dell’Art. 40, ma che non si basa puramente e semplicemente sui risultati dell’eliminazione mentale, ma tiene conto di altri dati che nascono da quelle che sono le finalità, gli scopi, la ratio dell’ordinamento normativo e arriviamo a questo punto alla causalità alternativa, che è forse, anzi senza dubbio, la forma praticamente più importante, perché è quella che più frequentemente dà luogo a problemi ed è la situazione che abbiamo sott’occhio in questo processo, cioè partiamo dalla considerazione che un certo evento è, con alta frequenza statistica, imputabile ad una certa condotta umana, ma può essere anche riferito ad un’altra serie causale che non ha nulla a che fare con la condotta umana contestata, quella che è addebitata al prevenuto. Anche qui la formula dell’eliminazione mentale verrebbe ad escludere il rapporto eziologico tra comportamento del prevenuto ed evento, perché si potrebbe dire: sì, c’è questa frequenza statistica, però ci possono essere anche altre serie causali che condurrebbero allo stesso risultato. Qui abbiamo avuto un’interessantissima evoluzione della giurisprudenza, che era partita prima attraverso moduli di razionalità improntata al senso comune, il buon senso è un termine che non mi entusiasma, diciamo al senso comune, per ritenere che in questi casi a certe condizioni, e vedremo quali, si dovesse affermare il rapporto di causalità. Poi c’è stata una brusca virata dovuta ad alcune decisioni che hanno detto: no, quando il nesso non può essere affermato con una certezza pari al cento per cento o comunque con un’altissima probabilità che è pari diciamo al cento meno uno, meno due, il rapporto causale va escluso. È intervenuta una sentenza a Sezioni Unite, della quale molto si è parlato in questo processo, della quale prevedo che molto si continuerà a parlare, che le loro eccellenze conoscono meglio di me, della quale mi importa soltanto dire che ha fatto lume e al tempo stesso giustizia della giurisprudenza vorrei dire del cento per cento; quella che, richiamandosi a criteri di accertamento possibile, esige un’alta credibilità razionale o un forte grado di probabilità oggettiva, con una notazione assai importante. Quando questo grado di credibilità razionale è raggiunto, ancorché vi sia la possibilità che l’evento rappresenti il risultato di serie causali distinte e autonome rispetto alla condotta del colpevole, il nesso eziologico non è interrotto a meno che non si provi che l’evento discende da queste serie causali autonome; a meno che, cioè, non si instauri una serie probatoria che, senza arrivare al cento per cento, dimostri che vi sono tutte le ragioni per un ragionevole dubbio – chiedo scusa della ripetizione – in favore della serie causale autonoma. Ragionevole dubbio quindi, e qui devo soffermarmi un istante su quella che a mio avviso è una delle non voglio dire cadute, nemmeno manchevolezze, ma delle fragilità logico – dimostrative della sentenza di cui stiamo discutendo. Che cosa si esige per dire che l’evento è seriamente riportabile ad una serie causale autonoma rispetto a quella condotta che con alta frequenza conduce al risultato? Si deve esigere non la pura e semplice, e qui c’è una terminologia strana, che non è che mi entusiasmi, che è un po’, ma accettiamola, causalità generale, avremmo detto molto più semplicemente idoneità, che è una qualifica generale ed astratta; ma bisogna provare che in concreto c’è quell’alto grado di probabilità logica non puramente e semplicemente determinato dalla capacità della serie autonoma ad arrivare a quel risultato, per contrapporre risolutamente la serie causale autonoma, per esempio il sopravvenire di malattie che si sviluppano anche in soggetti che non lavorano in un certo ambiente rispetto a quelle che si sono sviluppate con relativi danni in soggetti che lavorano in un certo ambiente; la sopravvenienza di certi danni con un alto grado di frequenza e quindi dando vita ad una grande, elevata credibilità logica. Non basta quindi fermarsi alla capacità, alla causalità generale; occorre analizzare i processi che si sarebbero svolti in seguito alla serie causale autonoma. Ed allora ecco che quando questa conseguenza non viene raggiunta, quando rispetto ad una possibile serie causale autonoma ci si limita a dire: "Beh, poteva essere", ma non si va oltre una generica idoneità, diciamo pure non si va oltre quella che viene definita causalità generale, che è un termine però causalità generale, eccellenze, non significa niente: causalità è causalità. La causalità generale, avrebbe detto Benedetto Croce, è causa come il re di coppe è re. O è causalità o non è causalità. Ma quando non si va oltre questa idoneità senza sviluppare le ulteriori cadenze, scansioni ripercorse da questa serie, allora si deve riconoscere, e qui la giurisprudenza che si è sviluppata dopo la pronuncia delle Sezioni Unite è estremamente precisa, direi forse anche più puntuale di quella delle Sezioni Unite, e cito per tutte una, in cui è estensore il mio amico, lo dico vantandomene, aveva lavorato a lungo a Torino e siamo sempre stati in eccellenti rapporti, il mio amico consigliere Battisti, che dopo essere stato il vessillifero della tesi della condizionalità al cento per cento o quasi, in una perspicua sentenza, Martorano mi pare che si chiami, o Marturano, un nome del genere, successiva alla sentenza a Sezioni Unite, dichiara che è sufficiente quell’alto grado di probabilità, di credibilità logica, di credibilità logica. Quindi, con una sorta di revisione che gli fa onore, che gli fa onore, non perché – mi scusino – io presumo di dire che prima aveva sbagliato e che adesso è nel giusto; io ritengo che faccia onore a chiunque rivedere un proprio pensiero, una propria presa di posizione, dichiarando quello che al momento in cui deve effettuare la seconda pronuncia ritiene più conforme a criteri di logica e di buon senso. E con questo, eccellenze della Corte, non è a dire che sia abbandonato il criterio della certezza in favore del criterio della probabilità, come afferma chi sostiene che la cosiddetta legge di copertura può essere soltanto una legge di natura, una legge scientificamente collaudata e collaudabile al cento per cento, o una legge statistica che arriva al cento per cento o al cento meno uno. Non è una rinuncia alla certezza in favore della probabilità, perché – eccellenze – anche la cosiddetta legge di copertura data da una legge fisica o da una legge statistica si snoda sempre lungo un percorso di probabilità, per un duplice ordine di considerazioni: la prima è quella a cui avevo già fatto cenno all’inizio del mio dire e cioè che una certa condotta o qualunque altra cosiddetta condizione, non realizza mai da sola la causa, ma è soltanto una delle componenti di quel coacervo che nel suo insieme poi chiamiamo causa e allora, quando parliamo della certezza al cento per cento, che quel certo dato condurrà a quel certo risultato, ovviamente lo diciamo facendo astrazione di tutto quello che è il complesso, la serie degli ulteriori elementi necessari perché si produca un certo evento naturalistico e siccome questi dati possono essere precedenti, simultanei o successivi, è chiaro che non avremo mai, mai la certezza matematica o la prossimità vicina alla certezza matematica del risultato stesso; senza contare poi che questa tesi ha una sua durezza logica soltanto quando parla di certezza al cento per cento, ma il fatto stesso che si trova costretta ad abbandonare questa trincea per ripiegare sulla prossimità al cento per cento, dimostra la sua debolezza, perché introduce un criterio che oltretutto è estremamente vago e soggettivo. Quali sono i limiti di prossimità? Ma c’è un secondo e ancor più importante ordine di idee che ci fa dire che non abbiamo, nei casi di cui mi sono occupato, un abbandono della certezza in favore della probabilità, perché sempre la probabilità è connaturata all’operazione di accertamento di un rapporto causale. Prendiamo le cosiddette leggi fisiche assolute, che dovrebbero funzionare da copertura assolutamente tranquillanti. Ebbene, non c’è niente di più affidato dal punto di vista logico alla probabilità, perché questa legge ci dice soltanto quello che è già accaduto, ma che quello che è già accaduto dovrà anche accadere nel futuro è frutto soltanto di un atto di fede, nel convincimento, per non usare parole grosse, che le cose così come sono andate per il passato, andranno anche per il futuro. Ma questo è ragionare in termini di probabilità, e allora ecco, eccellenze della Corte, che qui possiamo ritenere che con una conveniente lettura di ciò che l’ordinamento intende per nesso di condizionalità sine qua non, si può tranquillamente abbandonare la pretesa di pervenire ad una certezza assoluta o quasi e ragionare nei termini di quella alta credibilità razionale che è richiesta e costituisce il fondamento delle statuizioni delle sentenze tutte che hanno seguito la sentenza della Corte Costituzionale. A questo punto ecco che anche la critica che viene fatta a chi ritiene di poter risolvere tali situazioni sulla base della disciplina del concorso di cause, è una critica che si appalesa senza dubbio intelligente e acuta, ma non rispondente alla realtà dell’operazione di accertamento, perché quando si dice: è una tautologia in quanto presuppone che ciò che non è condizione sia condizione, altrimenti non si potrebbe parlare di concorso di cause, perché se non c’è una causa non si può avere il concorso di più cause. No, no, tutto sta ad intenderci di come il linguaggio e il senso coerente con le esigenze di un ordinamento normativo noi dobbiamo intendere quel nesso eziologico che è posto dal primo comma dell’Art. 40. Quello che finora ho detto, e mi avvio rapidamente a concludere su questo tema, sarò brevissimo sugli altri due a cui vi ho accennato, perché mi piace mantener fede alle promesse, quello che ho detto finora riferendomi a comportamenti di causalità attiva, cosiddetta, cioè svolgentisi da una condotta attiva, vale seppure con una maggiore complessità di tempi per la causalità cosiddetta omissiva, dove abbiamo una norma molto importante, quella del secondo comma dell’Art. 40, non impedire etc. etc.; norma che è superfluo a mio avviso andare alla ricerca di posizioni di garanzia. Questo è indispensabile in ordinamenti che non hanno una regola giuridica del tenore di quella che noi abbiamo all’Art. 40, ma per noi è sufficiente la ricerca della titolarità di un dovere giuridico di impedire l’evento. Questo ci permette di dire che l’accertamento della causalità nei reati cosiddetti commissivi mediante omissione non ubbidisce ad un doppio criterio: uno, paragonabile a quello della causalità attiva quando la norma in virtù della quale occorre porre in essere l’azione che sarebbe stata in grado di impedire l’evento discende dalla stessa norma incriminatrice, cosa che accade in non poche norme del nostro ordinamento e un altro criterio, quando l’imperativo di attivarsi per impedire l’evento discende da un’altra norma giuridica che è richiamata dalla norma incriminatrice, attuando per tal modo un effetto di parificazione tra causalità omissiva e causalità attiva. Tutto quello che si può dire è che nel primo caso abbiamo delle forme di condotta che nascono ab origine omissive, nel secondo caso abbiamo delle forme di condotta che diventano omissive per l’appaiamento che a quelle attive fa l’Art. 40 nel secondo comma. Dicevo, è lo stesso procedimento logico che presiede l’accertamento della causalità attiva, solo che i tempi sono più complessi, perché bisogna prima di tutto accertare quali sono state le condizioni che hanno, nei modi e nelle forme di cui sopra si è detto, portato all’evento. Accertate quali sono state quelli condizioni, per esempio il decorso di una certa malattia, l’influenza di una certa forma infettiva e così via dicendo, analizzare se la condotta dovuta dal soggetto titolare di un obbligo giuridico di impedire l’evento fosse o no prima di tutto idonea ad impedirlo e qui dobbiamo ritenere che a tale risultato affermativo, che è peculiare per quanto riguarda l’accertamento nei delitti di omissione impropria, commissione mediante omissione, occorre arrivare ogniqualvolta la condotta prescritta non abbia delle connotazioni tali che escludano la sua riferibilità all’evento che si è prodotto. Ma quando queste connotazioni non esistono, quando c’è un dovere di attivarsi per impedire la creazione di un fronte di pericolosità nei confronti dell’evento prospettabile prima e cagionato dopo, noi abbiamo quello che è necessario, tutto quello che è necessario e sufficiente per ritenere che dalla combinazione dei risultati dei due accertamenti, il primo concernente ciò che effettivamente ha prodotto il risultato, il secondo ciò che lo avrebbe impedito, sgorga il rapporto di causalità fra condotta omissiva ed evento. Ogni altro modo di ragionare, eccellenze della Corte, conduce alla liquidazione sul piano pratico del nesso causale e quindi alla liquidazione io ritengo non soltanto dei reati contrassegnati da evento naturalistico, ma siccome è mio fermo convincimento che un problema di causalità sorge con altissima frequenza anche nei reati di mera condotta, perché un reato di mera condotta può essere costituito da tanti segmenti, ciascuno dei quali deve essere collegato da una certa relazione rispetto al successivo. Pensiamo per tutti ad un’ingiuria che è compiuta attraverso la spedizione di una lettera, di un disegno o che altro, ad un’altra persona. Bene, qui vediamo subito come dall’atto iniziale che è quello dell’imbucare, sino a quando etc., si sviluppa tutta una catena causale. Quindi questo per dire che se ci muoviamo con criteri di supposta rigidità, che in realtà sono puramente e semplicemente criteri proclamati ma non perseguibili, si rischia la liquidazione della gran parte delle questioni penali, cominciando da quelle con evento naturalistico, ma anche, in buona misura anche per certe forme di realizzazione dei reati di mera condotta e quindi la necessità, le regole dell’accertamento debbono essere tenute presenti se non si vuole pervenire a risultati che non sono francamente né prospettabili, né augurabili. Chi vi parla, eccellenze della Corte, è un innamorato del garantismo, però proprio perché sono un garantista non voglio che il garantismo sia esasperato fino al punto di diventare causa di inapplicabilità della legge, che sarebbe l’anticamera, il passo decisivo per un ritorno a forme di argomentazione meno garantiste di quelle che tutti ci auguriamo. Il garantismo deve essere perseguito attraverso le modalità che risultano ragionevoli, che risultano effettivamente tali da essere compatibili con gli scopi della legge, altrimenti si vanifica tutto e il rinculo potrebbe essere estremamente pericoloso e doloroso, soprattutto per chi crede fermamente al garantismo. Ho detto che avrei speso poche parole per quanto concerne l’accertamento della colpa. In questo processo si tratta al 99,99% oserei dire di colpa cosiddetta specifica, violazione di leggi, etc. etc. Qui nasce il problema della rilevanza del requisito, o meglio del criterio della prevedibilità o rappresentabilità, preferisco parlare di rappresentabilità perché la prevedibilità si proietta solo su un risultato futuro, la rappresentabilità anche su qualche dato che può essere concomitante o antecedente alla condotta. Pensiamo, per tutti, ai dati dell’acquisto di cose di sospetta provenienza. Bene, si è fatto gran parlare della rilevanza del criterio della prevedibilità nei casi di colpa specifica. Ecco, mi pare che la questione sia posta in termini senza dubbio suggestivi e acuti, ma che rischiano di confondere il vero senso della questione, perché quando abbiamo a che fare con la colpa per imprudenza, negligenza, imperizia, etc. etc., siccome ci troviamo di fronte a qualificazioni che sono puramente e semplicemente di sapere letterario, c’è bisogno di un criterio preciso per concretarle e questo non può essere che quello doppio della prevedibilità e della evitabilità o prevenibilità, che dir si voglia. Ma quando si tratta della colpa specifica, violazione di legge, etc. etc., sì, la prevedibilità gioca, svolge un ruolo estremamente importante, ma non come criterio di accertamento del carattere colposo di una certa condotta, ma come criterio di accertamento della legge, regolamento, ordine, disciplina, la cui inosservanza permette di qualificare come colposo un certo tipo di condotta umana. Loro hanno presente, eccellenze della Corte, la tesi autorevolissimamente sostenuta, l’ha sostenuta tra gli altri Giovanni Leone da par suo, che la violazione di qualunque legge penale, anche di una legge che non avesse finalità preventive, dava luogo alla possibilità di qualificare come colposa una certa condotta e questo muovendo dalla lettera dell’Art. 43, laddove si dice puramente e semplicemente, nella seconda parte del comma che riguarda la colpa, violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline. Se non che è evidente che non di qualsiasi legge, non di qualsiasi norma giuridica o giuridicamente rilevante si può fare governo per arrivare a qualificare un certo comportamento come colposo, ma soltanto – ed ecco qui che scatta, riaffiora, affiora anzi con grande perentorietà il requisito della prevedibilità – ma soltanto di quelle regole giuridiche o giuridicamente rilevanti delle quali si può dire che è prevedibile che non osservare la condotta imposta o dar luogo alla condotta vietata, è prevedibile che conduca alla creazione di un fronte di pericolo, ad un rischio, ad un risultato che può sfociare in eventi dannosi o pericolosi. È dunque il criterio che ci permette di sceverare nella massa delle norme giuridiche o giuridicamente rilevanti, quelle la cui violazione qualifica come colposo un certo comportamento, senza pervenire a quelle conclusioni per le quali basterebbe la violazione di una, che poi erano conclusioni, diciamolo pure francamente, mistificatorie, anche se provenienti da giuristi di enorme sapienza e lucidità; quando per esempio si diceva che nell’omicidio preterintenzionale, già prima dell’entrata in vigore della Carta Costituzionale, si doveva dire, ritenere che l’evento fosse imputabile a titolo di colpa perché comunque si era violata la norma che incrimina gli atti di lesione o di percosse, si diceva una cosa doppiamente errata. Prima di tutto la norma che incrimina la lesione o le percosse aveva come finalità questa incriminazione e poi non è a dire che incrimini le lesioni o le percosse, ma gli atti volti a ledere o a percuotere, che potevano essere anche atti non costitutivi, di tentativo. Quindi il criterio della rappresentabilità o prevedibilità è molto importante per individuare le norme la cui inosservanza etc. etc. Detto questo, si deve ritenere che cosa in tema di rappresentabilità, di prevedibilità? Certamente non l’evento specifico che si è prodotto, che appartiene, nel momento in cui si tiene la condotta, all’azione, salvo che il contenuto della legge non sia tale da prescrivere delle modalità da osservare o delle modalità di tenuta di condotta da evitare, tali che siano compatibili solo con la produzione di un certo risultato. Ma quando non c’è questa specificazione, quando come accade ad esempio, e mi rifaccio agli Artt. 20 e 21 del D.P.R. del 1956, noi abbiamo puramente e semplicemente una prescrizione volta ad evitare la creazione di un fronte di pericolosità discendente da certe inosservanze, la qualifica colposa è pienamente raggiunta, indipendentemente dal fatto che l’evento sia di un tipo piuttosto che; che cosa è indispensabile? Che sia un evento dannoso o pericoloso, che rientri nell’ordine degli interessi che la norma preventiva mira a tutelare e che questa norma preventiva non abbia delle connotazioni tali da rivelare, da farci capire che essa è rivolta unicamente e soltanto ad evitare certi danni, certi pericoli e non la creazione di un fronte generico. Quindi evidentemente, quando si è... fronte generale, non generico, fronte generale di pericolosità. Quando attraverso l’inosservanza, la violazione di una determinata regola giuridica, si crea questo fronte di pericolo, la qualifica di colpa è irre ipsa ed è irre ipsa per tutti coloro che risultano garanti o, come io preferisco dire, titolari dell’obbligo giuridico di evitare l’evento. La richiesta che ci sia una prevedibilità specifica rispetto all’evento che poi si produce o, perché due sono le possibilità, sovrappone alla regola giuridica una connotazione che la regola giuridica non possiede, perché partiamo proprio dal presupposto che la regola non abbia note tali da doversi ritenere precostituita solo per evitare un certo tipo di evento, quindi o sovrappone alla regola qualche cosa che alla regola giuridica non appartiene, che non fa parte del suo contenuto, o esige nel soggetto titolare del dovere una previsione che il più delle volte va ben oltre la sua competenza specifica, sfugge a quelle che sono le regole del cosiddetto modello di autore, perché si esigerebbe per esempio nel datore di lavoro la capacità di previsione che potrebbe richiedersi soltanto da un clinico di altissima esperienza, che è un assurdo. È un assurdo e ci porta a ritenere come, senza andare a drammatizzare il rapporto, la dialettica, senza drammatizzare la dialettica di rappresentabilità, prevedibilità e colpa specifica, si debba dare al criterio della prevedibilità un contenuto che sia compatibile con quella che è la realtà della colpa specifica, quindi criterio di scelta nelle norme la cui violazione etc. etc. Ho detto che avrei brevissimamente toccato, e vado veramente alla fine del mio dire, il problema del 449 riportato all’Art. 422, la cosiddetta "strage colposa". La sentenza ha come motivo forse più importante nella logica della sentenza stessa, per negare la compatibilità del riferimento del 449 al 422, un dato di carattere testuale, cioè il 449 esordisce menzionando l’incendio e tutti gli altri disastri del capo primo del titolo in questione. È una nota letterale che è senza dubbio suggestiva, perché dice la sentenza: badate, l’incendio segue la menzione della strage dolosa, 422, e se il legislatore, se la legge avesse voluto contemplare anche la strage dolosa, o meglio la strage, attribuendo rilevanza alla forma colposa, avrebbe iniziato dal 422. È un dato letterale suggestivo, al quale però si può contrapporre un’altra osservazione, questa di carattere sistematico: ma davvero noi pensiamo che se la legge avesse voluto escludere uno dei delitti previsti nel capo primo del titolo, non lo avrebbe espressamente detto? Si trattava di materia di estrema importanza, non è una questione la quale si può risolvere puramente e semplicemente attraverso un incipit che non è quello del 422, ma è quello della norma successiva. Direi che sarebbe stato quanto mai conforme alle modalità di testualizzazione del nostro Codice Penale sostanziale dire: salvo l’articolo etc. etc., cioè operare attraverso la menzione di un’esplicita salvezza che escludesse la forma dolosa della strage etc. etc. Molto sottile è l’obiezione che viene fatta, la quale però, non mi pare che posso andare errato, ma non mi pare che la sentenza del Tribunale abbia attribuito grande rilievo, l’obiezione secondo la quale la strage strutturalmente non ammetterebbe una forma colposa, perché è un reato a dolo specifico e si parla nella menzione, nella descrizione del fatto di cui all’Art. 422, di atti compiuti etc. etc. al fine di uccidere. Secondo buona parte della dottrina questo significherebbe che facendo parte la finalità specifica del dolo che deve sorreggere la condotta del 422, il fatto di reato, quindi essendo un elemento cosiddetto soggettivo del fatto obiettivo, non sarebbe compatibile con la forma colposa. La costruzione non mi pare pertinente, non mi pare pertinente perché il dolo è un’unità complessa, ma – ripeto – è un’unità e il dolo specifico è un tutt’uno che non si può scindere in quello che una certa dottrina chiamava il dolo generale per esempio del 422, la volontà di compiere atti tali da porre etc. etc., più un elemento specifico. No, il dolo è un’abolizione animata dalla rappresentazione di un certo risultato, la causazione della morte di più persone, rappresentazione che costituisce il movente dell’abolizione stessa. È un tutt’uno. Il dolo specifico non è suscettibile di una scissione vorrei dire prozamente in una prima e in una seconda parte, è un tutt’uno che fa parte dell’elemento soggettivo, tanto che se manca la finalità, la formula di proscioglimento non è quella dell’insussistenza del fatto, ma è quella del fatto che non costituisce reato per carenza, pensiamo per esempio al furto, per carenza del fine di trarre profitto dalla cosa che si è sottratta al precedente detentore. La formula di proscioglimento non è mancanza del fatto, ma è mancanza... e questo è molto importante – questo è molto importante, eccellenze della Corte – fate questo ragionamento che viene fatto per il 422 per esempio a proposito di un furto rispetto al quale si arrivi in penale all’assoluzione per insussistenza dell’elemento soggettivo perché il fatto non costituisce reato per carenza dell’elemento soggettivo, in quanto non c’è il dolo specifico richiesto dal 624. Ma dubitereste di un’azione civile avente come fondamento il fatto costitutivo, il fatto oggettivo costitutivo del furto realizzato non per dolo, ma per colpa, per sbadataggine, da parte di colui che per leggerezza etc., si è impossessato di cosa mobile altrui. Quindi, detto questo, non mi pare che ci siano ragioni né sistematiche, come quella addotta vorrei dire in prima battuta dalla sentenza impugnata, né strutturali, come quella che fa capo a quello che dovrebbe essere un elemento soggettivo del fatto e che invece è un elemento che qualifica una certa forma di dolo, cioè il dolo specifico contrapposto al dolo generico, non ci sono motivi per negare la configurabilità di una realizzazione per colpa quando il fatto non è dovuto a brava intenzione, ma è dovuto a ciò che si qualifica come violazione di norma giuridica o giuridicamente rilevante o imprudenza, negligenza, etc. Io ho finito, eccellenze. Vorrei soltanto sottolineare che la sentenza che voi emanerete è estremamente importante, perché in un senso o nell’altro, qui non ipoteco niente, nessuno più di me è rispettoso non tanto del libero convincimento, ma del saggio convincimento dei miei Giudici; la sentenza che voi emanerete dovrà porre dei punti fermi su quelli che sono temi centrali dell’ordinamento e della nostra esperienza giuridica. Qui non voglio fare la mozione degli affetti, non voglio parlare di ciò che si attende una parte piuttosto che un’altra; voglio soltanto dire che è interesse di tutti noi, di tutti noi cittadini di questa Repubblica, che il diritto trovi la più saggia e conveniente espressione. Grazie. Le conclusioni le do per lette, eccellenze, e sono qui scritte.

 

PRESIDENTE – Prego signor Avvocato.

 

PARTE CIVILE – Avv. Borasi – Signor Presidente, signori della Corte d’Appello, è molto più facile parlare per una costituzione di Parte Civile come quella di Legambiente dopo quello che è stato illustrato dall’Avvocato Gallo e precedentemente dall’Avvocato Chinaglia. Una parte del mio intervento aveva appunto come riferimento quello degli aspetti legislativi che sono stati in qualche modo pretermessi da parte della sentenza del Tribunale di Venezia, che noi riteniamo invece di poter portare alla vostra attenzione nella sua completa complessità. Partiamo da questo discorso. L’imputazione è una imputazione, per quanto riguarda quella di Legambiente, di colposo, diritto colposo, diritti colposi di danno. Si tratta di un disastro colposo innominato e ci hanno già parlato, ci è stato detto, tanto è stato detto sui lavori preparatori. Sui lavori preparatori abbiamo parecchie cose, parecchi argomenti del Codice del 1930 sulla colpa e sui delitti colposi, in particolare sul disastro colposo. L’Art. 449 è stato considerato dal Manzini, che lo citava all’epoca come punto di riferimento, come un punto di chiusura; tutto il resto lascia qualche cosa, l’incendio, il naufragio, tutto il resto è qualcosa di identificato, però noi sappiamo e così dice il Manzini che questa attività di chiusura è indispensabile per un codice completo, un codice penale che ci possa identificare tutti i possibili comportamenti colposi che in qualche modo tutelano la nostra incolumità. Faceva riferimento in particolare il Manzini al veloce sviluppo assolutamente non prevedibile allo Stato del 1930 dello sviluppo della chimica in particolare e lo cita espressamente alla chimica per quanto riguarda il problema ambientale. Da un lato abbiamo quindi una disposizione innominata dell’Art. 449 e dall’altra però abbiamo la necessità impellente di mettere dei punti fermi sugli elementi di colpa che debbono in qualche modo connotare questo 449 che in questo caso è stato addebitato nel secondo comma ed allora noi abbiamo la possibilità di evidenziare l’aspetto colposo in una serie di elementi che risalgono nell’aspetto legislativo al primo ‘900, perché non è assolutamente vero, a parere di questa difesa, che tutto per quanto riguarda gli aspetti ambientali nasca nel 1982 col D.P.R. 915. Già l’Avvocato Chinaglia ha citato tutta una serie di disposizioni, ma noi possiamo citare molto velocemente tutta una serie di altre disposizioni sempre e tuttora vigenti, di estrema, estrema importanza. Il Regio Decreto del 1901 numero 45, il Regolamento Generale Sanitario, all’Art. 91 proibisce gli scarichi industriali nel caso in cui questi creino problemi ambientali e così pure la proibizione di prodotti chimici lasciati così senza attenzione e senza cautela. Siamo nel 1901, ma non solo, questo è il Regolamento Generale Sanitario. Il Regolamento Sanitario è un testo unico che fa riferimento ad una precedente legislazione che è il regolamento, che è il testo unico delle Leggi Sanitarie precedenti. Questo regolamento del testo Regolamento Generale Sanitario è tuttora in vigore, non è stato abrogato nel 1981 ed è tuttora in vigore. Faccio riferimento agli Artt. 226, 228 e 227 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934 che, come dico, facevano riferimento, erano semplicemente un Testo Unico però di disposizioni che erano ancora precedenti e quindi noi sappiamo che fin dall’inizio del 1900 queste disposizioni esplicite e precise facevano riferimento a prodotti chimici e a sostanze che dovevano essere utilizzate in maniera congrua e non nella maniera incongrua con la quale sono stati eseguiti. L’Art. 218 appunto del Testo Unico delle Leggi Sanitarie impone che lo smaltimento delle acque immonde e degli altri rifiuti avvenga in modo da non inquinare – e proprio si parla esplicitamente di parola di inquinamento – il sottosuolo e così pure il 227 delle Leggi Sanitarie del 1934 fa riferimento all’obbligo di processi depurativi riconosciuti idonei ma anche riconosciuti efficaci. Il problema non è soltanto che l’autorità sanitaria ritenga che questi prodotti depurativi siano idonei, ma che siano anche efficaci in concreto, perché un conto è dare un’autorizzazione e un conto è che l’idoneità e la effettività del prodotto depurativo effettivamente concreto. Ma ancora era già stato citato il Regio Decreto 1604, non lo approfondisco e così pure il D.P.R. 303 del 1956. Non bisogna far danni, sostanzialmente siamo ancora all’Art. 2043 del Codice Civile, ma questa norma assolutamente precisa del 1942 ci involve tutti fin dai tempi precedenti del 1900. Altre cose più recenti, una Legge Regionale della Lombardia. Si dirà che non siamo qui in Lombardia, siamo però affianco della Lombardia. Nella regione Lombardia, dove moltissimi stabilimenti della Montedison e della Enichem insistono, dal 1980 ci sono delle disposizioni estremamente precise in tema di discariche. L’Art. 28 della Legge Regionale 94 del 1980 impone non solo la denuncia delle discariche precedenti, ma addirittura l’obbligo di discariche cessate sul suolo nei quindici anni precedenti. Siamo al 1965. È vero, ribadisco, la Legge Regionale della Lombardia forse non si applica in questo caso, ma si tratta di un principio ben conosciuto ai responsabili di questi stabilimenti che insistono in questa zona e ciò che è consentito, cioè che i responsabili devono effettivamente seguire in Lombardia, non possono non seguire in Veneto, in particolare in una zona così particolarmente sottoposta a grave pericolo ambientale come quello della Laguna di Venezia. Possiamo ricitare ancora la 319 del 1976, ma non vado oltre. Ci sono due note che secondo me sono ancora importanti per enucleare ed evidenziare ulteriormente il fatto che l’evento colposo, 449, disastro colposo, era certamente stato noto e colpevolmente eluso; non solo il già citato D.P.R. 915 del 1982, ma altre norme normali, altre norme esterne, altre norme comuni di buon senso. Il regolamento per lo smaltimento sul terreno dei rifiuti solidi è stato approntato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1971 e prevede che per la scelta dell’area qualsiasi tipo di cave od altro debba essere precedentemente controllato e può essere effettuato uno scarico controllato soltanto se sono soddisfatte le condizioni idrogeologiche relative alla protezione delle acque superficiali e profonde; si deve eseguire un approfondito studio sulle condizioni ideologiche e geologiche di una vasta area attorno alla zona di scarico. Ancora, tutto ciò è assolutamente a mio parere dimostrato come assente per quanto riguarda ciò che si è verificato nelle discariche qui in zona. Ma ancora, se vogliamo stare agli americani, che sono stati più volte citati dal professor Stella in certe occasioni, nel 1979 sulla Gazzetta Ufficiale degli Stati Uniti d’America si indicano, all’Art. 241, 202, le pratiche raccomandate e devono essere escluse le aree di ricarico degli acquiferi di rifornimento fondamentali, i siti attraversati da tubature, da condotte fognarie. Bisogna ricorrere alla massima cautela e preparare i piani di manutenzione e di sorveglianza di dette tubazioni. Le raccomandazioni americane prevedono l’obbligo che il controllo prosegua per un tempo assai lungo, sufficiente comunque a garantire che il percolamento dei tossici non avvenga. Ed ancora le disposizioni delle direttive della CEE, 75/442, 78/319, sono state già citate dall’Avvocato Chinaglia. Questo complesso di disposizioni sono state a parere nostro completamente disattese. Gli imputati pertanto sono responsabili anche di mancato rispetto di norme di comune prudenza ed esperienza che agli stessi erano palesemente noti ma le deliberatamente hanno eluso. Non vado oltre. Mi pare che il dettato normativo, il dettato del buon senso che è stato da me molto stringatamente e da altri molto più approfonditamente dimostrato, ci può consentire di concludere per la penale responsabilità dei singoli imputati. Una piccolissima annotazione, sulla valutazione sulla responsabilità degli imputati a parer mio non ci sono nessuna ulteriore argomentazione necessarie. Una quantificazione del danno. Legambiente è stata ammessa come costituzione di Parte Civile con un’ordinanza assolutamente precisa e non contestata e non contestabile. Noi indichiamo la sussistenza di un danno nello sviamento delle funzioni dell’attività di Legambiente in relazione dei fatti di nostra causa, anche in relazione agli Artt. 13 e 18 della Legge 349 del 1986, il danno all’immagine dell’associazione Legambiente e all’attività istituzionalmente svolta a favore dell’ambiente, in relazione al capo di imputazione nei confronti del quale noi ci siamo costituiti, come già abbiamo documentato con numerosi elementi in corso di causa. Chiediamo quindi che, se si dovesse indicare una cifra a titolo di risarcimento, lo stesso venga indicato nella somma che ho indicato qui nelle conclusioni, di 2 milioni e 250 mila euro, condannare al pagamento di una provvisionale nel caso, indicando 500 mila euro. Condanna degli imputati e dei responsabili civili alle spese processuali, come da nota.

 

PARTE CIVILE – Avv. Dall’Asen – Signor Presidente, sono l’Avvocato Dall’Asen. Innanzitutto vorrei scusarmi per il contrattempo di ieri e la vorrei ringraziare per la disponibilità che mi ha dato a poter sostenere comunque le conclusioni oggi, ringrazio lei e la Corte. Io sarò molto breve e leggerò semplicemente le conclusioni per la Parte Civile che patrocinio, che è il signor Donolato Eugenio. Conclusioni: "Voglia l’Illustrissima Corte d’Appello di Venezia, in totale riforma della sentenza di primo grado, accogliere le seguenti conclusioni: in via principale, accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati tutti in relazione ai reati loro ascritti sub capo A) e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuto di giustizia; condannare gli imputati suindicati, in solido e con i responsabili civili Montedison S.p.A., Edison, Enichem, Eni S.p.A., in persona dei loro rispettivi amministratori legali e rappresentanti protempore, al risarcimento in favore delle concludenti Parti Civili dei danni tutti patiti, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti ai reati che così si quantificano per ciascuna parte civile: Donolato Eugenio, danno morale iure proprio euro 75 mila, danno biologico iure proprio euro 14 mila annui, di rendita annuale, in base ad un grado di menomazione quantificata nel 55%, oltre alla rivalutazione monetaria dalla data dell’insorgenza della malattia fino al deposito della sporgenza ed interessi fino all’effettivo saldo; subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni in favore delle Parti Civili ai sensi e per gli effetti dell’Art. 165 Codice Penale. In via subordinata, in caso la Corte ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento delle spese di costituzione e patrocinio di Parte Civile e in primo grado, come da nota depositata ed in secondo grado come da nota che si depositerà a favore delle concludenti Parti Civili.

 

PARTE CIVILE – Avv. Zabbeo – Concludo per Italia Nostra, Avvocato Zabbeo in sostituzione dell’Avvocato Vanniceola. Deposito nota di conclusioni per la Parte Civile costituita Italia Nostra, che do per lette.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE dispone il rinvio del presente procedimento all’udienza del 6 ottobre 2004 ad ore 9.00.

 

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